Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2023

Debito pubblico, 40 anni di inutile agonia

di Guido Salerno Aletta

Bisogna porre termine all'agonia cominciata con il Trattato di Maastricht: non solo va abbattuto il divieto di finanziamento degli Stati da parte della Bce, ma andrebbe stabilito, al contrario, l'obbligo di sottoscrivere tutto il nuovo debito che viene emesso solo per pagare gli interessi.

In Italia, dal prossimo anno, la finanza pubblica ricomincerà a drenare risorse dall'economia reale per destinarle alla rendita finanziaria. Bastano due soli dati: mentre le imposte in conto capitale ammonteranno ad appena 1,5 miliardi e 551 milioni di euro, le spese per interessi sul debito pubblico arriveranno ad 89 miliardi.

Le previsioni di crescita del Pil si riducono così al lumicino, ben che vada all'1% in termini reali: il nuovo deficit, di 77 miliardi di euro, non basterà dunque neppure a coprire l'onere complessivo degli interessi.

Nella Nadef, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, si prevede infatti di ritornare al saldo primario attivo, per 12,2 miliardi di euro, una somma pari allo 0,6% del Pil. Questa è la quota delle entrate che sarà destinata, insieme a tutto il deficit, a finanziare la spesa per interessi che crescerà continuamente per via del rifinanziamento del debito in scadenza ai tassi più elevati decisi dalla Bce.

Basta guardare un po' all'indietro per capire che il nodo sta tutto qui: nel 2022, per esempio, il deficit monstre di 156 miliardi non solo finanziò completamente la spesa per interessi che fu di 82 miliardi, ma ne rimasero altri 74 miliardi per coprire un po' più della metà delle spese in conto capitale che furono di 150 miliardi. La ripresa dell'economia dopo la crisi pandemica fu sostenuta dalla spesa pubblica finanziata in deficit.

Mentre si aspetta la definizione del nuovo quadro europeo di disciplina dei bilanci pubblici, sostituendo quello definito dal Fiscal Compact nel 2012, occorre fare una riflessione più ampia sul sistema di finanziamento del debito pubblico.

In pratica, bisogna riflettere sui due fondamentali vincoli europei che risalgono al Trattato di Maastricht: divieto di ogni tipo di finanziamento degli Stati da parte della Bce; tetti al deficit ed al debito pubblico, rispettivamente al 3% ed al 60% del Pil.

La combinazione di questi due vincoli si è dimostrata catastrofica per l'Italia, che già nel 1992 si trovava con un altissimo rapporto debito/Pil, pari al 110%, salito ancora fino al 1994 quando arrivò al 127%, una vetta che allora sembrava insostenibile ma che oggi appare un miraggio irraggiungibile visto che quest'anno sarà del 140%. Certo, è in forte riduzione rispetto al 2022 quando fu del 147%, ma solo perché in questi ultimi anni l'inflazione ha gonfiato il Pil nominale, che è cresciuto del 6,8% nel 2022 e del 5,3% nel 2023, mentre la crescita reale è stata del 3,7% nel 2022 mentre dovrebbe essere intorno allo 0,8% nell'anno in corso.

Con questi vincoli, l'Italia è destinata a continuare ad essere sempre più povera: se fa più deficit, viene mazzolata dalle Agenzie di rating e paga tassi di interesse sempre più elevati; se invece taglia le spese o aumenta le entrate per ridurre il deficit, finanziando l'onere degli interessi con l'avanzo primario, abbatte la crescita.

Ma è dal 1980, dal "divorzio" tra Banca d'Italia e Tesoro, che il debito pubblico è esploso a causa di un onere per interessi sempre più alto: da allora non si è fatto altro che foraggiare la rendita finanziaria, un errore irreparabile.

Fonte

29/04/2023

Torna l’austerità, peggiorata

Chi vuole ignorare i “vincoli esterni” all’azione di uno Stato è condannato a sognare una liberazione impossibile per gli sfruttati di quel paese. Anche se si batte con le migliori intenzioni.

Lo abbiamo scritto decine di volte, certo, ma “l’interesse generale” di classe – che si manifesta anche come interesse nazionale in caso di vittoria (si veda Cuba o ogni altra Rivoluzione) – ancora spaventa per le conseguenze, e qualche sovrapposizione, con impostazioni di classe decisamente diverse.

Però c’è poco da sfuggire al dilemma: un paese collocato all’interno di un’alleanza strutturata istituzionalmente (l’Unione Europea o la Nato) si trova in condizioni di forte limitazione della sua “libertà” di scegliere come utilizzare la ricchezza che produce.

Di questo si accorgono prima, per evidente estraneità ai ricatti ideologici giocati sull’etichetta di “sovranismo”, quegli analisti economici che hanno per di più avuto esperienze istituzionali di alto livello. Come ad esempio Guido Salerno Aletta, tra le altre cose ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi.

La sua analisi del “patto di stabilità riformato” non lascia spazio ad illusioni su quel programma possa essere realizzato da qualsiasi governo in queste condizioni.

Buona lettura.

*****

Ritorno a Maastricht, ma in manette

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Aveva ragione da vendere, Giuseppe Guarino, quando affermava che i regolamenti europei in materia di politica di bilancio erano in netto contrasto con i principi fondamentali della Unione Europea, ed aveva visto lungo Guido Carli che aveva contrattato duramente quelle condizioni tendenziali di aggiustamento del debito pubblico che avrebbero consentito all’Italia di aderire al Trattato di Maastricht senza suicidarsi dal punto di vista economico e sociale.

Mancano pochi mesi all’anniversario del Trentennale del Trattato di Maastricht.

Entrò in vigore il 1° novembre 1993, ha segnato la svolta ordoliberista dell’Unione europea: i parametri inderogabili per i bilanci pubblici, con il tetto del 3% al deficit e quello del 60% al debito, ed il divieto di finanziamento degli Stati da parte delle Banche centrali hanno rappresentato la prima gabbia, poi resa sempre più stretta con il Patto di Stabilità e Crescita firmato nel 1997, che imponeva condizioni di maggiore severità per i Paesi che avrebbero adottato l’euro.

Ulteriori integrazioni seguirono nel 2005, ma il Punto Finale fu raggiunto con il Trattato istitutivo del Fiscal Compact, varato come accordo intergovernativo ed entrato in vigore il 1° gennaio 2013, giusto dieci anni fa.

Per chi non lo ricordasse, prevede che gli Stati aderenti raggiungano il pareggio strutturale del bilancio attraverso una serie di aggiustamenti annuali, volti a conseguire gli obiettivi a medio termine. Nel contempo, il rapporto debito/PIL deve essere ridotto, abbattendo al ritmo del 5% all’anno la somma eccedente il 60%. I Paesi maggiormente indebitati erano quindi sottoposti alla maggiore pressione di risanamento.

Nel 2019, l’ultimo anno in cui le regole del Fiscal Compact sono state operative, prima della sospensione dovuta alla crisi sanitaria che aveva provocato una generalizzata condizione macroeconomica avversa, l’Italia aveva quasi raggiunto una condizione di pareggio strutturale, con un deficit congiunturale dell’1,7%.

I sacrifici continui sul piano dei redditi, che avevano impedito di ritornare al PIL del 2008, avevano comportato il riequilibrio strutturale della bilancia commerciale, finalmente in attivo: i bassi salari avevano abbattuto le importazioni e reso più convenienti le esportazioni.

Il debito pubblico italiano, che nel 2008 era arrivato al 99,8% del PIL dopo una lunga stagione di sacrifici iniziata nel 1993, quando era stato del 127%, era ritornato nel 2019 al 128,7%: l’Italia vive, soffre e lavora solo per pagare il debito.

Inutile dire che, con l’abbattimento del PIL per la pandemia, e le spese pubbliche aggiunte per sostenere l’economia, le famiglie e le imprese, il debito pubblico italiano è tornato a farsi imponente: nel 2022 è ritornato al 138% del PIL scendendo dal 149% del 2021 e dal 155% del 2020.

Un miglioramento fittizio, solo per via della crescita del denominatore nominale, del PIL che è stato gonfiato dalla inflazione. Il debito è aumentato di 112 miliardi di euro, passando dai 1.797 miliardi del 209 ai 1.909 miliardi del 2022. Solo un deficit straordinario, mai visto prima, dell’ordine dell’8% del PIL, ha tenuto a galla il Paese: denari inghiottiti nel nulla.

Un decennio drammatico, tra austerità fiscale e crisi sanitaria, ha indebolito l’Europa.

Ora si tratta di riprendere a crescere, in un contesto di inflazione scatenata da politiche monetarie accomodanti, che ha imposto alti tassi di interesse.

A Bruxelles hanno adottato una strategia molto prudente, benevola solo all’apparenza: niente più Fiscal Compact, niente più bilanci in pareggio o in attivo per abbattere il debito, ma il ritorno alla strategia di Maastricht: limite del 3% al deficit annuo; controllo su un arco di tempo pluriennale della crescita della pubblica spesa al netto degli interessi; riduzione del rapporto debito/PIL al termine del periodo.

Aveva visto giusto Guido Carli, il Ministro del Tesoro dell’Italia che aveva contrattato duramente questi stessi criteri ai tempi della elaborazione del Trattato di Maastricht.

Ed aveva avuto perfettamente ragione Giuseppe Guarino, un grande giurista al quale mi onoro di essere stato vicino, quando affermava che imporre bilanci in pareggio o in attivo per ridurre il debito pubblico era stata una decisione contraria ai principi fondamentali di libertà degli Stati in materia economica che era stato sancito dai Trattati fondativi della Unione Europea.

Furti di libertà, prima che di benessere per i popoli europei.

Tristemente inutile, questa resipiscenza: si torna indietro, a Maastricht, quando furono messe le Manette solo agli Stati, come se solo la loro azione potesse divenire nefasta.

Nessuna crisi sistemica è stata determinata dal debito eccessivo degli Stati: né la crisi americana del 2008, causata dal fallimento di una politica creditizia senza remore; né quella della Grecia che era stata ingozzata di prestiti internazionali e che accusava un incolmabile disavanzo commerciale verso l’estero, né quelle della Spagna e dell’Irlanda che erano state ubriacate dalle bolle finanziate da banche straniere mentre avevano bilanci pubblici impeccabili.

Vediamo che cosa è successo: nel 2008, il rapporto debito/PIL della Spagna era addirittura del 39,4%! Uno Stato dunque virtuosissimo. Ma è arrivato al 100,4% nel 2014, perché lo Stato Spagnolo si è dovuto accollare gli oneri derivanti dai salvataggi bancari, usando i fondi messi a disposizione dal MES, il cosiddetto Fondo Salva Stati: in pratica, lo Stato spagnolo si è indebitato con il MES per rimborsare le banche straniere (francesi e tedesche) che avevano prestato denari alla banche spagnole che erano fallite dopo lo scoppio della bolla immobiliare.

Questi sono i trucchi ed i maneggi del sistema finanziario: ma tanto, poi, pagano gli Stati ed i cittadini.

Si ritorna indietro, a Maastricht, ma con una libertà per gli Stati che è resa farlocca: negli allegati alla nuova regolamentazione, si fa riferimento a metodologie previsionali, “deterministiche” e “stocastiche”, in base a cui si controlla se la spesa netta dei piani pluriennali è destinata a ridursi, insieme ai debiti che devono scendere e comunque rimanere sostenibili.

Come accade con il nuovo Trattato che disciplina il MES, dove le vere condizioni per la erogazione dei prestiti di salvataggio sono indicate in una nota dell’Annesso, anche in questo caso le regole “vere”, la garrota è stata nascosta negli allegati tecnici.

In questo caso, nell’Annesso II, si dispone che gli Stati devono dare conto di tutto ciò che serve per giustificare l’andamento del debito pubblico: non solo delle conseguenze derivanti dall’invecchiamento della popolazione, ma anche “to the extent possible, information on disaster and climate contingent liabilities“.

Mancherebbero solo le previsioni sugli asteroidi in caduta sulla Terra!

La verità è invece assai più banale e ben più triste: per finanziare il PNRR, l’Italia ha deciso di indebitarsi con la Unione europea, con una scaletta di adempimenti che arriva fino al 2026.

Ma, allo stesso tempo, con queste nuove regole, deve diminuire il debito.

Fonte

15/02/2022

Il triste anniversario di Maastricht

di Sergio Cesaratto

La flessibilità dei mercati e lo scioglimento dei lacci e lacciuoli sono stati gli strumenti giusti per la crescita economica dei Paesi europei? Il bilancio di tre decenni del Trattato di Maastricht e dei suoi precetti liberisti non è commendevole. E dovrebbe far riflettere tutti, specie a sinistra.

Lascio agli storici ricostruire le vicende internazionali e italiane che condussero alla ratifica del Trattato di Maastricht (1992). Vediamone qui qualche aspetto economico per giudicare se tale trattato abbia avuto o meno qualche senso.

Prima di Maastricht

Di un’unione monetaria europea si era discusso già dagli anni Cinquanta. L’analisi economica ne aveva però scoraggiata la creazione per il diverso grado di sviluppo e istituzioni dei Paesi europei. In particolare, la cosiddetta teoria delle aree valutarie ottimali aveva predetto una tendenza deflazionistica di tale unione. Infatti essa avrebbe con tutta probabilità condotto a squilibri commerciali fra i Paesi membri a vantaggio dei più competitivi. Robert Mundell, che di quella letteratura fu il fondatore, aveva in testa la Germania che già dal 1950 perseguiva con gusto surplus commerciali. Questa avrebbe certamente rifiutato di ridurre tali surplus espandendo la propria economia e accettando un’inflazione più alta al fine di importare di più dai partner. Il modello tedesco prevede infatti un’inflazione al di sotto di quella dei concorrenti e che siano questi ultimi a espandersi importando in tal modo di più e accrescendo la loro inflazione, ampliando così il loro gap competitivo con la Germania. Mundell predisse poi che non potendo gli altri Paesi conseguire disavanzi commerciali e indebitamento ad libitum, essi sarebbero stati alla fine costretti a deflazionare la propria economia a discapito di crescita e occupazione. Questo avrebbe avuto riflessi negativi sulla medesima Germania. Per carità, nei primi dieci anni dell’euro le cose sembrarono andare meglio, se non in Italia almeno in alcuni Paesi periferici come la Spagna. Ma era un’illusione dovuta a boom edilizi finanziati da prestiti esteri, foriera di una crisi finanziaria. Spiego subito perché.

All’epoca di Maastricht nessuno aveva previsto che, come sistematicamente accaduto nel passato in regimi di cambio fisso, anche l’euro avrebbe potuto generare un ciclo di indebitamento estero e boom edilizi nei Paesi periferici sfociando in una crisi finanziaria internazionale. La libertà di movimento dei capitali finanziari e la scomparsa del rischio di cambio fra i Paesi membri di un’unione monetaria costituiscono infatti l’humus ideale per i prestiti internazionali. Era stato così col Gold Standard, e con le politiche di parità fisse col dollaro di molte regioni emergenti culminate in numerose crisi negli anni Novanta. La convergenza dei tassi di interesse a lungo termine verso i più bassi livelli tedeschi fece il resto. Questa fu dovuta alla convinzione dei mercati che, in barba alla no bail out clause del Trattato di Maastricht, nessun Paese europeo sarebbe stato lasciato fallire, per cui tutti i titoli di Stato e bancari dell’unione monetaria erano da considerarsi ugualmente sicuri. Fu così che, alla stregua di un superbonus edilizio, i flussi di capitale dai Paesi “core” (Germania e satelliti) ai Paesi periferici (Spagna e i piccoli Paesi anni fa gentilmente definiti PIGS poi diventati, ahinoi, PIIGS) alimentarono in questi ultimi bolle edilizie, crescita dell’occupazione, importazioni da Paesi core e, dulcis in fundo, indebitamento estero.

L’austerità che seguì alla crisi dei PIGS non fu che la medicina necessaria a questi Paesi per ritornare a un avanzo delle partite correnti e restituire il debito. Fu così che l’Unione monetaria europea, dopo la sbornia, tornò alla deflazione prevista da Mundell. La Germania non soffrì più di tanto, c’era sempre la Cina ad assorbire le sue produzioni (mentre un euro sopravalutato sfavoriva le nostre). L’Italia non portava responsabilità per la crisi. Eppure l’austerità fiscale e l’ignavia della BCE, almeno sino alla presidenza Draghi, ci fecero pagare prezzi enormi e inutili di cui dovremmo chiedere il conto alla Germania, che nel frattempo si avvantaggiava delle nostre disgrazie (si legga Cesaratto, MicroMega, 3 dicembre 2021).

Se le discussioni degli anni Cinquanta/Sessanta gettarono un’ombra premonitrice sui possibili esiti deflazionistici di una unificazione monetaria europea, di moneta unica si riparlò di nuovo nel bel mezzo delle turbolenze monetarie degli anni Settanta. In quegli anni, tuttavia, gli ultimi vagiti della saggezza keynesiana suggerirono che all’unione monetaria dovesse essere affiancata un’unione fiscale (come nel famoso Rapporto MacDougall del 1977), un bilancio federale con funzione perequativa degli standard sociali, e per contrastare shock comuni (il ciclo economico) o asimmetrici che avessero colpito singoli Paesi. Un bilancio federale avrebbe avuto la funzione di allontanare lo spettro della deflazione pronosticato da Mundell.

Cambia il vento

I manipoli monetaristi guidati da Reagan e Thatcher spazzarono via tale ventata di buon senso. La politica fiscale fu bollata come inutile e inflazionistica. La politica monetaria inefficace per combattere la disoccupazione. Bene era rimettere il controllo della moneta a banchieri centrali indipendenti e col solo mandato della stabilità dei prezzi. La flessibilità dei mercati e lo scioglimento dei lacci e lacciuoli era la soluzione per crescita e occupazione. La versione nostrana della rivoluzione monetarista ebbe nell’adesione al Sistema Monetario Europea (SME) e nel “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro (oltre che nella sconfitta operaia alla Fiat) i propri momenti sublimi. A guidare tale cambio di regime furono gli Andreatta, i Ciampi e compagnia cantando. Il tentativo di infliggere il rigore fiscale necessario in un regime di cambi fissi a una politica che non ne voleva sentir parlare (siamo ai tempi del CAF), assieme alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, portarono al disastro dei conti pubblici (lo racconto con Gennaro Zezza). Tale disastro non fu tanto dovuto all’eccesso di spesa pubblica, quanto alla mancata lotta all’evasione fiscale e, soprattutto, agli elevati tassi di interesse dovuti all’accoppiata SME-divorzio cum liberalizzazione dei movimenti di capitale. Successivamente, con l’euro, un maggior rigore sui conti pubblici e la discesa dei tassi ci consentirono di ridurre il rapporto debito pubblico Pil dal 120 al 100% pre-crisi finanziaria – ma il disastro di SME-divorzio ce lo trasciniamo ancora dietro. Per tre decenni il prezzo della fatica di Sisifo di diminuire il rapporto debito pubblico/Pil è stata la stagnazione della produttività, la vera fonte di ricchezza materiale di un Paese. E per ridurre i tassi sul debito si sarebbero potuti evitare il divorzio, la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’erosione di competitività esterna prima con lo SME e poi con l’euro. Qualcuno paventa che senza la disciplina europea avremmo preso la strada della Turchia di Erdogan. Presumo che qualcosa di meglio il nostro Paese avrebbe potuto forse fare. Gli Andreatta, i Ciampi ecc. vollero mettere in sicurezza l’Italia nello SME e poi nell’euro. I risultati non sono commendevoli. Forse tutti dovremmo riflettere, specie a sinistra.

Maastricht no, a meno che...

Fatto sta che il Trattato di Maastricht ebbe un impianto liberista: nessuna politica fiscale federale; vincoli a quelle nazionali; politica monetaria con l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi. Questi precetti hanno senso? Uno sì, sebbene questo potrà sorprendere qualche mia lettrice: i vincoli alle finanze pubbliche nazionali. Politiche fiscali espansive implicano infatti che il Tesoro (l’organo di spesa del governo) sia affiancato da una banca centrale compiacente, che assicuri il valore nominale dei titoli pubblici fungendone da acquirente di ultima istanza, e anzi comprando titoli di Stato quando vuole diminuire il loro rendimento e l’onere per le casse pubbliche. In assenza di una banca centrale nazionale che affianchi il Tesoro la possibilità di spesa in disavanzo scompare, o è finanziariamente molto rischiosa se eccessiva o persistente. Negli Stati Uniti i singoli membri dell’Unione sono vincolati (de iure o de facto) al vincolo del pareggio, come del resto le regioni italiane col Patto di stabilità interno. Gli Stati Uniti tuttavia hanno un cospicuo bilancio federale, spalleggiato dalla banca centrale, che effettua trasferimenti fiscali perequativi fra gli Stati dell’Unione, e che si incarica di contrastare il ciclo economico (sul confronto Europa/USA si veda lo splendido paper di Barba e De Vivo). La Federal Reserve americana ha peraltro come obiettivi sia la stabilità dei prezzi che la piena occupazione. Quindi bene il patto di stabilità europeo, purché accompagnato da un significativo bilancio federale e una banca centrale col doppio obiettivo di prezzi e occupazione.

Ma l’America è lontana...

La differenza fra la governance economica americana e quella europea va spiegata politicamente: gli Stati Uniti sono una nazione caratterizzata da molte etnie ma che, grosso modo, si riconoscono in un’unica identità nazionale. Questo non accade in Europa dove l’identità europea è qualcosa di molto superficiale. Gli Stati Uniti sono dunque in grado di operare una condivisione delle risorse attraverso il bilancio federale; in Europa vi sono invece problemi a farlo persino all’interno dei singoli Paesi membri (fra Catalogna e Spagna, Fiandre e Vallonia, Germania dell’est e dell’ovest, nord e Mezzogiorno d’Italia e così via), figuriamoci fra Stati. Ad aggravare la situazione v’è l’orientamento mercantilista tedesco che vede nella stabilità monetaria la chiave, accanto alla qualità, della competitività dei beni che esporta, laddove le esportazioni sono il traino dell’economia di quel Paese. Questo comporta una certa ritrosia dell’establishment tedesco verso politiche fiscali e monetarie espansive, foriere di una più alta inflazione.

Si può fare di meglio?

Quello che potrebbe condurre l’Europa a una maggiore compattezza sono le minacce esterne, in particolare la sfida economica e tecnologica cinese. L’Europa sta rivelando la sua fragilità energetica, ma perché non impostare una politica più conciliante con la Russia preoccupata di vedere la Nato ai propri confini? Alla sfida cinese l’Europa dovrebbe rispondere con politiche industriali su scala europea, volte cioè anche a uno sviluppo armonico fra le diverse regioni. Risulterebbe esiziale per l’Europa lasciar ripiombare importanti Paesi membri in una inconcludente austerità fiscale, ciò che potrebbe riportare all’ordine del giorno la rottura dell’unione monetaria. Garanzie europee sui debiti nazionali vanno dunque assicurate sia attraverso la banca centrale che per mezzo di un’agenzia europea del debito. Un percorso va inoltre intrapreso verso un bilancio europeo in chiave sociale e di contrasto al ciclo economico. Certo, i Trattati sono difficili da mutare, ma all’obiettivo della stabilità dei prezzi della BCE va affiancato quello dell’occupazione. Il messaggio sociale europeo deve superare la vuota retorica di cui si sono nutriti sinora gli europeisti per concretizzarsi in obiettivi di perequazione nei diritti sociali. Purtroppo non sono obiettivi raggiungibili col richiamo alla solidarietà, com’è tipico dell’europeista retorico. Le minacce esterne possono costituire una molla all’azione comune, ma rischiano di sfociare nel tentativo di cavarsela ciascuno per proprio conto, di cui la Germania è campione nelle sue politiche di appeasement con Pechino volte a favorire i propri investimenti in Cina.

Fonte

08/02/2022

Trenta anni fa l’Italia firmava il Trattato di Maastricht. L’inizio della fine

Sono passati trenta anni dalla firma del Trattato Istitutivo dell’Unione Europea il più noto Trattato di Maastricht che decretava la nascita della Ue e i parametri economici necessari per aderirvi.

La parte formale del Trattato portava dodici firme di capi di Stato europei e ben sei erano di Re, Regine e un Granduca (quello del Lussemburgo). Pochi ci fanno caso ma in Europa ci sono ancora ben cinque monarchie. Per l’Italia la firma era quella di Cossiga, allora ancora Presidente della Repubblica.

La parte politica/attuativa del Trattato era stata invece firmata dal ministro dell’Economia Guido Carli (ultraliberista e sostenitore del “vincolo esterno”) e dal ministro degli Esteri De Michelis.

Cinque giorni prima della firma del Trattato, il 2 febbraio, Cossiga aveva sciolto le Camere e si sarebbe andati ad elezioni anticipate ad aprile.

Il 17 febbraio veniva arrestato a Milano il faccendiere Mario Chiesa e iniziava l’inchiesta definita come “Tangentopoli” che avrebbe liquidato l’intera classe politica della Prima Repubblica, facendo posto ai politici della Seconda Repubblica, assai più servili e incompetenti e che adesso stanno cedendo il passo ai pagliacci della Terza Repubblica.

Dal cilindro del dopo elezioni dell’aprile 1992, sbucò fuori Giuliano Amato e in autunno venne varata la prima Legge Finanziaria “lacrime e sangue”, e lo fu proprio all’insegna del rispetto dei parametri di Maastricht (rapporto deficit/Pil al 3%, rapporto debito/PIL al 60%).

Il Trattato di Maastricht ha segnato un enorme salto di qualità all’Unione Europea, da Comunità solo economica a Unione anche monetaria e politica.

Già lì venivano fissati alcuni paletti (i “parametri”) senza alcun riferimento all’economia concreta. Per esempio quello del tutto arbitrario del 3% come limite del rapporto tra deficit pubblico annuale e Pil; oppure il 60% di percentuale-obiettivo per il rapporto tra debito pubblico complessivo e Pil.

Persino Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, autori della bibbia ideologica che ha giustificato “teoricamente” un mostro ossimorico come l’”austerità espansiva”, si erano fermati all’80%, sostenendo che una percentuale superiore si traduceva in rallentamento economico.

Mentivano sapendo di mentire, tanto che un semplice dottorando in economia (Thomas Herndon) riuscì a dimostrare in modo inconfutabile che la “teoria” stava in piedi solo a patto di scartare tutti i dati empirici che risultavano in contrasto.

In nome di parametri fantasiosi e casuali e della lotta contro l’inflazione, dogmi indiscussi del Trattato di Maastricht, in Italia venne avviata una spaventosa ondata di privatizzazione dell’industria, delle banche, dei servizi strategici.

Venne abolita la scala mobile e bloccati i salari. Furono introdotte due imposte sulle abitazioni (l’Ici strutturale e l’Isi straordinaria), vennero prelevati forzosamente soldi dai conti correnti dei cittadini. Il tutto per rastrellare soldi da gettare nella fornace del pagamento del debito pubblico.

Il debito pubblico italiano all’epoca del Trattato di Maastricht era del 105,5% e l’inflazione era al 5,4%.

Nonostante l’austerity imposta dall’Unione Europea, con anni di tagli alla spesa pubblica e ai salari, con licenziamenti e privatizzazioni, dopo trenta anni l’Italia si ritrova un debito pubblico al 134,8% pre-pandemia (2019) salito al 154,8% nel 2021, e adesso anche una inflazione al 5%.

Le misure adottate in base al Trattato di Maastricht sprofondarono l’Italia in una recessione per 18 mesi consecutivi tra il 1992 e il 1993, il Pil crollò a -23%, ben peggio che con la pandemia di Covid. Per avere un termine di raffronto va sottolineato che nel 2020, secondo l’Istat, il Pil è crollato “solo” del -8,9%.

Tra il 1992 e il 1993 prese corpo la “concertazione” tra governo, Confindustria e CgilCislUil; una prassi istituzionalizzata – anche se ovviamente non scritta nel Trattato di Maastricht – che in questi decenni ha cementificato lo scambio tra conferimento di un “ruolo politico” ai sindacati “complici” e il sostanziale blocco della crescita salariale al di sotto dei tassi di inflazione (tramite il meccanismo truffaldino dell’”inflazione programmata”, sempre inferiore a quella reale).

Insomma la ricetta si è dimostrata completamente sballata rispetto agli obiettivi dichiarati. Complici partiti e governi di centro-sinistra, centro-destra e pure della destra vera e propria.

Ma nei trenta anni dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht la società e il paese hanno pagato un costo sociale enorme e, alla luce dei fatti, senza risultati. Al contrario, dal 1992 l’Italia è entrata in una fase di regressione sociale complessiva dalla quale non è mai uscita e di cui l’Unione Europea porta gran parte delle responsabilità. Ed ora è nelle mani di Mario Draghi, uno dei principali artefici e responsabili di questa regressione.

Quando in questi dieci anni abbiamo dato battaglia per chiedere la disdetta dei Trattati europei da parte dell’Italia, proprio a cominciare dal Trattato di Maastricht, o almeno la possibilità di pronunciarsi su essi tramite un referendum, abbiamo trovato più ostacoli e resistenze che sostegni.

Ma i fatti hanno la testa dura ed hanno dimostrato la piena validità di quella battaglia non vinta. E siccome abbiamo la testa dura come i fatti, intendiamo tornare alla carica.

Fonte

27/02/2020

Federalismo o secessione? Il caso della sanità

Era chiaro fin dalla notte dei tempi... la “riforma del Titolo V della Costituzione” che introduceva il principio della “legislazione concorrente” tra Stato centrale e Regioni, conteneva in sé il nucleo forte – costituzionalizzato – dell’”Autonomia differenziata”. Quindi della secessione di fatto, dello smembramento del paese in base alla ricchezza (temporaneamente) prodotta e disponibile.

Il “testo cornice” pensato per soddisfare le richieste dei presidenti di Regione leghisti (Zaia, Fontana, Fedriga) e di quello “democratico” dell’Emilia Romagna, Bonaccini, dovrebbe arrivare a giorni in Consiglio dei ministri per l’approvazione finale.

Punto essenziale per la dimensione delle risorse pubbliche investite, è proprio la sanità. Pesantemente privatizzata nelle Regioni che la stanno chiedendo.

Il che è semplicemente paradossale, perché questo avviene proprio nel momento in cui un’emergenza sanitaria internazionale sta dimostrando che questo “modello” localistico e privatistico è controindicato di fronte a un problema di queste dimensioni.

Per noi, e non solo per noi, non si tratta di una “sorpresa”.

L’analisi concettuale e istituzionale, e delle conseguenze per i servizi che interessano tutti i cittadini, era stata fatta già allora. Era tutto chiaro fin dalla notte dei tempi…

Qui, per dimostrarlo, ripubblichiamo l’articolo che Pasquale Cicalese, nel 2002, scrisse per la rivista La contraddizione. Non c’era nulla che non si potesse equivocare. Pd (che fece approvare a maggioranza semplice quella “schiforma costituzionale”) e Lega sono in realtà lo stesso partito, i rappresentanti delle stesse classi sociali. Solo, con stile narrativo appena un po’ differente...

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Federalismo o secessione? Il caso della sanità

Pasquale Cicalese

A fronte delle modifiche costituzionali intervenute dopo il referendum sul federalismo dell’ottobre scorso e delle innovazioni legislative che danno maggiori e più esclusivi poteri alle regioni a statuto ordinario, contenute nel nuovo Titolo V della Costituzione, si può e si deve arrivare, dopo varie analisi dei dati riguardanti la materia del federalismo fiscale e della probabile e futura devolution, a una bocciatura drastica della riforma costituzionale e di tutto ciò che essa comporterà per il salario sociale di classe, in particolare riguardo ai ceti proletari delle grandi città e del mezzogiorno.

Il tutto deve essere inquadrato nell’impianto liberista e neocorporativo dei trattati di Maastricht e Amsterdam, soprattutto gli articoli riguardanti il principio di sussidiarietà e il patto di stabilità [come riferimento si veda anche il lavoro del gruppo emiliano di giuristi coordinato da Bersani (Luigi Mariucci, Roberto Bin, Giandomenico Falcon e altri, Il Federalismo preso sul serio, una proposta di riforma per l’Italia, Il Mulino, Bologna 1995), i cui dettami sono stati in gran parte recepiti nella riforma costituzionale del citato Titolo V della Costituzione – cfr. anche Le vie del neocorporativismo, in la Contraddizione, no.58, febbraio 1997].

Si vedrà come queste filosofie giuridiche ed economiche investano fino in fondo diritti costituzionali a difesa dei lavoratori e come esse si dispieghino in vari impianti legislativi nazionali e regionali volti allo smantellamento del salario sociale di classe e alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva.

Come esempio di questo ennesimo attacco alle condizioni di vita dei lavoratori pongo all’attenzione il mezzogiorno, la Calabria in particolare, in rapporto con una regione del nord come la Lombardia ed in relazione alla riforma costituzionale in senso federalistico con l’introduzione nell’ordinamento del principio di sussidiarietà [per un’analisi del principio di sussidiarietà si veda la Contraddizione, no.34; sul neocorporativismo la raccolta di scritti, attualissimi, di G. Ciabatti, Il neocorporativismo, Laboratorio politico, Napoli 1995].

La Svimez [Italia Oggi, 2 aprile 2001] arriva ad ipotizzare “una discriminazione tra i cittadini” per una serie di motivi che andremo più avanti ad analizzare. A partire da queste considerazioni, i motivi della bocciatura sono molti e coinvolgono tutti i settori.

Mi limito, al di là dei paroloni che in questi anni sia da parte del centro-sinistra che del centro-destra hanno incensato una supposta maggiore vicinanza dei governi locali ai cittadini, ad informare, a seguito di leg­gi e modifiche di norme costituzionali, di quel che ci si prepara in uno dei settori più delicati della vita pubblica, quello della sanità e della tutela della salute pubblica (il campo di applicazione potrebbe essere la scuola, l’università, i servizi sociali, ecc.). Questo è il settore dove con più forza si è applicato il motto “più stato per il mercato”.

Basti dire che l’Italia è il decimo paese dell’Ue per incidenza della spesa sanitaria sul Pil (meno del 6%) ma è il primo nel rapporto tra spesa sanitaria privata e pubblica: dei 169 mmrd £, spesi nel 2000 per consumi sanitari il 25% è riferibile al settore privato (il Sole 24 ore, 23.1.2002).

Già nel 1999 il governo di centro-sinistra aveva dato una spallata decisiva al sistema sanitario nazionale, nato dopo la riforma del 1978, poiché emanava una legge, che ai più non risultava determinante, ma che invece apportava delle modifiche sostanziali al diritto alla salute dei cittadini, così come è previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948. Si tratta della legge 133/1999 – Disposizioni in materia di perequazione, razionalizzazione e federalismo fiscale dove all’articolo 10, riguardante la sanità, si disponeva la soppressione dei trasferimenti statali nella spesa sanitaria corrente sostituiti da nuove entrate regionali: essi comprendono il trasferimento alle regioni del 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta nella varie regioni, una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale.

È esattamente ciò che nel lontano 1994 la fondazione Agnelli prevedeva come nuovo assetto statuale. Nello stesso tempo, per far fronte alle disparità socio-economiche – enormi – tra le regioni del nord e quelle del sud era previsto, nelle somme derivanti dalla compartecipazione regionale all’Iva, un fondo perequativo nazionale di tipo solidaristico finalizzato alle regioni più povere in modo che si garantissero livelli di assistenza sanitaria “essenziali e uniformi a livello nazionale”.

Questa legge fu esaltata dal governo di centro-sinistra come una vera risposta alle esigenze dei cittadini stufi del centralismo e della burocrazia “romana” e una legge che dava potere alle regioni che meglio di altre conoscono il loro territorio.

L’impianto del federalismo fiscale risale al Dpef 1999-2001 il quale prevedeva l’accelerazione del processo di decentramento fiscale volto a riallineare le responsabilità in ordine al prelievo fiscale con quelle relative all’erogazio­ne della spesa [cfr Nerina Dirindin, Gli obiettivi del decentramento fiscale, in Salute e territorio, n. 129/2001]. Agli elettori e ai lavoratori in genere, specie del mezzogiorno, si occultava, però, che la quota-parte delle regioni forti del nord nel fondo perequativo nazionale, a partire dal 2001, veniva diminuita del 5% ogni anno fino al 2004; a partire da quell’anno veniva decurtato del 9% annuo fino a scomparire nel 2013. Dal 2013 le regioni meridionali a statuto ordinario avrebbero dovuto autofinanziare completamente il sistema sanitario regionale visto che i trasferimenti erariali, già soppressi dal 2001, non sarebbero stati più compensati da quote-parti delle regioni economicamente più forti.

Con il decreto legislativo 56/2000 si dava attuazione alle disposizioni del famigerato articolo 10 della Legge 133/1999, che comportava l’abolizione del fondo sanitario nazionale. La novità era che con questa legge fino al 2004 è in vigore un vincolo di destinazione nella spesa sanitaria, secondo cui le regioni devono effettivamente spendere le somme trasferite per la sanità. Dal 2004, tale vincolo è rimosso per le regioni che abbiano attivato procedure di monitoraggio, verifica e garanzia dell’assistenza sanitaria. Gli eventuali risparmi resteranno a carico delle regioni che li generano, a patto che i livelli essenziali e uniformi siano garantiti. In più l’importo della compartecipazione regionale all’Iva è ripartito tra le regioni utilizzando come indicatore di base imponibile la media dei consumi finali delle famiglie rilevati dall’Istat a livello regionale negli ultimi tre anni disponibili.

Sul piano sanitario il federalismo fiscale venne formalizzato con la legge 229/1999, nota come “riforma Bindi” che, sull’onda del costruendo federalismo, assegnava poteri enormi alle regioni, in ambito di programmazione, gestione e razionalizzazione della spesa sanitaria e farmaceutica, accentuando altresì, in nome di una supposta superiorità tecnico-gestionale dei manager, il ruolo dei direttori generali che, sappiamo bene, sono di nomina della giunta regionale. Questi ultimi aspetti sono successivamente ribaditi con alcuni decreti dal governo Amato e dal ministro Veronesi. Bontà loro, avevano lasciato inalterato l’obbligo di servizi essenziali uniformi a livello nazionale in materia di sanità. Questo impianto legislativo è stato poi formalizzato nella l.cost.3/2001, successivamente sottoposta a referendum il 7 ottobre 2001, che stabilisce all’art. 3, che riforma il dettato costituzionale 117, tra le altre cose, la potestà legislativa regionale in materia di tutela della salute, una norma anticostituzionale di fatto, perché viola la prima parte della Costituzione, specie l’articolo 3 in tema di uguaglianza e l’articolo 32 riguardante la tutela della salute.

Infine nell’agosto del 2001 c’è stato un incontro tra il nuovo governo centrale e i presidenti delle regioni che hanno sottoscritto un patto di stabilità volto a razionalizzare la spesa sanitaria, ripianare i debiti pregressi delle regioni nel settore sanitario, stabilendo un nuovo piano di programmazione triennale da tutti considerato di buon auspicio. Con quest’accordo si modifica l’art. 4 della riforma Bindi attribuendo alle regioni la piena potestà di istituire aziende ospedaliere e stabilendo la piena autonomia alle regioni in materia di sperimentazioni gestionali. Ciò significa che con la piena autonomia si ha la possibilità di ottenere a prezzi inferiori, appaltandoli all’esterno, i servizi imposti dal Lea (i cosiddetti livelli essenziali di assistenza).

Da qui roboanti dichiarazioni, così come era successo con il centro-sinistra, circa un consistente aumento delle spese per fronteggiare l’emergenza sanitaria, per modernizzare le Asl e, miracolo, diminuire i tempi delle liste d’attesa. Il tutto esaltando il nuovo ruolo delle regioni, dichiarando inoltre che il federalismo del centro-sinistra è stato troppo timido e che bisogna avviarsi verso la devolution, sempre per soddisfare a livello territoriale e regionale le esigenze dei cittadini tartassati dallo stato e a cui non vengono garantiti i servizi dovuti.

Come si è potuto constatare, in questi anni c’è stata una rincorsa dei vari schieramenti a dichiararsi, uno più dell’altro, “federalisti”. Nell’ultimo decennio è stato un delirante salto del fosso di esponenti di tutti gli schieramenti, che affermavano d’essere sempre stati federalisti. Persino i cosiddetti “governatori” delle regioni meridionali usavano toni trionfalistici con le varie leggi federalistiche, specie dopo che era stata riformata la legge sull’elezione diretta del presidente della giunta regionale, sulla scia di quella riguardanti i sindaci. Nessuno però spiegava agli elettori le vere finalità e le conseguenze di queste innovazioni ed erano tutti propensi a dichiarare che – finalmente! – le cose sarebbero andate meglio, da Bassolino a Chiaravalloti ecc.

Proviamo ad immaginare, in soldoni e alla luce dei “brillanti” traguardi conseguiti dalle varie giunte regionali meridionali negli ultimi trent’anni cosa significhi esattamente, per i meridionali e gli italiani tutti, la regionalizzazione del sistema sanitario, stante in ogni caso la definizione a livello nazionale dei livelli essenziali ed uniformi delle prestazioni sanitarie. Dunque le regioni avranno compartecipazioni sull’Iva, sull’Irpef e sull’acci­sa della benzina per po­ter finanziare il proprio sistema sanitario, oltre che entrate proprie come l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive). Di certo è una rivoluzione, ma con pessime ripercussioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e dei disoccupati del mezzogiorno e della aree metropolitane e questo per vari motivi:

– se la compartecipazione all’Iva è regionalizzata si cristallizzano le disugua­glianze territoriali stante il fatto che i consumi e la produzione medi pro capite delle regioni meridionali sono molto inferiori a quelli settentrionali, visto gli altissimi livelli di disoccupazione, lavoro sommerso e il sempre più forte tasso di emigrazione [ad esempio, secondo i primi risultati del censimento 2001, la provincia di Crotone ha visto diminuire la popolazione nell’ultimo decennio del 9%, esclusa la massa dei lavoratori stagionali, specie giovani, che si trasferiscono al nord per 6-8 mesi a seguito di lavori nell’edilizia, per contratti di lavoro a tempo determinato, ecc. ma che lasciano la propria residenza al meridione. In soldoni ciò significa che è ritornato alla grande il fenomeno dell’emigrazione, a seguito della chiusura di tutte le fabbriche. I fuochi del 1993 possiamo definirli come il canto del cigno del movimento operaio crotonese]; in ogni caso la compartecipazione all’Iva colpisce tutti i soggetti, al di là delle differenze di reddito;

– la compartecipazione dell’addizionale regionale Irpef e la possibilità di aumentarlo, com’è avvenuto negli ultimi anni, non fa altro che rispecchiare le disparità socio-economiche del paese visto che nel sud la base imponibile è fortemente minore perché vi è la più alta incidenza di famiglie mono-reddito, di lavoro nero, lavoro sommerso ed evasione contributiva da parte delle imprese [come afferma Italia Oggi (2.4.2002), “se si calcola l’imponibile medio per abi­tante, anziché per contribuente, cioè si tiene conto della quota di contribuenti Irpef rispetto alla popolazione, al primo posto troviamo Bologna (12.800 €) mentre Crotone (3.600) arriva ultima ... Sulla dimensione di questo rapporto, infatti, incidono la quota di popolazione che non lavora, quella a basso reddito che non paga l’imposta e il numero degli evasori. In sostanza per ogni 100 contribuenti che pagano l’Irpef, 35 non la pagano a Bologna, 76 a Roma, 221 a Crotone”]. Si tenga conto che l’autonomia tributaria (vale a dire entrate proprie rispetto al totale delle entrate) delle regioni del sud non supera il 40% contro circa l’80% della regione Lombardia;

– l’aumento della compartecipazione all’accisa sulla benzina, ancora una vol­ta, rispecchia questo storico squilibrio visto che il consumo di benzina è funzionale alle possibilità non solo dei redditi personali ma del­l’ampiezza e sviluppo dei settori produttivi pubblici o privati, soprattutto per motivi di trasporto delle merci. Ha forse il mezzogiorno la stessa struttura produttiva del nord? Anche qui la riscossione è fissa, cioè non tiene conto della progressività dei redditi, è, insomma, un’imposta indiretta.

La riforma fiscale di Tremonti non farebbe altro che mettere l’ultimo tassello ad un quadro economico che negli ultimi dieci anni, a seguito dell’entrata in vigore del trattato di Maastricht, ha visto lo smantellamento del principio della progressività dei redditi [vedi la Dit di Visco ampiamente analizzata in alcuni numeri della Contraddizione]. Assieme alla leva monetaria deflattiva, la politica fiscale, forse più della stessa politica del lavoro, si conferma come una strategica funzione riproduttiva dell’esercito industriale di riserva nel meridione d’Italia e nelle grandi aree metropolitane; infine l’Irap è di ardua riscossione, visto l’e­norme sommerso delle attività produttive nel mezzogiorno.

Certo, si afferma, il minor gettito derivante dalla fine dei trasferimenti erariali, sarà compensato dal fondo perequativo nazionale. Si dimentica di ricordare che esso, a partire da quest’anno, sarà decurtato progressivamente del 5% fino al 2003 e del 9% dal 2004 fino alla totale soppressione nel 2013, venendo meno, sempre più, i principi di eguaglianza, solidarietà ed universalità del diritto alla salute.

Lo stesso fondo nazionale perequativo è stabilito in funzione dei Lea, decisi a livello nazionale e vincolanti per tutte le regioni. Si era stabilito che i Lea fossero uniformi a livello nazionale, ma l’ondata “devolu­trice” bossiana, non accontentandosi dei disastri del centro-sinistra, ha abrogato con la legge Sirchia 405/ 2001 del novembre scorso, l’uniformità delle prestazioni a livello nazionale, stabilendo, di fatto, una gerarchizzazione territoriale del diritto alla salute. Si tenga conto che alcune prestazioni, come l’assistenza ai portatori di handicap, ai tossicodipendenti e ai disabili sono delegati, tramite la legge 68/99 (legge sui disabili) e soprattutto la 328/2000 (legge Turco sui servizi socio-sanitari), alle regioni e agli enti locali tramite fondi nazionali perequativi che via via saranno smantellati.

Le autonomie locali, già oggi, fanno un massiccio ricorso alle ester­nalizzazioni di questi servizi socio-sanitari. Si conferma in pieno, in tal modo, il binomio indissolubile tra federalismo e privatizzazioni, frutto delle politiche di smantellamento del salario sociale di classe inaugurate con il governo Amato del 1992 a seguito del trattato di Maastricht.

Una volta garantiti i “livelli essenziali” – leggi: minimi – le regioni più ricche non avrebbero più alcun “dovere” di solidarietà d’adempiere e potrebbero in qualche modo ostacolare interventi di riduzione delle proprie entrate fiscali a vantaggio di altre regioni. Si profila nei prossimi anni uno scontro sempre più ampio e visibile tra le regioni del nord e quelle del sud. Infatti, fissati a 10 i livelli di assistenza essenziali delle prestazioni, che ci si trovi a 10 o a 100 non farebbe differenza: lo stato non avrebbe obblighi.

In forza di ciò il ministro della sanità, Sirchia, il 23 febbraio 2002 ha stabilito i nuovi Lea, e regioni quali la Sicilia e la Campania hanno chiesto il blocco e la proroga al 31 maggio dell’entrata in vigore di tali Lea. All’origine della richiesta, i gravi problemi che, secondo i consiglieri regionali siciliani e campani, l’adozione immediata dei Lea comporterebbe: si teme, infatti, l’esclusione dall’assistenza pubblica di diverse prestazioni che potrebbe causare ripercussioni occupazionali e difficoltà per le fasce sociali deboli: “molte delle prestazioni totalmente o parzialmente escluse – come quelle di medicina fisica e riabilitativa ambulatoriale – sono rivolte a soggetti deboli, prevalentemente anziani o disagiati che più di altri hanno bisogno di livelli di assistenza adeguati” [Il Mattino, 12 marzo 2002].

Oltre a questi motivi, possiamo aggiungere il progressivo diminuire delle somme derivanti dal fondo perequativo. Le regioni del sud, a fronte di pesanti deficit potrebbero decidere di decurtare i livelli essenziali. In più, con il patto di stabilità in materia sanitaria voluto da Sirchia e Tremonti lo scorso agosto, le regioni che sforeranno il tetto di spesa, spendendo per la sanità più di quanto previsto dal governo, potranno rifarsi con l’aumento delle tasse locali e con i ticket. Dal 2002, infatti, lo stato non tapperà più i buchi di bilancio delle regioni e questi ultimi dovranno pagarsi da soli i deficit, ricorrendo a un ulteriore aumento dell’addizionale Irpef o ad altre misure fiscali o accedendo a mutui, così come sta già succedendo, per ripagare i debiti pregressi. Ciò significa tartassare, a livello regionale, i lavoratori con minor standard qualitativi rispetto al passato. Una vera e propria secessione di fatto.

In ultimo, la finanziaria 2002 ha stabilito una progressiva trasformazione delle aziende sanitarie in spa o fondazioni e il ruolo preminente della fondazioni bancarie (tutte aventi sede al centro-nord visto che il sistema creditizio meridionale è stato inglobato da banche del centro-nord) nei finanziamenti a centri di eccellenza ospedaliere. Si attua in tal modo una direttiva ministeriale del 1994 voluta dal Giuliano Amato che attribuisce agli enti fondazioni bancarie funzioni di erogazione di risorse a scopi di assistenza e beneficenza nel settore no profit e nel settore socio-sanitario.

Nei prossimi mesi, inoltre, è prevista una nuova legge del ministro Sirchia che provocherà forti precarietà lavorativi per i neo-assunti nel campo sanitario visto che le Asl potranno assumere nei prossimi anni, sul totale del personale necessario, fino al 30% di lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, meglio noti, in aziende quali i call center, come co.co.co., vale a dire il ritorno del cottimo nelle stesse strutture pubbliche. I neo-assunti avranno un contratto a 5 anni, al termine dei quali saranno valutati dai dirigenti e dai direttori generali e solo allora potranno essere assunti in piena regola e accedere alla dirigenza...

È insomma un’accelerazione del processo marxiano di liquidità della forza-lavoro anche negli stessi apparati pubblici. Federalisti e devolutori, da Bassanini a Bossi, sono dell’idea che è giusto che le regioni pensino a se stesse e che gestiscano autonomamente vari settori. Ci chiediamo: è il diritto al­la salute, garantito costituzionalmente, una rivendicazione assistenzialistica, ed è giusto che debba essere regionalizzata, creando 21 sistemi sanitari regionali?

Inoltre, è poi vero che dando maggiore risorse alla Lombardia questa regione avrà standard qualitativi molto maggiori, stante il fatto che non dovrà più pagare a “Roma ladrona” vari tributi? Uno dei campioni del federalismo spinto è proprio il presidente della giunta lombarda, Formigoni: si è insediato nel 1995 avendo un buco della sanità di circa 300 miliardi £. Eppure, nonostante fortissime esternalizzazioni e razionalizzazioni della spesa sanitaria lombarda, si ritrova un debito di migliaia di miliardi di lire.

Un esempio lampante è ciò che è successo negli scorsi anni: l’incremento della spesa dal 1995 al 1997 è del 17,38% (mentre l’in­cremento del fondo sanitario regionale è stato del 9,5 %); il finanziamento alle strutture pubbliche (Asl e Ao) ha avuto un incremento del 13,68% mentre gli erogatori privati (Irccs privati, case di cura) di assistenza ospedaliera ed ambulatoriale hanno avuto un flusso finanziario maggiorato del 40% (significativo l’incre­mento per le Case di cura: 62,2%). Il disavanzo del 1995 era di 298 mrd £, nel 1997 sale a 1489 mrd (nel 1996 era 835 mrd).

Nel periodo ‘95-97, l’assetto strutturale dell’offerta ospedaliera subisce le seguenti modifiche: i posti letto ordinari diminuiscono dell’1,9%, i posti letto pubblici decrementano dell’8,4%, quelli delle strutture private aumentano del 7,25%; le quote (numero posti letto ordinari) pubblico/privato mutano dal­l’80/20 del 1995 al 75/25 del ‘97 (nel 1998 è stimato il rapporto 73/27).

L’incre­mento della quota privata è da ascrivere quasi totalmente alle case di cura accreditate (+2000 posti letto, +33%) [cfr. relazione di Alfo Gazzetti (Medicina democratica) al convegno La sanità a Milano e in Lombardia stretta tra pubblico e privato: verso quale direzione ed approdo dopo la legge regionale n. 31/ 3.6.1999, reperibile al sito internet di Medicina democratica].

Le ultime notizie sulla sanità italiana affermano che nel 2001 la Lombardia aveva un disavanzo di 223 mila € (24 € pro capite), la Campania 247 mila € (42 € pro capite), la Calabria 127 mila € (62 € pro capite), la Sardegna 166 mila € (100 € pro capite), il Lazio 857 mila € (ben 161 € pro capite di debito) [il Sole 24 ore, 16.3.2002].

Al 1999 in Lombardia risultavano 36.808 posti letto pubblici a fronte di 8.333 posti letto accreditati. In Calabria su 5.813 posti letto pubblici vi sono 3.356 posti letto accreditati. Con le nuove disposizioni in materia di federalismo fiscale, la Lombardia ha entrate maggiori del 26% in materia sanitaria (mentre alcuni studi per la Calabria parlano di minori trasferimenti in materia sanitaria di circa il 46% ... da qui al 2013), ma il Piano sanitario regionale presentato nelle settimane scorse prevede, tra le altre cose, che consultori e assistenza ai tossicodipendenti siano esternalizzati ai privati.

Negli ospedali saranno tagliati 5.400 posti letto (da 5 a 4 per mille posti letto per abitanti), senza specificare se la sforbiciata coinvolgerà anche le strutture private convenzionate. La regione Lombardia garantirà i livelli assistenziali “minimi”, quel che eccede sarà coperto da assicurazioni e fondi integrativi (previsti già dalla riforma Bindi), ovviamente obbligatori per anziani, malati cronici, soggetti a rischio [questo è uno dei motivi delle battaglie finanziarie che stanno coinvolgendo le assicurazioni finalizzate alla concentrazione e alla centralizzazione di questo settore, vedi la vicenda Fondiaria]. Un altro metodo sarà l’appli­cazione anche nella sanità lombarda di un buono-sanità, così come c’è stato nel sistema scolastico. Infine accresce, con le fondazioni ospedaliere, il ruolo dei privati nel sistema sanitario regionale [Il Giornale, 14.3.2002].

Ci chiediamo: perché chiamare “federalismo” ciò che sostanzialmente significa privatizzazione di servizi pubblici primari per l’importanza che rivestono? Un’altra questione, con la riforma federalista, è l’assenza di controlli, vista la potestà legislativa concorrente e/o esclusiva delle regioni in molte materie, non ultima la sanità. In pratica: chi controlla i controllori?

Per quanto riguarda la Calabria secondo la Corte dei Conti regionale, in merito alla riforma dello Statuto regionale, “manca qualsiasi previsione di un controllo, anche solo sulla gestione, affidato ad un organo in posizione di imparzialità, di neutralità, di terzietà. Quali solo la Corte dei Conti da sempre è in grado di offrire” [Relazione annuale 2002]. Questa regione, così lontana dalle esigenze dei lavoratori, secondo l’ultimo Conto consuntivo reso pubblico il 4 dicembre scorso sul bollettino ufficiale riferito al 1999, ha residui attivi, vale a dire entrate non riscosse per 6,5mila miliardi di lire (circa 3,3 miliardi di euro, ma bisogna anche tener conto dell’inflazioni di quasi venti anni, ndr), e residui passivi, spese impegnate ma non effettuate per circa 2.000 miliardi di lire, la maggior parte derivanti da trasferimenti statali. Se si riscuotessero anche la metà dei residui attivi e si spendesse la metà dei residui passivi il tenore di vita delle popolazioni calabresi aumenterebbe di molto e la disoccupazione sarebbe molto inferiore. Ciò non succede e per vari motivi, alcuni legati alla riproduzione di una borghesia di stato parassitaria e clientelare.

Il dubbio circa il ruolo delle regioni meridionali, se non da un amaro scetticismo, deriva dal ruolo storico che esse hanno avuto nelle materie di loro competenza, che negli ultimi anni si sono ampliate a dismisura e che, con la riforma costituzionale federalista, avranno addirittura potestà legislativa in molti settori. Diciamocelo francamente: la scandalosa, ipertrofica e tragica inoperosità, unita ad una gestione politico-clientelare della cosa pubblica, della classe dirigente meridionale è storicamente uno dei maggiori impedimenti ad un equilibrato svi­luppo del territorio, a partire dai servizi pubblici che costituiscono una pre-con­dizione di base per più decenti standard di qualità della vita.

La sanità, da decenni, costituisce, per le nomine dirigenziali di ogni colore politico, un “mercato delle vacche”: ad ogni cambio di giunta prontamente si cambiano i direttori generali scegliendone altri secondo criteri che non certo si basano su curricula manageriali di tutto rispetto, ma di appartenenza politica con relativi e brillanti consulenti esterni. Ciò ha provocato un continuo degrado della sanità, la fuga di cervelli, l’u­miliazione professionale di parte del personale medico e paramedico e la creazione di baronie che “tappano” le professionalità emergenti, costrette ad emigrare.

Come in altri, anche in questo settore storicamente si è riprodotta una borghesia parassitaria di stato che funge da cinghia di trasmissione alle politiche neocorporative nazionali ed europee finalizzate al taglio del salario globale di classe e alla creazione dell’esercito industria­le di riserva, per non parlare dei rapporti con il mondo farmaceutico.

In generale i manager della sanità, generale – amministrativo e sanitario – guadagnano più al sud. Si sono aumentati lo stipendio a seguito del Dcpm 319 (7.10 2001) fissandolo al tetto massimo di 154 mila euro aumentabili del 20% in base ai risultati raggiunti (50% in più); per i direttori sanitari e amministrativi lo stipendio sarà l’80% di quello dei direttori generali (123,950 €). È un contratto di diritto privato [il Sole 24 Ore, 11.2.2002]. In ampie parti del mezzogiorno molti ospedali presentano gravi carenze in materia di igiene e sicurezza, i livelli di diritto alla salute sono talmente bassi che hanno provocato un aumento del­l’emigrazione sanitaria verso altre regioni. In Calabria ogni anno 45 mila pazienti emigrano nelle altre regioni per motivi sanitari [Il quotidiano, 10.2.2002].

Questa vera e propria “classe” si riproduce secondo meccanismi clientelari e mafiosi attingendo, secondo i dettami di Maastricht ripresi dalla legislazione nazionale (soprattutto la 59/1997 e la 112/1998, fulcro e del federalismo amministrativo e fiscale e del ruolo sempre più marcato delle fasce dirigenziali voluto da Bassanini) ai principi di autonomia, responsabilità, efficacia ed efficienza: è un modo per dire che manca qualsiasi controllo. Infatti l’impianto legislativo della riforma Bindi si innesca in questi processi in merito a: individuazione delle competenze ed attribuzione di responsabilità reali; autonomia di gestione dei dirigenti; valutazione del grado di efficienza raggiunto attraverso un sistema che colleghi le risorse impiegate con i risultati conseguiti, posto che il valutatore debba avere competenze ad hoc.

Ciò riflette in pieno la filosofia giuridico-economica della legislazione “bassaniniana”, fulcro del federalismo fiscale, mediante il decisivo apporto del principio di sussidiarietà, introdotto già con i governi Amato e Ciampi del ’92-93. Inoltre la legge 382 del 1996 all’art. 5 dispone che “le regioni ... provvedono a ristrutturare la rete ospedaliera prevedendo l’utilizzazione dei posti letto ad un tasso non inferiore al 75% in media annua ed adottando lo standard di dotazione media di 5,5 posti letto per mille abitanti ... con un tasso di ospedalizzazione del 160 per mille abitanti”.

Sono quindi tre i parametri di riferimento che connotano una rete ospedaliera ritenuta “legittima”:
i. la dotazione regionale dei posti letto complessivi esistenti deve essere pari a 5,5 per mille abitanti, riformato con decreto Sirchia del novembre scorso a 4 per mille abitanti, vale a dire una riduzione dei parametri dei posti letto del 25%, con piena discrezione se tagliare posti letto pubblici o privati;
ii. l’utilizzazione dei posti è stabilito ad un tasso non inferiore al 75%;
iii. il numero dei ricoveri (tasso di ospedalizzazione) deve essere pari a 160 per mille abitanti.

Infine, come già detto, per il ministro della sanità Sirchia il limite di 5 posti letto per mille abitanti è diminuito a 4 per mille. Sirchia, in ultimo, ha abrogato le norme del rapporto di esclusività dei medici con le strutture pubbliche, annullando l’obbligo dell’eventuale intra-moenia. È un ritorno all’impostazione li­berista della riforma De Lorenzo e la vittoria della lobby dei primari e delle baronie sanitarie. I medici possono scegliere tra un rapporto a tempo pieno e il part time, cade l’esclusiva e si torna alla libera professione senza regolamentazione aziendale da esercitare negli studi privati e nelle strutture non accreditate.

Ma anche questo è oggetto di scontro con le regioni: ad esempio per Vasco Errani, presidente della conferenza delle regioni, questo provvedimento rappresenta un invasione di campo delle nuove competenze costituzionali in materia di sanità [I.O., 4.4.2002]. Per Rosy Bindi è “un intollerabile ritorno al passato” (sic!), per Livia Turco è “una riforma confusa, inaccettabile e immorale”(sic!!) [il Sole 24 ore, 4.4.2002], ma questa impostazione liberista non è altro che la realizzazione della promessa elettorale della “casa delle libertà” alla lobby medica racchiusa nel Cimo, nel Coas, e nella Femi, oltre che in altre sigle associative e sindacali. È il naturale compimento allo smantellamento dei principi di universalità, solidarietà e gratuità della tutela della salute, a cui ha contribuito in gran parte la destra tecnocratica e sussidiaria rappresentata dall’Ulivo.

Ecco come il trattato di Maastricht si è dispiegato in modo pervasivo nelle strategie dell’ultimo decennio finalizzate, secondo dettami neocorporativi e basati sul principio di sussidiarietà, al taglio del salario sociale: gli articoli 3 comma b (sussidiarietà) e 105 (tetto d’inflazione europeo massimo al 2%) di questo trattato e il patto di stabilità del trattato di Amsterdam continuano ad avere pesanti effetti deleteri sulla condizione di vita dei lavoratori italiani ed europei, col suo assetto neocorporativo e liberista.

Questo è il contesto dello smantellamento del salario sociale di classe e della riproduzione dell’esercito industriale di riserva visto da un territorio marginale del mezzogiorno. Il contesto reale dell’“Agenda 2000-2006”, ma in fondo questo posto non è poi molto lontano da Maastricht, da Amsterdam o da Nizza...

Fonte

13/01/2020

Hammamet. Un film dove la dimensione politica del craxismo rimane convitato di pietra

Dalla visione del film di Amelio sorge un interrogativo cui possono seguire come risposta almeno tre altri quesiti, per un racconto che, come scrive Mereghetti, “rimane un po’ sospeso”.

La domanda è questa: perché in un film tutto incentrato su di una sofferenza a prima vista assolutamente fisica, ma derivante da una vicenda completamente politica, la politica stessa rimane sullo sfondo quasi come un convitato di pietra di cui si intravedono soltanto i lati oscuri?

I tre quesiti di risposta possono essere così riassunti:

1) Forse perché si vuol intendere la sofferenza come ricerca della redenzione?

2) Oppure si vuol intendere la sofferenza come metafora della decadenza cui sarebbe andata incontro l’Italia nel momento del crollo del sistema dei partiti?

3) Ancora: come l’occasione di offrire una tribuna senza contraddittorio per costruire, ancora una volta, l’ipotesi del “tutti colpevoli, nessun colpevole”?

Il dato politico più rilevante che sortisce dalla visione del film riguarda il ruolo di completa supplenza esercitato dai settori della magistratura impegnati dentro quel drammatico frangente.

In questo senso le vicende legate al dissolvimento della Repubblica dei Partiti a cavallo degli anni ’90 è stata così riportata in primo piano dal film, opera di un regista intimista come Gianni Amelio.

Un film preso a semplice pretesto dalla solita abile strumentalizzazione ad opera di Bruno Vespa per una sua rutilante trasmissione, nel corso della quale Martelli e Cicchitto (a parte la posizione di Stefania Craxi) hanno riportato in campo la vittimista teoria del complotto, con rari accenni al quadro politico di allora.

Un quadro politico quello dei primi anni ’90 che è bene ricordare fu segnato dalla caduta del Muro e dal trattato di Maastricht, elementi decisivi assieme a Tangentopoli nel processo di trasformazione del sistema politico italiano.

In quella fase tutti i partiti storici non trovarono forza e ragioni per evitare la dissoluzione e sparirono, compreso il PCI che anzi anticipò quella storia di dissolvimento nel nulla: è bene ricordare questo punto.

Dal confronto avvenuto a “Porta a Porta” di cui è stato protagonista anche un Piero Fassino totalmente sulla difensiva (all’inizio ha definito le sentenze della magistratura “valutazioni”) è emerso, almeno a mio giudizio, come per un’intera generazione (quella che ormai è al tramonto nella vita politica italiana e dalla quale una parte è stata spazzata via proprio da quelle vicende) ci sia ancora molto da scavare e le analisi fin qui sviluppate risultino incomplete attorno a nodi decisivi sia al riguardo del quadro internazionale, dell’Europa, del ruolo – oggi – dello “Stato Nazione”, della stessa dinamica democratica.

Siamo rimasti in superficie e di fatti ci troviamo ancora in una transizione che appare eterna, mentre sono fallite tutte le ipotesi sullo “sblocco del sistema politico”, il bipolarismo “temperato”, l’alternanza.

Di tutta una lunga stagione è rimasto soltanto il vuoto del trasformismo.

Si può celebrare la sofferenza per arrivare al trasformismo ?

Riaprire un varco di discussione a sinistra è obbligatorio e indispensabile: a patto però di non cercare verità di comodo.

Per ricostruire serve proporre un ragionamento complessivo partendo da una completa assunzione di responsabilità e guardando concretamente agli esiti di questi trent’anni.

Esiti assolutamente disastrosi: una società sfrangiata, individualista e neo – corporativa; evidenti segni di arretramento storico sul piano della dinamica sociale e culturale; un’idea della politica di ritorno a logiche di notabilato; la quasi estinzione della dimensione pubblica delle nostre idee di uguaglianza e di rapporto tra esse e l’intreccio tra giustizia sociale e libertà.

In sostanza è avvenuto il passaggio dell’agire politico da fatto culturale a questione di sola immagine e nessuno sta cercando seriamente di contrastarne gli effetti.

Ritornare alla teoria del complotto per giustificare Hammamet non serve: tentare di farlo anche utilizzando proprio la categoria della sofferenza vissuta farebbe parte – appunto – del ritorno all’indietro.

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13/04/2019

Come trent’anni di Maastricht hanno distrutto l’Italia

In un paper appena pubblicato, il noto economista olandese Servaas Storm, tutt’altro che radicale, si occupa delle cause della “lunga crisi” italiana. La sua conclusione è lapidaria: «Nello studio, dimostro empiricamente come la recessione italiana debba considerarsi una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht adottato dall’Italia a partire dai primi anni Novanta».

Storm nota come fino ai primi anni Novanta l’Italia abbia goduto di trent’anni di robusta crescita economica, durante i quali è riuscita a raggiungere il Pil pro capite delle altre nazioni principali della futura zona euro (soprattutto Francia e Germania).

Da allora, però, «è iniziato un costante declino che ha letteralmente cancellato trent’anni di convergenza». Al punto che oggi il divario tra il Pil pro capite italiano e quello degli altri paesi europei è pari se non addirittura inferiore a quello che era negli anni Sessanta.

Tutti gli altri principali indicatori economici hanno registrato lo stesso crollo: reddito pro capite, produttività, investimenti, quote del mercato mondiale, ecc.

«Non è un caso – scrive Servaas Storm – che la repentina inversione delle fortune economiche dell’Italia si sia verificata in seguito all’adozione della “sovrastruttura politica e giuridica” imposta dal Trattato di Maastricht, che ha spianato la strada alla creazione dell’UME nel 1999 e all’introduzione della moneta unica nel 2002. Come mostro nel paper, l’Italia è stata l’allievo modello della zona euro, impegnandosi nell’implementazione dell’austerità fiscale e delle riforme strutturali che rappresentano l’essenza delle regole macroeconomiche dell’UME con maggiore veemenza e solerzia di qualunque altro paese dell’eurozona – molto più di Francia e Germania. E ha pagato un prezzo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno distrutto la domanda interna italiana, e la carenza di domanda, a sua volta, ha asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. L’operazione è stata un successo, ma purtroppo il paziente è morto».

Per mostrare quanto sia stata radicale «l’austerità fiscale permanente» perseguita dall’Italia negli ultimi decenni, Storm traccia un confronto tra Italia e Francia: tra il 1995 e il 2008, l’Italia ha registrato un avanzo di bilancio primario del 3 per cento circa in media, rispetto ad un deficit primario dello 0,1 per cento della Francia nello stesso periodo.

In pratica, nel periodo in questione, «lo Stato francese ha fornito all’economia uno stimolo fiscale pari a 461 miliardi di euro, mentre lo Stato italiano ha drenato dall’economia 227 miliardi... Non oso immaginare che forma avrebbero assunto le proteste dei gilet gialli se la Francia avesse praticato un consolidamento fiscale pari a quello dell’Italia».

Storm mostra come il regime post-Maastricht abbia comportato anche una moderazione salariale (leggasi: guerra di classe) senza pari. L’economista mostra come tra gli anni '60 e i primi anni '90 il divario tra i salari reali italiani e quelli degli altri principali paesi europei si sia progressivamente ridotto fino a scomparire del tutto. Da quel momento in poi la forbice ha cominciato ad allargarsi nuovamente e – incredibilmente – oggi è più grande di quanto non fosse negli anni '60. Come nel caso del PIL pro capite, trent’anni di convergenza spazzati via da trent’anni di Maastricht.

Storm pone anche l’accento sulla natura di classe di questo processo (cioè su come il “vincolo esterno” di Maastricht sia stato lo strumento col quale i capitalisti nostrani hanno spezzato le reni dei lavoratori italiani, come spiego in Sovranità o barbarie): tra il 1991 e il 2008 la quota profitti dell’Italia – già superiore alla media europea – è passata dal 36 al 40 per cento. Un dato che sarebbe il caso di ricordare ai sindacati che firmano appelli – per l’Europa! – insieme a Confindustria perché “siamo tutti sulla stessa barca”.

La guerra condotta ai lavoratori negli ultimi decenni è stata così feroce che i capitalisti hanno finito per segare il ramo su cui sedevano. Come scrive Storm, «seguendo pedissequamente le regole macroeconomiche europee, l’Italia ha determinato una carenza cronica di domanda interna. Questa è il risultato dell’austerità fiscale permanente, del persistente contenimento dei salari e della mancanza di competitività tecnologica delle imprese italiane [acuita dal crollo degli investimenti, a sua volta determinato dalla domanda carente], che, in combinazione con un tasso di cambio sopravvalutato, riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato a fronte della concorrenza dei paesi a basso reddito. Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda; riducendo l’utilizzazione degli impianti e danneggiando gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività, bloccando dunque il paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento costante della matrice produttiva dell’economia italiana e della qualità dei suoi flussi commerciali».

La soluzione per Storm sarebbe ovvia: grandi investimenti pubblici e politiche industriali per promuovere l’innovazione, l’imprenditorialità e una maggiore competitività tecnologica. Peccato, scrive l’economista, che questo approccio sia del tutto «incompatibile con il rispetto delle regole macroeconomiche dell’UME» e più in generale con l’architettura economico-politica europea.

Alla luce di tutto ciò, cosa fanno i sindacati e le sinistre? Continuano a invocare “più Europa”. Ormai la cosa non fa più neanche ridere; fa solo incazzare.

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01/03/2019

Il labirinto del debito pubblico

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine.

Jorge Louis Borges

Si continua a sostenere la necessità di ridurre il debito pubblico quale elemento essenziale per dare maggior stabilità al sistema e per rendere possibile una maggior crescita economica. Bene, questa affermazione è falsa in radice.

Ridurre il debito pubblico è un’operazione sociale e politica che ha quale fine quello di cambiare alle fondamenta la nostra società e la nostra vita. Già lo diceva Tommaso Padoa Schioppa in una celeberrima intervista di qualche anno fa al Corriere della Sera: "Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità"* .

Ridurre il debito pubblico è facilissimo: basta privatizzare la Sanità, la Scuola, l’Università, i beni culturali e quant’altro e il debito pubblico si assorbe in una decina d’anni. Non è che ci vuole molto a capire che se vengono privatizzati gli elementi elencati qui sopra e per i quali lo stato spende centinaia di miliardi non si forma nuovo debito e quello vecchio viene pagato a scadenza riassorbendosi.

Avremo una maggiore stabilità del sistema? Assolutamente no. Semplicemente perché ad una diminuzione del debito pubblico corrisponderebbe un aumento del debito privato. Come si fa a dire questo? Semplice. Ognuno di noi lotterebbe con il coltello tra i denti per mantenere i propri standard di vita. Per esempio; vi viene un’appendicite? Se lo Stato non paga (e dunque non si indebita) per operarvi se non volete morire semplicemente vi mettete la mano sul portafoglio e l’operazione ve la pagate privatamente. Siccome la maggior parte di noi non ha la liquidità per gestire privatamente le mareggiate della vita vorrà dire che vi indebiterete. Idem se volete iscrivervi all’università: spendete 100mila euro o nulla. E via discorrendo su tutto ciò che riguarda la nostra vita e che ora ci viene garantito secondo principi di solidarietà. La mia non è una visione, ma è un dato di fatto dimostrato empiricamente: tutti gli stati che hanno un basso debito pubblico perché non garantiscono nulla o quasi ai propri cittadini hanno altissimi debiti privati. Ognuno si arrangia come può indebitandosi personalmente. Esempi? Stati Uniti ed Gran Bretagna, per dirne due.

Questa è dunque una enorme operazione di trasformazione sociale. Chi vi dice che vuole abbattere il debito pubblico non vuole dare maggior stabilità al sistema (perché aumenterà il debito privato sul quale si paga un interesse anche più alto) ma vuole trasformare la nostra società da solidale secondo i principi cristiani e socialisti (che un ruolo enorme hanno giocato in questi secoli in Europa) verso una società improntata all’individualismo più estremo secondo la nota massima homo homini lupus.

Lo stesso trattato di Maastricht che si focalizza totalmente sul debito pubblico nei suoi parametri (trascurando colpevolmente l’altra colonna del sistema: il debito privato) in realtà ha solo una funzione di trasformazione sociale. E non stupisce che il suo Architetto sia quel Jacques Attali così abile nel costruire labirinti e giochi di specchi e che non a caso è autore del Trattato sul Labirinto e che da sempre ci raccomanda di essere labirintici e complessi nel pensiero.

Esattamente come lui e il suo labirintico capolavoro di Maastricht: obbligare a fare A dicendo che si vuole ottenere B ed in realtà ottenendo Z.

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01/05/2017

Italia. Dal 1992 i redditi delle famiglie sono crollati del 20%

Era il 1992 quando il liberista Andreatta (ministro democristiano) affermò che per far fronte al debito pubblico occorreva "ridurre di almeno cinque milioni di lire il reddito delle famiglie italiane". Le terapie d'urto dei governi di Maastricht (Amato, Ciampi, Prodi) si assunsero l'onere dell'avveramento della "profezia" di Andreatta. Il piano inclinato dei redditi delle famiglie italiane è cominciato proprio allora e non si è più risollevato. L'Italia si è aggiudicata il primato negativo per "impoverimento" dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei. La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell'arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010. A confermarlo è uno studio realizzato da Pew Reserarch Center.

A conferma che le conseguenze del Trattato di Maastricht sono state una vera e propria maledizione per il nostro paese, il rapporto segnala che nessun altro paese europeo ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si sia assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010).

Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il "reddito medio della classe media" è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010. Ben oltre la "profezia autoavverata" di Andreatta, ministro democristiano peggiore di Andreotti.

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28/03/2017

Come le privatizzazioni hanno distrutto lo Stato

Se ne parlerà a Roma, giovedì 30 marzo. Il 7 febbraio 1992 a Maastricht fu firmato il Trattato che fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l'ingresso dei vari Stati nell’Unione e nell’istituenda moneta unica.

Poco dopo in Italia, il 2 giugno 1992, si teneva una riunione a bordo del «Britannia», lo yacht della corona inglese, appositamente ancorato presso le nostre coste e con a bordo nomi illustri del mondo finanziario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la regina Elisabetta II d'Inghilterra.

Erano venuti per ricevere rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per mettere sul mercato finanziario internazionale il patrimonio industriale e bancario pubblico del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". E così avvenne poco dopo con il Protocollo del 31 luglio 1992 tra il governo Amato e Confindustria, Cgil, Cisl e Uil con il titolo “politica dei redditi, lotta all'inflazione e costo del lavoro” con cui si affermava la necessità che le predette organizzazioni sindacali – in cambio della loro sovvenzionata istituzionalizzazione nei processi di gestione sociale – condividessero lo sforzo del governo per “una immediata azione di freno dell'inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale” (e cioè spostamento del reddito dai salari ai profitti e privatizzazioni) per “riconvergere verso i parametri del trattato di Maastricht”. Da quel momento la svalorizzazione del lavoro con cooptazione della sua rappresentanza, e la privatizzazione di imprese e banche e servizi pubblici, sono state le due inseparabili facce della stessa medaglia appesa sul petto dell’Italia nella costruzione dell’Europa di Maastricht.

Ed infatti il processo di privatizzazione di imprese e banche di proprietà pubblica, avviato in Italia con il primo governo Prodi in vista dell’ingresso nell’Euro, è diventato un caso di studio a livello internazionale per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito. Ed invece nel corso degli anni 2000 se ha subito un rallentamento (con i vari governi Berlusconi) la quantità di imprese e banche portate dal pubblico al privato, è stato portato il privato nel pubblico con forme crescenti di esternalizzazione nell’erogazione dei servizi e nella gestione del welfare. E ciò irresistibilmente ha viaggiato a prescindere dallo schieramento politico al governo sino a giungere agli esiti più estremi con i cd “Decreti Madia”, tutt’ora ampiamente nell’agenda politica a breve del paese nonostante la recente parziale bocciatura costituzionale.

E dentro questo c’è stato un ventennio di legislazione e contrattazione tesa a costruire un pubblico impiego idoneo a questa ristrutturazione: sempre meno numeroso, sempre meno retribuito e sempre meno sottoposto a processi di riqualificazione delle competenze e delle mansioni, ed invece sempre più deriso e servilizzato, ricattabile, anziano, isolato. E tutto ciò ha portato alla liquidazione del patrimonio pubblico del paese non solo senza alcun beneficio di bilancio (essendo il debito pubblico assai cresciuto da allora) ma con aumento delle tariffe e del costo dei servizi e contestuale riduzione della loro qualità, distruzione di posti di lavoro ed abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle medie e piccole imprese, incremento della corruzione e della diffusione delle mafie, progressiva distruzione della capacità produttiva italiana e concentrazione del capitale in poche ricchissime mani, sempre più quelle di multinazionali.

Il Forum Diritti Lavoro, con Usb, ritiene che venticinque anni dopo sia venuto il momento di un bilancio, e di un rilancio. E vi invita a partecipare al convegno i cui atti diverranno la base per l’uscita del secondo numero della rivista “I Quaderni del Forum Diritti Lavoro” .

L'appuntamento è a Roma giovedì 30 marzo 1917 ore 15,30 Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A Roma. Interverranno Paolo Maddalena, Arturo Salerni, Carlo Guglielmi, Giorgio Cremaschi, Rita Martufi, Luigi Romagnoli, Lorenzo Giustolisi, Pierpaolo Leonardi, Paola Palmieri, Franco Russo.

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25/03/2017

Quando i banchieri confermano le ragioni di Eurostop

Vedere le proprie tesi confermate – in controcanto ovviamente – dal nemico, è sempre un segnale di efficacia. La prova viene dall’alto, da Peter Praet capo economista della Banca Centrale Europea intervistato oggi dal Il Sole 24 Ore in un inserto speciale dedicato al sessantesimo del Trattato di Roma e alle “buone ragioni” dell’esistenza dell’Unione Europea.

Il capo economista della Bce dedica buona parte delle sue risposte a contestare chi sostiene l’uscita dall’euro, ma apparentemente e per paradosso, ne rafforza le ragioni.

In primo luogo Praet conferma l’indissolubile legame tra euro ed Unione Europea: “L'unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l'uno dagli altri”. L’affermazione è importante per due motivi: il primo è che spazza ogni scorciatoia per chi sostiene l’uscita dall’euro (vedi la destra) ma non l’uscita dall’Unione Europea. In secondo luogo perché conferma che la rottura dell’Eurozona e della moneta unica non può che essere una opzione politica a tutto campo e non solo una escamotage economica.

Praet non si sottrae però a valutazioni politiche: “Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell'euro. E' un inganno! Siamo arrivati all'unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio”. Anche questa affermazione è interessante perché rivela pienamente la falsa coscienza di chi afferma una tesi “ufficiale” sapendo che la realtà l’ha smentita sonoramente.

E’ vero che la situazione prima del 1992 non era il paese delle meraviglie, ma è indubbio che tutti gli indicatori sociali sul piano dei salari, del reddito delle famiglie, del welfare, del potere d’acquisto sono diminuiti e poi crollati proprio dal 1992 in poi, cioè dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. E’ stato sicuramente così nei paesi Pigs e in Italia lo fu in modo clamoroso con l’avvio delle misure “lacrime e sangue” (governo Amato docet).

E’ importante richiamare alla memoria collettiva quel 1992 che la pubblicistica di regime liquida solo come "l’anno di Tangentopoli".

Da febbraio 1992 entrò in vigore il Trattato di Maastricht con i suoi astrusi e inflessibili parametri. La storia ha rivelato che il famoso 3% di rapporto tra deficit e Pil fu un valore definito in modo del tutto casuale. Quando prima dell’estate ci furono gli attacchi speculativi sulla lira e la sterlina, venne liquidato l’ultimo governo della Prima Repubblica – quello di Andreotti – e venne nominato il governo Amato. La prima cosa che fece quest'ultimo fu chiedere un prestito europeo per vincolare le misure “lacrime e sangue” nella Legge Finanziaria alla sua restituzione. Il ministro Andreatta (uno che nel disastro sociale ha più responsabilità di Andreotti) disse esplicitamente che per ridurre il debito pubblico occorreva ridurre il reddito delle famiglie – di ogni famiglia – di almeno tre milioni (di lire). Venne così operata la trattenuta forzosa sui conti correnti, venne introdotta l’Ici e l’Isi (imposta Straordinaria sugli Immobili, una tantum), si avviò il maggior ciclo di privatizzazioni di tutta Europa con il processo di dismissione delle Bin (banche di interesse nazionale), dell’Iri, delle aziende pubbliche in pochissimi anni.

Ma il capo economista della Bce aggiunge dell’altro: “I sondaggi, a mio parere, mostrano una disaffezione verso la situazione generale, di cui l'euro diventa un capro espiatorio. In Italia, le conseguenze di questa narrativa sono semplicemente sbagliate. L'alternativa nostalgica secondo cui tutto andrà a posto con il solo ritorno alla lira equivale a imbrogliare la gente. Il costo di un cambiamento di regime monetario sarebbe enorme e i poveri sarebbero la parte della popolazione che ne soffre di più. Guardi il recente rapporto dell'Ocse sull'Italia. Il reddito pro capite è calato del 10% dopo la crisi, allo stesso livello del 1997: dar la colpa alla valuta è il bersaglio sbagliato”.

Peter Praet forza i termini della questione giocando alla semplificazione. E’ ovvio che solo Salvini o Alemanno e i loro razzolatori possono pensare che il ritorno alla lira sia una soluzione a costo zero. O meglio, lo dicono davanti alle telecamere o magari in qualche siparietto, ma se ne guardano bene dal dargli conseguenze politiche. La destra non ha in mente una rottura della moneta unica che sia conseguentemente anticapitalista, dunque preceduta e accompagnata dalla nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, dal ripudio del debito ormai in mano a banche, assicurazioni, fondi di investimento privati italiani e stranieri, fuoriuscita del paese dalle alleanze militari aggressive contro altri popoli.

Un cambio di regime monetario è problematico sia se preso in sé, sia come atto di rottura politica. Ma non si può più accettare che il disastro provocato concretamente dalla gabbia dell’unione monetaria venga negato, evocando ossessivamente un disastro solo ipotizzabile come scenario per rendere inamovibile e quasi divino il disastro reale che abbiamo verificato materialmente dal 1992 (con il Trattato di Maastricht) e poi dal 2002 (con l’entrata in vigore dell’unione monetaria). La realtà ha ormai fatto saltare questo giochetto agli occhi della società. Tant’è che anche ambienti insospettabili (da Mediobanca all’Ofce francese) cominciano a produrre studi e rapporti che smentiscono la narrativa catastrofica sulle eventuali fuoriuscite dall’euro.

Ma il fallibilissimo ricettario di Peter Praet e della Bce, produce la consueta lista di sanguinose banalità (per la gente comune) quando insiste sui problemi e le soluzioni per la realtà italiana: “In Italia ci sono problemi reali, per esempio nel sistema dell'istruzione, nella partecipazione femminile alla forza lavoro, nella preparazione della manodopera, nella qualità della pubblica amministrazione, nella diffusione delle tecnologie. Il miglioramento in queste aree creerà ricchezza e questa ricchezza dev'essere inclusiva, per evitare un'altra fonte di populismo. È meglio guardare alla lista di riforme dell'Ocse: alcune sono state adottate e stanno producendo risultati, ma la lista delle cose da fare è ancora molto lunga”.

Anche qui i fatti smentiscono che questo ricettario abbia prodotto risultati positivi. Anzi proprio l’attuazione delle “riforme” dell’Ocse ha portato alla devastazione dell’istruzione pubblica, del lavoro e dei salari. Tant’è che il presidente dell’Ocse Gurria è tornato alla carica sul governo italiano perché preoccupato degli eventuali stop al jobs act, ai voucher e a tutta l’artiglieria pesante scaricata contro i lavoratori e i disoccupati italiani. Un bombardamento di “riforme” che ha prodotto il boom dei working poors (lavoratori poveri), una disoccupazione stellare, la ricomparsa di forme di lavoro schiavistico, aumento delle disuguaglianze sociali.

Potremmo continuare in questa sistematica decostruzione della lunga intervista del capo economista della Bce, Peter Praet ma possiamo fermarci qui. Vorremmo solo aggiungere una piccola notizia. Mentre la società vive pesantemente e comincia a comprendere la regressione sociale complessiva, i big boss delle sette principali banche italiane si sono spartiti quasi 150 milioni di euro in bonus e dividendi nel 2016.

E’ della coscienza di questa contraddizione di classe che hanno paura, sempre più paura, gli esponenti delle classi dominanti nel nostro paese e in Europa. La piattaforma e il progetto di Eurostop intendono proprio dare rappresentanza politica ai settori sociali al centro di tale contraddizione.

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17/03/2017

L’Unione Europea? Una baracca pericolosa per chi ci vive dentro...

Non è semplice spiegare agli ideologizzati – “l’Unione Europea fa schifo, ma è meglio degli Stati nazionali, perché almeno così la classe operaia è unita” – le ragioni di una critica scientifica, oltre che politica e di classe, alle istituzioni sovranazionali a-democratiche che ci governano da 25 anni. Più facile spiegarlo ai lavoratori o alla gente per strada, che si deve fare i conti in tasca tutti i giorni e sa benissimo quanto potere d’acquisto ha perso da quando è stata introdotta la moneta comune, quanto welfare ha perso da quando il pareggio di bilancio obbligatorio ha annullato i margini di manovra di qualsiasi governo (centrodestra e centrosinistra pari sono, devono fare esattamente le stesse cose), quanto è cresciuta l’età pensionabile e quanto sono diminuite le pensioni, quanto sono aumentate le spese individuali per curarsi e quanto è invece calata la spesa pubblica per la sanità, quanto è cresciuta la disoccupazione, sono scesi i salari, diffusa la precarietà lavorativa e dunque esistenziale. Ci sembra perciò utile riprendere questo editoriale di Paolo Savona, apparso ieri su un quotidiano che non è né bolscevico, né troglodita-“sovranista”; ovvero Milano Finanza. Paolo Savona è stato del resto, tra le altre cose, direttore generale di Confindustria con Guido Carli presidente. Una delle poche teste pensanti dell’establishment italiano a criticare ancor prima dell’istituzione i parametri di Maastricht, perché privi di base scientifica e troppo rigidi per un'economia che richiede sempre flessibilità. Specie quella italiana, troppo debole e squilibrata per poter stare dentro quella gabbia. Non contento, aveva anche avvertito scientificamente sulla insostenibilità dello sviluppo del mercato dei derivati, prevedendo che le banche centrali avrebbero dovuto servire, come poi accaduto, la liquidità necessaria per impedire un collasso del sistema finanziario mondiale.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, né ignorante più ignorante di chi si rifiuta di analizzare il mondo che ha davanti; per quello che è, non per come ci piacerebbe che fosse. Anche a “sinistra”. Comprendendo in questa orrenda definizione tanto quelli che sono diventati “miglioristi dell’Unione Europea” per assoluta assenza di coraggio politico, tanto quelli che preferiscono ignorare la struttura del potere che ci governa, limitandosi – come i bambini nervosi – a manifestare “radicalità” agitando fumogeni.

Per tutti gli altri, e siamo certi che siano la stragrande maggioranza, l’invito a leggere la critica di un economista liberista all’ordoliberismo teutonico che pervade le politiche economiche europee.

Sono critiche scientifiche. Dunque valgono anche per i rivoluzionari...

In fondo, è una (piccola) parte delle ragioni per cui scendiamo in piazza il 25 marzo.

*****

LETTERA APERTA AI COLLEGHI ECONOMISTI

di Paolo Savona

Mervyn King (nella foto, ndr), stimato economista, già governatore della Old Lady, ha concesso un’intervista al vetriolo su Brexit e UE. È stata accolta da un assordante silenzio da parte della nostra Accademia, sempre pronta a scagliarsi contro i suoi membri che sostengono le stesse tesi di King, anche quando sono espresse con più moderazione.

Pur essendo il tema centrale delle prossime elezioni incombenti sull’UE, l’intervista è stata relegata a pagina 5 del quotidiano, senza richiamo in prima. Nei giorni precedenti lo stesso giornale si è cimentato con “grandi firme” per sostenere l’opposto di ciò che sostiene King. Poiché le tesi espresse nel loro giornale non sono semplici punti di vista, ma vere e proprie linee politiche dei gruppi dirigenti italiani, ci saremmo aspettati un minimo di reazione, anche perché King era molto stimato nella nostra banca centrale e nei circoli economici.

Meglio dare una dimostrazione di essere aperti al dialogo, facendo seguire il silenzio. Ancora una volta è la confraternita degli economisti italiani a essere passiva e, quindi, conformista: meglio ignorare King che discutere le sue idee, per il vago timore che siano giuste. Gli economisti italiani avrebbero meritato d’essere destinatari da parte del Presidente della Repubblica, l’equivalente della Regina inglese, del quesito rivolto da Elisabetta II ai membri della Royal Economic Society: come mai non vi siete accorti che stava arrivando una grave crisi?

Naturalmente l’oggetto del quesito sarebbe oggi l’Unione Europea nata a Maastricht e le scelte successive.

Solo un bravo giornalista, Mario Sechi, nel suo blog List, ha colto l’importanza della testimonianza e sollecitato i suoi colleghi e noi economisti a meditare sull’analisi di King, fornendo una sintesi delle tesi in essa sostenute nel caso in cui, in tutt’altre faccende affaccendati, non avessero il tempo di leggere le quattro colonne del giornale. Riporto anch’io la sintesi per tentare di vitalizzare l’attenzione (le parole sono quelle usate da King):

- “L’impatto della Brexit anche nel lungo periodo sarà molto limitato”;
- “La Gran Bretagna ha il diritto di governarsi da sé”;
- “Chi ha votato per la Brexit non è razzista, xenofobo o stupido”;
- “Le élite hanno perso il contatto con i bisogni della gente”;
- “È la Ue ad avere lasciato noi”;
- “La Sterlina debole è benvenuta”;
- “Draghi è in una posizione impossibile”;
- “L’Eurozona precipiterà di nuovo nella crisi senza un dibattito genuino e un reale cambiamento”;
- “L’unione monetaria è stata prematura senza l’unione fiscale, un terribile errore”;
- I “nuovi partiti politici che incolpano l’unione monetaria… vengono liquidati come populisti, ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le élite non capiscono”;
- L’unione fiscale costerebbe alla Germania “Il 5% del PIL indefinitamente. Perciò il conto sarà molto alto... e necessario per permettere ai Paesi del Sud di conservare la piena occupazione. Purtroppo i politici tedeschi sono contrari a spiegarlo ai loro cittadini”;
- “Stiamo andando verso il disastro”.

Visto che non volete rispondere al quesito che i pochi colleghi che la pensano più o meno come King vi rivolgono da tempo o, meglio, vi siete collocati in maggioranza nel solco tracciato dai gruppi dirigenti del Paese di pagare qualsiasi costo pur di rimanere nell’euro mal costruito e nei vincoli dell’UE, approfondendoli, vedetevela con queste affermazioni di un illustre economista, oltre che serio civil servant.

Invero in passato ci fu anche il documento firmato da sette Premi Nobel sull’insostenibilità dell’euro, che avete accantonato perché dava fastidio culturale o forse perché credete di capire meglio di loro come stanno le cose. Neanche la realtà che vi circonda fiacca le vostre posizioni precostituite.
Molti dei giudizi espressi da King sono stati oggetto da parte mia di pacate valutazioni e non devo essere io a rispondere. Mi soffermo solo su un punto, quello che l’attuale gestione dell’UE danneggi il Sud.

Da tempo sono costernato del sostegno che i Sindacati dei lavoratori danno alla tesi di stare nell’UE e nell’euro perché ritengono che uscire danneggerebbe i lavoratori, trascurando di valutare il danno ulteriore per tutti (dato che quello pagato dai disoccupati non basta) del restarci così com’è. Essi si accontentano di politiche compensative da parte di Governi che non sanno affrontare il problema, limitandosi ad affermare che non bastano: accettano infatti gli 80 euro ai giovani, i 500 euro agli studenti, i 450 euro ai poveri e i 200 euro per ogni nuovo nato e così via. Siete inoltre attratti da un salario di cittadinanza o termini simili senza collocarlo in una linea di azione di sviluppo e di compatibilità volta a rimuovere i problemi, non a perpetuarli. Perché avete chiuso la porta agli eredi di Ezio Tarantelli?

Cari colleghi, ritengo che la nostra professione abbia gravi responsabilità perché pecca di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Dovete quindi dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King.

Paolo Savona, Milano Finanza, 16 marzo 2017

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