Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/04/2026
Il capitalismo avrebbe potuto prosperare senza il colonialismo?
di Vijay Prashad
A metà dicembre 2025, Melissa Naschek del "Democratic Socialists of America" ha intervistato il sociologo della New York University Vivek Chibber per il podcast Confronting Capitalism; la trascrizione, leggermente modificata, è stata poi pubblicata su Jacobin.[1] Ho ascoltato il podcast e poi ho letto e riletto diverse volte la trascrizione. Ogni volta che la leggevo, mi sorprendeva che Chibber, professore di sociologia e direttore della rivista Catalyst, avesse deciso di esprimere in un podcast - e non in un testo scritto di ampio respiro e corredato di citazioni - forti affermazioni sulle origini del capitalismo e considerasse minore il ruolo del colonialismo nella sua genesi.
Nel mondo del marxismo, il dibattito sull’origine del capitalismo ha appassionato studiosi che lavorano in molte lingue. In inglese – la lingua del podcast – il dibattito ha avuto origine da un libro di Maurice Dobb (Studies in the Development of Capitalism, 1948), che ha suscitato una recensione di Paul Sweezy su Science and Society (1950) e poi un dibattito raccolto da Rodney Hilton in The Transition from Feudalism to Capitalism (1976, con saggi di Christopher Hill, Eric Hobsbawm, George Lefebvre, John Merrington, Giuliano Procacci, Kohachiro Takahishi, Sweezy e Dobb). Questo dibattito ha assunto una nuova piega dopo che Robert Brenner pubblicò "Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe" su Past and Present (1976), suscitando le reazioni di numerosi studiosi (M. M. Postan, Emmanuel Le Roy Ladurie, Patricia Croot, David Parker, J. P. Cooper, H. Wunder, A. Klima e Rodney Hilton), raccolte in un volume intitolato The Brenner Debate: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, a cura di T. H. Aston e C. H. E. Philpin (1985)*. Propongo questi due libri – il dibattito Dobb-Sweezy e il dibattito Brenner – per mostrare che esiste una lunga tradizione di controversie sui fatti relativi alla transizione dal feudalesimo al capitalismo in Europa, e su come delinearne le linee fondamentali.[2] Si tratta di resoconti estremamente accurati, basati sui dati empirici disponibili in quel momento e argomentati con cura da tutte le parti, nonostante le loro grandi differenze politiche.
Sarebbe stato preferibile, come stimolo al dibattito, se Chibber, volendo avviare una discussione sulle questioni dell’origine del capitalismo e del ruolo avuto in merito dal colonialismo, avesse prodotto qualcosa di diverso da un podcast. Così com'è, il suo sprezzante atteggiamento nei confronti delle argomentazioni con cui non è d'accordo («sciocchezze assolute» e «assurde», dichiara Chibber; «di moda», afferma Naschek) rende difficile comprendere esattamente quanto sia serio su questi temi e se accoglierebbe con favore una seria risposta al di là dei clic sui social media.
Tuttavia, le questioni sollevate da Chibber sono molto importanti non solo per una comprensione accademica del passato, ma anche per la strategia politica necessaria nel presente (ad esempio, in relazione al crescente dibattito nella sinistra africana – ripreso dal Pan-African Progressive Forum – sulla questione delle riparazioni). Il titolo dell'intervista a Chibber è: «Il saccheggio coloniale non ha creato il capitalismo», un'affermazione molto forte della tesi che egli sembra sostenere, anche se, trattandosi di un podcast, è difficile, al di là di quel titolo, sapere esattamente cosa stia dicendo sul rapporto tra saccheggio coloniale e capitalismo. È infatti importante sottolineare che il titolo nega una tesi che non è certamente quella avanzata dagli studiosi interessati al rapporto tra capitalismo e colonialismo. Nessuno studioso serio sostiene che il colonialismo abbia creato il capitalismo. La ricerca seria (da Slavery and Capitalism [1944] di Eric Williams, a Slavery and Capitalism: New Marxist History [2025] di David McNally) sostiene che non si possa comprendere lo sviluppo e l'espansione del capitalismo, e in particolare la rivoluzione industriale tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo – ovvero l'emergere del capitalismo industriale – senza il processo ciclico di accumulazione del capitale derivante non solo dal plusvalore estratto dai lavoratori, ma anche dai cicli di supersfruttamento delle regioni coloniali e poi ex coloniali del mondo attraverso istituzioni quali la schiavitù e l'indebitamento permanente.[3] La questione non è che il capitalismo non avrebbe potuto emergere in nessun mondo immaginabile senza il colonialismo, ma che il capitalismo, così come è storicamente emerso – industriale, globale, razzializzato e imperiale – era inseparabile dall’espropriazione coloniale.
Una delle osservazioni più interessanti di Chibber è quella in cui afferma che «empiricamente, possiamo dimostrare che sia sbagliato» credere che «il Nord globale continui a rimanere ricco grazie al saccheggio del Sud». È difficile sapere esattamente a quale serie di dati empirici Chibber si riferisca in questo commento. Per esempio, nel XIX secolo, Dadabhai Naoroji sviluppò i primi calcoli sul drenaggio dall’India che furono poi studiati a livello regionale da B. R. Ambedkar e recentemente ricalcolati da Utsa Patnaik.[4] Negli ultimi dieci anni, Jason Hickel e il suo team di Barcellona hanno pubblicato una serie di studi importanti che dimostrano l’attualità del fenomeno del trasferimento di ricchezza dal Sud al Nord, non in un passato remoto, ma a partire dal 1960, quando i dati sono più affidabili. In un articolo calcolano che solo nel 2021 il Nord globale ha sottratto 18,4 trilioni di dollari attraverso il processo di scambio ineguale (o arbitraggio globale del lavoro), senza contare tutti i modi più diretti con cui il surplus viene sottratto al Sud globale.[5] Grieve Chelwa ed io abbiamo studiato il drenaggio imposto dal Fondo Monetario Internazionale alla maggior parte dei paesi africani nel corso degli ultimi decenni e abbiamo scoperto che i mercati obbligazionari occidentali sono utilizzati come strumento chiave per appropriarsi di valori attraverso una serie di strumenti corrotti (compresi i pagamenti di trasferimento).[6] Questo drenaggio incessante fornisce un flusso continuo di saccheggio verso i sistemi finanziari occidentali, il cui potere rimane intatto nonostante i grandi cambiamenti in corso, con lo spostamento del baricentro dell’economia mondiale verso l’Asia.[7] Vorrei capire a cosa si riferisce Chibber quando afferma che è «errato» credere che questo saccheggio sia una caratteristica permanente di ciò che Karl Marx (nel capitolo 26 del Capitale, libro 1) definiva «cosiddetta accumulazione originaria» (ursprüngliche Akkumulation).
Nonostante la mancanza di chiarezza su diversi punti dell’intervista a Chibber, come quello sopra citato, vorrei illustrare tre aspetti a titolo di discussione. In primo luogo: Marx e l’accumulazione originaria; in secondo luogo: le idee del marxismo politico; e in terzo luogo: il ruolo del colonialismo e del capitalismo.
Marxismo e l'accumulazione originaria
Nel primo libro del Capitale, Marx sviluppa il concetto di “cosiddetta accumulazione primitiva” o “accumulazione originaria” (poiché il termine tedesco, ursprüngliche, sottolinea l’elemento fondante). Il senso del paragrafo del Capitale è duplice, il primo dei quali è sottolineato da Chibber: in primo luogo, smantellare il mito borghese secondo cui il capitalismo sarebbe emerso dalla parsimonia, dal duro lavoro e dallo scambio pacifico (come sarebbe stato successivamente sviluppato da Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904). In secondo luogo: insistere sul fatto che il capitalismo è nato a livello globale attraverso una violenza organizzata che ha separato i produttori dai mezzi di produzione. Questa accumulazione originaria non fu un preludio storico – ora chiuso – al capitalismo in Europa, ma un processo globale – in corso – inseparabile dall’imperialismo e dal colonialismo in tutte le sue forme (vale a dire, compreso il colonialismo dei coloni).[8] Per Marx, questa accumulazione originaria si riferisce alle enclosures** dei terreni comuni in Inghilterra, alla distruzione dei mezzi di sussistenza contadini, e alla creazione di un proletariato "libero", costretto a vendere la propria forza lavoro. Questo processo ha richiesto la violenza statale: leggi contro il vagabondaggio, punizioni brutali e il potere coercitivo del nascente Stato capitalista.[9] Su questo punto non vi è disaccordo con Chibber, il quale sottolinea l’espropriazione e la creazione di un nuovo contesto istituzionale finalizzati alla concorrenza e alla massimizzazione del profitto. Tuttavia, Marx è chiaro sul fatto che la trasformazione dell'Inghilterra e dell'Olanda non possono essere compresa senza il loro contesto storico-mondiale (e, del resto, l’ascesa olandese iniziò a vacillare quando perse il controllo dell’Angola, del Brasile e di New Amsterdam).[10] Il commercio a lunga distanza; la conquista coloniale; il genocidio delle popolazioni indigene nelle Americhe, in Africa e in Asia; la tratta transatlantica degli schiavi; e il saccheggio – che diventa routine – da queste aree del mondo sono stati i momenti costitutivi dell’ascesa del capitalismo.
Sospetto che Chibber abbia un problema con l’espressione "momenti costitutivi". Questa accumulazione originaria non è qualcosa che ha luogo in un passato lontano, ma è una condizione permanente imposta alla periferia. Il colonialismo, e poi il neocolonialismo (come dimostrò Kwame Nkrumah nel 1965, e rivelò ulteriormente Walter Rodney nel 1972), ha funzionato come un meccanismo di espropriazione continua: furto di terre, lavoro forzato, imposizione con la forza di economie basate sulla monocoltura, estrazione di risorse attraverso contratti minerari iniqui e trasferimenti di fondi, nonché distruzione della riproduzione sociale autonoma e della produzione nazionale sovrana.[11] Le economie nazionali e regionali nel mondo colonizzato sono state riorganizzate non per sviluppare le proprie forze produttive, ma per servire i processi di accumulazione imperiale.
L’accumulazione originaria deve essere intesa come una riorganizzazione violenta della riproduzione sociale, non semplicemente come l’espropriazione della terra e la mobilitazione coercitiva della manodopera per la produzione di merci. Il capitalismo coloniale ha sistematicamente smantellato le economie di sussistenza, l’uso comunitario della terra e i sistemi di cura basati sulla parentela, costringendo così la riproduzione della forza lavoro a forme sempre più precarie e femminilizzate di lavoro non retribuito o sottopagato. Nelle colonie, il lavoro delle donne: produzione alimentare, lavoro di cura, raccolta di acqua e combustibile, educazione dei figli e mantenimento delle comunità sfollate, è diventato un sussidio non riconosciuto all’accumulazione imperiale. Ciò non era incidentale allo sviluppo capitalistico: ne era costitutivo. La piantagione, la miniera e l’economia monocolturale potevano funzionare solo perché i costi della riproduzione della manodopera erano stati violentemente esternalizzati sulle famiglie colonizzate e, all’interno di esse, sulle donne. L’accumulazione originaria ha comportato quindi non solo la separazione dei produttori dai mezzi di produzione, ma anche la separazione della riproduzione sociale dal controllo collettivo, subordinandola agli imperativi dei mercati imperiali, dei regimi del debito e del patriarcato razzializzato. Questa distruzione e riorganizzazione della riproduzione sociale rimangono tra i meccanismi più duraturi e meno riconosciuti attraverso i quali l’accumulazione primitiva continua a operare nel Sud globale.[12]
Nella tradizione marxista, esistono diverse interpretazioni dell’idea di accumulazione originaria, ma ciò che i fatti dimostrano – e che è stato affermato nell’opera di Samir Amin, tra gli altri – è che l’imperialismo non è una conseguenza del capitalismo, ma è fondamentale per il capitalismo stesso.[13] In effetti, la traduzione inglese di ursprüngliche in "primitivo" è accurata sotto un altro aspetto, perché questa forma di accumulazione non si realizza attraverso la legge del valore, ma attraverso la violenza pura, una violenza primitiva che si manifesta tramite regimi di debito, programmi di adattamento strutturale, appropriazioni di terre e l’uso di tecnologie di guerra ibrida. Questa è la violenza dell’accumulazione primitiva, che Marx sottolineava non essere tanto un’accumulazione quanto un’espropriazione. Essa fu utilizzata non solo per separare i produttori dai loro mezzi di produzione in Inghilterra e in Olanda, ma per farlo con molta più violenza nelle Americhe, in Africa e in Asia, così come in Irlanda, dove i produttori persero i propri mezzi di produzione (in particolare la terra e i diritti fondiari) e furono costretti a lavorare come operai “liberi” all’interno di gerarchie sociali che non erano state smantellate (come quelle di casta e di razza). Intere società nel mondo colonizzato furono trasformate dai processi dell’imperialismo per soddisfare le esigenze dei paesi del centro. L’esempio può venire dalla stessa Irlanda, la prima colonia dell’Inghilterra, che fu concepita dai proprietari terrieri inglesi per trasferire grano, carne e latticini in Inghilterra (come osservò Marx nel Capitale) mentre i contadini irlandesi sopravvivevano a base di patate e poi – con l’intensificarsi della carestia – emigravano in Inghilterra per lavorare nelle fabbriche con salari irrisori, per poi emigrare nelle colonie in cerca di lavoro, e nelle colonie di insediamento in cerca di terra.[14]
Il processo di accumulazione primitiva strutturò nuove relazioni sociali (compresa una nuova divisione internazionale del lavoro), in cui le popolazioni delle colonie si trovarono a produrre enormi quantità di ricchezza sociale non per sé stesse e nemmeno per i propri capitalisti nazionali, ma per essere convogliate verso il centro del sistema coloniale al fine di potenziare l’accumulazione di capitale nell’industria e nella finanza. Ad esempio, nel vicereame del Perù, il viceré Francisco de Toledo istituì il sistema della mita, un sistema di lavoro forzato in cui un maschio adulto su sette doveva andare a lavorare senza retribuzione per la corona spagnola. I mitayos lavoravano nelle miniere d’argento con i propri attrezzi ed erano sostenuti dalle loro comunità, fornendo manodopera ancora più a buon mercato della schiavitù, e instaurando nelle Ande nuovi rapporti sociali che sopravvissero alle estrazioni d'argento nelle miniere di Potosí.[15] La trasformazione di questi rapporti in forme di attività sociali finalizzate alla produzione coloniale di merci, che sostenne lo sviluppo del capitalismo – e stabilì una divisione internazionale del lavoro – viene ignorata da Chibber in questa sua cronaca.[16]
Chibber fa un'osservazione interessante, secondo cui non conta solo il capitale sottratto, poiché i portoghesi e gli spagnoli avevano convogliato le immense ricchezze d'argento delle Americhe nella penisola iberica senza poi convertire questo capitale in industria e, di conseguenza, in accumulazione di capitale. Nel 1956, Pierre Vilar scrisse un saggio provocatorio sul Don Chisciotte di Miguel de Cervantes (1605) che contiene un capitolo intitolato “L’imperialismo spagnolo: lo stadio più alto del feudalesimo”.[17] Vilar ipotizzò che l'afflusso di monete d’argento che entrò in Spagna provocò massicci effetti inflazionistici e non trasformò, come ha sottolineato anche Chibber, la penisola iberica in un centro nevralgico del capitalismo. Ma Vilar e Chibber rimangono vincolati a una visione della storia mondiale incentrata sulla nazione e non vedono i tentacoli globali che già avvolgevano la penisola iberica secoli prima. Nel 1407, i finanzieri genovesi fondarono la Casa di San Giorgio, una banca privata che controllava le finanze pubbliche di Genova.[18] La Casa di San Giorgio e altre istituzioni simili divennero fondamentali per il finanziamento del commercio a lunga distanza verso l’Asia, la regione del Mar Nero, il Nord Africa e la Spagna. Nel XV secolo, i banchieri genovesi presero il controllo della finanza spagnola, sostennero l’Inquisizione nel tentativo di diventare i principali mercanti della regione mediterranea (comprese l’Andalusia e il Marocco, che controllavano l'accesso all'Oceano Atlantico), e poi finanziarono lo sviluppo iberico delle piantagioni di zucchero a Madeira (già nel 1450), nelle Isole Canarie (alla fine del 1400) e a SãoTomé (alla fine del 1400). Queste piantagioni, di orientamento capitalistico, fecero da modello per quelle che sarebbero sorte nelle Americhe (Hispaniola tra il 1516 e il 1520, Porto Rico e Cuba nel decennio successivo).[19] È sconcertante come Chibber (e Vilar) possano ignorare le piantagioni di zucchero del Mediterraneo, dell’Atlantico e delle Americhe. Vale la pena considerare la "quarta osservazione" di Marx in La miseria della filosofia (1847): «La schiavitù diretta è il cardine dell’industria borghese, proprio come le macchine, il credito, ecc. Senza schiavitù niente cotone; senza cotone niente industria moderna. Solo la schiavitù ha conferito alle colonie il loro valore, le colonie hanno creato il commercio mondiale, e il commercio mondiale è la condizione della grande industria. Perciò la schiavitù diventa una categoria economica della più alta importanza».
Il saccheggio dell’oro africano e dell’argento delle Americhe da parte di spagnoli e portoghesi costituì il capitale iniziale per le loro economie di piantagione, che si integrarono nel sistema capitalistico mondiale in via di sviluppo, incentrato alla fine su Londra. Fu proprio quel capitale proveniente da Londra a rientrare poi nei circuiti dell’imperialismo per finanziare lo sviluppo infrastrutturale in America Latina, al fine di rafforzare le strutture di estrazione neocoloniale della ricchezza.[20] Tra i marxisti spagnoli vi è condivisione sul fatto che i rapporti sociali capitalistici siano giunti più tardi rispetto ad altre parti d’Europa, che i mercanti spagnoli operassero entro i limiti imposti dalla monarchia e rimanessero deboli, e che essi si affermarono solo dopo l’invasione napoleonica del 1808.[21] Quando Chibber afferma che «la Spagna e il Portogallo avrebbero dovuto compiere le prime transizioni al capitalismo», ignora la complessa storia sociale della penisola iberica, i suoi legami con il capitale genovese e il prelievo dell’argento americano dalla penisola iberica per finanziare il commercio olandese e inglese e la loro transizione al capitalismo. Non si trattava di un progetto nazionale, ma regionale o continentale, ed è proprio questo che Chibber – che sembra ricorrere a un nazionalismo metodologico – non vede.[22]
I limiti del marxismo politico
Verso la fine dell’intervista, Chibber sottolinea che le sue idee si basano sull’opera di Robert Brenner, «che ha espresso questo concetto con grande forza». Più avanti, quando Naschek menziona Ellen Meiksins Wood, Chibber risponde che «lei si basava sulle argomentazioni di Brenner». È importante introdurre questa visione del mondo al lettore che potrebbe non avere familiarità con il "Brenner Debate" degli anni ’70 e ’80, e con la ripresa di quel dibattito grazie ai numerosi libri di Wood pubblicati negli anni ’90.[23] Per Brenner e Wood, la quale ha adottato il termine “marxismo politico” per descrivere il proprio approccio, il capitalismo non è nato dal commercio, dai mercati o dalla crescita demografica, né ha tratto beneficio dal colonialismo, ma è scaturito da rapporti tra le classi agrarie storicamente specifici che hanno costretto sia i proprietari terrieri che i produttori a riprodursi attraverso una dipendenza competitiva dal mercato. I rapporti tra le classi agrarie in Inghilterra sono fondamentali in questo processo, ed è quando le classi agrarie sono soggette alle pressioni del mercato che si possono individuare le origini del capitalismo. Da questa prospettiva, l’Irlanda o scompare (come in Brenner) o riappare (come in Wood) solo per essere distinta dalle altre esperienze coloniali, ma lo stesso vale per l’Asia, l’Africa e, naturalmente, le Americhe – e, sorprendentemente, anche per il resto delle Isole Britanniche e l’Europa. Ma questa è semplicemente una storia inglese, con l’Inghilterra che, attraverso la sua specifica storia sociale, si pone come origine delle relazioni sociali capitalistiche.
In una breve nota sul Brenner Debate, l’illustre storico indiano Irfan Habib scrive che quella di Brenner è una «visione fiabesca del processo che portò alla rivoluzione industriale inglese e alla trasformazione dell’Inghilterra nella prima economia industrial-capitalista del mondo».[24] Habib adduce diverse ragioni importanti per spiegare questo: in primo luogo Brenner ignora il ruolo dei macchinari e della fabbrica, la cui presenza nella trasformazione capitalistica dell’agricoltura viene ugualmente ignorata. In secondo luogo, Brenner oscura il ruolo dell’Irlanda come riserva da cui procurarsi cibo a prezzi più bassi, non solo per la classe operaia industriale, ma anche per la popolazione agraria che altrimenti avrebbe dovuto affrontare un crollo dei propri redditi a causa della distruzione dei propri mestieri domestici e delle proprie fattorie di sussistenza. In terzo luogo, Brenner trascura i proventi derivanti dalla tratta transatlantica degli schiavi, dal commercio di beni prodotti dalle piantagioni schiaviste e dal tributo dall’India. In quarto luogo, Brenner ignora la lotta di classe contro i contadini (come la violenza del movimento delle recinzioni [enclosures] del XVIII secolo) e la lotta di classe dei contadini stessi (dalla "ribellione di Kett" del 1549 alle rivolte di "Captain Swing" del 1830–1831).[25]
Nel Capitale, Marx scrive che «Benché i primi inizi della produzione capitalistica s'incontrino sporadicamente già nei nei secoli XIV e XV in alcune città del Mediterraneo, l'era capitalistica data solo dal XVI secolo».[26] Brenner mantiene questo periodo storico, ma colloca l’origine esclusivamente nella campagna inglese. Chibber afferma che il capitalismo emerge «a partire dalla metà-fine del 1400. Così che intorno al 1550 o 1560 abbiamo sostanzialmente un’economia veramente capitalista. Questo avviene circa un secolo prima che l’Inghilterra abbia un vero e proprio impero». Questo è il classico approccio di Brenner, che ignora il processo di sviluppo capitalistico che deve includere la macchina (come menziona Habib). La macchina non è solo un potenziatore di produttività, ma un rapporto sociale materializzato che riorganizza la disciplina del lavoro, il tempo e le competenze, oltre che a incrementare l’estrazione del plusvalore. La macchina ha permesso la creazione di nuovi rapporti sociali e non si è limitata a esprimere quelli esistenti. Come ha sottolineato Marx nel Capitale, la macchina non è un progresso tecnico neutro, ma «l’arma più potente per reprimere le periodiche insurrezioni dei lavoratori, gli scioperi ecc.» e per trasformare il processo lavorativo stesso, subordinando il lavoro vivo al lavoro morto e rendendo sistematico il plusvalore relativo.[27] Se prendiamo sul serio la macchina, dobbiamo comprendere anche il suo ruolo nella produzione coloniale: in primo luogo, a partire dal 1450, negli zuccherifici di Madeira, delle Isole Canarie, di SãoTomé e dei Caraibi; in secondo luogo, a partire dal 1500, quello dei macchinari minerari a Potosí, Zacatecas e nell’Europa centrale.[28]
Questi sviluppi avvengono prima dell’invenzione dei principali componenti dei macchinari tessili, quali la Spinning Jenny [giannetta o filatoio meccanico](1764), il Water Frame [filatoio idraulico o telaio ad acqua] (1769), la Mule [filatoio intermittente o mula a filare] (1779), il Power Loom [telaio meccanico] (1780) e il motore a vapore (1763). Quindi, è comprensibile che Chibber non fosse a conoscenza dell’importanza del fatto che i rapporti sociali a Madeira o a Zacatecas fossero stati completamente trasformati dalla macchina e plasmati in rapporti sociali capitalistici, poiché la letteratura su questi sviluppi o non era in inglese o non era pubblicata da case editrici metropolitane.[29] In questa letteratura, l’assenza della macchina per il suo ruolo nella riproduzione allargata, e l’assenza delle prime piantagioni nel Mediterraneo e nell’Atlantico, rivelano la ristrettezza di prospettiva del marxismo politico, che si accontenta, così com’è, dei registri manoriali e signorili inglesi (ignorando persino i registri parrocchiali come fonti di materiale demografico, i manuali di ingegneria, i rapporti degli ispettori di fabbrica, i libri e i registri contabili, gli archivi delle tenute e i manuali tecnologici).
Il marxismo politico, o almeno i primi lavori di Brenner e i successivi di Wood, mostra come i rapporti sociali capitalistici abbiano disciplinato il lavoro in Inghilterra e in altre parti del mondo nordatlantico. Ciò che non mostra è il rapporto tra questo lavoro disciplinato e la riproduzione allargata del capitale e l’espropriazione di terra, manodopera e minerali nelle colonie. Una descrizione accurata delle complesse origini del capitalismo non gli attribuirebbe in modo così preciso una data e un luogo di nascita, ma lo collocherebbe nelle piantagioni, nelle miniere, nelle colonie, sulle navi negriere e, naturalmente, nei campi dell’Inghilterra e nelle fabbriche dell’Europa nord-occidentale.
Il ruolo del colonialismo
All’inizio dell’intervista, Chibber afferma che intende respingere «l’idea che il capitalismo sia stato generato dal saccheggio», idea che, a suo dire, «era stata ampiamente screditata negli anni ’80 e ’90». La tesi, che sto avanzando qui, non è che il colonialismo abbia meccanicamente “creato” il capitalismo, ma che il capitalismo sia emerso come rapporto sociale globale – attraverso la creazione di una divisione internazionale del lavoro – con dinamiche interne in Europa che erano inseparabili dall’espropriazione coloniale, dal lavoro forzato e dalla produzione mediata dalle macchine in altre parti del mondo. È tuttavia significativo che, in diversi punti dell’intervista, Chibber parli di "saccheggio", un elemento importante dell’arsenale retorico della liberazione nazionale: drain [drenaggio] era il termine in uso nel XIX secolo, poi sostituito da plunder [saccheggio], mentre il termine tribute [tributo] è un termine che Samir Amin ha usato e sviluppato in un concetto critico. Ciò che Chibber sembra non ammettere, con l’uso della parola saccheggio, è che il colonialismo non è solo un furto d’argento, ma l’espropriazione di terre e corpi. Vale la pena ricordare che Marx, in Salario, prezzo e profitto (1865) – scritto originariamente in inglese – osservò l’uso da parte degli economisti politici classici del termine «accumulazione primitiva o originaria» e poi notò che questa «dovrebbe però chiamarsi espropriazione primitiva». Questa espropriazione primitiva, scriveva Marx, «non significa altro che una serie di processi storici, i quali si conclusero con la dissociazione dell'unità primitiva che esisteva fra il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro».[30] Questi processi storici si possono vedere chiaramente nella storia della colonizzazione che risale alla fine del XV secolo. Dopo averli elencati nel Capitale, volume 1, capitolo 31 ("Genesi del capitalista industriale"), Marx afferma che «questi processi idilliaci sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria» – in altre parole, la base dell’emergere del capitalista industriale.[31] Se si ignorano il colonialismo e la macchina, non si comprende la genesi del capitalismo industriale, ma solo l’emergere di determinati rapporti sociali che si inseriscono nell'enorme behemoth del capitalismo.
La questione sollevata dall’intervento di Chibber non è se il capitalismo avrebbe potuto esistere in astratto senza il colonialismo, ma se il marxismo possa spiegare il capitalismo – così come è effettivamente emerso – senza confrontarsi con l’impero, la schiavitù e il dominio mediato dalla macchina. Su questa questione, il marxismo politico, e la sua interpretazione popolare data da Chibber, risulta insufficiente. Limitando le origini del capitalismo ai rapporti tra le classi agrarie inglesi e trattando il colonialismo come analiticamente secondario, scambia un'astrazione – l'enfasi sul potere politico e nazionale in contrapposizione ai rapporti politico-economici globali – per una spiegazione storica. Se si parte da un'astrazione analitica dal mondo, non sorprende che le conclusioni portino alla visione che il mondo sia irrilevante.
Il capitalismo non è nato come un sistema nazionale autosufficiente e successivamente proiettato verso l’esterno. È nato attraverso processi globali di espropriazione, attraverso la violenta riorganizzazione del lavoro e della natura nei vari continenti, e attraverso il precoce impiego di macchinari nelle piantagioni, nelle miniere e nei complessi estrattivi che disciplinarono il lavoro molto prima che la fabbrica inglese diventasse dominante. Non si è trattato di episodi marginali o di semplici «saccheggi», bensì di momenti costitutivi nella formazione dei rapporti sociali capitalistici e della divisione internazionale del lavoro.
Se questi eventi storici vengono presi sul serio, la questione delle riparazioni non può essere liquidata come un appello morale o una richiesta retrograda, ma deve essere intesa come una necessità materiale e politica. Le riparazioni non riguardano solo l’attribuzione di colpe per i crimini del passato, ma anche a contrastare le strutture di accumulazione, tuttora esistenti, fondate sull’espropriazione coloniale e che continuano a riprodurre la disuguaglianza globale nel presente. È questa la tesi del nuovo libro scritto da Kwesi Pratt Jnr., leader del Movimento Socialista del Ghana, con una prefazione del presidente ghanese John Mahama. L'intervista di Chibber esce proprio mentre il libro di Pratt ha iniziato ad attirare l'attenzione non solo in Ghana, ma in tutto il continente, con Mahama che si è impegnato a raccogliere sostegno a questa idea all'interno dell'African Union Reparations Agenda.[32] La ricchezza del Nord globale non è stata semplicemente accelerata dall'impero; ma si è costituita attraverso processi di espropriazione che hanno distrutto percorsi alternativi di sviluppo, riorganizzato la riproduzione sociale e imprigionato gran parte del Sud globale in rapporti di dipendenza che persistono attraverso il debito, il commercio e il dominio finanziario. Rifiutare le riparazioni pur riconoscendo questi eventi storici significa normalizzare un ordine mondiale ingiusto, come se fosse il risultato di processi di mercato neutri anziché di secoli di violenza organizzata. Un marxismo che prenda sul serio l’imperialismo deve quindi insistere sul fatto che le riparazioni – sia attraverso la cancellazione del debito, la restituzione delle risorse rubate, il trasferimento di tecnologia o la ricostruzione delle capacità pubbliche distrutte dal colonialismo e dall’aggiustamento strutturale – non sono atti di carità, ma momenti di lotta per la ridistribuzione della ricchezza sociale storicamente espropriata. Senza una tale politica, le critiche al capitalismo rischiano di diventare analiticamente acute ma politicamente inerti, incapaci di collegare la verità storica alle esigenze di trasformazione anti-imperialista nel presente.
Negarlo non significa semplicemente fraintendere la storia, ma disarmare politicamente il marxismo. Una teoria che separa il capitalismo dall’imperialismo non può spiegare la persistenza dello sviluppo ineguale, del lavoro razzializzato e delle forme attuali di accumulazione primitiva. Un marxismo adeguato al nostro mondo deve quindi iniziare dove è iniziato il capitalismo stesso: non solo nella campagna inglese, ma nella piantagione, nella miniera, nella colonia e nella macchina.
Note
* N.d.T. Il "dibattito Brenner" è uno dei più rilevanti confronti storiografici del XX secolo riguardante le origini del capitalismo e la transizione dal feudalesimo. Prende il nome dallo storico marxista Robert Brenner, che nel 1976 pubblicò l'articolo Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe sulla rivista Past & Present. Si veda anche: Wikipedia.
** N.d.T. Con il termine enclosures, l'autore si riferisce soprattutto alla recinzione dei terreni comuni effettuata in Inghilterra, a partire dal XVI secolo - da parte dei proprietari terrieri della piccola nobiltà e della borghesia mercantile - al fine di appropriarsi unilateralmente di terre comuni, e alla violenta espulsione di interi villaggi dalla terra che le loro famiglie avevano lavorato per secoli.
[1] Vivek Chibber intervistato da Melissa Nascheck, Colonial Plunder Didn’t Create Capitalism, su "Jacobin", 14.12.2025.
[2] Il dibattito si è inserito nei filoni di studio di diverse lingue, tra cui il giapponese, il russo e lo spagnolo. In Giappone, il dibattito ha avuto inizio negli anni ’30 del secolo scorso, precedendo Dobb - tradotto in giapponese nel 1946 - con l’opera di Naro Eitarõ The Developmental History of Japanese Capitalism (1930) e proseguendo poi con Kanji Ishii, The Historical Structure of Capitalist Japan (2015). Nell’Unione Sovietica, gli autori chiave furono Eugene Kosminsky e Boris Porshnev. I libri di Kosminsky si concentravano sull’esperienza inglese, con The English Village in the Thirteenth Century (1935) e Studies in the Agrarian History of England in the Thirteenth Century (1947), mentre Porshnev pubblicò The Popular Uprisings in France from 1623 to 1648 (1948), e Feudalism and the Popular Masses (1964). Porshnev pubblicò una sintesi in francese: Les problèmes de la crise du féodalisme, in "Annales Économies, Sociétés, Civilisations", 13, n. 1 (1958). In spagnolo, l’ampia letteratura culmina in José Antonio Martínez Torres, La transición del feudalismo al capitalism: ¿Un debate extinto?, in "Revista de historia Jerónimo Zurita", n. 74 (1999).
[3] Il concetto di "sovrasfruttamento" affonda le sue radici negli scritti di Marx contenuti nel Capitale, dove egli parla dei profitti in eccesso derivanti dallo sfruttamento coloniale. Questo concetto viene successivamente ripreso da V. I. Lenin., che in Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916), scrive di “extra profitti". Questa idea viene approfondita da Charles Bettelheim, Calcolo economico e forme di proprietà (1970); Ruy Mauro Marini, Dialéctica de la dependencia (1973), pubblicato in seguito da Monthly Review Press come Dialectics of Dependency; Samir Amin, Imperialism and Unequal Development (Monthly Review, 1976); Tricontinental: Institute for Social Research, Dependency and Super-exploitation: The Relationship Between Foreign Capital and Social Struggles in Latin America, Dossier n. 67, agosto 2023.
[4] Dadabhai Naoroji, Poverty and Un-British Rule in India, Swan Sonnenschein & Co., Londra, 1901; B. R. Ambedkar, The Problem of the Rupee: Its Origin and Its Solution, P. S. King and Son, Londra, 1923; Utsa Patnaik, The Free Lunch: Transfers from the Tropical Colonies and Their Role in Capital Formation in Britain during the Industrial Revolution, in Globalization Under Hegemony: The Changing World Economy, a cura di K. S. Jomo, Oxford University Press, Delhi, 2006; Prabhat Patnaik e Utsa Patnaik, “The Drain of Wealth: Colonialism before the First World War,” Monthly Review 72, n. 9, febbraio 2021, pp. 1-19.
[5] Jason Hickel, Dylan Sullivan e Huzaifa Zoomkawala, Plunder in the Post-Colonial Era: Quantifying Drain from the Global South Through Unequal Exchange, 1960–2018, in "New Political Economy", 26, n. 6, 2021; e Jason Hickel, Christian Dorninger, Hanspeter Wieland e Intan Suwandi, Imperialist Appropriation in the World Economy: Drain from the Global South through Unequal Exchange, 1990–2015, in "Global Environmental Change", 73, marzo 2022. È importante comprendere che lo scambio ineguale basato sulla sottovalutazione del lavoro nel Sud globale non rappresenta l'intero fenomeno del trasferimento del plusvalore dal Sud. Si veda, John Bellamy Foster e Brett Clark, Introduction to the Updated Edition of 'Unequal Exchange', Monthly Review 77, n. 8, gennaio 2025, pp. 1-19.
[6] Grieve Chelwa e Vijay Prashad, How the International Monetary Fund Suffocates Africa, Inkani Books, Johannesburg, 2026.
[7] Tricontinental: Institute for Social Research, The Churning of the Global Order, in "Dossier" n. 72, gennaio 2024.
[8] Sul colonialismo dei coloni (settler colonialism), si veda l'eccellente saggio di John Bellamy Foster, Imperialism and White Settler Colonialism in Marxist Theory, in "Monthly Review", 76, n. 9, febbraio, 2025, pp. 1-21.
[9] La fonte classica è E. P. Thompson, Whigs and Hunters: The Origins of the Black Act, Penguin Books, Harmondsworth, 1976. Circa quindici anni prima di Thompson, Ranajit Guha aveva pubblicato un libro sul movimento delle "enclosures" nel Bengala, che non fu citato da Thompson né portato nel dibattito. Si veda Ranajit Guha, A Rule of Property for Bengal: An Essay on the Idea of Permanent Settlement, Mouton, Parigi, 1963. Thompson scrive del Black Act del 1723 e Guha del Permanent Settlement del 1793.
[10] Alexander Anievas e Kerem Nisancioglu, How the West Came to Rule: The Geopolitical Origins of Capitalism, Pluto Press, Londra, 2015.
[11] Kwame Nkrumah, Neo-Colonialism: The Last Stage of Imperialism, Thomas Nelson and Sons, Londra, 1965; Walter Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Tanzania Publishing House, Dar es Salaam, 1972.
[12] Il testo di riferimento è quello di Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale: Women in the International Division of Labour, Zed Books, Londra, 1986, ma si veda anche, Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2020.
[13] Da Samir Amin, Les effets structurels de l’intégration internationale des économies précapitalistes, tesi, Parigi, 10.06.1957; a Samir Amin, Modern Imperialism, Monopoly Finance Capital, and Marx’s Law of Value: Monopoly Capital and Marx’s Law of Value, Monthly Review Press, New York, 2018.
[14] John Bellamy Foster e Brett Clark, The Rift of Éire, in " Monthly Review", 71, n. 11, aprile 2020, pp. 1-11.
[15] Infatti, Pablo Macera sostiene che il sistema della mita abbia plasmato i rapporti di lavoro fino all’epoca contemporanea in Perù. Ciò emerge chiaramente in due delle sue monografie più importanti, Trabajos de historia, Instituto Nacional de Cultura, Lima, 1977, e Visión histórica del Perú, Editorial Milla Batres, Lima, 1978. Questa linea di pensiero è stata ulteriormente sviluppata da Alberto Flores Galindo in Buscando un Inca, Instituto de Apoyo Agrario, Lima, 1986.
[16] Carlos Sempat Assadourian, El sistema de la economía colonial: Mercado interno, regiones y espacio económico, Instituto de Estuidios Peruanos, Lima, 1982.
[17] Pierre Vilar, Le temps du Quichotte, in "Europe", n. 34, 1956, trad. The Age of Don Quixote, in "New Left Review", I/68, luglio-agosto 1971.
[18] Carlo Taviani, The Making of the Modern Corporation: The Casa di San Giorgio and Its Legacy, 1446–1720, Routledge, New York, 2022.
[19] Robin Blackburn, The Making of New World Slavery: From the Baroque to the Modern, 1492–1800, Verso, Londra, 1997. L'opera più importante è quella di Vitorino Magalhães Godinho, Os Descobrimentos e a Economia Mundial, Editorial Presença, Lisbona, 4 volumi., 1963-1971.
[20] La letteratura su questo argomento è molto ampia: D. C. M. Platt, Finance, Trade, and Politics in British Foreign Policy, 1815–1914, Clarendon Press, Oxford, 1968; Tulio Halperín Donghi, Una nación para el Desierto Argentino, Centro Editor de América Latina, Buenos Aires, 1982; Hilda Sábato, La clase dominante en la Argentina moderna: Formación y características, 1860–1910, CISEA/Sudamericana, Buenos Aires, 1988.
[21] Josep Fontana, La quiebra de la monarquía absoluta, 1814–1820, Ariel, Barcellona, 1971; Josep Fontana, Historia: análisis del pasado y proyecto social, Editorial Crítica, Barcellona, 1982; Manuel Tuñón de Lara, La España del siglo XIX, Laia, Barcellona, 1974; Manuel Tuñón de Lara, El movimiento obrero en la historia de España, Taurus, Madrid, 1972; Jordi Nadal, El fracaso de la revolución industrial en España, 1814–1913, Ariel, Barcellona, 1975.
[22] Andreas Wimmer e Nina Glick Schiller, Methodological Nationalism and Beyond: Nation-State Building, Migration and the Social Sciences, in "Global Networks", 2, n. 4, 2002, 310-334.
[23] Per Robert Brenner: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, in "Past & Present", n. 70, 1976; The Origins of Capitalist Development: A Critique of Neo-Smithian Marxism, in "New Left Review", I/104, 1977; The Agrarian Roots of European Capitalism, in "Past & Present", n. 97, 1982. Per le critiche alla sua visione e le sue risposte, si veda The Brenner Debate: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, T. H. Aston e C. H. E. Philpin (a cura di), Cambridge University Press, Cambridge, 1985. Per Ellen Meiksins Wood, si veda The Pristine Culture of Capitalism, Verso, Londra, 1991; Democracy Against Capitalism, Cambridge University Press, Cambridge, 1995; e The Origin of Capitalism: A Longer View, Verso, Londra, 2002.
[24] Irfan Habib, The Rise of Capitalism in England: Reviewing the Brenner Thesis, in "Proceedings of the Indian History Congress", 74, 2013, p. 741.
[25] Andy Wood, The 1549 Rebellions and the Making of Early Modern England, Cambridge University Press, Cambridge, 2007; Eric Hobsbawm e George Rudé, Captain Swing, Lawrence & Wishart, Londra, 1969.
[26] Karl Marx, Capital, vol. 1, LeftWord Books, Nuova Delhi, 2010, p. 506; tr. it. a cura di Roberto Fineschi et al., Il capitale. Libro 1. Einaudi, Torino, 2024, p. 724.
[27] Karl Marx, Capital, vol. 1, cit., p. 290; tr. it. Il capitale. Libro 1, cit. p. 442.
[28] João G. Araújo et al., Sugar Production in the Atlantic: Ceramic Moulds from Madeira, Cape Verde, and São Tomé (15th–17th Centuries), in "Instalaciones y paisajes azucareros atlánticos", Gaëlle Dieulefet e Catherine Losier (a cura di), Archaeopress, Oxford, 2023; Peter Bakewell, Minería y sociedad en el México colonial: Zacatecas, 1546–1700, FCE, Città del Messico,1976.
[29] Geraldo Gomes, Engenho y Arquitetura - tipologia dos edifícios dos Antigos Engenhos de açúcar de Pernambuco, Editora Fundação Gilberto Freyre, Recife, 1998; Modesto Bargalló, La minería y la metalurgia en la América española durante la época colonial, con un apéndice sobre la industria del hierro en México desde la iniciación de la Independencia hasta el presente, Fondo de Cultura Económica, Città del Messico, 1955.
[30] Karl Marx, Value, Price and Profit in Wage-Labour and Capital/Value, Price and Profit, International Publishers, New York, 1976, pp. 38-39; tr. it. a cura di Gian Mario Bravo et al., Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, in "Marx Engels Opere" 20, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2019, p. 169.
[31] Karl Marx, Capital, vol. 1, cit., p. 531; tr.it. Il capitale, cit., p. 757.
[32] Pratt Jr., Reparations: History, Struggle, Politics, and Law-Reparations for Africa, Printer Excel, Accra, 2025; Mikaela Nhondo Erskog e Vijay Prashad, The Actuality of Red Africa, in "Monthly Review" 76, n. 2, giugno 2024, pp. 37-50.
Fonte
03/12/2025
12 ottobre 1492, le radici dell’Occidente: pulizia etnica, segregazione, genocidio
Negli ultimi due anni, grazie alla mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese, hanno ripreso a circolare nello spazio pubblico terminologie (colonialismo di insediamento, genocidio, apartheid, capitalismo razziale) e tesi (le radici coloniali della modernità capitalistica, la tendenza genocida dello Stato-Nazione, la decolonizzazione delle pratiche e dei saperi, ecc.) che sembravano sopite o, al massimo, chiuse negli armadietti ammuffiti dell’accademia e del suo “anticolonialismo da tavolino”.
Oggi più che mai è fondamentale invece dare una dimensione pratica e attiva alla possibilità di imporre una narrazione che aggredisca le radici coloniali e razziali sulle quali si basa la nostra architettura sociale, in primis il suo mercato del lavoro.
In sintesi, si tratta di dare una dimensione pratica e politica alla consapevolezza di quello che Anibal Quijano avrebbe chiamato “la colonialità del potere capitalistico globale”.
Abbiamo deciso di dare inizio a un percorso di confronto e attivazione che rifletta sulle radici coloniali e genocide dell’Occidente, l’intreccio costitutivo tra capitalismo, colonialismo e razzismo. Un intreccio che interroga non solo le nostre coscienze, ma anche e costantemente le nostre categorie a partire dal rapporto tra razza e classe.
Ripercorrere l’uso delle azioni e delle narrazioni coloniali significa comprendere la loro capacità di riflettere dei rapporti materiali e, allo stesso tempo, come detto dal critico letterario indiano Homi Bhabha, di “costituire un apparato discorsivo in grado di produrre uno spazio materiale adatto alle popolazioni soggette”.
Significa essere in grado di interrogare non solo le somiglianze con la regolamentazione tra le classi in Europa o con le modalità di costruzione dell’immaginario sul nostro “mezzogiorno” funzionale allo sviluppo del nord produttivo, ma soprattutto con l’uso del confine come dispositivo di differenziazione gerarchizzata della manodopera straniera messa in luce da una ormai enorme massa di studi che trovano la loro anticipazione nella famosa espressione di Sartre “colonizzazione a domicilio”.
Sia chiaro che tutto questo non è pensato né come un white-washing, né come la versione intellettual-radicale del cristiano procedere per l’espiazione di un senso di colpa: porci come coscienza anticoloniale significa mettersi in dialettica con pratiche e discorsi provenienti da diverse tradizioni rivoluzionarie per costruire nuovi spazi del conflitto di classe.
In un dibattito di questa estate, un compagno del Movimento per il diritto all’abitare auspicava la costruzione di un nuovo Lenin, di un Lenin che avesse letto Fanon, facendo un esplicito riferimento alla necessità posta dallo psichiatra martinicano di ampliare le stesse analisi marxiste nella situazione coloniale dove la razza è struttura e non sovrastruttura. È questo tipo di Lenin collettivo che bisogna articolare, non mettersi a piangere sul nostro privilegiato ombelico.
Il punto di partenza che ci siamo dati è il simbolico 1492, la conquista delle Americhe e l’inizio del colonialismo da predazione come volano dell’accumulazione capitalistica europea: nel sud l’oro e il circuito europeo; l’aristocrazia parassitaria spagnola, i corsari inglesi, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento della manodopera. Al nord invece la battaglia per le pelli pregiate e l’occupazione delle terre nelle tre modalità del New England, della Virginia e della Carolina, fino alla rottura con la corona inglese e l’espansione verso l’ovest: una battaglia di indipendenza che divenne una nuova forma di colonialismo.
Dalla diffusione del vaiolo, il genocidio si intensificò agli inizi dell’Ottocento: Andrew Jackson passa alla storia come grande uccisore di nativi, costretti nel 1812 a cedere il 66% delle loro terre. Pochi anni dopo, il ministro della guerra di Monroe ordina la deportazione oltre il Mississippi, e, nel 1830, l’Indian Removal Act li rinchiudeva in un pezzo di terra che oggi è parte dell’Oklahoma, dove furono costretti a stanziarsi anche i famosi Cherokee quando si diffuse la notizia della presenza di oro nei loro territori della Carolina e della Georgia.
È in questo punto specifico dello spazio e del tempo che bisogna guardare per comprendere lo stretto legame tra subumanizzazione o deumanizzazione dell’altro, gerarchizzazione razziale della manodopera e governo della sua eccedenza, e sfruttamento delle risorse. Sono questi i pilastri delle tre fasi dell’espansione coloniale interna americana: la pulizia etnica e la deportazione dall’est; il genocidio sul Pacifico; la segregazione nelle aree centrali.
Quando Cristoforo Colombo mise piede nel continente, ai Caraibi vivevano un milione di indigeni, ridotti a circa mille appena trent’anni dopo: la storia ci racconta di mani e piedi tagliati, donne violentate e un numero di morti che si stima complessivamente intorno ai 50-60 milioni.
Nel nord, dove francesi e inglesi si contendevano il dominio, la popolazione nativa si ridusse a 400mila nel 1900, dei 600mila del 1800 e dei circa 10-12 milioni di qualche secolo prima: le pessime condizioni di vita ridussero le nascite, l’espansione degli europei favorì la diffusione di malattie mortali per gli indios: il vaiolo, il tifo esantematico.
Da ultimo, la violenza culturicida europea con la sua opera di “evangelizzazione dei selvaggi”, proibiva un intero mondo simbolico fatto di saperi terapeutici, divinità locali, rituali, forme di socialità (spesso scevre dalla presenza del denaro e di poteri centralizzati): molte persone, per non sottomettersi, preferirono il suicidio.
Le missioni evangelizzatrici – e secoli dopo la medicina e la psichiatra – favorirono quella razionalizzazione dei corpi allo scopo dello sfruttamento, riflesso della patriarcale opera di normalizzazione dei corpi femminili che l’inquisizione produsse al centro del continente europeo.
Fu la colonia a essere laboratorio per le pratiche genocidiarie: “campo di concentramento” è una espressione usata dagli spagnoli a Cuba nel 1896, poi dagli inglesi nella guerra contro i Boeri in Sudafrica, dai franchisti in Spagna e solo successivamente adottata dal nazismo. Aimè Cesaire (professore di Fanon a liceo) ebbe a dire che quest’ultimo altro non era che il ritorno a casa di tollerati “metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa”.
La vera invenzione coloniale tuttavia sta nella trasformazione di qualche differenza in “razza” e della ideologizzazione della propria violenza nella forma della “missione civilizzatrice”. Miguel Mellino, uno dei maggiori studiosi di questioni coloniali e postcoloniali, afferma che la genealogia più plausibile del concetto di razza (e la comparsa del termine nelle lingue europee) lo vede emergere alla metà XVI secolo, cioè esattamente all’alba del modo di produzione capitalistico nella sua espansione globale e dopo la conquista delle Americhe.
Sono i nativi americani dunque a essere qualificati come “razza” per la prima volta. Poi fu usato per la conquista inglese dell’Irlanda, a farci subito comprendere che il razzismo è sempre stato sganciato dal biologicismo, se non come sua invenzione o, più elegantemente costruzione sociale.
Un’idea che ha più di qualche punto di connessione con la omogeneità etnica come ossessione costitutiva dell’altro fondamentale dispositivo di produzione di territori e popolazioni moderno, che è lo Stato-nazione, un lascito dalle conseguenze tragiche fuori dall’Europa.
Ogni momento coloniale ha avuto la sua grande narrazione che ha costruito “il selvaggio” da sconfiggere: da un errore di traduzione, e la diffusione di narrazioni esagerate, si diffuse l’idea del cannibalismo sudamericano come produzione simbolica di una “umanità disumana” che clero e impero dichiararono poter essere trattata con la forza delle armi (nello stesso periodo, i protomedici europei consigliavano il consumo di pezzi umani come rimedio contro diverse patologie).
Un famoso testo di William Arens, del 1974, dimostra che la narrazione del cannibalismo era “indipendente dalle prove”: nella sua esplorazione dei documenti, l’autore non era riuscito a trovare un resoconto soddisfacente di prima mano. Ciò non impedì di diffondere un tema narrativo che giustificava il dominio, l’oppressione sistematica e l’uccisione di massa degli indigeni.
Ugualmente, gli spagnoli diffusero una narrazione di “sacrifici umani” ad opera di alcuni gruppi della attuale America centrale e meridionale: a prescindere dalla loro esistenza nel passato, le cronache mostrano che nessuno spagnolo ne vide una. Ma ciò non evitò uno sterminio con dimensioni massive, nella paradossale volontà di evitare i presunti sacrifici umani.
E arriviamo così ai nostri giorni, ridando centralità alle parole dell’intellettuale palestinese Edward Said, per cui valeva un rapido sillogismo senza fronzoli: non vi è cultura moderna senza l’imperialismo, non vi è imperialismo senza la cultura moderna.
La modernità, dunque, non sarebbe “macchiata” da eccezioni di violenza da condannare, ma apparirebbe costitutivamente basata sulla violenza coloniale in grado di articolare diversi modi di oppressione e sfruttamento.
Da questo punto di vista, le affermazioni di Marx riferite alle violenze coloniali su una pubblica opinione europea che aveva perso ogni coscienza morale e pudore quando “le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale”, vanno lette in dialettica con una produzione culturale che mette sé stessi all’apice di una immaginaria catena evolutiva e assurge il soggetto europeo a unico possibile e universale.
In questo senso, le denunce sui profitti della Leonardo o degli interessi dell’ENI nel gas palestinese non possono essere disgiunte dalla costruzione del selvaggio, reo di farsi rappresentare dai “barbari di Hamas”, incastrati in una narrazione artificiale del 7 ottobre 2023 fatta di bambini decapitati e donne stuprate apparsa sui principali giornali e mai dimostrata (al pari del cannibalismo e dei sacrifici umani dei Maya).
Quegli stessi giornali che, anche a distanza di due anni, e alle prese con una narrazione non più sostenibile, non riescono ad uscire da quello schema per cui i palestinesi hanno diritto ad esistere ma a patto che siano “pacifici” (meglio se “pure vittime”), che non si facciano rappresentare da Hamas, e che si volgano allo sfruttamento delle loro terre e delle loro risorse accettando in cambio, al massimo, la mano sinistra dell’impero con i suoi dispositivi umanitari.
Per questo motivo l’apartheid e il colonialismo israeliano appaiono come una sorta di opera riassuntiva di tutto questo che si inserisce nell’apparato neoliberista. Per quest’ultimo va inteso quel movimento storico che risponde alla crisi sistemica del capitale con la produzione di nuove forme di sfruttamento ed estrazione di valore, con l’utilizzo dello Stato come macchina principale per l’accumulazione privata e per la restaurazione di un potere di classe e per l’imposizione di gerarchizzazione sociali e logiche aziendalistiche in ogni settore della società, nonché per l’affermazione di autoritarismi e securitarismi in parte iscritti nella storia del capitale, in parte parzialmente inediti.
È per questo che la struttura dell’apartheid coloniale israeliano è riprodotto, o riproducibile, a livello globale. Per contrastare questo fenomeno, ne vanno comprese le diverse radici materiali, ideologiche e psico-culturali.
La prima occasione sarà per giovedì 4 dicembre, ore 18:30 al Circolo GAP di Roma.
Fonte
06/11/2025
Sudan - L’oro, il sangue e la maledizione del colonialismo
Nel cuore dell’Africa, dove la cartografia coloniale ha inciso confini come ferite e li ha poi elevati a sistema di governo del mondo, il Sudan non appare più soltanto come un Paese precipitato nella guerra, ma come un laboratorio avanzato del capitalismo tardo-coloniale: l’area di prova in cui si sperimenta ciò che accade quando la sovranità viene sussunta nella logistica e la politica retrocessa a funzione subordinata dell’estrazione.
Dall’amministrazione anglo-egiziana che istituì l’economia di piantagione e la gerarchia razziale fra “arabi” e “africani”, ai cicli di aggiustamento strutturale imposti negli anni Ottanta e Novanta che, smantellando proprietà collettive, sussidi e filiere agricole, resero “naturale” la desertificazione sociale, fino al presente, in cui l’intero territorio è ridotto a una sequenza di corridoi, terminali e rendite – la misura della vita non è più politica ma commerciale, e ciò che un tempo si organizzava in società oggi si dispone in logistica.
Se ogni crisi africana viene ridotta nel linguaggio mediatico a “caos”, occorre affermare, con precisione materialista, che quel caos è l’ordine del capitale nella sua forma primitiva e ricorrente: l’uso della forza come tecnologia di pianificazione.
Dal 15 aprile 2023, quando le Forze Armate Sudanesi (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, hanno aperto un conflitto che la stampa ha chiamato “civile” per non pronunciare la parola “coloniale”, la maschera è caduta.
Ciò che si è visto non è la contrapposizione di due visioni del mondo, ma la competizione interna di due frazioni dello stesso blocco di potere che si dividono miniere, dogane, rotte del contrabbando d’oro e di esseri umani: il proiettile, lungi dall’interrompere il mercato, ne diviene l’atto esecutivo, e il valore, non più estratto dal lavoro sotto forma di plusvalore, viene oggi ricavato dalla catastrofe sotto forma di rendita.
Dentro questa economia della distruzione, la filiera è perfettamente trasparente e tuttavia negata: l’oro del Darfur, mescolato alle rovine dei villaggi e alla fuga dei sopravvissuti, viaggia verso il Ciad, viene raffinato a Dubai e reimmesso nei circuiti finanziari che alimentano il ciclo di accumulazione del Golfo; la Russia, attraverso la rete Wagner e le sue reincarnazioni societarie, scambia addestramento, armamenti e copertura logistica per concessioni minerarie e basi sul Mar Rosso; gli Stati Uniti, che denunciano la violenza a parole, proteggono nei fatti l’architettura dei propri alleati regionali; l’Europa, che firma accordi di contenimento migratorio e chiude i porti, rafforza con quei medesimi accordi la riproduzione delle cause della fuga. Il risultato, che si finge “inevitabile”, è il dispositivo perfetto: la devastazione produce rendita e la rendita finanzia nuova devastazione, in un circuito che il linguaggio umanitario addolcisce ma non altera.
Per comprendere la particolarità sudanese non serve indulgere a spiegazioni antropologiche: basta seguire la genealogia militare ed economica delle RSF, discendenti dirette delle janjaweed armate dal regime di Omar al-Bashir durante la guerra del Darfur dei primi anni Duemila.
L’ordine coloniale interno – la distinzione burocratica, importata e poi naturalizzata, fra “arabi” islamizzati e popolazioni “africane” stanziali – divenne la griglia di reclutamento per un esercito di riserva capace di bruciare villaggi masalit, fur e zaghawa, svuotare terre e separare i sopravvissuti dai mezzi di sussistenza.
Nella fase successiva, questa matrice si privatizza e si aziendalizza: Hemedti, pastore divenuto imprenditore della guerra, costruisce un apparato che è al tempo stesso milizia, conglomerato minerario e holding della logistica – una polizia etnica del capitale che ridisegna i confini non per difenderli ma per monetizzarli, che impiega la violenza come atto di pianificazione territoriale, che retribuisce i combattenti con percentuali sulle esportazioni e che trasforma il massacro in bonifica, l’esodo in infrastruttura, l’umiliazione in segnaletica proprietaria.
A El-Fashir e El-Geneina, dove tra il 2024 e il 2025 interi quartieri sono stati cancellati e le comunità masalit, già colpite negli anni precedenti, hanno subito omicidi, impiccagioni, stupri e saccheggi sistematici, l’orrore non è l’eccesso ma la norma.
Lo scopo è rendere impossibile il ritorno, consolidare i corridoi dell’oro, normalizzare la presenza delle RSF come unico soggetto capace di “garantire sicurezza” – una sicurezza che coincide con la stabilità dei flussi. Quando la stampa parla di “tribù”, di “signori della guerra”, di “faide ancestrali”, bisogna ricordare che la “tribù”, in questo contesto, è il nome coloniale dei rapporti economici invisibili: dietro ogni etichetta etnica si muovono bilanci, contratti, margini di profitto e compratori d’oro, mentre l’umanitarismo, con le sue sigle e le sue tende, chiude il circuito trasformando lo sradicamento in “presa in carico” e la politica dell’espulsione in gestione del bisogno.
Allargando lo sguardo oltre il Sudan, la coerenza di questo ordine – insieme imperiale e mercantile – si manifesta con chiarezza. Il Sahel è nominato “fronte contro il terrorismo” per giustificare l’esternalizzazione delle frontiere europee; la Repubblica Democratica del Congo ripete, dagli anni Novanta, la scena del coltan e del cobalto estratti da minatori ridotti a braccia della “transizione verde”; lo Yemen sopravvive come guerra per procura, banco di prova di droni e catastrofi umanitarie; l’Ucraina, volto europeo della stessa logica, diventa il teatro in cui la narrazione occidentale della “difesa dell’egemonia travestita da civiltà” copre la medesima economia della fornitura bellica, della riconversione industriale e della ricostruzione come mercato.
Dal Maghreb al Donbass, passando per il Mar Rosso, si rivela come il capitalismo, non potendo più legittimarsi con la promessa di progresso, cerchi ora di legittimarsi con la promessa di ordine – e come tale ordine non sia che l’amministrazione della crisi resa permanente.
Nel dibattito occidentale, parlare del Sudan significa in realtà parlare di sé: del bisogno di rimuovere la propria complicità storica e presente. Così, quando le piazze – dalla fine del 2023 – hanno riportato al centro la questione palestinese come questione coloniale, sono riemerse voci, dalla destra filo-israeliana ai network liberal-atlantisti fino al senso comune giornalistico, che hanno “scoperto” la tragedia sudanese per brandirla come clava contro quelle stesse piazze, sospirando: “Se anche in Sudan, tra popolazioni di lingua e cultura araba, si consumano simili atrocità, con quale coerenza, allora, difendete gli arabi in Palestina?”
Questa formula, che pretende neutralità, è in realtà un sillogismo corrotto: sposta il fuoco dalla struttura ai soggetti, sostituisce le classi con le appartenenze, traduce il colonialismo – che è rapporto di potere e di proprietà – in una psicologia dei popoli. Così cancella la filiera dell’oro e delle armi per inscenare la favola del vizio orientale, e soprattutto contrappone dolori che appartengono alla stessa architettura imperiale.
Chi guarda con coscienza di classe sa che le “tribù” sono il nome coloniale delle classi. Dietro ogni clan, un contratto; dietro ogni odio, un giacimento. Le Rapid Support Forces non sono un’anomalia africana, ma la forma armata del neoliberismo: una società per azioni del massacro. La loro esistenza segna il compimento della privatizzazione del dominio, dove la guerra diventa un’appendice della produzione e la violenza una funzione della rendita. Il silenzio che le circonda non è indifferenza, ma complicità.
Il parallelo tra Gaza e il Sudan è la menzogna più vile. Non perché i due dolori non possano convivere, ma perché questo accostamento nasce per negare, non per comprendere: è un parallelismo colpevole, costruito per screditare l’internazionalismo, per frantumare la catena della solidarietà, per restaurare la morale dell’Impero. Chi lo diffonde non difende il Sudan: difende Israele. E difendendo Israele, difende l’Impero.
Le Rapid Support Forces non sono la continuazione di un conflitto interno o di una fede, ma il risultato di una precisa ingegneria geopolitica, in cui il capitale del Golfo e le potenze occidentali si redistribuiscono il controllo del Sahel: non più mediante il protettorato, ma attraverso l’appalto della violenza.
Le RSF discendono dalle Janjaweed, le milizie del Darfur create e armate dal potere centrale di Khartoum durante le campagne di sterminio etnico, poi integrate nel nuovo modello di economia bellica: privatizzazione del sangue in cambio di stabilità. Con la caduta di Bashir, i loro comandanti – in primis Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti – hanno stretto alleanze organiche con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Arabia Saudita, fornendo mercenari per la guerra in Yemen in cambio di denaro, armi e legittimità politica.
Gli Emirati garantiscono il finanziamento e la raffinazione dell’oro sudanese, l’Arabia Saudita assicura la catena logistica e l’accesso ai mercati del Golfo, mentre gli Stati Uniti, pur mantenendo una posizione di finta equidistanza, forniscono copertura strategica ai loro alleati regionali. Non sostengono direttamente le RSF, ma sostengono chi le sostiene. È la forma moderna del colonialismo indiretto: l’imperialismo per intermediazione.
La verità è che la solidarietà con la Palestina non esclude quella con il Sudan: la contiene. Chi lotta per Gaza lotta già per il Darfur. Perché entrambe le terre vivono sotto la stessa legge non scritta: quella dell’accumulazione per espropriazione. Il muro di Gaza e il deserto del Darfur sono la stessa frontiera del capitale. E chi oppone l’uno all’altro, mente. O peggio: sa la verità e la cancella.
Ma va detto con chiarezza per i mistificatori liberali: tra le RSF del Sudan e la resistenza palestinese – araba e anticoloniale – c’è un abisso politico e storico. Le Rapid Support Forces non sono una “resistenza”, bensì una milizia mercenaria, figlia diretta della controrivoluzione e della privatizzazione della guerra. Sono la forma armata della rendita: eserciti di espropriatori al servizio delle potenze regionali e del capitale globale, non del popolo. La resistenza palestinese, invece, nasce dalla spoliazione: non occupa, ma tenta di sopravvivere. È la risposta dei diseredati alla macchina coloniale che li ha ridotti a nuda vita.
Confondere le due realtà, o usarne una contro l’altra, significa assolvere il sistema che le ha generate entrambe: quello in cui l’imperialismo produce i suoi carnefici e poi finge di piangere le sue vittime. Quando dunque si insinua che chi manifesta per Gaza resti cieco davanti a Khartoum, si ripete l’antico disprezzo coloniale secondo cui il mondo arabo e africano sarebbe condannato alla violenza e alla barbarie. L’obiettivo non è il Sudan, Gaza o la giustizia, ma la restaurazione della superiorità morale dell’Occidente.
Chi lotta per la Palestina non chiude gli occhi sul Sudan: li apre sul mondo. Perché Gaza e Khartoum sono due ferite dello stesso corpo: quello dell’umanità sfruttata, attraversata dal medesimo progetto coloniale che chiama “ordine” ciò che è dominio, e “pace” ciò che è controllo coloniale.
E non solo: dietro questa retorica si muove una strategia precisa: dissolvere la coscienza internazionale delle lotte, separare le resistenze, ripristinare la centralità morale dell’Impero. Il Sudan viene evocato solo per cancellarlo, come controcampo utile a ridurre la questione palestinese a un sentimentalismo selettivo. In realtà, il silenzio sul Sudan è il silenzio sull’intero sistema che lo produce – lo stesso che bombarda Gaza, che arma le RSF, che finanzia gli Emirati e che organizza la guerra come funzione dell’economia.
Quel mondo bianco e del privilegio che finge di chiedere “dov’è la sinistra per il Sudan?” è lo stesso che tace sui fondi sovrani di Abu Dhabi, sui contratti della Wagner, sugli accordi di sicurezza europei che trasformano le vittime in statistiche migratorie. La loro domanda è una maschera morale che serve a proteggere il potere, non a interrogarlo.
Perché chi comprende la Palestina come frontiera del capitale non può non comprendere anche il Sudan. E chi oggi oppone le due cause, non difende nessuna delle due: difende l’ordine che le opprime entrambe. A Gaza, la violenza è coloniale: un esercito che assedia, bombarda, affama. In Sudan, la violenza è economica: milizie che privatizzano la guerra, stati che comprano la distruzione come materia prima. Due forme della stessa logica. La prima reprime la resistenza; la seconda gestisce la miseria. In entrambe, il corpo del subalterno, della forza-lavoro, è il campo di battaglia. E in entrambe, l’Occidente sceglie dove guardare per continuare a non vedersi.
Perché infondo il colonialismo non è più un progetto geopolitico ma un dispositivo collaudato e quotidiano che attraversa la finanza, la tecnologia, l’informazione. Il Sudan e la Palestina ne sono due nodi nella stessa rete globale, e smascherarla è il primo atto di una rivoluzione ancora da venire. Chi considera il Sudan un’eccezione non ha compreso la nuova geografia del dominio. È un modello: le sue frontiere traducono in linguaggio territoriale la logica universale di un potere che organizza la vita attraverso la sua distruzione. Il mondo contemporaneo vive in uno spazio in cui pace e guerra sono divenute forme equivalenti di gestione della violenza.
Dal Sahel al Congo, dallo Yemen all’Ucraina, il principio è identico: la guerra non è più la sospensione dell’economia, è la sua forma più redditizia. La NATO e la Wagner, gli Emirati e gli Stati Uniti, i contractors privati e le ONG operano dentro la stessa infrastruttura globale. Ciò che muta è solo la narrazione. Nel Sahel si chiama “lotta al terrorismo”, in Congo “conflitto minerario”, in Yemen “guerra per procura”, in Ucraina “difesa dell’egemonia occidentale elevata a civiltà”. Ma dietro ogni linguaggio si nasconde la stessa verità: l’accumulazione. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per continuare a produrre.
Nel Sahel, il deserto è diventato il confine materiale dell’Europa. Là dove l’Unione Europea paga i governi locali per bloccare i migranti, la guerra è funzionale alla logistica: campi, recinzioni, pattugliamenti, deportazioni. Ogni vita fermata entra nel computo dell’efficienza, segnalando la logica di un potere che fa del deserto una forma di governo e della sopravvivenza una variabile da dover gestire. Così l’Africa occidentale non è più colonia, ma periferia integrata nel comando globale, un magazzino umano che regola per conto del capitale i flussi della forza-lavoro mondiale.
Nel Congo, la violenza è ancora più esplicita. Le miniere di coltan e cobalto, indispensabili per l’industria tecnologica mondiale, sono sorvegliate da milizie locali e compagnie straniere. Ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni batteria che alimenta la transizione verde contiene un frammento di guerra. Il colonialismo non si è ritirato: si è digitalizzato. Ora parla il linguaggio della sostenibilità, ma il sangue è lo stesso.
Nello Yemen, la guerra è divenuta laboratorio di droni e di catastrofi umanitarie, un Paese cancellato dalle mappe e bombardato per anni da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, con armi fornite dall’Occidente. Ogni bomba che cade su Sana’a rinnova un contratto di fornitura, prolunga la catena di comando tra il capitale e la distruzione. La guerra funziona come nuovo welfare dell’industria bellica: un meccanismo che riorganizza la produzione e l’occupazione su scala globale, generando miseria nelle periferie e accumulazione nei centri del potere economico.
E poi c’è l’Ucraina, il volto europeo dello stesso processo. Non un caso opposto, ma speculare. La guerra in Ucraina è la versione bianca del colonialismo: il fronte dove l’Occidente si reinventa come vittima per poter continuare a essere impero. La sua estetica è diversa, ma la sua logica identica. Dietro la retorica della libertà si muovono i capitali delle stesse multinazionali che finanziano le guerre in Africa e Medio Oriente. Il complesso militare-industriale che arma Kiev è lo stesso che rifornisce Tel Aviv e Riyad. La democrazia serve da copertura all’estrazione: ogni bomba che cade sul Donbass vale un punto in borsa.
L’ordine del capitale ha completato il proprio ciclo storico trasformando la conquista in pianificazione del dominio. Non espande più confini, li interiorizza: colonizza la crisi, organizza i flussi di materie prime, di migranti, di dati e di consenso. Il suo spazio non è unicamente geografico ma logistico, una rete che non sempre ha bisogno di occupare terre, ma tempi – quelli della produzione, della connessione, dell’informazione – esercitando il proprio potere attraverso il controllo del tempo sociale. Ogni guerra è ormai una variazione di tempo, una sincronizzazione forzata dell’ordine mondiale.
Il Sudan, in questa geografia, rappresenta il punto zero del capitale: il luogo in cui la logica del dominio si manifesta nella sua forma più nuda, priva di ogni sovrastruttura ideologica. Dalla spartizione coloniale di fine Ottocento alla costruzione anglo-egiziana dello Stato, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone alla privatizzazione delle terre comunitarie imposta dal Fondo Monetario negli anni Ottanta, ogni fase della sua storia ha rappresentato un laboratorio del capitale mondiale.
Là dove non servono più pretesti, resta soltanto la rendita come forma ultima dell’accumulazione. Eppure questo Paese non è stato sempre e solo vittima, ma anche teatro di una delle più potenti esperienze anticolonialiste del continente.
Nel dopoguerra, il Partito Comunista Sudanese – tra i più forti e radicati dell’Africa – costruì sindacati, scuole, cooperative e organizzò le prime rivolte popolari contro il dominio britannico. L’indipendenza del 1956 fu il frutto di quella mobilitazione, non di una concessione imperiale. Negli anni Sessanta, Gaafar Nimeiry, salito al potere con il colpo di Stato del 1969, si presentò come alleato dei movimenti socialisti arabi: nazionalizzò banche e industrie, avviò riforme agrarie, provò a spezzare la dipendenza dal capitale occidentale.
Ma Nimeiry si trovò dentro la stessa contraddizione storica che attraversò gran parte dei progetti socialisti del Sud globale: l’illusione di poter costruire una sovranità economica autonoma dentro un mercato mondiale già egemonizzato dal capitale finanziario. Le sue nazionalizzazioni suscitarono l’ostilità delle vecchie classi agrarie e dei grandi commercianti urbani, mentre l’Occidente reagiva con la chiusura dei crediti e l’isolamento diplomatico.
Quando la crisi petrolifera mutò gli equilibri internazionali e il ciclo dei non allineati si spense, il Sudan – come altri Stati postcoloniali – fu costretto a scegliere tra la bancarotta e la subordinazione. Il suo “dietrofront” più che una conversione ideologica improvvisa, fu il sintomo di una sconfitta strutturale: quella del socialismo nazionale travolto dalla riorganizzazione globale del capitale tra la fine degli anni Settanta e Ottanta
Ed andò esattamente in questo modo: proprio in quegli anni, piegato dal debito e dall’isolamento, Nimeiry abbandonò la redistribuzione, adottò i programmi del Fondo Monetario – privatizzazioni, tagli salariali, smantellamento delle terre collettive – e lasciò spazio all’islam politico sostenuto dalle monarchie del Golfo. Con il golpe di Omar al-Bashir nel 1989, il Paese si trasformò definitivamente in uno Stato-impresa, fondato sull’alleanza tra islam politico e oligarchia militare.
Quando nel 2011 il Sud Sudan ottenne la secessione, le risorse petrolifere si spostarono verso sud e la rendita si concentrò nel Darfur e nel traffico dell’oro: fu lì che nacquero le milizie janjaweed, da cui discendono oggi le RSF. La loro violenza non è una deviazione, ma la prosecuzione diretta delle politiche coloniali britanniche e della logica neoliberale imposta dai centri imperiali.
E così il Sudan finisce per offrirci l’immagine finale della civiltà occidentale: un Paese in fiamme sorretto da banche e da contratti, un popolo espulso dal racconto pubblico perché la sua morte è già stata contabilizzata. L’Africa non è un altrove, ma un dentro invisibile: lo spazio su cui l’Occidente scarica la propria colpa e da cui estrae la propria pace.
Fonte
04/10/2025
Palestinesi schiavi moderni: espropriati e resi vagabondi
Ricordiamo bene la disturbante clip satirica, creata con l’intelligenza artificiale, di Gaza trasformata in una riviera per ricchi villani. Trump e Netanyahu venivano raffigurati in costume, radiosamente stravaccati a bere Tequila sunrise a bordo piscina, in mezzo ai grattacieli. Il filmato fece scalpore perché Trump decise di rilanciarlo sui suoi social. Ebbene, nell’annunciare il piano di pace per la Palestina i due si sono presentati in giacca e cravatta e non hanno brindato, almeno non in pubblico. Eppure, tutto il resto sembrava una perfetta evocazione di quel video mostruoso.
Con la tipica solennità dell’immobiliarista, Trump ha presentato il cosiddetto «consiglio di pace», che egli stesso presiederà. Una istituzione definita «tecnocratica», incaricata di creare uno «sviluppo economico che fornirà un numero illimitato di posti di lavoro e abitazioni per le persone della zona». Di buon auspicio, ma con una piccola ambiguità. Cosa intende con «persone della zona»?
Il caso di Gaza, a questo riguardo, è emblematico. La ricostruzione della striscia annunciata da Trump riflette i progetti di Jared Kushner e sodali: attirare capitali da Israele, dagli Stati Uniti e anche dai paesi arabi amici per riempire l’area di immobili di pregio, casinò e resort di lusso.
Il paragone più frequente è con Eilat, la rinomata città turistica situata sulle coste di Israele. Lì un metro quadro fronte mare vale intorno ai 5mila dollari. Creare uno scenario simile lungo i 40 chilometri della costa di Gaza sarebbe un affare enorme, multimiliardario.
Ma a favore di chi? In linea teorica, anche dei palestinesi che abitano nella striscia, che potrebbero giustamente rivendicare la proprietà delle macerie su cui si vogliono edificare i resort. Qui però sorgono i problemi. Le Nazioni unite stimano che, dopo il 7 ottobre 2023, quasi due milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati. In sostanza, per il 90 percento della popolazione, i palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni, o quel poco che resta di esse. Per rivendicare la proprietà delle terre che hanno lasciato dovrebbero allora disporre di un atto che li legittimi.
Il guaio è che in Palestina, in particolar modo nei territori occupati, la percentuale di terre e di immobili regolarmente registrati è a dir poco scarsa. Israele ha sempre reso complicate le procedure di validazione degli atti di proprietà. E le stesse autorità palestinesi hanno tardato molto nella organizzazione dei registri. Le stime indicano che almeno due terzi delle proprietà risultano oggi di difficile attribuzione.
Il risultato è facilmente intuibile: i palestinesi evacuati da Gaza e dagli altri territori occupati non potranno rivendicare la proprietà dei terreni selezionati per il rilancio economico dell’area. Saranno costretti ad accontentarsi dell’obolo rivelato dall’inchiesta del Washington Post: al massimo alcune centinaia di dollari una tantum per non disturbare più, uno zero virgola per cento del capitale che Trump e soci intendono creare. Magari i più disciplinati potranno anche servire ai tavoli dei futuri resort di proprietà degli invasori. Quando Trump dichiara che i palestinesi «saranno liberi di tornare», si riferisce esattamente a questo.
Nel descrivere il fenomeno dell’accumulazione originaria del capitale, Marx raccontava di «una popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla propria terra, resa vagabonda, spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi con la forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, alla disciplina necessaria al sistema del lavoro salariato». Descriveva così l’Europa del diciassettesimo secolo, agli albori del capitalismo. La «pax trumpiana» non è altro che pura accumulazione originaria nel senso di Marx. Trasposta al ventunesimo secolo.
Fonte
14/11/2024
[Contributo al dibattito] - Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale
Con gli articoli di Maurizio Lazzarato «Perché la guerra?» e di Andrea Pannone «La Borsa, il "comitato d'affari della borghesia" e la guerra» Machina ha impostato un dibattito volto a riflettere su guerra e crisi, oggi.
La nostra attuale impotenza politica è la conseguenza diretta dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, essa stessa risultato di un’altra esclusione: quella delle lotte di classe, cioè della questione della rivoluzione. Porre il problema della guerra significa, oggi, porre il problema del mercato mondiale.
Quando la guerra, la guerra civile, il genocidio e il fascismo ritornano clamorosamente nelle nostre cronache (e con essi, paradossalmente, la «possibilità impossibile» della rivoluzione) ci scopriamo impotenti perché, se è vero che questi processi sono l'evidente risultato della produzione capitalistica, è impossibile spiegarli con le sole categorie della critica dell’economia politica.
Che rapporto hanno le guerre con il capitalismo e la sua produzione? Costituiscono incidenti del suo sviluppo o elementi strutturali? E ancora: che rapporto esiste tra lo Stato – che ha il potere di dichiarare e gestire la guerra – e il Capitale? È ancora valido un concetto di produzione che marginalizza lo Stato e la sua sovranità? Si può continuare a considerare lo Stato come elemento puramente funzionale e subordinato alle esigenze dell’accumulazione di capitale?
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Maestro : Rifletti bambino, da dove vengono questi doni. Tu non puoi avere niente da te stesso.
Bambino : Ho tutto dal papà.
Maestro : E da dove li prende lui ?
Bambino : Dal nonno.
Maestro : Ma no. E da chi li ha avuti il nonno ?
Il Bambino : Li ha presi.
Il Capitale, capitolo XXIV
Nell’articolo precedente (riferimento) abbiamo visto come l’affermazione della sovranità degli Usa è andata, di pari passo, con quel processo che, sbrigativamente, abbiamo definito come subordinazione dello Stato alla finanza. In realtà, il potere sovrano, che trova nella guerra la sua massima espressione, non si dà senza la potenza della finanza. Inoltre, il monopolio economico di quest’ultima non può sussistere senza il monopolio politico-militare della forza che favorisce e impone la dollarizzazione, condizione indispensabile per l’esistenza sia dello Stato che della finanza americani. Economia e potere politico sono in presupposizione reciproca, ma nelle fasi come quella che stiamo attraversando, il politico primeggia, anche se nella decisione sovrana per la guerra la questione dell’egemonia economica è decisiva. Nelle nostre società azione economica e azione politico-militare sono strettamente connesse in quanto costituiscono una sola macchina Stato-Capitale, in cui il primo non ha una funzione semplicemente strumentale e subordinata al secondo. Stato e Capitale perseguono fini distinti ma convergenti; l’aumento della potenza del primo e l’aumento del profitto del secondo si alimentano a vicenda. Non è vero che la politica è scomparsa, che lo Stato si è ritirato; lo Stato e la politica sono parte integrante della macchina in cui accumulazione del profitto e accumulazione di potere funzionano insieme.
La teoria critica, dagli anni ’60 ad oggi, ha posto al centro della sua ricerca i concetti e le realtà del potere e dello Stato. Gli obiettivi perseguiti sono stati la critica del concetto di sovranità e la volontà di superare l’interpretazione marxista secondo cui il potere si identifica con la produzione e lo Stato è ridotto a semplice funzione dei processi di accumulazione del valore. Alla fine degli anni ʼ70 il concetto di governamentalità di Foucault (l’insieme delle tecniche disciplinari, biopolitiche, di controllo) sembra aver raggiunto lo scopo: non solo esautora e marginalizza il potere sovrano, ma pretende di contenere le relazioni che spiegano il funzionamento dei meccanismi di potere nelle società contemporanee, irriducibili all’azione sia della produzione che dello Stato. Agamben, qualche anno dopo, corregge questa pacificazione teorica e politica che elimina la sovranità, coniugando governamentalità e potere sovrano, biopotere e Stato, ma facendo di queste categorie delle realtà trans-storiche, delle invarianti che attraversano i secoli sempre uguali a se stesse. Sia l’uno che l’altro escludono il capitalismo, la sua dinamica, le sue contraddizioni, a meno che non si assuma la «teologia economica» dei padri della chiesa cattolica come una efficace alternativa alla critica dell’economia politica (cosa francamente abbastanza ridicola) o si identifichi il funzionamento del capitalismo con i primi capitoli del Capitale di Marx – che Foucault utilizza per un breve periodo per spiegare l’azione disciplinare.
In sintesi, la mia tesi è semplice: lo Stato e la sua sovranità, il monopolio della forza che si manifesta pienamente nella guerra, ma anche il suo potere amministrativo, dovrebbero essere integrati ai concetti marxiani di capitale e di produzione. Cerchiamo di spiegare meglio questo rapporto che sfugge a Foucault come ad Agamben e che, al contrario, è alla base della congiuntura attuale.
Possiamo approssimare il problema ponendoci la domanda: come definire la situazione apertasi con la crisi finanziaria del 2007/8? La sua condizione negativa è data dalla fine del neoliberalismo e dal tramonto della sua governamentalità, il che comporta la subordinazione delle tecniche disciplinari, biopolitiche, alle necessità del regime di guerra che ha la facoltà di utilizzarle, sospenderle o semplicemente cancellarle.
Che l’economia possa essere regolata dal mercato e dalla concorrenza – anche se giuridicamente definiti e attivati da uno Stato che interviene con la stessa intensità e frequenza dello Stato keynesiano – come sostengono gli ordoliberali tedeschi, è stata l’ideologia degli ultimi quarant’anni. Buona parte del pensiero critico ha dato credito a tale ideologia, riconoscendo la teoria secondo cui mercato e concorrenza corrispondano a qualcosa di reale.
Fernand Braudel – che non era un pensatore marxista – ci ha insegnato che il capitalismo «è sempre stato monopolista», che la concorrenza serve a eliminare gli avversari e che il mercato nel capitalismo non esiste: c’è un «contro-mercato» controllato da pochi soggetti il quale, proprio grazie alla concorrenza, sfocia sempre e comunque nel monopolio.
Scriveva Braudel che i capitalisti «hanno mille modi per distorcere il gioco a loro favore, attraverso il credito», la moneta, il potere politico, ecc., «che abbiano a disposizione i monopoli o semplicemente la potenza necessaria per cancellare, nove volte su dieci, la concorrenza, chi ne dubiterebbe?». Sicuramente gli ordoliberali, i neoliberali, Foucault, Dardot e Leval, tutti gli allievi o gli ammiratori del filosofo francese, i media, i politici, ecc.
Come spiegare che la fine della governance neoliberale attraverso il mercato ci abbia regalato la più grossa concentrazione monopolistica della storia del capitalismo e della storia dell’umanità? (vedi articolo precedente) Con il semplice fatto che la centralizzazione economica (come quella politica) non si è mai fermata. Anzi, nel neoliberalismo ha conosciuto un’accelerazione folgorante, velata dall’ideologia del mercato e della concorrenza. Mercato e capitalismo non sono la stessa cosa, ci dice Braudel, e confonderli ha creato e continua a creare un’enorme confusione. Si compie un errore simile identificando capitalismo e neo liberalismo.
La condizione positiva per cogliere la situazione contemporanea è data invece dall’accavallarsi degli eventi: crisi finanziaria, populismi, nuovi fascismi, guerre civili, guerra, genocidio. Giovanni Arrighi la definirebbe come una «fase di transizione egemonica» o di «caos sistemico». Per cercare di essere meno generici, potremmo avventurarci a dire che la fase politica aperta dalla crisi finanziaria del 2007/2008, decretando la fine dei «cicli egemonici» (à la Braudel, Wallerstein, Arrighi), presenta i caratteri dell’«accumulazione originaria» di Karl Marx e dello «stato di eccezione» di Carl Schmitt. Per cui abbiamo un «Karl und Carl» differente da quello di Mario Tronti, un po’ più operativo.
Due osservazioni a proposito: per avere un’immagine del capitale e del suo rapporto con la sovranità, che assume un ruolo decisivo proprio in questo periodo, partiremo non dall’inizio, ma dalla fine del primo libro del Capitale, cioè dall’accumulazione originaria. Marx la descriveva come l’epoca di formazione delle classi e dello Stato (assoluto) dentro e attraverso l’esercizio della grande violenza delle guerre civili, delle guerre di conquista e dei genocidi. Il rivoluzionario tedesco pensava, a torto, che una volta affermatasi la produzione capitalista, questa avrebbe sempre riprodotto le sue proprie condizioni. Il che è vero in modo limitato (riproduce le sue condizioni di esistenza dentro un modo specifico di accumulazione fino a quando questo non entra in crisi) o falso, perché il passaggio da un modo di accumulazione a un altro, ad esempio dal fordismo al neoliberalismo, non è sorto in maniera spontanea e immanente dalla produzione e dal consumo fordisti e dallo Stato keynesiano. La macchina Stato-Capitale è dovuta passare per l’organizzazione di una rottura, di una discontinuità rappresentate dal decennio ʼ69-ʼ79 che ha implicato l’intervento del potere sovrano e della forza armata dove era necessario. È il politico non solo statale, cioè la guerra, i colpi di Stato, le rivoluzioni, la lotta di classe e i loro esiti, che decidono la nuova configurazione dei rapporti di capitale, dei rapporti di potere e della forma Stato. La prima divisione del lavoro è sempre politica e non economica perché deve produrre i dominanti e i dominati, perché deve dividere tra proprietari e non proprietari.[1] La proprietà privata è un presupposto del capitale, ma a crearla e garantirla è lo Stato. L’organizzazione della produzione e la divisione del lavoro propriamente detta, quelle che troviamo nel Capitale, arrivano in seguito per normalizzare rapporti di forza definiti dallo scontro politico tra le classi.
La seconda osservazione riguarda il concetto di stato di eccezione in virtù del quale si possono sospendere le norme giuridiche, produttive, democratiche per cui lo Stato, l’uso della forza e la guerra regnano e decidono. Lo stato di eccezione deve però essere distinto – a differenza di ciò che pensa Agamben – dall’emergenza. Il «Patriot Act» di Bush o le misure imposte dallo Stato durante il Covid-19 sono casi di emergenza. Riserviamo il concetto di stato di eccezione a epoche di rotture radicali che segnano il passaggio da un ordine economico-politico del mondo a un altro: la Rivoluzione francese che segna la fine dall’ancien régime (feudale); le due guerre mondiali che sono state un’ unica e lunga guerra civile e, dentro queste guerre, la Rivoluzione sovietica (o cinese) che insieme hanno definito un nuovo ordine mondiale – la guerra fredda; gli anni ʼ70 che determinano il passaggio dal fordismo al mal definito neoliberalismo; o, ancora, la situazione attuale che annuncia la fine di quest’ultimo e pre-annuncia il «nuovo» che uscirà proprio dallo scontro in corso.
Sarebbe forse più corretto utilizzare un altro concetto di Schmitt come complementare all’accumulazione originaria: il «Nomos della terra», evento storico dove la conquista, la guerra, l’appropriazione – come nell’accumulazione originaria marxiana – generano e istituiscono un nuovo ordine e un nuovo potere; il suo realizzarsi non ha bisogno di norme, queste saranno istituite successivamente. Il Nomos è evento, luogo e momento di discontinuità dove si decide, tramite l’esercizio della forza, la forma dello Stato, delle classi sociali, dei rapporti di forza. Senza l’accumulazione originaria, cioè senza il Capitale, il «Nomos della terra» sarebbe un qualcosa solo di storico-politico; invece, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, ma già dalla Rivoluzione francese, è diventato in maniera indissolubile economico-politico – cosa di cui Schmitt è perfettamente consapevole: egli infatti vede nella lotta di classe ormai irriducibile a partire dalla rottura operata tra il 1830 e il 1848, la ragione principale della fine dello Stato come lo desiderava, autonomo e indipendente dalla «società».
Il diritto non nasce nella zona di indifferenza tra «interno e esterno» determinata dalla sospensione del sistema giuridico (Agamben), ma da conflitti tra forze che vedono vincitori e vinti. Quindi in nessun caso il campo di concentramento può essere definito il «Nomos del moderno», la sua «matrice nascosta» perché, così come l’emergenza, è «solo» uno degli elementi di strategie che distruggono un ordine e ne fanno nascere un altro. Ciò che diventa regola, gestione quotidiana del potere, è l’emergenza e non il Nomos della terra che resta un’eccezione. La pandemia non definisce un nuovo ordine del mondo, la guerra che è scoppiata subito dopo sì. Agamben si è agitato molto durante la pandemia ed è praticamente sparito con la guerra, proprio perché riduce il Nomos della terra al problema del diritto, confrontato al dato di fatto della violenza armata, dello scontro di classe. Quello che ci interessa capire è, nel «vuoto giuridico» dello stato di eccezione, quali forze combattono tra loro per una nuova egemonia economico-politica o anche, se possibile, per la rivoluzione impossibile.
A fondamento sia dell’accumulazione originaria che dello Stato di eccezione/Nomos della terra, troviamo una conquista, una presa di possesso che è sia di potenza per lo Stato che di profitto per il Capitale. È tramite l’appropriazione, il possedere che Stato e Capitale comunicano. Qui sia Karl che Carl ci dicono che prima di produrre bisogna prendere, appropriarsi, espropriare (terra, esseri umani, risorse, mezzi di produzione, ricchezza, ecc.) e dividere ciò che si è preso tra proprietari e non proprietari. La produzione non crea le classi, né l’istituto della proprietà, né è capace di organizzare l’espropriazione dei mezzi di produzione stessi e delle risorse necessarie al suo svolgersi. Al contrario presuppone il prendere, l’espropriare, e il dividere tra proprietario e non proprietari, tra dominanti e dominati. Per esercitare la grande violenza necessaria al prendere e al dividere, ciò che diventa dirimente è l’uso della forza, la guerra e la guerra civile. Ma anche prima di produrre il diritto bisogna prendere e dividere. Mentre per Marx la violenza è «essa stessa una potenza economica», in Schmitt, che diventi una potenza giuridica, è ambiguamente affermato – dico ambiguamente perché il vero stato di eccezione non può essere un momento disciplinato dal diritto, un momento in cui quest’ultimo, per salvare se stesso e lo Stato, ammette le violenza, annettendola all’ordinamento; la definizione in corso di un nuovo Nomos della terra passa ancora attraverso la forza che diventa sia nuova potenza economica che giuridica.
Nell’accumulazione originaria descritta da Marx troviamo, come del resto nei suoi scritti storico-politici, molti paralleli, mutatis mutandis, con la nostra situazione: molteplicità di soggetti (rapitori e mercanti di schiavi, avventurieri, pirati, rentiers, finanzieri, capitalisti, contadini, militari, mercanti, ecc.); molteplicità di modi di produzione e di sfruttamento (la schiavitù, il lavoro servile, il lavoro salariato, lo sfruttamento finanziario e creditizio, ecc.); molteplicità di forme di violenza (genocidio degli indigeni, l’espropriazione delle terre comuni in Europa e «libere» nel nuovo mondo, la guerra di conquista, d’assoggettamento, la guerra civile, le guerre tra imperialismi, ecc.). In questa fase di violenza dispiegata, il ruolo centrale è giocato dallo Stato – «la borghesia nascente non può fare a meno del suo intervento costante» per cui «tutti i metodi di accumulazione originaria sfruttano, senza eccezioni, il potere dello Stato» – non solo dal punto di vista militare come detentore del monopolio della forza – «brutale» dice Marx –, ma anche da quello economico in quanto gestore del credito e del debito pubblico e politico/legislativo, capace di sfornare leggi speciali – «legislazione sanguinaria» contro i contadini ridotti a mendicanti dalle espropriazioni.
Dal testo emerge un’affermazione marxiana molto importante che va però prolungata fin dentro la nostra attualità: è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine a un altro (qui dal feudalesimo al capitalismo) e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione.[2]
Lo svilupparsi del capitalismo introduce un cambiamento radicale nel rapporto Stato/Capitale. Se è vero che sono sempre stati in un rapporto di dipendenza reciproca, a partire dalle fine del XIX secolo e in modo particolare dall’inizio del XX, la relativa autonomia dello Stato dall’economia (Poulantzas) e di quest’ultima dallo Stato viene assottigliandosi e le due realtà si integrano in una sola macchina a due teste.
Come è nato e come è morto il neoliberalismo
La definizione che abbiamo dato della situazione attuale (accumulazione originaria e stato di eccezione) ci permette di fugare tutte le ambiguità e le confusioni che il concetto di neoliberalismo ha suscitato. Dall’esperienza della sua nascita e del suo rapido declinare possiamo forse trarre qualche insegnamento per la situazione che stiamo vivendo.
Grazie alla mia veneranda età ho potuto vivere e vedere con i miei occhi l’alternarsi di fasi di governamentalità e di momenti in cui si scatena la violenza dell’accumulazione originaria e lo stato di eccezione. Le due guerre mondiali avevano affermato un nuovo Nomos della terra, con l’egemonia americana in Occidente, sovietica in Oriente. Rapporti di potere inediti sono stati successivamente stabilizzati e normalizzati nel nord del mondo da una governamentalità keynesiana, a volte socialdemocratica. La nuova accumulazione del capitale a guida statunitense è entrata in crisi già alla fine degli anni ʼ60. La macchina Stato-Capitale degli Usa ha immediatamente lanciato una nuova accumulazione originaria e il suo Stato di eccezione ha imperversato sul pianeta dal 1969 al 1979, determinando il passaggio dal fordismo al post-fordismo. La vittoria riportata dalla macchina Stato-Capitale in quel decennio ha aperto la strada a una nuova forma di governamentalità, il neoliberalismo, che ha accompagnato l’accumulazione centrata sul credito e la finanza, fino a quando anche quest’ultima è crollata (2008). Il susseguirsi della crisi finanziaria, il populismo, la guerra e il genocidio hanno decretato la sua fine. Ci troviamo ora dentro la grande violenza propria dei momenti in cui si stabilisce un nuovo ordine (se le grandi potenze ci riescono, perché la cosa non è scontata!).
Cerchiamo di vedere più da vicino quello che è successo nel decennio ʼ69-ʼ79, così da avere un’idea più precisa della forma e della funzione dell’accumulazione originaria e del Nomos della terra all’origine della nuova globalizzazione cominciata negli anni '80, che ora si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Il ciclo di lotte mondiale che sfocia nel ʼ68 impone un cambiamento di strategia politica della macchina Stato-Capitale americana, che cerca – all’inizio a tentoni, poi sempre più sicura del suo progetto – di definire una nuova forma d’accumulazione, prima sconfiggendo e successivamente modificando la composizione di classe, costruendo uno Stato che sia una critica in atto dello Stato keynesiano, poiché le masse erano riuscite, grazie alle rivoluzioni del XX secolo, a ritagliarsi spazi di contro-potere al suo interno. L’opera di distruzione non può che cominciare dal luogo in cui il soggetto politico era più forte: il Sud del mondo. Gli Usa, guidati da Kissinger, organizzano una serie esemplare di colpi di Stato in Sud America tramite i militari fascisti. Lo Stato e il suo potere di dichiarare la guerra civile, di imporre lo stato di eccezione e di utilizzare i fascisti, si manifesta anche dentro il capitalismo maturo, come diritto sulla vita e sulla morte di migliaia di comunisti e socialisti. Nel Nord l’integrazione relativa della classe operaia nel sistema, operata grazie al salario e al consumo, ha richiesto più semplicemente una sconfitta politica – vedi gli esempi dei governi Thatcher o Reagan. Vengono sospese le norme giuridiche, produttive, sociali e le tecniche che avevano governato dal dopoguerra al ʼ68. Senza che si tocchi la costituzione formale, né il diritto, è sconvolta e profondamente modificata la costituzione materiale. I rapporti di forza, radicalmente modificati a favore del Capitale, creano le condizioni per modificare di fatto le norme giuridiche, le norme produttive e le tecniche di potere che non emergono in maniera immanente dalla produzione fordista e dallo Stato keynesiano, ma devono essere costruite con l’uso della forza armata del fascismo e la forza politica dello Stato. L’oggetto principale della violenza sono i processi di soggettivazione rivoluzionaria. Le nuove norme non possono agire in una situazione di «caos» determinata da una lotta di classe dispiegata come in America Latina. Per imporle bisogna prima stabilire l’ordine nelle soggettività; solo dei soggetti vinti saranno disponibili ad assumere nuovi comportamenti, nuovi modi di lavorare, nuove modalità della loro riproduzione.
Come nel passaggio di Marx sull’accumulazione originaria, anche negli anni ʼ70 è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine politico-economico a un altro e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione[3] . Non sono i capitalisti che, negli anni ʼ70 hanno bombardato la residenza presidenziale di Allende e imprigionato e torturato miglia di militanti socialisti e comunisti – o che hanno assassinato quadri dei Black Panthers, che hanno organizzato la strategia della tensione in Italia, ecc. –, ma una volta acquisita la vittoria sulla rivoluzione, nei governi sudamericani gli economisti neoliberali siedono insieme ai militari fascisti. Solo dopo aver normalizzato completamente la «situazione» creata dai colpi di stato («sovrano», dice Schmitt, «è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero»), i neoliberali potranno governare da soli imponendo nuove norme e comportamenti. Dopo il ristabilimento del comando della macchina Stato-Capitale, la situazione sarà normalizzata costruendo un nuovo consenso dei vincitori che passa per l’economia del debito e per il consumo a credito e non più per il salario e il welfare.
Il risultato politico più importante della nuova accumulazione originaria e dello stato di eccezione sarà, come sempre nel capitalismo, una nuova configurazione della proprietà privata non più fondata sul capitalismo industriale ma sulla finanza: il nuovo principio della distribuzione della ricchezza non vede più al suo centro i produttori, ma i proprietari di azioni, obbligazioni e asset finanziari.
Solo dopo che la macchina Stato-Capitale ha seminato la morte politica comincia il neoliberalismo come governamentalità dei nuovi rapporti di forza tra le classi. Soltanto ora il biopotere (discipline, biopolitica, potere pastorale) si dà come compito la «gestione della vita» delle soggettività vinte e governa le loro esistenze sottomesse e assoggettate. Il modello di potere descritto da Foucault (biopotere) non ha più come fondamento la violenza dello Stato, la sovranità, ma l’economia. Anche qui è poi vero che capitalismo ed economia coincidono? Il capitalismo contemporaneo perfettamente incarnato dalla predazione finanziaria, dalla grande violenza dell’appropriazione dell’accumulazione originaria e dalla guerra di classe tra proprietari e non proprietari non ha molto da spartire con l’economia dove degli uomini antropologicamente equipaggiati per lo scambio, per evitare di battersi l’un l’altro armati, preferiscono competere nella produzione e nel commercio, secondo le leggi asettiche della political economy scozzese. Il biopotere fa sua propria questa immagine pacificata della concorrenza e del mercato: non mira a reprimere ma favorisce, incita, sollecita l’attività dei governati; non lavora per la guerra, ma per la pace. Il suo modello è dato dal potere pastorale che non conosce né violenza, né nemici: «Il potere pastorale non ha per funzione principale di fare del male ai nemici, ma di far il bene a quelli su cui veglia. Fare del bene nel senso materiale del termine, cioè: nutrire, offrire sussistenza».
Questa vera e propria ideologia che oppone la governamentalità biopolitica al potere sovrano, cancellando i contendenti della lotta di classe (sia il potere della macchina Stato-Capitale che il potere della rivoluzione) è penetrata fino dentro il pensiero critico, per esempio, della cosiddetta Italian Theory, debitrice sia della governamentalità che del biopotere. Agamben, Negri, Esposito adottano, in modo diverso, questi concetti, ma sembrano ignorare che il loro presupposto, in Foucault, è l’abbandono della guerra di classe come modello delle relazioni sociali. Il rapporto di potere non è più né giuridico, né guerriero, ma di governo. Non si deve cercare né nel contratto, né nella violenza e la lotta. Il rapporto amico-nemico imposto della rivoluzione mondiale scatenata dalla rottura sovietica e riprodottosi fino agli anni '60/'70, è diventato una innocua, pacifica, consensuale, relazione tra governanti e governati: il massimo che si può pretendere è di «non essere più governati» in questo o quel modo. È questa la ragione che sta al fondamento del fallimento di tutte queste teorie incapaci di anticipare la guerra, la guerra civile e il genocidio, cioè di comprendere la natura del capitalismo.
Queste narrazioni pacificatrici sono state spazzate dalla crisi proprio dell’economia, fondamento del biopotere. In maniera rapidissima ricompare in tutta la sua orribile forza ciò che non si era mai ritirato: il potere sovrano sulla vita e sulla morte, segno che una nuova accumulazione originaria si appresta a creare le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale. Il liberalismo classico è stato annientato dalla Prima guerra mondiale, ma il capitalismo ha continuato a riprodursi alleandosi con il fascismo e il nazismo. Il neoliberalismo è morto, ma il capitalismo continua con la guerra, la guerra civile e rinnovando le alleanze con nuovi fascismi, facendosi carico oggi della grande violenza del genocidio.
Un nuovo concetto di produzione?
Da quanto abbiamo detto si deduce che l’accumulazione originaria e la sua grande violenza – come anche lo stato di eccezione o Nomos della terra e soprattutto la lotta di classe – devono far parte integrante del concetto di produzione, costituiscono i suoi presupposti che ogni volta decidono sulla sua forma. In questo modo si esce definitivamente dalle ambiguità e dai limiti, anche marxiani, del concetto di produzione che spesso rischiano di far cadere in un imbarazzante economicismo i suoi epigoni. La violenza, la guerra, la guerra civile e il genocidio non sono un incidente dell’accumulazione del capitale, ma suoi elementi strutturali, fondativi.
Negli anni Sessanta e Settanta sono stati fatti diversi tentativi per arricchire e ampliare il concetto di produzione, cercando di superare i limiti economicisti del marxismo dell’epoca: l'economia libidica (Lyotard), l'economia degli affetti (Klossowski), il discorso del capitalista (Lacan), la produzione desiderante (Deleuze e Guattari), la biopolitica (Foucault), l'ontologia spinozista dell’Essere come produzione di Negri. Tutte queste teorie sembrano fare un passo avanti dal punto di vista teorico (poiché il capitalismo funziona anche attraverso i desideri e gli affetti), ma dal punto di vista politico fanno due o più passi indietro, poiché hanno contribuito a pacificare il capitalismo separando la produzione dalle guerre e dalle lotte di classe.
Il capitalismo nasce da una grande violenza, da massacri, genocidi, espropriazioni, guerre, assoggettamenti. La macchina Stato-Capitale si rinnova, si riproduce e si impone tramite una barbarie che non fa che crescere lungo i secoli, proporzionalmente allo sviluppo delle forze produttive del lavoro e della tecnica che, se non sono indirizzate all’emancipazione dalle rivoluzioni, convergono nella distruzione non solo del capitale variabile o fisso, come recita il marxismo della crisi, ma della specie umana e del suo mondo.
La furia sanguinaria da cui sono presi i nostri governanti non è né un tratto psicologico, né una malattia mentale, né niente di nuovo. Si ripete con regolarità sconcertante e averla esclusa dalla definizione del capitalismo e del capitale è semplicemente idiota e suicida. Aver ridotto il capitalismo a mercato e il potere a disciplina, governo e biopolitica, credendo che l’uno e gli altri avessero finalmente decapitato il moderno Leviatano – che regge con una mano il simbolo del potere politico e con l’altra il simbolo del potere economico piuttosto che religioso – quando invece continua, imperterrito, a decidere della vita e della morte, è uno degli esiti più disastrosi della teoria critica del post sessantotto. La verità del suo mortifero esercizio è oggi facilmente verificabile, ma il confronto con il reale della guerra di classe sembra impossibile da assumere in un Occidente ormai al suo definitivo tramonto. Il profitto capitalista e la potenza dello stato si alimentano a vicenda, ma nei periodi in cui l’accumulazione originaria continuata agisce in sintonia con lo Stato di eccezione, il potere sovrano di dare la morte, di prendere e di vedere primeggia necessariamente. Un potere non più identificabile unicamente con lo Stato, ma che rinvia piuttosto alla forza politica della macchina Stato-Capitale che decide e guida la strategia. Il rovescio di questa situazione è ciò che, dal punto di vista degli oppressi, si può definire il momento leninista, ovvero il momento nel quale l’impossibile può realizzarsi (sempre se si danno le condizioni soggettive per farlo).
Che cos’è la democrazia?
La democrazia è esistita solo per un brevissimo periodo, in Occidente, grazie alla lotta di classe e alle rivoluzioni del XX secolo. Sparite queste ultime, è ritornata ad essere quella che è sempre stata per i liberali: democrazia per i proprietari – Marx ricordava che la costituzione materiale in Occidente è la proprietà –, democrazia per la guerra e il genocidio, democrazia per i fascismi.
C’è un elemento che manca nell’accumulazione originaria marxiana ed è il fascismo, che, effettivamente, emerge solo con l’imperialismo: il capitalismo monopolistico, a differenza del capitalismo concorrenziale, «non sviluppa più una tendenza al socialismo, ma caso mai, alla barbarie fascista», suggeriva Hans Junger Krahl.
Una delle caratteristiche più peculiari del fascismo storico è che, a differenza dei comunisti e dei rivoluzionari, non deve prendere il potere perché gli è offerto su un piatto d’argento dalle classi dominanti terrorizzate dalle proprie crisi, che rendono ogni volta attuale l’abolizione della proprietà privata – unico vero valore dell’Occidente. Il fascismo e il nazismo sono degli elementi indispensabili per l’esistenza e la riproduzione della macchina Stato-Capitale quando mobilitano accumulazione originaria e stato di eccezione.
La cosa si sta producendo, mutatis mutandis, oggi. La «Repubblica delle banane» francese è un caso esemplare a questo proposito. Il presidente Macron, quando era stato eletto la seconda volta, non aveva più la maggioranza e governava tramite decreti esautorando completamente il parlamento. Dopo aver perso anche le elezioni europee, il suo progetto era di traghettare i fascisti al potere come avevano fatto i suoi avi nel XX secolo perché sono la soluzione ideale all’epoca delle catastrofi capitaliste: applicano le politiche del capitale come i liberali, ma con una governance «illiberale».
Prendiamo in considerazione le cosiddette posizioni antisistema dei fascisti italiani che al governo ci sono già. Una volta al potere hanno abbandonato immediatamente il sovranismo, diventando ligi esecutori degli ordini dell’Europa e servi dell’atlantismo; nel mentre si sono impegnati a svendere la «patria» ai fondi americani. Il governo ha promesso a Bruxelles 20 miliardi di privatizzazioni entro il 2027. Meloni ha venduto la rete telefonica nazionale agli americani di KKR; quote dei depositi di Sace; il 3% di Leonardo al maxi-fondo USA Black Rock che ha già raggiunto il 9% di Eni e costituisce già l’azionista più importante della Borsa di Milano; Vanguard è entrata nel Monte dei Paschi. La privatizzazione delle Poste non è che è un regalo a questi fondi di investimento, a cui è riservata una quota del 70% delle azioni vendute! E si prepara a fare lo stesso con le Ferrovie. La finanza americana considera l’Italia l’anello debole per entrare in Europa e depredarla – l’80% dei soldi investiti nei titoli dei fondi finiscono negli USA per comprare titoli americani e sorreggere la loro economia iper-indebitata. L’Italia è utilizzata anche per continuare a smantellare l’industria tedesca, sempre sospettata di rapporti con la Cina – ad esempio, l’operazione di Unicredit contro CommerzBank, è finanziata dagli americani. L’8 marzo del 2023, durante la visita di Netanyahu a Roma, i fascisti hanno firmato un accordo per appaltare una parte consistente della nostra cybersecurity agli israeliani in cambio di commesse militari. In poche parole Israele ci osserva e ci scruta come e quando vuole. I fascisti, grandissimi patrioti, spalancano i confini alla finanza «straniera» per impoverire la «madre patria», mentre li chiudono a qualche migliaio di migranti o li deportano in Albania. Per ligio servizio reso ai padroni americani, Giorgia Meloni è stata premiata dall’Atlantic Council – il cui nome è tutto un programma.
Il governo ha anche tolto risorse a sanità e scuola pubblica allo scopo di favorire la privatizzazione di tutti i servizi pubblici che è proprio la politica dei fondi americani; ha impoverito il paese, soprattutto i pensionati, fatto votare leggi liberticide contro scioperi e manifestazioni, inventato anche il reato di resistenza passiva. Non ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, multinazionali dell'energia e della farmaceutica e delle Gafam. Ha incrementato l’evasione fiscale legalizzata, anche chiamata ottimizzazione fiscale, altra condizione indispensabile al capitalismo finanziario. Questo enorme trasferimento di ricchezza verso le tasche dei padroni ha svuotato i conti pubblici e ora i fascisti chiedono «sacrifici». Per i prossimi 7 anni, dopo essersi schierata contro l’austerità quando era all’opposizione, Meloni impone tagli per 12 miliardi l’anno alla spesa pubblica per rientrare nei parametri stabiliti dal nuovo patto di stabilità europeo (anche questo aspramente criticato prima di salire al potere).
I fascisti sono più liberali dei liberali in politica economica e fiscale. Il solo terreno su cui tengono le promesse fasciste è la repressione di ogni dissenso e di ogni differenza. I colleghi francesi non riescono ancora ad accedere al potere per via elettorale? Ci pensa Macron, convinto che scogliere il parlamento e convocare nuove elezioni politiche fosse il modo migliore per spianare la strada a questi alleati più che sicuri – ma che possono sempre partire per la loro strada, come hanno fatto i nazisti. Che sfiga! Hanno perso sia i fascisti che Macron e la prima forza politica è risultata essere stata la sinistra. Da subito il presidente non riconosce i risultati delle elezioni. In una situazione d’accumulazione originaria e Nomos della terra, dove conta solo la forza, è possibile fare solo ciò che conviene alla macchina Stato-Capitale. Le norme democratiche sono di fatto sospese e dipendono dal volere del «sovrano» democratico Macron, che nomina un governo dove è rappresentata tutta la destra, dalla repubblicana ai fascisti, cioè le forze che sono uscite sconfitte dalle elezioni. Il governo esiste solo grazie all’astensione dei fascisti che lo tengono in pugno e che, mostrandolo pubblicamente, se ne vantano. Aperta la strada politica al potere fascista, mancava quella economica. Eccola: il nuovo governo deve coprire i buchi di bilancio del precedente governo dei banchieri che ha dispensato miliardi pubblici alle imprese e ai ricchi con enorme generosità. Ora bisogna tagliare 60 miliardi di spese dello Stato e si potrà fare soltanto al prezzo di una austerità dello stesso valore (2% del Pil) di quella imposta alla Grecia dalla magnanima Europa.
Il nazismo non è cresciuto tra le due guerre a causa dell’inflazione, come racconta lo storytelling democratico dei tedeschi, ma a causa dell’austerità imposta dalla crisi del 1929. Tutte le condizioni sono riunite perché i fascisti, bocciati dal «popolo» nelle elezioni, salgano prossimamente al potere. Voilà la democrazia!
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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato(2012), Il governo dell’uomo indebitato(2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024).
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