di Paolo Persichetti
«La ricerca della verità, alimentata dal
dubbio è ragione di vita» è stato scritto recentemente su un quotidiano
dopo la notizia che il gip romano Patrone ha concesso sei mesi di
proroga per una inchiesta sul sequestro Moro, scaturita da una serie di
esposti presentati dai legali dei familiari di Domenico Ricci, l’autista
della vettura del politico democristano rimasto ucciso in via Fani il
16 marzo del 1978, insieme agli altri quattro membri della scorta
armata.
Verità storica o giudiziaria?
Difficile
negare un assunto del genere, a patto che si convenga sul suo
significato: verità storica o giudiziaria? Non sono la stessa cosa.
Entrambe, in via teorica, mirano all’accertamento dei fatti, ma la
giustizia è interessata solo ai fatti-reato mentre la ricerca storica ha
una visione globale degli eventi e una nozione molto più ampia dei
fatti: la storia delle mentalità ha interrogato l’immateriale, il mutare
delle idee, dei sentimenti, delle paure, delle ansie nelle epoche. La
verità giudiziaria si sofferma sulla ricerca della responsabilità
personale nei fatti-reato, quella storica allarga il campo: si interessa
ai fatti sociali complessivi, alle interazioni tra umani e con
l’ambiente e ne ricerca cause, contesto, esiti, elaborando
problematizzazioni senza confini. Gli approcci sono molto diversi: la
verità giudiziaria, per esempio, una volta passata in giudicato è
difficilmente sindacabile e ha il paradossale potere di creare i fatti.
Per intenderci: le sentenze giudiziarie hanno l’effetto di postulare che
un determinato fatto sia avvenuto anche se storicamente non è mai
accaduto. Il sistema giudiziario contiene una pretesa creativa della
realtà. Il lavoro storico invece sa che la verità prodotta ha un valore
determinato: nuove acquisizioni possono rimetterne in discussione non
solo l’interpretazione, ma anche la genesi, il significato, fino
all’esistenza del fatto stesso. La storia è una metodologia aperta
poiché accetta la confutazione, al contrario la giustizia si percepisce
come un sistema chiuso, dove la correzione si esercita in casi
delimitati ed estremamente rari.
Ultima, grande differenza: la
ricerca storica non ha limiti di tempo, nata con la scrittura esisterà
finché l’uomo non perderà la capacità di trasmettere ai posteri il suo
passato. Al contrario, il sistema giudiziario agisce con giustizia se
interviene in uno spazio-tempo delimitato, non può essere permanente ed
eterno pena trasformarsi nel suo opposto: un incubo totalitario dove
trovano spazio ministeri della verità e neolingue.
Cinquant’anni di inchieste, processi, condanne e commissioni parlamentari
È un po’ quel che sta accadendo, a quasi cinquant’anni dai fatti, con il
cosiddetto «caso Moro», nonostante la vicenda sia stata ripetutamente
scandagliata in lungo e largo da magistratura e commissioni parlamentari
e nel frattempo sia stato reso accessibile agli studiosi, con le
direttive Prodi (2008), Renzi (2014) e Draghi (2021), uno dei più ampi
bacini documentali esistenti in Italia. Cinque iter processuali, con
Metropoli e Pecorelli fanno sette (ovvero 21 sentenze dalla prima del gennaio 1983 all’ultima cassazione del 2003). Nel complesso sono state inquisite non meno di 50 persone, in primo grado furono comminati 32 ergastoli e 316 anni di carcere complessivi,
corretti in parte solo successivamente con l’emanazione della
legislazione premiale per i dissociati. L’attività inquisitoria della
magistratura e delle forze di polizia fu imponente, seppur inizialmente
imprecisa. Molte le incongruenze nella erogazione delle condanne,
numerose attribuite unicamente per «responsabilità di posizione» in
assenza di un qualunque contributo alla consumazione del reato. Tra i
primi processi e gli ultimi ci furono anche divergenze sulla valutazione
della responsabilità personale a parità di comportamenti. Clamorosa
la condanna di 25 imputati per il tentato omicidio dell’ingegner
Alessandro Marini, episodio mai avvenuto come accertato dalla stessa CM2
e riconosciuto, seppur tardivamente, dallo stesso testimone.
Oltre
ai processi si sono tenute quattro commissioni d’inchiesta parlamentare
(senza contare P2 e Mitrokin, che se ne occuparono lateralmente), di
cui una, la Stragi, protrattasi per più legislature: CM1 1979-83; Stragi 1988-2001; P2 1981-1984; Mitrokin 2002-2006; CM2 2014-2018; Antimafia-Salvini 2021-2022. Quest’ultima, in assoluto la più grottesca – seguita alla fallimentare
esperienza della Moro 2 – si è sviluppata nell’ambito della vecchia
commissione antimafia, trasformata in un irriconoscibile contenitore
omnibus suddiviso in ben 24 sottosezioni dedicate ciascuna agli
argomenti più disparati, tra cui l’uccisione di Pasolini, il delitto
Cesaroni è, dulcis in fundo, la eventuale «presenza di terze forze,
riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di
via Fani». Indagine affidata all’allora magistrato Guido Salvini che
avvalendosi del contributo di alcuni siti complottisti e pubblicistica
dietrologica ha redatto la sua personale visione dei fatti in una
relazione depositata nel gennaio 2023.
Una nuova fallimentare stagione di indagini e commissioni
Una
ulteriore stagione di nuove inchieste si aprì nel 2013 con le
dichiarazioni di Vito Antonio Raso, uno degli artificieri intervenuti in
via Caetani, sulla Renault 4 dove venne rinvenuto il corpo di Moro. A
seguire l’indagine sulle dichiarazioni di Steve Pieczenik, l’esperto
inviato dal Dipartimento di Stato Usa nei giorni del sequestro. Un’altra
ancora riguardava le affermazioni di un presunto finanziere sulla
mancata liberazione del presidente DC, infine l’indagine scaturita da
una lettera anonima ricevuta da un ex agente della digos nella quale si
faceva il nome del presunto motociclista di via Fani. Le indagini
chiarirono che Raso aveva mentito, mentre Pieczenik smentiva di aver
avuto un ruolo nella morte di Moro. Imposimato invece era stato
raggirato da un falso finanziere e l’estensore della lettera anonima,
tale Antonio Fissore che si era indicato come il motociclista di via
Fani, deceduto nel frattempo per un male incurabile, aveva preso in giro
tutti ricalcando la sceneggiatura di un film complottista di Renzo
Martinelli, Piazza delle cinque lune, apparso nel 2003.
Nonostante
l’esito inconcludente di queste inchieste, il loro clamore mediatico
aveva sortito comunque un importante effetto politico: la nascita della
nuova commissione di inchiesta Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni. Terminata senza aver prodotto una relazione conclusiva, peggio ancora
ignorando i risultati delle nuove perizie scientifiche che confermavano
le dichiarazioni fatte nel corso del tempo da tutti i brigatisti
presenti in via Fani e in via Montalcini. Risultati che smentivano le
ipotesi complottiste postulate, senza dimenticare lo strascico di
querele per aver tirato in ballo persone estranee, come la giornalista
della Tv tedesca Birgit Kraatz. La CM2 lasciò in eredita alla procura un
nuovo filone di indagini che i media etichettarono come Moro sexies.
Dal
2018 al 2023 il pm Eugenio Albamonte istruì cinque nuove inchieste:
sulle tracce genetiche presenti in via Gradoli e nella 128 con targa
diplomatica utilizzata dai brigatisti in via Fani, sulla veridicità del
cartellino fotosegnaletico che indicava un presunto arresto di Casimirri
nel maggio 1982, sulle modalità di parcheggio delle Fiat 128 del
commando Br in via Licinio Calvo e la presenza di garage o ripari
brigatisti nella zona, su via dei Massimi e l’ipotesi che vi fosse
l’iniziale prigione di Moro, sul traffico mail di Casimirri intercettato
dalla Fbi e sull’archivio personale di chi scrive questo articolo.
Indagini
ampie che hanno condotto a cinque richieste di archiviazione, di cui ad
oggi quattro accolte dagli uffici del Gip: in via Gradoli c’erano degli
stivali appartenenti ad Adriana Faranda ma nessuna traccia genetica di
Moro; i dna presenti nella 128 giardinetta appartenevano al proprietario
e suoi conoscenti. Le Fiat 128 furono parcheggiate poco dopo l’agguato
in via Fani, come raccontato dai brigatisti. In via dei Massimi non
c’era nessun riparo, tanto meno la prima prigione di Moro. In quei
giorni tutte le palazzine della via furono rastrellate dalle forze di
polizia che non trovarono nulla di sospetto (cf. N.224/Sca Div. 1A/Sez.
3/12798/15 a firma Lamberto Giannini del 29 settembre 2015). Quella
presenza quotidiana e massiccia di poliziotti avrebbe reso impossibile a
chiunque di utilizzare quei luoghi come nascondiglio. Gallinari stesso
aveva raccontato a pagina 201 della sua autobiografia, uscita nel 2006,
di essere stato ospite per alcune settimane – sei mesi dopo la
conclusione del rapimento – nell’abitazione di un ufficiale, poi
identificato come Fabio Milioni, all’epoca giovane militante di estrema
sinistra. Il cartellino segnaletico di Casimirri era un falso
architettato da un appartenente agli apparati non identificato.
L’identità di chi voleva costruire l’ennesimo mistero è rimasta
sconosciuta. Infine il sequestro del mio archivio è risultato un grave
abuso, una palese vendetta contro la ricerca storica indipendente.
Ancora un esposto
Nel
2023 l’avvocato Brigida ha presentato un nuovo esposto al pm Albamonte
che lo lasciò in eredità alla dottoressa D’Amore. Brigida e
successivamente l’ex magistrato Salvini, divenuto avvocato, presentarono
una lunga serie di nuove memorie, alcune ispirate anche da atti
d’indagine raccolti nel processo per i fatti della cascina Spiotta,
conclusosi lo scorso giugno 2026 con la debacle dell’accusa.
Nel
maggio del 2025 la pm D’Amore ha chiesto l’archiviazione, riscontrando
nelle denunce solo congetture frutto di una mera rielaborazione dei
risultati prodotti da precedenti indagini, in assenza di elementi nuovi.
Lo scorso giugno, dopo l’opposizione avanzata dalle parti civili, il
Gip Patrone ha concesso una proroga di sei mesi per ripetere una serie
di accertamenti già realizzati in passato e svolgerne dei nuovi. La
decisione è stata salutata dai commentatori vicini alle tesi
dietrologiche come una «riapertura del caso Moro», anche se la sequela
infinita di inchieste, processi e commissioni che l’hanno preceduta
lascia piuttosto pensare al suo canto del cigno.
Il solito ignoto
La
criticità di queste nuove indagini, tutte condotte formalmente «contro
ignoti», anche se poi mirate contro nomi ben precisi (in questo caso
l’ostinata pretesa di Brigida e Salvini di dimostrare che il brigatista
Azzolini, già condannato all’ergastolo per il ruolo avuto nell’esecutivo
brigatista durante il sequestro Moro, fosse il fantomatico quinto uomo
di via Fani), trova ragione nella impossibilità di agire delle difese,
che avrebbero certamente attirato l’attenzione del Gip sulla inutile
ripetizione di perizie più volte realizzate in passato, come quella su
proiettili, bossoli e numero di armi impiegate, già tutti identificati e
assegnate. Oltretutto in via Fani c’erano già due membri dell’esecutivo
nazionale la mattina del 16 marzo (Moretti e Bonisoli), le Br non
potevano permettersi il lusso di metterne a rischio un terzo, ovvero
trequarti del vertice brigatista. La colonna milanese aveva già inviato
come rinforzo Bonisoli (che in precedenza era stato tra i fondatori
della colonna romana), non vi era ragione di inviare anche Azzolini che
per giunta non conosceva Roma, visto che come secondo rinforzo era sceso
Raffaele Fiore da Torino. Durante una delle pause del processo di
Alessandria, Azzolini ha cortesemente spiegato queste cose all’avvocato –
ex magistrato – Salvini che lo pressava. Ma a quanto pare non c’è
peggior sordo di chi non vuol sentire.
Atti già valutati
Anche
la richiesta di acquisire le informative dei Ros e le dichiarazioni del
confidente del Sid di Padova, Leonio Bozzato, cozza con le valutazioni
già effettuate durante il processo di Alessandria, dove nulla è emerso
in merito a notizie sul sequestro Moro. Bozzato, che operava all’interno
dell’assemblea autonoma di Porto Marghera, riuscì a infiltrarsi nella
colonna veneta solo nel biennio '75-'76. Dopo il marzo 1976 dovette
ritrarsi per i sospetti che gravavano contro la sua persona. In aula ha
confermato di non aver mai saputo nulla sul futuro sequestro Moro. La
stessa intercettazione ambientale nella quale Azzolini racconta al suo
ex compagno di colonna Savino, quanto Bonisoli gli riferì sulla dinamica
dell’azione di via Fani, non aggiunge nulla di nuovo. Semmai conferma i
tormenti successivi di Bonisoli per aver perso il controllo emotivo in
quel frangente, esplodendo un numero eccessivo di colpi contro Iozzino.
Tutte circostanze che smentiscono le tesi delle parti civili riprese
dalla relazione per l’antimafia, stilata da Salvini.
Il sequestro
Moro è da tempo un tema storiografico maturo che trova purtroppo ancora
ostacoli nelle pretese strumentali della politica e nella permanenza
delle ipoteche penali della magistratura.
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