Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/02/2026
L’Italia è più ricca solo sulla carta: diminuisce il potere d’acquisto rispetto al 2021
La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2024, la cifra di 11.732 miliardi di euro. Rispetto al 2023 ha segnato un aumento del 2,8%, che però è ben lontano dal promettere il recupero dell’inflazione degli anni precedenti. La ricchezza a prezzi costanti risulta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto ai livelli del 2021.
Nello studio si legge che “in rapporto al reddito lordo disponibile, la ricchezza netta è rimasta stabile rispetto al 2023 (8,2), tra i valori più bassi del periodo 2005-2024”. Il messaggio è che, in sostanza, il colpo inferto dalla fiammata inflattiva del 2022 non è stato riassorbito, e i segnali attuali non sembrano incoraggianti in questo senso, soprattutto se vediamo come la dinamica dei prezzi sta colpendo soprattutto le fasce meno abbienti.
La crescita del 2024, inoltre, è stata sostenuta da due motori principali. Il primo è la crescita del valore delle abitazioni: un dato che può trarre in inganno, perché parliamo di una ricchezza di cui non si può disporre immediatamente. La casa, chi vive del proprio lavoro, la abita, non la “smercia” sui mercati. La crescita dei valori immobiliari (che ha a malapena recuperato il livello raggiunto prima della crisi del debito sovrano) aiuta sostanzialmente chi ci vuole speculare sopra.
Il secondo motore sono state le attività finanziarie, balzate in avanti del 3,6%, trainate dal vento favorevole “dell’andamento positivo dei prezzi delle quote di fondi comuni, dei titoli e delle riserve assicurative”, si legge nella sintesi sul sito dell’Istat. Ciò è dovuto ad anni di alti tassi d'interesse, ma rappresenta anche un’ulteriore finanziarizzazione che potrebbe giungere al limite di una bolla pronta ad esplodere. Non si tratta dunque di ricchezza reale, ma di codici sui server che potrebbero svanire da un momento all’altro.
Senza voler generare allarmismo, bisogna sottolineare come rispetto all’aumento del rischio, le famiglie italiane possano ancora contare su una larga ricchezza proveniente dalla casa di proprietà (il valore delle abitazioni sul totale della ricchezza netta è vicino al 50%). Un bene rifugio che permette ancora di rimanere a galla, ma che non può risolvere il problema della spesa giornaliera.
Ci sono poi problemi legati a un patrimonio che, comunque è distribuito in maniera fortemente diseguale, e anche il fatto che le famiglie più giovani sono quelle che fanno più fatica ad accumulare risparmio, non potendo magari contare su redditi da lavoro adeguati. Insomma, il passato del paese lo fa ancora respirare, ma il futuro sembra dovrà essere vissuto in apnea da intere generazioni.
Fonte
07/11/2025
Governo Meloni: un esecutivo di contafrottole
In poche ore il governo Meloni ha preso due “musate” di rara chiarezza ed ha reagito nel suo stile standard: negare la realtà e darsi i pieni voti (è lo stile Trump, a livelli più stratosferici).
La prima figuraccia, diciamo così, è arrivata sul “caso Almasri”, il torturatore che nella Libia di Tripoli (il paese è diviso in due) gestisce il traffico dei migranti verso l’Italia sulle basi degli accordi firmati con i nostri governi (prima con Marco Minniti, ministro del PD, poi con Matteo Salvini, ministro nel Conte I, confermati e sviluppati poi dai governi Draghi e Meloni). Almasri è stato arrestato su ordine della procura della capitale libica.
È universalmente noto che questo Almasri, ricercato per “crimini di guerra” con mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale (Cpi), era stato fermato in Italia il 19 gennaio di quest’anno. Invece di essere consegnato alla Corte de L’Aja – come da trattati internazionali firmati dal nostro Paese – era stato riportato a casa con tanto di aereo di Stato. Da uomo libero. Sorvoliamo sulle innumerevoli polemiche, le richieste della magistratura, ecc.
È evidente che la ragione addotta dal governo Meloni per giustificare il rilascio ossequioso di Almasri (liberarsi di un «soggetto pericoloso sul nostro territorio») non sta più in piedi... Quindi ha cambiato versione alla velocità della luce: “il governo era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura della Procura di Tripoli a carico di Almasri, già dal 20 gennaio 2025” [il giorno prima del rimpatrio, ndr].
Come dire che “sapevamo che prima o poi l’avrebbero arrestato laggiù”. Certo, per dieci mesi ha continuato a guadagnare sui migranti, torturando e uccidendo, ma che gliene frega al governo italiano che ce lo aveva in mano e avrebbe potuto consegnarlo alla Cpi?
Lasciamo agli specialisti l’aspetto legale (davvero la Corte Penale Internazionale può essere considerata “secondaria” rispetto alla procura di Tripoli?), resta il fatto che un criminale di guerra ricercato in tutto il mondo sia stato rimesso in libertà e in condizione di “continuare il lavoro”.
Nessuno, infatti, a gennaio 2025, poteva sapere che la situazione a Tripoli sarebbe cambiata, tanto meno come. Lì, per chi segue un po’ l’evoluzione “politica” locale, non c’è uno “Stato”, ma una serie di milizie che si combattono tra loro (obbiettivo: controllare i proventi del petrolio e del traffico di migranti).
A gennaio-febbraio Almasri era ancora il capo temuto di una di queste milizie. A maggio (quattro mesi dopo) viene sconfitto sul campo da quelle di Al Khali, e quindi passa da “boss” a paria. Altri quattro mesi e viene messo in una di quelle galere su cui prima “governava”.
Quindi: o nel governo Meloni siedono dei veggenti migliori del mago Otelma, oppure quella giustificazione (“lo sapevamo...”) è una pietosa menzogna.
Non è finita però qui.
Sapete anche che la “manovra” – ossia la legge di bilancio da approvare entro il 31 dicembre – è stata come sempre campo di battaglia tra interessi di partito, interessi di gruppi sociali “privilegiati” e vincoli imposti dai trattati europei. Il “miracolo” – espressione del ministro dell’economia, il leghista Giorgetti – sarebbe consistito nel trovare un equilibrio tra “tenuta dei conti” (per metter fine alla procedura di infrazione decisa dalla Commissione Europea), aumento delle spese militari (preteso da Trump) e un po’ di sconti fiscali “al ceto medio” (dice sempre Giorgetti).
Istat e Banca d’Italia, chiamati in audizione parlamentare, dati e calcoli alla mano (fatti da chi li sa fare, leggendo tra le righe di testi scritti per nascondere più che per chiarire), hanno stabilito l’esatto opposto.
Intanto l’impatto generale dei “benefici” non è superiore all’uno percento del reddito disponibile, ovvero molto al di sotto di quanto perso per l’aumento dei prezzi.
Ma soprattutto, oltre l’85% delle risorse saranno destinate alle famiglie del 40% più ricco della popolazione. Di fatto: il 20% di famiglie più ricche riceverà 411 euro all’anno in più, appena 102 euro per il venti percento di famiglie più povere. Nulla agli “incapienti” (quelli che guadagnano così poco da non dover pagare le tasse).
Non è in effetti difficile da capire che se decidi sgravi fiscali in percentuale il risultato non può che essere questo: allargare la disuguaglianza tra chi ha di più e chi di meno. Non a caso, quasi 60 anni fa, i rinnovi contrattuali venivano fatti chiedendo aumenti uguali per tutti (in cifra assoluta, non in percentuale), in modo da ridurre quella forbice un po’ alla volta.
L’ostilità contro i poveri è confermata anche dalla prevista assenza di verifiche su eventuali aumenti contrattuali (si stanno rinnovando solo ora, fra l’altro, contratti che risultano già scaduti al momento della firma) cosicché, qualsiasi possa essere l’aumento concesso dalle imprese, lo sconto fiscale sarà a vantaggio di queste ultime più che dei lavoratori.
Ma è tutta la logica economica e politica della manovra che viene messa in discussione da un breve passaggio nell’intervento della Banca d’Italia (che non è certo famosa per “propensione al socialismo”...): “È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)”.
La traduzione non ci sembra indispensabile, ma la facciamo lo stesso. I salari non sono sufficienti per sopravvivere dignitosamente, e gli aumenti ce li devono mettere le aziende, che hanno una redditività sufficiente per farlo; non è il governo che deve “grattare” un po’ di sconti fiscali per far entrare qualche spicciolo in più in busta paga. Mettendolo oltretutto a carico della contabilità generale dello Stato e quindi, in definitiva, sulle spalle di chi paga le tasse (notoriamente quasi soltanto i lavoratori dipendenti, che proprio non possono evaderle neanche volendo). Una partita di giro, insomma, e una presa per i fondelli...
Difficile essere più bugiardi di un governo come questo. Foss’anche solo per questa ragione – ma ce ne sono decine di altre, ed anche più forti – ci vediamo i piazza per lo sciopero generale, il 28 novembre.
Fonte
25/06/2025
Il nucleare analizzato da Bankitalia: non gioverà alla bolletta, arriverà tardi e costerà troppo
Ma quello che ci dice il testo di Bankitalia articola ancora più approfonditamente perché il nucleare è pura propaganda, e perché serve solo al complesso militare-industriale. Andiamo con ordine: “dati la struttura del mercato e della bolletta elettrica, una reintroduzione del nucleare non avrebbe significativi impatti sul livello dei prezzi”.
Questa è la prima presa d’atto sul tema. Bisogna dire che il documento afferma pure che il nucleare potrebbe aiutare a “stabilizzare la spesa per l’elettricità per i sottoscrittori di contratti a lungo termine”. Ma, allo stesso tempo, sottolinea anche che lo stesso risultato è possibile raggiungerlo con contratti simili riguardanti le rinnovabili.
Se parliamo di emissioni di gas serra, dice lo studio, il contributo del nucleare è “potenzialmente consistente”. Potenzialmente, perché la tempistica per la realizzazione di una nuova centrale è tra i 10 e i 19 anni, con i siti UE più vicini al limite superiore: in pratica, si arriverebbe molto vicini al 2050, cioè quando dovrebbe essere raggiunta la neutralità carbonica.
Non si capisce allora il senso del non investire massicciamente nelle rinnovabili, come del resto sta già avvenendo, soprattutto in Cina. Bankitalia ricorda che i reattori attivi oggi in Europa sono il risultato degli investimenti fatti ai tempi degli shock petroliferi degli anni Settanta e Ottanta. Ormai, le rinnovabili sono molto più competitive, e gli operatori privati “privilegiano tecnologie a minore intensità di capitale e con tempi di costruzione molto più rapidi”, come le rinnovabili, appunto.
Se si volesse fare un paragone tra nucleare e rinnovabili, il volume di investimenti sul primo è oggi minore di 10 volte rispetto a quello posto sulle seconde, ma l’espansione dell’energia davvero verde, in Italia, è nettamente rallentata da farraginosità normative e caoticità del complesso autorizzatorio. Su questo lato, il Belpaese è ben lontano dagli obiettivi fissati, ma non si sta muovendo con la stessa attenzione dedicata all’atomo.
Inoltre, gli impianti nucleari ora in costruzione hanno subito numerosi ritardi e aumenti di costi, mentre quelli su cui vuole puntare il governo italiano, basati sui famosi piccoli reattori modulari, sono ancora a un livello sperimentale. Insomma, si prefigura un pozzo senza fondo di sussidi pubblici per una fonte di energia che arriverebbe fuori tempo massimo.
Stando a valutazioni fatte dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), al 2040 gli impianti di piccoli dimensioni saranno competitivi rispetto al fotovoltaico su scala industriale con sistemi di stoccaggio solo assumendo che “il costo medio ponderato del capitale sia pari al 4% (una prospettiva ottimistica considerato che la IEA lo assume generalmente pari all’8-9% per le tecnologie nucleari)”.
Le quali non sarebbero nemmeno così funzionali: il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede tra i 22 e i 42 siti nucleari (senza specificare dove), con una produzione che coprirebbe solo l’11% del fabbisogno elettrico stimato al 2050. Ma l’idiozia è tale che, seppur piccola, una parte di questa energia prevista viene ricavata dalla fusione nucleare, ben lontana dall’essere utilizzabile per questi scopi.
Lo studio afferma poi un’altra cosa ancora, che contrasta nettamente con l’idea che il nucleare serva a garantire alla UE una maggiore autonomia energetica. Infatti, “la riduzione delle importazioni di idrocarburi sarebbe compensata da una maggiore importazione della tecnologia e del combustibile per la produzione nucleare, in questo momento concentrati in paesi geo-politicamente poco affini all’Italia”.
Le tecnologie dominanti del comparto sono quelle russe e cinesi, sbandierati come i ‘nemici del mondo libero’ da anni, e se il know-how degli operatori italiani è buono, quello che gli manca è l’esperienza. Inoltre, il 90% dell’uranio viene estratto in sei paesi: Kazakistan, Canada, Namibia, Australia, Uzbekistan e Russia.
Un paragrafo è dunque dedicato esplicitamente alla dipendenza per il combustibile, dove viene sottolineato che il 43% della materia prima proviene dal Kazakistan, e che la sua politica estera non è sempre filo-occidentale. E gli europei non possono più nemmeno contare sulle miniere del Niger, ovvero sulla solita proiezione coloniale francese.
In pratica, la realtà è che a differenza di fonti energetiche diffuse e rinnovabili, la ricerca spasmodica del nucleare potrebbe portare persino ad aumentare le tensioni sui mercati e quelle geopolitiche, per accaparrarsi l’uranio necessario. È un quadro abbastanza esaustivo per capire che la reale finalità dietro il ritorno al nucleare è rappresentata dalle opportunità dual use che offre.
A conclusione di questo articolo, è bene riportare le ultime righe dello studio di Bankitalia, perché da sole dicono già tutto il necessario:
Di fronte a queste incertezze, è necessario adottare un approccio prudente nel considerare il ruolo che la reintroduzione del nucleare potrebbe avere nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione fissati dal Governo, valutando e preparando anche strategie alternative. In questo senso l’ampliamento del dibattito sulle opzioni disponibili, stimolato dalle recenti iniziative governative – e aperto anche a tecnologie ancora in fase di sviluppo – offre potenziali vantaggi a condizione che non ostacoli né rallenti il progresso di altre strategie per la diversificazione del mix energetico, in particolare l’espansione delle fonti rinnovabili. Va riconosciuto infine che, quale che sia la soluzione tecnica, difficilmente la creazione di nuovi impianti nucleari potrà esimersi da una compartecipazione del pubblico, o come investitore diretto, con finanziamenti o sussidi, oppure indirettamente, mediante società partecipate.Fonte
02/06/2025
Le due facce della relazione Bankitalia per il 2024
Bisogna effettivamente dire che i dati riportati dall’istituto sono ambivalenti, ma in nessun caso, a dire il vero, presentano un paese pronto ad affrontare le sfide di questa fase storica, e mostrano semmai come il risultato di un trentennio di fallimenti dell’intera classe dirigente, italiana ma anche europea, lo stiano pagando i lavoratori.
Il relativo ottimismo mostrato in alcuni frangenti da Panetta è stato usato per nascondere il quadro reale che emerge anche quest’anno, e qui è bene riportarne alcuni elementi. A partire da quelli sul quadro della guerra commerciale internazionale, mentre Trump ha appena annunciato il rialzo delle tariffe imposte su acciaio e alluminio, fino al 50%.
“L’inasprimento delle barriere doganali potrebbe sottrarre quasi un punto percentuale alla crescita mondiale nell’arco di un biennio”, ha detto l’economista italiano. Panetta ha ricordato che il Fondo Monetario Internazionale ha già abbassato le stime di crescita mondiale (dovuta principalmente ai “paesi in via di sviluppo”) a meno del 3%, al di sotto della media dei decenni scorsi.
Ma le conseguenze delle tariffe sono considerate dal governatore di Bankitalia con una portata di gran lunga maggiore rispetto al solo andamento del PIL. “I dazi oggi in vigore – ha aggiunto – potrebbero ridurre il commercio internazionale di circa il 5 per cento, dando avvio a una riconfigurazione delle filiere produttive globali”.
“Gli effetti rischiano di travalicare la sfera commerciale, alterando la struttura del sistema monetario internazionale, oggi incentrato sul dollaro, e limitando i movimenti dei capitali”, ha continuato Panetta. A suo avviso, “potrebbero spingersi oltre, frenando la circolazione di persone, idee e conoscenze”, indebolendo la spinta all’innovazione.
Il vertice di Bankitalia ha riconosciuto la cesura epocale a cui la guerra commerciale rilanciata da Trump ha dato vita. Ma il cambiamento degli equilibri degli ultimi decenni era già in corso, e il modello europeo era già in crisi: “l’economia europea mostra fragilità strutturali evidenti. La stagnazione della produttività e il ritardo nell’innovazione ne limitano il potenziale di crescita”.
La UE è ancora troppo dipendente dall’estero, sia dal punto di vista dell’approvvigionamento di materie prime sia da quello della vendita dei propri prodotti, cosa che ne aumenta la vulnerabilità in uno scenario globale sempre più frammentato. Ma rimane l’orizzonte entro cui l’Italia deve pensarsi per uscire rafforzata da questa fase, crede Panetta.
Allo stesso tempo, la UE “deve avere la capacità di superare i particolarismi nazionali”, perché “una risposta comune europea può consentirci di superare le difficoltà attuali”. È un chiaro riferimento alla necessità di sviluppare almeno strumenti di debito comune, considerati fondamentali per aumentare l’attrattività dell’euro, la tenuta dei conti pubblici e finanziare gli investimenti in difesa e innovazione.
È vero anche che Panetta, riguardo all’economia italiana, ha parlato di “segni di una ritrovata vitalità”. Sul Sole 24 Ore è stata diffusa la notizia che il PIL pro capite del Belpaese avrebbe raggiunto quello francese a parità di potere d’acquisto. Ma ha anche fatto presente che i salari sono aumentati in termini reali molto meno che negli altri paesi europei, e sono ancora sotto i livelli del 2000. Significa che sono quelli francesi ad essere diminuiti parecchio...
Secondo il governatore di Bankitalia, “per garantire un aumento duraturo delle retribuzioni è indispensabile rilanciare la produttività e la crescita attraverso l’innovazione, l’accumulazione di capitale e un’azione pubblica incisiva”. Per quanto Panetta continui col mantra che i livelli bassi dei salari dipendono dalla bassa produttività, è interessante che citi l’importanza dell’intervento pubblico per l’innovazione, visto che dalle imprese non arriva quasi nulla su questo punto.
Ma c’è anche un problema demografico che minaccia la crescita futura. “Secondo l’Istat – dice l’economista – entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa 5 milioni. Ne potrebbe conseguire una contrazione del prodotto stimata nell’11 per cento, pari all’8 in termini pro capite”.
Panetta ha affermato che una risoluzione al problema può essere quella di aumentare la partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne, ma che per farlo serve investire nei servizi per l’infanzia, ovvero aumentare la spesa pubblica e i posti negli asili nido: scelta che non sembra nelle corde del governo, così come di quelli precedenti.
Anche “l’immigrazione regolare può fornire un apporto rilevante”, soprattutto nei settori delle costruzioni e del turismo. Si parla insomma di un’immigrazione relegata a coprire le mancanze di manodopera in comparti dove il lavoro è sottopagato e precario, dove il migrante è inquadrato in una condizione di ricattabilità continua. In perfetta continuità con quanto avvenuto finora, ma senza gli strepiti di Salvini e Meloni.
Per Panetta sarebbe certo utile estendere l’attrazione di stranieri su settori a maggiore valore aggiunto, ma l’Italia è tra le mete meno gettonate tra i principali paesi UE per quanto riguarda gli immigrati laureati. Del resto, la nostra classe dirigente ha deciso di abbandonare da tempo la via dell’innovazione, per trasformare il paese in un parco giochi per turisti, sostenendo solo la rendita immobiliare e finanziaria.
I “segnali positivi” che ha sottolineato Panetta non possono dunque portare a nulla di buono finché rimarranno al governo questi politici – e queste imprese – incapaci di qualsiasi visione strategica.
Fonte
01/05/2025
Salari italiani non recuperano l’inflazione e fiducia dei consumatori in calo
Stando ai dati del Bollettino Economico della Banca d’Italia pubblicato questo aprile, nel 2024 la crescita salariale nel settore privato non agricolo si è attestata al 4%, accelerando rispetto al 2,2% dell’anno precedente. I rinnovi contrattuali portati a termine hanno interessato oltre 5 milioni di lavoratori, e ora si attende il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, scaduto a giugno dello scorso anno.
Tuttavia, è stato calcolato che a febbraio 2025 i salari reali del settore privato non agricolo risultavano ancora inferiori dell’8% rispetto ai livelli del 2021. La perdita di potere d’acquisto è stata più marcata per i servizi (-10,2%) che per l’industria (-5,1%), ma è evidente che l’inflazione ha eroso pesantemente le retribuzioni di tutti i lavoratori.
Il Wage Tracker, un indicatore elaborato da Bankitalia che misura la crescita salariale dei contratti in vigore, si è attestato al 4,3% nei primi due mesi del 2025, ma le previsioni stimano che vada diminuendo nettamente: si dovrebbe attestare al 3,3% quest’anno, per poi cadere al 2,3% nel 2026.
L’Istat ha confermato questo andamento anche per marzo, ma c’è di più. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), in un recente studio, ha segnalato che l’Italia è il Paese del G20 ad aver subito la perdita più marcata in termini di potere d’acquisto dal 2008. Giorgia Meloni, al contrario, si fregia di straordinari risultati del governo.
Infatti, la presidente del Consiglio dei ministri ha selezionato attentamente solo gli ultimissimi dati, aiutati dai rinnovi contrattuali e dal raffreddamento della spirale inflazionistica, per affermare che l’esecutivo sta riuscendo a ribaltare la situazione. Per cominciare a farlo, invece, servirebbe innanzitutto introdurre un salario minimo indicizzato al costo della vita.
Allo stesso tempo, l’Istat ha rilevato “un generalizzato peggioramento delle opinioni” dei consumatori, con la loro fiducia in calo per il secondo mese consecutivo da (da 95,0 a 92,7). Le perplessità si espandono a tutti gli ambiti: il clima economico scende da 93,2 a 89,6, il clima personale diminuisce da 95,7 a 93,9, quello corrente passa da 97,9 a 95,4 e quello futuro da 91,1 a 89,1.
Se le prospettive che hanno i consumatori sono grigie, non può essere altrimenti per ciò che riguarda le imprese. L’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese scende da 93,2 a 91,5. In questo caso è il terzo mese di diminuzione e il livello più basso raggiunto da marzo 2021, ovvero dalla fine del secondo periodo di chiusura legato al Covid-19.
La fiducia cala più nei servizi che nell’industria, e solo nella manifattura rimane sostanzialmente stabile (da 86 a 85,7). In questo settore, infatti, migliorano i giudizi sugli ordini mentre calano le attese sulla produzione e le scorte sono giudicate invariate. È interessante notare che il calo della fiducia nei servizi è dovuta soprattutto a un peggioramento dell’economia del turismo.
Fonte
27/04/2025
Eurosistema, banche francesi e tedesche premiate dalla Bce
L’attenzione degli osservatori economici italiani è di solito attirata dalla Relazione e dalle Considerazioni che il governatore della Banca d’Italia presenta a fine maggio. Meno attenzione viene prestata invece al Bilancio annuale, appena presentato dalla Banca. Esso non è un arido documento contabile, ma lo specchio fedele, compilato con particolare cura da via Nazionale, delle sue attività nel sistema monetario europeo.
Una caratteristica dell’Eurosistema è la sua decentralizzazione pro-quota, ovvero secondo “chiave capitale” che è la quota di partecipazione di ciascuna banca centrale al capitale della BCE in funzione della dimensione economica del Paese. Nello Stato patrimoniale della Banca troviamo (all’attivo) i titoli che, pro-quota, la Banca ha acquistato nei dieci anni trascorsi nell’ambito del cosiddetto quantitative easing, a fronte dei quali (nel passivo) vi sono le “riserve” che la Banca ha emesso a favore delle banche commerciali per pagarli (in tal modo la nostra banca, a cui abbiamo ordinato di vendere Buoni del Tesoro può accreditarci il corrispettivo nel nostro deposito).
Nell’attivo troviamo anche i prestiti di riserve che le banche centrali effettuano a favore delle banche commerciali, le quali le desiderano per ottemperare alla “riserva obbligatoria” (molto piccola peraltro, 1% dei depositi), per effettuare i pagamenti ad altre banche (per eseguire un nostro bonifico verso un'altra banca, per esempio), come safe asset per rispettare le regolazioni finanziarie, o semplicemente per sicurezza. Le riserve delle banche giacciono in particolari conti correnti presso la banca centrale.
La riserva obbligatoria non è remunerata, il resto della liquidità però sì, e anche molto bene dopo il rialzo dei tassi di interesse da metà 2022 – sebbene poi ridiscesi ma non ai livelli zero o sotto-zero degli anni precedenti. La banca centrale riceve un reddito sugli assets che acquista e sui prestiti di liquidità alle banche; ha però dei costi, in particolare per remunerare i conti di riserva.
Nell’Eurosistema di riserve in eccesso (rispetto alla riserva obbligatoria) ce ne sono ancora tante, €2.827 miliardi alla fine del 2024 (€3.346 miliardi alla fine del 2023), sebbene in diminuzione in seguito al rientro delle misure di politica monetaria espansiva degli scorsi anni.
Nel complesso dell’Eurosistema, nel 2024 la remunerazione delle riserve bancarie è stata di quasi €121 miliardi. Era stata di oltre €130 miliardi nel 2023, ma liquidità e tassi di interesse sono scesi nel 2024. Si tratta ancora di cifre notevoli, una vera manna per le banche europee. Una manna più abbondante però per talune banche, guarda un po’ per quelle tedesche e francesi. Infatti, per diversi motivi (non del tutto ben esplorati), la liquidità è maldistribuita nell’Eurosistema, molta nei conti di riserva delle banche tedesche e francesi, pochissima in quelli delle banche italiane.
A fine 2024, riferisce Bankitalia, la quota di depositi detenuta dalle banche italiane sul totale dell’Eurosistema era pari al 4 per cento (5 alla fine del 2023) a fronte di una chiave capitale del 16,02%. La Bundesbank dichiara all’opposto una quota media di conti di riserva remunerati nel 2024 pari al 33,7% del totale dell’Eurosistema, contro una sua chiave capitale del 26,5%. Male per le banche italiane, verrebbe da dire, ma bene per Bankitalia e il contribuente italiano però. Eh no! Infatti attraverso un aggeggio chiamato “reddito monetario” l’Eurosistema redistribuisce guadagni e spese delle banche centrali nazionali (relativamente a operazioni monetarie decise in comune) secondo chiave capitale, una sorta di dichiarazione dei redditi che le banche centrali dell’Eurosistema presentano a fine anno.
Così Bankitalia dichiara spese per €5,5 miliardi di euro per la remunerazione dei conti di riserva delle banche italiane, ma se ne vede accollare oltre €19,4 con un aggravio netto a bilancio di €13,9 miliardi mentre, all’opposto, la Banque de France riceve un beneficio netto di 1,7 miliardi e la Bundesbank di ben 9 miliardi – cifra quest’ultima frutto di un nostro calcolo in quanto i tedeschi si guardano bene dal fornire dettagli preferendo passare sempre per vittime.
Il reddito monetario redistribuisce anche altre voci, apparentemente molto rilevanti ma che in realtà nascondono una partita di giro (interessi su Target2 e sulla maldistribuzione dell’emissione di banconote). Esso non redistribuisce invece i guadagni relativi al rendimento dei titoli di Stato acquistati negli scorsi anni, cospicui per Bankitalia. Ma sono stati i tedeschi a volere che il rischio e dunque gli interessi su questi titoli non fossero condivisi. Fatto sta che la redistribuzione dei costi dei conti di riserva delle banche fa sì che Bankitalia non possa più ritornare al Tesoro il suddetto rendimento sui titoli, mentre i conti in rosso sono appena salvati (e diciamo la verità, un po’ mascherati) dal ricorso agli accantonamenti degli scorsi anni (per la cronaca, anche BCE e le altre banche centrali sono in rosso, un po’ meno magari per l’aiutino italiano).
Fonte
01/04/2025
“Dazi e tensioni spingono a cautela sul taglio dei tassi”
Al di là dei nodi di bilancio – che comunque chiude in utile netto –, della spinta a procedere sulla digitalizzazione e dell’analisi dello stato di salute delle filiali, gli elementi davvero interessanti discussi dal governatore all’Assemblea dei Partecipanti di Bankitalia sono stati quelli di previsione dello scenario economico nei prossimi mesi.
L’azione combinata delle tensioni geopolitiche e di quelle commerciali “penalizza gli scambi internazionali e accentua la frammentazione dell’economia mondiale, contribuendo al rallentamento dell’attività produttiva. L’economia europea, già segnata dalla stagnazione del settore manifatturiero, risente in modo particolare di queste dinamiche a causa della sua forte esposizione al commercio estero”.
Poco più di un mese fa, Panetta aveva esposto in maniera chiara e diretta come i problemi che la UE sta affrontando sono problemi di sistema, ovvero di quel modello export oriented che si è infranto sulla fine della seconda globalizzazione. La ripresa ipotizzata si è arenata su di un mercato interno strozzato e uno estero incerto, bloccando anche credito e investimenti.
Per questo Bankitalia era stata fino a oggi tra i principali fautori del taglio dei tassi, sperando che una moneta a buon mercato potesse svolgere almeno parzialmente la funzione di riattivare l’economia. Una soluzione tampone, ma che comunque era resa possibile dall’inflazione in riduzione, pur senza pensare che ciò potesse sostituirsi a interventi di altra natura.
Panetta, infatti, già da dicembre ha sostenuto a più ripreso la necessità di approfittare di questa finestra di cambiamento degli equilibri mondiali per fare un passo avanti sugli Eurobond. Con essi si poteva aiutare l’integrazione del mercato dei capitali comunitario, così come attrarre capitali data la maggiore sicurezza di questo tipo di titolo, offrendo dunque anche maggiori garanzie per tutti i paesi membri.
Nella proposta di Panetta, l’obiettivo era usare il debito comune per finanziare parte del piano Draghi per la competitività della UE. Ma negli ultimi mesi quegli 800 miliardi all’anno si sono trasformati nel riarmo e nella difesa europea, nel tentativo di rispondere alla crisi industriale ed economica con l’economia di guerra.
Soprattutto, di Eurobond è diventato davvero difficile parlare, mentre della flessibilità sui vincoli di bilancio si potrà avvantaggiare per lo più solo la Germania (trascinando inoltre con sé anche un aumento del servizio sul debito degli altri paesi UE). Insomma, le dichiarazioni fatte questa volta da Panetta sembrano parlare del fatto che tale finestra di opportunità si sta chiudendo.
Per quanto l’inflazione si avvicini all’obiettivo del 2%, con gli ultimi dati provenienti da Spagna e Francia rassicuranti per la BCE e che hanno spinto in molti a scommettere su ulteriori tagli dei tassi, le possibili tensioni sui prezzi tornano a far preoccupare. Il primo aprile arriveranno i dati sull’inflazione nell’Eurozona, ma la vera incognita arriva il giorno dopo: i dazi statunitensi (e i contro-dazi europei).
L’impatto delle nuove tariffe potrebbe far alzare i prezzi, e anche Panetta ha affermato che “guardando al futuro, la lotta all’inflazione non può ancora dirsi conclusa. Sarà essenziale monitorare con attenzione tutti i fattori che potrebbero ostacolare il ritorno all’obiettivo del 2%”, che già si considerava difficile da raggiungere entro il 2025.
“Da un lato – ha detto il governatore di Bankitalia – la debolezza dell’economia europea e le tensioni geopolitiche stanno frenando consumi e investimenti, contribuendo a contenere l’inflazione. Dall’altro lato, l’aumento dell’incertezza (dovuto soprattutto agli annunci, talora contraddittori, sulle politiche commerciali degli Stati Uniti) impone cautela nel percorso di diminuzione dei tassi ufficiali”.
È questa la contraddizione con cui dovrà fare i conti la politica monetaria. Paradossalmente, un’inflazione che è tenuta a bada solo grazie alla stagnazione dell’economia e un’instabilità del quadro economico, potrebbe spingere verso la stagflazione, cioè verso una crescita in pratica inesistente e il ritorno di una fiammata inflazionistica.
Non è assolutamente un dietrofront totale sul taglio dei tassi, ma è la presa d’atto che lo scenario che deve affrontare la UE è sempre più difficile e in cui le soluzioni suggerite, prima ancora che con la capacità di mettere d’accordo gli stati membri, devono fare i conti con la rottura del legame euro-atlantico fino a oggi base e fondamento delle scelte di Bruxelles.
Le borse europee, dopo un’iniziale tenuta, a ridosso dell’introduzione dei dazi sono andate pesantemente in rosso, con gli investitori che hanno dirottato ulteriormente i propri soldi verso beni rifugio come l’oro (di cui il prezzo spot e future continua a salire).
Nel giro di pochi giorni molti nodi verranno al pettine. Non tutti, ma molti.
Fonte
20/02/2025
Panetta lancia l’allarme sulla domanda interna europea
Sullo sfondo rimane la negoziazione che ancora va avanti per l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, pur essendosi rifiutata di commentare il caso specifico, ha dato un’ulteriore spinta alla vicenda dicendo che le fusioni sono incoraggiate se permettono “una maggiore diversificazione delle attività o geografica”.
Ma ciò che ha attirato di più l’attenzione sono state proprio le parole del vertice di Banca d’Italia, perché hanno tratteggiato un’orizzonte fosco per la UE. Panetta ha, infatti, aperto i lavori osservando come “i segni di debolezza sono più persistenti di quanto ci aspettavamo. Ci si attendeva una ripresa trainata dai consumi che non c’è stata”, con tutte le ripercussioni del caso.
Dopo “due trimestri di crescita nulla nell’area euro e di tensioni nel settore manifatturiero l’occupazione inizia a dare segnali di indebolimento”. La preoccupazione principale riguarda l’industria, in primis la spina dorsale dell’automotive, che “soffre per ragioni congiunturali e strutturali”.
Il nodo centrale rimane proprio quello della domanda, con un’evidente sovracapacità di produzione di filiere che non hanno però mercati di sbocco nella crescente competizione globale. Se in Italia una nuova vettura costa intorno ai 30 mila euro e i salari nostrani sono quelli che, tra i paesi OCSE, si sono contratti di più in termini reali negli ultimi decenni, è chiaro che alla fine le vendite si riducano.
Bisogna sottolineare come questo non sia un problema caduto dal cielo. È il modello export oriented impostato da Bruxelles che ha spinto verso questo scenario: austerità e bassi salari per rendere competitive le merci, in una logica economica mercantilista. Salvo poi sbattere contro un muro di fronte alla frammentazione del mercato globale, e dunque alla fine della globalizzazione.
Il muro è stato costruito però anche dal prevalere, nelle dinamiche di mercato, dal peso dell’innovazione sui margini che può offrire la semplice guerra ai salari. Se lo stato ha le mani legate e non fa una reale politica industriale e non investe, a farlo dovrebbero essere i privati... che però sono più interessati alla rendita e allo sfruttamento intensivo, senza dotarsi di una visione strategica.
Si crea così un circolo vizioso di cui oggi vediamo gli effetti: se non dai retribuzioni dignitose ma non trovi più spazio nemmeno sui mercati esteri, vai in crisi e licenzi. Così si riduce ulteriormente la domanda interna, che è poi il motivo per cui, a detta di Panetta, soffre anche la dinamica del credito, soprattutto verso le piccole imprese.
Al riguardo dell’impianto regolatorio del mondo bancario, i governatori delle banche centrali italiana, francese, tedesca e spagnola hanno inviato pochi giorni fa una lettera alla Commissione Europea.
Al centro c’era il tema che Panetta ha così riassunto all’ABI: “dobbiamo evitare eccessi normativi perchè se il mondo marciava nella stessa direzione fino a ieri e l’eccesso normativo non generava svantaggi competitivi, oggi invece il rischio è concreto. È il momento di pensare seriamente alla semplificazione che non vuol dire deregolamentazione”.
Al di là della questione semplificazione/deregolamentazione, il nodo evidenziato è quello di una competizione che ormai travolge anche i vecchi alleati euroatlantici, e di come può reagire il modello europeo a questa nuova fase. Non è dunque tanto un problema di tassi di interesse, anche se pure questi hanno ovviamente influito sul credito. È un problema di sistema.
Ad ogni modo, il governatore di Bankitalia ha parlato anche dei pericoli di una nuova fiammata inflazionistica, e di come “occorre essere attenti ai rischi emergenti sull’energia”.
Insomma, le prospettive sono quelle della stagflazione: stagnazione economica con una persistente inflazione alta, nonostante la BCE abbia operato una netta riduzione dei tassi di interesse, proprio per sostenere la crescita. Ma ora, per i tassi, si sta raggiungendo quello che è stato individuato come il livello ‘neutrale’, e chi vuole una politica più restrittiva torna all’attacco.
Isabel Schnabel, componente tedesca del direttivo della BCE, ha ribadito al Financial Times di come “bisogna iniziare la discussione su quando sospendere o terminare il processo di allentamento monetario”. Tra l’altro, in opposizione alla linea spesso tenuta da Panetta stesso, che in passato ha tratteggiato una revisione profonda dei meccanismi europei, con riferimento anche all’istituzione di Eurobond.
Insomma, il discorso di Panetta parla della crisi senza uscita del modello europeo, e della necessità di trovare nuove soluzioni strategiche, non tappabuchi che permettano di galleggiare. Anche se la classe dirigente continentale sembra davvero incapace anche solo di capire in che mondo si trova, dalla pandemia in poi.
Fonte
18/02/2025
Argentina - L’elefante nella stanza. La truffa sulla criptovaluta in cui è coinvolto Milei
Ma tutta la vicenda si è svolta sullo sfondo delle modalità di funzionamento del mercato finanziario, e anche in contemporanea ad alcuni sommovimenti del settore specifico, su cui anche il governatore di Bankitalia Panetta ha avuto da dire più di qualcosa, un paio di giorni fa. Ma prima di tutto, i fatti.
La sera del 14 febbraio, Milei ha pubblicato un post su X nel quale rilanciava una criptovaluta dal nome $Libra, affermando che tramite di essa sarebbero state finanziate piccole imprese e l’economia in generale. “L’Argentina liberale – ha scritto – cresce!!!”. In pochissimo tempo, tutti si sono resi conto di chi ha fatto crescere questa pubblicità.
In poche ore, infatti, in tanti hanno cominciato a investire su questa moneta, che ha raggiunto il valore di mercato di 4,6 miliardi, per poi crollare velocemente non appena sono cominciate le vendite in massa. Pablo Sabbatella, esperto del settore, ha detto alla CNN che ci troviamo di fronte al tipico fenomeno “pump and dump”, “gonfia e sgonfia”.
“Consiste – ha spiegato – nel far lievitare artificialmente il prezzo di un’azione a bassa capitalizzazione con l’obiettivo finale di vendere titoli azionari acquistati a buon mercato ad un prezzo superiore”. Una pratica ben conosciuta nel mondo delle bolle speculative, e che ora si ripresenta anche in quello delle criptovalute.
$Libra è così passato dall’essere una novità al valere oltre 4 miliardi e mezzo di dollari, per poi sfumare nuovamente nel nulla, allo stesso modo dei soldi di 40 mila investitori. Esclusi i cinque portafogli in cui era concentrato l’80% della criptovaluta, che sono poi i conti da cui è partita la vendita di massa col conseguente crollo.
Reuters ha confermato che lunedì è stata avviata un’indagine sull’operato di Milei, che nel frattempo ha cancellato il post. Sempre ieri, il presidente argentino ha rotto il silenzio per difendersi nel modo più spregiudicato possibile, che poi fa il paio con le regole del libero mercato.
“Non l’ho promossa, ma solo divulgata” ha detto, giocando sul filo delle parole. E si è poi lanciato quasi in una lezione sull’economia di oggi: “se vai al casinò e perdi soldi, che diritti hai?” Ha poi derubricato gli eventi a “una questione tra privati”, mettendo in chiaro che “lo Stato non è coinvolto nella vicenda”... a parte lui, ovviamente.
Intanto, l’indice Merval della Borsa di Buenos Aires ha segnato un negativo del 5,6%, e Milei non ha potuto negare di aver incontrato ben due volte l’amministratore delegato dell’azienda dietro $Libra, Kip Network, una a ottobre e una a gennaio. Tempistiche sui cui è difficile non insospettirsi.
L’opposizione ha accusato il presidente di aver violato la normativa sull’etica pubblica, che all’articolo 2 stabilisce che i funzionari devono “astenersi dall’utilizzare le strutture e i servizi dello Stato per il proprio beneficio personale o per quello dei propri familiari, amici o persone estranee alla loro funzione ufficiale, al fine di sostenere o promuovere qualsiasi prodotto, servizio o azienda”.
Ma al di là degli aspetti legali, di cui si occuperà appunto un giudice già designato per le indagini, c’è un enorme ‘elefante nella stanza’ in tutta questa vicenda. Anzi, ce ne sono due. Il primo lo ha ammesso in tutta semplicità Milei stesso: “è il mercato, bellezza!”, cioè è lo stesso sistema finanziario che si fonda largamente su questi giochi speculativi.
Possiamo dibattere se Milei abbia o meno rispettato ‘l’etica’ del funzionario pubblico nell’utilizzo del suo profilo personale di X, ma nessuno mette in dubbio il funzionamento stesso del mercato, in un’epoca in cui le transazioni avvengono alla velocità della luce e in cui, perciò, a comandare sono coloro che possiedono ‘l’infrastruttura’ necessaria a gestire operazioni di tal genere.
Non è un caso che ad offrire il sostegno tecnologico necessario all’operazione $Libra sia stata la Kelsier Ventures, che l’amministratore delegato ha confermato essere dietro anche alla creazione della criptovaluta della first lady statunitense Melania Trump, lanciata poche ore prima dell’insediamento di “The Donald”, raggiungendo i 13 miliardi di valore per poi crollare velocemente del 99%.
Ciò lascia intravedere importanti connessioni tra Buenos Aires e Washington dietro la vicenda, e ci ricorda anche come “il mercato” sia un’astrazione dietro cui si nascondono operatori ben definiti, legati a gruppi di potere ben consolidati e inseriti in pezzi di stato, in questo caso nel più finanziarizzato al mondo.
Ma il secondo ‘elefante’ riguarda una questione più sottile, che ha molto a che vedere con la competizione globale che sta diventando un incendio tra le due sponde dell’Atlantico. Lo ha messo nero su bianco il governatore di Bankitalia Fabio Panetta a un convegno torinese di operatori finanziari, svoltosi qualche giorno fa.
La liberalità con cui nascono, crescono, si diffondono e muoiono queste nuove forme di ‘valuta’ è stata stigmatizzata da Panetta, che ha poi chiarito come, a suo avviso, il pericolo è che anche i giganti della Big Tech possano cominciare ad emettere criptovalute, con tutta la potenza di fuoco che deriva dal loro nome e dai loro patrimoni.
La vera preoccupazione, mal celata, è quella che possano accaparrarsi una fetta importante dei pagamenti che avvengono in Europa, che è poi il centro della politica sulle stablecoin adottata da Trump fin dal primo giorno alla Casa Bianca. Importanti capitali si sposterebbero verso gli States, con conseguente rafforzamento del dollaro e un’ulteriore ipoteca sul progetto europeo.
“Le banche commerciali rischierebbero di perdere una parte importante delle loro funzioni”, ha detto il governatore di Bankitalia. Ha poi aggiunto: “le banche centrali, responsabili del buon funzionamento del sistema dei pagamenti, si troverebbero a operare in un contesto in cui pochi soggetti privati, magari esteri, avrebbero un ruolo così rilevante da compromettere la stabilità del sistema in caso di incidenti. I rischi per il sistema dei pagamenti e i mercati finanziari sarebbero dunque considerevoli”.
Lo scandalo in cui è coinvolto Milei ha certo un grande impatto nella politica interna del paese, e parla anche della logica con cui funziona il mercato finanziario, e chi lo comanda. Ma a proposito di quest’ultimo tema, appare chiaro che la sfida è di portata maggiore e Bankitalia l’ha reso in maniera chiara, al di là del caso specifico.
Fonte
08/10/2024
Non si gioca col Pil e la previdenza
Sul primo fronte, Via XX Settembre quantifica la durezza della stretta della Bce sui tassi di interesse – +450 punti nel giro di due anni – decisa per combattere un tasso di inflazione che ad un certo punto aveva superato il 10% annuo.
Bankitalia non mette ovviamente in dubbio la necessità di quella scelta, obbligatoria nel quadro di una visione neoliberista dell’economia, ma precisa i danni che ha provocato sull’economia reale: l’inasprimento monetario avrebbe ridotto la crescita del Pil di circa l’1% nel 2022, tra 3,5 e 5% nel 2023 e intorno al 2% nel 2024.
In pratica l’economia europea ha smesso di crescere da tre anni a questa parte, e poco consola la constatazione che non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo (più colpita la Germania, ex “locomotiva d’Europa”, il che è una pessima notizia per tutti gli altri).
Esplicita, in questa analisi, la previsione che la Bce taglierà di nuovo i tassi nella riunione della prossima settimana – dopo le sforbiciate di giugno e settembre – ma deciso anche l’avvertimento: neanche questo sarà sufficiente a facilitare la trasmissione del denaro verso gli investimenti produttivi, dato che le banche hanno aumentato l’attenzione per la “rischiosità” delle singole imprese.
Anche perché l’inflazione europea viaggia ormai all’1,8%, ben sotto il livello “desiderabile” (il 2%), e ritrovarsi di nuovo in deflazione solo tre anni dopo non è proprio un traguardo felice.
Se si pensa all’autentico crollo del settore automobilistico europeo, che trascina un indotto di enormi proporzioni, si comprende quanto far ripartire “la crescita” – in assenza totale di investimenti pubblici – sarà un’impresa per nulla facile e sicuramente dai tempi lunghi.
Indirettamente questa analisi di Bankitalia influisce sul giudizio relativo alle cifre “sparate” dal governo Meloni, tutte abbellite per giustificare scelte di corto respiro da inserire nella “legge di stabilità”.
La prima cosa che salta agli occhi è la stima del Pil per l’anno in corso, che il Mef di Giorgetti indica all’1,2%, mentre secondo la banca centrale sarà al massimo dello 0,8%. La cifra del Pil è importante non solo in sé (ricadute su occupazione, entrate fiscali, ecc.), ma anche – o soprattutto – perché fa da denominatore nelle frazioni “deficit/Pil” e “debito/Pil”, fondamentali nel sottoporre la “manovra” al giudizio insindacabile e “austero” della Commissione europea.
Detto in soldoni; un Pil anche solo leggermente più basso implica un deficit e un debito proporzionalmente più alti, e quindi la necessità di interventi ancora più duri sulla spesa pubblica.
Non proprio una buona notizia per una manovra che già ora fatica a trovare le voci da comprimere in modo il più possibile “indolore”, tanto da far andare in primo piano la favola del “faremo pagare le banche” (sappiamo com’è finita un anno fa l’analoga barzelletta sugli “extraprofitti”).
Ancora più secca la critica – indiretta, certo, Bankitalia sa esprimersi in modo molto “istituzionale”, senza scivoloni di bassa lega – all’obiettivo governativo di rendere “strutturali” gli sgravi contributivi sul lavoro. Se il Pil ne beneficerebbe nel breve (i lavoratori dipendenti si troverebbero qualche spicciolo in più in busta paga, che ovviamente spenderebbero subito visto che il salario in genere non permette di arrivare a fine mese), alla lunga il sistema pensionistico potrebbe traballare.
È quello che andiamo ripetendo da anni: i contributi previdenziali sono già soldi dei lavoratori (la quota di salario che va nutrire i fondi Inps e quindi la pensione futura), ed è una macabra presa per i fondelli quella di renderli “disponibili subito”, perché contemporaneamente si svuota “la riserva” che garantirà un reddito anche dopo aver smesso di lavorare.
Questo dal punto di vista dei singoli lavoratori, che avrebbero perciò bisogno di aumenti veri in busta paga (ossia più salario cash e, di conseguenza, anche più contributi previdenziali).
Bankitalia ci aggiunge il punto di vista “sistemico”: questa operazione, alla lunga, fa saltare il sistema pensionistico pubblico, già compromesso dai salari bassissimi, precari, ecc. (meno salario c’è e ovviamente meno contributi previdenziali escono fuori).
Quindi il presunto “atto di generosità” di un governo che fa la mossa di metterti a disposizione forse 50 euro al mese è in realtà un atto criminale che porterà a pensioni (ancora di più) da fame; o a nessuna pensione.
Fonte
22/08/2024
Panetta, gli interessi sul debito, l’istruzione e l’austerità europea
Questa volta è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a fare alcune considerazioni che è utile commentare. Il nodo fondamentale che ha evidenziato l’economista è lo stesso che sentiamo da decenni: il compito del governo, di qualsiasi colore sia, è quello di ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL.
Panetta ha dichiarato che “affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico”.
Lo spauracchio evocato per il futuro è sempre quello delle proiezioni demografiche, con l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero di chi lavora. Ovviamente, è stato ribadito che bisogna aumentare la partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, anche questa formula ricorrente in tv ma che mai si è tradotta in politiche concrete.
Anzi (ed è questo il dato che ha creato più scalpore), Panetta ha detto: “l’Italia è l’unico Paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni”.
Ma qui cominciano a crearsi delle crepe nella narrazione che siamo ormai abituati a sorbirci. Innanzitutto, perché è lo stesso governatore della Banca d’Italia a proporre un collegamento tra una componente specifica del debito pubblico e le opportunità di formazione e di emancipazione dei giovani del Belpaese.
Dal 1991 al 2020, l’Italia ha registrato un avanzo primario ogni singolo anno, escluso il 2009 – in seguito alla crisi del biennio precedente – e il 2020, l’anno della pandemia del Covid-19. Possiamo discutere sull’entità di questo avanzo, ma Roma ha già fatto i compiti che gli affida Panetta, e non è cambiato molto. Anzi...
Il messaggio che l’economista sta mandando è che, in realtà, bisogna continuare a tagliare i servizi pubblici per diminuire la spesa o aumentare le entrate, mentre nulla può (o deve) essere fatto contro la speculazione sul debito. Almeno finché, nel nostro modello sociale, a governare davvero sarà il mercato e i suoi capitali, ci teniamo e facciamo crescere gli oltre 70 miliardi l’anno di interessi sul debito.
La speculazione ha tra l’altro approfittato della fase di alti tassi di interesse della BCE: al taglio di giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva calcolato un possibile risparmio di 3 miliardi per quest’anno. Con una diminuzione complessiva di 100 punti nel corso del 2024, il risparmio sarebbe arrivato a 7 miliardi nel 2025 e a 10 miliardi nel 2026.
Questo Panetta ha dimenticato di dirlo. Ha però ribadito un pensiero che ha già espresso in passato, e che non sempre si sente: “le politiche di austerità adottate [nel periodo 2010-12] hanno accentuato in più paesi gli effetti recessivi della crisi”, mentre “le risposte alle crisi più recenti, innescate dalla pandemia e dallo shock energetico, hanno invece segnato un progresso nell’impostazione delle politiche comuni”.
Il governatore della Banca d’Italia è da tempo un fermo sostenitore di un passo avanti nell’integrazione europea. Per renderla un polo autonomo capace di competere sul piano globale, come vorrebbe Draghi ad esempio, ma è comunque una linea che, seppur con lo stesso obiettivo, si distacca da quella che ha ripreso piede a Bruxelles.
A breve Palazzo Chigi avvierà il lavoro sulla manovra del 2025, ed entro il 20 settembre deve presentare alla UE il Piano strutturale di bilancio a medio termine, secondo le clausole del nuovo Patto di Stabilità. La procedura d’infrazione aleggia sulle scelte del governo e un’ulteriore tornata di austerità appare l’unica strada.
Del resto, è il pilota automatico dei vincoli esterni, quello europeo sulla spesa sociale a cui, oggi, è tornato ad associarsi quello della NATO della deriva bellicista. Senza rompere questa gabbia non se ne esce...
Fonte
09/06/2024
Italia - Si allarga la voragine tra Nord e Sud
Nel rapporto 2023 di Banca d’Italia risulta che il PIL è cresciuto dell’1,1% sia nel Nord-Ovest sia nel Nord-Est, ma solo dello 0,8% al Centro e dello 0,7% al Sud. “Dal 2019 la crescita del Pil in quest’ultima macroarea è stata inferiore alla media nazionale”, anche se superiore rispetto al Centro.
Anche se i livelli di attività economica sono tornati a quelli precedenti alla pandemia di Covid-19, nel Meridione “il prodotto è ancora inferiore di oltre 7 punti rispetto ai livelli precedenti la crisi del 2008-09 (4 punti nel Centro), mentre nel Nord è superiore già dal 2022”.
Il PIL pro-capite del Mezzogiorno è solo il 55% di quello registrato nel resto del paese. In pratica, il reddito disponibile per chi abita dalla Campania in giù è poco più della metà di quello di chi abita dal Lazio in su, con una cesura nettissima nella penisola... ed è così dal 2016.
Nel 2023 gli investimenti delle imprese industriali con almeno 20 addetti sono cresciuti al Centro e al Nord, ma sono rimasti invariati al Sud. Anche per questo non sorprende che nel primo trimestre di questo anno la dinamica di crescita rimanga più o meno la stessa per tutte le macroaree.
Anche se di nuovo è tornata ai livelli raggiunti prima della pandemia, “la spesa per consumi delle famiglie sarebbe cresciuta dell’1,4 per cento al Centro Nord e dello 0,8 nel Sud e Isole”. Dunque, si può facilmente dedurre che anche sulle condizioni e la qualità di vita si vada allargando il divario tra le ‘due metà’ del paese.
Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, sottolinea che la ripresa dopo il Covid-19, “contrariamente a quanto avvenuto in episodi di crisi del passato, è stata intensa anche nel Mezzogiorno”. Quello che ora bisogna fare è, “da un lato, affrontare le conseguenze del calo e dell’invecchiamento della popolazione e, dall’altro lato, imprimere una decisa accelerazione alla produttività”.
“Un’inversione di tendenza è possibile”: un’affermazione che sembra cozzare con i dati resi pubblici dal suo stesso istituto. E difatti aggiunge, sempre in una prospettiva tutta interna ai vincoli di bilancio: “il ritardo economico del Mezzogiorno e l’elevato debito pubblico sono questioni ineludibili per la politica economica”.
“Così come i vincoli alla concorrenza che in molti settori creano rendite di posizione e limitano l’accesso di nuovi operatori, comprimendo l’innovazione, la produttività e l’occupazione. Dobbiamo aprire l’economia alla concorrenza e offrire a tutti l’opportunità di valorizzare i propri talenti”.
Le parole che sentiamo ripetere da decenni, ovvero che c’è poca produttività, che ci sono troppi legacci all’attività di impresa e che la dimensione delle aziende italiane limita la loro capacità di imporsi a livello internazionale.
Possiamo anche accettare che, in certa misura, questi nodi possano essere considerati ‘problemi’, ma quello che è evidente è che le ricette messe in campo da questa classe dirigente sono fallimentari. Ne abbiamo la prova davanti agli occhi.
Sarebbe il caso che il pubblico riprenda in mano le direttrici dello sviluppo economico, invece di lasciarle al privato che non è evidentemente in grado di risolvere le storture del nostro sistema economico. E anzi, le amplifica solamente.
Fonte
26/01/2024
Esplodono le disuguaglianze: parola della Banca d’Italia
Nelle scorse settimane è girata su vari quotidiani la notizia che il 5% più ricco delle famiglie detiene il 46% della ricchezza totale in Italia. Per i più avvezzi a questi dati tutto ciò non è certo nulla di nuovo, anzi, come avevamo già fatto notare, la disuguaglianza è una scelta politica che caratterizza fortemente le società capitalistiche in cui viviamo. Non è certo una novità la presenza di disuguaglianze in Italia, un problema completamente ignorato o sistematicamente aggravato dalle politiche classiste del governo e di tutti i governi degli ultimi anni, che al più mettono, nel migliore dei casi, qualche pezza troppo piccola per un buco troppo grande. Ne sono una dimostrazione i dati allarmanti dell’ISTAT che mostrano come il 9,4% della popolazione residente in Italia viva in una condizione di povertà assoluta.[1]Dati che preoccupano considerando che solo quindici anni fa il fenomeno riguardava appena il 3% della popolazione.
La novità qui è un’altra. I dati sulla disuguaglianza riportati dai titoloni dei giornali sono una serie di nuovi dati resi pubblici dalla Banca d’Italia, all’interno di un più ampio progetto europeo. È quindi molto interessante andare a spulciare e trovare qualche spunto in più sul tema della disuguaglianza che l’utilizzo di questi Distributional Wealth Account ci può dare e che una lettura superficiale delle testate giornalistiche potrebbe aver perso.
In nostro aiuto arriva un comunicato stampa di Banca d’Italia dove possiamo trovare vari grafici interessanti. Il primo ci spiega come è costituita la ricchezza della popolazione italiana e di come questa composizione cambi se parliamo del 50% più povero o del 10% più ricco.
Qui da notare sono principalmente due cose. La prima, la metà della ricchezza degli italiani sia data dalle abitazioni. La seconda, è come nei fatti la ricchezza del 90% più povero del paese sia costituita per la stragrande maggioranza proprio dalle abitazioni di proprietà e in minor parte dai depositi sul conto corrente. Le persone comuni, insomma dispongono per lo più dell’essenziale, ovvero una casa (per la quale spessissimo devono fare sacrifici di una vita e contrarre mutui decennali) e qualche soldo da parte. Al contrario per il 10% più ricco la ricchezza immobiliare rappresenta solo il 36% del portafoglio. Notiamo insomma come i super-ricchi siano tali grazie al possesso (oltre che di un maggior patrimonio immobiliare) di una serie di diverse attività finanziarie e come l’accumulazione di redditi finanziari sia tra i maggiori vettori della disuguaglianza della ricchezza complessiva. Attività finanziarie che, al contrario del mito di una finanza democratica e accessibile a tutti, resta in mano alla classe più ricca che ne detiene ben il 95% del totale per un valore che è passato da circa 750 miliardi di euro nel 2011 a più di 1250 miliardi di euro nel 2022. Una sfera, quella finanziaria che, alla faccia della crisi, cresce sana e forte, ma i cui frutti rimangono come sempre nelle mani di pochi.
Uno sguardo attento va poi dato ai seguenti 6 grafici. I primi due in alto vanno analizzati in coppia. Ci dicono che negli ultimi dieci anni la ricchezza mediana è visibilmente calata e che la ricchezza media è invece aumentata. Alla vista di questi due grafici un occhio non esperto potrebbe pensare “beh dai, almeno in media siamo più ricchi”, è sta proprio qui il problema. Per capirlo, è importante riflettere sulla differenza tra media e mediana, la prima è il valore che otteniamo se dividiamo il totale della ricchezza per il numero totale di persone, la seconda invece è il valore di ricchezza che ha il cittadino che si troverebbe a metà se ordinassimo tutte le persone in ordine crescente e che avrebbe quindi ai propri lati rispettivamente il 50% più povero e quello più ricco. Appare chiaro quindi che, se la mediana cala e la media sale questo vuol dire che la crescita totale della ricchezza è avvenuta solo per le persone che si trovavano nella metà di popolazione dal lato più ricco rispetto al nostro cittadino mediano e che quindi in soldoni non siamo “tutti un po’ più ricchi” ma piuttosto “i più ricchi sono diventati ancora più ricchi, i poveri più poveri”.
Intuizione infatti confermata dai due grafici al centro, che indicano come soprattutto durante il periodo dell’Austerità, la società italiana sia diventata più diseguale (indice di Gini più alto) e di come la percentuale di ricchezza posseduta dal 5% più ricco sia schizzata verso l’alto di ben 8 punti percentuali in 5 anni. Anni in cui è aumentato anche il rapporto tra debiti e attività per le famiglie più povere, che hanno quindi avuto una maggiore necessità di indebitarsi per far fronte alle proprie esigenze.
Per chiudere il tutto è utile avere una panoramica europea che comprenda anche ciò che succede sulle disuguaglianze dei nostri vicini d’oltralpe. A questo proposito, c’è da dire che l’Italia nei fatti non è una società più diseguale della media europea, ma si trova comunque su una traiettoria preoccupante. Appare chiaro dai seguenti grafici come anni di crisi ed austerità abbiano portato il cittadino mediano italiano dall’essere ben più ricco di quello europeo a trovarsi ad un valore quasi uguale. È importante notare inoltre come siamo l’unico paese europeo in cui la crescita della ricchezza percentuale del 5% più ricco è stata così forte e sostenuta soprattutto nel periodo 2011-2017 per poi subire una battuta d’arresto e avere un andamento altalenante. La proprietà immobiliare della casa di abitazione, in Italia ancora piuttosto diffusa anche tra le classi di reddito medie, fa sì che la percentuale di ricchezza detenuta dal 50% più povero resti tra le più alte dei più grandi paesi europei (insieme alla Spagna), ma l’andamento del periodo 2011-2017 è stato decrescente confermando la tendenza ad una redistribuzione della ricchezza che ha favorito in particolare il vertice della piramide dei più ricchi
L’Italia è caratterizza quindi da una forte e crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (che va di pari passo con l’aumento storico della disuguaglianza dei redditi). Si tratta di una piaga sociale che può essere affrontata soltanto invertendo drasticamente la rotta delle politiche economiche, sia a monte sia a valle del problema. A monte la disuguaglianza della ricchezza è legata strettamente alla disuguaglianze dei redditi e del potere di acquisto delle persone, ovvero alla crescente disuguaglianza tra bassi salari ed alti profitti e alla crescita della disparità salariale tra salari direttivi (manageriali) e salari ordinari, nonché all’assenza di politiche sociali che favoriscano l’accesso al patrimonio immobiliare e a mutui o affitti agevolati, senza i quali la capacità di risparmio delle famiglie si riduce drasticamente. A valle la redistribuzione della ricchezza (e del reddito) passa per una politica tributaria che sia in grado di tassare in ottica fortemente progressiva gli alti redditi e le grandi ricchezze (immobiliari e finanziarie) redistribuendo così le risorse a chi ha meno sotto forma di redditi integrativi e di servizi pubblici capillari.
Per attaccare alla radice il problema della disuguaglianza a monte e a valle del processo produttivo non bastano correttivi e palliativi, ma occorre mettere in discussione la direzione complessiva delle politiche economiche segnate da tre decenni di egemonia neoliberale.
Note
[1] Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita dignitosa rispetto a degli standard stabiliti in ogni paese. La soglia al di sotto della quale si parla di povertà assoluta in Italia è definita dall’Istat attraverso il paniere di povertà assoluta.
08/08/2023
In Italia il deep state continua a produrre dossieraggi
Motivo per cui lo scandalo sulle informazioni raccolte da un ufficiale della Guardia di Finanza sul ministro Crosetto – e non solo – appare immersa in una opportuna nebbia e affidata alla confortevole formula delle indagini affidate alla Procura di Perugia, la quale sta indagando su una presunta centrale di dossieraggio abusivo all’interno della Direzione nazionale antimafia.
Un ufficiale della Guardia di Finanza è sotto inchiesta per accesso abusivo al sistema informativo.
Ufficialmente tutto comincia da un esposto presentato dal ministro della Difesa, oggetto di alcuni articoli pubblicati nell’ottobre del 2022, alcuni giorni dopo la sua nomina nel nuovo governo, quando il quotidiano Domani scriveva che Crosetto aveva ricevuto alcuni milioni di euro da Leonardo e Fincantieri e il giornale ipotizzava un conflitto di interessi.
I fatti sarebbero avvenuti quando Crosetto, in qualità di imprenditore, ricopriva l’incarico di presidente della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD). Si tratta del settore in cui operano le due aziende, ma anche lo stesso Crosetto nel ruolo di ministro della Difesa.
Il giornale scriveva che: “Dai documenti letti da Domani, risulta che il ministro Crosetto dal 2018 al 2021 ha percepito solo da Leonardo 1,8 milioni di euro […] è certo che nel 2018 percepisca 432.000 euro tondi tondi […] nel 2019 […] Leonardo gli ha versato “solo” 177.000 euro, ma nel 2020 la cifra schizza: con un contratto non più da dipendente a tempo determinato ma da lavoratore autonomo, incassa ben 593.000 euro. Che salgono ancora, come visto, nel 2021, a 618.000 euro”.
Ma l’esposto di Crosetto ha smosso le acque facendo emergere anche altro, ossia che le indagini sulla sua persona erano parte di accertamenti “d’ufficio” da parte della Guardia di Finanza in base alle SOS (Segnalazioni di Operazioni Sospette) inviate alla GdF e alla Direzione Nazionale Antimafia dalla Banca d’Italia. Di solito le SOS portano a indagini per sospetto riciclaggio.
Nel mirino finiscono le transazioni anomale che le banche e gli operatori finanziari hanno l’obbligo di comunicare all’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) della Banca d’Italia e che vengono trasmesse per legge alla Dna e al Nucleo Valutario della Gdf.
I controlli sul ministro sarebbero scaturiti da accertamenti anti-riciclaggio su due fratelli, considerati vicini a esponenti della ‘ndrangheta, con i quali Crosetto condivide le quote in tre diverse società che offrono servizi di bed and breakfast.
Il ministro Crosetto, con la sua denuncia, dopo la pubblicazione dei suoi rapporti economici con Leonardo, ha dato l’input alle indagini della Procura di Perugia. “Si tratta di notizie relative ad un’inchiesta in corso – ha scritto Crosetto sul Corriere della Sera – e trovo molto grave vederle pubblicate sui giornali”.
Gravità doppia, in questo caso, perché quei presunti dossieraggi avrebbero potuto mettere in difficoltà la nascita del governo Meloni ed è questa, secondo il ministro, la ragione di quella raccolta dati.
L’ufficiale della Guardia di Finanza finito sotto inchiesta, Pasquale Striano, lavorava fino a poco tempo fa nel Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della GdF insieme ad altri due colleghi.
Il militare viene prima perquisito e poi ascoltato come testimone. Nega le irregolarità. Ma ammette che di solito le interrogazioni venivano effettuate dal suo computer in ufficio. E la pm scopre anche che sulla stampa sono finite soltanto alcune delle centinaia di richieste pervenute al database.
L’ipotesi della procura di Perugia, è che il maresciallo abbia interrogato il sistema informatico interno per scaricare atti riservati senza autorizzazione.
Il nuovo procuratore nazionale antimafia Melillo, ha riorganizzato le procedure interne, ma prima di questo qualsiasi funzionario della Guardia di Finanza aveva la possibilità di accedere alle banche dati senza procedure formali che certificassero le ragioni della ricerca.
E fino a pochi mesi fa non era necessario richiedere nulla osta per cercare i dati tra le segnalazioni di operazioni sospette o operazioni anomale che banche e operatori finanziari sono obbligati a comunicare all’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Banca d’Italia e che vengono trasmesse per legge sia alla Dna, sia al Nucleo valutario della Guardia di Finanza.
Unica regola indicata è quella di cercare informazioni su temi relativi all’attività della Dnaa, dunque sulla criminalità organizzata e sul terrorismo, una estensione che dal 2015 ha consegnato questa enorme possibilità di indagine alla Dna diventata nel frattempo Dnaa (con l’aggiunta dell’antiterrorismo).
Da qui la pista che attraverso i due fratelli sospettati di fare affari con i clan, ha portato a Crosetto. Questo smentirebbe qualsiasi intento di dossieraggio mirato, ma rivela l’esistenza di un vero e proprio “grande fratello” in mano alla Guardia di Finanza e alla Dnaa in cui finiscono milioni di persone e dal quale “manine amiche” o funzionari corrotti hanno potuto o possono attingere e vendere informazioni.
Il fatto diventa clamoroso quando qualcuna di queste “ricerche” finisce sui giornali, ma pochi mettono in discussione l’esistenza stessa di questo immenso dossieraggio in mano alla GdF. Ancora meno hanno chiesto verifiche se i due fratelli in odore di n’drangheta e Crosetto hanno effettivamente qualche affare in comune.
Le Segnalazioni di Operazioni Sospette che pervengono dalla Banca d’Italia, sono però atti ‘riservati’ ma non ‘segreti’, che è poi la tesi dietro cui si è trincerato il governo nel caso della divulgazione di notizie da parte del sottosegretario Delmastro sul caso Cospito e la visita dei parlamentari del PD nel carcere di Sassari.
Come nel caso di Delmastro sarà dunque difficile un processo all’ufficiale della Guardia di Finanza per una “non violazione” del segreto.
Resta però il problema vero: un deep state che fa del dossieraggio e del ricatto uno strumento permanente di ingerenza sulla vita politica ed economica del paese, inclusa la politica estera.
Fonte
02/06/2023
L’insopportabile predica di Visco sulla moderazione salariale
A fronte di una inflazione al consumo salita nel 2022 all’8,4% in media d’anno e poi scesa al 7% nella primavera dell’anno in corso (sono i dati citati dallo stesso Visco nelle sue Considerazioni), la crescita delle retribuzioni nell’area dell’euro si è collocata poco al di sopra del 3,5% “restando quindi nettamente inferiore all’inflazione”. Ci si sarebbe aspettati, con questi dati inequivocabili, un richiamo a favorire l’aumento dei salari, e invece Visco ha proseguito così: “Grazie alla limitata presenza di meccanismi automatici di indicizzazione all’inflazione passata, alla natura una tantum di una parte significativa degli incrementi retributivi e in assenza di diffusi rialzi dei margini di profitto, il rischio di una rincorsa tra prezzi e salari fino a questo punto si è mantenuto moderato”. Il Governatore quindi ci sta dicendo che, proprio grazie alla scomparsa della scala mobile, l’aumento dei prezzi non si rispecchia nelle retribuzioni e che possiamo essere contenti del fatto che l’inflazione si sta mangiando i nostri redditi!
Quanto poi al fatto che non si assista a rialzi dei margini di profitto le affermazioni di Visco sono più che dubbie. Sia perché, dalle stesse fonti BCE, è emerso che il rincaro dei prezzi energetici è dovuto solo per un terzo all’aumento dei costi e per i restanti due terzi all’aumento dei margini di guadagno delle imprese. E soprattutto perché lo stesso Bollettino della Banca d’Italia dell’aprile di quest’anno chiarisce che “la quota di profitti delle imprese (definita come rapporto tra margine operativo lordo e valore aggiunto) è cresciuta in tutti i maggiori paesi, superando i livelli prepandemici in Germania, in Italia e Spagna”.
Va detto poi che il Rapporto annuale dei Settori Industriali, pubblicato di recente da Intesa Sanpaolo e Prometeia, ha riportato come il fatturato dell’export manifatturiero supererà nel 2023 la quota simbolica del 50% del totale. Un dato, quest’ultimo, che dimostra come l’industria del nostro Paese sia sempre più proiettata verso l’estero, sfruttando il costo sempre più basso della manodopera italiana e tenendo presente la depressione dei consumi interni, dovuti proprio alle retribuzioni in calo. E ciò significa che i padroni in Italia non hanno alcuna intenzione di far crescere l’economia interna ma continuano a promuovere uno sistema tutto orientato verso l’esportazione, nella quale i salari bassi e la forte precarietà del lavoro costituiscono le condizioni indispensabili per il funzionamento del sistema stesso.
Un quotidiano riportava ieri che il Governatore in uscita, nel 2011 guadagnava circa 600mila euro l’anno, ma che poi, volendo dare il buon esempio, si è ridotto lo stipendio a “soli” 450mila euro.
Unione Sindacale di Base
P.S. a proposito di salario minimo “definito con il necessario equilibrio”, sarebbe interessante chiedere al Governatore quale sarebbe la misura di tale equilibrio!
Fonte
10/04/2023
Persino FMI e Bankitalia si preoccupano della frammentazione del mercato mondiale…
La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha tenuto un discorso preparatorio degli Spring Meetings, gli incontri primaverili dell’Istituto di cui è alla guida e della Banca Mondiale, che si avranno in questa settimana. Le previsioni di crescita globale si attestano al 3% da qui ai prossimi cinque anni, il valore più basso dal 1990 a oggi.
Il primo motivo è individuato nel contrasto all’inflazione e nell’instabilità finanziaria, strettamente connessi. Infatti, la Georgieva invita alla flessibilità le banche centrali, che devono essere pronte a garantire liquidità quando necessario, allentando la politica degli alti tassi di interesse.
L’economista bulgara non nasconde come siano questi ultimi a pesare sulla domanda, sia negli USA sia nella UE. In circa il 90% delle economie avanzate si prevede un ulteriore calo del tasso di crescita, già previsto al di sotto della media degli ultimi due decenni.
Non viene dissimulato nemmeno cosa, dopo la crisi del 2007-2008, ha retto il settore bancario, che “in un contesto di tassi più alti e scarsa liquidità [ha mostrato] problemi di gestione del rischio in specifiche banche, così come carenze sulla vigilanza”, con ovvi riferimenti agli ultimi fallimenti e a Credit Suisse. Le banche, dunque, negli ultimi 15 anni hanno tenuto grazie agli ingenti trasferimenti monetari.
Ciò che però risulta più interessante delle dichiarazioni appena rilasciate è la preoccupazione palesata per la frammentazione del mercato mondiale.
La globalizzazione e i suoi margini di sviluppo si sono infranti sulla preminenza dei concreti antagonismi che lo stadio imperialistico del capitale porta con sé, e l’assestarsi di una nuova fase storica non sarà indolore.
“I nostri studi mostrano che i costi di una frammentazione commerciale potrebbero raggiungere il 7% del pil globale. […] E la frammentazione sui flussi di capitali e sugli investimenti esteri darebbe un altro colpo alle prospettive di crescita globali”, ha detto sempre la Georgieva.
Le sue parole fanno eco al capitolo dell’Outlook già pubblicato, proprio sugli effetti di questa dinamica sugli investimenti diretti esteri.
Anche da noi, in Italia, voci autorevoli hanno cominciato a gettare uno sguardo critico su questo emergere di aree economico-politiche in contrasto. All’evento “Geopolitica, geodemografia e il mondo di domani”, svoltosi a Firenze lo scorso 5 aprile, il direttore generale di Bankitalia, Luigi Signorini, ha fatto un intervento dal titolo “Globalizzazione e frammentazione”.
In questa decina di pagine, citando anche le previsioni del FMI, Signorini ricorda che le misure protezionistiche sono in aumento, e che in questo contesto la UE deve perseguire una “autonomia strategica aperta”. Senza i suoi eufemismi, significa irrobustire la competitività e le catene del valore europee, senza però fantasticare rotture né con gli USA né con l’Asia.
Non solo il re-shoring (friend- o near- che sia) non garantisce una miglior resistenza agli shock economici, ma la “frammentazione internazionale potrebbe ostacolare la ricerca di soluzioni praticabili per la produzione di beni pubblici globali, come la transizione energetica o il contrasto delle pandemie”.
Insomma, l’escalation delle tensioni internazionali diventa un pericolo anche sul versante economico, non solo per il rischio di guerra nucleare.
Nelle conclusioni, Signorini esprime dubbi sul fatto che “possa cambiare in modo radicale la divisione internazionale del lavoro”. Egli utilizza le parole di un ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, per dare i propri consigli: “creare spazi sicuri in cui paesi pur con valori e sistemi diversi possano interagire a prescindere dalle rispettive politiche domestiche o dalle tensioni internazionali”.
Nell’ultima pagina di questo testo, il direttore genere di Bankitalia cita “Le conseguenze economiche della pace” di Keynes.
L’economista inglese, oltre a ricordare che la «globalizzazione» dell’epoca non fu sufficiente a impedire la carneficina mondiale, metteva in guardia dal fatto che la volontà di rivalsa e umiliazione insita nei termini della pace previsti dal trattato di Versailles sarebbe stata foriera di guerra, come poi è successo.
Ad ora, è la Cina che sta mettendo sul piatto un nuovo sistema multilaterale di cooperazione e sicurezza internazionale. Il mantra che invece è spesso ribadito in Occidente vuole che il conflitto in Ucraina, evidente spartiacque di questa fase storica, possa concludersi solo con la disfatta di Mosca, se non addirittura con lo smembramento della Russia.
Un atteggiamento che ricorda quello di Versailles nel 1919, e a pensarci vengono i brividi...
Fonte
23/02/2023
Il rialzo dei tassi aiuta la speculazione delle banche
Nella pagina diramata da Palazzo Koch si invitano gli istituti bancari a evitare modifiche unilaterali dei contratti con la giustificazione dell’aumento dell’inflazione, e a rivedere le manovre stabilite in passato sulla base dell’andamento decrescente dei tassi di interesse, ora che invece stanno risalendo.
La banca centrale italiana non è diventata tutto d’un tratto paladina dei risparmiatori vessati, ma è piuttosto esplicita anzi nel dire che questo invito a non incrementare il costo dei conti correnti a carico dei clienti deriva dal fatto che l’aumento dei tassi deciso dalla BCE è “potenzialmente in grado di compensare l’aumento dei costi indotto dall’inflazione”.
Quel potenzialmente è un eufemismo: negli ultimi tre mesi del 2022 le prime otto banche del paese hanno visto i ricavi aumentare con percentuali in doppia cifra – fino al 40% – e gli utili sono volati di conseguenza. Ma la questione è un po’ più complessa e, in un qualche modo, più subdola.
Perché la nota di Banca d’Italia continua dicendo che la precedente politica sul costo del denaro aveva già spinto molte banche ad azzerare la remunerazione dei depositi in conto corrente e ad alzare gli oneri per i clienti. Eppure, insieme ai tassi di interesse, la BCE ha incrementato anche il rendimento dei depositi presso di lei delle altre banche, in maniera quasi simmetrica.
Si tratta dei soldi che tutti i giorni la maggior parte di noi, lavoratori, pensionati, studenti, controlla di avere sul conto corrente. Ma la remunerazione sui depositi della clientela non è aumentata nemmeno dello 0,2%. Per fare un paragone, gli interessi che si pagano per un mutuo a tasso variabile sono quasi raddoppiati.
I conti delle banche si gonfiano artificiosamente, e tramite un meccanismo che fa leva esclusivamente su una dinamica monetaria, decisa a tavolino a Francoforte, noi vediamo parte della nostra ricchezza trasferirsi nei portafogli di chi controlla e gestisce questi grandi istituti. Un altro processo regressivo di questo modello sempre più iniquo e decadente.
A difesa di quest’ultimo, la nota di Banca d’Italia conclude così: “resta fermo che, in un’economia di mercato, la fissazione delle condizioni economiche dei beni e servizi offerti rappresenta un elemento centrale delle libere scelte imprenditoriali.
In ogni caso, in presenza di modifiche unilaterali, la clientela ha sempre il diritto di recedere dal contratto senza spese entro la data di entrata in vigore delle nuove condizioni, valutando anche offerte più convenienti di altre banche”.
Che la clientela, in una posizione di evidente asimmetria di potere e di informazione, possa recedere così facilmente, così come che in un sistema fortemente concentrato in poche banche possa trovare condizioni migliori, fa sorgere qualche dubbio.
E il problema sono proprio le “libere scelte imprenditoriali” che, in ultima istanza, sono in contraddizione con le finalità sociali e l’interesse generale della maggioranza della popolazione.
Fonte
05/12/2022
BankItalia bacchetta il governo su Reddito di cittadinanza, flat tax e tetto al contante
Colpisce il fatto che sia la banca centrale a segnalare come l’abolizione del reddito di cittadinanza dal 2024 prevista dalla Legge di Bilancio sia una misura disdicevole. “L’introduzione del reddito di cittadinanza ha rappresentato una tappa significativa nell’ammodernamento del welfare del nostro Paese”, ha puntualizzato in una audizione in Parlamento il dirigente della Banca d’Italia Fabrizio Balassone, aggiungendo che secondo l’Inps “senza reddito di cittadinanza, nel 2020 ci sarebbero stati un milione di individui poveri in più”. Anche se la riforma annunciata dal governo potrebbe essere importante per fare una distinzione utile tra misure assistenziali e politiche attive, l’attuale assetto presenta delle criticità soprattutto come misura di accompagnamento al lavoro sottolinea la nota della banca centrale.
Ma sui provvedimenti adottati dal governo, non è solo l’allarme sull’abolizione dell’unica misura adottata contro la povertà a preoccupare la Banca d’Italia. Anche l’innalzamento del tetto al contante, secondo la banca centrale, riduce gli ostacoli all’evasione fiscale e alla criminalità.
Come noto, la legge di bilancio, alza da 1.000 a 5.000 la soglia per l’utilizzo del contante e prevede sanzioni ai commercianti che negano l’utilizzo del bancomat solo per importi superiori a 60 euro. Fabrizio Balassone ha sottolineato come “i limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed evasione”.
Infine, e non certo per importanza, vengono denunciati gli interventi di riforma fiscale previsti dalla manovra, con l’estensione della flat tax fino a 85 mila euro. Secondo la Banca d’Italia la discrepanza di trattamento tributario tra dipendenti e autonomi “e all’interno di questi tra quelli sottoposti a regime forfettario ed esclusi, risulta accresciuta”. Per Balassone in un periodo di inflazione elevata “la coesistenza di un regime a tassa piatta e uno soggetto a progressività come l’Irpef comporta un’ulteriore penalizzazione per chi è soggetto a quest’ultimo”, cioè lavoratori dipendenti e pensionati.
Delle due l’una: o dentro la Banca d’Italia agisce una cellula occulta di Potere al Popolo – che da tempo segnala la totale contrarietà alla flat tax e all’abolizione del reddito di cittadinanza – oppure la banca centrale anticipa le criticità che verranno segnalate dalla Bce e dalle istituzioni europee alla manovra finanziaria messa in campo dal nuovo governo.
Merita di essere segnalato il fatto che all’audizione del dirigente della Banca d’Italia in parlamento fossero presenti... solo 4 deputati e 3 collegati da remoto. Un parlamento indecente come quello attuale non si era veramente mai visto, eh si che tagliando il numero dei parlamentari avrebbe dovuto migliorarne la qualità. Ma quando mai!!!
Fonte


