L’annuncio fatto dal management della Volkwagen devasta completamente il modello di relazioni industriali in Germania, ma è anche il punto di arrivo di una politica economico-industriale fondata sul mercantilismo “orientato all’esportazione” e l’austerità di bilancio (pubblico), che ha creato le basi della crisi attuale.
Il mega-piano di ristrutturazione di VW, ridotto all’osso, è quanto di più scontato si possa pensare: chiudere un terzo delle fabbriche in Germania, tagliando di almeno un quinto lo stipendio degli operai.
Sul piano salariale i conti sono semplici: taglio del 10% del salario, stop all’indennità mensile di 167 euro: sommati portano alla riduzione del 18% dello stipendio.
In più abolizione dei bonus per i dipendenti e dei pagamenti annuali una tantum per i 25 anni di servizio, una costante mai disattesa dall’azienda. E così si arriva in media al 20-25% di salario in meno.
Sul piano produttivo, “vendita” di tre stabilimenti posizionati in Germania più il dimezzamento dell’impianto di Zwickau, al confine tra Sassonia e Turingia, dove un tempo si costruivano le Trabant, uno dei simboli della DDR.
L’obiettivo è chiaramente quello di risanare i conti, dissestati dalla crisi delle vendite e dalla concorrenza, oltre che da scelte sbagliate e qualche scandalo che ha incrinato il mito dell’affidabilità della meccanica tedesca. In primo luogo il cosiddetto “dieselgate”, con VW scoperta (negli Usa) a truccare i dati sulle emissioni di CO2 e polveri sottili, in modo da superare i controlli delle normative ambientali di molti paesi, compresa l’Europa.
Tra i concorrenti più seri, in questo momento, ci sono i produttori cinesi, in grado di fornire – al contrario di VW, Bmw, Porsche e Opel – auto a trazione elettrica ormai di livello “interessante”. Contro di loro i difensori del “libero mercato” invocano disperati dazi pesantissimi (il contrario del libero mercato), anche sapendo che si tratta di una decisione suicida e anche facilmente aggirabile: la cinese Nio vuole acquistare in Belgio una fabbrica Audi, tra gli impianti fuori della Germania che il gruppo Volkswagen vuol vendere.
E proprio qui si scopre il punto di caduta delle politiche export oriented. In quel quadro – ancora vigente – la Cina e altri mercati extraeuropei erano fondamentalmente luoghi in cui vendere – e magari produrre, a costi ovviamente inferiori – i propri prodotti. Mentre il “mercato interno” veniva depresso dal blocco salariale e dai “mini-job”, i “lavoretti” legalizzati all’inizio del secolo da un governo “socialdemocratico”, con salari altrettanto ovviamente da fame, appena mitigati da servizi pubblici (asili, casa, trasporti, sussidi, ecc.) ancora decenti.
Quel che sembrava geniale trenta anni fa, ed imposto a tutto il Continente tramite le politiche di austerità dell’Unione Europea, a lungo andare – come ogni processo squilibrato a favore del capitale – ha prodotto conseguenze devastanti. A cominciare dal calo di vendite sul mercato europeo, dato il potere d’acquisto dei lavoratori in costante diminuzione.
Il costo inferiore delle auto extraeuropee, soprattutto cinesi, ha veicolato il più classico dei processi capitalistici: la competizione sul prezzo (e la scala produttiva, ormai). Mettendo quasi fuorigioco l’automotive tedesco e quindi anche quello europeo (Stellantis e Renault, poco altro).
Il tentativo di recuperare competitività senza però adeguare la produzione e investire su auto elettriche più efficienti (per autonomia e velocità di ricarica) avviene così nel più classico dei modi: diminuzione della produzione, chiusura di impianti, tagli al personale e ai salari.
Il che mette, però, il modello tedesco sulla graticola del conflitto sociale, sedato per decenni con la “compartecipazione” sindacale alla gestione dell’azienda (il sindacato IgMetall siede nel consiglio di amministrazione di VW, chiaramente con una quota non decisiva), i discreti livelli salariali (imparagonabili con quelli italiani), minore orario di lavoro, certezza del posto, bonus e un welfare pubblico di qualità.
Il sindacato è così stato risvegliato dal sonno e prepara ora una mobilitazione totale, con una piattaforma che non prevede chiusure e licenziamenti, anzi pretende un aumento salariale del 7%. Ma con calma, tra due mesi, perché «attualmente nel Gruppo VW nessun posto di lavoro è più al sicuro».
Il governo Scholz, scosso già dagli insuccessi elettorali e dalla necessità di far finta che il gasdotto North Stream sia stato sabotato da “ignoti” (la magistratura ha individuato i responsabili con nome e cognome: i servizi segreti ucraini, spalleggiati da quelli inglesi e statunitensi), promette ora di non permettere a VW di proseguire su questa strada. Ma nessuno ci crede davvero, sia nella ormai ex maggioranza che nelle opposizioni di destra e di sinistra.
Un modello ultratrentennale sta venendo giù molto rapidamente. E riguarda tutta l’Europa “europeista”, ossia fondata sul prevalere assoluto del capitale finanziario e dell’impresa.
Urge la capacità di organizzare movimenti di resistenza con in testa un “modello alternativo”, fondato sugli interessi delle popolazioni.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2024
17/09/2024
Germania - Chiude l’era del “modello tedesco”
Germania, automobile, Volkswagen. Una trimurti inamovibile nell’immaginario europeo postbellico, che stava a simboleggiare affidabilità meccanica, serietà commerciale, sicurezza del posto di lavoro, buoni salari, welfare esteso, compartecipazione dei lavoratori (in realtà del sindacato...) alla gestione dell’azienda.
Qualcosa era giù scricchiolato negli anni scorsi, quando il “dieselgate” aveva incrinato il mito della serietà tedesca. Quell’aver taroccato i test sulle emissioni dei motori appariva un sotterfugio da “mediterranei”, tale da compromettere la credibilità del marchio.
Ma ora in discussione è tutto il “modello tedesco”, da anni indicato come “vincente” perché orientato alle esportazioni più che al mercato interno, con i salari congelati da venti anni (“grazie” al socialdemocratico Schroeder e alle sue “leggi Hartz” che hanno introdotti i “lavoretti” sottopagati all’italiana) e le filiere produttive europee subordinate in buona parte (nord Italia ed est europeo) all’industria di Berlino.
I conti della Volkswagen vanno male, proprio come tutti quelli delle case automobilistiche occidentali. E quindi, per la prima volta nella sua storia, chiuderà alcuni stabilimenti tedeschi, licenziando almeno 15.000 lavoratori. Non solo: il piano di “austerità” prevede anche un taglio degli stipendi, partendo da una serie di benefit fin qui concessi ai dirigenti.
Il contratto attualmente in vigore non consente una mossa del genere, quindi verrà rescisso e scadrà a dicembre, mettendo fine sia agli accordi salariali che a quelli sulla sicurezza del lavoro. Proprio come fece Sergio Marchionne nel 2011, aprendo l’era del “modello Pomigliano” e del disconoscimento delle sigle sindacali che non lo accettavano.
A partire da quella data si apriranno sei mesi di tempo per la ricerca di un nuovo accordo, e se non verrà trovato l’azienda sarà “libera” di cominciare a licenziare i dipendenti.
Questo riguarda l’“accordo quadro”, quello valido per tutti gli stabilimenti del gruppo in Germania (coinvolti anche i marchi Audi e Porsche), mentre l’azienda sta già cercando di rinegoziare diversi accordi salariali interni che riguardano gli operai e lavoratori “temporanei”, ma anche i quadri dirigenti intermedi.
«Dobbiamo mettere Volkswagen in condizione di ridurre i costi in Germania a un livello competitivo per poter investire in nuove tecnologie e nuovi prodotti con le nostre forze», ha dichiarato Gunnar Kilian, membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo responsabile delle risorse umane e direttore del lavoro.
Naturalmente il sindacato IGMetall ha immediatamente annunciato una serie di proteste, e vedremo se la portata sarà sufficiente a modificare in tutto o in parte il “piano” della Volkswagen. Ma dal consiglio di amministrazione hanno fatto già trapelare ai media che “non c’è un piano B”. Va “recuperata la competitività” e quindi almeno tre stabilimenti (cinque, secondo alcune fonti) dovranno esser chiusi dentro i confini tedeschi.
L’azienda è notoriamente una multinazionale potentissima, con impianti produttivi in tutto il mondo e il 40% del fatturato proveniente dalla Cina (ma la politica conflittuale Usa contro Pechino sta riducendo le aspettative per i prossimi anni). Fin qui aveva affrontato ogni periodo di crisi chiudendo o licenziando esclusivamente all’estero. È la prima volta in quasi 90 anni che la multinazionale programma tagli “in patria”.
Per questo parliamo di fine del “modello tedesco”, che negli ultimi venti anni – per reggere il confronto mondiale conducendo una politica “mercantilista” (bassi salari ed export oriented) – aveva prosciugato prima di tutto i salari e le condizioni generali di vita dei paesi UE più dipendenti da Berlino (Italia, Grecia, l’est) per ridurre al massimo il costo dei componenti prodotti dai “contoterzisti”, anche mantenendo salari interni decisamente migliori.
Ora quel margine non è più sufficiente e bisogna tagliare anche la carne viva della forza lavoro interna.
Lo scontro sindacale e politico si annuncia rilevante e denso di cortocircuiti.
Teoricamente «i sindacati possono scioperare solo sul salario non sulla chiusura degli impianti o sui licenziamenti se non sono protetti da contratti», ma una volta disdetto il contratto tutto torna oggetto di scontro. Non c’è più limite.
Nel consiglio di sorveglianza di Volkswagen ci sono numerosi rappresentanti dei lavoratori (una originalità solo tedesca, che ora complica anche i processi decisionali interni). Inoltre il Land della Bassa Sassonia possiede una quota del 20% in consiglio ed è attualmente a guida socialdemocratica.
Questo dovrebbe significare una qualche opposizione del Land al “piano di austerità” che è stato presentato, anche per non allargare il margine di consenso popolare ai nazisti dell’Alternative fur Deutschland (Afd), che potrebbero invece sostenere i licenziamenti ma solo su base etnico-nazionale (molti dipendenti sono di origine turca, italiana, ecc.).
Un ruolo politicamente importante l’avranno anche il nuovo movimento di Sahra Wagenknecht e ciò che resta della Linke, se non vuole precipitare definitivamente nell’irrilevanza.
Da segnalare, al momento, il silenzio di tomba sia del governo “semaforo” (socialdemocratici, verdi e “gialli” liberali) sia dei democristiani della Cdu.
Da qualsiasi parte la si prenda, questa storia segnerà la società tedesca e i rapporti di classe almeno quanto le due guerre in corso, affrontate fin qui con un tasso nauseante di ipocrisia e vigliaccheria (le forze politiche principali hanno fatto scena muta davanti all’indagine della magistratura che ha individuato nei servizi segreti ucraino-statunitensi gli autori del sabotaggio del gasdotto North Stream, tecnicamente una “dichiarazione di guerra” alla Germania).
Non ci sarà da annoiarsi, pare...
Fonte
Qualcosa era giù scricchiolato negli anni scorsi, quando il “dieselgate” aveva incrinato il mito della serietà tedesca. Quell’aver taroccato i test sulle emissioni dei motori appariva un sotterfugio da “mediterranei”, tale da compromettere la credibilità del marchio.
Ma ora in discussione è tutto il “modello tedesco”, da anni indicato come “vincente” perché orientato alle esportazioni più che al mercato interno, con i salari congelati da venti anni (“grazie” al socialdemocratico Schroeder e alle sue “leggi Hartz” che hanno introdotti i “lavoretti” sottopagati all’italiana) e le filiere produttive europee subordinate in buona parte (nord Italia ed est europeo) all’industria di Berlino.
I conti della Volkswagen vanno male, proprio come tutti quelli delle case automobilistiche occidentali. E quindi, per la prima volta nella sua storia, chiuderà alcuni stabilimenti tedeschi, licenziando almeno 15.000 lavoratori. Non solo: il piano di “austerità” prevede anche un taglio degli stipendi, partendo da una serie di benefit fin qui concessi ai dirigenti.
Il contratto attualmente in vigore non consente una mossa del genere, quindi verrà rescisso e scadrà a dicembre, mettendo fine sia agli accordi salariali che a quelli sulla sicurezza del lavoro. Proprio come fece Sergio Marchionne nel 2011, aprendo l’era del “modello Pomigliano” e del disconoscimento delle sigle sindacali che non lo accettavano.
A partire da quella data si apriranno sei mesi di tempo per la ricerca di un nuovo accordo, e se non verrà trovato l’azienda sarà “libera” di cominciare a licenziare i dipendenti.
Questo riguarda l’“accordo quadro”, quello valido per tutti gli stabilimenti del gruppo in Germania (coinvolti anche i marchi Audi e Porsche), mentre l’azienda sta già cercando di rinegoziare diversi accordi salariali interni che riguardano gli operai e lavoratori “temporanei”, ma anche i quadri dirigenti intermedi.
«Dobbiamo mettere Volkswagen in condizione di ridurre i costi in Germania a un livello competitivo per poter investire in nuove tecnologie e nuovi prodotti con le nostre forze», ha dichiarato Gunnar Kilian, membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo responsabile delle risorse umane e direttore del lavoro.
Naturalmente il sindacato IGMetall ha immediatamente annunciato una serie di proteste, e vedremo se la portata sarà sufficiente a modificare in tutto o in parte il “piano” della Volkswagen. Ma dal consiglio di amministrazione hanno fatto già trapelare ai media che “non c’è un piano B”. Va “recuperata la competitività” e quindi almeno tre stabilimenti (cinque, secondo alcune fonti) dovranno esser chiusi dentro i confini tedeschi.
L’azienda è notoriamente una multinazionale potentissima, con impianti produttivi in tutto il mondo e il 40% del fatturato proveniente dalla Cina (ma la politica conflittuale Usa contro Pechino sta riducendo le aspettative per i prossimi anni). Fin qui aveva affrontato ogni periodo di crisi chiudendo o licenziando esclusivamente all’estero. È la prima volta in quasi 90 anni che la multinazionale programma tagli “in patria”.
Per questo parliamo di fine del “modello tedesco”, che negli ultimi venti anni – per reggere il confronto mondiale conducendo una politica “mercantilista” (bassi salari ed export oriented) – aveva prosciugato prima di tutto i salari e le condizioni generali di vita dei paesi UE più dipendenti da Berlino (Italia, Grecia, l’est) per ridurre al massimo il costo dei componenti prodotti dai “contoterzisti”, anche mantenendo salari interni decisamente migliori.
Ora quel margine non è più sufficiente e bisogna tagliare anche la carne viva della forza lavoro interna.
Lo scontro sindacale e politico si annuncia rilevante e denso di cortocircuiti.
Teoricamente «i sindacati possono scioperare solo sul salario non sulla chiusura degli impianti o sui licenziamenti se non sono protetti da contratti», ma una volta disdetto il contratto tutto torna oggetto di scontro. Non c’è più limite.
Nel consiglio di sorveglianza di Volkswagen ci sono numerosi rappresentanti dei lavoratori (una originalità solo tedesca, che ora complica anche i processi decisionali interni). Inoltre il Land della Bassa Sassonia possiede una quota del 20% in consiglio ed è attualmente a guida socialdemocratica.
Questo dovrebbe significare una qualche opposizione del Land al “piano di austerità” che è stato presentato, anche per non allargare il margine di consenso popolare ai nazisti dell’Alternative fur Deutschland (Afd), che potrebbero invece sostenere i licenziamenti ma solo su base etnico-nazionale (molti dipendenti sono di origine turca, italiana, ecc.).
Un ruolo politicamente importante l’avranno anche il nuovo movimento di Sahra Wagenknecht e ciò che resta della Linke, se non vuole precipitare definitivamente nell’irrilevanza.
Da segnalare, al momento, il silenzio di tomba sia del governo “semaforo” (socialdemocratici, verdi e “gialli” liberali) sia dei democristiani della Cdu.
Da qualsiasi parte la si prenda, questa storia segnerà la società tedesca e i rapporti di classe almeno quanto le due guerre in corso, affrontate fin qui con un tasso nauseante di ipocrisia e vigliaccheria (le forze politiche principali hanno fatto scena muta davanti all’indagine della magistratura che ha individuato nei servizi segreti ucraino-statunitensi gli autori del sabotaggio del gasdotto North Stream, tecnicamente una “dichiarazione di guerra” alla Germania).
Non ci sarà da annoiarsi, pare...
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14/08/2019
De Bortoli vuole aumentare i salari, ma a spese dello Stato
Ieri sul Corriere della Sera c’era un interessante editoriale di Ferruccio De Bortoli che invita ad aumentare i salari per sostenere la domanda interna, sottozero da decenni.
Intanto c’è da dire che questo scenario è stato voluto dalla classe dirigente italiana, a partire dall’adozione dell’euro per imitare il “modello tedesco” export oriented, basato su salari bassi e su di un tasso di inflazione minore rispetto alla Germania per sostenere la competitività di prezzo.
A partire da Monti questo processo si è inasprito a tal punto da fare saltare parte del capitale industriale legato al mercato interno, causando l’esplosione dei crediti deteriorati e dunque incidendo negativamente sul sistema bancario italiano e sullo spread.
Aggiungere a questo il ventennale avanzo primario e una tassazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati (questo de Bortoli lo dice), diminuendo via via Irap e Ires per protezionismo fiscale sempre legato al modello export oriented.
L’aspetto positivo è che la posizione finanziaria netta estera italiana è quasi in pareggio, cioè gli italiani hanno attivi finanziari all’estero quasi quanto i passivi finanziari legati all’acquisto di operatori esteri di titoli di stato italiani e investimenti esteri. Stiamo diventando creditori netti all’estero e, come sosteneva lo scorso anno Paolo Savona, avendo un surplus delle partite correnti di quasi 50 miliardi, l’Italia finanzia lo sviluppo degli altri paesi invece di finanziare il proprio.
La proposta di De Bortoli, sulla scia di Confindustria e della triade confederale, si basa sulla riduzione fiscale dei redditi medio bassi, come ha annunciato due giorni fa la stessa Germania, per sostenere i salari e il mercato interno tramite la riduzione del cuneo fiscale a carico dei lavoratori. Ciò però potrebbe provocare una stagione contrattuale che preveda miseri aumenti visto che è lo Stato a farsi carico dell’aumento del salario.
Diversamente, la proposta del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico va ad incidere sul tasso di profitto, aumentando di netto il salario minimo, ciò che non fa la proposta di De Bortoli, che lo lascia intatto tutto a carico dello Stato.
Che una questione salariale enorme esista in questo paese è ormai appurato da tutti e l’eventuale recessione mondiale non lascia spazio agli esportatori (a giugno l’export italiano verso la Germania è diminuito dell’8%), dunque gli stessi industriali avvertono che bisogna rianimare il mercato interno.
Per farlo deve partire una stagione contrattuale che preveda adeguati aumenti salariali (Marco Fortis sul Sole 24 ore la settimana scorsa ha scritto che la produttività del settore manifatturiero italiano tra il 2015 e il 2018 è aumentata del 9,3% contro il 7,1% tedesco, produttività tutta andata a favore degli industriali).
Tradotto: i sindacati dopo decenni devono tornare a fare il loro mestiere, altrimenti lascino spazio nella contrattazione ai sindacati non allineati, sennò non servono a nulla, se non a riempire poltrone negli enti previdenziali e negli enti bilaterali, oltre che nel sistema della formazione.
Contemporaneamente, lo Stato deve ridurre le tasse sui lavoratori (su questo sono d’accordo con l’editorialista) e per farlo deve tagliare la marea di incentivi nazionali e regionali alle imprese.
Secondo uno studio di Mediobanca solo 2050 società monitorate hanno liquidità in cassa pari a 70 miliardi di euro. Per fare gli investimenti, i soldi gli industriali li hanno. Non hanno bisogno dello Stato per questo.
In più, come scrivevo la settimana scorsa, occorre incidere sul salario indiretto, vale a dire prestazioni sanitarie da Prima Repubblica (la gente non spende perché accantona denaro in vista di eventuali problemi sanitari), asili nido, scuole a tempo pieno, specie al Sud. Incidere cioè sul salario sociale globale.
L’aumento salariale deve essere accompagnato da un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ripeto: la proposta di Paolo Savona è quella giusta, utilizzare il surplus delle partite correnti per fare investimenti pubblici, a cui aggiungere gli investimenti delle aziende pubbliche e semi pubbliche.
La Germania sta abbandonando il modello tedesco. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi.
Fonte
Intanto c’è da dire che questo scenario è stato voluto dalla classe dirigente italiana, a partire dall’adozione dell’euro per imitare il “modello tedesco” export oriented, basato su salari bassi e su di un tasso di inflazione minore rispetto alla Germania per sostenere la competitività di prezzo.
A partire da Monti questo processo si è inasprito a tal punto da fare saltare parte del capitale industriale legato al mercato interno, causando l’esplosione dei crediti deteriorati e dunque incidendo negativamente sul sistema bancario italiano e sullo spread.
Aggiungere a questo il ventennale avanzo primario e una tassazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati (questo de Bortoli lo dice), diminuendo via via Irap e Ires per protezionismo fiscale sempre legato al modello export oriented.
L’aspetto positivo è che la posizione finanziaria netta estera italiana è quasi in pareggio, cioè gli italiani hanno attivi finanziari all’estero quasi quanto i passivi finanziari legati all’acquisto di operatori esteri di titoli di stato italiani e investimenti esteri. Stiamo diventando creditori netti all’estero e, come sosteneva lo scorso anno Paolo Savona, avendo un surplus delle partite correnti di quasi 50 miliardi, l’Italia finanzia lo sviluppo degli altri paesi invece di finanziare il proprio.
La proposta di De Bortoli, sulla scia di Confindustria e della triade confederale, si basa sulla riduzione fiscale dei redditi medio bassi, come ha annunciato due giorni fa la stessa Germania, per sostenere i salari e il mercato interno tramite la riduzione del cuneo fiscale a carico dei lavoratori. Ciò però potrebbe provocare una stagione contrattuale che preveda miseri aumenti visto che è lo Stato a farsi carico dell’aumento del salario.
Diversamente, la proposta del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico va ad incidere sul tasso di profitto, aumentando di netto il salario minimo, ciò che non fa la proposta di De Bortoli, che lo lascia intatto tutto a carico dello Stato.
Che una questione salariale enorme esista in questo paese è ormai appurato da tutti e l’eventuale recessione mondiale non lascia spazio agli esportatori (a giugno l’export italiano verso la Germania è diminuito dell’8%), dunque gli stessi industriali avvertono che bisogna rianimare il mercato interno.
Per farlo deve partire una stagione contrattuale che preveda adeguati aumenti salariali (Marco Fortis sul Sole 24 ore la settimana scorsa ha scritto che la produttività del settore manifatturiero italiano tra il 2015 e il 2018 è aumentata del 9,3% contro il 7,1% tedesco, produttività tutta andata a favore degli industriali).
Tradotto: i sindacati dopo decenni devono tornare a fare il loro mestiere, altrimenti lascino spazio nella contrattazione ai sindacati non allineati, sennò non servono a nulla, se non a riempire poltrone negli enti previdenziali e negli enti bilaterali, oltre che nel sistema della formazione.
Contemporaneamente, lo Stato deve ridurre le tasse sui lavoratori (su questo sono d’accordo con l’editorialista) e per farlo deve tagliare la marea di incentivi nazionali e regionali alle imprese.
Secondo uno studio di Mediobanca solo 2050 società monitorate hanno liquidità in cassa pari a 70 miliardi di euro. Per fare gli investimenti, i soldi gli industriali li hanno. Non hanno bisogno dello Stato per questo.
In più, come scrivevo la settimana scorsa, occorre incidere sul salario indiretto, vale a dire prestazioni sanitarie da Prima Repubblica (la gente non spende perché accantona denaro in vista di eventuali problemi sanitari), asili nido, scuole a tempo pieno, specie al Sud. Incidere cioè sul salario sociale globale.
L’aumento salariale deve essere accompagnato da un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ripeto: la proposta di Paolo Savona è quella giusta, utilizzare il surplus delle partite correnti per fare investimenti pubblici, a cui aggiungere gli investimenti delle aziende pubbliche e semi pubbliche.
La Germania sta abbandonando il modello tedesco. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi.
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06/08/2019
Il modello tedesco non funziona neanche in Germania
di Domenico Moro
Da anni la Germania viene portata a esempio agli altri Paesi europei, soprattutto a quelli meridionali. Eppure, il modello tedesco, basato sull’export manifatturiero e su un ampio surplus commerciale unito a forti attivi di bilancio pubblico, appare in difficoltà, rivelandosi dannoso per la stessa Germania. Malgrado l’export di maggio 2019, rispetto al maggio 2018, sia cresciuto del 4,5% e il surplus commerciale ammonti a 20,6 miliardi contro i 20 dell’anno precedente, la manifattura tedesca, secondo uno studio della KFW, la Cassa depositi e prestiti tedesca, è in recessione. Una affermazione confermata dall’indice di Ihs Markit e dai dati di eurostat, che denotano un evidente calo della produzione manifatturiera.
L’indice di acquisto manifatturiero di luglio (PMI), elaborato dalla Ihs Markit, è a 43,1, il minimo da 84 mesi, cioè da sette anni. A pesare sarebbero soprattutto le prospettive del settore auto. Per quanto riguarda la produzione manifatturiera complessiva in volume, la Germania, dopo aver registrato una crescita tra la metà del 2016 e la metà del 2018, risulta in calo tra la metà del 2018 e il primo trimestre 2019. Inoltre, se guardiamo a tutto il periodo dal quarto trimestre 2015 al primo trimestre 2019 l’Italia fa meglio della “locomotiva” tedesca (Graf. 1). Anche nell’indice Markit l’Italia (48,84) e l’eurozona (46,4) si situano al di sopra della Germania.
Le difficoltà della Germania nella manifattura, ma non solo in essa, si manifestano anche negli esuberi di personale proprio nelle grandi aziende che rappresentano i campioni tedeschi a livello mondiale. Sono 85mila i dipendenti a tempo pieno che, si prevede, verranno espulsi dalla produzione nel prossimo futuro. Si parte dalle banche: Deutsche Bank ha annunciato esuberi per 18mila unità e Commerzbank per 5.300. Nella manifattura si annunciano tagli tra 5mila e 7mila unità in Daimler, 4mila in Bmw, 6mila in Basf entro il 2021, 6mila in ThyssenKrupp, 12.700 in Siemens, 3mila in Sap e 4500 in Bayer.
Il pericolo principale per l’economia tedesca, che già si trova a far fronte a una riduzione dei titoli in borsa e degli utili, è la contrazione del mercato mondiale, legata anche alle guerre commerciali intraprese da Trump, che, dopo la Cina potrebbe prendere di mira la Germania. Del resto, come abbiamo detto, la manifattura tedesca è orientata all’export, come è dimostrato dall’alta quota delle esportazioni di beni sul Pil, che arriva intorno al 40%, mentre l’Italia, la Francia e il Regno Unito raggiungono rispettivamente il 26, il 20 e il 16%. Inoltre, va rilevato che la frenata tedesca ha un impatto negativo anche sull’economia italiana e sul suo export, specie per quanto riguarda la parte della componentistica auto. La Germania, infatti, a giugno ha ridotto la produzione di autovetture del 24%, che equivale a un taglio di 340mila unità.
In un quadro del genere, in cui aumenta la competizione tecnologica, ad esempio sull’auto elettrica, e sulle infrastrutture fisiche e digitali, la disciplina di bilancio che la Germania pratica e che ha imposto anche al resto d’Europa, è deleteria per la Germania stessa. Ci sarebbe bisogno di nuovi investimenti da parte statale, come sottolinea Marcel Fratzscher dell’influente think tank DIW.
Il punto è che basarsi solamente sulle esportazioni è pericoloso, perché espone alle variazioni del mercato mondiale. Bisognerebbe, invece, rafforzare il mercato interno. In poche parole il modello tedesco andrebbe cambiato. La Germania dovrebbe diventare una economia trainata dall’economia interna. Ma, per fare ciò, deve rafforzare la domanda interna con più investimenti in infrastrutture, educazione, formazione, tecnologia e digitale e, a sua volta, questo richiede l’abbandono della disciplina fiscale così cara alla banca centrale e ai governi tedeschi. Un salto di paradigma di questo tipo, però, non sembra così facile da far passare, non solo per l’orientamento che le autorità politiche e monetarie tedesche hanno assunto tradizionalmente, ma anche perché va a confliggere con i vincoli europei al debito e al deficit pubblici. Per concludere, le regole europee, basate sulla ricerca a tutti i costi di surplus del bilancio pubblico, si manifestano sempre più chiaramente come una gabbia per l’economia non solo nei Paesi più deboli come la Grecia, ma persino nella forte Germania.
Dietro alle difficoltà della Germania e al fallimento delle regole europee c’è, però, un altro fattore più profondo: la crisi strutturale dell’economia capitalistica. La risposta alla crisi era stata l’export, ma se, da una parte, ci sono paesi con ampi surplus commerciale, come la Cina e la Germania, dall’altra parte devono esserci necessariamente Paesi con alti deficit commerciali, come gli Usa, e questo non può durare a lungo. La fase attuale, caratterizzata da una crescente competizione da parte dei Paesi emergenti e dall’introduzione di misure che limitano la libera circolazione delle merci da parte degli Usa mette in difficoltà proprio chi, come la Germania, si era orientato alle esportazioni per risolvere la sovraccumulazione di capitale e la sovrapproduzione di merci. Il taglio della produzione e dell’occupazione cui siamo assistendo in Germania è l’indicatore del riemergere della sovraccumulazione strutturale del capitale.
Fonte
Da anni la Germania viene portata a esempio agli altri Paesi europei, soprattutto a quelli meridionali. Eppure, il modello tedesco, basato sull’export manifatturiero e su un ampio surplus commerciale unito a forti attivi di bilancio pubblico, appare in difficoltà, rivelandosi dannoso per la stessa Germania. Malgrado l’export di maggio 2019, rispetto al maggio 2018, sia cresciuto del 4,5% e il surplus commerciale ammonti a 20,6 miliardi contro i 20 dell’anno precedente, la manifattura tedesca, secondo uno studio della KFW, la Cassa depositi e prestiti tedesca, è in recessione. Una affermazione confermata dall’indice di Ihs Markit e dai dati di eurostat, che denotano un evidente calo della produzione manifatturiera.
L’indice di acquisto manifatturiero di luglio (PMI), elaborato dalla Ihs Markit, è a 43,1, il minimo da 84 mesi, cioè da sette anni. A pesare sarebbero soprattutto le prospettive del settore auto. Per quanto riguarda la produzione manifatturiera complessiva in volume, la Germania, dopo aver registrato una crescita tra la metà del 2016 e la metà del 2018, risulta in calo tra la metà del 2018 e il primo trimestre 2019. Inoltre, se guardiamo a tutto il periodo dal quarto trimestre 2015 al primo trimestre 2019 l’Italia fa meglio della “locomotiva” tedesca (Graf. 1). Anche nell’indice Markit l’Italia (48,84) e l’eurozona (46,4) si situano al di sopra della Germania.
Le difficoltà della Germania nella manifattura, ma non solo in essa, si manifestano anche negli esuberi di personale proprio nelle grandi aziende che rappresentano i campioni tedeschi a livello mondiale. Sono 85mila i dipendenti a tempo pieno che, si prevede, verranno espulsi dalla produzione nel prossimo futuro. Si parte dalle banche: Deutsche Bank ha annunciato esuberi per 18mila unità e Commerzbank per 5.300. Nella manifattura si annunciano tagli tra 5mila e 7mila unità in Daimler, 4mila in Bmw, 6mila in Basf entro il 2021, 6mila in ThyssenKrupp, 12.700 in Siemens, 3mila in Sap e 4500 in Bayer.
Il pericolo principale per l’economia tedesca, che già si trova a far fronte a una riduzione dei titoli in borsa e degli utili, è la contrazione del mercato mondiale, legata anche alle guerre commerciali intraprese da Trump, che, dopo la Cina potrebbe prendere di mira la Germania. Del resto, come abbiamo detto, la manifattura tedesca è orientata all’export, come è dimostrato dall’alta quota delle esportazioni di beni sul Pil, che arriva intorno al 40%, mentre l’Italia, la Francia e il Regno Unito raggiungono rispettivamente il 26, il 20 e il 16%. Inoltre, va rilevato che la frenata tedesca ha un impatto negativo anche sull’economia italiana e sul suo export, specie per quanto riguarda la parte della componentistica auto. La Germania, infatti, a giugno ha ridotto la produzione di autovetture del 24%, che equivale a un taglio di 340mila unità.
In un quadro del genere, in cui aumenta la competizione tecnologica, ad esempio sull’auto elettrica, e sulle infrastrutture fisiche e digitali, la disciplina di bilancio che la Germania pratica e che ha imposto anche al resto d’Europa, è deleteria per la Germania stessa. Ci sarebbe bisogno di nuovi investimenti da parte statale, come sottolinea Marcel Fratzscher dell’influente think tank DIW.
Il punto è che basarsi solamente sulle esportazioni è pericoloso, perché espone alle variazioni del mercato mondiale. Bisognerebbe, invece, rafforzare il mercato interno. In poche parole il modello tedesco andrebbe cambiato. La Germania dovrebbe diventare una economia trainata dall’economia interna. Ma, per fare ciò, deve rafforzare la domanda interna con più investimenti in infrastrutture, educazione, formazione, tecnologia e digitale e, a sua volta, questo richiede l’abbandono della disciplina fiscale così cara alla banca centrale e ai governi tedeschi. Un salto di paradigma di questo tipo, però, non sembra così facile da far passare, non solo per l’orientamento che le autorità politiche e monetarie tedesche hanno assunto tradizionalmente, ma anche perché va a confliggere con i vincoli europei al debito e al deficit pubblici. Per concludere, le regole europee, basate sulla ricerca a tutti i costi di surplus del bilancio pubblico, si manifestano sempre più chiaramente come una gabbia per l’economia non solo nei Paesi più deboli come la Grecia, ma persino nella forte Germania.
Dietro alle difficoltà della Germania e al fallimento delle regole europee c’è, però, un altro fattore più profondo: la crisi strutturale dell’economia capitalistica. La risposta alla crisi era stata l’export, ma se, da una parte, ci sono paesi con ampi surplus commerciale, come la Cina e la Germania, dall’altra parte devono esserci necessariamente Paesi con alti deficit commerciali, come gli Usa, e questo non può durare a lungo. La fase attuale, caratterizzata da una crescente competizione da parte dei Paesi emergenti e dall’introduzione di misure che limitano la libera circolazione delle merci da parte degli Usa mette in difficoltà proprio chi, come la Germania, si era orientato alle esportazioni per risolvere la sovraccumulazione di capitale e la sovrapproduzione di merci. Il taglio della produzione e dell’occupazione cui siamo assistendo in Germania è l’indicatore del riemergere della sovraccumulazione strutturale del capitale.
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28/03/2018
Delocalizzazioni e mini-job: il lato oscuro della Germania mercantilista
Il cosiddetto ‘modello tedesco’ di crescita ci viene puntualmente presentato come l’avanguardia europea dello sviluppo economico, specialmente se contrapposto ad un’area mediterranea beatamente inefficiente. Le vere ragioni della competitività tedesca vanno tuttavia ricercate nella capacità di produrre a costi più bassi le stesse merci realizzate in altri Paesi (come l’Italia). Questo schema di crescita trainato dalle esportazioni poggia essenzialmente sul contenimento del costo del lavoro e non, come ci viene spesso raccontato, sulla spiccata propensione dei tedeschi ad investire ed innovare processi e prodotti. Tutt’altro che secondario è il ruolo giocato dall’introduzione della moneta unica e dalla conseguente perdita di un naturale strumento di gestione dell’economia: in breve, se fino al 1999 Paesi come l’Italia potevano usufruire della leva del cambio per difendere la competitività delle proprie merci (oltre che l’occupazione ed i salari), con l’euro si è accettato di usare la stessa moneta dei tedeschi, e di conseguenza la competizione internazionale è finita per scaricarsi unicamente sulle spalle dei lavoratori. Questi ultimi sono stati infatti chiamati a sopportare continue riforme del mercato del lavoro (superamento dell’articolo 18 e Jobs Act in ultimo) volte alla moderazione salariale e, dati alla mano, senza effetti positivi sui livelli occupazionali.
Un ulteriore “segreto” del successo del modello tedesco risiede nelle delocalizzazioni. Il crescente processo di globalizzazione dei mercati ha favorito lo spostamento di determinate fasi del ciclo produttivo in Paesi che presentano condizioni più favorevoli al conseguimento del profitto, tra cui l’impiego di forza lavoro indigena a costi contenuti. È quindi immediato notare che l’esternalizzazione di una determinata parte della produzione tenderà ad avvenire verso Paesi in cui è possibile sfruttare salari più bassi e manodopera meno tutelata, al fine di ridurre i costi di produzione. Proprio con riferimento al caso tedesco, già nel 2010 alcuni economisti avevano iniziato a parlare di questo ‘aiutino’ alla competitività tedesca, sottolineando che la Germania stava largamente beneficiando dalle pratiche di off-shoring in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Ucraina. Qualche dato: nel 1999 la quota di investimenti esteri tedeschi diretti verso l’Est europeo era del 4%, mentre raggiungeva il 30% già nel 2004. In altri termini, molte imprese tedesche stavano aprendo stabilimenti ad est dell’ormai capitolata Cortina di Ferro al fine di trasferirvi le fasi meno complesse della produzione (ovvero, quelle che richiedono minori competenze lavorative) e lasciando dentro ai propri confini i processi che richiedono forza lavoro qualificata.
Un aspetto cruciale è tuttavia legato al fatto che questa tendenza vede la Germania delocalizzare in Paesi non inclusi nell’Eurozona, e pertanto dove è anche possibile sfruttare – oltre ad un contesto istituzionale più favorevole al capitale e meno tutelante per il lavoratore – il potere d’acquisto di una moneta forte, come l’euro, che permette l’approvvigionamento di prodotti semilavorati a costi particolarmente favorevoli. La rilevanza di questi rapporti commerciali è cresciuta costantemente nel tempo, fino a rappresentare il 20% del commercio tedesco: se da un lato questi rapporti sono favoriti anche da ragioni di carattere storico (quali gli stretti legami politici ed economici che legavano la Germania Est ai Paesi del blocco sovietico prima della riunificazione), riteniamo che le motivazioni preponderanti ricadano nella logica dell’economicità, come ad esempio l’ampia disponibilità di manodopera e semilavorati a basso costo. In questa ottica andrebbero interpretati anche gli interessi della Germania all’allargamento ad est dell’Unione Europea, che di fatto favorirebbe il commercio per effetto del mercato unico.
In questo contesto dobbiamo però considerare che il tessuto produttivo tedesco è a vocazione fortemente industriale. La manifattura continua a ricoprire un ruolo preponderante, nonostante la crisi abbia fatto accelerare la caduta della quota relativa a questo settore nel PIL tedesco (nel 2016 il 22% del valore aggiunto tedesco derivava dalla produzione di beni manifatturieri, a fronte del 16% in Italia) e sebbene i componenti a più basso contenuto tecnologico siano realizzati all’estero, mentre restano in Germania le fasi finali della produzione oltre alle attività di ricerca e sviluppo. Se le economie dell’Est europeo risultano quindi indispensabili al modello produttivo tedesco, al quale forniscono una forza lavoro disciplinata e poco costosa, il settore manifatturiero tedesco è riuscito, grazie ad un forte tasso di sindacalizzazione favorito dalla dimensione delle imprese tedesche (35 addetti in media per impresa, al fronte dei 9 in Italia), a mitigare la spinta al ribasso sui salari. Tuttavia, il crollo delle retribuzioni è avvenuto invece in altri settori che comunque concorrono a garantire competitività alla manifattura tedesca. In particolare, esso è stato particolarmente pronunciato nei servizi, settore nel quale una quota rilevante di occupati subisce gli effetti della precarietà. Il suddetto crollo delle retribuzioni fa sì che il settore manifatturiero si possa avvantaggiare, per l’appunto, del basso costo dei servizi di cui usufruisce, riducendo così una componente di costo.
La precarizzazione, spinta e sostenuta dalle riforme Hartz, ha avuto la sua massima manifestazione nell’introduzione dei mini-job, una serie di contratti di lavoro atipici introdotti nei settori non orientati all’export che prevedono retribuzioni di 450 euro mensili (che scendevano a 400 prima del 2013) o addirittura di 1 euro all’ora. Stando ai dati, circa 7,4 milioni di tedeschi sono attualmente coinvolti in quelle mansioni “scarsamente retribuite” che ricadono nelle pratiche contrattuali previste dal nuovo assetto istituzionale del mercato del lavoro. È infine interessante notare che le suddette riforme hanno prodotto una cospicua balcanizzazione del mercato del lavoro anche in riferimento alla sotto-occupazione: stando ad uno studio del 2012, il tasso di disoccupazione delle Germania sarebbe il doppio di quello ufficialmente indicato qualora si facciano delle appropriate correzioni basate sull’incidenza del lavoro part-time e atipico.
Come interpretare congiuntamente questi due fenomeni? Meglio partire dagli effetti: tra il 2000 ed il 2011 il salario medio orario nominale in Italia è cresciuto del 40% a fronte di una crescita di poco più del 20% in Germania. Il dato sulle retribuzioni medie riflette (oltre al ‘vero’ tasso di disoccupazione) da un lato la riduzione del salario reale nei settori a basso valore aggiunto dovuta alle riforme del mercato del lavoro, e dall’altro una modesta dinamica delle retribuzioni nei settori più avanzati. Queste ultime, per effetto delle delocalizzazioni attuate o anche semplicemente minacciate, non sono cresciute come in altri Paesi europei. In altre parole, la disponibilità di forza lavoro vicina e a buon mercato rende disciplinato il lavoro tedesco anche nei settori caratterizzati da una più alta produttività.
In conclusione, queste considerazioni mettono in discussione la visione di una “società a due livelli”, nella quale la contrapposizione cruciale sarebbe quella che si manifesta tra i subalterni specializzati operanti nella manifattura e i lavoratori non qualificati che operano nei servizi. Più lucidamente, quel che effettivamente emerge è una società a due classi (salariati e capitalisti) in cui il processo combinato di deregolamentazione del mercato del lavoro e di movimento incontrollato dei capitali ha portato a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l’unico effetto di spostare ancor più i rapporti di forza a favore dei capitalisti.
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Un ulteriore “segreto” del successo del modello tedesco risiede nelle delocalizzazioni. Il crescente processo di globalizzazione dei mercati ha favorito lo spostamento di determinate fasi del ciclo produttivo in Paesi che presentano condizioni più favorevoli al conseguimento del profitto, tra cui l’impiego di forza lavoro indigena a costi contenuti. È quindi immediato notare che l’esternalizzazione di una determinata parte della produzione tenderà ad avvenire verso Paesi in cui è possibile sfruttare salari più bassi e manodopera meno tutelata, al fine di ridurre i costi di produzione. Proprio con riferimento al caso tedesco, già nel 2010 alcuni economisti avevano iniziato a parlare di questo ‘aiutino’ alla competitività tedesca, sottolineando che la Germania stava largamente beneficiando dalle pratiche di off-shoring in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Ucraina. Qualche dato: nel 1999 la quota di investimenti esteri tedeschi diretti verso l’Est europeo era del 4%, mentre raggiungeva il 30% già nel 2004. In altri termini, molte imprese tedesche stavano aprendo stabilimenti ad est dell’ormai capitolata Cortina di Ferro al fine di trasferirvi le fasi meno complesse della produzione (ovvero, quelle che richiedono minori competenze lavorative) e lasciando dentro ai propri confini i processi che richiedono forza lavoro qualificata.
Un aspetto cruciale è tuttavia legato al fatto che questa tendenza vede la Germania delocalizzare in Paesi non inclusi nell’Eurozona, e pertanto dove è anche possibile sfruttare – oltre ad un contesto istituzionale più favorevole al capitale e meno tutelante per il lavoratore – il potere d’acquisto di una moneta forte, come l’euro, che permette l’approvvigionamento di prodotti semilavorati a costi particolarmente favorevoli. La rilevanza di questi rapporti commerciali è cresciuta costantemente nel tempo, fino a rappresentare il 20% del commercio tedesco: se da un lato questi rapporti sono favoriti anche da ragioni di carattere storico (quali gli stretti legami politici ed economici che legavano la Germania Est ai Paesi del blocco sovietico prima della riunificazione), riteniamo che le motivazioni preponderanti ricadano nella logica dell’economicità, come ad esempio l’ampia disponibilità di manodopera e semilavorati a basso costo. In questa ottica andrebbero interpretati anche gli interessi della Germania all’allargamento ad est dell’Unione Europea, che di fatto favorirebbe il commercio per effetto del mercato unico.
In questo contesto dobbiamo però considerare che il tessuto produttivo tedesco è a vocazione fortemente industriale. La manifattura continua a ricoprire un ruolo preponderante, nonostante la crisi abbia fatto accelerare la caduta della quota relativa a questo settore nel PIL tedesco (nel 2016 il 22% del valore aggiunto tedesco derivava dalla produzione di beni manifatturieri, a fronte del 16% in Italia) e sebbene i componenti a più basso contenuto tecnologico siano realizzati all’estero, mentre restano in Germania le fasi finali della produzione oltre alle attività di ricerca e sviluppo. Se le economie dell’Est europeo risultano quindi indispensabili al modello produttivo tedesco, al quale forniscono una forza lavoro disciplinata e poco costosa, il settore manifatturiero tedesco è riuscito, grazie ad un forte tasso di sindacalizzazione favorito dalla dimensione delle imprese tedesche (35 addetti in media per impresa, al fronte dei 9 in Italia), a mitigare la spinta al ribasso sui salari. Tuttavia, il crollo delle retribuzioni è avvenuto invece in altri settori che comunque concorrono a garantire competitività alla manifattura tedesca. In particolare, esso è stato particolarmente pronunciato nei servizi, settore nel quale una quota rilevante di occupati subisce gli effetti della precarietà. Il suddetto crollo delle retribuzioni fa sì che il settore manifatturiero si possa avvantaggiare, per l’appunto, del basso costo dei servizi di cui usufruisce, riducendo così una componente di costo.
La precarizzazione, spinta e sostenuta dalle riforme Hartz, ha avuto la sua massima manifestazione nell’introduzione dei mini-job, una serie di contratti di lavoro atipici introdotti nei settori non orientati all’export che prevedono retribuzioni di 450 euro mensili (che scendevano a 400 prima del 2013) o addirittura di 1 euro all’ora. Stando ai dati, circa 7,4 milioni di tedeschi sono attualmente coinvolti in quelle mansioni “scarsamente retribuite” che ricadono nelle pratiche contrattuali previste dal nuovo assetto istituzionale del mercato del lavoro. È infine interessante notare che le suddette riforme hanno prodotto una cospicua balcanizzazione del mercato del lavoro anche in riferimento alla sotto-occupazione: stando ad uno studio del 2012, il tasso di disoccupazione delle Germania sarebbe il doppio di quello ufficialmente indicato qualora si facciano delle appropriate correzioni basate sull’incidenza del lavoro part-time e atipico.
Come interpretare congiuntamente questi due fenomeni? Meglio partire dagli effetti: tra il 2000 ed il 2011 il salario medio orario nominale in Italia è cresciuto del 40% a fronte di una crescita di poco più del 20% in Germania. Il dato sulle retribuzioni medie riflette (oltre al ‘vero’ tasso di disoccupazione) da un lato la riduzione del salario reale nei settori a basso valore aggiunto dovuta alle riforme del mercato del lavoro, e dall’altro una modesta dinamica delle retribuzioni nei settori più avanzati. Queste ultime, per effetto delle delocalizzazioni attuate o anche semplicemente minacciate, non sono cresciute come in altri Paesi europei. In altre parole, la disponibilità di forza lavoro vicina e a buon mercato rende disciplinato il lavoro tedesco anche nei settori caratterizzati da una più alta produttività.
In conclusione, queste considerazioni mettono in discussione la visione di una “società a due livelli”, nella quale la contrapposizione cruciale sarebbe quella che si manifesta tra i subalterni specializzati operanti nella manifattura e i lavoratori non qualificati che operano nei servizi. Più lucidamente, quel che effettivamente emerge è una società a due classi (salariati e capitalisti) in cui il processo combinato di deregolamentazione del mercato del lavoro e di movimento incontrollato dei capitali ha portato a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l’unico effetto di spostare ancor più i rapporti di forza a favore dei capitalisti.
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20/02/2017
Il modello tedesco ... in salsa italiana
di Pasquale Cicalese per Marx21.it
“I contratti stipulati di recente hanno introdotto alcuni importanti elementi di novità. L’accordo siglato alla fine di novembre per il comparto metalmeccanico – relativo a circa un quinto del monte retributivo del settore privato oltre a non contemplare incrementi sino alla prossima estate (prolungando così alla metà del 2017 la fase di marcata moderazione salariale), stabilisce che gli aumenti successivi siano determinati ex post, con frequenza annuale e in base alla dinamica realizzata dell’indice dei prezzi al consumo (al netto dei beni energetici importati). In tal modo si modifica la regola fissata dall’accordo interconfederale del 2009, che prevedeva aumenti definiti su un orizzonte triennale in funzione dell’andamento atteso dello stesso indice. Una clausola che lega gli incrementi retributivi all’inflazione passata è stata introdotta nel dicembre 2016 anche nel contratto per il settore del legno ed è stata ripresa nella piattaforma presentata dalla parte datoriale del comparto tessile, dove è ancora in corso la trattativa. Rispetto al totale dei contratti, quelli che prevedono meccanismi di indicizzazione ex post (incluso il contratto del comparto tessile tuttora in fase di negoziazione) rappresentano al momento circa un terzo del monte retributivo del settore privato. Il legame delle retribuzioni con l’inflazione passata, anziché con suoi valori previsti o programmati, può tradursi in una maggiore inerzia nell’andamento dell’inflazione stessa (come avveniva con la scala mobile abolita dal protocollo del 1993); nell’attuale fase ciclica potrebbe comportare una maggiore difficoltà nel ritorno verso valori coerenti con la stabilità dei prezzi.”
Banca d’Italia, Bollettino Economico, 20 gennaio 2017, pagg. 33-34
“È il modello-Germania. Non vergogniamoci di copiare, ma ricordiamoci di adattare. Non perdiamoci le Pmi, il nostro sistema non è quello tedesco dei campioni nazionali”. Lello Naso, Duro lavoro e riforme per andare oltre i record, Il sole 24 ore 17.02.2017
Nella strana Italia del 2017 può capitare che la banca centrale italiana, benché ormai priva di poteri, vada più a sinistra della Fiom, arrivando a lanciare l’allarme sulla “stabilità” dei prezzi con il nuovo contratto dei metalmeccanici, accusandolo esplicitamente di essere deflazionista, per chi voglia intendere.
Sempre nel Bollettino economico, Bankitalia informa che l’Italia ha guadagnato negli ultimi due anni 2,5 punti percentuali nella competitività di prezzo rispetto all’1.3 tedesco. Pare che la strategia degli industriali italiani sia chiara: rosicchiare punti di competitività di prezzo ai tedeschi utilizzando la deflazione salariale, più massicciamente dei tedeschi stessi, i quali, complice il mutato clima internazionale e i venti di protezionismo, pare stiano dirigendo la propria azione ad una timida reflazione salariale e ad un focalizzarsi sul mercato interno.
Ciò che ha fatto la Germania con la riforma Hartz IV del 2003 è applicato in questi anni in Italia con la differenza che lì si partiva da livelli assoluti ben più alti.
I nuovi contratti privati, basati ex post sull’inflazione core (cioè al netto dell’energia), che è ben più bassa dall’indice di inflazione ufficiale, prevedono una stasi decennale delle retribuzioni finalizzata a conquistare 10, 15 punti percentuali di competitività di prezzo sul concorrente tedesco. Ciò significa una ancor più marcata deflazione salariale e un restringimento del mercato interno ancor più profondo, con l’export come unica valvola di sfogo.
Se sul piano delle relazioni industriali il modello tedesco adottato è basato sulla competitività di prezzo e non già sull’innovazione tecnologica, su una crescita dimensionale delle aziende, sulla capitalizzazione delle imprese e su alte spese in ricerca, sul piano fiscale la deflazione salariale è ancor più massiccia. Prova ne è l’analisi sulle entrate erariali dei primi 11 mesi del 2016 del Ministero delle Finanze, che vedono un forte incremento delle imposte indirette, che colpiscono indiscriminatamente disoccupati, precari, lavoratori e milionari, e un aumento sostanzioso delle imposte sul lavoro dipendente.
Dunque, in fabbrica, anche grazie alla complicità ultradecennale dei sindacati confederali, non ti fanno aumenti per gli anni futuri, facendoti guadagnare solo l’inflazione core, e i prezzi energetici non vengono contemplati, mentre a livello fiscale operano un salasso sul lavoro dipendente che deprime ancor più il mercato interno, facendo apparire le retribuzioni per quello che sono, da fame.
Infatti, mentre l’Irpef ha avuto un incasso di 164 miliardi, per l’80% pagata da dipendenti e pensionati, le tasse sui profitti delle aziende, vale a dire l’Ires, presentano un gettito pari a... 34 miliardi di euro, tra l’altro pagate per lo più da banche, visto che storicamente la maggior parte delle aziende presenta bilanci truccati o in pareggio o in perdita, o ha la residenza fiscale in paradisi fiscali.
Alle aziende i governi ultimi hanno dedicato un’attenzione spropositata: con la fiscalità generale, vale a dire col salasso dei salari, sono stati indirizzati ad esse 20 miliardi di detrazione per assunzione, 7 miliardi di mancati pagamenti dell’Irap, che hanno dissanguato le casse degli enti territoriali. Hanno tagliato spese sociali, diminuito l’aliquota dell’Ires, finanziato investimenti in Industria 4.0 e legge Sabatini per decine di miliardi, senza contare gli incentivi a fondo perduto europei gestiti a livello regionale.
Ti pago per assumere, ti pago per fare investimenti, ti riduco le aliquote contributive e fiscali e in più, con i profitti che fai, ti riduco l’imposta sui profitti. Protezionismo fiscale e deflazione salariale per rosicchiare quote di competitività di prezzo ai concorrenti, a costo di distruggere l’economia del Paese.
Dove li prendo questi soldi? Salassando i salariati e tagliando spesa sociale e pensionistica. Il socialismo per i ricchi. Dove sono questi soldi?
Dunque, abbiamo accennato che il paese ha guadagnato sul mercato internazionale 2,5 punti di competitività di prezzo; ciò si è riflesso nel 2016 nel record dell’avanzo commerciale, cioè la differenza tra import ed export, per l’esattezza di 51,6 miliardi di euro, circa il 3% del pil (quello tedesco è dell’8,7%, siamo sulla buona strada), dovuto soprattutto al calo dei prezzi internazionali delle materie prime, ma anche ad una timida ripresa dell’export, specie negli ultimi due mesi.
L’avanzo commerciale si è riflesso nel surplus delle partite correnti a circa 46 miliardi, il 2,8% del pil. Non hanno concorso quest’anno solo le merci, informa Banca d’Italia il 17 febbraio, ma anche il nuovo surplus dei “redditi primari”. Cosa sono? Sono le plusvalenze, i profitti finanziari fatti all’estero a seguito di investimenti di portafoglio. E qui viene il bello. Negli ultimi tre anni ben 280 miliardi di euro sono stati investiti all’estero in polizze assicurative, fondi aperti e risparmio gestito, il quale nel 2016 ha avuto il record storico di masse gestite pari a 1943 miliardi di euro, il 95% investito all’estero.
Si ha record di avanzo commerciale, si ha surplus delle partite correnti, ma il ricavato non è destinato ad investimenti aziendali, ma ad investimenti di portafoglio all’estero, in carta finanziaria. Le stesse banche italiane hanno smesso da anni di fare profitti con il corporate banking, vale a dire banca commerciale rivolta alle imprese, e fanno soldi con il private banking e il wealth management, vale a dire la gestione delle ricchezze degli industriali italiani.
Se prima e dopo la crisi la Germania indirizzava il suo surplus in Usa, il surplus italiano è indirizzato in Germania, nord Europa e Usa. In pratica con il ricavato dell’operato aziendale, grazie a quel che la stessa Banca d’Italia definisce “una marcata moderazione salariale” vengono finanziate le altre economie, lasciando a bocca asciutta quella italiana.
E’ il modello tedesco all’italiana. Fatto proprio dai sindacati confederali che hanno addirittura accettato il rimborso solo ex post e solo per l’inflazione core per gli aumenti salariali. Manna dal cielo per gli industriali italiani: la riduzione massiccia della massa salariale è controfirmata dai confederali in cambio di niente, o meglio la gestione consociativa degli istituti di welfare aziendale oltre che dei fondi pensione. Oltretutto si scarica sui salariati il costo dei beni energetici, che non incontrano copertura da eventuali aumenti. Unito al progressivo aumento delle accise e delle bollette, la riduzione della massa salariale risulta ancor più marcata.
L’aumento della massa di profitto causato dalla riduzione della massa salariale (che provoca minor domanda interna e quindi minori importazioni), dall’allungamento della giornata lavorativa e dall’intensificazione dei ritmi di lavoro con il progetto Industria 4.0 voluto dal Ministero dello Sviluppo Economico, e da questi ampiamente finanziato, si riverserà sempre più in un aumento del surplus commerciale e del surplus delle partite correnti e, da questi, in una massiccia esportazioni di capitali, impoverendo sempre più il Paese.
In Germania con Hartz IV la percentuale di poveri è passata dall’8 al 16%. L’adozione in salsa italiana del modello tedesco causerà l’ingrossamento dell’esercito industriale di riserva e l’ampliamento di quel che Marx definiva i “lazzari”. Tutto ciò con l’avallo e il finanziamento dello Stato italiano, che sempre più si dimostra un comitato d’affari del blocco dominante.
E’ talmente assurdo il progetto che è toccato a Banca d’Italia, come sopra, definire destabilizzante questo nuovo modello contrattuale. Alla Fiom leggono i Bollettini Economici della banca centrale italiana? O sono intenti ad andare a Ballarò a fare i moralisti?
09/10/2015
Germania sull'orlo di una crisi. Anche di nervi
Il crollo di borsa si è fermato, ma ora è il momento delle perquisizioni di polizia. Per Volkswagen i guai sono appena all'inizio, così come per il “modello tedesco”, che fa da riferimento per strutturare i diktat dell'Unione Europea e della Troika.
La Procura di Braunschweig, ieri, ha fatto eseguire un numero imprecisato di perquisizioni sia a Wolfsburg che in altre sedi del gruppo, fin nelle case di dirigenti, tecnici e ingegneri. Del resto l'inchiesta è partita dalla scoperta di un software per truccare i dati sulle emissioni di gas nocivi, quindi ha risvolti penali, oltre che civili, commerciali e fiscali.
Come si usa dire in queste situazioni, è stato sequestrato materiale informatico, nonché numerosi documenti «che potrebbero rivelare le azioni e le identità dei dipendenti coinvolti nella manipolazione del software dei motori diesel». Si tratta infatti di capire quali dirigenti del gruppo abbiano deciso di effettuare la falsificazione, quali ingegneri abbiano messo a punto l'operazione sul piano industriale, ecc. L'unica cosa certa, infatti, è che truccare 11 milioni di automobili «non era opera di pochi ingegneri, ma un vero e proprio sistema». L'amministratore delegato, Winterkorn, che quanto meno ha dato il nulla osta alla più grande truffa commerciale della storia, è già stato dimissionato dalla famiglia Porsche, che detiene la maggioranza del pacchetto azionario e l'ha sostituito con un proprio rappresentante, Matthias Müller.
Al contrario di quanto avverrebbe in Italia, i dirigenti Vw stanno offrendo – almeno apparentemente – la “massima collaborazione”. Del resto, sanno benissimo di essere un pilastro insostituibile del sistema industriale e politico tedesco e che, quindi, il governo di frau Merkel dovrà fare l'impossibile per limitare i danni. Comunque colossali.
Anche perché sta venendo fuori che le auto vendute in Europa – 8 milioni – avevano caratteristiche costruttive ancor meno “rassicuranti” rispetto a quelle spedite negli Usa, complice il fatto che qui Vw poteva contare su “verificatori” che lei stessa, insieme alle altre case costruttrici, contribuiva a finanziare.
Grande pubblicità, ovviamente, viene dato all'avvio delle procedure per richiamare in officina tutti i modelli incriminati. Ma non occorre essere ingegneri per capire che le “modifiche” da apportare saranno inevitabilmente quasi soltanto software, perché è impossibile trasformare nelle normali officine 11 milioni di motori fino a farli funzionare secondo le norme Euro 5. I test statunitensi, infatti, avevano rilevato che quei motori, al di fuori delle condizioni di test, emettevano gas nocivi da 10 a 40 volte di più del dichiarato. Una proporzione che fa di quei motori degli equivalenti moderni degli autocarri della grande guerra, quindi “incorreggibili” con chiavi e cacciavite.
Le proposte di “correzione” consegnate da Vw alla Kba (la motorizzazione tedesca) sono in effetti quasi soltanto via software. In pratica si limiteranno ad eliminare il “trucco”, permettendo dunque alle centraline elettroniche di assegnare i valori effettivi alle emissioni. Ma questo non renderà quei motori adeguati allo standard Euro 5. Dunque la loro longevità commerciale dovrebbe venir ridotta a una categoria inferiore (Euro 4 o addirittura Euro 3), con ovvia svalutazione del mezzo e danno per i clienti.
Per 3 milioni e mezzo di vetture, ammette la stessa Vw, questa “riparazione” non sarà sufficiente e dunque si renderà necessario un richiamo ben più “invasivo”. Ma se ne parlerà come minimo tra un anno, perché i tempi di lavorazione necessari per rivedere ogni singolo veicolo oscilla tra le 5 e le 10 ore. Di fatto, dividendo 3,5 milioni per il numero di officine autorizzate Vw, “ci vorranno anni”. Se le auto saranno ancora in circolazione...
A pagare, come del resto anticipato dal nuovo amministratore delegato, saranno certamente i lavoratori del gruppo, su cui verrà scaricata buona parte dei costi derivanti dal crollo delle vendite. E subito il ministro dell'economia, nonché vicecancelliere e capo dei “socialdemocratici” tedeschi, Sigmar Gabriel, ha prospettato l'utilizzo del «Kurzarbeit» (una sorta di “contratto di solidarietà”, con forte riduzione dell'orario di lavoro e del salario, compensato in parte con sussidi statali).
Ma non è Volkswagen l'unico problema con cui ha a che fare la Germania. Solo ieri è arrivata una mazzata considerevole sulle prospettive di crescita: le esportazioni, ad agosto, sono crollate del 5,2%, la diminuzione più consistente da gennaio del 2009, quando le esportazioni calarono del 6,9%. Ma quello era il momento peggiore della crisi, a pochi mesi dall'esplosione di Lehmann Brothers.
Si tratta di una mazzata che spaventerebbe chiunque, ma soprattutto quei paesi che hanno adottato un modello industriale export oriented. E la Germania ordoliberista del terzo millennio è esattamente il miglior esempio di economia incentrata sulle esportazioni: salari fermi (anche se a un livello medio superiore a quelli vigenti nella Ue), precarietà crescente non solo a livello giovanile, filiere produttive diffuse soprattutto ai paesi dell'Est e del Sud europeo (vedi la posizione dell'Italia), sbocchi commerciali privilegiati verso Usa, Cina e paesi emergenti.
E' proprio qui è il problema strutturale del “modello tedesco”. Emergenti e Cina hanno rallentato in modo vistoso, soprattutto i secondi, che fin qui si erano espansi trainati dai prezzi delle materie prime. Che ora stanno sottoterra. Ma anche la Cina, fin qui, era avanzata a passo di carica trainata soprattutto dagli investimenti interni, massicciamente distribuiti verso infrastrutture e impianti industriali. Ovvero i settori in cui l'export germanico aveva sbaragliato ogni concorrenza.
Tengono fin qui i consumi interni, ma a nessuno sfugge – di sicuro non ai tedeschi – che i consumi vanno bene finché c'è quasi piena occupazione, e salari decenti. Finché, insomma, c'è un'economia che “tira”. Ma se questa è soprattutto export oriented, ecco che la crisi dei mercati di sbocco si traduce molto rapidamente in difficoltà interne.
Questo era peraltro cosa risaputa già prima dello scandalo Volkswagen. Che non ha soltanto un risvolto – importante, ma tutto somma assorbibile – sul piano del Pil (la domanda di auto Vw è già crollata, e non è prevedibile una sua resurrenzione nell'arco di due-tre anni, concentrata com'era sullo sviluppo delle motorizzazioni diesel). Incide infatti negativamente sull'appetibilità dell'intero made in Germany. Qualsiasi cliente, nel mondo, è ora legittimamente sull'avviso: questa roba che dovrei comprare, rispetta gli standard dichiarati o è un'altra “sòla alla tedesca”?
Ovvio che a soffrire sarà soprattutto il comparto automobilistico, che rappresenta però da solo ben il 7,7% del Pil di Berlino; una quota superiore a quella dell'Italia anni '60, quando Fiat, Lancia e Alfa Romeo (tre proprietari differenti, a quei tempi) “pompavano” al massimo la produzione.
Ma anche il settore bancario mostra nuovi e inquietanti segnali di fragilità, a cominciare dal colosso principale: Deutsche Bank che ha annunciato perdite per 6 miliardi, che già non sono pochi. Ma a preoccupare sono soprattutto le cause: multe e contenziosi giudiziari, per scandali ripetuti su diversi fronti e in diversi paesi. Anche in questo ambito, lo slogan “è una tedesca” ha rovesciato il significato in modo pressoché irreversibile.
E bisogna essere davvero ideologici per attribuire questa caduta degli standard germanici al “rapporto tra affari e politica” che caratterizza ancora il “modello tedesco”. Esiste forse un solo paese nel mondo in cui questo rapporto non esista? Anzi, dove non sia l'architrave dell'equilibrio sistemico? Bisogna proprio ricordare la facilità con cui, per esempio, i massimi dirigenti delle multinazionali Usa diventano ministri o addirittura vice-presidenti degli States? Abbiamo già dimenticato i Dick Cheney che passavano più volte nella vita dalla poltrona di chief executive officer della Hulliburton (petrolio, gas, trivellazioni, mercenari, ecc.) alla Sala Ovale? E tutti gli altri che hanno fatto e fanno ancora percorsi del tutto simili?
La verità è così evidente che nessuno osa guardarla in faccia: questa crisi, entrata nel nono anno di vita, non è stata affatto risolta né affrontata. Basta vedere come tutti, Fmi compreso, implorano la Federal reserve di non mettere in moto il rialzo dei tassi di interesse e semmai, al contrario, di spargere ancora tanto denaro liquido “dagli elicotteri” (come dicono in gergo per indicare i quantitative easing). E non c'è “modello” – né liberista anglosassone, né ordo-liberista teutonico – che riescano a immaginare una possibile via di uscita.
Una crisi così acuta, e con ricadute sul commercio mondiale così forti (e “protezionistiche”) che perfino Federico Rampini si è accorto – con otto anni di ritardo – che “la globalizzazione è finita”.
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La Procura di Braunschweig, ieri, ha fatto eseguire un numero imprecisato di perquisizioni sia a Wolfsburg che in altre sedi del gruppo, fin nelle case di dirigenti, tecnici e ingegneri. Del resto l'inchiesta è partita dalla scoperta di un software per truccare i dati sulle emissioni di gas nocivi, quindi ha risvolti penali, oltre che civili, commerciali e fiscali.
Come si usa dire in queste situazioni, è stato sequestrato materiale informatico, nonché numerosi documenti «che potrebbero rivelare le azioni e le identità dei dipendenti coinvolti nella manipolazione del software dei motori diesel». Si tratta infatti di capire quali dirigenti del gruppo abbiano deciso di effettuare la falsificazione, quali ingegneri abbiano messo a punto l'operazione sul piano industriale, ecc. L'unica cosa certa, infatti, è che truccare 11 milioni di automobili «non era opera di pochi ingegneri, ma un vero e proprio sistema». L'amministratore delegato, Winterkorn, che quanto meno ha dato il nulla osta alla più grande truffa commerciale della storia, è già stato dimissionato dalla famiglia Porsche, che detiene la maggioranza del pacchetto azionario e l'ha sostituito con un proprio rappresentante, Matthias Müller.
Al contrario di quanto avverrebbe in Italia, i dirigenti Vw stanno offrendo – almeno apparentemente – la “massima collaborazione”. Del resto, sanno benissimo di essere un pilastro insostituibile del sistema industriale e politico tedesco e che, quindi, il governo di frau Merkel dovrà fare l'impossibile per limitare i danni. Comunque colossali.
Anche perché sta venendo fuori che le auto vendute in Europa – 8 milioni – avevano caratteristiche costruttive ancor meno “rassicuranti” rispetto a quelle spedite negli Usa, complice il fatto che qui Vw poteva contare su “verificatori” che lei stessa, insieme alle altre case costruttrici, contribuiva a finanziare.
Grande pubblicità, ovviamente, viene dato all'avvio delle procedure per richiamare in officina tutti i modelli incriminati. Ma non occorre essere ingegneri per capire che le “modifiche” da apportare saranno inevitabilmente quasi soltanto software, perché è impossibile trasformare nelle normali officine 11 milioni di motori fino a farli funzionare secondo le norme Euro 5. I test statunitensi, infatti, avevano rilevato che quei motori, al di fuori delle condizioni di test, emettevano gas nocivi da 10 a 40 volte di più del dichiarato. Una proporzione che fa di quei motori degli equivalenti moderni degli autocarri della grande guerra, quindi “incorreggibili” con chiavi e cacciavite.
Le proposte di “correzione” consegnate da Vw alla Kba (la motorizzazione tedesca) sono in effetti quasi soltanto via software. In pratica si limiteranno ad eliminare il “trucco”, permettendo dunque alle centraline elettroniche di assegnare i valori effettivi alle emissioni. Ma questo non renderà quei motori adeguati allo standard Euro 5. Dunque la loro longevità commerciale dovrebbe venir ridotta a una categoria inferiore (Euro 4 o addirittura Euro 3), con ovvia svalutazione del mezzo e danno per i clienti.
Per 3 milioni e mezzo di vetture, ammette la stessa Vw, questa “riparazione” non sarà sufficiente e dunque si renderà necessario un richiamo ben più “invasivo”. Ma se ne parlerà come minimo tra un anno, perché i tempi di lavorazione necessari per rivedere ogni singolo veicolo oscilla tra le 5 e le 10 ore. Di fatto, dividendo 3,5 milioni per il numero di officine autorizzate Vw, “ci vorranno anni”. Se le auto saranno ancora in circolazione...
A pagare, come del resto anticipato dal nuovo amministratore delegato, saranno certamente i lavoratori del gruppo, su cui verrà scaricata buona parte dei costi derivanti dal crollo delle vendite. E subito il ministro dell'economia, nonché vicecancelliere e capo dei “socialdemocratici” tedeschi, Sigmar Gabriel, ha prospettato l'utilizzo del «Kurzarbeit» (una sorta di “contratto di solidarietà”, con forte riduzione dell'orario di lavoro e del salario, compensato in parte con sussidi statali).
Ma non è Volkswagen l'unico problema con cui ha a che fare la Germania. Solo ieri è arrivata una mazzata considerevole sulle prospettive di crescita: le esportazioni, ad agosto, sono crollate del 5,2%, la diminuzione più consistente da gennaio del 2009, quando le esportazioni calarono del 6,9%. Ma quello era il momento peggiore della crisi, a pochi mesi dall'esplosione di Lehmann Brothers.
Si tratta di una mazzata che spaventerebbe chiunque, ma soprattutto quei paesi che hanno adottato un modello industriale export oriented. E la Germania ordoliberista del terzo millennio è esattamente il miglior esempio di economia incentrata sulle esportazioni: salari fermi (anche se a un livello medio superiore a quelli vigenti nella Ue), precarietà crescente non solo a livello giovanile, filiere produttive diffuse soprattutto ai paesi dell'Est e del Sud europeo (vedi la posizione dell'Italia), sbocchi commerciali privilegiati verso Usa, Cina e paesi emergenti.
E' proprio qui è il problema strutturale del “modello tedesco”. Emergenti e Cina hanno rallentato in modo vistoso, soprattutto i secondi, che fin qui si erano espansi trainati dai prezzi delle materie prime. Che ora stanno sottoterra. Ma anche la Cina, fin qui, era avanzata a passo di carica trainata soprattutto dagli investimenti interni, massicciamente distribuiti verso infrastrutture e impianti industriali. Ovvero i settori in cui l'export germanico aveva sbaragliato ogni concorrenza.
Tengono fin qui i consumi interni, ma a nessuno sfugge – di sicuro non ai tedeschi – che i consumi vanno bene finché c'è quasi piena occupazione, e salari decenti. Finché, insomma, c'è un'economia che “tira”. Ma se questa è soprattutto export oriented, ecco che la crisi dei mercati di sbocco si traduce molto rapidamente in difficoltà interne.
Questo era peraltro cosa risaputa già prima dello scandalo Volkswagen. Che non ha soltanto un risvolto – importante, ma tutto somma assorbibile – sul piano del Pil (la domanda di auto Vw è già crollata, e non è prevedibile una sua resurrenzione nell'arco di due-tre anni, concentrata com'era sullo sviluppo delle motorizzazioni diesel). Incide infatti negativamente sull'appetibilità dell'intero made in Germany. Qualsiasi cliente, nel mondo, è ora legittimamente sull'avviso: questa roba che dovrei comprare, rispetta gli standard dichiarati o è un'altra “sòla alla tedesca”?
Ovvio che a soffrire sarà soprattutto il comparto automobilistico, che rappresenta però da solo ben il 7,7% del Pil di Berlino; una quota superiore a quella dell'Italia anni '60, quando Fiat, Lancia e Alfa Romeo (tre proprietari differenti, a quei tempi) “pompavano” al massimo la produzione.
Ma anche il settore bancario mostra nuovi e inquietanti segnali di fragilità, a cominciare dal colosso principale: Deutsche Bank che ha annunciato perdite per 6 miliardi, che già non sono pochi. Ma a preoccupare sono soprattutto le cause: multe e contenziosi giudiziari, per scandali ripetuti su diversi fronti e in diversi paesi. Anche in questo ambito, lo slogan “è una tedesca” ha rovesciato il significato in modo pressoché irreversibile.
E bisogna essere davvero ideologici per attribuire questa caduta degli standard germanici al “rapporto tra affari e politica” che caratterizza ancora il “modello tedesco”. Esiste forse un solo paese nel mondo in cui questo rapporto non esista? Anzi, dove non sia l'architrave dell'equilibrio sistemico? Bisogna proprio ricordare la facilità con cui, per esempio, i massimi dirigenti delle multinazionali Usa diventano ministri o addirittura vice-presidenti degli States? Abbiamo già dimenticato i Dick Cheney che passavano più volte nella vita dalla poltrona di chief executive officer della Hulliburton (petrolio, gas, trivellazioni, mercenari, ecc.) alla Sala Ovale? E tutti gli altri che hanno fatto e fanno ancora percorsi del tutto simili?
La verità è così evidente che nessuno osa guardarla in faccia: questa crisi, entrata nel nono anno di vita, non è stata affatto risolta né affrontata. Basta vedere come tutti, Fmi compreso, implorano la Federal reserve di non mettere in moto il rialzo dei tassi di interesse e semmai, al contrario, di spargere ancora tanto denaro liquido “dagli elicotteri” (come dicono in gergo per indicare i quantitative easing). E non c'è “modello” – né liberista anglosassone, né ordo-liberista teutonico – che riescano a immaginare una possibile via di uscita.
Una crisi così acuta, e con ricadute sul commercio mondiale così forti (e “protezionistiche”) che perfino Federico Rampini si è accorto – con otto anni di ritardo – che “la globalizzazione è finita”.
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26/03/2015
La falsa coscienza sul modello tedesco
Non sprecheremo mai abbastanza parole riguardo alle supposte virtù del cosiddetto “modello tedesco”, riferimento produttivo-lavorativo verso il quale vengono spinte le altre economie europee. L’Unione Europea stessa è fondata su questo specifico modello di relazione economica, che non è semplicemente neoliberista, ma completamente post-democratico. Come ormai iniziano a dire numerose pubblicazioni, l’intero ciclo del valore dell’economia tedesca è per un terzo prodotto nel territorio nazionale; i restanti due terzi realizzati altrove. Questa premessa chiarisce che per riprodurre tale modello è necessario delocalizzare due terzi della propria economia. La Germania ha però potuto sfruttare determinate caratteristiche peculiari difficilmente replicabili oggi e in altri posti. In primo luogo, ha potuto sfruttare la contiguità territoriale con l’immenso glacis sovietico: smantellata l’Urss, una serie di Stati si sono ritrovati catapultati nella piena “economia di libero mercato” senza averne i presupposti strutturali. Fatto questo che ha portato all’immediata colonizzazione economica da parte della Germania. Oggi vari Stati dell’est europeo, in particolare Croazia, Slovenia, Serbia, Slovacchia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, sono di fatto parti integranti dell’economia della Germania, territori sottomessi al profitto tedesco senza i quali questo non potrebbe nemmeno immaginarsi.
In secondo luogo, la Germania ha sfruttato pienamente la possibilità data dalla colonizzazione interna dell’est tedesco seguita all’annessione della DDR. Anche in questo caso, ha delocalizzato ad oriente interi cicli di produzione sfruttandone le economie di scala realizzate dal socialismo sommate al costo del lavoro inferiore allo standard tedesco occidentale. Una colonizzazione interna difficile da replicare altrove e che ha garantito alla Germania una vera e propria seconda accumulazione originaria.
Queste due premesse costituiscono la cornice economica per comprendere anche le riforme interne del mercato del lavoro. Ricalcando il processo di delocalizzazione produttiva, la Germania ha al proprio interno riproposto il modello coloniale imposto ai paesi del proprio “spazio vitale”. In buona sostanza, le riforme Hartz degli anni Duemila hanno generato un mercato del lavoro duale. Da una parte, nuclei di operai legati ai sindacati aziendali, interni ai processi di valorizzazione del capitale di fabbrica, cogestenti la produzione. Si tratta di lavoratori super-garantiti, tedeschi, con livelli salariali elevati e protetti da forti misure di welfare statale e aziendale. Tale modello è però riferibile a una estrema minoranza, quella parte di lavoratori legati al “cervello” dell’azienda, inseriti nel processo produttivo ancora situato in loco. In pratica, gli operai che assemblano i pezzi prodotti altrove, nonché l’apparato amministrativo-gestionale dell’azienda.
Dall’altra, attraverso la creazione e la moltiplicazione dei cosiddetti “mini-jobs”, viene dislocata in patria tutta la fase produttiva precedente all’assemblaggio e non (ancora) trasferita all’estero. Milioni di lavoratori pagati, al massimo, 450 euro al mese ed esclusi da processi di integrazione welferistica e pensionistica, sia statale che aziendale. Un vasto precariato, tedesco e soprattutto migrante, relativamente giovane, senza garanzie contrattuali, con salari inferiori alla soglia di povertà. Il soggetto attorno a cui fa perno l’economia tedesca: ciò che non riesce a delocalizzare all’estero viene riprodotto entro i confini nazionali. Una pletora di poveri mantenuti sopra il livello di sussistenza grazie ai contributi statali erogati come forma di workfare, cioè di welfare legato alla formazione e alla ricerca di lavoro. Un esborso statale possibile solo grazie agli enormi profitti derivati dal surplus finanziario determinato dalle esportazioni. In pratica, la mancia paternalistica che i governi tedeschi elargiscono per mantenere un mercato del lavoro che altrimenti produrrebbe solo povertà.
Si dirà, tale articolazione del mercato del lavoro non ha impedito in questi anni alla Germania di crescere economicamente, fare fronte meglio di altri alla crisi e in sostanza di mantenere inalterato il proprio standard di vita. Questa parte del racconto costituisce esattamente la falsa coscienza riprodotta dalla vulgata politico-mediatica generalista.
In Germania da un decennio abbondante i consumi interni sono in regressione. La moderazione salariale imposta dalle riforme Schroeder-Hartz ha prodotto un panorama lavorativo impoverito che impedisce al consumo interno di reggere gli elevati livelli produttivi. Una capacità produttiva che l’economia tedesca riversa nelle esportazioni, unica dinamica che permette al sistema di reggere la competizione internazionale accumulando profitti che però non vengono ripartiti in casa, attraverso una normale dinamica salariale espansiva in fase di crescita. Oggi i lavoratori tedeschi sono, in proporzione al reddito generale dello Stato, fra i più poveri d’Europa. Povertà che si riflette sulla domanda interna in costante recessione. Lo sviluppo dei mini-jobs, oltretutto, ha consentito artificiosamente di tenere sotto controllo il livello di disoccupazione, che altrimenti sarebbe esploso come e più degli altri paesi europei. Considerati dalle statistiche come lavoratori normali, gli schiavi dei mini-jobs vengono contati come occupati anche quando nei fatti non lo sono (il mini-jobs dovrebbe essere, appunto, un “piccolo lavoro”, un avviamento alla mansione lavorativa che poi andrebbe stabilizzata: solo da allora dovrebbe considerarsi un lavoratore come occupato). Senza tale strumento, insomma, la disoccupazione tedesca schizzerebbe ben sopra il 15%, in linea con gli altri paesi europei.
Tutto questo, che ribadiamo è possibile solo grazie ad una costruzione economica – l’Unione Europea – che garantisce alla Germania di servirsi di una moneta relativamente debole rispetto al Marco, di usufruire di territori uniti economicamente tali da poter essere sfruttati dall’economia egemone, dimostra che il modello tedesco tende alla povertà generalizzata, al trasferimento delle risorse pubbliche nelle mani private, e come riflesso sovrastrutturale ad un regime di perenne post-democrazia, in cui quote sempre maggiori di sfruttati vengono impossibilitati ad una qualsiasi ipotesi di condivisone delle lotte e dei destini, dunque incapaci di essere rappresentati politicamente. Uno scenario apocalittico ma molto prossimo alla realizzazione.
Fonte
In secondo luogo, la Germania ha sfruttato pienamente la possibilità data dalla colonizzazione interna dell’est tedesco seguita all’annessione della DDR. Anche in questo caso, ha delocalizzato ad oriente interi cicli di produzione sfruttandone le economie di scala realizzate dal socialismo sommate al costo del lavoro inferiore allo standard tedesco occidentale. Una colonizzazione interna difficile da replicare altrove e che ha garantito alla Germania una vera e propria seconda accumulazione originaria.
Queste due premesse costituiscono la cornice economica per comprendere anche le riforme interne del mercato del lavoro. Ricalcando il processo di delocalizzazione produttiva, la Germania ha al proprio interno riproposto il modello coloniale imposto ai paesi del proprio “spazio vitale”. In buona sostanza, le riforme Hartz degli anni Duemila hanno generato un mercato del lavoro duale. Da una parte, nuclei di operai legati ai sindacati aziendali, interni ai processi di valorizzazione del capitale di fabbrica, cogestenti la produzione. Si tratta di lavoratori super-garantiti, tedeschi, con livelli salariali elevati e protetti da forti misure di welfare statale e aziendale. Tale modello è però riferibile a una estrema minoranza, quella parte di lavoratori legati al “cervello” dell’azienda, inseriti nel processo produttivo ancora situato in loco. In pratica, gli operai che assemblano i pezzi prodotti altrove, nonché l’apparato amministrativo-gestionale dell’azienda.
Dall’altra, attraverso la creazione e la moltiplicazione dei cosiddetti “mini-jobs”, viene dislocata in patria tutta la fase produttiva precedente all’assemblaggio e non (ancora) trasferita all’estero. Milioni di lavoratori pagati, al massimo, 450 euro al mese ed esclusi da processi di integrazione welferistica e pensionistica, sia statale che aziendale. Un vasto precariato, tedesco e soprattutto migrante, relativamente giovane, senza garanzie contrattuali, con salari inferiori alla soglia di povertà. Il soggetto attorno a cui fa perno l’economia tedesca: ciò che non riesce a delocalizzare all’estero viene riprodotto entro i confini nazionali. Una pletora di poveri mantenuti sopra il livello di sussistenza grazie ai contributi statali erogati come forma di workfare, cioè di welfare legato alla formazione e alla ricerca di lavoro. Un esborso statale possibile solo grazie agli enormi profitti derivati dal surplus finanziario determinato dalle esportazioni. In pratica, la mancia paternalistica che i governi tedeschi elargiscono per mantenere un mercato del lavoro che altrimenti produrrebbe solo povertà.
Si dirà, tale articolazione del mercato del lavoro non ha impedito in questi anni alla Germania di crescere economicamente, fare fronte meglio di altri alla crisi e in sostanza di mantenere inalterato il proprio standard di vita. Questa parte del racconto costituisce esattamente la falsa coscienza riprodotta dalla vulgata politico-mediatica generalista.
In Germania da un decennio abbondante i consumi interni sono in regressione. La moderazione salariale imposta dalle riforme Schroeder-Hartz ha prodotto un panorama lavorativo impoverito che impedisce al consumo interno di reggere gli elevati livelli produttivi. Una capacità produttiva che l’economia tedesca riversa nelle esportazioni, unica dinamica che permette al sistema di reggere la competizione internazionale accumulando profitti che però non vengono ripartiti in casa, attraverso una normale dinamica salariale espansiva in fase di crescita. Oggi i lavoratori tedeschi sono, in proporzione al reddito generale dello Stato, fra i più poveri d’Europa. Povertà che si riflette sulla domanda interna in costante recessione. Lo sviluppo dei mini-jobs, oltretutto, ha consentito artificiosamente di tenere sotto controllo il livello di disoccupazione, che altrimenti sarebbe esploso come e più degli altri paesi europei. Considerati dalle statistiche come lavoratori normali, gli schiavi dei mini-jobs vengono contati come occupati anche quando nei fatti non lo sono (il mini-jobs dovrebbe essere, appunto, un “piccolo lavoro”, un avviamento alla mansione lavorativa che poi andrebbe stabilizzata: solo da allora dovrebbe considerarsi un lavoratore come occupato). Senza tale strumento, insomma, la disoccupazione tedesca schizzerebbe ben sopra il 15%, in linea con gli altri paesi europei.
Tutto questo, che ribadiamo è possibile solo grazie ad una costruzione economica – l’Unione Europea – che garantisce alla Germania di servirsi di una moneta relativamente debole rispetto al Marco, di usufruire di territori uniti economicamente tali da poter essere sfruttati dall’economia egemone, dimostra che il modello tedesco tende alla povertà generalizzata, al trasferimento delle risorse pubbliche nelle mani private, e come riflesso sovrastrutturale ad un regime di perenne post-democrazia, in cui quote sempre maggiori di sfruttati vengono impossibilitati ad una qualsiasi ipotesi di condivisone delle lotte e dei destini, dunque incapaci di essere rappresentati politicamente. Uno scenario apocalittico ma molto prossimo alla realizzazione.
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