Al momento sembrano saltati i negoziati all’interno del governo tedesco per approvare un nuovo pacchetto di aiuti militari da inviare all’Ucraina del valore di circa 3 miliardi di euro. I media tedeschi riferiscono che il cancelliere Olaf Scholz avrebbe definitivamente bloccato l’approvazione degli aiuti. L’imminenza delle elezioni e la contrarietà crescente nell’opinione pubblica alle spese per le forniture militari a Kiev hanno fatto fare una giravolta alle posizioni del cancelliere tedesco in grave crisi di consenso.
Il pacchetto era stato presentato dai ministri della Difesa, Boris Pistorius, e degli Esteri, Annalena Baerbock. Quest’ultima secondo quanto riferito dalla stampa tedesca si dice preoccupata che il sostegno militare all’Ucraina da parte della Germania sarà praticamente dimezzato rispetto allo scorso anno.
“È importante non tagliare i nostri aiuti per la difesa dell’Ucraina. La difesa aerea e il nostro supporto militare sono l’assicurazione sulla vita del popolo ucraino e proteggono ospedali, centrali elettriche e asili. I tagli rappresenterebbero inoltre un segnale assolutamente sbagliato da inviare a Putin e alla nuova amministrazione statunitense”, ha dichiarato la Baerbock.
Eppure il ruolino di marcia sull’aumento delle spese militari in Germania non sembra conoscere interruzioni.
Alla conferenza su “Sicurezza e difesa” organizzata dal quotidiano economico Handesblatt, Carsten Breuer, ispettore generale della Difesa tedesca, si è detto certo che le spese militari per la Bundeswher aumenteranno notevolmente nei prossimi anni.
Se in futuro la Bundeswehr dovesse ricevere il due per cento del prodotto interno lordo, il bilancio annuale sarebbe di 85 miliardi di euro, se si arriverà al cinque per cento, sarebbero già 213 miliardi. “È possibile raggiungere tali volumi con l’industria?” si è chiesto il più alto funzionario della difesa tedesco.
“Stiamo già producendo più munizioni degli Stati Uniti”, ha affermato Armin Papperger, il CEO della Rheinmetall. “Siamo pronti a consegnare e siamo in grado di rendere la Bundeswehr pronta per la guerra entro il 2029”, ha dichiarato Thomas Gottschild, capo di MBDA Germania.
“Per fare questo, abbiamo bisogno di notevoli risorse finanziarie, di quantità di acquisto chiare per una maggiore sicurezza di pianificazione e condizioni di esportazione affidabili”, fa sapere Gottschild. Solo così le aziende possono investire e realizzare economie di scala. Il capo dell’MBDA chiede anche una legge sull’accelerazione del piano per gli armamenti.
In Germania, alla fine della prossima settimana, si aprirà inoltre l'annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Sarà un momento decisamente topico per capire gli orientamenti euroatlantici in materia di guerra e spese militari.
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17/12/2024
Francia e Germania: caduta comune, ma in direzioni opposte
L’asse franco-tedesco se la passa sempre peggio e quando Draghi fa le sue raccomandazioni, ormai, non si capisce più a chi si stia rivolgendo.
L’Unione Europea è stata infatti costruita – come logica dei trattati e come assetto istituzionale – in base alle indicazioni imposte dalla Germania e supportate dalla Francia. In assenza di leader forti in questi due paesi è difficile imporre agli altri 25 membri qualcosa senza doverlo contrattare.
E ora, sia a Berlino che a Parigi, tutto c’è meno che leader solidi. Anzi, il futuro prossimo promette figure ancora più fragili.
In Germania ieri Olaf Schoz ha raggiunto il suo obiettivo: essere sfiduciato e quindi obbligato alle dimissioni, in modo da aprire la strada a nuove elezioni. In pratica il contrario di quel che un primo ministro di solito cerca.
Un apparente paradosso che chiarisce bene lo stato confusionale della politica tedesca, trascinata in una guerra che ha distrutto gran parte del modello economico su cui aveva costruito la sua egemonia continentale: bassi salari interni, energia a basso costo grazie al gas russo, esportazioni a go-go vero Mosca, Pechino (e USA).
I sondaggi per ora mostrano una sostanziale tenuta del democristiani guidati da Friedrich Merz (una versione molto di destra rispetto all’ultracentrista Angela Merkel), una grande avanzata dei neonazisti dell’AfD (che però sono contrari alla guerra contro Mosca) ed una più moderata della sinistra radicale di Sarah Wagenknecht, mentre gli “austeri” liberali dovranno lottare per non scomparire del tutto, proprio come i guerrafondai “verdi”.
Per l’Spd, ancora guidata da Scholz, è previsto un bagno di sangue, mentre la “sinistra disponibile” della Linke sarà verosimilmente azzerata.
C’è da cambiare radicalmente la politica di bilancio, aprendo una stagione di giganteschi investimenti pubblici per cercare di superare la profondissima crisi industriale che sta vivendo la Germania (Volkswagen, Mercedes, Bmw, ThyssenKrupp, ecc., stanno tutti programmando chiusure di stabilimenti e licenziamenti di massa).
Ma è l’esatto opposto di quanto fatto – e imposto a tutta la UE – negli ultimi 30 anni. Democristiani e liberali non sembrano ancora essersene accorti. Dunque trovare una quadra e una maggioranza, a seconda del parlamento che verrà fuori dalle urne, sarà particolarmente complicato.
Situazione ancora peggiore a Parigi, dove il banchiere diventato presidente – Macron – appare ormai come un pazzo barricato nell’Eliseo, che rifiuta di uscirne e nomina un primo ministro dopo l’altro solo per vederseli sfiduciare e intanto restare al suo posto.
Divertente il siparietto rivelato dalla testata Politico a proposito della nomina di Bayrou, leader di un partitino di centro, come presidente del consiglio. Macron aveva in mente di mettere su quella poltrona il ministro della difesa uscente, Sébastien Lecornu, oppure l’ex ministro dell’Industria, Roland Lescure. Entrambi fedeli sostenitori che sarebbero stati completamente dipendenti da Macron, e quindi più malleabili.
Ma venerdì mattina, quando Macron ha invitato Bayrou all’Eliseo per informarlo della sua decisione, l’anziano ex ministro dell’istruzione ha minacciato di far cadere subito il prossimo esecutivo se non fosse stato nominato lui.
Un grande paese europeo in mano a ricattatori e banchieri... non proprio un grande destino davanti.
Questo Bayrou, che i “democratici” italiani descrivevano come “più attento alle istanze della sinistra” (preparandosi così a giustificare l’eventuale rottura dei “socialisti” con la France Insoumise di Mélènchon e quindi la fine del Nuovo Fronte Popolare uscito vincente dalle elezioni politiche), ha aperto le sue consultazioni privilegiando subito... Marine Le Pen.
Bayrou è un vecchio navigatore della politica francese, tre volte candidato alle presidenziali e tra volte trombato, un habitué dei voltafaccia e dei cambi di casacca. Tra le sue fissazioni più costanti c’è però la riduzione drastica del debito pubblico, tema su cui è caduto il suo predecessore, l’ex commissario europeo Barnier.
Quindi si pone su un percorso programmatico in continuità con Barnier, anche perché l’agenzia di rating Moody’s ha disposto un declassamento di titoli di stato francesi che “riflette la nostra visione che le finanze pubbliche del paese saranno sostanzialmente indebolite nei prossimi anni”.
Prevedibile, insomma, che si apra un iter difficoltoso, con la solita ricerca di un “sostegno esterno” su singole questioni, da contrattare ogni volta e perennemente a rischio di insuccesso. Con relativa crisi e dimissioni…
Da un lato abbiamo dunque una Germania che dovrebbe cominciare finalmente a fare investimenti pubblici (potendo permetterselo senza infrangere troppo le “regole europee” che lei stessa ha imposto), dall’altra una Francia che dovrebbe percorrere la strada esattamente opposta, adottando le politiche “lacrime e sangue” recessive che fin qui aveva adottato in misura ridotta e comunque fortemente contrastate dalla popolazione (gilets jaunes, Cgt, studenti, ecc).
Entrambi i paesi, comunque, con maggioranze composite e altamente fragili.
Non proprio la situazione ideale per chi, ancora oggi, pretende di essere il baricentro di un continente sull’orlo di una crisi di nervi e con la guerra alle porte.
Fonte
L’Unione Europea è stata infatti costruita – come logica dei trattati e come assetto istituzionale – in base alle indicazioni imposte dalla Germania e supportate dalla Francia. In assenza di leader forti in questi due paesi è difficile imporre agli altri 25 membri qualcosa senza doverlo contrattare.
E ora, sia a Berlino che a Parigi, tutto c’è meno che leader solidi. Anzi, il futuro prossimo promette figure ancora più fragili.
In Germania ieri Olaf Schoz ha raggiunto il suo obiettivo: essere sfiduciato e quindi obbligato alle dimissioni, in modo da aprire la strada a nuove elezioni. In pratica il contrario di quel che un primo ministro di solito cerca.
Un apparente paradosso che chiarisce bene lo stato confusionale della politica tedesca, trascinata in una guerra che ha distrutto gran parte del modello economico su cui aveva costruito la sua egemonia continentale: bassi salari interni, energia a basso costo grazie al gas russo, esportazioni a go-go vero Mosca, Pechino (e USA).
I sondaggi per ora mostrano una sostanziale tenuta del democristiani guidati da Friedrich Merz (una versione molto di destra rispetto all’ultracentrista Angela Merkel), una grande avanzata dei neonazisti dell’AfD (che però sono contrari alla guerra contro Mosca) ed una più moderata della sinistra radicale di Sarah Wagenknecht, mentre gli “austeri” liberali dovranno lottare per non scomparire del tutto, proprio come i guerrafondai “verdi”.
Per l’Spd, ancora guidata da Scholz, è previsto un bagno di sangue, mentre la “sinistra disponibile” della Linke sarà verosimilmente azzerata.
C’è da cambiare radicalmente la politica di bilancio, aprendo una stagione di giganteschi investimenti pubblici per cercare di superare la profondissima crisi industriale che sta vivendo la Germania (Volkswagen, Mercedes, Bmw, ThyssenKrupp, ecc., stanno tutti programmando chiusure di stabilimenti e licenziamenti di massa).
Ma è l’esatto opposto di quanto fatto – e imposto a tutta la UE – negli ultimi 30 anni. Democristiani e liberali non sembrano ancora essersene accorti. Dunque trovare una quadra e una maggioranza, a seconda del parlamento che verrà fuori dalle urne, sarà particolarmente complicato.
Situazione ancora peggiore a Parigi, dove il banchiere diventato presidente – Macron – appare ormai come un pazzo barricato nell’Eliseo, che rifiuta di uscirne e nomina un primo ministro dopo l’altro solo per vederseli sfiduciare e intanto restare al suo posto.
Divertente il siparietto rivelato dalla testata Politico a proposito della nomina di Bayrou, leader di un partitino di centro, come presidente del consiglio. Macron aveva in mente di mettere su quella poltrona il ministro della difesa uscente, Sébastien Lecornu, oppure l’ex ministro dell’Industria, Roland Lescure. Entrambi fedeli sostenitori che sarebbero stati completamente dipendenti da Macron, e quindi più malleabili.
Ma venerdì mattina, quando Macron ha invitato Bayrou all’Eliseo per informarlo della sua decisione, l’anziano ex ministro dell’istruzione ha minacciato di far cadere subito il prossimo esecutivo se non fosse stato nominato lui.
Un grande paese europeo in mano a ricattatori e banchieri... non proprio un grande destino davanti.
Questo Bayrou, che i “democratici” italiani descrivevano come “più attento alle istanze della sinistra” (preparandosi così a giustificare l’eventuale rottura dei “socialisti” con la France Insoumise di Mélènchon e quindi la fine del Nuovo Fronte Popolare uscito vincente dalle elezioni politiche), ha aperto le sue consultazioni privilegiando subito... Marine Le Pen.
Bayrou è un vecchio navigatore della politica francese, tre volte candidato alle presidenziali e tra volte trombato, un habitué dei voltafaccia e dei cambi di casacca. Tra le sue fissazioni più costanti c’è però la riduzione drastica del debito pubblico, tema su cui è caduto il suo predecessore, l’ex commissario europeo Barnier.
Quindi si pone su un percorso programmatico in continuità con Barnier, anche perché l’agenzia di rating Moody’s ha disposto un declassamento di titoli di stato francesi che “riflette la nostra visione che le finanze pubbliche del paese saranno sostanzialmente indebolite nei prossimi anni”.
Prevedibile, insomma, che si apra un iter difficoltoso, con la solita ricerca di un “sostegno esterno” su singole questioni, da contrattare ogni volta e perennemente a rischio di insuccesso. Con relativa crisi e dimissioni…
Da un lato abbiamo dunque una Germania che dovrebbe cominciare finalmente a fare investimenti pubblici (potendo permetterselo senza infrangere troppo le “regole europee” che lei stessa ha imposto), dall’altra una Francia che dovrebbe percorrere la strada esattamente opposta, adottando le politiche “lacrime e sangue” recessive che fin qui aveva adottato in misura ridotta e comunque fortemente contrastate dalla popolazione (gilets jaunes, Cgt, studenti, ecc).
Entrambi i paesi, comunque, con maggioranze composite e altamente fragili.
Non proprio la situazione ideale per chi, ancora oggi, pretende di essere il baricentro di un continente sull’orlo di una crisi di nervi e con la guerra alle porte.
Fonte
15/12/2024
Germania in crisi di fiducia
Il pilastro più credibile della “stabilità europea” è da decenni la Germania. Una situazione sociale interna faticosamente tenuta sotto controllo tramite una riduzione dei salari e del welfare molto minore di quanto preteso dai partner europei, un basso debito pubblico che ha consentito per anni di rifinanziarlo a costo praticamente zero, una lunga consuetudine di buoni rapporti con la Russia (fornitrice di gas e altre materie prime a basso costo) e con la Cina (uno dei principali mercati di sbocco per la propria produzione industriale).
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
Fonte
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
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08/11/2024
Germania in crisi, si spegne il “governo semaforo”
La diga ordoliberista europea non regge più. Ma anche i più timidi compromessi con una “ortodossia” idiota sono impossibili, a meno di non avere una nuova visione d’insieme, chiaramente superiore. Che non c’è, almeno nelle cancellerie.
Questa situazione di stallo ha provocato in Germania – dopo durissime sconfitte elettorali e una crisi economica che sembrava dimenticata, da quelle parti – anche lo spegnimento improvviso del governo “semaforo”, quello tra socialdemocratici, verdi e “gialli” liberali.
Ieri sera il cancelliere rosé, Olaf Scholz, ha chiesto al presidente della Repubblica di “licenziare” Christian Lindner, ministro delle finanze nonché leader dei liberali.
Lo ha fatto al termine di un duro braccio di ferro e riassumendo le ragioni in una lunga lettera, i cui punti chiave sono:
– “garantire costi energetici accessibili e limitare le tariffe di rete per le nostre aziende;
– un pacchetto che garantisca posti di lavoro nel settore automobilistico nell’industria e in numerose aziende fornitrici;
– introduzione e miglioramento delle possibilità di ammortamento fiscale, affinché le aziende possano ora investire in Germania come sede;
– aumentare il sostegno all’Ucraina, che sta affrontando un inverno difficile.”
È abbastanza facile riscontrare le contraddizioni. Il costo dell’energia è infatti esploso – sia per le aziende che per i normali cittadini – a causa della distruzione del gasdotto North Stream, che garantiva gas russo a basso prezzo. La magistratura tedesca ha, dopo un anno di indagini, individuato i responsabili: i servizi segreti ucraini, assistiti da quelli inglesi e statunitensi.
Ciò nonostante il governo “semaforo” avrebbe intenzione di aumentare gli aiuti economici e militari alla junta Zelenskij, vietando al contempo di ricordare – sui media e nel dibattito pubblico – che proprio Kiev è responsabile delle attuali difficoltà tedesche nell’approvvigionamento energetico.
Fa capolino anche la pessima situazione economica generale. Proprio ieri l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha reso noto che la produzione industriale in Germania nel mese di settembre è scesa del 2,5% rispetto al mese precedente ed è calata del 4,6% in confronto allo stesso mese del 2023.
È ormai conoscenza comune che il settore automobilistisco europeo, che ha proprio nella Germania il pivot qualitativo più alto, sta affrontando un violento calo delle vendite per tutti i marchi principali (Volkswagen-Audi, Porsche, Mercedes e Bmw), anche a causa del peggioramento delle relazioni con la Cina (un mercato triplo di quello europeo).
Chiusure di stabilimenti in Germania e licenziamenti di massa sono quindi all’ordine del giorno.
La “pace sociale” costruita sui buoni salari, la sicurezza del posto di lavoro, il welfare diffuso, è ormai a rischio. E lo è dall’inizio del nuovo secolo e proprio per responsabilità dei socialdemocratici, che – al tempo del governo Schroeder – introdussero i “mini-job” e i mini-salari relativi. Ovvero precarietà e salari da fame...
Nell’Est alcune elezioni locali hanno fatto così registrare la quasi scomparsa dell’Spd del cancelliere in carica, l’avanzata dei neonazisti dell’Afd e della lista di sinistra di Sahra Wagenknecht (con però pessime posizioni sull’immigrazione), la “tenuta” democristiana e la quasi scomparsa di Verdi e liberali.
Il quadro politico ufficiale non corrisponde insomma più agli equilibri e agli umori del paese. E ognuno si va riposizionando per accrescere i consensi o ameno non scomparire (è il caso proprio dei liberali, ormai sotto la soglia di sbarramento del 5%).
Peggio ancora, la vittoria a valanga di Trump – citata non a caso nella lettera di Scholz – mette tutta l’Unione Europea in una situazione insostenibile, ancor prima che il tycoon rientri fisicamente alla Casa Binaca e inizi a prendere decisioni in linea con il suo programma elettorale. In primis, i dazi contro le importazioni da Cina ed Europa.
“I socialdemocratici e i verdi – scrive Scholz – sono infatti dell’idea che il cambio radicale a Washington imponga ai tre partiti arrivati ai ferri corti di restare in sella, per dotare i tedeschi di un bilancio e difendersi dalle conseguenze, anche economiche, delle elezioni americane. I liberali propendevano invece per la linea contraria: proprio il voto degli Usa impone ai tedeschi di cambiare rotta subito, reagendo alla crisi con una stretta sui conti.”
Più austerità, insomma, questa volta all’interno del paese guida dell’Unione, che aveva guadagnato moltissimo dall’austerità imposta agli altri paesi membri, oppure – come proposto dal duo Spd-Verdi – “maggiore libertà finanziaria”.
In soldoni, più spesa in deficit e aumento del debito pubblico, fin qui contenuto nel canonico e confortevole 60% del Pil previsto agli accordi di Maastricht.
È lo stesso dilemma che percuote ora come un maglio l’intera Unione Europea: programmare un “debito pubblico comune”, varando gli odiati eurobond, per sostenere sia l’aumento della spesa militare (regalo statunitense per sostenere l’Ucraina e aumentare il finanziamento della stessa Nato) che gli investimenti necessari per irrobustire una crescita ormai negativa e salvaguardare quel tanto di “stato sociale” indispensabile ad arrestare l’“onda nera” (e in parte anche “rossa”) che sale dagli strati più poveri di un paese che ha perso le sue certezze.
Sul piano strettamente politico, la crisi vera e propria verrà formalizzata dopo l’approvazione della “legge di stabilità”, varata con il voto favorevole dei soli Spd e Verdi. Poi le elezioni anticipate, forse già a marzo.
Un salto nel buio, certamente, perché nessuno sa in che mondo vivremo, tra cinque mesi.
Fonte
Questa situazione di stallo ha provocato in Germania – dopo durissime sconfitte elettorali e una crisi economica che sembrava dimenticata, da quelle parti – anche lo spegnimento improvviso del governo “semaforo”, quello tra socialdemocratici, verdi e “gialli” liberali.
Ieri sera il cancelliere rosé, Olaf Scholz, ha chiesto al presidente della Repubblica di “licenziare” Christian Lindner, ministro delle finanze nonché leader dei liberali.
Lo ha fatto al termine di un duro braccio di ferro e riassumendo le ragioni in una lunga lettera, i cui punti chiave sono:
– “garantire costi energetici accessibili e limitare le tariffe di rete per le nostre aziende;
– un pacchetto che garantisca posti di lavoro nel settore automobilistico nell’industria e in numerose aziende fornitrici;
– introduzione e miglioramento delle possibilità di ammortamento fiscale, affinché le aziende possano ora investire in Germania come sede;
– aumentare il sostegno all’Ucraina, che sta affrontando un inverno difficile.”
È abbastanza facile riscontrare le contraddizioni. Il costo dell’energia è infatti esploso – sia per le aziende che per i normali cittadini – a causa della distruzione del gasdotto North Stream, che garantiva gas russo a basso prezzo. La magistratura tedesca ha, dopo un anno di indagini, individuato i responsabili: i servizi segreti ucraini, assistiti da quelli inglesi e statunitensi.
Ciò nonostante il governo “semaforo” avrebbe intenzione di aumentare gli aiuti economici e militari alla junta Zelenskij, vietando al contempo di ricordare – sui media e nel dibattito pubblico – che proprio Kiev è responsabile delle attuali difficoltà tedesche nell’approvvigionamento energetico.
Fa capolino anche la pessima situazione economica generale. Proprio ieri l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha reso noto che la produzione industriale in Germania nel mese di settembre è scesa del 2,5% rispetto al mese precedente ed è calata del 4,6% in confronto allo stesso mese del 2023.
È ormai conoscenza comune che il settore automobilistisco europeo, che ha proprio nella Germania il pivot qualitativo più alto, sta affrontando un violento calo delle vendite per tutti i marchi principali (Volkswagen-Audi, Porsche, Mercedes e Bmw), anche a causa del peggioramento delle relazioni con la Cina (un mercato triplo di quello europeo).
Chiusure di stabilimenti in Germania e licenziamenti di massa sono quindi all’ordine del giorno.
La “pace sociale” costruita sui buoni salari, la sicurezza del posto di lavoro, il welfare diffuso, è ormai a rischio. E lo è dall’inizio del nuovo secolo e proprio per responsabilità dei socialdemocratici, che – al tempo del governo Schroeder – introdussero i “mini-job” e i mini-salari relativi. Ovvero precarietà e salari da fame...
Nell’Est alcune elezioni locali hanno fatto così registrare la quasi scomparsa dell’Spd del cancelliere in carica, l’avanzata dei neonazisti dell’Afd e della lista di sinistra di Sahra Wagenknecht (con però pessime posizioni sull’immigrazione), la “tenuta” democristiana e la quasi scomparsa di Verdi e liberali.
Il quadro politico ufficiale non corrisponde insomma più agli equilibri e agli umori del paese. E ognuno si va riposizionando per accrescere i consensi o ameno non scomparire (è il caso proprio dei liberali, ormai sotto la soglia di sbarramento del 5%).
Peggio ancora, la vittoria a valanga di Trump – citata non a caso nella lettera di Scholz – mette tutta l’Unione Europea in una situazione insostenibile, ancor prima che il tycoon rientri fisicamente alla Casa Binaca e inizi a prendere decisioni in linea con il suo programma elettorale. In primis, i dazi contro le importazioni da Cina ed Europa.
“I socialdemocratici e i verdi – scrive Scholz – sono infatti dell’idea che il cambio radicale a Washington imponga ai tre partiti arrivati ai ferri corti di restare in sella, per dotare i tedeschi di un bilancio e difendersi dalle conseguenze, anche economiche, delle elezioni americane. I liberali propendevano invece per la linea contraria: proprio il voto degli Usa impone ai tedeschi di cambiare rotta subito, reagendo alla crisi con una stretta sui conti.”
Più austerità, insomma, questa volta all’interno del paese guida dell’Unione, che aveva guadagnato moltissimo dall’austerità imposta agli altri paesi membri, oppure – come proposto dal duo Spd-Verdi – “maggiore libertà finanziaria”.
In soldoni, più spesa in deficit e aumento del debito pubblico, fin qui contenuto nel canonico e confortevole 60% del Pil previsto agli accordi di Maastricht.
È lo stesso dilemma che percuote ora come un maglio l’intera Unione Europea: programmare un “debito pubblico comune”, varando gli odiati eurobond, per sostenere sia l’aumento della spesa militare (regalo statunitense per sostenere l’Ucraina e aumentare il finanziamento della stessa Nato) che gli investimenti necessari per irrobustire una crescita ormai negativa e salvaguardare quel tanto di “stato sociale” indispensabile ad arrestare l’“onda nera” (e in parte anche “rossa”) che sale dagli strati più poveri di un paese che ha perso le sue certezze.
Sul piano strettamente politico, la crisi vera e propria verrà formalizzata dopo l’approvazione della “legge di stabilità”, varata con il voto favorevole dei soli Spd e Verdi. Poi le elezioni anticipate, forse già a marzo.
Un salto nel buio, certamente, perché nessuno sa in che mondo vivremo, tra cinque mesi.
Fonte
29/10/2024
Volkswagen, il crollo dell’impero tedesco
L’annuncio fatto dal management della Volkwagen devasta completamente il modello di relazioni industriali in Germania, ma è anche il punto di arrivo di una politica economico-industriale fondata sul mercantilismo “orientato all’esportazione” e l’austerità di bilancio (pubblico), che ha creato le basi della crisi attuale.
Il mega-piano di ristrutturazione di VW, ridotto all’osso, è quanto di più scontato si possa pensare: chiudere un terzo delle fabbriche in Germania, tagliando di almeno un quinto lo stipendio degli operai.
Sul piano salariale i conti sono semplici: taglio del 10% del salario, stop all’indennità mensile di 167 euro: sommati portano alla riduzione del 18% dello stipendio.
In più abolizione dei bonus per i dipendenti e dei pagamenti annuali una tantum per i 25 anni di servizio, una costante mai disattesa dall’azienda. E così si arriva in media al 20-25% di salario in meno.
Sul piano produttivo, “vendita” di tre stabilimenti posizionati in Germania più il dimezzamento dell’impianto di Zwickau, al confine tra Sassonia e Turingia, dove un tempo si costruivano le Trabant, uno dei simboli della DDR.
L’obiettivo è chiaramente quello di risanare i conti, dissestati dalla crisi delle vendite e dalla concorrenza, oltre che da scelte sbagliate e qualche scandalo che ha incrinato il mito dell’affidabilità della meccanica tedesca. In primo luogo il cosiddetto “dieselgate”, con VW scoperta (negli Usa) a truccare i dati sulle emissioni di CO2 e polveri sottili, in modo da superare i controlli delle normative ambientali di molti paesi, compresa l’Europa.
Tra i concorrenti più seri, in questo momento, ci sono i produttori cinesi, in grado di fornire – al contrario di VW, Bmw, Porsche e Opel – auto a trazione elettrica ormai di livello “interessante”. Contro di loro i difensori del “libero mercato” invocano disperati dazi pesantissimi (il contrario del libero mercato), anche sapendo che si tratta di una decisione suicida e anche facilmente aggirabile: la cinese Nio vuole acquistare in Belgio una fabbrica Audi, tra gli impianti fuori della Germania che il gruppo Volkswagen vuol vendere.
E proprio qui si scopre il punto di caduta delle politiche export oriented. In quel quadro – ancora vigente – la Cina e altri mercati extraeuropei erano fondamentalmente luoghi in cui vendere – e magari produrre, a costi ovviamente inferiori – i propri prodotti. Mentre il “mercato interno” veniva depresso dal blocco salariale e dai “mini-job”, i “lavoretti” legalizzati all’inizio del secolo da un governo “socialdemocratico”, con salari altrettanto ovviamente da fame, appena mitigati da servizi pubblici (asili, casa, trasporti, sussidi, ecc.) ancora decenti.
Quel che sembrava geniale trenta anni fa, ed imposto a tutto il Continente tramite le politiche di austerità dell’Unione Europea, a lungo andare – come ogni processo squilibrato a favore del capitale – ha prodotto conseguenze devastanti. A cominciare dal calo di vendite sul mercato europeo, dato il potere d’acquisto dei lavoratori in costante diminuzione.
Il costo inferiore delle auto extraeuropee, soprattutto cinesi, ha veicolato il più classico dei processi capitalistici: la competizione sul prezzo (e la scala produttiva, ormai). Mettendo quasi fuorigioco l’automotive tedesco e quindi anche quello europeo (Stellantis e Renault, poco altro).
Il tentativo di recuperare competitività senza però adeguare la produzione e investire su auto elettriche più efficienti (per autonomia e velocità di ricarica) avviene così nel più classico dei modi: diminuzione della produzione, chiusura di impianti, tagli al personale e ai salari.
Il che mette, però, il modello tedesco sulla graticola del conflitto sociale, sedato per decenni con la “compartecipazione” sindacale alla gestione dell’azienda (il sindacato IgMetall siede nel consiglio di amministrazione di VW, chiaramente con una quota non decisiva), i discreti livelli salariali (imparagonabili con quelli italiani), minore orario di lavoro, certezza del posto, bonus e un welfare pubblico di qualità.
Il sindacato è così stato risvegliato dal sonno e prepara ora una mobilitazione totale, con una piattaforma che non prevede chiusure e licenziamenti, anzi pretende un aumento salariale del 7%. Ma con calma, tra due mesi, perché «attualmente nel Gruppo VW nessun posto di lavoro è più al sicuro».
Il governo Scholz, scosso già dagli insuccessi elettorali e dalla necessità di far finta che il gasdotto North Stream sia stato sabotato da “ignoti” (la magistratura ha individuato i responsabili con nome e cognome: i servizi segreti ucraini, spalleggiati da quelli inglesi e statunitensi), promette ora di non permettere a VW di proseguire su questa strada. Ma nessuno ci crede davvero, sia nella ormai ex maggioranza che nelle opposizioni di destra e di sinistra.
Un modello ultratrentennale sta venendo giù molto rapidamente. E riguarda tutta l’Europa “europeista”, ossia fondata sul prevalere assoluto del capitale finanziario e dell’impresa.
Urge la capacità di organizzare movimenti di resistenza con in testa un “modello alternativo”, fondato sugli interessi delle popolazioni.
Fonte
Il mega-piano di ristrutturazione di VW, ridotto all’osso, è quanto di più scontato si possa pensare: chiudere un terzo delle fabbriche in Germania, tagliando di almeno un quinto lo stipendio degli operai.
Sul piano salariale i conti sono semplici: taglio del 10% del salario, stop all’indennità mensile di 167 euro: sommati portano alla riduzione del 18% dello stipendio.
In più abolizione dei bonus per i dipendenti e dei pagamenti annuali una tantum per i 25 anni di servizio, una costante mai disattesa dall’azienda. E così si arriva in media al 20-25% di salario in meno.
Sul piano produttivo, “vendita” di tre stabilimenti posizionati in Germania più il dimezzamento dell’impianto di Zwickau, al confine tra Sassonia e Turingia, dove un tempo si costruivano le Trabant, uno dei simboli della DDR.
L’obiettivo è chiaramente quello di risanare i conti, dissestati dalla crisi delle vendite e dalla concorrenza, oltre che da scelte sbagliate e qualche scandalo che ha incrinato il mito dell’affidabilità della meccanica tedesca. In primo luogo il cosiddetto “dieselgate”, con VW scoperta (negli Usa) a truccare i dati sulle emissioni di CO2 e polveri sottili, in modo da superare i controlli delle normative ambientali di molti paesi, compresa l’Europa.
Tra i concorrenti più seri, in questo momento, ci sono i produttori cinesi, in grado di fornire – al contrario di VW, Bmw, Porsche e Opel – auto a trazione elettrica ormai di livello “interessante”. Contro di loro i difensori del “libero mercato” invocano disperati dazi pesantissimi (il contrario del libero mercato), anche sapendo che si tratta di una decisione suicida e anche facilmente aggirabile: la cinese Nio vuole acquistare in Belgio una fabbrica Audi, tra gli impianti fuori della Germania che il gruppo Volkswagen vuol vendere.
E proprio qui si scopre il punto di caduta delle politiche export oriented. In quel quadro – ancora vigente – la Cina e altri mercati extraeuropei erano fondamentalmente luoghi in cui vendere – e magari produrre, a costi ovviamente inferiori – i propri prodotti. Mentre il “mercato interno” veniva depresso dal blocco salariale e dai “mini-job”, i “lavoretti” legalizzati all’inizio del secolo da un governo “socialdemocratico”, con salari altrettanto ovviamente da fame, appena mitigati da servizi pubblici (asili, casa, trasporti, sussidi, ecc.) ancora decenti.
Quel che sembrava geniale trenta anni fa, ed imposto a tutto il Continente tramite le politiche di austerità dell’Unione Europea, a lungo andare – come ogni processo squilibrato a favore del capitale – ha prodotto conseguenze devastanti. A cominciare dal calo di vendite sul mercato europeo, dato il potere d’acquisto dei lavoratori in costante diminuzione.
Il costo inferiore delle auto extraeuropee, soprattutto cinesi, ha veicolato il più classico dei processi capitalistici: la competizione sul prezzo (e la scala produttiva, ormai). Mettendo quasi fuorigioco l’automotive tedesco e quindi anche quello europeo (Stellantis e Renault, poco altro).
Il tentativo di recuperare competitività senza però adeguare la produzione e investire su auto elettriche più efficienti (per autonomia e velocità di ricarica) avviene così nel più classico dei modi: diminuzione della produzione, chiusura di impianti, tagli al personale e ai salari.
Il che mette, però, il modello tedesco sulla graticola del conflitto sociale, sedato per decenni con la “compartecipazione” sindacale alla gestione dell’azienda (il sindacato IgMetall siede nel consiglio di amministrazione di VW, chiaramente con una quota non decisiva), i discreti livelli salariali (imparagonabili con quelli italiani), minore orario di lavoro, certezza del posto, bonus e un welfare pubblico di qualità.
Il sindacato è così stato risvegliato dal sonno e prepara ora una mobilitazione totale, con una piattaforma che non prevede chiusure e licenziamenti, anzi pretende un aumento salariale del 7%. Ma con calma, tra due mesi, perché «attualmente nel Gruppo VW nessun posto di lavoro è più al sicuro».
Il governo Scholz, scosso già dagli insuccessi elettorali e dalla necessità di far finta che il gasdotto North Stream sia stato sabotato da “ignoti” (la magistratura ha individuato i responsabili con nome e cognome: i servizi segreti ucraini, spalleggiati da quelli inglesi e statunitensi), promette ora di non permettere a VW di proseguire su questa strada. Ma nessuno ci crede davvero, sia nella ormai ex maggioranza che nelle opposizioni di destra e di sinistra.
Un modello ultratrentennale sta venendo giù molto rapidamente. E riguarda tutta l’Europa “europeista”, ossia fondata sul prevalere assoluto del capitale finanziario e dell’impresa.
Urge la capacità di organizzare movimenti di resistenza con in testa un “modello alternativo”, fondato sugli interessi delle popolazioni.
Fonte
10/10/2024
Il suicidio della Germania “austera”
Il ministro dell’Economia tedesco, il verde-liberale Robert Habeck, ha confermato mercoledì che il prodotto interno lordo del Paese è destinato a ridursi per il secondo anno consecutivo e ha attribuito la colpa della crescente debolezza dell’economia ai “fallimenti degli ultimi decenni”.
Il governo tedesco prevede ora una contrazione dell’economia dello 0,2% quest’anno, mentre in precedenza aveva previsto una crescita dello 0,3%, ha dichiarato Habeck ai giornalisti.
“La ripresa viene quindi nuovamente ritardata, ma ora principalmente non a causa di fattori ciclici che sono peggiorati o si sono sviluppati più lentamente, ma perché i fattori strutturali la rendono molto più difficile”.
Habeck ha attribuito la debolezza economica della Germania non tanto alle politiche della coalizione di tre partiti al governo, ma piuttosto a problemi strutturali di lunga data che sono stati “incorporati” nell’economia per decenni – in particolare la mancanza di investimenti nelle infrastrutture e la scarsità di manodopera qualificata.
Sembra evidente che il ministro in questione scambi gli effetti (“investimenti in infrastrutture “e “carenza di manodopera qualificata”) per le cause, toppando quindi clamorosamente la “prognosi” per superare la crisi (ricordiamo che per definire una fase come “recessione” servono due trimestri di crescita negativa, mentre qui si sta parlando già di due anni).
Citare quei due problemi significa infatti mettere sotto accusa la politica di tutti i governi tedeschi, almeno negli ultimi 20 anni, relativamente agli investimenti pubblici e alla formazione professionale (come minimo). Il che, inevitabilmente, porta a criticare duramente il “modello economico” scelto dalla Germania ed imposto a tutta l’economia europea tramite l’Unione, i cui ha rappresentato sempre un primus inter pares.
Si tratta, com’è noto, del “modello export oriented”, detto anche mercantilismo. Ovvero un sistema programmaticamente mirante a realizzare la maggior parte dei profitti con le merci da esportazione, abbassando o congelando i salari interni (obiettivo realizzato con le “leggi Hartz IV”, all’inizio degli anni 2000, con il governo del “socialdemocratico” Schroeder, che aveva anche legalizzato i mini-job, o “lavoretti”).
Quel modello si era imposto su tutte le filiere di contoterzisti della produzione tedesca (Italia in testa, specie il Nordest), realizzando grandi guadagni privati ma impoverendo drasticamente la “domanda interna”, ossia la capacità di spesa di lavoratori e pensionati.
Un assetto che alla lunga ha esposto le grandi imprese esportatrici a stop provocati dalle crescenti tensioni internazionali (le “sanzioni alla Russia” e soprattutto la distruzione del gasdotto North Stream hanno demolito due pilastri del sistema mercantilista tedesco), ma hanno anche eroso gravemente la coesione sociale, aprendo uno spazio gigantesco all’avventurismo neonazi.
La demolizione del “modello sociale” era infatti fin troppo chiaramente responsabilità della “Grosse Koalition” (democristiani e socialdemocratici) che aveva monopolizzato i governi del nuovo millennio.
Ora tutti i nodi stanno arrivando contemporaneamente al pettine. E l’attuale governo si ritrova di fatto bloccato proprio da quel “pilota automatico” che aveva “costituzionalizzato” nella convinzione che avrebbe impedito il ritorno alla “spesa facile” e quindi all’espansione del debito pubblico.
La risposta di Berlino alla crisi del modello, spiega anche il ministro liberale (la Storia ha un’ironia devastante) è stata limitata da un freno costituzionale al debito che limita il deficit federale allo 0,35% del PIL, tranne che nei momenti di emergenza. Il che significa impedire qualsiasi “stimolo” di una certa importanza, che vada al di là di piccoli aggiustamenti.
Politicamente tutto è cominciato a precipitare. A settembre la notizia che la casa automobilistica Volkswagen stava considerando di chiudere gli stabilimenti nazionali per la prima volta in assoluto ha fatto capire a molti tedeschi la portata dei problemi del Paese. Si sono presto aggiunte le analoghe crisi di Mercedes e Bmw, ovvero di tutto il comparto automobilistico, cuore pulsante dell’economia di Berlino.
A questo sviluppo ha fatto seguito la decisione del produttore di chip Intel di sospendere i piani di costruzione di un impianto da 30 miliardi di euro in Germania. E così.
L’avanzata neonazi in Sassonia, Turingia e Brandeburgo (tutti land dell’ex Ddr) ha messo di fronte ad un esito che avrebbe dovuto essere considerato scontato già da anni: l’impoverimento sociale e la “disponibilità socialdemocratica” alle politiche neoliberiste porta ad una reazione inevitabilmente feroce e di estrema destra. Contro cui a poco servono i richiami all’”unità antifascista” lanciati dagli stessi soggetti che hanno voluto quella demolizione di salari e diritti.
Ora i membri “di sinistra” della coalizione semaforo – il Partito Socialdemocratico (SPD) e i Verdi – sono favorevoli a un allentamento delle rigide regole di spesa, mentre i Liberi Democratici, conservatori dal punto di vista fiscale, vogliono che tali regole siano rispettate. L’impasse politica, ovvaiamente, può solo peggiorare la situazione...
E a destra, seppure solo sul piano strettamente economico, va anche l’impostazione dei democristiani: “C’è la minaccia di una spirale negativa, che ci porterà a rimanere in questa difficile situazione economica nei prossimi anni”, ha dichiarato Carsten Linnemann, leader dell’Unione cristiano-democratica conservatrice (CDU).
Il Paese, ha aggiunto, ha bisogno di un’agenda economica ambiziosa che “crei libertà e rimetta in primo piano la performance”.
Più neoliberismo per combattere gli effetti di una politica economica neoliberista, insomma. Come quei tossicodipendenti che devono aumentare la dose di eroina per avere la stessa sensazione. Non finisce mai bene…
Fonte
Il governo tedesco prevede ora una contrazione dell’economia dello 0,2% quest’anno, mentre in precedenza aveva previsto una crescita dello 0,3%, ha dichiarato Habeck ai giornalisti.
“La ripresa viene quindi nuovamente ritardata, ma ora principalmente non a causa di fattori ciclici che sono peggiorati o si sono sviluppati più lentamente, ma perché i fattori strutturali la rendono molto più difficile”.
Habeck ha attribuito la debolezza economica della Germania non tanto alle politiche della coalizione di tre partiti al governo, ma piuttosto a problemi strutturali di lunga data che sono stati “incorporati” nell’economia per decenni – in particolare la mancanza di investimenti nelle infrastrutture e la scarsità di manodopera qualificata.
Sembra evidente che il ministro in questione scambi gli effetti (“investimenti in infrastrutture “e “carenza di manodopera qualificata”) per le cause, toppando quindi clamorosamente la “prognosi” per superare la crisi (ricordiamo che per definire una fase come “recessione” servono due trimestri di crescita negativa, mentre qui si sta parlando già di due anni).
Citare quei due problemi significa infatti mettere sotto accusa la politica di tutti i governi tedeschi, almeno negli ultimi 20 anni, relativamente agli investimenti pubblici e alla formazione professionale (come minimo). Il che, inevitabilmente, porta a criticare duramente il “modello economico” scelto dalla Germania ed imposto a tutta l’economia europea tramite l’Unione, i cui ha rappresentato sempre un primus inter pares.
Si tratta, com’è noto, del “modello export oriented”, detto anche mercantilismo. Ovvero un sistema programmaticamente mirante a realizzare la maggior parte dei profitti con le merci da esportazione, abbassando o congelando i salari interni (obiettivo realizzato con le “leggi Hartz IV”, all’inizio degli anni 2000, con il governo del “socialdemocratico” Schroeder, che aveva anche legalizzato i mini-job, o “lavoretti”).
Quel modello si era imposto su tutte le filiere di contoterzisti della produzione tedesca (Italia in testa, specie il Nordest), realizzando grandi guadagni privati ma impoverendo drasticamente la “domanda interna”, ossia la capacità di spesa di lavoratori e pensionati.
Un assetto che alla lunga ha esposto le grandi imprese esportatrici a stop provocati dalle crescenti tensioni internazionali (le “sanzioni alla Russia” e soprattutto la distruzione del gasdotto North Stream hanno demolito due pilastri del sistema mercantilista tedesco), ma hanno anche eroso gravemente la coesione sociale, aprendo uno spazio gigantesco all’avventurismo neonazi.
La demolizione del “modello sociale” era infatti fin troppo chiaramente responsabilità della “Grosse Koalition” (democristiani e socialdemocratici) che aveva monopolizzato i governi del nuovo millennio.
Ora tutti i nodi stanno arrivando contemporaneamente al pettine. E l’attuale governo si ritrova di fatto bloccato proprio da quel “pilota automatico” che aveva “costituzionalizzato” nella convinzione che avrebbe impedito il ritorno alla “spesa facile” e quindi all’espansione del debito pubblico.
La risposta di Berlino alla crisi del modello, spiega anche il ministro liberale (la Storia ha un’ironia devastante) è stata limitata da un freno costituzionale al debito che limita il deficit federale allo 0,35% del PIL, tranne che nei momenti di emergenza. Il che significa impedire qualsiasi “stimolo” di una certa importanza, che vada al di là di piccoli aggiustamenti.
Politicamente tutto è cominciato a precipitare. A settembre la notizia che la casa automobilistica Volkswagen stava considerando di chiudere gli stabilimenti nazionali per la prima volta in assoluto ha fatto capire a molti tedeschi la portata dei problemi del Paese. Si sono presto aggiunte le analoghe crisi di Mercedes e Bmw, ovvero di tutto il comparto automobilistico, cuore pulsante dell’economia di Berlino.
A questo sviluppo ha fatto seguito la decisione del produttore di chip Intel di sospendere i piani di costruzione di un impianto da 30 miliardi di euro in Germania. E così.
L’avanzata neonazi in Sassonia, Turingia e Brandeburgo (tutti land dell’ex Ddr) ha messo di fronte ad un esito che avrebbe dovuto essere considerato scontato già da anni: l’impoverimento sociale e la “disponibilità socialdemocratica” alle politiche neoliberiste porta ad una reazione inevitabilmente feroce e di estrema destra. Contro cui a poco servono i richiami all’”unità antifascista” lanciati dagli stessi soggetti che hanno voluto quella demolizione di salari e diritti.
Ora i membri “di sinistra” della coalizione semaforo – il Partito Socialdemocratico (SPD) e i Verdi – sono favorevoli a un allentamento delle rigide regole di spesa, mentre i Liberi Democratici, conservatori dal punto di vista fiscale, vogliono che tali regole siano rispettate. L’impasse politica, ovvaiamente, può solo peggiorare la situazione...
E a destra, seppure solo sul piano strettamente economico, va anche l’impostazione dei democristiani: “C’è la minaccia di una spirale negativa, che ci porterà a rimanere in questa difficile situazione economica nei prossimi anni”, ha dichiarato Carsten Linnemann, leader dell’Unione cristiano-democratica conservatrice (CDU).
Il Paese, ha aggiunto, ha bisogno di un’agenda economica ambiziosa che “crei libertà e rimetta in primo piano la performance”.
Più neoliberismo per combattere gli effetti di una politica economica neoliberista, insomma. Come quei tossicodipendenti che devono aumentare la dose di eroina per avere la stessa sensazione. Non finisce mai bene…
Fonte
25/09/2024
Unicredit-Commerzbank, scontro tra Scholz e Tajani nella cornice della UE
La scalata tentata e non ancora abbandonata di Commerzbank da parte di Unicredit ha portato all’intervento diretto del cancelliere tedesco, a cui ha risposto il ministro degli Esteri italiano Tajani. Ma lo scontro ha a che fare non tanto con le regole di mercato, ma con la natura stessa di quello comunitario.
Ripercorriamo i fatti. Un paio di settimane fa Unicredit aveva acquistato il 9% delle azioni dell’istituto tedesco, per poi proseguire nella scalata con la sottoscrizione, lunedì scorso, di una serie di strumenti finanziari per prendere il controllo di un ulteriore 11,5%: una fetta della banca del valore di 3,9 miliardi, che l’avrebbe resa la prima azionista.
La transizione sarà finalizzata solo una volta che sarà stato ottenuto il via libera da parte delle autorità finanziarie europee. Ma Unicredit non si vuole fermare qui, e ha già dichiarato l’interesse ad arrivare al 29,9% in breve tempo, ottenendo così il controllo di Commerz, che tra gli azionisti conta anche il governo tedesco.
Berlino, che con le suo quote esercitava una sorta di golden share, ora si attesta al 12% delle azioni, ma è qui che è intervenuta la politica, contraria alla scalata dell’istituto italiano. Lo stesso cancelliere Scholz, come accennato, è intervenuto sulla questione.
“Attacchi non amichevoli, acquisizioni ostili non sono una buona cosa per le banche”, ha detto. Ha poi aggiunto anche: “il governo si è posizionato in modo netto e dice chiaramente: noi riteniamo che non sia adeguato in Europa e in Germania procedere con metodi non amichevoli, senza alcuno spirito di cooperazione e senza concordare nulla, per partecipare ad un’impresa”.
A rispondergli è stato Antonio Tajani: “in Europa c’è il libero mercato. Non capisco perché quando qualcuno viene ad acquistare in Italia si dice che siamo in un sistema europeo, poi se un italiano acquista non è più mercato unico”. Una dichiarazione che mostra il nodo sotteso della questione.
Il problema di fondo, infatti, è la contraddizione tra il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali nell’area UE e gli interessi nazionali. Il primo continua a guidare l’evoluzione della cornice comunitaria, ma fino ad oggi la Germania l’aveva sempre fatta da padrona in questa dinamica.
Ora Berlino scopre che nella costruzione di un ‘campione europeo’ in ambito bancario può anche perdere (date le condizioni tutt’altro che rosee del sistema tedesco), e allora interviene la politica per cercare di mettere una pezza. Ma la fusione in grandi agglomerati bancari è una cosa che è stata auspicata anche nei rapporti di Letta e Draghi.
La BCE e persino la BaFin, un’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, si sono detti favorevoli a questa operazione di acquisizione. Il vicepresidente della Banca Centrale, Luis de Guindos, ha dichiarato in un’intervista: “il consolidamento a livello trans-frontaliero è importante e speriamo che continui a fare progressi nel breve termine”.
Il banchiere ha poi continuato: “il contrasto fra le valutazioni di Borsa delle banche europee è un segnale dei nostri problemi. Credo che una delle ragioni sia la mancanza di una vera unione bancaria, e gli approcci nazionali che ancora esistono nel settore bancario. A causa di ciò, gli investitori considerano le banche americane come dotate di un maggiore valore intrinseco rispetto a quelle europee”.
De Guindos approfitta dell’occasione per ricordare che, sul piano strategico, lo sguardo nazionale mette i bastoni fra le ruote a quel salto di qualità che la UE deve fare, anche nel settore finanziario, per poter competere con i colossi statunitensi. Il problema non è mai stato il libero mercato, che non esiste (almeno non secondo la definizione da manuale), ma è chi comanda.
Che alla fine una fusione vada portata a termine per fare i conti con il quadro attuale della competizione globale è indubbio. Che sia una banca ‘italiana’ è il tema che non va già a Scholz, che apre un braccio di ferro tutto interno alla concorrenza interna comunitaria.
Fonte
Ripercorriamo i fatti. Un paio di settimane fa Unicredit aveva acquistato il 9% delle azioni dell’istituto tedesco, per poi proseguire nella scalata con la sottoscrizione, lunedì scorso, di una serie di strumenti finanziari per prendere il controllo di un ulteriore 11,5%: una fetta della banca del valore di 3,9 miliardi, che l’avrebbe resa la prima azionista.
La transizione sarà finalizzata solo una volta che sarà stato ottenuto il via libera da parte delle autorità finanziarie europee. Ma Unicredit non si vuole fermare qui, e ha già dichiarato l’interesse ad arrivare al 29,9% in breve tempo, ottenendo così il controllo di Commerz, che tra gli azionisti conta anche il governo tedesco.
Berlino, che con le suo quote esercitava una sorta di golden share, ora si attesta al 12% delle azioni, ma è qui che è intervenuta la politica, contraria alla scalata dell’istituto italiano. Lo stesso cancelliere Scholz, come accennato, è intervenuto sulla questione.
“Attacchi non amichevoli, acquisizioni ostili non sono una buona cosa per le banche”, ha detto. Ha poi aggiunto anche: “il governo si è posizionato in modo netto e dice chiaramente: noi riteniamo che non sia adeguato in Europa e in Germania procedere con metodi non amichevoli, senza alcuno spirito di cooperazione e senza concordare nulla, per partecipare ad un’impresa”.
A rispondergli è stato Antonio Tajani: “in Europa c’è il libero mercato. Non capisco perché quando qualcuno viene ad acquistare in Italia si dice che siamo in un sistema europeo, poi se un italiano acquista non è più mercato unico”. Una dichiarazione che mostra il nodo sotteso della questione.
Il problema di fondo, infatti, è la contraddizione tra il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali nell’area UE e gli interessi nazionali. Il primo continua a guidare l’evoluzione della cornice comunitaria, ma fino ad oggi la Germania l’aveva sempre fatta da padrona in questa dinamica.
Ora Berlino scopre che nella costruzione di un ‘campione europeo’ in ambito bancario può anche perdere (date le condizioni tutt’altro che rosee del sistema tedesco), e allora interviene la politica per cercare di mettere una pezza. Ma la fusione in grandi agglomerati bancari è una cosa che è stata auspicata anche nei rapporti di Letta e Draghi.
La BCE e persino la BaFin, un’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, si sono detti favorevoli a questa operazione di acquisizione. Il vicepresidente della Banca Centrale, Luis de Guindos, ha dichiarato in un’intervista: “il consolidamento a livello trans-frontaliero è importante e speriamo che continui a fare progressi nel breve termine”.
Il banchiere ha poi continuato: “il contrasto fra le valutazioni di Borsa delle banche europee è un segnale dei nostri problemi. Credo che una delle ragioni sia la mancanza di una vera unione bancaria, e gli approcci nazionali che ancora esistono nel settore bancario. A causa di ciò, gli investitori considerano le banche americane come dotate di un maggiore valore intrinseco rispetto a quelle europee”.
De Guindos approfitta dell’occasione per ricordare che, sul piano strategico, lo sguardo nazionale mette i bastoni fra le ruote a quel salto di qualità che la UE deve fare, anche nel settore finanziario, per poter competere con i colossi statunitensi. Il problema non è mai stato il libero mercato, che non esiste (almeno non secondo la definizione da manuale), ma è chi comanda.
Che alla fine una fusione vada portata a termine per fare i conti con il quadro attuale della competizione globale è indubbio. Che sia una banca ‘italiana’ è il tema che non va già a Scholz, che apre un braccio di ferro tutto interno alla concorrenza interna comunitaria.
Fonte
23/09/2024
Germania - Il Brandeburgo concede una tregua a Sholz
Le elezioni in Brandeburgo – il Land della ex Germania Est che circonda la città-stato di Berlino – erano molto attese per verificare se l’ascesa dei neonazisti era davvero inarrestabile e se questo avrebbe travolto il governo nazionale “semaforo” (socialdemocratici, liberali, verdi), guidato dall’impalpabile Olaf Scholz.
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
Fonte
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
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12/09/2024
La Germania vara la stretta sui migranti e aumenta i controlli alle frontiere
La Germania ha deciso di aumentare i controlli alle frontiere, da lunedì 16 settembre e per sei mesi, dopo la strage di Solingen da parte di un uomo che ha rivendicato l’affiliazione all’ISIS. La Commissione UE è già stata avvisata della prossima sospensione dell’accordo di Schengen sulla libera circolazione.
Non è quindi prerogativa della destra la stretta sui migranti, come non è prerogativa del Regno Unito uscito dalla UE, che da poco ha annunciato l’implementazione di politiche finalizzate a ridurre l’immigrazione, regolare e non. Scholz segue il Labour britannico e vara la linea dura sugli ingressi nel paese.
I cristiano-democratici della CDU hanno promesso di votare una riforma della legislazione sull’immigrazione, se ce ne fosse bisogno, nonostante siano oggi all’opposizione. Sul terreno reazionario della chiusura dei confini, centrodestra e centrosinistra tedeschi possono dunque rincontrarsi.
La decisione è stata comunicata dalla ministra dell’Interno, Nancy Faeser, con lo scopo dichiarato di rafforzare la sicurezza interna tedesca. La Faeser aggiunge che l’obiettivo è “ridurre ulteriormente l’immigrazione irregolare”, cavalcando il fatto che l’attentatore di Solingen avrebbe dovuto essere espulso.
Si tratta tuttavia di una scelta che ha un valore più politico che pratico, considerato che misure del genere sono state prese già da quasi un anno. Infatti, è da ottobre 2023 che sono ripresi i controlli alle frontiere con Svizzera, Repubblica Ceca e Polonia, mentre al confine con l’Austria erano già presenti dal 2015.
Sempre dal ministero dell’Interno di Berlino fanno sapere che “dal 16 ottobre 2023, la polizia federale ha rilevato circa 52.000 ingressi non autorizzati ed effettuato circa 30.000 respingimenti”. Questi vogliono essere ulteriormente aumentati nei prossimi mesi, con risvolti inquietanti.
Infatti, da ambienti governativi è circolata la notizia che è stato “sviluppato un modello per respingimenti efficaci e conformi al diritto europeo”. Ma allo stesso tempo Joachim Stamp, Rappresentante speciale del governo federale per gli accordi sulle migrazioni, ha dichiarato in un podcast su Table Media che il Ruanda potrebbe entrare in questa equazione.
Stamp ha calcolato che la Germania potrebbe inviare nel paese africano circa 10 mila persone all’anno, in particolare quelle proveniente dai confini orientali, considerati parte di una strategia russa di destabilizzazione. Da Londra, Berlino eredità anche la deportazione in Ruanda, accantonata persino dal Labour di Starmer.
Per la Faeser “occorre tenere conto dell’onere complessivo che grava sulla Germania, in particolare delle capacità limitate dei Comuni in termini di alloggio, istruzione e integrazione a causa dell’ammissione di 1,2 milioni di profughi di guerra dall’Ucraina e di altri richiedenti asilo negli ultimi anni”.
L’annuncio ha sollevato le proteste di vari paesi, in particolare di quelli che erano già sottoposti a misure di controllo ai confini. L’Austria, nella persona del ministro degli Interni Gerhard Karner, ha dichiarato al quotidiano tedesco Bild che il suo paese non accoglierà nessuno dei migranti cacciati dalla Germania.
Una dura risposta è arrivata anche da Varsavia. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato: “contatteremo gli altri paesi interessati dalle decisioni di Berlino sull’inasprimento dei controlli alle frontiere tedesche per consultarci urgentemente a livello europeo”.
Tusk ha anche annullato una visita programmata per la fine di questa settimana a Potsdam, per ricevere un premio riguardante la libertà di stampa. Lo stesso ha fatto Scholz, che dietro ci siano le tensioni tra Germania e Polonia sembra largamente plausibile.
I governi austriaco e polacco, negli ultimi anni, hanno espresso alcuni degli atteggiamenti più chiusi e retrivi verso i migranti. E ora si trovano a chiedere che gli altri non facciano ciò che loro stessi hanno fatto, appellandosi anche alla UE che si è distinta per vari accordi per fermare i flussi, affidandosi a Erdogan come ai trafficanti libici di esseri umani.
È il cortocircuito del “giardino europeo”, che mostra il suo vero volto contro la “giungla”, trattata come un pericolo da tenere lontano, e al più da governare col bastone nell’interesse dell’imperialismo continentale. Del resto, il quadro politico si sta spostando nettamente verso destra, e i governi socialdemocratici stanno assecondando questo scivolamento.
Come appunto già successo nel Regno Unito, l’esecutivo guidato da Scholz ha deciso di rispondere all’avanzata delle destre, rappresentate nel caso tedesco dall’onda nera dell’AfD alle elezioni dei Lander di Turingia e Sassonia, con una linea che legittima la canea razzista. Invece di contrastare l’odio per il diverso, le politiche di Berlino lo stanno legittimando.
Ancora una volta, sono i liberali e i socialdemocratici ad aprire la strada all’estrema destra. Tempi bui per l’Europa, mentre Bruxelles spinge sul riarmo e sostiene i nazisti ucraini, evocando i peggiori scenari per il futuro del continente.
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Non è quindi prerogativa della destra la stretta sui migranti, come non è prerogativa del Regno Unito uscito dalla UE, che da poco ha annunciato l’implementazione di politiche finalizzate a ridurre l’immigrazione, regolare e non. Scholz segue il Labour britannico e vara la linea dura sugli ingressi nel paese.
I cristiano-democratici della CDU hanno promesso di votare una riforma della legislazione sull’immigrazione, se ce ne fosse bisogno, nonostante siano oggi all’opposizione. Sul terreno reazionario della chiusura dei confini, centrodestra e centrosinistra tedeschi possono dunque rincontrarsi.
La decisione è stata comunicata dalla ministra dell’Interno, Nancy Faeser, con lo scopo dichiarato di rafforzare la sicurezza interna tedesca. La Faeser aggiunge che l’obiettivo è “ridurre ulteriormente l’immigrazione irregolare”, cavalcando il fatto che l’attentatore di Solingen avrebbe dovuto essere espulso.
Si tratta tuttavia di una scelta che ha un valore più politico che pratico, considerato che misure del genere sono state prese già da quasi un anno. Infatti, è da ottobre 2023 che sono ripresi i controlli alle frontiere con Svizzera, Repubblica Ceca e Polonia, mentre al confine con l’Austria erano già presenti dal 2015.
Sempre dal ministero dell’Interno di Berlino fanno sapere che “dal 16 ottobre 2023, la polizia federale ha rilevato circa 52.000 ingressi non autorizzati ed effettuato circa 30.000 respingimenti”. Questi vogliono essere ulteriormente aumentati nei prossimi mesi, con risvolti inquietanti.
Infatti, da ambienti governativi è circolata la notizia che è stato “sviluppato un modello per respingimenti efficaci e conformi al diritto europeo”. Ma allo stesso tempo Joachim Stamp, Rappresentante speciale del governo federale per gli accordi sulle migrazioni, ha dichiarato in un podcast su Table Media che il Ruanda potrebbe entrare in questa equazione.
Stamp ha calcolato che la Germania potrebbe inviare nel paese africano circa 10 mila persone all’anno, in particolare quelle proveniente dai confini orientali, considerati parte di una strategia russa di destabilizzazione. Da Londra, Berlino eredità anche la deportazione in Ruanda, accantonata persino dal Labour di Starmer.
Per la Faeser “occorre tenere conto dell’onere complessivo che grava sulla Germania, in particolare delle capacità limitate dei Comuni in termini di alloggio, istruzione e integrazione a causa dell’ammissione di 1,2 milioni di profughi di guerra dall’Ucraina e di altri richiedenti asilo negli ultimi anni”.
L’annuncio ha sollevato le proteste di vari paesi, in particolare di quelli che erano già sottoposti a misure di controllo ai confini. L’Austria, nella persona del ministro degli Interni Gerhard Karner, ha dichiarato al quotidiano tedesco Bild che il suo paese non accoglierà nessuno dei migranti cacciati dalla Germania.
Una dura risposta è arrivata anche da Varsavia. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato: “contatteremo gli altri paesi interessati dalle decisioni di Berlino sull’inasprimento dei controlli alle frontiere tedesche per consultarci urgentemente a livello europeo”.
Tusk ha anche annullato una visita programmata per la fine di questa settimana a Potsdam, per ricevere un premio riguardante la libertà di stampa. Lo stesso ha fatto Scholz, che dietro ci siano le tensioni tra Germania e Polonia sembra largamente plausibile.
I governi austriaco e polacco, negli ultimi anni, hanno espresso alcuni degli atteggiamenti più chiusi e retrivi verso i migranti. E ora si trovano a chiedere che gli altri non facciano ciò che loro stessi hanno fatto, appellandosi anche alla UE che si è distinta per vari accordi per fermare i flussi, affidandosi a Erdogan come ai trafficanti libici di esseri umani.
È il cortocircuito del “giardino europeo”, che mostra il suo vero volto contro la “giungla”, trattata come un pericolo da tenere lontano, e al più da governare col bastone nell’interesse dell’imperialismo continentale. Del resto, il quadro politico si sta spostando nettamente verso destra, e i governi socialdemocratici stanno assecondando questo scivolamento.
Come appunto già successo nel Regno Unito, l’esecutivo guidato da Scholz ha deciso di rispondere all’avanzata delle destre, rappresentate nel caso tedesco dall’onda nera dell’AfD alle elezioni dei Lander di Turingia e Sassonia, con una linea che legittima la canea razzista. Invece di contrastare l’odio per il diverso, le politiche di Berlino lo stanno legittimando.
Ancora una volta, sono i liberali e i socialdemocratici ad aprire la strada all’estrema destra. Tempi bui per l’Europa, mentre Bruxelles spinge sul riarmo e sostiene i nazisti ucraini, evocando i peggiori scenari per il futuro del continente.
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21/07/2024
Germania - Il riarmo procede a passo di carica
In Germania l’economia di guerra e il rafforzamento delle forze armate procede a ritmi vertiginosi. Il riarmo in corso segue un piano d’investimenti teso alla ristrutturazione delle forze armate, affinché esse siano pronte in caso di guerra contro la Russia.
Questa accelerazione e il cosiddetto grande cambiamento dell’esercito tedesco prevede che quest’ultimo abbia una struttura più snella e agile, dotata di un unico comando centrale sia per le operazioni esterne che interne, oltre ad un settore specifico per il cyberspazio. Il piano prevede anche un aumento del numero di militari attivi sul campo, l’obiettivo è averne 203 mila rispetto ai 181 mila attuali, entro il 2031.
Il ministro della Difesa Boris Pistorius da tempo evoca la minaccia di una guerra in Europa e l’intento di preparare a questo sia il paese che gli alleati, al momento attraverso la deterrenza. Ma il ministro ha anche esplicitato la necessità di preparare l’opinione pubblica agli scenari peggiori.
Per la sua dottrina, lo sdoganamento della possibilità di una guerra sul suolo europeo e la preparazione psicologica delle masse a una dimensione bellica è imprescindibile. A questo fine, Berlino ha sostituito la vecchia dottrina militare del 2011 con un nuovo documento, intitolato Linee guida per la politica della difesa, redatto proprio da Pistorius e dal capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Carsten Breuer.
Le nuove linee guida implicano il rafforzamento di esercito, industria ed apparati militari. Pertanto, determinano la corsa al riarmo, dopo anni di de-finanziamento delle forze armate. È in questo contesto che si inserisce la ristrutturazione dell’ambiente militare che, oltre all’Esercito, all’Aeronautica e alla Marina comprenderà il Cir (reparto dedicato alle cyber-operazioni e all’informazione). Esso si concentrerà sulle minacce ibride come le campagne di disinformazione e verrà elevato al rango di forza armata.
Il ministro della Difesa Pistorius ha confermato che la Germania raggiungerà presto la quota del 2% di investimenti del Pil in difesa, obiettivo minimo concordato in ambito Nato. Dopo avere stanziato, a questo scopo, un fondo speciale del valore nominale di 200 miliardi di euro, ha affermato che avrà bisogno di ulteriori 6,5 miliardi nel bilancio 2025 per raggiungere gli obiettivi di spesa. Il fondo speciale che, da quest’anno, garantisce 50 miliardi l’anno alla Difesa, con scadenza nel 2028, dovrebbe permettere di raggiungere il 2% del Pil. Dal 2028 in poi questa voce andrà finanziata di nuovo dal bilancio ordinario e per mantenere l’obiettivo del 2% le risorse dovranno aumentare da 50 a 75 miliardi.
Fonte
Questa accelerazione e il cosiddetto grande cambiamento dell’esercito tedesco prevede che quest’ultimo abbia una struttura più snella e agile, dotata di un unico comando centrale sia per le operazioni esterne che interne, oltre ad un settore specifico per il cyberspazio. Il piano prevede anche un aumento del numero di militari attivi sul campo, l’obiettivo è averne 203 mila rispetto ai 181 mila attuali, entro il 2031.
Il ministro della Difesa Boris Pistorius da tempo evoca la minaccia di una guerra in Europa e l’intento di preparare a questo sia il paese che gli alleati, al momento attraverso la deterrenza. Ma il ministro ha anche esplicitato la necessità di preparare l’opinione pubblica agli scenari peggiori.
Per la sua dottrina, lo sdoganamento della possibilità di una guerra sul suolo europeo e la preparazione psicologica delle masse a una dimensione bellica è imprescindibile. A questo fine, Berlino ha sostituito la vecchia dottrina militare del 2011 con un nuovo documento, intitolato Linee guida per la politica della difesa, redatto proprio da Pistorius e dal capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Carsten Breuer.
Le nuove linee guida implicano il rafforzamento di esercito, industria ed apparati militari. Pertanto, determinano la corsa al riarmo, dopo anni di de-finanziamento delle forze armate. È in questo contesto che si inserisce la ristrutturazione dell’ambiente militare che, oltre all’Esercito, all’Aeronautica e alla Marina comprenderà il Cir (reparto dedicato alle cyber-operazioni e all’informazione). Esso si concentrerà sulle minacce ibride come le campagne di disinformazione e verrà elevato al rango di forza armata.
Il ministro della Difesa Pistorius ha confermato che la Germania raggiungerà presto la quota del 2% di investimenti del Pil in difesa, obiettivo minimo concordato in ambito Nato. Dopo avere stanziato, a questo scopo, un fondo speciale del valore nominale di 200 miliardi di euro, ha affermato che avrà bisogno di ulteriori 6,5 miliardi nel bilancio 2025 per raggiungere gli obiettivi di spesa. Il fondo speciale che, da quest’anno, garantisce 50 miliardi l’anno alla Difesa, con scadenza nel 2028, dovrebbe permettere di raggiungere il 2% del Pil. Dal 2028 in poi questa voce andrà finanziata di nuovo dal bilancio ordinario e per mantenere l’obiettivo del 2% le risorse dovranno aumentare da 50 a 75 miliardi.
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14/06/2024
Germania sempre più orientata all'economia di guerra
L’azienda di armamenti Rheinmetall e l’azienda di forniture per l’automotive Continental hanno deciso di scambiarsi dipendenti e collaborare per fare fronte all’elevata domanda di lavoratori qualificati nell’industria degli armamenti.
Il quotidiano economico tedesco Handesblatt riferisce che in una lettera di intenti tra le due società, si afferma che i dipendenti della Continental dovrebbero essere facilitati nel passaggio alla Rheinmetall. Questo vale per i dipendenti che sono colpiti da tagli di posti di lavoro presso il fornitore automobilistico.
Da un lato, in Germania molte aziende del settore automobilistico devono ridurre i costi e tagliare posti di lavoro a causa della transizione verso la mobilità elettrica. Dall’altra parte, le industrie di armamenti hanno bisogno di personale qualificato a causa della svolta nella politica militare della Germania. A questo punto, le aziende intendono collaborare tra loro fornendo personale per le aziende impegnate nell’economia di guerra.
La Rheinmetall ha addirittura dato il via alla costruzione di una nuova fabbrica in Bassa Sassonia. Alla posa della prima pietra del nuovo stabilimento si sono presentati in elicottero sia Scholz che il ministro della Difesa Boris Pistorius.
L’azienda di armamenti ha investito 300 milioni di euro nel nuovo stabilimento dove saranno prodotte fino a 200.000 granate di artiglieria all’anno, poiché queste sono necessarie alle forze armate ucraine.
Le forze armate tedesche (Bundeswher) hanno invece commissionato alla Rheinmetall, un’ulteriore consegna di 1.515 veicoli logistici, 265 dei quali sono sistemi di casse mobili protette. Questa richiesta è in gran parte finanziata dal fondo speciale della difesa.
Oltre ai veicoli, l’agenzia appalti della Bundeswehr, ha ordinato 500 piattaforme di casse mobili che fungessero da portacarichi intercambiabili e 500 allestimenti di teloni/archetti del tetto. La commessa vale oltre 920 milioni di euro lordi. La consegna dei veicoli avverrà nella seconda metà del 2024 e sarà completata entro la metà di novembre 2024.
L’economia di guerra sembra essere ormai il terreno su cui la Germania intende trovare la via d’uscita dalla recessione economica che da tempo colpisce la “locomotiva economica dell’Europa”. Ma è avvenuto così anche negli anni Trenta del secolo scorso... e con i tragici risultati che conosciamo.
Fonte
Il quotidiano economico tedesco Handesblatt riferisce che in una lettera di intenti tra le due società, si afferma che i dipendenti della Continental dovrebbero essere facilitati nel passaggio alla Rheinmetall. Questo vale per i dipendenti che sono colpiti da tagli di posti di lavoro presso il fornitore automobilistico.
Da un lato, in Germania molte aziende del settore automobilistico devono ridurre i costi e tagliare posti di lavoro a causa della transizione verso la mobilità elettrica. Dall’altra parte, le industrie di armamenti hanno bisogno di personale qualificato a causa della svolta nella politica militare della Germania. A questo punto, le aziende intendono collaborare tra loro fornendo personale per le aziende impegnate nell’economia di guerra.
La Rheinmetall ha addirittura dato il via alla costruzione di una nuova fabbrica in Bassa Sassonia. Alla posa della prima pietra del nuovo stabilimento si sono presentati in elicottero sia Scholz che il ministro della Difesa Boris Pistorius.
L’azienda di armamenti ha investito 300 milioni di euro nel nuovo stabilimento dove saranno prodotte fino a 200.000 granate di artiglieria all’anno, poiché queste sono necessarie alle forze armate ucraine.
Le forze armate tedesche (Bundeswher) hanno invece commissionato alla Rheinmetall, un’ulteriore consegna di 1.515 veicoli logistici, 265 dei quali sono sistemi di casse mobili protette. Questa richiesta è in gran parte finanziata dal fondo speciale della difesa.
Oltre ai veicoli, l’agenzia appalti della Bundeswehr, ha ordinato 500 piattaforme di casse mobili che fungessero da portacarichi intercambiabili e 500 allestimenti di teloni/archetti del tetto. La commessa vale oltre 920 milioni di euro lordi. La consegna dei veicoli avverrà nella seconda metà del 2024 e sarà completata entro la metà di novembre 2024.
L’economia di guerra sembra essere ormai il terreno su cui la Germania intende trovare la via d’uscita dalla recessione economica che da tempo colpisce la “locomotiva economica dell’Europa”. Ma è avvenuto così anche negli anni Trenta del secolo scorso... e con i tragici risultati che conosciamo.
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17/04/2024
Scholz in Cina per il “business as usual” in un mondo che cambia
Si è chiusa ieri la visita di Olaf Scholz in Cina. Con al seguito i dirigenti di varie grandi multinazionali tedesche, il cancelliere ha ribadito l’importanza dei rapporti con Pechino, così come lo aveva fatto quando era stato il primo leader europeo a recarvisi dopo la pandemia di COVID-19.
Anche questa, come quella del 2022, è stata una visita con addosso gli occhi di tutti gli osservatori internazionali occidentali. Sul tavolo di discussione vi erano questioni sia economiche sia di politica estera, che nel caso di Berlino si uniscono nel giocarsi il funzionamento del modello che ha imposto a tutta la UE.
Le diverse voci che hanno commentato sui media nostrani questo viaggio possono essere riassunte con Scholz che fa business as usual in un mondo che è in netto cambiamento. È questa la contraddizione che passa sempre meno inosservata rispetto alla politica tedesca.
Incontrando Xi Jinping, Scholz ha parlato di una pace giusta in Ucraina. Il presidente cinese ha risposto che essa si deve fondare sugli “scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite” e deve passare per una “conferenza di pace internazionale riconosciuta sia dalla Russia sia dall’Ucraina”.
Insomma, nulla di nuovo sul piano internazionale, se non l’aver ribadito che una pace è possibile, ma non senza la Russia, come vorrebbe Kiev. Ma quel che è più importante riguarda i legami economici tra Germania e Cina, che hanno importanti ripercussioni sulla strategia di derisking promossa dal G7 nei confronti del Dragone.
La crisi economica è ormai la realtà di una Germania a cui la UE è servita per costruire le sue fortune sulle vendite extra-comunitarie. La Cina è stata sempre un tassello importante di questo modello export-oriented, ma nella strategia nazionale pubblicata a luglio scorso Berlino invitava le aziende a ridurre la dipendenza da Pechino.
Ad oggi, questo processo procede però in maniera contrastante. L’IFO Institute, un centro bavarese di ricerca economica, ha fatto un sondaggio su 4 mila imprese tedesche e ha osservato che i produttori che integrano beni intermedi cinesi nelle loro filiere sono diminuiti dal 46 al 33% negli ultimi due anni.
Ma questa tendenza sembra sia arrivata al proprio limite, e soprattutto gli investimenti già programmati continuano. Mentre gli investimenti diretti esteri sono diminuiti nel complesso del 2023, quelli tedeschi sono aumentati del 4,3% secondo la Bundesbank.
Scholz è andato a fare i conti con gli oltre 250 miliardi di interscambi con la Cina, da cui Ralf Thomas della Siemens, al seguito del cancelliere nel suo viaggio, ha detto che serviranno decenni per sganciarsi. Ma anche a fare i conti con la crisi dell’automotive del suo paese.
La Cina è diventato il primo esportatore al mondo di vetture, oltre ad essere all’avanguardia nella transizione all’elettrico (con la Tesla come unico vero competitor ad oggi). Il mercato cinese rappresenta, allo stesso tempo, una platea di oltre un miliardo di possibili acquirenti, a cui le case tedesche guardano con interesse.
La Camera di commercio tedesca a Shangai ha riportato che il 70% delle aziende intervistate in un altro recente sondaggio prevede di perdere quote di mercato e profitti. In quella stessa città, Scholz ha dichiarato che l’Europa non accetterà pratiche sleali di competizione.
Ma dove può arrivare davvero la capacità di persuasione e di trattativa di Berlino? La cancelleria è stretta tra i vincoli euroatlantici di guerra al mondo multipolare e gli interessi delle aziende che non vogliono perdere il mercato cinese, ma perdono sempre più competitività su di esso.
È questo equilibrismo, tra dipendenze critiche, dazi e sanzioni, aperture di mercato, che Scholz è andato a praticare in Cina. Un compito non facile e che probabilmente ora non può che giocarsi sul breve termine, col benestare di Pechino che non vuole accelerare nessuna frattura con l’Occidente, in attesa di ulteriori sviluppi in campo internazionale.
Fonte
Anche questa, come quella del 2022, è stata una visita con addosso gli occhi di tutti gli osservatori internazionali occidentali. Sul tavolo di discussione vi erano questioni sia economiche sia di politica estera, che nel caso di Berlino si uniscono nel giocarsi il funzionamento del modello che ha imposto a tutta la UE.
Le diverse voci che hanno commentato sui media nostrani questo viaggio possono essere riassunte con Scholz che fa business as usual in un mondo che è in netto cambiamento. È questa la contraddizione che passa sempre meno inosservata rispetto alla politica tedesca.
Incontrando Xi Jinping, Scholz ha parlato di una pace giusta in Ucraina. Il presidente cinese ha risposto che essa si deve fondare sugli “scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite” e deve passare per una “conferenza di pace internazionale riconosciuta sia dalla Russia sia dall’Ucraina”.
Insomma, nulla di nuovo sul piano internazionale, se non l’aver ribadito che una pace è possibile, ma non senza la Russia, come vorrebbe Kiev. Ma quel che è più importante riguarda i legami economici tra Germania e Cina, che hanno importanti ripercussioni sulla strategia di derisking promossa dal G7 nei confronti del Dragone.
La crisi economica è ormai la realtà di una Germania a cui la UE è servita per costruire le sue fortune sulle vendite extra-comunitarie. La Cina è stata sempre un tassello importante di questo modello export-oriented, ma nella strategia nazionale pubblicata a luglio scorso Berlino invitava le aziende a ridurre la dipendenza da Pechino.
Ad oggi, questo processo procede però in maniera contrastante. L’IFO Institute, un centro bavarese di ricerca economica, ha fatto un sondaggio su 4 mila imprese tedesche e ha osservato che i produttori che integrano beni intermedi cinesi nelle loro filiere sono diminuiti dal 46 al 33% negli ultimi due anni.
Ma questa tendenza sembra sia arrivata al proprio limite, e soprattutto gli investimenti già programmati continuano. Mentre gli investimenti diretti esteri sono diminuiti nel complesso del 2023, quelli tedeschi sono aumentati del 4,3% secondo la Bundesbank.
Scholz è andato a fare i conti con gli oltre 250 miliardi di interscambi con la Cina, da cui Ralf Thomas della Siemens, al seguito del cancelliere nel suo viaggio, ha detto che serviranno decenni per sganciarsi. Ma anche a fare i conti con la crisi dell’automotive del suo paese.
La Cina è diventato il primo esportatore al mondo di vetture, oltre ad essere all’avanguardia nella transizione all’elettrico (con la Tesla come unico vero competitor ad oggi). Il mercato cinese rappresenta, allo stesso tempo, una platea di oltre un miliardo di possibili acquirenti, a cui le case tedesche guardano con interesse.
La Camera di commercio tedesca a Shangai ha riportato che il 70% delle aziende intervistate in un altro recente sondaggio prevede di perdere quote di mercato e profitti. In quella stessa città, Scholz ha dichiarato che l’Europa non accetterà pratiche sleali di competizione.
Ma dove può arrivare davvero la capacità di persuasione e di trattativa di Berlino? La cancelleria è stretta tra i vincoli euroatlantici di guerra al mondo multipolare e gli interessi delle aziende che non vogliono perdere il mercato cinese, ma perdono sempre più competitività su di esso.
È questo equilibrismo, tra dipendenze critiche, dazi e sanzioni, aperture di mercato, che Scholz è andato a praticare in Cina. Un compito non facile e che probabilmente ora non può che giocarsi sul breve termine, col benestare di Pechino che non vuole accelerare nessuna frattura con l’Occidente, in attesa di ulteriori sviluppi in campo internazionale.
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14/04/2024
Germania - Escalation della repressione contro la solidarietà alla Palestina
Dopo la messa al bando del Congresso palestinese: migliaia di persone contro la repressione e l’azione israeliana nella Striscia di Gaza. Divieto d’ingresso per Yanis Varoufakis.
La gestione della questione palestinese da parte del governo tedesco sta diventando sempre più grottesca: venerdì, la polizia ha preso d’assalto il congresso palestinese previsto per questo fine settimana a Berlino due ore dopo il suo inizio a causa di un presunto “divieto di attività politica” da parte del presidente Salman Abu Sitta, che era collegato in videoconferenza.
L’evento, organizzato da gruppi di sinistra, è stato abbandonato e i 250 partecipanti hanno dovuto lasciare la sala. Il congresso resterà vietato per tutto il fine settimana. Un altro oratore, il chirurgo e rettore dell’Università di Glasgow, Ghassan Abu Sitta, palestinese-britannico, non ha ottenuto il permesso di ingresso all’aeroporto di Berlino. Sabato, il ministero federale dell’Interno ha emesso un divieto di ingresso e di attività contro l’ex ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis, che avrebbe dovuto parlare, come annunciato sui social media.
Il ministro federale dell’Interno Nancy Faeser (SPD) ha elogiato venerdì la polizia per un “giro di vite sul Congresso” e ha dichiarato che la “propaganda islamista” non sarebbe stata tollerata. In una conferenza stampa convocata spontaneamente sabato mattina, gli organizzatori hanno lanciato gravi accuse contro il governo tedesco: l’azione ha dimostrato che lo stato tedesco non voleva che “la sua complicità nel genocidio di Gaza” fosse affrontata e accusata. Il divieto è “sbagliato e pericoloso” e lo sviluppo segna un “nuovo livello di repressione” perché il diritto fondamentale alla libertà di espressione e di riunione “non solo è stato limitato, ma completamente minato per diversi giorni”. Da un punto di vista legale, anche la giustificazione del divieto come misura particolarmente drastica è più che dubbia, ha spiegato Nadija Samour, consulente legale del servizio eventi, interpellata da jW. Il divieto di attività si applica solo in caso di presenza fisica di una persona.
Dopo che il congresso è stato bandito poco dopo il suo inizio di venerdì, gli organizzatori hanno organizzato una manifestazione per sabato contro la repressione e il sostegno tedesco al governo israeliano nelle sue azioni contro la popolazione civile di Gaza. Secondo gli organizzatori, si sono radunate oltre 9.000 persone. La polizia è stata dispiegata con 900 agenti e sono stati effettuati diversi arresti.
Questo fine settimana, è stato fatto di tutto per evitare che il sostegno tedesco alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza venisse criticato. Tuttavia, a causa delle molestie nei confronti dei partecipanti e degli oratori di spicco, ora si è verificato il contrario: un Congresso della Palestina ben funzionante difficilmente avrebbe potuto ottenere una maggiore attenzione internazionale per la gestione autoritaria del movimento di solidarietà con la Palestina della Repubblica Federale di Germania.
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La gestione della questione palestinese da parte del governo tedesco sta diventando sempre più grottesca: venerdì, la polizia ha preso d’assalto il congresso palestinese previsto per questo fine settimana a Berlino due ore dopo il suo inizio a causa di un presunto “divieto di attività politica” da parte del presidente Salman Abu Sitta, che era collegato in videoconferenza.
L’evento, organizzato da gruppi di sinistra, è stato abbandonato e i 250 partecipanti hanno dovuto lasciare la sala. Il congresso resterà vietato per tutto il fine settimana. Un altro oratore, il chirurgo e rettore dell’Università di Glasgow, Ghassan Abu Sitta, palestinese-britannico, non ha ottenuto il permesso di ingresso all’aeroporto di Berlino. Sabato, il ministero federale dell’Interno ha emesso un divieto di ingresso e di attività contro l’ex ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis, che avrebbe dovuto parlare, come annunciato sui social media.
Il ministro federale dell’Interno Nancy Faeser (SPD) ha elogiato venerdì la polizia per un “giro di vite sul Congresso” e ha dichiarato che la “propaganda islamista” non sarebbe stata tollerata. In una conferenza stampa convocata spontaneamente sabato mattina, gli organizzatori hanno lanciato gravi accuse contro il governo tedesco: l’azione ha dimostrato che lo stato tedesco non voleva che “la sua complicità nel genocidio di Gaza” fosse affrontata e accusata. Il divieto è “sbagliato e pericoloso” e lo sviluppo segna un “nuovo livello di repressione” perché il diritto fondamentale alla libertà di espressione e di riunione “non solo è stato limitato, ma completamente minato per diversi giorni”. Da un punto di vista legale, anche la giustificazione del divieto come misura particolarmente drastica è più che dubbia, ha spiegato Nadija Samour, consulente legale del servizio eventi, interpellata da jW. Il divieto di attività si applica solo in caso di presenza fisica di una persona.
Dopo che il congresso è stato bandito poco dopo il suo inizio di venerdì, gli organizzatori hanno organizzato una manifestazione per sabato contro la repressione e il sostegno tedesco al governo israeliano nelle sue azioni contro la popolazione civile di Gaza. Secondo gli organizzatori, si sono radunate oltre 9.000 persone. La polizia è stata dispiegata con 900 agenti e sono stati effettuati diversi arresti.
Questo fine settimana, è stato fatto di tutto per evitare che il sostegno tedesco alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza venisse criticato. Tuttavia, a causa delle molestie nei confronti dei partecipanti e degli oratori di spicco, ora si è verificato il contrario: un Congresso della Palestina ben funzionante difficilmente avrebbe potuto ottenere una maggiore attenzione internazionale per la gestione autoritaria del movimento di solidarietà con la Palestina della Repubblica Federale di Germania.
Fonte
05/03/2024
I militari tedeschi inguaiano gli alleati della Nato
Secondo quanto riportato dai mass media internazionali, alti ufficiali tedeschi avrebbero accidentalmente fatto trapelare segreti militari alla Russia per mezzo di una registrazione audio di una riunione in videoconferenza.
Al centro della conversazione in questione, il no di Berlino alla consegna di missili a lungo raggio Taurus a Kiev, oltre ad alcune indiscrezioni sul ruolo della Gran Bretagna nella guerra. Il tutto è poi finito in un servizio sul network televisivo russo Russia Today. A quel punto la bomba è esplosa con grande imbarazzo sia per la Germania che per la Gran Bretagna.
Alla riunione, quattro ufficiali, tra cui il capo dell’aviazione militare tedesca Ingo Gerhartz, discutono gli scenari di dispiegamento per i missili “Taurus” in preparazione di un incontro con il ministro della Difesa Pistorius. Gli alti ufficiali giungono alla conclusione che una consegna e un rapido dispiegamento sarebbero stati possibili solo con la partecipazione dei soldati tedeschi sul posto, cioè in Ucraina.
Un addestramento all’uso dei “Taurus” da parte dei soldati ucraini richiederebbe infatti dei mesi. A quel punto vengono discusse varie opzioni per nascondere il coinvolgimento diretto della Bundeswehr nel dispiegamento dei “Taurus”. In questo modo, l’azienda produttrice può trasmettere i dati di destinazione richiesti o questi possono essere consegnati in auto attraverso la Polonia.
Il ponte che collega la terraferma con la Crimea costruito dai russi, così come i depositi di munizioni nella penisola, sono stati discussi come obiettivi. Si fa poi menzione della presenza di soldati britannici in Ucraina per aiutare a lanciare missili da crociera britannici e francesi. Uno degli alti ufficiali, Ingo Gerhartz definisce i missili Taurus un “super strumento”, mentre altri parlano di un “punto di forza unico” nelle capacità dell’arma tedesca.
L’intercettazione è piombata come un macigno anche sulla politica tedesca.
Giovedì sera, in un evento pubblico a Dresda, il cancelliere Olaf Scholz aveva giustificato il suo rifiuto di consegnare missili da crociera “Taurus” a Kiev e di inviare soldati tedeschi con insolita chiarezza. Venerdì, la Russia ha reso pubblica sul network televisivo Russia Today la registrazione della riunione interna degli alti ufficiali dell’aeronautica tedesca svoltasi il 19 febbraio. Non è stata specificata una fonte per la registrazione di ben 38 minuti. Il cancelliere Olaf Scholz (SPD) ha parlato di una “questione molto seria” durante la visita a Roma sabato in occasione dell’assemblea del Partito Socialista Europeo. Il governo tedesco era appena uscito con grande imbarazzo dall’incidente nel Mar Rosso in cui una propria nave militare aveva abbattuto un drone Reaper statunitense dopo averlo scambiato per un drone degli Houti.
A complicare le cose, ci sono infatti le dichiarazioni del generale tedesco Ingo Gerhartz che hanno inguaiato anche le forze armate britanniche. Nel corso della conversazione intercettata Gerhartz aveva discusso della possibile consegna dei missili tedeschi Taurus, più precisi degli Storm Shadows: “Se ci vengono chiesti i metodi di consegna, so come fanno gli inglesi. Lo fanno completamente in termini di “reach-back”. Hanno diverse persone sul posto”.
Un altro partecipante alla chiamata – si ritiene che sia il generale di brigata Frank Graefe – avrebbe poi aggiunto anche dettagli sull’addestramento delle truppe ucraine sul suolo tedesco, pronte a tornare in patria. “La giusta linea d’azione sarebbe poi che la Gran Bretagna prendesse il comando. Immaginate il casino se i media lo scoprissero”, avrebbe ammesso l’alto ufficiale.
Scoppiata la “bomba”, il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius ha accusato il Presidente russo Vladimir Putin di cercare di «destabilizzare» il Paese, in seguito alla diffusione da Mosca degli scambi confidenziali tra ufficiali tedeschi sulle forniture di armi all’Ucraina. «Si tratta semplicemente di usare questa registrazione per destabilizzare» e minare «l’unità» della Germania. «L’obiettivo è chiaramente quello di minare la nostra unità, di seminare divisione politica in patria, e spero sinceramente che Putin non ci riesca e che rimarremo uniti», ha spiegato. Ma il ministero della Difesa tedesco ha dovuto ammettere che la registrazione è autentica e che è stata «intercettata».
“Sì, certo”, ha detto il vicepresidente del Bundestag quando gli è stato chiesto dal giornale tedesco Handelsblatt se la vicenda delle intercettazioni nella Bundeswher potrebbe mettere a repentaglio la cooperazione con altri partner.
Sulle ripercussioni nelle relazioni con i vertici politici e militari britannici, la frittata fatta dai vertici militari tedeschi sta creando non pochi imbarazzi e problemi.
Tobias Ellwood, ex ministro della Difesa britannico, ha dichiarato al The Guardian che la fuga di notizie è imbarazzante per Berlino, anche se ha detto alla BBC che la Russia probabilmente sapeva della presenza britannica, data l’intensità delle sue attività di spionaggio.
Ma questo non dovrebbe “impedire che nei corridoi diplomatici si svolgano serie conversazioni tra Germania, Gran Bretagna e Nato, e che si discuta anche del motivo per cui ciò è avvenuto”, ha aggiunto Ellwood.
La Gran Bretagna, secondo The Guardian, ha confermato la presenza di un “piccolo numero di personale militare” in Ucraina martedì della scorsa settimana, anche se non ha detto quali compiti stessero svolgendo, tra le preoccupazioni che qualsiasi potenziale coinvolgimento in combattimento possa essere considerato da Mosca come un’escalation.
L’ultimo “incidente” delle intercettazioni dei vertici militari tedeschi (ai quali andrebbe aggiunto l’abbattimento per errore di un drone statunitense nel Mar Rosso, ndr), viene così sottolineato dal quotidiano Handesblatt: “Tutto ciò distrugge la fiducia e, sfortunatamente, si inserisce abbastanza bene nella serie di fallimenti della politica di sicurezza nella questione della Russia. Ci sono i documenti della NATO che sono andati ai russi nel corso dell’approvazione del Nord Stream 2. C’è il caso del doppio agente smascherato del BND. E c’è la rivelazione della scorsa settimana che il manager di Wirecard, Jan Marsalek, è stato una spia russa per anni”.
L’intercettazione rivelata da Russia Today ha solo reso evidente quello che la Nato sta facendo da tempo cioè aver già inviato i propri specialisti militari sul territorio ucraino per partecipare alla guerra contro la Russia. Non ci sono solo i britannici ma anche francesi, statunitensi, polacchi, scandinavi etc. Ma rivela anche come l’ossessione con cui il militarismo di ritorno in Germania sta accelerando il suo ritrovato protagonismo sulla scena internazionale, sta già provocando un sacco di guai – per ora ai propri alleati. Sarebbe meglio stopparlo alla nascita prima che ne inneschi di maggiori.
Fonte
Al centro della conversazione in questione, il no di Berlino alla consegna di missili a lungo raggio Taurus a Kiev, oltre ad alcune indiscrezioni sul ruolo della Gran Bretagna nella guerra. Il tutto è poi finito in un servizio sul network televisivo russo Russia Today. A quel punto la bomba è esplosa con grande imbarazzo sia per la Germania che per la Gran Bretagna.
Alla riunione, quattro ufficiali, tra cui il capo dell’aviazione militare tedesca Ingo Gerhartz, discutono gli scenari di dispiegamento per i missili “Taurus” in preparazione di un incontro con il ministro della Difesa Pistorius. Gli alti ufficiali giungono alla conclusione che una consegna e un rapido dispiegamento sarebbero stati possibili solo con la partecipazione dei soldati tedeschi sul posto, cioè in Ucraina.
Un addestramento all’uso dei “Taurus” da parte dei soldati ucraini richiederebbe infatti dei mesi. A quel punto vengono discusse varie opzioni per nascondere il coinvolgimento diretto della Bundeswehr nel dispiegamento dei “Taurus”. In questo modo, l’azienda produttrice può trasmettere i dati di destinazione richiesti o questi possono essere consegnati in auto attraverso la Polonia.
Il ponte che collega la terraferma con la Crimea costruito dai russi, così come i depositi di munizioni nella penisola, sono stati discussi come obiettivi. Si fa poi menzione della presenza di soldati britannici in Ucraina per aiutare a lanciare missili da crociera britannici e francesi. Uno degli alti ufficiali, Ingo Gerhartz definisce i missili Taurus un “super strumento”, mentre altri parlano di un “punto di forza unico” nelle capacità dell’arma tedesca.
L’intercettazione è piombata come un macigno anche sulla politica tedesca.
Giovedì sera, in un evento pubblico a Dresda, il cancelliere Olaf Scholz aveva giustificato il suo rifiuto di consegnare missili da crociera “Taurus” a Kiev e di inviare soldati tedeschi con insolita chiarezza. Venerdì, la Russia ha reso pubblica sul network televisivo Russia Today la registrazione della riunione interna degli alti ufficiali dell’aeronautica tedesca svoltasi il 19 febbraio. Non è stata specificata una fonte per la registrazione di ben 38 minuti. Il cancelliere Olaf Scholz (SPD) ha parlato di una “questione molto seria” durante la visita a Roma sabato in occasione dell’assemblea del Partito Socialista Europeo. Il governo tedesco era appena uscito con grande imbarazzo dall’incidente nel Mar Rosso in cui una propria nave militare aveva abbattuto un drone Reaper statunitense dopo averlo scambiato per un drone degli Houti.
A complicare le cose, ci sono infatti le dichiarazioni del generale tedesco Ingo Gerhartz che hanno inguaiato anche le forze armate britanniche. Nel corso della conversazione intercettata Gerhartz aveva discusso della possibile consegna dei missili tedeschi Taurus, più precisi degli Storm Shadows: “Se ci vengono chiesti i metodi di consegna, so come fanno gli inglesi. Lo fanno completamente in termini di “reach-back”. Hanno diverse persone sul posto”.
Un altro partecipante alla chiamata – si ritiene che sia il generale di brigata Frank Graefe – avrebbe poi aggiunto anche dettagli sull’addestramento delle truppe ucraine sul suolo tedesco, pronte a tornare in patria. “La giusta linea d’azione sarebbe poi che la Gran Bretagna prendesse il comando. Immaginate il casino se i media lo scoprissero”, avrebbe ammesso l’alto ufficiale.
Scoppiata la “bomba”, il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius ha accusato il Presidente russo Vladimir Putin di cercare di «destabilizzare» il Paese, in seguito alla diffusione da Mosca degli scambi confidenziali tra ufficiali tedeschi sulle forniture di armi all’Ucraina. «Si tratta semplicemente di usare questa registrazione per destabilizzare» e minare «l’unità» della Germania. «L’obiettivo è chiaramente quello di minare la nostra unità, di seminare divisione politica in patria, e spero sinceramente che Putin non ci riesca e che rimarremo uniti», ha spiegato. Ma il ministero della Difesa tedesco ha dovuto ammettere che la registrazione è autentica e che è stata «intercettata».
“Sì, certo”, ha detto il vicepresidente del Bundestag quando gli è stato chiesto dal giornale tedesco Handelsblatt se la vicenda delle intercettazioni nella Bundeswher potrebbe mettere a repentaglio la cooperazione con altri partner.
Sulle ripercussioni nelle relazioni con i vertici politici e militari britannici, la frittata fatta dai vertici militari tedeschi sta creando non pochi imbarazzi e problemi.
Tobias Ellwood, ex ministro della Difesa britannico, ha dichiarato al The Guardian che la fuga di notizie è imbarazzante per Berlino, anche se ha detto alla BBC che la Russia probabilmente sapeva della presenza britannica, data l’intensità delle sue attività di spionaggio.
Ma questo non dovrebbe “impedire che nei corridoi diplomatici si svolgano serie conversazioni tra Germania, Gran Bretagna e Nato, e che si discuta anche del motivo per cui ciò è avvenuto”, ha aggiunto Ellwood.
La Gran Bretagna, secondo The Guardian, ha confermato la presenza di un “piccolo numero di personale militare” in Ucraina martedì della scorsa settimana, anche se non ha detto quali compiti stessero svolgendo, tra le preoccupazioni che qualsiasi potenziale coinvolgimento in combattimento possa essere considerato da Mosca come un’escalation.
L’ultimo “incidente” delle intercettazioni dei vertici militari tedeschi (ai quali andrebbe aggiunto l’abbattimento per errore di un drone statunitense nel Mar Rosso, ndr), viene così sottolineato dal quotidiano Handesblatt: “Tutto ciò distrugge la fiducia e, sfortunatamente, si inserisce abbastanza bene nella serie di fallimenti della politica di sicurezza nella questione della Russia. Ci sono i documenti della NATO che sono andati ai russi nel corso dell’approvazione del Nord Stream 2. C’è il caso del doppio agente smascherato del BND. E c’è la rivelazione della scorsa settimana che il manager di Wirecard, Jan Marsalek, è stato una spia russa per anni”.
L’intercettazione rivelata da Russia Today ha solo reso evidente quello che la Nato sta facendo da tempo cioè aver già inviato i propri specialisti militari sul territorio ucraino per partecipare alla guerra contro la Russia. Non ci sono solo i britannici ma anche francesi, statunitensi, polacchi, scandinavi etc. Ma rivela anche come l’ossessione con cui il militarismo di ritorno in Germania sta accelerando il suo ritrovato protagonismo sulla scena internazionale, sta già provocando un sacco di guai – per ora ai propri alleati. Sarebbe meglio stopparlo alla nascita prima che ne inneschi di maggiori.
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26/02/2024
La Germania punta ad una ripresa economica fondata sulle spese militari. Pessimo segnale
La Germania è ormai in preda ad un furore bellicista che spiega molte cose. Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha infatti annunciato ieri ulteriori spese militari per la Germania in occasione del secondo anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina.
Il capo del governo federale di coalizione tra Spd, Verdi e Liberali, ha ribadito il sostegno all’Ucraina “nella sua autodifesa finché sarà necessario”.
Allo stesso tempo, Scholz ha sottolineato: “Noi, Germania ed Europa, stiamo facendo di più e dobbiamo fare di più per poterci difendere in maniera efficace”.
Per Scholz vocaboli come “deterrenza” o “prontezza della difesa” sono per alcuni sconosciuti quando pronunciati da un cancelliere e sono “quasi dimenticate”, ma rappresentano un compito importante. Per il cancelliere tedesco “insieme ai nostri alleati, dobbiamo essere tanto forti che nessuno osi attaccarci, così garantiamo la nostra sicurezza ed è così che difendiamo la pace in Europa”.
La migliore garanzia in tal senso è e resta la Nato. Per questo motivo, ha sottolineato il capo del governo federale “stiamo potenziando la Bundeswher e la Difesa dell’Europa. Questo è il nostro contributo ad una Nato forte”. Tuttavia, “non è un segreto” che la Bundeswehr sia stata trascurata per molti anni. “Nel 2024, per la prima volta dopo decenni” – ha evidenziato Scholz – “la Germania investe il 2 per cento del Pil nella difesa, come stabilito dall’obiettivo Nato, e così rimarrà nei prossimi anni e decenni”.
Nuovi elicotteri e aerei da caccia sono già stati ordinati, “disponibili sul mercato”. Inoltre, la Marina tedesca sta ricevendo “nuove fregate e sottomarini”, la cui costruzione è “già in corso”. A sua volta, all’esercito verranno consegnati “presto” i primi mezzi corazzati da trasporto truppe modernizzati, mentre la Bundeswehr otterrà “il suo primo moderno sistema di difesa aerea, come quello già in uso in Ucraina”.
Scholz aveva già dichiarato nei giorni scorsi, visitando il nuovo sito della fabbrica di armi Rheinmetall, che l’industria della difesa tedesca ed europea deve passare alla produzione di massa di armi, poiché la guerra in Ucraina ha messo in evidenza come i produttori europei abbiano difficoltà a soddisfare la domanda di munizioni.
L’agenzia Reuters riferisce che in questa occasione Scholz ha affermato che: “Dobbiamo abbandonare l’industria manifatturiera per passare alla produzione su larga scala di attrezzature per la difesa”.
“Non solo gli Stati Uniti, ma tutti i Paesi europei devono fare ancora di più per sostenere l’Ucraina. Gli impegni presi finora non sono sufficienti. Il potere della Germania da solo non basta”.
“Questo è urgente e e necessario. Perché per quanto dura sia questa realtà non viviamo in tempi di pace”, ha detto Scholz.
Ma anche i partner di governo del cancelliere tedesco sono sulla stessa linea guerrafondaia. Il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner (FDP) ha chiesto una moratoria pluriennale sulla spesa sociale e sui sussidi per poter investire più soldi nella difesa.
Mentre le grandi fabbriche tedesche annunciano licenziamenti di massa, la Germania sembra voler convertire la sua industria al keynesismo militare per fondare su questo la propria ripresa economica e occupazionale. È già accaduto nella storia... con risultati nefasti per tutta l’Europa.
Fonte
Il capo del governo federale di coalizione tra Spd, Verdi e Liberali, ha ribadito il sostegno all’Ucraina “nella sua autodifesa finché sarà necessario”.
Allo stesso tempo, Scholz ha sottolineato: “Noi, Germania ed Europa, stiamo facendo di più e dobbiamo fare di più per poterci difendere in maniera efficace”.
Per Scholz vocaboli come “deterrenza” o “prontezza della difesa” sono per alcuni sconosciuti quando pronunciati da un cancelliere e sono “quasi dimenticate”, ma rappresentano un compito importante. Per il cancelliere tedesco “insieme ai nostri alleati, dobbiamo essere tanto forti che nessuno osi attaccarci, così garantiamo la nostra sicurezza ed è così che difendiamo la pace in Europa”.
La migliore garanzia in tal senso è e resta la Nato. Per questo motivo, ha sottolineato il capo del governo federale “stiamo potenziando la Bundeswher e la Difesa dell’Europa. Questo è il nostro contributo ad una Nato forte”. Tuttavia, “non è un segreto” che la Bundeswehr sia stata trascurata per molti anni. “Nel 2024, per la prima volta dopo decenni” – ha evidenziato Scholz – “la Germania investe il 2 per cento del Pil nella difesa, come stabilito dall’obiettivo Nato, e così rimarrà nei prossimi anni e decenni”.
Nuovi elicotteri e aerei da caccia sono già stati ordinati, “disponibili sul mercato”. Inoltre, la Marina tedesca sta ricevendo “nuove fregate e sottomarini”, la cui costruzione è “già in corso”. A sua volta, all’esercito verranno consegnati “presto” i primi mezzi corazzati da trasporto truppe modernizzati, mentre la Bundeswehr otterrà “il suo primo moderno sistema di difesa aerea, come quello già in uso in Ucraina”.
Scholz aveva già dichiarato nei giorni scorsi, visitando il nuovo sito della fabbrica di armi Rheinmetall, che l’industria della difesa tedesca ed europea deve passare alla produzione di massa di armi, poiché la guerra in Ucraina ha messo in evidenza come i produttori europei abbiano difficoltà a soddisfare la domanda di munizioni.
L’agenzia Reuters riferisce che in questa occasione Scholz ha affermato che: “Dobbiamo abbandonare l’industria manifatturiera per passare alla produzione su larga scala di attrezzature per la difesa”.
“Non solo gli Stati Uniti, ma tutti i Paesi europei devono fare ancora di più per sostenere l’Ucraina. Gli impegni presi finora non sono sufficienti. Il potere della Germania da solo non basta”.
“Questo è urgente e e necessario. Perché per quanto dura sia questa realtà non viviamo in tempi di pace”, ha detto Scholz.
Ma anche i partner di governo del cancelliere tedesco sono sulla stessa linea guerrafondaia. Il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner (FDP) ha chiesto una moratoria pluriennale sulla spesa sociale e sui sussidi per poter investire più soldi nella difesa.
Mentre le grandi fabbriche tedesche annunciano licenziamenti di massa, la Germania sembra voler convertire la sua industria al keynesismo militare per fondare su questo la propria ripresa economica e occupazionale. È già accaduto nella storia... con risultati nefasti per tutta l’Europa.
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28/09/2023
Italia e Germania ai ferri corti sui migranti. Serie difficoltà interne per Berlino
Ormai è alta tensione nelle relazioni tra Italia e Germania sulla questione migranti. Nella disputa sugli aiuti finanziari tedeschi alle Ong che si occupano dei migranti in Italia, il governo Meloni sta usando toni sempre più duri contro Berlino. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in una intervista a La Stampa ha parlato di un comportamento “molto grave“.
“Così facendo, Berlino si comporta come se non sapesse che si sta cacciando nei guai in un paese di cui è teoricamente amico”.
Il Ministero degli Esteri tedesco aveva sottolineato venerdì che una decisione del Bundestag sugli aiuti alle Ong sarebbe stata attuata a breve.
I primi soldi – tra i 400.000 e gli 800.000 euro ciascuno – saranno erogati “a breve”, per un progetto di approvvigionamento a terra e un progetto di salvataggio in mare. Una delle organizzazioni è SOS Humanity.
Il fatto che il governo tedesco stia utilizzando fondi pubblici per finanziare i soccorritori tedeschi nel Mediterraneo, ha innescato un dibattito anche all’interno della coalizione semaforo (Spd, Verdi, Liberali) in Germania. L’occasione è stata la lettera inviata del primo ministro italiano Meloni al cancelliere tedesco Scholz.
Meloni nella sua lettera a Scholz ha scritto che: “Sono rimasta stupita nell’apprendere che il suo governo – senza coordinarsi con il governo italiano – avrebbe deciso di fornire finanziamenti significativi alle organizzazioni non governative impegnate nell’accoglienza di migranti irregolari sul territorio italiano e nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo“.
I Verdi tedeschi hanno difeso i finanziamenti statali alle Ong, mentre il deputato del Fdp (liberali) Kubiki, ha mostrato invece “comprensione” per il malcontento di Roma e ha messo in dubbio il sostegno nel caso specifico, pur avendo “per ovvie ragioni molta comprensione e simpatia per il salvataggio in mare in generale“.
La co-leader del Partito dei Verdi, Britta Hasselmann, d’altra parte, ha parlato di un “grande disastro” qualora nessun accordo statale sul salvataggio in mare venisse concordato a livello europeo.
Un portavoce del ministero degli Esteri tedeschi lunedì ha risposto che il governo aveva solo attuato una decisione del Bundestag. La decisione è stata presa qualche tempo fa e anche i partner italiani all’epoca ne erano stati informati.
Finora sono state approvate i finanziamenti per due progetti: una per la cura a terra di persone soccorse in mare e portate in Italia e un progetto di ONG per misure di salvataggio in mare. Secondo il Ministero degli esteri tedesco, l’importo del finanziamento del progetto è compreso tra 400.000 e 800.000 euro ciascuno.
Secondo il giornale tedesco Handesblatt, la disunione dei partiti della coalizione di governo in Germania sulla politica migratoria mette in pericolo la riforma del diritto d’asilo a livello europeo. Oggi i ministri degli interni dell’UE intendono fare un altro tentativo di compromesso.
Ma la Germania, insieme a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, si rifiuta di accettare un punto cruciale, vale a dire il nuovo regolamento dell’UE sulle migrazioni. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, domenica, ha nuovamente messo in guardia contro la sua introduzione.
La preoccupazione è che il regolamento dell’UE sulle crisi potrebbe, a seconda della sua applicazione negli Stati alle frontiere esterne dell’UE, portare a un maggior numero di respingimenti, ma anche a un maggiore transito di rifugiati verso paesi come la Germania. La Baerbock teme che un numero particolarmente elevato di rifugiati possa arrivare in Germania.
La Presidenza spagnola sta attualmente cercando di rompere il blocco contrario al regolamento e sottrarre i cechi dal fronte comune con Ungheria e Polonia. Ma se la Repubblica Ceca voterà “no”, la pressione sul governo tedesco aumenterebbe e il compromesso europeo sull’asilo che Berlino chiede da anni fallirebbe.
E se la riforma fallisce, c’è il rischio che venga pagata politicamente alle elezioni europee del prossimo anno. A Bruxelles, c’è una crescente preoccupazione per il forte aumento dei voti per i partiti di destra se la migrazione controllata non viene limitata.
Scholz ha riconosciuto il diritto fondamentale all’asilo, ma ha anche chiesto deportazioni più efficaci. Ha chiesto chiarimenti sulle irregolarità nel rilascio dei visti in Polonia, aggiungendo che, a seconda della situazione attuale, “potrebbero essere necessarie ulteriori misure alle frontiere”.
Il ministro dell’Interno tedesco Faeser (SPD) alla domanda se fossero previsti controlli fissi alle frontiere polacche e ceche a breve termine, ha dichiarato al giornale tedesco Welt am Sonntag che: “Dal mio punto di vista, questo è un modo per combattere più duramente il crimine di contrabbando“.
Secondo il ministero dell’Interno, ulteriori misure di polizia di frontiera sono attualmente allo studio.
Ma a mettersi di traverso ai controlli alle frontiere come al solito è il mondo degli affari. L’Handesblatt riferisce che il presidente dell’Associazione federale del commercio all’ingrosso, del commercio estero e dei servizi (BGA), Dirk Jandura, ha respinto i controlli fissi alle frontiere con la Polonia e la Repubblica Ceca.
“Il commercio all’ingrosso e all’estero prospera sulla libera circolazione delle merci, ulteriori barriere sono controproducenti“, ha detto Jandura a Handelsblatt. Ha ricordato che la legge sulle catene di approvvigionamento, in vigore da quest’anno, sta già rendendo sempre più difficile per le medie imprese commerciare.
“La lunga congestione dei camion alle frontiere sarebbe un incubo per la catena di approvvigionamento“, ha avvertito Jandura. “Questi portano a colli di bottiglia temporanei nella fornitura e all’aumento dei costi, che alla fine verrebbero trasferiti al consumatore“.
Il sistema dominante europeo dunque fa nuovamente cortocircuito tra interessi diversi e non coincidenti: quelli dell’immagine “umanitaria” dell’Europa, quelli elettorali per i quali la questione immigrati è una rogna stellare e quelli del business che dei primi due se n’è sempre fregato.
Fonte
“Così facendo, Berlino si comporta come se non sapesse che si sta cacciando nei guai in un paese di cui è teoricamente amico”.
Il Ministero degli Esteri tedesco aveva sottolineato venerdì che una decisione del Bundestag sugli aiuti alle Ong sarebbe stata attuata a breve.
I primi soldi – tra i 400.000 e gli 800.000 euro ciascuno – saranno erogati “a breve”, per un progetto di approvvigionamento a terra e un progetto di salvataggio in mare. Una delle organizzazioni è SOS Humanity.
Il fatto che il governo tedesco stia utilizzando fondi pubblici per finanziare i soccorritori tedeschi nel Mediterraneo, ha innescato un dibattito anche all’interno della coalizione semaforo (Spd, Verdi, Liberali) in Germania. L’occasione è stata la lettera inviata del primo ministro italiano Meloni al cancelliere tedesco Scholz.
Meloni nella sua lettera a Scholz ha scritto che: “Sono rimasta stupita nell’apprendere che il suo governo – senza coordinarsi con il governo italiano – avrebbe deciso di fornire finanziamenti significativi alle organizzazioni non governative impegnate nell’accoglienza di migranti irregolari sul territorio italiano e nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo“.
I Verdi tedeschi hanno difeso i finanziamenti statali alle Ong, mentre il deputato del Fdp (liberali) Kubiki, ha mostrato invece “comprensione” per il malcontento di Roma e ha messo in dubbio il sostegno nel caso specifico, pur avendo “per ovvie ragioni molta comprensione e simpatia per il salvataggio in mare in generale“.
La co-leader del Partito dei Verdi, Britta Hasselmann, d’altra parte, ha parlato di un “grande disastro” qualora nessun accordo statale sul salvataggio in mare venisse concordato a livello europeo.
Un portavoce del ministero degli Esteri tedeschi lunedì ha risposto che il governo aveva solo attuato una decisione del Bundestag. La decisione è stata presa qualche tempo fa e anche i partner italiani all’epoca ne erano stati informati.
Finora sono state approvate i finanziamenti per due progetti: una per la cura a terra di persone soccorse in mare e portate in Italia e un progetto di ONG per misure di salvataggio in mare. Secondo il Ministero degli esteri tedesco, l’importo del finanziamento del progetto è compreso tra 400.000 e 800.000 euro ciascuno.
Secondo il giornale tedesco Handesblatt, la disunione dei partiti della coalizione di governo in Germania sulla politica migratoria mette in pericolo la riforma del diritto d’asilo a livello europeo. Oggi i ministri degli interni dell’UE intendono fare un altro tentativo di compromesso.
Ma la Germania, insieme a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, si rifiuta di accettare un punto cruciale, vale a dire il nuovo regolamento dell’UE sulle migrazioni. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, domenica, ha nuovamente messo in guardia contro la sua introduzione.
La preoccupazione è che il regolamento dell’UE sulle crisi potrebbe, a seconda della sua applicazione negli Stati alle frontiere esterne dell’UE, portare a un maggior numero di respingimenti, ma anche a un maggiore transito di rifugiati verso paesi come la Germania. La Baerbock teme che un numero particolarmente elevato di rifugiati possa arrivare in Germania.
La Presidenza spagnola sta attualmente cercando di rompere il blocco contrario al regolamento e sottrarre i cechi dal fronte comune con Ungheria e Polonia. Ma se la Repubblica Ceca voterà “no”, la pressione sul governo tedesco aumenterebbe e il compromesso europeo sull’asilo che Berlino chiede da anni fallirebbe.
E se la riforma fallisce, c’è il rischio che venga pagata politicamente alle elezioni europee del prossimo anno. A Bruxelles, c’è una crescente preoccupazione per il forte aumento dei voti per i partiti di destra se la migrazione controllata non viene limitata.
Scholz ha riconosciuto il diritto fondamentale all’asilo, ma ha anche chiesto deportazioni più efficaci. Ha chiesto chiarimenti sulle irregolarità nel rilascio dei visti in Polonia, aggiungendo che, a seconda della situazione attuale, “potrebbero essere necessarie ulteriori misure alle frontiere”.
Il ministro dell’Interno tedesco Faeser (SPD) alla domanda se fossero previsti controlli fissi alle frontiere polacche e ceche a breve termine, ha dichiarato al giornale tedesco Welt am Sonntag che: “Dal mio punto di vista, questo è un modo per combattere più duramente il crimine di contrabbando“.
Secondo il ministero dell’Interno, ulteriori misure di polizia di frontiera sono attualmente allo studio.
Ma a mettersi di traverso ai controlli alle frontiere come al solito è il mondo degli affari. L’Handesblatt riferisce che il presidente dell’Associazione federale del commercio all’ingrosso, del commercio estero e dei servizi (BGA), Dirk Jandura, ha respinto i controlli fissi alle frontiere con la Polonia e la Repubblica Ceca.
“Il commercio all’ingrosso e all’estero prospera sulla libera circolazione delle merci, ulteriori barriere sono controproducenti“, ha detto Jandura a Handelsblatt. Ha ricordato che la legge sulle catene di approvvigionamento, in vigore da quest’anno, sta già rendendo sempre più difficile per le medie imprese commerciare.
“La lunga congestione dei camion alle frontiere sarebbe un incubo per la catena di approvvigionamento“, ha avvertito Jandura. “Questi portano a colli di bottiglia temporanei nella fornitura e all’aumento dei costi, che alla fine verrebbero trasferiti al consumatore“.
Il sistema dominante europeo dunque fa nuovamente cortocircuito tra interessi diversi e non coincidenti: quelli dell’immagine “umanitaria” dell’Europa, quelli elettorali per i quali la questione immigrati è una rogna stellare e quelli del business che dei primi due se n’è sempre fregato.
Fonte
30/06/2023
Germania - Bufera sull’intelligence: non si è accorta di quanto avveniva in Russia
La consuetudine delle amministrazioni Usa di non fornire informazioni riservate alle intelligence dei paesi alleati, sta provocando un terremoto nei servizi segreti tedeschi.
Il Servizio federale per le informazioni (Bnd), ossia l’agenzia di intelligence tedesca per l’estero, è finito “sotto pressione” per essere stata colta di sorpresa dalla rivolta del gruppo paramilitare Wagner in Russia.
A riferirlo è il quotidiano tedesco Handelsblatt, evidenziando come lo stesso cancelliere Olaf Scholz abbia ammesso che il Bnd sia stato colto di sorpresa dalla rivolta dei mercenari di Evgenij Prigozhin.
Il servizio “ovviamente non sapeva” dell’insurrezione “prima” che iniziasse ha affermato il capo del governo tedesco durante un’intervista rilasciata all’emittente radiotelevisiva Ard.
Scholz ha aggiunto che, una volta iniziata la sollevazione del gruppo Wagner, il Bnd ha informato “sempre e di continuo” l’esecutivo federale su “quanto vi era da osservare”. Tuttavia, questa risposta non è sufficiente per il Comitato parlamentare di controllo sulle agenzie di intelligence (Pkgr).
Il presidente dell’organo del Bundestag, il deputato dei Verdi Konstantin von Notz, ha dichiarato che “Ora il Pkgr si occuperà intensamente delle questioni attuali del Bnd e della collaborazione con i servizi partner”.
Quest’ultimo problema infatti è emerso dal fatto che i servizi di intelligence Usa avevano saputo in anticipo di quanto stava accadendo in Russia, ma si sono ben guardati dall’informarne o dallo scambiare informazioni preziosi con i servizi segreti dei paesi europei.
Ralf Stegner, membro della Spd nel Comitato parlamentare di controllo sulle agenzie di intelligence (Pkgr) ha dichiarato che l’impreparazione del Bnd deve essere “approfondita piano politico” e “ciò vale anche nel caso di mancato scambio di informazioni con le agenzie di intelligence degli alleati” della Germania.
Il riferimento è alle indiscrezioni pubblicate dai quotidiani New York Times e Washington Post, secondo cui i servizi segreti degli Stati Uniti erano a conoscenza dei piani insurrezionali di Prigozhin da prima che venissero attuati. Al riguardo, durante l’intervista ad Ard, Scholz ha affermato che intende discutere del flusso delle informazioni di intelligence con gli alleati della Germania.
Diversamente, per Wolfgang Kubicki, deputato e vicepresidente del Partito liberaldemocratico (Fdp) la Cancelleria deve ora prendere provvedimenti “nel settore dei servizi di intelligence” e il fatto che altre agenzie siano state informate dei piani di Prigozhin prima del Bnd non deve essere un’opportunità per inviare “lettere di reclamo all’estero”.
Kubicki ha anche addossato la responsabilità dell’incapacità dell’intelligence tedesca agli anni di governo della Merkel.
Una esercitazione di servilismo atlantico, quella dei liberali tedeschi, che omette almeno due fattori: la Merkel, come noto, veniva spiata dall’intelligence statunitense, e anche in questa occasione, come già avvenuto in Afghanistan, le agenzie di sicurezza statunitensi non hanno fornito informazioni a quelle dei paesi europei alleati nella Nato.
Anche in quell’occasione, gli europei vennero “colti di sorpresa” dalla rapida fuga degli statunitensi da Kabul. Più che alleati questi sono “fratelli coltelli” e la Nato non è affatto una garanzia di relazioni leali tra gli alleati.
Fonte
Il Servizio federale per le informazioni (Bnd), ossia l’agenzia di intelligence tedesca per l’estero, è finito “sotto pressione” per essere stata colta di sorpresa dalla rivolta del gruppo paramilitare Wagner in Russia.
A riferirlo è il quotidiano tedesco Handelsblatt, evidenziando come lo stesso cancelliere Olaf Scholz abbia ammesso che il Bnd sia stato colto di sorpresa dalla rivolta dei mercenari di Evgenij Prigozhin.
Il servizio “ovviamente non sapeva” dell’insurrezione “prima” che iniziasse ha affermato il capo del governo tedesco durante un’intervista rilasciata all’emittente radiotelevisiva Ard.
Scholz ha aggiunto che, una volta iniziata la sollevazione del gruppo Wagner, il Bnd ha informato “sempre e di continuo” l’esecutivo federale su “quanto vi era da osservare”. Tuttavia, questa risposta non è sufficiente per il Comitato parlamentare di controllo sulle agenzie di intelligence (Pkgr).
Il presidente dell’organo del Bundestag, il deputato dei Verdi Konstantin von Notz, ha dichiarato che “Ora il Pkgr si occuperà intensamente delle questioni attuali del Bnd e della collaborazione con i servizi partner”.
Quest’ultimo problema infatti è emerso dal fatto che i servizi di intelligence Usa avevano saputo in anticipo di quanto stava accadendo in Russia, ma si sono ben guardati dall’informarne o dallo scambiare informazioni preziosi con i servizi segreti dei paesi europei.
Ralf Stegner, membro della Spd nel Comitato parlamentare di controllo sulle agenzie di intelligence (Pkgr) ha dichiarato che l’impreparazione del Bnd deve essere “approfondita piano politico” e “ciò vale anche nel caso di mancato scambio di informazioni con le agenzie di intelligence degli alleati” della Germania.
Il riferimento è alle indiscrezioni pubblicate dai quotidiani New York Times e Washington Post, secondo cui i servizi segreti degli Stati Uniti erano a conoscenza dei piani insurrezionali di Prigozhin da prima che venissero attuati. Al riguardo, durante l’intervista ad Ard, Scholz ha affermato che intende discutere del flusso delle informazioni di intelligence con gli alleati della Germania.
Diversamente, per Wolfgang Kubicki, deputato e vicepresidente del Partito liberaldemocratico (Fdp) la Cancelleria deve ora prendere provvedimenti “nel settore dei servizi di intelligence” e il fatto che altre agenzie siano state informate dei piani di Prigozhin prima del Bnd non deve essere un’opportunità per inviare “lettere di reclamo all’estero”.
Kubicki ha anche addossato la responsabilità dell’incapacità dell’intelligence tedesca agli anni di governo della Merkel.
Una esercitazione di servilismo atlantico, quella dei liberali tedeschi, che omette almeno due fattori: la Merkel, come noto, veniva spiata dall’intelligence statunitense, e anche in questa occasione, come già avvenuto in Afghanistan, le agenzie di sicurezza statunitensi non hanno fornito informazioni a quelle dei paesi europei alleati nella Nato.
Anche in quell’occasione, gli europei vennero “colti di sorpresa” dalla rapida fuga degli statunitensi da Kabul. Più che alleati questi sono “fratelli coltelli” e la Nato non è affatto una garanzia di relazioni leali tra gli alleati.
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12/06/2023
La NATO si adestra per la terza guerra mondiale
Lo spazio aereo sull’Europa orientale è conteso. L’articolo 5 della NATO è stato attivato. In brevissimo tempo, centinaia di aerei da combattimento dagli Stati Uniti e da altri paesi della NATO verranno trasferiti in Germania per volare da qui verso la Russia. Anche gli aerei stealth F-35 con capacità nucleare sono in fase di preparazione per l’uso: sono spuntate le prime ore di una grande guerra.
Questo scenario costituisce la base strategica delle manovre militari “Air Defender 23”, che si svolgono dal 12 al 23 giugno. La guerra aerea è simulata contro un nemico immaginario che dispone di una potente forza aerea. È facile indovinare a chi si rivolgano.
La gestione delle manovre può essere ancora reticente nella sua comunicazione pubblica, ma Michael A. Loh, generale della US Air National Guard, ha espresso tempo fa la sua motivazione. Nel 2021, in vista di “Air Defender”, ha auspicato che la sua gente “pensi di più ai nostri pericoli imminenti: Cina e Russia“.
Le manovre vengono eseguite secondo il principio “allenati mentre combatti“. Aree operative, tattiche, logistica: tutto dovrebbe essere il più realistico possibile. Non è quindi un caso che la Germania stia diventando l’hub centrale dell’esercitazione.
Anche in caso di emergenza, innumerevoli jet della NATO decollerebbero dagli aeroporti tedeschi e sciamerebbero fuori. Le rotte di volo che l’aereo da combattimento testerà sono altrettanto realistiche. Conducono ai confini orientali del territorio della NATO, ai confini russo e ucraino.
Quella che a prima vista sembra un’audace ma usuale provocazione, è nei fatti una minaccia tangibile alla pace mondiale in tempo di guerra. Un incidente che coinvolge un aereo militare russo, una navigazione sbagliata o un errore del pilota può essere sufficiente per far sembrare un volo di addestramento un atto di aggressione.
Diventa particolarmente minaccioso se l’Ucraina utilizza la scia della manovra per lanciare attacchi mentre la sorveglianza aerea russa è costretta a seguire le attività della NATO. Al momento, il territorio russo viene bombardato quasi ogni giorno e il presidente ucraino minaccia in modo penetrante gravi attacchi.
In questa situazione il potenziale di escalation di un attacco militare ucraino, mentre i jet della NATO pattugliano nelle vicinanze, è evidente.
Il governo federale non solo è disposto ad accettare questi enormi rischi, ma sta anche sospendendo le consuete misure di sicurezza. Gli osservatori russi, che potrebbero garantire che l’esercitazione non venga utilizzata per preparare un attacco, non sono invitati.
Non dovrebbe esserci nemmeno un annuncio formale. “Non ti scriveremo una lettera. Capirai il messaggio quando i nostri aerei sciameranno fuori“, ha detto il massimo generale dell’aeronautica tedesca, Ingo Gerhartz, all’inizio di aprile quando gli è stato chiesto come fosse stata informata la Russia.
Questo allontanamento dalla politica di rassicurazione è stato accompagnato da una lotta alla diplomazia. La scorsa settimana, la Federazione Russa ha bloccato il funzionamento di quattro consolati. Dovranno essere chiusi entro la fine dell’anno.
Poco prima della manovra, i rapporti sono ulteriormente tesi e importanti canali di comunicazione vengono sabotati. Apparentemente il governo federale sta facendo tutto il possibile per portare avanti l’escalation e aumentare il rischio che l’esercitazione possa diventare una grave emergenza.
Fonte
Questo scenario costituisce la base strategica delle manovre militari “Air Defender 23”, che si svolgono dal 12 al 23 giugno. La guerra aerea è simulata contro un nemico immaginario che dispone di una potente forza aerea. È facile indovinare a chi si rivolgano.
La gestione delle manovre può essere ancora reticente nella sua comunicazione pubblica, ma Michael A. Loh, generale della US Air National Guard, ha espresso tempo fa la sua motivazione. Nel 2021, in vista di “Air Defender”, ha auspicato che la sua gente “pensi di più ai nostri pericoli imminenti: Cina e Russia“.
Le manovre vengono eseguite secondo il principio “allenati mentre combatti“. Aree operative, tattiche, logistica: tutto dovrebbe essere il più realistico possibile. Non è quindi un caso che la Germania stia diventando l’hub centrale dell’esercitazione.
Anche in caso di emergenza, innumerevoli jet della NATO decollerebbero dagli aeroporti tedeschi e sciamerebbero fuori. Le rotte di volo che l’aereo da combattimento testerà sono altrettanto realistiche. Conducono ai confini orientali del territorio della NATO, ai confini russo e ucraino.
Quella che a prima vista sembra un’audace ma usuale provocazione, è nei fatti una minaccia tangibile alla pace mondiale in tempo di guerra. Un incidente che coinvolge un aereo militare russo, una navigazione sbagliata o un errore del pilota può essere sufficiente per far sembrare un volo di addestramento un atto di aggressione.
Diventa particolarmente minaccioso se l’Ucraina utilizza la scia della manovra per lanciare attacchi mentre la sorveglianza aerea russa è costretta a seguire le attività della NATO. Al momento, il territorio russo viene bombardato quasi ogni giorno e il presidente ucraino minaccia in modo penetrante gravi attacchi.
In questa situazione il potenziale di escalation di un attacco militare ucraino, mentre i jet della NATO pattugliano nelle vicinanze, è evidente.
Il governo federale non solo è disposto ad accettare questi enormi rischi, ma sta anche sospendendo le consuete misure di sicurezza. Gli osservatori russi, che potrebbero garantire che l’esercitazione non venga utilizzata per preparare un attacco, non sono invitati.
Non dovrebbe esserci nemmeno un annuncio formale. “Non ti scriveremo una lettera. Capirai il messaggio quando i nostri aerei sciameranno fuori“, ha detto il massimo generale dell’aeronautica tedesca, Ingo Gerhartz, all’inizio di aprile quando gli è stato chiesto come fosse stata informata la Russia.
Questo allontanamento dalla politica di rassicurazione è stato accompagnato da una lotta alla diplomazia. La scorsa settimana, la Federazione Russa ha bloccato il funzionamento di quattro consolati. Dovranno essere chiusi entro la fine dell’anno.
Poco prima della manovra, i rapporti sono ulteriormente tesi e importanti canali di comunicazione vengono sabotati. Apparentemente il governo federale sta facendo tutto il possibile per portare avanti l’escalation e aumentare il rischio che l’esercitazione possa diventare una grave emergenza.
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06/06/2023
Germania - Giro di vite contro la sinistra radicale
Il vento di destra è il vento di guerra. La deriva autoritaria e lo sdoganamento – o utilizzo diretto – dei nazifascisti non è solo una conseguenza indiretta della “minimizzazione” del neonazismo al governo in Ucraina, ma una necessità “d’ordine” dell’imperialismo euro-atlantico in grave crisi di egemonia.
Sotto la coltre ipocrita del confronto tra “democrazie” e “autocrazie” c’è il rapido slittare dell’assetto istituzionale europeo verso le seconde.
Una cronaca da meditare seriamente, perché parla di quel che accade qui da noi, non in un altro mondo.
Sotto la coltre ipocrita del confronto tra “democrazie” e “autocrazie” c’è il rapido slittare dell’assetto istituzionale europeo verso le seconde.
Una cronaca da meditare seriamente, perché parla di quel che accade qui da noi, non in un altro mondo.
*****
Dalla pena «esemplare» dei giudici di Lipsia alla tolleranza-zero della polizia nelle roccaforti rosse di Berlino e Amburgo. Con l’antifascismo militante trasformato in «attacco al sistema democratico» e gli attivisti rubricati come «membri di un’organizzazione criminale».
Il teorema tedesco è una vera e propria dichiarazione di guerra contro la sinistra radicale, ritenuta tanto dalla magistratura quanto dal governo Scholz il ‘nemico numero uno’ della socialdemocrazia.
Conta poco se la ministra dell’Interno della Spd, Nancy Faeser, nel suo discorso di insediamento aveva lanciato l’allarme contro la galassia neonazista incistata a tutti i livelli e istituzionalmente “coperta” dall’ala destra di Afd.
Ancora meno se il ‘pericolo rosso’ agitato dal controspionaggio (Bfv) viene clamorosamente smentito dalla polizia criminale (Bka), obbligata a certificare l’esatto contrario: i reati attribuiti ai militanti di estrema sinistra sono calati del 31% rispetto al 2022. Mentre a proliferare veramente, nel silenzio generale, è il numero di neonazi pronti a passare ad atti di violenza, cresciuti nello stesso periodo del 16%.
Il giro di vite inizia con la fine del processo a Lina E., studentessa di 28 anni condannata questa settimana dal tribunale di Lipsia a 5 anni e tre mesi di carcere per lesioni personali e appartenenza a una "organizzazione criminale". Insieme ad altri tre militanti della sinistra radicale paga l’aggressione a un gruppo di neonazi nel 2021 ma soprattutto – scrivono i giudici – incarna la «dimostrazione di fino a che punto possono spingersi gli antifascisti».
Si tratta di un caso raro e isolato (lo conferma la statistica ufficiale) davvero impossibile da collegare ad altre azioni (così provano le indagini), eppure è la scintilla che innesca la repressione politico-giudiziaria. La prima ad applaudire il «verdetto esemplare» è stata la ministra Faeser, soddisfatta per l’interpretazione più che allargata del reato commesso dalla studentessa.
«Non possiamo permettere questa spirale di radicalizzazione. D’ora in poi terremo d’occhio l’intera scena dell’estremismo di sinistra mettendo in campo azioni decisive, proprio come facciamo contro l’ultra-destra e il terrorismo islamico», scandisce Faeser. Tutti uguali, dunque, in punta di diritto.
Però solo in teoria.
Spicca per indifferenza il morbido trattamento recentemente riservato al neonazi André Eminger, complice di una decina di omicidi, condannato a 2 anni e mezzo in meno dei tre compagni di Lina, come sottolinea la Taz.
Ma la mano pesante contro gli Antifa stride pure con la sentenza sulla coppia di neonazi che hanno pestato due giornalisti in Turingia: un anno di libertà vigilata e qualche ora ai servizi sociali. Tra le attenuanti riconosciute dal giudice, lo sbaglio di persona, incredibilmente riassunto così: «Non sapevano di avere di fronte due cronisti. Credevano fossero antifascisti».
Tanto basta alla condanna mite, mentre Afd è tornata a essere il primo partito della Germania-Est sotto la guida del deputato Björn Höcke, celebre per i famigerati slogan sul calco del Terzo Reich. Solo una delle tante innocue macchiette nere del Paese? Mica tanto: l’anno prossimo rischia di diventare governatore della Turingia al posto del comunista Bodo Ramelow.
Non sono bastate le cariche di venerdì sera contro il presidio Antifa, il veto del tribunale alla demo di solidarietà a Lina, né lo schieramento di un esercito di agenti in numero triplo rispetto ai manifestanti. Neppure l’allarmistico titolo della Bild («Ecco la calata dei teppisti per vendicare l’amica») ieri è riuscito a bloccare il corteo di 1.200 persone lungo Karl-Liebknecht Strasse.
Secondo la polizia, insieme a Berlino e Amburgo, la città sassone è uno dei «punti caldi del radicalismo di sinistra» in Germania. Ma anche una delle «aree di ribellione» coincidenti con le zone dove insiste l’altra protesta nel mirino del governo Scholz.
Non a caso il controspionaggio denuncia i «tentativi di infiltrazione degli Antifa nel movimento Ultima Generazione». Anche se sono tutti ancora da provare e per adesso l’unica equivalenza fra «teppisti rossi» ed «eco-vandali» rimane l’identica repressione.
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26/02/2023
Germania - Migliaia in piazza a Berlino a sostegno del “Manifesto contro la guerra”
Gli occhiali politici correttamente regolati aiutano quando si contano i partecipanti alle manifestazioni per arrivare agli ordini di grandezza richiesti.
L’esperienza della polizia di Berlino in questo settore non dovrebbe avere rivali nella Repubblica Federale. Una manifestazione per le consegne di armi e la continuazione della guerra in Ucraina fino alla “vittoria” di Kiev, avvenuta nel tardo pomeriggio di venerdì ha visto circa 7.000 persone (tra cui la dirigenza del partito dei Verdi e leader della Spd Saskia Esken). Quando da Karl -Marx-Allee era giunta alla Porta di Brandeburgo, la polizia di Berlino ha stimato che ci fossero 10.000 partecipanti.
Per la manifestazione molto più ampia dopo il “Manifesto per la Pace” firmato da oltre 600.000 persone, che si è svolta sabato pomeriggio e i cui organizzatori Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer si sono espressi contro un’ulteriore “escalation delle consegne di armi” e a favore di iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra, la polizia ha contato 13.000 partecipanti. Si è “giudicata male” ancora una volta, questa volta, tuttavia, per difetto.
La polizia sul posto sembrava prendere atto del forte afflusso alla manifestazione. Già alle 14:00 questa non consentiva più ai partecipanti in arrivo di attraversare la parte settentrionale del Tiergarten direttamente fino al luogo del raduno, ma li mandava a fare una deviazione attraverso Yitzhak-Rabin-Strasse fino a Strasse des 17 Juni. Quando è stato chiesto, un agente di polizia schierato lì ha giustificato la cosa dicendo che era già “troppo pieno”. A quel tempo, nessun treno si fermava alla stazione della S-Bahn e della U-Bahn Brandenburger Tor, citando il sovraffollamento. Tuttavia, la polizia di Berlino ha poi indicato il numero sorprendentemente basso di 13.000 manifestanti, che non avrebbe reso necessario bloccare le vie di accesso o il blocco della stazione. Secondo le loro stesse dichiarazioni, la polizia voleva contare solo 5.000 partecipanti entro le 14:00.
La comunicazione della polizia è stata fuorviante anche sotto altri aspetti: citando la polizia, l’agenzia di stampa Dpa ha riferito che “un gruppo di contromanifestanti di sinistra” aveva avuto un “litigio verbale” con Jürgen Elsässer, editore della rivista di destra Compact. Se si dava l’impressione che Elsässer si fosse trovato di fronte a “contro-manifestanti” come partecipante riconosciuto al raduno Wagenknecht-Schwarzer, in realtà era vero che Elsässer era stato circondato da partecipanti antifascisti del suddetto raduno non appena era apparso. La polizia ha eluso la richiesta della direzione della riunione di rimuovere il giornalista.
Secondo l’ispezione in loco, sabato c’erano probabilmente almeno 35.000 persone che, con una leggera nevicata e temperature appena sopra lo zero, hanno seguito la chiamata del membro del Bundestag Sara Wagenknecht e della giornalista Susanna Schwarzer. Gli organizzatori hanno dichiarato 50.000 persone in piazza. Circa 30 persone hanno preso parte a una contromanifestazione dello spettro dei nazionalisti ucraini e dei loro sostenitori in Ebertstrasse di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti, e circa 10 in un’altra in Pariser Platz.
La composizione e l’aspetto della manifestazione di sabato ricordavano vagamente il movimento pacifista degli anni ’80. A parte alcune bandiere del Partito della Sinistra, non si vedevano bandiere di partito, ma c’erano ogni sorta di simboli del movimento per la pace. La stragrande maggioranza dei partecipanti è arrivata senza bandiere o manifesti, un’indicazione che Wagenknecht e Schwarzer sono riuscite effettivamente a mobilitare in modo relativamente ampio. Tuttavia, si deve presumere che gli intensi sforzi fatti in anticipo per denunciare la manifestazione come un evento “Querfront” alla fine hanno tenuto lontane molte persone. Anche parti del partito di Wagenknecht fino ai vertici del governo federale erano state attivamente coinvolte nella smobilitazione.
Alla manifestazione, Sara Wagenknecht ha detto tra un forte applauso che ora si poteva vedere “quanti siamo”. “Stiamo anche iniziando a organizzarci ora”, ha annunciato. Il paese ha bisogno di nuovo di un forte movimento per la pace. Dopo la pubblicazione del “Manifesto per la Pace”, in una parte dell’opinione pubblica politica e mediatica è scoppiata “una vera e propria isteria”, culminata nel tentativo di “indirizzare gli iniziatori verso l’estrema destra”. “Da quando l’appello alla pace, l’appello alla diplomazia e ai negoziati sono a destra” e “l’ossessione per la guerra a sinistra”, ha chiesto in questo contesto. Wagenknecht ha sottolineato ancora una volta che “neonazisti e cittadini del Reich” non avevano posto in questa manifestazione per la pace; non serve dirlo.
Politicamente si tratta di porre fine alla sofferenza e alla morte in Ucraina. L’alternativa all’offerta di negoziare con Mosca è una “guerra di logoramento senza fine”. Putin deve anche essere disposto a negoziare e scendere a compromessi. L’Ucraina non deve diventare un “protettorato russo”. Si tratta anche di scongiurare il crescente pericolo che la guerra si trasformi in una guerra nucleare. Chi accetta il rischio di un inferno nucleare “non è dalla parte giusta della storia”. Wagenknecht ha attaccato specificamente il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, il membro FDP del Bundestag Marie-Agnes Strack-Zimmermann e il membro dei Verdi Anton Hofreiter. Molti partecipanti hanno risposto con canti “Baerbock deve andare via”. Il cancelliere Scholz ha accusato Wagenknecht di “cedere regolarmente ai tamburini di guerra”.
Nel suo discorso, Alice Schwarzer ha definito “giusto sostenere gli ucraini brutalmente attaccati dalla Russia con le armi”. “Dopo un anno di morti e devastazioni” era ora corretto “chiedere l’obiettivo di questa guerra e la sua proporzionalità”. Ha imparato molto sui carri armati nell’ultimo anno, dagli editori “che di solito conoscono i carri armati solo dai giochi per computer”. Ciò che manca in questi rapporti sono “i cadaveri”.
L’ex generale della Bundeswehr Erich Vad ha chiesto “la fine della retorica di guerra in Germania”, la fine dell’escalation militare e l’inizio dei negoziati. La guerra, illegale secondo il diritto internazionale, scatenata dalla Russia era diventata una guerra di logoramento in cui non c’era più una soluzione militare “ragionevole”.
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L’esperienza della polizia di Berlino in questo settore non dovrebbe avere rivali nella Repubblica Federale. Una manifestazione per le consegne di armi e la continuazione della guerra in Ucraina fino alla “vittoria” di Kiev, avvenuta nel tardo pomeriggio di venerdì ha visto circa 7.000 persone (tra cui la dirigenza del partito dei Verdi e leader della Spd Saskia Esken). Quando da Karl -Marx-Allee era giunta alla Porta di Brandeburgo, la polizia di Berlino ha stimato che ci fossero 10.000 partecipanti.
Per la manifestazione molto più ampia dopo il “Manifesto per la Pace” firmato da oltre 600.000 persone, che si è svolta sabato pomeriggio e i cui organizzatori Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer si sono espressi contro un’ulteriore “escalation delle consegne di armi” e a favore di iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra, la polizia ha contato 13.000 partecipanti. Si è “giudicata male” ancora una volta, questa volta, tuttavia, per difetto.
La polizia sul posto sembrava prendere atto del forte afflusso alla manifestazione. Già alle 14:00 questa non consentiva più ai partecipanti in arrivo di attraversare la parte settentrionale del Tiergarten direttamente fino al luogo del raduno, ma li mandava a fare una deviazione attraverso Yitzhak-Rabin-Strasse fino a Strasse des 17 Juni. Quando è stato chiesto, un agente di polizia schierato lì ha giustificato la cosa dicendo che era già “troppo pieno”. A quel tempo, nessun treno si fermava alla stazione della S-Bahn e della U-Bahn Brandenburger Tor, citando il sovraffollamento. Tuttavia, la polizia di Berlino ha poi indicato il numero sorprendentemente basso di 13.000 manifestanti, che non avrebbe reso necessario bloccare le vie di accesso o il blocco della stazione. Secondo le loro stesse dichiarazioni, la polizia voleva contare solo 5.000 partecipanti entro le 14:00.
La comunicazione della polizia è stata fuorviante anche sotto altri aspetti: citando la polizia, l’agenzia di stampa Dpa ha riferito che “un gruppo di contromanifestanti di sinistra” aveva avuto un “litigio verbale” con Jürgen Elsässer, editore della rivista di destra Compact. Se si dava l’impressione che Elsässer si fosse trovato di fronte a “contro-manifestanti” come partecipante riconosciuto al raduno Wagenknecht-Schwarzer, in realtà era vero che Elsässer era stato circondato da partecipanti antifascisti del suddetto raduno non appena era apparso. La polizia ha eluso la richiesta della direzione della riunione di rimuovere il giornalista.
Secondo l’ispezione in loco, sabato c’erano probabilmente almeno 35.000 persone che, con una leggera nevicata e temperature appena sopra lo zero, hanno seguito la chiamata del membro del Bundestag Sara Wagenknecht e della giornalista Susanna Schwarzer. Gli organizzatori hanno dichiarato 50.000 persone in piazza. Circa 30 persone hanno preso parte a una contromanifestazione dello spettro dei nazionalisti ucraini e dei loro sostenitori in Ebertstrasse di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti, e circa 10 in un’altra in Pariser Platz.
La composizione e l’aspetto della manifestazione di sabato ricordavano vagamente il movimento pacifista degli anni ’80. A parte alcune bandiere del Partito della Sinistra, non si vedevano bandiere di partito, ma c’erano ogni sorta di simboli del movimento per la pace. La stragrande maggioranza dei partecipanti è arrivata senza bandiere o manifesti, un’indicazione che Wagenknecht e Schwarzer sono riuscite effettivamente a mobilitare in modo relativamente ampio. Tuttavia, si deve presumere che gli intensi sforzi fatti in anticipo per denunciare la manifestazione come un evento “Querfront” alla fine hanno tenuto lontane molte persone. Anche parti del partito di Wagenknecht fino ai vertici del governo federale erano state attivamente coinvolte nella smobilitazione.
Alla manifestazione, Sara Wagenknecht ha detto tra un forte applauso che ora si poteva vedere “quanti siamo”. “Stiamo anche iniziando a organizzarci ora”, ha annunciato. Il paese ha bisogno di nuovo di un forte movimento per la pace. Dopo la pubblicazione del “Manifesto per la Pace”, in una parte dell’opinione pubblica politica e mediatica è scoppiata “una vera e propria isteria”, culminata nel tentativo di “indirizzare gli iniziatori verso l’estrema destra”. “Da quando l’appello alla pace, l’appello alla diplomazia e ai negoziati sono a destra” e “l’ossessione per la guerra a sinistra”, ha chiesto in questo contesto. Wagenknecht ha sottolineato ancora una volta che “neonazisti e cittadini del Reich” non avevano posto in questa manifestazione per la pace; non serve dirlo.
Politicamente si tratta di porre fine alla sofferenza e alla morte in Ucraina. L’alternativa all’offerta di negoziare con Mosca è una “guerra di logoramento senza fine”. Putin deve anche essere disposto a negoziare e scendere a compromessi. L’Ucraina non deve diventare un “protettorato russo”. Si tratta anche di scongiurare il crescente pericolo che la guerra si trasformi in una guerra nucleare. Chi accetta il rischio di un inferno nucleare “non è dalla parte giusta della storia”. Wagenknecht ha attaccato specificamente il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, il membro FDP del Bundestag Marie-Agnes Strack-Zimmermann e il membro dei Verdi Anton Hofreiter. Molti partecipanti hanno risposto con canti “Baerbock deve andare via”. Il cancelliere Scholz ha accusato Wagenknecht di “cedere regolarmente ai tamburini di guerra”.
Nel suo discorso, Alice Schwarzer ha definito “giusto sostenere gli ucraini brutalmente attaccati dalla Russia con le armi”. “Dopo un anno di morti e devastazioni” era ora corretto “chiedere l’obiettivo di questa guerra e la sua proporzionalità”. Ha imparato molto sui carri armati nell’ultimo anno, dagli editori “che di solito conoscono i carri armati solo dai giochi per computer”. Ciò che manca in questi rapporti sono “i cadaveri”.
L’ex generale della Bundeswehr Erich Vad ha chiesto “la fine della retorica di guerra in Germania”, la fine dell’escalation militare e l’inizio dei negoziati. La guerra, illegale secondo il diritto internazionale, scatenata dalla Russia era diventata una guerra di logoramento in cui non c’era più una soluzione militare “ragionevole”.
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