Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/03/2017

Un anno dopo, Casapound chiama la Questura risponde

Cinque giorni dopo la grande e “pericolosa” manifestazione del 25 marzo, stamattina diciassette compagni sono stati arrestati per antifascismo. Diciassette compagni arrestati col solito manuale Cencelli della repressione: Degage, Esc, Acrobax, Alexis e Militant le strutture colpite, ovviamente non a caso. Chi in questi anni si è mosso davvero nella lotta antifascista ne paga le conseguenze materiali, con buona pace dei social chiacchieroni. Due cose però saltano all’occhio anche al meno avvezzo alle cose della politica: diciassette misure cautelari comminate un anno dopo gli eventi costituiscono un vulnus particolare anche in tempi di stretta repressiva come questi. Quale giustificazione legale, quale razionalità giudiziaria si cela dietro a questo accanimento eccessivamente postumo? Ovviamente nessuna, ma al tempo stesso risponde alla logica delle misure cautelari comminate in questi anni. In assenza di prove e con la certezza dell’assoluzione nei processi, i Pubblici ministeri procedono alla vendetta cautelare, facendo scontare preventivamente pene che sanno di non poter provare in sede di giudizio. Una dinamica tipica di questi anni, e che andrebbe smascherata e combattuta non solo dentro le fila del movimento, ma anche da quella “presunta” magistratura “democratica” che si riempie la bocca di legalità e democrazia ma che, al dunque, favorisce abusi giudiziari di questo tipo.

La seconda evidenza di questi arresti è la loro vicinanza alla manifestazione contro l’Unione europea liberista del 25 maggio. E’ la risposta politico-repressiva a quel corteo, la mossa che in qualche modo ci aspettavamo di fronte all’assenza di scontri. Anzi: proprio l’assenza di incidenti ha consigliato alla repressione di agire non solo preventivamente (come abbiamo visto sabato scorso), ma “a prescindere”, cioè in assenza di fattispecie. In altre parole, erano arresti messi in preventivo: sfuggita l’occasione del 25 marzo, ecco recuperare la manifestazione antifascista dello scorso anno, tanto sempre i soliti compagni sono. Il pretesto lo si sarebbe comunque trovato, l’importante è il segnale: non si scherza più. E, in secondo luogo: non si scherza più con Casapound, che è a tutti gli effetti un soggetto politico considerato legittimo e quindi intoccabile.

C’è urgenza di uscire dall’angolo in cui vuole costringerci la politica repressiva della Questura e del Pd. Cosa hanno da dire i paladini delle legalità, da Sinistra italiana al M5S, da Pisapia all’Anpi – che pure era l’organizzatore di quella manifestazione – su questi arresti per antifascismo? Questi arresti coinvolgono tutti, perché ad essere perseguita non è questa o quella linea politica ma una pratica antifascista che a Roma è sempre stata terreno di convergenza oltre le differenze politiche di ciascuno.

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30/03/2017

“Ci saranno i black bloc, a costo di metterceli noi”

Non era mai accaduto in queste dimensioni. L'allarmismo per una manifestazione non è una novità, certo, ma una esagerazione così non è cosa di tutti i giorni.

Per il marzo, e in particolare sul corteo indetto da Eurostop e Movimenti territoriali, è stato fatto balenare – in contemporanea, e come se fossero quasi la stessa cosa – il pericolo di una calata internazionale di black bloc (specificate anche le provenienze: Francia, Germania, Grecia) e possibili attentati dell'Isis. Mancavano gli alieni – quelli di Mars Attack, probabilmente – ma forse se li sono tenuti da parte per la prossima volta.

Gli "incidenti", gli "scontri", la "devastazione di Roma", compresa – chissà perché – la fontana della piazza di Testaccio, erano su tutte le prime pagine e nelle aperture dei Tg. Praticamente c'erano già stati, erano già raccontati nei dettagli. Una profezia che si autoavvera.

Un povero ingenuo si chiederebbe da dove venisse tanta sicurezza. Certo, i servizi segreti hanno ampie possibilità di infiltrazione (le forme di organizzazione antagoniste sono sotto i limiti dell'artigianato pre-industriale). E di sicuro i social servono più a schedarsi da soli che a tenere rapporti sociali o politici. Però, diciamocelo, tutta quella sicumera era un tantino sospetta...

Perciò qualche cittadino democratico si è guardato intorno, nei pressi della manifestazione, ed ha potuto fotografare almeno un gruppetto di giovinastri che scaricavano zainetti sospetti da una macchina parcheggiata.

I black bloc in questione, però non apparivano poi tanto degli emarginati sul punto di sfogare la propria rabbia incendiaria, visto che in fondo l'automobile era in pratica nuova di zecca.

La cosa più stupefacente, comunque, è che fosse parcheggiata tra un'autoambulanza e i blindati della polizia. Parecchi agenti vedevano molto da vicino l'armeggiare dei "black bloc", al punto da scambiarsi frasi come "ahò, ma questi non li perquisiamo?"

E giù grasse risate...

Queste le immagini, colte "al volo" da distanza ravvicinata, così simili a quelle di Genova 2001. Sia chiaro: sappiamo benissimo che ci sono tanti gruppetti diffusi che amano entrare nelle manifestazioni "anti vertice" e scassare qualcosa di più o meno simbolicamente significativo; ma sappiamo anche – e si notano spesso – che esistono altri "gruppetti", niente affatto diffusi e anzi molto centralizzati, che assumono le stesse sembianze e criteri operativi simili. Per obiettivi decisamente diversi e niente affatto innocenti.







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Dallo stato sociale allo stato penale di Minniti


Il “decreto Minniti” segna uno spartiacque nel rapporto tra conflitto sociale e governi di questo paese. Al di là dei dettagli tecnici – che pure è necessario chiarire, chiamando a ragionarne giuristi, avvocati democratici e quel tanto che ancora esiste di parlamentari affezionati alla democrazia – va intanto colto il dato politico essenziale: non esistono quasi più spazi di mediazione. Anche il “quasi” ha la sua importanza giuridica, naturalmente, ma la direzione di marcia già fissata da alcuni decenni viene ora percorsa premendo forte sull’acceleratore.

Si usa definire tutta questa sfera come ambito della “repressione”, ed è corretto; ma è solo una parte del ragionamento che occorre fare.

La chiusura degli spazi di mediazione è infatti fenomeno politico-sociale ben più ampio del solo schieramento di strumenti militari e legislativi a supporto della repressione. Sono quasi 40 anni che le vie della mediazione sociale vanno diventando viottoli tortuosi, abbandonati alle erbacce e al dissesto, fino all’impraticabilità. La mediazione sociale si nutre infatti di spesa pubblica, è incarnata da investimenti pubblici e istituti di welfare (pensioni, sanità, istruzione, edilizia popolare, strumenti di supporto al reddito, ecc), che danno concretezza all’esigibilità di diritti altrimenti enunciati come pura chiacchiera. Tagliare la spesa pubblica vuol dire esplicitamente – basta leggere i giornali economici, anziché la cronaca – tagliare i margini di mediazione sociale, approfondire le disuguaglianze, impoverire chi ha un lavoro, bloccare l’ascensore sociale, condannare porzioni crescenti di popolazione a restar per sempre fuori dal cerchio del (relativo) benessere.

Mediazione sociale e repressione “regolamentata” sono andate di pari passo in tutta la storia del dopoguerra. La conquista di diritti esigibili è stata pagata con centinaia di morti nelle piazze e non. La repressione del conflitto si è a sua volta evoluta da “generalizzata” (verso tutte le manifestazioni di dissenso) a “selettiva” (prendendo di mira soprattutto le avanguardie politiche, a cominciare ovviamente da quelle più radicali).

La democrazia reale non è stata per niente un paradiso, come sappiamo. Ma si era riusciti a costruire – sulla base di rapporti di forza politici e sociali ora perduti – un ambito, spesso ristretto ai minimi termini, in cui l’esercizio del conflitto veniva riconosciuto e possedeva una legittimità anche per la controparte; ed in cui la repressione – anche quella più estrema – doveva essere contenuta, se non altro per salvare la faccia con le forme esteriori della democrazia. Persino nelle carceri speciali, insomma, si poteva contrattare su alcuni spazi di vivibilità, potendo contare sull’esistenza di un’“opinione pubblica democratica” che aveva grande peso sociale e intellettuali di notevole spessore (vedi le campagne per la chiusura del carcere dell’Asinara). Persino il più impolitico dei casseur, una volta preso prigioniero, sapeva fino a che punto poteva essere maltrattato dalla polizia e dove si situava il limite.

Gli sforamenti di quei limiti – omicidi mirati e torture – sono stati numerosi, ma hanno sollevato scandalo pubblico e hanno costretto il potere prima alla negazione, poi alla minimizzazione, in alcuni casi addirittura alla tardiva condanna dei funzionari più feroci (il "dottor de Tormentis", per esempio). E le scene di Genova 2001 hanno creato più problemi che trionfi, alla classe politica d’allora.

Ora non più.

Quell’epoca è finita. Il “decreto Minniti” supera le colonne d’Ercole del diritto, attribuendo alle forze di polizia poteri senza contraltare e senza controllo. Perlomeno negli effetti immediati; e tutti sanno quanto possa essere estenuante la lentezza delle cause giudiziarie sgradite ai potenti, si tratti di tortura o di stragi per l’amianto. Ragion per cui intanto scattano i provvedimenti restrittivi, poi magari con il tempo – spesso troppo tempo – i ricorsi all’autorità giudiziaria possono a volte decretarne l’ingiustificabilità e ripristinare l’agibilità agli attivisti colpiti. Ma intanto l'"effetto freno" funziona...

La prima prova sul campo si è avuta con la manifestazione del 25 marzo. Non si è trattato solo di un’esibizione di forza, ma di una politica ad ampio spettro. Sono stati allertati direttori e capiredattori dei media più importanti, invitati a spargere come pioggia un allarmismo mai visto prima (Isis e black bloc negli stessi discorsi, come se tra una strage e una vetrina non ci fosse più distinzione). E’ stato allarmato un intero quartiere – l’unico attraversato dal corteo – e intimato ai commercianti di tirar giù le saracinesche. E’ stato mandato davanti alle telecamere un rappresentante delle associazioni di categoria a chiedere che in futuro si vietino le manifestazioni “per garantire il diritto di fare incassi”. Ogni governo “europeista” sarà ben felice di accontentarlo...

Sono stati bloccati diversi pullman di manifestanti provenienti da fuori Roma, “per verificare il loro orientamento ideologico” (come candidamente ammesso dal questore). Sono state identificate le persone, perquisite, trattenute per ore, impedendo quindi il diritto a manifestare anche dopo che le “verifiche” erano state tutte negative.

Sono stati emessi fogli di via stabilendo un nesso assolutamente arbitrario tra il ritrovamento di bastoni e sassi a Testaccio – il giorno prima! – e le persone che venivano da centinaia di chilometri di distanza, su mezzi peraltro pedinati da macchine della Digos.

E’ stata svuotata una capitale d’Europa vietando a tutti l’accesso alle zone attraversate dai 27 padroncini dell’Unione Europea; poi ci si è lamentati delle “manifestazioni che danneggiano il turismo”. Come se, in assenza di manifestazioni, sarebbe stata prevista piena libertà di movimento...

E’ stato spezzato in due un corteo, con mossa premeditata, alla ricerca di uno “scontro” che palesemente il corteo non voleva.

Sono scomparsi, proprio in quel momento, tutti i “responsabili di piazza”, lasciando sia gli uomini in assetto antisommossa che gli organizzatori della manifestazione senza un’interfaccia attendibile. Come se il potere, in questo paese, fosse in grado di mostrare enorme prepotenza ma ben poco autocontrollo.

Se nulla è accaduto, è merito di tutto il corteo, che si è poi ricomposto e abbracciato al Circo Massimo.

Quella del 25 marzo è stata dunque l’ultima manifestazione della vecchia fase e la prima della nuova. In mezzo c’è il “decreto Minniti”, contro cui andrà iniziata una battaglia politica ad ampio raggio, sia come mobilitazioni che come chiamata alle responsabilità di tutti davanti all'involuzione antidemocratica delle "istituzioni".

Vale anche per noi, ossia per tutte le componenti che hanno dato vita alla giornata del 25 marzo. Continuare a ragionare e comportarsi come prima sarebbe il più stupido degli errori. Qualsiasi sia il tipo di pratiche che si è soliti mettere in campo. C’è un passaggio qualitativo in corso che fa la differenza tra il “prima” e “l’adesso”. Se non vogliamo che il domani diventi sistematicamente quello che abbiamo vissuto sabato 25 marzo, prima ancora in Val di Susa o nelle lotte sociali metropolitane in varie città o quello che stiamo vedendo in Puglia, occorre cominciare a discutere ed agire in modo convergente e lungimirante per rompere questo clima ed evitare tale scenario.

Foto di Patrizia Cortellessa

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28/03/2017

I muscoli del potere, l’intelligenza dei proletari


Dovremmo essere abbondantemente vaccinati alle provocazioni e alla repressione poliziesca, allo sciacallaggio mediatico e alla criminalizzazione politica, eppure anche stavolta ne usciamo con più domande che soluzioni. Il mese di terrore organizzato da Polizia e ministero degli Interni rimanda direttamente alle giornate di Genova del 2001. Quel movimento di massa sottovalutò i richiami alla guerra dello Stato, e cascò mani e piedi dentro una trappola che scompaginò quel movimento e ne facilitò la dismissione. Anche sabato scorso lo Stato, come sempre nei momenti topici, non ha giocato più alla democrazia, ma ha imposto uno stato di eccezione che è, d’altronde, la sua caratteristica più intima.

La manifestazione contro l’Unione europea era, inequivocabilmente, la manifestazione “degli incidenti”. Nessuno, al di fuori dei partecipanti, capiva bene il senso politico della protesta, mentre tutta la cittadinanza romana (e nazionale) coglieva la natura “pericolosa” di quel corteo, a prescindere dalle ragioni politiche (ma c’erano? O erano solo una scusa per sfasciare vetrine?). Gli abitanti di Testaccio venivano coattivamente intimoriti, convocati in Questura, sobillati dalle spie del regime, con l’unico obiettivo di opporli alla manifestazione stessa. Giornalai al soldo della Questura chiedevano che almeno la fontana di piazza Testaccio venisse salvata dalla furia devastatrice. Centinaia, anzi: migliaia, di black bloc venivano fermati in ogni dove: ai confini nazionali; in altre città; per le vie di Roma; dentro le occupazioni; nascosti nei tombini. Le solite sacche piene di pugnali e maschere antigas venivano ritrovati nei soliti luoghi dalla solita squadra anti-terrorismo.

Una sceneggiatura scritta in partenza insomma, che non ha però impedito la realizzazione di un corteo davvero di massa. L’assenza di scontri – solo e unico obiettivo della selva di giornalai di regime assiepati in ogni anfratto del corteo – costituiva però un pericoloso vulnus al racconto trasversale della lotta alla Ue (che non è altro, nel racconto mediatico, che una scusa per sfasciare vetrine). Bisognava correre tempestivamente ai ripari, ed ecco scattare il fallo di frustrazione: carichiamoli e vediamo che fanno. Questa l’indicazione data repentinamente a fine corteo, quando si stava palesando l’orrore negli occhi del Questore e nei corridoi del Ministero: un corteo contro la Ue, di massa, ma senza scontri. Impossibile, si correva il rischio di far trapelare le ragioni politiche del corteo, svelare la cappa d’insofferenza nei confronti della Ue proprio nel giorno in cui tutto il popolo acclamava quei Trattati al grido di W l’Unione europea, W il liberismo, W Gentiloni.

Ma anche di fronte alla carica preventiva, alla provocazione diretta, il corteo rimaneva saldo nelle sue ragioni, senza cadere nel tranello poliziesco. Il pezzo sul lungotevere rimaneva allibito di fronte ai movimenti delle Forze dell’ordine; la parte che aveva già superato Bocca della Verità si fermava e aspettava, nell’impossibilità materiale di fare altro, il ricongiungimento dei due spezzoni. Questa intelligenza collettiva, mandando in frantumi lo schema politico-mediatico entro cui doveva essere ricondotta la manifestazione, ha stravolto l’intera narrazione del giorno dopo. La mattina seguente, anzi, dai telegiornali della sera, il corteo di fatto veniva oscurato. Gentiloni e Junker brindavano alla Ue, mentre la sinistra compatibile sfilava con Monti e la Camusso ballando il valzer neoliberale. E la lotta all’euroliberismo? Scomparsa. Niente scontri, niente notizia. Mettendoci di fronte a una contraddizione evidente: nessuno dei non addetti ai lavori ha capito le ragioni politiche della manifestazione; se ci fossero stati incidenti, questi avrebbero racchiuso tutta la narrazione sulla manifestazione stessa, oscurando le motivazioni politiche; senza incidenti, il corteo per i media non è mai avvenuto, e le ragioni politiche ugualmente tacitate. Che fare dunque?


Questo terreno, che costringe la mobilitazione allo scontro nel momento in cui lo stabiliscono gli apparati politico repressivi, va rifiutato, così come va rifiutato ogni sterile pacifismo che, lo abbiamo testato direttamente sabato, è funzionale alla scomparsa delle ragioni della lotta politica. Non ci sono risposte semplici per questo apparente vicolo cieco. La manifestazione come momento topico in cui tenere dentro tutte le ragioni e le prassi conflittuali non funziona più, perché è esattamente il terreno pensato dal potere per annullare ogni legittimità politica della stessa: è lì che ci aspettano insomma, ed è lì che dovremmo stravolgere il canovaccio già scritto dalla Questura. Allo stesso tempo, momenti di convergenza unitaria e nazionale servono e serviranno sempre, per raccogliere consensi e dare a tutti la possibilità di solidarizzare attivamente con le ragioni della manifestazione. Non se ne esce facilmente e, soprattutto, non se ne uscirà una volta per tutte con la “soluzione” al problema. Ci sembra che gli attuali rapporti di forza non ci consentono di tenere dentro nello stesso momento partecipazione, solidarietà popolare e conflittualità militante. Almeno non a livello nazionale e unitario, laddove l’obiettivo principale è quello di raccogliere consensi attorno a una lotta, generalizzarla, e non restringerla fra le ristrette cerchie di militanti. Soprattutto nel caso di un terreno, quello della lotta alla Ue, ancora percepito come “troppo politico” e quindi socialmente poco convincente.

La strada intrapresa sabato ci sembra una strada intelligente e proficua, che però non basta alle ragioni di questa lotta. Da qui dovremmo ripartire, se la voglia e l’interesse collettivo sosterrà i nostri ragionamenti.

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Il 25 marzo al Cie di Tor Cervara. Intervista a Nicoletta Dosio

Intervista a Nicoletta Dosio, del Movimento No Tav della Val Susa, realizzata da Radio Città Aperta. Foto di Patrizia Cortellessa.

Abbiamo in collegamento Nicoletta Dosio, attivista del movimento No tav. Ciao Nicoletta, buongiorno prima di tutto.

Ciao, buongiorno a tutti.

Vogliamo parlare della manifestazione di sabato a Roma, in occasione dei Trattati di Roma e, in particolare, di quello che è successo prima e durante la manifestazione alle porte della città, con diversi manifestanti che sono stati fermati prima di arrivare a Roma e ai quali è stato sostanzialmente impedito di unirsi al corteo. Ci racconti un po’ come è andata, che cosa è successo, visto che sei tra coloro che hanno raggiunto i fermati?

Sì, certo. Io sono partita al mattino con il treno, mentre un nutrito gruppo di No Tav, insieme a realtà anche torinesi erano partiti la sera prima, dopo l’assemblea che si era tenuta qui a Bussoleno, l’assemblea No Tav. Fin dalla partenza hanno visto come tutte le volte l’auto della Digos che li ha accompagnati fino a Roma, li ha seguiti. Prima di arrivare a Roma Nord li ha superati e li ha aspettati al casello, dove sono stati fermati insieme ad altri pullman che poi hanno ritrovato al centro di identificazione di Tor Cervara. Sono state perquisite le persone... Prima han chiesto i documenti, sembrava tutto risolto, li hanno messi nuovamente sui pullman e invece di lasciarli andare verso il raduno per la manifestazione pomeridiana – quella indetta da Eurostop e dalle realtà del No sociale – si sono visti deviare fuori in questa zona degradatissima, tra l’altro fuori Roma, in questo enorme edificio che è un Cie, centro di identificazione – lo saprete bene voi che lì ci abitate – per tutta quanta l’Italia centrale e meridionale. Quello che ho notato fin da subito era l’arroganza di chi li faceva scendere e li perquisiva. Tra l’altro è pure comparsa una foto – perché noi eravamo in contatto e quindi anche mi mandavano comunicazioni, mi raccontavano... – di uno di questi agenti che si è tirato su la manica e aveva un bel tatuaggio. Un tatuaggio costituito da un pugnale intorno al quale c’era scritto: “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. Questo è il tipo di personale a cui è affidato l’ordine pubblico in questa nostra situazione; che è non solo di vera emergenza democratica, ma ormai direi di fascismo neanche più nascosto, sempre più evidente. Sono stati portati in questo centro in condizioni diverse, perché ad un anziano No Tav è stato trovato un coltellino, un Opinel, a cui tra l’altro aveva attaccato un fischietto all’Opinel. E sono gli strumenti che di solito ci si porta sul pullman perché le manifestazioni, i viaggi in pullman, sono anche un momento di socialità. Ci si porta da mangiare, si sta insieme, si condivide, come facciamo in valle, nella nostra vita, nei luoghi del presidio e via dicendo. Quindi questo coltellino, insieme a forchetta e cucchiaio, aveva questo significato, cioè quello di posata quotidiana per mangiare, per stare insieme. E questa è diventata un’arma particolarmente pericolosa, difatti lui l’han preso immediatamente da parte e l’han chiuso con un altro ragazzino, a cui era stato trovata non una "maschera antigas" sopraffina, ma una di quelle cose che ci si mette sulla bocca e che abbiamo un po’ tutti in tasca, o comunque nelle nostre borse, perché in Clarea spesso e volentieri ci accolgono con i lacrimogeni. Lui tra l’altro, probabilmente, l’aveva persino dimenticata... E quindi questo è stato il motivo per cui anche questo ragazzo minorenne è stato isolato, in camere dove non è stato passato neanche cibo, in vera e propria situazione di detenzione preventiva. E gli altri erano raggruppati insieme, portati anche loro in questo Cie; han preso i documenti e glieli hanno tenuti per tutto il giorno, fino alla fine della manifestazione, praticamente. Ah, oltre a questi nostri due compagni c’erano anche altri 4 ragazzi pisani, che sono stati anch’essi tenuti chiusi, detenuti pure loro in questo Cie, perché gli han trovato nello zaino una felpa, che di solito ci si porta o come cambio o comunque per mettersi addosso perché le giornate non sono proprio di grande caldo. Quindi per una felpa una persona può essere presa, può essere detenuta per 10 ore e può ricevere un foglio di via di tre anni. Lo stesso può succedere ad un anziano per un coltellino con cui tagliava il formaggio. Questa è la situazione democratica del nostro paese...

Più in generale dell’Europa, probabilmente...

Sicuramente il discorso tocca l’Europa, fa parte di quella politica europea, di quella fortezza Europa che innalza confini infiniti contro coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame, dove la libertà di pensiero e di parola e di circolazione sono sempre più limitati, garantiti soltanto ai capitali, alle merci, alle banche e negate a tutto il resto. Dove non solo ci sono varie velocità, ma diciamo che ci sono i popoli di troppo, cioè quelli che dovrebbero essere cancellati perché non ci stanno a questa politica oppressiva e sempre più lontana da quelli che sono i bisogni reali delle persone.

Io ho cercato un po’ di ricostruire, ma chiedo a te, perché appunto nessuno meglio di te può spiegarci. Mi sembra che ad un certo punto si è anche cercato di affibbiare ai fermati a Tor Cervara il ritrovamento di bastoni avvenuto però in città. Cioè persone che non sono nemmeno riuscite ad arrivare accusate di un ritrovamento avvenuto in città... Che diventa proprio complicato dal punto di vista logico...

Sicuramente... Ma questo non ci meraviglia. Noi in Valle abbiamo continuamente di queste falsità e di queste menzogne, che vengono messe in piedi per creare il mostro, per allontanare le persone dalla lotta e per poter giustificare questo clima di polizia sempre più insopportabile. Questi sono attentati veri e propri alle manifestazioni, attentati di coloro che si presentano come i tutori della legge, e di quello Stato che dovrebbe essere fedele alla Repubblica fondata sul lavoro, in cui la sovranità appartiene al popolo... E che invece è sempre più, evidentemente, fedele ai capitali, ai pochi grandi che vorrebbero schiacciare il mondo sotto il tallone di ferro della guerra e dello sfruttamento universale. Non è una novità che questo succeda. La Valle di Susa, come molti territori, sono diventati laboratorio di questa sistematica azione poliziesca, intimidatoria, non solo antidemocratica ma, come dicevo prima, apertamente fascista. Un’altra cosa però vorrei mettere in luce, perché mi sembra anche questa particolarmente significativa. Noi abbiamo un motto, per il quale "si parte e si torna insieme", per cui ho sentito assolutamente la necessità di andare a vedere che cosa succedeva e ho portato con me l’unica deputata che era presente al corteo, Eleonora Forenza, con Guido Lutrario, che si è messo a disposizione anche lui per poter portare non solo solidarietà – perché non è solidarietà astratta, è presenza di aiuto concreto e dimostrare che il No a questa Europa è anche il No alla fortezza Europa, ai Cie e a tutto quello che mette in discussione una democrazia. Non solo come potere autentico e popolare, ma addirittura quella che era la democrazia borghese, perché neanche più questo viene rispettata; anche se "i grandi" firmano citando Altiero Spinelli & company. Che cosa abbiamo scoperto? Che la deputata non poteva entrare. Un deputato, un parlamentare, un consigliere comunale all’interno del comune può entrare a fare ispezioni nelle carceri dopo mezzora che chiede di poterlo fare, nel senso che si presenta per poter entrare. E questo è fondamentale per garantire che le cose vengano fuori, che le ingiustizie e i soprusi vengano fuori chiaramente e possono essere controllabili. Eleonora Forenza ha chiesto immediatamente di poter entrare anche con un avvocato, perché c’era un avvocato che è venuta con noi, anche lei per garantire immediatamente la tutela. Questo le è stato negato. Non solo le è stato negato, non le sono state date nemmeno le ragioni per cui non poteva entrare; non sono state date notizie né dei compagni che erano in stato di fermo, né degli altri che dovevano essere identificati. Non solo. E' stata invitata a parole ad andarsene, ma nel momento in cui lei si è fatta avanti per entrare, è pure stata spintonata all’indietro. Siamo stati lì davanti con altri che intanto sopraggiungevano, con i compagni dentro, perché anche quelli che non erano stati ufficialmente fermati erano comunque fittiziamente in stato di libertà. Loro non han voluto andar via intanto perché non venivano restituiti loro i documenti, e poi perché non avrebbero mai lasciato da soli i 4 ragazzi più i 2 nostri compagni che erano fermati e non avrebbero potuto venire via. Hanno improvvisato, sapendo che noi eravamo arrivati, un piccolo corteo. Sono arrivati verso – anche lì non facilmente, perché erano controllati da centinaia di forze dell’ordine all’interno – sono venuti comunque verso le cancellate. Noi avevamo anche avvertito alcuni mezzi di informazione, per cui c’erano alcune televisioni che han potuto riprendere, e quindi di questa pessima giornata per quanto riguarda la garanzia democratica nel nostro paese in questa Europa, qualche immagine ha potuto anche uscire, le notizie sono potute uscire. Per poter entrare e andare a recuperare, a dare non solo solidarietà ma a recuperare letteralmente sia i fermati, sia gli altri compagni, la deputata ha dovuto telefonare al Ministero dell’Interno. Il Ministero dell’Interno sembra cadere dalle nuvole, fittiziamente, chiede il nome dei responsabili, il piantone non vuol fornire il nome dei responsabili del centro, quelli con cui noi avevamo parlato. E quindi altro tempo è passato. Finalmente, quando ormai volgeva al termine la manifestazione, quindi non c’era più possibilità che anche noi potessimo manifestare liberamente, è arrivata la possibilità di entrare. Ormai si erano fatte le nove di sera, e così è passata questa giornata per coloro che volevano andare a dire No a questa Europa delle banche, dei capitali e della guerra e delle barriere, sempre più inavvicinabili, per coloro che vogliono esercitare liberamente il diritto ad una vita minima.

Incredibile. Il tuo racconto è veramente incredibile. Nicoletta, oltre che a raccontarci di una gestione che, probabilmente, è illegale, non esiste un’altra definizione. Però veramente da non crederci. Ti ringrazio molto...

Voglio ancora dire una cosa. Che tutto questo ha un senso nella loro logica. E cioè dovevano giustificare una città letteralmente vuota, degli alberghi nei quali erano state annullate le prenotazioni per il sabato e la domenica da parte dei turisti, perché l’ho visto io con i miei occhi – nell’albergo dove sono andata – dovevano giustificare quel clima di intimidazione totale e dovevano garantire ai grandi sporchi dell’Europa il diritto di poter offendere ulteriormente non soltanto il diritto minimo alla vita, ma la minima decenza della vita. E poi non meravigliamoci, perché è soltanto l’aspetto di una situazione che ormai è ampiamente degenerata. Andiamo a vedere quante custodie di garanzia sono date ormai nel nostro paese, quante misure di detenzioni preventive ci sono, pensiamo al Daspo urbano, che può essere applicato a qualsiasi povero seduto su una panchina se diventa indesiderabile. E questa è il termometro della situazione nel nostro paese, che ci dice due cose: per un verso che è ora che ci svegliamo, e per l’altro verso la paura, loro, che noi ci svegliamo. E quindi è arrivato il momento.

E’ arrivato il momento, decisamente. Grazie, veramente prezioso è stato il tuo contributo Nicoletta. Ti ringrazio.

Grazie a voi. Un saluto a tutti, grazie.

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Quel 25 marzo cileno

“Il potere ha molti vantaggi e, tra questi, quello di fare e parlare a proprio piacimento” (Sofocle, Antigone).

Quanto accaduto il 25 marzo, con l’ammassamento coatto di circa centoventi manifestanti cui è stato sottratto in modo illegittimo il diritto democratico, costituzionalmente garantito, a manifestare le proprie idee, non rappresenta certo una situazione di eccezione o lo smarrimento temporaneo delle procedure democratiche del Minniti di turno, ma lo stato di salute effettivo delle democrazie attuali, nelle quali l’applicazione del modello securitario ha determinato un vuoto di diritto e la sottrazione di trasparenza delle procedure.

Le scene dei tanti pullman fermati all’ingresso di Roma, delle volanti della polizia messe di traverso sull’asfalto, della tattica adottata dalla celere durante il corteo festoso e pacifico per farlo precipitare nella consueta orgia di manganellate, non costituiscono l’eccezione ma la norma, non il dispositivo momentaneo né la parentesi in una condizione normale di democrazia, ma un paradigma ormai consolidato e fondato su istanze repressive.

L’internamento, sia pure temporaneo, dei manifestanti rei di avere una “diversa ideologia”, d’impulso ha fatto riaffiorare alla memoria i tristi giorni cileni del ’73.

L’immagine dei manifestanti dietro le sbarre, ammassati e privi di garanzie giuridiche, l’identificazione coatta, la mortificazione della personalità politica e civile, sono sintomi evidenti di una democrazia deviata in cui la sospensione del diritto viene burocratizzata e diventa ordinarietà.

D’altronde il nostro paese, a partire dal secondo dopoguerra, ha sempre mantenuto la natura del Giano bifronte, normativa da un lato e discrezionale dall’altro. Quel “doppiostatismo”(Fraenkel) che ha ostacolato la piena affermazione della democrazia e ne ha minacciato pesantemente i fondamenti con la stagione delle stragi, oggi le permette, a tutti gli effetti, di comportarsi, attraverso la normalizzazione della “sospensione del diritto” (Agamben), come una dittatura.

E così, se il 4 dicembre, con la vittoria del NO siamo riusciti a salvare il nostro paese dal rischio di scardinamento per via istituzionale della Costituzione, le élite dominanti, quelle che a Roma il 25 marzo hanno ipocritamente celebrato i valori dell’uguaglianza e della solidarietà, trovano, con inaudito camaleontismo, altre mille strade per blindare violentemente, de facto, la democrazia.

Una cosa è certa, siamo ora chiamati, dopo la vittoria referendaria, a riprenderci la nostra legittima sovranità contro le oligarchie UE, sostenute dalle lobby industriali e finanziarie. Da decenni le stesse conducono una lotta di classe dall’alto e pretendono oggi, a fronte di una sempre maggiore crisi di consenso, di negare anche i diritti civili e politici più elementari.

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27/03/2017

In 10mila a Roma contro UE, Euro e Nato. Eurostop batte anche le provocazioni di Minniti


Ci hanno provato in tutti i modi a battere la grande manifestazione Eurostop organizzata con l’apporto e la partecipazione fondamentali di USB.

Prima sequestrando i pullman provenienti dal Nord Italia, poi assediando militarmente il corteo, infine facendo irruzione a mano armata al suo interno per spaccarlo in due.

Ma per quante provocazioni la Questura di Roma abbia messo in campo, il governo Gentiloni e il suo gendarme Minniti non sono riusciti a ottenere quel che da giorni TV e giornali andavano strillando: niente scontri né devastazioni, ma soltanto un potente, gigantesco NO all’Unione Europea del capitale, all’Euro e alla Nato.

Con fermezza le migliaia di compagne e compagni che si sono dati appuntamento a Roma hanno respinto ogni provocazione, obbligando le cosiddette forze dell’ordine a fare marcia indietro e a lasciare libero il pezzo di corteo che volevano arrestare sul lungotevere Aventino.

Persino le tv che seguivano la manifestazione sperando in chissà quali scene di sangue, a partire da Rainews, sono state costrette ad ammettere che nulla era successo e che nessun motivo giustificava l'intervento della polizia. Una grande giornata per USB e i movimenti che sostengono Eurostop.

Un 25 marzo che non verrà ricordato come quello di chi è venuto a Roma per celebrare l’Europa della povertà e dei diritti negati, ma resterà segnato come il 25 marzo di chi con le lotte e le mobilitazioni lavora per abbattere il sistema europeo dei soliti ricchi e dei suoi cani da guardia.

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Due parole sul corteo di sabato

Due parole sul corteo contro la Ue indetto da Eurostop ieri a Roma (in attesa di tornare con più calma sull'argomento). Tutti i media hanno sostenuto la tesi della polizia, secondo cui le cose sono andate bene solo grazie alla loro azione di prevenzione mentre vi sono le prove che esisteva un piano per "devastare la città".

E' vero, ma quel piano lo avevano studiato loro: il mostruoso schieramento di forze, le ripetute provocazioni (dal "sequestro" di più di cento manifestanti, trattenuti per ore in un centro di identificazione, alla rottura in due spezzoni del corteo alla fine del percorso – al primo dei quali si è cercato di impedire di defluire pacificamente secondo gli accordi, mentre il secondo veniva circondato e bloccato senza che fosse stato lanciato nemmeno un tappo di bottiglia – e solo grazie alla pazienza e all'atteggiamento collaborativo degli organizzatori la situazione si è sbloccata senza incidenti) stanno lì a dimostrare che esisteva una precisa volontà di provocare lo scontro, trasformando gli annunci di sventura che i media avevano lanciato nei giorni precedenti all'evento in una profezia auto avverantesi (centinaia di telecamere ci hanno accompagnato nella speranza di poter documentare il sangue versato e i danni alla città).

Ciò detto va sottolineato il comportamento ignobile dei media del giorno dopo: a partire dai numeri falsi, per esempio si è parlato di fallimento della mobilitazione, dicendo che i manifestanti erano 2000 o 3000 (con ridicole contraddizioni, tipo che erano stati effettuati duemila controlli e che nel secondo spezzone c'erano duemila facinorosi pronti alla devastazione: insomma duemila carri armati di Mussolini che giravano avanti e indietro ricoprendo tutti i ruoli?) mentre la verità è che il corteo non aveva meno di 8/10.000 persone: tantissime ove si consideri la campagna terroristica di dissuasione e comunque assai di più di quelli dei rachitici cortei pro euro di destra (federalisti) e "sinistra" (Sinistra Italiana e altri).

Una bellissima giornata di mobilitazione in una città desertificata per creare una vasta area protetta a tutela dei 27 signori racchiusi nel palazzo per firmare una nuova sacra alleanza contro i rispettivi popoli. (qui sotto una foto della testa del corteo).



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Eurostop sulla manifestazione del 25 marzo. Un successo politico; solidarietà con i fermati


Eurostop esprime soddisfazione per l’ottima riuscita della manifestazione del 25 marzo contro il vertice dell’Unione Europea, manifestazione promossa da movimenti territoriali e studenti in lotta. Per la prima volta nel paese è emersa chiara e forte la posizione di chi ritiene ormai irriformabile e regressiva la gabbia costituita da Unione Europea, moneta unica e Nato. Se c’è una possibilità di cambiamento politico, sociale, democratico, essa non può che darsi fuori da questa gabbia.

La manifestazione è riuscita nei numeri (più degli ottomila accreditatici in precedenza dai media) e nei contenuti nonostante un apparato mediatico e poliziesco che hanno cercato di fargli il vuoto intorno.

La demonizzazione preventiva della manifestazione non ha impedito a migliaia di lavoratori e lavoratrici, attivisti politici e sociali, occupanti di case e gente dei territori di scendere in piazza evitando tutte le trappole allestite per poter procedere alla criminalizzazione di una opzione politica che sgombra il campo dalle illusioni “unioniste” nella sinistra e alle strumentalizzazioni della destra.

La manifestazione è riuscita nei suoi obiettivi, a tal punto da aver innescato una campagna di occultamento – costringendo i mass media a correre ai ripari – successivo a quella della demonizzazione preventiva che in qualche modo aveva dovuto dare visibilità agli obiettivi di Eurostop. Nei servizi del giorno dopo è stata cancellata ogni immagine o riferimento ad Eurostop. Nei prossimi giorni torneremo nel quartiere di Testaccio con una assemblea popolare che denunci il clima intimidatorio costruito sabato e renda esplicite agli abitanti del quartiere gli obiettivi di una manifestazione che si è voluta criminalizzare.

Eurostop intende esprimere pubblicamente e incondizionatamente solidarietà con gli attivisti fermati nella mattinata del 25 marzo mentre cercavano di raggiungere in pullman la manifestazione. Con motivi pretestuosi sono stati rinchiusi tutto il giorno nel centro stranieri della polizia a Tor Cervara e poi espulsi con fogli di via. Una dimostrazione in più della incostituzionalità dei provvedimenti di polizia preventiva, oggi utilizzati a piene mani contro attivisti politici e sociali, e sistematizzati da un decreto incostituzionale come il decreto Minniti.

La lotta contro il decreto Minniti, le misure preventiva di polizia e la repressione entra a far pienamente parte del programma di azione di Eurostop dei prossimi mesi. I mass media cantano le lodi alla capacità di gestione del ministro Minniti, ma sabato in piazza in almeno due momenti (in Piazza Bocca della Verità e su Lungotevere Aventino) abbiamo assistito a decisioni degli apparati di ordine pubblico che avrebbero potuto scatenare – e del tutto gratuitamente – incidenti gravissimi. Solo la maturità dei manifestanti è riuscita ad evitare il peggio.

Infine, ma non certo per importanza, il vertice dei capi di stato dell’Unione Europea a Roma ha confermato le peggiori previsioni che Eurostop aveva anticipato già alla vigilia. La ratifica dell’aumento delle spese militari in nome della Difesa comune e di una Unione Europea a più velocità, conferma il progetto di fare intorno al nucleo duro delle principali potenze europee un nuovo polo imperialista dentro la competizione globale in corso. Il governo italiano vuole portare il paese dentro questo nucleo duro costringendo i lavoratori, i settori popolari, i disoccupati a nuove misure lacrime e sangue per rispettare i diktat europei – e della Germania soprattutto – e destinare maggiori risorse alle spese militari, alle banche e alle multinazionali. Una prospettiva inaccettabile che conferma le ragioni dell’Ital/Exit e di Eurostop, ed esplicita il contrasto insanabile tra i Trattati europei e l’assetto Costituzionale del nostro paese come abbiamo chiaramente denunciato con l’assemblea del 23 marzo, alla vigilia della manifestazione.

Con la proposta di Eurostop i lavoratori e i disoccupati, i pensionati e i piccoli esercenti, i settori sociali impoveriti dalla crisi e dalle misure antipopolari imposte dalla Ue, potranno vedere in campo una prospettiva politica di cambiamento, di conflitto, di resistenza e di rappresentanza fino ad oggi inesistente.

Ringraziamo tutte e tutti i partecipanti e tutte le organizzazioni e i movimenti che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione

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26/03/2017

Una straordinaria giornata di lotta, contro l’Unione Europea e la fabbrica della paura


La risposta è stata adeguata alla posta in gioco, sia sul piano politico che della partecipazione. La manifestazione promossa da Eurostop e dai movimenti territoriali per il No Sociale è riuscita a cogliere due obiettivi importanti per il futuro. Da un lato ha spezzato il giochetto per cui o si sta con l’Unione Europea o si sta con la destra xenofoba, al contrario la manifestazione ha detto che c’è un movimento popolare, sindacale e antagonista in crescita che contesta frontalmente, seppur con declinazioni diverse, l’Unione Europea ritenendola irriformabile. Dall’altro, nonostante un clima di terrorismo ossessivo e amplificato ogni oltre limite, migliaia di persone sono scese comunque in piazza e hanno dato vita e gestito un corteo popolare, pacifico ma auto tutelato che è riuscito a raggiungere Piazza Bocca della Verità, a ridosso del Campidoglio dove si è tenuto il vertice dell’Unione Europea.

Una manifestazione niente affatto facile. In un quadrante del centro di Roma completamente circondato da migliaia di agenti di polizia e carabinieri, con torme di giornalisti, cameramen e fotografi pronti a gettarsi sulla prima vetrina infranta per far quadrare il cerchio e consueto circo mediatico (ma rimasti a becco asciutto). Il corteo è partito intorno alle 15.45 per cercare di sbloccare il fermo di 150 manifestanti su tre pullman (uno dalla Val di Susa, due dal Veneto) durato invece fino a sera.

La manifestazione si è via via ingrossata, ha attraversato il popolare quartiere di Testaccio investito nei giorni scorsi da un allarmismo ingiustificato, non tanto tra gli abitanti quanto tra i commercianti (chi ha chiuso bottega peggio per lui, chi ha tenuto aperto ha avuto un sacco di clienti), e poi ha imboccato Lungotevere Aventino per dirigersi a Piazza Bocca della Verità.

Arrivata in piazza però c’è stata una prima amara sorpresa. Via dei Cerchi che la Questura si era impegnata a mantenere libera per garantire il comizio e il deflusso dei manifestanti, era invece bloccata da poliziotti e blindati che a quale punto circondavano ogni via di accesso o uscita dalla piazza. Mentre si cercava di sbrogliare questo primo e rischioso imprevisto, sul Lungotevere Aventino qualche funzionario di piazza ha perso lucidità facendo avanzare agenti, idranti e blindati verso il corteo che stava ancora sfilando, di fatto spezzandolo in due. Motivazione ufficiale è che la seconda parte del corteo aveva rallentato. Quindi la polizia è avanzata in forze. Una stupidaggine senza alcuna giustificazione che, questa sì, avrebbe potuto scatenare incidenti su Lungotevere. A quel punto una parte del corteo era bloccata davanti e dietro su Lungotevere.

La prima parte del corteo, circondata in Piazza Bocca della Verità si è attestata su via dei Cerchi in attesa che venisse sbloccata e fatta passare anche la seconda parte del corteo. Per almeno una, lunghissima, ora la situazione è parsa precipitare e poi stagnare. Alcuni esponenti di Eurostop avevano nel frattempo raggiunto i manifestanti rimasti bloccati dalla polizia annunciando che non si sarebbero mossi da lì (si sono seduti platealmente per terra) fino a quando non fosse consentito al secondo pezzo di corteo di ricongiungersi all’altro attestato su via dei Cerchi. Alla fine la situazione si è sbloccata e i due pezzi si sono ricomposti sfilando in corteo fino alla fine del Circo Massimo dove la manifestazione si è sciolta.

Nel frattempo una delegazione aveva raggiunto la caserma di polizia di Tor Cervara (dove c’è l’ufficio stranieri) dove erano ancora in stato di fermo i manifestanti bloccati con i pullman. Fioccano i fogli di via, una misura poliziesca ormai seminata a piene mani che impedisce la partecipazione a manifestazioni in altre città e riduce sempre più l’agibilità politica e costituzionale di centinaia di attivisti.

Alla luce di come sono andate le cose sembra proprio che qualcuno dovesse “pagare” per aver osato contestare il vertice dell’Unione Europea e aver così smascherato un dogma sopravvissuto fin troppo tempo.

La manifestazione di oggi ha dato una straordinaria dimostrazione di capacità politica e di maturità nella gestione di una giornata difficilissima. Nelle prossime ore valutazioni politiche più ponderate e meno offuscate dalla stanchezza di una giornata tesa ma politicamente vincente.

Fonte e foto

25/03/2017

Quando i banchieri confermano le ragioni di Eurostop

Vedere le proprie tesi confermate – in controcanto ovviamente – dal nemico, è sempre un segnale di efficacia. La prova viene dall’alto, da Peter Praet capo economista della Banca Centrale Europea intervistato oggi dal Il Sole 24 Ore in un inserto speciale dedicato al sessantesimo del Trattato di Roma e alle “buone ragioni” dell’esistenza dell’Unione Europea.

Il capo economista della Bce dedica buona parte delle sue risposte a contestare chi sostiene l’uscita dall’euro, ma apparentemente e per paradosso, ne rafforza le ragioni.

In primo luogo Praet conferma l’indissolubile legame tra euro ed Unione Europea: “L'unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l'obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l'uno dagli altri”. L’affermazione è importante per due motivi: il primo è che spazza ogni scorciatoia per chi sostiene l’uscita dall’euro (vedi la destra) ma non l’uscita dall’Unione Europea. In secondo luogo perché conferma che la rottura dell’Eurozona e della moneta unica non può che essere una opzione politica a tutto campo e non solo una escamotage economica.

Praet non si sottrae però a valutazioni politiche: “Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell'euro. E' un inganno! Siamo arrivati all'unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio”. Anche questa affermazione è interessante perché rivela pienamente la falsa coscienza di chi afferma una tesi “ufficiale” sapendo che la realtà l’ha smentita sonoramente.

E’ vero che la situazione prima del 1992 non era il paese delle meraviglie, ma è indubbio che tutti gli indicatori sociali sul piano dei salari, del reddito delle famiglie, del welfare, del potere d’acquisto sono diminuiti e poi crollati proprio dal 1992 in poi, cioè dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. E’ stato sicuramente così nei paesi Pigs e in Italia lo fu in modo clamoroso con l’avvio delle misure “lacrime e sangue” (governo Amato docet).

E’ importante richiamare alla memoria collettiva quel 1992 che la pubblicistica di regime liquida solo come "l’anno di Tangentopoli".

Da febbraio 1992 entrò in vigore il Trattato di Maastricht con i suoi astrusi e inflessibili parametri. La storia ha rivelato che il famoso 3% di rapporto tra deficit e Pil fu un valore definito in modo del tutto casuale. Quando prima dell’estate ci furono gli attacchi speculativi sulla lira e la sterlina, venne liquidato l’ultimo governo della Prima Repubblica – quello di Andreotti – e venne nominato il governo Amato. La prima cosa che fece quest'ultimo fu chiedere un prestito europeo per vincolare le misure “lacrime e sangue” nella Legge Finanziaria alla sua restituzione. Il ministro Andreatta (uno che nel disastro sociale ha più responsabilità di Andreotti) disse esplicitamente che per ridurre il debito pubblico occorreva ridurre il reddito delle famiglie – di ogni famiglia – di almeno tre milioni (di lire). Venne così operata la trattenuta forzosa sui conti correnti, venne introdotta l’Ici e l’Isi (imposta Straordinaria sugli Immobili, una tantum), si avviò il maggior ciclo di privatizzazioni di tutta Europa con il processo di dismissione delle Bin (banche di interesse nazionale), dell’Iri, delle aziende pubbliche in pochissimi anni.

Ma il capo economista della Bce aggiunge dell’altro: “I sondaggi, a mio parere, mostrano una disaffezione verso la situazione generale, di cui l'euro diventa un capro espiatorio. In Italia, le conseguenze di questa narrativa sono semplicemente sbagliate. L'alternativa nostalgica secondo cui tutto andrà a posto con il solo ritorno alla lira equivale a imbrogliare la gente. Il costo di un cambiamento di regime monetario sarebbe enorme e i poveri sarebbero la parte della popolazione che ne soffre di più. Guardi il recente rapporto dell'Ocse sull'Italia. Il reddito pro capite è calato del 10% dopo la crisi, allo stesso livello del 1997: dar la colpa alla valuta è il bersaglio sbagliato”.

Peter Praet forza i termini della questione giocando alla semplificazione. E’ ovvio che solo Salvini o Alemanno e i loro razzolatori possono pensare che il ritorno alla lira sia una soluzione a costo zero. O meglio, lo dicono davanti alle telecamere o magari in qualche siparietto, ma se ne guardano bene dal dargli conseguenze politiche. La destra non ha in mente una rottura della moneta unica che sia conseguentemente anticapitalista, dunque preceduta e accompagnata dalla nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, dal ripudio del debito ormai in mano a banche, assicurazioni, fondi di investimento privati italiani e stranieri, fuoriuscita del paese dalle alleanze militari aggressive contro altri popoli.

Un cambio di regime monetario è problematico sia se preso in sé, sia come atto di rottura politica. Ma non si può più accettare che il disastro provocato concretamente dalla gabbia dell’unione monetaria venga negato, evocando ossessivamente un disastro solo ipotizzabile come scenario per rendere inamovibile e quasi divino il disastro reale che abbiamo verificato materialmente dal 1992 (con il Trattato di Maastricht) e poi dal 2002 (con l’entrata in vigore dell’unione monetaria). La realtà ha ormai fatto saltare questo giochetto agli occhi della società. Tant’è che anche ambienti insospettabili (da Mediobanca all’Ofce francese) cominciano a produrre studi e rapporti che smentiscono la narrativa catastrofica sulle eventuali fuoriuscite dall’euro.

Ma il fallibilissimo ricettario di Peter Praet e della Bce, produce la consueta lista di sanguinose banalità (per la gente comune) quando insiste sui problemi e le soluzioni per la realtà italiana: “In Italia ci sono problemi reali, per esempio nel sistema dell'istruzione, nella partecipazione femminile alla forza lavoro, nella preparazione della manodopera, nella qualità della pubblica amministrazione, nella diffusione delle tecnologie. Il miglioramento in queste aree creerà ricchezza e questa ricchezza dev'essere inclusiva, per evitare un'altra fonte di populismo. È meglio guardare alla lista di riforme dell'Ocse: alcune sono state adottate e stanno producendo risultati, ma la lista delle cose da fare è ancora molto lunga”.

Anche qui i fatti smentiscono che questo ricettario abbia prodotto risultati positivi. Anzi proprio l’attuazione delle “riforme” dell’Ocse ha portato alla devastazione dell’istruzione pubblica, del lavoro e dei salari. Tant’è che il presidente dell’Ocse Gurria è tornato alla carica sul governo italiano perché preoccupato degli eventuali stop al jobs act, ai voucher e a tutta l’artiglieria pesante scaricata contro i lavoratori e i disoccupati italiani. Un bombardamento di “riforme” che ha prodotto il boom dei working poors (lavoratori poveri), una disoccupazione stellare, la ricomparsa di forme di lavoro schiavistico, aumento delle disuguaglianze sociali.

Potremmo continuare in questa sistematica decostruzione della lunga intervista del capo economista della Bce, Peter Praet ma possiamo fermarci qui. Vorremmo solo aggiungere una piccola notizia. Mentre la società vive pesantemente e comincia a comprendere la regressione sociale complessiva, i big boss delle sette principali banche italiane si sono spartiti quasi 150 milioni di euro in bonus e dividendi nel 2016.

E’ della coscienza di questa contraddizione di classe che hanno paura, sempre più paura, gli esponenti delle classi dominanti nel nostro paese e in Europa. La piattaforma e il progetto di Eurostop intendono proprio dare rappresentanza politica ai settori sociali al centro di tale contraddizione.

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24/03/2017

Il fascino della divisa sui media; vince anche quella dei black bloc



Sabato previsti settordicimila tra Ostrogoti, Tervingi e Vandali pronti a calare su Roma e porla a ferro et foco...

Giornali e tv mainstream in questi giorni sembrano menestrelli medioevali impegnati nel cantare le epiche gesta di un signorotto un po’ infingardo, che non vince una guerra da secoli e il massimo successo militare che può vantare è la fustigazione pubblica dei sudditi. Naturalmente, se il committente è di così basso lignaggio militare, bisognerà esaltare le virtù guerriere de lo inimico, in modo che la sicura vittoria risalti maggiormente. Il fascino della divisa soccorre il redattore in crisi di fantasia, che si esalta perciò anche per i black bloc.

Un briciolo di rassegna stampa serve a dare l’idea.

L’oscar della compassione è vinto alla grande da La Stampa, quotidiano di casa Fiat amichevolmente soprannominata dai torinesi doc la busiarda. Titolo raccapricciante: Roma, scatta l’allerta terrorismo, ma fanno più paura i black bloc. Se si potesse usare la logica, con una frase simile, dovremmo chiedere un Tso urgente per il titolista, perché nessuno può seriamente avere più “paura” di quattro sciamannati di incerta provenienza, abili al massimo in danneggiamenti di poco conto (un bancomat, un’automobile, qualche vetrina, molto fumo e poco arrosto), rispetto a soggetti determinati a seminare il più alto numero di morti possibile.

Ma nel quotidiano diretto da Maurizio Molinari nulla è impossibile. Infatti nel catenaccio ci rivela che “In campo anche Scotland Yard”. E dire che la Gran Bretagna in questo vertice europeo non c’è più (ha vinto la Brexit, le procedure ufficiali partiranno mercoledì prossimo)...

L’apice dell’ignoranza viene però toccato nel secondo pezzo, dedicato alla “galassia antagonista, timori per i duri del Nord-Est”. Solito elenco di “centri sociali”, No Tav, ecc, e improvvisamente uno scoop: “Un nutrito gruppo è attesa da Venezia: Cacciari e Rivolta più frange anarchiche”. Il Cacciari citato non è infatti un “centro sociale”, ma un noto esponente dell’area Global Project. Ma chissenefrega della qualità dell’informazione, vero? Tanto stiamo soltanto pompando un clima “da paura” per giustificare qualsiasi operazione politica la polizia vorrà mettere in atto...

Non vanno meglio giornali che si pretendono “d’opposizione”, come Il Fatto Quotidiano, che nella sua versione online sembra fagocitato dalla sua antica vena manettara: “Trattati di Roma, il corteo di Eurostop e il rischio per la fontana simbolo di Testaccio”. Forse pesava il ricordo della Barcaccia di piazza di Spagna, danneggiata da tifosi olandesi in trasferta, ma fa comunque ridere l’immagine dei giornalisti costretti a spremersi il cervello per individuare una bene archeologico importante da “salvare dai barbari”... Più sobria la versione cartacea, che almeno dà conto del messaggio agli abitanti di Testaccio diffuso ieri da Eurostop.

Alla pari con il “dramma della fontana” c’è forse soltanto il post dal sito della questura di Roma – ripreso anche nell’articolo – che parla di “clima di piena collaborazione” con gli organizzatori accompagnandola però con una foto “da paura”



Lo schema imposto dal ministero dell’interno – mescolare nella stessa notizia il pericolo “terrorismo” e quello dei black bloc – è assunto con entusiasmo anche da Repubblica: “Misure antiterrorismo e l’incubo dei black bloc. Sorvegliati speciali i social”. Nel pezzo, la volenterosa cronista riprende scrupolosamente le veline che parlano di agenti e riprese sui tetti, i tavoli tecnici con le autorità del I Municipio, e a un certo punto viene infilata un’operazione in cui “agenti della Dia hanno smantellato un’organizzazione criminale impegnata nel traffico di esseri umani”. Notizie di un certo interesse, certamente, ma che in questo modo si perde in un “pastone” immondo che neanche all’ufficio stampa della Digos avranno apprezzato...

Andiamo avanti. Da giorni tutti parlano di “200 black bloc in arrivo”. La cifra è stata del resto fatta dalla Questura e nessuno ha ritenuto utile modificarla. Fa eccezione la cronaca romana del Corriere della Sera, che ritiene di dover dare un contributo originale alla “fabbrica della paura” sparandola più grossa degli altri: “Sabato in arrivo 800 black bloc”. Attendiamo pazientemente il rilancio di qualcun altro in questa singolare asta della cazzata. E siamo certi che ci sarà...

Qualche nota di merito? Una volta tanto per il manifesto, che si smarca dalla canea e dedica quasi una pagina alla manifestazione di Eurostop: "Sul corteo creato ad arte un clima di paura".

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“Contro questa Unione Europea”. Intervista a E. Forenza

Intervista all'europarlamentare eletta tre anni fa con "L'Altra Europa", realizzata da Radio Città Aperta.

Abbiamo in collegamento Eleonora Forenza, europarlamantare per Rifondazione Comunista. Ciao Eleonora, buongiorno prima di tutto.

Buongiorno a tutte e tutti.

Per parlare della giornata di sabato... E’ una giornata importante, perché mentre si celebrano i 60 anni dei trattati di Roma che hanno dato il là alla nascita dell’Unione europea, c’è fuori tutta la voce invece di chi a questa Unione europea vuole dire No. Eleonora, tu mi sembra che puoi appartenere a questo gruppo. Giusto?

Certamente... E’ una giornata importante perché dobbiamo rendere pubblico e rappresentare, mi auguro in maniera significativa e partecipata, il nostro No a questa Unione europea che è fondata sul neo liberismo, è fondata sulle politiche securitarie e che sta portando ad un progressivo esproprio di democrazia e di sovranità popolare. Credo che occorra riappropriarci del progetto europeo e per farlo occorre costruire il mitico demos europeo nella lotta di liberazione dalle politiche di austerità e del neoliberismo.

Assolutamente... La piattaforma Eurostop propone una sua ricetta che è diversa da quelle avanzate da altre parti...

Sì. Io sabato parteciperò ad entrambe le manifestazioni che dicono No da sinistra a questa Unione Europea. Quindi a quella della mattina, che è convocata dalla Nostra Europa, e a quella del pomeriggio che è convocata da Eurostop. Credo che il punto principale sia dire che non si possono fare ulteriori sacrifici per la moneta unica e che non ci si può ritrovare nelle stesse condizioni in cui si è trovato il governo greco nel luglio del 2015. Penso che, da questo punto di vista – ne abbiamo discusso anche nell’ambito del meeting che si è tenuto a Roma, e che in precedenza si era tenuto a Madrid e a Copenaghen – vada costruita la possibilità che si possa realmente dire di No alle politiche di austerità, si possa dire di No al ricatto del debito. Mi sarei augurata una convergenza di tutte le posizioni che criticano da sinistra questa Europa, ma credo che sia importante essere in piazza, in entrambe le manifestazioni, e mi auguro che siano manifestazioni non solo militanti ma anche in grado di parlare fuori dai circuiti militanti più ristretti.

Anche perché alla frattura che c’è all’interno di questa Unione Europea – testimoniata, per esempio, dall’uscita di ieri di Dijsselbloem sui paesi del sud Europa che spenderebbero i soldi in donne e alcool... La frattura è profonda.

La frattura è profondissima. Io credo che il ministro olandese abbia concentrato in una sola frase un mix di sessismo e disprezzo per i popoli dell’Europa del sud. D’altro canto, sappiamo benissimo che le politiche di austerità hanno funzionato come volano di gerarchizzazione, aumentando il divario tra nord Europa e sud Europa; la costruzione dell’Unione Europea in realtà è stata funzionale alla riproduzione e all’implementazione della trazione tedesca. Da questo punto di vista, io credo che occorra ribaltare drasticamente l’impianto dei Trattati. Devo dire che le risoluzioni che sono approvate nel Parlamento europeo vanno nella direzione opposta, cioè vanno nella direzione di rendere, ad esempio, il fiscal compact da trattato intergovernativo a trattato comunitario, quindi vanno nella direzione esattamente opposta...

A rafforzare ulteriormente...

Così come va a rafforzare, sempre nella direzione opposta, quello che sarà con ogni probabilità il documento politico finale dal Consiglio che si terrà a Roma; ovvero andrà a sancire l’idea di un’“Europa a due velocità”, con livelli diversi di cooperazione. Credo che il governo italiano abbia delle responsabilità enormi in questo. Perché, ad esempio, su tutto il nodo dell’immigrazione il governo italiano – in particolare Gentiloni e Minniti – con l’accordo tra Unione europea e Libia va a duplicare il meccanismo dell’accordo tra Unione europea e Turchia; ovvero quello della esternalizzazione delle frontiere e della condanna a chi attraverso la Libia per arrivare in Europa a rimanere imprigionato in situazioni che sono fuori da qualsiasi garanzia di diritto internazionale e qualsiasi garanzia insieme di diritti umani. Io in questi anni ho girato molti Cara – i centri per richiedenti asilo – e devo dire che sistematicamente ho ascoltato il racconto di donne che hanno subito stupri e torture all’altezza della Libia. L’Italia e l’Europa continuano in questa direzione io penso sia un fatto gravissimo, che ci parla anche del fatto che l’Unione Europea – oltre ad essere fondata sul neoliberismo – è ormai molto lontana da quell’Europa dei diritti umani che spesso vediamo rappresentata nei discorsi ufficiali; così come credo che la retorica dell’“Unione europea che ha garantito 60 anni di pace” – quando dalla Siria all’Ucraina a quello che provochiamo costantemente nel Mediterraneo, il caos che abbiamo provocato in Libia ecc, – di tutto si può parlare fuorché di pace.

D’accordissimo. E d’altra parte, se il principio è che i problemi che rimangono al di fuori dei miei confini non sono problemi da trattare, come appunto stiamo facendo rispetto ai migranti con la Libia, è chiaro che il problema è profondo. Grazie Eleonora per essere stata con voi.

Grazie a voi e mi auguro di vedervi in piazza il 25.

Ci vediamo sabato, sicuramente. Grazie, una buona giornata.

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22/03/2017

“I Trattati Europei sono incompatibili con la Costituzione”

Intervista con Franco Russo della Piattaforma Eurostop.

Volevamo parlare con te dell’incontro pubblico che si terrà giovedì su “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. Intanto – capiamo che la domanda è complessa – volevamo chiederti se è possibile, in poche parole, quali sono le ragioni di contrasto tra la Costituzione e i Trattati europei.

Come giustamente tu dici non c’entra assolutamente nulla. Noi domani, nell’ambito delle iniziative della manifestazione del 25 marzo in occasione del 60ennale dei Trattati di Roma, vogliamo mettere in risalto come i Trattati di Roma – ma anche quelli della Ceca in precedenza e quelli successivi di Maastricht e di Lisbona – sono assolutamente in contrasto, in una contraddizione assolutamente inconciliabile con la Costituzione italiana. E non solo con la Costituzione Italiana in generale e con il costituzionalismo del secondo dopoguerra. Il motivo, detto seccamente e in maniera un po’ rozza, è che mentre le Costituzioni del secondo dopoguerra si fondano sui diritti delle persone, innanzitutto i diritti sociali e i diritti del lavoro, i Trattati che hanno costruito l’Unione europea si fondono sul mercato e le cosiddette quattro libertà di mercato, cioè la mobilità dei lavoratori, del capitale, dei servizi e delle merci.

Quindi mentre le Costituzioni affermano i diritti, per esempio il nostro art. 3 della Carta costituzionale del ‘48 dice che la Repubblica deve attivarsi e mettere in moto le sue istituzioni per superare la mancanza di risorse, le difficoltà che le persone possono incontrare nella loro esistenza, i Trattati dell’Unione europea dicono che "tutti stanno sul mercato, tutti competono, tutti sono in concorrenza l’uno con l’altro". Quindi, come vedi, c’è proprio una inconciliabilità di princìpi fra le strutture dei trattati e delle Costituzioni.

L’incontro di giovedì vedrà alla presidenza te, insieme a Paola Palmieri della Usb e poi la relazione di Paolo Maddalena che è vice presidente emerito della Corte Costituzionale, insomma una persona che può parlare di queste cose con estrema competenza. Come si svolgerà l’incontro?

Dopo l’intervento introduttivo di Paolo Maddalena noi abbiamo la partecipazione di una serie di persone: da Manuela Palermi a Giorgio Cremaschi, a Mauro Casadio a Sergio Cararo, a esponenti anche del comitato del No come Tina Stumpo, a Michela Becchis e molti altri che adesso non vi elenco ma che potete trovare sulla locandina di convocazione. Quindi daremo vita ad un dibattito di approfondimento sul perché noi dobbiamo impegnarci in una battaglia contro i Trattati europei, per la rottura dei Trattati europei. In nome appunto dei diritti e dei principi che si sono affermati nel corso della lotta antifascista e poi nel corso dei decenni, quando le lotte, soprattutto operaie e in generale popolari, hanno cercato di arginare o il gelo costituzionale – come lo chiamò Calamandrei, riferendosi ai tentativi della Democrazia Cristiana negli anni ’50 di mettere nel gelo, la Carta Costituzionale – oppure quando negli ultimi due decenni c’è stato un attacco frontale alla nostra democrazia parlamentare, alla nostra democrazia costituzionale, un attacco frontale che è venuto dall’interno ma soprattutto spinto dall’Unione europea.

Ricordiamoci che il 28 maggio del 2013 la Jp Morgan sferrò un attacco alla nostra Carta Costituzionale dicendo che era impregnata di principi socialisti e questi principi socialisti facevano ostacolo al libero funzionamento del mercato.

In questi anni noi abbiamo subito degli attacchi virulenti, in parte riusciti. Per esempio la deregolamentazione del mercato dei lavoro, l’abbattimento della sanità pubblica, delle pensioni pubbliche, della scuola pubblica sono tutti il portato di questa massiccio intervento delle forze del capitalismo europeo perché venissero aperte le frontiere dei servizi pubblici fondamentali per la garanzia dei diritti sociali, al profitto. Quindi tu hai la privatizzazione di settori importantissimi come quelli della sanità o come quella dell’acqua o la gestione stessa, per esempio, dell’energia affidata certo ad una società pubblica ma che è una società per azioni che è quotata sul mercato.

Noi abbiamo subito molti scacchi e però, avendo preso consapevolezza, noi facciamo della difesa dei diritti sociali e delle libertà delle persone, contro la libertà del capitale, il punto di resistenza e per cominciare a propagandare, all’interno del nostro paese, la necessità di rompere con i Trattati. Vorrei dire un’ultima cosa a questo proposito. Le nostre iniziative, come Eurostop, io le ritengo particolarmente importanti e non sono arrogante in questa affermazione, perché per la prima volta in Italia si svolgeranno delle manifestazioni e delle iniziative culturali, come quella per esempio anche organizzata dall’Usb e dalla Federazione mondiale del sindacato il 24, in cui si affermerà, da sinistra, la difesa della democrazia e della partecipazione e dei diritti sociali, la lotta contro l’Unione europea e la lotta per uscire dall’Unione europea. Questa è una grande novità nel panorama politico e sociale italiano.

Si può definire questo No all’Unione europea, all’euro e alla Nato come un No sociale come è stato un No sociale quello del referendum di dicembre?

Io penso proprio di sì. Ovviamente noi stiamo esponendo, proponendo, un progetto. Sarei in questo veramente arrogante se dicessi che in queste iniziative o sabato prossimo avremo già decine e decine di migliaia di persone già sono convinte dell’uscita dall’Unione Europea. L'importante è cominciare a propagandare questo tema ossia che è necessario rompere con l’Unione Europea se vogliamo salvare i nuclei fondanti del costituzionalismo democratico. Farlo in piazza, farlo con delle iniziative pubbliche, farlo da sinistra in nome appunto di una piattaforma sociale, secondo me è una grande novità, contro coloro che difendono l’Unione Europea ritenendo che sia riformabile, e anche soprattutto contro le destre, le quali vogliono mettere insieme il ritorno agli stati nazionali dominati, però, da politiche liberiste. A me pare che il nostro sforzo, anche progettuale, sia degno di tutte le attenzioni e per questo io invito sia a partecipare alle iniziative del 23 e del 24 e sia, soprattutto, alla manifestazione del 25 e anche all’assemblea che Eurostop farà in via Galilei domenica prossima a conclusione di queste quattro giornate.

Prima di salutarti ripetiamo l’appuntamento per l’incontro pubblico di domani. L’appuntamento è alle 15.30 in via Galilei 57, “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. E poi, ovviamente, il corteo di sabato con l'appuntamento alle 14.00 a Porta San Paolo.

Grazie molte a voi per lo sforzo informativo che conducete. Grazie ancora.

Se vuoi ascoltare l'audio dell'intervista clicca su radiocittaperta.it , la radionline

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Eurobaratro

Nomen omen, le celebrazioni per i sessant’anni dai Trattati di Roma non potevano che tenersi a Roma. Ma deve essere davvero paradossale per Merkel e compagni notare che se c’è un posto dove l’Unione Europea non ha proprio niente da celebrare, questo è l’Italia. A farlo presente è la stessa Commissione Europea nel cosiddetto “Eurobarometro” – il sondaggio sull’opinione pubblica nell’Ue e sull’Ue – che mostra come alla maggioranza degli italiani, a differenza degli altri cittadini europei, sostanzialmente non interessa niente dell’Unione europea, non si fida delle sue istituzioni, pensa che non abbia portato a nessun risultato positivo e, se potesse, vorrebbe uscirne. E ora stappate sto champagne.

Italexit
 
La maggioranza relativa degli italiani (45%) dichiara che il Paese avrebbe un futuro migliore se uscisse dall’Unione europea, dato in continua crescita e in controtendenza rispetto a quello europeo, che vede invece aumentare dal 55% al 58% i giudizi positivi sull’appartenenza all’Ue. L’Italia condivide questo giudizio negativo sull’Unione con la Slovenia, Cipro e, ovviamente, con la Gran Bretagna, i cui cittadini a giugno hanno votato per l’uscita dalla gabbia europeista e che adesso per il 48% guardano con ottimismo a un futuro fuori dall’Ue, contro il 42% di pessimisti. Con buona pace di tutte le interviste strappalacrime di cittadini britannici pentiti del proprio voto e delle previsioni nefaste dei media sul futuro dell’UK. Negli altri paesi membri, l’appartenenza all’Unione è invece l’opzione preferita, spesso in modo schiacciante: Germania e Danimarca in testa, ovviamente, ma più di queste colpiscono le alte percentuali di paesi come Spagna e Grecia che solo per il 24% e il 38% pensano positivamente a un futuro al di fuori dall’Ue.

I perché
 
Le motivazioni fondamentali sono principalmente che, parafrasando, all’Unione Europea non frega niente dell’Italia e dei suoi problemi (66%), comporta troppa burocrazia e il 47% della popolazione la definisce tecnocratica. Alla domanda se l’Unione stia facendo il necessario per uscire dalla crisi, la maggior parte degli italiani dice che l’Ue sta andando totalmente nella direzione sbagliata, mentre solo il 29% ritiene che la strada imboccata sia quella giusta. In più, il 50% gli italiani non vedono nessun futuro per l’Unione europea, a fronte di un 42% ottimista.

A controprova, se si guarda a quelli che sono ritenuti dagli italiani i migliori risultati dell’Unione Europea, troviamo la libertà di circolazione, la pace – su cui ci sarebbe molto da dire ultimamente tra proposte di sospensione dell’area Schengen, guerre appena fuori dalla porta europea e impennata degli armamenti di molti paesi europei – l’Erasmus e gli altri programmi di studio. Menzione speciale va invece a quel sostanzioso 10% circa di intervistati che ha dichiarato in modo tranchant che il miglior risultato dell’Unione Europea è “NESSUNO”. Percentuali bassissime di gradimento rispetto ai successi dell’euro-liberismo riguardano, al contrario, tematiche “core” come la protezione sociale e l’occupazione. Ad esempio, se si parla di lavoro, a fronte di una netta maggioranza degli italiani (89%) che considera negativa la situazione occupazionale del Paese (e ci chiediamo chi sia e dove viva il restante 11%), il 55% ritiene che l’Unione europea non stia facendo nulla per creare le condizioni per nuovi posti di lavoro. Tra il campione europeo sono invece in maggioranza coloro che pensano che l’Ue stia dando un contributo positivo per combattere la disoccupazione (e anche qui c’è da chiedersi chi siano e dove vivano).

La fiducia
 
Dal punto di vista della fiducia nell’Unione Europea, la maggior parte degli intervistati (il 58%) dichiara di non averne affatto, anche tra chi ha studiato all’università e tra chi è ancora studente, i target portati da sempre come il fiore all’occhiello dagli europeisti. Nello specifico, si tende a non fidarsi di nessuna delle istituzioni comunitarie e soprattutto della Banca centrale europea, che non convince il 52% degli italiani e suscita fiducia in appena il 28%. Tuttavia, seppure godano di scarsissima fiducia, le istituzioni europee sono paradossalmente considerate molto più affidabili di quelle nazionali (forse per la minor conoscenza). Tanto per capirsi, l’81% degli italiani dice di non fidarsi del Parlamento italiano e del Governo e l’88% dei partiti politici nostrani.

L’informazione
 
Oltre due terzi degli italiani si ritengono non sufficientemente informati sugli affari politici europei, e non perché le informazioni siano carenti, ma bensì perché non frega niente a nessuno: coloro che dicono di non cercare affatto informazioni sull’attualità politica europea sono il 22% e gli italiani che dicono di non ritenere utile informarsi nemmeno sulla politica nazionale sono il 14%. Tra gli europei, la percentuale di chi dice di non cercare informazioni sulla politica è in media intorno alla metà di quella emersa in Italia.

Alla luce di ciò davvero ci chiediamo per l’Unione Europea, ma ancor di più per quella fetta di sinistra – parlamentare e non – che sabato supporterà le piazze europeiste, cosa possa rappresentare questa vuota commemorazione se non un flebile e a quanto pare inutile tentativo di impulso al sistema euro-liberista (ri)partendo dai “valori fondanti” di qualcosa che dopo 60 anni sembra invece volgere al declino o comunque al disinteresse popolare che si traduce, materialmente, in implicita avversione.

I motivi del perché andare a “contro-celebrare” invece li sappiamo benissimo. Ci vediamo sabato 25, ore 14 a Porta San Paolo.

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19/03/2017

La fabbrica della paura evoca, come sempre, i black bloc

Puntuali come la peronospera quando il tempo è umido a lungo, ecco che la fabbrica della paura si è rimessa al lavoro. A una settimana esatta dalle manifestazioni che accompagneranno il vertice europeo a 27 (mancherà la Gran Bretagna, fresca di Brexit), dal ministero dell’Interno si fanno arrivare ai giornali “anticipazioni” clamorose sull’unica manifestazione – tra le quattro previste in quella giornata – realmente di opposizione all’Unione Europea, alla moneta unica e alla Nato.

Non staremo a ripetere le ragioni a sostegno di questa protesta (potete trovarle qui), ma ci sembra necessario decodificare il sottotesto di questa palese manovra diversiva, cui i media italiani sembrano volersi piegare ancora una volta.

Tra tutti vi proponiamo il lancio dell’Ansa, l’agenzia per antonomasia, quella che “imprinta” la scopiazzatura del redattore medio, quello che non ha tempo – o non viene pagato abbastanza – per verificare se quel che sta mettendo in circolazione sia vero o no, e ancor meno se abbia un senso e quale.
Si attendono anche antagonisti stranieri per il corteo organizzato dalla piattaforma Eurostop che sfilerà sabato 25 marzo a Roma per protestare contro l'Europa in occasione delle celebrazioni del 60° Anniversario dei Trattati di Roma. Secondo quanto si è appreso, dovrebbero unirsi alla manifestazione antagonisti greci, francesi e tedeschi. Il rischio è che nella manifestazione possano infiltrarsi frange violente.

Il corteo sfilerà lungo via Marmorata, via Luca Robbia e Lungotevere Aventino. Il corteo partirà nel pomeriggio, dopo che la piazza sarà liberata dai partecipanti del corteo del movimento federalista europeo che inizierà alle 11.

Saranno due le zone di 'massima sicurezza' nella Capitale. La "zona blu", una sorta di "eurozona", dove graviteranno i leader politici e la "zona verde", un'area 'cuscinetto' con 18 varchi di accesso per i controlli. In campo per garantire la sicurezza anche cinofili, artificieri e tiratori scelti.
La 'zona blu', in omaggio ai colori della bandiera europea, includerà l'area di piazza Venezia, Ara Coeli, piazza San Marco e Fori Imperiali. L'altra, la "zona verde", sarà una sorta di area 'cuscinetto' e includerà via IV Novembre, via Nazionale, costeggerà piazza della Repubblica e riscenderà fino a via del Corso lungo via del Tritone. Sarà operativa dal mattino di venerdì 24 e ci saranno 18 varchi di accesso, con presidi di polizia per effettuare i controlli. In quest'area, che non sarà interessata da chiusure al traffico, non verranno consentite manifestazioni.

Seguono i dettagli sulle “nuove disposizioni” della questura, subito rilanciate dai guardiani governativi di Repubblica:
Saranno due le zone di 'massima sicurezza' nella Capitale in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 25 marzo. La "zona blu", una sorta di "eurozona", dove graviteranno i leader politici e la "zona verde", un'area 'cuscinetto' con 18 varchi di accesso per i controlli. In campo per garantire la sicurezza anche cinofili, artificieri e tiratori scelti.

E saranno vietati caschi, copricapo e altro vestiario, tipo passamontagna, "idoneo al travisamento" durante i cortei previsti per il 25 marzo.

Le disposizioni di sicurezza, infatti, prevedono che i partecipanti lascino prima di unirsi al corteo caschi e copricapo. Inoltre è proibito l'uso di petardi o altro materiale esplodente.
Dopo tutta questa tiritera, potevano mancare i black bloc? Ovviamente no:
Per il corteo organizzato dalla piattaforma Eurostop che sfilerà sabato 25 marzo a Roma per protestare contro l'Europa in occasione delle celebrazioni del 60° Anniversario dei Trattati di Roma si attendono anche antagonisti stranieri. Secondo quanto si è appreso, dovrebbero unirsi alla manifestazione antagonisti greci, francesi e tedeschi. Il rischio è che nella manifestazione possano infiltrarsi frange violente.
Lo schema è ormai ultra-ventennale, ma non sembra che ai piani alti del potere siano in grado di immaginare altro.

Ci sembra necessario fare alcune osservazioni. E’ da prima di Genova 2001, della scuola Diaz e di Bolzaneto, che ogni vertice – a prescindere dal contenuto specifico – diventa il teatro di una sceneggiata di terz’ordine, con “i potenti” asserragliati dentro una “zona rossa” (stavolta hanno cambiato i colori, ma la sostanza resta quella), protetti da migliaia di uomini armati per i quali l’”austerità” non è mai entrata in vigore (persino la “legge Fornero” per loro non vale...), mentre nei cortei di protesta viene sollecitata una divisione tra “buoni” e “cattivi”. Anche a costo di impegnare direttamente decine di agenti in borghese. I servizi fotografici che immortalano presunti black bloc e pattuglie di polizia tranquillamente impegnati a chiacchierare intorno o dietro i blindati sono ormai migliaia.

Il guadagno politico per il potere è evidente: le ragioni di qualsiasi protesta sono facilmente seppellite da qualche immagine di pietre scagliate tra il fumo dei lacrimogeni. Roba vecchissima, da manuali della Cia anni ‘60...

Solare anche l’utilizzo dei media più complici che si possano trovare nell’Occidente capitalistico (il 77° posto nelle classifiche della libertà di stampa è ben guadagnato, pare): fabbricare paura, prima, durante e dopo ogni protesta. Poi, se è volato un sasso, strillare alla “guerriglia urbana”. Se è andato tutto tranquillo, lamentare i problemi creati al traffico...

La riprova è immediata. Neanche una parola sulle altre iniziative della "quattro giorni" organizzata dalle forze aderenti alla Piattaforma Sociale Eurostop. Il 23 un convegno su Trattati europei e Costituzione: un contrasto insanabile, con la partecipazione tra gli altri di Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale (non proprio un casseur, diciamo...). Il 24 una Conferenza Sindacale Internazionale su Il ruolo dell'Unione Europea nella competizione internazionale, organizzata dall'Unione Sindacale di Base. Il 26 l'assemblea nazionale di Eurostop per fissare, tra l'altro, la "carta dei valori" della Piattaforma. Tre scadenze – lo sappiamo benissimo – troppo "normali" per "fare notizia" sui giornali mainstream. "Se non c'è almeno la nebbia dei lacrimogeni, che ci scriviamo nel pezzo?"

Ma anche noi non siamo nati ieri. Questo schema è possibile dentro un conflitto politico di basso livello, in cui la “recitazione” dello scontro può essere fatta passare per uno scontro reale. In cui, oltretutto, gli unici feriti veri vengono fatti dalle varie polizie, preferibilmente su manifestanti inermi (e questa volta anche “caschi, copricapo e altro vestiario, tipo passamontagna, "idoneo al travisamento"; non è ancora obbligatorio il cheese da offrire alle inquadrature dei cineasti della questura, ma poco ci manca). Alcuni di noi non sono giovanissimi, e hanno memoria diretta di anni decisamente meno “squilibrati”, quanto a rapporti di forza in piazza. E fa sorridere – o piuttosto incazzare – veder descrivere come “scontri” quelli in cui una fila di poliziotti o carabinieri manganellano in testa una fila di ragazzi che reggono uno striscione ancora per qualche secondo e poi sono costretti alla fuga. In qualsiasi vocabolario, una scena del genere è inquadrata come “pestaggio”, non “scontro”. E lo stesso si può dire per qualche macchina incendiata chissà per quale motivo (barricate non se ne vedono da 40 anni...), di due bancomat danneggiati (le banche non vanno in “sofferenza” per così poco...).

Le forze di polizia sono state fornite per l’occasione di un nuovo “decreto di massima sicurezza”, che dà loro poteri mai visti prima. Hanno anche fatto giudiziosamente le prove sui poveri tifosi del Lione, sorpresi dal trovarsi in una città turca anziché in piena Europa:
“I metodi applicati dalle forze dell'ordine sono abusivi e sproporzionati”, hanno denunciato. "Verso le 11 di mattina siamo arrivati all'ultimo casello autostradale. Lì ci hanno fatto scendere e controllati uno a uno, inclusi i bagagli. Poi dopo due ore siamo arrivati in città e i poliziotti ci hanno pure indicato in quali bar potevamo andare senza problemi. Verso le sei abbiamo preso le navette, ma anche lì abbiamo dovuto aspettare. Magari c'è stata un po' di tensione perché c'era gente che aveva bisogno di fare pipì e gli agenti non volevano farli scendere. Poi, dopo aver aspettato tre quarti d'ora siamo arrivati allo stadio e lì ci hanno fatto scendere uno alla volta, o per gruppetti di tre. Ma per un altro controllo, stavolta dentro a delle specie di bungalow e dei camper. Ma non ci hanno solo perquisito, ci hanno imposto di abbassare pantaloni e a molti anche le mutande. Cercavano fumogeni, ci dicevano".

"Mai visto cose del genere. I nostri tifosi sono arrivati con sei pullman e un aereo, viaggi organizzati dal club, con dieci steward. Non è gente violenta. Ci sono state due riunioni, mercoledì pomeriggio e giovedì mattina, con la polizia e poi con i rappresentanti Uefa. Non si è mai evocato l'obbligo di mettersi nudi. Siamo indignati, anche perché non c'è stata nessuna distinzione. Hanno costretto donne, anziani e pure minorenni a spogliarsi". Alla fine, un centinaio di tifosi, informati via sms o per telefono dai connazionali, hanno rifiutato la perquisizione spinta. "Chi si è opposto è entrato con 20' di ritardo, dopo il fischio di inizio. Quelli dell'Uefa ci dicevano che non potevano far nulla".
Prove generali di un potere ai livelli più bassi di consenso mai toccati. Strano che nessun giornalista italico riesca a connettere due notizie che pure riportano nelle stesse righe: le polizie “sanno che dovrebbero unirsi alla manifestazione antagonisti greci, francesi e tedeschi”. Monitorano ovviamente alcune aree, tramite controlli tecnologici e qualche “agente di influenza”. Sanno, e scelgono di provocare lo scenario per loro più favorevole…

Siamo al quinto anno di “invasione” da parte della tecnoburocrazia dell’Unione Europea e al quarto governo non eletto, con un Parlamento zeppo di “nominati” e selezionato con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Un contesto a-democratico di lungo periodo, che prova a istituzionalizzare "l'eccezione" (anche se è fortunatamente andato a sbattere il 4 dicembre, grazie a un'opposizione popolare largamente imprevista).

Ma non ci faremo né intimidire né “influenzare”. Manifesteremo come abbiamo fatto tante altre volte; per raggiungere l’obiettivo politico di creare un’opposizione politica di massa, anticapitalista, antirazzista e antimperialista. Avendo chiaro, come sempre, che se al potere va bene una cosa, a noi va bene l’opposto.

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