Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2020

La verità sull’euro la dice il Governatore della Banca centrale olandese

Le parole pronunciate ieri del Presidente della Banca centrale olandese – che ha sostenuto che l’euro ha avvantaggiato solo i ricchi, compresa la cosiddetta florida Olanda – confermano le analisi di Franco Ferlini. Il quale, contrariamente alla vulgata apocalittica della “sinistra radicale”, sostiene da anni che l’élite, il padronato, nella sua quarantennale guerra di classe al lavoro, ha fallito.

Il capitale vuole moneta pagante, come affermava nel secolo scorso Marx, che pochi hanno letto nella generazione attualmente sui 40-50; mentre quella più giovane, in alcune città, prepara seminari di studi al riguardo e, dunque, c’è da nutrire speranza per il futuro, non fosse altro per un fatto culturale.

Il padronato, dicevamo, ha fallito, ma si incarognisce alimentando la guerra tra poveri e il fascismo montante. Fascismo che non è solo quello becero della Lega o similari, ma il “fascismo democratico” che, in Italia, ha avuto il suo cuore in Emilia, a partire da Andreatta e continuando con Prodi, tra gli artefici dell’euro.

Modesti economisti, portati alla ribalta dal padronato perché dovevano eseguire un ordine per loro conto: la guerra al lavoro.

Ci sono riusciti, ma ora rimangono le macerie.

È compito della persone di buona volontà ricostruire. Non paradossalmente, l’esempio più chiaro viene dalla storia italiana del dopoguerra, della Prima Repubblica. Che come ripeto da anni, fu tragica e gloriosa.

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02/10/2019

Quei criminali arricchitisi sul debito pubblico e lo sfascio di un paese

Abbiamo verificato che quando si parla di trattati, Unione Europea, spread, mercati, vincoli, ecc, molti – “a sinistra” – fanno fatica a capire che stiamo parlando di lotta di classe. Tra ricchi e poveri, padroni e lavoratori, sfruttatori e sfruttati. Come nei “sacri testi” dei classici...

Una parte della responsabilità è del finto “antieuropeismo” della destra salvinian-fascista, che monopolizza il tema sul piano della comunicazione mainstream. Ma la parte più grande spetta alla volontaria distruzione – da parte dei gruppi dirigenti della cosiddetta “sinistra” – della capacità di interpretare la realtà politica in relazione a interessi sociali precisi, anziché in termini astratti e interclassisti (le lunghe tirate sulla “democrazia”, “i valori”, ecc.).

Nelle redazioni dei quotidiani o delle agenzie economiche, invece, sono abituati per mestiere a valutare i fatti economici nella loro crudezza. E allora certi meccanismi predatori vengono colti e descritti in modo “sereno”, come si deve fare con i dati di fatto.

In questo editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa la storia del debito pubblico italiano viene ricostruita per quello che è: un conflitto di classe condotto dai possidenti contro coloro che campano di lavoro.

La decisione chiave risale al 1981, quando Andreatta – allora titolare del ministero del Tesoro (ora riunificato in quello dell’economia) – vietò per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta. La partecipazione di Palazzo Koch, fino a quel punto, aveva avuto come effetto quello di calmierare i prezzi, comprando quando questi scendevano troppo (più è basso il prezzo, più alto è il guadagno del compratore, che in asta primaria è sempre una banca o comunque un “investitore istituzionale”, non certo un normale cittadino).

Da quel momento, i conti pubblici sono “irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.”

Gli strozzini sono – in linguaggio educato – “i mercati”. E i primi strozzini sono investitori professionali italiani, e in misura minore internazionali.

Dov’è il conflitto di classe? In questa sola cosa: il debito pubblico viene pagato da tutti i cittadini di uno Stato, qualsiasi lavoro facciano e qualsiasi reddito abbiano (con più tasse o meno spesa sociale), il guadagno sul debito pubblico è invece appannaggio privatissimo di chi manovra i capitali finanziari sui “mercati”.

Non è che sia una nostra scoperta, perché già un tale Marx ci spiegava che “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico”. Ossia: il debito è pubblico, il guadagno è privato.

Ma altrettanto importante è stata la scelta di aderire alla “moneta unica” e a tutti i trattati che hanno costituito l’Unione Europea di oggi, da Maastricht in poi. Una scelta politica, fatta da una generazione di “statisti” che ha costruito la propria personale carriera sul farsi strumento di interessi del capitale multinazionale, sia finanziario che industriale.

Una fusione tra interessi capitalistici e “ceto politico” che è un classico della “rappresentanza politica” borghese. E sorprende che gente “di sinistra” non se ne sia mai accorta...

Ma il problema più grave è che quelle scelte sciagurate, oltre che “classiste”, sono state un disastro per la capacità produttiva di questo paese. E, qualsiasi sia il tipo di società che vogliamo costruire, la costruiremo a partire da quello che troveremo. Così come le prossime generazioni si ritroveranno a vivere nel degrado ambientale che il capitale multinazionale ha fin qui prodotto (e che continuerà a produrre, ma ammantandosi da green new deal).

Se vogliamo avvero costruire un’alternativa a questa classe di magnaccia travestiti da “imprenditori” o “investitori”, dobbiamo partire da questa consapevolezza. Il resto è pura perdita di tempo, anche se condita con l’aria di star “facendo politica”.

***** 

I naufraghi d’oro del Britannia

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Hanno lasciato affondare l’Italia, una bordata dopo l’altra.

L’accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna.

Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall’ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.

Il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.

Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.

L’ingresso nell’euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all’estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.

Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.

Fa impressione, a dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l’Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l’Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell’11%. Per noi è un massacro.

Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l’altro. Se l’economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.

Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l’Italia. Se l’è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.

L’Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.

I naufraghi d’oro del Britannia.

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08/06/2017

Alitalia, Ilva, Arlecchino e Pantalone

Alitalia e Ilva sono due imprese strategiche per il sistema industriale italiano, due imprese che – in ossequio ai dettami del pensiero unico liberista – sono finite assieme ad altre non meno strategiche nel tritacarne delle privatizzazioni, messo in moto da tutte le forze politiche – di destra e “di sinistra” – che si sono succedute alla guida di questo Paese dagli anni '80 del secolo scorso a oggi. Se mai qualcuno scriverà la storia del processo di de industrializzazione che i Paesi del Sud Europa hanno dovuto subire negli ultimi decenni, per adattarsi alla divisione internazionale del lavoro imposta, non dalla impersonale razionalità dei “mercati”, bensì dai superiori interessi della Ue a guida tedesca, non potrà non paragonare il ruolo delle nostre élite economiche e politiche a quello delle borghesie “compradore” e dei governi corrotti che in Africa, e in altre regioni coloniali ed ex o neo coloniali del mondo, hanno venduto i rispettivi popoli agli interessi del capitale globale.

Penso che in quella storia dovrà esserci un capitolo dedicato al ruolo dei media che hanno taciuto su quei crimini, sfornando narrazioni che falsificano la realtà. Un ultimo esempio? Sul Corriere del 2 giugno, Goffredo Buccini si scaglia contro i sindacati i quali, per salvare i posti di lavoro delle migliaia di dipendenti che verranno sacrificati in seguito alla svendita di Alitalia e Ilva a multinazionali straniere, pretenderebbero di nazionalizzare i due marchi, pensano cioè, scrive il nostro, “che al dunque possa pagare ancora e sempre Pantalone, cioè lo Stato, cioè noi”.

Prima di decodificare questo estemporaneo riferimento alla commedia dell’arte, vanno ricordate alcune cosette:
1) è quantomeno difficile (come lo stesso Buccini riconosce) scaricare sui lavoratori e sul sindacato la responsabilità del doppio disastro, sorvolando su quelle di manager e governi;
2) ancor più difficile attribuire al sindacato una sistematica strategia “statalista”, visto che la resistenza sindacale alle privatizzazioni selvagge è stata dir poco moderata, ad eccezione di casi – come i due di cui stiamo parlando – in cui la rabbia dei lavoratori rischia di sommergerli (giova ricordare che in Alitalia e all’Ilva i sindacati di base hanno già eroso gran parte del consenso di CGIL, CISL e UIL);
3) chi acquisterà le due imprese non avrà alcun interesse a “risanarle”, ma ne prosciugherà le risorse per poi buttarle via come limoni spremuti;
4) Buccini ricorda (in questo caso a ragione) che in passato i sindacati hanno chiuso entrambi gli occhi sul disastro ambientale provocato dall’Ilva, dimentica però di aggiungere che gli eventuali acquirenti si guarderanno bene dall’investire nelle costosissime tecnologie che permetterebbero, ad un tempo, di non ridurre la produzione e salvaguardare l’ambiente: meglio tagliare la produzione (anche per non fare concorrenza alle altre imprese del proprio gruppo) e l’organico.

L’unico soggetto che potrebbe far fronte – e ne avrebbe l’interesse, qualora ancora ritenesse che il proprio interesse coincide con quello del Paese – a investimenti di simile portata è lo Stato. Ma non si può, perché mamma Europa non vuole che si infrangano le regole della “libera” concorrenza. Buccini però non insiste tanto su questo divieto (non è il caso, in tempi di “populismo” montante, di fomentare la rabbia contro l’Europa), bensì sulla sua commedia dell’arte: scaricare i costi dell’operazione sullo Stato sarebbe folle, sia perché sappiamo quanto sia disastrata la nostra spesa pubblica, sia perché sappiamo che a pagare il disastro saremo in ultima istanza noi cittadini.

Ebbene sarebbe ora di smascherare una volta per tutte questa truffa, secondo cui il debito pubblico l’avremmo fatto crescere tutti noi, vivendo al di sopra delle nostre possibilità e scaricando sullo Stato i nostri errori, per cui qualsiasi richiesta di risolvere crisi aziendali o di altro genere attraverso finanziamenti pubblici sarebbe puro masochismo. Se qualcuno volesse finalmente aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà, è invitato a leggersi il libro di Marco Bersani, “Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa” (DeriveApprodi editore) di cui trovate l’anticipazione di un capitolo su Micromega.

Bersani si chiede: siamo sempre stati spendaccioni? In tal caso resterebbe da spiegare perché dal 1960 all’inizio degli anni '80 il rapporto debito/Pil sia rimasto costantemente sotto il 60%, per poi schizzare – dal 1981 al 1994 – al 121%. Siamo impazziti di colpo? No, più semplicemente nell’81 il Ministro del tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decidono che le istituzioni di cui sono a capo debbano “divorziare”. Prima di allora, se lo Stato emetteva titoli per finanziarsi, la Banca d’Italia garantiva l’acquisto dei titoli invenduti a un tasso prefissato. Dopo, lo Stato se ha voluto collocare i titoli, ha dovuto riconoscere tassi di interesse più elevati, mettendosi di fatto nelle mani della finanza privata e della speculazione finanziaria. Così benché dal 1990 al 2015 l’Italia abbia chiuso ogni anno con avanzo primario, cioè con entrate superiori alle uscite, nel periodo in questione, di oltre 700 miliardi (altro che risanare Alitalia e Ilva!), il debito pubblico ha continuato ad aumentare a causa del circolo vizioso degli interessi sul debito. Non è che c’entrano gli interessi di quelle banche per salvare le quali, dopo il 2008, Pantalone ha dovuto sborsare ben più quattrini di quelli necessari a salvare Alitalia e Ilva? Arlecchino Buccini su questo tace, evidentemente quest’altra commedia non gli piace.

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01/05/2017

Italia. Dal 1992 i redditi delle famiglie sono crollati del 20%

Era il 1992 quando il liberista Andreatta (ministro democristiano) affermò che per far fronte al debito pubblico occorreva "ridurre di almeno cinque milioni di lire il reddito delle famiglie italiane". Le terapie d'urto dei governi di Maastricht (Amato, Ciampi, Prodi) si assunsero l'onere dell'avveramento della "profezia" di Andreatta. Il piano inclinato dei redditi delle famiglie italiane è cominciato proprio allora e non si è più risollevato. L'Italia si è aggiudicata il primato negativo per "impoverimento" dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei. La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell'arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010. A confermarlo è uno studio realizzato da Pew Reserarch Center.

A conferma che le conseguenze del Trattato di Maastricht sono state una vera e propria maledizione per il nostro paese, il rapporto segnala che nessun altro paese europeo ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si sia assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010).

Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il "reddito medio della classe media" è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010. Ben oltre la "profezia autoavverata" di Andreatta, ministro democristiano peggiore di Andreotti.

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25/03/2017

Quando i banchieri confermano le ragioni di Eurostop

Vedere le proprie tesi confermate – in controcanto ovviamente – dal nemico, è sempre un segnale di efficacia. La prova viene dall’alto, da Peter Praet capo economista della Banca Centrale Europea intervistato oggi dal Il Sole 24 Ore in un inserto speciale dedicato al sessantesimo del Trattato di Roma e alle “buone ragioni” dell’esistenza dell’Unione Europea.

Il capo economista della Bce dedica buona parte delle sue risposte a contestare chi sostiene l’uscita dall’euro, ma apparentemente e per paradosso, ne rafforza le ragioni.

In primo luogo Praet conferma l’indissolubile legame tra euro ed Unione Europea: “L'unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l'uno dagli altri”. L’affermazione è importante per due motivi: il primo è che spazza ogni scorciatoia per chi sostiene l’uscita dall’euro (vedi la destra) ma non l’uscita dall’Unione Europea. In secondo luogo perché conferma che la rottura dell’Eurozona e della moneta unica non può che essere una opzione politica a tutto campo e non solo una escamotage economica.

Praet non si sottrae però a valutazioni politiche: “Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell'euro. E' un inganno! Siamo arrivati all'unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio”. Anche questa affermazione è interessante perché rivela pienamente la falsa coscienza di chi afferma una tesi “ufficiale” sapendo che la realtà l’ha smentita sonoramente.

E’ vero che la situazione prima del 1992 non era il paese delle meraviglie, ma è indubbio che tutti gli indicatori sociali sul piano dei salari, del reddito delle famiglie, del welfare, del potere d’acquisto sono diminuiti e poi crollati proprio dal 1992 in poi, cioè dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. E’ stato sicuramente così nei paesi Pigs e in Italia lo fu in modo clamoroso con l’avvio delle misure “lacrime e sangue” (governo Amato docet).

E’ importante richiamare alla memoria collettiva quel 1992 che la pubblicistica di regime liquida solo come "l’anno di Tangentopoli".

Da febbraio 1992 entrò in vigore il Trattato di Maastricht con i suoi astrusi e inflessibili parametri. La storia ha rivelato che il famoso 3% di rapporto tra deficit e Pil fu un valore definito in modo del tutto casuale. Quando prima dell’estate ci furono gli attacchi speculativi sulla lira e la sterlina, venne liquidato l’ultimo governo della Prima Repubblica – quello di Andreotti – e venne nominato il governo Amato. La prima cosa che fece quest'ultimo fu chiedere un prestito europeo per vincolare le misure “lacrime e sangue” nella Legge Finanziaria alla sua restituzione. Il ministro Andreatta (uno che nel disastro sociale ha più responsabilità di Andreotti) disse esplicitamente che per ridurre il debito pubblico occorreva ridurre il reddito delle famiglie – di ogni famiglia – di almeno tre milioni (di lire). Venne così operata la trattenuta forzosa sui conti correnti, venne introdotta l’Ici e l’Isi (imposta Straordinaria sugli Immobili, una tantum), si avviò il maggior ciclo di privatizzazioni di tutta Europa con il processo di dismissione delle Bin (banche di interesse nazionale), dell’Iri, delle aziende pubbliche in pochissimi anni.

Ma il capo economista della Bce aggiunge dell’altro: “I sondaggi, a mio parere, mostrano una disaffezione verso la situazione generale, di cui l'euro diventa un capro espiatorio. In Italia, le conseguenze di questa narrativa sono semplicemente sbagliate. L'alternativa nostalgica secondo cui tutto andrà a posto con il solo ritorno alla lira equivale a imbrogliare la gente. Il costo di un cambiamento di regime monetario sarebbe enorme e i poveri sarebbero la parte della popolazione che ne soffre di più. Guardi il recente rapporto dell'Ocse sull'Italia. Il reddito pro capite è calato del 10% dopo la crisi, allo stesso livello del 1997: dar la colpa alla valuta è il bersaglio sbagliato”.

Peter Praet forza i termini della questione giocando alla semplificazione. E’ ovvio che solo Salvini o Alemanno e i loro razzolatori possono pensare che il ritorno alla lira sia una soluzione a costo zero. O meglio, lo dicono davanti alle telecamere o magari in qualche siparietto, ma se ne guardano bene dal dargli conseguenze politiche. La destra non ha in mente una rottura della moneta unica che sia conseguentemente anticapitalista, dunque preceduta e accompagnata dalla nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, dal ripudio del debito ormai in mano a banche, assicurazioni, fondi di investimento privati italiani e stranieri, fuoriuscita del paese dalle alleanze militari aggressive contro altri popoli.

Un cambio di regime monetario è problematico sia se preso in sé, sia come atto di rottura politica. Ma non si può più accettare che il disastro provocato concretamente dalla gabbia dell’unione monetaria venga negato, evocando ossessivamente un disastro solo ipotizzabile come scenario per rendere inamovibile e quasi divino il disastro reale che abbiamo verificato materialmente dal 1992 (con il Trattato di Maastricht) e poi dal 2002 (con l’entrata in vigore dell’unione monetaria). La realtà ha ormai fatto saltare questo giochetto agli occhi della società. Tant’è che anche ambienti insospettabili (da Mediobanca all’Ofce francese) cominciano a produrre studi e rapporti che smentiscono la narrativa catastrofica sulle eventuali fuoriuscite dall’euro.

Ma il fallibilissimo ricettario di Peter Praet e della Bce, produce la consueta lista di sanguinose banalità (per la gente comune) quando insiste sui problemi e le soluzioni per la realtà italiana: “In Italia ci sono problemi reali, per esempio nel sistema dell'istruzione, nella partecipazione femminile alla forza lavoro, nella preparazione della manodopera, nella qualità della pubblica amministrazione, nella diffusione delle tecnologie. Il miglioramento in queste aree creerà ricchezza e questa ricchezza dev'essere inclusiva, per evitare un'altra fonte di populismo. È meglio guardare alla lista di riforme dell'Ocse: alcune sono state adottate e stanno producendo risultati, ma la lista delle cose da fare è ancora molto lunga”.

Anche qui i fatti smentiscono che questo ricettario abbia prodotto risultati positivi. Anzi proprio l’attuazione delle “riforme” dell’Ocse ha portato alla devastazione dell’istruzione pubblica, del lavoro e dei salari. Tant’è che il presidente dell’Ocse Gurria è tornato alla carica sul governo italiano perché preoccupato degli eventuali stop al jobs act, ai voucher e a tutta l’artiglieria pesante scaricata contro i lavoratori e i disoccupati italiani. Un bombardamento di “riforme” che ha prodotto il boom dei working poors (lavoratori poveri), una disoccupazione stellare, la ricomparsa di forme di lavoro schiavistico, aumento delle disuguaglianze sociali.

Potremmo continuare in questa sistematica decostruzione della lunga intervista del capo economista della Bce, Peter Praet ma possiamo fermarci qui. Vorremmo solo aggiungere una piccola notizia. Mentre la società vive pesantemente e comincia a comprendere la regressione sociale complessiva, i big boss delle sette principali banche italiane si sono spartiti quasi 150 milioni di euro in bonus e dividendi nel 2016.

E’ della coscienza di questa contraddizione di classe che hanno paura, sempre più paura, gli esponenti delle classi dominanti nel nostro paese e in Europa. La piattaforma e il progetto di Eurostop intendono proprio dare rappresentanza politica ai settori sociali al centro di tale contraddizione.

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05/01/2017

La tagliola del debito pubblico. Un buco costruito ad arte

L’Italia è l’unico tra i paesi dell’Eurozona ad aver sempre registrato un saldo primario positivo, con la sola eccezione del 2009 quando l’ultima crisi ha fatto saltare i conti di tutti. Ciò significa che il saldo tra le entrate e le uscite dello Stato è positivo, insomma non si spende affatto più di quanto entri nelle casse pubbliche, come verrebbero farci credere i soloni del Corriere della Sera. Il problema è che il saldo positivo viene trascinato in basso dagli interessi pagati sul debito pubblico. E qui viene il salasso dal quale ci si dovrebbe liberare come una zavorra.

Sulla base dei dati di Mef e dell’Istat, in 20 anni la spesa per gli interessi pagati sul debito pubblico (che sono andati nelle casse di banche, assicurazioni, fondi di investimento italiani e stranieri) ha superato i 1.700 miliardi di euro. La spesa maggiore risale ai primi anni Novanta, quando “esplose” il problema del debito pubblico. Prima di allora era la Banca d’Italia ad acquisire i titoli di stato emessi dal Tesoro invenduti, limitando così sia il debito che i danni. Ma il liberista Andreatta (economista democristiano), sostenuto dalle componenti liberali e liberiste dell’establishment, riuscì alla fine degli anni '80 a far saltare questo meccanismo di equilibrio interno. Sullo sfondo si andava delineando il Mercato Unico Europeo del 1992 che si dotò del vincolo del Trattato di Maastricht. Da quando è stata fatta fallire la Prima Repubblica, la spesa per interessi sul debito è stata costantemente sopra i 100 miliardi di euro l’anno, con un picco nel 1992-1993 che ha comportò l’uscita della lira dallo Sme e un saldo interessi superiore all’equivalente di 150 miliardi di euro. In quel contesto scattò la prima Legge Finanziaria “lacrime e sangue” (quella del governo Amato) e furono inaugurati i maledetti governi di Maastricht. Poi negli anni è cominciata a scendere ma solo nel 2009 scenderà sotto i 100 miliardi di interessi da pagare.

E' sempre bene ricordare che il debito nominale del 1992 era di 849 miliardi di euro, con un rapporto deficit/pil del 105%. Il debito nominale nel 2012 (venti anni dopo) era arrivato a 1988 miliardi di euro con un rapporto deficit/pil del 127%. Nel 2015 è arrivato a 2.194 miliardi con un rapporto deficit/pil salito al 134,7%. Tra poco saranno disponibile anche i dati per il 2016.

Il Sole 24 Ore riporta che il 2017 vedrà il Tesoro emettere titoli di stato per un valore che viene stimato in circa 260 miliardi di euro. Stando al quotidiano finanziario, il Tesoro nel corso del 2017 dovrà far fronte a titoli in scadenza (esclusi BOT e bond esteri) per un valore di 214 miliardi di euro e, in aggiunta, pagherà interessi sul debito pubblico per ben 47 miliardi di euro, per quello che sarà il calendario dei rimborsi sul debito più pesante dal 2010. Lo vedremo a marzo, quando la Commissione Europea manderà al governo italiano le restrizioni da apportare sulla Legge di Stabilità impostata da Renzi e approvata all'indomani dell'esito del referendum del 4 dicembre.

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