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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/04/2026

Il marxismo occidentale e il mito delle catene adamantine del capitalismo

di John Bellamy Foster

In questo discorso tenuto l'11 ottobre 2025 alla conferenza inaugurale della Society for Peace, Internationalism, and Ecology (Villanova University, Pennsylvania), John Bellamy Foster mette in relazione la storia di Prometeo, così come viene presentata nelle tragedie di Eschilo, con la “dialettica della sconfitta” del marxismo occidentale, in cui il capitalismo viene descritto come un legame indissolubile per la classe operaia. Invece, dice Foster, dobbiamo riconoscere Prometeo come un soggetto liberato dalle catene apparentemente ineluttabili che gli sono state imposte.

Nella sua tesi di dottorato su Epicuro, Karl Marx paragonava Epicuro a Prometeo, il titano della mitologia greca, che fu incatenato con indistruttibili catene adamantine ad una roccia per quella che doveva essere l'eternità da Efesto su ordine di Zeus. Il crimine di Prometeo era stato quello di aver fornito il fuoco – simbolo dell'illuminazione universale (il nome Prometeo significa “colui che riflette prima/lungimirante”) e dei poteri creativi ed emancipatori – all'umanità.[1] Il simbolismo era importante. Tramite Lucrezio, Marx citava più volte Epicuro nella sua dissertazione sullo “spezzare le catene del destino”, sostenendo che una prospettiva materialista non era necessariamente rigidamente deterministica o fatalistica, ma piuttosto compatibile con le nozioni di libertà umana, che avrebbe sempre rotto o deviato da qualsiasi limite imposto.[2]

Per Marx, nessuna catena adamantina ostacolava il progresso della libertà. Come scriveva il rivoluzionario ventenne Friedrich Engels in “Retrograde Signs of Our Times" (Segni di regresso nel nostro tempo), i moti reazionari «alla fine si spezzano tutti l'uno contro l'altro e contro il piede adamantino dell'epoca che avanza», il che inevitabilmente crea nuove condizioni e nuove rivolte.[3] Nella grande trilogia drammatica di Eschilo, Prometeo incatenato fu seguito da Prometeo liberato e poi da Prometeo portatore del fuoco, che rappresentava il grande dono della libertà all'umanità. Marx, che leggeva Eschilo ogni anno in greco originale, non perse mai di vista le implicazioni rivoluzionarie del mito greco.[4]

La tradizione filosofica marxista occidentale del secondo dopoguerra si è allontanata dallo spirito rivoluzionario del materialismo storico classico, accettando di fatto l'idea delle catene adamantine imposte dal capitalismo alla classe operaia, abbandonando l'idea di «spezzare le catene del destino». L'antico mito greco di Prometeo, così come presentato da Eschilo, è stato capovolto, diventando un simbolo non di illuminazione, speranza, sfida e rivoluzione, ma delle catene adamantine imposte dal capitalismo moderno, che non potevano essere affrontate. Per Herbert Marcuse, nel suo Eros e civiltà, Prometeo rappresentava la fatica, l'ordine e la prigionia. Non era il Prometeo di Eschilo, che rappresentava la sfida e la rivolta a nome dell'umanità, ma la versione della Guerra Fredda del mito di Prometeo armato contro il marxismo.[5]

Il marxismo occidentale si è arreso così al disfattismo, adottando una propria versione della fine della storia, come nel caso della negatività astratta del "Grande Rifiuto" di Marcuse, che ha sostituito la prassi rivoluzionaria.[6] Persino Perry Anderson, nel 1976 in Il dibattito nel marxismo occidentale, ha scritto che: «nel suo complesso, il tratto distintivo nascosto del marxismo occidentale è [...] che esso è il prodotto di una sconfitta. Il fallimento della rivoluzione socialista al di fuori della Russia [...] è il contesto comune all'intera tradizione teorica di questo periodo [...]. Questa serie ininterrotta di sconfitte politiche – per la lotta della classe operaia, per il socialismo – non poteva che avere effetti profondi sulla natura del marxismo formatosi in quest'epoca».[7] Qui Anderson ha ignorato le rivoluzioni nella periferia, come quelle di Cina e Cuba, ritenendole irrilevanti a questo proposito, poiché avvenute al di fuori di un capitalismo occidentale sviluppato.

La dialettica della sconfitta

Alla base della regressione del marxismo occidentale c'è stata la convinzione del completo trionfo economico del capitalismo. Come ha scritto Marcuse in L'uomo a una dimensione, «Le possibilità represse delle società industriali avanzate sono: lo sviluppo delle forze produttive su scala ingrandita, l'estensione della conquista della natura, un'accresciuta soddisfazione dei bisogni per un crescente numero di persone, la creazione di nuovi bisogni e facoltà. Queste possibilità sono oggi gradualmente realizzate attraverso mezzi ed istituzioni che annullano il loro potenziale liberante, ed il processo influisce non solo sui mezzi ma anche sui fini».[8] Il risultato di tale concezione marxista occidentale è stata la totale cancellazione delle rivoluzioni proletarie, ostacolate dalle «possibilità represse» dal capitalismo.

I vari successi materiali che Marx indicava nel suo panegirico alla borghesia nella prima metà della Parte prima del Manifesto del Partito Comunista erano visti da Marcuse come liberi dalle contraddizioni che Marx ha introdotto poche pagine dopo: le crisi economiche; l'apprendista stregone, che rappresentava le fratture impreviste tra società e natura; e l'ascesa del becchino del capitale sotto forma del proletariato moderno. Il capitalismo era, in conseguenza, presentato come vittorioso in senso materiale.

«Sul terreno teoretico come su quello empirico, il concetto dialettico», affermava Marcuse, manifesta la propria disperazione. La realtà umana è la sua storia, e in essa le contraddizioni non esplodono da sole. Può darsi che il conflitto tra il dominio razionalizzato e remunerativo, da un lato, ed i risultati di esso su cui potrebbe fondarsi l'autodeterminazione e la pacificazione [della lotta per l'esistenza umana], dall'altro, diventi clamoroso al di là di ogni possibile smentita, ma può anche avvenire che continui ad essere un conflitto trattabile e persino produttivo, perché con l'avanzare della conquista tecnologica della natura aumenta la conquista dell'uomo da parte dell'uomo.

Riassumendo, egli ha così concluso: «La teoria dialettica non è confutata, ma ciò non può offrire il rimedio. Non può aver carattere positivo»[9].

La lettura che vedeva una weberiana «età del ferro» imposta dal capitalismo, sulla base dei suoi successi economici e tecnologici, divenne la posizione predefinita della Scuola di Francoforte e della tradizione filosofica marxista occidentale nel suo complesso. Scrivendo durante il primo quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale, in quello che oggi viene chiamata «l'età dell'oro», i marxisti occidentali adottarono l'idea che non solo l'economia capitalista abbia avuto un successo travolgente, ma che il proletariato si sia arricchito e sia stato permanentemente “borghesizzato”, incatenato al suo ruolo, sottomesso alle misere ricompense ottenute nel processo di sviluppo del capitalismo. Ciò era evidente nell'opera di Theodor W. Adorno, che nel 1964 sosteneva che, contrariamente a quanto affermato da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, i lavoratori ora avevano molto «più da perdere» che le loro catene. Si riferiva alle loro «automobili e motociclette».[10] Ciò che Adorno intendeva dire, dal punto di vista della sua dialettica negativa, era che questi beni, simbolo dell'imborghesimento del proletariato, rappresentavano nuove catene socio-psicologiche di oppressione. La legge generale dell'accumulazione [capitalistica] di Marx, in cui egli sottolineava che il divario relativo tra la classe capitalista e la classe operaia aumentava costantemente, creando una polarizzazione di classe sempre maggiore, indipendentemente dal fatto che i salari dei lavoratori fossero «alti o bassi», fu banalizzata da Adorno come una mera «teoria dell'impoverimento», in linea con l'ideologia della Guerra Fredda.[11]

Seguendo le orme di Engels e Lenin, Adorno sosteneva che i lavoratori occidentali si fossero ormai in larga misura borghesizzati. Tuttavia, Adorno non seguì Engels e Lenin nell'analizzare tale borghesizzazione in termini di teoria dell'aristocrazia operaia, secondo la quale una parte privilegiata dei lavoratori beneficiava del surplus del capitalismo monopolistico/imperialismo.[12] Né [Adorno] condivideva l'idea – sottolineata da Engels rispetto all'Inghilterra – che l'esistenza di un'aristocrazia operaia e la borghesizzazione di una parte significativa del proletariato fossero fenomeni transitori, destinati a essere minati dal declino del dominio coloniale/imperiale. Piuttosto, l'analisi eurocentrica di Adorno non lasciava spazio alla critica dell'imperialismo, né tantomeno a un'analisi approfondita del capitalismo monopolistico. Come osservava il critico tedesco Hans Mayer, che conosceva Adorno dal 1934: «L'Europa gli bastava completamente. Niente India o Cina, niente Terzo Mondo, niente democrazie popolari e niente movimento operaio».[13]

Ciò che qui è in discussione può essere chiarito sostenendo che la linea principale della tradizione filosofica del marxismo occidentale è caratterizzata da quattro rimozioni:
1) della classe,
2) del materialismo,
3) della dialettica della natura, 
4) della critica dell'imperialismo.
Dietro a ciò non c'è una negazione totale della teoria marxista, ma piuttosto il suo confinamento in un universo borghese permanente, che poteva essere analizzato criticamente per la sua mancanza di vera liberazione, ma non superato.[14]

La rimozione della classe era insita nell'idea che, nella sua età dell'oro, il capitalismo stesse attenuando le distinzioni di classe e rimuovendo ogni radicalismo da parte di una classe operaia benestante e borghesizzata, con le sue automobili e le sue motociclette.[15] La rimozione del materialismo era sia un abbandono della critica economica autentica sia, cosa ancora più importante, della concezione materialistica della natura: la controparte dialettica della concezione materialistica della storia. La rimozione della dialettica della natura significava che il rapporto dell'uomo con la natura esterna poteva essere ridotto a una tecnologica conquista della natura (ciò che Max Horkheimer e Adorno definivano la «dialettica dell'Illuminismo»).[16] La rimozione della critica dell'imperialismo significava che l'Europa era il destino finale e la definizione della modernità. Come aveva scritto Georg Wilhelm Friedrich Hegel: «La storia mondiale va da est verso ovest; dunque, l'Europa, è per eccellenza la fine della storia mondiale».[17]

Il marxismo occidentale ha rappresentato un allontanamento da Marx, non tanto verso Hegel, quanto piuttosto verso Max Weber, che rifiutava la teoria marxiana delle classi e della lotta di classe (a favore della mera competizione per le opportunità di vita sul mercato); ha sostituito il materialismo storico con l'idealismo neokantiano, il dualismo e l'individualismo metodologico; e concepito l'Occidente come l'unica fonte di fenomeni culturali di «significato e valore universale» basati sulla razionalità formale o strumentale. Pertanto, il mondo era una «gabbia di ferro» dalla quale non c'era via di fuga.[18] Nella sua lunga e contorta inversione dialettica, il marxismo occidentale è passato dalla concezione hegeliana di sinistra secondo cui «il razionale è reale», non a quella opposta, la concezione hegeliana di destra secondo cui «il reale è razionale», bensì verso la posizione pseudo-critica e pseudo-freudiana secondo cui l'irrazionale è reale, governato dalla «pulsione di morte», con il mondo permanentemente spogliato dal capitalismo di qualsiasi contenuto materialistico-rivoluzionario autentico.[19] Si è avvicinato così sempre più alla reazione antirazionalista di Friedrich Nietzsche. Questo è ciò che Russell Jacoby ha chiamato, con il titolo del suo libro: Dialectic of Defeat [Dialettica della sconfitta].[20] La dialettica della sconfitta del marxismo occidentale non era ovviamente la dialettica di una spirale, che incarnava la negazione della negazione, ma quella che Adorno definiva «dialettica negativa», che negava del tutto un momento positivo, rimanendo intrappolata in un circolo vizioso, senza fine, che la riportava alle visioni borghesi.[21]

Il marxismo occidentale è prosperato grazie alla sua analisi del soggettivo, in particolare nell'applicazione delle categorie psicoanalitiche tratte da Sigmund Freud, e nella critica della reificazione. Ci sono state analisi dettagliate dell'industria culturale e del dominio dei media. Tuttavia, ciò non ha dato origine all'analisi delle vicissitudini della coscienza di classe, ma piuttosto al mondo reificato e incatenato dell'incoscienza di classe, capovolgendo Storia e coscienza di classe di György Lukács.[22] Il problema, come ha affermato Marcuse in termini weberiani, è che gli «individui amministrati» della moderna società unidimensionale devono «liberarsi da se stessi non meno che dai loro padroni».[23] L'attenzione si è concentrata quindi quasi esclusivamente sull'autodistruzione del materiale umano necessario al cambiamento. Il problema era talmente grave, secondo la teoria critica, che Marcuse, come abbiamo visto, si chiedeva se la teoria critica della società dovesse abdicare del tutto, «poiché la dialettica ne aveva dichiarato l'inutilità». [Marcuse] concludeva il suo libro sottolineando la mera possibilità che «gli estremi storici possano toccarsi ancora una volta: la coscienza più avanzata dell'umanità e la sua forza più sfruttata. Non è altro che una possibilità».[24]

Una visione più ampia e lungimirante

Con determinazione Raymond Williams ha messo in guardia contro «gli aggiustamenti a lungo termine di problemi a breve termine», contro la tendenza a considerare la condizione del momento immediato come determinante per la traiettoria a lungo termine.[25] Piuttosto, come sosteneva Paul A. Baran, era necessario tenere direttamente conto della «visione a lungo termine» in tutte le azioni immediate, al fine di comprenderne le contraddizioni e le possibilità di una prassi rivoluzionaria. Baran era un economista marxista russo, ricercatore presso l'Istituto per le ricerche sociali di Francoforte prima dell'ascesa al potere di Adolf Hitler, ed emigrato negli Stati Uniti all'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Negli anni '60 scrisse Monopoly Capital (Il capitale monopolistico) con Paul M. Sweezy, che esponeva alcuni aspetti dell'analisi della Scuola di Francoforte, ma che era anche una critica storica dell'irrazionale capitalismo monopolistico e imperialistico del XX secolo. Sebbene Baran e Sweezy, come Marcuse, terminassero il loro libro con l'osservazione che la classe operaia non era all'epoca in rivolta negli Stati Uniti, differentemente da Marcuse essi non consideravano questo fatto come un fenomeno permanente, ma piuttosto qualcosa che sarebbe cambiato con il mutare delle condizioni storiche. A metà degli anni '60 scrissero che «anche se gli attuali movimenti di protesta dovessero essere sconfitti o dovessero abortire, non vi sarebbe ragione di escludere definitivamente la possibilità di un vero movimento rivoluzionario negli Stati Uniti».[26] Non solo il militarismo e l'imperialismo erano al centro del loro libro, ma Baran aveva pubblicato, meno di un decennio prima, l'analisi pionieristica sulla dipendenza The Political Economy of Growth [L'economia politica della crescita].[27] Baran e Sweezy sostenevano, sulla base della realtà concreta, che, nel XX secolo, la principale lotta rivoluzionaria tra lavoratori e capitale si era spostata alla periferia del sistema, nel Sud globale, che era la base della rivoluzione mondiale contemporanea ispirata dalla teoria marxista.

Baran aveva una lunga amicizia con Marcuse, risalente ai primi anni '30 quando entrambi frequentavano l'Istituto per le ricerche sociali di Francoforte. Marcuse gli inviò il manoscritto di One-Dimensional Man (L'uomo a una dimensione) nel 1963, prima della pubblicazione. Evidenziando dei difetti nell'opera, Baran scrisse a Sweezy:

Ciò che oggi è in discussione, e in effetti lo è con la massima urgenza, è la questione se la dialettica marxiana si sia spezzata, vale a dire se sia possibile che la Scheiße [merda] si accumuli, si coaguli, che ricopra tutta la società (e una buona parte del mondo correlato) senza produrre la controforza dialettica che la distrugga e la faccia esplodere. Hic Rhodus, hic salta! Se la risposta è affermativa, allora il marxismo nella sua forma tradizionale è diventato obsoleto. Ha previsto la miseria, ha spiegato molto bene le cause per cui è così diffusa; era in errore, però, nella sua tesi centrale secondo cui la miseria stessa genera le forze per la sua abolizione.
Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Marcuse (MS) [L'uomo a una dimensione], che espone in forma laboriosa la posizione definita il Grande Rifiuto o la Negazione Assoluta. Tutto è dreck [spazzatura]: il capitalismo monopolistico e l'Unione Sovietica, il capitalismo e il socialismo come li conosciamo; il lato negativo della storia, secondo Marx, si è avverato, il suo lato positivo resta un frutto dell'immaginazione. Siamo ritornati allo stato di puro e semplice utopismo; dovrebbe esserci un mondo migliore, ma non esiste alcuna forza sociale in grado di realizzarlo. Non solo il socialismo non è una risposta, ma non c'è nessuno che possa comunque fornirla. Dal Grande Rifiuto e dalla Negazione Assoluta, al Grande Ritiro e al Tradimento Assoluto, il passo è molto breve…
Sono necessari un'analisi lucida dell'intera situazione, il ripristino di una prospettiva storica e un richiamo alle dimensioni temporali pertinenti, e molto altro ancora.[28]

Non c'è dubbio che in molti casi, come ha suggerito Baran, il Grande Rifiuto e la Negazione Assoluta si siano trasformati nel Grande Ritiro e nel Tradimento Assoluto. L'argomento secondo cui il reale è irrazionale, quando separato da una «lucida analisi [materialista] dell'intera situazione, dal ripristino di una prospettiva storica e dal richiamo alle dimensioni temporali pertinenti» – senza escludere l’incapacità eurocentrica nell’affrontare l'imperialismo – ha portato ad un ritiro assoluto in quello che Lukács ha definito il «Grand Hotel Abyss».[29] Da qui il passo verso forme retrograde di postmodernismo e postumanesimo, che si presentavano come visioni apparentemente radicali, ma che minavano [in realtà] ciò che restava dell'Illuminismo radicale.

Hegel concludeva la sua ultima opera con la domanda «riforma o rivoluzione?» (preferendo chiaramente la prima).[30] La sinistra post-marxista non è più in grado di fare nemmeno questo, identificandosi con il populismo o il repubblicanesimo, tutt’altra cosa che una vera prassi socialista radicata nella classe operaia internazionale, come se fosse una reliquia di un'epoca diversa. Ma con questo si è persa ogni speranza di trascendere la società esistente. «La storia del marxismo [occidentale]», ha scritto Jacoby, «è la perdita della critica dialettica della società borghese».[31]

La crisi materiale del nostro tempo e la necessità della libertà

In verità, non esiste un'oggettiva dialettica della sconfitta. La storia è un processo di continuità e cambiamento, di negazione della negazione, senza alcuna possibilità di una fine definitiva se non quella di un oblio nucleare o ambientale (possibilità reali al giorno d'oggi). Il marxismo occidentale ha inculcato l'idea che la storia sia giunta ad un punto di sosta, anche se continua a scrutare tra le sbarre della gabbia di ferro – il più delle volte limitandosi a scrutare all'interno. L'obiettivo principale della teoria critica era comprendere il potere persuasivo del capitale, e la capitolazione della classe operaia che ciò comportava. L'analisi di classe ha ceduto il passo a pensatori postmodernisti, come Gilles Deleuze e Felix Guattari, che hanno portato questa logica alle sue estreme conseguenze, al trattamento della schizofrenia indotta dal capitalismo.[32]

«Eppur si muove» avrebbe detto Galileo (senza dubbio apocrifo) riferendosi alla Terra, dopo essere stato costretto dalla Chiesa a rinunciare alla visione copernicana dell'universo.[33] La rimozione da parte del marxismo occidentale della dialettica della natura e [della critica] dell'imperialismo, del materialismo e della classe, lo ha reso inadeguato ad affrontare i reali cambiamenti economici, sociali e ambientali a livello globale. Rifiutando sia il materialismo che la dialettica della natura e quindi le scienze naturali, i marxisti occidentali si sono dimostrati impreparati ad affrontare le questioni ecologiche quando si sono presentate. Il concetto di natura in Marx di Alfred Schmidt, una tesi di dottorato scritta sotto la supervisione di Horkheimer e Adorno, pubblicata nello stesso anno di Silent Spring (Primavera silenziosa) di Rachel Carson, riconosceva in parte l'importanza del concetto di metabolismo di Marx, ma trascurava completamente la sua teoria della frattura metabolica, o crisi ecologica. Argomentando contro Bertolt Brecht ed Ernst Bloch, che, seguendo Marx, avevano teorizzato la riconciliazione rivoluzionaria e l'armonizzazione tra l’umanità e la natura, Schmidt sottolineava l'ineluttabilità della conquista tecnologica della natura o la cosiddetta dialettica dell'Illuminismo. La natura e le scienze naturali erano considerate in gran parte estranee a qualsiasi concezione della società come seconda natura.[34] Il recupero dell'ecologia di Marx fu quindi ritardato, anche se il mondo stava prendendo coscienza della crescente crisi ecologica planetaria.

Un fenomeno simile si è verificato anche rispetto alla classe. Come ha spiegato Ellen Meiksins Wood in The Retreat from Class del 1986, i marxisti occidentali hanno sempre più spesso dissociato la politica dalla classe, si sono orientati verso un determinismo tecnologico, hanno sostituito la classe operaia con delle «forze democratiche» vagamente definite, e hanno adottato una politica «populista» di massa che ha ignorato i rapporti di classe. In questo modo, i marxisti occidentali hanno teso a fondersi con l'ideologia liberale, creando quello che potrebbe essere definito un marxismo al contrario.[35] Oggi, queste argomentazioni si sono trasformate nella posizione secondo cui Marx viene considerato più come un repubblicano – o come un sostenitore di una politica limitata al cittadino democratico – piuttosto che come un socialista militante interessato alla trasformazione rivoluzionaria [da parte] della classe operaia, finalizzata a una democrazia sostanziale.[36] Anche la famosa analisi dell'"industria culturale" di Adorno, e di altri, manca di qualsiasi significato concreto se contrapposta all'economia politica critico-realista della comunicazione e la rivolta contemporanea per il controllo dell'apparato culturale.[37]

Il ripiegamento definitivo del "marxismo al contrario" occidentale è stato il suo orientamento a vedere il capitalismo moderno come rappresentante «l’organizzazione capitalistica razionale del lavoro (formalmente) libero», secondo la definizione di Weber, separandolo dalla teoria del capitalismo monopolistico/imperialismo, e persino dalla marxiana teoria dello sfruttamento.[38] Nonostante il ruolo avuto in tutte le autentiche rivoluzioni scoppiate nel Sud globale, l'umanesimo socialista e il materialismo storico radicale sono stati criticati duramente da pensatori strutturalisti come Louis Althusser. Le società capitalistiche periferiche, secondo la logica della modernità, sono state viste come destinate a evolversi inesorabilmente verso il capitalismo sviluppato e quindi verso l'Occidente – nella misura in cui potevano essere considerate come in via di modernizzazione. Come ha sostenuto Bill Warren, basando presumibilmente la sua analisi sul Marx dei primi anni '50 del XIX secolo: l'imperialismo è stato il «pioniere del capitalismo».[39] Come ha sottolineato Domenico Losurdo, i marxisti occidentali sono stati così indifferenti alle lotte del Terzo Mondo che hanno considerato il '68 europeo e la sua sconfitta, più importanti dei decenni di lotta rivoluzionaria in tutto il mondo – dalla Cina a Cuba, dal Ghana di Kwame Nkrumah al Cile di Salvador Allende – collegata a quella che L. S. Stavrianos ha denominato la frattura globale.[40] Curiosamente, mentre in tutti e tre i continenti del Sud globale erano in atto rivoluzioni contro il colonialismo, l'imperialismo e la dipendenza, i marxisti eurocentrici occidentali parlavano, con una visione ristretta, del fallimento della rivoluzione, poiché questa avrebbe dovuto avvenire solo nelle società capitalistiche mature dell'Occidente.

Così sganciato dalla storia e dal materialismo, il "marxismo al contrario" dell'Occidente, pur ricco di idee penetranti, può ripristinare il suo posto sbiadito nell'insieme del marxismo solo attraverso un processo di salvataggio e di recupero che lo rimetta di nuovo in piedi. Ciò richiede una riconnessione con la tradizione storico-materialista classica di Marx ed Engels e con le lotte rivoluzionarie, passate e presenti contro l'imperialismo e il capitalismo, combattute in tutto il Sud globale. Oggi ciò coincide con la grande battaglia antisistemica per salvare il Pianeta come luogo di abitazione umana. Queste realtà hanno richiesto cambiamenti di paradigma nella teoria storico-materialista, al fine di incorporare i nuovi pericoli onnipresenti della globalizzazione illimitata del capitalismo e la frattura che questa ha creato nei flussi biogeofisici del Pianeta – visto come un luogo di abitazione terrena per l'umanità e tutte le specie viventi.[41] Questi cruciali cambiamenti di paradigma richiedono di rifondare il marxismo nelle sue basi materialiste, dialettiche e rivoluzionarie originali, con obiettivi più universali.

Bisogna riconoscere che lo sviluppo della teoria e della prassi marxista, nell'attuale contesto storico, avviene oggi più rapidamente in paesi come Cina, Venezuela e Cuba che nei cosiddetti “paesi avanzati” dell'Occidente. I primi si sono in una certa misura sganciati dal sistema mondiale imperialista e stanno portando avanti i propri progetti socialisti sovrani in cooperazione con altri paesi del Sud globale. Le principali contraddizioni sono ormai planetarie: la crisi del Sistema Terra, la minaccia di una guerra termonucleare, la realtà dell’iper-imperialismo e la necessità di un’alleanza internazionale del lavoro. Tutte queste lotte indicano il socialismo come l’unica alternativa possibile.

Spezzare le catene adamantine

Nonostante le intenzioni originarie di Zeus, Prometeo non è rimasto incatenato per l'eternità, ma ha riacquistato la libertà dopo soli 30.000 anni. Nel Prometeo liberato di Eschilo, di cui abbiamo solo dei frammenti, Prometeo è stato liberato dalle indistruttibili catene adamantine da Eracle/Ercole, figlio di Zeus e della mortale Alcmena, che ha spezzato le catene indistruttibili, realizzando l'impossibile. Prometeo ha potuto usare la sua lungimiranza come leva sul tiranno Zeus, che aveva bisogno che il lungimirante Prometeo gli rivelasse i dettagli del suo possibile futuro in modo da impedire di essere spodestato.[42] Prometeo, nella parte finale della trilogia di Eschilo, Prometeo il portatore del fuoco – come ipotizzato da George Thomson sulla base dalla struttura delle prime due opere teatrali, e delle poche prove che si possono ricavare dalla terza – viene venerato dall'umanità come il liberatore.[43]

Tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, figure illuministe/romantiche come Samuel Taylor Coleridge, Mary Wollstonecraft e Percy Bysshe Shelley scrissero della libertà umana e della liberazione dalle catene adamantine spezzando le catene del destino.[44] Per il giovane Engels, ammiratore di Shelley, il “piede adamantino” del tempo, che liberava tutte le condizioni materiali esistenti, creandone di nuove, ha modificato il regno delle possibilità umane e delle relazioni sociali, aprendo la strada a cambiamenti storici. Marx si è riferito sia alle “catene d'oro”, quando i lavoratori e i loro potenziali alleati venivano comprati, sia alle “catene dell'illusione” in cui il misticismo, la religione e il feticismo delle merci limitavano costantemente (ma non contenevano) la lotta per la libertà umana. Tuttavia, ha insistito sul fatto che le catene rappresentate dai rapporti di produzione esistenti potevano essere spezzate.[45]

Al giorno d’oggi, la necessità materiale alienata del capitalismo sotto forma di concentrazione e centralizzazione di immense ricchezze e potere tra pochissimi, l’intensificarsi delle guerre di sterminio e la crisi ecologica planetaria possono essere superate solo dall’emergere rivoluzionario di una società di sostanziale uguaglianza, sostenibilità ecologica e libertà sociale.

L'agente di questo cambiamento – che oggi può essere meglio concepito – è il proletariato ambientale globale, la classe operaia nella sua forma materialistica più ampia e universale – una nuova realtà emergente di rivolta. Proprio come la civiltà ecologica – com'è concepita soprattutto in Cina – rappresenta la forma più alta della lotta socialista, così il proletariato ambientale è la forma matura della lotta di classe materiale, verso lo sviluppo umano sostenibile. Se la classe capitalista ha espropriato sia l'umanità che la terra, il proletariato ambientale è la necessaria negazione della negazione affinché il mondo possa liberarsi dalla perdizione capitalista. Le catene dell'umanità sono autoinflitte, il che significa che il presente può essere liberato – ma solo se la lotta per la libertà umana viene progressivamente estesa.

Note

[1] Si veda George Thomson (a cura di), Aeschylus, Prometheus Bound, Cambridge University Press, Cambridge 1932, pp. 1-47; George Thomson, Special Introduction, Aeschylus, Oresteia Trilogy/Prometheus Bound, Dell, New York 1965, pp. 24-26.

[2] Si veda John Bellamy Foster, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx, Monthly Review Press, New York 2025.

[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 2, International Publishers, New York 1975, p. 48; tr. it., F. Engels, Scritti e lettere govanili 1838 - 1842, in Marx Engels Opere, vol. 2, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (Mi) 2020, p. 111.

[4] Paul Lafargue, Reminiscences on Marx, in "Reminiscences of Marx and Engels", Institute of Marxism and Leninism (a cura di), Foreign Languages Publishing House, Mosca s.d., p. 74.

[5] Herbert Marcuse, Eros and Civilization, Beacon Press, Boston 1964, pp. 74-75; tr. it. di L. Bassi, Eros e civiltà, Einaudi, Torino 1964, pp. 118. Si veda John Bellamy Foster, Eco-Marxism and Prometheus Unbound, in "Monthly Review", 77, n. 6, novembre 2025, pp. 25; tr. it., Ecomarxismo e Prometeo liberato, Antropocene.org (blog), 29.11.2025

[6] Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, Beacon Press, Boston 1964, pp. 63-64, 255-257; tr. it. di L. Gallino, T. Giani Gallino, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, 1999, pp. 76-77, 259

[7] Perry Anderson, Considerations on Western Marxism, Verso, Londra 1976, pp. 42-43; tr. it., Il dibattito nel marxismo occidentale, Laterza, Bari 1977,

[8] Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, cit., p. 255; tr. it., L'uomo a una dimensione, cit., p. 257.

[9] Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, cit., p. 253; tr. it., L'uomo a una dimensione, cit., p. 255-256.

[10] Theodor W. Adorno, Philosophical Elements of a Theory of Society, a cura di Tobias ten Brink e Marc Phillip Nogueira, tr. Wieland Hoban, Polity, Cambridge 2019, pp. 38, 49-50.

[11] T.W. Adorno, Philosophical Elements of a Theory of Society, cit., pp. 31, 49.

[12] Si veda Martin Nicolaus, The Theory of the Labor Aristocracy, in "Monthly Review" 21, n. 11, aprile 1970, pp. 91-101.

[13] Martin Jay, The Dialectical Imagination, Little, Brown, and Co., Boston 1973, p. 187.

[14] Questa prospettiva è stata introdotta per la prima volta da John Bellamy Foster and Gabriel Rockhill, Western Marxism and Imperialism: A Dialogue, in Monthly Review", 76, n. 10, marzo 2025, p. 9; tr. it., Marxismo occidentale e imperialismo, Antropocene.org (blog), 08.04.2025.

[15] Ciò che Marx definiva l'unità degli opposti (o l'identità dell'identità e della non identità) che caratterizza il capitale e il lavoro, qui si trasformava in una identità degli opposti, ristretta e unilaterale.

[16] Max Horkheimer e Theodor Adorno, Dialectic of Enlightenment, Continuum, New York 1944; tr. it. di R. Solmi, M. Horkheimer e Theodor Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino 1966.

[17] G. W. F. Hegel, The Philosophy of History, Dover, New York 1956, p. 103; tr. it., C. Cesa (a cura di), G. W. F. Hegel, Filosofia della storia: antologia, La Nuova Italia, Firenze 1975.

[18] Max Weber, The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism, tr. Talcott Parsons, George Allen and Unwin, Londra 1930, pp. 13-17, 181; tr. it. di P. Burresi L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1945, 1977, pp. 63-67, 305; Max Weber, From Max Weber: Essays in Sociology, a cura di Hans Gerth e C. Wright Mills, Oxford University Press, New York 1946, p. 181.

[19] G. W. F. Hegel, The Philosophy of Right, Oxford University Press, New York 1952, p. 10; tr. it. di G. Marini (a cura di), Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Bari 1987, p. 14; Sigmund Freud, Beyond the Pleasure Principle, W. W. Norton, New York 1989, pp. 53, 59; tr. it. di R. Colorni, A.M. Marietti, Al di là del principio di piacere, Bollati Boringhieri, Milano 1986.

[20] Russell Jacoby, Dialectic of Defeat: Contours of Western Marxism, Cambridge University Press, Cambridge 1981.

[21] Theodor W. Adorno, Negative Dialectics, Continuum, New York 1973, p. xix; tr. it. di C.A. Donolo, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1971.

[22] Russell Jacoby, Dialectic of Defeat, cit., pp. 120-121.

[23] Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, cit., p. 250; tr. it., L'uomo a una dimensione, cit., p. 253

[24] Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, cit., p., 25; tr. it., L'uomo a una dimensione, cit., p. 259.

[25] Terry Eagleton, Resources for a Journey of Hope: The Significance of Raymond Williams, in "New Left Review", I/168, marzo-aprile 1988.

[26] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital, Monthly Review Press, New York 1966, pp. 366-367; tr. it. di L. Occhionero, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, pp. 306.

[27] Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, Monthly Review Press, New York 1957, 1962.

[28] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, The Age of Monopoly Capital, a cura di Nicholas Baran e John Bellamy Foster, Monthly Review Press, New York 2017, p. 430.

[29] György Lukács, The Theory of the Novel, Merlin Press, Londra 1971, p. 22; tr. it., Teoria del romanzo, Sugar, Milano 1972.

[30] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Political Writings, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 270.

[31] Russell Jacoby, Dialectic of Defeat, cit., p. 27.

[32] Gilles Delueze e Felix Guattari, Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia, University of Minnesota Press, Minneapolis 1983; tr. it. di C. Fontana, L'anti-edipo. Capitale e schizofrenia, Einaudi, Torino 2002.

[33] Mario Livio, Did Galileo Truly Say ‘And Yet It Moves?, in "Scientific American (blog), 6 maggio 2020.

[34] Alfred Schmidt, The Concept of Nature in Marx, New Left Books, Londra 1971, pp. 11, 43, 78-79, 88, 154-162, 186-187; tr. it. di G. Baratta, G. Bedeschi, Il concetto di natura in Marx, Laterza, Bari, 1969.

[35] Ellen Meiksins Wood, The Retreat from Class, Verso, Londra 1986. Sul “marxismo invertito” si veda John Bellamy Foster, Comments, Gabriel Rockhill, Who Paid the Pipers of Western Marxism Book Launch with Ali Kadri and John Bellamy Foster,” postato da "Critical Theory Workshop", 1:40:27, 11 dicembre 2025, youtube.com/watch?v=0SOFasECUbg.

[36] Bruno Leipold, Citizen Marx: Republicanism and the Formation of Marx’s Social and Political Thought, Princeton University Press, Princeton 202); William Clare Roberts, Marx’s Inferno: The Political Theory of Capital, Princeton University Press, Princeton 2018.

[37] Theodor Adorno, The Culture Industry, Routledge, Londra 1991. Sulla critica all'apparato culturale, si veda John Bellamy Foster e Robert W. McChesney, The Cultural Apparatus of Monopoly Capital, in ”Monthly Review", 65, n. 3, luglio-agosto 2013, pp. 1-33. Sulla lotta contemporanea sull'economia politica dell'apparato culturale, si veda John Bellamy Foster, Robert W. McChesney (1952–2025): A Personal and Political-Intellectual Memoir, in ”Monthly Review" 77, n. 7, dicembre 2025, pp. 1-23.

[38] Max Weber, The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism, cit., p. 21; tr. it., L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, cit., p. 71.

[39] L. Bill Warren, Imperialism, Pioneer of Capitalism, Verso, Londra 1980.

[40] S. Stavrianos, Global Rift: The Third World Comes of Age, William Morrow and Co., New York 1981.

[41] Si veda John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, Monthly Review Press, New York 2010.

[42] Era stato predetto che se Zeus avesse avuto un figlio con una donna, allora il proprio figlio, frutto di questa unione, lo avrebbe deposto. Solo Prometeo, con la sua lungimiranza, sapeva chi fosse quella donna (Teti) e usò questa informazione contro Zeus, ottenendo così la sua liberazione e la riammissione sull'Olimpo, ma solo dopo che Zeus ebbe posto fine alla sua tirannia assoluta sugli dei e sugli uomini.

[43] George Thomson intr. Aeschylus, Prometheus Bound, cit.,; George Thomson, Special Introduction a Aeschylus, Oresteia Trilogy/Prometheus Bound, cit.,; Carey Jobe, Aeschylus’ Prometheus Unbound: Rebuilding a Lost Masterpiece, in ”Antigone", 2024, antigonejournal.com.

[44] Samuel Taylor Coleridge, Aids to Reflection, Edward Moxon, Londra 1854; Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Women, A. J. Matsell, New York 1833, p. 37; Percy Bysshe Shelley, Prometheus Unbound, D. C. Heath and Co, Boston 1892, p. 68.

[45] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 3, cit., p. 176; tr. it. di G. Della Volpe, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in Marx Engels Opere, vol. 3, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (Mi) 2020 p. 232; Karl Marx, Wage-Labour and Capital in Karl Marx, Wage-Labour and Capital/Value, Price and Profit, International Publishers, New York 1976, p. 40; Karl Marx, A Contribution to a Critique of Political Economy, Progress Publishers, Mosca 1970, p. 21; Erich Fromm, Beyond the Chains of Illusion, Simon and Schuster, New York 1962; tr. it. di L. Pecchio, Marx e Freud, Il Saggiatore, Milano 1968.

Fonte

08/02/2026

Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della ostpolitik

di Carlo Formenti

Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.

I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali. I primi coloni paragonavano questo esodo di massa a quello degli Ebrei dall’Egitto, e lo interpretavano come la fondazione di una nuova Terra Promessa, un'impresa messianica che avrebbe cambiato il mondo intero, Europa compresa. Questo mito si è progressivamente secolarizzato, trasformandosi in religione laica della democrazia liberale (identificata con il peculiare modello che tale sistema ha assunto oltreoceano), non ha tuttavia rinunciato alla convinzione di agire al servizio dell’umanità, di essere dalla parte del bene che lotta contro l’altrui male: “l'America è grande perché è buona” ebbe a dire Hillary Clinton in campagna elettorale. Una visione, scrive Ritz “che rende ancora oggi molti americani ciechi di fronte al livello di violenza della politica estera del loro Paese”.

Come è stato possibile che la tradizione illuminista e razionalista della civiltà europea abbia progressivamente rinnegato la propria differenza da questa mitologia, ingenua e aggressiva ad un tempo? La tragedia dell’Europa, secondo Ritz, inizia con lo scoppio della Prima guerra mondiale, ma soprattutto diventa irreversibile con la pace di Versailles che, con la sua cieca volontà punitiva nei confronti della Germania, ha creato i presupposti della Seconda guerra mondiale, come previsto da Keynes. La sconfitta della Germania nazista, un mostro suscitato dalla cecità delle scelte appena esposte, è stata possibile solo grazie dal concorso degli eserciti americano e sovietico, eppure il contributo dell’Unione Sovietica è stato immediatamente ridimensionato e oggi si cerca di cancellarne persino la memoria. La Germania, in particolare, sembra avere dimenticato di avere condotto una guerra coloniale di annientamento per decimare la popolazione sovietica e asservire i sopravvissuti (e oggi dimentica di dover ringraziare l’URSS per la propria riunificazione). Nella stagione della lunga guerra civile europea, come alcuni hanno definito le due guerre mondiali, e nel corso delle guerre coloniali di conquista in Asia e Africa, le potenze imperiali del Vecchio Continente erano lucidamente – e cinicamente – consapevoli di agire come colonizzatori, di lottare cioè per acquisire il monopolio di determinate risorse naturali e umane (“il fardello dell’uomo bianco” evocato da Kipling era una mera copertura ideologica). Viceversa, l’imperialismo americano che ne prende il posto, dopo averle salvate, è convinto di espandersi al servizio della libertà, per cui la fine della Seconda guerra mondiale coincide con l’inizio della Guerra Fredda e con il progetto di estendere il dominio occidentale (identificato col dominio statunitense) sull’intero continente eurasiatico.

Gli europei non capiscono subito – o fingono di non capire – che cosa implica anche per loro l’accettazione di una cultura liberale d’impronta americana che avrebbe plasmato lo sviluppo globale, occidentalizzato il mondo e imposto un’unica concezione di modernità. Se lo avessero capito, secondo Ritz, si sarebbero resi conto che non era troppo tardi per imboccare la via della coesistenza pacifica, invece di quella della Guerra Fredda. Ma la paura dell’Unione Sovietica era troppo forte, per cui si sono allineati alla paura ancora maggiore che gli Stati Uniti provavano nei confronti di quella minaccia.

La paura americana era più forte a causa della peculiare natura di un sistema politico solo apparentemente simile a quello delle democrazie europee: ciò che è determinante negli Stati Uniti, scrive Ritz, è infatti l’influenza che potenti gruppi di interesse, riconducibili a ristretti gruppi di singole persone e famiglie molto ricche, esercitano sul processo decisionale. In America, la ricchezza va di pari passo con il potere politico, per cui la libertà da proteggere è quella dei super ricchi e delle loro reti sociali. Ecco perché la minaccia comunista (che dopo la Seconda guerra mondiale si è aggravata con la rivoluzione cinese) è, per l’oligarchia americana ancor più che per le élite borghesi europee, una minaccia esistenziale. Per questo il “fronte culturale” della Guerra Fredda non ha diviso solo Occidente e Sistema Socialista, ma anche Stati Uniti ed Europa.

II:

Secondo Ritz, la Guerra Fredda culturale, ovvero l'irresistibile – fino alla recente crisi che lo ha ridimensionato – fascino che il soft power Usa esercita sul resto del mondo, è stato il fattore che più d’ogni altro ha determinato il crollo del Muro e del sistema socialista. Personalmente, ritengo che questa tesi sottovaluti altri elementi. Ritengo inoltre che sia più fondata nel caso del processo di americanizzazione dell'Europa Occidentale, piuttosto che nel caso della guerra culturale contro i Paesi socialisti. Per questo motivo discuterò prima il processo di americanizzazione dell’Europa occidentale (decisivo per capire come gli Usa sono riusciti ad arruolare l’Europa nella crociata antirussa), poi, nell’ultima parte dell’articolo, l’attacco alla Russia e la sua reazione.

Sono sempre stato refrattario alle teorie complottiste, per cui non credo che la progressiva neutralizzazione, non solo dei partiti e delle organizzazioni comuniste, ma anche delle velleità riformiste delle socialdemocrazie nell’Europa Occidentale, siano da attribuire esclusivamente ai diabolici piani e all’azione coordinata di think tank, servizi, media e governi d’oltreoceano. Ciò detto, e aggiunto che sono convinto che la dissoluzione della cultura europea di sinistra non sarebbe avvenuta in assenza di precise cause socioeconomiche e politico–culturali endogene, confesso di essere rimasto impressionato dalla quantità e dalla rilevanza dei dati che il libro di Ritz offre in merito allo sforzo americano di indurre una profonda trasformazione della cultura e della civiltà europee occidentali. La penetrazione in Europa delle idee, dei valori etici, dei concetti teorici, delle visioni del mondo e delle aspettative individuali che caratterizzano la civiltà nordamericana è stata promossa con uno schieramento impressionante di mezzi: fondazioni, riviste, convegni, scambi interuniversitari, media, ong, il tutto con finanziamenti colossali da parte della CIA e altri servizi , oltre che dei colossi dell’economia e della finanza. Da alcuni documenti, oggi desecretati, emergono in particolare due obiettivi: scommettere sulle giovani generazioni per diffondere un’immagine positiva della cultura e della civiltà americane, costruire una sinistra non marxista. Al primo contribuiscono potentemente i prodotti dell’industria culturale (film, tv, musica ecc.) e le mode, al secondo i principi e i valori libertari della New Left, che scalzano progressivamente l'influenza comunista e ispirano i nuovi movimenti europei a partire dal 1968.

Autori come Boltanski e Chiapello (1) hanno descritto, ancora meglio di Ritz, il divorzio fra critica sociale e critica di tutte le forme di autoritarismo (che evolvono in critica dell’autorità in quanto tale) che caratterizza i movimenti post sessantottini. L’attenzione si sposta progressivamente dal conflitto di classe al conflitto di genere, al conflitto fra uomo e natura, alla critica della morale cattolica che limita la libertà sessuale cristallizzando ruoli e identità, preparando la grande mutazione che culminerà nel nuovo millennio con la nascita della sinistra “woke”.

Ancora più spettacolari i cambiamenti in campo filosofico-accademico e ideologico-politico. In Francia Sartre viene rimpiazzato dai vari Glucksmann, Henry Levy, Deleuze, Guattari mentre Foucault diventa, assai più di Marx, il punto di riferimento obbligato di ogni riflessione critica. Hegel, sul quale le femministe invitano a sputare (2), lascia il posto a Nietzsche, un pensatore di destra che, benché odiasse i ceti inferiori e i socialisti ed inneggiasse all’antichità classica e ai suoi valori elitari e razzisti, viene reinterpretato dallo stesso Foucault e dai teorici del pensiero debole (3) come il nuovo maestro della sinistra filosofica: non a caso, Adorno e Lukács vedono in questa svolta i sintomi della distruzione della ragione (4). La fine dei grand récit teorizzata da Lyotard (5) inaugura, assieme al pensiero decostruzionista che rimbalza fra le università americane e francesi, la stagione che decreta, dopo la morte di Dio, la morte della verità, degradata a opinione.

Parallelamente a questi processi culturali, avanzano quelli ideologici. Assumendo il concetto di totalitarismo di Hannah Arendt (6) (che avvia il processo di progressiva identificazione fra fascismo e comunismo, sancito dalla recente, infame delibera del Parlamento europeo) i partiti europei di sinistra cercano legittimazione nella presa di distanza dal socialismo reale (vedi Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sulla garanzia di sicurezza offerta dall’ombrello della Nato). E ancora più dure nei confronti dell’URSS appaiono le prese di posizione della sinistre radicali, a partire dai movimenti operaisti e post operaisti che si ispirano alle teorie di Antonio Negri. La sintesi finale ed estrema di questi mutamenti è la parabola dei Verdi tedeschi, partiti come movimento ecologista e approdati a posizioni liberal fasciste in politica estera (7). Tutto ciò, osserva Ritz, è stato possibile solo oscurando l’effetto della Rivoluzione d’Ottobre sul mondo capitalistico stesso, rimuovendo cioè sia il fatto che la mera esistenza dell’URSS aveva costretto i Paesi occidentali a pacificare i conflitti di classe attraverso le politiche sociali, sia il supporto sovietico ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo.

Queste regressioni sono soprattutto il prodotto della guerra fredda culturale, come sembra ritenere Ritz? Non credo: chi scrive al pari di tantissimi altri, si è impegnato per anni ad analizzare, da un lato, le contraddizioni socioeconomiche generate dal processo di unificazione europea, dall’altro, gli effetti dei processi di ristrutturazione tecnologica e organizzativa e del decentramento produttivo che hanno disarticolato la composizione di classe e distrutto i rapporti di forza degli strati popolari europei, assieme alle scelte delle organizzazioni tradizionali che, dopo avere a lungo rappresentato gli interessi di tali strati, hanno cercato nuovi referenti elettorali negli strati superiori delle classi medie, concentrati nei maggiori centri metropolitani (8). È tuttavia innegabile che tali scelte siano ampiamente ispirate ai modelli ideologici e culturali elaborati dalle sinistre liberal americane (il caso dei Dem italiani è paradigmatico). Così come è innegabile che l’adesione a tale modello ha comportato la perdita pressoché totale di un orizzonte storico. Accettando l’annuncio di “fine della storia” (9), la cultura europea ha accettato di ridursi a ricerca di stili di vita e differenze personali (do you remember lo slogan “il personale è politico”?) e di sfumature estetiche in un mondo occidentale sempre più uniforme. Ma questo esito conclusivo è stato preceduto e accompagnato dalla radicalizzazione del disegno americano di egemonia globale, che ha fatto seguito al crollo dell’URSS. Un disegno che ha ricevuto la propria espressione più coerente nella filosofia neocons.

III.

Per spiegare fino a che punto l’URSS era considerata dagli Usa una minaccia esistenziale, Ritz cita quei piani militari americani del secondo dopoguerra che non escludevano, per impedire che l’Unione Sovietica ascendesse al rango di superpotenza concorrente, il ricorso a una guerra nucleare preventiva e aggiunge che analoghi piani rimasero in vigore perlomeno fino alla crisi dei missili cubani dei primi anni Sessanta, allorché si prese atto che l’URSS era sua volta dotata di un poderoso deterrente atomico (per inciso, andrebbe aggiunto che il progetto era condiviso da quel criminale di guerra (10) che fu Churchill, così come andrebbe aggiungo che, durante la Guerra di Corea, il generale Mc Arthur chiese a Truman, senza ottenerlo, il permesso di usare le atomiche contro la Cina comunista).

Trent’anni dopo, il famigerato consigliere per la sicurezza militare di Carter, il polacco naturalizzato americano Zbigniew Brzezinski, anticipava la visione neocons della geopolitica come gioco a somma zero, rilanciando l’obiettivo di impedire la comparsa di un rivale in grado di competere alla pari con gli Stati Uniti. È a lui, fra gli altri, che risale il progetto di usare l’Ucraina (e la Georgia) come strumento per indebolire la Russia e come testa di ponte per appropriarsi delle enormi risorse naturali dell’Asia Centrale.

Quanto al ruolo dell’Europa in questo grande gioco geopolitico per il controllo del continente eurasiatico, scrive Ritz, l’appoggio Usa alla nascita della Ue e al suo successivo allargamento a Est era funzionale all’espansione della Nato e alla trasformazione economica degli ex Paesi socialisti dell’Europa Orientale. Gli Usa contavano sul fatto che l’allargamento avrebbe frenato, se non reso impossibile, la nascita di una sovranità europea autonoma e acquisito alleati anticomunisti e antirussi da sfruttare come testa di ponte per destabilizzare una Russia in crisi dopo il crollo del sistema socialista.

La filosofia neocons, refrattaria alla diplomazia e al compromesso, che considera segni di debolezza e di riduzione del potere e dell’autorità, ispira gli slogan dell’immediato dopo Guerra Fredda: fine della storia, nuovo ordine mondiale, momento unipolare, nuovo secolo americano; ma soprattutto interpreta come una vittoria irreversibile il crollo dell’URSS, finendo per ripetere gli errori commessi da Francia e Inghilterra con la pace di Versailles del 1919. Molti “esperti” occidentali davano per scontato che la Russia, ormai esclusa dal novero delle potenze globali, sarebbe decaduta a livello di semicolonia come i Paesi dell’America Latina. Per gli Usa si apriva dunque una nuova frontiera paragonabile all’Ovest ottocentesco, un “Oriente selvaggio” in cui sarebbe stato possibile spostare sempre più a Est il confine. A partire dalla guerra jugoslava le guerre preventive senza mandato Onu divengono la regola: gli Stati Uniti rivendicano per sé i ruoli di legislatore globale, accusatore globale, giudice globale, poliziotto globale (11). Con il ritiro dal trattato antimissili balistici nel 2001, si riaffaccia lo spettro del progetto di sferrare un primo colpo nucleare contro una Russia privata della sua capacità di deterrenza (due decenni dopo, l’entrata in funzione dei missili ipersonici russi imporrà un duro risveglio a coloro che avevano accarezzato tale sogno).

Assieme al tasso di aggressività sui teatri di guerra globali, crescono le richieste nei confronti degli alleati europei di fedeltà e partecipazione attiva a ogni nuova impresa imperiale. E il prezzo economico e di immagine di tali pretese aumenta a mano a mano che le “vittorie” si rovesciano in sconfitte, vale a dire a mano a mano che i processi paralleli di finanziarizzazione e deindustrializzazione, al pari dell’aumento illimitato del debito, sia pubblico che privato, che si basa sulla presunta inscalfibilità del signoraggio del dollaro, rivelano l’altra faccia della medaglia, aumentando le disuguaglianze e i conflitti sociali, favorendo l’ascesa della Cina e la nascita dello schieramento antimperialista dei Brics, mentre l’inattesa ripresa economica e politico-militare della Russia sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale. È a questo punto che la strategia neocons si converte in politica del caos, favorendo rivoluzioni arancione, primavere arabe (12) e tentativi di regime change a ripetizione, a prescindere dalle conseguenze disastrose che puntualmente accompagnano simili eventi. Così l’odio antirusso, mai sopito nemmeno dopo la caduta del socialismo, aumenta ulteriormente.

Prima di analizzare come il bersaglio di tanto livore reagisce alla sfida, occorre porsi un’altra domanda: come e perché, ammesso che la sua civiltà e la sua cultura differiscano da quelle americane, l’Europa si è lasciata trascinare in questa direzione priva di sbocco?

IV.

Nel titolo definisco Hauke Ritz come un nostalgico della Ostpolitik. Del resto è lui stesso a legittimare tale definizione laddove afferma che, dopo il 1989, l’Europa ha avuto un’occasione unica per realizzare la promessa di un’Europa unica da Lisbona a Vladivostok, latrice di pace e democrazia. Il nostro fonda tale utopia retrospettiva su due considerazioni: da un lato, cita l’elenco di leader politici tedeschi, da Brandt a Schroeder passando per Schmidt e Kohl, che hanno sognato di creare un rapporto di collaborazione e scambio pacifici con la Russia, attraverso quella che è stata appunto definita la Ostpolitik; dall’altro lato, sostiene che, per quasi vent’anni, la diplomazia estera russa ha teso la mano al’Occidente. Ad onta del devastante impatto socioeconomico della shock terapy liberista, argomenta Ritz, le élite postsovietiche sembravano avere riscoperto le tradizionali aspirazioni russe (rimuovendo le altrettanto tradizionali ragioni di conflitto, di cui ci occuperemo più avanti) a vedere riconosciuta la propria appartenenza al concerto delle nazioni europee, tanto che si arrivò a ipotizzare l’ingresso (che Washington non avrebbe mai permesso!) di Mosca nella Nato.

Non solo questa eventualità non si è mai realizzata ma, con la fine della stagione della Ostpolitik, coincisa con l’ascesa al potere della Merkel, le relazioni russo tedesche sono progressivamente peggiorate, in sintonia con le esigenze americane di sfruttare il momento di debolezza della Russia per ridurla a semicolonia dell’Occidente. La svolta è stata così radicale che la Germania non ha di fatto reagito di fronte all’attentato al gasdotto del Baltico (che pure ne ha gravemente danneggiato gli interessi), mentre la Merkel ha ammesso pubblicamente (al pari di Hollande) che gli accordi di Minsk sono serviti solo a guadagnare tempo per armare l’Ucraina, ha cioè ammesso che l’Europa si è posta al servizio del vecchio progetto americano di Brzezinski e dei neocons che mira a strappare l’Ucraina all’area di influenza russa per usarla come testa di ponte per penetrare in Asia Centrale. In altre parole: Ritz sostiene che la caduta del socialismo sovietico ha determinato, nel contempo, anche la caduta delle socialdemocrazie europee, sgombrando così il campo dagli ultimi ostacoli al progetto di americanizzazione e conversione al neoliberalismo dell’Europa.

In quale misura i rapporti di forza fra le due sponde dell’Atlantico fossero sbilanciati a favore degli Usa era del resto già chiaro negli anni Novanta, allorché gli europei non furono minimamente coinvolti nello sviluppo delle nuove tecnologie digitali, totalmente monopolizzate dalle industrie americane di un settore strategico sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico-militare. Dopo una breve e timida resistenza europea, la capitolazione è apparsa totale. Mi è parso che, nell’analizzare le ragioni di tale resa, Ritz dia un peso insufficiente ad alcuni fattori essenziali: dalla massiccia presenza di basi e truppe americane sul territorio europeo, al pesante condizionamento dell’economia del Vecchio Continente da parte di una finanza globale caratterizzata dal signoraggio del dollaro. Mi pare che dia al contrario peso eccessivo a fattori ideologici e sovrastrutturali: per esempio, scrive che era arrivata al potere una generazione di politici cresciuti senza principi né valori ideologici, che si sentono responsabili solo della propria carriera, una generazione priva di solide competenze culturali, “che si fa spiegare il mondo dalla tv e dai giornali”. Sottoscrivo, ma resta da spiegare come è perché questa banda di politici europei incompetenti, corrotti e mediocri sia potuta giungere al potere. Ritz associa tutto ciò soprattutto agli effetti che la Guerra Fredda culturale ha avuto anche nei nostri Paesi (vedi paragrafo II) ma, come ho già detto, mancano all’appello i fattori più direttamente connessi alle trasformazioni socioeconomiche e della composizione di classe. In questa sede non intendo approfondire tale aspetto, per cui passo ad occuparmi di quella che considero la maggiore debolezza del libro di Ritz, vale a dire il sogno di un “risveglio” europeo che cambi le regole del gioco geopolitico globale.

V.

È possibile pensare a un’Europa che rilegga criticamente il proprio passato, sopravviva alla crisi dell’Occidente e si reinventi come civiltà? Questo l’interrogativo con cui Ritz introduce il suo sogno di un mondo pacificato sotto l’egida di una rianimata cultura europea. Se fosse coerente con tutti gli argomenti da lui stesso esposti, dovrebbe rispondere con un sonoro no. Ma le vie dell’idealismo culturalista sono infinite: basta rimuovere tutti gli ostacoli materiali (interessi economici, rapporti di forza fra le classi, sottomissione a un “alleato” che dispone di un soverchiante potere militare e può affossare la tua economia perché detiene il monopolio della moneta che domina lo scambio globale ecc.) dopodiché, nel mondo della storia intesa come storia delle idee, tutto diventa possibile.

Ecco quindi che il no diventa un sì, a condizione, argomenta Ritz, che l’Europa rivendichi il proprio universalismo. Certo la civiltà e la cultura americane si presentano come l’ultima incarnazione dell’universalismo europeo, ma la verità è che il loro universalismo si fonda sulla narrazione mitico-religiosa del presunto destino che affida all’America la missione di esportare il bene (ciò che l’America considera il bene) in tutto il mondo, con le buone o con le cattive. Niente a che vedere con l’universalismo europeo che è figlio dell’illuminismo, ma soprattutto della rinuncia, sancita dalla pace di Vestfalia, di imporre alle altre nazioni i propri valori e i propri principi. Ma già qui Ritz inciampa: sottovaluta cioè il fatto che la rinuncia in questione valeva esclusivamente per i rapporti fra Paesi europei, laddove le conquiste coloniali europee sono state il frutto della violenza e della sopraffazione, rese possibili non dalla superiore civiltà europea, bensì dalla sua maggiore efficienza tecnico militare. Sorvola poi sul fatto che i crimini contro l’umanità commessi dall’imperialismo europeo in tutte le sue varianti (Inglese, Francese, Spagnolo, Italiano, Belga, ecc.) non hanno nulla da invidiare a quelli della Germania nazista (13). Ciò che conta, scrive, è che “solo gli europei sono stati capaci di unire in una storia universale tutte le culture e si sono eletti a rappresentanti di tutta l’umanità”. Peccato che quella storia sia divenuta “universale” negando le storie altrui (spesso ben più antiche della nostra) e che quella auto elezione a rappresentati dell’umanità intera sia ormai rifiutata dalla schiacciante maggioranza dell’umanità.

Che dire infine della Cina? I Cinesi, risponde Ritz, erano sì consapevoli di essere portatori di una civiltà più antica – nonché economicamente più ricca e tecnicamente più sviluppata dell’Europa fino alla fine del XVIII secolo (14) – ma “non pensavano di essere portatori di una verità universale” perché “non erano cristiani”. Affermazione, che ha il merito di ribadire che cristianesimo e universalismo fanno rima con eurocentrismo, per cui nessun “ripensamento critico” indurrà l’Europa a rinunciare al proprio mal riposto senso di superiorità, nemmeno se ridotta a semicolonia americana, nemmeno se declassata a comparsa del grande gioco che oppone Usa, Russia e Cina.

Liquidata l’utopia di Ritz, il suo sogno di un’Europa che, liberandosi degli Usa e delle proprie velleità imperialiste, potrebbe fungere da mediatore globale, svolgendo il ruolo di una specie di “grande Svizzera”, mi avvio a concludere esponendo quelli che considero i suoi argomenti più convincenti, contenuti nella parte finale del libro, laddove spiega perché la Russia è indissociabile da un’eredità civile, culturale, religiosa e politica che la condannano a essere il bersaglio dell’inestinguibile odio occidentale.

VI.

Ignoro se chi mi legge abbia avuto la stessa sensazione che il sottoscritto ha provato vedendo che sulle torrette di alcuni carri armati russi in azione sul fonte ucraino sventolavano bandiere dell’Armata Rossa. È probabile che qualcuno le abbia ingenuamente associate al fatto che quei carristi si erano fatti convincere dalla narrazione di Putin, il quale, fra le varie giustificazioni addotte per l’intervento del 2022, aveva inserito l’obiettivo di “de-nazificare” l’Ucraina. Dimentichiamo pure il fatto – inoppugnabile e documentato – che molti reparti dell’esercito ucraino erano effettivamente formati da militanti neonazisti. Dimentichiamo poi che la guerra, come ormai tutte le persone oneste e informate riconoscono, non è iniziata nel 2022, bensì nel 2014, con un golpe di estrema destra (appoggiato dai servizi occidentali) contro un governo democraticamente eletto e che, subito dopo, il nuovo governo e le sue milizie hanno scatenato una guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali del Paese. Dimentichiamo infine che la “nuova” Ucraina ha eletto a eroe nazionale tale Bandera, un boia che si è schierato con il Terzo Reich e macchiato di crimini orrendi.

Certo è tanta roba da dimenticare, ma si tratta di una operazione necessaria, perché aiuta a porre le domande giuste: perché l’argomento di Putin è apparso tanto convincente a centinaia di migliaia di giovani russi, spingendoli ad arruolarsi volontari e a rischiare la propria vita, in quanto consideravano doveroso battersi per la patria, convinti che quest’ultima si trova di fronte alla stessa sfida esistenziale e allo stesso nemico che i loro nonni avevano respinto, al prezzo di spaventosi sacrifici? E ancora: perché, come giustamente osserva Ritz nel suo libro, a partire dalla guerra con l’Ucraina, lo Stato russo ha iniziato a riconoscersi maggiormente nel passato sovietico?

Evidentemente, scrive ancora Ritz, tutte le grandi rivoluzioni non spariscono mai del tutto dalla memoria storica dei popoli che le hanno fatte, citando in merito il rapporto fra la memoria della Rivoluzione Francese e la perdurante disponibilità dei cittadini francesi a scendere in piazza ogniqualvolta sono scontenti dell’operato di chi li governa.

Non si era detto che la Russia postsovietica aveva riscoperto l’antica aspirazione a essere riconosciuta come parte integrante dell’Europa, e più in generale del mondo occidentale? Non si era poi detto che il soft power di Washington – grazie ai rutilanti prodotti della industria culturale americana – aveva fatto breccia nei cuori e nelle menti delle giovani generazioni russe? Per l’Occidente è un doloroso mistero la resilienza che l’economia e l’industria bellica russa hanno saputo dimostrare già prima, ma ancor più durante questa guerra, ma è un mistero ancora più doloroso l’improvviso dileguarsi del fascino di quel soft power.

Ritz spiega il mistero con il fatto che la Russia non ha solo molti elementi comuni, ma anche molte differenze rispetto all’identità culturale e civile europea: dall’impronta religiosa ortodossa, che la accomuna all’antica Bisanzio più che alla Chiesa cattolica romana (per tacere del protestantesimo) alla summenzionata memoria storica del 1917, che fa sì che l’opinione pubblica russa ammiri assai meno la ricchezza di quella occidentale (la popolarità di Putin è indubbiamente levitata a mano a mano che liquidava il potere degli oligarchi) e valuti assai più preziosa l’idea di giustizia sociale. Anche Todd (15) ha sottolineato questi aspetti, aggiungendovi la distanza fra una tradizione culturale comunitaria e patriarcale di origine contadina e l’individualismo borghese occidentale (non a caso la cultura woke è assai meno apprezzata in quei lidi). Per inciso, mi pare significativo che la Guerra Fredda culturale abbia riscosso più successo negli altri Paesi del blocco socialista, laddove storia e tradizioni erano assai più affini a quelle dei Paesi dell’Europa Occidentale e laddove la vicinanza geografica e la penetrazione dei media incideva più a fondo (16).

Né va dimenticata la geopolitica: dal risorgere della potenza politico-militare russa che sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale, alla continuità – anche questa eredità del passato sovietico – di una politica antimperialista che vede la Russia schierata con i Brics a fianco di tutti i Paesi che si sentono minacciati dagli Stati Uniti. Se prima gli strateghi americani pensavano che la Russia andasse “punita” per il suo passato comunista, e pensavano di essere vicini a riuscirci, oggi tornano a paventare l’insopportabile sfida di una potenza che, soprattutto se alleata con la Cina – è in grado di contrastarne il disegno egemonico. Ecco perché il sogno di terzietà europea accarezzato da Ritz non ha la minima possibilità di realizzarsi.

Prima di concludere, aggiungo due parole su un tema che sia Ritz che Todd ignorano, o almeno sottovalutano. Non sono state solo le differenze antropologiche: sono stati anche i conflitti di classe a frustrare le strategie della Guerra Fredda culturale. Se è vero, come argomenta Rita Di Leo (17) che le classi medie russe sono state la quinta colonna che ha potentemente contribuito al crollo del socialismo, è altrettanto vero che le classi popolari, immiserite dalla shock terapy liberista imposta dai vincitori della Guerra Fredda, hanno vissuto nella nostalgia di un passato sovietico che garantiva a tutti una sopravvivenza dignitosa. Lo testimonia l’ampio consenso che continua a riscuotere il Partito Comunista Russo (se nessuno rimpiangesse il passato sarebbe sparito) e lo testimonia il consenso plebiscitario a Putin, che lo premia per avere restituito dignità, potere e prestigio al Paese. Per tutti questi motivi, cari amici che vi professate di sinistra, non posso più ascoltare chi parla della guerra fra l’Ucraina fascista (spalleggiata da Nato e Ue) e Russia come di uno “scontro fra imperialismi”. Se vi resta un po’ di sale in zucca provate a farlo funzionare prima di sparare simili idiozie.

Note

(1) L- Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(2) Cfr. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, La Tartaruga 2023.

(3) Cfr. G. Vattimo, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1985.

(4) Cfr. rispettivamente T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino 2010 e G. Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano-Udine 2011.

(5) J-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(6) H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.

(7) A sancire la svolta reazionaria dei Verdi in politica estera fu l’allora ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, allorché legittimò l’aggressione della Nato alla Serbia e la prima partecipazione tedesca a operazioni belliche dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi i Verdi sono fra i più accaniti sostenitori del riarmo ucraino in funzione antirussa ma soprattutto, come nota Sahra Wagenknecht nel suo libro Contro la sinistra neoliberale (Fazi), da un lato, promuovono politiche ambientali che pesano sui bilanci dei cittadini più deboli, dall’altro, esibiscono una presunta superiorità etica dovuta al fatto che acquistano cibi biologici, biciclette elettriche, e installano nelle proprie case pompe di calore e pannelli solari. Tipico esempio di sinistra “alla moda”, questi movimenti sono caratterizzati, oltre che dall’ambientalismo d’élite, dalle politiche dell’identità e dall’uso manicheo del linguaggio politicamente corretto.

(8) Il processo di gentrificazione dell’elettorato di sinistra è oggetto di numerosi studi: vedi fra gli altri, il concetto di postdemocrazia elaborato da Colin Crouch (Laterza, Roma-Bari 2013) e le analisi di C. Guilluy sul conflitto di classe fra centri metropolitani e periferie in Francia: La France périphérique (Flammarion 2014) e La fin de la classe moyenne occidentale (Flammarion 2018).

(9) Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET 2023.

(10) Sulla carriera di criminale di guerra di Churchill vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

(11) Dal processo a Milosevic davanti a una Corte Internazionale di Giustizia che esegue gli ordini di Washington benché gli Usa non ne riconoscano la giurisdizione sui propri crimini di guerra, fino al sequestro di Maduro, ultimo anello di una lunga catena di esecuzioni, carcerazioni, guerre illegali e altre palesi violazioni del diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno ininterrottamente espresso la propria volontà di arrogarsi, come scrive appunto Ritz, il ruolo esclusivo di legislatore, accusatore, giudice e poliziotto globali.

(12) Le cosiddette Primavere Arabe, gabellate dai media occidentali (e celebrate dai gonzi delle sinistre, sempre occidentali) come un risveglio democratico del mondo arabo, secondo Ritz furono in realtà una serie di rivoluzioni colorate pianificate e preparate da Washington. Un giudizio che condivido pienamente.

(13) Sulla storia dei mostruosi crimini di guerra perpetrati dall’Impero britannico in tutti i continenti in cui stabilì le proprie colonie Cfr. C. Elkins, op. cit.

(14) Di ciò era consapevole Adam Smith, come spiega Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino (Feltrinelli 2007) e come confermano storici di lunga durata come Fernand Braudel (Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll. Einaudi) e Kenneth Pomeranz (La grande divergenza, il Mulino).

(15) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.

(16) Particolarmente impressionante fu lo sbarco in massa di migliaia di cittadini albanesi sulle coste del nostro Paese, dove, suggestionati dalle trasmissioni tv che avevano captato per anni, credevano di trovare il paradiso in terra. Personalmente, ho vissuto l’esperienza di visitare Budapest poco prima della caduta del Muro e di assistere allo spettacolo delle code interminabili di fronte ai negozi che vendevano prodotti occidentali (carissimi per gli autoctoni). Ma fra i Paesi dell’Est Europa esistevano grandi differenze. Ad esempio, per la stragrande maggioranza dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma la realtà era davvero questa? In verità, sostiene il penultimo presidente del Consiglio della DDR Hans Modrow (cfr., di questo autore, Costruttori di ponti, Meltemi 2022) la maggioranza dei cittadini di quel Paese, almeno fino agli anni Settanta, ha convintamente sostenuto il governo, anche perché le loro condizioni di lavoro e di vita erano decisamente migliori rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi dell’Est Europa. In quegli anni, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, l’opposizione rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, ma soprattutto non voleva abbattere il socialismo, bensì riformarlo.

(17) Cfr. R. Di Leo, L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

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18/01/2026

Nemmeno noi siamo immuni al razzismo sull’Iran

In queste ore convulse si dice tutto ed il contrario di tutto sull’Iran. Fermo restando sia lo strangolamento economico che sta subendo il Paese dalle sanzioni, nonché dall’esplosione del cambio col dollaro, sia quanto scritto nel mio reportage di un anno fa nel quale riportavo vari aspetti della vita economica e di costume del Paese, compresi quelli della condizione femminile.

Nell’articolo di Contropiano, Iran: il prezzo della Resistenza, già notavo un peggioramento delle condizioni del Paese rispetto al mio precedente viaggio. Ma riportavo anche elementi di propaganda occidentale grossolanamente falsi (hijab, condizione femminile, intolleranza religiosa, divieti di canto e ballo, povertà, infrastrutture fatiscenti, cultura oscurantista).

Molta di questa propaganda la vedo ahimè riportata pari pari nei comunicati di tanti compagni e nel loro approccio all’Iran.

La propaganda imperialista è introiettata così fortemente da chiamare ostinatamente “dittatura” un Paese a sistema multipartitico (6 candidati alle ultime elezioni con un’affluenza alle urne simile a quella dell’Italia ed un’alternanza di governo reale), in cui il “dittatore” sarebbe Khamenei. Nei documenti dei diversi comunisti italiani ci sono vari richiami alla “brutalità della repressione” nonché agli immancabili luoghi comuni sulla condizione femminile. Sull’ultima questione non tornerò, credo di essermi già espresso abbondantemente nell’articolo già citato.

Sul resto vado brevemente, perché non è tanto importante “smontare” quello che si dice ma chiarire perché lo si dice.

Nella politica in Iran la religione conta molto. Conta quanto in Italia nei quarant’anni di democrazia Cristiana. Khamenei ha un ruolo importante nell’ancoraggio internazionale e nella “fedeltà” ai valori costituzionali. Ma non più importante – per esempio – di quello che fu il ruolo di Giorgio Napolitano in Italia.

Volendo fare un confronto istituzionale, gli “Ayatollah” svolgono grosso modo il ruolo della Corte Costituzionale in Italia. Ma nessuno in Italia si sognerebbe di dire che l’Italia è una dittatura della Corte Costituzionale perché ha il potere di annullare le leggi se incompatibili con la Costituzione (magari qualche ultrà dell’attuale governo lo pensa, ma per ora non osa dichiararlo in pubblico...).

Ma “noi” – italiani e diversamente comunisti – lo diciamo dell’Iran. Perché sostanzialmente abbiamo introiettato il quadro ideologico e valoriale della globalizzazione, anche se la combattiamo aspramente nei suoi effetti pratici “locali”. Chi altrove vi resiste e non si piega deve per forza essere legato a “valori arcaici”, ancestrali: la Patria, la Sovranità. Valori superati e cancellati in Europa per favorire il processo di integrazione europea. Valori addirittura “barbarici”, nel caso si professi anche una religione diversa da quella dominante da queste parti.

Per esser chiaro. Non si mette qui in discussione il fatto che la repressione iraniana sia stata pesante e indiscriminata. Nessuno pensa che la linea politica iraniana sia totalmente condivisa, e non solo per motivi religiosi, dato che è appoggiata anche da laici antimperialisti iraniani (che i novantenni reduci del 1979 abbiano fatto il loro tempo è opinione diffusa, ed in maggioranza si chiede un ricambio generazionale).

Si definisce il “regime degli Ayatollah” quale “odioso ed antipopolare” e quindi capace di qualsiasi nefandezza perché espressione di un popolo “non europeo” e dunque incapace di esprimere uno Stato di Diritto, una magistratura indipendente, trattamenti umani dei detenuti e di chi manifesta contro. Chi ha sparato in questi giorni, per tutti, compresi i nostri “antimperialisti”, lo ha fatto esclusivamente per impedire le manifestazioni. “Tu manifesti, io sparo”. Non c’è molta differenza con quanto dice la tv o il duo Corriere-Repubblica... 

Peccato che lo stesso Donald Trump abbia detto pubblicamente che la polizia iraniana ha risposto al fuoco e che il Mossad abbia rivendicato davanti a tutto il Mondo la propria presenza attiva in piazza. I numeri della repressione presi in considerazione sono quelli di “BBC Persia”, che ovviamente sa tutto con precisione... da Londra e con le “comunicazioni bloccate”.

12.000 morti. Destinati a salire sui giornali in un’asta al rilancio (qualcuno è arrivato a 20.000, chi offre di più?). L’idea dei media imperialisti è quella di dare supporto matematico e scientifico al “né né” (Israele ed Iran). Non si racconta delle perdite nelle forze di sicurezza iraniane. Ma poco importa: “è noto” che vi è totale “sprezzo della vita umana” da parte delle autorità di Tehran, perché espressione di una “cultura inferiore” ed incapace di produrre un pensiero e dunque una società complessi.

La narrazione corrente è quella di “barbari feroci”. Tutte le volte che i popoli asiatici (arabi, iraniani, ma anche russi) hanno reagito infatti è stato sempre evocato lo stupro. Poiché quella è, nella retorica della propaganda, la barbarie massima che taglia la testa al toro. Un uomo incapace di controllare le sue pulsioni bestiali ma capace di avere un’erezione anche davanti ai cadaveri sventrati. Una bestia che magari si eccita all’odore della morte.

La globalizzazione e l’imperialismo vincono nelle coscienze occidentali anche per questo: perché riescono a lasciare persino nei propri oppositori la sensazione di essere gli unici esseri realmente umani che abitano la Terra. Non c’è possibile alternativa a “noi”. O meglio: non c’è alternativa esistente, applicata, accettabile. Quella che c’era è morta “sotto i suoi fallimenti” e non deve tornare più. La Russia, la Cina, l’Iran sono regimi “brutali”. Non c’è altro da sapere...

In realtà l’unico problema è che non c’è più un Paese ricco di risorse, inattaccabile militarmente ed avanzato tecnologicamente che sia definibile del tutto “socialista”. La stessa Cina è nei BRICS+, ma commercia ancora in dollari (anche se sempre meno). La Russia non vede l’ora di tornare a fare affari in Europa, e questo forse la frena anche sul campo di battaglia. Non preme sull’acceleratore, non vuole rompere completamente. Il Venezuela non ha assistenza tecnologica e capacità militari adeguate alla sfida... ed in qualche modo ha anche mostrato che la dottrina della “guerra popolare di lunga durata” è superata in un mondo in cui ti colpiscono mentre stai dormendo a casa tua a 2000 km di distanza.

Neanche l’Iran è “socialista”, ma ha risorse, energia, tecnologia, popolazione istruita (tre volte le donne laureate rispetto all’Italia, con buona pace delle influencer nostrane), una forza militare commisurata alla difesa del territorio ed all’intervento nella regione e soprattutto a favore della Palestina. È un Paese con un’economia molto nazionalizzata, che punta all’“autosufficienza della rivoluzione (islamica)”, con un’industria estrattiva pubblica ed un welfare che – rispetto a quello residuo in Italia – può essere tranquillamente definito “generoso”. Non esattamente “antipopolare”, quindi.

Ma ha un difetto capitale: è un’economia capitalista che compra ancora in dollari. E questo impoverisce la popolazione ad ogni incremento del dollaro rispetto al rial. La gente ha ragione a scendere in piazza per un improvviso deprezzamento dei salari pari a quello avvenuto in Italia con il passaggio dalla lira all’euro.

Sanzioni e dollaro. Queste le ragioni delle giuste proteste che però non possono trovare risposte nel gruppo dirigente iraniano (tanto meno dell’imperialismo) che potrebbe fare solo 3 cose:
- Resistere all’imperialismo: sostenendo la linea politica attuale e perdendo potere di acquisto (ma mantenendo comunque uno standard di vita e di lavoro di assoluto livello nell’area mediorientale).
- Arrendersi e lasciare il potere ad un fantoccio dell’Occidente, facendo piombare le classi popolari nella fame. 
- Provare a trattare con gli USA e mettere sul piatto il disarmo, dando il via libera ad un’invasione.

Fare la “Dittatura del Proletariato” non è al momento un’ipotesi sul tavolo (la “soluzione” che traspare da certi comunicati “ultra-comunisti” italiani...).

L’unica possibile alternativa sono i BRICS+, che l’Iran sta già percorrendo. E che a mio modesto avviso rappresentano l’orizzonte di mercato alternativo per chiunque non voglia sottostare ai diktat di NATO ed UE, Italia inclusa. Conditio sine qua non, liberarsi una volta per tutte dai residui coloniali. E non solo in Iran...

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03/12/2025

12 ottobre 1492, le radici dell’Occidente: pulizia etnica, segregazione, genocidio

Contributo collettivo scritto a più mani, verso il dibattito che si terrà a Roma giovedì 4 dicembre su “Le radici dell’Occidente: colonialismo e genocidio”. Qui maggiori info.

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Negli ultimi due anni, grazie alla mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese, hanno ripreso a circolare nello spazio pubblico terminologie (colonialismo di insediamento, genocidio, apartheid, capitalismo razziale) e tesi (le radici coloniali della modernità capitalistica, la tendenza genocida dello Stato-Nazione, la decolonizzazione delle pratiche e dei saperi, ecc.) che sembravano sopite o, al massimo, chiuse negli armadietti ammuffiti dell’accademia e del suo “anticolonialismo da tavolino”.

Oggi più che mai è fondamentale invece dare una dimensione pratica e attiva alla possibilità di imporre una narrazione che aggredisca le radici coloniali e razziali sulle quali si basa la nostra architettura sociale, in primis il suo mercato del lavoro.

In sintesi, si tratta di dare una dimensione pratica e politica alla consapevolezza di quello che Anibal Quijano avrebbe chiamato “la colonialità del potere capitalistico globale”.

Abbiamo deciso di dare inizio a un percorso di confronto e attivazione che rifletta sulle radici coloniali e genocide dell’Occidente, l’intreccio costitutivo tra capitalismo, colonialismo e razzismo. Un intreccio che interroga non solo le nostre coscienze, ma anche e costantemente le nostre categorie a partire dal rapporto tra razza e classe.

Ripercorrere l’uso delle azioni e delle narrazioni coloniali significa comprendere la loro capacità di riflettere dei rapporti materiali e, allo stesso tempo, come detto dal critico letterario indiano Homi Bhabha, di “costituire un apparato discorsivo in grado di produrre uno spazio materiale adatto alle popolazioni soggette”.

Significa essere in grado di interrogare non solo le somiglianze con la regolamentazione tra le classi in Europa o con le modalità di costruzione dell’immaginario sul nostro “mezzogiorno” funzionale allo sviluppo del nord produttivo, ma soprattutto con l’uso del confine come dispositivo di differenziazione gerarchizzata della manodopera straniera messa in luce da una ormai enorme massa di studi che trovano la loro anticipazione nella famosa espressione di Sartre “colonizzazione a domicilio”.

Sia chiaro che tutto questo non è pensato né come un white-washing, né come la versione intellettual-radicale del cristiano procedere per l’espiazione di un senso di colpa: porci come coscienza anticoloniale significa mettersi in dialettica con pratiche e discorsi provenienti da diverse tradizioni rivoluzionarie per costruire nuovi spazi del conflitto di classe.

In un dibattito di questa estate, un compagno del Movimento per il diritto all’abitare auspicava la costruzione di un nuovo Lenin, di un Lenin che avesse letto Fanon, facendo un esplicito riferimento alla necessità posta dallo psichiatra martinicano di ampliare le stesse analisi marxiste nella situazione coloniale dove la razza è struttura e non sovrastruttura. È questo tipo di Lenin collettivo che bisogna articolare, non mettersi a piangere sul nostro privilegiato ombelico.

Il punto di partenza che ci siamo dati è il simbolico 1492, la conquista delle Americhe e l’inizio del colonialismo da predazione come volano dell’accumulazione capitalistica europea: nel sud l’oro e il circuito europeo; l’aristocrazia parassitaria spagnola, i corsari inglesi, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento della manodopera. Al nord invece la battaglia per le pelli pregiate e l’occupazione delle terre nelle tre modalità del New England, della Virginia e della Carolina, fino alla rottura con la corona inglese e l’espansione verso l’ovest: una battaglia di indipendenza che divenne una nuova forma di colonialismo.

Dalla diffusione del vaiolo, il genocidio si intensificò agli inizi dell’Ottocento: Andrew Jackson passa alla storia come grande uccisore di nativi, costretti nel 1812 a cedere il 66% delle loro terre. Pochi anni dopo, il ministro della guerra di Monroe ordina la deportazione oltre il Mississippi, e, nel 1830, l’Indian Removal Act li rinchiudeva in un pezzo di terra che oggi è parte dell’Oklahoma, dove furono costretti a stanziarsi anche i famosi Cherokee quando si diffuse la notizia della presenza di oro nei loro territori della Carolina e della Georgia.

È in questo punto specifico dello spazio e del tempo che bisogna guardare per comprendere lo stretto legame tra subumanizzazione o deumanizzazione dell’altro, gerarchizzazione razziale della manodopera e governo della sua eccedenza, e sfruttamento delle risorse. Sono questi i pilastri delle tre fasi dell’espansione coloniale interna americana: la pulizia etnica e la deportazione dall’est; il genocidio sul Pacifico; la segregazione nelle aree centrali.

Quando Cristoforo Colombo mise piede nel continente, ai Caraibi vivevano un milione di indigeni, ridotti a circa mille appena trent’anni dopo: la storia ci racconta di mani e piedi tagliati, donne violentate e un numero di morti che si stima complessivamente intorno ai 50-60 milioni.

Nel nord, dove francesi e inglesi si contendevano il dominio, la popolazione nativa si ridusse a 400mila nel 1900, dei 600mila del 1800 e dei circa 10-12 milioni di qualche secolo prima: le pessime condizioni di vita ridussero le nascite, l’espansione degli europei favorì la diffusione di malattie mortali per gli indios: il vaiolo, il tifo esantematico.

Da ultimo, la violenza culturicida europea con la sua opera di “evangelizzazione dei selvaggi”, proibiva un intero mondo simbolico fatto di saperi terapeutici, divinità locali, rituali, forme di socialità (spesso scevre dalla presenza del denaro e di poteri centralizzati): molte persone, per non sottomettersi, preferirono il suicidio.

Le missioni evangelizzatrici – e secoli dopo la medicina e la psichiatra – favorirono quella razionalizzazione dei corpi allo scopo dello sfruttamento, riflesso della patriarcale opera di normalizzazione dei corpi femminili che l’inquisizione produsse al centro del continente europeo.

Fu la colonia a essere laboratorio per le pratiche genocidiarie: “campo di concentramento” è una espressione usata dagli spagnoli a Cuba nel 1896, poi dagli inglesi nella guerra contro i Boeri in Sudafrica, dai franchisti in Spagna e solo successivamente adottata dal nazismo. Aimè Cesaire (professore di Fanon a liceo) ebbe a dire che quest’ultimo altro non era che il ritorno a casa di tollerati “metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa”.

La vera invenzione coloniale tuttavia sta nella trasformazione di qualche differenza in “razza” e della ideologizzazione della propria violenza nella forma della “missione civilizzatrice”. Miguel Mellino, uno dei maggiori studiosi di questioni coloniali e postcoloniali, afferma che la genealogia più plausibile del concetto di razza (e la comparsa del termine nelle lingue europee) lo vede emergere alla metà XVI secolo, cioè esattamente all’alba del modo di produzione capitalistico nella sua espansione globale e dopo la conquista delle Americhe.

Sono i nativi americani dunque a essere qualificati come “razza” per la prima volta. Poi fu usato per la conquista inglese dell’Irlanda, a farci subito comprendere che il razzismo è sempre stato sganciato dal biologicismo, se non come sua invenzione o, più elegantemente costruzione sociale.

Un’idea che ha più di qualche punto di connessione con la omogeneità etnica come ossessione costitutiva dell’altro fondamentale dispositivo di produzione di territori e popolazioni moderno, che è lo Stato-nazione, un lascito dalle conseguenze tragiche fuori dall’Europa.

Ogni momento coloniale ha avuto la sua grande narrazione che ha costruito “il selvaggio” da sconfiggere: da un errore di traduzione, e la diffusione di narrazioni esagerate, si diffuse l’idea del cannibalismo sudamericano come produzione simbolica di una “umanità disumana” che clero e impero dichiararono poter essere trattata con la forza delle armi (nello stesso periodo, i protomedici europei consigliavano il consumo di pezzi umani come rimedio contro diverse patologie).

Un famoso testo di William Arens, del 1974, dimostra che la narrazione del cannibalismo era “indipendente dalle prove”: nella sua esplorazione dei documenti, l’autore non era riuscito a trovare un resoconto soddisfacente di prima mano. Ciò non impedì di diffondere un tema narrativo che giustificava il dominio, l’oppressione sistematica e l’uccisione di massa degli indigeni.

Ugualmente, gli spagnoli diffusero una narrazione di “sacrifici umani” ad opera di alcuni gruppi della attuale America centrale e meridionale: a prescindere dalla loro esistenza nel passato, le cronache mostrano che nessuno spagnolo ne vide una. Ma ciò non evitò uno sterminio con dimensioni massive, nella paradossale volontà di evitare i presunti sacrifici umani.

E arriviamo così ai nostri giorni, ridando centralità alle parole dell’intellettuale palestinese Edward Said, per cui valeva un rapido sillogismo senza fronzoli: non vi è cultura moderna senza l’imperialismo, non vi è imperialismo senza la cultura moderna.

La modernità, dunque, non sarebbe “macchiata” da eccezioni di violenza da condannare, ma apparirebbe costitutivamente basata sulla violenza coloniale in grado di articolare diversi modi di oppressione e sfruttamento.

Da questo punto di vista, le affermazioni di Marx riferite alle violenze coloniali su una pubblica opinione europea che aveva perso ogni coscienza morale e pudore quando “le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale”, vanno lette in dialettica con una produzione culturale che mette sé stessi all’apice di una immaginaria catena evolutiva e assurge il soggetto europeo a unico possibile e universale.

In questo senso, le denunce sui profitti della Leonardo o degli interessi dell’ENI nel gas palestinese non possono essere disgiunte dalla costruzione del selvaggio, reo di farsi rappresentare dai “barbari di Hamas”, incastrati in una narrazione artificiale del 7 ottobre 2023 fatta di bambini decapitati e donne stuprate apparsa sui principali giornali e mai dimostrata (al pari del cannibalismo e dei sacrifici umani dei Maya).

Quegli stessi giornali che, anche a distanza di due anni, e alle prese con una narrazione non più sostenibile, non riescono ad uscire da quello schema per cui i palestinesi hanno diritto ad esistere ma a patto che siano “pacifici” (meglio se “pure vittime”), che non si facciano rappresentare da Hamas, e che si volgano allo sfruttamento delle loro terre e delle loro risorse accettando in cambio, al massimo, la mano sinistra dell’impero con i suoi dispositivi umanitari.

Per questo motivo l’apartheid e il colonialismo israeliano appaiono come una sorta di opera riassuntiva di tutto questo che si inserisce nell’apparato neoliberista. Per quest’ultimo va inteso quel movimento storico che risponde alla crisi sistemica del capitale con la produzione di nuove forme di sfruttamento ed estrazione di valore, con l’utilizzo dello Stato come macchina principale per l’accumulazione privata e per la restaurazione di un potere di classe e per l’imposizione di gerarchizzazione sociali e logiche aziendalistiche in ogni settore della società, nonché per l’affermazione di autoritarismi e securitarismi in parte iscritti nella storia del capitale, in parte parzialmente inediti.

È per questo che la struttura dell’apartheid coloniale israeliano è riprodotto, o riproducibile, a livello globale. Per contrastare questo fenomeno, ne vanno comprese le diverse radici materiali, ideologiche e psico-culturali.

La prima occasione sarà per giovedì 4 dicembre, ore 18:30 al Circolo GAP di Roma.

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