Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/12/2025

12 ottobre 1492, le radici dell’Occidente: pulizia etnica, segregazione, genocidio

Contributo collettivo scritto a più mani, verso il dibattito che si terrà a Roma giovedì 4 dicembre su “Le radici dell’Occidente: colonialismo e genocidio”. Qui maggiori info.

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Negli ultimi due anni, grazie alla mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese, hanno ripreso a circolare nello spazio pubblico terminologie (colonialismo di insediamento, genocidio, apartheid, capitalismo razziale) e tesi (le radici coloniali della modernità capitalistica, la tendenza genocida dello Stato-Nazione, la decolonizzazione delle pratiche e dei saperi, ecc.) che sembravano sopite o, al massimo, chiuse negli armadietti ammuffiti dell’accademia e del suo “anticolonialismo da tavolino”.

Oggi più che mai è fondamentale invece dare una dimensione pratica e attiva alla possibilità di imporre una narrazione che aggredisca le radici coloniali e razziali sulle quali si basa la nostra architettura sociale, in primis il suo mercato del lavoro.

In sintesi, si tratta di dare una dimensione pratica e politica alla consapevolezza di quello che Anibal Quijano avrebbe chiamato “la colonialità del potere capitalistico globale”.

Abbiamo deciso di dare inizio a un percorso di confronto e attivazione che rifletta sulle radici coloniali e genocide dell’Occidente, l’intreccio costitutivo tra capitalismo, colonialismo e razzismo. Un intreccio che interroga non solo le nostre coscienze, ma anche e costantemente le nostre categorie a partire dal rapporto tra razza e classe.

Ripercorrere l’uso delle azioni e delle narrazioni coloniali significa comprendere la loro capacità di riflettere dei rapporti materiali e, allo stesso tempo, come detto dal critico letterario indiano Homi Bhabha, di “costituire un apparato discorsivo in grado di produrre uno spazio materiale adatto alle popolazioni soggette”.

Significa essere in grado di interrogare non solo le somiglianze con la regolamentazione tra le classi in Europa o con le modalità di costruzione dell’immaginario sul nostro “mezzogiorno” funzionale allo sviluppo del nord produttivo, ma soprattutto con l’uso del confine come dispositivo di differenziazione gerarchizzata della manodopera straniera messa in luce da una ormai enorme massa di studi che trovano la loro anticipazione nella famosa espressione di Sartre “colonizzazione a domicilio”.

Sia chiaro che tutto questo non è pensato né come un white-washing, né come la versione intellettual-radicale del cristiano procedere per l’espiazione di un senso di colpa: porci come coscienza anticoloniale significa mettersi in dialettica con pratiche e discorsi provenienti da diverse tradizioni rivoluzionarie per costruire nuovi spazi del conflitto di classe.

In un dibattito di questa estate, un compagno del Movimento per il diritto all’abitare auspicava la costruzione di un nuovo Lenin, di un Lenin che avesse letto Fanon, facendo un esplicito riferimento alla necessità posta dallo psichiatra martinicano di ampliare le stesse analisi marxiste nella situazione coloniale dove la razza è struttura e non sovrastruttura. È questo tipo di Lenin collettivo che bisogna articolare, non mettersi a piangere sul nostro privilegiato ombelico.

Il punto di partenza che ci siamo dati è il simbolico 1492, la conquista delle Americhe e l’inizio del colonialismo da predazione come volano dell’accumulazione capitalistica europea: nel sud l’oro e il circuito europeo; l’aristocrazia parassitaria spagnola, i corsari inglesi, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento della manodopera. Al nord invece la battaglia per le pelli pregiate e l’occupazione delle terre nelle tre modalità del New England, della Virginia e della Carolina, fino alla rottura con la corona inglese e l’espansione verso l’ovest: una battaglia di indipendenza che divenne una nuova forma di colonialismo.

Dalla diffusione del vaiolo, il genocidio si intensificò agli inizi dell’Ottocento: Andrew Jackson passa alla storia come grande uccisore di nativi, costretti nel 1812 a cedere il 66% delle loro terre. Pochi anni dopo, il ministro della guerra di Monroe ordina la deportazione oltre il Mississippi, e, nel 1830, l’Indian Removal Act li rinchiudeva in un pezzo di terra che oggi è parte dell’Oklahoma, dove furono costretti a stanziarsi anche i famosi Cherokee quando si diffuse la notizia della presenza di oro nei loro territori della Carolina e della Georgia.

È in questo punto specifico dello spazio e del tempo che bisogna guardare per comprendere lo stretto legame tra subumanizzazione o deumanizzazione dell’altro, gerarchizzazione razziale della manodopera e governo della sua eccedenza, e sfruttamento delle risorse. Sono questi i pilastri delle tre fasi dell’espansione coloniale interna americana: la pulizia etnica e la deportazione dall’est; il genocidio sul Pacifico; la segregazione nelle aree centrali.

Quando Cristoforo Colombo mise piede nel continente, ai Caraibi vivevano un milione di indigeni, ridotti a circa mille appena trent’anni dopo: la storia ci racconta di mani e piedi tagliati, donne violentate e un numero di morti che si stima complessivamente intorno ai 50-60 milioni.

Nel nord, dove francesi e inglesi si contendevano il dominio, la popolazione nativa si ridusse a 400mila nel 1900, dei 600mila del 1800 e dei circa 10-12 milioni di qualche secolo prima: le pessime condizioni di vita ridussero le nascite, l’espansione degli europei favorì la diffusione di malattie mortali per gli indios: il vaiolo, il tifo esantematico.

Da ultimo, la violenza culturicida europea con la sua opera di “evangelizzazione dei selvaggi”, proibiva un intero mondo simbolico fatto di saperi terapeutici, divinità locali, rituali, forme di socialità (spesso scevre dalla presenza del denaro e di poteri centralizzati): molte persone, per non sottomettersi, preferirono il suicidio.

Le missioni evangelizzatrici – e secoli dopo la medicina e la psichiatra – favorirono quella razionalizzazione dei corpi allo scopo dello sfruttamento, riflesso della patriarcale opera di normalizzazione dei corpi femminili che l’inquisizione produsse al centro del continente europeo.

Fu la colonia a essere laboratorio per le pratiche genocidiarie: “campo di concentramento” è una espressione usata dagli spagnoli a Cuba nel 1896, poi dagli inglesi nella guerra contro i Boeri in Sudafrica, dai franchisti in Spagna e solo successivamente adottata dal nazismo. Aimè Cesaire (professore di Fanon a liceo) ebbe a dire che quest’ultimo altro non era che il ritorno a casa di tollerati “metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa”.

La vera invenzione coloniale tuttavia sta nella trasformazione di qualche differenza in “razza” e della ideologizzazione della propria violenza nella forma della “missione civilizzatrice”. Miguel Mellino, uno dei maggiori studiosi di questioni coloniali e postcoloniali, afferma che la genealogia più plausibile del concetto di razza (e la comparsa del termine nelle lingue europee) lo vede emergere alla metà XVI secolo, cioè esattamente all’alba del modo di produzione capitalistico nella sua espansione globale e dopo la conquista delle Americhe.

Sono i nativi americani dunque a essere qualificati come “razza” per la prima volta. Poi fu usato per la conquista inglese dell’Irlanda, a farci subito comprendere che il razzismo è sempre stato sganciato dal biologicismo, se non come sua invenzione o, più elegantemente costruzione sociale.

Un’idea che ha più di qualche punto di connessione con la omogeneità etnica come ossessione costitutiva dell’altro fondamentale dispositivo di produzione di territori e popolazioni moderno, che è lo Stato-nazione, un lascito dalle conseguenze tragiche fuori dall’Europa.

Ogni momento coloniale ha avuto la sua grande narrazione che ha costruito “il selvaggio” da sconfiggere: da un errore di traduzione, e la diffusione di narrazioni esagerate, si diffuse l’idea del cannibalismo sudamericano come produzione simbolica di una “umanità disumana” che clero e impero dichiararono poter essere trattata con la forza delle armi (nello stesso periodo, i protomedici europei consigliavano il consumo di pezzi umani come rimedio contro diverse patologie).

Un famoso testo di William Arens, del 1974, dimostra che la narrazione del cannibalismo era “indipendente dalle prove”: nella sua esplorazione dei documenti, l’autore non era riuscito a trovare un resoconto soddisfacente di prima mano. Ciò non impedì di diffondere un tema narrativo che giustificava il dominio, l’oppressione sistematica e l’uccisione di massa degli indigeni.

Ugualmente, gli spagnoli diffusero una narrazione di “sacrifici umani” ad opera di alcuni gruppi della attuale America centrale e meridionale: a prescindere dalla loro esistenza nel passato, le cronache mostrano che nessuno spagnolo ne vide una. Ma ciò non evitò uno sterminio con dimensioni massive, nella paradossale volontà di evitare i presunti sacrifici umani.

E arriviamo così ai nostri giorni, ridando centralità alle parole dell’intellettuale palestinese Edward Said, per cui valeva un rapido sillogismo senza fronzoli: non vi è cultura moderna senza l’imperialismo, non vi è imperialismo senza la cultura moderna.

La modernità, dunque, non sarebbe “macchiata” da eccezioni di violenza da condannare, ma apparirebbe costitutivamente basata sulla violenza coloniale in grado di articolare diversi modi di oppressione e sfruttamento.

Da questo punto di vista, le affermazioni di Marx riferite alle violenze coloniali su una pubblica opinione europea che aveva perso ogni coscienza morale e pudore quando “le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale”, vanno lette in dialettica con una produzione culturale che mette sé stessi all’apice di una immaginaria catena evolutiva e assurge il soggetto europeo a unico possibile e universale.

In questo senso, le denunce sui profitti della Leonardo o degli interessi dell’ENI nel gas palestinese non possono essere disgiunte dalla costruzione del selvaggio, reo di farsi rappresentare dai “barbari di Hamas”, incastrati in una narrazione artificiale del 7 ottobre 2023 fatta di bambini decapitati e donne stuprate apparsa sui principali giornali e mai dimostrata (al pari del cannibalismo e dei sacrifici umani dei Maya).

Quegli stessi giornali che, anche a distanza di due anni, e alle prese con una narrazione non più sostenibile, non riescono ad uscire da quello schema per cui i palestinesi hanno diritto ad esistere ma a patto che siano “pacifici” (meglio se “pure vittime”), che non si facciano rappresentare da Hamas, e che si volgano allo sfruttamento delle loro terre e delle loro risorse accettando in cambio, al massimo, la mano sinistra dell’impero con i suoi dispositivi umanitari.

Per questo motivo l’apartheid e il colonialismo israeliano appaiono come una sorta di opera riassuntiva di tutto questo che si inserisce nell’apparato neoliberista. Per quest’ultimo va inteso quel movimento storico che risponde alla crisi sistemica del capitale con la produzione di nuove forme di sfruttamento ed estrazione di valore, con l’utilizzo dello Stato come macchina principale per l’accumulazione privata e per la restaurazione di un potere di classe e per l’imposizione di gerarchizzazione sociali e logiche aziendalistiche in ogni settore della società, nonché per l’affermazione di autoritarismi e securitarismi in parte iscritti nella storia del capitale, in parte parzialmente inediti.

È per questo che la struttura dell’apartheid coloniale israeliano è riprodotto, o riproducibile, a livello globale. Per contrastare questo fenomeno, ne vanno comprese le diverse radici materiali, ideologiche e psico-culturali.

La prima occasione sarà per giovedì 4 dicembre, ore 18:30 al Circolo GAP di Roma.

Fonte

12/06/2020

La toponomastica del razzismo sotto tiro in mezzo mondo, quello occidentale


Sta seminando allarme e discussioni feroci l’abbattimento o la contestazione di statue e monumenti che richiamano figure storiche, espressione del razzismo e del colonialismo.

Il fenomeno è cominciato a Minneapolis, nel corso delle rivolte dopo la brutale uccisione di George Floyd da parte di poliziotti bianchi.

L’ultima a cadere, sempre a Minneapolis, è stata la statua di Cristoforo Colombo. Prima di lui, ma in Gran Bretagna, era toccato alla statua dello schiavista Edward Colston.

La protesta antirazzista sta divampando in molte città del mondo bianco e occidentale, a farne le spese sono le statue di personaggi fino a ieri considerati “portatori di civiltà” ma in una accezione molto, ma molto, “occidentale”.

Sui social media circolano le foto della statua di Colombo abbattuta davanti al Campidoglio di Minneapolis. A Boston ne è stata decapitata un’altra, sempre del “navigatore” italiano.

Martedì notte, Colombo era stato divelto e gettato in un lago a Richmond, in Virginia. Sul basamento del monumento i manifestanti hanno posto una scritta che recita “Colombo rappresenta il genocidio”.

A Oxford migliaia di manifestanti si sono accaniti contro la statua di Cecil Rhodes, magnate minerario, colonialista e razzista dichiarato, teorico dell’apartheid in Sudafrica e Zimbabwe (la ex Rhodesia, che da lui aveva preso il nome).

In Gran Bretagna i manifestanti hanno buttato nel fiume la statua del mercante di schiavi (ma “filantropo”!) Edward Colston, ma non si è salvata neanche una icona della storia imperiale britannica come Winston Churchill.

È stato compilato un elenco di 60 statue che in Gran Bretagna celebrano schiavitù e razzismo. La mappa interattiva, ‘Topple the racists‘, elenca targhe e monumenti in oltre 30 città del Regno Unito: nella lista figurano la statua di Robert Milligan, il fondatore del mercato degli schiavi presso il West India Docks, al Museum of London; quella dell’ex segretario Henry Dundas, che ritardò l’abolizione della schiavitù a Edimburgo; e addirittura quella di Sir Francis Drake (il pirata diventato ufficiale di marina per la Regina Elisabetta), sul Plymouth Hoe.

La discussione imperversa anche in Belgio sulla figura dell’ex re Leopoldo II, una delle icone più brutali del colonialismo europeo. Una statua a lui dedicata è stata rimossa da una piazza di Anversa e sarà conservata nei depositi di un museo locale. Una petizione, già firmata da 44mila persone, chiede la rimozione da Bruxelles di tutte le statue del monarca, ispiratore del sanguinoso regime coloniale belga in Congo.

In Italia ci si è limitati ad inviare un appello al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio comunale di Milano perché sia valutata la rimozione della statua di Indro Montanelli, posta nei Giardini a lui intitolati. Come noto, Montanelli legittimò nelle sue corrispondenze, e “utilizzò” in Etiopia, il cosiddetto “madamato”, ossia il possesso di bambine-spose-schiave africane.

Il paradosso è che in Italia divampa una feroce discussione senza che nessuna statua sia stata ancora abbattuta. Viviamo decisamente nel paese più strano e servile dell’occidente.

Inutile dire che questa ondata di contestazione radicale di simboli del razzismo e del colonialismo – che possiamo definire come “eurocentrismo” nella visione della storia umana – viene presentata e liquidata come iconoclasta.

Ma da questo punto di vista possiamo affermare senz’altro che questa ondata giunge con abbondante ritardo, nei paesi occidentali, nella diffusione di una cultura anti-eurocentrica. Per secoli la visione liberale ed eurocentrica della civiltà ha fatto coincidere e convivere in sé il peggio e il meglio dello sviluppo umano.

Già nel Settecento il pensiero liberale riteneva di dover illuminare il destino degli uomini, ma solo di quelli bianchi; ed ha convissuto tranquillamente con lo schiavismo prima e il colonialismo poi.

Il genocidio e la schiavizzazione dei popoli nativi in America Latina, in Africa o in quelli che sono diventati gli Stati Uniti, ha attraversato e caratterizzato lo sviluppo economico, politico e culturale dell’occidente liberale come un “naturale” processo di civilizzazione. Negli Stati Uniti, come in Israele, è diventato una sorta di “destino manifesto”, addirittura fondato su narrazioni bibliche.

Pagine illuminanti su questo sono state scritte dallo storico Domenico Losurdo – purtroppo recentemente scomparso – nel suo “Controstoria del liberalismo”. Un libro che almeno una volta, in questa vita, andrebbe letto.

Eppure ancora oggi gli ideologi liberali starnazzano in ogni luogo per tenere lontano da sé molti dei peccati originali della loro storia e della loro visione del mondo. Continuano ad affermare che la loro visione conterrebbe “naturalmente” degli anticorpi. Ma non è affatto così. Hanno sì abolito lo schiavismo, ma hanno introdotto il lavoro salariato, che in alcune aree anche dell’occidente torna a somigliare sempre più al lavoro schiavistico in nome della maggiore “competitività”.

Al contrario, mentre bastonano senza requie le altre ideologie – quella comunista, innanzitutto – con la pretesa di affermare che la propria sia l’unica possibile, sperano ancora di poter uscire indenni da quella che ormai si configura come la crisi della civiltà capitalista.

E qui li dobbiamo attendere al varco, senza fare sconti.

È indubbio però che l’abbattimento di statue, monumenti, targhe che richiamano alle figure fondanti di questo modello debba misurarsi anche con la contestualizzazione e il loro valore artistico.

Un’opera d’arte, per quanto controversa, resta tale e come tale va rispettata. Abbattere il Colosseo per gli indiscutibili orrori che ha ospitato non sarebbe un’idea “progressista”. Nella nostra memoria recente le immagini dei Talebani che bombardano i templi o le statue buddiste, o le distruzioni delle opere delle civiltà pre-islamiche, operate dall’Isis in Siria e Iraq (senza per questo dimenticare il saccheggio di beni archeologici da parte delle truppe e dei contractors statunitensi e britannici) stanno lì ad indicare l’assurdo di una “pulizia” dei reperti storici in nome della “cultura” dell’oggi.

Capacità di discernimento e rimessa in discussione radicale dell’eurocentrismo, se ben dialettizzate tra loro, possono diventare una formidabile arma di combattimento sul fronte ideologico e di una nuova visione della civiltà umana.

È una discussione da aprire, a tutto campo, con maggiore solerzia che in passato e con molta, molta cattiveria in più.

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28/09/2016

Barcellona. Cup: via la statua di Colombo e la festa imperialista del 12 ottobre

"Colombo fu strumento del nazionalismo spagnolo aggressivo contro tutti i popoli che ha oppresso e che continua ad opprimere... diede inizio al genocidio contro le popolazioni indigene americane da parte dei colonizzatori”.

E’ con queste argomentazioni che alcuni consiglieri comunali di Barcellona eletti nelle liste della Cup, partito della sinistra anticapitalista e indipendentista catalana, hanno chiesto la rimozione della statua dedicata all’esploratore genovese che campeggia alla fine della Rambla, il viale che taglia in due il centro antico della capitale del Principato.

I tre consiglieri delle Candidature d’Unità Popolare hanno chiesto non solo l’urgente rimozione del celebre monumento, ma anche che il prossimo consiglio comunale annulli la celebrazione della festa nazionale – e nazionalista – spagnola del 12 ottobre. Quel giorno, in occasione dell’anniversario della cosiddetta ‘scoperta dell’America’, il nazionalismo spagnolo celebra il giorno della ‘hispanidad’. La festa, spesso definita anche ‘giorno della razza’ (ovviamente spagnola) e retaggio dell’ideologia imperialista e colonialista della destra di Madrid, viene da sempre contestata dalle nazionalità oppresse dello Stato Spagnolo ed è stata cancellata negli ultimi decenni da diversi governi sudamericani, in particolare da quando in Venezuela, Bolivia ed Ecuador si sono affermati regimi progressisti che hanno esaltato e il carattere plurinazionale di quei paesi rivalutando l’elemento indigeno precedentemente censurato.

Di fatto la sinistra indipendentista catalana propone al comune di Barcellona, retto da una coalizione di centrosinistra guidata dalla sindaca Ada Colau, di fare come hanno fatto i governi sudamericani, cancellando due importanti simboli dell’imperialismo spagnolo in un territorio che rivendica con forza la propria indipendenza. Per la Cup, così come per vari movimenti indipendentisti e di sinistra, il giorno della hispanidad altro non è che una inaccettabile esaltazione del genocidio al quale l’Impero Spagnolo, poi il regime franchista e tuttora il Regno di Spagna hanno sottoposto e sottopongono diverse popolazioni nella penisola e in America Latina. Inoltre la Cup chiede la rimozione della bandiera spagnola da tutti gli edifici pubblici di Barcellona e la sua sostituzione con alcuni dei vessilli che simboleggiano la resistenza degli indigeni americani alla Conquista.

All’interno di questa battaglia politica e culturale i tre consiglieri della sinistra indipendentista catalana hanno inserito anche la richiesta di rimozione dalla via Laietana del monumento dedicato al marchese di Comillas, Antonio Lòpez, banchiere della metà dell’Ottocento coinvolto nella tratta degli schiavi nei Caraibi ma considerato un ‘filantropo’ da alcuni ambienti. Al suo posto, chiedono i consiglieri indipendentisti, occorrerebbe innalzare un monumento che ricordi le sofferenze e le angherie subite dagli schiavi.

Nella mozione presentata dal gruppo municipale della Cup vi è anche la richiesta di rimozione della statua dedicata nella sede comunale al marchese Juan Antonio Samaranch, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale dal 1980 al 2001: Samaranch fu infatti un gerarca della Falange – il partito fascista al potere durante la dittatura – e buon amico del caudillo Francisco Franco, oltre che del partito di estrema destra Concordia Catalana. La Cup chiede anche che il Museo Olimpico di Barcellona non sia più dedicato al discusso personaggio.

L’offensiva politica e simbolica della Cup tenta di inserirsi nella road map della sindaca Ada Colau, esponente della coalizione Barcelona en Comù, che ha già deciso di ribattezzare alcuni edifici pubblici e punti della città. Se fino ad ora il salone del consiglio comunale era soprannominato ‘Reina Regente’ dal prossimo venerdì verrà intitolato, con i voti di tutti i partiti – tranne Ciudadanos e PP – a Carles Pi i Sunyer, sindaco repubblicano di Barcellona dal 1934 al 1937. Inoltre la giunta comunale ha eliminato anche il nome della piazza precedentemente intitolata al re spagnolo Juan Carlos I, ribattezzandola Cinc d’Oros, denominazione che aveva già un secolo fa. Nel progetto della sindaca anche la ridenominazione di varie vie e piazze attualmente dedicate a esponenti della monarchia spagnola, come la Avenida Príncipe de Asturias, il Molo Príncipe de España, la via Alfonso XII, il Paseo Isabel II e il Paseo Juan de Borbón, nel quartiere di Barceloneta.

Difficilmente però Ada Colau e la sua giunta si spingeranno oltre, accettando le richieste della sinistra indipendentista.

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