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giovedì 28 febbraio 2019

“Tutti gli esseri umani sono imprenditori”(?)

di Sandro Moiso

Silvio Lorusso, ENTREPRECARIAT. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro. Prefazione di Geert Lovink. Postfazione di Raffaele Alberto Ventura. Progetto grafico e layout di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, Krisis Publishing, Brescia 2018, pp. 228, euro 18,00

Ancora una volta Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, con la loro Krisis Publishing, centrano l’obiettivo pubblicando un testo che è allo stesso tempo interessante, provocatorio, bello e graficamente elegante. Entreprecariat nasce dall’omonimo blog lanciato da Silvio Lorusso nel 2016. Da allora il termine imprendicariato e il suo corrispettivo inglese si sono man mano diffusi in Italia e all’estero tra giornalisti, teorici e artisti. Oggi si parla di imprendicariato a proposito del disagio dei Millennials, dello sfruttamento creativo del popolo degli Hackathon, del logorio prodotto da una socialità ormai convertita in investimento.

Come il precedente Atlante dei classici padani, edito anch’esso dalla Krisis Publishing (qui), aveva contribuito a destrutturare l’immaginario leghista delle eccellenze padane, così l’attuale testo contribuisce alla demolizione di un immaginario lavorativo-imprenditoriale in cui, ancora una volta, il capitalismo e le sue regole sembrano costituire l’unico orizzonte possibile per il futuro, oltre che per il presente, della specie umana.

Imprenditore o precario? Sono questi i termini di una dissonanza cognitiva che fa apparire tutto come una mastodontica startup. Silvio Lorusso ci guida alla scoperta dell’“imprendicariato”, un universo fatto di strumenti per la produttività, di poster motivazionali e di tecniche di auto-aiuto per risultare ottimisti. Un mix di ideologia imprenditoriale e precarietà diffusa che regola social media, mercati online per il lavoro autonomo e piattaforme di crowdfunding.

La figura dell’imprenditore precario, autentico ossimoro fattosi carne attraverso una spericolata e sfacciata operazione di restyling dell’ideologia capitalista basata sull’esaltazione del lavoro, è posta al centro di un’analisi acuta che, suddivisa in tre parti ben distinte (Core Values, Assets e Platforms), affronta nella prima la definizione di cosa è un imprenditore e cosa significa l’esser precario.

Nella seconda la trasformazione antropologica e culturale che nel corso degli ultimi decenni, e in particolare dopo la crisi del 2008, ha portato il lavoratore, specialmente quello che un tempo si sarebbe detto “intellettuale”, ad essere più che occupato in un lavoro regolare ad essere busy (indaffarato) per la maggior parte del suo tempo di vita.

E, infine, nella terza lo sviluppo di alcune piattaforme molto diffuse nell’uso dei social network (come LinkedIn e Fiverr), destinate a costituire, in forme diverse, un’autentica “piazza” mondiale su cui porre in vendita, a costi sempre più ridotti, servizi e competenze prodotti da una forza lavoro disgregata e costantemente posta in competizione con tutti gli altri membri della stessa categoria. Spesso riferibile a quella dei cosiddetti “creativi”, ma non solo.

Un’autentica corsa al ribasso e alla svalutazione di ogni competenza cognitiva e lavorativa travestita da concorrenza imprenditoriale che scarica sull’individuo solo, isolato e privo di “alleati”, il costo economico e psicologico di una crisi di valorizzazione del capitale che soltanto dall’intensificazione dello sfruttamento del lavoro svolto dagli esseri umani e dalla sua contemporanea svalutazione economica (sempre più lavoro da svolger in tempi sempre più ridotti per retribuzioni sempre più contenute) può trarre momentaneo sollievo.

Entreprecariat parla quindi di imprenditorialità, ma non è un manuale di auto-aiuto per «farcela». E anche se sullo sfondo rimangono le immagini degli imprenditori di successo, oggi divenute autentiche icone anche della cultura di massa attraverso la diffusione di produzioni cinematografiche e televisive che ne esaltano le “imprese” e l’individuale capacità di affrontare le difficoltà, non si tratta nemmeno della solita agiografia di “visionari” del business come Steve Jobs o self-made man come Flavio Briatore. Al contrario, il libro descrive la realtà che circonda i cosiddetti «imprenditori di se stessi»:, freelancer, disoccupati spinti o costretti a sviluppare una mentalità imprenditoriale per non soccombere alla precarietà crescente che coinvolge l’ambito professionale, quello economico nonché quello esistenziale.

Anche se la prima parte del testo sviscera completamente la problematica di cosa significa essere precari oggi, attraverso le analisi di autori e studiosi quali Guy Standing, Richard Sennett, Raffaele Alberto Ventura e Alex Foti, sono le due parti successive ad aprire, davanti agli occhi del lettore, un autentico oceano di manipolazioni del reale, delle coscienze e dell’idea di vita e di lavoro che lo costringono a riflettere su quali siano le autentiche e profonde trasformazioni in atto nella società a livello mondiale. Non solo sul piano economico ma anche, e forse soprattutto, antropologico.

Se infatti già il lavoratore salariato del tardo Ottocento e del Novecento era stato spinto a confondere l’esser salariato e sfruttato con una forma di orgoglio professionale che lo legava alla sue autentiche catene, rappresentando forse uno dei maggiori ostacoli ideologici all’affermazione della classe per sé in opposizione ai rapporti di produzione capitalistici1 , oggi lavoratori privi di qualsiasi certezza di continuità lavorativa sono spinti a vivere avvinghiati al lavoro anche quando questo, per periodi più o meno lunghi, non c’è oppure non è certo sufficiente per il loro sostentamento economico.

Costretti a lavorare in spazi e con strumenti che non sono forniti loro dal datore di lavoro, ma che devono procurarsi essi stessi nell’illusione di essere liberi.

Nomadi come spesso si sente dire. Ma questo nomadismo precario, caratterizzato spesso da uno zainetto in cui contenere tutti gli strumenti di lavoro trasportabili (PC, tablet, smartphone, cellulari di ultima o ultimissima generazione) spinge quegli stessi ad essere spesso i primi a sperare nel precariato altrui, sia per sfruttarlo come servizio a basso costo, sia come opportunità per una propria, e quasi sempre impossibile, affermazione individual-imprenditoriale. Ecco l’autentica magia, l’autentica fake fattasi verità incontestabile che si muove come un fantasma nella mentalità diffusa e devastante, soprattutto a causa dello stress psicologico che ne consegue, di milioni di giovani aspiranti a un lavoro sempre più proteiforme ed inafferrabile. Rovesciando la famosa affermazione di Warhol in cui si diceva che un giorno tutti sarebbero stati famosi per pochi minuti, oggi si potrebbe dire che tutti potranno essere prima o poi lavoratori creativi, oppure più drammaticamente semplicemente lavoratori, per poche ore.

Come è però possibile che tale drammatica realtà possa reggere su gambe così fragili come quelle costituite dal possibile successo imprenditoriale futuro in cambio di una vita di stenti e quasi priva di pause dall’ossessione lavorativa?

Uno strumento importante e determinante è stato forse quello della diffusione di una generale visione positiva della vita, in cui ogni negatività deve essere rimossa perché potrebbe essere sinonimo dell’insuccesso personale e in cui ogni delusione e sconfitta dell’individuo è vista sostanzialmente come attribuibile ad errori pregressi del soggetto stesso.

Ecco allora, anche se Lorusso non ne parla, che si comincia a comprender l’importanza della diffusione fin dagli anni ’80 del secolo scorso delle ideologie New Age*, di una visione positiva dell’esistente ispirata da fasulle meditazioni trascendentali tratte da filosofie asiatiche ricucinate in salsa occidentale, di canzoni con versi quali “penso positivo perché son vivo, perché son vivo”, oppure a collane editoriali come quella offerta in questo periodo dal Corriere della sera dedicate alla Mindfulness ovvero alla capacità di controllare e “sfruttare” appieno la propria mente.

Una gigantesca rimozione della teoria critica, e quindi negativa, dell’esistente e del capitalismo che oggi giunge a sfiorare i movimenti sedicenti antagonisti, oltre che aver impregnato le mentalità precarie, là dove si afferma che non si può sempre dire No, ma occorre saper essere propositivi. Dimenticando così che, ormai, qualsiasi proposta in positivo ma di segno contrario a quello dell’organizzazione sociale ed economica dominante non può che passare attraverso la negazione e/o la distruzione dell’esistente. Compresi i social di cui oggi si blatera tanto senza capire l’intrinseca funzione ultima di raccolta dati e profili individuali al fine dello sfruttamento commerciale e lavorativo degli utenti.

Come esempi imprenditoriali e filosofici estremi di tale fasulla positività , l’autore cita una frase di Ayn Rand, teorica dell’Oggettivismo molto apprezzata in ambito imprenditoriale ma spesso sbeffeggiata in ambito filosofico, che in età avanzata, a proposito della morte, dichiarò: “Io non morirò. Sarà il mondo a finire”.

E in seconda battuta, e forse ancora più significativa, la testimonianza di Jody Sherman, energico fondatore di una startup dedicata alla vendita di prodotti per l’infanzia, la cui ricetta per risollevare le sorti dell’economia era costituita dall’impedire ai media di dare notizie negative in modo da produrre un’iniezione di fiducia nei cittadini.
“« Devi in un certo senso alterare la tua realtà per far sì che alla fine diventi realtà», spiegava l’imprenditore. Certe volte però le cose si mettono davvero male e l’ottimismo diventa crudele, per usare il titolo di un fortunato libro di Lauren Berlant. Dopo qualche mese dall’intervista la startup di Jody è fallita a causa di un grosso buco finanziario. E quando il peso della realtà si è fatto schiacciante, questo imprenditore di mezza età si è tolto la vita.”2
Che si tratti di autentica fuffa ideologica, come tutto ciò che oggi circonda il mito delle startup oppure dei doers (coloro che fanno o che si danno da fare comunque), non vi è e non può esistere alcun dubbio, eppure tali visioni e dichiarazioni esercitano ancora sicuramente un peso determinante su tutti coloro che, più o meno fiduciosi e non sempre soltanto giovani come si potrebbe credere, si affidano a piattaforme come LinkedIn o Fiverr per individuare o reinventarsi, soprattutto tra i più anziani, un percorso lavorativo.

Percorso e attività lavorative che attraverso queste piattaforme le cui modalità d’uso sottintendono, come sostiene Lorusso, una specifica visione del mondo di cui le interfacce vanno a comporre la superficie. Una delle quali interfacce è proprio quella del diluire anche le specificità del lavoro creativo in lavoro in generale.

Così mentre il lavoro di qualsiasi tipo si trasforma realmente nel marxiano lavoro astratto, perdendo definitivamente qualsiasi caratteristica e competenza specifica per affidarsi unicamente al basso costo oppure alla cifra più bassa per la quale si è disposti a fare o prestare qualsiasi servizio (ad esempio i 5 dollari minimi, di cui uno alla piattaforma, su cui si basava inizialmente la proposta della israeliana Fiverr), l’illusione che l’imprenditorialità sia il modo di esistere della specie, come ha affermato Muhammad Yunus, fin dalle sue origini trionfa, nascondendo il fatto che nella generale diffusione del lavoro astratto si afferma la possibilità, per il capitale e suoi funzionari e/o detentori, la possibilità infinita di trarre profitto da qualsiasi tipo di skill, abilità, sia essa innata o acquisita, fisica o mentale.**

Moltissimi sarebbero ancora i temi e le riflessioni da sottolineare e segnalare in un dei libri più interessanti e utili usciti negli ultimi anni, soprattutto qui in Italia, sui temi del lavoro, del precariato, dell’imprenditorialità, senza mai dimenticare però come un Marx già avanti negli anni, nel 1875, affermasse che:
“Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è tanto la fonte dei valori d’uso quanto il lavoro, che è esso stesso solo l’espressione di una forza naturale, della forza-lavoro umana.[…] Il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezza, solo nella misura in cui l’uomo si comporta fin dal principio come proprietario nei confronti della natura, la fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa di sua proprietà. I borghesi hanno i loro buoni motivi per affibbiare al lavoro una forza creativa soprannaturale, perché […] ne consegue che l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della propria forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli altri uomini che si sono resi proprietari delle condizioni oggettive di lavoro. Egli può lavorare solo con il loro permesso e solo con il loro permesso può quindi vivere […] Questa è la legge di tutta la storia che si è avuta fino ad ora, Quindi, invece di offrire delle frasi fatte generiche su “il lavoro” e “la società”, si doveva dimostrare concretamente come si sono finalmente costituite, nell’attuale società capitalistica, le condizioni materiali ecc. che rendono capaci e costringono i lavoratori a spezzare quella maledizione storica.”3
N.B.
Tutte le immagini che accompagnano la presente recensione sono tratte dal libro di Silvio Lorusso edito da Krisis.

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* Maledetti fricchettoni...

** Come in Matrix, forse ancora più inquietante.

Il Venezuela visto da dentro “i barrios”


Caracas. Se vuoi conoscere lo spirito più profondo del processo bolivariano, devi andare dritto al suo cuore. E il suo cuore sta nei quartieri popolari, quelli che in cui il popolo, quello brutto, sporco e cattivo, quello occultato e vilipeso, vive e si organizza.

“Barrio 23 de enero”, Caracas, un quartiere in cui alle costruzioni volute dal dittatore Marcos Perez Jimenez si alternano le auto-costruzioni che nei decenni la gente ha via via messo su. Blocchi di cemento enormi, case popolari, si alternano ad uno scenario di piccole abitazioni costruite con i materiali che si avevano sottomano. Un quartiere il cui nome la dice già lunga sullo spirito rivoluzionario di chi lo abita: 23 de enero ricorda la data, il 23 gennaio 1958, in cui fu abbattuta la dittatura di Perez Jimenez. Cominciava allora, ben 61 anni fa, la cosiddetta “Quarta Repubblica”, una spartizione di potere tra liberali e conservatori, tramite il patto di Punto Fijo. L’oligarchia venezuelana, con l’inganno dell’alternanza elettorale, avrebbe così governato fino al 1999, anno dell’insediamento di Chàvez.

È nel 23 de enero che si possono conoscere le esperienze più avanzate di organizzazione popolare. Decine di associazioni, gruppi, collettivi, che provano a coprire ogni esigenza della popolazione del quartiere: dal cibo alla salute, dalla cultura allo sport. Qui l’arrivo del chavismo non ha significato l’inizio di tutto, ma l’inizio di una nuova storia. Quella in cui i brutti, sporchi e cattivi cominciano ad esistere.

Anche per lo Stato, per la “Quinta Republica”. Che, orrore degli orrori, li prende addirittura a riferimento. Dalle esperienze di autorganizzazione popolare, infatti, vengono fuori alcune delle più importanti leggi di uno Stato che ha avviato un processo di transizione dal capitalismo al socialismo. E qui questa parola non è più taciuta, non te ne devi vergognare. La si pronuncia con l’orgoglio di chi sa di essere un attore fondamentale, per quanto piccolo, della lotta per raggiungere quest’orizzonte. In che rapporto sta una “comuna” come la “Comuna Simòn Bolivar” con lo Stato? In un rapporto dialettico, in cui né si aspetta che tutto cali dall’alto, né si vive come se lo Stato non esistesse; in cui le leggi dello Stato traggono linfa dalla vita reale e quotidiana, non sono costruzioni perfette ma astratte, ma cercano di fare un passettino in avanti, di dare gli elementi normativi affinché il meglio del Venezuela possa arrivare anche nelle altre città e negli altri “barrios” del paese.

Parliamo di vita quotidiana, di organizzare una risposta ai bisogni concreti. Come il cibo. Così nella Comuna Simòn Bolivar hanno messo su una panetteria autogestita, che ogni giorno sforna pane per le circa 30.000 persone che ne fanno parte. Come la salute, con la costruzione di un piccolo centro che permette di dare soddisfazione ai bisogni di base. È qui che incontro Mariela e, cominciando a parlare, scopro che è della Isla de la Juventud. Non Venezuela, ma Cuba. E non puoi non renderti conto che mentre Trump e Duque, il presidente colombiano, organizzano la farsa degli “aiuti umanitari”, un cavallo di Troia per giustificare un’aggressione militare, c’è chi da anni è davvero accanto al popolo venezuelano. Cuba è stato un alleato chiave per avviare progetti come Misiòn Milagro, che ha permesso a milioni di venezuelani di recuperare letteralmente e metaforicamente la vista.

Nella Comuna Simòn Bolivar ci sono tanti progetti e tanti aspetti che meriterebbero di esser raccontati, di esser spiegati. Non perché siano perfetti, i problemi esistono anche qui. Ma perché danno un’idea di quello che il popolo organizzato, alla base e in governo, può ottenere. Che non è comprensibile solo alla luce della materialità della vita quotidiana, ma anche dei livelli di crescita culturale, di avanzamento della coscienza. Francisca lo spiega in poche parole: “ora sappiamo chi siamo. Il chavismo ci ha restituito l’orgoglio della nostra identità, della nostra storia, prima ancora che un progetto di futuro. Non eravamo una massa informe, oggi sì che siamo ‘popolo’ ”.

Qui il video

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Israele - Netanyahu incriminato per corruzione

di Michele Giorgio

Le prossime saranno ore decisive per l’esito delle elezioni israeliane del 9 aprile e per il destino politico di Benyamin Netanyahu, da dieci anni al potere. Se le anticipazioni di Galei Tzahal, la radio militare, saranno confermate, oggi il procuratore generale, Avichai Mandelbit, raccomanderà l’incriminazione del primo ministro per corruzione come chiede la polizia. Sono soltanto due gli esiti possibili per Netanyahu della decisione di Mandelbit: crollo del consenso con riflessi inevitabili nella corsa per la formazione del nuovo governo israeliano oppure il premier di destra, facendo ricorso alla sua abilità politica, riuscirà a capovolgere la situazione e a presentarsi come la vittima di un complotto dei suoi avversari per rimuoverlo dal potere con l’aiuto della magistratura. Chiamato in causa, Mandelbit ha già spiegato che, pur comprendendo il momento delicato, non avrebbe senso rimandare la decisione a dopo il voto del 9 aprile, come chiede Netanyahu.

Qualsiasi sarà la contromossa all’eventuale incriminazione, il primo ministro israeliano non uscirà indenne dalla vicenda. Polizia e Mandelbit sembrano avere nelle mani prove sufficienti per mandarlo sul banco degli imputati. Pesa in particolare il cosiddetto “caso 4000″ in cui il primo ministro avrebbe favorito Shaul Elovitch, l’azionista di maggioranza di Bezeq, la più grande società di telecomunicazioni di Israele, in cambio di una copertura mediatica favorevole sul portale d’informazione “Walla”. Non solo. Il procuratore generale dovrebbe raccomandare l’incriminazione anche per il “caso 1000″, in cui Netanyahu è sospettato di aver ricevuto “regali” per un valore di circa 280 mila dollari da amici miliardari, in cambio di favori. E non è escluso che Mandelbit chieda l’incriminazione anche nel “caso 2000″ relativo a un presunto accordo raggiunto dal primo ministro con il proprietario del quotidiano “Yedioth Ahronoth”, Arnon Mozes, anche in questo caso per ottenere una copertura mediatica favorevole.

È perciò grande l’attesa che regna nel quartier generale di “Blu e Bianco”, la lista elettorale dei leader centristi Benny Gantz e Yair Lapid. Il vantaggio che questa formazione ha nei sondaggi sul Likud, il partito di Netanyahu, potrebbe allargarsi ulteriormente dopo l’annuncio di Mandelbit.

La notizia riferita da Galei Tzahal è giunta mentre Netanyahu stava incontrando il presidente russo Putin per la prima volta dall’incidente dello scorso settembre, quando la contraerea siriana colpì per errore un aereo da trasporto russo. Mosca considera responsabile dell’accaduto l’aviazione israeliana che avrebbe usato l’aereo russo come schermo durante un attacco contro Damasco. Ieri Netanyahu, rivolgendosi a Putin, ha detto di essere determinato a continuare a colpire le (presunte) postazioni iraniane in Siria. «La principale minaccia alla stabilità e la sicurezza nella regione proviene dall’Iran e i suoi accoliti, siamo determinati a continuare le nostre operazioni d’attacco contro l’Iran e i suoi tentativi di stabilirsi in Siria”, ha ribadito.

AGGIORNAMENTO

Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha deciso di incriminare il premier Benyamin Netanyahu per sospetta corruzione e frode in inchieste che lo coinvolgono. Lo dicono i media aggiungendo che al premier sarà data la facoltà di difendersi in un’audizione prima della decisione definitiva.

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La Ue opera come la mafia… e tutti zitti!

Il ministro dell’economia Tria, uomo di fiducia di Mattarella nel governo gialloverde, ha denunciato un ricatto del ministro delle finanze, ora presidente del parlamento, della Germania, Schauble.

Nel 2013 il ministro dell’economia del governo Letta, Saccomanni, avrebbe deciso il catastrofico “bail in” – scaricare anche su correntisti e risparmiatori i fallimenti bancari – in seguito al ricatto di quel ministro tedesco sul sistema bancario italiano. Schauble avrebbe minacciato di diffondere la notizia che il sistema bancario italiano non fosse solvibile e di agire di conseguenza in sede UE.

Non era una minaccia vana. La UE sotto il comando di Schauble stava devastando il sistema bancario e produttivo di Cipro e della Grecia, con gli esiti sociali catastrofici che conosciamo.

Come oggi sappiamo le banche tedesche hanno poi lucrato quasi 2 miliardi di profitti dagli “aiuti” alla Grecia, a proposito questa parola, aiuti, non vi fa venire in mente la stessa generosità che UE ed USA stanno usando verso il Venezuela?

Dunque la minaccia era vera e credibile, la Grecia era usata come cavia ed esempio terroristico verso tutti i paesi che non volessero accettare i diktat di Schauble, travestiti da Unione Europea. Quindi il governo italiano, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia, decise di cedere e approvò il bail in, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Il ministro Tria ha detto la semplice verità e poi naturalmente l’ha subito smentita. La stampa ha messo a tacere la notizia, trattando il ministro come una sorta di “arbitro Alessi” in crisi da VAR. E gran parte del palazzo politico, sia gli europeisti sia i “sovranisti”, non ha neppure dedicato un commento ad una denuncia così grave. Che richiederebbe invece, in un paese libero e democratico, l’accertamento della verità con un dibattito pubblico forte e centrale.

Invece Tria si è comportato come un commerciante che denuncia il pizzo e poi, messo alle strette, afferma di aver esagerato. E stampa e grandi partiti hanno subito voltato lo sguardo altrove.

Se ci fosse bisogno di prove che Tria ha detto la verità, esse stanno proprio nei comportamenti omertosi del palazzo nei confronti delle sue affermazioni. Mettere tutto a tacere, non possiamo mica permetterci uno scontro col potere politico finanziario tedesco proprio ora che siamo in crisi, questa è l’unità nazionale della paura.

La UE opera come la mafia, e il potere finanziario della Germania e dei suoi partner ne è la cupola. Poi c’è l’europeismo per gonzi che serve a coprire la realtà. Quella di un sistema dove gli interessi della finanza tedesca sono la sola regola da rispettare scrupolosamente e nel silenzio, negandone la stessa esistenza.

Non è vero che la UE faccia solo gli interessi di Schauble e compagnia, la mafia non esiste.

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Gran Bretagna - Il Governo May vuole dichiarare Hezbollah organizzazione terrorista

di Marco Santopadre

Potrebbe presto allungarsi l’elenco delle organizzazioni mediorientali considerate fuorilegge e perseguite dalla Gran Bretagna. Nei giorni scorsi il governo di Londra ha infatti annunciato la presentazione in Parlamento di un provvedimento mirante a bandire totalmente Hezbollah, l’organizzazione sciita libanese che a partire dalla sua fondazione nel 1982 ha rappresentato prima una vera e propria spina nel fianco nei confronti di Israele e poi, più recentemente, ha dato un grosso contributo anche alla sconfitta delle milizie jihadiste sunnite in Siria. 

La mozione depositata dal traballante governo May dovrebbe essere esaminata e approvata dall’aula già domani e prevede l’iscrizione del “Partito di Dio” nelle liste delle organizzazioni ritenute di natura terroristica. Hezbollah è già nelle liste nere degli Stati Uniti e della maggior parte dei paesi membri dell’Unione Europea, e comunque anche in Gran Bretagna l’ala militare della formazione e alcune sue altre ramificazioni sono state bandite tra il 2001 e il 2008.

Ma siccome, afferma Downing Street, sarebbe ormai impossibile distinguere tra l’ala militare e quella politica del movimento di resistenza sciita – da tempo molto popolare in tutto il Medio Oriente anche tra le popolazioni di confessione cristiana e in certi casi  sunnita – stavolta Londra calca la mano. Se il provvedimento sarà approvato dalla maggioranza parlamentare, infatti, chiunque venga riconosciuto come membro di Hezbollah sul suolo britannico, o ne promuova le attività, rischia una condanna fino a dieci anni di reclusione.

A giustificare il draconiano passo di Londra, ha spiegato il ministro dell’interno britannico Sajid Javid, il fatto che l’organizzazione sarebbe responsabile di “continui tentativi di destabilizzare la fragile situazione in Medio Oriente (...) minacciando anche la sicurezza del Regno Unito”.

Al contrario sono molti a pensare che da anni Hezbollah e le proprie agguerrite milizie stiano svolgendo una funzione di stabilizzazione geo-politica: il “Partito di Dio” è il fulcro del governo di unità nazionale in Libano, ha ostacolato le strategie israeliane nella regione e ha rintuzzato le pesanti infiltrazioni jihadiste in Siria.

Ed infatti, argomentando la propria decisione, il governo britannico ha affermato che il movimento guidato da Hassan Nasrallah ha continuato a comprare armi in violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre il suo sostegno al presidente siriano Bashar al-Assad ha prolungato “il conflitto e la brutale e violenta repressione del popolo siriano da parte del regime”.

Anche se il provvedimento punitivo di Londra comprende, oltre a Hezbollah, anche Ansar ul Islam e Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin – entrambi gruppi salafiti operanti nella regione del Sahel in Africa e collegati a Daesh – appare evidente che la decisione sia diretta conseguenza del pressing della Casa Bianca, manifestatosi esplicitamente attraverso la Conferenza di Varsavia tenutasi a metà febbraio, nel corso della quale l’amministrazione Trump ha esplicitamente chiesto ai partecipanti di rafforzare l’assedio nei confronti dell’Iran e dei suoi alleati.

La reazione statunitense non si è fatta attendere, con il Segretario di Stato Mike Pompeo che si è congratulato con Londra: “questo gruppo terroristico sponsorizzato dall’Iran ha le mani macchiate di sangue americano. Continua a preparare e compiere attacchi terroristici in Medio Oriente, in Europea e in tutto il mondo”, ha scritto.

Ovviamente anche l’esecutivo israeliano si è complimentato col governo di Londra per l’atteso passo. “Grazie al Regno Unito e al mio amico Sajid Javid per aver deciso di designare tutti gli Hezbollah come gruppo terroristico”, ha commentato su Twitter il ministro della sicurezza di Israele, Gilad Erdan, il quale ha chiesto una misura analoga alla responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini.

Incredibilmente, pur dichiarando che uno dei principali partiti della scena politica libanese sia una formazione terroristica, l’esecutivo londinese, per bocca del Segretario agli Esteri Jeremy Hunt, ha affermato di non voler mettere a rischio le “positive relazioni bilaterali” con il governo di Beirut, di cui Hezbollah fa parte.

Dalla capitale libanese il Ministro degli Esteri, Gebran Bassil, ha laconicamente commentato la decisione britannica affermando che “non avrà un impatto diretto negativo sul Libano, siamo già abituati a una situazione simile con altri paesi”. Più dura la risposta dei deputati di Hezbollah, secondo i quali la misura costituisce una indebita intromissione negli affari interni e nella sovranità del paese.

Il voto favorevole dei parlamentari conservatori appare scontato, mentre gli occhi sono puntati sul comportamento di quelli laburisti. La direzione di Jeremy Corbyn ha assunto negli ultimi anni alcune posizioni ostili alla strategia di Israele e degli Stati Uniti in Medio Oriente, e il partito ha  definito la mossa del governo britannico basata su prove insufficienti, rischiosa e controproducente, in quanto “la totale proibizione (di Hezbollah, ndr) potrebbe minare il dialogo e la pace in Medio Oriente”. Ma negli ultimi giorni il provvedimento di Downing Street è stato lodato sia dall’associazione “Labour Friends of Israel” sia dal sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan, oltre che da vari deputati laburisti ostili a Corbyn.

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Lo scontro indo-pakistano sullo sfondo del fallito vertice Kim-Trump

Si parla di nucleare, in questo periodo; soprattutto di armi nucleari. Se ne parla un po’ meno nello scacchiere occidentale – chissà perché, come se qui non esistesse un pericolo nucleare, con le centinaia di ordigni stipati e schierati in Europa – e si concentra l’attenzione sui sistemi missilistici che, di per sé sono vettori soprattutto di testate atomiche.

Se ne parla principalmente, in questi giorni, nell’emisfero orientale. Mentre Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a riunirsi oggi ad Hanoi, concludendo con un nulla di fatto il summit iniziato ieri e otto mesi dopo il primo incontro a Singapore, rimane incerta la situazione sul fronte indo-pakistano: due paesi che l’arma nucleare ce l’hanno e che, tra l’altro, non aderiscono (ma conta poi veramente qualcosa? come insegnano la storia e gli USA, i trattati si possono ignorare, o anche rescindere) all’accordo sulla non proliferazione nucleare.

Nella prima mattinata di oggi, la coreana KCNA riportava che Kim e Trump si sono ieri scambiati “opinioni sincere e profonde”, che possono rendere “completi ed epocali i risultati” del vertice di Hanoi. Strette di mano ieri, riporta la cinese Xinhua, anche tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e Kim Yong Chol, vicepresidente del CC del Partito dei lavoratori della RPDC.

Intanto, sei o settemila chilometri più a ovest, nonostante, dopo la vampata di questi ultimi due giorni, ancora una volta sullo scenario del Kashmir, si bisbiglino dichiarazioni “accomodanti” tra India e Pakistan – il primo ministro pakistano Imran Khan ha invitato ieri l’India al dialogo: “i nostri paesi non possono permettersi errori di calcolo a causa delle armi che possediamo: il Pakistan è pronto per il dialogo contro il terrorismo” – Delhi muove verso la frontiera i T-72M1 e il Pakistan risponde con “Al-Khalid” (il carro di fabbricazione sino-pakistana) e T-80UD (di produzione ucraina, forniti a Islamabad ancora a inizi 2000), mentre topwar.ru sottolineava nelle prime ore di stamani come il conflitto tra i due stati nucleari sia lontano dalla soluzione.

Dopo la battaglia aerea di ieri tra MiG-21 indiani e F-16 pakistani, lungo la cosiddetta Linea di Controllo, oggi si passerebbe già allo scontro terrestre, nel conflitto ormai settantennale che, sulla questione del Kashmir (base di raggruppamenti islamisti, che periodicamente compiono puntate terroristiche in India), vede fronteggiarsi i due stati sorti dalle spoglie dell’India britannica e che contano la seconda (India) e la sesta (Pakistan) popolazione mondiale.

Un conflitto che si inasprisce sullo sfondo della contrapposizione USA-Russia-Cina, soprattutto per Siria, Venezuela, Ucraina. Così che, da una parte, Pechino – anche per lo scontro iniziato sessant’anni fa con l’URSS, tradizionale alleata dell’India – è da lungo tempo schierata con il Pakistan; Mosca, negli ultimi tempi, cerca di sviluppare buone relazioni con entrambi; Washington, storico alleato di Islamabad, tenta oggi un approccio migliore anche con Delhi.

E’ in questa situazione che stamani Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a incontrarsi, dapprima faccia a faccia, a porte chiuse, e poi con le delegazioni coreano-americane al completo: sul tappeto, come nel giugno scorso a Singapore, la questione della denuclearizzazione della penisola coreana. Di fronte alle telecamere, riporta la Xinhua, Kim si è detto convinto di poter ottenere un “risultato che potrà essere salutato da tutti”. Ci sono state una certa sfiducia e incomprensione tra noi, ha detto Kim, ma abbiamo superato gli ostacoli. Trump ha ricordato “il successo” del primo incontro, i “molti progressi” nei rapporti con Kim, ma, soprattutto, non ha mancato di sottolineare che Pyongyang ha un grandissimo potenziale economico, incredibile e illimitato.

Al momento, difficile trovare un giudizio univoco sugli esiti del vertice. I primissimi commenti della Tass erano orientati stamani a un cauto ottimismo: “Vi assicuro” ha detto Kim prima della seconda giornata del summit, “che farò tutto quanto dipende da me per ottenere buoni risultati, quantomeno, oggi”. Ci sono “persone che salutano questo incontro” ha continuato Kim, “e altri che sono scettici. Tutti hanno dei dubbi, ma, per quanto riguarda me personalmente, sento che otterremo buoni risultati”. Secondo le fonti (non citate) riprese dalla Tass, il summit avrebbe dovuto concludersi con una “Dichiarazione di Hanoi”, in cui sarebbero stati concordati almeno tre punti: definizione del concetto di “denuclearizzazione”; passi successivi di entrambe le parti; obiettivi e questioni da discutere nel prossimo futuro.

Già più tardi la stessa Tass riferiva del mancato accordo, data l’indisponibilità USA a eliminare le sanzioni contro la RPDC, in cambio del congelamento del sito atomico di Nyongbyon, un centinaio di km a nord di Pyongyang. Netto e quasi senza appello il primo commento di colonelcassad, secondo cui gli USA “riferiscono che non è stato raggiunto alcun accordo”. Era ingenuo, commenta colonelcassad, aspettarsi dal summit progressi sostanziali sulla questione delle armi nucleari della Corea del Nord, senza significative concessioni americane a Pyongyang: soprattutto, quelle che vorrebbe la Cina. Washington era disposta solo a un accordo per ridurre le richieste di monitoraggio sul programma nucleare nordcoreano; per la RDPC, tali “concessioni” sono di natura insignificante, dato che Kim chiede un effettivo impegno yankee a ridurre la presenza militare ed eliminare i sistemi antimissilistici in Corea del Sud.

Così che, a quanto pare, il summit si è concluso prima della fine del programma ufficiale, senza la firma di una dichiarazione. Non si è giunti ad accordi significativi sulle armi nucleari e Washington non era disposta a firmare una dichiarazione che non contenesse almeno l’apparenza di una vittoria diplomatica internazionale.

Tra i punti appena “auspicati”: l’apertura di ambasciate a Washington e Pyongyang e il proseguimento di ulteriori contatti. In conclusione: scarsissimi risultati. In fondo, nota colonelcassad, la RPDC non è poi così dipendente dagli esiti del vertice: finché continuano i negoziati, “il mondo impara ad accettare la realtà di una Corea del Nord dotata di testate nucleari e missili strategici. E, dopotutto, se anche il processo negoziale fallisse (cosa molto probabile), a Pyongyang possono sempre dire: abbiamo provato, ma a causa degli USA non si è trovato l’accordo e non ci sono dunque motivi perché noi ci sbarazziamo delle armi nucleari. Mosca e Pechino incolperanno gli USA per l’insuccesso e il giovane Kim rimarrà membro del club nucleare”.

L’escalation indo-pakistana assume aspetti più preoccupanti, sullo sfondo del fallimento di Hanoi.

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Crisi Usa. 7 milioni non pagano le rate della macchina

Come si misura una condizione di crisi economica e sociale? Gli indicatori statistici “neutri” sono pressoché infiniti, e hanno il grave difetto di nascondere sofferenze e sangue dietro lunghe sequenze econometriche alla fin fine leggibili solo dagli specialisti.

Per avere il polso della situazione, perciò, preferiamo partire da un dato – statistico anch’esso, non “a naso” – che può restituire anche visivamente la situazione reale.

Il Washington Post, un paio di giorni fa, segnala un “piccolo problema”. Le ultime statistiche della Federal Reserve (la banca centrale Usa) registrano che 7 milioni di cittadini statunitensi hanno smesso di pagare le rate dell’automobile. Non lo fanno per “furbizia” (le regole Usa sono alquanto più severe delle nostre), ma perché proprio non hanno i soldi.

Sette milioni sono tanti, specie se li si moltiplica per la cifra che ognuno di loro dovrebbe pagare (da qualche decina di dollari al mese a 2-300). Anche ad occhio si nota che, per quanto grande sia la necessità di possedere un’auto negli Stati Uniti, così tanta gente non riesce più ad accantonare mensilmente una cifra piuttosto modesta, pur avendo un lavoro retribuito (altrimenti non avrebbero avuto accesso al finanziamento).

Ma la seconda – che preoccupa di più il giornale statunitense – è che un ritardo di tre mesi nel pagamento delle rate potrebbe causare un crack finanziario per alcuni istituti di credito.

L’articolo cita esplicitamente l’analogia tra questa situazione e quella che portò all’esplosione della bolla dei mutui subprime. Anche in quel caso (agosto 2007) un gran numero di persone che si era comprata casa smise quasi all’improvviso di pagare il mutuo. Per la legge americana, basta che il mutuatario consegni le chiavi alla banca creditrice e perde tutto quel che ha versato fin lì.

Ma anche per le banche specializzate in quel settore cominciano i problemi, perché si ritrovano con una valanga di case da rivendere in un mercato che “non tira”. Quindi prezzi immobiliari in discesa, perdite gigantesche, fallimenti, ecc.

In quel caso i “prestatori” avevano davvero esagerato. I mutui “subprime” infatti erano mutui di bassa entità e qualità, tanto da venir concessi – in un momento di irrazionale euforia finanziaria – anche a persone “senza reddito, senza lavoro, senza patrimonio” (venivano chiamati infatti ninja, ossia not income, not job, not asset).
Quel piccolo ago (dimensionalmente le cifre complessive dei subprime erano una frazione quasi marginale del capitale finanziario), grazie al meccanismo dei “prodotti derivati” che impastavano debiti di diversa origine con “garanzie” anche incerte, bucò la bolla finanziaria con un effetto a cascata che divenne esplosivo con il fallimento della banca Lehmann Brothers (ottobre 2008). Di lì il big bang che ha oggettivamente posto fine all’era della “globalizzazione”.

Sembrava storia chiusa.

Che i lavoratori americani vadano in crisi per una spesa assai minore del mutuo sulla casa, indica una condizione salariale molto deficitaria. Ma che alcune banche rischino il dissesto per questa ragione segnala uno stato critico della finanza Usa, soprattutto di quella locale.

Per le banche, stesso problema dei subprime. Si ritrovano con un parco auto usato di grandissime dimensioni, svalutato e sostanzialmente invendibile, se non a prezzi di realizzo. Ed è immediato, come si vede nella foto in apertura, il riflesso nel mercato: qui non si fa credito a nessuno. Ma solo con le vendite in contanti, lo sanno tutti, non si va lontano.

Guardandola dal punto di vista sociale, un americano senza auto è come quel suo antenato senza cavallo nel West: immobilizzato e destinato a perire. Basta guardare questa foto di una classica zona residenziale periurbana per rendersene conto: trasporto pubblico zero, distanze lunghissime, uguale impossibilità di andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, restare un membro attivo della società.


Tanto più che quei 7 milioni di appiedati sono già ora un milione in più rispetto a quelli del 2009, nel momento più acuto della crisi finanziaria. Non proprio benaugurante, diciamo...

E allora per capirci qualcosa di più siamo andati a guardare le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, direttamente sul Bureau of Labour statistics. Come potete leggere, la forza lavoro civile non institutional (non residente in caserme, ospizi, prigioni, ecc) a gennaio 2019 ammontava a 258 milioni e spiccioli. Di questi, solo 163 milioni circa hanno un lavoro.

Strano, il tasso di disoccupazione ufficiale – a gennaio 2019 – è appena al 4%... Com’è possibile?

La spiegazione sta nelle righe sottostanti. Quelli che non hanno un lavoro sono oltre 95 milioni; quelli che lo vanno cercando appena più di 5 milioni. In totale 100 milioni di senza lavoro, oltre un terzo delle risorse esistenti; ma il tasso di disoccupazione tiene conto solo di quelli che “lo cercano”. Trucchetti statistici per imbellettare un quadro da tragedia.

Perché quei 100 milioni di cittadini della superpotenza, in qualche modo, devono pur procacciarsi da vivere. E anche quegli oltre due milioni di detenuti in carcere “spiegano” qualcosa...

Agli opinion maker de noantri che ogni giorno ci invitano a “fare come in America” forse è il caso di cominciare a rispondere: MANCO MORTI!

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Il debito come linea di conflitto tra capitale e diritti

Carl von Clausewitz, generale prussiano vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, definiva la guerra come null’altro che “la continuazione della politica con altri mezzi”. Lo stesso Clausewitz, nel suo famoso trattato “Vom Kriege”, pubblicato nel 1832, cosi’ affermava con teutonico cinismo: “è dal grembo della politica che la guerra trae origine; è nella politica che i caratteri principali della guerra sono già contenuti allo stadio rudimentale, come le proprietà degli esseri viventi lo sono nei rispettivi embrioni”.

Ad una prima lettura, questa breve premessa potrebbe sembrare fuori luogo. Ma se si tenta di districare il fondamentale nodo dialettico dell’era “post-ideologica”, si rischia ancora di scoprire una realtà dominata da un conflitto tutto politico, combattuto all’oggi sul crinale delle relazioni tra capitale e lavoro. Gli effetti di questa cruciale contrapposizione, ormai evidenti, hanno a che fare con lo sgretolamento delle pratiche democratiche nel loro senso più profondo e con l’inarrestabile impoverimento di massa che sta sperimentando l’intera popolazione mondiale. Le cause, ahi noi, sono invece ancora lontane dall’essere comprese.

Nel tentativo di portarne alla luce almeno alcune, è utile partire dalle parole del presidente della Bce, Mario Draghi, pronunciate solo qualche giorno fa in un discorso alla Commissione Affari Economici del Parlamento Europeo: “un Paese perde sovranità quando il debito è troppo alto” perché a quel punto “sono i mercati che decidono”. In quest’affermazione, che ha comunque il pregio della chiarezza, la forza disciplinante delle sferzate neoliberiste restringe il perimetro della democrazia alle sole scelte compatibili con una tranquilla accumulazione di capitale, mentre il debito pubblico diviene il cappio al collo dell’interesse collettivo: questa dunque la metanarrazione a guardia dello stato di cose presente.

Ma le cose stanno realmente così? E se si, in che termini? Per provare a capirne di più, occorre di nuovo muoversi tra le increspature della storia.

Era l’11 settembre del 1973 quando un colpo di Stato in Cile dava vita al primo esperimento “sul campo” delle ricette economiche liberiste, elaborate qualche anno prima soprattutto presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Chicago. Di li a poco, i due colossi del conservatorismo liberale, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, avrebbero tributato il trionfo in tutto l’occidente dell’idea di un necessario ritorno a mercati privi di regolamentazione, governati dalle sole forze della domanda e dell’offerta e liberati dalle storture autoritarie dell’intervento statale.

Sull’altare dello Stato Minimo, pezzo per pezzo veniva smontato il complesso di politiche pubbliche messe in atto nei decenni precedenti a garanzia del benessere sociale; venivano indebolite le organizzazioni sindacali; veniva proposto (e spesso realizzato) l’annullamento delle regolamentazioni poste a limite dell’indiscriminata ricerca di profitto; veniva chiesta (e praticata) la privatizzazione dei servizi pubblici.

Portato avanti in nome della libertà individuale e di una maggiore efficienza economica, l’effetto del processo appena descritto fu peraltro l’esatto opposto: l’aumento delle disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e la precarizzazione della vita di milioni di persone contribuirono infatti a corrodere lentamente tanto le possibilità di mobilità sociale quanto i saggi di rendimento del capitale privato. Occorreva quindi forzare una via d’uscita attraverso ulteriori accelerazioni liberiste, questa volta attuate sul terreno dei mercati finanziario e monetario.

In questo senso, se la letteratura economica tornava a guardare alla stabilità dei prezzi come a un valore supremo (indicando come imprescindibile presupposto l’indipendenza delle banche centrali), le istituzioni finanziarie subivano a loro volta profonde modifiche nel quadro normativo di riferimento, modifiche tutte dirette alla piena liberalizzazione dei movimenti di capitale.

Le carenze di domanda create dalla riduzione dei salari sarebbero state parzialmente mitigate dal proliferare dei rapporti di debito/credito, ciò avrebbe consentito un sostanziale sganciamento della dinamica dei consumi da quella dei redditi da lavoro. Per contro, nel circuito degli scambi economici e dell’accumulazione di capitale, al sentiero “Denaro-Merce-Denaro” si sarebbe sovrapposto sempre di più quello apparentemente più breve e profittevole nel quale il capitale diviene quantità maggiore di sé senza alcuna creazione di “merce reale”.

Tuttavia, come se si leggesse un libro in cui ogni capitolo racconta sempre la stessa storia, ancora una volta le vittorie liberiste non si sarebbero tradotte che in precarietà individuale e crescente disparità nella distribuzione dei redditi, fenomeni cui ora si sarebbe aggiunto il susseguirsi di crisi finanziarie sempre più frequenti, imprevedibili, violente.

E’, questa, la globalizzazione dei mercati, accompagnata a braccio dalla finanziarizzazione dell’esistente, costruita nel solco della “fine della Storia” e sullo sfondo di una narrazione tutta politica, ove il debito appare solo come minaccia per disciplinare le pulsioni democratiche (debito pubblico) o come forza di “creazione distruttrice” in grado di modificare la distribuzione dei redditi a favore dei più ricchi (debito privato).

Ribaltare i rapporti di forza a partire dal sovvertimento del punto di vista dominante diviene allora conditio sine qua non del nostro stare nella storia. Abbiamo l’urgenza di riaffermare l’universalità dei diritti sociali (e la spesa in deficit ne può essere strumento utile e sostenibile), di raccontarne lo smantellamento non come fattore di modernità ma come cedimento a tentazioni autoritarie. Ancora. Abbiamo il dovere di rigettare con forza l’ormai quasi inarrestabile finanziarizzazione dell’economia, strumento in mano al capitale per mettere a profitto ogni aspetto dell’esistente. E’ da qui che vorremmo partire, dalla costruzione di una nuova visone del mondo, volta all’abbandono completo dei dogmi del liberismo.

Naturalmente, queste poche righe non sono che un primo passo, un piccolo quanto necessario contributo per resistere all’ideologia della perfezione dei mercati e a tutti i suoi eclettici epigoni che ne fanno da megafono.

Febbraio 2019, Potere al Popolo – Civitavecchia

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Nell’apprezzare questo intervento, la Redazione di Contropiano contribuisce con un’altra citazione che ci sembra pregnante:
Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.

Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.

(Il Capitale, libro I, Sezione VII, Il processo di accumulazione del capitale, Capitolo 24, La cosiddetta accumulazione originaria)
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Lampi di guerra tra India e Pakistan

Una nuova, violenta escalation, è in corso fra le potenze nucleari di India e Pakistan, nell’ambito del conflitto mai sopito che vede opposti i due pesi dal 1947 per il controllo della regione di confine contesa del Kashmir, controllata di fatto per i due terzi dall’India e per un terzo del Pakistan, che la rivendica totalmente in quanto area a maggioranza islamica; anche l’India, da parte sua, la rivendica totalmente.

Tutto è iniziato il 14 febbraio scorso, quando il gruppo islamista Jaish-e Mohammad, che ha come obiettivo dichiarato quello di unire l’intero Kashmir al Pakistan e “liberare tutti i musulmani dell’India”, ha compiuto un attentato suicida nei confronti di un convoglio di soldati indiani, provocando una quarantina di morti; si tratta del più grave attentato dall’ultima guerra indo-pakistana (1999) a oggi.

Jaish-e Mohammad è una frazione jihadista formalmente considerata terrorista da entrambi i governi; si riporta che essa abbia rapporti stretti con i Talebani Afghani.

Nonostante ciò, il Governo pakistano intrattiene con essa (così, come con i Talebani) un rapporto ambivalente, concedendole di muoversi in libertà sul proprio territorio. A fare da cornice e mandante rispetto a tale attitudine del Pakistan nei confronti delle milizie islamiste, vi è, ovviamente, la consueta politica imperialistica consistente nel fomentare divisioni etnico-religiose operata dagli storici padrini americani (ancora da considerarsi tali, nonostante alcune recenti frizioni importanti), che da sempre controllano l’esercito di Islamabad, attore preminente nella politica del paese.

Tornando ai fatti, l’azione di Jaish-e Mohammad viene in coda ad un anno nero per il Kashmir, in cui i momenti di escalation sono stati molteplici; il Governo Indiano, guidato dal nazionalista Modi del Partito del Popolo Indiano (BJP,) ha deciso di rispondere militarmente all’attentato utilizzando l’aviazione per colpire obiettivi in territorio Pakistano. Così, il 26 febbraio, fonti militari di New Delhi hanno dichiarato di aver ucciso centinaia di militanti di Jaish-e Mohammad dopo aver distrutto un campo di addestramento in territorio nemico.

Di lì è partita un’escalation di provocazioni e sconfinamenti reciproci, la quale fino ad ora ha portato all’abbattimento di un numero imprecisato di aerei militari da una parte e dall’altra, con i Pakistani che sarebbero riusciti a far prigioniero un pilota indiano.

Al momento, le diplomazie straniere tacciono. Non solo gli USA, ma anche le altre potenze come la Cina, che ultimamente ha stretto i rapporti in maniera particolare con il Pakistan nell’ambito del progetto della cosiddetta “nuova via della seta”, mettendo quasi in discussione il tradizionale rapporto di vassallaggio con gli USA.

Staremo a vedere. Al momento, stando alle dichiarazioni provenienti da entrambe le parti, non paiono in vista escalation su vasta scala; tuttavia, si ricordi, si tratta sempre di due potenze nucleari.

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Euro al capolinea? Su un libro di Bellofiore, Garibaldo e Mortágua

di Guglielmo Forges Davanzati

I numerosi tentativi di individuare le cause della crisi del 2007 e, più in particolare, della crisi dell’Unione economica e monetaria europea sono sostanzialmente riconducibili a due: la crisi è da imputare a eccessiva spesa pubblica, voluta da governi spendaccioni (soprattutto nell’Europa del Sud), che ha gonfiato il rapporto debito pubblico/Pil; la crisi – seconda interpretazione – è da ricondurre a divergenze del saldo delle partite correnti all’interno dell’Eurozona e, dunque, in ultima analisi, a eccessi di esportazioni nette generati dall’economia tedesca. Quest’ultima tesi viene invocata o per legittimare misure che facciano crescere la domanda interna in Europa o per legittimare l’abbandono della moneta unica. Il libro di Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo e Mariana Mortágua, dal titolo Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea (Rosenberg and Sellier, 2019) prova a proporre un’interpretazione diversa e, va detto subito, l’esito è del tutto convincente. Così come va detto subito che non si tratta di un libro di agevole lettura. È semmai un volume che restituisce una trattazione della crisi fondata più su dubbi che su certezze e che evita ogni tipo di semplificazione.

Seguiamo il filo logico che tiene insieme i diversi tasselli della loro ricostruzione.

1. Il neoliberismo non è il liberismo nell’accezione classica. La tradizione liberista ottocentesca e del primo Novecento si fondava sulla convinzione per la quale un’economia di mercato concorrenziale e deregolamentata avrebbe prodotto i migliori esiti possibili in termini di efficienza. Per contro, il neoliberismo è basato sulla convinzione stando alla quale la presenza dello Stato è fondamentale per il buon funzionamento di un’economia di mercato. Il neoliberismo sostiene misure di deregolamentazione del mercato del lavoro, ma, al tempo stesso non pone freni alla formazione di monopoli e neppure a politiche di spesa pubblica in disavanzo. Da questa tesi discende una originale lettura della genesi della crisi globale, non imputabile appunto a scelte di politica economica nell’accezione (neo)liberista: la crisi deflagra per l’insostenibilità di un modello basato sul keynesismo privatizzato – ovvero della crescita dell’indebitamento privato (prevalentemente) negli USA – che avviene dopo una breve parentesi di keynesismo militare (le guerre all’Iraq dell’amministrazione Bush jr.) per tenere alta la domanda. Il timore di insolvenza, a sua volta, si trasforma in insolvenza reale, incidendo sul mercato del lavoro, sia sotto forma di allungamento della giornata lavorativa, sia sotto forma di ingresso di nuovi lavoratori nel mercato (entrambi i fenomeni imputabili alla necessità di accrescere i redditi familiari per rimborsare i prestiti ricevuti dalle banche). Si tratta di ciò che gli autori definiscono “sussunzione reale del lavoro alla finanza”, essendo ben attenti a evitare la fallace distinzione fra una finanza “cattiva” e un’economa “reale” buona. Data, poi, la stretta interconnessione soprattutto della finanza su scala globale, la crisi viene esportata dagli USA all’Europa. Le passività bancarie delle banche statunitensi diventano anche passivi nei bilanci delle banche europee: gli interventi di ‘salvataggio’ contribuiscono a far crescere il volume del debito e, data la contrazione del Pil, anche il rapporto debito/Pil. Le politiche di austerità, nel medesimo periodo, contribuiscono al deterioramento del quadro economico, con aumento dei tassi di disoccupazione e peggioramento della qualità dell’occupazione.

2. La crisi europea è parte della ristrutturazione del capitalismo su scala globale e non è esclusivamente da imputarsi al neomercantilismo tedesco. Qui, gli autori propongono una lettura della crisi in una “prospettiva marxiana e keynesiano-finanziaria”, prendendo le distanze da una tesi diffusamente accettata nell’ambito della c.d. economia eterodossa (di matrice postkeynesiana) secondo la quale la crisi dell’Unione monetaria europea dipenderebbe da andamenti asimmetrici delle bilance commerciali dei Paesi membri (avanzi eccessivi in Germania, disavanzi nei Paesi periferici). La logica seguita in questo ragionamento fa riferimento a una sequenza così ordinabile: la riduzione delle esportazioni nei Paesi del Sud Europa – per effetto dei più alti prezzi relativi rispetto a quelli delle imprese del centro del continente – produce, via riduzione della domanda aggregata, un aumento del debito in rapporto al Pil per questi ultimi, con conseguente maggiore esposizione alle scelte dei loro creditori. Gli autori imputano alla tesi poskeynesiana un eccesso di semplificazione, che consiste nel ritenere che i flussi finanziari siano un semplice riflesso dalle relazioni commerciali. Pur riconoscendo che le crisi nei Paesi periferici non sono imputabili a eccessivi debiti pubblici, essi aggiungono che le asimmetrie vanno spiegate alla luce di una pluralità di variabili: innanzitutto, le differenti strutture produttive fra i Paesi che appartengono all’Unione monetaria europea; in secondo luogo le dinamiche dei flussi finanziari (oggi più rilevanti rispetto alle sole transazioni in merci); in terzo luogo, il ruolo del sistema del credito su scala globale, che, potendo generare endogenamente moneta, mette in discussione l’ipotesi implicita nello schema sopra descritto per il quale sono i risparmi a generare investimenti; infine l’idea che esista piena omogeneità fra i Paesi periferici.

3. Abbandonare l’euro è la risposta alla domanda sbagliata. Gli autori mettono in evidenza il fatto che coloro che propongono l’abbandono dell’euro fanno (più o meno esplicitamente) riferimento a una vecchia teoria della dipendenza, per la quale la moneta unica sarebbe stata immaginata per l’esercizio di un disegno intenzionale di sfruttamento e colonizzazione della periferia da parte del centro. Sul piano macroeconomico, viene fatto rilevare che il capitalismo europeo è sempre più interconnesso, attraverso reti globali del valore e processi di centralizzazione senza concentrazione. Viene riconosciuto, nel libro, che l’Unione monetaria europea costituisce un’ulteriore ‘tappa’ di attacco al lavoro, ma, al tempo stesso, viene riconosciuto che questa strategia ha natura globale, la aveva già prima della stipula del Trattato di Maastricht e che, per conseguenza, nel ‘nuovo’ capitalismo non esistono soluzioni nazionali a problemi che sono sempre più sovranazionali. In particolare, nel caso europeo, occorre tener conto delle relazioni che intercorrono fra il capitale tedesco e quello delle periferie (e dell’Italia in particolare), laddove il capitale tedesco è ormai pienamente integrato con l’Est Europa e, nel Sud Europa, con imprese italiane localizzate al Nord. A fronte di questo, gli autori ritengono che l’architettura istituzionale europea, se è destinata a crollare, lo è per ragioni politiche e “non già con uno schianto ma con un lamento” (p.92).

Il volume contiene molte altre tesi su aspetti correlati a quelli qui descritti, centrati prevalentemente sulle crescenti interconnessioni (reali e finanziarie) fra imprese. La tesi che merita, a mio avviso, la massima considerazione attiene alle prescrizioni di politica economica. Ritenere, come molti fanno a sinistra, che siano sufficienti politiche fiscali espansive è un’ipotesi fuorviante. Occorre che queste siano funzionali a interventi sulla struttura produttiva, in particolare quella più fragile nei Paesi periferici (Italia inclusa), al fine di generare incrementi di produttività del lavoro. La proposta viene formulata tenendo ben in considerazione il fatto che essa presuppone diversi rapporti di forza fra capitale e lavoro (più favorevoli a quest’ultimo). Il capitale ha il massimo interesse a politiche di moderazione salariale, sia perché queste assicurano più alti margini di profitto rispetto all’opzione alternativa, sia perché – nel gioco neo-mercantilista – costituiscono una pre-condizione per l’aumento delle esportazioni via riduzione dei prezzi.

Questo volume ha numerosi pregi. In primo luogo, in linea con la migliore tradizione italiana di studi economici (tradizione pressoché persa a seguito dell’importazione di teorie elaborate negli Stati Uniti), esso fornisce un contributo all’analisi della crisi globale e dell’Unione Monetaria Europea che combina storia economica e politica e teoria economica.

In secondo luogo, gli autori sono ben attenti a non cadere nell’ingenua convinzione – molto diffusa sia sul fronte pro-euro, sia sul versante no-euro – che siano sufficienti soluzioni ‘tecniche’ a problemi che in ultima istanza attengono ai rapporti di forza fra capitale e lavoro e, dunque, alla dimensione politica. Infine, è da salutare con grande favore la presa di distanza dai (tanti) economisti che si fanno o cercano di farsi ‘consiglieri del Principe’. Una presa di posizione implicita in un’argomentazione che esclude ogni semplificazione e che invita semmai a un lungo lavoro di elaborazione teorica (e non solo in ambito economico) per capire innanzitutto quale capitalismo è entrato in crisi per poi individuare azioni di politica economica.

(22 febbraio 2019)

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mercoledì 27 febbraio 2019

OIL, il lavoro è povero. Figuriamoci lavoratori e lavoratrici

Quando Marx, quello “vero”, dei testi letti direttamente dall’originale in tedesco e non tramite compendi terzi, carenti in termine di comprensione; ebbene quando fece il suo ingresso in Italia, lo fece per mezzo della penna di Antonio Labriola negli ultimissimi anni del XIX secolo.

Questi, fine filosofo prima ancora che socialista della primissima ora, era solito insistere su un punto fondamentale: la praxis, ossia il lavoro come energia, è l’essenza dell’essere umano («l’uomo», scriveva in realtà Labriola...). L’individuo è il suo lavoro, e poiché sono le azioni dell’essere umano che fanno la storia (la cui scrittura, poi, è un capitolo a parte), quest’ultima va intesa come la storia del lavoro, ossia dell’insieme delle attività del genere umano.

A livello «concreto», ne consegue che le condizioni in cui è dato all’essere umano di esprimere la propria natura sono quelle, nel modo di produzione capitalistico, del mondo del lavoro propriamente detto, e dello “stato sociale” in cui queste si esprimono.

Se così stanno le cose, allora il World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo” rilasciato pochi giorni fa dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil, Ilo nella versione internazionale), riveste un’importanza decisiva, al netto della retorica istituzionale e del linguaggio tendente al neutro, come rilevanza-accademica-vuole, per avere un quadro più ordinato del mondo nel suo insieme.

Senza remore, possiamo affermare che il documento rilasciato è un bollettino di guerra, per come questa è intesa al giorno d’oggi nei confronti del mondo del lavoro. Come riassume l’«executive summary» dello studio, che di seguito vi riportiamo nella traduzione italiana, sono molti i dati allarmanti di cui nel futuro difficilmente saremo, o meglio, chi di dovere sarà, in grado di venirne a capo.

La sfida più grande riguarda le «cattive condizioni di lavoro» in cui svolgono la loro attività la maggior parte dei 3,3 miliardi di lavoratrici e lavorati in tutto il mondo. Questo significa che, una grossa fetta di coloro che un lavoro ce l’hanno, sperimentano comunque una «carenza di benessere materiale, sicurezza economica, pari opportunità o possibilità di sviluppo umano». Addio dunque, se ancora se ne avesse avuto il dubbio, al lavoro come garante di un prospettiva di vita almeno sostenibile (in termini materiali), e benvenuta “working poor generation”.


In questa, i più colpiti mediamente sono donne, giovani (15-24) e migranti nei paesi a reddito alto, e tutta la fascia più povera nei restanti paesi. Più in generale, nel 2018 in questo sistema-mondo un lavoratore su quattro (occupato quindi, escludendo i disoccupati e i Neet) viveva sotto la soglia di povertà estrema o moderata, e dunque in pericolo di esclusione sociale, mentre due su tre degli occupati in una attività produttiva, lo sono stati senza avere riconosciuti diritti e tutele (lavoro informale).

La competizione globale – incertezze macroeconomiche, come si legge nel testo – passaggio susseguente alla fine dell’espansione della globalizzazione dei mercati, non potrà che inasprire le condizioni del Lavoro. Per far fronte a una crisi sistemica che si protrae oramai da più decenni, il Capitale non ha altra soluzione che spremere fino in fondo il tempo della classe lavoratrice.

La «trappola della precarietà», ossia di quella flessibilità lavorativa scorporata da un sistema di tutele che sperimentiamo in maniera sempre più aggressiva nel nostro paese (come nel resto dell’Ue d’altronde), corrisponde alla necessità delle imprese di avere grande libertà d’azione (e cioè, di licenziamento) nei confronti dei lavoratori, sia per rispondere «just in time» al fluttuare della domanda, sia per far fronte alle congiunture economiche, sempre più tendenti alla recessione.

Di questo schizzo, allora, l’outlook e le tendencies di breve periodo riportate dall’Oil, ne sono la prevedibile conferma. Le deboli riprese segnalate nel documento, come quello della disoccupazione in calo, sono tuttavia ammorbidite dai criteri di conteggio della stessa (che non include chi non svolge attività di ricerca di un lavoro, ed è calcolata sul totale della forza lavoro disponibile) come di quelli del tasso di occupazione (per esserlo, basta aver svolto una attività produttiva per anche solo un’ora nella settimana di riferimento).

Come ammette l’Oil stessa, il traguardo di una «parità di remunerazione per un lavoro di ugual valore continua ad essere disatteso». La svolta neoliberista e la continua retrocessione, in termini di rapporti di forza, di lavoratori e lavoratrici nei confronti del mondo delle imprese, registra qui il “naturale” risultato della logica che spinge il “capitalismo”.

D’altra parte, che le cose non andassero un gran che era già chiaro a chi ha a che fare con i regimi di sopravvivenza dettati dagli ultimi governi, in questo a paese e non. A questo proposito, le prossime elezione europee saranno la certificazione dell’intuito di classe che si esprime contro le élite protagoniste della mattanza europeista di almeno l’ultimo ventennio.

Purtroppo, per passare dall’intuito alla coscienza, nonostante le condizioni materiali ne riscontrerebbero tutte le caratteristiche, c’è ancora molto lavoro da fare.

Qui è possibile scaricare il documento per intero (in inglese).

Qui è possibile visionare i dati raccolti.

Qui un breve video riassuntivo (in inglese)

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Un mercato del lavoro inclusivo e ben funzionante è fondamentale per lo sviluppo del lavoro dignitoso e la realizzazione della giustizia sociale che sono il fulcro del mandato del l’OIL. Il lavoro retribuito è la principale fonte di reddito per la maggior parte del le famiglie in tutto il mondo. L’organizzazione del lavoro può rafforzare i principi fondamentali di uguaglianza, democrazia, sostenibilità e coesione sociale. Questo concetto è stato riaffermato con forza in occasione del Centenario del l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che si celebra quest’anno.

Il Rapporto della Commissione Mondiale sul Futuro del Lavoro[1] evidenzia la centralità della persona nell’agenda per il futuro del lavoro. Il Rapporto attribuisce una rinnovata attenzione alle capacità delle persone, al potenziale delle istituzioni del mercato del lavoro e sottolinea l’urgenza di investire in settori dell’economia che sono stati trascurati sia dai paesi ad economia avanzata che da quelli in via di sviluppo. In linea con questa nuova visione, è necessario che l’analisi delle tendenze del mercato del lavoro si focalizzi sul l’uguaglianza, la sostenibilità e l’inclusione.

I nuovi dati raccolti dall’OIL per il 2018 indicano che sono stati fatti dei progressi ma, allo stesso tempo, rivelano la persistenza di ampi deficit di lavoro dignitoso in varie regioni del mondo. A cento anni dalla sua creazione, l’OIL continua ad avere un ruolo guida essenziale nell’affrontare le carenze di lavoro dignitoso e per favorire un dibattito informato sulle ambiziose raccomandazioni della Commissione Mondiale sul Futuro del Lavoro.

Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro continua ad essere significativo

Nel 2018, il tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro è stato pari al 48 per cento, molto più basso rispetto agli uomini che rappresentavano il 75 per cento della forza lavoro. Nello stesso anno, circa tre persone su cinque dei 3,5 miliardi di persone nella forza lavoro globale erano uomini. A seguito di un periodo di miglioramenti, durato fino al 2003, il progresso nel colmare il divario di genere rispetto alla partecipazione alla forza lavoro si è arrestato. Il divario considerevole — pari a una media a livello globale di 27 punti percentuali nel 2018, dovrebbe spingere l’azione delle politiche al fine di migliorare l’uguaglianza di genere nei mercati del lavoro nel mondo e di massimizzare le capacità umane.

Complessivamente, i tassi di partecipazione della forza lavoro tra gli adulti sono diminuiti negli ultimi 25 anni; il calo è ancora più evidente tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Si prevede che questa tendenza negativa continui in futuro. Alcuni dei fattori alla base di questa tendenza — come l’aumento della partecipazione scolastica, maggiori opportunità di pensionamento e una maggiore aspettativa di vita — sono ovviamente positivi. Tuttavia, l’aumento del rapporto di dipendenza (cioè la proporzione di persone economicamente inattive rispetto a quelle attive) pone nuove sfide in termini di organizzazione del lavoro e di distribuzione delle risorse nel la società.

La mancanza di lavoro dignitoso è piuttosto diffusa

Nel 2018, la maggior parte dei 3,3 miliardi di lavoratori nel mondo ha sperimentato una carenza di benessere materiale, sicurezza economica, pari opportunità o possibilità di sviluppo umano. Avere un lavoro non sempre garantisce una vita dignitosa. Molti lavoratori sono spesso costretti a svolgere lavori poco gratificanti nell’economia informale, caratterizzati da bassi salari e con scarse possibilità di beneficiare de la protezione sociale e dei diritti sul lavoro.

Nel 2018, circa 360 milioni di persone hanno lavorato come coadiuvanti familiari e 1,1 miliardi di persone hanno lavorato per conto proprio, spesso in attività di sussistenza dovute alla mancanza di opportunità lavorative nell’economia formale e/o all’assenza di un sistema di protezione sociale. Nel 2016, oltre due miliardi di lavoratori (pari al 61 per cento della forza lavoro globale) erano occupati in lavori informali. La scarsa qualità di molti lavori è anche causata dal fatto che oltre un quarto dei lavoratori nei paesi a basso e medio reddito viveva, nel 2018, in condizioni di povertà estrema o moderata. La riduzione notevole dell’incidenza della povertà lavorativa negli ultimi tre decenni, specialmente nei paesi a reddito medio, rappresenta una nota positiva. Nei paesi a basso reddito, tuttavia, la riduzione della povertà non va di pari passo con la crescita dell’occupazione. Questa tendenza produrrà un incremento del numero effettivo di lavoratori poveri in questi paesi .

Nonostante la diminuzione costante del tasso di disoccupazione a livello globale, oltre 170 milioni di persone sono disoccupate

Nel 2018, circa 172 milioni di persone nel mondo erano disoccupate. Il tasso di disoccupazione era pari al cinque per cento. È sorprendente che il peggioramento del tasso di disoccupazione sia passato dal cinque al 5,6 per cento tra il 2008 e 2009 e che ci siano voluti nove anni per ripristinare il tasso del periodo precedente alla crisi finanziaria globale. La prospettiva attuale rimane comunque incerta. Presumendo condizioni economiche stabili, il tasso di disoccupazione in molti paesi dovrebbe diminuire ulteriormente. In alcuni paesi, tuttavia, i rischi macroeconomici sono aumentati e stanno avendo un impatto negativo sul mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione globale dovrebbe rimanere all’incirca al lo stesso livello durante il 2019 e il 2020. A causa dell’aumento della forza lavoro, si prevede che il numero di persone disoccupate aumenterà di un milione all’anno fino a raggiungere 174 milioni entro il 2020.

La sottoutilizzazione del lavoro ha un’incidenza maggiore sulle donne

Oltre ai disoccupati, altri 140 milioni di persone erano nella «forza lavoro potenziale» — ossia nella manodopera sottoutilizzata — nel 2018. Questa categoria di persone — alla ricerca di lavoro ma non disponibili a lavorare, oppure disponibili ma in cerca di lavoro — comprende molte più donne (85 milioni ) che uomini (55 milioni ). Il tasso di sottoutilizzazione del lavoro è quindi molto più alto tra le donne (11 per cento) che tra gli uomini (7,1 per cento). Inoltre, è molto più probabile che le donne lavorino a tempo parziale. Una percentuale significativa di queste lavoratrici dichiara di essere sottooccupata in quanto preferirebbe lavorare più ore al giorno.

Le sfide del mercato del lavoro cambiano a seconda dei paesi e delle regioni

Nonostante le sfide del mercato del lavoro legate alla qualità del lavoro, la disoccupazione e le disuguaglianze di genere siano universali, il loro carattere specifico e il loro grado di priorità variano secondo la regione e il livello di sviluppo di un paese. Nei paesi a basso reddito, i lavoratori vivono spesso al disotto della soglia di povertà. Mentre la povertà lavorativa generalmente diminuisce con lo sviluppo economico, altre determinanti del mercato del lavoro (come, ad esempio, l’incidenza del lavoro formale, l’accesso alla sicurezza sociale, la sicurezza del lavoro, la contrattazione collettiva e il rispetto delle norme e dei diritti sul lavoro) possono sfuggire a questa logica. Garantire tali benefici è una sfida importante che i responsabili delle politiche devono affrontare. Inoltre, alcuni nuovi modelli di business legati alle nuove tecnologie minacciano di compromettere i risultati ottenuti. Negli ultimi anni, i tassi di disoccupazione sono diminuiti considerevolmente nei paesi ad alto reddito. Al lo stesso tempo, sono aumentati (o sono in aumento) in alcuni paesi a reddito medio-alto a causa del rallentamento economico che espone gran parte dei lavoratori al rischio di povertà. Nonostante le disparità di genere nel mercato del lavoro rappresentino un fenomeno globale, queste disparità sono più acute nel le regioni degli Stati arabi, dell’Africa settentrionale e dell’Asia meridionale.

Il progresso nel raggiungimento dei traguardi fissati nell’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è stato più lento del previsto

L’Obiettivo 8 dell’Agenzia 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, invita la comunità internazionale a «promuovere una crescita economica sostenuta, inclusiva e sostenibile, una piena occupazione produttiva e il lavoro dignitoso per tutti». La realizzazione di questo obiettivo richiederà sforzi molto più importanti, viste le attuali tendenze dei mercati del lavoro a livello globale.

I paesi meno sviluppati hanno registrato una crescita annuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) inferiore al cinque per cento negli ultimi cinque anni, il che significa che non hanno registrato gli almeno sette punti percentuali di crescita all’anno che sono previsti dall’Obiettivo 8. Inoltre, i recenti tassi di crescita del PIL pro-capite e della produttività del lavoro sono inferiori ai livelli riportati nei decenni precedenti in molte parti del mondo.

Lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere realizzato attraverso la promozione di attività produttive, l’innovazione e la formalizzazione del lavoro e, al contempo, attraverso l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse per la produzione e il consumo. Il fatto che nella maggior parte dei paesi più della metà del lavoro non agricolo sia informale, da un’idea del percorso necessario affinché l’economia globale sia totalmente formalizzata. Nonostante il progresso raggiunto nei paesi ad alto reddito in termini di efficienza nell’utilizzo delle risorse, il consumo pro-capite di materie prime è in aumento a livello globale. Dal 2011, tale tasso di crescita è comunque rallentato e il consumo di materie prime per unità di PIL si è addirittura stabilizzato.

Il traguardo da raggiungere per «un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti … e la parità di remunerazione per un lavoro di ugual valore» continua ad essere disatteso. Nonostante il tasso di disoccupazione sia diminuito a livello globale, oltre 170 milioni di persone sono ancora disoccupate. Le donne, i giovani (di età compresa tra i 15 e i 24 anni ) e le persone con disabilità continuano ad avere meno probabilità di essere occupate. Altrettanto preoccupante è che più di un giovane su cinque non lavori e non partecipi all’istruzione o alla formazione (NEET). Questa condizione non permette loro di acquisire le competenze necessarie per entrare nel mercato del lavoro e ciò riduce, a sua volta, le loro possibilità di occupazione future. A lungo termine, un alto tasso di NEET ostacola la crescita economica. Il tasso globale di NEET è diminuito di soli due punti percentuali tra il 2005 e il 2018, il che significa che il traguardo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile di ridurre sostanzialmente i tassi di NEET entro il 2020 verrà quasi certamente disatteso. Infine, la maggior parte dei paesi si confronta con divari di retribuzione di genere «ponderati» che vanno dal 10 al 25 per cento. Questi dati evidenziano che il mondo è ancora lontano dalla realizzazione del principio che il lavoro di ugual valore debba essere remunerato in misura eguale.

L’obiettivo 8 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile abbraccia i diritti fondamentali che tutte le persone dovrebbero godere nel mondo del lavoro. Nel 2016, erano ancora 114 milioni i bambini di età compresa tra 5 e 14 anni che lavoravano e, sebbene il loro numero sia in diminuzione, ciò avviene ad un ritmo troppo lento per raggiungere il traguardo di porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme entro il 2025. La Convenzione sulla libertà d’associazione e protezione del diritto sindacale del 1948 (n. 87) e la Convenzione sul diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva del 1949 (n. 97) — entrambe convenzioni fondamentali dell’OIL — sono state ratificate dalla stragrande maggioranza degli Stati membri dell’OIL (155 per la prima e 166 per la seconda).

Per quanto riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro, vi sono ampie variazioni nei tassi d’infortuni mortali e non mortali in tutti i paesi. Inoltre, il tasso di infortuni sul lavoro tende ad essere molto più alto tra gli uomini che tra le donne. Nella maggior parte dei paesi, i migranti sono esposti ad un rischio maggiore d’infortuni sul lavoro rispetto ai lavoratori non migranti.

Note

[1] OIL: Work for a brighter future – Global Commission on the Future of Work (Geneva, 2019).

Fonte

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: i suoi!


Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.

Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).

Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso dei capitali nei singoli Paesi. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo in avanti verso una maggiore integrazione.

In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.

Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione de conti correnti.

Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque...).

La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).

Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.

Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.

Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.

Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.

Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 2002 ad oggi, ha perso reddito per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.

Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole...

E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile, un sistema di rapina a favore dei più ricchi.

Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore.

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Torna la tassa sulle transazioni finanziarie

di Carlo Bastasin

Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area.

A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche.

Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità.

Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria.

La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia.

La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso.

Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area.

All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto.

Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici.

Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro.

Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area.

Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione.

Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi.

Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali.

Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni.

Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.

Fonte