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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/07/2022

Il golpe economico del 1992 e i suoi autori

L’Italia di oggi, con un sistema industriale e finanziario debole ed esposto a tutti i capricci delle multinazionali e della speculazione e con un mondo del lavoro precario e sottopagato, ha una data d’inizio: il 1992.

Certo l’affermazione delle politiche liberiste nel nostro paese ha tempi più lunghi e diffusi, comincia alla fine degli anni '70 con l’austerità, passa per la sconfitta sindacale alla FIAT nel 1980 e per la decisione di separare la Banca d’Italia dal Tesoro nel 1982, ha un punto cardine nel taglio alla scala mobile nel 1985.

Tuttavia, tutte queste misure liberiste non definivano ancora pienamente il nuovo sistema, che invece venne sanzionato da una sorta di golpe economico attuato in un solo mese, nel luglio 1992, dal governo di allora.

In quelle settimane il finanziere Soros stava alimentando vaste speculazioni sulle monete europee, lira e sterlina in testa, mentre da pochi mesi era stato firmato il Trattato di Maastricht, che avrebbe fatto del liberismo e dell’austerità i cardini della UE.

In quel contesto il governo di allora decise di smontare per decreto i cardini del sistema italiano: la presenza pubblica determinante nell’industria, nelle banche e nei servizi strategici e un sistema salariale e contrattuale che tutelava i lavoratori.

L’11 luglio il governo decretò la privatizzazione di tutto il sistema produttivo pubblico, che nel decennio successivo fu smontato e svenduto, in gran parte a multinazionali estere.

Il 31 luglio fu imposto ai sindacati il peggiore accordo della loro storia repubblicana. Fu abolita definitivamente la scala mobile, furono bloccati i contratti nazionali e quelli aziendali, fu dato il via alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, furono tagliate le pensioni.

Tutto il peggio in una volta sola. CGIL-CISL-UIL piegarono la testa, pur brontolando e con qualche crisi interna, poi rientrata. Da allora i salari e i diritti dei lavoratori cominciarono a sprofondare.

Quando oggi vediamo la multinazionale finlandese Wartsila chiudere lo stabilimento di Trieste, con 451 licenziamenti, per riportare in patria le produzioni ad alta tecnologia, dobbiamo ricordare che questo è il frutto finale della privatizzazione della Grandi Motori.

Quante imprese strategiche sono stare distrutte cosi! E il Decreto Concorrenza che privatizza e liberalizza ciò che resta dei servizi pubblici è l’ultimo erede di quello del 1992.

Quando le statistiche ci dicono che l’Italia è l’unico paese OCSE che ha visto calare i salari negli ultimi trent’anni, dobbiamo ricordare che appunto nel 1992, e con il successivo accordo del 1993, fu costruito un sistema contrattuale unico in Europa, che blocca le retribuzioni quando l’economia va male e rende impossibile il loro aumento quando va bene. L’austerità contrattualizzata.

L’Italia ingiusta ed impoverita di oggi è stata programmata dal governo che trent’anni fa distrusse in un mese i cardini del sistema economico e sociale.

Ah... avevo quasi dimenticato. Il Presidente del Consiglio allora era Giuliano Amato, ora a capo della Corte Costituzionale. Mentre il direttore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni era Mario Draghi.

Ecco, secondo me avrebbero dovuto essere cacciati allora, ma non è mai troppo tardi.

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22/05/2022

1992: lo spartiacque storico del Paese

di Pasquale Cicalese

Occorreva accelerare la guerra al salario iniziata a metà degli anni settanta ad opera della Trilaterale, dove partecipavano Rockfeller, Agnelli e Kissinger, tra gli altri.

Occorreva tagliare il salario nominale, il salario sociale globale di classe (comprensivo, cioé, di servizi pubblici gratuiti o a “prezzo politico”), flessibilizzare la forza lavoro, togliere l’intervento pubblico nell’economia.

Era necessario sostenere il mercato che, a partire dalla fine degli anni Sessanta – vuoi per la lotta di classe, vuoi per la modifica della composizione organica del capitale (più capitale morto rispetto al capitale vivo) – aveva una forte crisi di profittabilità.

L’attacco era già cominciato con il divorzio Banca d’Italia e Tesoro, a cui si opponeva Paolo Baffi, governatore (celebrato da me nel mio libro), e per questo arrestato nel 1979, con una accusa falsa, dal giudice Alibrandi (padre di un membro dei Nar e considerato vicino ad Andreotti).

Protagonista del “divorzio” fu invece Beniamino Andreatta – con Ciampi governatore di Bankitalia – nel 1981.

Venne il golpe del 1992, prima a febbraio con la ratifica del Trattato di Maastricht e, poi, con Mani Pulite, iniziata proprio a febbraio con Mario Chiesa. Gli italiani erano inebriati dalle manette, dal cambio di regime.

Solo il sindacalismo di base si accorse nell’autunno cosa stavano preparando, promuovendo una manifestazione nazionale a Milano (dove partecipai, non ancora ventiduenne), accusando Amato di fare peggio del fascismo.

Tutti i media erano inquadrati, proprio come adesso. Si smantellarono sanità (di cui parlo nel libro), scuola, fu abolita del tutto la scala mobile, venne inaugurato il lavoro interinale e ad intermittenza.

Tutto per la “liquidità” della forza lavoro in vista di una ripresa della profittabiltà d’impresa, cosa avvenuta, a scapito dei salari, e riversata sul canale finanziario. Fu allora che si impoverì il sistema industriale, anche grazie alle privatizzazioni, allo smantellamento di siti produttivi e alle delocalizzazioni.

Una storia da riscrivere.

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22/09/2017

22 settembre 1992: la stagione dei bulloni

Nel settembre del 1992 il governo italiano, sotto la guida del Presidente del Consiglio Giuliano Amato, varò una maximanovra finanziaria per il 1993 che andava a colpire pesantemente famiglie ed aziende.

Se a detta dell’allora amministratore delegato della FIAT, Cesare Romiti, si trattava di “un male necessario”, dalle strade e dalle agitazioni nelle fabbriche giunsero risposte ben diverse da parte di chi non era disposto a nuovi mesi di sacrifici.

I sindacati convocarono una giornata di mobilitazione contro le misure economiche varate dal governo ma il ruolo concertatore della Cgil, che solo pochi mesi prima aveva firmato l’accordo sul costo del lavoro, era ormai palese.

La giornata di protesta indetta per il 22 settembre, dunque, si annunciava da subito carica di tensioni.
A Firenze, in piazza Santa Croce, era previsto un comizio del segretario della Cgil Bruno Trentin, chiamato a parlare della manovra e a pronunciarsi ancora una volta a favore di improbabili mediazioni tra le mosse governative e l’insofferenza di lavoratori e lavoratrici.

Ma non appena Trentin scese dall’auto, venne accerchiato e strattonato dalla folla che lo insultava e un pugno lo colpì al viso.

Venne subito arrestato un infermiere ma l’idea che si trattasse del “gesto isolato di un esaltato” fu presto smentita dal proseguire degli eventi.

Non appena il comizio ebbe inizio, infatti, centinaia di contestatori radunatosi tutt’attorno al palco cominciarono a lanciare uova, sassi e bulloni, staccando i microfoni e impedendo lo svolgimento del comizio.

Trentin si infuriò e, constatando l’impossibilità di proseguire, si scagliò verbalmente contro i contestatori ma la piazza rifiutava la linea di concertazione che il sindacato stava portando avanti e gli chiedeva di andarsene.

La difficoltà del sindacato di fronte a questo episodio fu tale da far parlare di improbabili coinvolgimenti di Bossi e Cossutta, indicati come mandanti della contestazione.

La realtà dei fatti era però che sempre più numerosi erano i lavoratori e le lavoratrici che non erano più disposti a tollerare il ruolo che il sindacato aveva assunto e tutto ciò trovò conferma nei giorni successivi, quando l’episodio fiorentino venne riprodotto in altri comizi e i bulloni furono scagliati in tutta Italia: il 23 a Milano, contro il segretario della Uil Veronesi, il 24 a Napoli, il 25 a Torino.

La pratica assunse dimensioni tali da far definire quel periodo “la stagione dei bulloni” e da costringere i sindacalisti a presentarsi nei palchi delle piazze protetti da spessi scudi di plastica che li proteggessero dal lancio di oggetti che puntualmente pioveva su di loro.

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01/05/2017

Italia. Dal 1992 i redditi delle famiglie sono crollati del 20%

Era il 1992 quando il liberista Andreatta (ministro democristiano) affermò che per far fronte al debito pubblico occorreva "ridurre di almeno cinque milioni di lire il reddito delle famiglie italiane". Le terapie d'urto dei governi di Maastricht (Amato, Ciampi, Prodi) si assunsero l'onere dell'avveramento della "profezia" di Andreatta. Il piano inclinato dei redditi delle famiglie italiane è cominciato proprio allora e non si è più risollevato. L'Italia si è aggiudicata il primato negativo per "impoverimento" dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei. La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell'arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010. A confermarlo è uno studio realizzato da Pew Reserarch Center.

A conferma che le conseguenze del Trattato di Maastricht sono state una vera e propria maledizione per il nostro paese, il rapporto segnala che nessun altro paese europeo ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si sia assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010).

Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il "reddito medio della classe media" è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010. Ben oltre la "profezia autoavverata" di Andreatta, ministro democristiano peggiore di Andreotti.

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28/03/2017

Come le privatizzazioni hanno distrutto lo Stato

Se ne parlerà a Roma, giovedì 30 marzo. Il 7 febbraio 1992 a Maastricht fu firmato il Trattato che fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l'ingresso dei vari Stati nell’Unione e nell’istituenda moneta unica.

Poco dopo in Italia, il 2 giugno 1992, si teneva una riunione a bordo del «Britannia», lo yacht della corona inglese, appositamente ancorato presso le nostre coste e con a bordo nomi illustri del mondo finanziario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la regina Elisabetta II d'Inghilterra.

Erano venuti per ricevere rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per mettere sul mercato finanziario internazionale il patrimonio industriale e bancario pubblico del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". E così avvenne poco dopo con il Protocollo del 31 luglio 1992 tra il governo Amato e Confindustria, Cgil, Cisl e Uil con il titolo “politica dei redditi, lotta all'inflazione e costo del lavoro” con cui si affermava la necessità che le predette organizzazioni sindacali – in cambio della loro sovvenzionata istituzionalizzazione nei processi di gestione sociale – condividessero lo sforzo del governo per “una immediata azione di freno dell'inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale” (e cioè spostamento del reddito dai salari ai profitti e privatizzazioni) per “riconvergere verso i parametri del trattato di Maastricht”. Da quel momento la svalorizzazione del lavoro con cooptazione della sua rappresentanza, e la privatizzazione di imprese e banche e servizi pubblici, sono state le due inseparabili facce della stessa medaglia appesa sul petto dell’Italia nella costruzione dell’Europa di Maastricht.

Ed infatti il processo di privatizzazione di imprese e banche di proprietà pubblica, avviato in Italia con il primo governo Prodi in vista dell’ingresso nell’Euro, è diventato un caso di studio a livello internazionale per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito. Ed invece nel corso degli anni 2000 se ha subito un rallentamento (con i vari governi Berlusconi) la quantità di imprese e banche portate dal pubblico al privato, è stato portato il privato nel pubblico con forme crescenti di esternalizzazione nell’erogazione dei servizi e nella gestione del welfare. E ciò irresistibilmente ha viaggiato a prescindere dallo schieramento politico al governo sino a giungere agli esiti più estremi con i cd “Decreti Madia”, tutt’ora ampiamente nell’agenda politica a breve del paese nonostante la recente parziale bocciatura costituzionale.

E dentro questo c’è stato un ventennio di legislazione e contrattazione tesa a costruire un pubblico impiego idoneo a questa ristrutturazione: sempre meno numeroso, sempre meno retribuito e sempre meno sottoposto a processi di riqualificazione delle competenze e delle mansioni, ed invece sempre più deriso e servilizzato, ricattabile, anziano, isolato. E tutto ciò ha portato alla liquidazione del patrimonio pubblico del paese non solo senza alcun beneficio di bilancio (essendo il debito pubblico assai cresciuto da allora) ma con aumento delle tariffe e del costo dei servizi e contestuale riduzione della loro qualità, distruzione di posti di lavoro ed abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle medie e piccole imprese, incremento della corruzione e della diffusione delle mafie, progressiva distruzione della capacità produttiva italiana e concentrazione del capitale in poche ricchissime mani, sempre più quelle di multinazionali.

Il Forum Diritti Lavoro, con Usb, ritiene che venticinque anni dopo sia venuto il momento di un bilancio, e di un rilancio. E vi invita a partecipare al convegno i cui atti diverranno la base per l’uscita del secondo numero della rivista “I Quaderni del Forum Diritti Lavoro” .

L'appuntamento è a Roma giovedì 30 marzo 1917 ore 15,30 Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A Roma. Interverranno Paolo Maddalena, Arturo Salerni, Carlo Guglielmi, Giorgio Cremaschi, Rita Martufi, Luigi Romagnoli, Lorenzo Giustolisi, Pierpaolo Leonardi, Paola Palmieri, Franco Russo.

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25/03/2017

Quando i banchieri confermano le ragioni di Eurostop

Vedere le proprie tesi confermate – in controcanto ovviamente – dal nemico, è sempre un segnale di efficacia. La prova viene dall’alto, da Peter Praet capo economista della Banca Centrale Europea intervistato oggi dal Il Sole 24 Ore in un inserto speciale dedicato al sessantesimo del Trattato di Roma e alle “buone ragioni” dell’esistenza dell’Unione Europea.

Il capo economista della Bce dedica buona parte delle sue risposte a contestare chi sostiene l’uscita dall’euro, ma apparentemente e per paradosso, ne rafforza le ragioni.

In primo luogo Praet conferma l’indissolubile legame tra euro ed Unione Europea: “L'unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l'uno dagli altri”. L’affermazione è importante per due motivi: il primo è che spazza ogni scorciatoia per chi sostiene l’uscita dall’euro (vedi la destra) ma non l’uscita dall’Unione Europea. In secondo luogo perché conferma che la rottura dell’Eurozona e della moneta unica non può che essere una opzione politica a tutto campo e non solo una escamotage economica.

Praet non si sottrae però a valutazioni politiche: “Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell'euro. E' un inganno! Siamo arrivati all'unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio”. Anche questa affermazione è interessante perché rivela pienamente la falsa coscienza di chi afferma una tesi “ufficiale” sapendo che la realtà l’ha smentita sonoramente.

E’ vero che la situazione prima del 1992 non era il paese delle meraviglie, ma è indubbio che tutti gli indicatori sociali sul piano dei salari, del reddito delle famiglie, del welfare, del potere d’acquisto sono diminuiti e poi crollati proprio dal 1992 in poi, cioè dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. E’ stato sicuramente così nei paesi Pigs e in Italia lo fu in modo clamoroso con l’avvio delle misure “lacrime e sangue” (governo Amato docet).

E’ importante richiamare alla memoria collettiva quel 1992 che la pubblicistica di regime liquida solo come "l’anno di Tangentopoli".

Da febbraio 1992 entrò in vigore il Trattato di Maastricht con i suoi astrusi e inflessibili parametri. La storia ha rivelato che il famoso 3% di rapporto tra deficit e Pil fu un valore definito in modo del tutto casuale. Quando prima dell’estate ci furono gli attacchi speculativi sulla lira e la sterlina, venne liquidato l’ultimo governo della Prima Repubblica – quello di Andreotti – e venne nominato il governo Amato. La prima cosa che fece quest'ultimo fu chiedere un prestito europeo per vincolare le misure “lacrime e sangue” nella Legge Finanziaria alla sua restituzione. Il ministro Andreatta (uno che nel disastro sociale ha più responsabilità di Andreotti) disse esplicitamente che per ridurre il debito pubblico occorreva ridurre il reddito delle famiglie – di ogni famiglia – di almeno tre milioni (di lire). Venne così operata la trattenuta forzosa sui conti correnti, venne introdotta l’Ici e l’Isi (imposta Straordinaria sugli Immobili, una tantum), si avviò il maggior ciclo di privatizzazioni di tutta Europa con il processo di dismissione delle Bin (banche di interesse nazionale), dell’Iri, delle aziende pubbliche in pochissimi anni.

Ma il capo economista della Bce aggiunge dell’altro: “I sondaggi, a mio parere, mostrano una disaffezione verso la situazione generale, di cui l'euro diventa un capro espiatorio. In Italia, le conseguenze di questa narrativa sono semplicemente sbagliate. L'alternativa nostalgica secondo cui tutto andrà a posto con il solo ritorno alla lira equivale a imbrogliare la gente. Il costo di un cambiamento di regime monetario sarebbe enorme e i poveri sarebbero la parte della popolazione che ne soffre di più. Guardi il recente rapporto dell'Ocse sull'Italia. Il reddito pro capite è calato del 10% dopo la crisi, allo stesso livello del 1997: dar la colpa alla valuta è il bersaglio sbagliato”.

Peter Praet forza i termini della questione giocando alla semplificazione. E’ ovvio che solo Salvini o Alemanno e i loro razzolatori possono pensare che il ritorno alla lira sia una soluzione a costo zero. O meglio, lo dicono davanti alle telecamere o magari in qualche siparietto, ma se ne guardano bene dal dargli conseguenze politiche. La destra non ha in mente una rottura della moneta unica che sia conseguentemente anticapitalista, dunque preceduta e accompagnata dalla nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, dal ripudio del debito ormai in mano a banche, assicurazioni, fondi di investimento privati italiani e stranieri, fuoriuscita del paese dalle alleanze militari aggressive contro altri popoli.

Un cambio di regime monetario è problematico sia se preso in sé, sia come atto di rottura politica. Ma non si può più accettare che il disastro provocato concretamente dalla gabbia dell’unione monetaria venga negato, evocando ossessivamente un disastro solo ipotizzabile come scenario per rendere inamovibile e quasi divino il disastro reale che abbiamo verificato materialmente dal 1992 (con il Trattato di Maastricht) e poi dal 2002 (con l’entrata in vigore dell’unione monetaria). La realtà ha ormai fatto saltare questo giochetto agli occhi della società. Tant’è che anche ambienti insospettabili (da Mediobanca all’Ofce francese) cominciano a produrre studi e rapporti che smentiscono la narrativa catastrofica sulle eventuali fuoriuscite dall’euro.

Ma il fallibilissimo ricettario di Peter Praet e della Bce, produce la consueta lista di sanguinose banalità (per la gente comune) quando insiste sui problemi e le soluzioni per la realtà italiana: “In Italia ci sono problemi reali, per esempio nel sistema dell'istruzione, nella partecipazione femminile alla forza lavoro, nella preparazione della manodopera, nella qualità della pubblica amministrazione, nella diffusione delle tecnologie. Il miglioramento in queste aree creerà ricchezza e questa ricchezza dev'essere inclusiva, per evitare un'altra fonte di populismo. È meglio guardare alla lista di riforme dell'Ocse: alcune sono state adottate e stanno producendo risultati, ma la lista delle cose da fare è ancora molto lunga”.

Anche qui i fatti smentiscono che questo ricettario abbia prodotto risultati positivi. Anzi proprio l’attuazione delle “riforme” dell’Ocse ha portato alla devastazione dell’istruzione pubblica, del lavoro e dei salari. Tant’è che il presidente dell’Ocse Gurria è tornato alla carica sul governo italiano perché preoccupato degli eventuali stop al jobs act, ai voucher e a tutta l’artiglieria pesante scaricata contro i lavoratori e i disoccupati italiani. Un bombardamento di “riforme” che ha prodotto il boom dei working poors (lavoratori poveri), una disoccupazione stellare, la ricomparsa di forme di lavoro schiavistico, aumento delle disuguaglianze sociali.

Potremmo continuare in questa sistematica decostruzione della lunga intervista del capo economista della Bce, Peter Praet ma possiamo fermarci qui. Vorremmo solo aggiungere una piccola notizia. Mentre la società vive pesantemente e comincia a comprendere la regressione sociale complessiva, i big boss delle sette principali banche italiane si sono spartiti quasi 150 milioni di euro in bonus e dividendi nel 2016.

E’ della coscienza di questa contraddizione di classe che hanno paura, sempre più paura, gli esponenti delle classi dominanti nel nostro paese e in Europa. La piattaforma e il progetto di Eurostop intendono proprio dare rappresentanza politica ai settori sociali al centro di tale contraddizione.

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