Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/04/2025
Eurosistema, banche francesi e tedesche premiate dalla Bce
L’attenzione degli osservatori economici italiani è di solito attirata dalla Relazione e dalle Considerazioni che il governatore della Banca d’Italia presenta a fine maggio. Meno attenzione viene prestata invece al Bilancio annuale, appena presentato dalla Banca. Esso non è un arido documento contabile, ma lo specchio fedele, compilato con particolare cura da via Nazionale, delle sue attività nel sistema monetario europeo.
Una caratteristica dell’Eurosistema è la sua decentralizzazione pro-quota, ovvero secondo “chiave capitale” che è la quota di partecipazione di ciascuna banca centrale al capitale della BCE in funzione della dimensione economica del Paese. Nello Stato patrimoniale della Banca troviamo (all’attivo) i titoli che, pro-quota, la Banca ha acquistato nei dieci anni trascorsi nell’ambito del cosiddetto quantitative easing, a fronte dei quali (nel passivo) vi sono le “riserve” che la Banca ha emesso a favore delle banche commerciali per pagarli (in tal modo la nostra banca, a cui abbiamo ordinato di vendere Buoni del Tesoro può accreditarci il corrispettivo nel nostro deposito).
Nell’attivo troviamo anche i prestiti di riserve che le banche centrali effettuano a favore delle banche commerciali, le quali le desiderano per ottemperare alla “riserva obbligatoria” (molto piccola peraltro, 1% dei depositi), per effettuare i pagamenti ad altre banche (per eseguire un nostro bonifico verso un'altra banca, per esempio), come safe asset per rispettare le regolazioni finanziarie, o semplicemente per sicurezza. Le riserve delle banche giacciono in particolari conti correnti presso la banca centrale.
La riserva obbligatoria non è remunerata, il resto della liquidità però sì, e anche molto bene dopo il rialzo dei tassi di interesse da metà 2022 – sebbene poi ridiscesi ma non ai livelli zero o sotto-zero degli anni precedenti. La banca centrale riceve un reddito sugli assets che acquista e sui prestiti di liquidità alle banche; ha però dei costi, in particolare per remunerare i conti di riserva.
Nell’Eurosistema di riserve in eccesso (rispetto alla riserva obbligatoria) ce ne sono ancora tante, €2.827 miliardi alla fine del 2024 (€3.346 miliardi alla fine del 2023), sebbene in diminuzione in seguito al rientro delle misure di politica monetaria espansiva degli scorsi anni.
Nel complesso dell’Eurosistema, nel 2024 la remunerazione delle riserve bancarie è stata di quasi €121 miliardi. Era stata di oltre €130 miliardi nel 2023, ma liquidità e tassi di interesse sono scesi nel 2024. Si tratta ancora di cifre notevoli, una vera manna per le banche europee. Una manna più abbondante però per talune banche, guarda un po’ per quelle tedesche e francesi. Infatti, per diversi motivi (non del tutto ben esplorati), la liquidità è maldistribuita nell’Eurosistema, molta nei conti di riserva delle banche tedesche e francesi, pochissima in quelli delle banche italiane.
A fine 2024, riferisce Bankitalia, la quota di depositi detenuta dalle banche italiane sul totale dell’Eurosistema era pari al 4 per cento (5 alla fine del 2023) a fronte di una chiave capitale del 16,02%. La Bundesbank dichiara all’opposto una quota media di conti di riserva remunerati nel 2024 pari al 33,7% del totale dell’Eurosistema, contro una sua chiave capitale del 26,5%. Male per le banche italiane, verrebbe da dire, ma bene per Bankitalia e il contribuente italiano però. Eh no! Infatti attraverso un aggeggio chiamato “reddito monetario” l’Eurosistema redistribuisce guadagni e spese delle banche centrali nazionali (relativamente a operazioni monetarie decise in comune) secondo chiave capitale, una sorta di dichiarazione dei redditi che le banche centrali dell’Eurosistema presentano a fine anno.
Così Bankitalia dichiara spese per €5,5 miliardi di euro per la remunerazione dei conti di riserva delle banche italiane, ma se ne vede accollare oltre €19,4 con un aggravio netto a bilancio di €13,9 miliardi mentre, all’opposto, la Banque de France riceve un beneficio netto di 1,7 miliardi e la Bundesbank di ben 9 miliardi – cifra quest’ultima frutto di un nostro calcolo in quanto i tedeschi si guardano bene dal fornire dettagli preferendo passare sempre per vittime.
Il reddito monetario redistribuisce anche altre voci, apparentemente molto rilevanti ma che in realtà nascondono una partita di giro (interessi su Target2 e sulla maldistribuzione dell’emissione di banconote). Esso non redistribuisce invece i guadagni relativi al rendimento dei titoli di Stato acquistati negli scorsi anni, cospicui per Bankitalia. Ma sono stati i tedeschi a volere che il rischio e dunque gli interessi su questi titoli non fossero condivisi. Fatto sta che la redistribuzione dei costi dei conti di riserva delle banche fa sì che Bankitalia non possa più ritornare al Tesoro il suddetto rendimento sui titoli, mentre i conti in rosso sono appena salvati (e diciamo la verità, un po’ mascherati) dal ricorso agli accantonamenti degli scorsi anni (per la cronaca, anche BCE e le altre banche centrali sono in rosso, un po’ meno magari per l’aiutino italiano).
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28/04/2022
“Senza stop alla guerra l’Italia rischia un massacro sociale”
La fiammata inflattiva sembra dunque far più paura del rallentamento dell’economia. “Qualcosa – ci dice Sergio Cesaratto, professore di politica monetaria europea all’Università di Siena – deve essere mutato nei rapporti di forza all’interno della Bce per cui da dicembre (almeno) è in corso la ‘normalizzazione’ della politica monetaria”.
Cosa pensa di quanto deciso dalla Bce giovedì?
Se guardiamo al bicchiere mezzo pieno, i tassi sono ancora fermi e la politica di riacquisto a scadenza dei titoli pubblici già in pancia all’Eurosistema è stato confermata.
Christine Lagarde ha anche precisato che tale riacquisto potrebbe avvenire favorendo i titoli eventualmente sotto attacco per assicurare un’uniforme trasmissione della politica monetaria in tutte le giurisdizioni. Certo siamo lontani da una politica europea che metta in sicurezza il debito pubblico italiano in una situazione che può diventare drammatica. La Presidente della Bce ha anche distinto fra la congiuntura americana dove vi sono segni di ripresa dei salari monetari, e quella europea in cui questi sono fermi, cioè non reagiscono (ancora) all’inflazione. Il plumbeo clima di guerra si sovrappone alla debolezza sindacale. Se l’origine dell’inflazione è esterna alle nostre società, vale a dire nei prezzi dell’energia e più in generale nelle interruzioni negli approvvigionamenti globali, sarebbe per ora inutile – così si ragiona – accrescere la disoccupazione per frenare gli aumenti dei salari. È comunque un ragionamento rivelatore del ruolo delle banche centrali.
In che senso?
Nel senso che la regolazione del conflitto sociale viene affidata all’azione brutale delle banche centrali che accrescono la disoccupazione per sedare le proteste dei lavoratori, invece che all’accordo sociale, per quanto complicato. Del resto a noi italiani questo ruolo della banca centrale è ben noto dalla stretta monetaria di Einaudi del 1947 e da quella di Guido Carli del 1963 – ruolo che le fu tuttavia impedito dalla forza dei lavoratori negli anni Settanta. Perché la Bce non perora politiche nell’eurozona volte a redistribuire equamente i costi della crisi? La verità è che essa è parte del progetto di distruzione dell’Europa sociale per il quale è nata l’Europa monetaria.
Per l’Italia tutto questo cosa significa?
I tassi di interesse sui titoli di Stato italiani stanno già aumentando, mentre le previsioni di crescita stanno peggiorando. Non parliamo poi della sciagurata possibilità di un embargo nell’acquisto del gas russo, irresponsabilmente perorata da un Enrico Letta cinico verso il suo Paese. Il dibattito sulla riforma della governance europea è peraltro fermo, né si sta parlando di nuovi “Recovery fund” a fronte della nuova emergenza, come avevamo sperato. L’Europa sembra subire il conflitto senza reagire da alcun punto di vista. Doveva essere più ferma prima nel rassicurare la Russia circa la neutralità dell’Ucraina e il rispetto degli accordi di Minsk. Ora dovrebbe comunque allontanarsi dalla logica bellicista americana e da quella di ulteriori estensioni della Nato, e pensare a nuovi equilibri di pace in Europa, nel rispetto della sicurezza e indipendenza di tutti i Paesi. È molto difficile, ma all’Europa ci devono pensare gli europei, e la Russia fa parte dell’Europa. La Russia è il Paese aggressore, va bene; ma la pace si fa coi nemici. Sono orgoglioso di aver insegnato per alcuni anni il “realismo politico”, la scuola di relazioni internazionali a cui si rifanno i migliori studiosi internazionali critici dell’atteggiamento occidentale. Nel testo straniero che usavo (pubblicato dalla Bocconi), già vent’anni fa si avvertiva dei pericoli dell’allargamento della Nato a Est. Il prossimo anno lo adotterò di nuovo.
Di fronte alle rivendicazioni salariali che stanno crescendo in Italia (vedasi le recenti dichiarazioni del Segretario generale della Cgil Landini), non c’è il rischio di innescare la spirale prezzi-salari che potrebbe anche peggiorare il quadro?
In questa situazione credo che la Cgil farebbe bene a collegare la difesa dei livelli di vita dei lavoratori con il tema della guerra. Sono molto tiepido sull'”internazionalismo proletario”, i sindacati dei Paesi nordici non hanno mosso un dito a difesa dei lavoratori greci massacrati dalla Troika. Però la guerra, questa guerra, non è nell’interesse dei popoli, doveva e poteva essere evitata. Le sue conseguenze sui salari, sullo Stato sociale, sull’istruzione, sulle prospettive dei nostri giovani saranno devastanti. Il disastro ambientale ne verrà accelerato. Se non si reagisce ci attendono decenni di tensioni internazionali, se non peggio; un nuovo medioevo. Naturalmente sciagurata è l’opposizione del centrodestra a qualunque misura redistributiva basata sul riequilibrio del carico fiscale fra chi paga e chi non paga le tasse. La vicenda del catasto urbano è esemplare. Il paradosso italiano è che le ZTL che ci perderebbero votano a sinistra, e le periferie che ci guadagnerebbero votano per il centrodestra. Possibile che nessuno glielo spieghi?
Cosa pensa della decisione del Governo, sancita nel Def, di lasciare il deficit/Pil al 5,9% quest’anno e di tornare all’avanzo primario nel 2025?
Purtroppo se non si ferma questa guerra e si riafferma una volontà di pace, seppur difficilissima, i costi economici saranno tali da far tremare l’equilibrio finanziario del Paese e per molti anni. Senza un sostegno europeo, fiscale e monetario, sarà dura. Io spero che ci sia una rivolta popolare contro la guerra e i suoi costi sociali.
Se non potrà fare più deficit, e lo spread salirà, come farà l’Italia a sostenere l’economia? Dovrà fare ricorso al MES?
II ricorso al MES è stato sinora politicamente e socialmente improponibile, a meno di riforme alla Micossi, cioè trasformandolo in un’agenzia europea del debito. Nel quadro attuale l’armamentario europeo a fronte di un possibile crollo del debito pubblico italiano, cioè un balzo dei tassi di interesse a livelli insostenibili, è tuttavia ancora quello del “whatever it takes”: intervento della Bce e del MES a sostegno dei titoli italiani, e Memorandum of understanding, leggi Troika. Sarebbe un massacro sociale. In un clima di guerra tutto diventa tuttavia possibile.
Un’ultima cosa: si parla di un possibile ingresso di Christine Lagarde nel Governo francese in caso di vittoria di Macron alle presidenziali. Ci sarebbe da chiedersi in primo luogo, se questi rumors non segnalino una certa volontà a non vederla più alla guida della Bce, e, in secondo luogo, cosa accadrebbe nel caso effettivamente lasciasse il suo incarico: a quel punto la presidenza andrebbe verosimilmente a un tedesco...
Christine Lagarde ha perso la voce quando le è stato domandato in conferenza stampa... Mi sembrerebbe strano che Macron intenda rinunciare a una francese in una posizione chiave, con il possibile peggioramento degli equilibri nel Governing council della Bce, in fondo per assegnarle un ruolo che in Francia non è di spicco. Certo, ci mancherebbe un tedesco presidente della Bce... Francia e Germania pensino a garantire la pace in Europa sganciandosi dal treno americano. All’eventuale aggressività russa verso l’Europa ci possiamo pensare da soli.
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15/02/2022
Il triste anniversario di Maastricht
La flessibilità dei mercati e lo scioglimento dei lacci e lacciuoli sono stati gli strumenti giusti per la crescita economica dei Paesi europei? Il bilancio di tre decenni del Trattato di Maastricht e dei suoi precetti liberisti non è commendevole. E dovrebbe far riflettere tutti, specie a sinistra.
Lascio agli storici ricostruire le vicende internazionali e italiane che condussero alla ratifica del Trattato di Maastricht (1992). Vediamone qui qualche aspetto economico per giudicare se tale trattato abbia avuto o meno qualche senso.
Prima di Maastricht
Di un’unione monetaria europea si era discusso già dagli anni Cinquanta. L’analisi economica ne aveva però scoraggiata la creazione per il diverso grado di sviluppo e istituzioni dei Paesi europei. In particolare, la cosiddetta teoria delle aree valutarie ottimali aveva predetto una tendenza deflazionistica di tale unione. Infatti essa avrebbe con tutta probabilità condotto a squilibri commerciali fra i Paesi membri a vantaggio dei più competitivi. Robert Mundell, che di quella letteratura fu il fondatore, aveva in testa la Germania che già dal 1950 perseguiva con gusto surplus commerciali. Questa avrebbe certamente rifiutato di ridurre tali surplus espandendo la propria economia e accettando un’inflazione più alta al fine di importare di più dai partner. Il modello tedesco prevede infatti un’inflazione al di sotto di quella dei concorrenti e che siano questi ultimi a espandersi importando in tal modo di più e accrescendo la loro inflazione, ampliando così il loro gap competitivo con la Germania. Mundell predisse poi che non potendo gli altri Paesi conseguire disavanzi commerciali e indebitamento ad libitum, essi sarebbero stati alla fine costretti a deflazionare la propria economia a discapito di crescita e occupazione. Questo avrebbe avuto riflessi negativi sulla medesima Germania. Per carità, nei primi dieci anni dell’euro le cose sembrarono andare meglio, se non in Italia almeno in alcuni Paesi periferici come la Spagna. Ma era un’illusione dovuta a boom edilizi finanziati da prestiti esteri, foriera di una crisi finanziaria. Spiego subito perché.
All’epoca di Maastricht nessuno aveva previsto che, come sistematicamente accaduto nel passato in regimi di cambio fisso, anche l’euro avrebbe potuto generare un ciclo di indebitamento estero e boom edilizi nei Paesi periferici sfociando in una crisi finanziaria internazionale. La libertà di movimento dei capitali finanziari e la scomparsa del rischio di cambio fra i Paesi membri di un’unione monetaria costituiscono infatti l’humus ideale per i prestiti internazionali. Era stato così col Gold Standard, e con le politiche di parità fisse col dollaro di molte regioni emergenti culminate in numerose crisi negli anni Novanta. La convergenza dei tassi di interesse a lungo termine verso i più bassi livelli tedeschi fece il resto. Questa fu dovuta alla convinzione dei mercati che, in barba alla no bail out clause del Trattato di Maastricht, nessun Paese europeo sarebbe stato lasciato fallire, per cui tutti i titoli di Stato e bancari dell’unione monetaria erano da considerarsi ugualmente sicuri. Fu così che, alla stregua di un superbonus edilizio, i flussi di capitale dai Paesi “core” (Germania e satelliti) ai Paesi periferici (Spagna e i piccoli Paesi anni fa gentilmente definiti PIGS poi diventati, ahinoi, PIIGS) alimentarono in questi ultimi bolle edilizie, crescita dell’occupazione, importazioni da Paesi core e, dulcis in fundo, indebitamento estero.
L’austerità che seguì alla crisi dei PIGS non fu che la medicina necessaria a questi Paesi per ritornare a un avanzo delle partite correnti e restituire il debito. Fu così che l’Unione monetaria europea, dopo la sbornia, tornò alla deflazione prevista da Mundell. La Germania non soffrì più di tanto, c’era sempre la Cina ad assorbire le sue produzioni (mentre un euro sopravalutato sfavoriva le nostre). L’Italia non portava responsabilità per la crisi. Eppure l’austerità fiscale e l’ignavia della BCE, almeno sino alla presidenza Draghi, ci fecero pagare prezzi enormi e inutili di cui dovremmo chiedere il conto alla Germania, che nel frattempo si avvantaggiava delle nostre disgrazie (si legga Cesaratto, MicroMega, 3 dicembre 2021).
Se le discussioni degli anni Cinquanta/Sessanta gettarono un’ombra premonitrice sui possibili esiti deflazionistici di una unificazione monetaria europea, di moneta unica si riparlò di nuovo nel bel mezzo delle turbolenze monetarie degli anni Settanta. In quegli anni, tuttavia, gli ultimi vagiti della saggezza keynesiana suggerirono che all’unione monetaria dovesse essere affiancata un’unione fiscale (come nel famoso Rapporto MacDougall del 1977), un bilancio federale con funzione perequativa degli standard sociali, e per contrastare shock comuni (il ciclo economico) o asimmetrici che avessero colpito singoli Paesi. Un bilancio federale avrebbe avuto la funzione di allontanare lo spettro della deflazione pronosticato da Mundell.
Cambia il vento
I manipoli monetaristi guidati da Reagan e Thatcher spazzarono via tale ventata di buon senso. La politica fiscale fu bollata come inutile e inflazionistica. La politica monetaria inefficace per combattere la disoccupazione. Bene era rimettere il controllo della moneta a banchieri centrali indipendenti e col solo mandato della stabilità dei prezzi. La flessibilità dei mercati e lo scioglimento dei lacci e lacciuoli era la soluzione per crescita e occupazione. La versione nostrana della rivoluzione monetarista ebbe nell’adesione al Sistema Monetario Europea (SME) e nel “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro (oltre che nella sconfitta operaia alla Fiat) i propri momenti sublimi. A guidare tale cambio di regime furono gli Andreatta, i Ciampi e compagnia cantando. Il tentativo di infliggere il rigore fiscale necessario in un regime di cambi fissi a una politica che non ne voleva sentir parlare (siamo ai tempi del CAF), assieme alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, portarono al disastro dei conti pubblici (lo racconto con Gennaro Zezza). Tale disastro non fu tanto dovuto all’eccesso di spesa pubblica, quanto alla mancata lotta all’evasione fiscale e, soprattutto, agli elevati tassi di interesse dovuti all’accoppiata SME-divorzio cum liberalizzazione dei movimenti di capitale. Successivamente, con l’euro, un maggior rigore sui conti pubblici e la discesa dei tassi ci consentirono di ridurre il rapporto debito pubblico Pil dal 120 al 100% pre-crisi finanziaria – ma il disastro di SME-divorzio ce lo trasciniamo ancora dietro. Per tre decenni il prezzo della fatica di Sisifo di diminuire il rapporto debito pubblico/Pil è stata la stagnazione della produttività, la vera fonte di ricchezza materiale di un Paese. E per ridurre i tassi sul debito si sarebbero potuti evitare il divorzio, la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’erosione di competitività esterna prima con lo SME e poi con l’euro. Qualcuno paventa che senza la disciplina europea avremmo preso la strada della Turchia di Erdogan. Presumo che qualcosa di meglio il nostro Paese avrebbe potuto forse fare. Gli Andreatta, i Ciampi ecc. vollero mettere in sicurezza l’Italia nello SME e poi nell’euro. I risultati non sono commendevoli. Forse tutti dovremmo riflettere, specie a sinistra.
Maastricht no, a meno che...
Fatto sta che il Trattato di Maastricht ebbe un impianto liberista: nessuna politica fiscale federale; vincoli a quelle nazionali; politica monetaria con l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi. Questi precetti hanno senso? Uno sì, sebbene questo potrà sorprendere qualche mia lettrice: i vincoli alle finanze pubbliche nazionali. Politiche fiscali espansive implicano infatti che il Tesoro (l’organo di spesa del governo) sia affiancato da una banca centrale compiacente, che assicuri il valore nominale dei titoli pubblici fungendone da acquirente di ultima istanza, e anzi comprando titoli di Stato quando vuole diminuire il loro rendimento e l’onere per le casse pubbliche. In assenza di una banca centrale nazionale che affianchi il Tesoro la possibilità di spesa in disavanzo scompare, o è finanziariamente molto rischiosa se eccessiva o persistente. Negli Stati Uniti i singoli membri dell’Unione sono vincolati (de iure o de facto) al vincolo del pareggio, come del resto le regioni italiane col Patto di stabilità interno. Gli Stati Uniti tuttavia hanno un cospicuo bilancio federale, spalleggiato dalla banca centrale, che effettua trasferimenti fiscali perequativi fra gli Stati dell’Unione, e che si incarica di contrastare il ciclo economico (sul confronto Europa/USA si veda lo splendido paper di Barba e De Vivo). La Federal Reserve americana ha peraltro come obiettivi sia la stabilità dei prezzi che la piena occupazione. Quindi bene il patto di stabilità europeo, purché accompagnato da un significativo bilancio federale e una banca centrale col doppio obiettivo di prezzi e occupazione.
Ma l’America è lontana...
La differenza fra la governance economica americana e quella europea va spiegata politicamente: gli Stati Uniti sono una nazione caratterizzata da molte etnie ma che, grosso modo, si riconoscono in un’unica identità nazionale. Questo non accade in Europa dove l’identità europea è qualcosa di molto superficiale. Gli Stati Uniti sono dunque in grado di operare una condivisione delle risorse attraverso il bilancio federale; in Europa vi sono invece problemi a farlo persino all’interno dei singoli Paesi membri (fra Catalogna e Spagna, Fiandre e Vallonia, Germania dell’est e dell’ovest, nord e Mezzogiorno d’Italia e così via), figuriamoci fra Stati. Ad aggravare la situazione v’è l’orientamento mercantilista tedesco che vede nella stabilità monetaria la chiave, accanto alla qualità, della competitività dei beni che esporta, laddove le esportazioni sono il traino dell’economia di quel Paese. Questo comporta una certa ritrosia dell’establishment tedesco verso politiche fiscali e monetarie espansive, foriere di una più alta inflazione.
Si può fare di meglio?
Quello che potrebbe condurre l’Europa a una maggiore compattezza sono le minacce esterne, in particolare la sfida economica e tecnologica cinese. L’Europa sta rivelando la sua fragilità energetica, ma perché non impostare una politica più conciliante con la Russia preoccupata di vedere la Nato ai propri confini? Alla sfida cinese l’Europa dovrebbe rispondere con politiche industriali su scala europea, volte cioè anche a uno sviluppo armonico fra le diverse regioni. Risulterebbe esiziale per l’Europa lasciar ripiombare importanti Paesi membri in una inconcludente austerità fiscale, ciò che potrebbe riportare all’ordine del giorno la rottura dell’unione monetaria. Garanzie europee sui debiti nazionali vanno dunque assicurate sia attraverso la banca centrale che per mezzo di un’agenzia europea del debito. Un percorso va inoltre intrapreso verso un bilancio europeo in chiave sociale e di contrasto al ciclo economico. Certo, i Trattati sono difficili da mutare, ma all’obiettivo della stabilità dei prezzi della BCE va affiancato quello dell’occupazione. Il messaggio sociale europeo deve superare la vuota retorica di cui si sono nutriti sinora gli europeisti per concretizzarsi in obiettivi di perequazione nei diritti sociali. Purtroppo non sono obiettivi raggiungibili col richiamo alla solidarietà, com’è tipico dell’europeista retorico. Le minacce esterne possono costituire una molla all’azione comune, ma rischiano di sfociare nel tentativo di cavarsela ciascuno per proprio conto, di cui la Germania è campione nelle sue politiche di appeasement con Pechino volte a favorire i propri investimenti in Cina.
Fonte
08/02/2021
Next (de)Generation EU
Il cosiddetto Recovery Fund è il Convitato di pietra della crisi di governo, come scusa di litigio o oggetto di appetito politico. La sua importanza è solo relativa, date le sue ridotte dimensioni finanziarie, la sua tempistica inadeguata, l’impronta europea sui contenuti ben lontana da una organica politica industriale per il continente, i contenuti sociali sospesi fra ipocrisia, demagogia e velleità. Il Recovery Fund appare così inadeguato sia come sostegno alla domanda aggregata che alla capacità industriale italiana (ed europea). Avanzeremo qui alcune osservazioni sul documento del governo italiano (Piano di Ripresa e Resilienza dell’Italia, PNRR – 12 gennaio 2021) [1] ricordando che Il Piano dovrà essere presentato in via ufficiale entro il 30 aprile 2021.
1. Assenza di analisi a monte e a valle
I mali dell’economia italiana vengono da lontano.[2] Il miracolo economico degli anni cinquanta e sessanta non risolse le problematiche storiche del Paese: in senso spaziale essendo stato concentrato nel nord-ovest, con successive estensioni nel nord est e, temporaneamente, nella fascia nord adriatica; in senso occupazionale in quanto la limitata industrializzazione non ha assalito le sacche di disoccupazione meridionale, femminile, giovanile, e la sottoccupazione nel terziario parassitario; in senso tecnologico mancando negli anni settanta-ottanta il salto dalle produzioni meccaniche a quelle elettroniche; sul piano sociale facendo mancare un moderno riformismo verso le classi lavoratrici, a favore dell’inclusione clientelare. Dalla fine degli anni sessanta, il mancato riformismo e lo iato fra le aspettative di consumo e l’insufficienza della torta da spartire ha esacerbato il conflitto sociale fra capitale, lavoro e i topi nel formaggio, con una ricaduta su un uso inefficiente della spesa pubblica e la tolleranza dell’evasione fiscale.
Dalla fine degli anni settanta, la ricerca di una stabilizzazione di questo conflitto attraverso un regime di cambi fissi se ne ha, da un lato, determinato il relativo assopimento, ha dall’altro condotto all’esplosione del debito pubblico e alla rinuncia a un tasso di cambio competitivo. La perenne austerità fiscale dal 1992, oltre che al frettoloso smantellamento dell’industria pubblica, hanno completato l’opera sia dal lato della domanda aggregata, deprimendo investimenti e crescita della produttività, sia da quello dell’offerta con la rinuncia a una politica industriale pro-active (a fronte dell’incalzante concorrenza dai Paesi emergenti).[3]
Il Next Generation EU, o Recovery Fund (RF) come lo chiameremo qui viene ambiziosamente presentato come un’occasione di rigenerazione dell’intera economia italiana. A leggere il citato documento del governo (PNRR) la prima cosa che si nota è l’assenza di qualsivoglia analisi di cosa non ha funzionato negli scorsi decenni. Tranne alcuni – pochi – punti pregevoli, il documento è pieno di retorica, condita dal politically correct (inclusione sociale, problemi di genere e quant’altro) e privo di un disegno di ciò a cui il RF dovrebbe essere dedicato: un disegno di politica industriale (in senso ampio). Se risulta infatti da un lato chiaro che senza una ripresa della domanda interna ed europea, e un tasso di cambio dell’euro non penalizzante, non vi sarà ripresa degli investimenti, dall’altro è importante uno sforzo del Paese dal lato dell’offerta verso una modernizzazione industriale. (Ça va sans dire che quando parliamo di industria non ci riferiamo al solo manifatturiero, ma anche a servizi e settore primario, ma l’industria in senso stretto è comunque in cima alle filiere). Ma al riguardo il documento non solo non presenta alcuna analisi macroeconomica, ma neppure strutturale dell’economia italiana, sì da mostrane i punti di forza (da valorizzare) e di debolezza (da rimediare, se utile e possibile). Un tempo questa analisi sarebbe stata basata sulle tavole delle interdipendenze settoriali (o input-output), oppure su un’analisi della bilancia commerciale, oppure sarebbe servita per ricavarne spunti di programmazione. Forse si sarebbe pensato a progettare quali sarebbero stati i settori del futuro e dove il Paese avrebbe potuto valorizzare o recuperare prospettive di crescita. Nulla di tutto ciò è presente, c’è il vuoto.[4]
Temiamo che vi sia qui anche una gravissima responsabilità degli studi economici che, sparita la generazione dei grandi economisti del secondo dopoguerra, hanno perso gran parte di queste capacità analitiche e persino interesse per queste tematiche, nell’illusione che tutto il problema economico si risolva nel liberare le forze di mercato, quanto neppure il teorico dei lacci e lacciuoli si sarebbe probabilmente sognato di ritenere. Coerentemente, dagli anni ottanta la politica industriale ha rinunciato all’idea di politiche (verticali) pro-active di sviluppo di nuovi settori a favore di politiche (orizzontali) volte a creare un ambiente favorevole agli investimenti e che favorisca le imprese a seguire i loro istinti di mercato. Ma persino queste politiche, nell’impostazione europea fatta propria dal governo italiano, risultano aria fritta.
2. Ce lo chiede l’Europa
Potrebbe essere obiettato che il documento italiano si muove lungo le direttrici decise dagli accordi europei, e questo è vero (ma perché non ci si è opposti?). Come spiega un dossier del Parlamento italiano del 25 gennaio, per l’UE:
Il 21 dicembre 2020 la Commissione europea ha pubblicato dei modelli di orientamento settoriali, che potranno essere aggiornati, per assistere gli Stati membri nell’elaborazione dei Piani in conformità delle norme in materia di aiuti di Stato. Il piano dovrà in particolare: spiegare come rappresenti una risposta globale e adeguatamente equilibrata alla situazione economica e sociale dello Stato membro e dettagliare i progetti, le misure e le riforme previste nelle seguenti aree di intervento riconducibili a sei pilastri: 1) transizione verde; 2) trasformazione digitale; 3) crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, compresi coesione economica, occupazione, produttività, competitività, ricerca, sviluppo e innovazione e un mercato unico ben funzionante con PMI forti; 4) coesione sociale e territoriale; 5) salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, anche al fine di aumentare la capacità di reazione e la preparazione alle crisi; 6) politiche per la prossima generazione, infanzia e gioventù, incluse istruzione e competenze.[5]
Come si vede siamo in piena retorica, e comunque gli obiettivi di politica industriale ecologicamente sostenibile che dovrebbero essere centrali per l’Europa e i singoli Paesi sono confusi in mezzo a presunti obiettivi sociali. Questo suona molto ipocrita in quanto l‘UE non ha obiettivi sociali se non nella retorica, come si vede dall’assenza nei propri statuti degli obiettivi di piena occupazione e perequazione regionale nei diritti sociali, alla luce delle feroci politiche di austerità adottate nello scorso decennio in alcuni Paesi, e alla incessante richiesta di riforme del mercato del lavoro (volte a smantellare l’inclusione) che fa capolino anche in questo frangente.
Il progetto europeo è dunque ben lontano dal prefigurare una politica industriale europea e tanto meno dal suggerirne l’adozione a livello nazionale. Gli indirizzi suggeriti sono molto confusi tanto da poterli ritenere inutili dal lato della domanda aggregata e del sostegno sociale, too little e too late per essere efficaci; e inutili dal lato dell’offerta in quanto non si vede come questa possa accrescersi e modernizzarsi senza indirizzi ben precisi e finalizzati allo sviluppo industriale sostenibile e diffuso su tutti i territori dell’Unione. Ma, come mi ha fatto osservare Riccardo Achilli, a nessuno in Europa interessa che l’Italia torni a essere un competitor industriale pericoloso.
La velleità sostanziale del piano appare tanto più pericolosa in quanto alla sua implementazione si accompagnano minacce neppure tanto velate circa il rispetto atteso dei vincoli fiscali europei. Leggiamo al riguardo nel dossier parlamentare che l’UE impone ai piani nazionali la coerenza
con le sfide e le priorità specifiche per Paese individuate nel contesto del Semestre europeo, e segnatamente nelle raccomandazioni specifiche per Paese e nella raccomandazione del Consiglio sulla politica economica della zona Euro (per gli Stati membri la cui moneta è l’euro).
Precisando poi che:
Se, invece, la Commissione stabilisce che i target intermedi e finali non sono stati rispettati in modo soddisfacente, il pagamento di tutto o parte del contributo finanziario può essere sospeso. Lo Stato membro interessato può presentare le sue osservazioni entro un mese dalla comunicazione della valutazione della Commissione. Come già previsto nell’accordo raggiunto in sede di Consiglio europeo a luglio, l’accordo provvisorio disciplina misure per collegare il dispositivo a una sana governance macroeconomica (cd. Condizionalità macroeconomica). Tali meccanismi, che sono allineati alle norme comuni sui fondi strutturali, prevedono che la Commissione proponga al Consiglio una sospensione, totale o parziale, degli impegni o dei pagamenti qualora uno Stato non abbia adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo, a meno che non sia stato determinato da una grave recessione economica per l’Unione nel suo insieme.
Non entreremo qui nel merito del finanziamento del PNRR, che ha fonti aggiuntive rispetto al NGEU, né dell’impatto macroeconomico che sconta il fatto per cui una parte cospicua delle spese siano sostitutive e non aggiuntive di investimenti pubblici già previsti (il che ne limita drammaticamente l’impatto sulla domanda aggregata e da ultimo sugli investimenti privati).[6] Il box riporta informazioni tratte dal PNRR che possono essere utili al lettore per farsi un’idea.

Nel complesso si tratta di risorse molto limitate, spalmate su più anni e con effetti altrettanto limitati. Si ricorda naturalmente al lettore che la quota maggiore dei fondi europei di cui parliamo consiste di prestiti, per quanto a lungo termine.[8] Ci si domanda così se il Paese non si stia cacciando in una trappola non meno pericolosa di quella che molti paventano nei riguardi del MES, indebitandosi con l’Europa senza un uso efficace dei fondi. Ciò detto, crediamo che un Paese autorevole possa ben andare oltre la retorica pseudo-sociale europea e valorizzare queste risorse in un piano concreto volto a obiettivi industriali ecologicamente sostenibili, senza trascurare le ricadute sociali che un’industria moderna e competitiva può e deve avere.[9]
Anche in conseguenza dell’indirizzo europeo, non v’è dunque nel documento nessuna analisi puntuale dell’industria italiana mentre dilaga una retorica genericità. Naturalmente il disinteresse per l’industria avrà anche le sue ragioni clientelari più interessate ai sussidi a pioggia verso le proprie constituency. Questo interessa tuttavia i politologi, a noi il compito di esaminare con un maggiore dettaglio le proposte, o presunte tali.
3. Il piano, quale piano?
Seguendo pedissequamente le linee europee, il progetto governativo individua tre assi strategici – digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale – e tre priorità trasversali: donne, giovani, sud. Il documento si piega dunque alla vaghezza pseudo-sociale della Commissione europea senza andare ai problemi di fondo che riguardano la sopravvivenza economica del Paese (e della stessa Europa peraltro) in un mondo che ci sopravanza tecnologicamente, essendo stati sciaguratamente trascinati in un’unione monetaria che ci priva degli strumenti macro – dovendo noi confidare nella bontà della BCE per non schiantare – e anche microeconomici con i divieti a politiche industriali pro-active. A scanso di equivoci, l’inclusione sociale andrebbe urgentemente affrontata in sede europea discutendo senza retorica i problemi distributivi e la reintroduzione dei diritti nel mercato del lavoro, smantellati proprio col sostegno europeo. Obiettivi sociali come l’istruzione e la formazione, l’aumento dei tassi di attività femminili e giovanili anche attraverso una modernizzazione del mercato del lavoro e del collocamento sono fondamentali (anzi vere emergenze), ma andrebbero collocati nel PNRR in un’ottica funzionale allo sviluppo del Paese. Qui si fa l’Italia o si muore, verrebbe da dire. Andrebbe peraltro premessa un’analisi spassionata del perché istruzione scolastica, formazione professionale e collocamento funzionino male, e risulti da anni impossibile riformarli per responsabilità a cui nessuno nel Paese probabilmente sfugge.
Il progetto governativo individua sei obiettivi generali e 48 Linee di intervento. Gli obiettivi sono:
- Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura;
- Rivoluzione verde e transizione ecologica;
- Infrastrutture per una mobilità sostenibile;
- Istruzione e ricerca;
- Inclusione e coesione;
- Salute.
È subito evidente l’estraneità di molti di questi obiettivi alla politica industriale la quale ultima è dispersa qui è lì in un mix di obiettivi socio-ecologici ed economico-industriali.
4. I sei obiettivi, fra borghi storici, terzo settore e piste ciclabili
Il dettaglio dei sei obiettivi non è facile da sintetizzare data l’assenza di una chiave sistematico-industriale sostituita da una disordinata lista di obiettivi: dalle piste ciclabili, ai borghi storici, allo sport, alle immancabili periferie, alla prospettiva di genere e verde. I miei commenti non hanno più valore di quelli di Italia Viva.[10] D’altronde una ricognizione andava fatta, ma quello che conta di più è il giudizio di fondo offerto nelle conclusioni.
- Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura

Nulla da eccepire sull’obiettivo di accrescere l’efficienza della PA. Poco si dice su come si fa a cambiare mentalità a dirigenti e impiegati pubblici che provengono da culture e formazione poco sensibili all’efficienza (e spesso al dovere pubblico), e sull’ostacolo che il malaffare pone alla semplificazione delle procedure. Riformare i sedimenti culturali è difficile, c’è solo da sperare nell’immissione di nuove generazioni (in cui anche le mafie investono), tecnologie, formazione e semplificazione. Si rilevano le pagine e pagine dedicate alla riforma della giustizia che avrebbero trovato più degno posto altrove, quasi a testimoniare anche fra gli estensori del rapporto la prevalenza di un certo tipo di formazione.
Con riguardo al sistema produttivo, oltre alle lodi alle magnifiche sorti e progressive del 5G e tecnologie satellitari – di cui non si quantificano naturalmente né l’apporto dell’industria italiana alle tecnologie 4.0, né piani di sviluppo e import-substitution – si accenna anche allo sviluppo di “filiere” (p. 42 e p. 59) “al fine di migliorarne il posizionamento nelle catene del valore europee e globali e di ridurre la dipendenza da Paesi terzi” (p. 59). Addirittura si scende a definire un settore industriale specifico da sostenere: i microprocessori. Sforzo lodevole in un piano in cui il Made in Italy e i borghi storici costituiscono la frontiera tecnologica. Peccato che alle non meglio precisate filiere e ai chips vada la miseria, rispettivamente, di 2 e 0,75 miliardi.
Così non si parla di quali saranno i settori più promettenti del futuro, quelli dove il Paese non può rinunciare ad essere presente. Né si pensa a utilizzare quello che rimane dell’industria pubblica per impiegarlo a entrare in sinergia con eventuali risorse private e della ricerca pubblica, o con collaborazioni internazionali, in settori nuovi. Una nuova IRI, peraltro bandita dalla liberista Europa? Si può viaggiare più low profile, abilmente aggirando i veti europei, magari usando nomi alla moda come start up. Manca un collegamento con l’obiettivo 4 (Istruzione e ricerca). Sarebbe invece importante modulare settori tecnologici dove il Paese potrebbe avere capacità e necessità di entrare incentivando la formazione di imprese, e settori che è bene che la ricerca comunque presidi perché più proiettati nel futuro. E manca, non dovrei essere io a dirlo, una prospettiva europea, di sinergie con analoghe iniziative europee.[11]
E così nel capitolo sulla competitività della PA e del settore produttivo ci troviamo invece a parlare di turismo e cultura. Nulla di male se questo non fosse un bearsi sulle italiche “eccellenze” e invece fosse freddamente trattato come un settore specifico, e si fosse anzi ampliato il discorso su un’altra arretratezza italiana che è il settore dei servizi e del terziario (inclusi i professionisti). Ma meglio cullarci coi borghi storici e il parmigiano.[12]
2. Rivoluzione verde e transizione ecologica

Ce lo chiede l’Europa, ma soprattutto il futuro, di investire nel verde. Nel capitolo l’economia circolare e l’idrogeno la fanno da padroni, peccato però che al sostegno delle “filiere” dell’idrogeno e delle “rinnovabili” si destini la solita miseria, 2,36 miliardi (18,51 miliardi vanno al noto superbonus 110%). Manca il coordinamento con gli obiettivi 1 e 4 (dove si concentrano le misure più industriali). Soprattutto, come mi fa notare Aldo Barba, i finanziamenti per le rinnovabili sono stati spesso fonte di spreco e hanno alimentato comportamenti predatori in alcuni casi scandalosi. Il punto dietro tutto ciò è la fiducia fideistica nella politica industriale non attuata direttamente dall’impresa pubblica, ma da quella privata attraverso incentivi fiscali, appalti pubblici, finanziamenti agevolati, etc.
Ci sono poi risorse su mobilità sostenibile e sistemi idrici (incluso il dissesto idrogeologico). Tutto fondamentale, ma è la relazione con la crescita e l’indotto industriale nazionale che manca. Ma i contesti territoriali, se più efficienti, non possono che esser fattore positivo, per cui ben vengano.
3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile
Risorse impiegate nella Missione

La “mobilità sostenibile” ha anche un capitolo a sé, in gran parte coincidente con l’alta velocità e strade. Ben venga anche questa voce, specie in quanto i treni sappiamo fabbricarli (anche se abbiamo pericolosamente svenduto le fabbriche allo straniero). Forse si dovrebbe capire se le infrastrutture vanno dove c’è più probabilità di creare sviluppo. E un po’ di soldi vanno alla logistica (in particolare al sistema portuale), e ciò ben venga.
4. Istruzione e ricerca

Tutto ciò che si fa per istruzione e ricerca è ovviamente benvenuto. Ci sono in questa parte, naturalmente confuse in una sequela di provvedimenti, alcuni dei quali dovrebbero costituire la normalità e non l’intervento straordinario, misure interessanti volte ad esempio alla formazione accademica continua, e si presume obbligatoria per gli insegnanti di scuola, e sulla necessità di rafforzare i percorsi industriali e professionalizzanti; o iniziative per costituire ecosistemi innovativi a livello locale. Si parla al riguardo di finanziare “la creazione di 7 centri attivi in altrettanti domini tecnologici di frontiera attraverso il rafforzamento della dotazione di infrastrutture di ricerca e di personale altamente qualificato”.[13] Ci si domanda perché queste ultime iniziative non siano inserite in un più complessivo disegno di politica industriale che associ le vocazioni esistenti alla necessità di avviare settori e tecnologie nuove. Le risorse assegnate ai sistemi locali di ReS e ai centri di frontiera è naturalmente esiguo: 2, 9 miliardi.
5. Inclusione e coesione

Il Paese certamente necessiterebbe di politiche del lavoro degne di questo nome, volte alla formazione e aggiornamento. L’esperienza dei navigator (disoccupati poco qualificati temporaneamente posti a guidare loro colleghi a trovare quello che loro stesi erano incapaci di trovare) rende poco promettente l’impegno in questa direzione. Stante il fatto che i posti di lavoro non si creano con le politiche del lavoro ma solo col sostegno della domanda aggregata. Solo subordinatamente il mismatch territoriale e di qualificazione è infatti il problema, e comunque va anche affrontato assieme alla politica salariale e dei diritti rimuovendo gli ostacoli reddituali alla mobilità regionale. Formare i formatori e i collocatori è comunque un bottleneck, e senza un impegno della parte imprenditoriale in un sistema che si avvicini a quello tedesco poco c’è da sperare.
Sugli obiettivi relativi a famiglie, comunità e terzo settore e coesione territoriale mi taccio, in assenza di un collegamento ben chiaro con la competitività industriale, la sola a poter assicurare la loro realizzazione. Peraltro il problema demografico e quello del Mezzogiorno richiederebbero capitoli a parte.
6. Salute

Discorso analogo va fatto per la sanità che rientra in un quadro di politica industriale solo in connessione con l’indotto industriale, che nel Paese c’è e va sviluppato in relazione anche alle esigenze di modernizzazione sanitaria, ma di questo non v’è traccia nel documento. Un’Europa veramente solidale avrebbe prontamente predisposto l’emissione di eurobond a scopo sanitario senza le trappole fiscali del MES o del NGEU.
5. Considerazioni finali
La prima considerazione riguarda la filosofia di fondo del RF-NGEU-PNRR costruita attorno alla consueta visione degli interventi dal lato del potenziamento della competitività dell’offerta senza il necessario sostegno alla domanda aggregata.
La seconda considerazione è che anche solo misurandolo dal lato della supply side economics, il piano è troppo piccolo finanziariamente ed eccessivamente diversificato in miriadi di interventi diversi e slegati fra loro, frutto più dell’ascolto di specifiche lobby che di una logica di insieme, per cui anche sul piano del potenziamento della competitività esso è enormemente insufficiente. Salta infatti agli occhi la commistione nel PNRR di obiettivi sociali e industriali. Se l’UE intende perseguire obiettivi sociali, nel breve termine in relazione alla pandemia, e nel lungo termine come perequazione degli standard sociali, lo faccia con misure apposite che non sono l’indebitamento dei Paesi più bisognosi, bensì trasferimenti fiscali fra Paesi o l’emissione di eurobond. La solidarietà europea è al riguardo del tutto pelosa, come testimonia la mera esistenza del MES sanitario: come se il FMI si mettesse a elargire prestiti sanitari. Naturalmente i Paesi europei più benestanti non ne vogliono sapere, e a buon diritto perché la solidarietà non si impone, e presuppone sentimenti politico sociali che in Europa non esistono se non debolmente (l’Europa non è una nazione, gli Stati Uniti sono invece una nazione plurietnica). I fini sociali del MES o del NGEU subordinati a vincoli fiscali ineludibili assomigliano molto a una trappola: un invito a spendere per fare i conti dopo, demolendo magari ciò su cui si è investito. Per la parte di politica industriale la combinazione di sussidi e prestiti a lungo termine è invece più accettabile.
Tuttavia, la terza considerazione riguarda il disegno di politica industriale che è assente sia a livello europeo che nazionale. Riferendoci al PNRR, tale disegno è a dir poco vago attorno a obiettivi generici (digitale e verde), mentre i legami fra gli obiettivi e le ricadute sull’industria nazionale non sono precisati. In verità sarebbe poi opportuno parlare di obiettivi industriali europei invece che nazionali. Ma una politica industriale europea volta alla competitività nei mercati mondiali e alla diffusione dell’industria nell’insieme dell’Unione è assente, prevalendo anche in questo settore le convenienze nazionali (o franco-tedesche), pubbliche e private – su cui c’è poco da lamentarsi alla luce delle considerazioni di poco sopra.
Per quanto riguarda l’Italia, la cultura liberista dei partiti (di sinistra e di destra) e dei loro consiglieri economici ha fatto sì che il PNRR si appiattisca sull’agenda stilata dall’Europa, sicché invece di un piano industriale nazionale, anche basato sullo sviluppo di istruzione, tecnologia e ricerca e con importanti ricadute su territorio, si ha un coacervo di obiettivi spesso conditi di retorica pseudo-sociale. Assenti ogni analisi della storia economica recente, una fotografia della struttura industriale (in senso ampio) del Paese, e un’analisi dei cambiamenti strutturali in corso. Impensabile per questa cultura pensare a ciò che resta delle Partecipazioni Statali (che è di gran valore) come strumento manageriale e tecnico su cui far leva, in sinergia col settore privato, la ricerca pubblica e possibilmente partner stranieri per entrare in settori promettenti. [14]
Non abbiamo infine toccato il problema della governance del PNRR su cui ha fra gli altri molto richiamato l’attenzione Giorgio la Malfa.[15] La questione ci sembra che una direzione unitaria e coordinata del piano – La Malfa ha evocato la cassa per il Mezzogiorno – comporti che esso contenga obiettivi coerenti e verificabili e non una commistione di confusi obiettivi sociali e spesso generici obiettivi di natura più economica. Non si vuole qui recuperare una cultura del piano, ma qualche elemento di programmazione forse sì. Ma la battaglia contro il liberismo che alligna nella destra pseudo-populista come nella sinistra politically correct è ancora da iniziarsi.
Né ci si dovrebbe basare sul solo dirigismo. Come mi ha suggerito l’amico Giancarlo Bergamini, giustamente scettico che si riesca a fare in tre o quattro anni ciò che non siamo stati capaci di fare negli ultimi decenni (senza riflettere sul perché), importante sarebbe anche un approccio bottom up, partendo dal tessuto di buone pratiche presenti nel Paese: aziende digitalizzate (ce ne sono anche nel meridione) guidate da imprenditori dotati di visione; scuole capaci di rafforzare i percorsi industriali e professionalizzanti; amministrazioni pubbliche, tribunali compresi, efficienti. Questo presuppone un lavoro di ascolto – e insostituibile sarebbe il ruolo anche di Confindustria, che non è solo Carlo Bonomi, ma anche tanti bravi funzionari che conoscono bene la realtà dei loro associati. E non si dovrebbe far leva solo sui grandi gruppi industriali a partecipazione statale: ci sono settori interi costituiti da aziende di medie dimensioni che non hanno rapporti coi maggiori gruppi italiani (penso per esempio al distretto del biomedicale) e che avrebbero molto da dire su quali siano le esigenze di un’industria innovativa.
Riferimenti
S. Cesaratto,, G. Zezza, Farsi male da soli. Disciplina esterna, domanda aggregata e il declino economico italiano, L’industria, vol. 2, 2019, pp. 279-318, DOI: 10.1430/94135 (free download)
S. Cesaratto, Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), 2da edizione, Diarkos, Reggio Emilia, 2019 (versione inglese Heterodox Challenges in Economics – Theoretical Issues and the Crisis of the Eurozone, Springer, 2020, www.springer.com/gp/book/9783030544478).
A. Stirati (2020) Analisi macroeconomica, prospettive italiane e una valutazione di MES ‘pandemico’ e Recovery Fund, Economia & Politica
L. Tronti (2021), Sull’andamento degli investimenti in Italia nelle recenti decadi in una prospettiva comparata si veda Investimenti, profitti e ripresa: il problema italiano. Un’analisi di lungo periodo, gennaio, Economia & Politica
Ringraziamenti: Scagionandoli da ogni responsabilità, ringrazio Riccardo Achilli, Aldo Barba, Giancarlo Bergamini, Riccardo Pariboni, Massimo Pivetti, Antonella Stirati e Lanfranco Turci per consigli e incoraggiamento. Dai commenti dei primi tre ho attinto selvaggiamente, mentre Pariboni e Turci hanno un po’ frenato il mio impeto contro gli obiettivi sociali politically correct.
[1] http://www.governo.it/sites/new.governo.it/files/PNRR_2021_0.pdf
[2] Cesaratto 2019, cap. 5; Cesaratto & Zezza 2019
[3] Sull’andamento degli investimenti nelle decadi recenti in una prospettiva comparata si veda di Tronti (2021).
[4] Si ritrovano solo affermazioni spot come: “La scarsa propensione all’innovazione del sistema produttivo e il basso livello di digitalizzazione della nostra economia e della nostra Pubblica Amministrazione (PA) sono tra le cause principali dei deboli tassi di crescita economica del Paese, che a loro volta si riflettono nell’insufficiente tasso di occupazione femminile e giovanile e lo svantaggio dell’economia meridionale” (pp. 7-8). Oppure affermazioni piuttosto trite (su cui non manca però un’influenza delle analisi della banca d’Italia): “L’insoddisfacente crescita italiana è dovuta non solo alla debole dinamica degli investimenti, ma anche a fattori strutturali, quali la dinamica demografica declinante e il basso tasso di natalità, la ridotta dimensione media delle imprese e l’insufficiente competitività del sistema-Paese, il peso dell’elevato debito pubblico, una incompleta transizione verso un’economia basata sulla conoscenza” (p. 8).
[5] https://temi.camera.it/leg18/dossier/OCD18-14585/piano-nazionale-ripresa-e-resilienza-pnrr-proposta-del-governo-del-12-gennaio-2021.html
[6] Si veda Stirati (2020).
[7] Dal dossier del Parlamento evinciamo anche che: “Il contributo finanziario massimo per l’Italia, a titolo di sovvenzioni, ammonterebbe a circa 68,9 miliardi di euro, dei quali 47,93 miliardi da impegnare nel biennio 2021-2022 e i restanti 20,96 miliardi nel 2023. Tra le principali economie europee, le sovvenzioni sarebbero pari a: 25,62 miliardi di euro per la Germania; 39,38 miliardi di euro per la Francia; 69,53 miliardi di euro per la Spagna.” Da notare che uno dei parametri di assegnazione, il tasso di disoccupazione negli ultimi 5 anni, risulta penalizzante per l’Italia che l’ha più basso della Spagna pur con tassi di occupazione comparabili (la disoccupazione è più palese in Spagna che in Italia). Eppure in autunno cercammo con dei colleghi di allertare il ministro Gualtieri al riguardo.
[8] La Commissione europea raccoglie a sua volta i fondi emettendo titoli garantiti dal bilancio europeo.
[9] Dal dossier del Parlamento deduciamo tuttavia che la politica italiana non ha la seppur minima consapevolezza di queste problematiche: “Non trovano invece espresso riscontro nel Piano le indicazioni parlamentari relative, nel settore degli interventi per la giustizia, alla tutela delle detenute madri, alle misure alternative alla detenzione e al sostegno per le donne vittime di violenza”. Questo tanto per constatare il livello di degrado culturale della politica italiana, in questo caso si desume di “sinistra”.
[10]https://www.italiaviva.it/le_62_considerazioni_di_italia_viva_sulla_proposta_italiana_per_il_recovery_fund
[11] Un’eccezione al desolante chiacchiericcio sul RF è al riguardo Francesca Bria, Creare campioni nazionali per nuove filiere, Il Sole 24 Ore, 24 Gennaio 2021.
[12] Questo il tono, tanto per capirci: “’Caput Mundi’ e ‘Percorsi nella Storia’ per promuovere la capacità attrattiva turistica del Paese attraverso una fruizione sinergica e innovativa del Patrimonio e riqualificando i contesti, con forme di turismo ‘lento’ e sostenibile.” (p. 63).
[13] Centro Nazionale per l’intelligenza artificiale (l’Istituto avrà sede a Torino); Centro Nazionale di Alta Tecnologia ambiente ed energia; Centro Nazionale di Alta Tecnologia quantum computing; Centro Nazionale di Alta Tecnologia per l’Idrogeno; Centro Nazionale di Alta Tecnologia per il Biofarma; Centro Nazionale Agri-Tech (il Polo Agri-Tech avrà sede a Napoli); Centro Nazionale Fintech, (il Polo avrà sede a Milano). Si prevede che circa la metà degli investimenti saranno localizzati al Sud (è veramente necessario porre questo vincolo
[14] Abbiamo provato a sondare i punti di vista di CGIL (http://www.cgil.it/recovery-cgil-lavoro-sia-fulcro-di-tutti-gli-interventi/) e Confindustria ma abbiamo amaramente constatato come la prima spinga soprattutto per accentuare gli obiettivi sociali, mentre la seconda sembra in definitiva condividere l’impianto: “C’è solo un’allocazione delle risorse per macro-temi e l’individuazione degli obiettivi generali che s’intendono raggiungere, ma mancano i progetti con cui le risorse verranno spese e, per ciascuno di essi, gli strumenti, il cronoprogramma per la sua realizzazione, i costi e gli impatti su PIL e occupazione. In ogni caso, pur in assenza di una visione complessiva del Sistema Paese, nel Piano si ritrovano indirizzi e misure coerenti con le esigenze del tessuto produttivo, come il rafforzamento del Piano Transizione 4.0 e gli interventi in tema di Ricerca, Sviluppo e Innovazione” (https://www.confindustria.it/notizie/dettaglio-notizie/Audizione-Confindustria-sulla-proposta-di-PNRR-Piano-Nazionale-di-ripresa-e-resilienza).
[15] Si veda su: http://www.fulm.org/
04/09/2020
Da Sraffa al coronavirus (attraverso il Jobs Act): da Antonella Stirati un vademecum per la rifondazione della sinistra
Nonostante le idee eterodosse in economia e le critiche alle politiche di austerità che hanno dominato in Europa prima della disgraziata pandemia abbiano avuto una certa eco soprattutto sui social media e anche in alcuni volumi, più raro è stato il tentativo di spiegare a un pubblico più ampio il collegamento fra teorie e fatti nella scienza economica. Il bel volume di Antonella Stirati*, una delle più note economiste “eterodosse” italiane, contribuisce a colmare questo gap.
Non è un caso che la professoressa Stirati appartenga a una affermata e prestigiosa tradizione italiana e internazionale che si rifà a Sraffa e allo studio degli economisti classici. La cesura che tale scuola pone fra il pensiero degli economisti classici e la successiva impostazione marginalista o neoclassica è risultata spesso ostica a molti economisti pur simpatetici con punti di vista alternativi. Federico Caffè, ad esempio, non riusciva a comprendere la radicalità della critica sraffiana al marginalismo e continuava a vedere la disciplina economica come un corpo unitario, sebbene differenziato al suo interno, concedendo anche un grado di buona fede a buona parte se non a tutti gli economisti. Non era certo questo il giudizio di Marx, il maestro di ogni teoria critica. Questi fu tranchant con riguardo agli economisti borghesi post-ricardiani: pugilatori a pagamento a difesa degli interessi della società borghese (la buona fede importa poco, è il ruolo oggettivo che conta). Marx salva invece dall’accusa, com’è noto, gli economisti borghesi sino a Ricardo, quando ancora il dibattito economico non era condizionato dal dover difendere a tutti i costi la società borghese di fronte al nascente movimento operaio e socialista.
Il deragliamento della ricerca economica dalla scienza priva di condizionamenti politici si rafforzò quando Marx elaborò la propria critica al sistema capitalistico basandosi sui migliori risultati della scuola classica, in particolare dunque su quelli di Ricardo. Che non vi sia una distribuzione “naturale” del reddito ma che questa sia frutto del conflitto e dei rapporti di forza fra le classi sociali è l’elemento centrale della scuola classica, e poi di Marx e Sraffa, che Stirati fa propria. L’altro ceppo teorico che completa il quadro analitico di riferimento di Stirati è la teoria di Keynes secondo cui i livelli di produzione e la crescita sono principalmente spiegati dal lato della domanda aggregata.
Non casualmente Stirati incapsula alcuni fra i suoi più importanti scritti divulgativi dedicati alle vicende italiane dello scorso decennio, scritti che costituiscono il “core” del volume nella sua parte seconda, fra due sezioni che introducono il lettore al dibattito economico più recente (parte prima) e meno recente, ma non meno attuale (parte terza). La parte prima si incarica di spiegare i fondamenti nell’ambito dell’impostazione dominante delle interpretazioni più diffuse nei mass media circa le difficoltà dell’economia italiana e la governance economica dell’eurozona.
Le politiche monetarie e fiscali, la deregolamentazione dei mercati, e in Europa, la moneta unica sono tutte scelte politiche effettuate nell’intento di ridurre il potere contrattuale dei lavoratori attraverso l’aumento della disoccupazione e lo smantellamento dei diritti. L’esito è stato una crescita abnorme della diseguaglianza e, in Italia, il crollo della crescita del PIL e della produttività – un fatto da spiegarsi, secondo Stirati, prevalentemente dal “lato della domanda”, come un risultato delle politiche di bilancio pubblico, restrittive dal principio degli anni novanta, che hanno scoraggiato gli investimenti delle imprese, ma anche della deregolamentazione del mercato del lavoro e delle privatizzazioni.
Alcuni fra gli aspetti più rilevanti e essenziali per capire il presente sono discussi nella seconda parte del volume. Due temi emergono in particolare: quello del mercato del lavoro e dei cambiamenti nella distribuzione del reddito in Italia (Lavoro e salari è del resto il titolo del libro), e quello delle politiche macroeconomiche che il paese ha adottato piegandosi alle prescrizioni europee. La narrazione permette di ricostruire con dovizia di dati e richiami al dibattito di politica economica le vicende dello scorso decennio sino alla crisi dovuta alla pandemia che Stirati affronta nel capitolo 23.
La parte terza è infine un piccolo compendio di storia del pensiero economico incentrato sulle teorie dell’occupazione che permette al lettore sia di ripercorrere le vicende teoriche accennate all’inizio della presente recensione, che i loro sviluppi più recenti in relazione alla crisi. Questi capitoli danno modo a Stirati di argomentare a fondo le ragioni analitiche che la portano a rifiutare l’impostazione dominante a favore della teoria classico-keynesiana.
Antonella Stirati, professore ordinario alla Università di Roma 3, scrisse la sua tesi di laurea a Siena, una facoltà di economia allora molto vivace e pluralista, sotto la guida di Alessandro Vercelli. La tesi era dedicata al mercato del lavoro femminile. Ha poi proseguito i suoi studi all’estero, ma in seguito a luoghi apparentemente più prestigiosi per scrivere la tesi di dottorato – come l’Università europea di Fiesole – ha preferito la guida di Pierangelo Garegnani allora alla Sapienza di Roma. La tesi, dedicata alla teoria dei salari negli economisti classici e in Marx, è stata pubblicata in italiano e inglese ed è assolutamente consigliabile a chi voglia approfondire queste tematiche. Una sintesi, in un certo senso, dello studio iniziale del mercato del lavoro femminile e dell’impegno femminista con il successivo studio dei classici e di Marx, è in un bel capitolo del presente volume dedicato a un libro di Aleksandra Kollontaj, l’eroina della rivoluzione bolscevica. Scrive Antonella Stirati:
“Un elemento che colpisce è l’assenza in questo scritto della Kollontaj di ogni riferimento all’esistenza di un conflitto di genere indipendente dalle condizioni materiali di vita nella società capitalistica. ...L’autrice si mostra... sempre fiduciosa che mutate condizioni – in cui le donne avessero accesso al lavoro, a servizi pubblici e a un sostegno per la maternità, a cultura e relazioni sociali – avrebbero potuto portare di per sé a un superamento del conflitto di genere. Il contributo di riflessioni del femminismo moderno porta, io credo con ragione, a dubitare di questo”.
Tuttavia, precisa, va riconsiderata “con attenzione una lezione importante del femminismo marxista, che è estremamente chiara negli scritti e nell’attività politica della Kollontaj, e cioè che i cambiamenti nelle condizioni materiali dell’esistenza costituiscono una premessa comunque necessaria alla libertà delle donne (come degli individui in generale)”. In sintesi
“l’attenzione alla concretezza della vita quotidiana e dei suoi bisogni dovrebbe essere denominatore comune tra chi parla il linguaggio delle libertà, dei diritti, della qualità della vita e delle relazioni, e chi quello del conflitto di classe o dell’economia, e che essa dovrebbe costituire il ponte tra istanze di cambiamento culturale e sociale profonde e obiettivi concreti e immediati dell’azione politica. Una capacità che ha caratterizzato, ad esempio, i momenti migliori dell’esperienza del movimento delle donne negli anni Settanta”.
Queste parole potrebbero essere poste alla base anche di una possibile rifondazione della sinistra che coniughi idealità e concretezza dell’azione politica. In questo senso il volume si rivolge proprio al popolo che questa rifondazione dovrebbe animare, donne e uomini liberi, lavoratori e sindacalisti, studiosi e giornalisti consapevoli, studenti di ogni disciplina sociale (e non solo) che intendano liberarsi dal conformismo dell’insegnamento standard dell’economia e pensare con la testa propria. Una ricca bibliografia agevola e stimola ulteriori approfondimenti.
* Antonella Stirati, Lavoro e salari – Un punto di vista alternativo sulla crisi, L’asino d’oro edizioni, Roma 2020, 279 pagine, 18 €.
Fonte
12/11/2018
E’ il tasso di interesse, bellezza!
Nel pieno della polemica di queste settimane, il commissario europeo Pierre Moscovici ha affermato: “Una manovra che aumenta il debito pubblico che è già al 132%, il cui rimborso annuale ammonta a 65 miliardi l’equivalente del bilancio per l’istruzione, e che pesa per 1.000 euro a italiano, non è bene per il popolo. È il popolo che paga ed è il popolo che rimborsa. Sono i più vulnerabili” (La Repubblica, 26 ottobre 2018). La ricetta di Moscovici, presentata come puro buon senso dalla maggior parte degli opinionisti, consisterebbe nell’abbattere il debito pubblico per abbattere la mole di interessi. O viceversa? Due cose, oltre a tasse e funerale, sono certe: le manovre di abbattimento del rapporto fra debito pubblico e PIL sono una fatica di Sisifo, in quanto spesso deprimono il denominatore più che il numeratore. La spesa per interessi non è una “variabile indipendente”, un fattore ineluttabile: i tassi di interesse li fanno le banche centrali e non i mercati, a meno che questi vengano lasciati operare liberamente.
Un altro commentatore, Carlo Bastasin (2018), nel passato spesso molto lucido, ha scritto che alla tesi che l’austerità sia stata responsabile dell’“aumento di circa 33 punti percentuali del debito pubblico tra il 2008 e il 2016, non corrisponde a un’analisi appena approfondita. Sono sufficienti pochi calcoli per verificare che l’aumento del debito è in larghissima parte attribuibile all’incremento della spesa per interessi sul debito stesso. Altri fattori più tecnici (tra cui quasi 4 punti di Pil in aiuti italiani ai Paesi europei in difficoltà) possono aver contribuito, ma è stata la tensione sui tassi d’interesse, causata soprattutto dall’incertezza sulla permanenza dell’Italia nell’euro, a far esplodere il debito”.
Più che con elevatezza del debito, Bastasin sembra prendersela con il timore di una Italexit. Ma il timore dell’Italexit dipende proprio dall’aumento dei tassi, gli spread ormai ben noti anche alla casalinga di Voghera: una volta superata una qualche soglia fatidica – i “pundit” dell’economia nel 2012 parlavano di un rendimento sui decennali al 7% – per un Paese non ha più senso ricorrere ai mercati, ma la solvibilità e la possibilità materiale di pagare stipendi e pensioni potranno essere garantite solo riappropriandosi della stampa della propria moneta. Insomma è tutta, e forse solo, una questione di tassi di interesse – e così è sempre stato, sin dall’origine dell’elevato debito pubblico italiano. Prendendo spunto da Iero (2018a), nell’esercizio che segue quantifichiamo il peso che ha avuto la spesa per interessi rispetto ad altri fattori nello spiegare l’andamento del rapporto debito pubblico e PIL negli scorsi decenni. Ci domanderemo poi se tutto questo è stato il risultato di circostanze ineluttabili, o se l’abnorme peso della spesa per interessi non sia stato il risultato di scelte deliberate o supinamente accettate e condivise.
It’s the interest rate, stupid
Abbiamo allo scopo periodicizzato gli scorsi decenni a seconda del regime di politica economica (Cesaratto 2018; Cesaratto e Zezza 2018a/b). La tabella 1 riporta la sintesi dei vari contributi alla dinamica del rapporto debito pubblico/PIL per ogni periodo e il loro totale nel periodo 1980-2017. I numeri esprimono l’aumento (segno positivo) o la diminuzione (segno negativo) del rapporto attribuibile ad ogni variabile nel periodo specificato (l’ultima riga non è altro che il totale di colonna). La tabella 2 esprime la media annua in ciascun periodo (elemento utile in quanto i periodi non contengono il medesimo numero di anni). Per metodologia e fonti rimandiamo a Iero (2018a).
Cominciamo col guardare ai totali, all’ultima riga di Tabella 1, anche per capire come “gira” la tabella. I fattori col segno più hanno contribuito ad accrescere il rapporto debito/PIL, quelli col segno meno a diminuirlo. La somma algebrica di ciascuna riga dà la variazione del rapporto tra debito pubblico e PIL nel periodo riportata nell’ultima colonna.
Fra il 1980 e il 2017 il debito pubblico, in termini di peso sul PIL, è aumentato di poco meno del 76%. Questo è il risultato esclusivo (e impressionante) del contributo della spesa per interessi, pari a 275 punti (ossia, 7,24 punti di media annua). Tutti gli altri fattori hanno, nel complesso, “remato a favore”. In particolare, il saldo primario, ossia la differenza fra entrate fiscali e spese pubbliche (al netto della spesa per interessi) evidenzia un piccolo saldo negativo (-7,76): questo significa che nei quasi quattro decenni esaminati gli italiani hanno ricevuto in beni e servizi meno di quanto abbiano versato in tasse. Politicamente, a fronte delle continue accuse dal Nord d’Europa, questo è un fatto non trascurabile. Semmai è il contributo italiano al salvataggio delle banche tedesche e francesi (versamenti ai fondi europei ESFS e ESM) che ha remato contro (chi legge sarà ben consapevole di come il salvataggio della Grecia fosse un salvataggio delle banche tedesche e francesi creditrici verso quel Paese). Le privatizzazioni hanno avuto un ruolo secondario nell’alleviare il rapporto debito/PIL (-11,80 punti), il che suona desolante a fronte della demolizione dell’apparato industriale italiano che esse comportarono. La crescita reale del PIL (che aumenta il denominatore del rapporto debito /PIL) e, soprattutto, l’inflazione (deflatore PIL) sono stati fattori che hanno contribuito ad alleviare il rapporto. L’aumento del denominatore (il PIL nominale) determinato dall’inflazione contribuisce a contenere il valore del rapporto (debito / PIL, appunto) o, detto in altri termini, un elevato deflattore del PIL riduce i tassi reali pagati sui titoli del debito sovrano, come evidenziato nella Figura 1.
Ma andiamo ora a una sintetica analisi per periodi (Cesaratto e Zezza 2018b per una ricostruzione storico-economica più puntuale).
1980-1992 Il “nuovo regime”
Il “nuovo regime” è quello che, dietro l’ispirazione di Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi e altri padri della Patria, si affermò in Italia dal 1979 attraverso l’adesione allo SME e il “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia. Il “vecchio regime” era caratterizzato da elevata conflittualità, inflazione, svalutazione della lira, espansione della spesa pubblica. Tuttavia, una politica monetaria accomodante consentiva allo Stato italiano di operare con tassi di interesse reali negativi, per cui il rapporto debito pubblico/PIL cresceva in maniera contenuta. Era la via italiana per gestire il conflitto distributivo, la cui vittima era la stabilità dei prezzi. Nel nuovo regime, per contro, la politica monetaria e quella del cambio si distaccarono da quella fiscale, le prime due puntando alla stabilità dei prezzi e la terza a crescita e occupazione, ciascuna andando per proprio conto. I “famigerati” governi dell’epoca del CAF (Craxi, Andreotti e Forlani) non rinunciarono, infatti, alla crescita e all’occupazione, sostenendole con una fiscal stance espansiva, tanto più che la perdita di competitività esterna che seguì allo SME deprimeva la domanda estera. L’elevata spesa per interessi di quell’epoca rifletteva sia gli alti tassi internazionali, che la necessità di attirare capitali a fronte dei disavanzi esterni. Interessi passivi e saldo primario agivano così da fattori negativi sul rapporto debito/PIL, mentre lo alleviavano, ma non a sufficienza, la crescita e, soprattutto, l’inflazione. La vittima del nuovo regime fu così proprio il debito pubblico che crebbe, in rapporto al PIL, del 45,4% (24,27+21.15 come si evince dall’ultima colonna di Tabella 1), ad un ritmo annuo di 3,49 punti.
La grande svalutazione
Nel 1992 il Paese esce dallo SME, ma nonostante questo porti al riaggiustamento degli squilibri esterni, in soli tre anni il rapporto debito PIL cresce del 15,6% (5,2% annuo). Questo nonostante già dal 1992 il Paese cominci ad inanellare una serie pressoché continua di avanzi primari – come si vede dalla seconda colonna che a partire dal 1993 presenta un segno negativo (contributo alla diminuzione del rapporto debito/PIL). La questione è che gli alti tassi di interesse internazionali, la liberalizzazione del movimenti di capitale completata nel 1990, la necessità di stabilizzare la lira per rientrare nello SME – come richiesto dal Trattato di Maastricht – resero la spesa per interessi ancora più esosa, per ben 12 punti annui (tabella 2), il massimo storico. I tassi di interesse reali presentano infatti un picco storico in quel periodo (Figura 1).
Verso e nell’euro
I periodi di transizione verso l’euro (1996-1998) e dell’euro pre-crisi (1999-2007) hanno caratteristiche simili: il peso degli interessi passivi diminuisce mentre lo sforzo fiscale continua, in maniera più spiccata nella transizione (-5,4 annuo nel periodo 1996-98). Prosegue la diminuzione del contributo dell’inflazione alla diminuzione del rapporto, già iniziata nei periodi precedenti. Il contributo delle privatizzazioni a migliorare il rapporto è maggiore che in altri periodi, ma pur sempre irrilevante rispetto agli altri fattori, sì da confermare quanto suggerito sopra, che il prezzo in termini di autonomia industriale del Paese è stato probabilmente ben più alto degli effetti modesti sulle finanze pubbliche.
Crisi e debole ripresa
Durante gli anni della crisi (2008-2014), il contributo degli interessi passivi diminuisce ancora, ma questo non è sufficiente a compensare il peggioramento del saldo primario e, soprattutto, il contributo per la prima volta peggiorativo della crescita del PIL, risultato evidente di una fiscal stance restrittiva che si riflette anche nel proseguimento della discesa del contributo positivo della dinamica dei prezzi. (Naturalmente l’orientamento della politica fiscale non è il solo determinante della crescita e del tasso di inflazione, il ciclo internazionale ed i prezzi di materie prime ed energetiche sono per esempio altri fattori).
La debole ripresa (2015-2017) vede la stabilizzazione del rapporto debito/PIL (-0,79, equivalente ad un -0,26 annuo) dovuto a una ulteriore discesa dei tassi (probabilmente anche legata agli effetti del “quantitative easing” lanciato dalla Banca Centrale Europea nei primi mesi del 2015) e a un saldo primario moderato, tale da non scoraggiare troppo la crescita, il cui contributo torna positivo.
Conclusioni: Il tasso di interesse è una “variabile indipendente”?
Alla luce di quanto illustrato, la questione del debito pubblico sembra soprattutto una questione di tassi di interesse (per un’analisi storica v. Reinhart e Sbrancia 2011). Contrariamente, tuttavia, a quanto sostenuto da Moscovici, non è sul debito che si deve agire per diminuire la spesa per interessi, poiché in tal modo si deprime l’economia rendendo vani gli sforzi di aggiustamento, ma sui tassi di interesse. Come si vede nella Figura 1, gli sforzi in questa direzione in anni recenti non sono stati affatto sufficienti, anzi. Nel frangente corrente, i tassi di interesse nominali stanno di nuovo, drammaticamente, aumentando. Che fare, dunque?
Non possiamo non concordare con Giorgio La Malfa (Il Mattino, 29 ottobre 2018) – una voce autorevole non pregiudizialmente avversa ad una rottura della politica impostata dai precedenti governi, come noi del resto – quando afferma che la strategia impostata da questo governo è stata piuttosto scomposta sin dal principio. Come nella classica tempesta nella tazzina da tè, i soli confusi annunci di magnificenti piani di spesa sono stati sufficienti a gettare scompiglio nei mercati dei nostri titoli di Stato (La voce 23 ottobre 2018) senza che nulla di operativo sia stato intrapreso. Eppure, sottolinea La Malfa, di ragioni da vendere in Europa ce ne sarebbero in abbondanza (v. anche Alessandro Penati, Sole-24 Ore 2 novembre 2018): il fallimento sfacciato delle politiche di austerità; un pluridecennale rigore fiscale ineguagliato persino dalla Germania (Figura 2), che stoppa ogni obiezione di possibile moral hazard italiano (1); la solidità dei conti con l’estero; un’entità della manovra che non giustifica le scomposte reazioni europee.
Proprio per questo è sciocco rispondere alle obiezioni europee, come hanno rispettivamente e ripetutamente fatto i due leader maximi, con slogan banali come “noi tireremo diritto” o che “sono impegni presi con gli elettori”, nella peggiore accezione del populismo. Inoltre i contenuti della manovra sono da un lato discutibili da svariati punti di vista e con un impatto di stimolo della domanda aggregata poco attendibile, tanto per i contenuti delle misure, quanto per i tempi di attuazione – che nel cosiddetto “reddito di cittadinanza” non possono che essere lunghi – tant’è che, di necessità virtù, su questo allungamento dei tempi probabilmente si giocherà la trattativa con l’Europa (2). Misure più volte agli investimenti, piccoli e grandi, sarebbero state più presentabili in Europa e, almeno in parte, avrebbero prodotto effetti più certi. Rebus sic stantibus, il rischio per governo e Paese è di andare a sbattere: da un lato la congiuntura internazionale e le aspettative non aiutano, dall’altro le misure hanno effetti incerti mentre gli spread sono aumentati. Non abbiamo particolari simpatie intellettuali per il governatore Visco, ma i suoi allarmi non appaiono immotivati. (3)
E se una trattativa ci dovrà essere con l’Europa, il governo dovrebbe su questo avere le idee più chiare. Dato che una marcia indietro sarà nei fatti (con la menzionata dilazione dei tempi delle misure), tanto vale utilizzarla per ripensare i contenuti della manovra e indirizzarli verso investimenti e supporto dell’economia reale (4). Nessuna crescita sostenibile è peraltro pensabile senza che una politica dell’offerta accompagni il sostegno alla domanda aggregata. Ma il governo italiano dovrebbe anche aver chiaro cosa vuole in cambio. La risposta non può che essere una riduzione drastica dei tassi di interesse sul debito italiano, da sempre, come sopra illustrato, la variabile chiave della sua dinamica.
Al riguardo, il ministro Paolo Savona nel documento inviato qualche settimana fa a Bruxelles (Politeia 2018) ha indicato come possibile e necessario un intervento selettivo della BCE a favore dei titoli di Stato italiani. Si è obiettato che la BCE non ha questa facoltà. È stato spiacevole ascoltare il Presidente della BCE Draghi, nella sua ultima conferenza stampa, affermare sconsolatamente che i tassi di interesse di mercato sono una variabile indipendente su cui la banca centrale può poco – salvo smentirsi poco dopo ricordando l’esistenza di quello che nel 2012 fu definito il big bazooka, ovvero l’acquisto illimitato di titoli di Stato da parte della BCE nel caso di un Paese sull’orlo del default. Certo, questa operazione denominata OMT (Outright Monetary Transactions) è subordinata alla firma da parte del Paese di un memorandum fiscale stile greco. Ma intanto si ammette che se la BCE volesse, ben potrebbe farlo (e, com’è noto, nell’estate del 2012 bastò l’annuncio di questa possibilità a cominciare a chetare le acque) (5). Né è un’obiezione sostenibile che quando la BCE cominciò effettivamente ad acquistare titoli di Stato – col famoso quantitative easing – lo ha dovuto fare in proporzione alla partecipazione dei Paesi al capitale della BCE (che riflette grosso modo il loro peso demo-economico).
Infatti, fra il 2010 e il 2012 la BCE adottò il cosiddetto “Security Market Programme” (SMP) che comportò l’acquisto mirato di titoli di Stato dei Paesi della periferia europea per circa 220 miliardi (di cui un centinaio italiani). La misura ebbe scarso effetto perché timida e mal comunicata ai mercati, ma è lì a testimoniare che le scelte sono politiche non tecniche. E una “copertura” tecnica la si trova sempre. Nel caso del SMP la BCE non si giustificò affermando di voler sostenere i titoli di Stato di alcuni Paesi, ma di voler adempiere al proprio mandato di assicurare la “trasmissione della politica monetaria”, come documentato dalla medesima BCE (2012), ovvero che il costo del credito non sia troppo squilibrato nelle diverse giurisdizioni dell’eurozona. La lettrice non si spaventi, un bambino sveglio lo può capire, lo spieghiamo in nota (6). E come nel 2012, alla BCE magari “basta la parola” (come nella famosa pubblicità di un lassativo).
Più volte si è sottolineato come l’Italia, pur senza negare le sue mille fragilità, sia ancora un Paese solido, per esempio senza un rilevante debito estero netto, a differenza di Francia e Spagna (rispettivamente, in peso su PIL, -3,4%, -19,1%, -82,4%) (7). Non v’è dunque motivo perché i tassi sui titoli pubblici italiani non siano a livello francese (che hanno una trentina di punti di spread rispetto a quelli tedeschi), offrendo uno spazio più ampio per un sostegno fiscale della domanda interna – assicurando al contempo la stabilizzazione e persino una lenta riduzione del rapporto debito/PIL (Cesaratto e Zezza 2018 a/b). Serve un nuovo patto di fiducia fra Italia ed Europa, e questo non può che consistere in un rispetto (ragionevole e non “stupido”) delle regole di bilancio in cambio di un impegno chiaro (“ma di’ soltanto una parola...”) delle istituzioni europee alla credibilità delle finanze pubbliche italiane.
Sia ben chiaro, con questo si rischia di tornare al periodo 1999-2007 in cui ai bassi tassi si accompagnava un orientamento fiscale restrittivo e una conseguente crescita anemica (seppur positiva). Può tuttavia ora aiutare il livello storicamente molto basso dei tassi di interesse. Un’obiezione è qui che tali tassi potrebbero nel lungo periodo non essere convenienti per l’economia tedesca: ma le regole del gioco di un’unione monetaria sostenibile sono che la politica economica sostenga i Paesi più deboli, di nuovo una scelta politica (Cesaratto 2018). Certo, in teoria, una limitata svalutazione di una redenta moneta nazionale aiuterebbe una robusta ripresa della nostra economia, permettendoci di recuperare i gap di competitività di costo accumulati negli anni dell’euro (Iero 2018b). Messa da parte questa scelta, per svariate ragioni, tra cui le incertezze finanziarie che implica, c’è una ragione di più per una spesa indirizzata a rafforzare al contempo domanda aggregata e apparato produttivo.
Riferimenti bibliografici
Bastasin, C. (2018) Narrazione sul debito, realtà e politica di alleanze europee, Il Sole-24 Ore, 26 ottobre.
Cesaratto, S. (2018), Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia
Cesaratto, S. & G. Zezza (2018) What went wrong with Italy, and what the country should now fight for in Europe, FMM Working Paper, Nr. 37,
Cesaratto e Zezza 2018b Farsi male da soli: disciplina esterna, domanda aggregata e il declino economico italiano, Giornate dell’economia Marcello de Cecco, Lanciano, 28-30 settembre 2018, in corso di pubblicazione su un numero speciale de L’industria.
Eser, F. et al. (2012) The Use of the Eurosystem’s Monetary Policy Instruments and Operational Framework since 2009, ECB Occasional paper no. 135,
Iero, A. (2018a), Debito pubblico, una questione di interessi, 11 aprile 2018
Iero, A. (2018b), Un altro spread: competitività e inflazione, 22 ottobre 2018
Giannetto, C., Lisciandro, M. e LSala, L. (2018) Lo spread colpisce ancora: ma è un nuovo 2011? La voce 23.10.18
La Repubblica (26 ottobre 2018)
Lenzi, F. (2018) Ci sono limiti al debito pubblico? (e come provare ad abbassarlo), Econopoly, 24 aprile,
Politeia (2018)
Reinhart, C.M. e Sbrancia, M.B. (2011) The liquidation of government debt, NBER, Working Paper 16893
Note
1. Per “moral hazard” si intende un comportamento opportunista per cui, nella fattispecie, un sostegno europeo alla sostenibilità delle finanze pubbliche italiane si tradurrebbe in un presunto ulteriore lassismo di bilancio.
2. Il ministro del Tesoro Tria ha alluso a questo: “A rendere «sostenibile» il disavanzo, conferma il testo bollinato della manovra inviato ieri al Quirinale, c’è il fatto che i due fondi destinati a reddito di cittadinanza e pensioni sono tetti di spesa che non possono essere superati, ma possono essere non raggiunti destinando ad altro le «eventuali economie».” (Sole-24 Ore 1 novembre 2018)
3. “Il rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato si riflette negativamente anche sul bilancio pubblico. Qualora non venisse riassorbito, l’incremento fin qui registrato provocherebbe, già dal prossimo anno, maggiori spese per interessi per circa 0,3 punti percentuali del prodotto (oltre 5 miliardi). L’aggravio salirebbe a mezzo punto nel 2020 e a 0,7 punti nel 2021. Ciò accrescerebbe l’avanzo primario necessario anche solo a stabilizzare il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo.” (intervento alla Giornata del risparmio, 31 ottobre 2018)
4. Per esempio il sostegno alle imprese del settore areo-spaziale sembrerebbe penalizzato da questa finanziaria.
5. Dispiace che Econopoly ospiti articoli dilettanteschi, che non vale neppure la pena citare, che affermano il contrario. Ragionevole alla luce di quanto da noi sostenuto è invece Lenzi (2018).
6. La BCE svolge la propria politica monetaria manovrando i tassi di interesse a brevissimo termine. Ciò facendo cerca di orientare i tassi a più lungo termine, quelli rilevanti per il credito a famiglie e imprese e dunque per l’attività economica. Tale “trasmissione della politica monetaria” deve essere, per definizione, egualmente efficace in tutta l’eurozona. I tassi che famiglie e imprese pagano in ciascuna giurisdizione dell’eurozona è però condizionata anche dai tassi di interesse sui titoli di Stato a lungo termine. Una efficace trasmissione della politica monetaria può dunque implicare un intervento sui titoli di Stato. Un documento della BCE che i miei studenti stanno esaminando in questi giorni spiega in questi termini, per esempio, le circostanze che diedero avvio al SMP nel 2010: “Il malfunzionamento di certi mercati di titoli sovrani, in particolare in Grecia, Portogallo e Irlanda, che soffrivano di illiquidità fu ritenuto minaccioso per la trasmissione della politica monetaria. In risposta a ciò, fu introdotto il Security Market Programme. All’interno di questo programma vengono acquistati alcuni strumenti del debito dell’area euro allo scopo di mitigare gli impedimenti al meccanismo di trasmissione della politica monetaria” (Eser et al. 2012,p. 5). Nel 2011 il programma fu esteso a Italia e Spagna.
7. Eurostat, Net international investment position – quarterly data, % of GDP. Dati al secondo trimestre del 2018.
Fonte