Alcune settimane fa Alessandro Visalli, il quale era giunto a conoscenza della sua esistenza da un post su Internet, mi ha segnalato un libro del 1973: Filosofia della rivolta. Critica della sinistra radicale, del filosofo sovietico Eduard Jakovlevič Batalov. Il libro, uscito in edizione italiana qualche anno fa per i tipi della Anteo Edizioni, benché infarcito di refusi e tradotto malissimo (solo chi disponga di una buona conoscenza degli argomenti è in grado di afferrare il senso di certi passaggi al limite della incomprensibilità) è di indiscutibile interesse storico da vari punti di vista.
In primo luogo, perché questa analisi di un intellettuale russo dell’era brezneviana sulle sinistre radicali degli anni Sessanta in Occidente, permette di comprendere meglio con quali occhiali teorici e ideologici la cultura sovietica di allora osservasse la società tardo capitalista e i suoi conflitti di classe, le lotte del Terzo Mondo, le prospettive del movimento comunista e della rivoluzione mondiale, il tutto non molto prima di andare incontro alla propria dissoluzione. Poi perché, a mezzo secolo di distanza dalla sua stesura, il bilancio che Batalov traccia dei limiti della cosiddetta Nuova Sinistra e delle ragioni del suo fallimento (estendibile al fallimento dei “nuovi movimenti” che ne hanno raccolto l’eredità culturale e politica) anticipa una riflessione critica che, alle nostre latitudini, è maturata solo a partire dai primi del Duemila. Infine, perché è una lettura che aiuta a capire come i punti di vista dei soggetti criticati e il punto di vista di chi li critica, per quanto apparentemente opposti, condividessero una serie di elementi che hanno impedito a entrambi di prevedere e contrastare la controrivoluzione liberale che di lì a poco li avrebbe duramente sconfitti.
I bersagli critici di Batalov
Sul piano ideologico e filosofico, le critiche di Batalov puntano il dito in particolare contro il sociologo americano Wright Mills; contro i membri della scuola di Francoforte e il loro concetto di “dialettica negativa” (1), Adorno ma sopratutto Marcuse, citato così spesso da occupare pagine e pagine del libro; contro Sartre e l’esistenzialismo; contro Frantz Fanon e i teorici “terzomondisti”; contro il pensiero di Mao e la Rivoluzione Culturale. All’ampiezza di questa schiera di presunti inspiratori della Nuova Sinistra fa riscontro l’area geografica relativamente ristretta alla quale dedica la sua analisi: si concentra soprattutto sui movimenti di Stati Uniti e Francia (il che spiega lo spazio privilegiato accordato ad autori come Mills, Marcuse e Sartre) mentre a Paesi che pure hanno avuto un ruolo importante in quella stagione di lotte, come l’Italia e la Germania, dedica scarsa attenzione. Veniamo ora alle accuse rivolte alla cultura e alla prassi politica dei movimenti in questione.
La prima si riferisce al fatto che si auto definivano come una forza rivoluzionaria in grado di rimpiazzare il proletariato, in quanto – al pari di Mills e Marcuse – ritenevano quest’ultimo del tutto integrato nella società dei consumi e compartecipe dei valori borghesi.
La seconda riguarda il riemergere di uno spirito anarcoide di sapore ottocentesco: l’ideologia dei movimenti occidentali, scrive Batalov, era radicalmente anti partitica e antistatalista in base all’idea che ogni organizzazione è un’incarnazione materiale del principio burocratico, o meglio che la burocrazia è una caratteristica inalienabile dell’organizzazione in quanto tale e, di conseguenza, associavano le loro aspirazioni non tanto al socialismo quanto con un concetto astratto di società libera.
La terza chiama in causa l’esaltazione dello spontaneismo, associata all’assenza di qualsiasi chiara definizione del futuro da costruire: il movimento è tutto mentre l’obiettivo non conta nulla, nella misura in cui si pensa che la società futura è il movimento stesso e le nuove forme di socialità cui dà vita.
La quarta è in un certo senso un corollario della terza, in quanto coincide con l’estetizzazione delle forme e dei metodi di lotta: si prediligono comportamenti studiati deliberatamente per scioccare conformisti e benpensanti (épater les bourgeois); si esprime il bisogno di una creatività libera e disalienata, si cerca la bellezza nelle relazioni; “l’immaginazione al potere, siate realisti chiedete l’impossibile”, recitavano gli slogan del Maggio francese, e qui Batalov richiama in causa Marcuse e il suo invito a travalicare i limiti delle pseudo trasgressioni ispirate dal consumismo (vedi il concetto di “tolleranza repressiva” (2)).
La quinta è l’apologia della violenza considerata uno strumento di per sé rivoluzionario e liberatorio. La confusione di mezzi e fini, e l’assenza di un’analisi ponderata della necessità o meno di ricorrere alla violenza in base alle condizioni concrete di tempo e luogo, chiosa Batalov, è una minaccia per una negazione davvero rivoluzionaria, mentre la negazione e il rifiuto assoluti di tutti gli aspetti della cultura precedente tendono a degenerare in rifiuto della cultura in sé e quindi nel nichilismo.
A questo punto – circa a metà della lettura – confesso di essermi domandato se Boltanski e Chiapello, nello scrivere la loro splendida analisi del “nuovo spirito del capitalismo” (3), si siano almeno in parte ispirati a Batalov, laddove parlano della separazione fra critica sociale (retaggio del movimento operaio tradizionale) e critica artistica (espressione dei nuovi movimenti degli anni '60 e '70). Senonché fra i due punti di vista c’è una differenza di fondo: i due sociologi francesi scrivono a posteriori, avendo cioè potuto assistere all’evoluzione politico-culturale delle generazioni che erano state protagoniste dei movimenti degli anni '60 , per cui ne descrivono l’integrazione nei nuovi meccanismi di gestione delle imprese e delle istituzioni postfordiste, così come hanno potuto assistere al deragliamento dei nuovi movimenti (femministe, lgbtq, ambientalisti, ecc.) verso la cultura woke del politicamente corretto, concentrata sui diritti civili e sui valori individualisti del neoliberalismo. Viceversa Batalov non poteva conoscere questa evoluzione che sarebbe maturata nei decenni successivi al momento in cui scriveva. La sua è stata un’intuizione profetica? Sì, se si accetta l’idea secondo cui tale evoluzione era inevitabile e necessaria, se invece si pensa che quella complessa e convulsa stagione avrebbe potuto avere esiti differenti, è il caso di evidenziare come l’analisi di Batalov peccasse di semplicismo e si basasse su una serie di indebite generalizzazioni. Vediamo quali.
Uno. Dopo una prima ondata spontaneista (tipica dei movimenti studenteschi), settori consistenti delle sinistre radicali avevano tentato di dare vita a embrionali formazioni neo comuniste di tipo partitico, mentre accusavano i partiti comunisti ufficiali di opportunismo e revisionismo, quindi erano tutto meno che anarchici ed estetizzanti. Ciò vale in particolare per l’Italia, dove alla rivolta studentesca aveva fatto seguito una formidabile mobilitazione operaia duramente critica nei confronti delle organizzazioni partitiche e sindacali tradizionali.
Due. Batalov paragona le sollevazioni studentesche in Occidente al movimento cinese delle Guardie Rosse, ma questo significa rimuovere le radicali differenze storiche, culturali, politiche ed economiche fra i due contesti, identificando i fenomeni sull’unica base del peso maggioritario della componente giovanile-studentesca. Qui gioca ovviamente l’intento propagandistico anti-cinese, frutto della rottura fra le due grandi nazioni socialiste. Nè il povero Batalov poteva immaginare che, di lì a poco, la Cina “eretica”, chiusa l'infelice parentesi della Rivoluzione Culturale, avrebbe imboccato la via delle riforme, che l’avrebbe portata agli attuali vertici di potenza economica e politica globale, mentre l’ortodossa Unione Sovietica si sarebbe afflosciata sotto il peso dei propri errori e dell’offensiva imperialista.
Tre. I giudizi liquidatori nei confronti di Frantz Fanon e di altri teorici della rivoluzione coloniale (accusati, al pari di Marcuse e Sartre, di essere i “cattivi maestri” della Nuova Sinistra occidentale) sono in palese contrasto con il giudizio di Lenin in merito al ruolo strategico (e non di mero supporto tattico agli interessi del socialismo reale) delle lotte di liberazione nazionale per l’attuazione della rivoluzione socialista mondiale. Così Batalov squalifica sia l’idea secondo cui la lotta contro l’imperialismo può inizialmente prescindere dalle divisioni di classe fra gli oppressi (4), sia le tesi di coloro che “vorrebbero farci credere che nei paesi coloniali solo i contadini sono rivoluzionari”. Purtroppo per lui, le rivoluzioni antimperialiste in America Latina (da quella cubana a quelle bolivariane) hanno confermato che questa credenza è fondata, almeno in determinati contesti geografici, mentre i partiti comunisti ortodossi hanno dovuto accontentarsi dei nuovi spazi politici creati da leader come Chavez e Morales (5).
Le cause socioeconomiche dell’emergere della Nuova Sinistra
Batalov si concentra su alcuni aspetti associati all’impatto delle innovazioni tecnologiche, sempre più rapide, sull’organizzazione del processo produttivo, sulle trasformazioni culturali e sul peso crescente dell’industria culturale.
In primo luogo, sottolinea come la rivoluzione tecnologica tenda ad erigere una barriera cognitiva fra le diverse generazioni. I giovani d’oggi, scrive – e fa riflettere il fatto che lo dica nei primi anni Settanta, nei quali l’accelerazione temporale era assai inferiore ai livelli raggiunti dopo la rivoluzione digitale – crescono in un mondo che muta tanto rapidamente da indurli a creare delle proprie sottoculture o controculture per differenziarsi dalle idee, dai principi e dai valori della cultura mainstream.
Più importanti del conflitto generazionale, tuttavia, sono a suo avviso i conflitti di interesse creati dalle trasformazioni del ruolo socioeconomico della classe intellettuale. A causa dell’enorme sviluppo dell’industria culturale (media, pubblicità, trattamento delle informazioni, ecc.), dell’automatizzazione dei processi industriali e della terziarizzazione produttiva, l’intellettuale si trasforma in “operaio” di questi nuovi processi produttivi, un “lavoratore parziale” impiegato in questo o quel settore specifico, cui sfuggono la comprensione e il controllo del processo complessivo. Lo scrittore si trasforma in “tecnico letterario” (copywriter, sceneggiatore, redattore, ecc.) e qualcosa di simile avviene per l’ingegnere, l’architetto, ecc. Il divario fra competenze acquisite e mansioni svolte, e fra aspettative e realtà in termini di carriera retribuzione ecc. aumenta progressivamente, alimentando l'insoddisfazione e lo spirito di rivolta, a partire dalle masse studentesche, cresciute numericamente perché l’aumento della domanda di lavoro qualificato favorisce l’accesso di nuovi strati sociali al processo formativo.
È da questi strati sociali, scrive Batalov, che le sinistre radicali attingono i propri militanti, i quali non appartengono più alla borghesia ma non appartengono ancora pienamente al proletariato: “un nuovo tipo di rivoluzionari utopisti non proletari”, li definisce il filosofo sovietico, “nato dalle contraddizioni della società capitalista avanzata”.
Il tema appena esposto contiene, al tempo stesso, un elemento comune e una differenza fra l’approccio di Batalov e le analisi di una parte significativa delle sinistre radicali. Il concetto di proletarizzazione dei lavoratori intellettuali viene dato infatti per acquisito da entrambe le parti. La differenza è che, per Batalov, come abbiamo appena visto, si tratta di un processo in corso ma ancora incompiuto. Inoltre il filosofo russo rimprovera alle sinistre radicali occidentali di voler sostituire al proletariato tradizionale, dato per ormai imborghesito e integrato, questi strati emergenti nel ruolo di avanguardie rivoluzionarie. In realtà, perlomeno se ci riferiamo alle sinistre “operaiste” (italiane ma non solo), la questione è più complessa. Per queste ultime, infatti, a essere integrata era l’aristocrazia degli operai professionali, inquadrata nei partiti e nei sindacati tradizionali, mentre gli operai addetti a mansioni meramente esecutive, stressanti e mal retribuite (operaio-massa) erano il nerbo di un nuovo soggetto antagonista, del quale gli strati del lavoro intellettuale proletarizzato erano parte integrante.
Queste differenze nell’analisi della composizione di classe nella società tardo capitalista producono una divaricazione in merito alle prospettive temporali del processo rivoluzionario. Da un lato, le sinistre radicali considerano il nuovo contesto socioeconomico come condizione necessaria e sufficiente per il rovesciamento del potere del capitale, e accusano di opportunismo le organizzazioni tradizionali della classe operaia, le quali coltivano l’illusione di sfruttare una democrazia borghese ormai morta e sepolta per attuare una transizione pacifica al socialismo. Dall’altro, Batalov ribatte che gli obiettivi utopistici sono praticabili solo quando esiste già la base materiale per la loro attuazione (visione in palese contrasto con la teoria leninista dell’anello debole secondo la quale la rivoluzione è possibile se, quando e dove le élite borghesi non riescono più a esercitare la propria egemonia); nega poi che la democrazia borghese, malgrado i suoi difetti e la crisi che sta attraversando, possa essere data per morta e sostiene che dev’essere difesa in quanto esito di secolari lotte popolari.
Infine, Batalov ribadisce quella che a suo avviso è la concezione corretta (in base ai dogmi del “diamat” di staliniana memoria) del processo rivoluzionario. Il primo dogma consiste in una visione rigorosamente “continuista” del processo storico: rovesciamento dialettico dell’esistente senza rotture (6). Ecco alcune citazioni paradigmatiche: “un sistema storico concreto nasce da un altro”; la rivoluzione è “proiezione nel futuro delle tendenze presenti nello sviluppo sociale contemporaneo”; “questi processi (cioè le trasformazioni in atto nella società tardo capitalista) allo stesso tempo promuovono oggettivamente la creazione delle precondizioni materiali per il socialismo che a sua volta completa il lavoro storico iniziato dal capitalismo”; il socialismo è “sublimazione rivoluzionaria della democrazia borghese” (tutte le sottolineature, al pari di quelle che seguiranno, sono mie).
Il secondo dogma riguarda il principio di immanenza – di necessità interna – che sovradetermina rigidamente i comportamenti e i ruoli dei soggetti sociali. La tesi di chi parla di integrazione della classe operaia occidentale è insostenibile perché sono “i fattori oggettivi che determinano la posizione del proletariato nella società capitalista come classe rivoluzionaria”, quindi chi ha un atteggiamento pessimista su questo tema “può indicare l’opportunità ma in nessun caso la necessità storica di cambiamenti rivoluzionari”; chi pretende di contestare il sistema dall’esterno dimentica che essere qualitativamente fuori dal sistema esistente significa “non avere possibilità di svilupparsi al suo interno”; “la rivoluzione costituisce una transizione da una necessità a un’altra”. Per concludere Batalov concede ai movimenti che mette sotto la sua lente critica l'unica chance di fungere da catalizzatori della storia che possono sgombrare il terreno alla possibilità di mettere in atto “la vera necessità storica”.
Siamo insomma di fronte al catalogo di un marxismo ridotto a una elencazione “scientifica” delle leggi di movimento che governano il processo storico, e questo pochi anni dopo che il più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukacs, aveva consegnato alle stampe il suo capolavoro (7) in cui faceva piazza pulita di questa paccottiglia determinista. Se aggiungiamo il sintomatico silenzio sui drammatici conflitti interni al blocco socialista (da Budapest a Praga) e sulle non esaltati performance dei partiti comunisti di osservanza sovietica in Europa e in America Latina; l’omaggio a Cuba senza dedicare un cenno a Che Guevara; l’infelice citazione di una frase di Lenin in cui si celebrano le lodi del taylorismo per ribadire l’importanza dello sviluppo delle forze produttive ai fini della realizzazione del socialismo; la celebrazione della coesistenza pacifica come strategia vincente nei confronti del capitalismo (si è visto come è andata finire). Se aggiungiamo tutto questo, si sarebbe tentati di schierarsi dalla parte delle sinistre radicali contro la requisitoria di questo loro censore. Ma sarebbe un errore. In primo luogo perché le cinque accuse che ho citato in apertura di questo articolo (vedi sopra) sono a mio avviso giustificate. Ma soprattutto perché anche le esperienze più orientate alla costruzione di un’alternativa comunista all’ortodossia sovietica scontavano, come cercherò di dimostrare fra poco, non pochi dei limiti teorici che ho appena attribuito a Batalov.
Perché le sinistre (vecchie e nuove) sono state asfaltate dalla controrivoluzione neoliberista
Parto da un appunto di Batalov alle tesi di Marcuse e degli altri teorici dell'integrazione della classe operaia: la sinistra radicale e i suoi cattivi maestri, scrive, hanno esagerato la capacità della borghesia di realizzare i propri obiettivi. Io direi che, al contrario, la sinistra radicale ha drammaticamente sottovalutato la capacità di resilienza del sistema capitalista, mentre Batalov e le élite del socialismo reale l‘hanno ignorata del tutto.
La prima causa di tale cecità è stata l’incomprensione dell’evoluzione dell’imperialismo nella transizione dal colonialismo al neocolonialismo. A parte le infelici battute di Batalov sui leader e sui teorici (a partire da Fanon) delle lotte di liberazione nazionale, è sintomatico che il filosofo russo sprechi fiumi di inchiostro su Marcuse e Sartre mentre tace sulle analisi marxiste (da Baran e Sweezy al quartetto Samir Amin, Arrighi, Frank e Wallerstein) sul concetto di dipendenza (8) e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo. Idem dicasi delle sinistre radicali occidentali, le quali, esauriti gli effimeri entusiasmi per le vittorie vietnamite, la Rivoluzione Culturale e altri eventi “periferici”, hanno liquidato come “terzomondismo” l’interesse per il Sud del mondo (mentre condividevano con Batalov il disprezzo per le masse contadine, “arretrate” e dunque incapaci di svolgere un vero ruolo rivoluzionario). Questa ignoranza condivisa ha impedito di capire che la questione della integrazione delle aristocrazie operaie del Nord rinviava a un fattore strutturale (la possibilità da parte delle metropoli di elargire alle proprie classi subalterne parte del bottino sottratto alle periferie) piuttosto che psicologico-culturale.
Un secondo elemento condiviso da vecchi e nuovi dogmatismi di (presunta) origine marxista consiste nella costellazione determinismo – oggettivismo – economicismo. Di Batalov si è detto. Quanto alle sinistre radicali: il nuovo soggetto antagonista – variamente denominato come lavoratori cognitivi, operaio sociale, ecc. – è investito della stessa funzione “oggettivamente rivoluzionaria”, in ragione della sua collocazione nel processo produttivo, attribuita in precedenza alla “vecchia” classe operaia; la crisi capitalistica degli anni Settanta viene analizzata come una tendenza irreversibile, governata da “leggi” scientifiche; la rivoluzione tecnologica è infine descritta come il punto di non ritorno della contraddizione oggettiva fra forze produttive e rapporti di produzione (questa narrazione assumerà toni deliranti a partire dagli anni Novanta (9), con l’esaltazione della rivoluzione digitale come strumento di democratizzazione di economia, politica e società).
Detto che a negare uno sbocco rivoluzionario al breve e intenso ciclo di lotte dell’operaio fordista fra la fine dei '60 e l’inizio dei '70 non è stata la carenza di fattori materiali, “oggettivi” bensì, da un lato, l’assenza di organizzazioni e programmi politici in grado di saldare un ampio fronte popolare per la conquista del potere politico, dall’altro, il fatto che l’egemonia delle élite dominanti non stava affatto attraversando una crisi terminale (in barba ai sogni dei teorici della lotta armata); detto ciò tutte le presunte “leggi” e i fattori oggettivi sopra descritti si sono rivelati altrettante leve nelle mani del capitale: decentramento produttivo (oggi l’83% del lavoro industriale si trova nei Paesi in via di sviluppo o di recente sviluppo); ristrutturazione tecnologica selvaggia (drastica riduzione del proletariato tradizionale, terziarizzazione, femminilizzazione e precarizzazione del lavoro); finanziarizzazione dell’economia; cooptazione degli strati superiori del lavoro cognitivo nelle stanze di controllo e comando del sistema; disinnesco della carica antagonista dei nuovi movimenti sociali, ridotti a impegnarsi per obiettivi compatibili con i principi e i valori neoliberali.
Nel frattempo l’Unione Sovietica e il socialismo reale affondavano sotto il peso della mancata riforma di un sistema economico penalizzato dalle rigidità di una pianificazione eccessivamente centralizzata, e incapace di esaudire la domanda popolare di beni di consumo; dall’enorme spreco di risorse imposto dalla gara agli armamenti con il blocco occidentale (problema esacerbato dalla disastrosa avventura afgana); da decenni di scarsa attenzione nei confronti dei problemi di tecnici, professionisti e intellettuali (una classe media che si vendicherà mettendosi alla testa della controrivoluzione). E, al momento del crollo del Muro di Berlino, i figli e i nipoti delle sinistre radicali criticate da Batalov accorreranno a celebrare la rinnovata unificazione della “democrazia” mondiale, ignari che la presunta “fine della storia” associata a quell’evento avrebbe innescato uno spietato progetto di espansione globale del dominio imperialistico. Finché il formidabile sviluppo della Cina socialista, il ritorno in campo di una Russia uscita dagli anni terribili dell’adesione alle ricette del Washington Consensus, e l’emergenza di un fronte di resistenza al dominio imperiale degli Stati Uniti guidato dai Brics hanno riaperto i giochi. Ma questa è un’altra storia.
Note
(1) Cfr. T. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1970.
(2) Cfr. H. Marcuse, “Tolleranza repressiva” in E. P. Wolff, Barrington Moore Jr, H. Marcuse, Critica della tolleranza, Einaudi, Torino 1968.
(3) L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.
(4) A formulare la tesi opposta è stato, fra gli altri, il leader della guerra di liberazione della Guinea Bissau, Amilcare Cabral (vedi il post che gli ho dedicato su questo blog: https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/11/i-popoli-africani-contro-limperialismo-3.html
(5) Sul rapporto fra rivoluzioni bolivariane e partiti comunisti “ortodossi” vedi quanto ho scritto in Magia bianca magia nera, Jaka Book, Milano 2013 e nel terzo capitolo del secondo volume (“Elogio dei socialismi imperfetti”) di Guerra e liberazione, Meltemi, Miano 2023.
(6) La critica più radicale di questa concezione continuista che concepisce la rivoluzione socialista come la prosecuzione e il compimento delle promesse non mantenute della rivoluzione borghese è uno dei pochi esponenti della Scuola di Francoforte che Batalov evita – non a caso – di citare, vale a dire quel Walter Benjamin che descrive la rivoluzione come un “balzo di tigre” che segna una discontinuità assoluta nel flusso del temporale della storia (Cfr. Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962).
(7) Fu lo stesso Marx a smentire l’idea secondo cui l’obiettivo della sua ricerca teorica fosse stato quello di descrivere le leggi generali che governano il processo storico e la transizione fra diversi modi di produzione (vedi la sua lettera a un recensore dell’edizione russa del Capitale in India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960). Ma a formulare la critica più spietata di una interpretazione teleologica della concezione marxiana della storia (cioè dell’idea che il processo storico sia “direzionato” da leggi immanenti) è appunto G. Lukacs in Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. Meltemi, Milano 2023.
(8) Cfr. A Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.
(9) Cfr. le mie critiche agli apologeti “di sinistra” della rivoluzione digitale in Cybersoviet (2008), Felici e sfruttati (2011) e Utopie letali (2013).
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/12/2024
06/06/2023
Germania - Giro di vite contro la sinistra radicale
Il vento di destra è il vento di guerra. La deriva autoritaria e lo sdoganamento – o utilizzo diretto – dei nazifascisti non è solo una conseguenza indiretta della “minimizzazione” del neonazismo al governo in Ucraina, ma una necessità “d’ordine” dell’imperialismo euro-atlantico in grave crisi di egemonia.
Sotto la coltre ipocrita del confronto tra “democrazie” e “autocrazie” c’è il rapido slittare dell’assetto istituzionale europeo verso le seconde.
Una cronaca da meditare seriamente, perché parla di quel che accade qui da noi, non in un altro mondo.
Sotto la coltre ipocrita del confronto tra “democrazie” e “autocrazie” c’è il rapido slittare dell’assetto istituzionale europeo verso le seconde.
Una cronaca da meditare seriamente, perché parla di quel che accade qui da noi, non in un altro mondo.
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Dalla pena «esemplare» dei giudici di Lipsia alla tolleranza-zero della polizia nelle roccaforti rosse di Berlino e Amburgo. Con l’antifascismo militante trasformato in «attacco al sistema democratico» e gli attivisti rubricati come «membri di un’organizzazione criminale».
Il teorema tedesco è una vera e propria dichiarazione di guerra contro la sinistra radicale, ritenuta tanto dalla magistratura quanto dal governo Scholz il ‘nemico numero uno’ della socialdemocrazia.
Conta poco se la ministra dell’Interno della Spd, Nancy Faeser, nel suo discorso di insediamento aveva lanciato l’allarme contro la galassia neonazista incistata a tutti i livelli e istituzionalmente “coperta” dall’ala destra di Afd.
Ancora meno se il ‘pericolo rosso’ agitato dal controspionaggio (Bfv) viene clamorosamente smentito dalla polizia criminale (Bka), obbligata a certificare l’esatto contrario: i reati attribuiti ai militanti di estrema sinistra sono calati del 31% rispetto al 2022. Mentre a proliferare veramente, nel silenzio generale, è il numero di neonazi pronti a passare ad atti di violenza, cresciuti nello stesso periodo del 16%.
Il giro di vite inizia con la fine del processo a Lina E., studentessa di 28 anni condannata questa settimana dal tribunale di Lipsia a 5 anni e tre mesi di carcere per lesioni personali e appartenenza a una "organizzazione criminale". Insieme ad altri tre militanti della sinistra radicale paga l’aggressione a un gruppo di neonazi nel 2021 ma soprattutto – scrivono i giudici – incarna la «dimostrazione di fino a che punto possono spingersi gli antifascisti».
Si tratta di un caso raro e isolato (lo conferma la statistica ufficiale) davvero impossibile da collegare ad altre azioni (così provano le indagini), eppure è la scintilla che innesca la repressione politico-giudiziaria. La prima ad applaudire il «verdetto esemplare» è stata la ministra Faeser, soddisfatta per l’interpretazione più che allargata del reato commesso dalla studentessa.
«Non possiamo permettere questa spirale di radicalizzazione. D’ora in poi terremo d’occhio l’intera scena dell’estremismo di sinistra mettendo in campo azioni decisive, proprio come facciamo contro l’ultra-destra e il terrorismo islamico», scandisce Faeser. Tutti uguali, dunque, in punta di diritto.
Però solo in teoria.
Spicca per indifferenza il morbido trattamento recentemente riservato al neonazi André Eminger, complice di una decina di omicidi, condannato a 2 anni e mezzo in meno dei tre compagni di Lina, come sottolinea la Taz.
Ma la mano pesante contro gli Antifa stride pure con la sentenza sulla coppia di neonazi che hanno pestato due giornalisti in Turingia: un anno di libertà vigilata e qualche ora ai servizi sociali. Tra le attenuanti riconosciute dal giudice, lo sbaglio di persona, incredibilmente riassunto così: «Non sapevano di avere di fronte due cronisti. Credevano fossero antifascisti».
Tanto basta alla condanna mite, mentre Afd è tornata a essere il primo partito della Germania-Est sotto la guida del deputato Björn Höcke, celebre per i famigerati slogan sul calco del Terzo Reich. Solo una delle tante innocue macchiette nere del Paese? Mica tanto: l’anno prossimo rischia di diventare governatore della Turingia al posto del comunista Bodo Ramelow.
Non sono bastate le cariche di venerdì sera contro il presidio Antifa, il veto del tribunale alla demo di solidarietà a Lina, né lo schieramento di un esercito di agenti in numero triplo rispetto ai manifestanti. Neppure l’allarmistico titolo della Bild («Ecco la calata dei teppisti per vendicare l’amica») ieri è riuscito a bloccare il corteo di 1.200 persone lungo Karl-Liebknecht Strasse.
Secondo la polizia, insieme a Berlino e Amburgo, la città sassone è uno dei «punti caldi del radicalismo di sinistra» in Germania. Ma anche una delle «aree di ribellione» coincidenti con le zone dove insiste l’altra protesta nel mirino del governo Scholz.
Non a caso il controspionaggio denuncia i «tentativi di infiltrazione degli Antifa nel movimento Ultima Generazione». Anche se sono tutti ancora da provare e per adesso l’unica equivalenza fra «teppisti rossi» ed «eco-vandali» rimane l’identica repressione.
Fonte
20/06/2022
Se la sinistra radicale avanza, i media padronali silenziano
Come molti, ieri sera, siamo rimasti basiti guardando i titoli dei principali quotidiani italiani – Repubblica, Corriere, Sole24Ore, nelle loro edizioni online – che resocontavano il per loro terribile risultato delle elezioni politiche in Francia.
Tutti e tre, ed anche altri, resocontavano “Macron non ha la maggioranza, exploit di Marine Le Pen”. Poche variazioni lessicali, nessun accenno – neanche nel “catenaccio” – alla clamorosa avanzata di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon che passa da 17 a 142 deputati.
Anche senza voler evocare una visione “complottistica” (i direttori dei vari giornali che si telefonano per concordare “come diamo ‘sta notizia?”), di sicuro si tratta di una monoliticità che va spiegata. Come minimo bisogna parlare di una “cultura unica” – ricordate il “pensiero unico”? – che fa ragionare nell’identico modo cervelli che dovrebbero essere teoricamente in competizione (per vendere prodotti con nomi diversi).
È la cultura unica egemonica ormai da un trentennio, secondo cui qualsiasi opzione sociale o politica di “sinistra radicale”, espressione di bisogni popolari, contrastante dunque oggettivamente con i “programmi di riforme” neoliberisti, non deve esistere.
E se pure esiste non se ne parla. Che è poi il modo con cui il sistema mediatico concorre, specialisticamente, a far sì che non esista o non sopravviva.
Nel mondo immaginario del pensiero neoliberista, insomma, può esistere solo l’interesse del grande capitale multinazionale. Quello che – indipendentemente dal passaporto in tasca ai consiglieri di amministrazione, agli azionisti o persino ai “proprietari fisici” – ragiona (perché opera) su un piano internazionale, condizionando le politiche degli stati e reclamando un “ordine sovranazionale” fatto di regole e istituzioni che gli permettano di muoversi senza ostacoli e senza resistenze.
Al massimo, visto che “in democrazia” deve pur sempre essere rappresentata una parvenza di “pluralismo”, ci può essere soltanto un “pericolo di estrema destra”, rappresentato da personaggi così clamorosamente inadeguati da non costituire mai un vero problema. A meno che...
È lo schema che in Italia ha prodotto l’ideologia del “voto utile” (in Francia si chiama barrage repubblicano), accettando la quale la sinistra comunista si è suicidata nell’arco di un ventennio.
Paradossalmente ma non troppo, proprio la rigidità assoluta di questo schema, in cui ad una destra liberista sovranazionale ed “europeista” si contrappone una estrema destra razzista e nazionalista, ha prodotto quel che si diceva volesse evitare: il radicamento sociale dell’estrema destra.
Non è difficile da capire. Se c’è un solo modo di governare, e un solo tipo di interessi sociali da affermare (“dobbiamo attirare i capitali internazionali”, dunque “eliminare lacci e lacciuoli alla libera impresa”), una sola guida politico-economica centralizzata nelle tecnoburocrazie di Bruxelles e Francoforte, è inevitabile che tutti gli interessi sociali dimenticati o attaccati da queste politiche finiscano per rivolgersi all’”unica” offerta politica di cui i media siano disposti a parlare: l’estrema destra razzista, fascista, nazionalista. Che viene però ribattezzata “sovranista”, perché rappresentante di una “borghesia minore”, senza respiro – senza business – al di fuori dei confini nazionali...
Il panorama politico francese ci offre fortunatamente una istantanea che spezza questo schema liberale e neofascista (il fascismo attuale non è tanto la nostalgia per i gagliardetti e il braccio teso, quanto la neoformazione reazionaria espressione dei nuovi poteri egemoni, abbastanza disinvolta da dipingere come “partigiani” i nazisti del battaglione Azov).
Lì esiste da anni una sinistra radicale che lotta, si interfaccia con i movimenti popolari spontanei (dai Gilets Jaunes al sindacato conflittuale, come la parte di Cgt che aderisce alla Fsm), ha un programma che prevede la revisione totale dei trattati europei o, in alternativa, un “plan B” che prevede anche l’uscita dall’Unione Europea.
La France Insoumise infatti è il centro motore dell’aggregazione elettorale chiamata Nupes. E bisogna ricordare a tutti i “sinistri del voto utile” che è proprio questa caratteristica ad aver permesso di costruire quel “cartello vincente” che qui in Italia risulta invece sempre fallimentare.
In altri termini, è proprio la forza più critica rispetto all’Unione Europea – Le Pen ha a volte cavalcato il tema, ma le sue prime dichiarazioni post-voto mostrano che si è già calata del ruolo dell’”opposizione responsabile”; euro-atlantica, insomma, in stile Di Maio o Salvini – quella che ha saputo creare la massa critica popolare necessaria a fa convergere spezzoni di partiti o movimenti (dai socialisti di sinistra agli ambientalisti, ecc.) altrimenti destinati alla polverizzazione.
Per fare una forza politica, sembra banale dirlo, ci voglio idee forti. E se le metti in campo “le masse” le capiscono, magari lentamente, ma le capiscono.
Non serve una “nuova ideologia” che sostituisca gli ideali socialisti o comunisti, insomma, ma la capacità di far vivere quei valori nella critica delle istituzioni reali che abbiamo di fronte e che contribuiscono allo sfruttamento del nostro blocco sociale.
Non è dunque strano che sia il sistema dei media – posseduto e controllato da gruppi multinazionali “europeisti” e/o euro-atlantici (do you remember Agnelli?) ad aver colto meglio e per primo “il pericolo vero”: una sinistra che critica radicalmente l’esistente e propone soluzioni altrettanto radicali. Le uniche logicamente all’altezza dei problemi che lavoratori, pensionati, giovani, poveri, ecc., quotidianamente affrontano.
E, avendo colto, i media padronali hanno messo da anni in moto i meccanismi e le tecniche per azzerare questo pericolo. Censurando, mostrificando, mentendo, dossierando…
Ma se le idee sono forti, e non si è disposti a scambiarle per una poltrona istituzionale magari anche minima, alla fine i risultati si vedono.
Anche con il “voto utile”, si sono visti. Ma ve li lasciamo volentieri...
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Tutti e tre, ed anche altri, resocontavano “Macron non ha la maggioranza, exploit di Marine Le Pen”. Poche variazioni lessicali, nessun accenno – neanche nel “catenaccio” – alla clamorosa avanzata di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon che passa da 17 a 142 deputati.
Anche senza voler evocare una visione “complottistica” (i direttori dei vari giornali che si telefonano per concordare “come diamo ‘sta notizia?”), di sicuro si tratta di una monoliticità che va spiegata. Come minimo bisogna parlare di una “cultura unica” – ricordate il “pensiero unico”? – che fa ragionare nell’identico modo cervelli che dovrebbero essere teoricamente in competizione (per vendere prodotti con nomi diversi).
È la cultura unica egemonica ormai da un trentennio, secondo cui qualsiasi opzione sociale o politica di “sinistra radicale”, espressione di bisogni popolari, contrastante dunque oggettivamente con i “programmi di riforme” neoliberisti, non deve esistere.
E se pure esiste non se ne parla. Che è poi il modo con cui il sistema mediatico concorre, specialisticamente, a far sì che non esista o non sopravviva.
Nel mondo immaginario del pensiero neoliberista, insomma, può esistere solo l’interesse del grande capitale multinazionale. Quello che – indipendentemente dal passaporto in tasca ai consiglieri di amministrazione, agli azionisti o persino ai “proprietari fisici” – ragiona (perché opera) su un piano internazionale, condizionando le politiche degli stati e reclamando un “ordine sovranazionale” fatto di regole e istituzioni che gli permettano di muoversi senza ostacoli e senza resistenze.
Al massimo, visto che “in democrazia” deve pur sempre essere rappresentata una parvenza di “pluralismo”, ci può essere soltanto un “pericolo di estrema destra”, rappresentato da personaggi così clamorosamente inadeguati da non costituire mai un vero problema. A meno che...
È lo schema che in Italia ha prodotto l’ideologia del “voto utile” (in Francia si chiama barrage repubblicano), accettando la quale la sinistra comunista si è suicidata nell’arco di un ventennio.
Paradossalmente ma non troppo, proprio la rigidità assoluta di questo schema, in cui ad una destra liberista sovranazionale ed “europeista” si contrappone una estrema destra razzista e nazionalista, ha prodotto quel che si diceva volesse evitare: il radicamento sociale dell’estrema destra.
Non è difficile da capire. Se c’è un solo modo di governare, e un solo tipo di interessi sociali da affermare (“dobbiamo attirare i capitali internazionali”, dunque “eliminare lacci e lacciuoli alla libera impresa”), una sola guida politico-economica centralizzata nelle tecnoburocrazie di Bruxelles e Francoforte, è inevitabile che tutti gli interessi sociali dimenticati o attaccati da queste politiche finiscano per rivolgersi all’”unica” offerta politica di cui i media siano disposti a parlare: l’estrema destra razzista, fascista, nazionalista. Che viene però ribattezzata “sovranista”, perché rappresentante di una “borghesia minore”, senza respiro – senza business – al di fuori dei confini nazionali...
Il panorama politico francese ci offre fortunatamente una istantanea che spezza questo schema liberale e neofascista (il fascismo attuale non è tanto la nostalgia per i gagliardetti e il braccio teso, quanto la neoformazione reazionaria espressione dei nuovi poteri egemoni, abbastanza disinvolta da dipingere come “partigiani” i nazisti del battaglione Azov).
Lì esiste da anni una sinistra radicale che lotta, si interfaccia con i movimenti popolari spontanei (dai Gilets Jaunes al sindacato conflittuale, come la parte di Cgt che aderisce alla Fsm), ha un programma che prevede la revisione totale dei trattati europei o, in alternativa, un “plan B” che prevede anche l’uscita dall’Unione Europea.
La France Insoumise infatti è il centro motore dell’aggregazione elettorale chiamata Nupes. E bisogna ricordare a tutti i “sinistri del voto utile” che è proprio questa caratteristica ad aver permesso di costruire quel “cartello vincente” che qui in Italia risulta invece sempre fallimentare.
In altri termini, è proprio la forza più critica rispetto all’Unione Europea – Le Pen ha a volte cavalcato il tema, ma le sue prime dichiarazioni post-voto mostrano che si è già calata del ruolo dell’”opposizione responsabile”; euro-atlantica, insomma, in stile Di Maio o Salvini – quella che ha saputo creare la massa critica popolare necessaria a fa convergere spezzoni di partiti o movimenti (dai socialisti di sinistra agli ambientalisti, ecc.) altrimenti destinati alla polverizzazione.
Per fare una forza politica, sembra banale dirlo, ci voglio idee forti. E se le metti in campo “le masse” le capiscono, magari lentamente, ma le capiscono.
Non serve una “nuova ideologia” che sostituisca gli ideali socialisti o comunisti, insomma, ma la capacità di far vivere quei valori nella critica delle istituzioni reali che abbiamo di fronte e che contribuiscono allo sfruttamento del nostro blocco sociale.
Non è dunque strano che sia il sistema dei media – posseduto e controllato da gruppi multinazionali “europeisti” e/o euro-atlantici (do you remember Agnelli?) ad aver colto meglio e per primo “il pericolo vero”: una sinistra che critica radicalmente l’esistente e propone soluzioni altrettanto radicali. Le uniche logicamente all’altezza dei problemi che lavoratori, pensionati, giovani, poveri, ecc., quotidianamente affrontano.
E, avendo colto, i media padronali hanno messo da anni in moto i meccanismi e le tecniche per azzerare questo pericolo. Censurando, mostrificando, mentendo, dossierando…
Ma se le idee sono forti, e non si è disposti a scambiarle per una poltrona istituzionale magari anche minima, alla fine i risultati si vedono.
Anche con il “voto utile”, si sono visti. Ma ve li lasciamo volentieri...
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05/03/2020
Sull’epidemia delle emergenze e sulla catastrofe come campo del possibile
di Jack Orlando e Sandro Moiso
Il Coronavirus, uno spettro che si aggira per il globo. Non più quello del comunismo, ma nemmeno quello della pandemia; è piuttosto quello della Catastrofe, e della sua immediata articolazione: l’Emergenza. Non è infatti pienamente comprensibile il timore che suscita questa epidemia, se non lo si colloca nella sua cornice generale e nei suoi significati più profondi. Non è per una pandemia che si trema, è per la paura del collasso, per quel permanente senso di incapacità a mantenere in eterno l’attuale modo di produzione e di vita capitalistico.
Il Coronavirus ha avuto un tempismo perfetto, cascando nel bel mezzo di una congiuntura che vedeva già intrecciarsi l’inizio di una nuova macroscopica crisi finanziaria ed economica, con una profonda crisi politica delle istituzioni locali, nazionali e globali e con una tensione crescente alla guerra, che solo in questi giorni prende una nuova accelerata, con masse di profughi che premono ai confini d’Europa e la Turchia che tenta di mangiarsi la Siria e conquistarsi un primato che non sarebbe più solo regionale.
Una grande situazione di possibilità, in fondo, che però trova pronta ad accoglierla una parte delle associazioni imprenditoriali1, ma non trova nessuno a raccoglierla tra le fila del “partito rivoluzionario”, sempre ammesso che ne esista ancora uno. Questo perché, smarrite le bussole del conflitto, ci sembra che dalle nostre parti ci si adagi nella denuncia dell’emergenza accodandosi alla sua narrazione mediatica, senza coglierne le complessità né i margini di azione che ci offre.
La discussione sviluppata negli ambiti di movimento ci sembra in questo caso paradigmatica: un’oscillazione tra i poli dello scientismo e del politicismo, condito una tantum dal complottismo anti-americano vecchio stile. Insomma, un immancabile guardarsi la lanugine nell’ombelico mentre attorno tutto brucia.
Ai seguaci della scienza accordiamo, ad esempio, il fatto che non è possibile non tenere conto della dimensione molto concreta di un’epidemia reale con effetti reali e, a meno che non si sia studiato medicina, non si hanno le competenze minime per dire quanto siano o meno reali certe minacce. Il problema di questo ragionamento però è che rischia di sfociare nell’abdicazione della propria posizione in virtù della ragion di Stato e del buonsenso: in ogni caso non possiamo dimenticare che compito dell’antagonismo è sempre cercare quegli spazi di conflittualità e inimicizia dati dalle contraddizioni del reale, forzarli fin dove è possibile, fino a farli auspicabilmente esplodere, invece di aspettare il ritorno ad una normalità che ci è sempre stata ostile.
C’è qui da porsi, poi, qualche altra domanda sulla questione Scienza.
Oggi in questo ambito si fa una gran confusione: tolti gli scettici e gli opinionisti, da una parte c’è chi finge che questa sia una branca asettica, immacolata e intoccabile della conoscenza umana e dall’altra chi, scientemente, ne condanna ogni aspetto negandone la validità in assoluto. D’altra parte, pur senza svilire l’attendibilità di medici e scienziati, come possiamo fidarci totalmente della scienza medica prodotta nei laboratori dei colossi dell’industria farmaceutica, delle loro invenzioni interessate, dei loro affari nei sistemi sanitari di tutto il pianeta2?
Occorre denunciare gli stretti legami tra ricerca, organismi sanitari, taglio della spesa pubblica e investimenti in ricerche finalizzate soltanto al profitto. Ma la denuncia non basta, occorre andare oltre, assumendoci responsabilità che troppo spesso sembrano andare al di là della capacità reale dei movimenti di pensare, organizzare e agire.
È anche questo un lavoro enorme. Bisogna rifondare la conoscenza e liberarne le possibilità, scientifiche e non, che in quella attuale sono state limitate o rimosse per il puro interesse finanziario e politico. Quello della riappropriazione della conoscenza, non solo scientifica, è un lavoro che occorre sviluppare durante la lotta, proprio come uno dei suoi motori.
Anche perché il trionfalismo scientista e tecnologico di cui l’attuale modo di produzione ha fatto sfoggio negli ultimi decenni oggi mostra tutta la sua debolezza. Il famoso “progresso” con cui i portavoce del capitale hanno giustificato qualsiasi impresa, dalla gara spaziale all’obbligo per qualsiasi tipo di vaccinazione, fino all’estrattivismo e alla devastazione ambientale, così come tutti i trionfalismi a proposito di sistemi 4.0, 5.0 o n.0 oggi mostrano tutta la propria fragilità e la vacuità delle loro certezze. Anche per questo non denunciarne la sistematica opera di rimozione di tutto quanto poteva essere d’ostacolo all’iniziativa privata significherebbe rischiare di vedere vanificate in blocco anche le conquiste reali della scienza con la S maiuscola. Quella che si è sempre mossa senza nascondere le proprie incertezze e i propri dubbi sui risultati raggiunti, facendo in realtà di questi ultimi, sempre momentanei e incompleti, il vero motore dell’avanzamento della ricerca e della conoscenza disinteressata.
Cosa ribattere a chi invece ignora o sottovaluta le dimensioni del fenomeno Coronavirus prendendolo per mera tecnica di governo? L’analisi della situazione solo da un punto di vista politico, senza tener conto dei fenomeni reali fa sì che, spesso, si perdano i contorni della realtà e si finisca per applicare concetti teorici in maniera meccanica e produrre così i fatti a partire dalle proprie opinioni.
A ragionar così, si prende il nemico per una sorta di monolite in cui non c’è differenza o contraddizione tra gli attori in campo: media, Stati, grandi capitali, organismi internazionali, tutti sfumati fino a diventare un unico Moloch per cui ogni emergenza è pura propaganda, ogni provvedimento preso è volto direttamente alla soppressione di libertà e di dissenso organizzato quando la prima si può reprimere facilmente in ogni momento emergenziale e il secondo, banalmente, non si sa dove sia finito. A continuare su questo sentiero, ci si troverebbe presto a difendere le borghesissime virtù del lavorare e consumare.
Paradossalmente, non affrontando il tema reale dell’epidemia e riducendolo a escamotage politico, si perdono completamente i termini dell’operazione, ci si scolla dalla realtà e ci si rinchiude nel vicolo cieco della retorica, perdendo di vista anche il campo delle possibilità.
Ai complottisti geopolitici abbiamo poco da dire. Uscite di casa, respirate aria fresca e chiedetevi se esistano capitalismi buoni, prima di ricondurre una malattia sorta in Cina ad un malefico piano statunitense3.
Ora, questo è il tenore della discussione sul Virus, ma crediamo valga su ogni altra Emergenza ed è invece proprio sul senso profondo di queste perenni emergenze che occorre indagare piuttosto che sulle loro forme contingenti.
C’è uno stretto rapporto che intercorre tra dichiarazione delle emergenze nazionali, o di altro tipo, e il controllo politico-militare, da parte dello Stato e dei suoi apparati repressivi, di territori e opinione pubblica.
Praticamente ogni emergenza corrisponde, nei fatti, ad una sorta di stato di guerra cui i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione sociale, politica o di età, dovrebbero rispondere uniti per amor di Patria e di unità nazionale di fronte a un pericolo esterno.
Non varia questo significato in presenza di guerre, epidemie o di catastrofi più o meno naturali.
Accettare la collaborazione con gli apparati dello Stato significa sempre inchinarsi alla volontà del nostro più feroce nemico4.
È come se di fronte ad una guerra dichiarata dal “nostro” Stato fossimo obbligati per default ad essere accondiscendenti con le misure prese per contrastarne i rischi. L’avevano compreso fin dal primo conflitto mondiale i giovani della Federazione giovanile socialista che diedero vita alla frazione intransigente del PSI poi divenuta, di fatto, la frazione comunista di Livorno. Fu il disfattismo rivoluzionario a guidare i giovani socialisti nella loro lotta alla guerra e al collaborazionismo, anche quando questa si travestì da “collaborazione nell’ora del pericolo” e dei soccorsi umanitari, dopo Caporetto, nei confronti dei profughi veneti investiti dalle armate austro-tedesche5.
Roba vecchia per qualcuno, ma estremamente attuale per chi voglia opporsi a tutte le strategie messe in atto per far rientrare le dissidenze nel “dolce” alveo della compatibilità sistemica.
Ma allora, qualcuno penserà, non dovremo più aiutare le popolazioni colpite da disastri e calamità? Dovremmo rifiutare la solidarietà attiva ai migranti in fuga? Certo che no, ma questo andrà fatto, e questa è un’altra assunzione di responsabilità oggi troppo spesso ignorata, non dimenticando mai di denunciare gli artefici dei disastri (militari o naturali), le cause intimamente legate al profitto e all’interesse privato oppure alla concorrenza imperialistica e, soprattutto, attraverso una propria organizzazione ovunque questo sarà possibile.
Non ci interessa scimmiottare la Croce Rossa, i boy-scouts o la Chiesa; ci interessa, sempre e comunque, tenere aperto ed allargare il conflitto sociale.
Allora, l’analisi che deve interessare il militante rivoluzionario non è quella che cerca il pelo nell’uovo della teoria o si piega alla ragion di stato per evitare di far danno dove non è competente. L’unica analisi che ci deve interessare è quella che parte dalla situazione data per coglierne le fragilità e agire su esse; il nostro unico cruccio deve essere sempre quello di spezzare le maglie del dominio; siamo gli irriducibili nemici di questo mondo, ogni sua debolezza deve essere sfruttata.
Quindi, il campo di battaglia che ci si dà è quello dell’Emergenza in quanto attore imprevisto che nell’arco di poco tempo ed alle soglie di una crisi finanziaria, politica e militare macroscopica, è in grado di gettare nel panico la classe dirigente mettendola in crisi sulla sua capacità di gestione della catastrofe. Vero che il rischio fa parte del capitalismo, vero anche che il rischio e il capitalismo non escludano il fallimento.
L’allarmismo emergenziale serve spesso per giustificare tutto e per “sorprendere” il pubblico6. Ma il perenne e catastrofico accumularsi di emergenza su emergenza ci parla anche dell’impossibilità di mantenere in piedi questo modo di produzione, anzitutto, nel momento in cui il suo primato sulla vita mette in pericolo anche sé stesso e disvela tutta la sua fragilità: il colosso cinese che rischia di andare in pezzi per una brutta influenza è un’immagine abbastanza rivelatrice.
Nella necessità di trovare una soluzione alle emergenze, si finisce sì per sperimentare tecniche assolute di controllo della vita ma anche per minare lo stesso modo di produzione capitalistico che si vuole proteggere. Ed ecco allora gli attori finanziari strepitare, le borse colare a picco, i capi di Stato rassicurare i mercati. La prima emergenza è in casa del nemico.
Da qui vediamo come di giorno in giorno la situazione di caos istituzionale, retto quasi soltanto dall’autoritarismo e dalla militarizzazione dimostra ben più di quanto si è detto a proposito del contenimento sociale. Da tempo, non a caso, si parla di guerra civile come unica risposta degli Stati alle richieste dei movimenti e dei cittadini, intesa come pacificazione, repressione e militarizzazione dei territori e delle risposte istituzionali: questo perché sono stati svuotati di qualsiasi funzione parlamentare, politica, economica autonoma e affidati soltanto alle decisioni prese in altri consessi7.
Motivo per cui di fronte ad ogni imprevisto e al conflitto rimangono in piedi soltanto grazie al collante dell’autoritarismo e dei provvedimenti eccezionali come la militarizzazione dei territori.
La figura dello Stato fa quindi, per ora, da parafulmine al capitale, e questo “stato d’emergenza” ci parla del suo agire in campo come attore obbligato a governare la catastrofe, ma la crisi di cui è vittima ormai da tempo si rende fortemente visibile nel momento in cui il controllo del territorio e la compressione delle libertà sono gli unici strumenti di cui dispone mentre non riesce a garantirsi una via d’uscita dal problema; le necessarie misure di contenimento finiscono per frammentare il consesso delle grandi potenze e così indebolire anche le indicazioni di quegli organismi sovranazionali che si trovano in condizione di difficoltà nel trasmetterle attraverso una catena del comando fattasi, velocemente, assai ingarbugliata. Inoltre, la difficoltà gestionale dell’emergenza a cui non si era preparati, il suo inserirsi in una sequenza accelerata e perenne di emergenze, fa sì che si aprano delle falle nel dispositivo in cui è possibile far filtrare il bacillo della sovversione.
Ecco un compito per noi, quello del disfattismo anticapitalistico.
Qui entriamo su di un piano molto materiale e vediamo che il terreno del conflitto risiede in quell’insubordinazione spontanea che parte dalle necessità di vita. Sta anche qui, e non solo nell’azione statale, il disvelamento della guerra civile in atto, la lotta per le risorse e le possibilità di vita: non è la paura del controllo o di un golpe biopolitico a scatenare l’inimicizia, è il fatto che ci chiudono in casa e ci vietano di uscire ma non sono in grado di fornirci, fino ad ora, assistenza medica né approvvigionamenti; è il fatto che hanno massacrato il SSN fino a trovarsi incapaci di fare dei banali tamponi agli infermieri8; è il fatto che ci chiudono le scuole, le università, i cinema, i musei, vietano gli spostamenti ma comunque ci costringono a lavorare ed esporci al rischio senza niente di più in cambio; è il fatto che nell’emergenza ne approfitti il vampiro del mercato alzando i prezzi dei beni necessari senza che tra le misure ritenute draconiane ci sia un calmiere dei prezzi.
Questa risposta non può che generare scontento, conflitto e necessità di auto-organizzazione, è qui che si deve inserire l’antagonista militante per coltivare l’ostilità e il malcontento, organizzare la deflagrazione sociale. Ad esempio, denunciando le condizioni e appoggiando oggi le richieste di coloro che sono in prima linea; come quelle espresse dai medici che denunciano apertamente gli scarsi mezzi messi a disposizione di chi col coronavirus deve fare i conti in ambulatorio e negli ospedali. Attaccando quella sanità privata che nell’emergenza si è rivelata fino ad oggi totalmente inutile e latitante.
Oppure rivendicando la salvaguardia del salario e del posto di lavoro per tutti i lavoratori dipendenti delle aziende toccate dalla crisi epidemica, denunciando il tentativo di abbassare il primo e di modificare le condizioni di lavoro, magari attraverso una ulteriore parcellizzazione e precarizzazione dello stesso per mezzo della diffusione del telelavoro, anche per la fase successiva all’epidemia. Contrastando ogni tentativo di ridurre gli spazi di lotta come, di fatto, impone la richiesta della Commissione di garanzia per una moratoria degli scioperi fino al 31 marzo (qui). Oppure, ancora, organizzando il blocco dei flussi e la ridistribuzione autonoma delle merci e dei beni su cui speculano gli sciacalli, i centri commerciali lasciati aperti quando si è fatto divieto di manifestare e, in genere, il mercato dove lo Stato ha preferito tutelare l’accumulazione di capitale.
Indagando, per esempio, quanto l’azione incrociata di Erdogan e Unione Europea (insuperabile nella sua ipocrisia) stia portando alla formazione di una nuova coscienza comune tra gli emigranti di diverse, e spesso ostili, nazionalità9. Sedimentata nei lager in cui per troppo tempo sono stati rinchiusi e saldata dall’azione comune concreta più che dalle vuote promesse di solidarietà provenienti da chi li sfrutta e imprigiona o li respinge e dalla reazione alla violenza degli apparati e delle ronde fasciste di Alba Dorata. Una coscienza, che si muove a prescindere dalla solidarietà dei movimenti europei ma che ci parla di forte conflittualità spontanea e autodeterminazione e ci impone, una volta per tutte, a ripensare un approccio politico rivoluzionario al fenomeno delle migrazioni e del loro soggetto cardine.
Al di là di tutti gli altri esempi che si potrebbero fare, ciò che occorre sottolineare è proprio questo: di fronte allo sgretolarsi degli Stati e dei loro rappresentanti partitici l’unica alternativa ragionevole, se non unica, è quella dell’auto-organizzazione politica dei territori e dei movimenti che li abitano, la costruzione delle sue articolazioni su scala globale. Purtroppo oggi molti, che stanno nei movimenti e sui territori, si abbandonano ancora a riflessioni riduttive, quasi mai di carattere generale ma, al massimo, massimaliste. Sembra che per troppo tempo il movimento antagonista si sia abituato a non assumersi le piene responsabilità che l’attuale situazione dei rapporti sociali dovrebbe imporre.
È nelle pieghe della quotidianità del dominio che stanno le possibilità da cogliere e da organizzare; lo stato d’emergenza, in questo senso, non fa che esasperare e mettere a nudo un dispositivo che è in atto quotidianamente in maniera sibillina, mentre la catastrofe, per quanto discorso governamentale che richiama a ubbidienza e unità, lascia intravedere tutta la debolezza dei sovrani, è il canto del cigno che ne precede la morte e apre possibilità di collasso che, a chi tiene ferma la bussola dell’abbattimento della modernità capitalista, sono un tesoro da saccheggiare rapidamente.
Tutto il resto sono sciocchezze dettate dal timore di affrontare il nemico vero su scala globale e nella maniera più adatta. Che non può più essere quella del parlamentarismo, della democrazia rappresentativa borghese o del pianto sulle vittime, né tanto meno della difesa debole degli ultimi ridotti rimasti a quello che un tempo chiamavamo Movimento.
Dobbiamo uscire una volta per tutte da questa psicosi dell’emergenza continua che ci fa rincorrere, come novelli giornalisti d’accatto, le notizie delle prime pagine che fanno più rumore. Il nostro pensiero strategico deve tagliare e attraversare di netto questa coltre di emergenze e colpire il nemico in profondità, nella sua intima catastrofe10 .
Il parto della civiltà capitalistica, in prossimità del XVI secolo, fu anticipato da doglie che agitarono un plurisecolare periodo di guerre, rivolte, saccheggi di nuovi continenti, cambiamenti climatici11 ed epidemie12 che Albrecht Dürer seppe cogliere nelle xilografie realizzate per illustrare l’Apocalisse di Giovanni nel 1498.
Sapremo fare altrettanto incidendo nelle lotte e nelle coscienze l’immagine della società futura di cui già da tempo avvertiamo i dolori delle doglie e i movimenti tellurici che l’annunciano?
Abbiamo di nuovo bisogno di eroismo collettivo, di determinazione infrangibile e instancabile, di intelligenza strategica, di lucidità e presa di distanza da tutto ciò che ancora rappresenta la miserabile eredità del modo di produzione attuale. Se è vero che viviamo nel tempo degli stati d’eccezione e delle emergenze permanenti, allora la regola di fondo che ci guida è una sola: uscire dall’emergenza e saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità.
Note:
1) Si pensi soltanto al presidente di Confindustria, Boccia, che continua in questi giorni a soffiare sul fuoco delle Grandi Opere Inutili e Dannose (ma ritenute necessarie per il rilancio dell’economia), confermando il discorso sviluppato, già a partire dagli anni ’50, da Amadeo Bordiga sulla stretta interconnessione tra dinamica capitalistica, sciacallaggio economico e catastrofi “naturali”- A. Bordiga, Drammi, gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra editore, Milano 1978
2) Sulla possibile “creazione” del Covid-19 in laboratorio si veda qui
3) Qui invece due recenti articoli tratti da «Repubblica» e dal «Corriere» sulle paure americane
4) Si veda, ad esempio, lo strappo istituzionale voluto da Macron e dal premier, Edouard Philippe per far passare all’Assemblea nazionale, il 1° marzo, la legge sulle pensioni, approfittando del divieto di manifestare indetto per “fronteggiare” il Coronavirus
5) Si veda in proposito: L. Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno editrice, Roma 2019
6) È di queste ore la “sorpresa” per la vittoria di Biden nel Super-tuesday elettorale americano, come se già non si sapesse che Biden è l’unico candidato ammissibile per l’establishment americano, sia democratico che non
7) Di cui, per altro, anche gli europeisti più convinti cominciano a dubitare:
“Oggi l’Unione Europea rischia di essere travolta da due emergenze globali […] La prima è l’epidemia di coronavirus. La seconda la nuova crisi dei migranti riaperta dalla Turchia, che usa i profughi siriani come arma di ricatto […] Entrambe le crisi sono figlie del fallimento degli stati nazionali nell’affrontare emergenze che sarebbero di loro competenza. Le politiche sanitarie non prevedono una gestione comune, così come la sorveglianza delle frontiere esterne e dei flussi migratori rientra nella sovranità delle capitali, che da tempo non riescono a intendersi su una linea di condotta unica. Ma le emergenze non rispettano i trattati europei. Così, dopo che ogni governo della Ue ha cercato di fermare l’epidemia per conto proprio, tutti si devono tardivamente arrendere al fatto che il contagio è un problema comune. Ma questo non basta a decidere di centralizzare la lotta al virus a livello europeo, proprio a causa dell’incertezza su come agire. Qual’è il punto di equilibrio tra la tutela della salute difesa dell’economia e della vita sociale delle nostre comunità? Poiché nessuno conosce la risposta, ognuno pensa di avere la propria verità in tasca e vuole applicarla a modo suo” (Andrea Bonanni, Due crisi, stesso fallimento, la Repubblica 2 marzo 2020)
8) Si vedano qui le conseguenze del taglio della spesa sanitaria proprio nel Lodigiano e qui più in generale su quello lombardo
9) “Arrampicata sul ramo più alto, nella campagna tra la turca Edirne e la regione greca dell’antica Tracia, la vedetta afghana sa che dipende tutto dal suo segnale. Non si va più in solitaria. La coalizione dei respinti si è data una strategia. Per una volta i contrasti etnici, le scazzottate negli accampamenti tra pachistani e indiani, le gelosie tra afghani e iraniani, la diffidenza dei somali, la malinconia dei siriani, lasciano il posto ad un’alleanza inedita […] si sono dispiegati lungo chilometri e chilometri di frontiera. Impossibile per le guardie greche sigillare il confine” Nello Scavo, Bastonate e spari sui migranti in fuga dalla Turchia alla Grecia, Avvenire 3 marzo 2020
10) L’etimologia della parola catastrofe è da ricondurre al verbo greco καταστρέϕω (katastrepho) = io capovolgo. Da tale verbo, il sostantivo καταστροϕή (katastrophé) = capovolgimento, ribaltamento, stravolgimento...
11) Il termine fu utilizzato dagli scrittori greci per indicare un esito spesso imprevisto, ma sempre disastroso, doloroso e luttuoso del dramma o di una qualche impresa, fatto o accadimento umano o naturale. Così, la parola catastrofe, che di per sé sarebbe stata di valenza neutra, indicando semplicemente un radicale e spesso repentino cambiamento della situazione, fu utilizzata, sin dall’antichità come sinonimo di sciagura, disastro, rovina, distruzione... A noi il compito di reinterpretarlo nel suo genuino significato di cambiamento radicale
12) Si veda, per il clima del XVI secolo e la cosiddetta “piccola glaciazione”, Le Roy Ladurie, Tempo di festa, tempo di carestia. Storia del clima dall’anno mille, Einaudi, Torino 1982
13) Per il peso che cambiamento climatico ed epidemie ebbero invece nel contesto della fine dell’impero romano, si veda il recentissimo Kyle Harper, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, Einaudi, Torino 2019
Fonte
Il Coronavirus, uno spettro che si aggira per il globo. Non più quello del comunismo, ma nemmeno quello della pandemia; è piuttosto quello della Catastrofe, e della sua immediata articolazione: l’Emergenza. Non è infatti pienamente comprensibile il timore che suscita questa epidemia, se non lo si colloca nella sua cornice generale e nei suoi significati più profondi. Non è per una pandemia che si trema, è per la paura del collasso, per quel permanente senso di incapacità a mantenere in eterno l’attuale modo di produzione e di vita capitalistico.
Il Coronavirus ha avuto un tempismo perfetto, cascando nel bel mezzo di una congiuntura che vedeva già intrecciarsi l’inizio di una nuova macroscopica crisi finanziaria ed economica, con una profonda crisi politica delle istituzioni locali, nazionali e globali e con una tensione crescente alla guerra, che solo in questi giorni prende una nuova accelerata, con masse di profughi che premono ai confini d’Europa e la Turchia che tenta di mangiarsi la Siria e conquistarsi un primato che non sarebbe più solo regionale.
Una grande situazione di possibilità, in fondo, che però trova pronta ad accoglierla una parte delle associazioni imprenditoriali1, ma non trova nessuno a raccoglierla tra le fila del “partito rivoluzionario”, sempre ammesso che ne esista ancora uno. Questo perché, smarrite le bussole del conflitto, ci sembra che dalle nostre parti ci si adagi nella denuncia dell’emergenza accodandosi alla sua narrazione mediatica, senza coglierne le complessità né i margini di azione che ci offre.
La discussione sviluppata negli ambiti di movimento ci sembra in questo caso paradigmatica: un’oscillazione tra i poli dello scientismo e del politicismo, condito una tantum dal complottismo anti-americano vecchio stile. Insomma, un immancabile guardarsi la lanugine nell’ombelico mentre attorno tutto brucia.
Ai seguaci della scienza accordiamo, ad esempio, il fatto che non è possibile non tenere conto della dimensione molto concreta di un’epidemia reale con effetti reali e, a meno che non si sia studiato medicina, non si hanno le competenze minime per dire quanto siano o meno reali certe minacce. Il problema di questo ragionamento però è che rischia di sfociare nell’abdicazione della propria posizione in virtù della ragion di Stato e del buonsenso: in ogni caso non possiamo dimenticare che compito dell’antagonismo è sempre cercare quegli spazi di conflittualità e inimicizia dati dalle contraddizioni del reale, forzarli fin dove è possibile, fino a farli auspicabilmente esplodere, invece di aspettare il ritorno ad una normalità che ci è sempre stata ostile.
C’è qui da porsi, poi, qualche altra domanda sulla questione Scienza.
Oggi in questo ambito si fa una gran confusione: tolti gli scettici e gli opinionisti, da una parte c’è chi finge che questa sia una branca asettica, immacolata e intoccabile della conoscenza umana e dall’altra chi, scientemente, ne condanna ogni aspetto negandone la validità in assoluto. D’altra parte, pur senza svilire l’attendibilità di medici e scienziati, come possiamo fidarci totalmente della scienza medica prodotta nei laboratori dei colossi dell’industria farmaceutica, delle loro invenzioni interessate, dei loro affari nei sistemi sanitari di tutto il pianeta2?
Occorre denunciare gli stretti legami tra ricerca, organismi sanitari, taglio della spesa pubblica e investimenti in ricerche finalizzate soltanto al profitto. Ma la denuncia non basta, occorre andare oltre, assumendoci responsabilità che troppo spesso sembrano andare al di là della capacità reale dei movimenti di pensare, organizzare e agire.
È anche questo un lavoro enorme. Bisogna rifondare la conoscenza e liberarne le possibilità, scientifiche e non, che in quella attuale sono state limitate o rimosse per il puro interesse finanziario e politico. Quello della riappropriazione della conoscenza, non solo scientifica, è un lavoro che occorre sviluppare durante la lotta, proprio come uno dei suoi motori.
Anche perché il trionfalismo scientista e tecnologico di cui l’attuale modo di produzione ha fatto sfoggio negli ultimi decenni oggi mostra tutta la sua debolezza. Il famoso “progresso” con cui i portavoce del capitale hanno giustificato qualsiasi impresa, dalla gara spaziale all’obbligo per qualsiasi tipo di vaccinazione, fino all’estrattivismo e alla devastazione ambientale, così come tutti i trionfalismi a proposito di sistemi 4.0, 5.0 o n.0 oggi mostrano tutta la propria fragilità e la vacuità delle loro certezze. Anche per questo non denunciarne la sistematica opera di rimozione di tutto quanto poteva essere d’ostacolo all’iniziativa privata significherebbe rischiare di vedere vanificate in blocco anche le conquiste reali della scienza con la S maiuscola. Quella che si è sempre mossa senza nascondere le proprie incertezze e i propri dubbi sui risultati raggiunti, facendo in realtà di questi ultimi, sempre momentanei e incompleti, il vero motore dell’avanzamento della ricerca e della conoscenza disinteressata.
Cosa ribattere a chi invece ignora o sottovaluta le dimensioni del fenomeno Coronavirus prendendolo per mera tecnica di governo? L’analisi della situazione solo da un punto di vista politico, senza tener conto dei fenomeni reali fa sì che, spesso, si perdano i contorni della realtà e si finisca per applicare concetti teorici in maniera meccanica e produrre così i fatti a partire dalle proprie opinioni.
A ragionar così, si prende il nemico per una sorta di monolite in cui non c’è differenza o contraddizione tra gli attori in campo: media, Stati, grandi capitali, organismi internazionali, tutti sfumati fino a diventare un unico Moloch per cui ogni emergenza è pura propaganda, ogni provvedimento preso è volto direttamente alla soppressione di libertà e di dissenso organizzato quando la prima si può reprimere facilmente in ogni momento emergenziale e il secondo, banalmente, non si sa dove sia finito. A continuare su questo sentiero, ci si troverebbe presto a difendere le borghesissime virtù del lavorare e consumare.
Paradossalmente, non affrontando il tema reale dell’epidemia e riducendolo a escamotage politico, si perdono completamente i termini dell’operazione, ci si scolla dalla realtà e ci si rinchiude nel vicolo cieco della retorica, perdendo di vista anche il campo delle possibilità.
Ai complottisti geopolitici abbiamo poco da dire. Uscite di casa, respirate aria fresca e chiedetevi se esistano capitalismi buoni, prima di ricondurre una malattia sorta in Cina ad un malefico piano statunitense3.
Ora, questo è il tenore della discussione sul Virus, ma crediamo valga su ogni altra Emergenza ed è invece proprio sul senso profondo di queste perenni emergenze che occorre indagare piuttosto che sulle loro forme contingenti.
C’è uno stretto rapporto che intercorre tra dichiarazione delle emergenze nazionali, o di altro tipo, e il controllo politico-militare, da parte dello Stato e dei suoi apparati repressivi, di territori e opinione pubblica.
Praticamente ogni emergenza corrisponde, nei fatti, ad una sorta di stato di guerra cui i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione sociale, politica o di età, dovrebbero rispondere uniti per amor di Patria e di unità nazionale di fronte a un pericolo esterno.
Non varia questo significato in presenza di guerre, epidemie o di catastrofi più o meno naturali.
Accettare la collaborazione con gli apparati dello Stato significa sempre inchinarsi alla volontà del nostro più feroce nemico4.
È come se di fronte ad una guerra dichiarata dal “nostro” Stato fossimo obbligati per default ad essere accondiscendenti con le misure prese per contrastarne i rischi. L’avevano compreso fin dal primo conflitto mondiale i giovani della Federazione giovanile socialista che diedero vita alla frazione intransigente del PSI poi divenuta, di fatto, la frazione comunista di Livorno. Fu il disfattismo rivoluzionario a guidare i giovani socialisti nella loro lotta alla guerra e al collaborazionismo, anche quando questa si travestì da “collaborazione nell’ora del pericolo” e dei soccorsi umanitari, dopo Caporetto, nei confronti dei profughi veneti investiti dalle armate austro-tedesche5.
Roba vecchia per qualcuno, ma estremamente attuale per chi voglia opporsi a tutte le strategie messe in atto per far rientrare le dissidenze nel “dolce” alveo della compatibilità sistemica.
Ma allora, qualcuno penserà, non dovremo più aiutare le popolazioni colpite da disastri e calamità? Dovremmo rifiutare la solidarietà attiva ai migranti in fuga? Certo che no, ma questo andrà fatto, e questa è un’altra assunzione di responsabilità oggi troppo spesso ignorata, non dimenticando mai di denunciare gli artefici dei disastri (militari o naturali), le cause intimamente legate al profitto e all’interesse privato oppure alla concorrenza imperialistica e, soprattutto, attraverso una propria organizzazione ovunque questo sarà possibile.
Non ci interessa scimmiottare la Croce Rossa, i boy-scouts o la Chiesa; ci interessa, sempre e comunque, tenere aperto ed allargare il conflitto sociale.
Allora, l’analisi che deve interessare il militante rivoluzionario non è quella che cerca il pelo nell’uovo della teoria o si piega alla ragion di stato per evitare di far danno dove non è competente. L’unica analisi che ci deve interessare è quella che parte dalla situazione data per coglierne le fragilità e agire su esse; il nostro unico cruccio deve essere sempre quello di spezzare le maglie del dominio; siamo gli irriducibili nemici di questo mondo, ogni sua debolezza deve essere sfruttata.
Quindi, il campo di battaglia che ci si dà è quello dell’Emergenza in quanto attore imprevisto che nell’arco di poco tempo ed alle soglie di una crisi finanziaria, politica e militare macroscopica, è in grado di gettare nel panico la classe dirigente mettendola in crisi sulla sua capacità di gestione della catastrofe. Vero che il rischio fa parte del capitalismo, vero anche che il rischio e il capitalismo non escludano il fallimento.
L’allarmismo emergenziale serve spesso per giustificare tutto e per “sorprendere” il pubblico6. Ma il perenne e catastrofico accumularsi di emergenza su emergenza ci parla anche dell’impossibilità di mantenere in piedi questo modo di produzione, anzitutto, nel momento in cui il suo primato sulla vita mette in pericolo anche sé stesso e disvela tutta la sua fragilità: il colosso cinese che rischia di andare in pezzi per una brutta influenza è un’immagine abbastanza rivelatrice.
Nella necessità di trovare una soluzione alle emergenze, si finisce sì per sperimentare tecniche assolute di controllo della vita ma anche per minare lo stesso modo di produzione capitalistico che si vuole proteggere. Ed ecco allora gli attori finanziari strepitare, le borse colare a picco, i capi di Stato rassicurare i mercati. La prima emergenza è in casa del nemico.
Da qui vediamo come di giorno in giorno la situazione di caos istituzionale, retto quasi soltanto dall’autoritarismo e dalla militarizzazione dimostra ben più di quanto si è detto a proposito del contenimento sociale. Da tempo, non a caso, si parla di guerra civile come unica risposta degli Stati alle richieste dei movimenti e dei cittadini, intesa come pacificazione, repressione e militarizzazione dei territori e delle risposte istituzionali: questo perché sono stati svuotati di qualsiasi funzione parlamentare, politica, economica autonoma e affidati soltanto alle decisioni prese in altri consessi7.
Motivo per cui di fronte ad ogni imprevisto e al conflitto rimangono in piedi soltanto grazie al collante dell’autoritarismo e dei provvedimenti eccezionali come la militarizzazione dei territori.
La figura dello Stato fa quindi, per ora, da parafulmine al capitale, e questo “stato d’emergenza” ci parla del suo agire in campo come attore obbligato a governare la catastrofe, ma la crisi di cui è vittima ormai da tempo si rende fortemente visibile nel momento in cui il controllo del territorio e la compressione delle libertà sono gli unici strumenti di cui dispone mentre non riesce a garantirsi una via d’uscita dal problema; le necessarie misure di contenimento finiscono per frammentare il consesso delle grandi potenze e così indebolire anche le indicazioni di quegli organismi sovranazionali che si trovano in condizione di difficoltà nel trasmetterle attraverso una catena del comando fattasi, velocemente, assai ingarbugliata. Inoltre, la difficoltà gestionale dell’emergenza a cui non si era preparati, il suo inserirsi in una sequenza accelerata e perenne di emergenze, fa sì che si aprano delle falle nel dispositivo in cui è possibile far filtrare il bacillo della sovversione.
Ecco un compito per noi, quello del disfattismo anticapitalistico.
Qui entriamo su di un piano molto materiale e vediamo che il terreno del conflitto risiede in quell’insubordinazione spontanea che parte dalle necessità di vita. Sta anche qui, e non solo nell’azione statale, il disvelamento della guerra civile in atto, la lotta per le risorse e le possibilità di vita: non è la paura del controllo o di un golpe biopolitico a scatenare l’inimicizia, è il fatto che ci chiudono in casa e ci vietano di uscire ma non sono in grado di fornirci, fino ad ora, assistenza medica né approvvigionamenti; è il fatto che hanno massacrato il SSN fino a trovarsi incapaci di fare dei banali tamponi agli infermieri8; è il fatto che ci chiudono le scuole, le università, i cinema, i musei, vietano gli spostamenti ma comunque ci costringono a lavorare ed esporci al rischio senza niente di più in cambio; è il fatto che nell’emergenza ne approfitti il vampiro del mercato alzando i prezzi dei beni necessari senza che tra le misure ritenute draconiane ci sia un calmiere dei prezzi.
Questa risposta non può che generare scontento, conflitto e necessità di auto-organizzazione, è qui che si deve inserire l’antagonista militante per coltivare l’ostilità e il malcontento, organizzare la deflagrazione sociale. Ad esempio, denunciando le condizioni e appoggiando oggi le richieste di coloro che sono in prima linea; come quelle espresse dai medici che denunciano apertamente gli scarsi mezzi messi a disposizione di chi col coronavirus deve fare i conti in ambulatorio e negli ospedali. Attaccando quella sanità privata che nell’emergenza si è rivelata fino ad oggi totalmente inutile e latitante.
Oppure rivendicando la salvaguardia del salario e del posto di lavoro per tutti i lavoratori dipendenti delle aziende toccate dalla crisi epidemica, denunciando il tentativo di abbassare il primo e di modificare le condizioni di lavoro, magari attraverso una ulteriore parcellizzazione e precarizzazione dello stesso per mezzo della diffusione del telelavoro, anche per la fase successiva all’epidemia. Contrastando ogni tentativo di ridurre gli spazi di lotta come, di fatto, impone la richiesta della Commissione di garanzia per una moratoria degli scioperi fino al 31 marzo (qui). Oppure, ancora, organizzando il blocco dei flussi e la ridistribuzione autonoma delle merci e dei beni su cui speculano gli sciacalli, i centri commerciali lasciati aperti quando si è fatto divieto di manifestare e, in genere, il mercato dove lo Stato ha preferito tutelare l’accumulazione di capitale.
Indagando, per esempio, quanto l’azione incrociata di Erdogan e Unione Europea (insuperabile nella sua ipocrisia) stia portando alla formazione di una nuova coscienza comune tra gli emigranti di diverse, e spesso ostili, nazionalità9. Sedimentata nei lager in cui per troppo tempo sono stati rinchiusi e saldata dall’azione comune concreta più che dalle vuote promesse di solidarietà provenienti da chi li sfrutta e imprigiona o li respinge e dalla reazione alla violenza degli apparati e delle ronde fasciste di Alba Dorata. Una coscienza, che si muove a prescindere dalla solidarietà dei movimenti europei ma che ci parla di forte conflittualità spontanea e autodeterminazione e ci impone, una volta per tutte, a ripensare un approccio politico rivoluzionario al fenomeno delle migrazioni e del loro soggetto cardine.
Al di là di tutti gli altri esempi che si potrebbero fare, ciò che occorre sottolineare è proprio questo: di fronte allo sgretolarsi degli Stati e dei loro rappresentanti partitici l’unica alternativa ragionevole, se non unica, è quella dell’auto-organizzazione politica dei territori e dei movimenti che li abitano, la costruzione delle sue articolazioni su scala globale. Purtroppo oggi molti, che stanno nei movimenti e sui territori, si abbandonano ancora a riflessioni riduttive, quasi mai di carattere generale ma, al massimo, massimaliste. Sembra che per troppo tempo il movimento antagonista si sia abituato a non assumersi le piene responsabilità che l’attuale situazione dei rapporti sociali dovrebbe imporre.
È nelle pieghe della quotidianità del dominio che stanno le possibilità da cogliere e da organizzare; lo stato d’emergenza, in questo senso, non fa che esasperare e mettere a nudo un dispositivo che è in atto quotidianamente in maniera sibillina, mentre la catastrofe, per quanto discorso governamentale che richiama a ubbidienza e unità, lascia intravedere tutta la debolezza dei sovrani, è il canto del cigno che ne precede la morte e apre possibilità di collasso che, a chi tiene ferma la bussola dell’abbattimento della modernità capitalista, sono un tesoro da saccheggiare rapidamente.
Tutto il resto sono sciocchezze dettate dal timore di affrontare il nemico vero su scala globale e nella maniera più adatta. Che non può più essere quella del parlamentarismo, della democrazia rappresentativa borghese o del pianto sulle vittime, né tanto meno della difesa debole degli ultimi ridotti rimasti a quello che un tempo chiamavamo Movimento.
Dobbiamo uscire una volta per tutte da questa psicosi dell’emergenza continua che ci fa rincorrere, come novelli giornalisti d’accatto, le notizie delle prime pagine che fanno più rumore. Il nostro pensiero strategico deve tagliare e attraversare di netto questa coltre di emergenze e colpire il nemico in profondità, nella sua intima catastrofe10 .
Il parto della civiltà capitalistica, in prossimità del XVI secolo, fu anticipato da doglie che agitarono un plurisecolare periodo di guerre, rivolte, saccheggi di nuovi continenti, cambiamenti climatici11 ed epidemie12 che Albrecht Dürer seppe cogliere nelle xilografie realizzate per illustrare l’Apocalisse di Giovanni nel 1498.
Sapremo fare altrettanto incidendo nelle lotte e nelle coscienze l’immagine della società futura di cui già da tempo avvertiamo i dolori delle doglie e i movimenti tellurici che l’annunciano?
Abbiamo di nuovo bisogno di eroismo collettivo, di determinazione infrangibile e instancabile, di intelligenza strategica, di lucidità e presa di distanza da tutto ciò che ancora rappresenta la miserabile eredità del modo di produzione attuale. Se è vero che viviamo nel tempo degli stati d’eccezione e delle emergenze permanenti, allora la regola di fondo che ci guida è una sola: uscire dall’emergenza e saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità.
Note:
1) Si pensi soltanto al presidente di Confindustria, Boccia, che continua in questi giorni a soffiare sul fuoco delle Grandi Opere Inutili e Dannose (ma ritenute necessarie per il rilancio dell’economia), confermando il discorso sviluppato, già a partire dagli anni ’50, da Amadeo Bordiga sulla stretta interconnessione tra dinamica capitalistica, sciacallaggio economico e catastrofi “naturali”- A. Bordiga, Drammi, gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra editore, Milano 1978
2) Sulla possibile “creazione” del Covid-19 in laboratorio si veda qui
3) Qui invece due recenti articoli tratti da «Repubblica» e dal «Corriere» sulle paure americane
4) Si veda, ad esempio, lo strappo istituzionale voluto da Macron e dal premier, Edouard Philippe per far passare all’Assemblea nazionale, il 1° marzo, la legge sulle pensioni, approfittando del divieto di manifestare indetto per “fronteggiare” il Coronavirus
5) Si veda in proposito: L. Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno editrice, Roma 2019
6) È di queste ore la “sorpresa” per la vittoria di Biden nel Super-tuesday elettorale americano, come se già non si sapesse che Biden è l’unico candidato ammissibile per l’establishment americano, sia democratico che non
7) Di cui, per altro, anche gli europeisti più convinti cominciano a dubitare:
“Oggi l’Unione Europea rischia di essere travolta da due emergenze globali […] La prima è l’epidemia di coronavirus. La seconda la nuova crisi dei migranti riaperta dalla Turchia, che usa i profughi siriani come arma di ricatto […] Entrambe le crisi sono figlie del fallimento degli stati nazionali nell’affrontare emergenze che sarebbero di loro competenza. Le politiche sanitarie non prevedono una gestione comune, così come la sorveglianza delle frontiere esterne e dei flussi migratori rientra nella sovranità delle capitali, che da tempo non riescono a intendersi su una linea di condotta unica. Ma le emergenze non rispettano i trattati europei. Così, dopo che ogni governo della Ue ha cercato di fermare l’epidemia per conto proprio, tutti si devono tardivamente arrendere al fatto che il contagio è un problema comune. Ma questo non basta a decidere di centralizzare la lotta al virus a livello europeo, proprio a causa dell’incertezza su come agire. Qual’è il punto di equilibrio tra la tutela della salute difesa dell’economia e della vita sociale delle nostre comunità? Poiché nessuno conosce la risposta, ognuno pensa di avere la propria verità in tasca e vuole applicarla a modo suo” (Andrea Bonanni, Due crisi, stesso fallimento, la Repubblica 2 marzo 2020)
8) Si vedano qui le conseguenze del taglio della spesa sanitaria proprio nel Lodigiano e qui più in generale su quello lombardo
9) “Arrampicata sul ramo più alto, nella campagna tra la turca Edirne e la regione greca dell’antica Tracia, la vedetta afghana sa che dipende tutto dal suo segnale. Non si va più in solitaria. La coalizione dei respinti si è data una strategia. Per una volta i contrasti etnici, le scazzottate negli accampamenti tra pachistani e indiani, le gelosie tra afghani e iraniani, la diffidenza dei somali, la malinconia dei siriani, lasciano il posto ad un’alleanza inedita […] si sono dispiegati lungo chilometri e chilometri di frontiera. Impossibile per le guardie greche sigillare il confine” Nello Scavo, Bastonate e spari sui migranti in fuga dalla Turchia alla Grecia, Avvenire 3 marzo 2020
10) L’etimologia della parola catastrofe è da ricondurre al verbo greco καταστρέϕω (katastrepho) = io capovolgo. Da tale verbo, il sostantivo καταστροϕή (katastrophé) = capovolgimento, ribaltamento, stravolgimento...
11) Il termine fu utilizzato dagli scrittori greci per indicare un esito spesso imprevisto, ma sempre disastroso, doloroso e luttuoso del dramma o di una qualche impresa, fatto o accadimento umano o naturale. Così, la parola catastrofe, che di per sé sarebbe stata di valenza neutra, indicando semplicemente un radicale e spesso repentino cambiamento della situazione, fu utilizzata, sin dall’antichità come sinonimo di sciagura, disastro, rovina, distruzione... A noi il compito di reinterpretarlo nel suo genuino significato di cambiamento radicale
12) Si veda, per il clima del XVI secolo e la cosiddetta “piccola glaciazione”, Le Roy Ladurie, Tempo di festa, tempo di carestia. Storia del clima dall’anno mille, Einaudi, Torino 1982
13) Per il peso che cambiamento climatico ed epidemie ebbero invece nel contesto della fine dell’impero romano, si veda il recentissimo Kyle Harper, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, Einaudi, Torino 2019
Fonte
04/03/2020
Cosa temono i servizi segreti? Il conflitto di ritorno, prima ancora che il ritorno del conflitto
Con qualche giorno di ritardo sulla scadenza di febbraio, gli apparati di sicurezza dello Stato hanno presentato la loro relazione annuale al Parlamento esaminando le minacce alla sicurezza nell’anno appena trascorso.
Come al solito la relazione è molto interessante sia quando esamina il quadro internazionale – con particolare attenzione sulle tensioni e i conflitti in Medio Oriente e le minacce dei gruppi jihadisti – sia quando valuta le minacce alla stabilità economica (anche se la competenza degli apparati non arriva a mettere in evidenza i danni provocati ad esempio dai vincoli della Ue sulla destabilizzazione dell’economia italiana, ndr).
Ma i capitoli che ormai da anni destano la nostra attenzione, sono quelli dedicati alla cosiddetta “eversione”.
Cinque pagine e mezzo vengono dedicate alla minaccia rappresentata dagli anarchici, dai marxisti-leninisti e dai movimenti antagonisti e due paginette alla destra radicale (questa volta però appare più ridotto il doppio standard che avevamo denunciato gli scorsi anni).
Il modello di repressione preventiva contro i conflitti sociali – un modello che abbiamo definito più “sabaudo” che fascista – sembra aver dato i suoi frutti. In tal senso sembra essere stato molto efficace il combinato disposto tra il modello dei decreti sicurezza di Minniti e quello di Salvini.
Nella visione delle vecchie barbe finte e dei giovani disgregatori che monitorano – da fuori e da dentro – le attività delle organizzazioni della sinistra di classe e antagonista, colpiscono da un lato la sensazione di non aver ormai troppi grattacapi sui conflitti sociali nel paese, dall’altro la preoccupazione sul ripresentarsi di una contro-narrazione sull’antagonismo politico e sociale nel paese, una sorta di conflitto di ritorno sul piano ideologico e storico. In particolare gli apparati di sicurezza sembrano “aver fiutato” l’indebolimento dell’incantesimo rimozionale creato dal sistema dominante e la curiosità delle nuove generazioni nei confronti della lapide di piombo posta sulla storia del conflitto sociale e politico dei decenni precedenti. Il tentativo di chiudere la storia dentro lo schema delle classi vincenti criminalizzando quelle perdenti, potrebbe non funzionare più di fronte alla fine delle illusioni dei più giovani sulle magnifiche sorti progressive del capitalismo e delle sue espressioni politiche ed ideologiche di dominio sulla società.
Scrivono infatti i servizi di sicurezza che: “L’attività di costante monitoraggio informativo assicurata dal Comparto intelligence ha rilevato, in linea di continuità con gli ultimi anni, il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti. La propaganda si è in particolare rivolta, in un’ottica di proselitismo, a un uditorio giovanile, con un occhio di riguardo alla composita area dell’antagonismo di sinistra, sulle cui sensibilità risulta tarata una lettura trasversale, in chiave rivoluzionaria, dell’“antifascismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“antimilitarismo” nonché delle questioni correlate al disagio sociale, dall’emergenza abitativa a quella migratoria, passando per le criticità del mondo del lavoro”.
Ma oltre al conflitto di ritorno sul piano della narrazione storica e della visione ideologica, ai servizi di sicurezza dello Stato non sfuggono le possibilità di “ritorno del conflitto” sulla base della accresciute e irrisolte contraddizioni sociali alle quali il sistema dominante non può, e non vuole, dare risposte di segno popolare.
Sulle questioni del mondo del lavoro, i servizi di sicurezza scrivono che : “A quest’ultimo riguardo, l’interesse dei circuiti marxisti-leninisti verso delicate vertenze occupazionali in atto sul territorio si è tradotto in tentativi – peraltro rimasti tali – di influenzare le rivendicazioni dei lavoratori per favorirne una trasposizione su un piano di conflitto politico-ideologico, nel segno della contrapposizione al “sistema di produzione capitalistico”.
Altro scenario monitorato è quello della solidarietà internazionalista. Nella relazione dei servizi si segnala come “Si è mantenuta elevata, inoltre, l’attenzione delle componenti d’area verso lo scenario estero – specie in relazione alla questione palestinese e alla “resistenza curda” nel Rojava – cui si è guardato secondo la tradizionale visione “anti-imperialista”. Sono del pari proseguiti i contatti con formazioni straniere della medesima matrice ideologica impegnate in campagne di solidarietà a “rivoluzionari prigionieri”. Ed ancora: “Non è mancato, infine, anche da parte di tali ambienti, l’interesse nei confronti della situazione cilena, analizzata in connessione con le contestazioni registratesi in Libano, in Ecuador, ad Haiti, ad Hong Kong e in Francia. Proteste che, sotto la lente dell’internazionalismo marxista-leninista, sono viste come concreti segnali di una crisi globale del “capitalismo” e, come tali, quali altrettanti indicatori della perdurante validità di ideologia e prassi rivoluzionaria”.
Le “tre A” del movimento antagonista”
Antifascismo, antimilitarismo e ambientalismo sembrano essere i terreni su cui gli apparati di sicurezza monitorano con maggiore attenzione e preoccupazione l’iniziativa del movimento antagonista. Scrivono infatti che: “Pur tradizionalmente fluido ed eterogeneo, il fronte del dissenso antagonista è parso trovare momenti di coesione nelle mobilitazioni sviluppate attorno a tre temi: l’“antifascismo” (declinato principalmente come opposizione alle politiche di sicurezza e alla gestione dei flussi migratori), l’“antimilitarismo” e l’ambientalismo, nel cui ambito è riemersa la significativa valenza antisistema della “lotta No TAV”.
In questo contesto, l’intelligence ha continuato a rilevare i tentativi delle più agguerrite formazioni antagoniste d’inserirsi in contestazioni, come quelle promosse dai cd. Fronti del No contro la realizzazione di grandi opere infrastrutturali, per radicalizzarne le istanze. Ne è un esempio la protesta in Val di Susa, che in estate ha fatto registrare un ritorno a pratiche violente, come attestato dagli incidenti occorsi nella notte tra il 20 e il 21 luglio al cantiere di Chiomonte (TO).
L’antagonismo ha mostrato interesse anche per le mobilitazioni indette a livello internazionale sulla questione del cambiamento climatico: sul terreno, partecipando a manifestazioni in varie città, in alcuni casi tradottesi in blocchi temporanei all’ingresso di stabilimenti di carburante e di raffinerie; sul piano propagandistico, ponendo strumentalmente in connessione ambientalismo, interessi economici di multinazionali del comparto militare ed energetico e questione migratoria, in una logica di contrapposizione tra “Occidente neo-colonialista e imperialista” e “sfruttati del Terzo Mondo”. Sono stati colti, altresì, segnali di rilancio della campagna antimilitarista, che ha seguitato a distinguersi per un accentuato respiro internazionalista, con pulsioni anti-NATO declinate in diverse iniziative di protesta in occasione delle celebrazioni del 4 aprile per il 70° anniversario dell’Alleanza Atlantica”.
Le organizzazioni fasciste
Quando si arriva a parlare dei gruppi neofascisti, i servizi segreti riescono sempre a prenderla alla larga. Molta attenzione su quanto avviene negli altri paesi, poca attenzione su quello che i fascisti combinano nel nostro paese. È scritto infatti nel capitolo dedicato alla destra radicale che “L’attività degli Organismi informativi in direzione della destra radicale ha necessariamente tenuto conto di uno scenario di fondo che, confermando gli allarmi lanciati nei più qualificati consessi internazionali d’intelligence, ha fatto registrare gravissimi attentati – a partire da quello di Christchurch del 15 marzo – e una molteplicità di episodi di violenza motivati dall’intolleranza religiosa e dall’odio razziale. Tali eventi hanno testimoniato l’emergere di insidiosi rigurgiti neonazisti, favorito da una strisciante, ma pervasiva propaganda virtuale attraverso dedicate piattaforme online, impiegate per veicolare documenti, immagini e video di stampo suprematista, razzista e xenofobo. Il fenomeno, che nella sua dimensione associativa presenta numeri contenuti, alimenta soprattutto – in analogia con quanto avviene nell’ambito della radicalizzazione jihadista – percorsi individuali di adesione al messaggio oltranzista. I profili più esposti, come emerge dalla casistica delle azioni, sono quelli dei più giovani, maggiormente vulnerabili ad una retorica che, da un lato, esalta il passaggio all’azione quale unica via per “mutare l’ordine delle cose”, dall’altro, offre un recinto identitario in cui riconoscersi ed esaltarsi.”
Dopo questo pippotto su quello che i nazifascisti combinano all’estero, i servizi di sicurezza devono ammettere che: “In relazione al quadro delineato, l’attenzione dell’intelligence non ha mancato di considerare il rischio che anche ristretti circuiti militanti o singoli simpatizzanti italiani possano subire la fascinazione dell’opzione violenta. Ciò, pure alla luce dell’inedito scenario disvelato da diverse operazioni di polizia nei confronti di ambienti filo-nazisti. Il monitoraggio informativo ha posto in luce come, accanto a formazioni strutturate e ben radicate sul territorio, si sia mossa una nebulosa di realtà skinhead ed aggregazioni minori, alcune delle quali attive soltanto sul web. Una galassia militante frammentata, che si è caratterizzata per una comunanza di visione su alcuni temi, quali la rivendicazione identitaria e l’avversione all’immigrazione, al multiculturalismo e alle Istituzioni europee, oltre che per momenti di corale, quanto estemporanea, convergenza in occasione di appuntamenti politico-culturali e commemorativi sul “fascismo delle origini”.
Inutile rammentare, come le principali preoccupazioni sottolineate nella relazione siano quelle di ordine pubblico per la contrapposizione nelle periferie metropolitane tra le organizzazioni della sinistra di classe e le incursioni fasciste. “Le maggiori compagini, cronicamente attraversate da dissidi interni ed impegnate in processi di riorganizzazione, hanno proseguito nell’opera di accreditamento e inserimento nel tessuto sociale, con iniziative propagandistiche e mobilitative, specie nelle periferie urbane, volte a coinvolgere i contesti giovanili e le fasce popolari più svantaggiate, cavalcando tensioni e problematiche socio-economiche, legate all’emergenza abitativa e occupazionale, alla questione migratoria e alla sicurezza. Una inclinazione, non nuova, ad innestarsi sulle situazioni di disagio, polarizzandole, che non ha mancato di produrre effetti rilevanti per l’ordine pubblico, come avvenuto nella Capitale, nei casi in cui le contestazioni contro i centri di accoglienza e l’assegnazione di alloggi a stranieri e Rom sono sfociate in scontri di piazza”.
Per i servizi segreti, il problema è l’invasione di campo dei gruppi neofascisti sulle questioni sociali che li contrappone ai gruppi di sinistra presenti sui territori metropolitani. “Proprio l’impegno su tematiche sociali e su materie tradizionalmente appannaggio dell’antagonismo di sinistra e, ancor più, la decisa opposizione ai flussi migratori, declinata con un registro chiaramente xenofobo e razzista, hanno alimentato dinamiche fortemente conflittuali con la militanza di opposto segno ideologico, tradottesi in reciproche provocazioni ed aggressioni”.
A parte l’attenzione sui gruppi skinhead (anche se i fascisti più aggressivi spesso hanno i capelli sulla testa, su quello che ci sia dentro il giudizio è più perentorio, ndr), colpisce il fatto che di almeno tre operazioni condotte nel 2019 che hanno portato al ritrovamento di arsenali e di reti neofasciste, la relazione, in una apposita scheda, ne citi solo una: “Tra le operazioni di polizia condotte nel 2019 in direzione di soggetti e gruppi di dichiarato orientamento nazi-fascista, specifica menzione meritano le indagini sfociate, il 28 novembre, nell’esecuzione, da parte della Polizia di Stato, di 20 decreti di perquisizione domiciliare emessi dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta a carico di altrettanti soggetti, indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere. L’inchiesta – che ha interessato le città di Torino, Cuneo, Milano, Monza Brianza, Bergamo, Cremona, Padova, Verona, Vicenza, Genova, Imperia, Livorno, Messina, Siracusa e Nuoro – ha portato all’arresto di 3 persone e al sequestro di armi, munizioni, documenti apologetici e pubblicazioni sul nazional-socialismo hitleriano, bandiere naziste e simboli delle SS. L’attività ha permesso di evidenziare l’intenzione di dar vita ad un “Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori” attestato su posizioni dichiaratamente filo-naziste, xenofobe e antisemite”.
Insomma del missile trovato ad un ex (?) di Forza Nuova a Torino o dell’arsenale rinvenuto nel senese non vi è traccia. Eppure sono stati trovati e ci sono stati degli arresti.
Nella seconda parte della relazione viene poi pubblicato il “Documento sulla Sicurezza Nazionale” dedicato soprattutto alle minacce informatiche e alla cyber sicurezza, un dossier che da tempo i servizi segreti seguono con molta attenzione e che sta portando anche ingenti finanziamenti statali su questo fronte. Allo “Stato della minaccia cibernetica” sono dedicate molte pagine.
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Come al solito la relazione è molto interessante sia quando esamina il quadro internazionale – con particolare attenzione sulle tensioni e i conflitti in Medio Oriente e le minacce dei gruppi jihadisti – sia quando valuta le minacce alla stabilità economica (anche se la competenza degli apparati non arriva a mettere in evidenza i danni provocati ad esempio dai vincoli della Ue sulla destabilizzazione dell’economia italiana, ndr).
Ma i capitoli che ormai da anni destano la nostra attenzione, sono quelli dedicati alla cosiddetta “eversione”.
Cinque pagine e mezzo vengono dedicate alla minaccia rappresentata dagli anarchici, dai marxisti-leninisti e dai movimenti antagonisti e due paginette alla destra radicale (questa volta però appare più ridotto il doppio standard che avevamo denunciato gli scorsi anni).
Il modello di repressione preventiva contro i conflitti sociali – un modello che abbiamo definito più “sabaudo” che fascista – sembra aver dato i suoi frutti. In tal senso sembra essere stato molto efficace il combinato disposto tra il modello dei decreti sicurezza di Minniti e quello di Salvini.
Nella visione delle vecchie barbe finte e dei giovani disgregatori che monitorano – da fuori e da dentro – le attività delle organizzazioni della sinistra di classe e antagonista, colpiscono da un lato la sensazione di non aver ormai troppi grattacapi sui conflitti sociali nel paese, dall’altro la preoccupazione sul ripresentarsi di una contro-narrazione sull’antagonismo politico e sociale nel paese, una sorta di conflitto di ritorno sul piano ideologico e storico. In particolare gli apparati di sicurezza sembrano “aver fiutato” l’indebolimento dell’incantesimo rimozionale creato dal sistema dominante e la curiosità delle nuove generazioni nei confronti della lapide di piombo posta sulla storia del conflitto sociale e politico dei decenni precedenti. Il tentativo di chiudere la storia dentro lo schema delle classi vincenti criminalizzando quelle perdenti, potrebbe non funzionare più di fronte alla fine delle illusioni dei più giovani sulle magnifiche sorti progressive del capitalismo e delle sue espressioni politiche ed ideologiche di dominio sulla società.
Scrivono infatti i servizi di sicurezza che: “L’attività di costante monitoraggio informativo assicurata dal Comparto intelligence ha rilevato, in linea di continuità con gli ultimi anni, il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti. La propaganda si è in particolare rivolta, in un’ottica di proselitismo, a un uditorio giovanile, con un occhio di riguardo alla composita area dell’antagonismo di sinistra, sulle cui sensibilità risulta tarata una lettura trasversale, in chiave rivoluzionaria, dell’“antifascismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“antimilitarismo” nonché delle questioni correlate al disagio sociale, dall’emergenza abitativa a quella migratoria, passando per le criticità del mondo del lavoro”.
Ma oltre al conflitto di ritorno sul piano della narrazione storica e della visione ideologica, ai servizi di sicurezza dello Stato non sfuggono le possibilità di “ritorno del conflitto” sulla base della accresciute e irrisolte contraddizioni sociali alle quali il sistema dominante non può, e non vuole, dare risposte di segno popolare.
Sulle questioni del mondo del lavoro, i servizi di sicurezza scrivono che : “A quest’ultimo riguardo, l’interesse dei circuiti marxisti-leninisti verso delicate vertenze occupazionali in atto sul territorio si è tradotto in tentativi – peraltro rimasti tali – di influenzare le rivendicazioni dei lavoratori per favorirne una trasposizione su un piano di conflitto politico-ideologico, nel segno della contrapposizione al “sistema di produzione capitalistico”.
Altro scenario monitorato è quello della solidarietà internazionalista. Nella relazione dei servizi si segnala come “Si è mantenuta elevata, inoltre, l’attenzione delle componenti d’area verso lo scenario estero – specie in relazione alla questione palestinese e alla “resistenza curda” nel Rojava – cui si è guardato secondo la tradizionale visione “anti-imperialista”. Sono del pari proseguiti i contatti con formazioni straniere della medesima matrice ideologica impegnate in campagne di solidarietà a “rivoluzionari prigionieri”. Ed ancora: “Non è mancato, infine, anche da parte di tali ambienti, l’interesse nei confronti della situazione cilena, analizzata in connessione con le contestazioni registratesi in Libano, in Ecuador, ad Haiti, ad Hong Kong e in Francia. Proteste che, sotto la lente dell’internazionalismo marxista-leninista, sono viste come concreti segnali di una crisi globale del “capitalismo” e, come tali, quali altrettanti indicatori della perdurante validità di ideologia e prassi rivoluzionaria”.
Le “tre A” del movimento antagonista”
Antifascismo, antimilitarismo e ambientalismo sembrano essere i terreni su cui gli apparati di sicurezza monitorano con maggiore attenzione e preoccupazione l’iniziativa del movimento antagonista. Scrivono infatti che: “Pur tradizionalmente fluido ed eterogeneo, il fronte del dissenso antagonista è parso trovare momenti di coesione nelle mobilitazioni sviluppate attorno a tre temi: l’“antifascismo” (declinato principalmente come opposizione alle politiche di sicurezza e alla gestione dei flussi migratori), l’“antimilitarismo” e l’ambientalismo, nel cui ambito è riemersa la significativa valenza antisistema della “lotta No TAV”.
In questo contesto, l’intelligence ha continuato a rilevare i tentativi delle più agguerrite formazioni antagoniste d’inserirsi in contestazioni, come quelle promosse dai cd. Fronti del No contro la realizzazione di grandi opere infrastrutturali, per radicalizzarne le istanze. Ne è un esempio la protesta in Val di Susa, che in estate ha fatto registrare un ritorno a pratiche violente, come attestato dagli incidenti occorsi nella notte tra il 20 e il 21 luglio al cantiere di Chiomonte (TO).
L’antagonismo ha mostrato interesse anche per le mobilitazioni indette a livello internazionale sulla questione del cambiamento climatico: sul terreno, partecipando a manifestazioni in varie città, in alcuni casi tradottesi in blocchi temporanei all’ingresso di stabilimenti di carburante e di raffinerie; sul piano propagandistico, ponendo strumentalmente in connessione ambientalismo, interessi economici di multinazionali del comparto militare ed energetico e questione migratoria, in una logica di contrapposizione tra “Occidente neo-colonialista e imperialista” e “sfruttati del Terzo Mondo”. Sono stati colti, altresì, segnali di rilancio della campagna antimilitarista, che ha seguitato a distinguersi per un accentuato respiro internazionalista, con pulsioni anti-NATO declinate in diverse iniziative di protesta in occasione delle celebrazioni del 4 aprile per il 70° anniversario dell’Alleanza Atlantica”.
Le organizzazioni fasciste
Quando si arriva a parlare dei gruppi neofascisti, i servizi segreti riescono sempre a prenderla alla larga. Molta attenzione su quanto avviene negli altri paesi, poca attenzione su quello che i fascisti combinano nel nostro paese. È scritto infatti nel capitolo dedicato alla destra radicale che “L’attività degli Organismi informativi in direzione della destra radicale ha necessariamente tenuto conto di uno scenario di fondo che, confermando gli allarmi lanciati nei più qualificati consessi internazionali d’intelligence, ha fatto registrare gravissimi attentati – a partire da quello di Christchurch del 15 marzo – e una molteplicità di episodi di violenza motivati dall’intolleranza religiosa e dall’odio razziale. Tali eventi hanno testimoniato l’emergere di insidiosi rigurgiti neonazisti, favorito da una strisciante, ma pervasiva propaganda virtuale attraverso dedicate piattaforme online, impiegate per veicolare documenti, immagini e video di stampo suprematista, razzista e xenofobo. Il fenomeno, che nella sua dimensione associativa presenta numeri contenuti, alimenta soprattutto – in analogia con quanto avviene nell’ambito della radicalizzazione jihadista – percorsi individuali di adesione al messaggio oltranzista. I profili più esposti, come emerge dalla casistica delle azioni, sono quelli dei più giovani, maggiormente vulnerabili ad una retorica che, da un lato, esalta il passaggio all’azione quale unica via per “mutare l’ordine delle cose”, dall’altro, offre un recinto identitario in cui riconoscersi ed esaltarsi.”
Dopo questo pippotto su quello che i nazifascisti combinano all’estero, i servizi di sicurezza devono ammettere che: “In relazione al quadro delineato, l’attenzione dell’intelligence non ha mancato di considerare il rischio che anche ristretti circuiti militanti o singoli simpatizzanti italiani possano subire la fascinazione dell’opzione violenta. Ciò, pure alla luce dell’inedito scenario disvelato da diverse operazioni di polizia nei confronti di ambienti filo-nazisti. Il monitoraggio informativo ha posto in luce come, accanto a formazioni strutturate e ben radicate sul territorio, si sia mossa una nebulosa di realtà skinhead ed aggregazioni minori, alcune delle quali attive soltanto sul web. Una galassia militante frammentata, che si è caratterizzata per una comunanza di visione su alcuni temi, quali la rivendicazione identitaria e l’avversione all’immigrazione, al multiculturalismo e alle Istituzioni europee, oltre che per momenti di corale, quanto estemporanea, convergenza in occasione di appuntamenti politico-culturali e commemorativi sul “fascismo delle origini”.
Inutile rammentare, come le principali preoccupazioni sottolineate nella relazione siano quelle di ordine pubblico per la contrapposizione nelle periferie metropolitane tra le organizzazioni della sinistra di classe e le incursioni fasciste. “Le maggiori compagini, cronicamente attraversate da dissidi interni ed impegnate in processi di riorganizzazione, hanno proseguito nell’opera di accreditamento e inserimento nel tessuto sociale, con iniziative propagandistiche e mobilitative, specie nelle periferie urbane, volte a coinvolgere i contesti giovanili e le fasce popolari più svantaggiate, cavalcando tensioni e problematiche socio-economiche, legate all’emergenza abitativa e occupazionale, alla questione migratoria e alla sicurezza. Una inclinazione, non nuova, ad innestarsi sulle situazioni di disagio, polarizzandole, che non ha mancato di produrre effetti rilevanti per l’ordine pubblico, come avvenuto nella Capitale, nei casi in cui le contestazioni contro i centri di accoglienza e l’assegnazione di alloggi a stranieri e Rom sono sfociate in scontri di piazza”.
Per i servizi segreti, il problema è l’invasione di campo dei gruppi neofascisti sulle questioni sociali che li contrappone ai gruppi di sinistra presenti sui territori metropolitani. “Proprio l’impegno su tematiche sociali e su materie tradizionalmente appannaggio dell’antagonismo di sinistra e, ancor più, la decisa opposizione ai flussi migratori, declinata con un registro chiaramente xenofobo e razzista, hanno alimentato dinamiche fortemente conflittuali con la militanza di opposto segno ideologico, tradottesi in reciproche provocazioni ed aggressioni”.
A parte l’attenzione sui gruppi skinhead (anche se i fascisti più aggressivi spesso hanno i capelli sulla testa, su quello che ci sia dentro il giudizio è più perentorio, ndr), colpisce il fatto che di almeno tre operazioni condotte nel 2019 che hanno portato al ritrovamento di arsenali e di reti neofasciste, la relazione, in una apposita scheda, ne citi solo una: “Tra le operazioni di polizia condotte nel 2019 in direzione di soggetti e gruppi di dichiarato orientamento nazi-fascista, specifica menzione meritano le indagini sfociate, il 28 novembre, nell’esecuzione, da parte della Polizia di Stato, di 20 decreti di perquisizione domiciliare emessi dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta a carico di altrettanti soggetti, indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere. L’inchiesta – che ha interessato le città di Torino, Cuneo, Milano, Monza Brianza, Bergamo, Cremona, Padova, Verona, Vicenza, Genova, Imperia, Livorno, Messina, Siracusa e Nuoro – ha portato all’arresto di 3 persone e al sequestro di armi, munizioni, documenti apologetici e pubblicazioni sul nazional-socialismo hitleriano, bandiere naziste e simboli delle SS. L’attività ha permesso di evidenziare l’intenzione di dar vita ad un “Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori” attestato su posizioni dichiaratamente filo-naziste, xenofobe e antisemite”.
Insomma del missile trovato ad un ex (?) di Forza Nuova a Torino o dell’arsenale rinvenuto nel senese non vi è traccia. Eppure sono stati trovati e ci sono stati degli arresti.
Nella seconda parte della relazione viene poi pubblicato il “Documento sulla Sicurezza Nazionale” dedicato soprattutto alle minacce informatiche e alla cyber sicurezza, un dossier che da tempo i servizi segreti seguono con molta attenzione e che sta portando anche ingenti finanziamenti statali su questo fronte. Allo “Stato della minaccia cibernetica” sono dedicate molte pagine.
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27/01/2020
Regionali: trionfo delle sardine, prima sconfitta per Salvini
di nique la police
Cominciamo dalle elezioni calabresi: alla fine un partito in declino irreversibile come Forza Italia ha piazzato un presidente di regione e può accreditare la sconfitta in Emilia ai due partiti alleati e alle loro strategie. Il voto emiliano invece emette verdetti piuttosto chiari: si tratta di una vittoria delle sardine, intese come main sponsor del centrosinistra, e della prima vera sconfitta della Lega di Salvini. Basta ripercorrere la situazione di inizio autunno per rendersene conto: Salvini aveva radunato per le regionali una coalizione che partiva, dati delle europee alla mano, con almeno cinque punti di vantaggio sul centrosinistra e che si stava attrezzando per una campagna elettorale aggressiva sui social e sul campo. Con l’esplosione del movimento delle sardine – in piazza, sui social e sui media alleati – l’elettorato di centrosinistra si è prima compattato al proprio interno e poi ha recuperato punti, consenso, posizioni.
È evidente che questo movimentismo a fianco del centrosinistra – basato su una strategia di comunicazione adeguata, banale quanto semplice, low cost e diretta – era quello che mancava agli antagonisti di Salvini fino ad oggi politicamente ingessati e incomprensibili dal punto di vista comunicativo.
Naturalmente il centrosinistra, con questa iniezione di consenso cambierà poco: rimarrà sui territori un nesso politico liberista, legato a esternalizzazioni, revisioni al ribasso della spesa pubblica, centralizzato nelle scelte reali e condizionato, quando non legato, dalle scelte di grandi sponsor privati. E anche vero che, per il centrosinistra, si apre giocoforza una stagione di ricambio generazionale non solo nelle persone ma anche nel peso della comunicazione dal basso nell’organizzazione politica: la sfida, a occhio, è quella di allargare il consenso senza rivedere i limiti che il liberismo ha dato alla politica dagli anni ’90.
Per Salvini si tratta della prima vera sconfitta politica. Vedremo, e questo pare il punto più importante, quanto il dispositivo di propaganda di Salvini – il vero patrimonio politico del “capitano” – saprà adeguarsi a questa sconfitta. Un punto è certo: Salvini si nutre del disagio diffuso del paese, disagio che in Emilia è ampio e riguarda gli aggregati urbani sotto i sessanta-ottantamila abitanti ma non è sufficiente per vincere. Anzi, ad un certo punto Salvini ha rappresentato la ragione, e lo farà in altre occasioni elettorali, che tiene davvero insieme, per reazione, un movimento come le sardine. Certo, l’Italia non è solo l’Emilia per cui di sacche di disagio per aspirare consenso Salvini ne troverà abbastanza e di nuove. Anche qui, vedremo, intanto la marcia trionfale di uno dei peggiori partiti dell’Italia repubblicana si è fermata... persino a Bibbiano dove il centrosinistra ha preso il 60 per cento.
Visto che il governo Conte, con il suo minimalismo politico, ha passato anche questa prova due parole sul Movimento 5 stelle: nessuno del gruppo dirigente attuale è in grado di invertire la tendenza alla dissoluzione che si sta manifestando. Trasformare un cartello elettorale fatto di rappresentanza elettorale ai movimenti (dalla Tav al Tap) e alle correnti d’opinione (da quella più forcaiole a quelle più libertarie) in partito politico compatibile con le prescrizioni della governance europea era una impresa desiderabile una volta occupati i ministeri ma anche impossibile. Il futuro è, se il 5 stelle non implode, quello di un partito d'opinione, sotto il dieci per centro, satellite del centrosinistra rinnovato.
Quanto ai movimenti più radicali è evidente che solo una profonda, per certi versi drammatica, innovazione nel merito e nel metodo del fare politica può dare loro un ruolo. Altrimenti, una società in crisi permanente ma complessa come la nostra concede il solo spazio del lamento testimoniale senza reali vie d’uscita.
Fonte
Cominciamo dalle elezioni calabresi: alla fine un partito in declino irreversibile come Forza Italia ha piazzato un presidente di regione e può accreditare la sconfitta in Emilia ai due partiti alleati e alle loro strategie. Il voto emiliano invece emette verdetti piuttosto chiari: si tratta di una vittoria delle sardine, intese come main sponsor del centrosinistra, e della prima vera sconfitta della Lega di Salvini. Basta ripercorrere la situazione di inizio autunno per rendersene conto: Salvini aveva radunato per le regionali una coalizione che partiva, dati delle europee alla mano, con almeno cinque punti di vantaggio sul centrosinistra e che si stava attrezzando per una campagna elettorale aggressiva sui social e sul campo. Con l’esplosione del movimento delle sardine – in piazza, sui social e sui media alleati – l’elettorato di centrosinistra si è prima compattato al proprio interno e poi ha recuperato punti, consenso, posizioni.
È evidente che questo movimentismo a fianco del centrosinistra – basato su una strategia di comunicazione adeguata, banale quanto semplice, low cost e diretta – era quello che mancava agli antagonisti di Salvini fino ad oggi politicamente ingessati e incomprensibili dal punto di vista comunicativo.
Naturalmente il centrosinistra, con questa iniezione di consenso cambierà poco: rimarrà sui territori un nesso politico liberista, legato a esternalizzazioni, revisioni al ribasso della spesa pubblica, centralizzato nelle scelte reali e condizionato, quando non legato, dalle scelte di grandi sponsor privati. E anche vero che, per il centrosinistra, si apre giocoforza una stagione di ricambio generazionale non solo nelle persone ma anche nel peso della comunicazione dal basso nell’organizzazione politica: la sfida, a occhio, è quella di allargare il consenso senza rivedere i limiti che il liberismo ha dato alla politica dagli anni ’90.
Per Salvini si tratta della prima vera sconfitta politica. Vedremo, e questo pare il punto più importante, quanto il dispositivo di propaganda di Salvini – il vero patrimonio politico del “capitano” – saprà adeguarsi a questa sconfitta. Un punto è certo: Salvini si nutre del disagio diffuso del paese, disagio che in Emilia è ampio e riguarda gli aggregati urbani sotto i sessanta-ottantamila abitanti ma non è sufficiente per vincere. Anzi, ad un certo punto Salvini ha rappresentato la ragione, e lo farà in altre occasioni elettorali, che tiene davvero insieme, per reazione, un movimento come le sardine. Certo, l’Italia non è solo l’Emilia per cui di sacche di disagio per aspirare consenso Salvini ne troverà abbastanza e di nuove. Anche qui, vedremo, intanto la marcia trionfale di uno dei peggiori partiti dell’Italia repubblicana si è fermata... persino a Bibbiano dove il centrosinistra ha preso il 60 per cento.
Visto che il governo Conte, con il suo minimalismo politico, ha passato anche questa prova due parole sul Movimento 5 stelle: nessuno del gruppo dirigente attuale è in grado di invertire la tendenza alla dissoluzione che si sta manifestando. Trasformare un cartello elettorale fatto di rappresentanza elettorale ai movimenti (dalla Tav al Tap) e alle correnti d’opinione (da quella più forcaiole a quelle più libertarie) in partito politico compatibile con le prescrizioni della governance europea era una impresa desiderabile una volta occupati i ministeri ma anche impossibile. Il futuro è, se il 5 stelle non implode, quello di un partito d'opinione, sotto il dieci per centro, satellite del centrosinistra rinnovato.
Quanto ai movimenti più radicali è evidente che solo una profonda, per certi versi drammatica, innovazione nel merito e nel metodo del fare politica può dare loro un ruolo. Altrimenti, una società in crisi permanente ma complessa come la nostra concede il solo spazio del lamento testimoniale senza reali vie d’uscita.
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03/09/2019
Tra Salvini e Open society: il futuro dell’anticapitalismo nell’inverno della sinistra
Unione europea, questione nazionale e migranti hanno scavato
l’ennesimo solco nella sinistra radicale. Eppure questo decennio di
contrapposizione (esclusivamente) intellettuale lascia dietro di sé
macerie su cui costruire ben poco. Non saremo forse di fronte a false flags su cui ci accaniamo in assenza di lotte di classe dal basso? Favorito dalla chiacchiera social, ben
presto il confronto è scaduto sul piano della scomunica: “rossobruni”
contro “dirittoumanisti” è l’unico terreno di confronto, il punto di
mediazione è l’anatema vicendevole. Siamo davvero sicuri che da ciò
potrà nascere qualcosa di fecondo nella piccola ridotta
dell’anticapitalismo italiano? È lecito dubitarne. La polarizzazione ha
invece schiacciato le due posizioni a ridosso l’una del “sovranismo”
reazionario, l’altra del liberalismo illuminato, fronte entro cui
trovano posto il Pd, la Chiesa di Francesco e le Ong quali modus ideologico
dell’attivismo umanitario. Portare acqua al mulino altrui, soprattutto
quando questo è nel caso o nell’altro chiaramente avverso alle sorti di
una società migliore, può costituire una strategia? Il dubbio, fin
troppo evidente, impone una verifica di ciò che siamo diventati,
riconoscendo preliminarmente però un dato di fatto: in assenza di lotte
di classe (cioè di lotte politiche, non di vertenze sindacali), questa
esasperata conflittualità avviene su di un piano irrilevante. Non ci
stiamo giocando nessuna partita politica: perché dunque tanto amore per
la scomunica? Forse perché, consapevoli di
ciò, sappiamo di giocare senza farci male, simulando una dialettica che
in altri tempi avrebbe avuto una sostanza, e oggi è solo ritualità. Qui
c’è bisogno di demolire gli idoli che di volta in volta innalziamo a
difesa delle nostre ragioni, che molto spesso si rilevano parziali,
incomplete, inefficaci.
Bisogna dunque sottoporre a verifica molti dei topos di questo decennio triste. Il populismo elettoralmente e culturalmente trionfante ha scardinato il giochetto entro cui, tutto sommato, vivacchiavamo: da una parte il babau berlusconiano, dall’altra il fronte progressista. La “battaglia di civiltà” avveniva entro un continuum più o meno chiaro: il Pds-Ds, erede del Pci, era a sinistra di Forza Italia, della Lega Nord e di tutto il resto del carrozzone reazionario. Si poteva criticare e combattere, ma entro un tradizionale quadro di rapporti politici che resisteva almeno dal secondo dopoguerra: la sinistra radicale dei movimenti anticapitalisti; la sinistra radicale dei partiti confluiti in Democrazia proletaria prima e in Rifondazione comunista poi; la sinistra riformista (e poi socialdemocratica) del Pci-Pds; e poi le varie destre, dalla Dc a Forza Italia e via degradando. Dentro questo quadro i riferimenti politico-culturali erano immediati e le alleanze rispondevano a una tattica comprensibile. Con la caduta del Muro, l’accelerazione europeista e la nascita del Pd quale soggetto politico (idealmente) cardine del liberalismo del paese, versione aggiornata di una Democrazia cristiana sfrondata della destra andreottiana, a venire meno è il quadro sinteticamente tratteggiato. Il Pd non ricopre più il ruolo della “sinistra riformista”, le sue differenze con la destra altrettanto “riformista” vengono meno, nuove fratture politico-culturali irrompono nel pensiero medio della società italiana, si frantumano i rapporti di rappresentanza tra settori sociali e referenti politici, l’intero schema delle relazioni politiche viene travolto da nuove sfide a cui la sinistra risponde impreparata e disorientata. Ragiona ancora oggi, questa sinistra “radicale”, secondo uno schema secondo-novecentesco venuto completamente meno. Sublimando l’irrilevanza con la ricerca di un “menopeggio” che però non è più quello di ieri. Premessa la discutibilità di una tattica simile, che ricerca fuori da sé le ragioni della propria sopravvivenza, se si sbaglia anche l’analisi poi la tattica elementare (fuori di metafora: accordarsi col Pd per combattere il “sovranismo” reazionario) finisce per amplificare il problema più che ridurlo.
L’Unione europea è davvero il terreno principale sul quale riproporre l’eterna querelle tra “riformisti” e “rivoluzionari”? Per molto tempo lo abbiamo pensato. Ancora oggi, pensiamo che la costruzione europeista risponda ad una necessità di lungo periodo del capitalismo continentale che va combattuta e non favorita, perché regressiva e non progressiva (“oggettivamente” parlando, s’intende, se ha ancora senso ricercare nei fenomeni storici una loro necessità che prescinde dalle intenzioni di chi li mette in opera). Credere che possa sussistere o determinarsi una contraddizione tra la proiezione ideologico-culturale della Ue (il cosmopolitismo delle élite sociali del continente funzionale al superamento delle costruzioni statuali-nazionali) e la sua sostanza economica (la Ue come strumento di governo delle contraddizioni della globalizzazione da parte del grande capitale franco-tedesco), e pensare che agendo su questa contraddizione si possa infine condizionare la sostanza economica stessa della Ue (come pensa il coro della “altra Europa”, variamente articolato), vuole dire non aver compreso (colpevolmente o meno) che il piano dei rapporti culturali è determinato in ultima istanza dai fattori economici alla base della costruzione della stessa Ue. Non c’è contraddizione tra l’internazionalismo dei capitali e il rivestimento retorico attraverso cui viene presentata la Ue come contraria al nazionalismo statuale. Credere che il piano economico stia pervertendo il “sogno” europeista fa retrocedere la nostra capacità d’analisi a molti decenni prima dell’opera di Marx ed Engels, che svelava per l’appunto la relazione necessaria tra la realtà e le forme ideologiche mistificate attraverso cui essa si presenta.
Se questo però è il quadro “macro”, al livello della nostra capacità d’intervento tale piano si presenta come eccessivamente astratto. Corretto, ma scollegato dalle lotte reali. Che, giustamente, dovrebbero contenere dentro di sé una critica alle ragioni ultime del modello produttivo, e quindi anche una critica della Ue, ma che appunto riguarda tali ragioni ultime, e non le prime. Non le premesse. E invece il fronte antieuropeista – nel quale ci schieriamo anche noi – utilizza l’analisi della Ue e il suo carattere reazionario come premessa, come condizione basilare della propria politica “rivoluzionaria” (concetto al momento disattivato, che utilizziamo solo per capirci). Un decennio di sperimentazione in tal senso non ha prodotto i risultati sperati. Sebbene una certa critica della Ue sia effettivamente un “fatto di massa”, fatto proprio – ancorché nelle forme necessariamente mistificate che la fase politica consente – da grandi parti di popolazione sconfitta e impoverita dalla globalizzazione, questo stesso fatto è racchiuso in altre critiche, che si esprimono riguardo ad altri problemi, che agiscono su piani diversi. Sebbene, per fare un esempio, gran parte dell’elettorato leghista o grillino covi questo malessere verso la Ue, una manifestazione apertamente antieuropeista coinvolgerebbe probabilmente molto meno “popolo” di quello che elettoralmente affida al duopolio populista le ragioni di questa critica. I motivi possono essere molti, quello che è importante rilevare è che questa dinamica vale anche per noi. Dunque, dopo un decennio di dispute accademiche e para-intellettuali sul ruolo della Ue, bisogna riconoscere che queste non hanno prodotto nient’altro che cataste di libri invenduti, di convegni di provincia, di presenzialismo mediatico, malinconica autopromozione social, più utile alle ragioni dell’europeismo che alla sua critica. D’altronde, viene da pensare, se la lotta alla Ue viene veicolata mediaticamente da personaggi quali Fassina e Fusaro, forse è meglio tenersi stretti Junker e Draghi che finire governati dai deliri parodistico-intellettuali di Bagnai e compagnia. Eppure Bagnai, a sua insaputa, è al governo. Ma ci sta contro l’idea che stia lì perché è simbolo della critica alla Ue. Sta lì perché il meccanismo politico della Lega (e in questo Salvini si è rivelato politico sagace, nonostante la sua dilettantesca gestione della crisi governativa) è riuscito nell’impresa di dare voce ai problemi reali attraverso una critica delle questioni generali (problemi “reali” non vuol dire problemi “veri”, ma problemi effettivamente esistenti e così percepiti da parte della popolazione).
Le contorsioni europeiste hanno riattivato da un decennio anche la questione nazionale, considerata sepolta dalla convergenza continentale e dalle politiche liberali-liberiste dello scorso ventennio. Relegare tale questione alla destra, sulla scorta dei cristianraimo di turno, vuol dire garantire sine die l’egemonia culturale della destra stessa, che riesce a mettere in relazione le questioni generali coi problemi immediati della popolazione, ovviamente a suo modo, cioè stravolgendone i significati. Eppure il problema è più ampio. Non si tratta di consegnare alla destra il privilegio di saper parlare agli ultimi, ai poveri, agli sconfitti. Significa decidere di non capire la società, opponendo alla realtà il proprio piano ideologico.
Le scienze sociali dell’ultimo trentennio ci hanno spiegato che lo Stato non va esaurendo il suo ruolo, e che anzi la costruzione europeista nella globalizzazione impone un ruolo maggiore, più pressante, coercitivo, giuridico, repressivo dello Stato stesso, che aumenta la propria forza più che disperderla. L’ordoliberalismo è la traiettoria che impone allo Stato di estendere i suoi poteri, di farli più pervicaci e pervasivi, perché di fronte a forze economiche incontrollabili o lo Stato estende i suoi poteri o è destinato alla dissoluzione, fenomeno questo che terrorizza il capitalismo molto più dei suoi critici. A venire meno è il “carattere nazionale”, cioè il suo ruolo economico, lo Stato come agente pianificatore. Il passaggio è il riflesso diretto della fine delle lotte di classe in Occidente. Erano quelle che imponevano un ruolo statuale-nazionale di regolazione tra politica ed economica. Il keynesismo è concepibile solo in virtù di lotte anticapitaliste, che obbligavano il Capitale e razionalizzarsi, seppure parzialmente. Venute meno le lotte, a venire meno è la necessità del Capitale di mediare con se stesso attraverso la regolazione pubblica. Ecco perché la “scomparsa della nazione” non si traduce in scomparsa dello Stato, ma riflette la scomparsa delle lotte di classe. È dunque un fatto di destra, non di sinistra. Viceversa, la richiesta di “più nazione”, che prorompe sconclusionatamente dalle retoriche populiste fatte proprie da molta parte della popolazione, non va combattuta tout court, non va negata indeterminatamente, perché promuove un messaggio che in sé non è reazionario, anche se fatto proprio da forze reazionarie per il motivo di cui sopra: perché riescono a fare oggi quello che la sinistra riusciva a fare qualche decennio fa, cioè mettere in relazione i problemi generali con quelli immediati. Decretare la regressività di questo processo significa cedere alle narrazioni dominanti dell’epoca, quelle del cosmopolitismo borghese che presenta come progressiva la liberazione dei (pochi) freni che ancora oggi legano forzatamente i flussi dell’economia ai territori e alle popolazioni, cioè alla politica. Questo il motivo del ritorno della questione nazionale, decisamente più profondo delle intemerate intellettualistiche della sinistra liberal che accredita come fascismo qualsiasi richiesta di “più Stato”, cioè più intervento pubblico, più politiche di controllo, regolazione e irreggimentazione delle dinamiche economiche. Se la razionalizzazione dei processi produttivi, cioè l’economia al servizio dell’uomo e non viceversa, è un fatto di sinistra, questa non può che essere promossa da una pianificazione, operazione che richiede per definizione un pianificatore, cioè una forza pubblica che decide cosa si può fare e cosa non si deve fare, come produrre e come non produrre, dove destinare le risorse materiali della società e dove non destinarle, e via dicendo. L’autoregolazione delle forze economiche, in tal senso, non può avvenire in presenza di economia privata. Serve un potere coercitivo esterno e collettivo.
Eppure, anche qua, chi ha tentato di resistere alla vulgata globalista ha finito per accodarsi alle retoriche della destra, accettando di fatto le forzature retoriche “sovraniste” in nome di una tradizione che non esiste, e che semmai rimanda a taluni passaggi tattici della fase declinante del Pci. Che, per l’appunto, non è “la tradizione”, ma una vicenda particolare del comunismo italiano, nella fase in cui non era più comunismo. Sebbene infatti la storia del Pci può essere valutata in blocco, almeno dal ’44 in avanti, bisogna pur essere coscienti che questo “blocco” è in realtà attraversato da continue evoluzioni, interne e internazionali. Non ripercorreremo, per ragioni di spazio e di interesse, questa storia. Quel che invece può essere colto in questa sede, è che la “tradizione” a cui si fa riferimento è quella del Pci avviato alla convergenza nazionale prima e al consociativismo politico dopo, un partito che cerca di uscire dallo spavento degli anni Settanta accantonando definitivamente l’idea di una società diversa, socialista – anche nella sua versione “riformistico-strutturale” – integrandosi perfettamente non solo nel “palazzo”, e cioè nella politica italiana nella versione peggiore, ma anche con la liberaldemocrazia. Il Pci è infatti transitato, senza traumi significativi, senza strappi determinanti, da partito comunista ma non rivoluzionario – quello cioè di Gramsci e Togliatti – al partito liberaldemocratico di Berlinguer e Natta, senza attraversare la fase socialdemocratica. Il Pci e la sua classe dirigente sono divenuti la classe dirigente liberale del paese, non solo ormai integrata ma protagonista della politiche liberali e liberiste del paese dagli anni Ottanta in poi (e certo poi perdendo ogni dignità dagli anni Novanta). Ecco, la “tradizione” a cui si rimanda riguardo alle “politiche forti” su sovranità e statualità nazionale, rispetto del diritto, e persino oggi con la questione migrante, fanno riferimento a questo Pci, non all’idea storica del Pci, che è qualcosa di più vasto e di meno macchiettistico. A suo volta, questa storia non è la storia del comunismo novecentesco, ma una sua particolare e sintomatica vicenda, troppo particolare per essere generalizzata. Insomma, per farla breve: aggrapparsi al ruolo costituzionale del Pci per appoggiare da sinistra politiche di destra significa costruire una narrazione storicamente falsata per fini speculativi dell’attualità. Potrebbe essere anche comprensibile, l’idea cioè di presentare come “di sinistra” politiche di destra, eliminandone l’aspetto razzista per salvaguardarne il proposito “regolativo”. Il problema è che non può riuscire: una politica di destra avrà sempre e comunque più forza (almeno elettorale) se portata avanti dalla destra. Tra l’originale e la fotocopia, l’elettore sceglie sempre l’originale, più coerente, meno spaventato dall’eresia (che per lui non è tale).
Dunque tocca inventarci qualche cosa, perché se la sinistra cosmopolita non funziona, in quanto articolazione culturale della destra economica, non funziona neanche la sinistra sovranista, in quanto anch’essa articolazione culturale della destra. Cambiando l’ordine dei fattori non cambia il risultato, cioè la subalternità politico-ideologica alla destra. Le soluzioni a questi problemi non verranno però da una riflessione scritta. Non solo perché non c’è nessun Marx in giro a “darci la linea”, ma perché questa non può che venire dalle lotte, e dall’autoriflessione che il pensiero rivoluzionario più consapevole può trarre da queste stesse lotte. Il problema allora è starci nelle lotte di classe. E qui si presenta il primo fattore dirimente. In questo decennio chi ha abbandonato (e in qualche modo giustamente) le stanche ritualità del movimentismo italiano, il suo pensiero dominante tanto nelle assemblee quanto nei dipartimenti universitari (un significativo specchio di questa egemonia), ha poi abbandonato anche il terreno delle lotte reali. Viceversa, chi anima le poche e raffazzonate lotte (ma questo va ancora più in merito di chi non si è arreso) non riesce a escogitare il nesso tra l’immediata rilevanza dei problemi quotidiani (siano essi sindacali, territoriali, eccetera) e le soluzioni che possono qualificarci solo su di un piano generale, universale. La sinistra non ha risposte semplici a problemi complessi (terreno della destra), ma risposte complesse ai problemi immediati. Ma questi due capi della vicenda vanno tenuti insieme, ed è questa la difficoltà oggi. Vale anche per la questione migrante, soggiogata tra l’incudine del razzismo sovranista e il martello dell’accoglienza umanitaria. Finché questi due estremi continueranno a non trovare collegamento, le sorti della sinistra nel nostro paese rimarranno tali, di cartello elettorale in cartello elettorale, alla disperata ricerca di qualche deputato che possa farci svoltare la carrierina politica o il restauro del centro sociale. Non sta funzionando, non può funzionare. Torniamo a pensare veramente.
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Bisogna dunque sottoporre a verifica molti dei topos di questo decennio triste. Il populismo elettoralmente e culturalmente trionfante ha scardinato il giochetto entro cui, tutto sommato, vivacchiavamo: da una parte il babau berlusconiano, dall’altra il fronte progressista. La “battaglia di civiltà” avveniva entro un continuum più o meno chiaro: il Pds-Ds, erede del Pci, era a sinistra di Forza Italia, della Lega Nord e di tutto il resto del carrozzone reazionario. Si poteva criticare e combattere, ma entro un tradizionale quadro di rapporti politici che resisteva almeno dal secondo dopoguerra: la sinistra radicale dei movimenti anticapitalisti; la sinistra radicale dei partiti confluiti in Democrazia proletaria prima e in Rifondazione comunista poi; la sinistra riformista (e poi socialdemocratica) del Pci-Pds; e poi le varie destre, dalla Dc a Forza Italia e via degradando. Dentro questo quadro i riferimenti politico-culturali erano immediati e le alleanze rispondevano a una tattica comprensibile. Con la caduta del Muro, l’accelerazione europeista e la nascita del Pd quale soggetto politico (idealmente) cardine del liberalismo del paese, versione aggiornata di una Democrazia cristiana sfrondata della destra andreottiana, a venire meno è il quadro sinteticamente tratteggiato. Il Pd non ricopre più il ruolo della “sinistra riformista”, le sue differenze con la destra altrettanto “riformista” vengono meno, nuove fratture politico-culturali irrompono nel pensiero medio della società italiana, si frantumano i rapporti di rappresentanza tra settori sociali e referenti politici, l’intero schema delle relazioni politiche viene travolto da nuove sfide a cui la sinistra risponde impreparata e disorientata. Ragiona ancora oggi, questa sinistra “radicale”, secondo uno schema secondo-novecentesco venuto completamente meno. Sublimando l’irrilevanza con la ricerca di un “menopeggio” che però non è più quello di ieri. Premessa la discutibilità di una tattica simile, che ricerca fuori da sé le ragioni della propria sopravvivenza, se si sbaglia anche l’analisi poi la tattica elementare (fuori di metafora: accordarsi col Pd per combattere il “sovranismo” reazionario) finisce per amplificare il problema più che ridurlo.
L’Unione europea è davvero il terreno principale sul quale riproporre l’eterna querelle tra “riformisti” e “rivoluzionari”? Per molto tempo lo abbiamo pensato. Ancora oggi, pensiamo che la costruzione europeista risponda ad una necessità di lungo periodo del capitalismo continentale che va combattuta e non favorita, perché regressiva e non progressiva (“oggettivamente” parlando, s’intende, se ha ancora senso ricercare nei fenomeni storici una loro necessità che prescinde dalle intenzioni di chi li mette in opera). Credere che possa sussistere o determinarsi una contraddizione tra la proiezione ideologico-culturale della Ue (il cosmopolitismo delle élite sociali del continente funzionale al superamento delle costruzioni statuali-nazionali) e la sua sostanza economica (la Ue come strumento di governo delle contraddizioni della globalizzazione da parte del grande capitale franco-tedesco), e pensare che agendo su questa contraddizione si possa infine condizionare la sostanza economica stessa della Ue (come pensa il coro della “altra Europa”, variamente articolato), vuole dire non aver compreso (colpevolmente o meno) che il piano dei rapporti culturali è determinato in ultima istanza dai fattori economici alla base della costruzione della stessa Ue. Non c’è contraddizione tra l’internazionalismo dei capitali e il rivestimento retorico attraverso cui viene presentata la Ue come contraria al nazionalismo statuale. Credere che il piano economico stia pervertendo il “sogno” europeista fa retrocedere la nostra capacità d’analisi a molti decenni prima dell’opera di Marx ed Engels, che svelava per l’appunto la relazione necessaria tra la realtà e le forme ideologiche mistificate attraverso cui essa si presenta.
Se questo però è il quadro “macro”, al livello della nostra capacità d’intervento tale piano si presenta come eccessivamente astratto. Corretto, ma scollegato dalle lotte reali. Che, giustamente, dovrebbero contenere dentro di sé una critica alle ragioni ultime del modello produttivo, e quindi anche una critica della Ue, ma che appunto riguarda tali ragioni ultime, e non le prime. Non le premesse. E invece il fronte antieuropeista – nel quale ci schieriamo anche noi – utilizza l’analisi della Ue e il suo carattere reazionario come premessa, come condizione basilare della propria politica “rivoluzionaria” (concetto al momento disattivato, che utilizziamo solo per capirci). Un decennio di sperimentazione in tal senso non ha prodotto i risultati sperati. Sebbene una certa critica della Ue sia effettivamente un “fatto di massa”, fatto proprio – ancorché nelle forme necessariamente mistificate che la fase politica consente – da grandi parti di popolazione sconfitta e impoverita dalla globalizzazione, questo stesso fatto è racchiuso in altre critiche, che si esprimono riguardo ad altri problemi, che agiscono su piani diversi. Sebbene, per fare un esempio, gran parte dell’elettorato leghista o grillino covi questo malessere verso la Ue, una manifestazione apertamente antieuropeista coinvolgerebbe probabilmente molto meno “popolo” di quello che elettoralmente affida al duopolio populista le ragioni di questa critica. I motivi possono essere molti, quello che è importante rilevare è che questa dinamica vale anche per noi. Dunque, dopo un decennio di dispute accademiche e para-intellettuali sul ruolo della Ue, bisogna riconoscere che queste non hanno prodotto nient’altro che cataste di libri invenduti, di convegni di provincia, di presenzialismo mediatico, malinconica autopromozione social, più utile alle ragioni dell’europeismo che alla sua critica. D’altronde, viene da pensare, se la lotta alla Ue viene veicolata mediaticamente da personaggi quali Fassina e Fusaro, forse è meglio tenersi stretti Junker e Draghi che finire governati dai deliri parodistico-intellettuali di Bagnai e compagnia. Eppure Bagnai, a sua insaputa, è al governo. Ma ci sta contro l’idea che stia lì perché è simbolo della critica alla Ue. Sta lì perché il meccanismo politico della Lega (e in questo Salvini si è rivelato politico sagace, nonostante la sua dilettantesca gestione della crisi governativa) è riuscito nell’impresa di dare voce ai problemi reali attraverso una critica delle questioni generali (problemi “reali” non vuol dire problemi “veri”, ma problemi effettivamente esistenti e così percepiti da parte della popolazione).
Le contorsioni europeiste hanno riattivato da un decennio anche la questione nazionale, considerata sepolta dalla convergenza continentale e dalle politiche liberali-liberiste dello scorso ventennio. Relegare tale questione alla destra, sulla scorta dei cristianraimo di turno, vuol dire garantire sine die l’egemonia culturale della destra stessa, che riesce a mettere in relazione le questioni generali coi problemi immediati della popolazione, ovviamente a suo modo, cioè stravolgendone i significati. Eppure il problema è più ampio. Non si tratta di consegnare alla destra il privilegio di saper parlare agli ultimi, ai poveri, agli sconfitti. Significa decidere di non capire la società, opponendo alla realtà il proprio piano ideologico.
Le scienze sociali dell’ultimo trentennio ci hanno spiegato che lo Stato non va esaurendo il suo ruolo, e che anzi la costruzione europeista nella globalizzazione impone un ruolo maggiore, più pressante, coercitivo, giuridico, repressivo dello Stato stesso, che aumenta la propria forza più che disperderla. L’ordoliberalismo è la traiettoria che impone allo Stato di estendere i suoi poteri, di farli più pervicaci e pervasivi, perché di fronte a forze economiche incontrollabili o lo Stato estende i suoi poteri o è destinato alla dissoluzione, fenomeno questo che terrorizza il capitalismo molto più dei suoi critici. A venire meno è il “carattere nazionale”, cioè il suo ruolo economico, lo Stato come agente pianificatore. Il passaggio è il riflesso diretto della fine delle lotte di classe in Occidente. Erano quelle che imponevano un ruolo statuale-nazionale di regolazione tra politica ed economica. Il keynesismo è concepibile solo in virtù di lotte anticapitaliste, che obbligavano il Capitale e razionalizzarsi, seppure parzialmente. Venute meno le lotte, a venire meno è la necessità del Capitale di mediare con se stesso attraverso la regolazione pubblica. Ecco perché la “scomparsa della nazione” non si traduce in scomparsa dello Stato, ma riflette la scomparsa delle lotte di classe. È dunque un fatto di destra, non di sinistra. Viceversa, la richiesta di “più nazione”, che prorompe sconclusionatamente dalle retoriche populiste fatte proprie da molta parte della popolazione, non va combattuta tout court, non va negata indeterminatamente, perché promuove un messaggio che in sé non è reazionario, anche se fatto proprio da forze reazionarie per il motivo di cui sopra: perché riescono a fare oggi quello che la sinistra riusciva a fare qualche decennio fa, cioè mettere in relazione i problemi generali con quelli immediati. Decretare la regressività di questo processo significa cedere alle narrazioni dominanti dell’epoca, quelle del cosmopolitismo borghese che presenta come progressiva la liberazione dei (pochi) freni che ancora oggi legano forzatamente i flussi dell’economia ai territori e alle popolazioni, cioè alla politica. Questo il motivo del ritorno della questione nazionale, decisamente più profondo delle intemerate intellettualistiche della sinistra liberal che accredita come fascismo qualsiasi richiesta di “più Stato”, cioè più intervento pubblico, più politiche di controllo, regolazione e irreggimentazione delle dinamiche economiche. Se la razionalizzazione dei processi produttivi, cioè l’economia al servizio dell’uomo e non viceversa, è un fatto di sinistra, questa non può che essere promossa da una pianificazione, operazione che richiede per definizione un pianificatore, cioè una forza pubblica che decide cosa si può fare e cosa non si deve fare, come produrre e come non produrre, dove destinare le risorse materiali della società e dove non destinarle, e via dicendo. L’autoregolazione delle forze economiche, in tal senso, non può avvenire in presenza di economia privata. Serve un potere coercitivo esterno e collettivo.
Eppure, anche qua, chi ha tentato di resistere alla vulgata globalista ha finito per accodarsi alle retoriche della destra, accettando di fatto le forzature retoriche “sovraniste” in nome di una tradizione che non esiste, e che semmai rimanda a taluni passaggi tattici della fase declinante del Pci. Che, per l’appunto, non è “la tradizione”, ma una vicenda particolare del comunismo italiano, nella fase in cui non era più comunismo. Sebbene infatti la storia del Pci può essere valutata in blocco, almeno dal ’44 in avanti, bisogna pur essere coscienti che questo “blocco” è in realtà attraversato da continue evoluzioni, interne e internazionali. Non ripercorreremo, per ragioni di spazio e di interesse, questa storia. Quel che invece può essere colto in questa sede, è che la “tradizione” a cui si fa riferimento è quella del Pci avviato alla convergenza nazionale prima e al consociativismo politico dopo, un partito che cerca di uscire dallo spavento degli anni Settanta accantonando definitivamente l’idea di una società diversa, socialista – anche nella sua versione “riformistico-strutturale” – integrandosi perfettamente non solo nel “palazzo”, e cioè nella politica italiana nella versione peggiore, ma anche con la liberaldemocrazia. Il Pci è infatti transitato, senza traumi significativi, senza strappi determinanti, da partito comunista ma non rivoluzionario – quello cioè di Gramsci e Togliatti – al partito liberaldemocratico di Berlinguer e Natta, senza attraversare la fase socialdemocratica. Il Pci e la sua classe dirigente sono divenuti la classe dirigente liberale del paese, non solo ormai integrata ma protagonista della politiche liberali e liberiste del paese dagli anni Ottanta in poi (e certo poi perdendo ogni dignità dagli anni Novanta). Ecco, la “tradizione” a cui si rimanda riguardo alle “politiche forti” su sovranità e statualità nazionale, rispetto del diritto, e persino oggi con la questione migrante, fanno riferimento a questo Pci, non all’idea storica del Pci, che è qualcosa di più vasto e di meno macchiettistico. A suo volta, questa storia non è la storia del comunismo novecentesco, ma una sua particolare e sintomatica vicenda, troppo particolare per essere generalizzata. Insomma, per farla breve: aggrapparsi al ruolo costituzionale del Pci per appoggiare da sinistra politiche di destra significa costruire una narrazione storicamente falsata per fini speculativi dell’attualità. Potrebbe essere anche comprensibile, l’idea cioè di presentare come “di sinistra” politiche di destra, eliminandone l’aspetto razzista per salvaguardarne il proposito “regolativo”. Il problema è che non può riuscire: una politica di destra avrà sempre e comunque più forza (almeno elettorale) se portata avanti dalla destra. Tra l’originale e la fotocopia, l’elettore sceglie sempre l’originale, più coerente, meno spaventato dall’eresia (che per lui non è tale).
Dunque tocca inventarci qualche cosa, perché se la sinistra cosmopolita non funziona, in quanto articolazione culturale della destra economica, non funziona neanche la sinistra sovranista, in quanto anch’essa articolazione culturale della destra. Cambiando l’ordine dei fattori non cambia il risultato, cioè la subalternità politico-ideologica alla destra. Le soluzioni a questi problemi non verranno però da una riflessione scritta. Non solo perché non c’è nessun Marx in giro a “darci la linea”, ma perché questa non può che venire dalle lotte, e dall’autoriflessione che il pensiero rivoluzionario più consapevole può trarre da queste stesse lotte. Il problema allora è starci nelle lotte di classe. E qui si presenta il primo fattore dirimente. In questo decennio chi ha abbandonato (e in qualche modo giustamente) le stanche ritualità del movimentismo italiano, il suo pensiero dominante tanto nelle assemblee quanto nei dipartimenti universitari (un significativo specchio di questa egemonia), ha poi abbandonato anche il terreno delle lotte reali. Viceversa, chi anima le poche e raffazzonate lotte (ma questo va ancora più in merito di chi non si è arreso) non riesce a escogitare il nesso tra l’immediata rilevanza dei problemi quotidiani (siano essi sindacali, territoriali, eccetera) e le soluzioni che possono qualificarci solo su di un piano generale, universale. La sinistra non ha risposte semplici a problemi complessi (terreno della destra), ma risposte complesse ai problemi immediati. Ma questi due capi della vicenda vanno tenuti insieme, ed è questa la difficoltà oggi. Vale anche per la questione migrante, soggiogata tra l’incudine del razzismo sovranista e il martello dell’accoglienza umanitaria. Finché questi due estremi continueranno a non trovare collegamento, le sorti della sinistra nel nostro paese rimarranno tali, di cartello elettorale in cartello elettorale, alla disperata ricerca di qualche deputato che possa farci svoltare la carrierina politica o il restauro del centro sociale. Non sta funzionando, non può funzionare. Torniamo a pensare veramente.
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