di Ernesto Screpanti
C’è un problema che assilla la sinistra europea fin dagli anni della crisi del debito greco: come deve agire un governo popolare per evitare che l’UE faccia fare a un’altra nazione la fine che ha fatto fare alla Grecia? Le scelte effettuate all’epoca dai governi greci (sia quello di Papandreu, 2009-11, sia quello di Tsipras, 2015) causarono non solo una grande sofferenza economica ai loro cittadini, ma anche un grave danno politico alla sinistra europea. Secondo molti osservatori avrebbero dimostrato che i socialisti e i comunisti non hanno la soluzione ai problemi che le politiche e i trattati dell’Unione hanno causato ai popoli europei.
Io invece credo che la soluzione ce l’abbiano, e per dimostrarlo voglio proporre un esercizio di fantapolitica in cui ipotizzo che un governo di vera sinistra vada al potere in Italia.
Non bisogna essere un profeta per prevedere che, appena si sa nel mondo che c’è un ministro dell’economia di sinistra, i “mercati” cominciano a giocare al ribasso sul debito pubblico italiano. Le agenzie di rating declassano il nostro debito a spazzatura, la speculazione alza la testa e la situazione diventa difficile da gestire.
A quel punto interviene la Commissione Europea proponendo di usare la troika per salvare l’Italia dal default, chiedendo però che il governo somministri politiche che tranquillizzino i mercati, cioè propini al popolo una medicina “lacrime e sangue” fatta di tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, riforme delle pensioni, abbassamento dei salari, aumento della disoccupazione e della povertà. Un governo di sinistra non può accettare queste condizioni.
Dovrebbe piuttosto approfittare della crisi per lanciare un forte programma di new deal. Ecco cosa dovrebbe fare secondo me.
New deal: I primi 100 giorni
Il compito più urgente sarà quello di fronteggiare gli attacchi speculativi al debito pubblico. Come primo provvedimento il governo emanerà un decreto di assicurazione dei conti titoli delle famiglie italiane per la parte consistente in titoli di stato nazionali e per un valore non superiore a 200.000 Euro. In questo modo tranquillizzerà i piccoli risparmiatori.
Poi aprirà un credito in c/c del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) presso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) (o la sua controllata Bancoposta), la quale Cassa ha tra i suoi compiti quello di fornire credito alle istituzioni pubbliche e allo Stato. Ricordo che oggi il MEF controlla circa l’84% di CDP e, direttamente e tramite CDP, il 65% di Poste Italiane. Il governo porterà la proprietà pubblica di entrambe le aziende al 100%.
Nazionalizzerà anche la Banca d’Italia (BdI). A sinistra se ne parlava già nel secolo scorso. Nel 2016 è stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge di nazionalizzazione. Nel 2018 una proposta simile è stata presentata da Fratelli d’Italia.
In seguito al rifiuto del governo di sottostare al diktat della Commissione Europea e di accettare il “salvataggio” della troika, i “mercati” manifesteranno una forte aspettativa di default, i rating verranno portati in zona C e la speculazione si scatenerà. Lo spread schizzerà alle stelle, il che permetterà al governo di riacquistare i titoli in scadenza a bassissimo prezzo.
A questo punto il governo ordinerà a CDP di comprare sul mercato per conto del MEF titoli di stato italiani. L’operazione, almeno in parte, verrà finanziata dal MEF andando in rosso sul suo conto corrente presso CDP. Se il governo si indebita in questo modo, vuol dire che crea moneta.[1] Non è base monetaria, non essendo creata dalla Banca Centrale. CDP non è una banca, ma lo è Bancoposta. La moneta da essa creata è moneta bancaria. In pratica il MEF utilizzerebbe CDP come una pseudo banca centrale e le farebbe svolgere alcune delle funzioni che svolgeva BdI prima del “divorzio” del 1981.
L’espansione monetaria verrà utilizzata non solo per finanziare le “operazioni sul mercato aperto” con cui CDP ricomprerà i titoli di stato, ma anche per sostenere una forte crescita della spesa pubblica, in modo da evitare che la crisi finanziaria si trasmetta all’economia reale.
Un’istituzione simile alla CDP è già stata utilizzata in operazioni di finanziamento del governo, ad esempio in Germania, dove la Kreditanstalt für Wiederaufbau (un ente pubblico di cui è proprietario il governo federale per l’80% e i Länder per il 20%) è intervenuta nelle aste dei titoli di stato svolgendo la funzione di prestatore di ultima istanza tipica di una banca centrale.
Acquistava il residuo di titoli non collocati nel mercato primario al prezzo deciso dal governo. Poi li rivendeva gradualmente nel mercato secondario. Nella mia proposta di politica economica CDP svolgerà non solo questo tipo di azione, ma anche un’azione di finanziamento monetario diretto.
Se i mercati portassero i titoli al 20% del valore nominale, per ogni 100 Euro di moneta creata, si estinguerebbero 500 Euro di debito pubblico. A maggio 2023 il debito pubblico italiano era detenuto da: BdI (25,8%), banche italiane (24,5%), altre istituzioni finanziarie italiane (12,3%), istituzioni finanziarie straniere (26,5%) e famiglie italiane (10,9%).
A ottobre 2023 il debito pubblico italiano era di 2868 miliardi di Euro. Ne sottraiamo il 25,8% (la quota detenuta da BdI) e arriviamo a 2.128. La metà è 1.064. Se venisse acquistata al 20% del valore nominale, avremmo bisogno di 213 miliardi di Euro, una cifra più alta del valore del disavanzo pubblico del 2022 (153,5 miliardi di Euro). La liquidità della CDP (circa 150 miliardi di Euro) non sarebbe sufficiente, di qui la necessità di creare nuova moneta.
Durante la crisi BdI svolgerà due funzioni: 1) offrirà o domanderà titoli per stabilizzarne i prezzi attorno ai livelli auspicati dal MEF; 2) rifornirà di base monetaria le banche commerciali.[2] Alla fine della crisi, il debito pubblico residuale che si trova nel suo portafoglio verrà annullato, essendo debito di stato detenuto dallo stato.
È possibile che nel giro di 2-3 mesi il rapporto debito/pil arrivi al 60-70%. Dipende dal prezzo a cui i mercati (speculazione, BdI e CDP) spingono i prezzi dei titoli. Comunque andrebbe bene anche se si arrivasse a un rapporto intorno al 90%. Nessuno può prevedere con precisione l’esito finale del processo di mercato in presenza di una crisi, per cui non si può escludere che per arrivare al 90% debba essere necessario praticare un leggero haircut. Ma lo ritengo improbabile.
Va da sé che una crisi del debito come quella sopra descritta non sarebbe una passeggiata tra rose e fiori. Emergerebbero vari problemi, i principali dei quali sono i seguenti: 1) un aumento delle difficoltà finanziarie delle banche, 2) una probabile corsa agli sportelli, 3) una tendenza alla fuga dei capitali all’estero, 4) un crollo della borsa valori, soprattutto del settore finanziario.
Si tenga presente che a marzo 2023 Intesa Sanpaolo deteneva titoli di Stato italiani per un valore che pesava per circa il 7% sugli attivi di bilancio. In Unicredit il peso era del 4,4%, in Banco Bpm del 5,8%, in Bper del 6,6%. Il che vuol dire che queste banche sarebbero in grado di reggere abbastanza bene una forte svalutazione dei titoli di stato italiani. Sembra che le grandi banche si siano preparate da tempo per fronteggiare una crisi del debito pubblico.[3] Forse qualche piccola banca imprevidente incontrerebbe difficoltà più serie. E certamente tutte assisterebbero a una forte perdita di valore in borsa per effetto della speculazione. Ebbene il governo interverrà per salvare le banche eventualmente prossime al fallimento. Lo farà sottoscrivendo aumenti di capitale al valore di borsa, e ogni Euro così investito sarà un Euro di proprietà pubblica.
Quanto al secondo problema, già esistono norme di limitazione della quantità di contante che può essere prelevato agli sportelli. Queste norme andranno perfezionate e rese temporaneamente più severe, ponendo limiti alle quantità che possono essere prelevate settimanalmente (anche con bancomat e carte di credito). Allo stesso tempo BdI rifornirà le banche commerciali di base monetaria d’emergenza.
Il terzo problema va affrontato con l’introduzione di severi controlli delle fughe di capitale, cosa fattibile in quanto gran parte delle fughe passano per operazioni bancarie sull’estero. Finché dura la crisi dovrà essere proibito effettuare molti tipi di queste operazioni. La BdI è in grado di verificare le trasgressioni.[4]
Sul quarto problema c’è poco da fare, salvo approfittare del crollo dei valori per acquistare a prezzi di realizzo parti di proprietà di imprese private che il governo vuole controllare perché le considera strategiche.
Come che sia, tutti e quattro i problemi si risolvono spontaneamente appena l’economia esce dalla crisi finanziaria e soprattutto appena i “mercati” capiscono che la politica economica espansiva del governo ha successo nell’alimentare la crescita del pil mantenendo stabile il rapporto debito/pil.
New deal: i primi 5 anni
La creazione di moneta può essere proseguita nel tempo. Quindi si può fare una politica fiscale espansiva con forte aumento della spesa pubblica.
Per recuperare i 40 anni di stagnazione che ci stanno alle spalle, è necessario che il pil reale cresca al 5-6% l’anno per un po’ di tempo. Così si darà una forte spinta alla crescita dell’occupazione.[5]
Il disavanzo pubblico resterà elevato. Sarebbe soprattutto disavanzo primario, perché CDP interverrà alle aste dei titoli di stato per stabilizzarne il rendimento al livello deciso dal governo. Con un’alta crescita del pil e un basso tasso di rendimento dei titoli, il rapporto debito/pil tenderebbe naturalmente a diminuire in presenza di un elevato disavanzo pubblico, come dimostro in appendice. Comunque il disavanzo e i metodi di finanziamento (moneta e debito) verrebbero calibrati in modo da far crescere il debito pubblico al 5-6% l’anno (più il tasso d’inflazione) in modo da stabilizzare il rapporto debito/pil.
In forza della legge di Kaldor-Verdoorn la crescita del pil farà aumentare anche la produttività del lavoro, la quale, sommando la componente endogena e quella esogena, potrebbe crescere del 3-4% l’anno. Per innalzare il reddito potenziale forti investimenti (anche in R&D) verranno effettuati dal Ministero dell’Industria (il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” verrà ridenominato così, se non altro in ossequio al senso del ridicolo).
Se i sindacati collaborano, accettando una crescita dei salari reali del 2-3% l’anno (che per i lavoratori sarebbe una manna, rispetto alla tendenza alla diminuzione degli ultimi anni), il costo del lavoro decrescerebbe. Di conseguenza aumenterebbero le esportazioni, contribuendo ad allentare il vincolo estero.
Un possibile punto debole di questo schema di politica economica sta nella bilancia dei pagamenti. Se l’economia cresce a ritmi sostenuti, aumentano le importazioni; se le esportazioni non aumentano in misura adeguata la bilancia commerciale va in deficit e il governo sarà costretto ad abbandonare le politiche espansive.
La crescita dei salari al di sotto di quella della produttività potrebbe non essere sufficiente per equilibrare i conti esteri. Nel qual caso si dovrebbe far ricorso a politiche protezioniste nei confronti dei paesi extraeuropei.
Bisognerebbe escogitare barriere di tipo non tariffario, oppure tariffe difensive (alte nei confronti dei paesi che praticano qualche forma di dumping), oppure accordi commerciali bilaterali che mirino al pareggio delle bilance particolari (ad esempio con la Cina, con la quale nel 2022 abbiamo avuto un deficit commerciale di 41 miliardi di Euro). Una cosa importante da fare per allentare il vincolo estero è una politica industriale di sostituzione delle importazioni.
La politica fiscale espansiva avrà effetti positivi per gli altri ministeri, che potranno attuare vere riforme da lungo tempo auspicate (sanità, scuola, ambiente, edilizia popolare, infrastrutture eccetera).
Il governo dedicherà una parte rilevante del finanziamento alla riappropriazione pubblica delle imprese che operano in condizioni di monopolio naturale e di quelle che producono o gestiscono beni meritori, beni pubblici e risorse comuni. Un’altra parte egualmente rilevante la dedicherà a finanziare l’espansione del settore cooperativo.
Inoltre farà ampio uso politico delle partecipazioni statali per sostenere lo sviluppo e controllare l’inflazione. Ad esempio il MEF detiene (direttamente e/o tramite CDP) il 23,6% di ENEL, il 29,8% di Terna, il 31,3% di Snam, il 32,4% di ENI, il 41,8% di Italgas. Sono tutte aziende che producono o distribuiscono energia.
Queste partecipazioni statali sono pacchetti di controllo.[6] Ebbene è ora che il governo si decida a esercitare il controllo. Le aziende in questione dovranno rompere i cartelli in cui di fatto operano e adottare politiche di prezzi bassi, costringendo i concorrenti ad abbassare i loro. Inoltre dovranno fare forti investimenti per accelerare la transizione verde.
Problemi con l’UE
C’è da scommettere che un tale tipo di politica non sarebbe gradito a diversi paesi europei e alla Commissione. Ci criticherebbero perché avremmo fatto politiche fiscali basate su un forte deficit di bilancio, perché avremmo finanziato il disavanzo creando moneta, perché avremmo minacciato l’indipendenza della BdI, perché avremmo elargito aiuti di stato e perché avremmo messo un po’ in difficoltà qualche banca tedesca e olandese.
Il governo italiano reagirà alle critiche avviando negoziati per realizzare una triplice riforma dei trattati:
1) Bisogna abolire il vincolo sul rapporto deficit/pil: né il 3% né alcun’altra percentuale. Ciò perché, come dimostro in appendice, un elevato rapporto deficit/pil può contribuire alla riduzione del rapporto debito/pil.
2) Bisogna istituire un sistema di finanziamento federale che faccia sistematicamente ricorso all’emissione di eurobond. Inizialmente una quota del debito dei vari stati sarà mutualizzata. Successivamente parte delle spese nazionali potrà essere finanziata con eurobond.
3) Bisogna che la BCE assuma tra le proprie missioni sia quella di conseguire la piena occupazione sia quella di fungere da prestatore di ultima istanza per il collocamento del debito pubblico federale.
Durante le trattative il governo premerebbe per ottenere un allentamento immediato del rigore fiscale facendo leva sul fatto di aver dimostrato praticamente che un elevato deficit pubblico, in quanto contribuisce a sostenere la crescita del pil, può far diminuire, non aumentare, il rapporto debito/pil.
Ci sarà un braccio di ferro. Da una parte la Commissione, la Germania, l’Olanda e chissà chi altro faranno quadrato intorno alle vecchie regole e pretenderanno il rispetto della disciplina fiscale e monetaria; dall’altra l’Italia, forse sostenuta da qualche paese mediterraneo, premerà per una riforma coraggiosa dei trattati.
Va da sé che non sarebbe facile riformare i trattati europei in modo da consentire politiche monetarie mirate alla piena occupazione e rapporti deficit/pil sistematicamente e largamente più ampi del 3%. Non parliamo della possibilità di riformarli in modo da far diventare l’Unione uno stato democratico.
Alla fine, se si vedesse che ci avviamo a perdere il braccio di ferro, bisognerebbe prendere in considerazione l’italexit, che potrebbe anche essere brandita come una minaccia: se non si fanno le riforme, l’Italia sarà costretta a uscire. Non sarebbe un bluff. L’uscita dell’UE potrebbe diventare una scelta obbligata per un governo di sinistra che non vuole sottostare ai diktat restrittivi della Commissione, non vuole fare la fine di Syriza e non vuol far fare al popolo italiano la fine di quello greco... A meno che la semplice minaccia dell’uscita del nostro paese non riesca a far mettere giudizio ai falchi tedeschi. I quali potrebbero paventare il rischio che l’italexit sia seguita dalla frexit, dall’espexit eccetera. Se l’UE si disgregasse, la Germania è il paese che ci rimetterebbe di più.
Comunque il governo dovrebbe tenersi pronto a ogni evenienza. Un piano d’uscita andrebbe segretamente preparato da una commissione ristretta composta da tecnici del Tesoro, di BdI e di CDP.
Dopo la chiusura della crisi del debito, se la Commissione Europea ci metterà in procedura d’infrazione, se la BCE aumenterà i tassi d’interesse, se la Germania ci “suggerirà” di rispettare nel modo più rigoroso il nuovo patto di stabilità e di portare il rapporto deficit/pil all’1,5% in 4 anni, insomma se tutto il concertino europeo tenterà d’imporci l’innesco di un processo di altri 20 anni di stagnazione, il governo denuncerà i trattati europei e dichiarerà l’italexit. E lo farà fulmineamente: un venerdì sera c’è la denuncia, il lunedì mattina entra in vigore l’Euro/Lira.
Dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’UE il governo negozierebbe con la Commissione un regime di libera circolazione delle merci e delle persone in Europa. Su questo punto la Germania ci verrebbe incontro, visto che le catene del valore della sua manifattura si estendono ampiamente in Val Padana.
Inoltre il governo italiano aprirà negoziati per avviare un processo aggregativo mirante alla costituzione di una vera Federazione Europea, democratica e solidale, coinvolgendo inizialmente almeno i paesi dell’area mediterranea. Questa politica la porterebbe avanti comunque, anche se non ci fosse l’italexit. Il new deal dei primi cinque anni, di cui ho trattato sopra, sarebbe meglio che si realizzasse a livello continentale piuttosto che solo nazionale.
Appendice - Come ridurre il rapporto debito/pil aumentando il rapporto deficit/pil
Le variazioni del rapporto debito/pil sono spiegate dalla seguente formula: Δd=(G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d, con: d=D/Y; D=debito pubblico; Y=prodotto interno lordo nominale; G=spesa pubblica; T=entrate pubbliche; G–T=disavanzo primario; r=tasso di interesse; y=ΔY/Y=tasso di crescita del pil nominale.
Facciamo un esempio: Se y=0,06, r=0,01, d=1,5, G/Y=0,46 e T/Y=0,40, sarà [(r-y)/(1+y)]d=-0,07 e G/Y-T/Y=0,06. Quindi Δd=-0,01. Con un tasso d’interesse dell’1%, una pressione fiscale del 40% e un rapporto debito/pil del 150%, la spesa pubblica e il disavanzo primario possono essere accresciuti a livelli tali da far aumentare il pil del 6%, così che il rapporto debito/pil diminuisca di un punto percentuale.7
Si noti che, nell’esempio, il disavanzo primario è il 6% del pil, quello totale il 7,5%. Si noti anche che non c’è creazione di nuova moneta. Ciò perché lo scopo del presente esercizio è di dimostrare che una politica fiscale espansiva può contribuire di per sé alla riduzione del rapporto debito/pil. Il segreto di questa magia sta nel fatto che le variabili che compaiono nella formula non sono tra loro indipendenti. In particolare, y è una funzione crescente di ΔG: una politica fiscale espansiva fa aumentare il reddito e il suo tasso di crescita.
L’argomento si capisce facilmente assumendo che il bilancio sia in pareggio. In tal caso vale un teorema che stabilisce ΔY=ΔG=ΔT. Più aumenta la spesa pubblica (e le tasse) e più alto sarà y=ΔY/Y.
Ovviamente, per evitare un eccessivo aumento della pressione fiscale, si manterrà un bilancio primario in disavanzo. Allora la politica fiscale sarà ancora più efficace, perché il moltiplicatore della spesa pubblica è più alto di quello delle tasse e maggiore di 1. Dunque, se ΔG>ΔT allora ΔY>ΔG. Se le autorità monetarie lavorano per mantenere basso r, gli aumenti di spese e tasse possono essere calibrati in modo da far sì che (G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d minore di 0.
Una politica fiscale espansiva ben ponderata fa diminuire il rapporto debito/pil semplicemente perché fa aumentare la domanda aggregata. Nel lungo periodo può farlo diminuire di più se espande gli investimenti pubblici accrescendo il pil potenziale; e ancora di più se l’aumento della domanda aggregata fa crescere molto gli investimenti privati.
Ma c’è di meglio: se tasse e sussidi vengono redistribuiti in modo da eliminare la povertà e ridurre la disuguaglianza dei redditi, s’innalza il moltiplicatore, e quindi aumentano gli effetti espansivi della spesa pubblica.
Inoltre, non solo y, ma neanche r sono variabili indipendenti. Trattandosi del tasso di rendimento medio sui titoli di stato, dipende dal rischio di default e quindi è una funzione crescente di d. Più basso è il rapporto debito/pil più basso sarà lo spread e il rendimento medio dei titoli di stato. Certamente r è ancorato ai tassi d’interesse determinati dalla Banca Centrale. Ma c’è una certa variabilità, quale è osservabile nella dispersione degli spread dei vari paesi europei. Ne consegue che, se d decresce, e quindi il rischio di default tende a diminuire, anche r diminuirà.
Ebbene, in una situazione in cui la Banca Centrale o la CDP riescono a mantenere un basso tasso di rendimento dei titoli, una politica fiscale espansiva può innescare un circolo virtuoso del seguente tipo: aumenta la spesa pubblica e il disavanzo primario, quindi aumenta il tasso di crescita del pil; se y>r e l’aumento della spesa è ben calibrato, il rapporto debito/pil diminuisce; così diminuisce anche lo spread e r, il che dà un’ulteriore spinta alla diminuzione del rapporto debito/pil.
Un’ultima osservazione. Se un paese fa parte di un’area economica fortemente integrata, non tutto l’aumento di domanda aggregata generato da un aumento della spesa pubblica si risolve in una crescita della produzione nazionale. Una parte si risolverà in un aumento delle importazioni e quindi in una crescita della produzione dei paesi concorrenti.
Questo fenomeno indebolirebbe gli effetti positivi che una politica fiscale espansiva può avere sulla riduzione del rapporto debito/pil. Perciò è importante che: o le politiche fiscali espansive siano fatte da molti paesi dell’area; oppure il paese che le pratica singolarmente le accompagni con politiche mercantiliste.
Note
1) Se vuoi fare le riforme, la prima cosa che ti dicono i critici è: “dove trovi i soldi?” Si tratta una domanda retorica ma legittima, dati i vincoli e le proibizioni che i trattati europei pongono alle politiche economiche degli stati. Ebbene, con il tipo di politica che propongo i soldi il governo li crea. La seconda cosa che ti dicono è: “se crei moneta causi inflazione”. È un dogma della teoria monetarista, ma è falso. In un’economia con alta disoccupazione la crescita della domanda aggregata fa aumentare la produzione, non i prezzi. L’inflazione, se c’è, è causata dall’aumento dei costi.
2) BdI può creare liberamente base monetaria per rifornire le banche. Può farlo senza indebitarsi se emette una quantità non superiore al livello determinato dal capital key (la quota detenuta nel capitale della BCE). Può emetterne anche una quantità superiore, però indebitandosi sulla piattaforma Target2. Si tenga presente che il saldo italiano in Target2 tenderà a peggiorare durante la crisi del debito, se non altro perché CDP comprerà all’estero una parte dei titoli.
3) Nel 2015 il peso medio dei titoli di stato italiani sui bilanci delle 8 principali banche nazionali era di circa l’11%, con una punta del 17,7% per Banco Bpm.
4) Tra i vari provvedimenti temporanei di controllo delle fughe di capitale si possono considerare: la proibizione dell’acquisto di attività finanziarie all’estero (con l’eccezione degli acquisti di titoli di stato italiani da parte di CDP), l’autorizzazione preventiva per gli acquisti di beni o servizi all’estero, la proibizione dell’apertura di nuovi conti esteri e dei trasferimenti sui conti già esistenti, l’imposizione di un limite mensile massimo ai pagamenti sull’estero con carte di credito, l’imposizione di un limite massimo alla quantità di contante che i turisti possono portare all’estero.
5) Per raggiungere rapidamente la piena occupazione bisogna che la crescita del pil sia forte. In un secondo momento, quando i salari saranno arrivati almeno ai livelli francesi (come conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della produttività, oltre che delle riforme del mercato del lavoro che aboliranno ogni tipo di precariato), si può pensare di abbassare il tasso di crescita del pil riducendo l’orario di lavoro. Ridurre l’orario di lavoro quando i salari sono a livelli di fame non farebbe diminuire le ore lavorate, farebbe aumentare il numero di individui che cercano il doppio lavoro.
6) L’attuale governo di destra sta programmando una svendita di azioni di queste imprese. Se la svendita portasse alla perdita di controllo pubblico, il governo di sinistra che sto ipotizzando reagirebbe riacquistando il controllo.
7) I valori dell’esempio sono prossimi a quelli che vigevano in Italia durante il rimbalzo post-COVID.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2024
27/08/2021
Visco, Draghi e il Recovery Plan: un ottimismo ingiustificato
di Ernesto Screpanti
Un’ondata di ottimismo sta travolgendo l’Italia: la vittoria sulla pandemia covid è a portata di mano, l’economia è in forte ripresa, il governo è il migliore possibile e fa politiche keynesiane espansive aiutato dalla BCE e dalla Commissione Europea, dalla quale sta per arrivare “una pioggia di soldi”. “Nulla sarà più come prima”, e nel clima millenaristico tutte le nefandezze del neoliberismo sembrano definitivamente cancellate.
Non voglio essere un pessimista a ogni costo, e non dirò che queste speranze sono proprio tutte infondate. Mi sarà concesso però esprimere almeno qualche dubbio da economista. Cosa che farò articolando un discorso in quattro parti.
Innanzitutto presenterò alcuni dati statistici per spiegare cosa è accaduto all’economia italiana durante la crisi covid e cosa sta accadendo nel rimbalzo; in secondo luogo presenterò una sintesi delle politiche economiche del governo italiano e di quelle della BCE e della Commissione Europea; in terzo luogo esporrò le valutazioni del Governatore della Banca d’Italia; infine avanzerò una critica all’eccesso di ottimismo che trapela da quelle valutazioni.
Ho scelto di concentrarmi sul punto di vista che emerge dalle Considerazioni Finali del Governatore perché è quello della vera classe dirigente italiana e del capo del governo, Draghi, ma il Governatore lo esprime rigorosamente senza nessuna concessione alla ricerca del consenso popolare.
Alcuni dati statistici
Come si nota nella tabella 1, la crisi del 2020 è stata pesantissima. Una crescita del PIL mondiale del -3,3% è la più bassa dalla crisi del 1929 (non considerando gli anni della seconda guerra mondiale), ed è catastrofica in Europa e in Italia.
Nel 2021 c’è una forte ripresa che porta a compensare la caduta dell’anno precedente nel mondo, e massicciamente in Cina e in USA. In Europa invece ci vogliono due anni per un recupero completo. Considerando che già nel 2019 l’Europa andava molto peggio di Cina e USA, cominciamo a capire perché non ci sono grandi motivi di ottimismo per il prossimo futuro.
Si noti anche che l’Italia è il paese che va peggio di tutti i grandi paesi europei sui quattro anni. E bisogna anche dire che le precedenti previsioni del 2021 (che furono fatte a febbraio) davano un tasso di crescita del 4,2%.
Poi il governo Draghi propose una stima un po’ più alta, 4,5% (Draghi e Franco, 2021), stima che col passare del tempo venne sistematicamente rivista al rialzo dal governo stesso e da varie istituzioni, perfino dal Fondo Monetario Internazionale. Le più recenti sparano oltre il 5%. Ma potrebbero aver fatto i conti senza l’oste, cioè la variante delta. Chi vivrà vedrà. L’effetto propagandistico comunque c’è già stato.
La tabella 2 ci dà un quadro più ampio per l’Italia. Si vede subito che il crollo del 2020 infierisce su un trend di crescita zero. Il che, mentre lo rende particolarmente grave, insieme ai dati della tabella 1 ci dà un suggerimento sulla causa fondamentale delle difficoltà economiche del nostro paese, cioè l’Unione Europea.
Previsioni
Il deficit pubblico salta al 9,5% e all’11,7% negli anni 2020 e 2021, il rapporto debito/PIL al 155,8% e al 159,8% rispettivamente. Tra metà del 2019 e metà del 2021 l’occupazione è diminuita di un milione e mezzo di unità, nonostante il blocco dei licenziamenti. Tuttavia nel 2020 il tasso di disoccupazione è diminuito.
La ragione è che chi ha perso il posto di lavoro durante la pandemia non si è messo a cercarne un altro, per cui si è ridotta la forza lavoro, fenomeno che ha colpito soprattutto i giovani e le donne. Il tasso di crescita della produttività, che era rimasto su un trend piatto dal 2004 al 2018, è diminuito drasticamente nei due anni di crisi, e ciò perché la produzione si è ridotta più dell’occupazione.
La riduzione della forza lavoro, della produttività e degli investimenti dovrebbe essere responsabile per la diminuzione dell’output potenziale nel 2020 (-0,6%), il quale crescerà comunque molto poco negli anni 2021 e 2022 (0,7% e 0,4%). Se andrà così, l’output gap probabilmente sarà positivo (le stime di -4,8 e -1,4 mi sembrano fantasiose).
Questo parametro, il cui significato chiarirò nell’Appendice, è molto importante per decidere l’orientamento della politica economica. Se è positivo, la politica fiscale deve essere restrittiva. Vanno rilevati anche due dati importanti che la tabella non mostra: nel 2020 gli investimenti sono diminuiti del 9,1%, i consumi del 10,7%.
Infine, per valutare i drammatici effetti sociali dalla crisi covid, si può gettare uno sguardo sull’andamento della povertà assoluta. Il numero di individui poveri è aumentato di più di un milione di unità dal 2019 al 2020 (da 4.593.000 a 5.602.000), un balzo enorme che spicca su un trend comunque crescente dal 2006. Da allora il numero di poveri è triplicato.
È degno di nota anche il fatto che i consumi si sono ridotti più del reddito disponibile, portando la propensione al risparmio al 15,8%, la più alta d’Europa. Durante una delle più gravi crisi della sua storia il popolo italiano ha risparmiato in media più di un sesto del proprio reddito (nel 2019 aveva risparmiato solo un dodicesimo).
Ovviamente tutti questi risparmi non sono stati effettuati dai poveri, i disoccupati, i cassintegrati, i precari eccetera eccetera. Il che ci dà un’idea di quanto “parsimoniosi” siano stati i nostri milionari, ovvero di come la crisi abbia redistribuito il reddito verso l’alto. In effetti l’indice Gini che misura la disuguaglianza dei redditi è salito dal 34,8% del 2019 al 41,1% nel secondo trimestre 2020. Una vera crisi di classe!
La risposta politica alla crisi
Il governo Conte ha reagito prontamente alla crisi, mettendo in campo importanti provvedimenti di politica fiscale espansiva. Nel 2020 i sussidi, i crediti d’imposta, le riduzioni di oneri fiscali, i contributi alle imprese e al lavoro autonomo si sono espansi fino a superare la cifra di 45 miliardi di euro, mentre alle famiglie sono andati sussidi per oltre 30 miliardi.
L’estensione della cassa integrazione a tutte le imprese e il blocco dei licenziamenti hanno ridotto l’impatto della crisi sui lavoratori. Le garanzie pubbliche sui prestiti, le moratorie sui debiti e le migliori condizioni di finanziamento delle banche hanno consentito a gran parte delle imprese di evitare drammatiche crisi di liquidità. I prestiti sono aumentati dell’8% (nella crisi del 2012 erano diminuiti del 7%).
Questo tipo di politica è continuata nel 2021 dal governo Draghi. Sostanzialmente si è trattato di una politica keynesiana basata sull’aumento dei sussidi che, a fronte di un pesante shock dell’offerta, è servita ad attenuare la crisi nel 2020 e a favorire la ripresa nel 2021.
La politica fiscale ha praticato sistematicamente il deficit di bilancio, perfino annullando i tradizionali saldi positivi del bilancio primario, e promette di continuare su questa strada almeno per un anno ancora. Per il 2021 la Legge di Bilancio prevedeva una spesa pubblica di 812 miliardi di euro ed entrate per un ammontare di 537 miliardi, con un saldo netto da finanziare pari a -275 miliardi.
Si tenga presente che per il 2019 erano state previste cifre pari a 672, 536 e -136 rispettivamente. Dunque le entrate rimarrebbero pressoché invariate. Sono le spese che aumentano.
Questa linea del governo nazionale è sostenuta dalla Banca Centrale Europea, la quale sta facendo una politica monetaria espansiva, fornendo liquidità a basso costo a imprese, banche e governi. Intanto ha lasciato invariati i tassi d’interesse a livelli bassissimi. Ad esempio, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è rimasto allo 0%, quello sui depositi presso la BCE al -0,5%.
Inoltre ha proceduto nell’acquisto di titoli del debito privato e pubblico (non statale) nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (APP). Le operazioni proseguono al ritmo di circa 20 miliardi di euro al mese, con i quali la BCE corre in soccorso alle imprese comprando obbligazioni di ogni tipo e persino carta commerciale. Andranno avanti fino a che la Banca non deciderà di alzare i tassi d’interesse.
Poi è stata varata la terza serie delle Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO III), con cui la BCE fornisce liquidità alle banche senza limiti e a costo zero.
Infine è stato varato il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), con cui vengono acquistati titoli del debito pubblico statale sui mercati secondari. Il programma continuerà fino a che non sarà stata superata la pandemia. Per il governo italiano è stata una mano santa, in quanto gli ha permesso di finanziare il deficit pubblico a interessi piuttosto bassi, ma anche perché ha messo in pancia alla Banca d’Italia il 26% del debito pubblico italiano. Più avanti spiegherò perché questo risultato può tornare utile.
Anche la politica fiscale della Commissione Europea è stata espansiva. Intanto è stata attivata la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità e Crescita. Il ricorso alla clausola serve a permettere la necessaria flessibilità in vista dei provvedimenti volti a contrastare la pandemia. In sostanza i governi sono autorizzati a spendere senza preoccuparsi troppo del pareggio di bilancio. E anche le restrizioni sugli aiuti di Stato alle imprese sono sospese. È in questa maniera che i governi hanno potuto adottare le politiche fiscali di cui sopra.
Inoltre è stato varato il Next Generation EU (NGEU). È composto di due parti: il Recovery and Resilience Facility (RRF) e una quota del Multiannual Financial Framework (MFF). Sono fondi che verranno concessi ai governi nazionali per finanziare le spese necessarie alla ripresa economica e alla lotta contro la pandemia.
Verranno concessi sulla base di Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza (PNRR) con cui i governi stessi espongono il modo in cui intendono spenderli. I Piani dovranno essere approvati prima dalla Commissione e poi dal Consiglio Europeo (a maggioranza qualificata). I fondi saranno dati in diverse tranche, la prima solo sulla base dell’approvazione del PNRR, le successive sulla base della verifica del rispetto degli impegni presi. Quindi sono fondi concessi sotto forte condizionalità.
I fondi RRF saranno finanziati con l’indebitamento. Verranno reperiti sul mercato per un ammontare di 723,8 miliardi. 338 saranno impiegati in sovvenzioni a fondo perduto, 385,8 in prestiti. Sono destinati a finanziare i PNRR nazionali nel periodo 2021-23.
L’MFF sarà finanziato con fondi propri della EU, che sono contributi versati dagli Stati in proporzione al PIL. È spesa pubblica comunitaria che si risolve in fondi strutturali concessi ai governi nazionali ed erogati nel periodo 2021-27. Una parte (83,1 miliardi) rientra nel NGEU.
Il PNRR italiano ha chiesto sovvenzioni per 68,9 miliardi di euro e prestiti per 122,6 miliardi, per un totale di 191,5 miliardi. Buona parte di questi miliardi verrà spesa come segue:
– 55,4 per la transizione verde, cioè principalmente per la mobilità sostenibile, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili.
– 26,1 per la transizione digitale, cioè per estendere le reti a banda larga e il 5G, oltre che per favorire la digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione.
– 26 per l’istruzione e il mercato del lavoro, a sostegno dell’integrazione scuola-lavoro e di corsi di apprendistato e riqualificazione del lavoro.
– 15,6 per la sanità, specialmente per approfondire la telemedicina e l’assistenza domiciliare. Non ci sono cenni a un eventuale intento di invertire il trend delle privatizzazioni del settore.
– 13,2 per la coesione sociale e territoriale, cioè per la costruzione di alloggi sociali, il finanziamento di sostegni a famiglie, bambini e disabili, la realizzazione di infrastrutture soprattutto nel Mezzogiorno.
Sembra un libro dei sogni. Il PNRR italiano è stato elaborato quasi completamente sotto il governo Conte, in collaborazione con gli esperti della Commissione, e completato sotto il governo Draghi. È stato approvato dalla Commissione stessa il 22 giugno.
Ad agosto, dopo l’approvazione del Consiglio, sono stati erogati 24,9 miliardi. Nella relazione di approvazione è messo bene in chiaro che “La Commissione autorizzerà l’erogazione di ulteriori fondi se e quando saranno conseguiti in maniera soddisfacente i traguardi e gli obiettivi previsti” (Commissione Europea, 2021).
La valutazione del Governatore della Banca d’Italia
Il Governatore della Banca d’Italia dà una valutazione molto positiva delle politiche economiche dell’Unione Europea (Visco, 2021). Intanto fa notare che le politiche monetarie sono state fortemente espansive da marzo del 2020, avendo erogato alle banche fondi aggiuntivi per un ammontare di circa 1.500 miliardi di euro ed acquistato titoli del debito pubblico e privato per un ammontare simile.
In questa maniera le banche sono state messe in condizioni di soddisfare il fabbisogno di credito del sistema produttivo, mentre i governi hanno potuto espandere la spesa pubblica senza aggravare il servizio del debito. Così è stato possibile adottare politiche fiscali espansive ricorrendo a deficit di bilancio straordinari che hanno attenuato i danni della recessione.
Visco non si sbilancia come i giornalisti di regime a magnificare la “pioggia di soldi” che arriverà da Bruxelles con il NGEU. Tuttavia sostiene che questo programma avrà effetti positivi in quanto servirà a finanziare i deficit di bilancio con emissione di debito europeo, il che consentirà al governo di diminuire il ricorso diretto al mercato, di ridurre gli interessi sul debito e di allungarne le scadenze, mentre sosterrà la fiducia dei mercati finanziari.
Visco auspica che l’Eurosistema continui a sostenere la ripresa per un po’ di tempo. Ma asserisce che nel lungo periodo la crescita sarà favorita dall’attuazione delle riforme strutturali previste dal PNRR più che da politiche fiscali espansive.
Anche l’azione del Governo italiano è valutata molto positivamente. È servita ad attenuare le conseguenze negative della pandemia sulle famiglie e le imprese e ha evitato un’ondata di fallimenti a catena. È vero che ha aumentato il ruolo del settore pubblico nell’economia.
“Non bisogna però confondere la necessità di uno Stato più efficace nello svolgere le funzioni che già ora gli sono affidate con quella di estenderne i compiti. L’esperienza storica suggerisce che la produzione pubblica di beni e di servizi di mercato porta con sé rischi non trascurabili di fallimento dello Stato”.
Il programma NGEU deve essere usato non per espandere il peso dello Stato, bensì per finanziare riforme strutturali che serviranno a stimolare l’iniziativa privata, a rimuovere gli ostacoli alla concorrenza e a modernizzare l’economia. Perciò i connessi impegni governativi per le riforme dovranno continuare nel futuro oltre l’orizzonte del programma NGEU.
Ci stiamo preparando a una nuova ondata di privatizzazioni? Questa mi sembra essere la chiave di lettura delle considerazioni di Visco – un atto di fede anti-keynesiano basato su un approccio supply side.
Secondo lui, inoltre, la disciplina che il NGEU imporrà al governo dovrà servire anche a migliorare l’efficienza dell’intervento pubblico e il funzionamento delle pubbliche amministrazioni. In questo caso il Governatore non è del tutto esplicito, ma sembrerebbe suggerire che i servizi pubblici debbano essere gestiti con il metodo del New Public Managment – un metodo che vuole imitare il mercato sottoponendo la valutazione della gestione a criteri di efficienza economica invece che di qualità dei beni e dei servizi offerti (Fumagalli, 2020).
Secondo il Governatore sarebbe un errore quello di credere che la crescita economica possa essere sostenuta semplicemente da meccanismi di tipo keynesiano, cioè con politiche fiscali che fanno trainare la produzione anche dalla domanda pubblica.
Al contrario, bisogna agire sul lato dell’offerta con politiche di modernizzazione. Queste politiche devono agire nel lungo periodo facendo crescere l’accumulazione, la produttività e le forze lavoro. In questo modo faranno aumentare l’output potenziale.
Né si deve credere illusoriamente – sostiene con forza Visco – che le varie riforme possano essere fatte senza sostenerne i costi, commettendo l’errore già commesso in passato di finanziare con il debito gli aumenti strutturali della spesa pubblica.
L’elevato debito pubblico espone l’economia al rischio di gravi shock finanziari e genera una forte incertezza che potrebbe far crescere il costo del finanziamento degli investimenti e quindi spiazzare gli investimenti privati.
È vero che attualmente i tassi d’interesse e d’inflazione sono eccezionalmente bassi e che ci si aspetta che il differenziale tra tasso di crescita del PIL e tasso d’interesse medio sul debito resterà positivo nei prossimi anni.
Ciononostante, secondo Visco, bisogna mettere in programma una riduzione dei deficit di bilancio capace di generare un avanzo primario maggiore dell’1%. Il che consentirebbe di riportare il rapporto Debito/PIL al livello del 2019 in dieci anni.
Il Governatore avanza anche una proposta più audace. Il programma NGEU, che è stato varato in un’ottica di intervento temporaneo per far fronte a un’emergenza, deve tuttavia costituire l’occasione per impostare un’ambiziosa riforma dell’impianto politico dell’Unione Europea.
È necessario affiancare la politica monetaria unica con una vera politica fiscale unica, e il NGEU ci dà un’indicazione della direzione in cui ci si deve muovere per attuare questa riforma. Bisogna creare meccanismi permanenti di politica fiscale dell’Unione: innanzitutto, un sostanzioso bilancio comune che non sia vincolato dall’obbligo del pareggio; in secondo luogo, un’espansione delle fonti di entrata autonome della Commissione; in terzo luogo, una riforma delle regole delle politiche fiscali nazionali che riduca drasticamente l’autonomia dei singoli governi; infine la possibilità di emettere in modo permanente debito pubblico comune nella forma di eurobond.
Il debito emesso in relazione alla politica fiscale europea non dovrà essere usato per alleggerire i debiti pubblici nazionali. Tuttavia si può istituire un apposito fondo d’ammortamento nel quale far confluire parte dei debiti pregressi di ciascun paese.
Con gli eurobond si riuscirebbe a creare quella che nei mercati finanziari è definita “attività sicura”, cioè un titolo di credito ad alto rating che verrebbe trattato in mercati dotati di elevato spessore, forte liquidità e ridotta volatilità.
Questa riforma intanto servirebbe ad accrescere l’efficacia della politica monetaria europea, presumibilmente perché il quantitative easing, così come le politiche restrittive che saranno necessarie quando l’inflazione tornerà a mordere, si estrinsecheranno con operazioni di mercato aperto che avranno come oggetto titoli europei del debito pubblico omogenei e di valore stabile. Inoltre servirebbe a fare dell’euro una valuta internazionale competitiva con il dollaro.
Per capire quest’ultima tesi si deve riflettere sul fatto che le riserve valutarie di molti paesi sono detenute in parte nella forma di investimenti in titoli del debito pubblico del paese che produce la valuta internazionale.
La cosa ha senso se: 1) il paese che li emette non è esposto a rischi di default, 2) il mercato dei suoi titoli pubblici è spesso e liquido, 3) il suo tasso di cambio è stabile e il rischio di svalutazione è basso. L’euro ha fatto concorrenza al dollaro soprattutto perché ha sempre avuto un tasso di cambio stabile con tendenze alla rivalutazione, in altri termini perché era più forte del dollaro per la caratteristica (3).
Tuttavia il dollaro è considerato più appetibile per la sua maggior forza nelle caratteristiche (1) e (2). Ciò spiega perché il peso dell’euro tra le valute internazionali non ha mai superato il 28%. Nel 2020 il 59% delle riserve mondiali di valuta erano in dollari, il 21% in euro, il 6% in yen, il 5% in sterline, il 2% in yuan.
Dal 2009 il peso del dollaro e dell’euro sono in costante diminuzione, quello delle altre 3 valute in aumento. Questa situazione verrebbe corretta a favore dell’euro con una riforma della politica di bilancio europea come quella suggerita da Visco.
Con tale tipo di riforma l’Unione Europea diventerebbe più forte all’interno, poiché aumenterebbero i poteri della Commissione nei confronti degli Stati nazionali, e più imperialista all’esterno, poiché aumenterebbe il suo signoraggio monetario globale.
Tenendo conto del fatto che anche Draghi aveva suggerito una riforma del genere, si può supporre che questa sia la linea politica portata avanti in Europa dalla classe dirigente italiana, o meglio, dal nucleo forte della classe dirigente, cioè dall’élite della Banca d’Italia – il nucleo che, lungo la discendenza Carli-Ciampi-Draghi, ha effettivamente governato l’economia Italiana negli ultimi 70 anni.
In sintesi, Visco valuta positivamente:
(a) la politica monetaria espansiva della BCE;
(b) il NGEU come strumento per finanziare le riforme strutturali più che le politiche fiscali espansive;
(c) le condizionalità riformatrici a favore dell’iniziativa privata che pone al governo italiano;
(d) la possibilità di fare un fondamentale passo avanti nell’architettura politica europea.
Un ottimismo ingiustificato
Sul punto (a) non c’è nulla da obiettare. La politica monetaria della BCE è stata espansiva ed è servita, tra le altre cose, a consentire ai paesi con forte debito pubblico, come l’Italia, di fare politiche fiscali espansive indebitandosi a basso costo.
Semmai si potrebbe osservare che la politica monetaria avrebbe potuto essere ancora più coraggiosa, espandendo ulteriormente gli acquisti di titoli con il programma PEPP allo scopo di abbassare ancora di più gli spread rispetto al Bund tedesco.
Ho dei seri dubbi invece sulla fondatezza delle valutazioni (b) e (c). Intanto dobbiamo domandarci: siamo sicuri che il NGEU è uno strumento di finanziamento veramente efficace? Da dove vengono i 191,5 miliardi di euro che l’Italia otterrà dall’Unione Europea?
L’Europa finanzia i 723,8 miliardi dell’RRF emettendo bond, cioè indebitandosi. Chi li ripagherà poi questi debiti? Le cose stanno così:
– gli interessi (circa 7-8 miliardi) li paga la Commissione con risorse proprie,
– i rimborsi li paga la Commissione con risorse proprie per un ammontare di circa 18-20 miliardi,
– il resto lo pagano i paesi che ricevono i fondi, e pagheranno il 100% per i prestiti (per l’Italia 122,6 miliardi).
Si dice che l’Italia avrebbe comunque un vantaggio perché non pagherebbe gli interessi, che sarebbero a carico dei fondi propri della Commissione. Ma da dove vengono questi fondi propri? Beh, vengono dai contributi al bilancio europeo pagati dai vari paesi.
Certo ci sarebbe un vantaggio per l’Italia perché lo spread dei bond europei sarebbe inferiore a quello dei BTP (nella prima emissione di bond lo spread è stato dello 0,3% mentre quello dei BTP era dell’1%). Tuttavia lo stesso vantaggio potrebbe essere ottenuto con un’estensione del PEPP.
Ma ci sono le sovvenzioni – si dice – e queste sono a fondo perduto! Sì certo, ma da dove vengono i soldi per ripagare il debito che finanzia le sovvenzioni? Ebbene vengono dai contributi versati alla Commissione dai vari paesi, e questi sono pagati in proporzione al PIL.
Ora, siccome le sovvenzioni vengono concesse in funzione di parametri di sofferenza economica (reddito pro-capite, disoccupazione ecc.) si calcola che l’Italia dovrebbe ricevere un trasferimento netto (sovvenzione – contributi) positivo. Sui 68,9 miliardi di sovvenzioni riceverà un trasferimento netto di circa 30 miliardi, impegnati nei primi 3 anni, cioè 10 miliardi l’anno.
Tuttavia se il calcolo viene fatto sul periodo in cui possono essere erogati, cioè 6 anni, saranno 5 miliardi. Forse è più corretto questo calcolo, ma per non sembrare ipercritico qui privilegerò il primo, assumendo che le sovvenzioni vengano erogate in 3 anni.
A questo trasferimento netto vanno poi sottratti i contributi che l’Italia dovrà versare in generale per le risorse proprie della Commissione. L’Italia è contribuente netto del bilancio europeo. Tra il 2012 e il 2018 (quando non c’era il NGEU) ha versato al netto circa 5,2 miliardi l’anno.
Per il periodo tra il 2021 e il 2027 il governo Conte prevedeva un versamento netto di circa 3 miliardi l’anno. Insomma, probabilmente l’Italia incasserà, in media annua, un trasferimento netto annuo tra i 5=10-5 e i 7=10-3 per 3 anni. Diciamo che riceverà circa 6 miliardi di euro l’anno. Non è molto. Rispetto agli 812 miliardi di spesa pubblica previsti per il 2021 è lo 0,7%.
Siccome per i soldi presi a prestito con il NGEU il vantaggio dell’Italia è molto basso e virtualmente nullo, possiamo giungere alla seguente conclusione: la pioggia di soldi in arrivo da Bruxelles è una miseria (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella, 2021; Del Monaco, 2020; Fazi, 2020a; Stirati, 2021). Di soldi ce ne daranno pochi, maledetti e non subito. Soprattutto maledetti, perché per darceli pretendono che ci mettiamo il cappio al collo, cioè...
Veniamo al punto (c) delle valutazioni di Visco. Saranno veramente positive le condizionalità prefigurate dal NGEU e anticipate dal PNRR? In realtà le condizionalità si preannunciano come molto pervasive, abbracciando tutti gli strumenti di politica economica.
Prevedono riforme strutturali (sulla giustizia, il fisco, l’ambiente, la digitalizzazione, la ricerca, l’istruzione, la sanità, il lavoro) che verranno decise dalla Commissione – o meglio, da un governo italiano più liberista della Commissione stessa.
Le raccomandazioni comunque saranno stringenti perché ricattatorie: prima il governo deve dimostrare di essere stato obbediente, poi prenderà i soldi. Si noti che per avere i soldi, i piani di spesa dovranno essere approvati dalla Commissione e dal Consiglio europei.
Peraltro, si tenga presente che i fondi verranno resi disponibili quando l’economia: 1) sarà già in piena ripresa, 2) avrà un debito enorme (che la Commissione già valuta come “altamente rischioso nel medio termine”), 3) avrà un disavanzo eccessivo e 4) avrà probabilmente un output gap positivo. Quindi ci saranno quattro motivi per cui le raccomandazioni di politica fiscale saranno improntate all’austerità.
Appena la clausola di salvaguardia verrà sospesa, si attiverà la sorveglianza rafforzata del Semestre europeo e la Commissione, come ha già annunciato, pretenderà “politiche fiscali prudenti” con la creazione di un avanzo primario positivo forse già dal 2023 (quando sarà stato recuperato il livello del PIL pre-crisi).
E quale sarà il contenuto sociale delle raccomandazioni della Commissione? Certo nessuno può prevedere cosa passerà per le menti della von der Leyen & company nei prossimi tre anni. Ma se dobbiamo basarci sull’esperienza del passato, non credo che potremo aspettarci raccomandazioni molto popolari. L’esperienza ci insegna che le raccomandazioni saranno prevalentemente dei tipi esposti nella tabella 3.
Perché è stato fatto il “conticidio” che ha portato al “governo dei migliori”?
Conoscendo Draghi, possiamo prevedere che il suo governo si troverà in perfetta sintonia con le raccomandazioni della Commissione, se saranno di quel tipo, e probabilmente le anticiperà. Il che ci fornisce un indizio su uno dei motivi per cui Conte è stato sostituito da super-Mario.
La chiave di lettura ce la danno alcune frasi pronunciate da certi protagonisti della recente commedia politica italiana. Ad esempio Renzi, il sicario, in una conferenza stampa del 13 gennaio 2021 ha sparato: Conte è incapace di fare le “riforme strutturali”, perciò “si deve dimettere, poi può succedere di tutto. Magari arriva Draghi”.
Magari Renzi non sa neanche cosa significa “riforme strutturali”, ma potrebbe aver orecchiato parole dei mandanti. Bonomi, presidente di Confindustria, in un’intervista sul Corriere del 14 gennaio 2021 è stato esplicito sugli obiettivi delle riforme strutturali: “Mi auguro un governo disponibile ad ascoltare chi sa far crescere il Paese”.
Il PNRR può anche essere un libro dei sogni, ma gli impegni che prevede sono piuttosto generici, e quindi tutto si giocherà nelle interpretazioni in fase attuativa. Come ha osservato il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Gentiloni, in un’intervista su Repubblica del 29 dicembre 2020: la cosa nel Recovery Plan “che mi preoccupa di più è l’attuazione, l’esecuzione del piano. Perché il Diavolo non è nei dettagli del piano ma nelle procedure per eseguirlo”.
Dunque, senza voler esaltare il governo Conte, ci si può domandare: potevano i poteri forti europei e italiani fidarsi di uno che ha fatto il blocco dei licenziamenti, introdotto “quota 100” e concesso il reddito di cittadinanza, e si apprestava a varare la riforma blocca-prescrizione?
Con Draghi possono stare tranquilli. Infatti ha deciso subito un condono fiscale e lo sblocco dei licenziamenti. Poi ha istituito un Ministero della Transizione Ecologica il cui programma di riforme prevede, tra le altre cose, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi e l’impiego pacifico dell’energia nucleare! Più affidabile di così...
Inoltre si appresta a varare una riforma Cartabia che neutralizza la blocca-prescrizione introducendo l’improcedibilità. Questa genialata “giuridica” merita una breve spiegazione, e la metterò facile facile: se un capitalista è condannato per omicidio bianco (non ha rispettato le norme di sicurezza in fabbrica) o corruzione (ha pagato tangenti) o disastro ambientale, arruola un super avvocato capace di trascinare il processo d’appello per 3 anni e la condanna è annullata.
La ministra, oltre che prestigiosa giurista costituzionale, si è rivelata anche grande esperta di economia internazionale, dichiarando che la sua riforma della giustizia servirà anche ad attrarre più investimenti esteri. Al dumping fiscale di Irlanda, Olanda e Lussemburgo il nostro governo risponde italianamente col dumping criminale.
Se non passa la riforma Cartabia l’Europa ci taglia i fondi! Draghi dixit. Ecco a che serve il Recovery Fund. Questo tipo di argomentazione è una grande novità. Finora l’antifona dei governi che facevano boiate era: “dobbiamo farlo perché ce lo chiede l’Europa”.
D’ora in poi sarà più forte: “dobbiamo farlo se no l’Europa ci taglia i fondi”. È un efficace cambiamento di metodo nella giustificazione propagandistica.
Quanto alla sostanza, ciò che rende importante il Recovery Fund, e la ragione per cui in Italia si vuole che lo gestisca Draghi, è che incoraggia politiche capaci di favorire “chi sa far crescere il paese”. È in gioco molto di più della distribuzione di sovvenzioni – che peraltro sono piuttosto scarse, come abbiamo visto.
Sono in ballo grosse riforme strutturali ed è fondamentale che siano fatte nell’ottica di rimuovere gli ostacoli alla concorrenza e stimolare l’iniziativa privata. Visco è stato esplicito.
Il Governatore è stato esplicito anche su un’altra riforma fondamentale quando ha proposto di fare un passo avanti nella costruzione dell’architettura politica europea con l’emissione permanente di eurobond e l’ampliamento del bilancio europeo. Anche Draghi sostiene questa linea. Chiamiamola quindi “linea Draghi-Visco”.
Alcuni politici e alcuni osservatori si aspettano una riforma del Patto di Stabilità e Crescita quando saremo usciti dalla crisi covid e le clausole di salvaguardia verranno sospese. Ad esempio, Gentiloni prevede una revisione del Patto di Stabilità in autunno, pur senza modificare i Trattati.
Le proposte sono varie, e vanno da quella di “scartare le regole fiscali in favore di standard fiscali – prescrizioni qualitative che lasciano spazio alla valutazione” (Blanchard, Leandro e Zettelmeyer, 2021), a quella di eliminare l’output gap come strumento d’indirizzo per la politica economica, avanzata da Massimo Bordignon dell’European Fiscal Board, per non dire di quella, proposta sempre dall’European Fiscal Board, di introdurre una Golden Rule che consenta di scorporare alcune spese per investimenti dai calcoli che servono a definire le regole fiscali più stringenti. Quali spese per investimenti?
Draghi si è sbilanciato, sia pur ellitticamente, quando, alle kermesse di Comunione e Liberazione, ha proposto la distinzione tra debito buono e debito cattivo, distinzione che ha poi ripreso in un intervento all’Accademia dei Lincei.
“La transizione energetica, la consapevolezza dell’importanza della ricerca e il percorso che porterà le generazioni future verso gli obiettivi del 2030 e del 2050 attribuiscono allo Stato un ruolo attivo che è cruciale. Non solo nella costruzione di infrastrutture chiave nella ricerca e nello sviluppo. Ma soprattutto nel catalizzare gli investimenti privati nelle aree di priorità. Dando fiducia. Semplificando le procedure. Aiutando le imprese a gestire il rischio in aree nuove […] Le certezze fornite dall’Europa e dalle scelte del governo […] l’abbondanza di mezzi finanziari pubblici e privati sono circostanze eccezionali per le imprese e le famiglie che investiranno capitali e risparmi in tecnologia, formazione, modernizzazione” (Draghi, 2021). Ecco quali sono gli investimenti pubblici che generano debito buono: quelli che servono a “catalizzare gli investimenti privati”.
Il debito cattivo invece sarebbe quello generato da spese pubbliche che scialacquano i soldi per mantenere in vita imprese senza futuro – mettiamo, come l’Alitalia o il Monte dei Paschi?
Ora, ipotizziamo che questa boutade sul debito buono e cattivo venga fatta propria dalla Commissione Europea. Non sarebbe un criterio comodo per definire la Golden Rule e per distinguere il disavanzo pubblico che andrebbe finanziato con eurobond da quello che andrebbe ad alimentare il mercato dei BOT e dei BTP?
Cosa converrebbe fare all’Italia?
Abbiamo visto che le valutazioni (b) e (c) di Visco sono ingiustificatamente ottimiste. Non è vero che il NGEU è un efficace strumento di politica espansiva, e non è prevedibile che le condizionalità riformatrici che imporrà sosterranno la crescita del benessere collettivo.
Alla luce di ciò ci si può domandare cosa converrebbe fare all’Italia. La risposta che darò a questa domanda è articolata in due piani, diciamo, piano A e piano B.
Piano B: se l’Italia deve restare nell’EU, allora la cosa migliore da fare sarebbe quella suggerita dall’economista tedesco Daniel Gros: chiedere un temporaneo stop ai contributi dovuti a Bruxelles per un periodo di 7 anni.
Va da sé che, insieme ai contributi versati, verrebbero bloccate le sovvenzioni concesse. Si otterrebbe comunque un risparmio netto tra i 20 e i 35 miliardi. È più o meno l’ammontare di sovvenzioni nette che si otterrebbero con il NGEU, ma con una differenza sostanziale: il governo non dovrebbe sottostare ai ricatti della Commissione e potrebbe fare politiche fiscali espansive senza dover obbedire alle sue raccomandazioni. Potremmo fare a meno del governo dei migliori.
Ma si potrebbero fare cose ancora più audaci. Però, prima di proporre il piano A, devo richiamare la valutazione (d) di Visco, ovvero quella che ho definito “linea Draghi-Visco” sulla riforma della politica fiscale europea: eurobond con espansione del bilancio pubblico comunitario. Ammesso che la linea passi, sarebbe un vantaggio per l’Italia?
Da una parte lo sarebbe perché consentirebbe di scaricare sugli altri popoli europei il rischio di default generato dall’elevato debito pubblico, soprattutto perché permetterebbe di ridurre questo rischio, con conseguente abbassamento degli interessi da pagare (Cesaratto, 2021). Però, d’altra parte, causerebbe uno svantaggio più grave.
La riforma proposta dovrebbe essere attuata in modo tale da evitare l’azzardo morale dei paesi altamente indebitati. Al tal fine deve imporre una sorveglianza ancora più stretta sull’operato dei governi nazionali. Così la nostra economia resterebbe definitivamente intrappolata nelle politiche di austerità.
C’è un’alternativa agli eurobond? Certo che c’è, ed è quella di un rapido ritorno alle tradizionali politiche di austerità. È la linea proposta, tra gli altri, dal cane lupo tedesco Wolfgang Schäuble: “in Europa urge tornare a una severa disciplina fiscale” (Financial Times, 2 giugno 2021). Questa linea sembra sostenuta anche dal democristiano Armin Laschet, probabile successore della Merkel alla guida della Germania (mammamia! un altro Arminio sui sentieri Roma!), ma anche dal ministro delle finanze socialdemocratico Olaf Scholz.
Sembrerebbe che oggi nell’UE stia per iniziare una grande partita Italia-Germania: Draghi-Visco vs Schäuble-Laschet, ovvero un passo avanti verso l’integrazione europea oppure un passo indietro verso il rigore fiscale.
Sinceramente non so quale delle due linee converrebbe di meno all’Italia. Se vince la linea Schäuble-Laschet si torna presto – non più tardi del 2023 secondo il vicepresidente della Commissione Vladis Dombrovskis – a quella politica di austerità, di redistribuzione regressiva del reddito, di peggioramento dei servizi pubblici, di privatizzazioni selvagge e di crescita zero con cui il popolo italiano si è impoverito negli ultimi vent’anni.
Ma ho paura che, se vince la linea Draghi-Visco, tutte queste belle cosette saranno strutturalmente imperniate nella riforma che priverà il governo italiano anche di quel minimo di autonomia di cui ancora gode. In parole povere, per il popolo italiano andrebbe male in entrambi i casi, e forse peggio se vincesse la linea Draghi!
Per di più c’è il grosso problema del nostro debito pubblico, che è previsto salire al 160% del PIL nel 2021 (personalmente mi aspetto che andrà oltre). Attualmente è considerato poco rischioso per via del PEPP messo in atto dalla BCE.
Ma questo è un programma d’emergenza, cioè temporaneo. Verrà sospeso quando saremo fuori della pandemia. Se poi dovesse accadere che l’inflazione, che ha già ricominciato a crescere, superasse il 2% (come è probabile che accada con l’economia in ripresa), i tassi d’interesse aumenterebbero, la BCE non potrebbe fare politiche espansive e il problema del debito esploderebbe di nuovo con una crisi che potrebbe essere ben più grave di quella del 2011-12.
Non a caso diversi economisti, come i tedeschi Hans-Werner Sinn e Friedrich Heinemann, hanno proposto una ristrutturazione del debito pubblico italiano. Anche la riforma del MES sembra muoversi in questa direzione, in quanto da una parte ostacola l’accesso ai fondi MES per i paesi con debito non sostenibile, così incoraggiandoli alla ristrutturazione, dall’altra prevede l’estensione dell’emissione di debito con clausole di aziona collettiva (CAC).
Queste servono proprio a facilitare le ristrutturazioni, in quanto impediscono che una minoranza di creditori faccia causa allo Stato in default contro la volontà della maggioranza (Fazi, 2020b).
In passato si scommetteva sul fatto che gli altri paesi europei, cioè le loro banche, non potessero permettersi una ristrutturazione del debito italiano. Oggi questa forma di ricatto funziona poco, perché solo il 20% circa del nostro debito è in mani straniere (nel 2010 era il 50%). Insomma, una ristrutturazione del debito pubblico italiano quando saremo fuori della crisi covid è abbastanza probabile. E questo è un altro motivo per cui il governo italiano deve essere guidato da un uomo di cui le grandi banche possano fidarsi.
La ristrutturazione potrebbe essere una buona cosa per gli italiani, se attuata da un governo popolare che la facesse pagare alla speculazione e alle banche, ad esempio con una drastica sforbiciata e/o un buy out (Screpanti, 2017). Sarebbe una pessima cosa, se fatta da un governo ultraliberista sotto tutela della Commissione Europea. Il quale potrebbe mettere il paese in mano alla troika e scatenare un’operazione di macelleria sociale come quella che Draghi e Schäuble imposero alla Grecia nel 2015.
È vero che c’è la possibilità di una ristrutturazione “soft”. La quale consisterebbe nella sterilizzazione del debito pubblico detenuto dalla Banca d’Italia, da attuare trasformandolo in rendita perpetua oppure non rimborsandolo alla scadenza. Oggi è il 26%, ma potrebbe arrivare rapidamente a oltre il 30%.
Tuttavia con una ristrutturazione del genere il rapporto Debito/Pil resterebbe abbastanza alto, tra il 110% e il 120%; e anche se una parte potesse essere convertita in eurobond, non si uscirebbe da una condizione di rischio in forza della quale il governo sarebbe comunque costretto a fare politiche di austerità.
In parole povere, se si deve fare una ristrutturazione del debito, deve essere massiccia; e se si vuole farla pagare agli speculatori invece che al popolo, sarebbe meglio che l’Italia stesse fuori dell’UE. D’altra parte una massiccia ristrutturazione del debito italiano potrebbe scatenare una crisi dell’euro, e questa potrebbe portare alla rottura dell’UE o all’uscita dell’Italia.
Non bisogna averne paura. Anzi, sarebbe una buona cosa: una breve crisi finanziaria (con qualche banca che viene salvata dal fallimento riportandola sotto la proprietà pubblica) e poi ci saremmo liberati dall’oppressore (Screpanti, 2017). Tolto il dente guasto, si può ricominciare a masticare bene.
Non sono un nazional-sovranista e non sono contrario all’unificazione europea. Sono contrario a un’unificazione governata da un’oligarchia antidemocratica e ultraliberista. E sono contrario alle politiche con cui quest’oligarchia ha impoverito il popolo e devastato la classe operaia non solo in Italia. Perciò vagheggio il...
Piano A: per il popolo italiano la cosa migliore da fare è l’Italexit. E tanto meglio se questa riuscisse a innescare una rottura dell’UE. È un pensiero utopico? Forse, ma non più del pensiero di chi crede che l’Italia possa uscire dalla depressione economica e dal disastro sociale restando nell’UE.
Appendice: La perversione dell’output gap
Ho più volte menzionato il concetto di “output gap”, suggerendo che è uno strumento importante per orientare le politiche economiche. Qui voglio spiegarlo brevemente per mostrare come potrebbe essere usato nel prossimo futuro per “costringere” il governo italiano a fare politiche di austerità.
È definito così: Output gap = (𝑌−𝑌e)/𝑌e , dove 𝑌 è il PIL effettivo e 𝑌e è il PIL potenziale. Per orientare le politiche fiscali si usa la seguente regola:
– Se l’output gap è negativo la politica deve essere espansiva.
– Se l’output gap è positivo la politica deve essere restrittiva.
Il PIL potenziale è quello massimo, ovvero quello di equilibrio con piena occupazione non inflazionistica. È bene sapere che per il pensiero economico mainstream un “tasso di disoccupazione di piena occupazione” può ben essere superiore al 15%!
La crescita del PIL potenziale dipende dalla crescita della produttività del lavoro, della forza lavoro e del capitale. Il fatto è che queste tre grandezze dipendono a loro volta dalla crescita effettiva. Non a caso gli statistici “sempliciotti” della Commissione stimano 𝑌e sulla base di una media mobile di 𝑌 (Cassese D. 2019; Tooze, 2019).
Il tasso d’aumento della produttività, p, è funzione crescente del tasso d’aumento del PIL, y, come secondo la legge di Kaldor-Verdoorn: p=a+by, con b che è prossimo a 0,5. Il che vuol dire che quando il PIL effettivo aumenta, diciamo, del 4%, la produttività del lavoro aumenta endogenamente grosso modo del 2%, e ciò perché con la crescita degli investimenti si rinnovano più facilmente i macchinari obsoleti, mentre con la crescita delle dimensioni delle imprese si attivano le economie di scala.
D’altronde, quando la domanda ristagna si fanno pochi investimenti e quindi la capacità produttiva cresce poco. Infine, quando la disoccupazione è elevata e duratura, molti lavoratori (specialmente donne) smettono di cercare lavoro, il che riduce la forza lavoro.
Così si può innescare un circolo vizioso per cui la bassa crescita del PIL genera una bassa crescita della produttività, della capacità produttiva e della forza lavoro, e quindi dell’output potenziale, portando l’output gap su valori positivi perfino in presenza di crescita zero. Di conseguenza le politiche fiscali dovranno essere restrittive e la crescita del PIL resterà bassissima.
In nessun paese questa perversione è osservabile bene come in Italia, dove si è effettivamente verificato l’assurdo di politiche che la Commissione vuole restrittive quando l’economia cresce a un tasso prossimo a zero. Ad esempio nel 2018, con una crescita dello 0,9% l’output gap fu di +0,2.
Così la Commissione aprì una Procedura di Deficit Eccessivo contro l’Italia ritenendo che la sua economia fosse a rischio di surriscaldamento! Nel 2019, con una crescita dello 0,3%, l’output gap era stimato a +0,6%. Quindi, se non ci fosse stata la pandemia, la politica fiscale del 2020 avrebbe dovuto essere restrittiva.
Bibliografia
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Stirati A. 2021. Le ombre sul Recovery Fund, MicroMega.
Tooze A. 2019. Output gap nonsense, Social Europe.
Visco I. 2021. Considerazioni finali del governatore, Banca d’Italia, Roma.
Fonte
Un’ondata di ottimismo sta travolgendo l’Italia: la vittoria sulla pandemia covid è a portata di mano, l’economia è in forte ripresa, il governo è il migliore possibile e fa politiche keynesiane espansive aiutato dalla BCE e dalla Commissione Europea, dalla quale sta per arrivare “una pioggia di soldi”. “Nulla sarà più come prima”, e nel clima millenaristico tutte le nefandezze del neoliberismo sembrano definitivamente cancellate.
Non voglio essere un pessimista a ogni costo, e non dirò che queste speranze sono proprio tutte infondate. Mi sarà concesso però esprimere almeno qualche dubbio da economista. Cosa che farò articolando un discorso in quattro parti.
Innanzitutto presenterò alcuni dati statistici per spiegare cosa è accaduto all’economia italiana durante la crisi covid e cosa sta accadendo nel rimbalzo; in secondo luogo presenterò una sintesi delle politiche economiche del governo italiano e di quelle della BCE e della Commissione Europea; in terzo luogo esporrò le valutazioni del Governatore della Banca d’Italia; infine avanzerò una critica all’eccesso di ottimismo che trapela da quelle valutazioni.
Ho scelto di concentrarmi sul punto di vista che emerge dalle Considerazioni Finali del Governatore perché è quello della vera classe dirigente italiana e del capo del governo, Draghi, ma il Governatore lo esprime rigorosamente senza nessuna concessione alla ricerca del consenso popolare.
Alcuni dati statistici
Come si nota nella tabella 1, la crisi del 2020 è stata pesantissima. Una crescita del PIL mondiale del -3,3% è la più bassa dalla crisi del 1929 (non considerando gli anni della seconda guerra mondiale), ed è catastrofica in Europa e in Italia.
Nel 2021 c’è una forte ripresa che porta a compensare la caduta dell’anno precedente nel mondo, e massicciamente in Cina e in USA. In Europa invece ci vogliono due anni per un recupero completo. Considerando che già nel 2019 l’Europa andava molto peggio di Cina e USA, cominciamo a capire perché non ci sono grandi motivi di ottimismo per il prossimo futuro.
Si noti anche che l’Italia è il paese che va peggio di tutti i grandi paesi europei sui quattro anni. E bisogna anche dire che le precedenti previsioni del 2021 (che furono fatte a febbraio) davano un tasso di crescita del 4,2%.
Poi il governo Draghi propose una stima un po’ più alta, 4,5% (Draghi e Franco, 2021), stima che col passare del tempo venne sistematicamente rivista al rialzo dal governo stesso e da varie istituzioni, perfino dal Fondo Monetario Internazionale. Le più recenti sparano oltre il 5%. Ma potrebbero aver fatto i conti senza l’oste, cioè la variante delta. Chi vivrà vedrà. L’effetto propagandistico comunque c’è già stato.
La tabella 2 ci dà un quadro più ampio per l’Italia. Si vede subito che il crollo del 2020 infierisce su un trend di crescita zero. Il che, mentre lo rende particolarmente grave, insieme ai dati della tabella 1 ci dà un suggerimento sulla causa fondamentale delle difficoltà economiche del nostro paese, cioè l’Unione Europea.
Previsioni
Il deficit pubblico salta al 9,5% e all’11,7% negli anni 2020 e 2021, il rapporto debito/PIL al 155,8% e al 159,8% rispettivamente. Tra metà del 2019 e metà del 2021 l’occupazione è diminuita di un milione e mezzo di unità, nonostante il blocco dei licenziamenti. Tuttavia nel 2020 il tasso di disoccupazione è diminuito.
La ragione è che chi ha perso il posto di lavoro durante la pandemia non si è messo a cercarne un altro, per cui si è ridotta la forza lavoro, fenomeno che ha colpito soprattutto i giovani e le donne. Il tasso di crescita della produttività, che era rimasto su un trend piatto dal 2004 al 2018, è diminuito drasticamente nei due anni di crisi, e ciò perché la produzione si è ridotta più dell’occupazione.
La riduzione della forza lavoro, della produttività e degli investimenti dovrebbe essere responsabile per la diminuzione dell’output potenziale nel 2020 (-0,6%), il quale crescerà comunque molto poco negli anni 2021 e 2022 (0,7% e 0,4%). Se andrà così, l’output gap probabilmente sarà positivo (le stime di -4,8 e -1,4 mi sembrano fantasiose).
Questo parametro, il cui significato chiarirò nell’Appendice, è molto importante per decidere l’orientamento della politica economica. Se è positivo, la politica fiscale deve essere restrittiva. Vanno rilevati anche due dati importanti che la tabella non mostra: nel 2020 gli investimenti sono diminuiti del 9,1%, i consumi del 10,7%.
Infine, per valutare i drammatici effetti sociali dalla crisi covid, si può gettare uno sguardo sull’andamento della povertà assoluta. Il numero di individui poveri è aumentato di più di un milione di unità dal 2019 al 2020 (da 4.593.000 a 5.602.000), un balzo enorme che spicca su un trend comunque crescente dal 2006. Da allora il numero di poveri è triplicato.
È degno di nota anche il fatto che i consumi si sono ridotti più del reddito disponibile, portando la propensione al risparmio al 15,8%, la più alta d’Europa. Durante una delle più gravi crisi della sua storia il popolo italiano ha risparmiato in media più di un sesto del proprio reddito (nel 2019 aveva risparmiato solo un dodicesimo).
Ovviamente tutti questi risparmi non sono stati effettuati dai poveri, i disoccupati, i cassintegrati, i precari eccetera eccetera. Il che ci dà un’idea di quanto “parsimoniosi” siano stati i nostri milionari, ovvero di come la crisi abbia redistribuito il reddito verso l’alto. In effetti l’indice Gini che misura la disuguaglianza dei redditi è salito dal 34,8% del 2019 al 41,1% nel secondo trimestre 2020. Una vera crisi di classe!
La risposta politica alla crisi
Il governo Conte ha reagito prontamente alla crisi, mettendo in campo importanti provvedimenti di politica fiscale espansiva. Nel 2020 i sussidi, i crediti d’imposta, le riduzioni di oneri fiscali, i contributi alle imprese e al lavoro autonomo si sono espansi fino a superare la cifra di 45 miliardi di euro, mentre alle famiglie sono andati sussidi per oltre 30 miliardi.
L’estensione della cassa integrazione a tutte le imprese e il blocco dei licenziamenti hanno ridotto l’impatto della crisi sui lavoratori. Le garanzie pubbliche sui prestiti, le moratorie sui debiti e le migliori condizioni di finanziamento delle banche hanno consentito a gran parte delle imprese di evitare drammatiche crisi di liquidità. I prestiti sono aumentati dell’8% (nella crisi del 2012 erano diminuiti del 7%).
Questo tipo di politica è continuata nel 2021 dal governo Draghi. Sostanzialmente si è trattato di una politica keynesiana basata sull’aumento dei sussidi che, a fronte di un pesante shock dell’offerta, è servita ad attenuare la crisi nel 2020 e a favorire la ripresa nel 2021.
La politica fiscale ha praticato sistematicamente il deficit di bilancio, perfino annullando i tradizionali saldi positivi del bilancio primario, e promette di continuare su questa strada almeno per un anno ancora. Per il 2021 la Legge di Bilancio prevedeva una spesa pubblica di 812 miliardi di euro ed entrate per un ammontare di 537 miliardi, con un saldo netto da finanziare pari a -275 miliardi.
Si tenga presente che per il 2019 erano state previste cifre pari a 672, 536 e -136 rispettivamente. Dunque le entrate rimarrebbero pressoché invariate. Sono le spese che aumentano.
Questa linea del governo nazionale è sostenuta dalla Banca Centrale Europea, la quale sta facendo una politica monetaria espansiva, fornendo liquidità a basso costo a imprese, banche e governi. Intanto ha lasciato invariati i tassi d’interesse a livelli bassissimi. Ad esempio, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è rimasto allo 0%, quello sui depositi presso la BCE al -0,5%.
Inoltre ha proceduto nell’acquisto di titoli del debito privato e pubblico (non statale) nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (APP). Le operazioni proseguono al ritmo di circa 20 miliardi di euro al mese, con i quali la BCE corre in soccorso alle imprese comprando obbligazioni di ogni tipo e persino carta commerciale. Andranno avanti fino a che la Banca non deciderà di alzare i tassi d’interesse.
Poi è stata varata la terza serie delle Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO III), con cui la BCE fornisce liquidità alle banche senza limiti e a costo zero.
Infine è stato varato il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), con cui vengono acquistati titoli del debito pubblico statale sui mercati secondari. Il programma continuerà fino a che non sarà stata superata la pandemia. Per il governo italiano è stata una mano santa, in quanto gli ha permesso di finanziare il deficit pubblico a interessi piuttosto bassi, ma anche perché ha messo in pancia alla Banca d’Italia il 26% del debito pubblico italiano. Più avanti spiegherò perché questo risultato può tornare utile.
Anche la politica fiscale della Commissione Europea è stata espansiva. Intanto è stata attivata la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità e Crescita. Il ricorso alla clausola serve a permettere la necessaria flessibilità in vista dei provvedimenti volti a contrastare la pandemia. In sostanza i governi sono autorizzati a spendere senza preoccuparsi troppo del pareggio di bilancio. E anche le restrizioni sugli aiuti di Stato alle imprese sono sospese. È in questa maniera che i governi hanno potuto adottare le politiche fiscali di cui sopra.
Inoltre è stato varato il Next Generation EU (NGEU). È composto di due parti: il Recovery and Resilience Facility (RRF) e una quota del Multiannual Financial Framework (MFF). Sono fondi che verranno concessi ai governi nazionali per finanziare le spese necessarie alla ripresa economica e alla lotta contro la pandemia.
Verranno concessi sulla base di Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza (PNRR) con cui i governi stessi espongono il modo in cui intendono spenderli. I Piani dovranno essere approvati prima dalla Commissione e poi dal Consiglio Europeo (a maggioranza qualificata). I fondi saranno dati in diverse tranche, la prima solo sulla base dell’approvazione del PNRR, le successive sulla base della verifica del rispetto degli impegni presi. Quindi sono fondi concessi sotto forte condizionalità.
I fondi RRF saranno finanziati con l’indebitamento. Verranno reperiti sul mercato per un ammontare di 723,8 miliardi. 338 saranno impiegati in sovvenzioni a fondo perduto, 385,8 in prestiti. Sono destinati a finanziare i PNRR nazionali nel periodo 2021-23.
L’MFF sarà finanziato con fondi propri della EU, che sono contributi versati dagli Stati in proporzione al PIL. È spesa pubblica comunitaria che si risolve in fondi strutturali concessi ai governi nazionali ed erogati nel periodo 2021-27. Una parte (83,1 miliardi) rientra nel NGEU.
Il PNRR italiano ha chiesto sovvenzioni per 68,9 miliardi di euro e prestiti per 122,6 miliardi, per un totale di 191,5 miliardi. Buona parte di questi miliardi verrà spesa come segue:
– 55,4 per la transizione verde, cioè principalmente per la mobilità sostenibile, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili.
– 26,1 per la transizione digitale, cioè per estendere le reti a banda larga e il 5G, oltre che per favorire la digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione.
– 26 per l’istruzione e il mercato del lavoro, a sostegno dell’integrazione scuola-lavoro e di corsi di apprendistato e riqualificazione del lavoro.
– 15,6 per la sanità, specialmente per approfondire la telemedicina e l’assistenza domiciliare. Non ci sono cenni a un eventuale intento di invertire il trend delle privatizzazioni del settore.
– 13,2 per la coesione sociale e territoriale, cioè per la costruzione di alloggi sociali, il finanziamento di sostegni a famiglie, bambini e disabili, la realizzazione di infrastrutture soprattutto nel Mezzogiorno.
Sembra un libro dei sogni. Il PNRR italiano è stato elaborato quasi completamente sotto il governo Conte, in collaborazione con gli esperti della Commissione, e completato sotto il governo Draghi. È stato approvato dalla Commissione stessa il 22 giugno.
Ad agosto, dopo l’approvazione del Consiglio, sono stati erogati 24,9 miliardi. Nella relazione di approvazione è messo bene in chiaro che “La Commissione autorizzerà l’erogazione di ulteriori fondi se e quando saranno conseguiti in maniera soddisfacente i traguardi e gli obiettivi previsti” (Commissione Europea, 2021).
La valutazione del Governatore della Banca d’Italia
Il Governatore della Banca d’Italia dà una valutazione molto positiva delle politiche economiche dell’Unione Europea (Visco, 2021). Intanto fa notare che le politiche monetarie sono state fortemente espansive da marzo del 2020, avendo erogato alle banche fondi aggiuntivi per un ammontare di circa 1.500 miliardi di euro ed acquistato titoli del debito pubblico e privato per un ammontare simile.
In questa maniera le banche sono state messe in condizioni di soddisfare il fabbisogno di credito del sistema produttivo, mentre i governi hanno potuto espandere la spesa pubblica senza aggravare il servizio del debito. Così è stato possibile adottare politiche fiscali espansive ricorrendo a deficit di bilancio straordinari che hanno attenuato i danni della recessione.
Visco non si sbilancia come i giornalisti di regime a magnificare la “pioggia di soldi” che arriverà da Bruxelles con il NGEU. Tuttavia sostiene che questo programma avrà effetti positivi in quanto servirà a finanziare i deficit di bilancio con emissione di debito europeo, il che consentirà al governo di diminuire il ricorso diretto al mercato, di ridurre gli interessi sul debito e di allungarne le scadenze, mentre sosterrà la fiducia dei mercati finanziari.
Visco auspica che l’Eurosistema continui a sostenere la ripresa per un po’ di tempo. Ma asserisce che nel lungo periodo la crescita sarà favorita dall’attuazione delle riforme strutturali previste dal PNRR più che da politiche fiscali espansive.
Anche l’azione del Governo italiano è valutata molto positivamente. È servita ad attenuare le conseguenze negative della pandemia sulle famiglie e le imprese e ha evitato un’ondata di fallimenti a catena. È vero che ha aumentato il ruolo del settore pubblico nell’economia.
“Non bisogna però confondere la necessità di uno Stato più efficace nello svolgere le funzioni che già ora gli sono affidate con quella di estenderne i compiti. L’esperienza storica suggerisce che la produzione pubblica di beni e di servizi di mercato porta con sé rischi non trascurabili di fallimento dello Stato”.
Il programma NGEU deve essere usato non per espandere il peso dello Stato, bensì per finanziare riforme strutturali che serviranno a stimolare l’iniziativa privata, a rimuovere gli ostacoli alla concorrenza e a modernizzare l’economia. Perciò i connessi impegni governativi per le riforme dovranno continuare nel futuro oltre l’orizzonte del programma NGEU.
Ci stiamo preparando a una nuova ondata di privatizzazioni? Questa mi sembra essere la chiave di lettura delle considerazioni di Visco – un atto di fede anti-keynesiano basato su un approccio supply side.
Secondo lui, inoltre, la disciplina che il NGEU imporrà al governo dovrà servire anche a migliorare l’efficienza dell’intervento pubblico e il funzionamento delle pubbliche amministrazioni. In questo caso il Governatore non è del tutto esplicito, ma sembrerebbe suggerire che i servizi pubblici debbano essere gestiti con il metodo del New Public Managment – un metodo che vuole imitare il mercato sottoponendo la valutazione della gestione a criteri di efficienza economica invece che di qualità dei beni e dei servizi offerti (Fumagalli, 2020).
Secondo il Governatore sarebbe un errore quello di credere che la crescita economica possa essere sostenuta semplicemente da meccanismi di tipo keynesiano, cioè con politiche fiscali che fanno trainare la produzione anche dalla domanda pubblica.
Al contrario, bisogna agire sul lato dell’offerta con politiche di modernizzazione. Queste politiche devono agire nel lungo periodo facendo crescere l’accumulazione, la produttività e le forze lavoro. In questo modo faranno aumentare l’output potenziale.
Né si deve credere illusoriamente – sostiene con forza Visco – che le varie riforme possano essere fatte senza sostenerne i costi, commettendo l’errore già commesso in passato di finanziare con il debito gli aumenti strutturali della spesa pubblica.
L’elevato debito pubblico espone l’economia al rischio di gravi shock finanziari e genera una forte incertezza che potrebbe far crescere il costo del finanziamento degli investimenti e quindi spiazzare gli investimenti privati.
È vero che attualmente i tassi d’interesse e d’inflazione sono eccezionalmente bassi e che ci si aspetta che il differenziale tra tasso di crescita del PIL e tasso d’interesse medio sul debito resterà positivo nei prossimi anni.
Ciononostante, secondo Visco, bisogna mettere in programma una riduzione dei deficit di bilancio capace di generare un avanzo primario maggiore dell’1%. Il che consentirebbe di riportare il rapporto Debito/PIL al livello del 2019 in dieci anni.
Il Governatore avanza anche una proposta più audace. Il programma NGEU, che è stato varato in un’ottica di intervento temporaneo per far fronte a un’emergenza, deve tuttavia costituire l’occasione per impostare un’ambiziosa riforma dell’impianto politico dell’Unione Europea.
È necessario affiancare la politica monetaria unica con una vera politica fiscale unica, e il NGEU ci dà un’indicazione della direzione in cui ci si deve muovere per attuare questa riforma. Bisogna creare meccanismi permanenti di politica fiscale dell’Unione: innanzitutto, un sostanzioso bilancio comune che non sia vincolato dall’obbligo del pareggio; in secondo luogo, un’espansione delle fonti di entrata autonome della Commissione; in terzo luogo, una riforma delle regole delle politiche fiscali nazionali che riduca drasticamente l’autonomia dei singoli governi; infine la possibilità di emettere in modo permanente debito pubblico comune nella forma di eurobond.
Il debito emesso in relazione alla politica fiscale europea non dovrà essere usato per alleggerire i debiti pubblici nazionali. Tuttavia si può istituire un apposito fondo d’ammortamento nel quale far confluire parte dei debiti pregressi di ciascun paese.
Con gli eurobond si riuscirebbe a creare quella che nei mercati finanziari è definita “attività sicura”, cioè un titolo di credito ad alto rating che verrebbe trattato in mercati dotati di elevato spessore, forte liquidità e ridotta volatilità.
Questa riforma intanto servirebbe ad accrescere l’efficacia della politica monetaria europea, presumibilmente perché il quantitative easing, così come le politiche restrittive che saranno necessarie quando l’inflazione tornerà a mordere, si estrinsecheranno con operazioni di mercato aperto che avranno come oggetto titoli europei del debito pubblico omogenei e di valore stabile. Inoltre servirebbe a fare dell’euro una valuta internazionale competitiva con il dollaro.
Per capire quest’ultima tesi si deve riflettere sul fatto che le riserve valutarie di molti paesi sono detenute in parte nella forma di investimenti in titoli del debito pubblico del paese che produce la valuta internazionale.
La cosa ha senso se: 1) il paese che li emette non è esposto a rischi di default, 2) il mercato dei suoi titoli pubblici è spesso e liquido, 3) il suo tasso di cambio è stabile e il rischio di svalutazione è basso. L’euro ha fatto concorrenza al dollaro soprattutto perché ha sempre avuto un tasso di cambio stabile con tendenze alla rivalutazione, in altri termini perché era più forte del dollaro per la caratteristica (3).
Tuttavia il dollaro è considerato più appetibile per la sua maggior forza nelle caratteristiche (1) e (2). Ciò spiega perché il peso dell’euro tra le valute internazionali non ha mai superato il 28%. Nel 2020 il 59% delle riserve mondiali di valuta erano in dollari, il 21% in euro, il 6% in yen, il 5% in sterline, il 2% in yuan.
Dal 2009 il peso del dollaro e dell’euro sono in costante diminuzione, quello delle altre 3 valute in aumento. Questa situazione verrebbe corretta a favore dell’euro con una riforma della politica di bilancio europea come quella suggerita da Visco.
Con tale tipo di riforma l’Unione Europea diventerebbe più forte all’interno, poiché aumenterebbero i poteri della Commissione nei confronti degli Stati nazionali, e più imperialista all’esterno, poiché aumenterebbe il suo signoraggio monetario globale.
Tenendo conto del fatto che anche Draghi aveva suggerito una riforma del genere, si può supporre che questa sia la linea politica portata avanti in Europa dalla classe dirigente italiana, o meglio, dal nucleo forte della classe dirigente, cioè dall’élite della Banca d’Italia – il nucleo che, lungo la discendenza Carli-Ciampi-Draghi, ha effettivamente governato l’economia Italiana negli ultimi 70 anni.
In sintesi, Visco valuta positivamente:
(a) la politica monetaria espansiva della BCE;
(b) il NGEU come strumento per finanziare le riforme strutturali più che le politiche fiscali espansive;
(c) le condizionalità riformatrici a favore dell’iniziativa privata che pone al governo italiano;
(d) la possibilità di fare un fondamentale passo avanti nell’architettura politica europea.
Un ottimismo ingiustificato
Sul punto (a) non c’è nulla da obiettare. La politica monetaria della BCE è stata espansiva ed è servita, tra le altre cose, a consentire ai paesi con forte debito pubblico, come l’Italia, di fare politiche fiscali espansive indebitandosi a basso costo.
Semmai si potrebbe osservare che la politica monetaria avrebbe potuto essere ancora più coraggiosa, espandendo ulteriormente gli acquisti di titoli con il programma PEPP allo scopo di abbassare ancora di più gli spread rispetto al Bund tedesco.
Ho dei seri dubbi invece sulla fondatezza delle valutazioni (b) e (c). Intanto dobbiamo domandarci: siamo sicuri che il NGEU è uno strumento di finanziamento veramente efficace? Da dove vengono i 191,5 miliardi di euro che l’Italia otterrà dall’Unione Europea?
L’Europa finanzia i 723,8 miliardi dell’RRF emettendo bond, cioè indebitandosi. Chi li ripagherà poi questi debiti? Le cose stanno così:
– gli interessi (circa 7-8 miliardi) li paga la Commissione con risorse proprie,
– i rimborsi li paga la Commissione con risorse proprie per un ammontare di circa 18-20 miliardi,
– il resto lo pagano i paesi che ricevono i fondi, e pagheranno il 100% per i prestiti (per l’Italia 122,6 miliardi).
Si dice che l’Italia avrebbe comunque un vantaggio perché non pagherebbe gli interessi, che sarebbero a carico dei fondi propri della Commissione. Ma da dove vengono questi fondi propri? Beh, vengono dai contributi al bilancio europeo pagati dai vari paesi.
Certo ci sarebbe un vantaggio per l’Italia perché lo spread dei bond europei sarebbe inferiore a quello dei BTP (nella prima emissione di bond lo spread è stato dello 0,3% mentre quello dei BTP era dell’1%). Tuttavia lo stesso vantaggio potrebbe essere ottenuto con un’estensione del PEPP.
Ma ci sono le sovvenzioni – si dice – e queste sono a fondo perduto! Sì certo, ma da dove vengono i soldi per ripagare il debito che finanzia le sovvenzioni? Ebbene vengono dai contributi versati alla Commissione dai vari paesi, e questi sono pagati in proporzione al PIL.
Ora, siccome le sovvenzioni vengono concesse in funzione di parametri di sofferenza economica (reddito pro-capite, disoccupazione ecc.) si calcola che l’Italia dovrebbe ricevere un trasferimento netto (sovvenzione – contributi) positivo. Sui 68,9 miliardi di sovvenzioni riceverà un trasferimento netto di circa 30 miliardi, impegnati nei primi 3 anni, cioè 10 miliardi l’anno.
Tuttavia se il calcolo viene fatto sul periodo in cui possono essere erogati, cioè 6 anni, saranno 5 miliardi. Forse è più corretto questo calcolo, ma per non sembrare ipercritico qui privilegerò il primo, assumendo che le sovvenzioni vengano erogate in 3 anni.
A questo trasferimento netto vanno poi sottratti i contributi che l’Italia dovrà versare in generale per le risorse proprie della Commissione. L’Italia è contribuente netto del bilancio europeo. Tra il 2012 e il 2018 (quando non c’era il NGEU) ha versato al netto circa 5,2 miliardi l’anno.
Per il periodo tra il 2021 e il 2027 il governo Conte prevedeva un versamento netto di circa 3 miliardi l’anno. Insomma, probabilmente l’Italia incasserà, in media annua, un trasferimento netto annuo tra i 5=10-5 e i 7=10-3 per 3 anni. Diciamo che riceverà circa 6 miliardi di euro l’anno. Non è molto. Rispetto agli 812 miliardi di spesa pubblica previsti per il 2021 è lo 0,7%.
Siccome per i soldi presi a prestito con il NGEU il vantaggio dell’Italia è molto basso e virtualmente nullo, possiamo giungere alla seguente conclusione: la pioggia di soldi in arrivo da Bruxelles è una miseria (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella, 2021; Del Monaco, 2020; Fazi, 2020a; Stirati, 2021). Di soldi ce ne daranno pochi, maledetti e non subito. Soprattutto maledetti, perché per darceli pretendono che ci mettiamo il cappio al collo, cioè...
Veniamo al punto (c) delle valutazioni di Visco. Saranno veramente positive le condizionalità prefigurate dal NGEU e anticipate dal PNRR? In realtà le condizionalità si preannunciano come molto pervasive, abbracciando tutti gli strumenti di politica economica.
Prevedono riforme strutturali (sulla giustizia, il fisco, l’ambiente, la digitalizzazione, la ricerca, l’istruzione, la sanità, il lavoro) che verranno decise dalla Commissione – o meglio, da un governo italiano più liberista della Commissione stessa.
Le raccomandazioni comunque saranno stringenti perché ricattatorie: prima il governo deve dimostrare di essere stato obbediente, poi prenderà i soldi. Si noti che per avere i soldi, i piani di spesa dovranno essere approvati dalla Commissione e dal Consiglio europei.
Peraltro, si tenga presente che i fondi verranno resi disponibili quando l’economia: 1) sarà già in piena ripresa, 2) avrà un debito enorme (che la Commissione già valuta come “altamente rischioso nel medio termine”), 3) avrà un disavanzo eccessivo e 4) avrà probabilmente un output gap positivo. Quindi ci saranno quattro motivi per cui le raccomandazioni di politica fiscale saranno improntate all’austerità.
Appena la clausola di salvaguardia verrà sospesa, si attiverà la sorveglianza rafforzata del Semestre europeo e la Commissione, come ha già annunciato, pretenderà “politiche fiscali prudenti” con la creazione di un avanzo primario positivo forse già dal 2023 (quando sarà stato recuperato il livello del PIL pre-crisi).
E quale sarà il contenuto sociale delle raccomandazioni della Commissione? Certo nessuno può prevedere cosa passerà per le menti della von der Leyen & company nei prossimi tre anni. Ma se dobbiamo basarci sull’esperienza del passato, non credo che potremo aspettarci raccomandazioni molto popolari. L’esperienza ci insegna che le raccomandazioni saranno prevalentemente dei tipi esposti nella tabella 3.
Perché è stato fatto il “conticidio” che ha portato al “governo dei migliori”?
Conoscendo Draghi, possiamo prevedere che il suo governo si troverà in perfetta sintonia con le raccomandazioni della Commissione, se saranno di quel tipo, e probabilmente le anticiperà. Il che ci fornisce un indizio su uno dei motivi per cui Conte è stato sostituito da super-Mario.
La chiave di lettura ce la danno alcune frasi pronunciate da certi protagonisti della recente commedia politica italiana. Ad esempio Renzi, il sicario, in una conferenza stampa del 13 gennaio 2021 ha sparato: Conte è incapace di fare le “riforme strutturali”, perciò “si deve dimettere, poi può succedere di tutto. Magari arriva Draghi”.
Magari Renzi non sa neanche cosa significa “riforme strutturali”, ma potrebbe aver orecchiato parole dei mandanti. Bonomi, presidente di Confindustria, in un’intervista sul Corriere del 14 gennaio 2021 è stato esplicito sugli obiettivi delle riforme strutturali: “Mi auguro un governo disponibile ad ascoltare chi sa far crescere il Paese”.
Il PNRR può anche essere un libro dei sogni, ma gli impegni che prevede sono piuttosto generici, e quindi tutto si giocherà nelle interpretazioni in fase attuativa. Come ha osservato il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Gentiloni, in un’intervista su Repubblica del 29 dicembre 2020: la cosa nel Recovery Plan “che mi preoccupa di più è l’attuazione, l’esecuzione del piano. Perché il Diavolo non è nei dettagli del piano ma nelle procedure per eseguirlo”.
Dunque, senza voler esaltare il governo Conte, ci si può domandare: potevano i poteri forti europei e italiani fidarsi di uno che ha fatto il blocco dei licenziamenti, introdotto “quota 100” e concesso il reddito di cittadinanza, e si apprestava a varare la riforma blocca-prescrizione?
Con Draghi possono stare tranquilli. Infatti ha deciso subito un condono fiscale e lo sblocco dei licenziamenti. Poi ha istituito un Ministero della Transizione Ecologica il cui programma di riforme prevede, tra le altre cose, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi e l’impiego pacifico dell’energia nucleare! Più affidabile di così...
Inoltre si appresta a varare una riforma Cartabia che neutralizza la blocca-prescrizione introducendo l’improcedibilità. Questa genialata “giuridica” merita una breve spiegazione, e la metterò facile facile: se un capitalista è condannato per omicidio bianco (non ha rispettato le norme di sicurezza in fabbrica) o corruzione (ha pagato tangenti) o disastro ambientale, arruola un super avvocato capace di trascinare il processo d’appello per 3 anni e la condanna è annullata.
La ministra, oltre che prestigiosa giurista costituzionale, si è rivelata anche grande esperta di economia internazionale, dichiarando che la sua riforma della giustizia servirà anche ad attrarre più investimenti esteri. Al dumping fiscale di Irlanda, Olanda e Lussemburgo il nostro governo risponde italianamente col dumping criminale.
Se non passa la riforma Cartabia l’Europa ci taglia i fondi! Draghi dixit. Ecco a che serve il Recovery Fund. Questo tipo di argomentazione è una grande novità. Finora l’antifona dei governi che facevano boiate era: “dobbiamo farlo perché ce lo chiede l’Europa”.
D’ora in poi sarà più forte: “dobbiamo farlo se no l’Europa ci taglia i fondi”. È un efficace cambiamento di metodo nella giustificazione propagandistica.
Quanto alla sostanza, ciò che rende importante il Recovery Fund, e la ragione per cui in Italia si vuole che lo gestisca Draghi, è che incoraggia politiche capaci di favorire “chi sa far crescere il paese”. È in gioco molto di più della distribuzione di sovvenzioni – che peraltro sono piuttosto scarse, come abbiamo visto.
Sono in ballo grosse riforme strutturali ed è fondamentale che siano fatte nell’ottica di rimuovere gli ostacoli alla concorrenza e stimolare l’iniziativa privata. Visco è stato esplicito.
Il Governatore è stato esplicito anche su un’altra riforma fondamentale quando ha proposto di fare un passo avanti nella costruzione dell’architettura politica europea con l’emissione permanente di eurobond e l’ampliamento del bilancio europeo. Anche Draghi sostiene questa linea. Chiamiamola quindi “linea Draghi-Visco”.
Alcuni politici e alcuni osservatori si aspettano una riforma del Patto di Stabilità e Crescita quando saremo usciti dalla crisi covid e le clausole di salvaguardia verranno sospese. Ad esempio, Gentiloni prevede una revisione del Patto di Stabilità in autunno, pur senza modificare i Trattati.
Le proposte sono varie, e vanno da quella di “scartare le regole fiscali in favore di standard fiscali – prescrizioni qualitative che lasciano spazio alla valutazione” (Blanchard, Leandro e Zettelmeyer, 2021), a quella di eliminare l’output gap come strumento d’indirizzo per la politica economica, avanzata da Massimo Bordignon dell’European Fiscal Board, per non dire di quella, proposta sempre dall’European Fiscal Board, di introdurre una Golden Rule che consenta di scorporare alcune spese per investimenti dai calcoli che servono a definire le regole fiscali più stringenti. Quali spese per investimenti?
Draghi si è sbilanciato, sia pur ellitticamente, quando, alle kermesse di Comunione e Liberazione, ha proposto la distinzione tra debito buono e debito cattivo, distinzione che ha poi ripreso in un intervento all’Accademia dei Lincei.
“La transizione energetica, la consapevolezza dell’importanza della ricerca e il percorso che porterà le generazioni future verso gli obiettivi del 2030 e del 2050 attribuiscono allo Stato un ruolo attivo che è cruciale. Non solo nella costruzione di infrastrutture chiave nella ricerca e nello sviluppo. Ma soprattutto nel catalizzare gli investimenti privati nelle aree di priorità. Dando fiducia. Semplificando le procedure. Aiutando le imprese a gestire il rischio in aree nuove […] Le certezze fornite dall’Europa e dalle scelte del governo […] l’abbondanza di mezzi finanziari pubblici e privati sono circostanze eccezionali per le imprese e le famiglie che investiranno capitali e risparmi in tecnologia, formazione, modernizzazione” (Draghi, 2021). Ecco quali sono gli investimenti pubblici che generano debito buono: quelli che servono a “catalizzare gli investimenti privati”.
Il debito cattivo invece sarebbe quello generato da spese pubbliche che scialacquano i soldi per mantenere in vita imprese senza futuro – mettiamo, come l’Alitalia o il Monte dei Paschi?
Ora, ipotizziamo che questa boutade sul debito buono e cattivo venga fatta propria dalla Commissione Europea. Non sarebbe un criterio comodo per definire la Golden Rule e per distinguere il disavanzo pubblico che andrebbe finanziato con eurobond da quello che andrebbe ad alimentare il mercato dei BOT e dei BTP?
Cosa converrebbe fare all’Italia?
Abbiamo visto che le valutazioni (b) e (c) di Visco sono ingiustificatamente ottimiste. Non è vero che il NGEU è un efficace strumento di politica espansiva, e non è prevedibile che le condizionalità riformatrici che imporrà sosterranno la crescita del benessere collettivo.
Alla luce di ciò ci si può domandare cosa converrebbe fare all’Italia. La risposta che darò a questa domanda è articolata in due piani, diciamo, piano A e piano B.
Piano B: se l’Italia deve restare nell’EU, allora la cosa migliore da fare sarebbe quella suggerita dall’economista tedesco Daniel Gros: chiedere un temporaneo stop ai contributi dovuti a Bruxelles per un periodo di 7 anni.
Va da sé che, insieme ai contributi versati, verrebbero bloccate le sovvenzioni concesse. Si otterrebbe comunque un risparmio netto tra i 20 e i 35 miliardi. È più o meno l’ammontare di sovvenzioni nette che si otterrebbero con il NGEU, ma con una differenza sostanziale: il governo non dovrebbe sottostare ai ricatti della Commissione e potrebbe fare politiche fiscali espansive senza dover obbedire alle sue raccomandazioni. Potremmo fare a meno del governo dei migliori.
Ma si potrebbero fare cose ancora più audaci. Però, prima di proporre il piano A, devo richiamare la valutazione (d) di Visco, ovvero quella che ho definito “linea Draghi-Visco” sulla riforma della politica fiscale europea: eurobond con espansione del bilancio pubblico comunitario. Ammesso che la linea passi, sarebbe un vantaggio per l’Italia?
Da una parte lo sarebbe perché consentirebbe di scaricare sugli altri popoli europei il rischio di default generato dall’elevato debito pubblico, soprattutto perché permetterebbe di ridurre questo rischio, con conseguente abbassamento degli interessi da pagare (Cesaratto, 2021). Però, d’altra parte, causerebbe uno svantaggio più grave.
La riforma proposta dovrebbe essere attuata in modo tale da evitare l’azzardo morale dei paesi altamente indebitati. Al tal fine deve imporre una sorveglianza ancora più stretta sull’operato dei governi nazionali. Così la nostra economia resterebbe definitivamente intrappolata nelle politiche di austerità.
C’è un’alternativa agli eurobond? Certo che c’è, ed è quella di un rapido ritorno alle tradizionali politiche di austerità. È la linea proposta, tra gli altri, dal cane lupo tedesco Wolfgang Schäuble: “in Europa urge tornare a una severa disciplina fiscale” (Financial Times, 2 giugno 2021). Questa linea sembra sostenuta anche dal democristiano Armin Laschet, probabile successore della Merkel alla guida della Germania (mammamia! un altro Arminio sui sentieri Roma!), ma anche dal ministro delle finanze socialdemocratico Olaf Scholz.
Sembrerebbe che oggi nell’UE stia per iniziare una grande partita Italia-Germania: Draghi-Visco vs Schäuble-Laschet, ovvero un passo avanti verso l’integrazione europea oppure un passo indietro verso il rigore fiscale.
Sinceramente non so quale delle due linee converrebbe di meno all’Italia. Se vince la linea Schäuble-Laschet si torna presto – non più tardi del 2023 secondo il vicepresidente della Commissione Vladis Dombrovskis – a quella politica di austerità, di redistribuzione regressiva del reddito, di peggioramento dei servizi pubblici, di privatizzazioni selvagge e di crescita zero con cui il popolo italiano si è impoverito negli ultimi vent’anni.
Ma ho paura che, se vince la linea Draghi-Visco, tutte queste belle cosette saranno strutturalmente imperniate nella riforma che priverà il governo italiano anche di quel minimo di autonomia di cui ancora gode. In parole povere, per il popolo italiano andrebbe male in entrambi i casi, e forse peggio se vincesse la linea Draghi!
Per di più c’è il grosso problema del nostro debito pubblico, che è previsto salire al 160% del PIL nel 2021 (personalmente mi aspetto che andrà oltre). Attualmente è considerato poco rischioso per via del PEPP messo in atto dalla BCE.
Ma questo è un programma d’emergenza, cioè temporaneo. Verrà sospeso quando saremo fuori della pandemia. Se poi dovesse accadere che l’inflazione, che ha già ricominciato a crescere, superasse il 2% (come è probabile che accada con l’economia in ripresa), i tassi d’interesse aumenterebbero, la BCE non potrebbe fare politiche espansive e il problema del debito esploderebbe di nuovo con una crisi che potrebbe essere ben più grave di quella del 2011-12.
Non a caso diversi economisti, come i tedeschi Hans-Werner Sinn e Friedrich Heinemann, hanno proposto una ristrutturazione del debito pubblico italiano. Anche la riforma del MES sembra muoversi in questa direzione, in quanto da una parte ostacola l’accesso ai fondi MES per i paesi con debito non sostenibile, così incoraggiandoli alla ristrutturazione, dall’altra prevede l’estensione dell’emissione di debito con clausole di aziona collettiva (CAC).
Queste servono proprio a facilitare le ristrutturazioni, in quanto impediscono che una minoranza di creditori faccia causa allo Stato in default contro la volontà della maggioranza (Fazi, 2020b).
In passato si scommetteva sul fatto che gli altri paesi europei, cioè le loro banche, non potessero permettersi una ristrutturazione del debito italiano. Oggi questa forma di ricatto funziona poco, perché solo il 20% circa del nostro debito è in mani straniere (nel 2010 era il 50%). Insomma, una ristrutturazione del debito pubblico italiano quando saremo fuori della crisi covid è abbastanza probabile. E questo è un altro motivo per cui il governo italiano deve essere guidato da un uomo di cui le grandi banche possano fidarsi.
La ristrutturazione potrebbe essere una buona cosa per gli italiani, se attuata da un governo popolare che la facesse pagare alla speculazione e alle banche, ad esempio con una drastica sforbiciata e/o un buy out (Screpanti, 2017). Sarebbe una pessima cosa, se fatta da un governo ultraliberista sotto tutela della Commissione Europea. Il quale potrebbe mettere il paese in mano alla troika e scatenare un’operazione di macelleria sociale come quella che Draghi e Schäuble imposero alla Grecia nel 2015.
È vero che c’è la possibilità di una ristrutturazione “soft”. La quale consisterebbe nella sterilizzazione del debito pubblico detenuto dalla Banca d’Italia, da attuare trasformandolo in rendita perpetua oppure non rimborsandolo alla scadenza. Oggi è il 26%, ma potrebbe arrivare rapidamente a oltre il 30%.
Tuttavia con una ristrutturazione del genere il rapporto Debito/Pil resterebbe abbastanza alto, tra il 110% e il 120%; e anche se una parte potesse essere convertita in eurobond, non si uscirebbe da una condizione di rischio in forza della quale il governo sarebbe comunque costretto a fare politiche di austerità.
In parole povere, se si deve fare una ristrutturazione del debito, deve essere massiccia; e se si vuole farla pagare agli speculatori invece che al popolo, sarebbe meglio che l’Italia stesse fuori dell’UE. D’altra parte una massiccia ristrutturazione del debito italiano potrebbe scatenare una crisi dell’euro, e questa potrebbe portare alla rottura dell’UE o all’uscita dell’Italia.
Non bisogna averne paura. Anzi, sarebbe una buona cosa: una breve crisi finanziaria (con qualche banca che viene salvata dal fallimento riportandola sotto la proprietà pubblica) e poi ci saremmo liberati dall’oppressore (Screpanti, 2017). Tolto il dente guasto, si può ricominciare a masticare bene.
Non sono un nazional-sovranista e non sono contrario all’unificazione europea. Sono contrario a un’unificazione governata da un’oligarchia antidemocratica e ultraliberista. E sono contrario alle politiche con cui quest’oligarchia ha impoverito il popolo e devastato la classe operaia non solo in Italia. Perciò vagheggio il...
Piano A: per il popolo italiano la cosa migliore da fare è l’Italexit. E tanto meglio se questa riuscisse a innescare una rottura dell’UE. È un pensiero utopico? Forse, ma non più del pensiero di chi crede che l’Italia possa uscire dalla depressione economica e dal disastro sociale restando nell’UE.
Appendice: La perversione dell’output gap
Ho più volte menzionato il concetto di “output gap”, suggerendo che è uno strumento importante per orientare le politiche economiche. Qui voglio spiegarlo brevemente per mostrare come potrebbe essere usato nel prossimo futuro per “costringere” il governo italiano a fare politiche di austerità.
È definito così: Output gap = (𝑌−𝑌e)/𝑌e , dove 𝑌 è il PIL effettivo e 𝑌e è il PIL potenziale. Per orientare le politiche fiscali si usa la seguente regola:
– Se l’output gap è negativo la politica deve essere espansiva.
– Se l’output gap è positivo la politica deve essere restrittiva.
Il PIL potenziale è quello massimo, ovvero quello di equilibrio con piena occupazione non inflazionistica. È bene sapere che per il pensiero economico mainstream un “tasso di disoccupazione di piena occupazione” può ben essere superiore al 15%!
La crescita del PIL potenziale dipende dalla crescita della produttività del lavoro, della forza lavoro e del capitale. Il fatto è che queste tre grandezze dipendono a loro volta dalla crescita effettiva. Non a caso gli statistici “sempliciotti” della Commissione stimano 𝑌e sulla base di una media mobile di 𝑌 (Cassese D. 2019; Tooze, 2019).
Il tasso d’aumento della produttività, p, è funzione crescente del tasso d’aumento del PIL, y, come secondo la legge di Kaldor-Verdoorn: p=a+by, con b che è prossimo a 0,5. Il che vuol dire che quando il PIL effettivo aumenta, diciamo, del 4%, la produttività del lavoro aumenta endogenamente grosso modo del 2%, e ciò perché con la crescita degli investimenti si rinnovano più facilmente i macchinari obsoleti, mentre con la crescita delle dimensioni delle imprese si attivano le economie di scala.
D’altronde, quando la domanda ristagna si fanno pochi investimenti e quindi la capacità produttiva cresce poco. Infine, quando la disoccupazione è elevata e duratura, molti lavoratori (specialmente donne) smettono di cercare lavoro, il che riduce la forza lavoro.
Così si può innescare un circolo vizioso per cui la bassa crescita del PIL genera una bassa crescita della produttività, della capacità produttiva e della forza lavoro, e quindi dell’output potenziale, portando l’output gap su valori positivi perfino in presenza di crescita zero. Di conseguenza le politiche fiscali dovranno essere restrittive e la crescita del PIL resterà bassissima.
In nessun paese questa perversione è osservabile bene come in Italia, dove si è effettivamente verificato l’assurdo di politiche che la Commissione vuole restrittive quando l’economia cresce a un tasso prossimo a zero. Ad esempio nel 2018, con una crescita dello 0,9% l’output gap fu di +0,2.
Così la Commissione aprì una Procedura di Deficit Eccessivo contro l’Italia ritenendo che la sua economia fosse a rischio di surriscaldamento! Nel 2019, con una crescita dello 0,3%, l’output gap era stimato a +0,6%. Quindi, se non ci fosse stata la pandemia, la politica fiscale del 2020 avrebbe dovuto essere restrittiva.
Bibliografia
Blanchard O., Leandro A. e Zettelmeyer J. 2021. Che fare delle regole fiscali europee? Le Grand Continent.
Canelli R., Fontana G., Realfonzo R. e Veronese Passarella M. 2021. Are EU policies effective to tackle the covid-19 crisis? The Case of Italy, Review of Political Economy.
Cassese D. 2019. Crescita e PIL potenziale: le stime controverse di Bruxelles, Economia e Politica.
Cesaratto S. 2021. Eurobond: La mossa dell’Italia per evitare austerità e ristrutturazione del debito, Ilsussidiario.net.
Clancy E. 2020. Discipline and punish: End of the road for the EU’s Stability and Growth Pact? Martin-schirdewan.eu, Bruxelles.
Commissione Europea. 2021. Proposta di DECISIONE DI ESECUZIONE DEL CONSIGLIO relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell’Italia, Bruxelles.
Del Monaco A. 2020. Recovery fund: I conti sui sussidi danno saldo negativo per l’Italia, Huffpost.
Draghi M. 2021. Draghi ritorna su differenza tra debito buono e debito cattivo, Finanza.com.
Draghi M. e Franco D. 2021. Italy’s stability programme, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Roma.
Fazi T. 2020a. Recovery Fund: Manuale di autodifesa contro la propaganda di regime, La Fionda.
Fazi T. 2020b. Lo spieghìno: Il “nuovo” MES riformato? È peggio di quello vecchio, La Fionda.
Fumagalli A. 2020. La presunta svolta della politica economica europea ai tempi del Covid 19: Verso il G20 della finanza a Venezia, Effimera.
Screpanti E. 2017. Un’altra Europa è impossibile ma necessaria, Il Ponte.
Stirati A. 2021. Le ombre sul Recovery Fund, MicroMega.
Tooze A. 2019. Output gap nonsense, Social Europe.
Visco I. 2021. Considerazioni finali del governatore, Banca d’Italia, Roma.
Fonte
14/12/2019
Imperialismo e gendarmi sociali. Intervista ad Ernesto Screpanti
1. Nel suo libro sulla globalizzazione [L’imperialismo globale e la grande crisi: L’incerto futuro del capitalismo, Roma 2014; Global Imperialism and the Great Crisis: The Uncertain Future of Capitalism, Monthly Review Press, New York 2014] lei riprende il concetto leninista di “imperialismo” affermando che la natura del capitalismo contemporaneo si basa sul suo carattere multinazionale e liberoscambista, e che in esso le nazioni ricoprono un ruolo di “gendarmi sociali”.
Considera questa fase del capitalismo come il suo stadio ultimo, il risultato della natura cosmopolita della produzione che cresce con l’estensione del mercato per mano della borghesia?
Vorrei, inoltre, domandarle come si confronta con i teorici della Teoria della Dipendenza come Samir Amin, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e la loro ricostruzione del sistema-mondo capitalista?
Il concetto di “imperialismo” elaborato da Lenin, Rosa Luxemburg e altri marxisti della seconda e della terza Internazionale era appropriato per l’imperialismo coloniale della fine dell’Ottocento e inizio Novecento, un capitalismo con tendenze al monopolio e al protezionismo in cui l’accumulazione internazionale si svolgeva prevalentemente (con la parziale eccezione della Gran Bretagna) entro i confini dell’impero nazionale.
La storia ha dimostrato che non era la “fase suprema del capitalismo”.
La teoria della dipendenza sviluppata nella seconda metà del Novecento aveva colto le conseguenze del superamento dell’imperialismo coloniale e aveva capito che il dominio e lo sfruttamento imperialista si articolano più in forza della dipendenza economica che dell’assoggettamento politico. Ma i tempi non erano ancora maturi per capire il cambiamento dei ruoli tra Stato e imprese che si sarebbe verificato con la globalizzazione.
Sia quella dell’imperialismo coloniale che quella dell’imperialismo post-coloniale erano solo fasi di transizione verso una forma d’accumulazione ancora più cosmopolita, come quella che era stata prevista da Marx.
Il capitale si accumula sul “mercato mondiale” travalicando i confini degli Stati e degli imperi nazionali, e favorisce il libero scambio invece che il protezionismo. I soggetti dell’espansione sono direttamente le imprese multinazionali. Perciò lo chiamo “imperialismo globale delle multinazionali”. In questo sistema i grandi capitalisti non si limitano a dare ordini alle classi politiche della propria nazione, ma cercano di condizionare tutti gli Stati, con le lobby internazionali e i ricatti attivabili con la minaccia delle delocalizzazioni. In forza del libero movimento dei capitali, la competizione oligopolistica tra le imprese determina una competizione politica al ribasso tra gli Stati nazionali. I governi sono spinti ad attuare politiche di dumping sociale, fiscale, normativo e ambientale: ridurre il costo del lavoro, ridurre le tasse alle imprese redistribuendo il carico fiscale sui ceti meno abbienti, privatizzare le imprese pubbliche, tollerare le produzioni inquinanti etc. Gli Stati che non si adeguano sono puniti con rallentamenti della crescita, e quelli che lo fanno devono svolgere al proprio interno una funzione di gendarme sociale. Devono reprimere i movimenti di protesta e rivolta scatenati dalle politiche economiche messe in atto dai governi sotto il ricatto delle multinazionali.
Non è vero che non esiste più conflittualità politica tra le nazioni. Ciò che esiste è “un’armonia” del mercato basata su una competizione tra Stati che non è meno spietata (verso le classi sfruttate) di quella economica tra le imprese.
Bisogna aggiungere che, al livello globale, gli Stati più grandi (ma ancora soprattutto gli Stati Uniti) svolgono le funzioni di banchiere mondiale e sceriffo mondiale, cioè producono la moneta internazionale e disciplinano militarmente gli “Stati canaglia” che non accettano le leggi del mercato. Gli Stati Uniti, con politiche fiscali e monetarie espansive, dovrebbero svolgere anche la funzione di motore dell’accumulazione mondiale, ma hanno cessato di farlo almeno dalla crisi del 2007-9.
2. Oggi sembra che la globalizzazione sia entrata in crisi. Da un lato sta uccidendo la classe media occidentale e dall’altro ha portato all’ascesa dell’Asia, che sta tornando a essere il cuore pulsante del sistema-mondo. Tra una Cina che con la BRI propone la via cinese alla globalizzazione, l’UE che si ristruttura come polo imperialista indipendente e gli USA di Trump, sembra riemergere lo Stato in tutta la sua importanza. Stiamo tornando a una fase policentrica di competizione inter-imperialista in cui lo Stato nazionale giocherà un ruolo chiave?
La crescita economica della Cina è un fenomeno di vecchia data. Oggi continua, ma a ritmi più blandi che nel periodo pre-crisi. Lo stesso discorso vale per la Germania (con l’appendice UE). Dato il loro volume di produzione e l’ampiezza dei loro mercati interni, queste due aree economiche potrebbero rilevare dagli Stati Uniti la funzione di motore dell’accumulazione mondiale. Però non possono farlo perché le loro economie sono fortemente orientate alle esportazioni. Per assolvere quella funzione dovrebbero azzerare i loro surplus commerciali e fare politiche monetarie e fiscali fortemente espansive, cosa che oggi come oggi non sembra plausibile. Né possono svolgere la funzione di banchiere mondiale, visto che gli Stati Uniti lotteranno fino all’ultimo sangue per conservare il Dollar Standard nel sistema dei pagamenti internazionali. Quanto alla funzione di sceriffo mondiale, Macron, il cagnolino della Merkel, continua a provarci come da tradizione gollista, ma solo per rendersi ridicolo. Per di più, le politiche commerciali di Trump stanno avendo successo, quanto meno nel senso di mettere in ginocchio Cina e Germania.
Queste politiche configurano un ritorno al mercantilismo statale? Sì, ma è un processo iniziato già all’indomani della crisi. E non sono stati solo gli Stati Uniti a praticare svalutazioni e protezionismo competitivi. L’hanno fatto quasi tutti i grandi paesi, con la conseguenza che il tasso di crescita del PIL mondiale è diminuito. Come strumenti di rilancio della produzione, queste politiche sono controproducenti se le fanno quasi tutti: le importazioni mondiali rallentano e quindi rallentano anche le esportazioni.
Ciò significa che la globalizzazione è entrata in crisi? No. Dopo l’avvento di Trump, il pensiero neoliberista ha cominciato il pianto greco prevedendo la fine delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione. I nazionalisti (di destra e di sinistra), invece, hanno intonato un peana per il ritorno dello Stato alla sua funzione direttiva. Ma l’idea della fine della globalizzazione è un abbaglio. Dal 2008 si è verificato un rallentamento solo della globalizzazione commerciale. Se per globalizzazione s’intende estensione del movimento delle merci, i teorici della fine della globalizzazione hanno in parte ragione (in parte, perché stiamo parlando di rallentamento, non di regresso). Tuttavia, se la globalizzazione è intesa come un processo di crescita dell’imperialismo globale delle multinazionali, si può dire che non c’è stato alcun rallentamento, semmai un’accelerazione.
È accaduto che le imprese hanno reagito all’innalzamento delle barriere protezionistiche intensificando i processi d’internazionalizzazione. Oggi le multinazionali si espandono globalmente con le fusioni e le acquisizioni transfrontaliere, la creazione di catene internazionali del valore e lo sviluppo di movimenti di capitale che portano alla continua crescita del numero delle multinazionali stesse. Questa è la globalizzazione produttiva. La crescita degli investimenti esteri di portafoglio invece configura la globalizzazione finanziaria.
Ebbene entrambi questi tipi di globalizzazione sono aumentati in modo impressionante dalla crisi del 2007-9. Il tasso di crescita medio annuo del numero delle imprese multinazionali è stato del 2,8% tra il 2000 e il 2005, del 5,3% tra il 2005 e il 2010, ed è saltato alla strabiliante cifra di 43,2% tra il 2010 e il 2015 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati). Nel 1976 le multinazionali erano 11.000, nel 2015 erano diventate 320.000. Ciò è avvenuto nonostante l’aumento del numero di fusioni e acquisizioni transfrontaliere, che è passato da 2.094 nel 1990 a 6.821 nel 2018. Anche gli investimenti diretti esteri e gli investimenti esteri di portafoglio hanno vissuto un trend crescente, sebbene con delle diminuzioni negli anni di crisi.
Un effetto interessante delle politiche di Trump è stato la flessione temporanea degli investimenti diretti esteri nel periodo 2016-18 come conseguenza dei rimpatri degli utili delle multinazionali americane, un fenomeno che ha contribuito, insieme alle politiche protezionistiche, a innescare l’attuale rallentamento dello sviluppo. Il tasso di crescita del PIL globale, che era del 4,38% nel 2004, è passato a 3,16% nel 2017 e a 3,04% nel 2018. Gli stessi Stati Uniti hanno risentito di questo rallentamento, il tasso di crescita annuo del loro PIL è passato dal 3,80% del 2004 al 2,22% del 2017 e all’1,9% del 2018-9.
In conclusione, dopo la crisi del 2007-9 c’è stato un risveglio dell’interventismo economico statale, il quale però con le politiche commerciali mercantiliste ha prodotto effetti opposti a quelli che auspicavano i loro fautori, cioè una decelerazione della crescita del commercio estero e del PIL. La globalizzazione commerciale ha rallentato, e le imprese capitalistiche hanno reagito con un soprassalto d’internazionalizzazione che ha fatto aumentare la globalizzazione produttiva e quella finanziaria. La reazione delle multinazionali al nuovo interventismo statale ha generato un effetto sistemico che si è risolto in una punizione per i governi. Il capitale ha bisogno che gli Stati lavorino al suo servizio. Vanno bene quindi i salvataggi delle imprese con i soldi dei contribuenti, le privatizzazioni, le riduzioni del costo del lavoro e delle tasse sulle imprese. Ma se i governi osano ostacolare la “libertà” economica, le decisioni individuali e non coordinate di centinaia di migliaia di imprese riescono ad attivare la funzione disciplinare che i “mercati” esercitano sui governi.
Infine, è vero che stiamo tornando a una fase di competizione imperialistica policentrica? No, semplicemente perché non ce ne siamo mai allontanati. C’era già prima della crisi 2007-9. “L’armonia” dei mercati globali che s’instaura attraverso la competizione oligopolistica delle multinazionali non implica l’armonia delle politiche degli Stati. Conflitti interstatali continueranno a esistere per motivi geopolitici, che sono l’ossessione delle classi politiche nazionali. Ai manager delle multinazionali non gliene frega niente, purché i governi continuino a competere tra loro con le politiche di dumping e a svolgere la funzione di gendarme sociale.
3. Abbiamo detto che la Cina propone la sua via alla globalizzazione con la BRI mentre con altre istituzioni come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i paesi BRICS piccona l’egemonia del Dollaro e quindi l’ordine mondiale americano. Ritiene possibile nel medio periodo l’entrata ufficiale nel secolo cinese, come pensavano Samir Amin e Giovanni Arrighi, a seguito anche del cambio di modello di sviluppo intrapreso dal PCC, da uno basato sul plusvalore assoluto ad uno centrato sul plusvalore relativo, come dimostra il piano “Made in China 2025”?
L’ascesa della Cina a potenza economica globale è facile da prevedere. Già nel 1903 era stata prevista da John Hobson, il primo grande teorico dell’imperialismo. Oggi tutta l’Asia orientale è diventata una zona di sviluppo economico molto più dinamica dell’area atlantica. E il PIL statunitense misurato in Dollari sarà presto superato da quello Cinese (quello misurato in Parità di Potere d’Acquisto è già stato superato). Quanto all’innovazione tecnologica, attualmente la Cina sta contendendo agli Stati Uniti la posizione di primo paese al mondo per valore delle spese in Ricerca e Sviluppo. Con il piano “Made in China 2025” si propone di acquisire la leadership mondiale nell’innovazione tecnologica e di modernizzare il proprio apparato produttivo sviluppando l’industria 4.0 soprattutto nei settori che producono energie alternative, componenti high tech, robot industriali, strumenti medici avanzati, chip per cellulari, aerei a fusoliera larga, grandi trattori e seminatrici. E non c’è dubbio che abbia la capacità di raggiungere questi obiettivi. Inoltre, con la cosiddetta “Nuova via della seta”, la Cina mira a costruire una rete d’infrastrutture produttive, logistiche e commerciali che la collegheranno con l’Europa, l’Asia e l’Africa. L’Europa fa gola alla Cina sia perché è un grande mercato di sbocco sia perché è dotata d’imprese ad alto sviluppo tecnologico su cui le multinazionali cinesi vogliono mettere le mani.
In realtà ce le stanno mettendo da tempo: l’Europa è l’area dove si riversa la maggiore quantità degli investimenti diretti esteri cinesi. E sono prevalentemente investimenti del tipo brownfield, cioè quelli che mirano all’acquisizione di quote di proprietà nelle imprese esistenti. Quando questi due progetti saranno stati realizzati, gli Stati Uniti saranno ridotti a una potenza economica marginale, sebbene non nell’innovazione tecnologica. Ci sono comunque due campi in cui la loro egemonia difficilmente potrà essere superata in un futuro prevedibile. Quello militare e quello monetario. Sull’egemonia militare c’è poco da dire. Nessuna potenza nazionale può sfidare militarmente gli Stati Uniti e soppiantarli nella posizione di sceriffo mondiale, almeno per molti decenni a venire. Su quello monetario, bisogna ricordare che all’indomani della crisi 2007-9 la Cina aveva proposto di sostituire il Dollar Standard con una moneta di riserva creata del Fondo Monetario Internazionale, ricevendo delle eleganti pernacchie dagli Stati Uniti e da vari paesi europei. Oggi il principale concorrente del Dollaro come moneta di pagamento e di riserva internazionale è l’Euro, il quale copre poco più di un terzo dei pagamenti internazionali, mentre il Dollaro copre circa il 40%. Inoltre nel 2018 l’Euro costituiva il 20% delle riserve valutarie mondiali, mentre il Dollaro costituiva il 62%. Lo Yen giapponese era al 5,2%, la Sterlina al 4,4, lo Yuan all’1,9%. Quindi tutte le chiacchiere che si stanno facendo sullo Yuan come temibile concorrente del Dollaro sono basate su pure e semplici fantasie. Certo, alla fine le cose potrebbero cambiare, forse con la creazione di una moneta composita in cui sarà più rilevante il peso dell’Euro e meno quello del Dollaro, ma comunque piccolo quello dello Yuan. Potrebbe essere letta anche in questa chiave – diciamo, nella chiave di un’alleanza monetaria anti-dollaro – la crescente attenzione che i cinesi riservano all’Europa.
4. Ad essere messo in discussione ora è anche il modello mercantilista tedesco che ha rovinato il nostro paese. Ritiene possibile un cambio di politica economica da parte tedesca o ci sarà la caccia agli asset dei “fratelli europei” come sembra farci intuire la riforma del MES?
La crisi del modello tedesco di sviluppo trainato dalle esportazioni è uno dei successi di Trump. È stata causata dal rallentamento del commercio mondiale innescato dalle politiche protezioniste americane. Potrebbe essere l’occasione per un cambio dell’orientamento di politica economica del governo tedesco? Se questo si decidesse ad adottare una politica keynesiana di espansione trainata dai consumi interni e dagli aumenti salariali, azzerando il surplus commerciale e mirando alla piena occupazione vera, la locomotiva tedesca potrebbe trainare verso la crescita sostenuta tutta l’Europa, così contribuendo anche a ridimensionare l’ossessione dei debiti pubblici crescenti. Inoltre, contribuirebbe ad aumentare il peso dell’Euro come moneta di pagamento e di riserva internazionale. Il che tra l’altro consentirebbe di mantenere un deficit commerciale. In questo modo l’Europa potrebbe affiancare gli Stati Uniti nel ruolo di banchiere del mondo e sostituirli nel ruolo di motore dell’accumulazione mondiale. Potrebbe farlo insieme alla Cina se anche il governo di questo paese si muovesse decisamente nella direzione delle politiche keynesiane centrate sulla domanda interna (cosa che in parte sta facendo).
È uno scenario credibile? Credo di no, e non tanto perché i politici tedeschi di destra e di “sinistra” hanno la mente devastata da ideologie ultra-liberiste. Il punto è che quel tipo di politica non è nell’interesse del grande capitale tedesco ed europeo. L’avvicinamento alla piena occupazione darebbe forza al movimento operaio e riaprirebbe una fase di conflittualità sociale che non solo farebbe aumentare il costo del lavoro togliendo competitività all’industria, ma potrebbe mettere in crisi l’ordine sociale e il dominio politico del capitale, un ordine e un dominio costruiti faticosamente con un ventennio (1975-95) di terrorismo politico, ideologico ed economico.
Quanto alla caccia degli asset dei “fratelli europei”, è un processo che va avanti da tempo. Lo stock d’investimenti diretti esteri tedeschi verso l’Europa è più alto di quello verso l’America e di quello verso la Cina. E in buona parte anche questi sono investimenti brownfield. Il capitale tedesco ha approfittato delle difficoltà che le politiche macroeconomiche della Germania hanno causato alle imprese italiane, per fare shopping di controllo societario. E non c’è dubbio che continuerà a farlo.
Personalmente tendo a incazzarmi un po’, quasi quanto con Germania-Italia 4-1, quando vengo a sapere che glorie produttive come Ducati e Lamborghini sono di proprietà tedesca, e capisco il ritorno di sentimenti nazionalisti perfino a sinistra, anche se non lo condivido.
Ora veniamo alla riforma del MES. Non è una buona cosa, innanzitutto perché sarebbe attuata senza che i cittadini siano stati correttamente informati e consultati. Perfino il Parlamento non è stato correttamente informato, e ora è sotto ricatto da parte di un governo che pretende la ratifica di decisioni già prese altrove. Poi ci sono alcuni problemi specifici, che qui posso solo accennare brevemente.
1) Se il governo italiano dovesse far ricorso all’assistenza del MES, limiterebbe la propria capacità di ristrutturare autonomamente il proprio debito con un’operazione di buy out (che farebbe ricadere i costi sugli speculatori).
2) La riforma prevede che un’eventuale ristrutturazione potrebbe essere concessa dalle autorità europee, ma in tal caso è ovvio che le perdite verrebbero messe a carico dei cittadini italiani, magari con un bail in che attinga ai soldi dei risparmiatori.
3) Si prevede come condizione per il salvataggio che il debito sia giudicato sostenibile, il che è molto improbabile per quello italiano.
4) Per renderlo sostenibile potrebbero essere imposte delle politiche fiscali restrittive con aumenti delle tasse, riduzioni della spesa pubblica e privatizzazioni.
5) Il fondo potrebbe finanziare solo una parte del debito e quindi non ridurrebbe la percezione del rischio degli speculatori; semmai, un’eventuale richiesta di assistenza da parte dell’Italia l’aumenterebbe.
6) Infine, per facilitare le contrattazioni ai fini di una ristrutturazione, si prevede un indebolimento delle Clausole di Azione Collettiva che proteggono i creditori da un eventuale default o ridenominazione del debito; questa di per sé sarebbe una cosa positiva in vista di un’eventuale uscita dell’Italia dall’Unione, ma ha l’effetto di aumentare l’incertezza e l’instabilità finanziaria. Sia per questo motivo, sia per quelli accennati nei punti 3-5, il debito pubblico italiano sarebbe percepito dai mercati come più rischioso, con possibile aumento dello spread e della vulnerabilità alla speculazione.
Qual è l’interesse della Germania? Molti in quel paese sono contrari all’idea che i debiti pubblici degli altri debbano essere finanziati dai cittadini tedeschi. In realtà il governo Merkel teme che un’eventuale default o l’uscita dall’Unione di un paese fortemente indebitato metta in crisi le banche tedesche (che in questo periodo sono in gravi difficoltà). Allora, se ristrutturazione ci deve essere, meglio che sia pilotata dal MES così che i suoi costi ricadano sui cittadini del paese indebitato.
Questo deve essere chiaro: il MES non è nell’interesse dei cittadini della Germania, ma lo è del suo settore finanziario, un’ulteriore conferma del fatto che il governo del paese dominante in Europa lavora al servizio del capitale.
5. Sulla questione europea si è diviso il movimento comunista: tra chi propone una sua riforma come Varoufakis, chi l’uscita dall’UE e il ritorno allo Stato nazionale con la sua sovranità, e chi infine avanza proposte più innovative come l’ALBA euromediterranea di Vasapollo. Lei come si posiziona da comunista in questo dibattito?
Io faccio parte di Eurostop, un gruppo politico che ha individuato nell’Unione Europea uno strumento del nemico di classe dei lavoratori europei. La mia tesi è che l’UE si abbatte e non si cambia. Non può essere riformata in meglio. In peggio sì, ad esempio con la costruzione di un esercito europeo e una politica militarista guidata dalla Francia e dalla Germania. Come strumento di oppressione di classe l’UE funziona molto bene perché è in grado di attuare politiche economiche restrittive senza dover rendere conto a un vero parlamento, mentre non è in grado di recepire istanze sociali provenienti dalla volontà popolare. La proposta di un ALBA mediterranea è stata discussa in Eurostop, di cui fa parte anche Vasapollo. Personalmente la condivido in buona parte. Un’ALBA mediterranea si configurerebbe come un insieme di accordi bilaterali e multilaterali fra le varie nazioni sud-europee, nord-africane e medio-orientali, diciamo, sul tipo di un Mercato Comune arricchito con avanzati obiettivi sociali.
Comunque la mia proposta personale è che, se si riuscisse ad abbattere l’UE, si dovrebbe ripartire subito con la creazione di una vera Federazione Europea (con una vera costituzione, un vero parlamento, un vero governo federale e una Banca Centrale responsabile verso il governo) che coinvolgesse inizialmente solo i paesi dell’Europa meridionale. Questa Federazione poi dovrebbe avviare accordi di collaborazione economica, sociale e politica con gli altri paesi mediterranei.
Il problema è: come si abbatte l’UE? Non sono dogmatico su questo punto. Qualsiasi occasione, anche una crisi del debito, potrebbe fornire l’innesco di un disfacimento dell’UE, magari con l’uscita di un paese del Nord che non volesse pagare i debiti degli "scialacquatori". Oppure l’uscita unilaterale di un paese importante come l’Italia potrebbe costringere all’uscita i suoi principali concorrenti economici innescando il disfacimento.
È una visione utopistica? Forse, ma non più di quella che punta a una riforma democratica dell’Unione. Di una cosa comunque sono certo: che nessuna crisi economica può portare all’abbattimento del nemico di classe eurocratico se non c’è il risveglio di un grande movimento anti-capitalista continentale.
6. Lei pubblicò qualche anno fa un libro sul comunismo libertario in cui mette in evidenza la matrice libertaria dei due padri teorici del comunismo [Comunismo libertario: Marx Engels e l’economia politica della liberazione, Manifestolibri, Roma 2007; gratuito su Libertarian Communism: Marx Engels and Political Economy of Freedom, Palgrave Macmillan, Londra 2007].
Che rapporto ha questa matrice teorica con Lenin e il pensiero leninista, da una parte, e dall’altra con quelle correnti marxiste libertarie, penso a Rosa Luxemburg, Paul Mattick e Karl Korsch, che sin dall’inizio dell’esperienza sovietica evidenziarono i limiti dell’azione politica dei bolscevichi?
Rosa Luxemburg individuò quei limiti subito dopo la pubblicazione del Che fare?, e per questo entrò in polemica con Lenin. Comunque, a leggere Stato e Rivoluzione si direbbe che la componente libertaria era presente anche nel marxismo del leader bolscevico. Nel mio libro sostengo che Marx vedeva la rivoluzione proletaria come un processo di liberazione. Peraltro l’interpretazione della storia come un lungo processo di liberazione era presente già in Hegel. In quest’ottica la dittatura del proletariato è intesa come il rovesciamento della dittatura esercitata dalla minoranza borghese negli Stati liberali. Con il suffragio universale la maggioranza degli elettori, costituita da proletari e altre categorie di sfruttati (oggi, un ruolo preminente lo assumono le donne) potrebbe dar vita a un parlamento e un governo che siano espressione della volontà popolare e instaurino una “dittatura della maggioranza” proletaria sulla minoranza borghese. In tal senso, “dittatura del proletariato” non significa altro che applicazione della regola della maggioranza nelle decisioni pubbliche. Tale dittatura, secondo Marx ed Engles, è la “vera democrazia”, e implica: suffragio universale, garanzia di tutte le libertà civili e politiche, votazioni con vincolo di mandato, diritto di revoca del mandato, eutanasia dei politici di professione. Nel mio libro dimostro la validità di questa interpretazione ricostruendo con scrupolosità filologica le teorie di Marx ed Engels. Quanto all’esperienza sovietica, purtroppo non abbiamo avuto l’opportunità di vedere come si sarebbe sviluppata sotto la guida di Lenin, Trockij e altri rivoluzionari comunisti. La presa del potere da parte di Stalin ha trasformato la struttura economica di quel paese in un sistema di capitalismo di Stato che sfruttava e opprimeva gli operai e i contadini ancora più ferocemente dei sistemi a economia di mercato, e la struttura politica in un sistema autocratico e autoritario che è riuscito ad affermarsi solo con l’uccisione di tutti i dirigenti che avevano fatto la rivoluzione.
La dottrina ortodossa dello Stato sovietico si chiamava “marxismo-leninismo”, e fu inventata da Stalin (o da un suo ghostwriter) non da Lenin. Questa dottrina ha trasformato la concezione marxiana della dittatura democratica del proletariato in una copertura ideologica della dittatura totalitaria sul proletariato nella forma del dominio di un autoproclamato partito unico del proletariato.
7. Nel libro sembra condividere l’analisi dell’autogestione operaia di Bruno Jossa. Ritengo il suo lavoro estremamente interessante, tuttavia c’è un dubbio che mi fa sorgere l’ipotesi dell’autogestione. Tutto questo discorso a mio avviso rimane ancorato a una fase difensiva, al massimo permette a un gruppo di lavoratori di assumere la proprietà giuridica dei mezzi di produzione della propria fabbrica, ma divide la classe operaia in tante unità quante sono le fabbriche autogestite, collegate attraverso il mercato. L’uso dei mezzi di produzione è quindi ancora dominato da rapporti di mercato che giocoforza influenzano il funzionamento della fabbrica autogestita in termini di lavoro e obiettivi, per esempio, riproducendo la divisione sociale e tecnica del lavoro per mezzo dell’elezione di dirigenti, che automaticamente diventano i direttori della fabbrica. C’è il rischio di rinchiudere l’orizzonte dell’operaio alla sua singola azienda invece di estendere la lotta per un radicale superamento dei rapporti di mercato. Questa riflessione si richiama alle critiche mosse al modello autogestionario da Charles Bettelheim. Lei come risolverebbe la contraddizione?
Viviamo in un mondo in cui le risorse sono scarse. E questo è un dato storico ineliminabile. Anche in un futuro lontano in cui gran parte del lavoro sarà svolto dai robot, ci sarà scarsità delle risorse, se non altro perché il progresso tecnico fa aumentare i desideri degli individui insieme alla capacità di soddisfarli, un fenomeno che Marx giudicava positivamente. Se non ci fosse scarsità, se vivessimo nel paese di Cuccagna, non ci sarebbe bisogno della rivoluzione. Il comunismo, inteso come capacità di soddisfare i bisogni di tutti indipendentemente dalle capacità lavorative di ognuno, sarebbe un fatto naturale. In un’economia di scarsità i beni prodotti costano, e chi li produce deve ricevere un reddito che lo metta in condizione di produrre. Possono essere offerti sul mercato o distribuiti da un organismo centralizzato.
La teoria economica ci ha insegnato che il mercato costituisce il miglior sistema di diffusione delle informazioni sui beni privati. Questa tesi fu proposta da Hayek, un ultra-liberale che ha prodotto una grande quantità di scemenze ma anche un’idea valida, quella appunto del ruolo informativo dei mercati. Tuttavia il mercato non funziona, né come sistema di allocazione soddisfacente delle risorse né come sistema di diffusione efficiente delle informazioni, per una gran quantità di beni: i beni pubblici (e.g. le strade), le risorse comuni (e.g. i boschi), i beni meritori (e.g. l’istruzione) e i beni prodotti in condizioni di monopolio naturale (e.g. la distribuzione dell’acqua). Questi beni vanno prodotti pubblicamente, distribuiti gratis (o a prezzo politico) “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finanziati in base al principio “da ciascuno secondo la sua capacità”.
I beni privati invece (e.g. le scarpe) non possono essere allocati efficientemente dal settore pubblico, come ha dimostrato l’Unione Sovietica. Peraltro il comunismo, secondo un’altra definizione di Marx, è “l’autogoverno dei produttori” ovvero “lavoro libero e associato”. Si può costruire con l’autogestione. Le cooperative di produzione sono governate dai lavoratori. Quelle più grandi sono amministrate da manager responsabili verso i lavoratori e da essi nominati e controllati. E operano sul mercato. Ovviamente poi bisogna che il parlamento emani leggi che regolino il funzionamento del mercato, in modo da evitare che alcune imprese sfruttino i consumatori o i lavoratori di altre imprese instaurando rapporti di potere oligopolistico.
Ci sono altri sistemi distributivi, oltre allo Stato e il mercato? Sì, c’è l’economia del dono, che produce beneficenza. Già nei sistemi capitalistici questo tipo di economia è attivo nel cosiddetto “terzo settore”. Può funzionare se esiste un sovrappiù di tempo libero, di modo che alcuni individui possano dedicare del lavoro volontario alla beneficenza. Con il progresso tecnico questo sovrappiù potrebbe tendere ad aumentare.
Quindi un sistema economico comunista dovrebbe essere basato su tre settori, Stato, mercato e terzo settore, in proporzioni dipendenti dal progresso tecnico e dalle scelte pubbliche. Quale sarebbe la differenza di questo sistema con uno capitalistico avanzato? Semplice: nel comunismo si realizza “l’autogoverno dei produttori”, e si elimina il lavoro salariato, lo sfruttamento economico e l’oppressione politica.
8. Dunque anche lei ritiene inevitabile l’uso del mercato come strumento di calcolo economico? E come si confronta con i teorici del socialismo di mercato come Oskar Lange o con il modello dell’autogestione operaia implementato in Jugoslavia da Tito?
I modelli di socialismo di mercato alla Lange-Lerner sono piuttosto deboli dal punto di vista teorico, poiché sono basati su una teoria economica fasulla come quella marginalista. Deve essere chiaro che il mercato non è mai in equilibrio e non è un sistema di allocazione efficiente delle risorse secondo i modelli di equilibrio economico generale, e quindi non è una base solida per l’efficienza del “calcolo economico”. Al più può essere un sistema allocativo soddisfacente, e comunque, nella produzione dei beni privati, sarà più soddisfacente della pianificazione centralizzata. Ho già accennato al fatto che la superiorità del mercato risiede nella sua capacità di diffondere le informazioni. Il reazionario Hayek, su questo punto, ha avuto la vista più lunga dei socialisti Lange e Lerner. Quanto all’autogestione di tipo jugoslavo, non ha funzionato principalmente perché la collettività dei lavoratori di un’impresa non era proprietaria dei mezzi di produzione (appartenenti allo Stato), e ciò ha determinato l’attivazione di asimmetrie informative che ha indotto i lavoratori a usare il capitale tecnico in modo opportunistico. Per evitare questa difficoltà bisogna che la struttura proprietaria sia articolata, che ci sia una componente pubblica ma anche una componente di proprietà comune detenuta dal collettivo dei soci lavoratori.
9. Nel suo ultimo libro, dedicato alla ricostruzione della teoria marxiana del valore, lei fa il punto sui più recenti contributi scientifici fornendo un’interpretazione originale della teoria dello sfruttamento [Labour and Value: Rethinking Marx’s Theory of Exploitation, Open Book Publishers, Cambridge 2019]. Quali sono le novità più rilevanti emerse nei dibattiti contemporanei?
Sulla teoria del valore, l’unica novità interessante emersa negli ultimi quarant’anni è la cosiddetta New Interpretation, avanzata da Duménil, Foley e altri. Consiste nella proposta di un particolare numerario per i prezzi di produzione. Se questi sono misurati in unità di prodotto medio per addetto, risulta che il reddito nazionale sarà uguale al livello dell’occupazione, cosicché la sua distribuzione in profitti e salari può essere espressa in termini di divisione in pluslavoro e lavoro necessario, e il saggio di sfruttamento può essere misurato come rapporto tra queste due quantità di lavoro.
Si tratta di un valido approccio single system, nel senso che è basato sull’unico sistema di valutazione corretto, quello costituito dai prezzi di produzione, e fa a meno del sistema basato sul lavoro contenuto. Questa semplice “innovazione”, che peraltro era stata sia pur ellitticamente proposta da Sraffa nel 1960, ha permesso ai marxisti di continuare a parlare di sfruttamento anche dopo aver rinunciato alla teoria del valore-lavoro.
Nel mio libro affronto anche la questione della definizione del lavoro astratto, e dimostro l’erroneità delle interpretazioni che lo riducono a una grandezza “naturale”. In Marx il lavoro astratto è una realtà oggettiva determinata dai rapporti sociali, ed è storicamente determinata. Per la precisione, il lavoro astratto emerge in seguito alla costituzione del lavoro salariato in forza di un contratto di lavoro con cui l’operaio assume un obbligo di obbedienza verso il padrone. Con tale rapporto sociale si istituisce la subordinazione del lavoratore al capitalista e la sussunzione delle sue capacità lavorative sotto il capitale. Il lavoro astratto non è altro che il tempo di lavoro sotto il comando del capitalista.
La mia rilettura parte da un rifiuto dell’approccio normativo alla teoria dello sfruttamento. Marx non mira a impartire una condanna morale al capitalismo e sostiene, contro i socialisti utopisti, che il salario “giusto” in un’economia capitalistica è quello determinato nel mercato competitivo in condizioni di scambio uguale. Marx mira a spiegare scientificamente lo sfruttamento sulla base dalla conoscenza delle condizioni sociali di produzione: il potere di comando nel processo produttivo, potere che la subordinazione e la sussunzione del lavoro assegnano al capitalista, è la leva che lo mette in grado di costringere i lavoratori a erogare il pluslavoro da cui deriva il profitto.
10. Nei dibattiti televisivi e sui giornali il marginalismo sembra diventato senso comune da molti anni. Quanto è forte la sua egemonia nel mondo accademico? Ritiene utile l’opera di un grande economista come Sraffa ma anche di antropologi come Mauss, con i suoi studi sul dono? Tali teorie, insieme a quella di Marx, possono essere usate per condurre una controffensiva ideologica contro le teorie neoclassiche spacciate per scienza esatta?
È noto che le scienze sociali sono impregnate d’ideologia. Tutte cercano di spiegare certi fenomeni da un particolare punto di vista. Ciò non toglie che possano contribuire alla conoscenza scientifica. Il marginalismo non è altro che un’ideologia borghese espressa con rigore analitico. La sua egemonia nel mondo accademico e nell’opinione pubblica è pressoché totale, e trasmette la credenza che un’economia di mercato è il migliore dei mondi possibili, senza inefficienze, senza sfruttamento e senza oppressione. Eppure anche alcuni economisti marginalisti ci hanno fatto capire cose importanti.
I marxisti non devono aver paura di attingere ai contributi di economisti liberali e perfino conservatori. Se Marx lo aveva fatto con il liberale Smith e l’ultra-liberale Ricardo, perché oggi non possiamo farlo con Ostrom, Arrow, Samuelson, Sen, Schumpeter, Polanyi, Keynes? E con antropologi e sociologi come Maus, Weber, Simmel, Boudon, Bauman?
Tuttavia Sraffa è un’altra cosa. Era stretto amico di Gramsci, con cui aveva collaborato all’epoca dell’Ordine Nuovo, e con cui, quando era in prigione, manteneva i contatti su direttiva del Partito Comunista. I due più grandi teorici di tutta la storia del marxismo sono italiani. Merito del fascismo, che ha chiuso l’uno in una prigione letale e ha costretto l’altro a chiudersi in una gabbia dorata, mettendoli così in condizione di dedicarsi anima e corpo alla produzione scientifica marxista, un po’ come quando la dittatura medicea di Firenze costrinse Machiavelli a chiudersi nel suo studio di esiliato a S. Andrea in Percussina, dove produsse contributi fondamentali di scienza politica.
È plausibile che la teoria di Sraffa, magari insieme a quella post-keynesiana, possa scalzare l’egemonia neoclassica? No, finché il mondo sarà dominato dal capitale. Le teorie sono prodotte dagli scienziati, le egemonie ideologiche sono determinate dal potere reale, alla costruzione e al consolidamento del quale contribuiscono.
Fonte
Considera questa fase del capitalismo come il suo stadio ultimo, il risultato della natura cosmopolita della produzione che cresce con l’estensione del mercato per mano della borghesia?
Vorrei, inoltre, domandarle come si confronta con i teorici della Teoria della Dipendenza come Samir Amin, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e la loro ricostruzione del sistema-mondo capitalista?
Il concetto di “imperialismo” elaborato da Lenin, Rosa Luxemburg e altri marxisti della seconda e della terza Internazionale era appropriato per l’imperialismo coloniale della fine dell’Ottocento e inizio Novecento, un capitalismo con tendenze al monopolio e al protezionismo in cui l’accumulazione internazionale si svolgeva prevalentemente (con la parziale eccezione della Gran Bretagna) entro i confini dell’impero nazionale.
La storia ha dimostrato che non era la “fase suprema del capitalismo”.
La teoria della dipendenza sviluppata nella seconda metà del Novecento aveva colto le conseguenze del superamento dell’imperialismo coloniale e aveva capito che il dominio e lo sfruttamento imperialista si articolano più in forza della dipendenza economica che dell’assoggettamento politico. Ma i tempi non erano ancora maturi per capire il cambiamento dei ruoli tra Stato e imprese che si sarebbe verificato con la globalizzazione.
Sia quella dell’imperialismo coloniale che quella dell’imperialismo post-coloniale erano solo fasi di transizione verso una forma d’accumulazione ancora più cosmopolita, come quella che era stata prevista da Marx.
Il capitale si accumula sul “mercato mondiale” travalicando i confini degli Stati e degli imperi nazionali, e favorisce il libero scambio invece che il protezionismo. I soggetti dell’espansione sono direttamente le imprese multinazionali. Perciò lo chiamo “imperialismo globale delle multinazionali”. In questo sistema i grandi capitalisti non si limitano a dare ordini alle classi politiche della propria nazione, ma cercano di condizionare tutti gli Stati, con le lobby internazionali e i ricatti attivabili con la minaccia delle delocalizzazioni. In forza del libero movimento dei capitali, la competizione oligopolistica tra le imprese determina una competizione politica al ribasso tra gli Stati nazionali. I governi sono spinti ad attuare politiche di dumping sociale, fiscale, normativo e ambientale: ridurre il costo del lavoro, ridurre le tasse alle imprese redistribuendo il carico fiscale sui ceti meno abbienti, privatizzare le imprese pubbliche, tollerare le produzioni inquinanti etc. Gli Stati che non si adeguano sono puniti con rallentamenti della crescita, e quelli che lo fanno devono svolgere al proprio interno una funzione di gendarme sociale. Devono reprimere i movimenti di protesta e rivolta scatenati dalle politiche economiche messe in atto dai governi sotto il ricatto delle multinazionali.
Non è vero che non esiste più conflittualità politica tra le nazioni. Ciò che esiste è “un’armonia” del mercato basata su una competizione tra Stati che non è meno spietata (verso le classi sfruttate) di quella economica tra le imprese.
Bisogna aggiungere che, al livello globale, gli Stati più grandi (ma ancora soprattutto gli Stati Uniti) svolgono le funzioni di banchiere mondiale e sceriffo mondiale, cioè producono la moneta internazionale e disciplinano militarmente gli “Stati canaglia” che non accettano le leggi del mercato. Gli Stati Uniti, con politiche fiscali e monetarie espansive, dovrebbero svolgere anche la funzione di motore dell’accumulazione mondiale, ma hanno cessato di farlo almeno dalla crisi del 2007-9.
2. Oggi sembra che la globalizzazione sia entrata in crisi. Da un lato sta uccidendo la classe media occidentale e dall’altro ha portato all’ascesa dell’Asia, che sta tornando a essere il cuore pulsante del sistema-mondo. Tra una Cina che con la BRI propone la via cinese alla globalizzazione, l’UE che si ristruttura come polo imperialista indipendente e gli USA di Trump, sembra riemergere lo Stato in tutta la sua importanza. Stiamo tornando a una fase policentrica di competizione inter-imperialista in cui lo Stato nazionale giocherà un ruolo chiave?
La crescita economica della Cina è un fenomeno di vecchia data. Oggi continua, ma a ritmi più blandi che nel periodo pre-crisi. Lo stesso discorso vale per la Germania (con l’appendice UE). Dato il loro volume di produzione e l’ampiezza dei loro mercati interni, queste due aree economiche potrebbero rilevare dagli Stati Uniti la funzione di motore dell’accumulazione mondiale. Però non possono farlo perché le loro economie sono fortemente orientate alle esportazioni. Per assolvere quella funzione dovrebbero azzerare i loro surplus commerciali e fare politiche monetarie e fiscali fortemente espansive, cosa che oggi come oggi non sembra plausibile. Né possono svolgere la funzione di banchiere mondiale, visto che gli Stati Uniti lotteranno fino all’ultimo sangue per conservare il Dollar Standard nel sistema dei pagamenti internazionali. Quanto alla funzione di sceriffo mondiale, Macron, il cagnolino della Merkel, continua a provarci come da tradizione gollista, ma solo per rendersi ridicolo. Per di più, le politiche commerciali di Trump stanno avendo successo, quanto meno nel senso di mettere in ginocchio Cina e Germania.
Queste politiche configurano un ritorno al mercantilismo statale? Sì, ma è un processo iniziato già all’indomani della crisi. E non sono stati solo gli Stati Uniti a praticare svalutazioni e protezionismo competitivi. L’hanno fatto quasi tutti i grandi paesi, con la conseguenza che il tasso di crescita del PIL mondiale è diminuito. Come strumenti di rilancio della produzione, queste politiche sono controproducenti se le fanno quasi tutti: le importazioni mondiali rallentano e quindi rallentano anche le esportazioni.
Ciò significa che la globalizzazione è entrata in crisi? No. Dopo l’avvento di Trump, il pensiero neoliberista ha cominciato il pianto greco prevedendo la fine delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione. I nazionalisti (di destra e di sinistra), invece, hanno intonato un peana per il ritorno dello Stato alla sua funzione direttiva. Ma l’idea della fine della globalizzazione è un abbaglio. Dal 2008 si è verificato un rallentamento solo della globalizzazione commerciale. Se per globalizzazione s’intende estensione del movimento delle merci, i teorici della fine della globalizzazione hanno in parte ragione (in parte, perché stiamo parlando di rallentamento, non di regresso). Tuttavia, se la globalizzazione è intesa come un processo di crescita dell’imperialismo globale delle multinazionali, si può dire che non c’è stato alcun rallentamento, semmai un’accelerazione.
È accaduto che le imprese hanno reagito all’innalzamento delle barriere protezionistiche intensificando i processi d’internazionalizzazione. Oggi le multinazionali si espandono globalmente con le fusioni e le acquisizioni transfrontaliere, la creazione di catene internazionali del valore e lo sviluppo di movimenti di capitale che portano alla continua crescita del numero delle multinazionali stesse. Questa è la globalizzazione produttiva. La crescita degli investimenti esteri di portafoglio invece configura la globalizzazione finanziaria.
Ebbene entrambi questi tipi di globalizzazione sono aumentati in modo impressionante dalla crisi del 2007-9. Il tasso di crescita medio annuo del numero delle imprese multinazionali è stato del 2,8% tra il 2000 e il 2005, del 5,3% tra il 2005 e il 2010, ed è saltato alla strabiliante cifra di 43,2% tra il 2010 e il 2015 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati). Nel 1976 le multinazionali erano 11.000, nel 2015 erano diventate 320.000. Ciò è avvenuto nonostante l’aumento del numero di fusioni e acquisizioni transfrontaliere, che è passato da 2.094 nel 1990 a 6.821 nel 2018. Anche gli investimenti diretti esteri e gli investimenti esteri di portafoglio hanno vissuto un trend crescente, sebbene con delle diminuzioni negli anni di crisi.
Un effetto interessante delle politiche di Trump è stato la flessione temporanea degli investimenti diretti esteri nel periodo 2016-18 come conseguenza dei rimpatri degli utili delle multinazionali americane, un fenomeno che ha contribuito, insieme alle politiche protezionistiche, a innescare l’attuale rallentamento dello sviluppo. Il tasso di crescita del PIL globale, che era del 4,38% nel 2004, è passato a 3,16% nel 2017 e a 3,04% nel 2018. Gli stessi Stati Uniti hanno risentito di questo rallentamento, il tasso di crescita annuo del loro PIL è passato dal 3,80% del 2004 al 2,22% del 2017 e all’1,9% del 2018-9.
In conclusione, dopo la crisi del 2007-9 c’è stato un risveglio dell’interventismo economico statale, il quale però con le politiche commerciali mercantiliste ha prodotto effetti opposti a quelli che auspicavano i loro fautori, cioè una decelerazione della crescita del commercio estero e del PIL. La globalizzazione commerciale ha rallentato, e le imprese capitalistiche hanno reagito con un soprassalto d’internazionalizzazione che ha fatto aumentare la globalizzazione produttiva e quella finanziaria. La reazione delle multinazionali al nuovo interventismo statale ha generato un effetto sistemico che si è risolto in una punizione per i governi. Il capitale ha bisogno che gli Stati lavorino al suo servizio. Vanno bene quindi i salvataggi delle imprese con i soldi dei contribuenti, le privatizzazioni, le riduzioni del costo del lavoro e delle tasse sulle imprese. Ma se i governi osano ostacolare la “libertà” economica, le decisioni individuali e non coordinate di centinaia di migliaia di imprese riescono ad attivare la funzione disciplinare che i “mercati” esercitano sui governi.
Infine, è vero che stiamo tornando a una fase di competizione imperialistica policentrica? No, semplicemente perché non ce ne siamo mai allontanati. C’era già prima della crisi 2007-9. “L’armonia” dei mercati globali che s’instaura attraverso la competizione oligopolistica delle multinazionali non implica l’armonia delle politiche degli Stati. Conflitti interstatali continueranno a esistere per motivi geopolitici, che sono l’ossessione delle classi politiche nazionali. Ai manager delle multinazionali non gliene frega niente, purché i governi continuino a competere tra loro con le politiche di dumping e a svolgere la funzione di gendarme sociale.
3. Abbiamo detto che la Cina propone la sua via alla globalizzazione con la BRI mentre con altre istituzioni come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i paesi BRICS piccona l’egemonia del Dollaro e quindi l’ordine mondiale americano. Ritiene possibile nel medio periodo l’entrata ufficiale nel secolo cinese, come pensavano Samir Amin e Giovanni Arrighi, a seguito anche del cambio di modello di sviluppo intrapreso dal PCC, da uno basato sul plusvalore assoluto ad uno centrato sul plusvalore relativo, come dimostra il piano “Made in China 2025”?
L’ascesa della Cina a potenza economica globale è facile da prevedere. Già nel 1903 era stata prevista da John Hobson, il primo grande teorico dell’imperialismo. Oggi tutta l’Asia orientale è diventata una zona di sviluppo economico molto più dinamica dell’area atlantica. E il PIL statunitense misurato in Dollari sarà presto superato da quello Cinese (quello misurato in Parità di Potere d’Acquisto è già stato superato). Quanto all’innovazione tecnologica, attualmente la Cina sta contendendo agli Stati Uniti la posizione di primo paese al mondo per valore delle spese in Ricerca e Sviluppo. Con il piano “Made in China 2025” si propone di acquisire la leadership mondiale nell’innovazione tecnologica e di modernizzare il proprio apparato produttivo sviluppando l’industria 4.0 soprattutto nei settori che producono energie alternative, componenti high tech, robot industriali, strumenti medici avanzati, chip per cellulari, aerei a fusoliera larga, grandi trattori e seminatrici. E non c’è dubbio che abbia la capacità di raggiungere questi obiettivi. Inoltre, con la cosiddetta “Nuova via della seta”, la Cina mira a costruire una rete d’infrastrutture produttive, logistiche e commerciali che la collegheranno con l’Europa, l’Asia e l’Africa. L’Europa fa gola alla Cina sia perché è un grande mercato di sbocco sia perché è dotata d’imprese ad alto sviluppo tecnologico su cui le multinazionali cinesi vogliono mettere le mani.
In realtà ce le stanno mettendo da tempo: l’Europa è l’area dove si riversa la maggiore quantità degli investimenti diretti esteri cinesi. E sono prevalentemente investimenti del tipo brownfield, cioè quelli che mirano all’acquisizione di quote di proprietà nelle imprese esistenti. Quando questi due progetti saranno stati realizzati, gli Stati Uniti saranno ridotti a una potenza economica marginale, sebbene non nell’innovazione tecnologica. Ci sono comunque due campi in cui la loro egemonia difficilmente potrà essere superata in un futuro prevedibile. Quello militare e quello monetario. Sull’egemonia militare c’è poco da dire. Nessuna potenza nazionale può sfidare militarmente gli Stati Uniti e soppiantarli nella posizione di sceriffo mondiale, almeno per molti decenni a venire. Su quello monetario, bisogna ricordare che all’indomani della crisi 2007-9 la Cina aveva proposto di sostituire il Dollar Standard con una moneta di riserva creata del Fondo Monetario Internazionale, ricevendo delle eleganti pernacchie dagli Stati Uniti e da vari paesi europei. Oggi il principale concorrente del Dollaro come moneta di pagamento e di riserva internazionale è l’Euro, il quale copre poco più di un terzo dei pagamenti internazionali, mentre il Dollaro copre circa il 40%. Inoltre nel 2018 l’Euro costituiva il 20% delle riserve valutarie mondiali, mentre il Dollaro costituiva il 62%. Lo Yen giapponese era al 5,2%, la Sterlina al 4,4, lo Yuan all’1,9%. Quindi tutte le chiacchiere che si stanno facendo sullo Yuan come temibile concorrente del Dollaro sono basate su pure e semplici fantasie. Certo, alla fine le cose potrebbero cambiare, forse con la creazione di una moneta composita in cui sarà più rilevante il peso dell’Euro e meno quello del Dollaro, ma comunque piccolo quello dello Yuan. Potrebbe essere letta anche in questa chiave – diciamo, nella chiave di un’alleanza monetaria anti-dollaro – la crescente attenzione che i cinesi riservano all’Europa.
4. Ad essere messo in discussione ora è anche il modello mercantilista tedesco che ha rovinato il nostro paese. Ritiene possibile un cambio di politica economica da parte tedesca o ci sarà la caccia agli asset dei “fratelli europei” come sembra farci intuire la riforma del MES?
La crisi del modello tedesco di sviluppo trainato dalle esportazioni è uno dei successi di Trump. È stata causata dal rallentamento del commercio mondiale innescato dalle politiche protezioniste americane. Potrebbe essere l’occasione per un cambio dell’orientamento di politica economica del governo tedesco? Se questo si decidesse ad adottare una politica keynesiana di espansione trainata dai consumi interni e dagli aumenti salariali, azzerando il surplus commerciale e mirando alla piena occupazione vera, la locomotiva tedesca potrebbe trainare verso la crescita sostenuta tutta l’Europa, così contribuendo anche a ridimensionare l’ossessione dei debiti pubblici crescenti. Inoltre, contribuirebbe ad aumentare il peso dell’Euro come moneta di pagamento e di riserva internazionale. Il che tra l’altro consentirebbe di mantenere un deficit commerciale. In questo modo l’Europa potrebbe affiancare gli Stati Uniti nel ruolo di banchiere del mondo e sostituirli nel ruolo di motore dell’accumulazione mondiale. Potrebbe farlo insieme alla Cina se anche il governo di questo paese si muovesse decisamente nella direzione delle politiche keynesiane centrate sulla domanda interna (cosa che in parte sta facendo).
È uno scenario credibile? Credo di no, e non tanto perché i politici tedeschi di destra e di “sinistra” hanno la mente devastata da ideologie ultra-liberiste. Il punto è che quel tipo di politica non è nell’interesse del grande capitale tedesco ed europeo. L’avvicinamento alla piena occupazione darebbe forza al movimento operaio e riaprirebbe una fase di conflittualità sociale che non solo farebbe aumentare il costo del lavoro togliendo competitività all’industria, ma potrebbe mettere in crisi l’ordine sociale e il dominio politico del capitale, un ordine e un dominio costruiti faticosamente con un ventennio (1975-95) di terrorismo politico, ideologico ed economico.
Quanto alla caccia degli asset dei “fratelli europei”, è un processo che va avanti da tempo. Lo stock d’investimenti diretti esteri tedeschi verso l’Europa è più alto di quello verso l’America e di quello verso la Cina. E in buona parte anche questi sono investimenti brownfield. Il capitale tedesco ha approfittato delle difficoltà che le politiche macroeconomiche della Germania hanno causato alle imprese italiane, per fare shopping di controllo societario. E non c’è dubbio che continuerà a farlo.
Personalmente tendo a incazzarmi un po’, quasi quanto con Germania-Italia 4-1, quando vengo a sapere che glorie produttive come Ducati e Lamborghini sono di proprietà tedesca, e capisco il ritorno di sentimenti nazionalisti perfino a sinistra, anche se non lo condivido.
Ora veniamo alla riforma del MES. Non è una buona cosa, innanzitutto perché sarebbe attuata senza che i cittadini siano stati correttamente informati e consultati. Perfino il Parlamento non è stato correttamente informato, e ora è sotto ricatto da parte di un governo che pretende la ratifica di decisioni già prese altrove. Poi ci sono alcuni problemi specifici, che qui posso solo accennare brevemente.
1) Se il governo italiano dovesse far ricorso all’assistenza del MES, limiterebbe la propria capacità di ristrutturare autonomamente il proprio debito con un’operazione di buy out (che farebbe ricadere i costi sugli speculatori).
2) La riforma prevede che un’eventuale ristrutturazione potrebbe essere concessa dalle autorità europee, ma in tal caso è ovvio che le perdite verrebbero messe a carico dei cittadini italiani, magari con un bail in che attinga ai soldi dei risparmiatori.
3) Si prevede come condizione per il salvataggio che il debito sia giudicato sostenibile, il che è molto improbabile per quello italiano.
4) Per renderlo sostenibile potrebbero essere imposte delle politiche fiscali restrittive con aumenti delle tasse, riduzioni della spesa pubblica e privatizzazioni.
5) Il fondo potrebbe finanziare solo una parte del debito e quindi non ridurrebbe la percezione del rischio degli speculatori; semmai, un’eventuale richiesta di assistenza da parte dell’Italia l’aumenterebbe.
6) Infine, per facilitare le contrattazioni ai fini di una ristrutturazione, si prevede un indebolimento delle Clausole di Azione Collettiva che proteggono i creditori da un eventuale default o ridenominazione del debito; questa di per sé sarebbe una cosa positiva in vista di un’eventuale uscita dell’Italia dall’Unione, ma ha l’effetto di aumentare l’incertezza e l’instabilità finanziaria. Sia per questo motivo, sia per quelli accennati nei punti 3-5, il debito pubblico italiano sarebbe percepito dai mercati come più rischioso, con possibile aumento dello spread e della vulnerabilità alla speculazione.
Qual è l’interesse della Germania? Molti in quel paese sono contrari all’idea che i debiti pubblici degli altri debbano essere finanziati dai cittadini tedeschi. In realtà il governo Merkel teme che un’eventuale default o l’uscita dall’Unione di un paese fortemente indebitato metta in crisi le banche tedesche (che in questo periodo sono in gravi difficoltà). Allora, se ristrutturazione ci deve essere, meglio che sia pilotata dal MES così che i suoi costi ricadano sui cittadini del paese indebitato.
Questo deve essere chiaro: il MES non è nell’interesse dei cittadini della Germania, ma lo è del suo settore finanziario, un’ulteriore conferma del fatto che il governo del paese dominante in Europa lavora al servizio del capitale.
5. Sulla questione europea si è diviso il movimento comunista: tra chi propone una sua riforma come Varoufakis, chi l’uscita dall’UE e il ritorno allo Stato nazionale con la sua sovranità, e chi infine avanza proposte più innovative come l’ALBA euromediterranea di Vasapollo. Lei come si posiziona da comunista in questo dibattito?
Io faccio parte di Eurostop, un gruppo politico che ha individuato nell’Unione Europea uno strumento del nemico di classe dei lavoratori europei. La mia tesi è che l’UE si abbatte e non si cambia. Non può essere riformata in meglio. In peggio sì, ad esempio con la costruzione di un esercito europeo e una politica militarista guidata dalla Francia e dalla Germania. Come strumento di oppressione di classe l’UE funziona molto bene perché è in grado di attuare politiche economiche restrittive senza dover rendere conto a un vero parlamento, mentre non è in grado di recepire istanze sociali provenienti dalla volontà popolare. La proposta di un ALBA mediterranea è stata discussa in Eurostop, di cui fa parte anche Vasapollo. Personalmente la condivido in buona parte. Un’ALBA mediterranea si configurerebbe come un insieme di accordi bilaterali e multilaterali fra le varie nazioni sud-europee, nord-africane e medio-orientali, diciamo, sul tipo di un Mercato Comune arricchito con avanzati obiettivi sociali.
Comunque la mia proposta personale è che, se si riuscisse ad abbattere l’UE, si dovrebbe ripartire subito con la creazione di una vera Federazione Europea (con una vera costituzione, un vero parlamento, un vero governo federale e una Banca Centrale responsabile verso il governo) che coinvolgesse inizialmente solo i paesi dell’Europa meridionale. Questa Federazione poi dovrebbe avviare accordi di collaborazione economica, sociale e politica con gli altri paesi mediterranei.
Il problema è: come si abbatte l’UE? Non sono dogmatico su questo punto. Qualsiasi occasione, anche una crisi del debito, potrebbe fornire l’innesco di un disfacimento dell’UE, magari con l’uscita di un paese del Nord che non volesse pagare i debiti degli "scialacquatori". Oppure l’uscita unilaterale di un paese importante come l’Italia potrebbe costringere all’uscita i suoi principali concorrenti economici innescando il disfacimento.
È una visione utopistica? Forse, ma non più di quella che punta a una riforma democratica dell’Unione. Di una cosa comunque sono certo: che nessuna crisi economica può portare all’abbattimento del nemico di classe eurocratico se non c’è il risveglio di un grande movimento anti-capitalista continentale.
6. Lei pubblicò qualche anno fa un libro sul comunismo libertario in cui mette in evidenza la matrice libertaria dei due padri teorici del comunismo [Comunismo libertario: Marx Engels e l’economia politica della liberazione, Manifestolibri, Roma 2007; gratuito su Libertarian Communism: Marx Engels and Political Economy of Freedom, Palgrave Macmillan, Londra 2007].
Che rapporto ha questa matrice teorica con Lenin e il pensiero leninista, da una parte, e dall’altra con quelle correnti marxiste libertarie, penso a Rosa Luxemburg, Paul Mattick e Karl Korsch, che sin dall’inizio dell’esperienza sovietica evidenziarono i limiti dell’azione politica dei bolscevichi?
Rosa Luxemburg individuò quei limiti subito dopo la pubblicazione del Che fare?, e per questo entrò in polemica con Lenin. Comunque, a leggere Stato e Rivoluzione si direbbe che la componente libertaria era presente anche nel marxismo del leader bolscevico. Nel mio libro sostengo che Marx vedeva la rivoluzione proletaria come un processo di liberazione. Peraltro l’interpretazione della storia come un lungo processo di liberazione era presente già in Hegel. In quest’ottica la dittatura del proletariato è intesa come il rovesciamento della dittatura esercitata dalla minoranza borghese negli Stati liberali. Con il suffragio universale la maggioranza degli elettori, costituita da proletari e altre categorie di sfruttati (oggi, un ruolo preminente lo assumono le donne) potrebbe dar vita a un parlamento e un governo che siano espressione della volontà popolare e instaurino una “dittatura della maggioranza” proletaria sulla minoranza borghese. In tal senso, “dittatura del proletariato” non significa altro che applicazione della regola della maggioranza nelle decisioni pubbliche. Tale dittatura, secondo Marx ed Engles, è la “vera democrazia”, e implica: suffragio universale, garanzia di tutte le libertà civili e politiche, votazioni con vincolo di mandato, diritto di revoca del mandato, eutanasia dei politici di professione. Nel mio libro dimostro la validità di questa interpretazione ricostruendo con scrupolosità filologica le teorie di Marx ed Engels. Quanto all’esperienza sovietica, purtroppo non abbiamo avuto l’opportunità di vedere come si sarebbe sviluppata sotto la guida di Lenin, Trockij e altri rivoluzionari comunisti. La presa del potere da parte di Stalin ha trasformato la struttura economica di quel paese in un sistema di capitalismo di Stato che sfruttava e opprimeva gli operai e i contadini ancora più ferocemente dei sistemi a economia di mercato, e la struttura politica in un sistema autocratico e autoritario che è riuscito ad affermarsi solo con l’uccisione di tutti i dirigenti che avevano fatto la rivoluzione.
La dottrina ortodossa dello Stato sovietico si chiamava “marxismo-leninismo”, e fu inventata da Stalin (o da un suo ghostwriter) non da Lenin. Questa dottrina ha trasformato la concezione marxiana della dittatura democratica del proletariato in una copertura ideologica della dittatura totalitaria sul proletariato nella forma del dominio di un autoproclamato partito unico del proletariato.
7. Nel libro sembra condividere l’analisi dell’autogestione operaia di Bruno Jossa. Ritengo il suo lavoro estremamente interessante, tuttavia c’è un dubbio che mi fa sorgere l’ipotesi dell’autogestione. Tutto questo discorso a mio avviso rimane ancorato a una fase difensiva, al massimo permette a un gruppo di lavoratori di assumere la proprietà giuridica dei mezzi di produzione della propria fabbrica, ma divide la classe operaia in tante unità quante sono le fabbriche autogestite, collegate attraverso il mercato. L’uso dei mezzi di produzione è quindi ancora dominato da rapporti di mercato che giocoforza influenzano il funzionamento della fabbrica autogestita in termini di lavoro e obiettivi, per esempio, riproducendo la divisione sociale e tecnica del lavoro per mezzo dell’elezione di dirigenti, che automaticamente diventano i direttori della fabbrica. C’è il rischio di rinchiudere l’orizzonte dell’operaio alla sua singola azienda invece di estendere la lotta per un radicale superamento dei rapporti di mercato. Questa riflessione si richiama alle critiche mosse al modello autogestionario da Charles Bettelheim. Lei come risolverebbe la contraddizione?
Viviamo in un mondo in cui le risorse sono scarse. E questo è un dato storico ineliminabile. Anche in un futuro lontano in cui gran parte del lavoro sarà svolto dai robot, ci sarà scarsità delle risorse, se non altro perché il progresso tecnico fa aumentare i desideri degli individui insieme alla capacità di soddisfarli, un fenomeno che Marx giudicava positivamente. Se non ci fosse scarsità, se vivessimo nel paese di Cuccagna, non ci sarebbe bisogno della rivoluzione. Il comunismo, inteso come capacità di soddisfare i bisogni di tutti indipendentemente dalle capacità lavorative di ognuno, sarebbe un fatto naturale. In un’economia di scarsità i beni prodotti costano, e chi li produce deve ricevere un reddito che lo metta in condizione di produrre. Possono essere offerti sul mercato o distribuiti da un organismo centralizzato.
La teoria economica ci ha insegnato che il mercato costituisce il miglior sistema di diffusione delle informazioni sui beni privati. Questa tesi fu proposta da Hayek, un ultra-liberale che ha prodotto una grande quantità di scemenze ma anche un’idea valida, quella appunto del ruolo informativo dei mercati. Tuttavia il mercato non funziona, né come sistema di allocazione soddisfacente delle risorse né come sistema di diffusione efficiente delle informazioni, per una gran quantità di beni: i beni pubblici (e.g. le strade), le risorse comuni (e.g. i boschi), i beni meritori (e.g. l’istruzione) e i beni prodotti in condizioni di monopolio naturale (e.g. la distribuzione dell’acqua). Questi beni vanno prodotti pubblicamente, distribuiti gratis (o a prezzo politico) “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finanziati in base al principio “da ciascuno secondo la sua capacità”.
I beni privati invece (e.g. le scarpe) non possono essere allocati efficientemente dal settore pubblico, come ha dimostrato l’Unione Sovietica. Peraltro il comunismo, secondo un’altra definizione di Marx, è “l’autogoverno dei produttori” ovvero “lavoro libero e associato”. Si può costruire con l’autogestione. Le cooperative di produzione sono governate dai lavoratori. Quelle più grandi sono amministrate da manager responsabili verso i lavoratori e da essi nominati e controllati. E operano sul mercato. Ovviamente poi bisogna che il parlamento emani leggi che regolino il funzionamento del mercato, in modo da evitare che alcune imprese sfruttino i consumatori o i lavoratori di altre imprese instaurando rapporti di potere oligopolistico.
Ci sono altri sistemi distributivi, oltre allo Stato e il mercato? Sì, c’è l’economia del dono, che produce beneficenza. Già nei sistemi capitalistici questo tipo di economia è attivo nel cosiddetto “terzo settore”. Può funzionare se esiste un sovrappiù di tempo libero, di modo che alcuni individui possano dedicare del lavoro volontario alla beneficenza. Con il progresso tecnico questo sovrappiù potrebbe tendere ad aumentare.
Quindi un sistema economico comunista dovrebbe essere basato su tre settori, Stato, mercato e terzo settore, in proporzioni dipendenti dal progresso tecnico e dalle scelte pubbliche. Quale sarebbe la differenza di questo sistema con uno capitalistico avanzato? Semplice: nel comunismo si realizza “l’autogoverno dei produttori”, e si elimina il lavoro salariato, lo sfruttamento economico e l’oppressione politica.
8. Dunque anche lei ritiene inevitabile l’uso del mercato come strumento di calcolo economico? E come si confronta con i teorici del socialismo di mercato come Oskar Lange o con il modello dell’autogestione operaia implementato in Jugoslavia da Tito?
I modelli di socialismo di mercato alla Lange-Lerner sono piuttosto deboli dal punto di vista teorico, poiché sono basati su una teoria economica fasulla come quella marginalista. Deve essere chiaro che il mercato non è mai in equilibrio e non è un sistema di allocazione efficiente delle risorse secondo i modelli di equilibrio economico generale, e quindi non è una base solida per l’efficienza del “calcolo economico”. Al più può essere un sistema allocativo soddisfacente, e comunque, nella produzione dei beni privati, sarà più soddisfacente della pianificazione centralizzata. Ho già accennato al fatto che la superiorità del mercato risiede nella sua capacità di diffondere le informazioni. Il reazionario Hayek, su questo punto, ha avuto la vista più lunga dei socialisti Lange e Lerner. Quanto all’autogestione di tipo jugoslavo, non ha funzionato principalmente perché la collettività dei lavoratori di un’impresa non era proprietaria dei mezzi di produzione (appartenenti allo Stato), e ciò ha determinato l’attivazione di asimmetrie informative che ha indotto i lavoratori a usare il capitale tecnico in modo opportunistico. Per evitare questa difficoltà bisogna che la struttura proprietaria sia articolata, che ci sia una componente pubblica ma anche una componente di proprietà comune detenuta dal collettivo dei soci lavoratori.
9. Nel suo ultimo libro, dedicato alla ricostruzione della teoria marxiana del valore, lei fa il punto sui più recenti contributi scientifici fornendo un’interpretazione originale della teoria dello sfruttamento [Labour and Value: Rethinking Marx’s Theory of Exploitation, Open Book Publishers, Cambridge 2019]. Quali sono le novità più rilevanti emerse nei dibattiti contemporanei?
Sulla teoria del valore, l’unica novità interessante emersa negli ultimi quarant’anni è la cosiddetta New Interpretation, avanzata da Duménil, Foley e altri. Consiste nella proposta di un particolare numerario per i prezzi di produzione. Se questi sono misurati in unità di prodotto medio per addetto, risulta che il reddito nazionale sarà uguale al livello dell’occupazione, cosicché la sua distribuzione in profitti e salari può essere espressa in termini di divisione in pluslavoro e lavoro necessario, e il saggio di sfruttamento può essere misurato come rapporto tra queste due quantità di lavoro.
Si tratta di un valido approccio single system, nel senso che è basato sull’unico sistema di valutazione corretto, quello costituito dai prezzi di produzione, e fa a meno del sistema basato sul lavoro contenuto. Questa semplice “innovazione”, che peraltro era stata sia pur ellitticamente proposta da Sraffa nel 1960, ha permesso ai marxisti di continuare a parlare di sfruttamento anche dopo aver rinunciato alla teoria del valore-lavoro.
Nel mio libro affronto anche la questione della definizione del lavoro astratto, e dimostro l’erroneità delle interpretazioni che lo riducono a una grandezza “naturale”. In Marx il lavoro astratto è una realtà oggettiva determinata dai rapporti sociali, ed è storicamente determinata. Per la precisione, il lavoro astratto emerge in seguito alla costituzione del lavoro salariato in forza di un contratto di lavoro con cui l’operaio assume un obbligo di obbedienza verso il padrone. Con tale rapporto sociale si istituisce la subordinazione del lavoratore al capitalista e la sussunzione delle sue capacità lavorative sotto il capitale. Il lavoro astratto non è altro che il tempo di lavoro sotto il comando del capitalista.
La mia rilettura parte da un rifiuto dell’approccio normativo alla teoria dello sfruttamento. Marx non mira a impartire una condanna morale al capitalismo e sostiene, contro i socialisti utopisti, che il salario “giusto” in un’economia capitalistica è quello determinato nel mercato competitivo in condizioni di scambio uguale. Marx mira a spiegare scientificamente lo sfruttamento sulla base dalla conoscenza delle condizioni sociali di produzione: il potere di comando nel processo produttivo, potere che la subordinazione e la sussunzione del lavoro assegnano al capitalista, è la leva che lo mette in grado di costringere i lavoratori a erogare il pluslavoro da cui deriva il profitto.
10. Nei dibattiti televisivi e sui giornali il marginalismo sembra diventato senso comune da molti anni. Quanto è forte la sua egemonia nel mondo accademico? Ritiene utile l’opera di un grande economista come Sraffa ma anche di antropologi come Mauss, con i suoi studi sul dono? Tali teorie, insieme a quella di Marx, possono essere usate per condurre una controffensiva ideologica contro le teorie neoclassiche spacciate per scienza esatta?
È noto che le scienze sociali sono impregnate d’ideologia. Tutte cercano di spiegare certi fenomeni da un particolare punto di vista. Ciò non toglie che possano contribuire alla conoscenza scientifica. Il marginalismo non è altro che un’ideologia borghese espressa con rigore analitico. La sua egemonia nel mondo accademico e nell’opinione pubblica è pressoché totale, e trasmette la credenza che un’economia di mercato è il migliore dei mondi possibili, senza inefficienze, senza sfruttamento e senza oppressione. Eppure anche alcuni economisti marginalisti ci hanno fatto capire cose importanti.
I marxisti non devono aver paura di attingere ai contributi di economisti liberali e perfino conservatori. Se Marx lo aveva fatto con il liberale Smith e l’ultra-liberale Ricardo, perché oggi non possiamo farlo con Ostrom, Arrow, Samuelson, Sen, Schumpeter, Polanyi, Keynes? E con antropologi e sociologi come Maus, Weber, Simmel, Boudon, Bauman?
Tuttavia Sraffa è un’altra cosa. Era stretto amico di Gramsci, con cui aveva collaborato all’epoca dell’Ordine Nuovo, e con cui, quando era in prigione, manteneva i contatti su direttiva del Partito Comunista. I due più grandi teorici di tutta la storia del marxismo sono italiani. Merito del fascismo, che ha chiuso l’uno in una prigione letale e ha costretto l’altro a chiudersi in una gabbia dorata, mettendoli così in condizione di dedicarsi anima e corpo alla produzione scientifica marxista, un po’ come quando la dittatura medicea di Firenze costrinse Machiavelli a chiudersi nel suo studio di esiliato a S. Andrea in Percussina, dove produsse contributi fondamentali di scienza politica.
È plausibile che la teoria di Sraffa, magari insieme a quella post-keynesiana, possa scalzare l’egemonia neoclassica? No, finché il mondo sarà dominato dal capitale. Le teorie sono prodotte dagli scienziati, le egemonie ideologiche sono determinate dal potere reale, alla costruzione e al consolidamento del quale contribuiscono.
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