di Ernesto Screpanti
C’è un problema che assilla la sinistra europea fin dagli anni della crisi del debito greco: come deve agire un governo popolare per evitare che l’UE faccia fare a un’altra nazione la fine che ha fatto fare alla Grecia? Le scelte effettuate all’epoca dai governi greci (sia quello di Papandreu, 2009-11, sia quello di Tsipras, 2015) causarono non solo una grande sofferenza economica ai loro cittadini, ma anche un grave danno politico alla sinistra europea. Secondo molti osservatori avrebbero dimostrato che i socialisti e i comunisti non hanno la soluzione ai problemi che le politiche e i trattati dell’Unione hanno causato ai popoli europei.
Io invece credo che la soluzione ce l’abbiano, e per dimostrarlo voglio proporre un esercizio di fantapolitica in cui ipotizzo che un governo di vera sinistra vada al potere in Italia.
Non bisogna essere un profeta per prevedere che, appena si sa nel mondo che c’è un ministro dell’economia di sinistra, i “mercati” cominciano a giocare al ribasso sul debito pubblico italiano. Le agenzie di rating declassano il nostro debito a spazzatura, la speculazione alza la testa e la situazione diventa difficile da gestire.
A quel punto interviene la Commissione Europea proponendo di usare la troika per salvare l’Italia dal default, chiedendo però che il governo somministri politiche che tranquillizzino i mercati, cioè propini al popolo una medicina “lacrime e sangue” fatta di tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, riforme delle pensioni, abbassamento dei salari, aumento della disoccupazione e della povertà. Un governo di sinistra non può accettare queste condizioni.
Dovrebbe piuttosto approfittare della crisi per lanciare un forte programma di new deal. Ecco cosa dovrebbe fare secondo me.
New deal: I primi 100 giorni
Il compito più urgente sarà quello di fronteggiare gli attacchi speculativi al debito pubblico. Come primo provvedimento il governo emanerà un decreto di assicurazione dei conti titoli delle famiglie italiane per la parte consistente in titoli di stato nazionali e per un valore non superiore a 200.000 Euro. In questo modo tranquillizzerà i piccoli risparmiatori.
Poi aprirà un credito in c/c del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) presso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) (o la sua controllata Bancoposta), la quale Cassa ha tra i suoi compiti quello di fornire credito alle istituzioni pubbliche e allo Stato. Ricordo che oggi il MEF controlla circa l’84% di CDP e, direttamente e tramite CDP, il 65% di Poste Italiane. Il governo porterà la proprietà pubblica di entrambe le aziende al 100%.
Nazionalizzerà anche la Banca d’Italia (BdI). A sinistra se ne parlava già nel secolo scorso. Nel 2016 è stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge di nazionalizzazione. Nel 2018 una proposta simile è stata presentata da Fratelli d’Italia.
In seguito al rifiuto del governo di sottostare al diktat della Commissione Europea e di accettare il “salvataggio” della troika, i “mercati” manifesteranno una forte aspettativa di default, i rating verranno portati in zona C e la speculazione si scatenerà. Lo spread schizzerà alle stelle, il che permetterà al governo di riacquistare i titoli in scadenza a bassissimo prezzo.
A questo punto il governo ordinerà a CDP di comprare sul mercato per conto del MEF titoli di stato italiani. L’operazione, almeno in parte, verrà finanziata dal MEF andando in rosso sul suo conto corrente presso CDP. Se il governo si indebita in questo modo, vuol dire che crea moneta.[1] Non è base monetaria, non essendo creata dalla Banca Centrale. CDP non è una banca, ma lo è Bancoposta. La moneta da essa creata è moneta bancaria. In pratica il MEF utilizzerebbe CDP come una pseudo banca centrale e le farebbe svolgere alcune delle funzioni che svolgeva BdI prima del “divorzio” del 1981.
L’espansione monetaria verrà utilizzata non solo per finanziare le “operazioni sul mercato aperto” con cui CDP ricomprerà i titoli di stato, ma anche per sostenere una forte crescita della spesa pubblica, in modo da evitare che la crisi finanziaria si trasmetta all’economia reale.
Un’istituzione simile alla CDP è già stata utilizzata in operazioni di finanziamento del governo, ad esempio in Germania, dove la Kreditanstalt für Wiederaufbau (un ente pubblico di cui è proprietario il governo federale per l’80% e i Länder per il 20%) è intervenuta nelle aste dei titoli di stato svolgendo la funzione di prestatore di ultima istanza tipica di una banca centrale.
Acquistava il residuo di titoli non collocati nel mercato primario al prezzo deciso dal governo. Poi li rivendeva gradualmente nel mercato secondario. Nella mia proposta di politica economica CDP svolgerà non solo questo tipo di azione, ma anche un’azione di finanziamento monetario diretto.
Se i mercati portassero i titoli al 20% del valore nominale, per ogni 100 Euro di moneta creata, si estinguerebbero 500 Euro di debito pubblico. A maggio 2023 il debito pubblico italiano era detenuto da: BdI (25,8%), banche italiane (24,5%), altre istituzioni finanziarie italiane (12,3%), istituzioni finanziarie straniere (26,5%) e famiglie italiane (10,9%).
A ottobre 2023 il debito pubblico italiano era di 2868 miliardi di Euro. Ne sottraiamo il 25,8% (la quota detenuta da BdI) e arriviamo a 2.128. La metà è 1.064. Se venisse acquistata al 20% del valore nominale, avremmo bisogno di 213 miliardi di Euro, una cifra più alta del valore del disavanzo pubblico del 2022 (153,5 miliardi di Euro). La liquidità della CDP (circa 150 miliardi di Euro) non sarebbe sufficiente, di qui la necessità di creare nuova moneta.
Durante la crisi BdI svolgerà due funzioni: 1) offrirà o domanderà titoli per stabilizzarne i prezzi attorno ai livelli auspicati dal MEF; 2) rifornirà di base monetaria le banche commerciali.[2] Alla fine della crisi, il debito pubblico residuale che si trova nel suo portafoglio verrà annullato, essendo debito di stato detenuto dallo stato.
È possibile che nel giro di 2-3 mesi il rapporto debito/pil arrivi al 60-70%. Dipende dal prezzo a cui i mercati (speculazione, BdI e CDP) spingono i prezzi dei titoli. Comunque andrebbe bene anche se si arrivasse a un rapporto intorno al 90%. Nessuno può prevedere con precisione l’esito finale del processo di mercato in presenza di una crisi, per cui non si può escludere che per arrivare al 90% debba essere necessario praticare un leggero haircut. Ma lo ritengo improbabile.
Va da sé che una crisi del debito come quella sopra descritta non sarebbe una passeggiata tra rose e fiori. Emergerebbero vari problemi, i principali dei quali sono i seguenti: 1) un aumento delle difficoltà finanziarie delle banche, 2) una probabile corsa agli sportelli, 3) una tendenza alla fuga dei capitali all’estero, 4) un crollo della borsa valori, soprattutto del settore finanziario.
Si tenga presente che a marzo 2023 Intesa Sanpaolo deteneva titoli di Stato italiani per un valore che pesava per circa il 7% sugli attivi di bilancio. In Unicredit il peso era del 4,4%, in Banco Bpm del 5,8%, in Bper del 6,6%. Il che vuol dire che queste banche sarebbero in grado di reggere abbastanza bene una forte svalutazione dei titoli di stato italiani. Sembra che le grandi banche si siano preparate da tempo per fronteggiare una crisi del debito pubblico.[3] Forse qualche piccola banca imprevidente incontrerebbe difficoltà più serie. E certamente tutte assisterebbero a una forte perdita di valore in borsa per effetto della speculazione. Ebbene il governo interverrà per salvare le banche eventualmente prossime al fallimento. Lo farà sottoscrivendo aumenti di capitale al valore di borsa, e ogni Euro così investito sarà un Euro di proprietà pubblica.
Quanto al secondo problema, già esistono norme di limitazione della quantità di contante che può essere prelevato agli sportelli. Queste norme andranno perfezionate e rese temporaneamente più severe, ponendo limiti alle quantità che possono essere prelevate settimanalmente (anche con bancomat e carte di credito). Allo stesso tempo BdI rifornirà le banche commerciali di base monetaria d’emergenza.
Il terzo problema va affrontato con l’introduzione di severi controlli delle fughe di capitale, cosa fattibile in quanto gran parte delle fughe passano per operazioni bancarie sull’estero. Finché dura la crisi dovrà essere proibito effettuare molti tipi di queste operazioni. La BdI è in grado di verificare le trasgressioni.[4]
Sul quarto problema c’è poco da fare, salvo approfittare del crollo dei valori per acquistare a prezzi di realizzo parti di proprietà di imprese private che il governo vuole controllare perché le considera strategiche.
Come che sia, tutti e quattro i problemi si risolvono spontaneamente appena l’economia esce dalla crisi finanziaria e soprattutto appena i “mercati” capiscono che la politica economica espansiva del governo ha successo nell’alimentare la crescita del pil mantenendo stabile il rapporto debito/pil.
New deal: i primi 5 anni
La creazione di moneta può essere proseguita nel tempo. Quindi si può fare una politica fiscale espansiva con forte aumento della spesa pubblica.
Per recuperare i 40 anni di stagnazione che ci stanno alle spalle, è necessario che il pil reale cresca al 5-6% l’anno per un po’ di tempo. Così si darà una forte spinta alla crescita dell’occupazione.[5]
Il disavanzo pubblico resterà elevato. Sarebbe soprattutto disavanzo primario, perché CDP interverrà alle aste dei titoli di stato per stabilizzarne il rendimento al livello deciso dal governo. Con un’alta crescita del pil e un basso tasso di rendimento dei titoli, il rapporto debito/pil tenderebbe naturalmente a diminuire in presenza di un elevato disavanzo pubblico, come dimostro in appendice. Comunque il disavanzo e i metodi di finanziamento (moneta e debito) verrebbero calibrati in modo da far crescere il debito pubblico al 5-6% l’anno (più il tasso d’inflazione) in modo da stabilizzare il rapporto debito/pil.
In forza della legge di Kaldor-Verdoorn la crescita del pil farà aumentare anche la produttività del lavoro, la quale, sommando la componente endogena e quella esogena, potrebbe crescere del 3-4% l’anno. Per innalzare il reddito potenziale forti investimenti (anche in R&D) verranno effettuati dal Ministero dell’Industria (il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” verrà ridenominato così, se non altro in ossequio al senso del ridicolo).
Se i sindacati collaborano, accettando una crescita dei salari reali del 2-3% l’anno (che per i lavoratori sarebbe una manna, rispetto alla tendenza alla diminuzione degli ultimi anni), il costo del lavoro decrescerebbe. Di conseguenza aumenterebbero le esportazioni, contribuendo ad allentare il vincolo estero.
Un possibile punto debole di questo schema di politica economica sta nella bilancia dei pagamenti. Se l’economia cresce a ritmi sostenuti, aumentano le importazioni; se le esportazioni non aumentano in misura adeguata la bilancia commerciale va in deficit e il governo sarà costretto ad abbandonare le politiche espansive.
La crescita dei salari al di sotto di quella della produttività potrebbe non essere sufficiente per equilibrare i conti esteri. Nel qual caso si dovrebbe far ricorso a politiche protezioniste nei confronti dei paesi extraeuropei.
Bisognerebbe escogitare barriere di tipo non tariffario, oppure tariffe difensive (alte nei confronti dei paesi che praticano qualche forma di dumping), oppure accordi commerciali bilaterali che mirino al pareggio delle bilance particolari (ad esempio con la Cina, con la quale nel 2022 abbiamo avuto un deficit commerciale di 41 miliardi di Euro). Una cosa importante da fare per allentare il vincolo estero è una politica industriale di sostituzione delle importazioni.
La politica fiscale espansiva avrà effetti positivi per gli altri ministeri, che potranno attuare vere riforme da lungo tempo auspicate (sanità, scuola, ambiente, edilizia popolare, infrastrutture eccetera).
Il governo dedicherà una parte rilevante del finanziamento alla riappropriazione pubblica delle imprese che operano in condizioni di monopolio naturale e di quelle che producono o gestiscono beni meritori, beni pubblici e risorse comuni. Un’altra parte egualmente rilevante la dedicherà a finanziare l’espansione del settore cooperativo.
Inoltre farà ampio uso politico delle partecipazioni statali per sostenere lo sviluppo e controllare l’inflazione. Ad esempio il MEF detiene (direttamente e/o tramite CDP) il 23,6% di ENEL, il 29,8% di Terna, il 31,3% di Snam, il 32,4% di ENI, il 41,8% di Italgas. Sono tutte aziende che producono o distribuiscono energia.
Queste partecipazioni statali sono pacchetti di controllo.[6] Ebbene è ora che il governo si decida a esercitare il controllo. Le aziende in questione dovranno rompere i cartelli in cui di fatto operano e adottare politiche di prezzi bassi, costringendo i concorrenti ad abbassare i loro. Inoltre dovranno fare forti investimenti per accelerare la transizione verde.
Problemi con l’UE
C’è da scommettere che un tale tipo di politica non sarebbe gradito a diversi paesi europei e alla Commissione. Ci criticherebbero perché avremmo fatto politiche fiscali basate su un forte deficit di bilancio, perché avremmo finanziato il disavanzo creando moneta, perché avremmo minacciato l’indipendenza della BdI, perché avremmo elargito aiuti di stato e perché avremmo messo un po’ in difficoltà qualche banca tedesca e olandese.
Il governo italiano reagirà alle critiche avviando negoziati per realizzare una triplice riforma dei trattati:
1) Bisogna abolire il vincolo sul rapporto deficit/pil: né il 3% né alcun’altra percentuale. Ciò perché, come dimostro in appendice, un elevato rapporto deficit/pil può contribuire alla riduzione del rapporto debito/pil.
2) Bisogna istituire un sistema di finanziamento federale che faccia sistematicamente ricorso all’emissione di eurobond. Inizialmente una quota del debito dei vari stati sarà mutualizzata. Successivamente parte delle spese nazionali potrà essere finanziata con eurobond.
3) Bisogna che la BCE assuma tra le proprie missioni sia quella di conseguire la piena occupazione sia quella di fungere da prestatore di ultima istanza per il collocamento del debito pubblico federale.
Durante le trattative il governo premerebbe per ottenere un allentamento immediato del rigore fiscale facendo leva sul fatto di aver dimostrato praticamente che un elevato deficit pubblico, in quanto contribuisce a sostenere la crescita del pil, può far diminuire, non aumentare, il rapporto debito/pil.
Ci sarà un braccio di ferro. Da una parte la Commissione, la Germania, l’Olanda e chissà chi altro faranno quadrato intorno alle vecchie regole e pretenderanno il rispetto della disciplina fiscale e monetaria; dall’altra l’Italia, forse sostenuta da qualche paese mediterraneo, premerà per una riforma coraggiosa dei trattati.
Va da sé che non sarebbe facile riformare i trattati europei in modo da consentire politiche monetarie mirate alla piena occupazione e rapporti deficit/pil sistematicamente e largamente più ampi del 3%. Non parliamo della possibilità di riformarli in modo da far diventare l’Unione uno stato democratico.
Alla fine, se si vedesse che ci avviamo a perdere il braccio di ferro, bisognerebbe prendere in considerazione l’italexit, che potrebbe anche essere brandita come una minaccia: se non si fanno le riforme, l’Italia sarà costretta a uscire. Non sarebbe un bluff. L’uscita dell’UE potrebbe diventare una scelta obbligata per un governo di sinistra che non vuole sottostare ai diktat restrittivi della Commissione, non vuole fare la fine di Syriza e non vuol far fare al popolo italiano la fine di quello greco... A meno che la semplice minaccia dell’uscita del nostro paese non riesca a far mettere giudizio ai falchi tedeschi. I quali potrebbero paventare il rischio che l’italexit sia seguita dalla frexit, dall’espexit eccetera. Se l’UE si disgregasse, la Germania è il paese che ci rimetterebbe di più.
Comunque il governo dovrebbe tenersi pronto a ogni evenienza. Un piano d’uscita andrebbe segretamente preparato da una commissione ristretta composta da tecnici del Tesoro, di BdI e di CDP.
Dopo la chiusura della crisi del debito, se la Commissione Europea ci metterà in procedura d’infrazione, se la BCE aumenterà i tassi d’interesse, se la Germania ci “suggerirà” di rispettare nel modo più rigoroso il nuovo patto di stabilità e di portare il rapporto deficit/pil all’1,5% in 4 anni, insomma se tutto il concertino europeo tenterà d’imporci l’innesco di un processo di altri 20 anni di stagnazione, il governo denuncerà i trattati europei e dichiarerà l’italexit. E lo farà fulmineamente: un venerdì sera c’è la denuncia, il lunedì mattina entra in vigore l’Euro/Lira.
Dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’UE il governo negozierebbe con la Commissione un regime di libera circolazione delle merci e delle persone in Europa. Su questo punto la Germania ci verrebbe incontro, visto che le catene del valore della sua manifattura si estendono ampiamente in Val Padana.
Inoltre il governo italiano aprirà negoziati per avviare un processo aggregativo mirante alla costituzione di una vera Federazione Europea, democratica e solidale, coinvolgendo inizialmente almeno i paesi dell’area mediterranea. Questa politica la porterebbe avanti comunque, anche se non ci fosse l’italexit. Il new deal dei primi cinque anni, di cui ho trattato sopra, sarebbe meglio che si realizzasse a livello continentale piuttosto che solo nazionale.
Appendice - Come ridurre il rapporto debito/pil aumentando il rapporto deficit/pil
Le variazioni del rapporto debito/pil sono spiegate dalla seguente formula: Δd=(G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d, con: d=D/Y; D=debito pubblico; Y=prodotto interno lordo nominale; G=spesa pubblica; T=entrate pubbliche; G–T=disavanzo primario; r=tasso di interesse; y=ΔY/Y=tasso di crescita del pil nominale.
Facciamo un esempio: Se y=0,06, r=0,01, d=1,5, G/Y=0,46 e T/Y=0,40, sarà [(r-y)/(1+y)]d=-0,07 e G/Y-T/Y=0,06. Quindi Δd=-0,01. Con un tasso d’interesse dell’1%, una pressione fiscale del 40% e un rapporto debito/pil del 150%, la spesa pubblica e il disavanzo primario possono essere accresciuti a livelli tali da far aumentare il pil del 6%, così che il rapporto debito/pil diminuisca di un punto percentuale.7
Si noti che, nell’esempio, il disavanzo primario è il 6% del pil, quello totale il 7,5%. Si noti anche che non c’è creazione di nuova moneta. Ciò perché lo scopo del presente esercizio è di dimostrare che una politica fiscale espansiva può contribuire di per sé alla riduzione del rapporto debito/pil. Il segreto di questa magia sta nel fatto che le variabili che compaiono nella formula non sono tra loro indipendenti. In particolare, y è una funzione crescente di ΔG: una politica fiscale espansiva fa aumentare il reddito e il suo tasso di crescita.
L’argomento si capisce facilmente assumendo che il bilancio sia in pareggio. In tal caso vale un teorema che stabilisce ΔY=ΔG=ΔT. Più aumenta la spesa pubblica (e le tasse) e più alto sarà y=ΔY/Y.
Ovviamente, per evitare un eccessivo aumento della pressione fiscale, si manterrà un bilancio primario in disavanzo. Allora la politica fiscale sarà ancora più efficace, perché il moltiplicatore della spesa pubblica è più alto di quello delle tasse e maggiore di 1. Dunque, se ΔG>ΔT allora ΔY>ΔG. Se le autorità monetarie lavorano per mantenere basso r, gli aumenti di spese e tasse possono essere calibrati in modo da far sì che (G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d minore di 0.
Una politica fiscale espansiva ben ponderata fa diminuire il rapporto debito/pil semplicemente perché fa aumentare la domanda aggregata. Nel lungo periodo può farlo diminuire di più se espande gli investimenti pubblici accrescendo il pil potenziale; e ancora di più se l’aumento della domanda aggregata fa crescere molto gli investimenti privati.
Ma c’è di meglio: se tasse e sussidi vengono redistribuiti in modo da eliminare la povertà e ridurre la disuguaglianza dei redditi, s’innalza il moltiplicatore, e quindi aumentano gli effetti espansivi della spesa pubblica.
Inoltre, non solo y, ma neanche r sono variabili indipendenti. Trattandosi del tasso di rendimento medio sui titoli di stato, dipende dal rischio di default e quindi è una funzione crescente di d. Più basso è il rapporto debito/pil più basso sarà lo spread e il rendimento medio dei titoli di stato. Certamente r è ancorato ai tassi d’interesse determinati dalla Banca Centrale. Ma c’è una certa variabilità, quale è osservabile nella dispersione degli spread dei vari paesi europei. Ne consegue che, se d decresce, e quindi il rischio di default tende a diminuire, anche r diminuirà.
Ebbene, in una situazione in cui la Banca Centrale o la CDP riescono a mantenere un basso tasso di rendimento dei titoli, una politica fiscale espansiva può innescare un circolo virtuoso del seguente tipo: aumenta la spesa pubblica e il disavanzo primario, quindi aumenta il tasso di crescita del pil; se y>r e l’aumento della spesa è ben calibrato, il rapporto debito/pil diminuisce; così diminuisce anche lo spread e r, il che dà un’ulteriore spinta alla diminuzione del rapporto debito/pil.
Un’ultima osservazione. Se un paese fa parte di un’area economica fortemente integrata, non tutto l’aumento di domanda aggregata generato da un aumento della spesa pubblica si risolve in una crescita della produzione nazionale. Una parte si risolverà in un aumento delle importazioni e quindi in una crescita della produzione dei paesi concorrenti.
Questo fenomeno indebolirebbe gli effetti positivi che una politica fiscale espansiva può avere sulla riduzione del rapporto debito/pil. Perciò è importante che: o le politiche fiscali espansive siano fatte da molti paesi dell’area; oppure il paese che le pratica singolarmente le accompagni con politiche mercantiliste.
Note
1) Se vuoi fare le riforme, la prima cosa che ti dicono i critici è: “dove trovi i soldi?” Si tratta una domanda retorica ma legittima, dati i vincoli e le proibizioni che i trattati europei pongono alle politiche economiche degli stati. Ebbene, con il tipo di politica che propongo i soldi il governo li crea. La seconda cosa che ti dicono è: “se crei moneta causi inflazione”. È un dogma della teoria monetarista, ma è falso. In un’economia con alta disoccupazione la crescita della domanda aggregata fa aumentare la produzione, non i prezzi. L’inflazione, se c’è, è causata dall’aumento dei costi.
2) BdI può creare liberamente base monetaria per rifornire le banche. Può farlo senza indebitarsi se emette una quantità non superiore al livello determinato dal capital key (la quota detenuta nel capitale della BCE). Può emetterne anche una quantità superiore, però indebitandosi sulla piattaforma Target2. Si tenga presente che il saldo italiano in Target2 tenderà a peggiorare durante la crisi del debito, se non altro perché CDP comprerà all’estero una parte dei titoli.
3) Nel 2015 il peso medio dei titoli di stato italiani sui bilanci delle 8 principali banche nazionali era di circa l’11%, con una punta del 17,7% per Banco Bpm.
4) Tra i vari provvedimenti temporanei di controllo delle fughe di capitale si possono considerare: la proibizione dell’acquisto di attività finanziarie all’estero (con l’eccezione degli acquisti di titoli di stato italiani da parte di CDP), l’autorizzazione preventiva per gli acquisti di beni o servizi all’estero, la proibizione dell’apertura di nuovi conti esteri e dei trasferimenti sui conti già esistenti, l’imposizione di un limite mensile massimo ai pagamenti sull’estero con carte di credito, l’imposizione di un limite massimo alla quantità di contante che i turisti possono portare all’estero.
5) Per raggiungere rapidamente la piena occupazione bisogna che la crescita del pil sia forte. In un secondo momento, quando i salari saranno arrivati almeno ai livelli francesi (come conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della produttività, oltre che delle riforme del mercato del lavoro che aboliranno ogni tipo di precariato), si può pensare di abbassare il tasso di crescita del pil riducendo l’orario di lavoro. Ridurre l’orario di lavoro quando i salari sono a livelli di fame non farebbe diminuire le ore lavorate, farebbe aumentare il numero di individui che cercano il doppio lavoro.
6) L’attuale governo di destra sta programmando una svendita di azioni di queste imprese. Se la svendita portasse alla perdita di controllo pubblico, il governo di sinistra che sto ipotizzando reagirebbe riacquistando il controllo.
7) I valori dell’esempio sono prossimi a quelli che vigevano in Italia durante il rimbalzo post-COVID.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2024
11/10/2020
Piazze di Roma, tra follie e “stranezze”
Le piazze di alcune manifestazioni tenutesi ieri a Roma, meritano qualche osservazione, quantomeno per diradare la nebbia e la confusione con cui le hanno coperte l’informazione mainstream e un dibattito politico fortemente allineato al totem del “pilota automatico” europeo.
Nella Capitale, sabato pomeriggio, c’erano tre piazze diverse. A Bocca della verità c’era il (piccolo) serraglio reazionario e neofascista; a San Giovanni c’era l’armata brancaleone sorta intorno all’ex leghista ed ex parlamentare M5S Gianluigi Paragone; a piazza SS Apostoli il Partito Comunista di Marco Rizzo.
I media mainstream, senza eccezioni, hanno liquidato il tutto come le piazze dei No Mask o dei negazionisti, con una operazione piuttosto vergognosa ma indubbiamente facilitata, e in qualche caso forse auspicata, dagli stessi organizzatori delle manifestazioni.
Non merita soffermarsi sulla gente, pochissima, riunitasi a piazza Bocca della Verità contro la “dittatura sanitaria”. Ha ragione da vendere Il Poiana, che li sfotte come quelli che vorrebbero “il duce contro la dittatura”.
A Piazza SS Apostoli c’erano invece i militanti del Partito Comunista di Marco Rizzo, che ormai persegue in loop la pratica della sopravvivenza solitaria e identitaria, rendendo un po’ macchiettistica l’immagine dei comunisti in Italia. In questa piazza i temi erano però più definiti: uscita dall’euro, contro l’Unione Europea e la Nato.
Infine c’era Piazza San Giovanni dove in nome di una indefinita “liberazione” sono confluiti come in una foce nello stagno gli emissari provenienti da nullità diverse: dai seguaci di Vox e di Fusaro a quelli di Sollevazione, dal Fronte Sovranista a gente passata per CasaPound.
Il costituzionalista Paolo Maddalena, inizialmente tirato in ballo, essendo persona seria, da giorni aveva fatto sapere ufficialmente di non essere della partita, come invece annunciato dai manifesti della convocazione.
Tutti riuniti sotto l’ombrello creato da un personaggio come Gianluigi Paragone – passato disinvoltamente dalla direzione di Radio Padania a quella di Libero (come vice), dalla conduzione di talk show “caciaroni” ai Cinque Stelle, e poi ancora altrove – anche questa piazza evocava apparentemente politiche di rottura con l’Unione Europea e l’euro ed invoca l’Italexit, mescolate con sussulti No Mask e No Vax.
Dunque, in almeno due delle tre piazze di sabato, gli obiettivi appaiono assai diversi da quelli dei fulminati mentali che contestano le mascherine e la “dittatura sanitaria frutto di un complotto”.
Fatta questa distinzione, a nostro avviso necessaria, si tratta di chiarire le conseguenze di tale iniziativa.
Abbiamo infatti la netta sensazione che i soggetti che stanno sventolando l’ipotesi dell’Italexit – una ipotesi che, come noto, abbiamo elaborato molto seriamente in questi anni – stiano agendo consapevolmente per depotenziarla e renderla ridicola nell’agenda politica.
Negli ultimi quattro anni, sulla proposta di un referendum contro i Trattati europei, si era lavorato molto concretamente e seriamente. Su questo è nata la piattaforma Eurostop. Ma da questo obiettivo – e la battaglia politica generale di alternativa che ne sarebbe derivata – i soggetti che abbiamo visto agitarsi sabato si sono tenuti giustamente ben alla larga, dentro e fuori il Parlamento. Qualche ragione ci deve essere...
Non solo. I soggetti che abbiamo visto in piazza San Giovanni strepitano più forte possibile – con una copertura mediatica assolutamente sproporzionata rispetto a numeri e “radicamento sociale” – proprio perché ipotesi più congrue e serie non possano affermarsi nel dibattito politico e nelle prospettive di questo paese.
Non è del resto la prima volta che una proposta seria viene ripresa e “agitata” da un consorzio di personaggi improbabili, impresentabili, oltre i confini del ridicolo.
È un vecchio modo di governare, in fondo. Se non vuoi che un’idea prenda piede, metti in piedi una compagnia di comici che la renda una barzelletta...
Fonte
Nella Capitale, sabato pomeriggio, c’erano tre piazze diverse. A Bocca della verità c’era il (piccolo) serraglio reazionario e neofascista; a San Giovanni c’era l’armata brancaleone sorta intorno all’ex leghista ed ex parlamentare M5S Gianluigi Paragone; a piazza SS Apostoli il Partito Comunista di Marco Rizzo.
I media mainstream, senza eccezioni, hanno liquidato il tutto come le piazze dei No Mask o dei negazionisti, con una operazione piuttosto vergognosa ma indubbiamente facilitata, e in qualche caso forse auspicata, dagli stessi organizzatori delle manifestazioni.
Non merita soffermarsi sulla gente, pochissima, riunitasi a piazza Bocca della Verità contro la “dittatura sanitaria”. Ha ragione da vendere Il Poiana, che li sfotte come quelli che vorrebbero “il duce contro la dittatura”.
A Piazza SS Apostoli c’erano invece i militanti del Partito Comunista di Marco Rizzo, che ormai persegue in loop la pratica della sopravvivenza solitaria e identitaria, rendendo un po’ macchiettistica l’immagine dei comunisti in Italia. In questa piazza i temi erano però più definiti: uscita dall’euro, contro l’Unione Europea e la Nato.
Infine c’era Piazza San Giovanni dove in nome di una indefinita “liberazione” sono confluiti come in una foce nello stagno gli emissari provenienti da nullità diverse: dai seguaci di Vox e di Fusaro a quelli di Sollevazione, dal Fronte Sovranista a gente passata per CasaPound.
Il costituzionalista Paolo Maddalena, inizialmente tirato in ballo, essendo persona seria, da giorni aveva fatto sapere ufficialmente di non essere della partita, come invece annunciato dai manifesti della convocazione.
Tutti riuniti sotto l’ombrello creato da un personaggio come Gianluigi Paragone – passato disinvoltamente dalla direzione di Radio Padania a quella di Libero (come vice), dalla conduzione di talk show “caciaroni” ai Cinque Stelle, e poi ancora altrove – anche questa piazza evocava apparentemente politiche di rottura con l’Unione Europea e l’euro ed invoca l’Italexit, mescolate con sussulti No Mask e No Vax.
Dunque, in almeno due delle tre piazze di sabato, gli obiettivi appaiono assai diversi da quelli dei fulminati mentali che contestano le mascherine e la “dittatura sanitaria frutto di un complotto”.
Fatta questa distinzione, a nostro avviso necessaria, si tratta di chiarire le conseguenze di tale iniziativa.
Abbiamo infatti la netta sensazione che i soggetti che stanno sventolando l’ipotesi dell’Italexit – una ipotesi che, come noto, abbiamo elaborato molto seriamente in questi anni – stiano agendo consapevolmente per depotenziarla e renderla ridicola nell’agenda politica.
Negli ultimi quattro anni, sulla proposta di un referendum contro i Trattati europei, si era lavorato molto concretamente e seriamente. Su questo è nata la piattaforma Eurostop. Ma da questo obiettivo – e la battaglia politica generale di alternativa che ne sarebbe derivata – i soggetti che abbiamo visto agitarsi sabato si sono tenuti giustamente ben alla larga, dentro e fuori il Parlamento. Qualche ragione ci deve essere...
Non solo. I soggetti che abbiamo visto in piazza San Giovanni strepitano più forte possibile – con una copertura mediatica assolutamente sproporzionata rispetto a numeri e “radicamento sociale” – proprio perché ipotesi più congrue e serie non possano affermarsi nel dibattito politico e nelle prospettive di questo paese.
Non è del resto la prima volta che una proposta seria viene ripresa e “agitata” da un consorzio di personaggi improbabili, impresentabili, oltre i confini del ridicolo.
È un vecchio modo di governare, in fondo. Se non vuoi che un’idea prenda piede, metti in piedi una compagnia di comici che la renda una barzelletta...
Fonte
03/10/2020
“Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario” di Domenico Moro
Dott. Domenico Moro, Lei è autore del libro Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario edito da Meltemi. L’euro, nato per costituire una tappa sul cammino dell’integrazione europea, ha finito per catalizzare su di sé il malcontento popolare per una crisi infinita: cos’è oggi l’euro?
L’euro è un elemento fondamentale dell’integrazione europea, anche se non tutti i Paesi dell’Ue ne fanno parte. Direi che oggi l’euro rappresenta l’architrave dell’intera costruzione europea. Quindi, è più corretto chiederci che cosa è oggi l’integrazione europea e in che modo l’euro agisce all’interno di essa. L’integrazione europea avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per avvicinare i diversi Stati. In realtà, si è prodotta, anziché una convergenza, una divergenza sempre maggiore tra Stati, in particolare tra la Germania e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e, direi, anche la Francia, che, sebbene mantenga un profilo politico e diplomatico di grande potenza, è, dal punto di vista economico, in seria difficoltà. Ma il divario non è aumentato soltanto tra Paesi, anche all’interno dei singoli Paesi sono aumentate le divergenze, i divari tra ricchi e poveri. L’euro è una delle cause maggiori di questi processi di divergenza, essendo un fattore sia di riduzione del welfare sia di deflazione salariale. Infatti, il sistema dell’euro, essendo un sistema di cambi fissi, non permette le svalutazioni competitive che consentono di recuperare competitività sul mercato internazionale, spingendo così gli Stati più in difficoltà a usare la riduzione del costo del lavoro e dei salari come principale leva competitiva. Ma l’euro non è soltanto un progetto economico, bensì è soprattutto un progetto politico. L’euro è lo strumento per limitare la possibilità della maggioranza dei cittadini, in particolare dei lavoratori, di incidere sulle decisioni delle istituzioni statali, e per favorire le élite economiche, in particolare lo strato superiore del capitale, quello maggiormente internazionalizzato. In sostanza è un fattore di limitazione della sovranità popolare e democratica.
In che modo l’euro limita la sovranità democratica e popolare?
Innanzi tutto bisogna chiarire il concetto di sovranità, che peraltro è ampiamente analizzato nel suo divenire storico nel mio libro. Un’autorità è sovrana quando non c’è alcun potere al di sopra di essa. In particolare, uno Stato è sovrano nel senso che la sua legge non riconosce altre leggi che abbiano valore superiore. In uno Stato democratico la sovranità è del popolo che la esercita attraverso le elezioni e il Parlamento. Così prescrive la nostra Costituzione. Con l’integrazione e con l’euro tale sovranità popolare è inficiata e ridotta, perché alcune importanti funzioni dello Stato, come la moneta e il bilancio pubblico, sono delegate a organismi sovranazionali europei, come il Consiglio europeo, la Banca centrale europea, e la Commissione europea, i cui componenti, fra l’altro, non sono eletti ma nominati. In particolare, i trattati europei esercitano un controllo sul bilancio pubblico dei singoli stati, con l’inserimento dell’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione, e stabilendo dei “vincoli esterni”, cioè dei limiti al deficit pubblico, che non può superare il 3% del Pil, e al debito pubblico, che non può superare il 60% del Pil. Inoltre, gli Stati che hanno un debito superiore al 60% sono obbligati a ridurre il proprio debito per la quota eccedente in un arco di tempo di venti anni, realizzando ogni anno dei surplus primari elevati, cioè una eccedenza delle entrate sulle spese, al netto delle spese per gli interessi. Questo ovviamente comprime decisamente la possibilità di spesa e con essa l’autonomia decisionale dei parlamenti. L’euro è sostanzialmente un modo per bypassare i parlamenti nazionali e realizzare quella che alcuni anni fa si chiamava governabilità, cioè la capacità degli esecutivi, dei governi di agire a prescindere dal controllo e delle istanze espresse dal Parlamento. Di fatto, la Ue è un organismo intergovernativo, dove prevalgono gli esecutivi. Infatti, l’organismo europeo più importante è il Consiglio europeo – composto dai capi di governo della Ue – cui sono demandate le decisioni più importanti, di indirizzo generale della Ue e di nomina dei membri della Commissione europea e della Banca centrale europea (Bce). I trattati sono strettamente legati all’esistenza di una valuta unica per Paesi economicamente e socialmente molto diversi tra loro. Proprio la mancanza di autonomia valutaria è il maggiore impedimento alla definizione di politiche economiche e sociali autonome e calibrate sulle necessità del singolo Paese. Infatti, mancando il ruolo di prestatore di ultima istanza, rappresentato normalmente dalla Banca centrale, si perde la possibilità di finanziare direttamente il debito pubblico, e quindi la spesa pubblica, con l’emissione di liquidità. Nel mio libro descrivo il processo storico e le motivazioni politiche che hanno portato all’euro. La classe dirigente italiana degli ultimi decenni, sin dalla fine degli anni ’70, ha visto l’integrazione europea, e l’euro in particolare, come lo strumento per imporre delle scelte di politica economica e sociale che difficilmente sarebbero potute passare senza “vincoli esterni”. A questo proposito sono significative le parole di Guido Carli, che è stato governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e ministro del Tesoro dal 1989 al 1992: “L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento.”
Quali sono i limiti dell’Europa attuale?
L’integrazione europea e l’intera architettura dell’euro presentano un limite fondamentale. Questo risiede nell’irrigidimento dell’azione dello Stato rispetto al ciclo economico, ossia all’alternarsi, tipico dell’economia capitalistica, di fasi espansive e fasi recessive e rispetto agli shock esterni, ossia alle crisi che hanno origine all’esterno dell’area euro, come è stato nel caso della crisi del 2008, importata dagli Usa, e ora con la crisi del Covid-19. I vincoli esterni e l’indisponibilità di una Banca centrale che ricoprisse il ruolo di prestatore di ultima istanza hanno reso molto più difficile intervenire nella crisi del 2008. Anzi, l’introduzione del Fiscal compact nel 2012, che ha reso più rigidi i vincoli europei, ha finito per aggravare la crisi, deprimendo ancora di più la crescita del prodotto interno lordo. A distanza di più di dieci anni dallo scoppio della crisi, l’economia italiana non si era ancora del tutto ripresa quando è scoppiata la crisi del covid-19, che rappresenta la recessione di gran lunga più grave della storia repubblicana e che farà registrare nel 2020, secondo tutte le previsioni, il calo del Pil più consistente della storia unitaria, fatta eccezione per gli anni finali della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia era un Paese devastato e terreno di scontro tra eserciti contrapposti. Di fronte a una crisi di tale portata le risposte della Ue risultano essere deboli e intempestive. Soprattutto non sembra che la crisi sia occasione per modificare il funzionamento della Ue. È vero che i vincoli al deficit e al debito posti dai trattati sono stati sospesi, ma il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha tenuto a precisare che, non appena possibile, i vincoli dovranno essere ristabiliti. Inoltre, la maggioranza degli “aiuti” europei alle economie nazionali, in particolare il Recovery Fund, il Mes e il Sure, sono prestiti, che andranno ad aumentare il debito complessivo (per l’Italia si prevede che nel 2020 il debito arrivi a circa il 160%). Si tratta di prestiti “senior”, cioè prestiti che hanno la precedenza nel rimborso da parte dello Stato. Di conseguenza, il tasso d’interesse sul debito “normale”, cioè i Btp, i titoli di stato emessi dal ministero del Tesoro, subirà un aumento, a causa dell’ipotetico maggiore rischio di insolvenza. Ma il limite maggiore degli aiuti europei sta nel fatto che, per essere erogati, devono avere l’approvazione della Commissione europea e in caso di dubbio devono avere il parere definitivo del Consiglio europeo. Tale approvazione è condizionata all’applicazione delle raccomandazioni e delle contro-riforme richieste dalla Commissione europea. Se non c’è questo via libera, le varie tranches in cui sono suddivisi i pagamenti non saranno pagate. Tra le contro-riforme di cui si chiederà la definitiva applicazione c’è la contro-riforma delle pensioni, la cosiddetta riforma Fornero, varata dal governo Monti, e la riduzione del costo del lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati Ue 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza sul lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili.
Come si potrebbe articolare, a Suo avviso, un’Italexit?
L’uscita dalla Ue e dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente. Necessaria perché all’interno dell’euro e della Ue non è possibile per i singoli Stati fare le politiche economiche e sociali di carattere espansivo che sarebbero necessarie, specie in occasione della crisi e perché un sistema di cambi fissi in un’area valutaria dove ci sono forti differenze competitive tra le economie nazionali, e non sono previsti trasferimenti dagli Stati più ricchi a quelli più poveri, porta alla contrazione salariale e, alla lunga, della base produttiva industriale. Non sufficiente perché l’uscita dall’euro va accompagnata con una serie di misure che, per l’appunto, permettano di sfruttare l’autonomia ritrovata. In primo luogo, ci sarebbe bisogno di ripristinare il ruolo di prestatore di ultima istanza della Banca d’Italia, che è stato annullato da prima dell’euro, nel 1981 (il cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro), portando al raddoppio in pochi anni del debito pubblico a causa del lievitare degli interessi sul debito. Se uscissimo dall’euro e dalla Ue senza che il ruolo di prestatore di ultima istanza venga ripristinato, saremmo di nuovo punto e daccapo, cioè in balia dei mercati internazionali dei capitali e i tassi d’interesse ricomincerebbero a salire. In secondo luogo, non dovendo più sottostare alla normativa europea sugli aiuti di Stato, si dovrebbe procedere con un intervento diretto dello Stato nell’economia. La decadenza italiana degli ultimi venticinque-trent’anni, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, è collegabile non soltanto all’introduzione del cambio fisso marco-lira (1997), che penalizzò le esportazioni italiane, ma anche alla contrazione della componente statale delle imprese. Le privatizzazioni hanno privato l’Italia di importanti imprese di grandi dimensioni che svolgevano ricerca e sviluppo, trainando il resto delle imprese. Oggi, il problema è che l’Italia ha imprese mediamente troppo piccole e che fanno poca ricerca e sviluppo. Quindi, l’Italexit dovrebbe vedere la ricostruzione di una economia mista (pubblico-privata), attraverso le nazionalizzazioni, a partire dai monopoli naturali e artificiali, e il ripristino della funzione di prestatore di ultima istanza da parte della Banca centrale per essere veramente efficace. Bisogna, però, aggiungere che l’intervento dello Stato nell’economia che intendo non ha nulla a che spartire con l’intervento statale nelle imprese che si sta prospettando ora con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel capitale di imprese in difficoltà. Le “nazionalizzazioni” in corso sono a tempo, avendo la durata massima di cinque anni, e non prevedono una governance pubblica. Si tratta in pratica della classica socializzazione delle perdite private, cui il capitale ricorre nei momenti di difficoltà. Ciò a cui, invece, mi riferisco sono nazionalizzazioni reali, cioè la realizzazione di enti pubblici che svolgano una attività tesa allo sviluppo dell’economia in senso innovativo, in special modo nei settori più avanzati e con costi fissi più alti dove il privato non investe, e che non siano società quotate in borsa e con azionisti come i grandi fondi di investimento stranieri, come accade nel caso di Leonardo e Eni e come si prospetta per Aspi. In questi ultimi casi, l’obiettivo dell’impresa non può che essere il massimo profitto a breve termine in vista di un rialzo del valore di borsa delle azioni, invece che lo sviluppo di lungo periodo ecologicamente sostenibile dell’economia e la creazione di nuovi posti di lavoro. In sostanza accanto al prestatore di ultima istanza, dovrebbe esserci anche un datore di lavoro di ultima istanza, che non può che essere lo Stato. È, però, del tutto evidente che questo tipo di intervento statale richiede ampie trasformazioni nella struttura dello Stato, che, in questo senso, andrebbe sottratto all’influenza delle élite capitalistiche, che in Italia come nel resto d’Europa, anche grazie ai trattati e all’euro, si sono garantite un controllo molto più stretto che in passato delle istituzioni statali, modellandole a loro piacimento.
Quali conseguenze avrebbe per il nostro Paese l’uscita dall’euro?
Molti sono preoccupati soprattutto da un eventuale aumento dell’inflazione subito dopo l’uscita dall’euro. Il punto, però, è che da anni abbiamo il problema opposto, quello di una deflazione che riguarda l’area euro nel suo complesso e in particolare l’Italia. Ad esempio, ad agosto 2020, secondo Eurostat, l’area euro presentava una deflazione annuale del -0,2%, mentre l’Italia raggiungeva addirittura il -0,5%. Questo è dovuto alla profonda crisi e, prima ancora della crisi del covid-19, alla stagnazione in cui annaspava l’economia italiana e quella di gran parte dell’area euro. In un contesto del genere l’attenzione non dovrebbe essere rivolta all’inflazione, ma alla decrescita economica e all’aumento della disoccupazione. In sostanza, il mandato principale della Banca centrale europea, che è quello di mantenere l’inflazione intorno al 2%, è ampiamente disatteso. Quindi, per sintetizzare, è altamente improbabile che, in una situazione del genere, possa verificarsi una crescita dell’inflazione del 20% o 30%, come viene preconizzato da alcuni fautori dell’euro. Al contrario, un moderato aumento dell’inflazione sarebbe positivo per l’intera economia. Anche la fine del sistema di cambi fissi porterebbe a un mutamento sostanziale, potendosi utilizzare la leva del cambio al posto di quella salariale per aumentare la competitività delle esportazioni. L’aumento (moderato) dell’inflazione e il venir meno della compressione salariale a tutti i costi rimetterebbero in movimento la dialettica tra le parti sociali (portando ad esempio a un nuovo meccanismo di indicizzazione dei salari), che invece da anni è praticamente assente, appunto perché l’esistenza dell’euro e della Ue esercita un controllo sul conflitto sociale, di fatto neutralizzandolo. Infatti, se oggi siamo in una situazione di stagnazione perenne delle lotte sindacali, con l’eccezione di lotte anche radicali ma limitate a singoli settori, è dovuto non soltanto a responsabilità soggettive dei maggiori sindacati, ma anche alla oggettività rappresentata dalla gabbia dell’euro che impedisce la generalizzazione delle lotte. Con questo non voglio dire che l’uscita dall’euro sia una cosa semplice da farsi e che non implichi delle difficoltà di assestamento soprattutto nel breve periodo. Bisogna valutare attentamente i pro e i contro dell’uscita dall’euro e dalla Ue. In questo senso, l’alternativa all’uscita, cioè tirare a campare stando nell’euro e nella Ue, ha costi altissimi, come dice l’economista statunitense Stiglitz, che per l’eurozona nel suo complesso li calcola in migliaia di miliardi di dollari, e come larghi strati di lavoratori e disoccupati stanno sperimentando da anni in Italia e altrove nell’area euro. L’uscita dall’euro avrebbe conseguenze positive per il nostro Paese, soprattutto nel senso che sbloccherebbe una situazione incancrenita, fatta di una lunga crescita asfittica (che oggi si è tramutata in profonda recessione) e di un conflitto sociale a bassissima intensità. Forse, l’aspetto più importante da sottolineare è che le conseguenze di una eventuale italexit non andrebbero tanto quantificate a priori in termini econometrici, quanto dovrebbero essere più correttamente valutabili in base agli effetti socio-politici a cascata che genererebbe, rimuovendo le imbracature in cui l’economia e la società dei Paesi dell’area euro è costretta. E questo vale in particolare per il nostro Paese.
Fonte
L’euro è un elemento fondamentale dell’integrazione europea, anche se non tutti i Paesi dell’Ue ne fanno parte. Direi che oggi l’euro rappresenta l’architrave dell’intera costruzione europea. Quindi, è più corretto chiederci che cosa è oggi l’integrazione europea e in che modo l’euro agisce all’interno di essa. L’integrazione europea avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per avvicinare i diversi Stati. In realtà, si è prodotta, anziché una convergenza, una divergenza sempre maggiore tra Stati, in particolare tra la Germania e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e, direi, anche la Francia, che, sebbene mantenga un profilo politico e diplomatico di grande potenza, è, dal punto di vista economico, in seria difficoltà. Ma il divario non è aumentato soltanto tra Paesi, anche all’interno dei singoli Paesi sono aumentate le divergenze, i divari tra ricchi e poveri. L’euro è una delle cause maggiori di questi processi di divergenza, essendo un fattore sia di riduzione del welfare sia di deflazione salariale. Infatti, il sistema dell’euro, essendo un sistema di cambi fissi, non permette le svalutazioni competitive che consentono di recuperare competitività sul mercato internazionale, spingendo così gli Stati più in difficoltà a usare la riduzione del costo del lavoro e dei salari come principale leva competitiva. Ma l’euro non è soltanto un progetto economico, bensì è soprattutto un progetto politico. L’euro è lo strumento per limitare la possibilità della maggioranza dei cittadini, in particolare dei lavoratori, di incidere sulle decisioni delle istituzioni statali, e per favorire le élite economiche, in particolare lo strato superiore del capitale, quello maggiormente internazionalizzato. In sostanza è un fattore di limitazione della sovranità popolare e democratica.
In che modo l’euro limita la sovranità democratica e popolare?
Innanzi tutto bisogna chiarire il concetto di sovranità, che peraltro è ampiamente analizzato nel suo divenire storico nel mio libro. Un’autorità è sovrana quando non c’è alcun potere al di sopra di essa. In particolare, uno Stato è sovrano nel senso che la sua legge non riconosce altre leggi che abbiano valore superiore. In uno Stato democratico la sovranità è del popolo che la esercita attraverso le elezioni e il Parlamento. Così prescrive la nostra Costituzione. Con l’integrazione e con l’euro tale sovranità popolare è inficiata e ridotta, perché alcune importanti funzioni dello Stato, come la moneta e il bilancio pubblico, sono delegate a organismi sovranazionali europei, come il Consiglio europeo, la Banca centrale europea, e la Commissione europea, i cui componenti, fra l’altro, non sono eletti ma nominati. In particolare, i trattati europei esercitano un controllo sul bilancio pubblico dei singoli stati, con l’inserimento dell’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione, e stabilendo dei “vincoli esterni”, cioè dei limiti al deficit pubblico, che non può superare il 3% del Pil, e al debito pubblico, che non può superare il 60% del Pil. Inoltre, gli Stati che hanno un debito superiore al 60% sono obbligati a ridurre il proprio debito per la quota eccedente in un arco di tempo di venti anni, realizzando ogni anno dei surplus primari elevati, cioè una eccedenza delle entrate sulle spese, al netto delle spese per gli interessi. Questo ovviamente comprime decisamente la possibilità di spesa e con essa l’autonomia decisionale dei parlamenti. L’euro è sostanzialmente un modo per bypassare i parlamenti nazionali e realizzare quella che alcuni anni fa si chiamava governabilità, cioè la capacità degli esecutivi, dei governi di agire a prescindere dal controllo e delle istanze espresse dal Parlamento. Di fatto, la Ue è un organismo intergovernativo, dove prevalgono gli esecutivi. Infatti, l’organismo europeo più importante è il Consiglio europeo – composto dai capi di governo della Ue – cui sono demandate le decisioni più importanti, di indirizzo generale della Ue e di nomina dei membri della Commissione europea e della Banca centrale europea (Bce). I trattati sono strettamente legati all’esistenza di una valuta unica per Paesi economicamente e socialmente molto diversi tra loro. Proprio la mancanza di autonomia valutaria è il maggiore impedimento alla definizione di politiche economiche e sociali autonome e calibrate sulle necessità del singolo Paese. Infatti, mancando il ruolo di prestatore di ultima istanza, rappresentato normalmente dalla Banca centrale, si perde la possibilità di finanziare direttamente il debito pubblico, e quindi la spesa pubblica, con l’emissione di liquidità. Nel mio libro descrivo il processo storico e le motivazioni politiche che hanno portato all’euro. La classe dirigente italiana degli ultimi decenni, sin dalla fine degli anni ’70, ha visto l’integrazione europea, e l’euro in particolare, come lo strumento per imporre delle scelte di politica economica e sociale che difficilmente sarebbero potute passare senza “vincoli esterni”. A questo proposito sono significative le parole di Guido Carli, che è stato governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e ministro del Tesoro dal 1989 al 1992: “L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento.”
Quali sono i limiti dell’Europa attuale?
L’integrazione europea e l’intera architettura dell’euro presentano un limite fondamentale. Questo risiede nell’irrigidimento dell’azione dello Stato rispetto al ciclo economico, ossia all’alternarsi, tipico dell’economia capitalistica, di fasi espansive e fasi recessive e rispetto agli shock esterni, ossia alle crisi che hanno origine all’esterno dell’area euro, come è stato nel caso della crisi del 2008, importata dagli Usa, e ora con la crisi del Covid-19. I vincoli esterni e l’indisponibilità di una Banca centrale che ricoprisse il ruolo di prestatore di ultima istanza hanno reso molto più difficile intervenire nella crisi del 2008. Anzi, l’introduzione del Fiscal compact nel 2012, che ha reso più rigidi i vincoli europei, ha finito per aggravare la crisi, deprimendo ancora di più la crescita del prodotto interno lordo. A distanza di più di dieci anni dallo scoppio della crisi, l’economia italiana non si era ancora del tutto ripresa quando è scoppiata la crisi del covid-19, che rappresenta la recessione di gran lunga più grave della storia repubblicana e che farà registrare nel 2020, secondo tutte le previsioni, il calo del Pil più consistente della storia unitaria, fatta eccezione per gli anni finali della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia era un Paese devastato e terreno di scontro tra eserciti contrapposti. Di fronte a una crisi di tale portata le risposte della Ue risultano essere deboli e intempestive. Soprattutto non sembra che la crisi sia occasione per modificare il funzionamento della Ue. È vero che i vincoli al deficit e al debito posti dai trattati sono stati sospesi, ma il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha tenuto a precisare che, non appena possibile, i vincoli dovranno essere ristabiliti. Inoltre, la maggioranza degli “aiuti” europei alle economie nazionali, in particolare il Recovery Fund, il Mes e il Sure, sono prestiti, che andranno ad aumentare il debito complessivo (per l’Italia si prevede che nel 2020 il debito arrivi a circa il 160%). Si tratta di prestiti “senior”, cioè prestiti che hanno la precedenza nel rimborso da parte dello Stato. Di conseguenza, il tasso d’interesse sul debito “normale”, cioè i Btp, i titoli di stato emessi dal ministero del Tesoro, subirà un aumento, a causa dell’ipotetico maggiore rischio di insolvenza. Ma il limite maggiore degli aiuti europei sta nel fatto che, per essere erogati, devono avere l’approvazione della Commissione europea e in caso di dubbio devono avere il parere definitivo del Consiglio europeo. Tale approvazione è condizionata all’applicazione delle raccomandazioni e delle contro-riforme richieste dalla Commissione europea. Se non c’è questo via libera, le varie tranches in cui sono suddivisi i pagamenti non saranno pagate. Tra le contro-riforme di cui si chiederà la definitiva applicazione c’è la contro-riforma delle pensioni, la cosiddetta riforma Fornero, varata dal governo Monti, e la riduzione del costo del lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati Ue 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza sul lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili.
Come si potrebbe articolare, a Suo avviso, un’Italexit?
L’uscita dalla Ue e dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente. Necessaria perché all’interno dell’euro e della Ue non è possibile per i singoli Stati fare le politiche economiche e sociali di carattere espansivo che sarebbero necessarie, specie in occasione della crisi e perché un sistema di cambi fissi in un’area valutaria dove ci sono forti differenze competitive tra le economie nazionali, e non sono previsti trasferimenti dagli Stati più ricchi a quelli più poveri, porta alla contrazione salariale e, alla lunga, della base produttiva industriale. Non sufficiente perché l’uscita dall’euro va accompagnata con una serie di misure che, per l’appunto, permettano di sfruttare l’autonomia ritrovata. In primo luogo, ci sarebbe bisogno di ripristinare il ruolo di prestatore di ultima istanza della Banca d’Italia, che è stato annullato da prima dell’euro, nel 1981 (il cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro), portando al raddoppio in pochi anni del debito pubblico a causa del lievitare degli interessi sul debito. Se uscissimo dall’euro e dalla Ue senza che il ruolo di prestatore di ultima istanza venga ripristinato, saremmo di nuovo punto e daccapo, cioè in balia dei mercati internazionali dei capitali e i tassi d’interesse ricomincerebbero a salire. In secondo luogo, non dovendo più sottostare alla normativa europea sugli aiuti di Stato, si dovrebbe procedere con un intervento diretto dello Stato nell’economia. La decadenza italiana degli ultimi venticinque-trent’anni, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, è collegabile non soltanto all’introduzione del cambio fisso marco-lira (1997), che penalizzò le esportazioni italiane, ma anche alla contrazione della componente statale delle imprese. Le privatizzazioni hanno privato l’Italia di importanti imprese di grandi dimensioni che svolgevano ricerca e sviluppo, trainando il resto delle imprese. Oggi, il problema è che l’Italia ha imprese mediamente troppo piccole e che fanno poca ricerca e sviluppo. Quindi, l’Italexit dovrebbe vedere la ricostruzione di una economia mista (pubblico-privata), attraverso le nazionalizzazioni, a partire dai monopoli naturali e artificiali, e il ripristino della funzione di prestatore di ultima istanza da parte della Banca centrale per essere veramente efficace. Bisogna, però, aggiungere che l’intervento dello Stato nell’economia che intendo non ha nulla a che spartire con l’intervento statale nelle imprese che si sta prospettando ora con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel capitale di imprese in difficoltà. Le “nazionalizzazioni” in corso sono a tempo, avendo la durata massima di cinque anni, e non prevedono una governance pubblica. Si tratta in pratica della classica socializzazione delle perdite private, cui il capitale ricorre nei momenti di difficoltà. Ciò a cui, invece, mi riferisco sono nazionalizzazioni reali, cioè la realizzazione di enti pubblici che svolgano una attività tesa allo sviluppo dell’economia in senso innovativo, in special modo nei settori più avanzati e con costi fissi più alti dove il privato non investe, e che non siano società quotate in borsa e con azionisti come i grandi fondi di investimento stranieri, come accade nel caso di Leonardo e Eni e come si prospetta per Aspi. In questi ultimi casi, l’obiettivo dell’impresa non può che essere il massimo profitto a breve termine in vista di un rialzo del valore di borsa delle azioni, invece che lo sviluppo di lungo periodo ecologicamente sostenibile dell’economia e la creazione di nuovi posti di lavoro. In sostanza accanto al prestatore di ultima istanza, dovrebbe esserci anche un datore di lavoro di ultima istanza, che non può che essere lo Stato. È, però, del tutto evidente che questo tipo di intervento statale richiede ampie trasformazioni nella struttura dello Stato, che, in questo senso, andrebbe sottratto all’influenza delle élite capitalistiche, che in Italia come nel resto d’Europa, anche grazie ai trattati e all’euro, si sono garantite un controllo molto più stretto che in passato delle istituzioni statali, modellandole a loro piacimento.
Quali conseguenze avrebbe per il nostro Paese l’uscita dall’euro?
Molti sono preoccupati soprattutto da un eventuale aumento dell’inflazione subito dopo l’uscita dall’euro. Il punto, però, è che da anni abbiamo il problema opposto, quello di una deflazione che riguarda l’area euro nel suo complesso e in particolare l’Italia. Ad esempio, ad agosto 2020, secondo Eurostat, l’area euro presentava una deflazione annuale del -0,2%, mentre l’Italia raggiungeva addirittura il -0,5%. Questo è dovuto alla profonda crisi e, prima ancora della crisi del covid-19, alla stagnazione in cui annaspava l’economia italiana e quella di gran parte dell’area euro. In un contesto del genere l’attenzione non dovrebbe essere rivolta all’inflazione, ma alla decrescita economica e all’aumento della disoccupazione. In sostanza, il mandato principale della Banca centrale europea, che è quello di mantenere l’inflazione intorno al 2%, è ampiamente disatteso. Quindi, per sintetizzare, è altamente improbabile che, in una situazione del genere, possa verificarsi una crescita dell’inflazione del 20% o 30%, come viene preconizzato da alcuni fautori dell’euro. Al contrario, un moderato aumento dell’inflazione sarebbe positivo per l’intera economia. Anche la fine del sistema di cambi fissi porterebbe a un mutamento sostanziale, potendosi utilizzare la leva del cambio al posto di quella salariale per aumentare la competitività delle esportazioni. L’aumento (moderato) dell’inflazione e il venir meno della compressione salariale a tutti i costi rimetterebbero in movimento la dialettica tra le parti sociali (portando ad esempio a un nuovo meccanismo di indicizzazione dei salari), che invece da anni è praticamente assente, appunto perché l’esistenza dell’euro e della Ue esercita un controllo sul conflitto sociale, di fatto neutralizzandolo. Infatti, se oggi siamo in una situazione di stagnazione perenne delle lotte sindacali, con l’eccezione di lotte anche radicali ma limitate a singoli settori, è dovuto non soltanto a responsabilità soggettive dei maggiori sindacati, ma anche alla oggettività rappresentata dalla gabbia dell’euro che impedisce la generalizzazione delle lotte. Con questo non voglio dire che l’uscita dall’euro sia una cosa semplice da farsi e che non implichi delle difficoltà di assestamento soprattutto nel breve periodo. Bisogna valutare attentamente i pro e i contro dell’uscita dall’euro e dalla Ue. In questo senso, l’alternativa all’uscita, cioè tirare a campare stando nell’euro e nella Ue, ha costi altissimi, come dice l’economista statunitense Stiglitz, che per l’eurozona nel suo complesso li calcola in migliaia di miliardi di dollari, e come larghi strati di lavoratori e disoccupati stanno sperimentando da anni in Italia e altrove nell’area euro. L’uscita dall’euro avrebbe conseguenze positive per il nostro Paese, soprattutto nel senso che sbloccherebbe una situazione incancrenita, fatta di una lunga crescita asfittica (che oggi si è tramutata in profonda recessione) e di un conflitto sociale a bassissima intensità. Forse, l’aspetto più importante da sottolineare è che le conseguenze di una eventuale italexit non andrebbero tanto quantificate a priori in termini econometrici, quanto dovrebbero essere più correttamente valutabili in base agli effetti socio-politici a cascata che genererebbe, rimuovendo le imbracature in cui l’economia e la società dei Paesi dell’area euro è costretta. E questo vale in particolare per il nostro Paese.
Fonte
03/05/2020
Crisi coronavirus, ciò che l’UE poteva fare e non ha fatto. Realfonzo: “Alle porte una nuova ondata di austerità”
Intervista a Riccardo Realfonzo, professore ordinario di economia
politica nell’Università del Sannio, dove presiede il Corso di laurea in
Economia Aziendale, direttore di "economiaepolitica.it" e promotore del
"Monito degli economisti" pubblicato su Financial Times insieme a Emiliano Brancaccio. Al centro
dell'intervista, il ruolo e le responsabilità dell'Europa nella gestione
della crisi dettata dalla pandemia.
di Daniele Nalbone
Professore, la crisi determinerà un crollo del pil italiano di 8 punti percentuali nel 2020. A questo va aggiunta la riduzione dell'occupazione già in atto e un salto del debito pubblico verso il 160% del pil. In questo scenario, quale futuro attende il nostro Paese?
Da una situazione grave come quella che si profila per il futuro italiano si uscirà o con politiche recessive e deflazionistiche o con spinte all’inflazione. In entrambi i casi, ci troveremo a percorrere sentieri impervi e caratterizzati da forti costi sociali. Pagheremo un prezzo salato per la totale inadeguatezza del quadro delle regole europee.
Andiamo con ordine. A suo avviso le responsabilità dell’UE esplodono con la crisi del coronavirus?
No. La vicenda dell’Italia nell’eurozona è stata già difficilissima dopo la crisi del 2008. In quella fase, sotto l’incalzare della Commissione europea, il paese si è impegnato nel praticare austerità, realizzando ogni singolo anno, con l’eccezione del 2009, manovre di bilancio in avanzo primario, ponendo cioè l’asticella della spesa pubblica di scopo al di sotto del prelievo fiscale. A questo fine, sono stati tagliati tutti i capitoli del welfare, dalla sanità alla ricerca, e gli investimenti pubblici. L’effetto dell’austerità è stato il blocco della crescita e l’aumento del rapporto debito pil. L’austerità della Commissione ci ha messo in ginocchio e solo gli acquisti di titoli del nostro debito da parte della Banca centrale europea (BCE, ndr) hanno evitato che la crisi del debito deflagrasse.
Ma lei vede solo responsabilità europee nel disastro che sta delineando dell’economia italiana?
No. Ci sono anche nostre responsabilità. Su tutte il cancro dell’evasione fiscale, che non abbiamo voluto estirpare e che oggi non possiamo più permetterci. E poi il disastro delle riforme strutturali, a cominciare da quelle relative al mercato del lavoro, che hanno contribuito a ridurre la competitività del Paese.
Veniamo all’emergenza del presente. Il 13 marzo scorso lei ha promosso un documento, pubblicato dal Financial Times, nel quale propone un piano europeo anti-virus fatto di politiche fiscali coordinate e centralizzazione dei finanziamenti.
Davanti alla crisi drammatica che si preannunciava, destinata a bloccare contemporaneamente l’offerta e la domanda, occorreva procedere in Europa con politiche strettamente coordinate sul piano sanitario, sul piano dei sostegni alle imprese e alle famiglie, sul piano degli investimenti per rimettere in moto l’economia. E, soprattutto, occorrevano finanziamenti centralizzati per evitare nuove asimmetrie e l’esplosione del debito pubblico che avrebbe inevitabilmente portato alcuni Paesi sulla soglia dell’insostenibilità del debito.
A riguardo della proposta centrale è la monetizzazione dei deficit pubblici da parte della BCE?
Sì, la banca centrale può finanziare teoricamente qualunque livello della spesa pubblica. La monetizzazione del deficit è una forma di finanziamento senza costituzione di debito per lo stato finanziato, cui ricorrono altri paesi nel mondo. L’UE avrebbe dovuto rispondere alla crisi del coronavirus con un piano europeo finanziato dalla BCE. L’unico possibile rischio di questa forma di intervento è l’inflazione, ma nella profonda crisi in cui ci troviamo questo rischio è del tutto assente. D’altronde, la BCE sta immettendo liquidità per arginare gli attacchi speculativi contro il debito di alcuni paesi e non vi è certo pressione inflazionistica. Non credo alla scusa delle difficoltà giuridico-formali, la verità è che non c’è la volontà politica di procedere in questa direzione.
Parlando di misure di sostegno alle politiche anti-crisi come giudica la scelta di respingere la proposta degli eurobond avanzata dall'Italia in favore del recovery fund?
Un errore ulteriore. La proposta italiana consisteva nell’emissione di titoli di debito comune dei paesi membri verso il mercato. Certo, a differenza della monetizzazione dei deficit, questa seconda possibilità non era a costo zero, ma comunque avrebbe potuto permettere di non contabilizzare una crescita del debito pubblico dei singoli paesi.
Il Consiglio europeo ha invece preferito concentrarsi sulla ipotesi del recovery fund, sul quale però al momento regna l'incertezza. Può spiegarci quali sono i rischi e i possibili vantaggi di questo strumento?
Del recovery fund ad oggi non sappiamo quasi nulla. Sembra che si fonderà sulla emissione di titoli da parte della Commissione europea, con un meccanismo di garanzia legato al bilancio dell’Unione. Ciò rischia di spostare tutto al 2021. Inoltre, sembra che si voglia mettere in atto un meccanismo a leva, per cui l’ammontare di cui genericamente si parla, forse millecinquecento miliardi, sarebbe riferito al complesso degli investimenti teoricamente attivabili con meccanismi di garanzia, non al valore delle risorse affettivamente messe a disposizione dei paesi. Infine, non si sa ancora se ci saranno esclusivamente prestiti a carico del debito dei paesi o anche grants che invece non graveranno sui debiti. Solo se la quota di grants fosse molto significativa, da essa potrebbe arrivare quella spinta alla ripresa senza oneri sul debito che è ciò di cui l’Italia ha bisogno.
Per il momento di sicuro ci sono i prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI), il SURE, strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli stati membri, e soprattutto il Meccanismo europeo di stabilità (MES). A riguardo, tra gli altri, Carlo Cottarelli ed Enzo Moavero Milanesi su Repubblica ne hanno sottolineato i vantaggi.
Sì, ma con argomentazioni molto deboli. In primo luogo, il MES può effettuare solo prestiti, che appesantiscono la condizione della finanza pubblica dei paesi che vi fanno ricorso. Per l’Italia l’unico vantaggio sarebbe costituito dal risparmio di interessi rispetto alla emissione di nostri titoli del debito pubblico, sui quali ancora non è possibile fare stime precise perché non si conoscono i tassi a cui sarà disponibile questa nuova linea di credito, ma si tratterà probabilmente di poche centinaia di milioni in un orizzonte temporale di alcuni anni. E poi, come ribadito in una bozza di regolamento della nuova linea di credito che circola in Europa, vi è la clausola prevista dal Two Pack secondo cui chi accede al MES deve sottoporsi a sorveglianza rafforzata da parte della Commissione Europea.
Insomma, si conferma che l’unica azione di rilievo nella UE la sta mettendo in atto la BCE, con il suo programma di acquisti dei titoli del debito pubblico nel mercato secondario. Ma basterà questa azione ad evitare una crisi del debito italiano?
Il governo prevede che la caduta del pil nel 2020 sarà dell’8% e il debito balzerà solo al 151,8%. In realtà si tratta di previsioni ottimistiche, se confrontate ad esempio con quelle formulate da Goldman Sachs. È chiaro, comunque, che un salto del debito di una ventina di punti percentuali ci porterà in una condizione in cui sarà molto difficile controllare la sostenibilità del debito stesso. E anche se la BCE continuasse con la sua politica di acquisti differenziati dei titoli di debito europei nel mercato secondario, gli oneri del debito pubblico italiano sarebbero asfissianti, quasi il 4% del pil. Viceversa, nel Documento di economia e finanza (DEF) il governo si spinge a ipotizzare un forte rimbalzo del pil nominale al 6,1% nel 2021 e una conseguente discesa del debito sotto il 150% del pil. Uno scenario davvero ottimistico, considerato il quadro complessivamente deludente degli interventi europei. Adottando uno scenario più realistico di maggiore crescita del debito pubblico e minore rimbalzo nel 2021 – come ho fatto in un recente lavoro pubblicato da “Economia e Politica” – si conclude che per stabilizzare il rapporto tra debito e pil nel 2021 potrebbero essere necessari avanzi primari ben superiori al 2%. Insomma, una possibile strada di fronte alla quale ci verremo a trovare, e che certo ci sarà “suggerita” dalla Commissione europea, è una riedizione delle politiche di austerità in forma ancora più pesante. Politiche recessive che arresterebbero del tutto la crescita e ci condannerebbero definitivamente al declino.
Quali saranno le alternative alle politiche di nuovi e più elevati avanzi primari?
Se dall’UE non dovesse venire una seria spinta alla crescita non gravata da altri debiti, c’è il rischio che la politica italiana del futuro venga impostata su altre politiche recessive, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza (risparmio forzoso). Dall’altro lato, ci sarebbe un’alternativa non meno difficile, l’Italexit, la strada del ritorno alla sovranità monetaria, con la svalutazione, i processi inflazionistici e la possibilità di ripagare il debito in una moneta emessa liberamente dallo stato italiano. Scenari che possono essere gestiti in modo differenziato, auspicabilmente scaricando gli oneri principali sui rentiers e non sul lavoro. Per questa ragione occorrerà rivolgere gli investimenti pubblici verso un nuovo modello di sviluppo, che ruoti intorno alle infrastrutture sociali e al welfare.
In ogni caso, scenari da incubo. Possiamo evitarli in qualche modo?
L’UE potrebbe ancora evitarli, se solo i paesi del Nord comprendessero gli effetti disastrosi, anche per le loro economie, di una eventuale implosione dell’unione monetaria, e si decidessero a procedere verso un sentiero realmente unitario, cominciando col sostenere energicamente la ripresa e finanziando dal centro le politiche fiscali coordinate anti-crisi. D’altronde, come scrisse saggiamente Nicholas Kaldor nel lontanissimo 1971, “una unione monetaria ed economica è irraggiungibile senza un’unione politica; e quest’ultima presuppone integrazione delle politiche fiscali e non già armonizzazione delle politiche fiscali”.
(2 maggio 2020)
Fonte
di Daniele Nalbone
Professore, la crisi determinerà un crollo del pil italiano di 8 punti percentuali nel 2020. A questo va aggiunta la riduzione dell'occupazione già in atto e un salto del debito pubblico verso il 160% del pil. In questo scenario, quale futuro attende il nostro Paese?
Da una situazione grave come quella che si profila per il futuro italiano si uscirà o con politiche recessive e deflazionistiche o con spinte all’inflazione. In entrambi i casi, ci troveremo a percorrere sentieri impervi e caratterizzati da forti costi sociali. Pagheremo un prezzo salato per la totale inadeguatezza del quadro delle regole europee.
Andiamo con ordine. A suo avviso le responsabilità dell’UE esplodono con la crisi del coronavirus?
No. La vicenda dell’Italia nell’eurozona è stata già difficilissima dopo la crisi del 2008. In quella fase, sotto l’incalzare della Commissione europea, il paese si è impegnato nel praticare austerità, realizzando ogni singolo anno, con l’eccezione del 2009, manovre di bilancio in avanzo primario, ponendo cioè l’asticella della spesa pubblica di scopo al di sotto del prelievo fiscale. A questo fine, sono stati tagliati tutti i capitoli del welfare, dalla sanità alla ricerca, e gli investimenti pubblici. L’effetto dell’austerità è stato il blocco della crescita e l’aumento del rapporto debito pil. L’austerità della Commissione ci ha messo in ginocchio e solo gli acquisti di titoli del nostro debito da parte della Banca centrale europea (BCE, ndr) hanno evitato che la crisi del debito deflagrasse.
Ma lei vede solo responsabilità europee nel disastro che sta delineando dell’economia italiana?
No. Ci sono anche nostre responsabilità. Su tutte il cancro dell’evasione fiscale, che non abbiamo voluto estirpare e che oggi non possiamo più permetterci. E poi il disastro delle riforme strutturali, a cominciare da quelle relative al mercato del lavoro, che hanno contribuito a ridurre la competitività del Paese.
Veniamo all’emergenza del presente. Il 13 marzo scorso lei ha promosso un documento, pubblicato dal Financial Times, nel quale propone un piano europeo anti-virus fatto di politiche fiscali coordinate e centralizzazione dei finanziamenti.
Davanti alla crisi drammatica che si preannunciava, destinata a bloccare contemporaneamente l’offerta e la domanda, occorreva procedere in Europa con politiche strettamente coordinate sul piano sanitario, sul piano dei sostegni alle imprese e alle famiglie, sul piano degli investimenti per rimettere in moto l’economia. E, soprattutto, occorrevano finanziamenti centralizzati per evitare nuove asimmetrie e l’esplosione del debito pubblico che avrebbe inevitabilmente portato alcuni Paesi sulla soglia dell’insostenibilità del debito.
A riguardo della proposta centrale è la monetizzazione dei deficit pubblici da parte della BCE?
Sì, la banca centrale può finanziare teoricamente qualunque livello della spesa pubblica. La monetizzazione del deficit è una forma di finanziamento senza costituzione di debito per lo stato finanziato, cui ricorrono altri paesi nel mondo. L’UE avrebbe dovuto rispondere alla crisi del coronavirus con un piano europeo finanziato dalla BCE. L’unico possibile rischio di questa forma di intervento è l’inflazione, ma nella profonda crisi in cui ci troviamo questo rischio è del tutto assente. D’altronde, la BCE sta immettendo liquidità per arginare gli attacchi speculativi contro il debito di alcuni paesi e non vi è certo pressione inflazionistica. Non credo alla scusa delle difficoltà giuridico-formali, la verità è che non c’è la volontà politica di procedere in questa direzione.
Parlando di misure di sostegno alle politiche anti-crisi come giudica la scelta di respingere la proposta degli eurobond avanzata dall'Italia in favore del recovery fund?
Un errore ulteriore. La proposta italiana consisteva nell’emissione di titoli di debito comune dei paesi membri verso il mercato. Certo, a differenza della monetizzazione dei deficit, questa seconda possibilità non era a costo zero, ma comunque avrebbe potuto permettere di non contabilizzare una crescita del debito pubblico dei singoli paesi.
Il Consiglio europeo ha invece preferito concentrarsi sulla ipotesi del recovery fund, sul quale però al momento regna l'incertezza. Può spiegarci quali sono i rischi e i possibili vantaggi di questo strumento?
Del recovery fund ad oggi non sappiamo quasi nulla. Sembra che si fonderà sulla emissione di titoli da parte della Commissione europea, con un meccanismo di garanzia legato al bilancio dell’Unione. Ciò rischia di spostare tutto al 2021. Inoltre, sembra che si voglia mettere in atto un meccanismo a leva, per cui l’ammontare di cui genericamente si parla, forse millecinquecento miliardi, sarebbe riferito al complesso degli investimenti teoricamente attivabili con meccanismi di garanzia, non al valore delle risorse affettivamente messe a disposizione dei paesi. Infine, non si sa ancora se ci saranno esclusivamente prestiti a carico del debito dei paesi o anche grants che invece non graveranno sui debiti. Solo se la quota di grants fosse molto significativa, da essa potrebbe arrivare quella spinta alla ripresa senza oneri sul debito che è ciò di cui l’Italia ha bisogno.
Per il momento di sicuro ci sono i prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI), il SURE, strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli stati membri, e soprattutto il Meccanismo europeo di stabilità (MES). A riguardo, tra gli altri, Carlo Cottarelli ed Enzo Moavero Milanesi su Repubblica ne hanno sottolineato i vantaggi.
Sì, ma con argomentazioni molto deboli. In primo luogo, il MES può effettuare solo prestiti, che appesantiscono la condizione della finanza pubblica dei paesi che vi fanno ricorso. Per l’Italia l’unico vantaggio sarebbe costituito dal risparmio di interessi rispetto alla emissione di nostri titoli del debito pubblico, sui quali ancora non è possibile fare stime precise perché non si conoscono i tassi a cui sarà disponibile questa nuova linea di credito, ma si tratterà probabilmente di poche centinaia di milioni in un orizzonte temporale di alcuni anni. E poi, come ribadito in una bozza di regolamento della nuova linea di credito che circola in Europa, vi è la clausola prevista dal Two Pack secondo cui chi accede al MES deve sottoporsi a sorveglianza rafforzata da parte della Commissione Europea.
Insomma, si conferma che l’unica azione di rilievo nella UE la sta mettendo in atto la BCE, con il suo programma di acquisti dei titoli del debito pubblico nel mercato secondario. Ma basterà questa azione ad evitare una crisi del debito italiano?
Il governo prevede che la caduta del pil nel 2020 sarà dell’8% e il debito balzerà solo al 151,8%. In realtà si tratta di previsioni ottimistiche, se confrontate ad esempio con quelle formulate da Goldman Sachs. È chiaro, comunque, che un salto del debito di una ventina di punti percentuali ci porterà in una condizione in cui sarà molto difficile controllare la sostenibilità del debito stesso. E anche se la BCE continuasse con la sua politica di acquisti differenziati dei titoli di debito europei nel mercato secondario, gli oneri del debito pubblico italiano sarebbero asfissianti, quasi il 4% del pil. Viceversa, nel Documento di economia e finanza (DEF) il governo si spinge a ipotizzare un forte rimbalzo del pil nominale al 6,1% nel 2021 e una conseguente discesa del debito sotto il 150% del pil. Uno scenario davvero ottimistico, considerato il quadro complessivamente deludente degli interventi europei. Adottando uno scenario più realistico di maggiore crescita del debito pubblico e minore rimbalzo nel 2021 – come ho fatto in un recente lavoro pubblicato da “Economia e Politica” – si conclude che per stabilizzare il rapporto tra debito e pil nel 2021 potrebbero essere necessari avanzi primari ben superiori al 2%. Insomma, una possibile strada di fronte alla quale ci verremo a trovare, e che certo ci sarà “suggerita” dalla Commissione europea, è una riedizione delle politiche di austerità in forma ancora più pesante. Politiche recessive che arresterebbero del tutto la crescita e ci condannerebbero definitivamente al declino.
Quali saranno le alternative alle politiche di nuovi e più elevati avanzi primari?
Se dall’UE non dovesse venire una seria spinta alla crescita non gravata da altri debiti, c’è il rischio che la politica italiana del futuro venga impostata su altre politiche recessive, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza (risparmio forzoso). Dall’altro lato, ci sarebbe un’alternativa non meno difficile, l’Italexit, la strada del ritorno alla sovranità monetaria, con la svalutazione, i processi inflazionistici e la possibilità di ripagare il debito in una moneta emessa liberamente dallo stato italiano. Scenari che possono essere gestiti in modo differenziato, auspicabilmente scaricando gli oneri principali sui rentiers e non sul lavoro. Per questa ragione occorrerà rivolgere gli investimenti pubblici verso un nuovo modello di sviluppo, che ruoti intorno alle infrastrutture sociali e al welfare.
In ogni caso, scenari da incubo. Possiamo evitarli in qualche modo?
L’UE potrebbe ancora evitarli, se solo i paesi del Nord comprendessero gli effetti disastrosi, anche per le loro economie, di una eventuale implosione dell’unione monetaria, e si decidessero a procedere verso un sentiero realmente unitario, cominciando col sostenere energicamente la ripresa e finanziando dal centro le politiche fiscali coordinate anti-crisi. D’altronde, come scrisse saggiamente Nicholas Kaldor nel lontanissimo 1971, “una unione monetaria ed economica è irraggiungibile senza un’unione politica; e quest’ultima presuppone integrazione delle politiche fiscali e non già armonizzazione delle politiche fiscali”.
(2 maggio 2020)
Fonte
28/04/2020
"Per i Paesi dell'Europa del Sud recedere dai Trattati Europei è una scelta obbligata"
di Paolo Maddalena
Il corona virus è più forte di quanto si è generalmente ritenuto. Nel mondo i contagiati sono oltre 3 milioni e i decessi hanno superato quota 211 mila.
In Germania, dopo gli allentamenti delle norme restrittive, si è avuto un aumento dei contagi dallo 0,7 all’uno per cento; ciò significa che la capacità di un individuo di infettare gli altri è salito dello 0,3%.
Molto bene dunque ha fatto il Presidente del Consiglio Conte a usare molta prudenza nell’allentare le misure restrittive italiane della fase 2. La forte reazione negativa di molti politici è quindi insensata e in linea con coloro che non hanno capito l’estrema contagiosità e letalità di questa infezione.
L’Europa si spacca
È da sottolineare inoltre che la potenza del virus ha esplicato tutta la sua forza anche nel dividere gli Stati europei. In questa occasione di emergenza, nella quale ci saremmo aspettati una forte coesione e solidarietà fra gli Stati membri, assistiamo invece al fatto estremamente riprovevole del tentativo degli Stati più forti economicamente di sottomettere gli Stati economicamente più deboli.
Questo tentativo di sopraffazione emerge soprattutto a proposito degli aiuti di Stato. In questo settore la Germania ha chiesto di poter innalzare l’aiuto di Stato alle sue imprese anche se superano, come si era stabilito, il valore patrimoniale di 100 milioni ponendo come limite del valore patrimoniale 5 miliardi; e ciò senza chiedere autorizzazione all’Unione europea.
Ed è da sottolineare che questi aiuti alle imprese sono effettuati con denaro proveniente da tutta la serie di provvedimenti concessi dall’Unione europea, e cioè con il denaro che i singoli Stati versano al bilancio dell’Unione.
La Germania e gli altri paesi del Nord Europa
Insomma la Germania e gli altri paesi del Nord Europa non cessano di sfruttare ogni occasione per favorire i loro interessi nazionalistici.
A questo punto si rivela l’assoluta inconciliabilità tra il principio dell’unità degli Stati d’Europa con il principio concorrenziale formulato dal pensiero neoliberista.
L’Unione presuppone la parità di trattamento e invece in Europa, sempre in virtù di detto principio neoliberista, si assiste a una palese disparità di trattamento fra gli Stati membri, in modo che i più forti dominino quelli più deboli.
In effetti la “forte competitività”, di cui al trattato di Lisbona, ha creato una lotta economica fra gli Stati all’interno dell’Unione. E questo è inaccettabile, perché il risultato sarà la totale sopraffazione dei Paesi più deboli da parte dei Paesi più forti.
Recessione dei trattati europei
È ovvio che in tale situazione la scelta obbligata è quella che i paesi meno forti sul piano economico, e cioè Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia recedano dall’Unione europea, chiedendo in primo luogo alla Corte di giustizia europea se l’esatta interpretazione dei trattati consente questa situazione di predominio di alcuni Stati sugli altri e ricorrendo comunque alla procedura di recesso di cui all’articolo 50 del trattato di Lisbona.
In sostanza, detti paesi, meno fortunati dal punto di vista economico, dovrebbero ritirarsi dai trattati di Maastricht e di Lisbona, ricreando le loro monete nazionali e regolando i rapporti internazionali con le unità di conto, le quali regolano i rapporti di valore fra i vari prodotti scambiati.
Questa soluzione è imposta, tra l’altro, anche dal fatto incredibile che la Bce non vuole stampare moneta, come fanno tutte le banche centrali del mondo (vedi Stati uniti e Giappone), per venire incontro, in modo egualitario, alle esigenze economiche provocate dalla diffusione del Covid-19.
È vero che i trattati prevedono che ogni paese non può acquistare più del 33% di detta emissione, ma come dicono illustri economisti: “in casi eccezionali si ricorre a misure eccezionali” ed è certamente un caso eccezionale l’espansione mondiale del Covid-19.
Insomma l’egoismo e l’istinto di sopraffazione di Germania, Olanda, Austria e altri paesi del Nord fanno scattare in ogni animo il disperato bisogno di attuare la giustizia fra le nazioni, fine per il quale l’Italia ha sottoscritto i trattati europei (art. 11 Cost.)
Fonte
Il corona virus è più forte di quanto si è generalmente ritenuto. Nel mondo i contagiati sono oltre 3 milioni e i decessi hanno superato quota 211 mila.
In Germania, dopo gli allentamenti delle norme restrittive, si è avuto un aumento dei contagi dallo 0,7 all’uno per cento; ciò significa che la capacità di un individuo di infettare gli altri è salito dello 0,3%.
Molto bene dunque ha fatto il Presidente del Consiglio Conte a usare molta prudenza nell’allentare le misure restrittive italiane della fase 2. La forte reazione negativa di molti politici è quindi insensata e in linea con coloro che non hanno capito l’estrema contagiosità e letalità di questa infezione.
L’Europa si spacca
È da sottolineare inoltre che la potenza del virus ha esplicato tutta la sua forza anche nel dividere gli Stati europei. In questa occasione di emergenza, nella quale ci saremmo aspettati una forte coesione e solidarietà fra gli Stati membri, assistiamo invece al fatto estremamente riprovevole del tentativo degli Stati più forti economicamente di sottomettere gli Stati economicamente più deboli.
Questo tentativo di sopraffazione emerge soprattutto a proposito degli aiuti di Stato. In questo settore la Germania ha chiesto di poter innalzare l’aiuto di Stato alle sue imprese anche se superano, come si era stabilito, il valore patrimoniale di 100 milioni ponendo come limite del valore patrimoniale 5 miliardi; e ciò senza chiedere autorizzazione all’Unione europea.
Ed è da sottolineare che questi aiuti alle imprese sono effettuati con denaro proveniente da tutta la serie di provvedimenti concessi dall’Unione europea, e cioè con il denaro che i singoli Stati versano al bilancio dell’Unione.
La Germania e gli altri paesi del Nord Europa
Insomma la Germania e gli altri paesi del Nord Europa non cessano di sfruttare ogni occasione per favorire i loro interessi nazionalistici.
A questo punto si rivela l’assoluta inconciliabilità tra il principio dell’unità degli Stati d’Europa con il principio concorrenziale formulato dal pensiero neoliberista.
L’Unione presuppone la parità di trattamento e invece in Europa, sempre in virtù di detto principio neoliberista, si assiste a una palese disparità di trattamento fra gli Stati membri, in modo che i più forti dominino quelli più deboli.
In effetti la “forte competitività”, di cui al trattato di Lisbona, ha creato una lotta economica fra gli Stati all’interno dell’Unione. E questo è inaccettabile, perché il risultato sarà la totale sopraffazione dei Paesi più deboli da parte dei Paesi più forti.
Recessione dei trattati europei
È ovvio che in tale situazione la scelta obbligata è quella che i paesi meno forti sul piano economico, e cioè Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia recedano dall’Unione europea, chiedendo in primo luogo alla Corte di giustizia europea se l’esatta interpretazione dei trattati consente questa situazione di predominio di alcuni Stati sugli altri e ricorrendo comunque alla procedura di recesso di cui all’articolo 50 del trattato di Lisbona.
In sostanza, detti paesi, meno fortunati dal punto di vista economico, dovrebbero ritirarsi dai trattati di Maastricht e di Lisbona, ricreando le loro monete nazionali e regolando i rapporti internazionali con le unità di conto, le quali regolano i rapporti di valore fra i vari prodotti scambiati.
Questa soluzione è imposta, tra l’altro, anche dal fatto incredibile che la Bce non vuole stampare moneta, come fanno tutte le banche centrali del mondo (vedi Stati uniti e Giappone), per venire incontro, in modo egualitario, alle esigenze economiche provocate dalla diffusione del Covid-19.
È vero che i trattati prevedono che ogni paese non può acquistare più del 33% di detta emissione, ma come dicono illustri economisti: “in casi eccezionali si ricorre a misure eccezionali” ed è certamente un caso eccezionale l’espansione mondiale del Covid-19.
Insomma l’egoismo e l’istinto di sopraffazione di Germania, Olanda, Austria e altri paesi del Nord fanno scattare in ogni animo il disperato bisogno di attuare la giustizia fra le nazioni, fine per il quale l’Italia ha sottoscritto i trattati europei (art. 11 Cost.)
Fonte
26/04/2020
Dal coronavirus al debito. Come l’emergenza sanitaria consolida le relazioni di potere tra Paesi europei
Rapporto di debito e governance europea
Se dal punto di vista formale il rapporto di scambio è una relazione tra pari, lo stesso non può dirsi per il rapporto di debito. Esso è sempre una relazione tra diseguali: tra un creditore egemone e un debitore subalterno, il primo interessato a protrarre nel tempo lo stato di soggezione per assicurarsi un regolare flusso di denaro, ma anche e soprattutto per mantenere a lungo il controllo sul secondo. Questo vale per le persone, ma non solo per esse: pure le comunità politiche, inclusi evidentemente gli Stati, utilizzano il debito per esercitare potere. E anche in questo caso il rapporto debitorio costituisce un dispositivo di governo della produzione e riproduzione di soggettività[1], quelle individuali esattamente come quelle collettive.
L’Unione europea ha elevato il rapporto di debito a paradigma delle relazioni tra gli Stati membri. Lo ha fatto alimentando politiche monetarie e di bilancio concepite ad arte per riservare ad alcuni Paesi lo status di creditori e imprigionare altri nel ruolo di debitori. Certo, tutti gli Stati sono debitori, se non altro perché l’indebitamento sovrano si è imposto come espediente attraverso cui il capitalismo ha guadagnato tempo: ha consentito di finanziare il welfare e di rimandare così la sua crisi in quanto ordine in costante frizione con la democrazia[2]. Non tutti sono però debitori allo stesso modo: alcuni Paesi sono capaci di controllare la produzione della disciplina monetaria e di bilancio e di utilizzarla per rendere cronica e irreversibile la condizione di inferiorità degli altri Paesi[3].
La stabilità di questo schema dipende dalla capacità dei Paesi creditori di utilizzare a danno dei Paesi debitori un meccanismo identico a quello utilizzato per esercitare controllo sulle persone. A queste ultime i sistemi di welfare sventrati dalle politiche monetarie e di bilancio europee assicurano assistenza finanziaria entro la soglia della povertà per impedire loro di uscire da quella condizione[4]. E lo Stesso vale per gli Stati che si intendono ridurre nella condizione di corpi politici subordinati: occorre loro consentire un bilancio insufficiente a elevarli dal loro status di indigenti.
I periodi di crisi sono i momenti più adatti a consolidare un simile assetto, dal momento che comportano perdite i cui effetti si fanno sentire con intensità inversamente proporzionale alla solidità delle finanze pubbliche. È quanto avvenuto con la crisi del debito sovrano, utilizzata per legittimare forme di assistenza finanziaria agli Stati europei condizionata alla realizzazione di riforme di matrice neoliberale: espediente con il quale si sono condannati i Paesi debitori a livelli di crescita particolarmente bassi e soprattutto a non emanciparsi dalla loro condizione di inferiorità.
Lo stesso scenario si sta riproponendo ora come conseguenza dell’emergenza sanitaria collegata alla pandemia da coronavirus. La crisi economica che ne deriverà sarà devastante e richiederà l’impiego di immani risorse pubbliche: quelle che solo una Banca centrale può creare attraverso la monetizzazione del debito[5]. Questa soluzione è stata adottata in Paesi non certo ostili all’ortodossia neoliberale, come il Regno Unito e gli Stati Uniti[6]. È tuttavia preclusa dai Trattati europei, che perseguono l’obiettivo di imporre agli Stati di rivolgersi ai mercati, a cui viene così attribuito il compito di disciplinare il loro comportamento. A meno che non accettino l’assistenza finanziaria condizionata, che come abbiamo detto costituisce un rimedio peggiore del male, o in alternativa un’assistenza a tassi agevolati ma pur sempre fonte di ulteriore indebitamento.
Questo schema emerge in modo chiaro dalle misure finora ipotizzate per affrontare l’emergenza sanitaria e la relativa crisi economica, appena sintetizzate nel documento conclusivo dell’ultima riunione dell’Eurogruppo[7]. Si è detto che queste misure consentono di mobilitare centinaia di miliardi di Euro a disposizione di Stati, lavoratori e imprese, capaci così di fronteggiare in modo efficace le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Sotto la cortina fumogena di questi proclami si nasconde però una realtà molto diversa: si delinea la volontà di utilizzare l’emergenza sanitaria per alimentare il rapporto debitorio come paradigma delle relazioni tra Stati. Per consolidare così ulteriormente gli attuali assetti di potere entro la costruzione europea.
Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes)
Il Mes è il principale strumento utilizzato dalla costruzione europea per alimentare relazioni tra Stati modellate sul rapporto debitorio, tanto da rappresentarne l’emblema. È previsto da una disposizione del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea inserita in piena crisi del debito sovrano per fondare una deroga al principio del non salvataggio finanziario: per cui “l’Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro” (art. 125)[8]. In deroga a questo principio si stabilisce che il Meccanismo può fornire assistenza finanziaria, tuttavia solo se sottoposta a “rigorosa condizionalità” (art. 136). Precisamente:
Gli Stati membri la cui moneta è l’Euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona Euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Emerge così un primo ostacolo a quanto ipotizzato dall’ultima riunione dell’Eurogruppo, ovvero che il Mes possa essere attivato con condizionalità minime: un “impegno a utilizzare questa linea di credito per sostenere il finanziamento nazionale dei costi diretti e indiretti per la sanità, le cure e la prevenzione”. L’idea di condizionalità minime è del resto contrastante anche con il Trattato istitutivo del Mes[9], che parla di “sostegno alla stabilità” unicamente “sulla base di condizioni rigorose”, oltretutto definite all’esito di una valutazione sulla “sostenibilità del debito pubblico” del Paese richiedente assistenza (art. 13).
Questo vale evidentemente anche per la specifica forma di assistenza finanziaria scelta dall’Eurogruppo per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Il Mes dovrebbe intervenire con quanto il suo trattato istitutivo definisce come “assistenza finanziaria precauzionale”, per la quale si prevedono due forme: una “linea di credito condizionale precauzionale” e una “linea di credito soggetta a condizioni rafforzate” (art. 14). La prima forma è prevista per i Paesi che presentano “una situazione economica e finanziaria fondamentalmente sana”, in particolare dal punto di vista dei limiti al deficit e al debito previsti dal Patto di stabilità e crescita. La seconda forma è per i Paesi che non rispettano questi parametri e tuttavia si trovano in una “situazione economica generale” comunque “sana”[10].
Se davvero l’Eurogruppo non intendeva ricorrere al Mes in funzione punitiva, poteva quantomeno prevedere il ricorso alla linea di credito condizionale precauzionale. Invece ha inteso utilizzare la linea di credito rafforzata, e soprattutto ha precisato che la deroga al regime delle condizionalità finisce con la conclusione della “crisi da Covid 19”. Successivamente gli Stati saranno nuovamente “impegnati a rafforzare i loro fondamentali economici e finanziari coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale europea”. La formula è vaga e lascia spazio alla possibilità che l’assistenza fornita alla sola condizione di impiegarla per la sanità, le cure e la prevenzione, possa presto essere caricata di ulteriori vincoli. Il che sarebbe del resto in linea con quanto affermato dal Presidente dell’Eurogruppo, che commentando l’esito dell’ultima riunione ha voluto precisare che i Paesi assistiti dal Mes “restano soggetti al quadro di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale europea”[11].
E se anche così non fosse, un qualsiasi Stato dell’Unione potrebbe ricorrere alla Corte di giustizia Ue per chiedere l’annullamento degli atti europei in contrasto con i Trattati (art. 263 TfUe): nello specifico degli atti con i quali si è autorizzata un’assistenza finanziaria non sottoposta a rigorose condizionalità. Il tutto mentre la Corte ha già avuto modo di pronunciarsi su questi aspetti, precisando che la condizionalità deve essere rigorosa per legittimare la deroga al principio del non salvataggio finanziario:
La condizionalità prevista non costituisce uno strumento di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, bensì è diretta a garantire la conformità delle attività del Mes, in particolare, con l’articolo 125 TfUe e con le misure di coordinamento adottate dall’Unione[12].
Se poi, nonostante tutto, si riuscisse davvero a spuntare condizionalità poco impegnative, la possibilità di un loro successivo inasprimento non sarebbe per nulla esclusa. Il Programma di aggiustamento macroeconomico nel quale sono articolate le condizioni dell’assistenza, non a caso dilazionata nel tempo, può essere modificato per tenere conto di “ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi”[13]. Precisamente:
La Commissione, d’intesa con la Bce e, se del caso, con l’Fmi, esamina insieme allo Stato membro interessato le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico, al fine di tenere debitamente conto, tra l’altro, di ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi, anche alla luce delle eventuali ripercussioni derivanti dal programma di aggiustamento macroeconomico, da ricadute negative e da shock macroeconomici e finanziari. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma[14].
Ma non è tutto. Quanto abbiamo indicato come condizionalità minime, ovvero l’impegno a utilizzare l’assistenza per sanità, cure e prevenzione, sono a ben vedere meri “requisiti per accedere alla linea di credito”. Lo precisa il documento dell’Eurogruppo, che parla poi di “condizioni standardizzate preventivamente concordate dagli organi di governo del Mes”, lasciando così intendere che il solo vincolo di destinazione dei fondi ottenuti non esaurisce lo spettro degli impegni del Paese cui sono destinati. Residua cioè spazio per un vero e proprio Programma di aggiustamento macroeconomico, il che sarebbe del resto coerente con i Trattati europei.
Disponiamo così di generici impegni a predisporre una linea di credito con condizionalità formalmente leggere se non azzerate, che non trovano però riscontro effettivo nel diritto europeo, dal quale emergono anzi numerosi possibili appigli per ottenere un risultato molto diverso. Può insomma accadere che fin dall’inizio le condizioni dell’assistenza finanziaria siano impegnative, o che questo si delinei in un secondo momento. Il tutto lasciato ai rapporti di forze, mutevoli ma di norma non favorevoli ai Paesi debitori, che saranno inevitabilmente condizionanti nell’interpretazione di testi così ambigui. Con buona pace degli inguaribili ottimisti, convinti persino che i fondi ottenuti tramite il Mes, utilizzabili per sostenere anche i costi indiretti legati alla sanità, alle cure e alla prevenzione, possano essere impiegati anche per affrontare la crisi economica provocata dal lockdown[15].
L’Eurogruppo ha precisato che i fondi erogati dal Mes non possono complessivamente superare il 2% del pil del Paese destinatario, calcolato alla fine del 2019. Per l’Italia significa poco meno di 36 miliardi: vale la pena correre i rischi evidenziati per un possibile vantaggio iniziale, sicuramente cancellati e ampiamente surclassati dai numerosi vincoli pronti a manifestarsi in tempi brevi? Ha senso attivare una forma di sostegno che sicuramente verrà interpretata come l’ammissione che gli interessi pagati al Mes sono nettamente inferiori rispetto a quelli pagati agli acquirenti di titoli del debito: l’ammissione che vi sono notevoli problemi a finanziarsi sul mercato, anticamera di una esplosione dello spread?
Il Fondo europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione (Sure)
Il pacchetto di misure ipotizzato dall’Eurogruppo comprende anche un fondo per il sostegno al rischio di disoccupazione per quale si è scelto un acronimo appealing: Sure (sicuro). Quanto precisato a proposito di questo fondo costituisce la sintesi di ciò che è contenuto in una proposta di regolamento appena predisposta dalla Commissione[16]. In più vi è solo l’impegno, davvero poco in linea con la volontà di simulare un clima di solidarietà europea, a far sì che l’eventuale consenso alla costituzione del fondo non “pregiudichi la posizione su proposte future in materia di assicurazione contro la disoccupazione”.
Consideriamo dunque la proposta di regolamento per verificare nel dettaglio di cosa si tratta e soprattutto i problemi che pone.
Il primo problema attiene alla base legale del Sure. Viene infatti creato ai sensi della stessa disposizione utilizzata per l’assistenza finanziaria fornita dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) ai Paesi colpiti dalla crisi del debito prima dell’istituzione del Mes: Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. La disposizione è l’art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e in particolare il suo comma 2:
Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato.
Come si vede, la disposizione è chiaramente pensata per interventi volti ad affrontare crisi asimmetriche. Per questo emerge il riferimento alle condizionalità, indispensabile a giustificare la deroga al principio del non salvataggio finanziario, che il dibattito attuale mostra chiaramente non essere giustificato nel caso di crisi simmetrica. Non sembra però questo il punto di vista della proposta di regolamento, che si sofferma in modo puntiglioso su ciò che lo Stato richiedente l’assistenza del Sure è tenuto a fornire alla Commissione: le “opportune prove” che ha avuto un “aumento repentino e severo della spesa pubblica” e che questo è “direttamente connesso a regimi di riduzione dell’orario di lavoro o misure analoghe” imposte dall’emergenza sanitaria (art. 6).
Da notare anche i richiami al regolamento che disciplina l’assistenza finanziaria agli Stati[17], in particolare quella fornita, come nel caso del Sure, attraverso prestiti (art. 4). Lì si specifica che questi sono erogati “a condizioni predefinite”, ma non è questo il problema: le condizioni fissate dal regolamento istitutivo del Sure sono il solo “aumento repentino e severo” della spesa pubblica per fronteggiare la disoccupazione (art. 3). Più complesso è il contenuto dell’accordo che, ai sensi di questo regolamento, lo Stato assistito deve concludere con la Commissione. Questo deve contenere disposizioni che lo pongono nella condizione di sorvegliato speciale, volte come sono a prevenire abusi e a preservare gli interessi finanziari dell’Unione (art. 220 comma 5):
La Commissione sottoscrive con il Paese beneficiario un accordo contenente disposizioni che: (a) assicurano che il Paese beneficiario verifichi a cadenza regolare che i finanziamenti erogati siano stati utilizzati correttamente in conformità delle condizioni predefinite… (b) assicurano la tutela degli interessi finanziari dell’Unione… (d) assicurano che l’Unione abbia diritto al rimborso anticipato del prestito qualora si riscontri che, in relazione alla gestione dell’assistenza finanziaria, il Paese beneficiario è stato coinvolto in atti di frode o di corruzione… (e) assicurano che tutti i costi sostenuti dall’Unione in relazione all’assistenza finanziaria siano a carico del paese beneficiario.
Insomma, siamo di fornite a uno strumento del tutto inadatto ad affrontare crisi che riguardano l’Unione nel suo insieme. E che soprattutto guarda ai Paesi richiedenti assistenza con il noto atteggiamento delle formiche insospettite da qualsiasi richiesta di solidarietà avanzata dalle cicale. Soprattutto il Sure eroga prestiti e dunque incrementa il debito del Paese richiedente, con ciò alimentando lo schema sul quale si basano i rapporti tra i Paesi europei. Il tutto portando vantaggi davvero contenuti e denunciando anche così la vera finalità della misura nella sua essenza di strumento di governance.
Un primo riscontro lo ricaviamo dalle modalità scelte per costituire il fondo, che innanzi tutto ha una dotazione ben diversa da quella propagandata per produrre consenso attorno alla sua costituzione. I cento miliardi di cui si parla non sono infatti la sua dotazione ordinaria, bensì la cifra che questa non può in alcun modo superare (art. 5), e che oltretutto difficilmente raggiungerà. In effetti il Sure, affinché la sua attività non “comporti cambiamenti nelle scadenze tali da esporre l’Unione a rischi di tasso d’interesse o ad altri rischi commerciali”, opera prendendo “in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali o presso istituzioni finanziarie”[18]. La proposta di regolamento precisa che i Paesi europei sono chiamati a garantire questo prestito fornendo “garanzie irrevocabili, incondizionate e su richiesta” (art. 11) pari al 25% dell’entità di quei prestiti “in linea con la propria quota sul totale del reddito azionale lordo dell’Unione”[19]. E si badi che la prestazione di garanzia non è un obbligo, bensì una facoltà per gli Stati, che dunque possono non attivarsi e determinare una notevole contrazione della capienza del fondo rispetto ai cento miliardi.
Ma non è tutto. La proposta di regolamento stabilisce che nell’arco di un anno il Sure può erogare cifre complessivamente contenute entro il 10% di quei cento miliardi (art. 9). La precisazione è strana per un fondo che non aspira a durare dieci anni: forse discende dall’implicito riconoscimento che non si arriverà mai a quella cifra e che anche spendendo non più di dieci miliardi all’anno il fondo si esaurirà in fretta. Il punto comunque è un altro: è stato calcolato che un Paese come l’Italia, al netto delle cifre impegnate come garanzia irrevocabile, riceverebbe non più di “qualche centinaio di milioni in prestito sui quali risparmiare qualche milione di spesa per interessi”[20].
Infine il Sure adotta il principio di addizionalità, stabilito in termini generali per i Fondi strutturali e di investimento europei a partire dalla fine degli anni Novanta: gli stanziamenti devono aggiungersi e non “sostituirsi alle spese a finalità strutturale pubbliche o assimilabili dello Stato membro”[21]. In altre parole, come ribadito dalla proposta di regolamento, l’assistenza finanziaria europea ai disoccupati non può sostituirsi completamente a quella del Paese destinatario: ha natura meramente “integrativa” (art. 2).
Insomma, quello europeo è un aiuto assolutamente sproporzionato rispetto alle spese necessarie a fronteggiare la disoccupazione provocata dall’emergenza sanitaria. È poi un prestito e dunque aggrava a danno del richiedente la condizione di debitore e dunque di Paese condannato a una condizione di inferiorità. Ed è probabilmente uno specchietto per le allodole, buono solo a far digerire le altre misure ben più insidiose del pacchetto previsto dall’Eurogruppo, a partire dall’intervento del Mes.
Il Fondo per la ricostruzione (Recovery Fund) e altre fantasie
Tra le proposte contemplate dall’Eurogruppo figura anche la costituzione di un Fondo per la ricostruzione, che si propone di finanziare attraverso il bilancio europeo. Questo ha però una consistenza notoriamente minima, come si ricava considerando il Quadro finanziario pluriennale in corso, relativo agli anni dal 2014 al 2020. Esso contempla tra le risorse proprie dell’Unione i prelievi agricoli, i dazi doganali e un’aliquota del reddito nazionale lordo degli Stati membri. Se si considera che l’aliquota procura tre quarti delle entrate, e che complessivamente non può superare l’1,23% del reddito nazionale lordo degli Stati membri[22], si comprende l’assoluta insufficienza del bilancio a finanziare il Fondo per la ricostruzione.
L’Eurogruppo ipotizza che il prossimo Quadro finanziario pluriennale, quello per gli anni dal 2021 al 2027, possa “assumere un ruolo centrale nella ricostruzione”. I negoziati fin qui condotti mostrano però la volontà di alcuni Stati di diminuire l’entità delle risorse impiegate, e difficilmente l’emergenza sanitaria potrà muoverli a mutare radicalmente la loro posizione: quanto abbiamo finora assistito non può certo considerarsi l’indizio di una ritrovata empatia e solidarietà.
Il tutto mentre un Gruppo ad alto livello incaricato dalle istituzioni europee di riformare il sistema delle risorse proprie ha recentemente formulato proposte del tutto inadeguate, in linea con il profilo del suo Presidente: Mario Monti. Nella relazione conclusiva si suggerisce la creazione di alcune imposte europee, che però non sono certo dell’entità idonea a fronteggiare le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Soprattutto il Gruppo ad alto livello ha sottolineato l’opportunità di preservare il principio del pareggio di bilancio sancito dai trattati europei (art. 310 TfUe), e in particolare quanto si reputa un suo corollario: la netta chiusura rispetto alla possibilità di ricorrere all’emissione di titoli del debito sovranazionali[23].
Ovviamente la questione è controversa, come si ricava anche da uno studio realizzato dal Parlamento europeo[24], ma non è questo il punto. È nota l’assoluta contrarietà dei Paesi creditori alla mutualizzazione del debito in genere e a quella che si realizzerebbe attraverso l’emissione di titoli del debito da parte di istituzioni europee o anche degli Stati membri congiuntamente. Per questo la dichiarazione dell’Eurogruppo evita accuratamente di menzionare gli Eurobond, limitandosi a richiamare la possibilità che il Fondo per la ricostruzione sia finanziato attraverso “strumenti finanziari innovativi”: un modo come un altro per lasciar cadere la cosa.
Il tutto mentre anche gli Eurobond possono essere fonte di debito e anche di esborsi per i Paesi europei. Questo non si verifica se sono direttamente acquistati dalla Banca centrale europea, che in tal modo si accingerebbe a monetizzare il debito. Se questo non è il caso, allora occorre rivolgersi al mercato: costituendo prima un patrimonio di garanzia per poi ottenere finanziamenti che prima o poi dovranno essere ripagati. Si resta così nella trappola del debito, con la possibilità forse di ottenere fondi a interessi più favorevoli di quelli accordati a un Paese indebitato, ma la sostanza tuttavia non cambia.
A queste condizioni, se il Fondo deve essere alimentato dal bilancio europeo, non resta probabilmente che il finanziamento diretto da parte dei Paesi europei. L’Eurogruppo lascia intendere che questo potrebbe mettere in moto un meccanismo redistributivo, dal momento il Fondo dovrebbe “assicurare la solidarietà europea agli Stati membri più colpiti”. Nuovamente: gli avvenimenti di questi ultimi tempi non fanno ritenere che si stiano vivendo tempi di solidarietà europea. Checché ne dica la Presidente della Commissione europea, con i suoi discorsi carichi di stucchevole retorica sull’Unione che “ora è con voi”, o sulla “musica dai balconi” che “ha riempito le strade deserte e i cuori di milioni di persone”[25].
Il tutto mentre si moltiplicano le voci di chi intende combinare l’incremento del bilancio europeo con il ricorso allo strumento delle condizionalità. Lo si è detto in ordine alla proposta di “incorporare nel prossimo bilancio dell’Ue una qualche forma di funzione di stabilizzazione”, inizialmente avanzata nella cosiddetta Relazione dei cinque Presidenti. Lì si sostiene l’opportunità di istituire un fondo per la “stabilizzazione macroeconomica per reagire meglio agli shock che non si possono gestire al mero livello nazionale”, che tuttavia non deve “compromettere gli incentivi a condurre una politica di bilancio sana a livello nazionale” bensì promuovere la “conformità con il quadro complessivo di governance dell’Ue”[26]. Un concetto ribadito in occasione del recente dibattito sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria:
Una funzione comune di stabilizzazione potrebbe apportare numerosi benefici alla zona Euro. Integrerebbe gli stabilizzatori di bilancio nazionali in caso di gravi shock asimmetrici e agevolerebbe l’applicazione di politiche di bilancio aggregate per la zona Euro in circostanze inusuali in cui la politica monetaria palesa i propri limiti... L’accesso alla funzione di stabilizzazione dovrebbe essere tassativamente subordinato al rispetto di criteri chiari e all’attuazione continuativa di politiche solide, in particolare quelle che favoriscono una maggiore convergenza nella zona euro[27].
Insomma, nella migliore delle ipotesi ricorrere al bilancio europeo significa prefigurare una partita di giro. Se fosse di entità contenuta non sarebbe dannosa, ma neppure risolverebbe problemi. Se invece fosse sostanziosa significherebbe ancora una volta ricorso all’indebitamento, quindi rafforzamento della governance europea come fonte e presidio di relazioni plasmate dalla logica del rapporto debitorio. Il tutto oltremodo amplificato qualora il ricorso al bilancio europeo fosse combinato con la previsione di condizionalità.
Solo un Piano B ci salverà
Possiamo a questo punto concludere la panoramica sugli strumenti finora ipotizzati per fronteggiare la crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria, per ribadire come sembrino pensati appositamente per consolidare gli attuali rapporti di forza tra Paesi europei. E come un simile risultato sia ottenuto facendo leva sul fine ultimo di quegli strumenti: spingere i Paesi debitori nella spirale del debito per costringerli a gettarsi nel pozzo dell’assistenza finanziaria condizionata. E non si dovrà attendere molto per confrontarsi con questo scenario: il Patto di stabilità e crescita, attualmente solo sospeso[28], tornerà a rappresentare il nucleo fondativo della governance europea. A quel punto un Paese come l’Italia si troverà con un deficit e un debito esplosi oltre ogni limite, anche per l’estrema contrazione del pil, tanto da non essere più in grado di finanziarsi sul mercato.
Tutto ciò si può evitare solo monetizzando il debito, oppure ricorrendo a politiche di bilancio di respiro europeo, o ancora mutualizzando il debito[29]. In assenza di tutto ciò difficilmente si potrà evitare il default[30], che a questo punto appare un risultato voluto, oltretutto non solo dai Paesi nordici: anche in Italia alcuni invocano il vincolo esterno come unica soluzione ai mali italiani, o più semplicemente alle resistenze opposte all’impero dell’ortodossia neoliberale[31].
Si poteva pensare che il Parlamento europeo offrisse una sponda quantomeno per avviare un dibattito volto a scalfire la rigidità delle posizioni dei Paesi creditori, ma ciò si è verificato solo in minima parte. Anche in questo caso si sono ammesse senza remore le forme di assistenza finanziaria da cui scaturisce un aumento di debito per i singoli Stati, tutt’al più beneficiati dalla possibilità di ricevere credito a interessi inferiori rispetto a quelli loro concessi dai mercati. Mentre nel vivace dibattito condotto in aula non si è riusciti a far passare una posizione di favore per gli Eurobond, bocciati in quanto produrrebbero una mutualizzazione del debito.
In loro vece si sono approvate le “obbligazioni per il sostegno della ripresa”, i cosiddetti, Recovery bond, che si propone di garantire con il bilancio europeo, tuttavia solo per mutualizzare il debito futuro: quello che sorgerà una volta varato lo strumento. E lo stesso vale per il ricorso al Quadro finanziario pluriennale, arricchito da un più massiccio ricorso a risorse proprie:
Il Parlamento europeo… ritiene che gli investimenti necessari potrebbero essere finanziati attraverso un Qfp ampliato, i fondi e gli strumenti finanziari dell’Ue esistenti e obbligazioni a sostegno della ripresa garantite dal bilancio dell’Ue; ritiene che tale pacchetto non dovrebbe comportare la mutualizzazione del debito esistente e dovrebbe essere orientato a investimenti futuri[32].
È chiaro che ci troviamo qui di fronte a un trucco. Se il bilancio europeo si limita a garantire i Recovery bond, la loro emissione potrebbe anche essere a carico degli Stati, con vantaggi sull’accumulo del debito legati unicamente al contenimento dei tassi di interesse. Soprattutto i Paesi creditori condurranno estenuanti trattative per il varo dei Recovery bond e del Quadro finanziario pluriennale, che avverrà presumibilmente fuori tempo massimo: quando i Paesi debitori avranno nel frattempo sostenuto spese immani attraverso un indebitamento altrettanto immane. Mettendo a rischio la loro possibilità di finanziarsi presso i mercati o peggio imponendo loro di richiedere l’assistenza finanziaria del Mes, questa volta con condizionalità dure. Del resto al Parlamento europeo il Mes piace, se è vero che non ha remore a suggerire il suo impiego per fronteggiare “le conseguenze immediate della Covid-19”. Con l’aggravante che nel merito non si menzionano neppure le condizionalità alleggerite, mentre ci si riferisce in termini ambigui alle “condizioni di rimborso connesse alla ripresa delle economie”. Precisamente:
Il Parlamento europeo... invita gli Stati membri della zona euro ad attivare i 410 miliardi di Euro del Meccanismo europeo di stabilità con una linea di credito specifica... sottolinea che, come misura a breve termine, il Meccanismo europeo di stabilità dovrebbe immediatamente estendere le linee di credito precauzionali ai Paesi che chiedono di accedervi per far fronte alle esigenze di finanziamento a breve termine per affrontare le conseguenze immediate della Covid-19, con scadenze a lungo termine, tassi competitivi e condizioni di rimborso connesse alla ripresa delle economie degli Stati membri[33].
Non sono diverse le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, contenute in un comunicato del suo Presidente e non anche in un documento ufficiale dell’organo: a dimostrazione della siderale distanza che divide i leader europei proprio sul tipo di assistenza finanziaria da assicurare ai Paesi bisognosi. Nel comunicato si confermano gli impegni assunti in materia di disoccupazione e spese sanitarie, e quindi il ricorso al Sure e al Mes nei termini appena visti. Sul Recovery fund, invece, si dice tutto e niente: sarà la Commissione a formulare “una proposta all’altezza della sfida che ci troviamo ad affrontare”, e a “chiarire il nesso con il Qfp, che in ogni caso dovrà essere adeguato per affrontare l’attuale crisi e le relative conseguenze”[34].
Il Consiglio europeo ha poi approvato una “tabella di marcia per la ripresa”, anche qui spendendo in massima parte parole al vento. Le uniche affermazioni perentorie riguardano la volontà di “approfondire ulteriormente il mercato unico quale componente essenziale della nostra prosperità e resilienza” e di completare “l’unione bancaria e l’unione dei mercati dei capitali”[35]: la volontà di impedire qualsiasi tentazione di porre rimedio alle deformazioni della costruzione europea percorrendo strade autonome rispetto a quelle indicate dall’ortodossia neoliberale.
Se così stanno le cose, è probabile che l’Italia si veda costretta ad abbandonare l’Euro come unica alternativa all’abisso dell’assistenza finanziaria condizionata[36]. Per questo occorre mostrare fin da ora incondizionata determinazione a evitare la spirale dell’indebitamento: mettendo subito sul tavolo della trattativa il recupero della sovranità monetaria.
Proprio questa strada venne scelta dalla Germania in piena crisi dei debiti sovrani, quando l’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso propose di fronteggiarla ricorrendo all’emissione di Eurobond. Fu una proposta prudente e circostanziata, in ultima analisi sottoposta a un regime di condizionalità: ne avrebbero beneficiato i soli Paesi disposti ad adottare “tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina”[37]. Ciò nonostante l’Università delle forze armate tedesche elaborò un piano per attuare nell’arco di pochi giorni l’uscita dall’Eurozona, considerata un’opzione da prendere in considerazione in quanto fonte di oneri minori rispetto a quelli riconducibili a un sistema di condivisione dei rischi. E la cosa venne presentata dai media come non troppo distante dai desiderata di larga parte della classe politica[38].
Anche l’Italia dovrebbe comportarsi nello stesso modo. Magari impedendo che della questione si occupassero i militari, ma comunque evitando di trovarsi un giorno impreparata a fronteggiare un evento che potrebbe comunque diventare inevitabile[39].
Note:
[1] M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista (2011), Roma, 2012.
[2] W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, 2013 e Id., How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, London e New York, 2016.
[3] A. Somma, Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione europea, Reggio Emilia, 2017, p. 8 s.
[4] Come sostenuto per il sistema tedesco di workfare: Die im Schatten sieht man nicht, in Strassenfeger – Sonderausgabe Oktober 2012, www.hinzundkunzt.de/wp-content/uploads/2012/10/SchattenberichtSonderausgabeklein.pdf
[5] A. Stirati, L’Italia, L’Europa e la crisi da coronavirus (1. aprile 2020), www.economiaepolitica.it/l-analisi/crisi-da-coronavirus-italia-europa e R. Realfonzo, Finanziamento delle politiche e scenari del debito dopo il Covid-19 (15 aprile 2020), www.economiaepolitica.it/crisi-economica-coronavirus-italia-unione-europea-mondiale/debito-pubblico-2020.
[6] Solo una banca centrale ci può salvare. Intervista a Stefano Fassina (15 aprile 2020), www.lafionda.org/2020/04/15/solo-una-banca-centrale-ci-puo-salvare-intervista-a-stefano-fassina.
[7] Report on the comprehensive economic policy response to the Covid-19 pandemic (9 aprile 2020), www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/report-on-the-comprehensive-economic-policy-response-to-the-covid-19-pandemic.
[8] Cfr. Decisione del Consiglio europeo 25 marzo 2011 n. 199 che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’Euro.
[9] Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità del 2 febbraio 2010, www.esm.europa.eu/sites/default/files/20150203_-_esm_treaty_-_it.pdf.
[10] Guideline on Precautionary Financial Assistance del 9 ottobre 2012, www.esm.europa.eu/sites/default/files/esm_guideline_on_precautionary_financial_assistance.pdf.
[11] Remarks by Mário Centeno following the Eurogroup videoconference of 9 April 2020, https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/remarks-by-mario-centeno-following-the-eurogroup-videoconference-of-9-april-2020.
[12] Sentenza del 27 novembre 2012, Thomas Pringle contro Governement of Ireland e altri, Causa C‑370/12, nn. 69 e 111.
[13] M. Dani e A.J. Menéndez, Le ragioni di un rotondo No al Mes (3 aprile 2020), www.lacostituzione.info/index.php/2020/04/03/le-ragioni-di-un-rotondo-no-al-mes.
[14] Art. 7 comma 5 Regolamento Ue 21 maggio 2013 n. 472 sul rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona Euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria.
[15] Le Maire: I fondi del Mes si potranno usare anche per coprire le spese non sanitarie (16 aprile 2020), www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/15/news/le-maire-i-fondi-del-mes-si-potranno-usare-anche-per-coprire-le-spese-non-sanitarie-1.38721629.
[16] Proposta di Regolamento che istituisce uno strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza (Sure) a seguito della pandemia di Covid-19 del 2 aprile 2020, Com/2020/139 fin.
[17] Regolamento 18 luglio 2018 n. 1046 che stabilisce le regole finanziarie applicabili al bilancio generale dell’Unione.
[18] Considerando n. 158 Regolamento 18 luglio 2018 n. 1046, cit.
[19] Relazione di accompagnamento alla Proposta del 2 aprile 2020, cit.
[20] Così Stefano Fassina, ripreso da C. Clericetti, L’Ue e il dentifricio più usato dai dentisti (3 aprile 2020), https://clericetti.blogautore.repubblica.it/2020/04/03/la-ue-e-il-dentifricio-piu-usato-dai-dentisti.
[21] Art. 11 Regolamento 21 giugno 1999 n. 1260 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali.
[22] Decisione del Consiglio del 26 maggio 2014 relativa al sistema delle risorse proprie dell’Unione europea, 2014/335/Ue.
[23] Cfr. Future Financing of the Eu. Final Report and Recommendations of the High Level Group on own Resources (dicembre 2016), http://ec.europa.eu/budget/mff/hlgor/library/reports-communication/hlgor-report_20170104.pdf.
[24] Directorate general for internal policies – Policy Department A: Economic and scientific policies, Eurobonds: Concepts and Implications. Compilation of Notes for the Monetary Dialogue of March 2011, www.europarl.europa.eu/cmsdata/174362/20120130ATT36516EN.pdf.
[25] Ursula von der Leyen, Scuateci ora la Ue è con voi (1. aprile 2020), https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/01/news/europa_ursula_von_der_leyen_bruxelles_scusateci_ora_la_ue_e_con_voi-252912437.
[26] Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa (22 giugno 2015), https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/5-presidents-report_it.pdf.
[27] Documento sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria del 31 maggio 2017, Com/2017/291 fin.
[28] Comunicazione della Commissione sull’attivazione della clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita del 20 marzo 2020, Com/2020/123 fin.
[29] S. Fassina, Bce e Commissione Ue inadeguate. L’Eurogruppo sterilizzi il debito pubblico (15 marzo 2020), www.huffingtonpost.it/entry/bce-e-commissione-ue-inadeguate-leurogruppo-sterilizzi-il-debito-pubblico_it_5e6e433ec5b6747ef11ef5af.
[30] Y. Varoufakis, The Eu’s new coronavirus relief deal is a gift to Europe’s enemies (11 aprile 2020), www.theguardian.com/world/commentisfree/2020/apr/11/eu-coronavirus-relief-deal-enemies-debt-eurozone.
[31] Sulla scia di G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, 1996, p. 432 ss.
[32] Risoluzione del Parlamento europeo del 17 aprile 2020 sull’azione coordinata dell’Ue
per lottare contro la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze, P9_TA-PROV (2020) 0054, n. 19.
[33] Ivi, n. 26.
[34] Conclusioni del presidente del Consiglio europeo a seguito della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 23 aprile 2020, www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/23/conclusions-by-president-charles-michel-following-the-video-conference-with-members-of-the-european-council-on-23-april-2020.
[35] Una tabella di marcia per la ripresa. Verso un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa, www.consilium.europa.eu/media/43414/20200421-a-roadmap-for-recovery_it.pdf.
[36] S. Cesaratto, Economia e pandemia: domande e risposte sull’Italia e l’Europa (6 aprile 2020), http://temi.repubblica.it/micromega-online/economia-al-tempo-della-pandemia-domande-e-risposte-sull-italia-e-l-europa.
[37] Cfr. Rinnovamento europeo – Discorso sullo stato dell’Unione del 28 settembre 2011, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/SPEECH_11_607.
[38] M. Hesse et al., Am Abgrund, in Der Spiegel del 28 novembre 2011, www.spiegel.de/spiegel/print/d-82244908.html.
[39] E. Brancaccio, E se l’uscita dall’Euro diventasse inevitabile? (2 maggio 2017), www.ilsole24ore.com/art/e-se-l-uscita-dall-euro-diventasse-inevitabile-AEIla7EB.
Fonte
Se dal punto di vista formale il rapporto di scambio è una relazione tra pari, lo stesso non può dirsi per il rapporto di debito. Esso è sempre una relazione tra diseguali: tra un creditore egemone e un debitore subalterno, il primo interessato a protrarre nel tempo lo stato di soggezione per assicurarsi un regolare flusso di denaro, ma anche e soprattutto per mantenere a lungo il controllo sul secondo. Questo vale per le persone, ma non solo per esse: pure le comunità politiche, inclusi evidentemente gli Stati, utilizzano il debito per esercitare potere. E anche in questo caso il rapporto debitorio costituisce un dispositivo di governo della produzione e riproduzione di soggettività[1], quelle individuali esattamente come quelle collettive.
L’Unione europea ha elevato il rapporto di debito a paradigma delle relazioni tra gli Stati membri. Lo ha fatto alimentando politiche monetarie e di bilancio concepite ad arte per riservare ad alcuni Paesi lo status di creditori e imprigionare altri nel ruolo di debitori. Certo, tutti gli Stati sono debitori, se non altro perché l’indebitamento sovrano si è imposto come espediente attraverso cui il capitalismo ha guadagnato tempo: ha consentito di finanziare il welfare e di rimandare così la sua crisi in quanto ordine in costante frizione con la democrazia[2]. Non tutti sono però debitori allo stesso modo: alcuni Paesi sono capaci di controllare la produzione della disciplina monetaria e di bilancio e di utilizzarla per rendere cronica e irreversibile la condizione di inferiorità degli altri Paesi[3].
La stabilità di questo schema dipende dalla capacità dei Paesi creditori di utilizzare a danno dei Paesi debitori un meccanismo identico a quello utilizzato per esercitare controllo sulle persone. A queste ultime i sistemi di welfare sventrati dalle politiche monetarie e di bilancio europee assicurano assistenza finanziaria entro la soglia della povertà per impedire loro di uscire da quella condizione[4]. E lo Stesso vale per gli Stati che si intendono ridurre nella condizione di corpi politici subordinati: occorre loro consentire un bilancio insufficiente a elevarli dal loro status di indigenti.
I periodi di crisi sono i momenti più adatti a consolidare un simile assetto, dal momento che comportano perdite i cui effetti si fanno sentire con intensità inversamente proporzionale alla solidità delle finanze pubbliche. È quanto avvenuto con la crisi del debito sovrano, utilizzata per legittimare forme di assistenza finanziaria agli Stati europei condizionata alla realizzazione di riforme di matrice neoliberale: espediente con il quale si sono condannati i Paesi debitori a livelli di crescita particolarmente bassi e soprattutto a non emanciparsi dalla loro condizione di inferiorità.
Lo stesso scenario si sta riproponendo ora come conseguenza dell’emergenza sanitaria collegata alla pandemia da coronavirus. La crisi economica che ne deriverà sarà devastante e richiederà l’impiego di immani risorse pubbliche: quelle che solo una Banca centrale può creare attraverso la monetizzazione del debito[5]. Questa soluzione è stata adottata in Paesi non certo ostili all’ortodossia neoliberale, come il Regno Unito e gli Stati Uniti[6]. È tuttavia preclusa dai Trattati europei, che perseguono l’obiettivo di imporre agli Stati di rivolgersi ai mercati, a cui viene così attribuito il compito di disciplinare il loro comportamento. A meno che non accettino l’assistenza finanziaria condizionata, che come abbiamo detto costituisce un rimedio peggiore del male, o in alternativa un’assistenza a tassi agevolati ma pur sempre fonte di ulteriore indebitamento.
Questo schema emerge in modo chiaro dalle misure finora ipotizzate per affrontare l’emergenza sanitaria e la relativa crisi economica, appena sintetizzate nel documento conclusivo dell’ultima riunione dell’Eurogruppo[7]. Si è detto che queste misure consentono di mobilitare centinaia di miliardi di Euro a disposizione di Stati, lavoratori e imprese, capaci così di fronteggiare in modo efficace le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Sotto la cortina fumogena di questi proclami si nasconde però una realtà molto diversa: si delinea la volontà di utilizzare l’emergenza sanitaria per alimentare il rapporto debitorio come paradigma delle relazioni tra Stati. Per consolidare così ulteriormente gli attuali assetti di potere entro la costruzione europea.
Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes)
Il Mes è il principale strumento utilizzato dalla costruzione europea per alimentare relazioni tra Stati modellate sul rapporto debitorio, tanto da rappresentarne l’emblema. È previsto da una disposizione del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea inserita in piena crisi del debito sovrano per fondare una deroga al principio del non salvataggio finanziario: per cui “l’Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro” (art. 125)[8]. In deroga a questo principio si stabilisce che il Meccanismo può fornire assistenza finanziaria, tuttavia solo se sottoposta a “rigorosa condizionalità” (art. 136). Precisamente:
Gli Stati membri la cui moneta è l’Euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona Euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.
Emerge così un primo ostacolo a quanto ipotizzato dall’ultima riunione dell’Eurogruppo, ovvero che il Mes possa essere attivato con condizionalità minime: un “impegno a utilizzare questa linea di credito per sostenere il finanziamento nazionale dei costi diretti e indiretti per la sanità, le cure e la prevenzione”. L’idea di condizionalità minime è del resto contrastante anche con il Trattato istitutivo del Mes[9], che parla di “sostegno alla stabilità” unicamente “sulla base di condizioni rigorose”, oltretutto definite all’esito di una valutazione sulla “sostenibilità del debito pubblico” del Paese richiedente assistenza (art. 13).
Questo vale evidentemente anche per la specifica forma di assistenza finanziaria scelta dall’Eurogruppo per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Il Mes dovrebbe intervenire con quanto il suo trattato istitutivo definisce come “assistenza finanziaria precauzionale”, per la quale si prevedono due forme: una “linea di credito condizionale precauzionale” e una “linea di credito soggetta a condizioni rafforzate” (art. 14). La prima forma è prevista per i Paesi che presentano “una situazione economica e finanziaria fondamentalmente sana”, in particolare dal punto di vista dei limiti al deficit e al debito previsti dal Patto di stabilità e crescita. La seconda forma è per i Paesi che non rispettano questi parametri e tuttavia si trovano in una “situazione economica generale” comunque “sana”[10].
Se davvero l’Eurogruppo non intendeva ricorrere al Mes in funzione punitiva, poteva quantomeno prevedere il ricorso alla linea di credito condizionale precauzionale. Invece ha inteso utilizzare la linea di credito rafforzata, e soprattutto ha precisato che la deroga al regime delle condizionalità finisce con la conclusione della “crisi da Covid 19”. Successivamente gli Stati saranno nuovamente “impegnati a rafforzare i loro fondamentali economici e finanziari coerentemente con il quadro di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale europea”. La formula è vaga e lascia spazio alla possibilità che l’assistenza fornita alla sola condizione di impiegarla per la sanità, le cure e la prevenzione, possa presto essere caricata di ulteriori vincoli. Il che sarebbe del resto in linea con quanto affermato dal Presidente dell’Eurogruppo, che commentando l’esito dell’ultima riunione ha voluto precisare che i Paesi assistiti dal Mes “restano soggetti al quadro di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale europea”[11].
E se anche così non fosse, un qualsiasi Stato dell’Unione potrebbe ricorrere alla Corte di giustizia Ue per chiedere l’annullamento degli atti europei in contrasto con i Trattati (art. 263 TfUe): nello specifico degli atti con i quali si è autorizzata un’assistenza finanziaria non sottoposta a rigorose condizionalità. Il tutto mentre la Corte ha già avuto modo di pronunciarsi su questi aspetti, precisando che la condizionalità deve essere rigorosa per legittimare la deroga al principio del non salvataggio finanziario:
La condizionalità prevista non costituisce uno strumento di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, bensì è diretta a garantire la conformità delle attività del Mes, in particolare, con l’articolo 125 TfUe e con le misure di coordinamento adottate dall’Unione[12].
Se poi, nonostante tutto, si riuscisse davvero a spuntare condizionalità poco impegnative, la possibilità di un loro successivo inasprimento non sarebbe per nulla esclusa. Il Programma di aggiustamento macroeconomico nel quale sono articolate le condizioni dell’assistenza, non a caso dilazionata nel tempo, può essere modificato per tenere conto di “ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi”[13]. Precisamente:
La Commissione, d’intesa con la Bce e, se del caso, con l’Fmi, esamina insieme allo Stato membro interessato le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico, al fine di tenere debitamente conto, tra l’altro, di ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi, anche alla luce delle eventuali ripercussioni derivanti dal programma di aggiustamento macroeconomico, da ricadute negative e da shock macroeconomici e finanziari. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma[14].
Ma non è tutto. Quanto abbiamo indicato come condizionalità minime, ovvero l’impegno a utilizzare l’assistenza per sanità, cure e prevenzione, sono a ben vedere meri “requisiti per accedere alla linea di credito”. Lo precisa il documento dell’Eurogruppo, che parla poi di “condizioni standardizzate preventivamente concordate dagli organi di governo del Mes”, lasciando così intendere che il solo vincolo di destinazione dei fondi ottenuti non esaurisce lo spettro degli impegni del Paese cui sono destinati. Residua cioè spazio per un vero e proprio Programma di aggiustamento macroeconomico, il che sarebbe del resto coerente con i Trattati europei.
Disponiamo così di generici impegni a predisporre una linea di credito con condizionalità formalmente leggere se non azzerate, che non trovano però riscontro effettivo nel diritto europeo, dal quale emergono anzi numerosi possibili appigli per ottenere un risultato molto diverso. Può insomma accadere che fin dall’inizio le condizioni dell’assistenza finanziaria siano impegnative, o che questo si delinei in un secondo momento. Il tutto lasciato ai rapporti di forze, mutevoli ma di norma non favorevoli ai Paesi debitori, che saranno inevitabilmente condizionanti nell’interpretazione di testi così ambigui. Con buona pace degli inguaribili ottimisti, convinti persino che i fondi ottenuti tramite il Mes, utilizzabili per sostenere anche i costi indiretti legati alla sanità, alle cure e alla prevenzione, possano essere impiegati anche per affrontare la crisi economica provocata dal lockdown[15].
L’Eurogruppo ha precisato che i fondi erogati dal Mes non possono complessivamente superare il 2% del pil del Paese destinatario, calcolato alla fine del 2019. Per l’Italia significa poco meno di 36 miliardi: vale la pena correre i rischi evidenziati per un possibile vantaggio iniziale, sicuramente cancellati e ampiamente surclassati dai numerosi vincoli pronti a manifestarsi in tempi brevi? Ha senso attivare una forma di sostegno che sicuramente verrà interpretata come l’ammissione che gli interessi pagati al Mes sono nettamente inferiori rispetto a quelli pagati agli acquirenti di titoli del debito: l’ammissione che vi sono notevoli problemi a finanziarsi sul mercato, anticamera di una esplosione dello spread?
Il Fondo europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione (Sure)
Il pacchetto di misure ipotizzato dall’Eurogruppo comprende anche un fondo per il sostegno al rischio di disoccupazione per quale si è scelto un acronimo appealing: Sure (sicuro). Quanto precisato a proposito di questo fondo costituisce la sintesi di ciò che è contenuto in una proposta di regolamento appena predisposta dalla Commissione[16]. In più vi è solo l’impegno, davvero poco in linea con la volontà di simulare un clima di solidarietà europea, a far sì che l’eventuale consenso alla costituzione del fondo non “pregiudichi la posizione su proposte future in materia di assicurazione contro la disoccupazione”.
Consideriamo dunque la proposta di regolamento per verificare nel dettaglio di cosa si tratta e soprattutto i problemi che pone.
Il primo problema attiene alla base legale del Sure. Viene infatti creato ai sensi della stessa disposizione utilizzata per l’assistenza finanziaria fornita dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) ai Paesi colpiti dalla crisi del debito prima dell’istituzione del Mes: Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. La disposizione è l’art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e in particolare il suo comma 2:
Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato.
Come si vede, la disposizione è chiaramente pensata per interventi volti ad affrontare crisi asimmetriche. Per questo emerge il riferimento alle condizionalità, indispensabile a giustificare la deroga al principio del non salvataggio finanziario, che il dibattito attuale mostra chiaramente non essere giustificato nel caso di crisi simmetrica. Non sembra però questo il punto di vista della proposta di regolamento, che si sofferma in modo puntiglioso su ciò che lo Stato richiedente l’assistenza del Sure è tenuto a fornire alla Commissione: le “opportune prove” che ha avuto un “aumento repentino e severo della spesa pubblica” e che questo è “direttamente connesso a regimi di riduzione dell’orario di lavoro o misure analoghe” imposte dall’emergenza sanitaria (art. 6).
Da notare anche i richiami al regolamento che disciplina l’assistenza finanziaria agli Stati[17], in particolare quella fornita, come nel caso del Sure, attraverso prestiti (art. 4). Lì si specifica che questi sono erogati “a condizioni predefinite”, ma non è questo il problema: le condizioni fissate dal regolamento istitutivo del Sure sono il solo “aumento repentino e severo” della spesa pubblica per fronteggiare la disoccupazione (art. 3). Più complesso è il contenuto dell’accordo che, ai sensi di questo regolamento, lo Stato assistito deve concludere con la Commissione. Questo deve contenere disposizioni che lo pongono nella condizione di sorvegliato speciale, volte come sono a prevenire abusi e a preservare gli interessi finanziari dell’Unione (art. 220 comma 5):
La Commissione sottoscrive con il Paese beneficiario un accordo contenente disposizioni che: (a) assicurano che il Paese beneficiario verifichi a cadenza regolare che i finanziamenti erogati siano stati utilizzati correttamente in conformità delle condizioni predefinite… (b) assicurano la tutela degli interessi finanziari dell’Unione… (d) assicurano che l’Unione abbia diritto al rimborso anticipato del prestito qualora si riscontri che, in relazione alla gestione dell’assistenza finanziaria, il Paese beneficiario è stato coinvolto in atti di frode o di corruzione… (e) assicurano che tutti i costi sostenuti dall’Unione in relazione all’assistenza finanziaria siano a carico del paese beneficiario.
Insomma, siamo di fornite a uno strumento del tutto inadatto ad affrontare crisi che riguardano l’Unione nel suo insieme. E che soprattutto guarda ai Paesi richiedenti assistenza con il noto atteggiamento delle formiche insospettite da qualsiasi richiesta di solidarietà avanzata dalle cicale. Soprattutto il Sure eroga prestiti e dunque incrementa il debito del Paese richiedente, con ciò alimentando lo schema sul quale si basano i rapporti tra i Paesi europei. Il tutto portando vantaggi davvero contenuti e denunciando anche così la vera finalità della misura nella sua essenza di strumento di governance.
Un primo riscontro lo ricaviamo dalle modalità scelte per costituire il fondo, che innanzi tutto ha una dotazione ben diversa da quella propagandata per produrre consenso attorno alla sua costituzione. I cento miliardi di cui si parla non sono infatti la sua dotazione ordinaria, bensì la cifra che questa non può in alcun modo superare (art. 5), e che oltretutto difficilmente raggiungerà. In effetti il Sure, affinché la sua attività non “comporti cambiamenti nelle scadenze tali da esporre l’Unione a rischi di tasso d’interesse o ad altri rischi commerciali”, opera prendendo “in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali o presso istituzioni finanziarie”[18]. La proposta di regolamento precisa che i Paesi europei sono chiamati a garantire questo prestito fornendo “garanzie irrevocabili, incondizionate e su richiesta” (art. 11) pari al 25% dell’entità di quei prestiti “in linea con la propria quota sul totale del reddito azionale lordo dell’Unione”[19]. E si badi che la prestazione di garanzia non è un obbligo, bensì una facoltà per gli Stati, che dunque possono non attivarsi e determinare una notevole contrazione della capienza del fondo rispetto ai cento miliardi.
Ma non è tutto. La proposta di regolamento stabilisce che nell’arco di un anno il Sure può erogare cifre complessivamente contenute entro il 10% di quei cento miliardi (art. 9). La precisazione è strana per un fondo che non aspira a durare dieci anni: forse discende dall’implicito riconoscimento che non si arriverà mai a quella cifra e che anche spendendo non più di dieci miliardi all’anno il fondo si esaurirà in fretta. Il punto comunque è un altro: è stato calcolato che un Paese come l’Italia, al netto delle cifre impegnate come garanzia irrevocabile, riceverebbe non più di “qualche centinaio di milioni in prestito sui quali risparmiare qualche milione di spesa per interessi”[20].
Infine il Sure adotta il principio di addizionalità, stabilito in termini generali per i Fondi strutturali e di investimento europei a partire dalla fine degli anni Novanta: gli stanziamenti devono aggiungersi e non “sostituirsi alle spese a finalità strutturale pubbliche o assimilabili dello Stato membro”[21]. In altre parole, come ribadito dalla proposta di regolamento, l’assistenza finanziaria europea ai disoccupati non può sostituirsi completamente a quella del Paese destinatario: ha natura meramente “integrativa” (art. 2).
Insomma, quello europeo è un aiuto assolutamente sproporzionato rispetto alle spese necessarie a fronteggiare la disoccupazione provocata dall’emergenza sanitaria. È poi un prestito e dunque aggrava a danno del richiedente la condizione di debitore e dunque di Paese condannato a una condizione di inferiorità. Ed è probabilmente uno specchietto per le allodole, buono solo a far digerire le altre misure ben più insidiose del pacchetto previsto dall’Eurogruppo, a partire dall’intervento del Mes.
Il Fondo per la ricostruzione (Recovery Fund) e altre fantasie
Tra le proposte contemplate dall’Eurogruppo figura anche la costituzione di un Fondo per la ricostruzione, che si propone di finanziare attraverso il bilancio europeo. Questo ha però una consistenza notoriamente minima, come si ricava considerando il Quadro finanziario pluriennale in corso, relativo agli anni dal 2014 al 2020. Esso contempla tra le risorse proprie dell’Unione i prelievi agricoli, i dazi doganali e un’aliquota del reddito nazionale lordo degli Stati membri. Se si considera che l’aliquota procura tre quarti delle entrate, e che complessivamente non può superare l’1,23% del reddito nazionale lordo degli Stati membri[22], si comprende l’assoluta insufficienza del bilancio a finanziare il Fondo per la ricostruzione.
L’Eurogruppo ipotizza che il prossimo Quadro finanziario pluriennale, quello per gli anni dal 2021 al 2027, possa “assumere un ruolo centrale nella ricostruzione”. I negoziati fin qui condotti mostrano però la volontà di alcuni Stati di diminuire l’entità delle risorse impiegate, e difficilmente l’emergenza sanitaria potrà muoverli a mutare radicalmente la loro posizione: quanto abbiamo finora assistito non può certo considerarsi l’indizio di una ritrovata empatia e solidarietà.
Il tutto mentre un Gruppo ad alto livello incaricato dalle istituzioni europee di riformare il sistema delle risorse proprie ha recentemente formulato proposte del tutto inadeguate, in linea con il profilo del suo Presidente: Mario Monti. Nella relazione conclusiva si suggerisce la creazione di alcune imposte europee, che però non sono certo dell’entità idonea a fronteggiare le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Soprattutto il Gruppo ad alto livello ha sottolineato l’opportunità di preservare il principio del pareggio di bilancio sancito dai trattati europei (art. 310 TfUe), e in particolare quanto si reputa un suo corollario: la netta chiusura rispetto alla possibilità di ricorrere all’emissione di titoli del debito sovranazionali[23].
Ovviamente la questione è controversa, come si ricava anche da uno studio realizzato dal Parlamento europeo[24], ma non è questo il punto. È nota l’assoluta contrarietà dei Paesi creditori alla mutualizzazione del debito in genere e a quella che si realizzerebbe attraverso l’emissione di titoli del debito da parte di istituzioni europee o anche degli Stati membri congiuntamente. Per questo la dichiarazione dell’Eurogruppo evita accuratamente di menzionare gli Eurobond, limitandosi a richiamare la possibilità che il Fondo per la ricostruzione sia finanziato attraverso “strumenti finanziari innovativi”: un modo come un altro per lasciar cadere la cosa.
Il tutto mentre anche gli Eurobond possono essere fonte di debito e anche di esborsi per i Paesi europei. Questo non si verifica se sono direttamente acquistati dalla Banca centrale europea, che in tal modo si accingerebbe a monetizzare il debito. Se questo non è il caso, allora occorre rivolgersi al mercato: costituendo prima un patrimonio di garanzia per poi ottenere finanziamenti che prima o poi dovranno essere ripagati. Si resta così nella trappola del debito, con la possibilità forse di ottenere fondi a interessi più favorevoli di quelli accordati a un Paese indebitato, ma la sostanza tuttavia non cambia.
A queste condizioni, se il Fondo deve essere alimentato dal bilancio europeo, non resta probabilmente che il finanziamento diretto da parte dei Paesi europei. L’Eurogruppo lascia intendere che questo potrebbe mettere in moto un meccanismo redistributivo, dal momento il Fondo dovrebbe “assicurare la solidarietà europea agli Stati membri più colpiti”. Nuovamente: gli avvenimenti di questi ultimi tempi non fanno ritenere che si stiano vivendo tempi di solidarietà europea. Checché ne dica la Presidente della Commissione europea, con i suoi discorsi carichi di stucchevole retorica sull’Unione che “ora è con voi”, o sulla “musica dai balconi” che “ha riempito le strade deserte e i cuori di milioni di persone”[25].
Il tutto mentre si moltiplicano le voci di chi intende combinare l’incremento del bilancio europeo con il ricorso allo strumento delle condizionalità. Lo si è detto in ordine alla proposta di “incorporare nel prossimo bilancio dell’Ue una qualche forma di funzione di stabilizzazione”, inizialmente avanzata nella cosiddetta Relazione dei cinque Presidenti. Lì si sostiene l’opportunità di istituire un fondo per la “stabilizzazione macroeconomica per reagire meglio agli shock che non si possono gestire al mero livello nazionale”, che tuttavia non deve “compromettere gli incentivi a condurre una politica di bilancio sana a livello nazionale” bensì promuovere la “conformità con il quadro complessivo di governance dell’Ue”[26]. Un concetto ribadito in occasione del recente dibattito sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria:
Una funzione comune di stabilizzazione potrebbe apportare numerosi benefici alla zona Euro. Integrerebbe gli stabilizzatori di bilancio nazionali in caso di gravi shock asimmetrici e agevolerebbe l’applicazione di politiche di bilancio aggregate per la zona Euro in circostanze inusuali in cui la politica monetaria palesa i propri limiti... L’accesso alla funzione di stabilizzazione dovrebbe essere tassativamente subordinato al rispetto di criteri chiari e all’attuazione continuativa di politiche solide, in particolare quelle che favoriscono una maggiore convergenza nella zona euro[27].
Insomma, nella migliore delle ipotesi ricorrere al bilancio europeo significa prefigurare una partita di giro. Se fosse di entità contenuta non sarebbe dannosa, ma neppure risolverebbe problemi. Se invece fosse sostanziosa significherebbe ancora una volta ricorso all’indebitamento, quindi rafforzamento della governance europea come fonte e presidio di relazioni plasmate dalla logica del rapporto debitorio. Il tutto oltremodo amplificato qualora il ricorso al bilancio europeo fosse combinato con la previsione di condizionalità.
Solo un Piano B ci salverà
Possiamo a questo punto concludere la panoramica sugli strumenti finora ipotizzati per fronteggiare la crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria, per ribadire come sembrino pensati appositamente per consolidare gli attuali rapporti di forza tra Paesi europei. E come un simile risultato sia ottenuto facendo leva sul fine ultimo di quegli strumenti: spingere i Paesi debitori nella spirale del debito per costringerli a gettarsi nel pozzo dell’assistenza finanziaria condizionata. E non si dovrà attendere molto per confrontarsi con questo scenario: il Patto di stabilità e crescita, attualmente solo sospeso[28], tornerà a rappresentare il nucleo fondativo della governance europea. A quel punto un Paese come l’Italia si troverà con un deficit e un debito esplosi oltre ogni limite, anche per l’estrema contrazione del pil, tanto da non essere più in grado di finanziarsi sul mercato.
Tutto ciò si può evitare solo monetizzando il debito, oppure ricorrendo a politiche di bilancio di respiro europeo, o ancora mutualizzando il debito[29]. In assenza di tutto ciò difficilmente si potrà evitare il default[30], che a questo punto appare un risultato voluto, oltretutto non solo dai Paesi nordici: anche in Italia alcuni invocano il vincolo esterno come unica soluzione ai mali italiani, o più semplicemente alle resistenze opposte all’impero dell’ortodossia neoliberale[31].
Si poteva pensare che il Parlamento europeo offrisse una sponda quantomeno per avviare un dibattito volto a scalfire la rigidità delle posizioni dei Paesi creditori, ma ciò si è verificato solo in minima parte. Anche in questo caso si sono ammesse senza remore le forme di assistenza finanziaria da cui scaturisce un aumento di debito per i singoli Stati, tutt’al più beneficiati dalla possibilità di ricevere credito a interessi inferiori rispetto a quelli loro concessi dai mercati. Mentre nel vivace dibattito condotto in aula non si è riusciti a far passare una posizione di favore per gli Eurobond, bocciati in quanto produrrebbero una mutualizzazione del debito.
In loro vece si sono approvate le “obbligazioni per il sostegno della ripresa”, i cosiddetti, Recovery bond, che si propone di garantire con il bilancio europeo, tuttavia solo per mutualizzare il debito futuro: quello che sorgerà una volta varato lo strumento. E lo stesso vale per il ricorso al Quadro finanziario pluriennale, arricchito da un più massiccio ricorso a risorse proprie:
Il Parlamento europeo… ritiene che gli investimenti necessari potrebbero essere finanziati attraverso un Qfp ampliato, i fondi e gli strumenti finanziari dell’Ue esistenti e obbligazioni a sostegno della ripresa garantite dal bilancio dell’Ue; ritiene che tale pacchetto non dovrebbe comportare la mutualizzazione del debito esistente e dovrebbe essere orientato a investimenti futuri[32].
È chiaro che ci troviamo qui di fronte a un trucco. Se il bilancio europeo si limita a garantire i Recovery bond, la loro emissione potrebbe anche essere a carico degli Stati, con vantaggi sull’accumulo del debito legati unicamente al contenimento dei tassi di interesse. Soprattutto i Paesi creditori condurranno estenuanti trattative per il varo dei Recovery bond e del Quadro finanziario pluriennale, che avverrà presumibilmente fuori tempo massimo: quando i Paesi debitori avranno nel frattempo sostenuto spese immani attraverso un indebitamento altrettanto immane. Mettendo a rischio la loro possibilità di finanziarsi presso i mercati o peggio imponendo loro di richiedere l’assistenza finanziaria del Mes, questa volta con condizionalità dure. Del resto al Parlamento europeo il Mes piace, se è vero che non ha remore a suggerire il suo impiego per fronteggiare “le conseguenze immediate della Covid-19”. Con l’aggravante che nel merito non si menzionano neppure le condizionalità alleggerite, mentre ci si riferisce in termini ambigui alle “condizioni di rimborso connesse alla ripresa delle economie”. Precisamente:
Il Parlamento europeo... invita gli Stati membri della zona euro ad attivare i 410 miliardi di Euro del Meccanismo europeo di stabilità con una linea di credito specifica... sottolinea che, come misura a breve termine, il Meccanismo europeo di stabilità dovrebbe immediatamente estendere le linee di credito precauzionali ai Paesi che chiedono di accedervi per far fronte alle esigenze di finanziamento a breve termine per affrontare le conseguenze immediate della Covid-19, con scadenze a lungo termine, tassi competitivi e condizioni di rimborso connesse alla ripresa delle economie degli Stati membri[33].
Non sono diverse le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, contenute in un comunicato del suo Presidente e non anche in un documento ufficiale dell’organo: a dimostrazione della siderale distanza che divide i leader europei proprio sul tipo di assistenza finanziaria da assicurare ai Paesi bisognosi. Nel comunicato si confermano gli impegni assunti in materia di disoccupazione e spese sanitarie, e quindi il ricorso al Sure e al Mes nei termini appena visti. Sul Recovery fund, invece, si dice tutto e niente: sarà la Commissione a formulare “una proposta all’altezza della sfida che ci troviamo ad affrontare”, e a “chiarire il nesso con il Qfp, che in ogni caso dovrà essere adeguato per affrontare l’attuale crisi e le relative conseguenze”[34].
Il Consiglio europeo ha poi approvato una “tabella di marcia per la ripresa”, anche qui spendendo in massima parte parole al vento. Le uniche affermazioni perentorie riguardano la volontà di “approfondire ulteriormente il mercato unico quale componente essenziale della nostra prosperità e resilienza” e di completare “l’unione bancaria e l’unione dei mercati dei capitali”[35]: la volontà di impedire qualsiasi tentazione di porre rimedio alle deformazioni della costruzione europea percorrendo strade autonome rispetto a quelle indicate dall’ortodossia neoliberale.
Se così stanno le cose, è probabile che l’Italia si veda costretta ad abbandonare l’Euro come unica alternativa all’abisso dell’assistenza finanziaria condizionata[36]. Per questo occorre mostrare fin da ora incondizionata determinazione a evitare la spirale dell’indebitamento: mettendo subito sul tavolo della trattativa il recupero della sovranità monetaria.
Proprio questa strada venne scelta dalla Germania in piena crisi dei debiti sovrani, quando l’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso propose di fronteggiarla ricorrendo all’emissione di Eurobond. Fu una proposta prudente e circostanziata, in ultima analisi sottoposta a un regime di condizionalità: ne avrebbero beneficiato i soli Paesi disposti ad adottare “tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina”[37]. Ciò nonostante l’Università delle forze armate tedesche elaborò un piano per attuare nell’arco di pochi giorni l’uscita dall’Eurozona, considerata un’opzione da prendere in considerazione in quanto fonte di oneri minori rispetto a quelli riconducibili a un sistema di condivisione dei rischi. E la cosa venne presentata dai media come non troppo distante dai desiderata di larga parte della classe politica[38].
Anche l’Italia dovrebbe comportarsi nello stesso modo. Magari impedendo che della questione si occupassero i militari, ma comunque evitando di trovarsi un giorno impreparata a fronteggiare un evento che potrebbe comunque diventare inevitabile[39].
Note:
[1] M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista (2011), Roma, 2012.
[2] W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, 2013 e Id., How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, London e New York, 2016.
[3] A. Somma, Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione europea, Reggio Emilia, 2017, p. 8 s.
[4] Come sostenuto per il sistema tedesco di workfare: Die im Schatten sieht man nicht, in Strassenfeger – Sonderausgabe Oktober 2012, www.hinzundkunzt.de/wp-content/uploads/2012/10/SchattenberichtSonderausgabeklein.pdf
[5] A. Stirati, L’Italia, L’Europa e la crisi da coronavirus (1. aprile 2020), www.economiaepolitica.it/l-analisi/crisi-da-coronavirus-italia-europa e R. Realfonzo, Finanziamento delle politiche e scenari del debito dopo il Covid-19 (15 aprile 2020), www.economiaepolitica.it/crisi-economica-coronavirus-italia-unione-europea-mondiale/debito-pubblico-2020.
[6] Solo una banca centrale ci può salvare. Intervista a Stefano Fassina (15 aprile 2020), www.lafionda.org/2020/04/15/solo-una-banca-centrale-ci-puo-salvare-intervista-a-stefano-fassina.
[7] Report on the comprehensive economic policy response to the Covid-19 pandemic (9 aprile 2020), www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/report-on-the-comprehensive-economic-policy-response-to-the-covid-19-pandemic.
[8] Cfr. Decisione del Consiglio europeo 25 marzo 2011 n. 199 che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’Euro.
[9] Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità del 2 febbraio 2010, www.esm.europa.eu/sites/default/files/20150203_-_esm_treaty_-_it.pdf.
[10] Guideline on Precautionary Financial Assistance del 9 ottobre 2012, www.esm.europa.eu/sites/default/files/esm_guideline_on_precautionary_financial_assistance.pdf.
[11] Remarks by Mário Centeno following the Eurogroup videoconference of 9 April 2020, https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/remarks-by-mario-centeno-following-the-eurogroup-videoconference-of-9-april-2020.
[12] Sentenza del 27 novembre 2012, Thomas Pringle contro Governement of Ireland e altri, Causa C‑370/12, nn. 69 e 111.
[13] M. Dani e A.J. Menéndez, Le ragioni di un rotondo No al Mes (3 aprile 2020), www.lacostituzione.info/index.php/2020/04/03/le-ragioni-di-un-rotondo-no-al-mes.
[14] Art. 7 comma 5 Regolamento Ue 21 maggio 2013 n. 472 sul rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona Euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria.
[15] Le Maire: I fondi del Mes si potranno usare anche per coprire le spese non sanitarie (16 aprile 2020), www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/15/news/le-maire-i-fondi-del-mes-si-potranno-usare-anche-per-coprire-le-spese-non-sanitarie-1.38721629.
[16] Proposta di Regolamento che istituisce uno strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza (Sure) a seguito della pandemia di Covid-19 del 2 aprile 2020, Com/2020/139 fin.
[17] Regolamento 18 luglio 2018 n. 1046 che stabilisce le regole finanziarie applicabili al bilancio generale dell’Unione.
[18] Considerando n. 158 Regolamento 18 luglio 2018 n. 1046, cit.
[19] Relazione di accompagnamento alla Proposta del 2 aprile 2020, cit.
[20] Così Stefano Fassina, ripreso da C. Clericetti, L’Ue e il dentifricio più usato dai dentisti (3 aprile 2020), https://clericetti.blogautore.repubblica.it/2020/04/03/la-ue-e-il-dentifricio-piu-usato-dai-dentisti.
[21] Art. 11 Regolamento 21 giugno 1999 n. 1260 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali.
[22] Decisione del Consiglio del 26 maggio 2014 relativa al sistema delle risorse proprie dell’Unione europea, 2014/335/Ue.
[23] Cfr. Future Financing of the Eu. Final Report and Recommendations of the High Level Group on own Resources (dicembre 2016), http://ec.europa.eu/budget/mff/hlgor/library/reports-communication/hlgor-report_20170104.pdf.
[24] Directorate general for internal policies – Policy Department A: Economic and scientific policies, Eurobonds: Concepts and Implications. Compilation of Notes for the Monetary Dialogue of March 2011, www.europarl.europa.eu/cmsdata/174362/20120130ATT36516EN.pdf.
[25] Ursula von der Leyen, Scuateci ora la Ue è con voi (1. aprile 2020), https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/01/news/europa_ursula_von_der_leyen_bruxelles_scusateci_ora_la_ue_e_con_voi-252912437.
[26] Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa (22 giugno 2015), https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/5-presidents-report_it.pdf.
[27] Documento sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria del 31 maggio 2017, Com/2017/291 fin.
[28] Comunicazione della Commissione sull’attivazione della clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita del 20 marzo 2020, Com/2020/123 fin.
[29] S. Fassina, Bce e Commissione Ue inadeguate. L’Eurogruppo sterilizzi il debito pubblico (15 marzo 2020), www.huffingtonpost.it/entry/bce-e-commissione-ue-inadeguate-leurogruppo-sterilizzi-il-debito-pubblico_it_5e6e433ec5b6747ef11ef5af.
[30] Y. Varoufakis, The Eu’s new coronavirus relief deal is a gift to Europe’s enemies (11 aprile 2020), www.theguardian.com/world/commentisfree/2020/apr/11/eu-coronavirus-relief-deal-enemies-debt-eurozone.
[31] Sulla scia di G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, 1996, p. 432 ss.
[32] Risoluzione del Parlamento europeo del 17 aprile 2020 sull’azione coordinata dell’Ue
per lottare contro la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze, P9_TA-PROV (2020) 0054, n. 19.
[33] Ivi, n. 26.
[34] Conclusioni del presidente del Consiglio europeo a seguito della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 23 aprile 2020, www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/23/conclusions-by-president-charles-michel-following-the-video-conference-with-members-of-the-european-council-on-23-april-2020.
[35] Una tabella di marcia per la ripresa. Verso un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa, www.consilium.europa.eu/media/43414/20200421-a-roadmap-for-recovery_it.pdf.
[36] S. Cesaratto, Economia e pandemia: domande e risposte sull’Italia e l’Europa (6 aprile 2020), http://temi.repubblica.it/micromega-online/economia-al-tempo-della-pandemia-domande-e-risposte-sull-italia-e-l-europa.
[37] Cfr. Rinnovamento europeo – Discorso sullo stato dell’Unione del 28 settembre 2011, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/SPEECH_11_607.
[38] M. Hesse et al., Am Abgrund, in Der Spiegel del 28 novembre 2011, www.spiegel.de/spiegel/print/d-82244908.html.
[39] E. Brancaccio, E se l’uscita dall’Euro diventasse inevitabile? (2 maggio 2017), www.ilsole24ore.com/art/e-se-l-uscita-dall-euro-diventasse-inevitabile-AEIla7EB.
Fonte
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