La notte elettorale delle comunali, Ada Colau si era presentata davanti ai giornalisti e aveva preso atto del deludente risultato che, secondo la gran maggioranza dei commentatori, la metteva ormai fuori gioco per la poltrona di sindaco di Barcelona. Un esito che è stato ribaltato dalla sorprendente offerta dell’avversario ideologicamente più lontano: Manuel Valls, il rappresentante delle élite, l’amico degli avvoltoi della speculazione edilizia e dei responsabili di centinaia di sgomberi eseguiti soprattutto negli anni centrali della crisi ai danni delle fasce popolari della metropoli. “Volete far fuori la Colau? Votate Valls” era stato lo slogan usato dal politico calato dalla Francia come un capitano di ventura. Ma davanti all’affermazione elettorale di Ernest Maragall (capolista di Esquerra Republicana de Catalunya) Valls ha offerto il voto dei propri consiglieri alla Colau, ufficialmente senza chiedere niente in cambio. Una manovra spregiudicata volta a impedire l’elezione di un sindaco indipendentista a Barcelona.
L’ex militante della PAH (il comitato delle vittime delle ipoteche) che per anni ha incarnato la speranza nel cambiamento, è sembrata subito tentata dall’offerta. Un’offerta alla quale ha aderito immediatamente anche il PSC, il partito che proprio la Colau aveva espulso dalla maggioranza del consiglio comunale della città nel novembre del 2017: in quell’occasione la base di Barcelona en Comú si era espressa per rompere l'accordo con i socialisti, responsabili assieme al PP dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, dello scioglimento del Parlamento catalano e della destituzione del governo della Generalitat. Sull’altro piatto della bilancia il sindaco uscente doveva pesare l’offerta di ERC: un’alleanza basata sulla vicinanza di vedute, constatata durante la campagna elettorale, in materia di municipalizzazione dell’acqua, politiche per la casa e solidarietà antirepressiva. E Ernest Maragall propenso al dialogo fino ad offrire alla Colau una staffetta: due anni ciascuno alla testa del Comune.
Davanti al dilemma, la Colau ha accettato il sostegno di Manuel Valls, ignorando le perplessità emerse dentro e fuori il proprio schieramento, tra cui l’esplicito avvertimento della sezione francese di Diem25 (un sinistra non certo bolscevica) che suonava così: “Cara Ada Colau, davvero accetterai il sostegno di Manuel Valls? L’amico del businnes, il razzista, l’autoritario e l’opportunista che ha rovinato il PSF che ha degradato perfino la parola “sinistra” in Francia? Per favore, non cadere in questo inganno”. Ciononostante la Colau ha accettato la polpetta avvelenata preparata dal candidato di Mango, Hotusa e del gruppo Godó (che tra l’altro controlla il quotidiano La Vanguardia), ovvero la crema della borghesia catalana. Mecenati assai generosi che, secondo il quotidiano Ara, hanno acconsentito alla richiesta dell’ex ministro francese di uno stipendio personale mensile di 20.000 euro, concesso dall’ottobre scorso fino allo svolgimento delle municipali. Ancora secondo l’Ara, Valls avrebbe goduto di copiosi finanziamenti, arrivati sotto forma di donazioni individuali (come prescritto dalla legge) provenienti anche da Madrid, in particolare grazie alla intermediazione di alcuni rappresentanti del Círculo de Empresarios della capitale spagnola, che avrebbero ottenuto i favori del gruppo Naturhouse e della compagnia d’assicurazione DKV. E grazie al sostegno di Blackstone, un fondo d’investimento che nel 2013 acquistò centinaia d’appartamenti destinati all’alloggio sociale dal Comune di Madrid e che oggi è il più grande proprietario d’immobili in Spagna. Un mondo che di solito viene considerato agli antipodi della Colau e che si è prestato alla sua elezione per impedire agli indipendentisti di governare la città ma che difficilmente mostrerà altrettanta generosità con il sindaco quando si tratterà, per fare solo un esempio, di affrontare il problema dell’alloggio, che Valls vuole risolvere costruendo grattacieli. O quando si dovrà parlare di municipalizzazione dell’acqua, misura alla quale è contrario non soltanto Valls ma persino il PSC.
Ma perché la grande finanza preferisce Ada Colau a un sindaco indipendentista? La Colau, che ha onestamente riconosciuto di sentirsi scomoda in questa situazione, per il momento non ha saputo dare una risposta convincente. Per farlo dovrebbe ammettere che più della donna simbolo della galassia catalana di Podemos, i poteri forti spagnoli temono il sovvertimento dello status quo rappresentato dagli indipendentisti. Per i grandi gruppi imprenditoriali dello stato, la minaccia più grande ai propri interessi di classe è oggi rappresentata dal movimento indipendentista. Si tratta di una constatazione resa evidente dalla manovra di Valls, che però la sinistra spagnola fatica a riconoscere. Arroccata sulla linea dell’equidistanza, la sinistra di matrice statale non ha appoggiato la nascita della Repubblica catalana, spesso dipingendo il movimento di trasformazione istituzionale e sociale più profondo degli ultimi decenni come una mera invenzione della borghesia locale. Il grande capitale e i poteri forti dello stato hanno invece riconosciuto nel movimento per la Repubblica una chiara minaccia, tanto da soccorrere la Colau pur di sbattere la porta del Comune di Barcellona in faccia all’indipendentismo.
La scelta di Ada si è orientata verso compagni di viaggio che difficilmente si lasciano strumentalizzare e che sono disposti a tutto pur di difendere i propri privilegi. Girare la schiena alla possibilità di cambiamento rappresentata dall’indipendentismo, nel quale la componente anticapitalista è ancora minoritaria ma significativa, assicura probabilmente alla sinistra di ascendenza statale un reddito nel breve periodo, ma non sembra una strategia in grado di mettere in discussione gli equilibri esistenti, né sullo scenario spagnolo né su quello della Unione Europea.
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28/06/2019
17/06/2019
Barcellona. La triste deriva di Ada Colau
La “sindaca del cambiamento” di Barcellona, Ada Colau, è stata rieletta con i voti di Barcelona en Comù ma anche dei socialisti e di tre dei sei eletti del partito di destra – liberista e nazionalista spagnolo – Ciudadanos, guidati dall’ex primo ministro francese Manuel Valls.
Colau, arrivata in seconda posizione alle recenti elezioni amministrative dopo gli indipendentisti di centrosinistra di Esquerra Republicana, ha rifiutato la più volte proferita offerta da parte di questi ultimi di formare un governo di coalizione tra ERC e BEC che le concedesse tra l’altro un ruolo preminente nella giunta cittadina.
A favore dell’alleanza anti-indipendentista si erano espressi nelle scorse ore la maggioranza dei pochi iscritti della formazione – reduce da ben due scissioni negli ultimi due anni – che hanno partecipato ad un referendum interno.
I poteri forti e le lobby liberiste gioiscono, visto che esplicitamente avevano prima caldeggiato la candidatura di Valls – punita dall’elettorato – e poi premuto per un governo della città che escludesse le formazioni indipendentiste.
Al di là del fatto che con una siffatta maggioranza – basata per ora sull’astensione dei soccorritori – sarà difficile portare avanti una amministrazione durevole e incisiva, non è malizioso pensare che in cambio del sostegno alla Colau la destra spagnolista otterrà in cambio un ulteriore annacquamento del già timido programma di riforme che la sindaca ha attuato o promesso di attuare negli anni scorsi.
D’altronde all’interno del partito socialista sono stati eletti anche rappresentanti di quella parte dell’arcipelago regionalista di destra e liberista che si è distaccato dal centrodestra catalano quando questo ha aderito alla svolta indipendentista.
Mentre quattro anni fa l’elezione a sindaca di Ada Colau da parte del Consiglio Comunale di Barcellona fu una vera e propria festa popolare, con migliaia di persone che in Placa Sant Jaume acclamavano la nascita della nuova amministrazione, oggi la situazione è completamente capovolta: fuori dall’edificio ci sono alcune centinaia di sostenitori di BEC e dall’altra parte delle transenne circa duemila militanti indipendentisti e attivisti della sinistra e dei movimenti antirepressivi che contestano la scelta della sindaca di farsi eleggere con i voti di quei partiti che hanno sostenuto la repressione contro gli elettori del 1 ottobre, il commissariamento delle istituzioni catalane e il processo contro i leader indipendentisti.
Ada Colau è costretta ad entrare in Consiglio Comunale dalla porta sul retro dell’edificio dell’Ajuntament per evitare contestazioni.
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Colau, arrivata in seconda posizione alle recenti elezioni amministrative dopo gli indipendentisti di centrosinistra di Esquerra Republicana, ha rifiutato la più volte proferita offerta da parte di questi ultimi di formare un governo di coalizione tra ERC e BEC che le concedesse tra l’altro un ruolo preminente nella giunta cittadina.
A favore dell’alleanza anti-indipendentista si erano espressi nelle scorse ore la maggioranza dei pochi iscritti della formazione – reduce da ben due scissioni negli ultimi due anni – che hanno partecipato ad un referendum interno.
I poteri forti e le lobby liberiste gioiscono, visto che esplicitamente avevano prima caldeggiato la candidatura di Valls – punita dall’elettorato – e poi premuto per un governo della città che escludesse le formazioni indipendentiste.
Al di là del fatto che con una siffatta maggioranza – basata per ora sull’astensione dei soccorritori – sarà difficile portare avanti una amministrazione durevole e incisiva, non è malizioso pensare che in cambio del sostegno alla Colau la destra spagnolista otterrà in cambio un ulteriore annacquamento del già timido programma di riforme che la sindaca ha attuato o promesso di attuare negli anni scorsi.
D’altronde all’interno del partito socialista sono stati eletti anche rappresentanti di quella parte dell’arcipelago regionalista di destra e liberista che si è distaccato dal centrodestra catalano quando questo ha aderito alla svolta indipendentista.
Mentre quattro anni fa l’elezione a sindaca di Ada Colau da parte del Consiglio Comunale di Barcellona fu una vera e propria festa popolare, con migliaia di persone che in Placa Sant Jaume acclamavano la nascita della nuova amministrazione, oggi la situazione è completamente capovolta: fuori dall’edificio ci sono alcune centinaia di sostenitori di BEC e dall’altra parte delle transenne circa duemila militanti indipendentisti e attivisti della sinistra e dei movimenti antirepressivi che contestano la scelta della sindaca di farsi eleggere con i voti di quei partiti che hanno sostenuto la repressione contro gli elettori del 1 ottobre, il commissariamento delle istituzioni catalane e il processo contro i leader indipendentisti.
Ada Colau è costretta ad entrare in Consiglio Comunale dalla porta sul retro dell’edificio dell’Ajuntament per evitare contestazioni.
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30/10/2017
Nuova razzia unionista a Barcellona, aggressioni e feriti
Così come era avvenuto in occasione delle altre manifestazioni ‘unioniste’ convocate dai partiti ‘costituzionalisti’ spagnoli a Barcellona nei giorni scorsi, anche oggi la capitale catalana è stata teatro di un gran numero di atti di violenza e di aggressioni da parte di gruppi fascisti.
Dopo la fine della manifestazione che ha portato a Barcellona anche dal resto dello Stato – moltissimi i pullman organizzati dai partiti nazionalisti spagnoli e dall’estrema destra – circa 300 mila persone al grido di “la Catalogna è Spagna” con ingente sventolio di bandiere spagnole e dell’Unione Europea, i gruppi neofascisti e neonazisti si sono scatenati.
D’altronde l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che destituisce il governo catalano e un centinaio di funzionari della Generalitat, scioglie il Parlament, commissaria i Mossos d’Esquadra e tenta di imbavagliare la stampa locale costituisce una condizione che incita i franchisti e sostiene le loro violente scorribande.
Per tutta la giornata gruppi consistenti di estremisti hanno occupato varie zone della città cantando inni franchisti e slogan razzisti e nazionalisti. Poi, sciolta la manifestazione “Tots som Catalunya, per la convivencia, seny” (Tutti siamo Catalogna, per la convivenza, senno) convocata dall’associazione Societat Civil Catalana (copertura civica della destra nazionalista) sono iniziate le vere e proprie aggressioni. A farne le spese un immigrato Sikh, circondato e malmenato da un gruppo di fascisti ma che ha ‘venduto cara la pelle’ riuscendo a menare qualche colpo e infine a fuggire, una lavoratrice della società ferroviaria della Generalitat, e un tassista, oltre a vari passanti. Questo senza che la Polizia Nacional e la Guardia Civil, dispiegata in maniera massiccia in Catalogna per impedire il referendum del 1 ottobre, intervenisse in alcun modo contro i violenti. D’altronde stamattina un tweet del profilo della Policia Nacional esprimeva l’adesione del corpo alla manifestazione di oggi a Barcellona.
Infine un centinaio di manifestanti alticci, al grido di “Viva Franco”, ha tentato di assaltare il palazzo della Generalitat in Piazza Sant Jaume, respinti a manganellate da un plotone di Mossos. Anche una troupe della televisione pubblica catalana TV3 e un reporter di El Nacional sono stati oggetto degli insulti, degli spintoni e del lancio di oggetti da parte di coloro che manifestavano “per l’unità della Spagna”.
In serata la sindaca di Barcellona Ada Colau, che in un tweet aveva dato il benvenuto agli unionisti in nome del giudizio positivo sul fatto che in città, capitale di quella che ha definito la “Catalogna plurale”, si susseguano grandi manifestazioni di massa, è stata costretta a denunciare le aggressioni provocate a suo dire da “una minoranza di ultrà” a discapito di migliaia di “manifestanti pacifici”.
Venerdì notte a Barcellona, un’altra manifestazione dei cosiddetti unionisti assai meno partecipata era sfociata in una lunga serie di aggressioni prima di essere bloccata dagli agenti della polizia autonoma che comunque non hanno fatto ricorso né a cariche né a fermi. Il piccolo corteo, circa duecento i manifestanti, era iniziato in un quartiere della borghesia catalana unionista e si era diretto verso il centro; durante il percorso gli estremisti di destra hanno prima assalito tre ragazzi identificati come militanti della sinistra o indipendentisti, che sono stati picchiati e poi accoltellati; poi hanno assaltato la sede di Catalunya Radio sulla Via Diagonal, tentando di fare irruzione al suo interno e malmenando alcuni giornalisti, e poi hanno picchiato gli avventori di un bar frequentato da catalani. Prima ancora un altro gruppo di fascisti aveva fatto irruzione all’interno di una scuola aggredendo e picchiando due professori.
Da notare che oggi, insieme ai fascisti e ai neonazisti di Democrazia Nazionale, della Falange, di Somatemps, di Vox, e ai nazionalisti spagnoli di destra del PP e di Ciudadanos, a manifestare a Barcellona per l’unità della Spagna c’erano anche i socialisti guidati dai loro leader, in particolare l’ex presidente del Parlamento Europeo Josep Borrell, il segretario generale del PSOE Pedro Sanchez e il segretario generale del PSC Miquel Iceta. In particolare quest’ultima si è fatto fotografare insieme allo stato maggiore del Partito Popolare in un ‘selfie’ che ha creato non poco imbarazzo ad una base socialista catalana che nelle ultime settimane ha visto vari dirigenti e militanti abbandonare la formazione in polemica col sostegno del partito al golpe in Catalogna.
Come se non bastasse, al corteo e al comizio finale hanno partecipato anche alcuni gruppi della sinistra spagnola. In particolare Francisco ‘Paco’ Frutos, ex segretario generale del Partido Comunista di Spagna dal 1998 al 2009, ha gridato dal palco contro “il razzismo identitario” degli indipendentisti catalani rivolgendosi a una piazza piena di fascisti e di nazionalisti spagnoli che lanciavano slogan come “Puigdemont in galera” o “Grazie Guardia Civil”, cantavano il ‘Cara al Sol’ e facevano saluti romani.
Una presenza così imbarazzante che pochi minuti dopo l’intervento di Frutos la direzione del PCE è stata costretta a sconfessarlo attraverso un tweet chiarendo che non rappresentava la posizione del partito e che parlava a titolo personale.
Comunque un segnale inequivocabile del clima da crociata che si respira nello Stato Spagnolo al di là delle forze propriamente di destra e che costituisce una copertura ideologica formidabile nei confronti dei gruppi violenti dell’estrema destra che ora cercano la vendetta, la rivincita contro un nemico che credono domato dal commissariamento delle istituzioni catalane.
Fonte
Va riconosciuto che la sinistra spagnola, tutta, dal PSOE alle varie emanazioni di Podemos passando per ex comunisti ecc. è riuscita in un autentico capolavoro: quello di risultare del tutto organica al capitale e alle sue espressioni fasciste.
Roba che da noi nemmeno la segreteria bertinottiana di Rifondazione comunista.
E fortuna che gente come Iglesias, praticamente l'altro ieri disquisiva con Linera di sinistra... viene da domandarsi cosa possa aver acquisito da Linera uno che sta dirigendo il proprio partito direttamente al fianco dei franchisti.
Dopo la fine della manifestazione che ha portato a Barcellona anche dal resto dello Stato – moltissimi i pullman organizzati dai partiti nazionalisti spagnoli e dall’estrema destra – circa 300 mila persone al grido di “la Catalogna è Spagna” con ingente sventolio di bandiere spagnole e dell’Unione Europea, i gruppi neofascisti e neonazisti si sono scatenati.
D’altronde l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che destituisce il governo catalano e un centinaio di funzionari della Generalitat, scioglie il Parlament, commissaria i Mossos d’Esquadra e tenta di imbavagliare la stampa locale costituisce una condizione che incita i franchisti e sostiene le loro violente scorribande.
Per tutta la giornata gruppi consistenti di estremisti hanno occupato varie zone della città cantando inni franchisti e slogan razzisti e nazionalisti. Poi, sciolta la manifestazione “Tots som Catalunya, per la convivencia, seny” (Tutti siamo Catalogna, per la convivenza, senno) convocata dall’associazione Societat Civil Catalana (copertura civica della destra nazionalista) sono iniziate le vere e proprie aggressioni. A farne le spese un immigrato Sikh, circondato e malmenato da un gruppo di fascisti ma che ha ‘venduto cara la pelle’ riuscendo a menare qualche colpo e infine a fuggire, una lavoratrice della società ferroviaria della Generalitat, e un tassista, oltre a vari passanti. Questo senza che la Polizia Nacional e la Guardia Civil, dispiegata in maniera massiccia in Catalogna per impedire il referendum del 1 ottobre, intervenisse in alcun modo contro i violenti. D’altronde stamattina un tweet del profilo della Policia Nacional esprimeva l’adesione del corpo alla manifestazione di oggi a Barcellona.
Infine un centinaio di manifestanti alticci, al grido di “Viva Franco”, ha tentato di assaltare il palazzo della Generalitat in Piazza Sant Jaume, respinti a manganellate da un plotone di Mossos. Anche una troupe della televisione pubblica catalana TV3 e un reporter di El Nacional sono stati oggetto degli insulti, degli spintoni e del lancio di oggetti da parte di coloro che manifestavano “per l’unità della Spagna”.
In serata la sindaca di Barcellona Ada Colau, che in un tweet aveva dato il benvenuto agli unionisti in nome del giudizio positivo sul fatto che in città, capitale di quella che ha definito la “Catalogna plurale”, si susseguano grandi manifestazioni di massa, è stata costretta a denunciare le aggressioni provocate a suo dire da “una minoranza di ultrà” a discapito di migliaia di “manifestanti pacifici”.
Venerdì notte a Barcellona, un’altra manifestazione dei cosiddetti unionisti assai meno partecipata era sfociata in una lunga serie di aggressioni prima di essere bloccata dagli agenti della polizia autonoma che comunque non hanno fatto ricorso né a cariche né a fermi. Il piccolo corteo, circa duecento i manifestanti, era iniziato in un quartiere della borghesia catalana unionista e si era diretto verso il centro; durante il percorso gli estremisti di destra hanno prima assalito tre ragazzi identificati come militanti della sinistra o indipendentisti, che sono stati picchiati e poi accoltellati; poi hanno assaltato la sede di Catalunya Radio sulla Via Diagonal, tentando di fare irruzione al suo interno e malmenando alcuni giornalisti, e poi hanno picchiato gli avventori di un bar frequentato da catalani. Prima ancora un altro gruppo di fascisti aveva fatto irruzione all’interno di una scuola aggredendo e picchiando due professori.
Da notare che oggi, insieme ai fascisti e ai neonazisti di Democrazia Nazionale, della Falange, di Somatemps, di Vox, e ai nazionalisti spagnoli di destra del PP e di Ciudadanos, a manifestare a Barcellona per l’unità della Spagna c’erano anche i socialisti guidati dai loro leader, in particolare l’ex presidente del Parlamento Europeo Josep Borrell, il segretario generale del PSOE Pedro Sanchez e il segretario generale del PSC Miquel Iceta. In particolare quest’ultima si è fatto fotografare insieme allo stato maggiore del Partito Popolare in un ‘selfie’ che ha creato non poco imbarazzo ad una base socialista catalana che nelle ultime settimane ha visto vari dirigenti e militanti abbandonare la formazione in polemica col sostegno del partito al golpe in Catalogna.
Come se non bastasse, al corteo e al comizio finale hanno partecipato anche alcuni gruppi della sinistra spagnola. In particolare Francisco ‘Paco’ Frutos, ex segretario generale del Partido Comunista di Spagna dal 1998 al 2009, ha gridato dal palco contro “il razzismo identitario” degli indipendentisti catalani rivolgendosi a una piazza piena di fascisti e di nazionalisti spagnoli che lanciavano slogan come “Puigdemont in galera” o “Grazie Guardia Civil”, cantavano il ‘Cara al Sol’ e facevano saluti romani.
Una presenza così imbarazzante che pochi minuti dopo l’intervento di Frutos la direzione del PCE è stata costretta a sconfessarlo attraverso un tweet chiarendo che non rappresentava la posizione del partito e che parlava a titolo personale.
Comunque un segnale inequivocabile del clima da crociata che si respira nello Stato Spagnolo al di là delle forze propriamente di destra e che costituisce una copertura ideologica formidabile nei confronti dei gruppi violenti dell’estrema destra che ora cercano la vendetta, la rivincita contro un nemico che credono domato dal commissariamento delle istituzioni catalane.
Fonte
Va riconosciuto che la sinistra spagnola, tutta, dal PSOE alle varie emanazioni di Podemos passando per ex comunisti ecc. è riuscita in un autentico capolavoro: quello di risultare del tutto organica al capitale e alle sue espressioni fasciste.
Roba che da noi nemmeno la segreteria bertinottiana di Rifondazione comunista.
E fortuna che gente come Iglesias, praticamente l'altro ieri disquisiva con Linera di sinistra... viene da domandarsi cosa possa aver acquisito da Linera uno che sta dirigendo il proprio partito direttamente al fianco dei franchisti.
18/09/2017
Catalogna: la repressione allarga il fronte indipendentista
Mancano ormai solo due settimane ad una data che sta generando una profonda spaccatura nel panorama politico spagnolo e catalano. A scontrarsi sono due schieramenti ben definiti quanto politicamente compositi, quello nazionalista spagnolo e quello indipendentista catalano.
Nel mezzo ci sono le cosiddette forze federaliste che teoricamente riconoscono il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse dello Stato Spagnolo ma nei fatti sono contrarie ad una separazione della Catalogna da Madrid. Si tratta di formazioni di un certo peso, come Podemos e le sue sezioni locali alleate dei partiti storici della sinistra moderata catalana.
L’accelerazione della campagna indipendentista e la fissazione della data del voto hanno letteralmente terremotato queste formazioni che hanno visto improvvisamente la propria posizione perdere peso e credibilità di fronte alla necessità di schierarsi pro o contro il referendum ed eventualmente a favore o contro l’indipendenza.
Inizialmente sembrava che l’amministrazione comunale di Barcellona, guidata da Ada Colau, volesse tenersi fuori dal contenzioso sul voto dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale, mentre Podemos a livello statale si pronuncia contro la ‘precipitazione indipendentista’ impressa agli eventi da parte della maggioranza del Parlament catalano. Iglesias continua a proporre di “fermare le macchine” e di affidarsi ad una futuribile riforma federalista dello Stato Spagnolo, sostenuta da un referendum concordato con lo Stato, che solo una maggioranza dei due terzi alle Cortes di Madrid potrebbe approvare. Considerando che Podemos alle ultime elezioni sembra aver raggiunto il suo apice senza riuscire a sfondare e viene data in calo nei sondaggi, e che il parlamento di Madrid è dominato dai partiti nazionalisti spagnoli, si tratta di una proposta di principio inattuabile e senza gambe politiche.
Le pressioni di una parte della propria base e quelle della sinistra indipendentista, insieme alla scontata reazione repressiva del governo spagnolo e delle sue istituzioni, stanno ora costringendo questo settore politico ad aggiustare il tiro. Mentre Podemos accentua la sua denuncia nei confronti della repressione di Madrid man mano che questa si fa più capillare e consistente, la sindaca di Barcellona e la sua maggioranza sembrano orientarsi a partecipare a quella che considerano una ‘mobilitazione democratica’ – cioè il referendum indetto dalla Generalitat – senza però schierarsi.
Così hanno deciso due consultazioni interne a ‘Catalunya en Comù’ e a ‘Esquerra Unida i Alternativa’, che fa parte della formazione guidata da Ada Colau ma che ha mantenuto, come del resto ‘Iniciativa per Catalunya-Verts’, la sua autonomia (Podem, invece, rigettando gli inviti di Iglesias, non ha aderito al nuovo soggetto politico ed è molto vicina al fronte indipendentista).
Il 60% dei militanti di Catalunya en Comù (al voto hanno partecipato il 44% degli iscritti) ha votato per questa soluzione. Elisenda Alamany, portavoce della formazione catalana vicina a Podemos, ha sostenuto che “E’ il momento di non piegarsi alla strategia della paura” e che il partito invita a partecipazione al referendum per opporre resistenza all’ondata repressiva del Partito Popolare.
Anche il coordinatore generale di EUiA, Joan Josep Nuet, ha annunciato sabato che il Consiglio Nazionale del partito ha deciso di fare appello alla partecipazione al referendum sull’autodeterminazione dopo che il 76% dei militanti si è espresso in questo senso (contro un 16% di voti contrari e l’8% di astensioni).
Ciò non vuol dire che i due partiti si schiereranno a favore dell’indipendenza, al contrario di Podem che invece ha già dato indicazione ai suoi di votare Sì, ma sicuramente il fronte delle forze coinvolte nell’appuntamento del 1 Ottobre si amplia notevolmente. I ‘Comuns’ non daranno indicazioni di voto, ma un recente sondaggio afferma che il 33% degli elettori catalani di Podemos ha intenzione di andare a votare ‘indipendenza’ tra due settimane. Percentuali simili e anche leggermente superiori per EUia e ICV; in alcuni casi dirigenti delle due formazioni stanno partecipando a titolo personale a iniziative della Cup, la sinistra radicale indipendentista.
Nel frattempo Ada Colau ha deciso, dopo un lungo tira e molla, di mettere a disposizione i seggi elettorali dopo un accordo con la Generalitat. L’accordo – di cui non sono chiari i particolari – dovrebbe salvaguardare i funzionari e l’amministrazione comunale di centrosinistra di Barcellona da eventuali rappresaglie penali ed economiche delle istituzioni centrali.
Mentre sui media e nelle strade il dibattito ferve, la cronaca degli ultimi giorni è costellata da episodi di repressione e dalle reazioni del fronte indipendentista.
Il governo Rajoy ha già schierato in Catalogna alcune migliaia di membri aggiuntivi della Guardia Civil e della Policia Nacional nel tentativo di impedire con la forza l’espressione del voto popolare che giudica illegale. Secondo i media la Segreteria di Stato avrebbe approntato un piano per mobilitare in Catalogna tra i 10 mila e i 13 mila effettivi delle forze di polizia, guidati da 140 ‘funzionari’ provenienti da Madrid. Tra questi, una settantina, agenti dei servizi antiterrorismo della Polizia, dovrebbero coordinare le operazioni per impedire la costituzione dei seggi e perseguire i promotori del referendum, coadiuvati dalle unità d’élite delle forze speciali dell’esercito mobilitate da altri territori dello Stato.
Gli agenti negli ultimi giorni si son dati molto da fare, accolti e stigmatizzati da partecipate manifestazioni di protesta. La Guardia Civil ha notificato a decine di mezzi d’informazione privati l’ordine giudiziario che li obbliga ad astenersi dal pubblicare propaganda relativa al referendum. In caso contrario direttori e lavoratori sono stati avvertiti del fatto che rischiano ritorsioni penali. Le redazioni dei media pubblici, Catalunya Radio e TV3, erano già state ‘avvisate’ direttamente dal Tribunale Costituzionale.
L’associazione Omnium Cultural, promotrice insieme all’ANC delle massicce mobilitazioni popolari che negli ultimi anni hanno convinto il partito liberal-conservatore catalano PDeCat ad abbracciare la rivendicazione indipendentista, ha denunciato che le poste non stanno recapitando a una parte degli abbonati le copie della rivista di settembre che ovviamente invita a mobilitarsi a favore della separazione. D’altronde nei giorni scorsi la direzione centrale delle poste spagnole ha inviato un’email a tutti i centri operativi in Catalogna nella quale comunica che l’impresa “dovrà astenersi dall’accettare spedizioni relazionate al referendum”.
Come se non bastasse un tribunale di Barcellona ha ordinato a tutte le imprese informatiche che lavorano nella comunicazione di bloccare l’accesso ai siti web approntati dal governo catalano e da altre entità in vista del referendum del 1 ottobre. Un sito realizzato dalla Generalitat è già stato chiuso dalla polizia. Quello che lo ha rimpiazzato ha pubblicato la scheda elettorale e il manifesto ufficiale della campagna del Governo a favore dell’indipendenza invitando i cittadini a stamparli e a distribuirli in proprio. Questo dopo che nel fine settimana le forze di sicurezza spagnole hanno sequestrato in diverse tipografie circa un milione e mezzo di manifesti e volantini.
Ma anche le iniziative di campagna referendaria stanno finendo nel mirino della repressione spagnola. Negli ultimi giorni agenti della Guardia Urbana di Barcellona, della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra hanno identificato dei militanti indipendentisti mentre tenevano iniziative di dibattito e di propaganda, alcune delle quali sono state impedite con la forza, oppure mentre erano intenti a distribuire volantini o ad attaccare manifesti. Responsabili di Esquerra Republicana e della CUP hanno denunciato che la polizia spagnola ha effettuato fermi, interrogatori e sequestri di materiali. Iniziative della sinistra radicale indipendentista sono state proibite ed impedite a Gasteiz, nel Paese Basco, a Valencia ed in altre città dello Stato Spagnolo.
Ma la repressione spagnola si sta rivelando un vero e proprio boomerang, convincendo alcuni settori politici e della società catalana che finora si erano tenuti ai margini della necessità di mobilitarsi a favore della realizzazione del referendum e dell’indipendenza.
Si moltiplicano le iniziative di disobbedienza civile promosse sia dall’associazionismo sia dai partiti indipendentisti. Nel centro di Barcellona i manifestanti si sono dati appuntamento per un “attacchinaggio di massa” dei cartelli ‘fuorilegge’, mentre a Tarragona centinaia di persone hanno esposto i manifesti illegali guardati a vista dalla polizia. A Madrid a centinaia si sono presentati per seguire l’iniziativa a favore del diritto a decidere dei catalani proibito dalla magistratura. Dopo il divieto ad usare i locali messi a disposizione dalla sindaca Manuela Carmona, i promotori hanno optato per un teatro nel centro di Madrid che non era abbastanza capiente per ospitare tutti coloro che erano accorsi per partecipare al dibattito.
Anche i 712 sindaci catalani (sui 948 totali) ai quali il Procuratore generale dello Stato Spagnolo, José Manuel Maza, ha inviato un ordine di comparizione chiarendo che se non si presenteranno in tribunale subiranno delle azioni giudiziarie, hanno reagito ribadendo il loro impegno l’1 ottobre.
Infine, la decisione da parte del ministro spagnolo delle Finanze, Cristobal Montoro, di commissariare i conti della Generalitat sembra indicare che Madrid è pronta a ricorrere all’articolo 155 della Costituzione che consente al governo centrale di assumere direttamente il controllo delle autonomie esautorando i governi locali. Il provvedimento sembra la reazione di Rajoy alla decisione del vicepresidente catalano, Oriol Junqueras, che ha deciso di non inviare più a Madrid i tradizionali resoconti settimanali sulle spese della Generalitat.
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Nel mezzo ci sono le cosiddette forze federaliste che teoricamente riconoscono il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse dello Stato Spagnolo ma nei fatti sono contrarie ad una separazione della Catalogna da Madrid. Si tratta di formazioni di un certo peso, come Podemos e le sue sezioni locali alleate dei partiti storici della sinistra moderata catalana.
L’accelerazione della campagna indipendentista e la fissazione della data del voto hanno letteralmente terremotato queste formazioni che hanno visto improvvisamente la propria posizione perdere peso e credibilità di fronte alla necessità di schierarsi pro o contro il referendum ed eventualmente a favore o contro l’indipendenza.
Inizialmente sembrava che l’amministrazione comunale di Barcellona, guidata da Ada Colau, volesse tenersi fuori dal contenzioso sul voto dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale, mentre Podemos a livello statale si pronuncia contro la ‘precipitazione indipendentista’ impressa agli eventi da parte della maggioranza del Parlament catalano. Iglesias continua a proporre di “fermare le macchine” e di affidarsi ad una futuribile riforma federalista dello Stato Spagnolo, sostenuta da un referendum concordato con lo Stato, che solo una maggioranza dei due terzi alle Cortes di Madrid potrebbe approvare. Considerando che Podemos alle ultime elezioni sembra aver raggiunto il suo apice senza riuscire a sfondare e viene data in calo nei sondaggi, e che il parlamento di Madrid è dominato dai partiti nazionalisti spagnoli, si tratta di una proposta di principio inattuabile e senza gambe politiche.
Le pressioni di una parte della propria base e quelle della sinistra indipendentista, insieme alla scontata reazione repressiva del governo spagnolo e delle sue istituzioni, stanno ora costringendo questo settore politico ad aggiustare il tiro. Mentre Podemos accentua la sua denuncia nei confronti della repressione di Madrid man mano che questa si fa più capillare e consistente, la sindaca di Barcellona e la sua maggioranza sembrano orientarsi a partecipare a quella che considerano una ‘mobilitazione democratica’ – cioè il referendum indetto dalla Generalitat – senza però schierarsi.
Così hanno deciso due consultazioni interne a ‘Catalunya en Comù’ e a ‘Esquerra Unida i Alternativa’, che fa parte della formazione guidata da Ada Colau ma che ha mantenuto, come del resto ‘Iniciativa per Catalunya-Verts’, la sua autonomia (Podem, invece, rigettando gli inviti di Iglesias, non ha aderito al nuovo soggetto politico ed è molto vicina al fronte indipendentista).
Il 60% dei militanti di Catalunya en Comù (al voto hanno partecipato il 44% degli iscritti) ha votato per questa soluzione. Elisenda Alamany, portavoce della formazione catalana vicina a Podemos, ha sostenuto che “E’ il momento di non piegarsi alla strategia della paura” e che il partito invita a partecipazione al referendum per opporre resistenza all’ondata repressiva del Partito Popolare.
Anche il coordinatore generale di EUiA, Joan Josep Nuet, ha annunciato sabato che il Consiglio Nazionale del partito ha deciso di fare appello alla partecipazione al referendum sull’autodeterminazione dopo che il 76% dei militanti si è espresso in questo senso (contro un 16% di voti contrari e l’8% di astensioni).
Ciò non vuol dire che i due partiti si schiereranno a favore dell’indipendenza, al contrario di Podem che invece ha già dato indicazione ai suoi di votare Sì, ma sicuramente il fronte delle forze coinvolte nell’appuntamento del 1 Ottobre si amplia notevolmente. I ‘Comuns’ non daranno indicazioni di voto, ma un recente sondaggio afferma che il 33% degli elettori catalani di Podemos ha intenzione di andare a votare ‘indipendenza’ tra due settimane. Percentuali simili e anche leggermente superiori per EUia e ICV; in alcuni casi dirigenti delle due formazioni stanno partecipando a titolo personale a iniziative della Cup, la sinistra radicale indipendentista.
Nel frattempo Ada Colau ha deciso, dopo un lungo tira e molla, di mettere a disposizione i seggi elettorali dopo un accordo con la Generalitat. L’accordo – di cui non sono chiari i particolari – dovrebbe salvaguardare i funzionari e l’amministrazione comunale di centrosinistra di Barcellona da eventuali rappresaglie penali ed economiche delle istituzioni centrali.
Mentre sui media e nelle strade il dibattito ferve, la cronaca degli ultimi giorni è costellata da episodi di repressione e dalle reazioni del fronte indipendentista.
Il governo Rajoy ha già schierato in Catalogna alcune migliaia di membri aggiuntivi della Guardia Civil e della Policia Nacional nel tentativo di impedire con la forza l’espressione del voto popolare che giudica illegale. Secondo i media la Segreteria di Stato avrebbe approntato un piano per mobilitare in Catalogna tra i 10 mila e i 13 mila effettivi delle forze di polizia, guidati da 140 ‘funzionari’ provenienti da Madrid. Tra questi, una settantina, agenti dei servizi antiterrorismo della Polizia, dovrebbero coordinare le operazioni per impedire la costituzione dei seggi e perseguire i promotori del referendum, coadiuvati dalle unità d’élite delle forze speciali dell’esercito mobilitate da altri territori dello Stato.
Gli agenti negli ultimi giorni si son dati molto da fare, accolti e stigmatizzati da partecipate manifestazioni di protesta. La Guardia Civil ha notificato a decine di mezzi d’informazione privati l’ordine giudiziario che li obbliga ad astenersi dal pubblicare propaganda relativa al referendum. In caso contrario direttori e lavoratori sono stati avvertiti del fatto che rischiano ritorsioni penali. Le redazioni dei media pubblici, Catalunya Radio e TV3, erano già state ‘avvisate’ direttamente dal Tribunale Costituzionale.
L’associazione Omnium Cultural, promotrice insieme all’ANC delle massicce mobilitazioni popolari che negli ultimi anni hanno convinto il partito liberal-conservatore catalano PDeCat ad abbracciare la rivendicazione indipendentista, ha denunciato che le poste non stanno recapitando a una parte degli abbonati le copie della rivista di settembre che ovviamente invita a mobilitarsi a favore della separazione. D’altronde nei giorni scorsi la direzione centrale delle poste spagnole ha inviato un’email a tutti i centri operativi in Catalogna nella quale comunica che l’impresa “dovrà astenersi dall’accettare spedizioni relazionate al referendum”.
Come se non bastasse un tribunale di Barcellona ha ordinato a tutte le imprese informatiche che lavorano nella comunicazione di bloccare l’accesso ai siti web approntati dal governo catalano e da altre entità in vista del referendum del 1 ottobre. Un sito realizzato dalla Generalitat è già stato chiuso dalla polizia. Quello che lo ha rimpiazzato ha pubblicato la scheda elettorale e il manifesto ufficiale della campagna del Governo a favore dell’indipendenza invitando i cittadini a stamparli e a distribuirli in proprio. Questo dopo che nel fine settimana le forze di sicurezza spagnole hanno sequestrato in diverse tipografie circa un milione e mezzo di manifesti e volantini.
Ma anche le iniziative di campagna referendaria stanno finendo nel mirino della repressione spagnola. Negli ultimi giorni agenti della Guardia Urbana di Barcellona, della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra hanno identificato dei militanti indipendentisti mentre tenevano iniziative di dibattito e di propaganda, alcune delle quali sono state impedite con la forza, oppure mentre erano intenti a distribuire volantini o ad attaccare manifesti. Responsabili di Esquerra Republicana e della CUP hanno denunciato che la polizia spagnola ha effettuato fermi, interrogatori e sequestri di materiali. Iniziative della sinistra radicale indipendentista sono state proibite ed impedite a Gasteiz, nel Paese Basco, a Valencia ed in altre città dello Stato Spagnolo.
Ma la repressione spagnola si sta rivelando un vero e proprio boomerang, convincendo alcuni settori politici e della società catalana che finora si erano tenuti ai margini della necessità di mobilitarsi a favore della realizzazione del referendum e dell’indipendenza.
Si moltiplicano le iniziative di disobbedienza civile promosse sia dall’associazionismo sia dai partiti indipendentisti. Nel centro di Barcellona i manifestanti si sono dati appuntamento per un “attacchinaggio di massa” dei cartelli ‘fuorilegge’, mentre a Tarragona centinaia di persone hanno esposto i manifesti illegali guardati a vista dalla polizia. A Madrid a centinaia si sono presentati per seguire l’iniziativa a favore del diritto a decidere dei catalani proibito dalla magistratura. Dopo il divieto ad usare i locali messi a disposizione dalla sindaca Manuela Carmona, i promotori hanno optato per un teatro nel centro di Madrid che non era abbastanza capiente per ospitare tutti coloro che erano accorsi per partecipare al dibattito.
Anche i 712 sindaci catalani (sui 948 totali) ai quali il Procuratore generale dello Stato Spagnolo, José Manuel Maza, ha inviato un ordine di comparizione chiarendo che se non si presenteranno in tribunale subiranno delle azioni giudiziarie, hanno reagito ribadendo il loro impegno l’1 ottobre.
Infine, la decisione da parte del ministro spagnolo delle Finanze, Cristobal Montoro, di commissariare i conti della Generalitat sembra indicare che Madrid è pronta a ricorrere all’articolo 155 della Costituzione che consente al governo centrale di assumere direttamente il controllo delle autonomie esautorando i governi locali. Il provvedimento sembra la reazione di Rajoy alla decisione del vicepresidente catalano, Oriol Junqueras, che ha deciso di non inviare più a Madrid i tradizionali resoconti settimanali sulle spese della Generalitat.
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13/09/2017
Barcellona: un milione alla Diada. La sinistra radicale contro l’Ue
All’insegna dello slogan “Rompiamo il regime: autodeterminazione dei Paesi Catalani”, ieri pomeriggio parecchie migliaia di persone (il doppio rispetto allo scorso anno) hanno partecipato alla manifestazione indetta dalla sinistra indipendentista e anticapitalista radicale nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana che ricorda la sconfitta contro i Borboni delle truppe di Barcellona (era il 1714).
Il corteo è stato convocato dalle realtà maggiormente schierate in senso anticapitalista all’interno della Cup e da alcune forze sociali e sindacali: da Alerta Solidària ai giovani di Arran e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC), da Endavant alla Coordinadora Obrera Sindical (COS). Presenti varie delegazioni di realtà solidali della sinistra anticapitalista e antimperialista provenienti dallo Stato Spagnolo e non solo, tra le quali quelle di Noi Restiamo e della Rete dei Comunisti.
Durante la marcia, un gruppo di manifestanti ha bruciato una bandiera spagnola, una francese e un vessillo dell’Unione Europea e alla fine del corteo è stata strappata anche un’immagine del re Filippo VI. Il corteo antagonista ha voluto differenziarsi dallo spirito europeista che anima una parte consistente dello schieramento indipendentista affermando che una eventuale indipendenza non potrà essere piena senza una discontinuità nei confronti dei diktat e dei meccanismi coercitivi dell’Unione Europea.
Nel corso del comizio finale, la deputata della Cup Anna Gabriel, rivendicando la linea della formazione della sinistra radicale indipendentista, ha ricordato che non vi potrà essere frattura con lo Stato Spagnolo senza disobbedienza, cioè senza una rottura con la legalità e le istituzioni di Madrid. La dirigente della Cup ha anche chiesto alla sindaca di Barcellona, Ada Colau, di schierarsi veramente a favore del diritto di autodecisione dei catalani mettendo a disposizione la macchina comunale e aprendo i seggi ai cittadini e alle cittadine per il referendum del 1 ottobre.
La marcia è iniziata pochi minuti dopo la fine della storica mobilitazione della cosiddetta ‘Diada del Sì’, che ha visto un milione di persone (dati della Guardia Urbana di Barcellona, alle dipendenze dell’amministrazione di centrosinistra guidata da Ada Colau, mentre la polizia spagnola ha ridotto la cifra a soli 350 mila partecipanti) scendere nelle strade della capitale catalana rispondendo all’appello dell’associazionismo indipendentista – Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural – in una giornata esplicitamente marcata dalla difesa del referendum e del Sì.
In piazza è scesa gente di tutti i tipi, dai militanti dei partiti indipendentisti agli attivisti dei grandi e piccoli sindacati schierati a favore del diritto all’autodeterminazione, dalla piccola borghesia agli studenti, fino alle associazioni dei migranti schierate a favore del distacco da Madrid.
All’imponente corteo non si sono fatti vedere, invece, i leader di Podemos Pablo Iglesias e Xavier Domènech, che insieme alla sindaca di Barcellona Ada Colau hanno tenuto una propria iniziativa, davanti a un migliaio di persone, nella località di Santa Coloma de Gramenet. Gli esponenti federalisti hanno attaccato tanto il premier Rajoy, accusato di conculcare il legittimo diritto all’autodeterminazione dei catalani, tanto i leader indipendentisti, accusati a loro volta di voler esercitare questo diritto in maniera unilaterale spaccando la società catalana. Secondo Iglesias una soluzione equa per la Catalogna – il ridisegno in senso federalista dello Stato Spagnolo – potrà venire esclusivamente da un allontanamento della destra di Rajoy dal potere, il che non tiene conto del fatto che tanto Ciudadanos, quanto i socialisti con cui Podemos tenta una convergenza sia a livello locale sia statale, sono assai poco disponibili a rinunciare al dogma nazionalista che anima buona parte della classe politica spagnola.
Ma all’interno di ‘Catalunya en Comù’, formazione politica locale frutto della confluenza del centro-sinistra storico catalano e di una parte della sezione locale di Podemos – Podem si è rifiutato di aderirvi – continuano il dibattito e le polemiche. Alcuni settori di militanti e dirigenti dei cosiddetti ‘Comuns’, e anche qualche assessore della giunta di Barcellona, chiedono che la sindaca, l’amministrazione comunale e il partito si schierino apertamente dalla parte del referendum, come hanno già fatto 670 municipi sui 948 totali. Al contrario i socialisti, anche loro nella maggioranza che sostiene Ada Colau alla guida di Barcellona, pretendono dalla sindaca un chiarimento in senso opposto.
Da parte spagnola, dopo la ‘tregua’ accordata ieri, oggi è ripartita la macchina inquisitoriale. Il Tribunale Costituzionale di Madrid, dopo aver rigettato nei giorni scorsi la legge di ‘Disconnessione’ che convoca il referendum del 1 ottobre, ha sospeso anche la legge di “Transizione” votata la scorsa settimana dalla maggioranza indipendentista del Parlament e diretta a creare un contesto legale alternativo alla Costituzione che accompagni e regoli l’eventuale nascita di una Repubblica Catalana separata dalla monarchia spagnola.
A questo punto il Governo di Carles Puigdemont, formato dal PDeCat e da Erc e sostenuto dalla Cup, se vuole andare avanti sulla strada dell’indipendenza, celebrare il referendum ed eventualmente trasformare in un atto politico formale la vittoria dei Sì, non può far altro che seguire la strada della disobbedienza istituzionale appoggiandosi a quella di massa. Questo mentre da Madrid si minaccia esplicitamente l’arresto di quei ministri e funzionari catalani che continuino a non tenere conto delle ingiunzioni del Tribunale Costituzionale e del Governo.
Questa mattinata il Procuratore Capo della Catalogna ha convocato i comandi locali della Policia Nacional, della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra ai quali è stato ingiunto di adoperarsi per impedire la celebrazione del referendum popolare del 1 ottobre, di sequestrare le urne e le schede elettorali. Tra questi c’era anche il maggiore dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluís Trapero, salito agli onori della cronaca internazionale nei giorni seguenti agli attacchi jihadisti contro Barcellona del 17 agosto.
Mentre il premier Rajoy non scarta la sospensione dello statuto di autonomia catalano e il commissariamento della Generalitat, chiesti a gran voce dalla stampa e dagli ambienti spagnoli più reazionari, oggi il giudice di Madrid José Yusty Bastarreche ha deciso di vietare una manifestazione a favore del diritto di autodecisione dei catalani organizzato per domenica prossima nella capitale spagnola. Il magistrato considera l’iniziativa convocata da alcuni settori della sinistra federalista come un atto di sostegno alla legge di ‘Disconnessione’ già sospesa dal Tribunale Costituzionale, e quindi a sua volta illegale, accogliendo un ricorso urgente presentato dal Partito Popolare.
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Il corteo è stato convocato dalle realtà maggiormente schierate in senso anticapitalista all’interno della Cup e da alcune forze sociali e sindacali: da Alerta Solidària ai giovani di Arran e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC), da Endavant alla Coordinadora Obrera Sindical (COS). Presenti varie delegazioni di realtà solidali della sinistra anticapitalista e antimperialista provenienti dallo Stato Spagnolo e non solo, tra le quali quelle di Noi Restiamo e della Rete dei Comunisti.
Durante la marcia, un gruppo di manifestanti ha bruciato una bandiera spagnola, una francese e un vessillo dell’Unione Europea e alla fine del corteo è stata strappata anche un’immagine del re Filippo VI. Il corteo antagonista ha voluto differenziarsi dallo spirito europeista che anima una parte consistente dello schieramento indipendentista affermando che una eventuale indipendenza non potrà essere piena senza una discontinuità nei confronti dei diktat e dei meccanismi coercitivi dell’Unione Europea.
Nel corso del comizio finale, la deputata della Cup Anna Gabriel, rivendicando la linea della formazione della sinistra radicale indipendentista, ha ricordato che non vi potrà essere frattura con lo Stato Spagnolo senza disobbedienza, cioè senza una rottura con la legalità e le istituzioni di Madrid. La dirigente della Cup ha anche chiesto alla sindaca di Barcellona, Ada Colau, di schierarsi veramente a favore del diritto di autodecisione dei catalani mettendo a disposizione la macchina comunale e aprendo i seggi ai cittadini e alle cittadine per il referendum del 1 ottobre.
La marcia è iniziata pochi minuti dopo la fine della storica mobilitazione della cosiddetta ‘Diada del Sì’, che ha visto un milione di persone (dati della Guardia Urbana di Barcellona, alle dipendenze dell’amministrazione di centrosinistra guidata da Ada Colau, mentre la polizia spagnola ha ridotto la cifra a soli 350 mila partecipanti) scendere nelle strade della capitale catalana rispondendo all’appello dell’associazionismo indipendentista – Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural – in una giornata esplicitamente marcata dalla difesa del referendum e del Sì.
In piazza è scesa gente di tutti i tipi, dai militanti dei partiti indipendentisti agli attivisti dei grandi e piccoli sindacati schierati a favore del diritto all’autodeterminazione, dalla piccola borghesia agli studenti, fino alle associazioni dei migranti schierate a favore del distacco da Madrid.
All’imponente corteo non si sono fatti vedere, invece, i leader di Podemos Pablo Iglesias e Xavier Domènech, che insieme alla sindaca di Barcellona Ada Colau hanno tenuto una propria iniziativa, davanti a un migliaio di persone, nella località di Santa Coloma de Gramenet. Gli esponenti federalisti hanno attaccato tanto il premier Rajoy, accusato di conculcare il legittimo diritto all’autodeterminazione dei catalani, tanto i leader indipendentisti, accusati a loro volta di voler esercitare questo diritto in maniera unilaterale spaccando la società catalana. Secondo Iglesias una soluzione equa per la Catalogna – il ridisegno in senso federalista dello Stato Spagnolo – potrà venire esclusivamente da un allontanamento della destra di Rajoy dal potere, il che non tiene conto del fatto che tanto Ciudadanos, quanto i socialisti con cui Podemos tenta una convergenza sia a livello locale sia statale, sono assai poco disponibili a rinunciare al dogma nazionalista che anima buona parte della classe politica spagnola.
Ma all’interno di ‘Catalunya en Comù’, formazione politica locale frutto della confluenza del centro-sinistra storico catalano e di una parte della sezione locale di Podemos – Podem si è rifiutato di aderirvi – continuano il dibattito e le polemiche. Alcuni settori di militanti e dirigenti dei cosiddetti ‘Comuns’, e anche qualche assessore della giunta di Barcellona, chiedono che la sindaca, l’amministrazione comunale e il partito si schierino apertamente dalla parte del referendum, come hanno già fatto 670 municipi sui 948 totali. Al contrario i socialisti, anche loro nella maggioranza che sostiene Ada Colau alla guida di Barcellona, pretendono dalla sindaca un chiarimento in senso opposto.
Da parte spagnola, dopo la ‘tregua’ accordata ieri, oggi è ripartita la macchina inquisitoriale. Il Tribunale Costituzionale di Madrid, dopo aver rigettato nei giorni scorsi la legge di ‘Disconnessione’ che convoca il referendum del 1 ottobre, ha sospeso anche la legge di “Transizione” votata la scorsa settimana dalla maggioranza indipendentista del Parlament e diretta a creare un contesto legale alternativo alla Costituzione che accompagni e regoli l’eventuale nascita di una Repubblica Catalana separata dalla monarchia spagnola.
A questo punto il Governo di Carles Puigdemont, formato dal PDeCat e da Erc e sostenuto dalla Cup, se vuole andare avanti sulla strada dell’indipendenza, celebrare il referendum ed eventualmente trasformare in un atto politico formale la vittoria dei Sì, non può far altro che seguire la strada della disobbedienza istituzionale appoggiandosi a quella di massa. Questo mentre da Madrid si minaccia esplicitamente l’arresto di quei ministri e funzionari catalani che continuino a non tenere conto delle ingiunzioni del Tribunale Costituzionale e del Governo.
Questa mattinata il Procuratore Capo della Catalogna ha convocato i comandi locali della Policia Nacional, della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra ai quali è stato ingiunto di adoperarsi per impedire la celebrazione del referendum popolare del 1 ottobre, di sequestrare le urne e le schede elettorali. Tra questi c’era anche il maggiore dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluís Trapero, salito agli onori della cronaca internazionale nei giorni seguenti agli attacchi jihadisti contro Barcellona del 17 agosto.
Mentre il premier Rajoy non scarta la sospensione dello statuto di autonomia catalano e il commissariamento della Generalitat, chiesti a gran voce dalla stampa e dagli ambienti spagnoli più reazionari, oggi il giudice di Madrid José Yusty Bastarreche ha deciso di vietare una manifestazione a favore del diritto di autodecisione dei catalani organizzato per domenica prossima nella capitale spagnola. Il magistrato considera l’iniziativa convocata da alcuni settori della sinistra federalista come un atto di sostegno alla legge di ‘Disconnessione’ già sospesa dal Tribunale Costituzionale, e quindi a sua volta illegale, accogliendo un ricorso urgente presentato dal Partito Popolare.
Fonte
10/09/2017
Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau
Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.
La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.
Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.
La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.
L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno gli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.
Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.
E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.
Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.
Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.
Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.
Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.
Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.
E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.
Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.
Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, generando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.
L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.
Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere se il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.
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La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.
Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.
La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.
L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno gli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.
Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.
E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.
Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.
Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.
Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.
Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.
Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.
E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.
Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.
Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, generando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.
L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.
Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere se il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.
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28/09/2016
Barcellona. Cup: via la statua di Colombo e la festa imperialista del 12 ottobre
"Colombo fu strumento del nazionalismo spagnolo aggressivo contro tutti i popoli che ha oppresso e che continua ad opprimere... diede inizio al genocidio contro le popolazioni indigene americane da parte dei colonizzatori”.
E’ con queste argomentazioni che alcuni consiglieri comunali di Barcellona eletti nelle liste della Cup, partito della sinistra anticapitalista e indipendentista catalana, hanno chiesto la rimozione della statua dedicata all’esploratore genovese che campeggia alla fine della Rambla, il viale che taglia in due il centro antico della capitale del Principato.
I tre consiglieri delle Candidature d’Unità Popolare hanno chiesto non solo l’urgente rimozione del celebre monumento, ma anche che il prossimo consiglio comunale annulli la celebrazione della festa nazionale – e nazionalista – spagnola del 12 ottobre. Quel giorno, in occasione dell’anniversario della cosiddetta ‘scoperta dell’America’, il nazionalismo spagnolo celebra il giorno della ‘hispanidad’. La festa, spesso definita anche ‘giorno della razza’ (ovviamente spagnola) e retaggio dell’ideologia imperialista e colonialista della destra di Madrid, viene da sempre contestata dalle nazionalità oppresse dello Stato Spagnolo ed è stata cancellata negli ultimi decenni da diversi governi sudamericani, in particolare da quando in Venezuela, Bolivia ed Ecuador si sono affermati regimi progressisti che hanno esaltato e il carattere plurinazionale di quei paesi rivalutando l’elemento indigeno precedentemente censurato.
Di fatto la sinistra indipendentista catalana propone al comune di Barcellona, retto da una coalizione di centrosinistra guidata dalla sindaca Ada Colau, di fare come hanno fatto i governi sudamericani, cancellando due importanti simboli dell’imperialismo spagnolo in un territorio che rivendica con forza la propria indipendenza. Per la Cup, così come per vari movimenti indipendentisti e di sinistra, il giorno della hispanidad altro non è che una inaccettabile esaltazione del genocidio al quale l’Impero Spagnolo, poi il regime franchista e tuttora il Regno di Spagna hanno sottoposto e sottopongono diverse popolazioni nella penisola e in America Latina. Inoltre la Cup chiede la rimozione della bandiera spagnola da tutti gli edifici pubblici di Barcellona e la sua sostituzione con alcuni dei vessilli che simboleggiano la resistenza degli indigeni americani alla Conquista.
All’interno di questa battaglia politica e culturale i tre consiglieri della sinistra indipendentista catalana hanno inserito anche la richiesta di rimozione dalla via Laietana del monumento dedicato al marchese di Comillas, Antonio Lòpez, banchiere della metà dell’Ottocento coinvolto nella tratta degli schiavi nei Caraibi ma considerato un ‘filantropo’ da alcuni ambienti. Al suo posto, chiedono i consiglieri indipendentisti, occorrerebbe innalzare un monumento che ricordi le sofferenze e le angherie subite dagli schiavi.
Nella mozione presentata dal gruppo municipale della Cup vi è anche la richiesta di rimozione della statua dedicata nella sede comunale al marchese Juan Antonio Samaranch, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale dal 1980 al 2001: Samaranch fu infatti un gerarca della Falange – il partito fascista al potere durante la dittatura – e buon amico del caudillo Francisco Franco, oltre che del partito di estrema destra Concordia Catalana. La Cup chiede anche che il Museo Olimpico di Barcellona non sia più dedicato al discusso personaggio.
L’offensiva politica e simbolica della Cup tenta di inserirsi nella road map della sindaca Ada Colau, esponente della coalizione Barcelona en Comù, che ha già deciso di ribattezzare alcuni edifici pubblici e punti della città. Se fino ad ora il salone del consiglio comunale era soprannominato ‘Reina Regente’ dal prossimo venerdì verrà intitolato, con i voti di tutti i partiti – tranne Ciudadanos e PP – a Carles Pi i Sunyer, sindaco repubblicano di Barcellona dal 1934 al 1937. Inoltre la giunta comunale ha eliminato anche il nome della piazza precedentemente intitolata al re spagnolo Juan Carlos I, ribattezzandola Cinc d’Oros, denominazione che aveva già un secolo fa. Nel progetto della sindaca anche la ridenominazione di varie vie e piazze attualmente dedicate a esponenti della monarchia spagnola, come la Avenida Príncipe de Asturias, il Molo Príncipe de España, la via Alfonso XII, il Paseo Isabel II e il Paseo Juan de Borbón, nel quartiere di Barceloneta.
Difficilmente però Ada Colau e la sua giunta si spingeranno oltre, accettando le richieste della sinistra indipendentista.
Fonte
E’ con queste argomentazioni che alcuni consiglieri comunali di Barcellona eletti nelle liste della Cup, partito della sinistra anticapitalista e indipendentista catalana, hanno chiesto la rimozione della statua dedicata all’esploratore genovese che campeggia alla fine della Rambla, il viale che taglia in due il centro antico della capitale del Principato.
I tre consiglieri delle Candidature d’Unità Popolare hanno chiesto non solo l’urgente rimozione del celebre monumento, ma anche che il prossimo consiglio comunale annulli la celebrazione della festa nazionale – e nazionalista – spagnola del 12 ottobre. Quel giorno, in occasione dell’anniversario della cosiddetta ‘scoperta dell’America’, il nazionalismo spagnolo celebra il giorno della ‘hispanidad’. La festa, spesso definita anche ‘giorno della razza’ (ovviamente spagnola) e retaggio dell’ideologia imperialista e colonialista della destra di Madrid, viene da sempre contestata dalle nazionalità oppresse dello Stato Spagnolo ed è stata cancellata negli ultimi decenni da diversi governi sudamericani, in particolare da quando in Venezuela, Bolivia ed Ecuador si sono affermati regimi progressisti che hanno esaltato e il carattere plurinazionale di quei paesi rivalutando l’elemento indigeno precedentemente censurato.
Di fatto la sinistra indipendentista catalana propone al comune di Barcellona, retto da una coalizione di centrosinistra guidata dalla sindaca Ada Colau, di fare come hanno fatto i governi sudamericani, cancellando due importanti simboli dell’imperialismo spagnolo in un territorio che rivendica con forza la propria indipendenza. Per la Cup, così come per vari movimenti indipendentisti e di sinistra, il giorno della hispanidad altro non è che una inaccettabile esaltazione del genocidio al quale l’Impero Spagnolo, poi il regime franchista e tuttora il Regno di Spagna hanno sottoposto e sottopongono diverse popolazioni nella penisola e in America Latina. Inoltre la Cup chiede la rimozione della bandiera spagnola da tutti gli edifici pubblici di Barcellona e la sua sostituzione con alcuni dei vessilli che simboleggiano la resistenza degli indigeni americani alla Conquista.
All’interno di questa battaglia politica e culturale i tre consiglieri della sinistra indipendentista catalana hanno inserito anche la richiesta di rimozione dalla via Laietana del monumento dedicato al marchese di Comillas, Antonio Lòpez, banchiere della metà dell’Ottocento coinvolto nella tratta degli schiavi nei Caraibi ma considerato un ‘filantropo’ da alcuni ambienti. Al suo posto, chiedono i consiglieri indipendentisti, occorrerebbe innalzare un monumento che ricordi le sofferenze e le angherie subite dagli schiavi.
Nella mozione presentata dal gruppo municipale della Cup vi è anche la richiesta di rimozione della statua dedicata nella sede comunale al marchese Juan Antonio Samaranch, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale dal 1980 al 2001: Samaranch fu infatti un gerarca della Falange – il partito fascista al potere durante la dittatura – e buon amico del caudillo Francisco Franco, oltre che del partito di estrema destra Concordia Catalana. La Cup chiede anche che il Museo Olimpico di Barcellona non sia più dedicato al discusso personaggio.
L’offensiva politica e simbolica della Cup tenta di inserirsi nella road map della sindaca Ada Colau, esponente della coalizione Barcelona en Comù, che ha già deciso di ribattezzare alcuni edifici pubblici e punti della città. Se fino ad ora il salone del consiglio comunale era soprannominato ‘Reina Regente’ dal prossimo venerdì verrà intitolato, con i voti di tutti i partiti – tranne Ciudadanos e PP – a Carles Pi i Sunyer, sindaco repubblicano di Barcellona dal 1934 al 1937. Inoltre la giunta comunale ha eliminato anche il nome della piazza precedentemente intitolata al re spagnolo Juan Carlos I, ribattezzandola Cinc d’Oros, denominazione che aveva già un secolo fa. Nel progetto della sindaca anche la ridenominazione di varie vie e piazze attualmente dedicate a esponenti della monarchia spagnola, come la Avenida Príncipe de Asturias, il Molo Príncipe de España, la via Alfonso XII, il Paseo Isabel II e il Paseo Juan de Borbón, nel quartiere di Barceloneta.
Difficilmente però Ada Colau e la sua giunta si spingeranno oltre, accettando le richieste della sinistra indipendentista.
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08/05/2016
Catalogna - Puigdemont nicchia, Cup in piazza per la rottura
Più di diecimila persone sono scese ieri in piazza a Barcellona per protestare contro “la persecuzione giudiziaria nei confronti dell’indipendentismo”. Una manifestazione organizzata dalla Cup – Candidature di Unità Popolare – che così ha voluto mostrare la propria solidarietà ad alcuni consiglieri e assessori inquisiti dall’Audiencia Nacional di Madrid per atti amministrativi giudicati non in linea con la legislazione spagnola. La sinistra indipendentista da più di un mese sta conducendo una capillare campagna politica dal titolo “Senza paura. Disobbediamo per l’indipendenza”, sostenendo la necessità di una rottura nei confronti dell’assetto legislativo spagnolo in campo sociale e nazionale. Alla mobilitazione, oltre alla maggioranza dei deputati regionali e dei dirigenti della Cup, hanno partecipato anche numerosi esponenti di altre forze della sinistra catalana, da Barcelona en Comù (la coalizione formata da Podem e da vari partiti locali di centro-sinistra) a Esquerra Republicana de Catalunya a coalizioni locali di natura trasversale. In piazza anche rappresentanti di varie organizzazioni associative indipendentiste e civiche ma nessun esponente del governo catalano che pure aveva giurato, all’atto della sua costituzione, di traghettare la regione verso l’indipendenza anche disobbedendo alle imposizioni del governo e delle istituzioni di Madrid. Di fatto una mozione solenne, votata da tutte le forze indipendentiste il 9 novembre, che avviava formalmente l’iter per la ‘disconnessione’ da Madrid e proclamava la necessità della disobbedienza nei confronti delle misure che lo Stato Spagnolo avrebbe intrapreso per bloccare il processo indipendentista, è rimasta in larga parte lettera morta.
La manifestazione di ieri pomeriggio, che si è svolta all’insegna dello slogan “Senza disobbedienza non c’è indipendenza” e della parola d’ordine “Per le libertà, andiamo avanti. Nessun tribunale ci farà tacere”, è partita alle 17 da Piazza dell’Università per concludersi davanti alla sede della Generalitat – il governo autonomo catalano – in Piazza Sant Jaume. Di fatto la controparte sembrava essere più l’attuale esecutivo regionale che quello di Madrid.
La mobilitazione è cresciuta ed ha coinvolto anche altre forze politiche più moderate dopo che nei giorni scorsi il Tribunale Costituzionale spagnolo ha ammesso i ricorsi del governo statale – che tra l’altro governa senza maggioranza parlamentare non essendo le Cortes riuscite a esprimere una nuova maggioranza dopo il voto del 20 dicembre – contro tre diverse leggi votate dal Parlament catalano tacciate di essere ‘incostituzionali’.
Si tratta di provvedimenti importanti e frutto di un’ampia convergenza delle forze politiche catalane autonomiste e indipendentiste: una legge che rende più difficili gli sfratti e che aumenta la tassazione sugli appartamenti lasciati vuoti dai proprietari, un provvedimento sull’eguaglianza effettiva tra uomini e donne, un ridisegno delle competenze degli enti locali catalani. Il Tribunale Costituzionale ha anche ammesso un ricorso di Madrid per un presunto conflitto di competenze con la Generalitat sul Piano Statale per l’Ambiente. In realtà il conflitto legislativo tra Stato e istituzioni catalane sta vivendo una vera e propria escalation: finora il premier ‘ad interim’ Rajoy ha tentato di bloccare ben 34 provvedimenti adottati dal governo di Barcellona.
Le decisioni del Tribunale Costituzionale sono arrivate dopo un relativo disgelo tra Governo centrale e Generalitat sancito dopo la riunione del 20 aprile tra Mariano Rajoy e Carles Puigdemont. Tant’è che il capo del governo catalano si è lamentato del fatto che Madrid non abbia accettato l’invito di Barcellona a non presentare ricorsi contro leggi di natura sociale. Ma, com’era già accaduto nei mesi scorsi, invece di prendere atto dell’impossibilità di un negoziato con le istituzioni centrali, l’esponente del partito della borghesia catalana e successore di Artur Mas ha affermato: “Abbiamo compreso il messaggio”. Una formula che a molti è suonata come una dichiarazione di obbedienza, oltre che d’impotenza. Puigdemont ha annunciato che chiederà una riunione con il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, nel quale evidentemente cerca una sponda – finora indisponibile – contro la chiusura totale alla trattativa dimostrata da Rajoy.
Ma Puigdemont, che tenta di cavalcare il sottile crinale tra autonomismo e indipendenza senza andare veramente allo scontro con le istituzioni spagnole, non può del tutto disarmare. E così dopo la decisione del Tribunale Costituzionale ha chiamato a raccolta tutte le forze parlamentari e anche diverse associazioni e coalizioni sociali per ricevere un ampio mandato a rispondere alla prepotenza di Rajoy. Ed ha ottenuto un ok trasversale – Partito Popolare catalano compreso, visto che la misura in questione era stata approvata da tutti i gruppi – a far approvare dal Parlament un nuovo testo della legge che mira a combattere la povertà energetica e l’emergenza casa che incorpori le parti del provvedimento precedente «sospese» dal TC. Ma il premier spagnolo Rajoy ha già annunciato che la impugnerà di nuovo, anche se gli uffici legali della Generalitat hanno assicurato che il testo legislativo è conforme ai margini di competenza che la Costituzione e lo Statuto di Autonomia assegnano alle istituzioni catalane. Secondo le sinistre e le coalizioni sociali, quella di Puigdemont sarebbe una inutile e inefficace melina, più utile ad accreditare il personaggio come “campione delle rivendicazioni sociali ed indipendentiste catalane” che a risolvere i problemi concreti di centinaia di migliaia di catalani alle prese con il caro bolletta, i mutui o gli sfratti. Tant’è che la PAH – la Piattaforma delle vittime delle ipoteche – e alcuni sindaci hanno accusato Puigdemont di immobilismo, visto che la Generalitat non ha ancora firmato gli accordi con le imprese energetiche che permetterebbero di bloccare la sospensione delle forniture di elettricità e gas alle numerose famiglie in difficoltà.
Nel frattempo la sindaca del capoluogo catalano e leader di Barcelona en Comù, Ada Colau, è riuscita nei giorni scorsi a incassare l’approvazione del bilancio con un’ampia maggioranza. A favore hanno votato non solo gli 11 consiglieri della sua coalizione di centrosinistra, ma anche i 5 di ERC e i 4 del Partito Socialista Catalano. In maniera contraria si sono invece espressi i gruppi di destra e centro-destra – Convergenza Democratica, Partito Popolare e Ciutadans – mentre i tre consiglieri della sinistra indipendentista si sono astenuti dopo aver strappato alla giunta un aumento della spesa sociale di alcuni milioni di euro rispetto al provvedimento inizialmente presentato da Ada Colau. La Cup ha ottenuto l’impegno formale a municipalizzare i servizi pubblici di base privatizzati dalla precedente giunta guidata da Convergenza Democratica, l’elaborazione di un elenco di appartamenti vuoti sui quali intervenire, un maggior impegno nel contrasto alla “femminizzazione della povertà” e a favore dell’integrazione dei migranti senza documenti. “Briciole”, ha ammesso la stessa Cup la quale ha denunciato che il nuovo bilancio comunale è in forte continuità con quello del governo precedente di centro-destra, senza quei sostanziali cambiamenti che pure BEC e Ada Colau avevano annunciato.
La Cup non è invece riuscita a ottenere dall’amministrazione lo scioglimento della brigata antisommossa della Polizia Municipale, protagonista negli ultimi anni di numerosi episodi repressivi. La misura, ha promesso l’amministrazione, verrà adottata forse a maggio.
Esquerra ha invece ottenuto il finanziamento per la linea 9 della metropolitana e i socialisti altri investimenti. Una convergenza, quella tra BEC (Podemos più centro-sinistra catalano), repubblicani e socialisti che sembra prefigurare un allargamento del governo cittadino a queste due ultime forze, che Ada Colau ha esplicitamente invitato ad entrare nella maggioranza che la sostiene.
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