Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post
12/08/2026
09/02/2026
L’Unione Europea come paradigma del declino
Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.
Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.
L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.
All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.
Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.
Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.
L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.
Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.
Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.
Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina – ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico – non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.
Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.
Fonte
Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.
L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.
All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.
Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.
Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.
L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.
Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.
Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.
Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina – ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico – non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.
Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.
Fonte
10/01/2026
Bulgaria, una crisi senza uscita (terza prima). Le dimissioni del governo e l’euro come frattura
di Francesco Dall'Aglio
L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.
Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.
Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza.
Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.
Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]
La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica.
Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.
Note
[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/
[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740
[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539
[4] https://www.bulnews.bg/article/497839
[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline
[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890
[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya
[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata
[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814
[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post
[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes
[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva
[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil
Fonte
L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.
Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.
Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza.
Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.
Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]
La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica.
Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.
Note
[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/
[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740
[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539
[4] https://www.bulnews.bg/article/497839
[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline
[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890
[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya
[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata
[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814
[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post
[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes
[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva
[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil
Fonte
02/01/2026
La Bulgaria si suicida entrando nell’Eurozona
Dal 1 gennaio la Bulgaria è diventata ufficialmente il 21° membro dell’Eurozona ed ha dato l’addio al Lev, la propria moneta nazionale. La transizione è entrata in vigore dalla mezzanotte con la circolazione delle prime banconote e monete in euro per 6,4 milioni di abitanti. La Bulgaria, come tutti i paesi aderenti all’Eurozona, avrà un seggio nel Consiglio direttivo della Bce.
Le autorità hanno organizzato una cerimonia per l’adozione dell’euro con fuochi d’artificio nelle principali piazze di Sofia, ma la società resta profondamente divisa su questa scelta. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro il 49% dei bulgari è infatti contrario.
Da un lato c’è il consenso di imprese e sostenitori della moneta unica che puntano ai vantaggi come l’eliminazione dei costi di cambio e ai maggiori flussi commerciali, dall’altra i lavoratori e i settori popolari danneggiati dall’aumento dei prezzi e dal blocco dei salari. A novembre i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 5% su base annua, più del doppio della media dell’eurozona, con rilevanti effetti sul carrello della spesa.
L’adozione dell’euro avviene in un momento di particolare turbolenza politica nel paese. Il governo bulgaro – una anomala coalizione di europeisti, socialisti e nazionalisti – ha recentemente rassegnato le dimissioni in seguito a proteste di massa contro la corruzione e l’aumento dei prezzi. La Bulgaria si prepara infatti a nuove elezioni. Questa instabilità interna alimenta ulteriori preoccupazioni sull’impatto economico e sociale del cambio di moneta, nonostante il Lev fosse già giuridicamente legato all’euro tramite un cambio fisso da anni. Il rischio percepito dalla popolazione non è solo l’inflazione quanto l’aumento dei prezzi – avvenuto in tutti i paesi che hanno adottato l’euro.
La transizione è stata ovviamente accolta con entusiasmo dalle istituzioni europee. “L’euro è il simbolo tangibile di ciò che l’Europa può realizzare quando lavora insieme, dei valori condivisi e della forza collettiva con cui possiamo contrastare l’incertezza geopolitica mondiale che stiamo vivendo”, ha sottolineato la presidente della Bce, Christine Lagarde, seguita a ruota dalla Von der Leyen secondo cui “Questo traguardo significa pagamenti più semplici, viaggi più facili e tante nuove opportunità per le imprese bulgare”.
Ma il governo bulgaro è appena caduto a seguito delle enormi proteste popolari contro la corruzione e il carovita, mentre il parlamento non è riuscito ad approvare la legge di bilancio, e la maggior parte della popolazione è profondamente insoddisfatta, secondo i sondaggi la maggior parte delle persone infatti vorrebbe rimanere al Lev.
La Bulgaria, nonostante alcuni miglioramenti, rimane infatti il paese più povero dell’Unione Europea. Le disuguaglianze interne di reddito tra le varie aree del paese sono le più alte di Europa. Secondo i dati dell’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat), la Bulgaria rimane il Paese dell’UE con la più alta percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale.
Fonte
Le autorità hanno organizzato una cerimonia per l’adozione dell’euro con fuochi d’artificio nelle principali piazze di Sofia, ma la società resta profondamente divisa su questa scelta. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro il 49% dei bulgari è infatti contrario.
Da un lato c’è il consenso di imprese e sostenitori della moneta unica che puntano ai vantaggi come l’eliminazione dei costi di cambio e ai maggiori flussi commerciali, dall’altra i lavoratori e i settori popolari danneggiati dall’aumento dei prezzi e dal blocco dei salari. A novembre i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 5% su base annua, più del doppio della media dell’eurozona, con rilevanti effetti sul carrello della spesa.
L’adozione dell’euro avviene in un momento di particolare turbolenza politica nel paese. Il governo bulgaro – una anomala coalizione di europeisti, socialisti e nazionalisti – ha recentemente rassegnato le dimissioni in seguito a proteste di massa contro la corruzione e l’aumento dei prezzi. La Bulgaria si prepara infatti a nuove elezioni. Questa instabilità interna alimenta ulteriori preoccupazioni sull’impatto economico e sociale del cambio di moneta, nonostante il Lev fosse già giuridicamente legato all’euro tramite un cambio fisso da anni. Il rischio percepito dalla popolazione non è solo l’inflazione quanto l’aumento dei prezzi – avvenuto in tutti i paesi che hanno adottato l’euro.
La transizione è stata ovviamente accolta con entusiasmo dalle istituzioni europee. “L’euro è il simbolo tangibile di ciò che l’Europa può realizzare quando lavora insieme, dei valori condivisi e della forza collettiva con cui possiamo contrastare l’incertezza geopolitica mondiale che stiamo vivendo”, ha sottolineato la presidente della Bce, Christine Lagarde, seguita a ruota dalla Von der Leyen secondo cui “Questo traguardo significa pagamenti più semplici, viaggi più facili e tante nuove opportunità per le imprese bulgare”.
Ma il governo bulgaro è appena caduto a seguito delle enormi proteste popolari contro la corruzione e il carovita, mentre il parlamento non è riuscito ad approvare la legge di bilancio, e la maggior parte della popolazione è profondamente insoddisfatta, secondo i sondaggi la maggior parte delle persone infatti vorrebbe rimanere al Lev.
La Bulgaria, nonostante alcuni miglioramenti, rimane infatti il paese più povero dell’Unione Europea. Le disuguaglianze interne di reddito tra le varie aree del paese sono le più alte di Europa. Secondo i dati dell’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat), la Bulgaria rimane il Paese dell’UE con la più alta percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale.
Fonte
19/12/2025
L’Europa vuole l’escalation finanziaria
di Emiliano Brancaccio
I guerrafondai che stanno apparecchiando la cosiddetta pace in Ucraina sono in disaccordo su un piatto forte da mettere in tavola. Non la linea di confine del Donbass, né le garanzie Nato per la sicurezza futura. La pietanza su cui il dibattito si fa più sanguigno sono i famigerati asset russi.
Cerchiamo di capire la natura dell’oggetto. Sia prima che dopo la guerra, la Russia ha mantenuto la sua vocazione a esportare merci all’estero. Grazie soprattutto alla vendita di petrolio e gas, l’export netto del paese è positivo da molti anni, con punte del 7 percento e stabilmente sopra il 2 percento del Pil.
La conseguenza è che la domanda di rubli è stata sempre piuttosto elevata. Importatori esteri domandano rubli per comprare merci russe, oppure gli stessi esportatori russi incamerano valute estere ma poi le cambiano in rubli per le transazioni interne. Si viene così a creare un eccesso di domanda di rubli, col rischio di un apprezzamento indesiderato della valuta.
Ecco allora che la banca centrale russa decide di “sterilizzare”. Ossia, per tenere sotto controllo il tasso di cambio, vende rubli e in cambio acquista yuan, dollari ed euro, o anche titoli denominati in queste valute estere. Si spiega così gran parte dell’accumulo di “asset russi”, che in larga misura, non a caso, sono di proprietà della Central Bank of Russia.
Di norma, che questi asset siano depositati a Bruxelles o a Fort Knox o a Pechino, nessuno osa dibattere sulla totale libertà del proprietario di rivendicare la titolarità su di essi e di utilizzarli come crede. Questa “normalità”, tuttavia, viene stravolta quando il capitalismo attraversa momenti che potremmo definire di «ritornante accumulazione originaria». Sono le fasi della violenza imperialista, in cui tutto viene messo in discussione, persino il più sacro dei diritti capitalistici: la proprietà.
Non è la prima volta che accade. Stati Uniti e Ue avevano già “congelato” asset depositati all’estero da autorità monetarie di vari paesi, tra cui Siria, Iran e Afghanistan. Questi mantenevano la titolarità della ricchezza ma non potevano più utilizzarla a piacimento. Di solito un tale “congelamento” costituisce una potente arma finanziaria. Durante un conflitto militare, un paese può aver bisogno di utilizzare valuta estera, per impedire il crollo del tasso di cambio e magari per rifornimenti essenziali, tra cui generi di prima necessità. Bloccando i suoi “asset”, dunque, si può realmente mettere in ginocchio una nazione.
Nel caso della Russia, tuttavia, le cose non sono andate come l’Occidente sperava. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Putin, la Cina ha incrementato di oltre il 65 percento l’interscambio con l’economia russa. E un aumento di proporzioni simili è avvenuto, guarda caso, con l’intera area Brics. Un risultato di questa maggiore integrazione è che la Russia non ha subìto stravolgimenti del saldo di bilancia commerciale.
Di conseguenza, a Mosca non hanno tanta urgenza di riprendere il controllo degli asset che dal 2022 Ue, Stati Uniti e gli altri del G7 tengono “congelati”. Il problema di diritto proprietario è cruciale ma Putin non ha fretta di risolverlo, può continuare a bombardare l’Ucraina con tutta calma.
Ecco allora spiegato il tentativo di “escalation finanziaria” da parte di vari paesi europei. Non basta più congelare, bisogna confiscare gli asset russi, che debbono diventare vere e proprie riparazioni di guerra a fondo perduto. Dal Regno Unito all’Estonia, la proposta è di passare direttamente all’esproprio.
A ben vedere, si tratta di una posizione opposta a quella degli Stati Uniti, che suggeriscono di utilizzare gli asset russi non come donazioni riparatrici ma al contrario come investimenti remunerativi da attuare in Ucraina, con la partecipazione delle oligarchie russe e dunque con il pieno consenso di Mosca. Orrida ipotesi per i capitalisti europei, che già reputavano l’Ucraina “cosa loro”.
È questa una partita chiave per comprendere l’evoluzione dei rapporti futuri tra gli imperialismi europei e quelli concorrenti di Stati Uniti e Russia. Con il monito della Bce che potrebbe fungere da ago della bilancia. Lagarde avvisa: se si mette in discussione il diritto di proprietà denominate in euro, si mette in crisi la fiducia mondiale intorno alla moneta unica.
In fin dei conti, è un «whatever it takes» adattato alla nuova epoca imperiale: fare tutto il necessario per salvare l’euro, al limite anche lasciare l’Ucraina al suo destino.
Fonte
I guerrafondai che stanno apparecchiando la cosiddetta pace in Ucraina sono in disaccordo su un piatto forte da mettere in tavola. Non la linea di confine del Donbass, né le garanzie Nato per la sicurezza futura. La pietanza su cui il dibattito si fa più sanguigno sono i famigerati asset russi.
Cerchiamo di capire la natura dell’oggetto. Sia prima che dopo la guerra, la Russia ha mantenuto la sua vocazione a esportare merci all’estero. Grazie soprattutto alla vendita di petrolio e gas, l’export netto del paese è positivo da molti anni, con punte del 7 percento e stabilmente sopra il 2 percento del Pil.
La conseguenza è che la domanda di rubli è stata sempre piuttosto elevata. Importatori esteri domandano rubli per comprare merci russe, oppure gli stessi esportatori russi incamerano valute estere ma poi le cambiano in rubli per le transazioni interne. Si viene così a creare un eccesso di domanda di rubli, col rischio di un apprezzamento indesiderato della valuta.
Ecco allora che la banca centrale russa decide di “sterilizzare”. Ossia, per tenere sotto controllo il tasso di cambio, vende rubli e in cambio acquista yuan, dollari ed euro, o anche titoli denominati in queste valute estere. Si spiega così gran parte dell’accumulo di “asset russi”, che in larga misura, non a caso, sono di proprietà della Central Bank of Russia.
Di norma, che questi asset siano depositati a Bruxelles o a Fort Knox o a Pechino, nessuno osa dibattere sulla totale libertà del proprietario di rivendicare la titolarità su di essi e di utilizzarli come crede. Questa “normalità”, tuttavia, viene stravolta quando il capitalismo attraversa momenti che potremmo definire di «ritornante accumulazione originaria». Sono le fasi della violenza imperialista, in cui tutto viene messo in discussione, persino il più sacro dei diritti capitalistici: la proprietà.
Non è la prima volta che accade. Stati Uniti e Ue avevano già “congelato” asset depositati all’estero da autorità monetarie di vari paesi, tra cui Siria, Iran e Afghanistan. Questi mantenevano la titolarità della ricchezza ma non potevano più utilizzarla a piacimento. Di solito un tale “congelamento” costituisce una potente arma finanziaria. Durante un conflitto militare, un paese può aver bisogno di utilizzare valuta estera, per impedire il crollo del tasso di cambio e magari per rifornimenti essenziali, tra cui generi di prima necessità. Bloccando i suoi “asset”, dunque, si può realmente mettere in ginocchio una nazione.
Nel caso della Russia, tuttavia, le cose non sono andate come l’Occidente sperava. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Putin, la Cina ha incrementato di oltre il 65 percento l’interscambio con l’economia russa. E un aumento di proporzioni simili è avvenuto, guarda caso, con l’intera area Brics. Un risultato di questa maggiore integrazione è che la Russia non ha subìto stravolgimenti del saldo di bilancia commerciale.
Di conseguenza, a Mosca non hanno tanta urgenza di riprendere il controllo degli asset che dal 2022 Ue, Stati Uniti e gli altri del G7 tengono “congelati”. Il problema di diritto proprietario è cruciale ma Putin non ha fretta di risolverlo, può continuare a bombardare l’Ucraina con tutta calma.
Ecco allora spiegato il tentativo di “escalation finanziaria” da parte di vari paesi europei. Non basta più congelare, bisogna confiscare gli asset russi, che debbono diventare vere e proprie riparazioni di guerra a fondo perduto. Dal Regno Unito all’Estonia, la proposta è di passare direttamente all’esproprio.
A ben vedere, si tratta di una posizione opposta a quella degli Stati Uniti, che suggeriscono di utilizzare gli asset russi non come donazioni riparatrici ma al contrario come investimenti remunerativi da attuare in Ucraina, con la partecipazione delle oligarchie russe e dunque con il pieno consenso di Mosca. Orrida ipotesi per i capitalisti europei, che già reputavano l’Ucraina “cosa loro”.
È questa una partita chiave per comprendere l’evoluzione dei rapporti futuri tra gli imperialismi europei e quelli concorrenti di Stati Uniti e Russia. Con il monito della Bce che potrebbe fungere da ago della bilancia. Lagarde avvisa: se si mette in discussione il diritto di proprietà denominate in euro, si mette in crisi la fiducia mondiale intorno alla moneta unica.
In fin dei conti, è un «whatever it takes» adattato alla nuova epoca imperiale: fare tutto il necessario per salvare l’euro, al limite anche lasciare l’Ucraina al suo destino.
Fonte
12/12/2025
Bulgaria - Massicce proteste contro il governo, tra corruzione e preoccupazione per l’euro
Nuove proteste di piazza in Bulgaria contro il governo, accusato di corruzione ma anche per misure antipopolari di austerity dovute alla prossima entrata del paese nell’Eurozona, una decisione che è stata già rinviata due volte.
Circa cinquantamila persone si sono concentrate in piazza ‘Indipendenza’ a Sofia. Sulla piazza si affacciano i palazzi del parlamento, del governo e della presidenza.
“Questa volta non ci fregano” recitano alcuni cartelli dei dimostranti. Gli studenti che si sono riversati in piazza con un corteo partito dall’Università della capitale scandivano “Siamo contro la sfacciataggine dei governanti”, “Vogliamo un futuro degno, vogliamo rimanere in Bulgaria!”. Proteste popolari si sono registrate anche in altre grandi città come Plovdiv, Varna e Burgas.
La gente scandiva slogan per le dimissioni del governo ma anche contro il continuo rincaro dei generi alimentari e contro l’inflazione alla vigilia dell’ingresso della Bulgaria nella zona dell’euro il primo gennaio.
Le proteste si sono svolte sotto lo slogan “Dimissioni, Peevski e Borissov fuori dal potere!”. L’attuale governo è guidato guidato da Rossen Zhelyazkov, esponente del partito conservatore e filo europeista Gerb, in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non dispone di una maggioranza in parlamento e deve fare affidamento sul sostegno esterno del partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn), uno dei due partiti della minoranza turca in parlamento.
Il leader storico del Gerb è Boyko Borissov, ex premier accusato dai bulgari di abuso di potere e nepotismo, il quale oggi ha dichiarato che l’attuale governo è stato formato esclusivamente per far entrare la Bulgaria nella zona dell’euro a partire dal primo gennaio prossimo. I deputati dovrebbero votare una mozione di sfiducia contro il governo di Zhelyazkov presentata dal partito liberale ‘Continuiamo il cambiamento’.
Il governo si è insediato all’inizio dell’anno dopo quattro anni di crisi politica caratterizzata da esecutivi fragili, per lo più tecnici, data l’impossibilità dei maggiori partiti di accordarsi tra di loro.
Il nuovo primo ministro è Rosen Zhelyazkov, che tra il 2023 e il 2024 era stato presidente del parlamento e in precedenza ministro dei Trasporti. Giovedì ha detto che la priorità del suo governo sarà l’adozione dell’euro, che era già stata rinviata due volte per l’impossibilità del paese di raggiungere gli standard sull’inflazione richiesti dall’Unione Europea, di cui fa parte dal 2007.
Zhelyazkov fa parte del partito di centrodestra Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB) che era arrivato primo alle elezioni di ottobre. Oltre a GERB la strana coalizione di governo include i Socialisti (BSP), ritenuti filorusso e i nazionalisti di C’è un popolo come Questo (ITN).
In passato i Socialisti e ITN sono già stati alleati, mentre è del tutto inedito che abbiano accettato di governare in coalizione con il partito filo-Ue GERB. Anche insieme i tre partiti non hanno però la maggioranza: ci sono arrivati grazie all’appoggio esterno del Movimento per i diritti e le libertà (DPS), che rappresenta la minoranza turca del paese.
Le elezioni politiche del 2024 avevano visto, ancora una volta, la vittoria del partito europeista Cittadini perlo Sviluppo Europeo della Bulgaria (Gerb), seguito da altri due partiti. Il Movimento per i Diritti e le Libertà (della minoranza turca) e l’europeista Continuiamo il Cambiamento-Bulgaria Democratica.
Dalle elezioni era emerso anche il consolidamento del partito nazionalista, ritenuto filo-russo, “Rinascita” giunto quarto con 38 seggi, mentre il Partito Socialista Bulgaro ha ottenuto solo 19 seggi ed era cresciuto il partito populista “C’è un Popolo come Questo” con 16 seggi. Questi ultimi due partiti hanno accettato di entrare nel governo in coalizione con il Gerb.
Fonte
Circa cinquantamila persone si sono concentrate in piazza ‘Indipendenza’ a Sofia. Sulla piazza si affacciano i palazzi del parlamento, del governo e della presidenza.
“Questa volta non ci fregano” recitano alcuni cartelli dei dimostranti. Gli studenti che si sono riversati in piazza con un corteo partito dall’Università della capitale scandivano “Siamo contro la sfacciataggine dei governanti”, “Vogliamo un futuro degno, vogliamo rimanere in Bulgaria!”. Proteste popolari si sono registrate anche in altre grandi città come Plovdiv, Varna e Burgas.
La gente scandiva slogan per le dimissioni del governo ma anche contro il continuo rincaro dei generi alimentari e contro l’inflazione alla vigilia dell’ingresso della Bulgaria nella zona dell’euro il primo gennaio.
Le proteste si sono svolte sotto lo slogan “Dimissioni, Peevski e Borissov fuori dal potere!”. L’attuale governo è guidato guidato da Rossen Zhelyazkov, esponente del partito conservatore e filo europeista Gerb, in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non dispone di una maggioranza in parlamento e deve fare affidamento sul sostegno esterno del partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn), uno dei due partiti della minoranza turca in parlamento.
Il leader storico del Gerb è Boyko Borissov, ex premier accusato dai bulgari di abuso di potere e nepotismo, il quale oggi ha dichiarato che l’attuale governo è stato formato esclusivamente per far entrare la Bulgaria nella zona dell’euro a partire dal primo gennaio prossimo. I deputati dovrebbero votare una mozione di sfiducia contro il governo di Zhelyazkov presentata dal partito liberale ‘Continuiamo il cambiamento’.
Il governo si è insediato all’inizio dell’anno dopo quattro anni di crisi politica caratterizzata da esecutivi fragili, per lo più tecnici, data l’impossibilità dei maggiori partiti di accordarsi tra di loro.
Il nuovo primo ministro è Rosen Zhelyazkov, che tra il 2023 e il 2024 era stato presidente del parlamento e in precedenza ministro dei Trasporti. Giovedì ha detto che la priorità del suo governo sarà l’adozione dell’euro, che era già stata rinviata due volte per l’impossibilità del paese di raggiungere gli standard sull’inflazione richiesti dall’Unione Europea, di cui fa parte dal 2007.
Zhelyazkov fa parte del partito di centrodestra Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB) che era arrivato primo alle elezioni di ottobre. Oltre a GERB la strana coalizione di governo include i Socialisti (BSP), ritenuti filorusso e i nazionalisti di C’è un popolo come Questo (ITN).
In passato i Socialisti e ITN sono già stati alleati, mentre è del tutto inedito che abbiano accettato di governare in coalizione con il partito filo-Ue GERB. Anche insieme i tre partiti non hanno però la maggioranza: ci sono arrivati grazie all’appoggio esterno del Movimento per i diritti e le libertà (DPS), che rappresenta la minoranza turca del paese.
Le elezioni politiche del 2024 avevano visto, ancora una volta, la vittoria del partito europeista Cittadini perlo Sviluppo Europeo della Bulgaria (Gerb), seguito da altri due partiti. Il Movimento per i Diritti e le Libertà (della minoranza turca) e l’europeista Continuiamo il Cambiamento-Bulgaria Democratica.
Dalle elezioni era emerso anche il consolidamento del partito nazionalista, ritenuto filo-russo, “Rinascita” giunto quarto con 38 seggi, mentre il Partito Socialista Bulgaro ha ottenuto solo 19 seggi ed era cresciuto il partito populista “C’è un Popolo come Questo” con 16 seggi. Questi ultimi due partiti hanno accettato di entrare nel governo in coalizione con il Gerb.
Fonte
28/05/2025
Per Lagarde l’euro può guadagnare un po’ del “privilegio esorbitante” che era del dollaro
Christine Lagarde, è intervenuta a un incontro organizzato dal Jacques Delors Centre, un think tank che ha la sede alla Hertie School di Berlino e che si occupa soprattutto del processo di integrazione europea. L’intervento della presidente della BCE è stato incentrato sul ruolo dell’euro in un mondo che va frammentandosi tra blocchi.
All’interno di questa dinamica, Lagarde ha individuato un’opportunità unica per il rafforzamento del peso globale della moneta unica in un frangente in cui invece il dollaro vive un periodo di incertezza. Il ‘biglietto verde’ oggi rappresenta il 58% delle riserve valutarie globali, il minimo dal 1994, mentre l’euro è poco sotto il 20%.
“I cambiamenti in corso aprono la strada a un ‘momento euro globale’”, ha affermato Lagarde, aggiungendo poi che “si tratta di un’opportunità primaria per l’Europa di assumere un maggiore controllo del proprio destino. Ma questo non è un privilegio che ci verrà semplicemente concesso. Dobbiamo guadagnarcelo”.
È insomma la stessa Lagarde a mettere in guardia dai facili entusiasmi: il fatto che diversi paesi continuino ad acquistare oro come riserva di valore, e non l’euro, mostra che la moneta europea “non ha convinto gli investitori”. L’occasione dell’euro potrebbe quindi andare persa, e per questo la presidente BCE dà alcune indicazioni per evitare che accada.
Per raggiungere il successo dell’euro, la UE deve esprimere solidità a livello geopolitico, economico e dell’architettura legale. La rete di accordi commerciali costruita da Bruxelles rende lo spazio comunitario un partner imprescindibile per le economie di decine di paesi, ma tale rete va ampliata ulteriormente se si vuole favorire la diffusione dell’euro – obiettivo a cui contribuirà anche l’euro digitale.
Lagarde sottolinea però che “una base geopolitica credibile deve poggiare anche su solide partnership militari”. La UE deve edificare un nuovo sistema di sicurezza internazionale incentrato su Bruxelles, almeno parzialmente autonomo da quello statunitense: è questo che sta dicendo la presidente della BCE.
Alla UE serve poi la definitiva integrazione dei mercati dei capitali, ma soprattutto servono dei safe asset comuni, ovvero gli Eurobond. Servono insomma dei titoli di debito pubblici totalmente sicuri, che attirino investitori e che possano anche facilitare il percorso di riarmo e transizione verso un’economia di guerra. Una difesa davvero europea deve essere finanziata a livello congiunto, ha detto.
Infine, dal punto di vista della cornice legale, la UE può avere un “vantaggio competitivo” secondo Lagarde, ma un passo avanti sarebbe l’adozione di un sistema di votazione che consideri “un aumento dei voti a maggioranza qualificata”, per evitare il potere di veto di singoli paesi. Un procedimento che blocca tante opportunità per una realtà che si evolve per geometrie variabili.
Riassumendo, l’euro può assumere un ruolo maggiore nella guerra monetaria della competizione interimperialistica. Sempre, però, che la UE si trasformi una volta per tutte in un soggetto politico a tutto tondo. È un passaggio determinante per il suo futuro, e anche Lagarde chiama le classi dirigenti del Vecchio Continente a cogliere il momento.
Fonte
All’interno di questa dinamica, Lagarde ha individuato un’opportunità unica per il rafforzamento del peso globale della moneta unica in un frangente in cui invece il dollaro vive un periodo di incertezza. Il ‘biglietto verde’ oggi rappresenta il 58% delle riserve valutarie globali, il minimo dal 1994, mentre l’euro è poco sotto il 20%.
“I cambiamenti in corso aprono la strada a un ‘momento euro globale’”, ha affermato Lagarde, aggiungendo poi che “si tratta di un’opportunità primaria per l’Europa di assumere un maggiore controllo del proprio destino. Ma questo non è un privilegio che ci verrà semplicemente concesso. Dobbiamo guadagnarcelo”.
È insomma la stessa Lagarde a mettere in guardia dai facili entusiasmi: il fatto che diversi paesi continuino ad acquistare oro come riserva di valore, e non l’euro, mostra che la moneta europea “non ha convinto gli investitori”. L’occasione dell’euro potrebbe quindi andare persa, e per questo la presidente BCE dà alcune indicazioni per evitare che accada.
Per raggiungere il successo dell’euro, la UE deve esprimere solidità a livello geopolitico, economico e dell’architettura legale. La rete di accordi commerciali costruita da Bruxelles rende lo spazio comunitario un partner imprescindibile per le economie di decine di paesi, ma tale rete va ampliata ulteriormente se si vuole favorire la diffusione dell’euro – obiettivo a cui contribuirà anche l’euro digitale.
Lagarde sottolinea però che “una base geopolitica credibile deve poggiare anche su solide partnership militari”. La UE deve edificare un nuovo sistema di sicurezza internazionale incentrato su Bruxelles, almeno parzialmente autonomo da quello statunitense: è questo che sta dicendo la presidente della BCE.
Alla UE serve poi la definitiva integrazione dei mercati dei capitali, ma soprattutto servono dei safe asset comuni, ovvero gli Eurobond. Servono insomma dei titoli di debito pubblici totalmente sicuri, che attirino investitori e che possano anche facilitare il percorso di riarmo e transizione verso un’economia di guerra. Una difesa davvero europea deve essere finanziata a livello congiunto, ha detto.
Infine, dal punto di vista della cornice legale, la UE può avere un “vantaggio competitivo” secondo Lagarde, ma un passo avanti sarebbe l’adozione di un sistema di votazione che consideri “un aumento dei voti a maggioranza qualificata”, per evitare il potere di veto di singoli paesi. Un procedimento che blocca tante opportunità per una realtà che si evolve per geometrie variabili.
Riassumendo, l’euro può assumere un ruolo maggiore nella guerra monetaria della competizione interimperialistica. Sempre, però, che la UE si trasformi una volta per tutte in un soggetto politico a tutto tondo. È un passaggio determinante per il suo futuro, e anche Lagarde chiama le classi dirigenti del Vecchio Continente a cogliere il momento.
Fonte
04/03/2025
La divaricazione tra USA ed Europa è cominciata con lo SME
di Luciano Vasapollo
Storicamente, la sterlina è stata la principale valuta mondiale dal 1870 fino al suo superamento da parte del dollaro USA negli anni ‘20 del '900. Anche se la sterlina ha mantenuto una quota significativa nei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per diversi decenni, oggi rappresenta solo il 4-5% circa delle riserve ufficiali di valuta estera nel Mondo.
L’euro, invece, è entrato nel paniere dei DSP nel 1999, guadagnando una quota del 37,4% nel 2010, ma successivamente è diminuito al 20% nel 2015. Entrambe le valute hanno visto una leggera diminuzione rispetto al dollaro dopo che il FMI ha incluso il renminbi nel paniere dei DSP.
L’euro, in particolare, ha potuto competere con il dollaro nel commercio globale, sfruttando la posizione strategica dell’Europa come crocevia tra tre continenti e zone commercialmente attive come il Mediterraneo e il nord Europa. La Cina, con il progetto della Nuova Via della Seta, ha contribuito a rafforzare questa posizione, stabilendo cooperazioni economico-commerciali con importanti attori europei e promuovendo una politica di dedollarizzazione.
Tuttavia, il dominio del dollaro rimane saldo grazie al suo utilizzo nelle transazioni internazionali, soprattutto nel settore energetico.
Il processo di integrazione europeo è sempre stato contraddistinto dal carattere prettamente economico-monetario e volto alla realizzazione di un mercato comune realizzando e facilitando la strada a tutte quelle condizioni che potessero determinare l’avvento di questa tipologia di mercato.
Da questo punto di vista i momenti salienti sono diversi, come diversi sono stati i tentativi disattesi, non andati in porto o archiviati per diretta influenza esterna, a causa dell’agire delle dinamiche più ampie a livello internazionale.
Uno dei tentativi infelici del processo di integrazione europea, è sicuramente da rimandare al Serpente Monetario Europeo composto dai sei paesi europei della CEE più la Gran Bretagna: esso aveva come obiettivo quello di dare alle valute europee un margine di fluttuazione ben determinato, ovvero del ± 2,25% perseguendo una politica di stabilità e di cambi rigidi delle monete poste in relazione dal Serpente Monetario Europeo.
L’organizzazione per la cooperazione economica europea prese un’iniziativa attraverso la creazione di un meccanismo che portava il nome dell’Unione Europea dei Pagamenti (UEP) istituita nel 1950.
L’UEP doveva fungere come sistema di compensazione di tutte le tipologie di transazione all’interno dell’area europea ma nel concreto, agiva verso i paesi deficitari a cui veniva concesso un credito pagando in oro i disavanzi di questi paesi ai paesi creditori. Dunque, attraverso un fondo europeo l’UEP interveniva nei confronti dei paesi deficitari e con situazione di squilibrio, attraverso delle linee di credito.
Rappresenta in toto un sostrato fondamentale per il trasferimento in via reciproca tra un paese e l’altro delle valute nazionali, rafforzando la cooperazione commerciale ed economica europea e gettando le basi favorevoli alla creazione di un mercato unico europeo.
Nell’ambito dell’UEP, quindi, l’esistenza di un fondo comune aveva come fine il miglioramento del proprio sistema dei pagamenti e la Banca Dei Regolamenti Internazionali che aveva diretto contatto con l’UEP, aveva un ruolo di facilitatore: in primo luogo nelle dinamiche interne dell’UEP ma anche nell’ambito del contesto internazionale poiché l’azione determinava ovviamente una proiezione globale.
Questo meccanismo automatico doveva risolvere dei problemi presenti nella prospettiva dell’integrazione dell’Europa occidentale, in un periodo storico che si colloca prima dei trattati di Roma che furono successivamente sottoscritti nel 1957; uno strumento con delle precise finalità ma anch’esso archiviato, poiché ben presto rappresentò un problema all’interno delle dinamiche internazionali e più nello specifico del processo di dollarizzazione[1] e di egemonia crescente del dollaro in ambito internazionale.
L’UEP poteva determinare delle difficoltà nell’ambito della diffusione del dollaro come valuta essenziale di riferimento anche perché la stessa integrazione europea si basa su uno stretto rapporto con gli Stati Uniti, ossia quello determinato dal patto Atlantico, costantemente confermato anche da parte dei fautori del processo di integrazione europea, solo con gli inizi degli anni ‘90 e la creazione dell’Unione Europea si evidenzieranno meglio dei margini di autonomia rispetto ai rapporti atlantici.
La critica statunitense all’UEP si giustificava non solo per via dell’attacco al dollaro ma passava anche dalla minaccia che l’organismo rappresentava nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali e le garanzie di quell’assetto e l’insieme del sistema sorto con gli accordi di Bretton Woods.
Nel 1979 sorge un ulteriore tentativo di creare un sistema di cambi più rigido e vincolato tra le varie valute nazionali nell’ambito dei paesi europei, noto con il nome di Sistema Monetario Europeo. Generalmente visto come un antesignano dell’unione monetaria attuale poiché si basava su punti che di base ritroviamo nell’attuale Unione monetaria europea.
L’obiettivo fondamentale, infatti, era quello di mantenere la stabilità monetaria, presupposto fondamentale per la creazione di un mercato unico nell’ambito dei sistemi europei. La politica monetaria perseguita si caratterizza, ancora una volta, con la volontà di creare un mercato unico, abbattendo i residui delle differenze e degli ostacoli di natura doganale rappresentate dai diversi cambi delle valute dei diversi paesi europei.
Il Sistema Monetario Europeo nasce sulla base del fallimento del Serpente Monetario e si basa su due obiettivi fondamentali che ritroveremo in tutta la vicenda successiva dell’Unione Europea: la regolarizzazione dei processi di cambio, con l’obiettivo dichiarato di mettere sotto controllo le dinamiche inflazionistiche, dunque la stabilità dei prezzi (oggi obiettivo guida della BCE, che quindi trova i suoi fondamenti teorici in diverse forme di integrazione anche monetarie del secolo scorso).
Questo sistema avrà vita più lunga rispetto al precedente meccanismo del serpente monetario, ma ben presto, i paesi egemoni, la Germania Ovest e la Francia, portarono alla fine di questa esperienza in concomitanza al processo di riunificazione tedesca: il Marco richiedeva un nuovo ruolo più significativo nell’ambito del sistema monetario dell’Unione Europea che avesse dei riflessi sulle dinamiche delle valute dei diversi paesi facenti parte dell’ambito europeo nel 1989, legate poi dal trattato di Maastricht del ’92, in cui viene disciplinata non solo l’architettura economica dell’Unione Europea nascente, ma anche il processo di integrazione monetario.
Non è un caso che i criteri di stabilità facciano riferimento al deficit fiscale, al debito pubblico, all’inflazione e ai tassi di interesse; cioè tutte variabili che devono essere tenute sotto controllo per favorire le esportazioni.
Ovviamente in quegli anni i sistemi valutari di alcuni paesi dell’Unione Europea sono sotto attacchi di speculazione e di svalutazione come, ad esempio, la lira italiana e la sterlina inglese: questa condizione agevola il processo di integrazione monetaria confidando che il sistema di cambio rigido potesse essere la via migliore verso uno sviluppo omogeneo dei paesi europei.
Lo SME (Sistema Monetario Europeo) ha portato alla ribalta le prime contraddizioni tra gli USA e il processo di integrazione dell’Europa occidentale. La fine dell’Unione Europea dei Pagamenti ha rallentato l’integrazione monetaria, influenzando la crescita delle produzioni europee e il commercio internazionale.
Con l’avvento dell’euro, la Banca Centrale Europea (BCE) è stata incaricata di garantire la stabilità dei prezzi e la lotta all’inflazione. Questo ha comportato politiche di riduzione della spesa pubblica, ritiro dello Stato dall’economia e libera azione del mercato per trovare i propri equilibri. La BCE gode di totale indipendenza e utilizza strumenti come la definizione dei tassi di cambio e le operazioni di mercato aperto per influenzare l’economia.
Tuttavia, le politiche di mantenimento e di aggiustamento perpetuo dell’Eurozona, aggravate dal Patto di Stabilità, si scontrano con la mancanza di politiche espansive e con la concezione neoliberista che vede l’intervento dello Stato nell’economia come nocivo. Secondo noi, lo Stato dovrebbe intervenire per condizionare il mercato, contrariamente alla visione neoliberalista dell’assegnazione privata delle risorse.
La dollarizzazione fa sì che la moneta statunitense sostituisca in tutto o in parte la moneta nazionale in un determinato paese. Questo processo può essere ufficiale oppure viene definito non ufficiale quando l’uso del dollaro in grandi transazioni non va a finire nel bilancio bancario, poiché si manifesta nelle rivelazioni statistiche del mercato finanziario, un fenomeno opaco che però rappresenta una parte significativa dei processi finanziari nell’ambito del mercato.
Il processo di dollarizzazione può seguire due strade: una via unilaterale, ossia senza nessun accordo con la Federal Reserve in cui un paese impiega le proprie riserve nazionali per acquistare dei dollari con i quali riacquista la propria base monetaria quindi in questo caso il dollaro esercita la funzione di filtro monetario.
Un’altra via perseguita dalla dollarizzazione è senza dubbio quella bilaterale che presuppone l’accordo del paese terzo con la banca centrale degli Stati Uniti d’America; quindi, gli USA garantiscono l’emissione dei dollari nei confronti del paese terzo, condividono quella attività che permette di conseguire dei redditi nell’atto delle emissioni monetarie, pertanto, questi redditi sono condivisi dal paese terzo e le eventuali perdite, in caso di crisi bancaria, sono anch’esse condivise.
Fonte
Storicamente, la sterlina è stata la principale valuta mondiale dal 1870 fino al suo superamento da parte del dollaro USA negli anni ‘20 del '900. Anche se la sterlina ha mantenuto una quota significativa nei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per diversi decenni, oggi rappresenta solo il 4-5% circa delle riserve ufficiali di valuta estera nel Mondo.
L’euro, invece, è entrato nel paniere dei DSP nel 1999, guadagnando una quota del 37,4% nel 2010, ma successivamente è diminuito al 20% nel 2015. Entrambe le valute hanno visto una leggera diminuzione rispetto al dollaro dopo che il FMI ha incluso il renminbi nel paniere dei DSP.
L’euro, in particolare, ha potuto competere con il dollaro nel commercio globale, sfruttando la posizione strategica dell’Europa come crocevia tra tre continenti e zone commercialmente attive come il Mediterraneo e il nord Europa. La Cina, con il progetto della Nuova Via della Seta, ha contribuito a rafforzare questa posizione, stabilendo cooperazioni economico-commerciali con importanti attori europei e promuovendo una politica di dedollarizzazione.
Tuttavia, il dominio del dollaro rimane saldo grazie al suo utilizzo nelle transazioni internazionali, soprattutto nel settore energetico.
Il processo di integrazione europeo è sempre stato contraddistinto dal carattere prettamente economico-monetario e volto alla realizzazione di un mercato comune realizzando e facilitando la strada a tutte quelle condizioni che potessero determinare l’avvento di questa tipologia di mercato.
Da questo punto di vista i momenti salienti sono diversi, come diversi sono stati i tentativi disattesi, non andati in porto o archiviati per diretta influenza esterna, a causa dell’agire delle dinamiche più ampie a livello internazionale.
Uno dei tentativi infelici del processo di integrazione europea, è sicuramente da rimandare al Serpente Monetario Europeo composto dai sei paesi europei della CEE più la Gran Bretagna: esso aveva come obiettivo quello di dare alle valute europee un margine di fluttuazione ben determinato, ovvero del ± 2,25% perseguendo una politica di stabilità e di cambi rigidi delle monete poste in relazione dal Serpente Monetario Europeo.
L’organizzazione per la cooperazione economica europea prese un’iniziativa attraverso la creazione di un meccanismo che portava il nome dell’Unione Europea dei Pagamenti (UEP) istituita nel 1950.
L’UEP doveva fungere come sistema di compensazione di tutte le tipologie di transazione all’interno dell’area europea ma nel concreto, agiva verso i paesi deficitari a cui veniva concesso un credito pagando in oro i disavanzi di questi paesi ai paesi creditori. Dunque, attraverso un fondo europeo l’UEP interveniva nei confronti dei paesi deficitari e con situazione di squilibrio, attraverso delle linee di credito.
Rappresenta in toto un sostrato fondamentale per il trasferimento in via reciproca tra un paese e l’altro delle valute nazionali, rafforzando la cooperazione commerciale ed economica europea e gettando le basi favorevoli alla creazione di un mercato unico europeo.
Nell’ambito dell’UEP, quindi, l’esistenza di un fondo comune aveva come fine il miglioramento del proprio sistema dei pagamenti e la Banca Dei Regolamenti Internazionali che aveva diretto contatto con l’UEP, aveva un ruolo di facilitatore: in primo luogo nelle dinamiche interne dell’UEP ma anche nell’ambito del contesto internazionale poiché l’azione determinava ovviamente una proiezione globale.
Questo meccanismo automatico doveva risolvere dei problemi presenti nella prospettiva dell’integrazione dell’Europa occidentale, in un periodo storico che si colloca prima dei trattati di Roma che furono successivamente sottoscritti nel 1957; uno strumento con delle precise finalità ma anch’esso archiviato, poiché ben presto rappresentò un problema all’interno delle dinamiche internazionali e più nello specifico del processo di dollarizzazione[1] e di egemonia crescente del dollaro in ambito internazionale.
L’UEP poteva determinare delle difficoltà nell’ambito della diffusione del dollaro come valuta essenziale di riferimento anche perché la stessa integrazione europea si basa su uno stretto rapporto con gli Stati Uniti, ossia quello determinato dal patto Atlantico, costantemente confermato anche da parte dei fautori del processo di integrazione europea, solo con gli inizi degli anni ‘90 e la creazione dell’Unione Europea si evidenzieranno meglio dei margini di autonomia rispetto ai rapporti atlantici.
La critica statunitense all’UEP si giustificava non solo per via dell’attacco al dollaro ma passava anche dalla minaccia che l’organismo rappresentava nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali e le garanzie di quell’assetto e l’insieme del sistema sorto con gli accordi di Bretton Woods.
Nel 1979 sorge un ulteriore tentativo di creare un sistema di cambi più rigido e vincolato tra le varie valute nazionali nell’ambito dei paesi europei, noto con il nome di Sistema Monetario Europeo. Generalmente visto come un antesignano dell’unione monetaria attuale poiché si basava su punti che di base ritroviamo nell’attuale Unione monetaria europea.
L’obiettivo fondamentale, infatti, era quello di mantenere la stabilità monetaria, presupposto fondamentale per la creazione di un mercato unico nell’ambito dei sistemi europei. La politica monetaria perseguita si caratterizza, ancora una volta, con la volontà di creare un mercato unico, abbattendo i residui delle differenze e degli ostacoli di natura doganale rappresentate dai diversi cambi delle valute dei diversi paesi europei.
Il Sistema Monetario Europeo nasce sulla base del fallimento del Serpente Monetario e si basa su due obiettivi fondamentali che ritroveremo in tutta la vicenda successiva dell’Unione Europea: la regolarizzazione dei processi di cambio, con l’obiettivo dichiarato di mettere sotto controllo le dinamiche inflazionistiche, dunque la stabilità dei prezzi (oggi obiettivo guida della BCE, che quindi trova i suoi fondamenti teorici in diverse forme di integrazione anche monetarie del secolo scorso).
Questo sistema avrà vita più lunga rispetto al precedente meccanismo del serpente monetario, ma ben presto, i paesi egemoni, la Germania Ovest e la Francia, portarono alla fine di questa esperienza in concomitanza al processo di riunificazione tedesca: il Marco richiedeva un nuovo ruolo più significativo nell’ambito del sistema monetario dell’Unione Europea che avesse dei riflessi sulle dinamiche delle valute dei diversi paesi facenti parte dell’ambito europeo nel 1989, legate poi dal trattato di Maastricht del ’92, in cui viene disciplinata non solo l’architettura economica dell’Unione Europea nascente, ma anche il processo di integrazione monetario.
Non è un caso che i criteri di stabilità facciano riferimento al deficit fiscale, al debito pubblico, all’inflazione e ai tassi di interesse; cioè tutte variabili che devono essere tenute sotto controllo per favorire le esportazioni.
Ovviamente in quegli anni i sistemi valutari di alcuni paesi dell’Unione Europea sono sotto attacchi di speculazione e di svalutazione come, ad esempio, la lira italiana e la sterlina inglese: questa condizione agevola il processo di integrazione monetaria confidando che il sistema di cambio rigido potesse essere la via migliore verso uno sviluppo omogeneo dei paesi europei.
Lo SME (Sistema Monetario Europeo) ha portato alla ribalta le prime contraddizioni tra gli USA e il processo di integrazione dell’Europa occidentale. La fine dell’Unione Europea dei Pagamenti ha rallentato l’integrazione monetaria, influenzando la crescita delle produzioni europee e il commercio internazionale.
Con l’avvento dell’euro, la Banca Centrale Europea (BCE) è stata incaricata di garantire la stabilità dei prezzi e la lotta all’inflazione. Questo ha comportato politiche di riduzione della spesa pubblica, ritiro dello Stato dall’economia e libera azione del mercato per trovare i propri equilibri. La BCE gode di totale indipendenza e utilizza strumenti come la definizione dei tassi di cambio e le operazioni di mercato aperto per influenzare l’economia.
Tuttavia, le politiche di mantenimento e di aggiustamento perpetuo dell’Eurozona, aggravate dal Patto di Stabilità, si scontrano con la mancanza di politiche espansive e con la concezione neoliberista che vede l’intervento dello Stato nell’economia come nocivo. Secondo noi, lo Stato dovrebbe intervenire per condizionare il mercato, contrariamente alla visione neoliberalista dell’assegnazione privata delle risorse.
La dollarizzazione fa sì che la moneta statunitense sostituisca in tutto o in parte la moneta nazionale in un determinato paese. Questo processo può essere ufficiale oppure viene definito non ufficiale quando l’uso del dollaro in grandi transazioni non va a finire nel bilancio bancario, poiché si manifesta nelle rivelazioni statistiche del mercato finanziario, un fenomeno opaco che però rappresenta una parte significativa dei processi finanziari nell’ambito del mercato.
Il processo di dollarizzazione può seguire due strade: una via unilaterale, ossia senza nessun accordo con la Federal Reserve in cui un paese impiega le proprie riserve nazionali per acquistare dei dollari con i quali riacquista la propria base monetaria quindi in questo caso il dollaro esercita la funzione di filtro monetario.
Un’altra via perseguita dalla dollarizzazione è senza dubbio quella bilaterale che presuppone l’accordo del paese terzo con la banca centrale degli Stati Uniti d’America; quindi, gli USA garantiscono l’emissione dei dollari nei confronti del paese terzo, condividono quella attività che permette di conseguire dei redditi nell’atto delle emissioni monetarie, pertanto, questi redditi sono condivisi dal paese terzo e le eventuali perdite, in caso di crisi bancaria, sono anch’esse condivise.
Fonte
27/02/2025
L’Arabia Saudita emette obbligazioni in euro. Un segno dei tempi
L’Arabia Saudita ha avviato la vendita del suo primo green bond – obbligazione verde – denominato in euro e dalla durata di sette anni, con lo scopo di sostenere la strategia Saudi Vision 2030 che mira a diversificare l’economia nazionale dalla dipendenza dal petrolio entro la fine del decennio.
Lo ha reso noto l’agenzia Bloomberg, citando una fonte vicina alla transazione, secondo cui l’offerta del green bond viene commercializzata insieme a un’obbligazione convenzionale saudita dalla durata di 12 anni.
Con questa scelta l’Arabia Saudita è il primo Paese del Medio Oriente a vendere un green bond denominato in euro, in base a quanto riferito da Bloomberg. Secondo la nota agenzia di news economiche, il ministero delle Finanze saudita ha incaricato la banca britannico Hsbc, la multinazionale statunitense JPMorgan e la banca francese Societe Generale coordinatori globali per la vendita del green bond in euro.
Il debito pubblico dell’Arabia Saudita è in aumento. A dicembre scorso ha raggiunto 319,7 miliardi di dollari, rispetto ai 280 miliardi dello stesso mese del 2023. L’emissione di un’obbligazione in una valuta estera può aiutare un Paese a diversificare la propria base di investitori e potenzialmente a ridurre i costi di finanziamento.
L’emissione di green bond in euro da parte dell’Arabia Saudita consentirà agli investitori dei mercati dei capitali europei di acquistare queste obbligazioni verdi per finanziare progetti di transizione energetica che rientrano nella più ampia strategia climatica del Regno.
Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund) emette green bond dal 2022 e si è impegnato a sviluppare il 70 per cento degli obiettivi della Saudi Vision 2030 in materia di energia da fonti rinnovabili.
Con questa strategia, Riad punta a far sì che metà dell’elettricità a livello nazionale sia alimentata da fonti rinnovabili entro la fine del decennio e mira a raggiungere zero emissioni nette entro il 2060.
L’Arabia Saudita è il primo esportatore di petrolio al mondo ed è ancora molto dipendente da questa risorsa energetica. Anche se il suo peso nel Prodotto interno lordo nazionale è via via diminuito, nel 2024 ne rappresentava ancora circa il 40 per cento. Secondo le stime del bilancio saudita per il 2024, le entrate dello scorso anno sono state pari a 202 miliardi di dollari provenienti dal petrolio, contro i 126 miliardi di dollari provenienti da fonti non petrolifere.
L’agenzia Nova riporta che il 24 gennaio scorso, parlando con il sito web di approfondimento sul Medio Oriente Al Monitor a margine del Forum economico mondiale di Davos, il ministro delle Finanze saudita, Mohammed al Jadaan, ha affermato che il Regno potrebbe raggiungere prima del previsto il suo obiettivo per il 2030 nel settore dell’energia da fonti rinnovabili. Sempre il mese scorso, Riad ha aggiunto alla sua rete elettrica il più grande sistema di accumulo di energia a batteria, con una capacità di 500 megawatt e la possibilità di immagazzinare 2 mila megawattora di elettricità.
Fonte
Lo ha reso noto l’agenzia Bloomberg, citando una fonte vicina alla transazione, secondo cui l’offerta del green bond viene commercializzata insieme a un’obbligazione convenzionale saudita dalla durata di 12 anni.
Con questa scelta l’Arabia Saudita è il primo Paese del Medio Oriente a vendere un green bond denominato in euro, in base a quanto riferito da Bloomberg. Secondo la nota agenzia di news economiche, il ministero delle Finanze saudita ha incaricato la banca britannico Hsbc, la multinazionale statunitense JPMorgan e la banca francese Societe Generale coordinatori globali per la vendita del green bond in euro.
Il debito pubblico dell’Arabia Saudita è in aumento. A dicembre scorso ha raggiunto 319,7 miliardi di dollari, rispetto ai 280 miliardi dello stesso mese del 2023. L’emissione di un’obbligazione in una valuta estera può aiutare un Paese a diversificare la propria base di investitori e potenzialmente a ridurre i costi di finanziamento.
L’emissione di green bond in euro da parte dell’Arabia Saudita consentirà agli investitori dei mercati dei capitali europei di acquistare queste obbligazioni verdi per finanziare progetti di transizione energetica che rientrano nella più ampia strategia climatica del Regno.
Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund) emette green bond dal 2022 e si è impegnato a sviluppare il 70 per cento degli obiettivi della Saudi Vision 2030 in materia di energia da fonti rinnovabili.
Con questa strategia, Riad punta a far sì che metà dell’elettricità a livello nazionale sia alimentata da fonti rinnovabili entro la fine del decennio e mira a raggiungere zero emissioni nette entro il 2060.
L’Arabia Saudita è il primo esportatore di petrolio al mondo ed è ancora molto dipendente da questa risorsa energetica. Anche se il suo peso nel Prodotto interno lordo nazionale è via via diminuito, nel 2024 ne rappresentava ancora circa il 40 per cento. Secondo le stime del bilancio saudita per il 2024, le entrate dello scorso anno sono state pari a 202 miliardi di dollari provenienti dal petrolio, contro i 126 miliardi di dollari provenienti da fonti non petrolifere.
L’agenzia Nova riporta che il 24 gennaio scorso, parlando con il sito web di approfondimento sul Medio Oriente Al Monitor a margine del Forum economico mondiale di Davos, il ministro delle Finanze saudita, Mohammed al Jadaan, ha affermato che il Regno potrebbe raggiungere prima del previsto il suo obiettivo per il 2030 nel settore dell’energia da fonti rinnovabili. Sempre il mese scorso, Riad ha aggiunto alla sua rete elettrica il più grande sistema di accumulo di energia a batteria, con una capacità di 500 megawatt e la possibilità di immagazzinare 2 mila megawattora di elettricità.
Fonte
23/02/2025
Bulgaria - Manifestazioni contro l’ingresso nell’Eurozona, devastata la sede della Commissione europea
Tempi duri per la narrazione europeista. La polizia bulgara ha faticato parecchio a confrontarsi con i manifestanti che ieri hanno chiesto al governo di abbandonare i piani per l’ingresso della Bulgaria nell’eurozona.
Migliaia di manifestanti si sono concentrati davanti all’ufficio della Commissione Ue nella capitale Sofia e hanno iniziato a lanciare vernice rossa e petardi contro l’edificio, una porta è stata data alle fiamme.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i rinforzi della polizia, che hanno caricato i manifestanti. La polizia ha comunicato che ci sono stati diversi arresti mentre alcuni agenti sono rimasti feriti durante gli scontri.
Scandalizzata la Von der Leyen: “Scene oltraggiose a Sofia, dove il nostro ufficio dell’Ue è stato vandalizzato. In Europa esercitiamo il diritto di manifestare in modo pacifico. La violenza e il vandalismo non sono mai la risposta”.
La protesta è stata organizzata dal partito Vazrazhdane, di destra, ed è iniziata davanti alla sede della Banca Nazionale Bulgara per chiedere le dimissioni del governo, sventolando bandiere nazionali e del partito e scandendo ‘No all’euro’ e ‘Sì al lev bulgaro’, la valuta del Paese.
Il leader di Vazrazhdane Kostadin Kostadinov ha dichiarato che il suo partito intende chiedere un referendum per decidere l’ingresso o meno nell’eurozona. “Se non ci sarà un referendum, bloccheremo i lavori dell’Assemblea nazionale”, ha promesso Kostadinov, il cui partito è il terzo per peso in parlamento.
La Bulgaria ha aderito all’Ue nel 2007. Il nuovo governo, formato il mese scorso, ha fatto dell’adesione all’eurozona una priorità fondamentale.
Non molti, però, sono convinti che adottare l’euro sia la scelta migliore per la Bulgaria, forse ne hanno parlato con i croati che dal 1 gennaio 2023 sono entrati nell’Eurozona pagandone, come avvenuto anche in Italia nel 2002, costi sociali pesantissimi, soprattutto sul piano dei prezzi e del welfare.
Alcuni economisti sostengono che la Bulgaria non abbia una condizione economica accettabile per poter entrare nell’eurozona e che non sia ancora pronto ad adottare la moneta unica.
Prima la Slovacchia, poi la Romania, ora la Bulgaria, la sbornia europeista nei paesi dell’Europa dell’Est si va seriamente affievolendo.
Fonte
Migliaia di manifestanti si sono concentrati davanti all’ufficio della Commissione Ue nella capitale Sofia e hanno iniziato a lanciare vernice rossa e petardi contro l’edificio, una porta è stata data alle fiamme.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i rinforzi della polizia, che hanno caricato i manifestanti. La polizia ha comunicato che ci sono stati diversi arresti mentre alcuni agenti sono rimasti feriti durante gli scontri.
Scandalizzata la Von der Leyen: “Scene oltraggiose a Sofia, dove il nostro ufficio dell’Ue è stato vandalizzato. In Europa esercitiamo il diritto di manifestare in modo pacifico. La violenza e il vandalismo non sono mai la risposta”.
La protesta è stata organizzata dal partito Vazrazhdane, di destra, ed è iniziata davanti alla sede della Banca Nazionale Bulgara per chiedere le dimissioni del governo, sventolando bandiere nazionali e del partito e scandendo ‘No all’euro’ e ‘Sì al lev bulgaro’, la valuta del Paese.
Il leader di Vazrazhdane Kostadin Kostadinov ha dichiarato che il suo partito intende chiedere un referendum per decidere l’ingresso o meno nell’eurozona. “Se non ci sarà un referendum, bloccheremo i lavori dell’Assemblea nazionale”, ha promesso Kostadinov, il cui partito è il terzo per peso in parlamento.
La Bulgaria ha aderito all’Ue nel 2007. Il nuovo governo, formato il mese scorso, ha fatto dell’adesione all’eurozona una priorità fondamentale.
Non molti, però, sono convinti che adottare l’euro sia la scelta migliore per la Bulgaria, forse ne hanno parlato con i croati che dal 1 gennaio 2023 sono entrati nell’Eurozona pagandone, come avvenuto anche in Italia nel 2002, costi sociali pesantissimi, soprattutto sul piano dei prezzi e del welfare.
Alcuni economisti sostengono che la Bulgaria non abbia una condizione economica accettabile per poter entrare nell’eurozona e che non sia ancora pronto ad adottare la moneta unica.
Prima la Slovacchia, poi la Romania, ora la Bulgaria, la sbornia europeista nei paesi dell’Europa dell’Est si va seriamente affievolendo.
Fonte
29/06/2024
La BCE a grandi passi verso l’euro elettronico
La Banca Centrale Europea (BCE) ha rilasciato il primo rapporto sui progressi della fase preparatoria dell’euro digitale, avviata lo scorso primo novembre, concentrandosi principalmente sui pagamenti offline per rendere la moneta digitale il più simile possibile ai contanti.
Oggi, sembra che la fase di preparazione dell’euro digitale, varata nel 2021, stia procedendo a grandi passi, con il nuovo strumento che potrebbe vedere una prima implementazione già a partire dalla fine del 2025.
L’euro digitale sarà la “valuta digitale della banca centrale” emessa dalla BCE, affiancando ma non sostituendo la cartamoneta. Diversamente dalle criptovalute, che sono progettate e gestite da privati, sarà di proprietà della BCE, che garantirà la sicurezza, la stabilità del valore e la parità nominale con l’euro contante.
Nel rapporto, la BCE ha enfatizzato l’importanza della privacy nelle transazioni digitali, prevedendo un sistema offline che assicuri riservatezza al pagatore e al beneficiario, simile in tutto e per tutto a un pagamento in contanti.
Il progetto prevede una funzionalità offline che offrirebbe un livello di riservatezza paragonabile a quello dei contanti per i pagamenti in negozi fisici e tra individui, con i dettagli della transazione noti solo alle parti coinvolte e non condivisi con terzi.
Per i pagamenti offline, l’Eurosistema sta sviluppando una funzione che permetterà di pagare senza connessione internet, caricando il conto digitale in euro tramite Internet o bancomat, utilizzando dispositivi offline come telefoni o carte di credito.
La BCE sta anche lavorando per preservare la stabilità finanziaria e la trasmissione della politica monetaria, imponendo limiti di detenzione e non remunerando le disponibilità in euro digitali.
Quindi, almeno nelle prime fasi di utilizzo, la nuova moneta digitale dovrà affiancare, e non sostituire, i tradizionali mezzi di pagamento (cioè l’euro contante e gli strumenti bancari). Si prevede che la versione aggiornata del Regolamento dell’euro digitale sarà pronta entro la fine del 2024.
Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha spiegato che l’euro digitale offrirebbe ai consumatori una scelta in più, combinando la comodità del contante con i sistemi digitali, semplificando alcuni pagamenti e aumentando la concorrenza, mantenendo però la circolazione del contante.
L’obiettivo di rendere i pagamenti digitali simili a quelli in contante, senza eliminare la cartamoneta e proteggendo la privacy, è fugare i timori di controllo insiti nei pagamenti elettronici, preservando il ruolo delle banche centrali nell’emissione e nel controllo della moneta e proteggendosi dall’ascesa delle criptovalute private.
Abbiamo già trattato la prospettiva della valuta digitale in un precedente articolo, delineandone le potenzialità. Almeno dal punto di vista teorico, le valute digitali offrono la possibilità di rimpiazzare integralmente il sistema di pagamenti digitali privati.
Stiamo parlando della complessa rete di banche e intermediari finanziari che è diventata essenziale al funzionamento di una moderna economia di mercato. Ciò porterebbe a enormi vantaggi dal punto di vista della stabilità finanziaria e capacità di azione della politica monetaria.
Tuttavia, come abbiamo visto, la BCE ha esplicitamente escluso che la finalità dell’euro digitale sia sostituire integralmente gli strumenti concorrenti.
L’euro digitale dovrà, piuttosto, affiancare gli strumenti tradizionali e porsi come alternativa alla grande fauna di criptovalute private emersa nell’ultimo decennio.
L’euro digitale potrebbe inoltre, secondo il report, rivelarsi uno strumento utile per aumentare la resilienza dell’Eurosistema a fronte di rischi geopolitici e crisi del credito internazionale.
Lo sviluppo di un sistema di pagamenti integralmente pubblico costituisce anche un ottimo modo di affrancare il proprio sistema finanziario dai vincoli dei circuiti di pagamento internazionali.
Questo è uno dei motivi per cui numerosi paesi emergenti (in testa Cina, Iran e Russia) si sono mostrate particolarmente interessate alla nuova tecnologia e stanno percorrendo le stesse vie di progettazione e implementazione di valute digitali.
La Cina ad oggi rappresenta l’avanguardia nello sviluppo di questo genere di sistemi. Nel Paese esistono già oltre 260 milioni di conti digitali, che operano soprattutto sul versante dei pagamenti transfrontalieri.
L’e-Yuan, infatti, permette alla moneta di Pechino di circolare liberamente nei movimenti internazionali e può ‘bucare’ agilmente le frontiere, a dispetto delle restrizioni alla circolazione dei capitali.
In Russia, il rublo digitale è attualmente in fase di sperimentazione, e dovrebbe cominciare a circolare fuori dai confini nazionali già dalla metà del 2025.
Specialmente per i Paesi esclusi dal sistema SWIFT o esposti al rischio di sanzioni, lo sviluppo di una valuta digitale potrebbe costituire uno degli strumenti per rendere il proprio sistema finanziario meno fragile ed accelerare la de-dollarizzazione.
Ovviamente è difficile pensare che questo tipo di sistemi possa imporsi alla ribalta in breve tempo. Anche una volta che le difficoltà tecniche e legali-regolatorie saranno superate.
I nuovi strumenti di pagamento avranno bisogno di tempo per superare la naturale diffidenza degli utenti e cominciare ad imporsi come vere alternative agli strumenti che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni.
In particolare, mentre i potenziali vantaggi dal punto di vista sistemico sono evidenti, non è chiaro perché dal punto di vista degli utenti sarebbe vantaggioso passare ai nuovi sistemi.
In prospettiva però l’introduzione delle valute digitali potrebbe avere implicazioni importanti per gli assetti finanziari globali e persino sul funzionamento stesso dei nostri sistemi economici.
Fonte
Oggi, sembra che la fase di preparazione dell’euro digitale, varata nel 2021, stia procedendo a grandi passi, con il nuovo strumento che potrebbe vedere una prima implementazione già a partire dalla fine del 2025.
L’euro digitale sarà la “valuta digitale della banca centrale” emessa dalla BCE, affiancando ma non sostituendo la cartamoneta. Diversamente dalle criptovalute, che sono progettate e gestite da privati, sarà di proprietà della BCE, che garantirà la sicurezza, la stabilità del valore e la parità nominale con l’euro contante.
Nel rapporto, la BCE ha enfatizzato l’importanza della privacy nelle transazioni digitali, prevedendo un sistema offline che assicuri riservatezza al pagatore e al beneficiario, simile in tutto e per tutto a un pagamento in contanti.
Il progetto prevede una funzionalità offline che offrirebbe un livello di riservatezza paragonabile a quello dei contanti per i pagamenti in negozi fisici e tra individui, con i dettagli della transazione noti solo alle parti coinvolte e non condivisi con terzi.
Per i pagamenti offline, l’Eurosistema sta sviluppando una funzione che permetterà di pagare senza connessione internet, caricando il conto digitale in euro tramite Internet o bancomat, utilizzando dispositivi offline come telefoni o carte di credito.
La BCE sta anche lavorando per preservare la stabilità finanziaria e la trasmissione della politica monetaria, imponendo limiti di detenzione e non remunerando le disponibilità in euro digitali.
Quindi, almeno nelle prime fasi di utilizzo, la nuova moneta digitale dovrà affiancare, e non sostituire, i tradizionali mezzi di pagamento (cioè l’euro contante e gli strumenti bancari). Si prevede che la versione aggiornata del Regolamento dell’euro digitale sarà pronta entro la fine del 2024.
Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha spiegato che l’euro digitale offrirebbe ai consumatori una scelta in più, combinando la comodità del contante con i sistemi digitali, semplificando alcuni pagamenti e aumentando la concorrenza, mantenendo però la circolazione del contante.
L’obiettivo di rendere i pagamenti digitali simili a quelli in contante, senza eliminare la cartamoneta e proteggendo la privacy, è fugare i timori di controllo insiti nei pagamenti elettronici, preservando il ruolo delle banche centrali nell’emissione e nel controllo della moneta e proteggendosi dall’ascesa delle criptovalute private.
Abbiamo già trattato la prospettiva della valuta digitale in un precedente articolo, delineandone le potenzialità. Almeno dal punto di vista teorico, le valute digitali offrono la possibilità di rimpiazzare integralmente il sistema di pagamenti digitali privati.
Stiamo parlando della complessa rete di banche e intermediari finanziari che è diventata essenziale al funzionamento di una moderna economia di mercato. Ciò porterebbe a enormi vantaggi dal punto di vista della stabilità finanziaria e capacità di azione della politica monetaria.
Tuttavia, come abbiamo visto, la BCE ha esplicitamente escluso che la finalità dell’euro digitale sia sostituire integralmente gli strumenti concorrenti.
L’euro digitale dovrà, piuttosto, affiancare gli strumenti tradizionali e porsi come alternativa alla grande fauna di criptovalute private emersa nell’ultimo decennio.
L’euro digitale potrebbe inoltre, secondo il report, rivelarsi uno strumento utile per aumentare la resilienza dell’Eurosistema a fronte di rischi geopolitici e crisi del credito internazionale.
Lo sviluppo di un sistema di pagamenti integralmente pubblico costituisce anche un ottimo modo di affrancare il proprio sistema finanziario dai vincoli dei circuiti di pagamento internazionali.
Questo è uno dei motivi per cui numerosi paesi emergenti (in testa Cina, Iran e Russia) si sono mostrate particolarmente interessate alla nuova tecnologia e stanno percorrendo le stesse vie di progettazione e implementazione di valute digitali.
La Cina ad oggi rappresenta l’avanguardia nello sviluppo di questo genere di sistemi. Nel Paese esistono già oltre 260 milioni di conti digitali, che operano soprattutto sul versante dei pagamenti transfrontalieri.
L’e-Yuan, infatti, permette alla moneta di Pechino di circolare liberamente nei movimenti internazionali e può ‘bucare’ agilmente le frontiere, a dispetto delle restrizioni alla circolazione dei capitali.
In Russia, il rublo digitale è attualmente in fase di sperimentazione, e dovrebbe cominciare a circolare fuori dai confini nazionali già dalla metà del 2025.
Specialmente per i Paesi esclusi dal sistema SWIFT o esposti al rischio di sanzioni, lo sviluppo di una valuta digitale potrebbe costituire uno degli strumenti per rendere il proprio sistema finanziario meno fragile ed accelerare la de-dollarizzazione.
Ovviamente è difficile pensare che questo tipo di sistemi possa imporsi alla ribalta in breve tempo. Anche una volta che le difficoltà tecniche e legali-regolatorie saranno superate.
I nuovi strumenti di pagamento avranno bisogno di tempo per superare la naturale diffidenza degli utenti e cominciare ad imporsi come vere alternative agli strumenti che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni.
In particolare, mentre i potenziali vantaggi dal punto di vista sistemico sono evidenti, non è chiaro perché dal punto di vista degli utenti sarebbe vantaggioso passare ai nuovi sistemi.
In prospettiva però l’introduzione delle valute digitali potrebbe avere implicazioni importanti per gli assetti finanziari globali e persino sul funzionamento stesso dei nostri sistemi economici.
Fonte
23/02/2024
[Contributo al dibattito] - Per un New Deal europeo
di Ernesto Screpanti
C’è un problema che assilla la sinistra europea fin dagli anni della crisi del debito greco: come deve agire un governo popolare per evitare che l’UE faccia fare a un’altra nazione la fine che ha fatto fare alla Grecia? Le scelte effettuate all’epoca dai governi greci (sia quello di Papandreu, 2009-11, sia quello di Tsipras, 2015) causarono non solo una grande sofferenza economica ai loro cittadini, ma anche un grave danno politico alla sinistra europea. Secondo molti osservatori avrebbero dimostrato che i socialisti e i comunisti non hanno la soluzione ai problemi che le politiche e i trattati dell’Unione hanno causato ai popoli europei.
Io invece credo che la soluzione ce l’abbiano, e per dimostrarlo voglio proporre un esercizio di fantapolitica in cui ipotizzo che un governo di vera sinistra vada al potere in Italia.
Non bisogna essere un profeta per prevedere che, appena si sa nel mondo che c’è un ministro dell’economia di sinistra, i “mercati” cominciano a giocare al ribasso sul debito pubblico italiano. Le agenzie di rating declassano il nostro debito a spazzatura, la speculazione alza la testa e la situazione diventa difficile da gestire.
A quel punto interviene la Commissione Europea proponendo di usare la troika per salvare l’Italia dal default, chiedendo però che il governo somministri politiche che tranquillizzino i mercati, cioè propini al popolo una medicina “lacrime e sangue” fatta di tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, riforme delle pensioni, abbassamento dei salari, aumento della disoccupazione e della povertà. Un governo di sinistra non può accettare queste condizioni.
Dovrebbe piuttosto approfittare della crisi per lanciare un forte programma di new deal. Ecco cosa dovrebbe fare secondo me.
New deal: I primi 100 giorni
Il compito più urgente sarà quello di fronteggiare gli attacchi speculativi al debito pubblico. Come primo provvedimento il governo emanerà un decreto di assicurazione dei conti titoli delle famiglie italiane per la parte consistente in titoli di stato nazionali e per un valore non superiore a 200.000 Euro. In questo modo tranquillizzerà i piccoli risparmiatori.
Poi aprirà un credito in c/c del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) presso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) (o la sua controllata Bancoposta), la quale Cassa ha tra i suoi compiti quello di fornire credito alle istituzioni pubbliche e allo Stato. Ricordo che oggi il MEF controlla circa l’84% di CDP e, direttamente e tramite CDP, il 65% di Poste Italiane. Il governo porterà la proprietà pubblica di entrambe le aziende al 100%.
Nazionalizzerà anche la Banca d’Italia (BdI). A sinistra se ne parlava già nel secolo scorso. Nel 2016 è stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge di nazionalizzazione. Nel 2018 una proposta simile è stata presentata da Fratelli d’Italia.
In seguito al rifiuto del governo di sottostare al diktat della Commissione Europea e di accettare il “salvataggio” della troika, i “mercati” manifesteranno una forte aspettativa di default, i rating verranno portati in zona C e la speculazione si scatenerà. Lo spread schizzerà alle stelle, il che permetterà al governo di riacquistare i titoli in scadenza a bassissimo prezzo.
A questo punto il governo ordinerà a CDP di comprare sul mercato per conto del MEF titoli di stato italiani. L’operazione, almeno in parte, verrà finanziata dal MEF andando in rosso sul suo conto corrente presso CDP. Se il governo si indebita in questo modo, vuol dire che crea moneta.[1] Non è base monetaria, non essendo creata dalla Banca Centrale. CDP non è una banca, ma lo è Bancoposta. La moneta da essa creata è moneta bancaria. In pratica il MEF utilizzerebbe CDP come una pseudo banca centrale e le farebbe svolgere alcune delle funzioni che svolgeva BdI prima del “divorzio” del 1981.
L’espansione monetaria verrà utilizzata non solo per finanziare le “operazioni sul mercato aperto” con cui CDP ricomprerà i titoli di stato, ma anche per sostenere una forte crescita della spesa pubblica, in modo da evitare che la crisi finanziaria si trasmetta all’economia reale.
Un’istituzione simile alla CDP è già stata utilizzata in operazioni di finanziamento del governo, ad esempio in Germania, dove la Kreditanstalt für Wiederaufbau (un ente pubblico di cui è proprietario il governo federale per l’80% e i Länder per il 20%) è intervenuta nelle aste dei titoli di stato svolgendo la funzione di prestatore di ultima istanza tipica di una banca centrale.
Acquistava il residuo di titoli non collocati nel mercato primario al prezzo deciso dal governo. Poi li rivendeva gradualmente nel mercato secondario. Nella mia proposta di politica economica CDP svolgerà non solo questo tipo di azione, ma anche un’azione di finanziamento monetario diretto.
Se i mercati portassero i titoli al 20% del valore nominale, per ogni 100 Euro di moneta creata, si estinguerebbero 500 Euro di debito pubblico. A maggio 2023 il debito pubblico italiano era detenuto da: BdI (25,8%), banche italiane (24,5%), altre istituzioni finanziarie italiane (12,3%), istituzioni finanziarie straniere (26,5%) e famiglie italiane (10,9%).
A ottobre 2023 il debito pubblico italiano era di 2868 miliardi di Euro. Ne sottraiamo il 25,8% (la quota detenuta da BdI) e arriviamo a 2.128. La metà è 1.064. Se venisse acquistata al 20% del valore nominale, avremmo bisogno di 213 miliardi di Euro, una cifra più alta del valore del disavanzo pubblico del 2022 (153,5 miliardi di Euro). La liquidità della CDP (circa 150 miliardi di Euro) non sarebbe sufficiente, di qui la necessità di creare nuova moneta.
Durante la crisi BdI svolgerà due funzioni: 1) offrirà o domanderà titoli per stabilizzarne i prezzi attorno ai livelli auspicati dal MEF; 2) rifornirà di base monetaria le banche commerciali.[2] Alla fine della crisi, il debito pubblico residuale che si trova nel suo portafoglio verrà annullato, essendo debito di stato detenuto dallo stato.
È possibile che nel giro di 2-3 mesi il rapporto debito/pil arrivi al 60-70%. Dipende dal prezzo a cui i mercati (speculazione, BdI e CDP) spingono i prezzi dei titoli. Comunque andrebbe bene anche se si arrivasse a un rapporto intorno al 90%. Nessuno può prevedere con precisione l’esito finale del processo di mercato in presenza di una crisi, per cui non si può escludere che per arrivare al 90% debba essere necessario praticare un leggero haircut. Ma lo ritengo improbabile.
Va da sé che una crisi del debito come quella sopra descritta non sarebbe una passeggiata tra rose e fiori. Emergerebbero vari problemi, i principali dei quali sono i seguenti: 1) un aumento delle difficoltà finanziarie delle banche, 2) una probabile corsa agli sportelli, 3) una tendenza alla fuga dei capitali all’estero, 4) un crollo della borsa valori, soprattutto del settore finanziario.
Si tenga presente che a marzo 2023 Intesa Sanpaolo deteneva titoli di Stato italiani per un valore che pesava per circa il 7% sugli attivi di bilancio. In Unicredit il peso era del 4,4%, in Banco Bpm del 5,8%, in Bper del 6,6%. Il che vuol dire che queste banche sarebbero in grado di reggere abbastanza bene una forte svalutazione dei titoli di stato italiani. Sembra che le grandi banche si siano preparate da tempo per fronteggiare una crisi del debito pubblico.[3] Forse qualche piccola banca imprevidente incontrerebbe difficoltà più serie. E certamente tutte assisterebbero a una forte perdita di valore in borsa per effetto della speculazione. Ebbene il governo interverrà per salvare le banche eventualmente prossime al fallimento. Lo farà sottoscrivendo aumenti di capitale al valore di borsa, e ogni Euro così investito sarà un Euro di proprietà pubblica.
Quanto al secondo problema, già esistono norme di limitazione della quantità di contante che può essere prelevato agli sportelli. Queste norme andranno perfezionate e rese temporaneamente più severe, ponendo limiti alle quantità che possono essere prelevate settimanalmente (anche con bancomat e carte di credito). Allo stesso tempo BdI rifornirà le banche commerciali di base monetaria d’emergenza.
Il terzo problema va affrontato con l’introduzione di severi controlli delle fughe di capitale, cosa fattibile in quanto gran parte delle fughe passano per operazioni bancarie sull’estero. Finché dura la crisi dovrà essere proibito effettuare molti tipi di queste operazioni. La BdI è in grado di verificare le trasgressioni.[4]
Sul quarto problema c’è poco da fare, salvo approfittare del crollo dei valori per acquistare a prezzi di realizzo parti di proprietà di imprese private che il governo vuole controllare perché le considera strategiche.
Come che sia, tutti e quattro i problemi si risolvono spontaneamente appena l’economia esce dalla crisi finanziaria e soprattutto appena i “mercati” capiscono che la politica economica espansiva del governo ha successo nell’alimentare la crescita del pil mantenendo stabile il rapporto debito/pil.
New deal: i primi 5 anni
La creazione di moneta può essere proseguita nel tempo. Quindi si può fare una politica fiscale espansiva con forte aumento della spesa pubblica.
Per recuperare i 40 anni di stagnazione che ci stanno alle spalle, è necessario che il pil reale cresca al 5-6% l’anno per un po’ di tempo. Così si darà una forte spinta alla crescita dell’occupazione.[5]
Il disavanzo pubblico resterà elevato. Sarebbe soprattutto disavanzo primario, perché CDP interverrà alle aste dei titoli di stato per stabilizzarne il rendimento al livello deciso dal governo. Con un’alta crescita del pil e un basso tasso di rendimento dei titoli, il rapporto debito/pil tenderebbe naturalmente a diminuire in presenza di un elevato disavanzo pubblico, come dimostro in appendice. Comunque il disavanzo e i metodi di finanziamento (moneta e debito) verrebbero calibrati in modo da far crescere il debito pubblico al 5-6% l’anno (più il tasso d’inflazione) in modo da stabilizzare il rapporto debito/pil.
In forza della legge di Kaldor-Verdoorn la crescita del pil farà aumentare anche la produttività del lavoro, la quale, sommando la componente endogena e quella esogena, potrebbe crescere del 3-4% l’anno. Per innalzare il reddito potenziale forti investimenti (anche in R&D) verranno effettuati dal Ministero dell’Industria (il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” verrà ridenominato così, se non altro in ossequio al senso del ridicolo).
Se i sindacati collaborano, accettando una crescita dei salari reali del 2-3% l’anno (che per i lavoratori sarebbe una manna, rispetto alla tendenza alla diminuzione degli ultimi anni), il costo del lavoro decrescerebbe. Di conseguenza aumenterebbero le esportazioni, contribuendo ad allentare il vincolo estero.
Un possibile punto debole di questo schema di politica economica sta nella bilancia dei pagamenti. Se l’economia cresce a ritmi sostenuti, aumentano le importazioni; se le esportazioni non aumentano in misura adeguata la bilancia commerciale va in deficit e il governo sarà costretto ad abbandonare le politiche espansive.
La crescita dei salari al di sotto di quella della produttività potrebbe non essere sufficiente per equilibrare i conti esteri. Nel qual caso si dovrebbe far ricorso a politiche protezioniste nei confronti dei paesi extraeuropei.
Bisognerebbe escogitare barriere di tipo non tariffario, oppure tariffe difensive (alte nei confronti dei paesi che praticano qualche forma di dumping), oppure accordi commerciali bilaterali che mirino al pareggio delle bilance particolari (ad esempio con la Cina, con la quale nel 2022 abbiamo avuto un deficit commerciale di 41 miliardi di Euro). Una cosa importante da fare per allentare il vincolo estero è una politica industriale di sostituzione delle importazioni.
La politica fiscale espansiva avrà effetti positivi per gli altri ministeri, che potranno attuare vere riforme da lungo tempo auspicate (sanità, scuola, ambiente, edilizia popolare, infrastrutture eccetera).
Il governo dedicherà una parte rilevante del finanziamento alla riappropriazione pubblica delle imprese che operano in condizioni di monopolio naturale e di quelle che producono o gestiscono beni meritori, beni pubblici e risorse comuni. Un’altra parte egualmente rilevante la dedicherà a finanziare l’espansione del settore cooperativo.
Inoltre farà ampio uso politico delle partecipazioni statali per sostenere lo sviluppo e controllare l’inflazione. Ad esempio il MEF detiene (direttamente e/o tramite CDP) il 23,6% di ENEL, il 29,8% di Terna, il 31,3% di Snam, il 32,4% di ENI, il 41,8% di Italgas. Sono tutte aziende che producono o distribuiscono energia.
Queste partecipazioni statali sono pacchetti di controllo.[6] Ebbene è ora che il governo si decida a esercitare il controllo. Le aziende in questione dovranno rompere i cartelli in cui di fatto operano e adottare politiche di prezzi bassi, costringendo i concorrenti ad abbassare i loro. Inoltre dovranno fare forti investimenti per accelerare la transizione verde.
Problemi con l’UE
C’è da scommettere che un tale tipo di politica non sarebbe gradito a diversi paesi europei e alla Commissione. Ci criticherebbero perché avremmo fatto politiche fiscali basate su un forte deficit di bilancio, perché avremmo finanziato il disavanzo creando moneta, perché avremmo minacciato l’indipendenza della BdI, perché avremmo elargito aiuti di stato e perché avremmo messo un po’ in difficoltà qualche banca tedesca e olandese.
Il governo italiano reagirà alle critiche avviando negoziati per realizzare una triplice riforma dei trattati:
1) Bisogna abolire il vincolo sul rapporto deficit/pil: né il 3% né alcun’altra percentuale. Ciò perché, come dimostro in appendice, un elevato rapporto deficit/pil può contribuire alla riduzione del rapporto debito/pil.
2) Bisogna istituire un sistema di finanziamento federale che faccia sistematicamente ricorso all’emissione di eurobond. Inizialmente una quota del debito dei vari stati sarà mutualizzata. Successivamente parte delle spese nazionali potrà essere finanziata con eurobond.
3) Bisogna che la BCE assuma tra le proprie missioni sia quella di conseguire la piena occupazione sia quella di fungere da prestatore di ultima istanza per il collocamento del debito pubblico federale.
Durante le trattative il governo premerebbe per ottenere un allentamento immediato del rigore fiscale facendo leva sul fatto di aver dimostrato praticamente che un elevato deficit pubblico, in quanto contribuisce a sostenere la crescita del pil, può far diminuire, non aumentare, il rapporto debito/pil.
Ci sarà un braccio di ferro. Da una parte la Commissione, la Germania, l’Olanda e chissà chi altro faranno quadrato intorno alle vecchie regole e pretenderanno il rispetto della disciplina fiscale e monetaria; dall’altra l’Italia, forse sostenuta da qualche paese mediterraneo, premerà per una riforma coraggiosa dei trattati.
Va da sé che non sarebbe facile riformare i trattati europei in modo da consentire politiche monetarie mirate alla piena occupazione e rapporti deficit/pil sistematicamente e largamente più ampi del 3%. Non parliamo della possibilità di riformarli in modo da far diventare l’Unione uno stato democratico.
Alla fine, se si vedesse che ci avviamo a perdere il braccio di ferro, bisognerebbe prendere in considerazione l’italexit, che potrebbe anche essere brandita come una minaccia: se non si fanno le riforme, l’Italia sarà costretta a uscire. Non sarebbe un bluff. L’uscita dell’UE potrebbe diventare una scelta obbligata per un governo di sinistra che non vuole sottostare ai diktat restrittivi della Commissione, non vuole fare la fine di Syriza e non vuol far fare al popolo italiano la fine di quello greco... A meno che la semplice minaccia dell’uscita del nostro paese non riesca a far mettere giudizio ai falchi tedeschi. I quali potrebbero paventare il rischio che l’italexit sia seguita dalla frexit, dall’espexit eccetera. Se l’UE si disgregasse, la Germania è il paese che ci rimetterebbe di più.
Comunque il governo dovrebbe tenersi pronto a ogni evenienza. Un piano d’uscita andrebbe segretamente preparato da una commissione ristretta composta da tecnici del Tesoro, di BdI e di CDP.
Dopo la chiusura della crisi del debito, se la Commissione Europea ci metterà in procedura d’infrazione, se la BCE aumenterà i tassi d’interesse, se la Germania ci “suggerirà” di rispettare nel modo più rigoroso il nuovo patto di stabilità e di portare il rapporto deficit/pil all’1,5% in 4 anni, insomma se tutto il concertino europeo tenterà d’imporci l’innesco di un processo di altri 20 anni di stagnazione, il governo denuncerà i trattati europei e dichiarerà l’italexit. E lo farà fulmineamente: un venerdì sera c’è la denuncia, il lunedì mattina entra in vigore l’Euro/Lira.
Dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’UE il governo negozierebbe con la Commissione un regime di libera circolazione delle merci e delle persone in Europa. Su questo punto la Germania ci verrebbe incontro, visto che le catene del valore della sua manifattura si estendono ampiamente in Val Padana.
Inoltre il governo italiano aprirà negoziati per avviare un processo aggregativo mirante alla costituzione di una vera Federazione Europea, democratica e solidale, coinvolgendo inizialmente almeno i paesi dell’area mediterranea. Questa politica la porterebbe avanti comunque, anche se non ci fosse l’italexit. Il new deal dei primi cinque anni, di cui ho trattato sopra, sarebbe meglio che si realizzasse a livello continentale piuttosto che solo nazionale.
Appendice - Come ridurre il rapporto debito/pil aumentando il rapporto deficit/pil
Le variazioni del rapporto debito/pil sono spiegate dalla seguente formula: Δd=(G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d, con: d=D/Y; D=debito pubblico; Y=prodotto interno lordo nominale; G=spesa pubblica; T=entrate pubbliche; G–T=disavanzo primario; r=tasso di interesse; y=ΔY/Y=tasso di crescita del pil nominale.
Facciamo un esempio: Se y=0,06, r=0,01, d=1,5, G/Y=0,46 e T/Y=0,40, sarà [(r-y)/(1+y)]d=-0,07 e G/Y-T/Y=0,06. Quindi Δd=-0,01. Con un tasso d’interesse dell’1%, una pressione fiscale del 40% e un rapporto debito/pil del 150%, la spesa pubblica e il disavanzo primario possono essere accresciuti a livelli tali da far aumentare il pil del 6%, così che il rapporto debito/pil diminuisca di un punto percentuale.7
Si noti che, nell’esempio, il disavanzo primario è il 6% del pil, quello totale il 7,5%. Si noti anche che non c’è creazione di nuova moneta. Ciò perché lo scopo del presente esercizio è di dimostrare che una politica fiscale espansiva può contribuire di per sé alla riduzione del rapporto debito/pil. Il segreto di questa magia sta nel fatto che le variabili che compaiono nella formula non sono tra loro indipendenti. In particolare, y è una funzione crescente di ΔG: una politica fiscale espansiva fa aumentare il reddito e il suo tasso di crescita.
L’argomento si capisce facilmente assumendo che il bilancio sia in pareggio. In tal caso vale un teorema che stabilisce ΔY=ΔG=ΔT. Più aumenta la spesa pubblica (e le tasse) e più alto sarà y=ΔY/Y.
Ovviamente, per evitare un eccessivo aumento della pressione fiscale, si manterrà un bilancio primario in disavanzo. Allora la politica fiscale sarà ancora più efficace, perché il moltiplicatore della spesa pubblica è più alto di quello delle tasse e maggiore di 1. Dunque, se ΔG>ΔT allora ΔY>ΔG. Se le autorità monetarie lavorano per mantenere basso r, gli aumenti di spese e tasse possono essere calibrati in modo da far sì che (G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d minore di 0.
Una politica fiscale espansiva ben ponderata fa diminuire il rapporto debito/pil semplicemente perché fa aumentare la domanda aggregata. Nel lungo periodo può farlo diminuire di più se espande gli investimenti pubblici accrescendo il pil potenziale; e ancora di più se l’aumento della domanda aggregata fa crescere molto gli investimenti privati.
Ma c’è di meglio: se tasse e sussidi vengono redistribuiti in modo da eliminare la povertà e ridurre la disuguaglianza dei redditi, s’innalza il moltiplicatore, e quindi aumentano gli effetti espansivi della spesa pubblica.
Inoltre, non solo y, ma neanche r sono variabili indipendenti. Trattandosi del tasso di rendimento medio sui titoli di stato, dipende dal rischio di default e quindi è una funzione crescente di d. Più basso è il rapporto debito/pil più basso sarà lo spread e il rendimento medio dei titoli di stato. Certamente r è ancorato ai tassi d’interesse determinati dalla Banca Centrale. Ma c’è una certa variabilità, quale è osservabile nella dispersione degli spread dei vari paesi europei. Ne consegue che, se d decresce, e quindi il rischio di default tende a diminuire, anche r diminuirà.
Ebbene, in una situazione in cui la Banca Centrale o la CDP riescono a mantenere un basso tasso di rendimento dei titoli, una politica fiscale espansiva può innescare un circolo virtuoso del seguente tipo: aumenta la spesa pubblica e il disavanzo primario, quindi aumenta il tasso di crescita del pil; se y>r e l’aumento della spesa è ben calibrato, il rapporto debito/pil diminuisce; così diminuisce anche lo spread e r, il che dà un’ulteriore spinta alla diminuzione del rapporto debito/pil.
Un’ultima osservazione. Se un paese fa parte di un’area economica fortemente integrata, non tutto l’aumento di domanda aggregata generato da un aumento della spesa pubblica si risolve in una crescita della produzione nazionale. Una parte si risolverà in un aumento delle importazioni e quindi in una crescita della produzione dei paesi concorrenti.
Questo fenomeno indebolirebbe gli effetti positivi che una politica fiscale espansiva può avere sulla riduzione del rapporto debito/pil. Perciò è importante che: o le politiche fiscali espansive siano fatte da molti paesi dell’area; oppure il paese che le pratica singolarmente le accompagni con politiche mercantiliste.
Note
1) Se vuoi fare le riforme, la prima cosa che ti dicono i critici è: “dove trovi i soldi?” Si tratta una domanda retorica ma legittima, dati i vincoli e le proibizioni che i trattati europei pongono alle politiche economiche degli stati. Ebbene, con il tipo di politica che propongo i soldi il governo li crea. La seconda cosa che ti dicono è: “se crei moneta causi inflazione”. È un dogma della teoria monetarista, ma è falso. In un’economia con alta disoccupazione la crescita della domanda aggregata fa aumentare la produzione, non i prezzi. L’inflazione, se c’è, è causata dall’aumento dei costi.
2) BdI può creare liberamente base monetaria per rifornire le banche. Può farlo senza indebitarsi se emette una quantità non superiore al livello determinato dal capital key (la quota detenuta nel capitale della BCE). Può emetterne anche una quantità superiore, però indebitandosi sulla piattaforma Target2. Si tenga presente che il saldo italiano in Target2 tenderà a peggiorare durante la crisi del debito, se non altro perché CDP comprerà all’estero una parte dei titoli.
3) Nel 2015 il peso medio dei titoli di stato italiani sui bilanci delle 8 principali banche nazionali era di circa l’11%, con una punta del 17,7% per Banco Bpm.
4) Tra i vari provvedimenti temporanei di controllo delle fughe di capitale si possono considerare: la proibizione dell’acquisto di attività finanziarie all’estero (con l’eccezione degli acquisti di titoli di stato italiani da parte di CDP), l’autorizzazione preventiva per gli acquisti di beni o servizi all’estero, la proibizione dell’apertura di nuovi conti esteri e dei trasferimenti sui conti già esistenti, l’imposizione di un limite mensile massimo ai pagamenti sull’estero con carte di credito, l’imposizione di un limite massimo alla quantità di contante che i turisti possono portare all’estero.
5) Per raggiungere rapidamente la piena occupazione bisogna che la crescita del pil sia forte. In un secondo momento, quando i salari saranno arrivati almeno ai livelli francesi (come conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della produttività, oltre che delle riforme del mercato del lavoro che aboliranno ogni tipo di precariato), si può pensare di abbassare il tasso di crescita del pil riducendo l’orario di lavoro. Ridurre l’orario di lavoro quando i salari sono a livelli di fame non farebbe diminuire le ore lavorate, farebbe aumentare il numero di individui che cercano il doppio lavoro.
6) L’attuale governo di destra sta programmando una svendita di azioni di queste imprese. Se la svendita portasse alla perdita di controllo pubblico, il governo di sinistra che sto ipotizzando reagirebbe riacquistando il controllo.
7) I valori dell’esempio sono prossimi a quelli che vigevano in Italia durante il rimbalzo post-COVID.
Fonte
C’è un problema che assilla la sinistra europea fin dagli anni della crisi del debito greco: come deve agire un governo popolare per evitare che l’UE faccia fare a un’altra nazione la fine che ha fatto fare alla Grecia? Le scelte effettuate all’epoca dai governi greci (sia quello di Papandreu, 2009-11, sia quello di Tsipras, 2015) causarono non solo una grande sofferenza economica ai loro cittadini, ma anche un grave danno politico alla sinistra europea. Secondo molti osservatori avrebbero dimostrato che i socialisti e i comunisti non hanno la soluzione ai problemi che le politiche e i trattati dell’Unione hanno causato ai popoli europei.
Io invece credo che la soluzione ce l’abbiano, e per dimostrarlo voglio proporre un esercizio di fantapolitica in cui ipotizzo che un governo di vera sinistra vada al potere in Italia.
Non bisogna essere un profeta per prevedere che, appena si sa nel mondo che c’è un ministro dell’economia di sinistra, i “mercati” cominciano a giocare al ribasso sul debito pubblico italiano. Le agenzie di rating declassano il nostro debito a spazzatura, la speculazione alza la testa e la situazione diventa difficile da gestire.
A quel punto interviene la Commissione Europea proponendo di usare la troika per salvare l’Italia dal default, chiedendo però che il governo somministri politiche che tranquillizzino i mercati, cioè propini al popolo una medicina “lacrime e sangue” fatta di tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, riforme delle pensioni, abbassamento dei salari, aumento della disoccupazione e della povertà. Un governo di sinistra non può accettare queste condizioni.
Dovrebbe piuttosto approfittare della crisi per lanciare un forte programma di new deal. Ecco cosa dovrebbe fare secondo me.
New deal: I primi 100 giorni
Il compito più urgente sarà quello di fronteggiare gli attacchi speculativi al debito pubblico. Come primo provvedimento il governo emanerà un decreto di assicurazione dei conti titoli delle famiglie italiane per la parte consistente in titoli di stato nazionali e per un valore non superiore a 200.000 Euro. In questo modo tranquillizzerà i piccoli risparmiatori.
Poi aprirà un credito in c/c del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) presso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) (o la sua controllata Bancoposta), la quale Cassa ha tra i suoi compiti quello di fornire credito alle istituzioni pubbliche e allo Stato. Ricordo che oggi il MEF controlla circa l’84% di CDP e, direttamente e tramite CDP, il 65% di Poste Italiane. Il governo porterà la proprietà pubblica di entrambe le aziende al 100%.
Nazionalizzerà anche la Banca d’Italia (BdI). A sinistra se ne parlava già nel secolo scorso. Nel 2016 è stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge di nazionalizzazione. Nel 2018 una proposta simile è stata presentata da Fratelli d’Italia.
In seguito al rifiuto del governo di sottostare al diktat della Commissione Europea e di accettare il “salvataggio” della troika, i “mercati” manifesteranno una forte aspettativa di default, i rating verranno portati in zona C e la speculazione si scatenerà. Lo spread schizzerà alle stelle, il che permetterà al governo di riacquistare i titoli in scadenza a bassissimo prezzo.
A questo punto il governo ordinerà a CDP di comprare sul mercato per conto del MEF titoli di stato italiani. L’operazione, almeno in parte, verrà finanziata dal MEF andando in rosso sul suo conto corrente presso CDP. Se il governo si indebita in questo modo, vuol dire che crea moneta.[1] Non è base monetaria, non essendo creata dalla Banca Centrale. CDP non è una banca, ma lo è Bancoposta. La moneta da essa creata è moneta bancaria. In pratica il MEF utilizzerebbe CDP come una pseudo banca centrale e le farebbe svolgere alcune delle funzioni che svolgeva BdI prima del “divorzio” del 1981.
L’espansione monetaria verrà utilizzata non solo per finanziare le “operazioni sul mercato aperto” con cui CDP ricomprerà i titoli di stato, ma anche per sostenere una forte crescita della spesa pubblica, in modo da evitare che la crisi finanziaria si trasmetta all’economia reale.
Un’istituzione simile alla CDP è già stata utilizzata in operazioni di finanziamento del governo, ad esempio in Germania, dove la Kreditanstalt für Wiederaufbau (un ente pubblico di cui è proprietario il governo federale per l’80% e i Länder per il 20%) è intervenuta nelle aste dei titoli di stato svolgendo la funzione di prestatore di ultima istanza tipica di una banca centrale.
Acquistava il residuo di titoli non collocati nel mercato primario al prezzo deciso dal governo. Poi li rivendeva gradualmente nel mercato secondario. Nella mia proposta di politica economica CDP svolgerà non solo questo tipo di azione, ma anche un’azione di finanziamento monetario diretto.
Se i mercati portassero i titoli al 20% del valore nominale, per ogni 100 Euro di moneta creata, si estinguerebbero 500 Euro di debito pubblico. A maggio 2023 il debito pubblico italiano era detenuto da: BdI (25,8%), banche italiane (24,5%), altre istituzioni finanziarie italiane (12,3%), istituzioni finanziarie straniere (26,5%) e famiglie italiane (10,9%).
A ottobre 2023 il debito pubblico italiano era di 2868 miliardi di Euro. Ne sottraiamo il 25,8% (la quota detenuta da BdI) e arriviamo a 2.128. La metà è 1.064. Se venisse acquistata al 20% del valore nominale, avremmo bisogno di 213 miliardi di Euro, una cifra più alta del valore del disavanzo pubblico del 2022 (153,5 miliardi di Euro). La liquidità della CDP (circa 150 miliardi di Euro) non sarebbe sufficiente, di qui la necessità di creare nuova moneta.
Durante la crisi BdI svolgerà due funzioni: 1) offrirà o domanderà titoli per stabilizzarne i prezzi attorno ai livelli auspicati dal MEF; 2) rifornirà di base monetaria le banche commerciali.[2] Alla fine della crisi, il debito pubblico residuale che si trova nel suo portafoglio verrà annullato, essendo debito di stato detenuto dallo stato.
È possibile che nel giro di 2-3 mesi il rapporto debito/pil arrivi al 60-70%. Dipende dal prezzo a cui i mercati (speculazione, BdI e CDP) spingono i prezzi dei titoli. Comunque andrebbe bene anche se si arrivasse a un rapporto intorno al 90%. Nessuno può prevedere con precisione l’esito finale del processo di mercato in presenza di una crisi, per cui non si può escludere che per arrivare al 90% debba essere necessario praticare un leggero haircut. Ma lo ritengo improbabile.
Va da sé che una crisi del debito come quella sopra descritta non sarebbe una passeggiata tra rose e fiori. Emergerebbero vari problemi, i principali dei quali sono i seguenti: 1) un aumento delle difficoltà finanziarie delle banche, 2) una probabile corsa agli sportelli, 3) una tendenza alla fuga dei capitali all’estero, 4) un crollo della borsa valori, soprattutto del settore finanziario.
Si tenga presente che a marzo 2023 Intesa Sanpaolo deteneva titoli di Stato italiani per un valore che pesava per circa il 7% sugli attivi di bilancio. In Unicredit il peso era del 4,4%, in Banco Bpm del 5,8%, in Bper del 6,6%. Il che vuol dire che queste banche sarebbero in grado di reggere abbastanza bene una forte svalutazione dei titoli di stato italiani. Sembra che le grandi banche si siano preparate da tempo per fronteggiare una crisi del debito pubblico.[3] Forse qualche piccola banca imprevidente incontrerebbe difficoltà più serie. E certamente tutte assisterebbero a una forte perdita di valore in borsa per effetto della speculazione. Ebbene il governo interverrà per salvare le banche eventualmente prossime al fallimento. Lo farà sottoscrivendo aumenti di capitale al valore di borsa, e ogni Euro così investito sarà un Euro di proprietà pubblica.
Quanto al secondo problema, già esistono norme di limitazione della quantità di contante che può essere prelevato agli sportelli. Queste norme andranno perfezionate e rese temporaneamente più severe, ponendo limiti alle quantità che possono essere prelevate settimanalmente (anche con bancomat e carte di credito). Allo stesso tempo BdI rifornirà le banche commerciali di base monetaria d’emergenza.
Il terzo problema va affrontato con l’introduzione di severi controlli delle fughe di capitale, cosa fattibile in quanto gran parte delle fughe passano per operazioni bancarie sull’estero. Finché dura la crisi dovrà essere proibito effettuare molti tipi di queste operazioni. La BdI è in grado di verificare le trasgressioni.[4]
Sul quarto problema c’è poco da fare, salvo approfittare del crollo dei valori per acquistare a prezzi di realizzo parti di proprietà di imprese private che il governo vuole controllare perché le considera strategiche.
Come che sia, tutti e quattro i problemi si risolvono spontaneamente appena l’economia esce dalla crisi finanziaria e soprattutto appena i “mercati” capiscono che la politica economica espansiva del governo ha successo nell’alimentare la crescita del pil mantenendo stabile il rapporto debito/pil.
New deal: i primi 5 anni
La creazione di moneta può essere proseguita nel tempo. Quindi si può fare una politica fiscale espansiva con forte aumento della spesa pubblica.
Per recuperare i 40 anni di stagnazione che ci stanno alle spalle, è necessario che il pil reale cresca al 5-6% l’anno per un po’ di tempo. Così si darà una forte spinta alla crescita dell’occupazione.[5]
Il disavanzo pubblico resterà elevato. Sarebbe soprattutto disavanzo primario, perché CDP interverrà alle aste dei titoli di stato per stabilizzarne il rendimento al livello deciso dal governo. Con un’alta crescita del pil e un basso tasso di rendimento dei titoli, il rapporto debito/pil tenderebbe naturalmente a diminuire in presenza di un elevato disavanzo pubblico, come dimostro in appendice. Comunque il disavanzo e i metodi di finanziamento (moneta e debito) verrebbero calibrati in modo da far crescere il debito pubblico al 5-6% l’anno (più il tasso d’inflazione) in modo da stabilizzare il rapporto debito/pil.
In forza della legge di Kaldor-Verdoorn la crescita del pil farà aumentare anche la produttività del lavoro, la quale, sommando la componente endogena e quella esogena, potrebbe crescere del 3-4% l’anno. Per innalzare il reddito potenziale forti investimenti (anche in R&D) verranno effettuati dal Ministero dell’Industria (il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” verrà ridenominato così, se non altro in ossequio al senso del ridicolo).
Se i sindacati collaborano, accettando una crescita dei salari reali del 2-3% l’anno (che per i lavoratori sarebbe una manna, rispetto alla tendenza alla diminuzione degli ultimi anni), il costo del lavoro decrescerebbe. Di conseguenza aumenterebbero le esportazioni, contribuendo ad allentare il vincolo estero.
Un possibile punto debole di questo schema di politica economica sta nella bilancia dei pagamenti. Se l’economia cresce a ritmi sostenuti, aumentano le importazioni; se le esportazioni non aumentano in misura adeguata la bilancia commerciale va in deficit e il governo sarà costretto ad abbandonare le politiche espansive.
La crescita dei salari al di sotto di quella della produttività potrebbe non essere sufficiente per equilibrare i conti esteri. Nel qual caso si dovrebbe far ricorso a politiche protezioniste nei confronti dei paesi extraeuropei.
Bisognerebbe escogitare barriere di tipo non tariffario, oppure tariffe difensive (alte nei confronti dei paesi che praticano qualche forma di dumping), oppure accordi commerciali bilaterali che mirino al pareggio delle bilance particolari (ad esempio con la Cina, con la quale nel 2022 abbiamo avuto un deficit commerciale di 41 miliardi di Euro). Una cosa importante da fare per allentare il vincolo estero è una politica industriale di sostituzione delle importazioni.
La politica fiscale espansiva avrà effetti positivi per gli altri ministeri, che potranno attuare vere riforme da lungo tempo auspicate (sanità, scuola, ambiente, edilizia popolare, infrastrutture eccetera).
Il governo dedicherà una parte rilevante del finanziamento alla riappropriazione pubblica delle imprese che operano in condizioni di monopolio naturale e di quelle che producono o gestiscono beni meritori, beni pubblici e risorse comuni. Un’altra parte egualmente rilevante la dedicherà a finanziare l’espansione del settore cooperativo.
Inoltre farà ampio uso politico delle partecipazioni statali per sostenere lo sviluppo e controllare l’inflazione. Ad esempio il MEF detiene (direttamente e/o tramite CDP) il 23,6% di ENEL, il 29,8% di Terna, il 31,3% di Snam, il 32,4% di ENI, il 41,8% di Italgas. Sono tutte aziende che producono o distribuiscono energia.
Queste partecipazioni statali sono pacchetti di controllo.[6] Ebbene è ora che il governo si decida a esercitare il controllo. Le aziende in questione dovranno rompere i cartelli in cui di fatto operano e adottare politiche di prezzi bassi, costringendo i concorrenti ad abbassare i loro. Inoltre dovranno fare forti investimenti per accelerare la transizione verde.
Problemi con l’UE
C’è da scommettere che un tale tipo di politica non sarebbe gradito a diversi paesi europei e alla Commissione. Ci criticherebbero perché avremmo fatto politiche fiscali basate su un forte deficit di bilancio, perché avremmo finanziato il disavanzo creando moneta, perché avremmo minacciato l’indipendenza della BdI, perché avremmo elargito aiuti di stato e perché avremmo messo un po’ in difficoltà qualche banca tedesca e olandese.
Il governo italiano reagirà alle critiche avviando negoziati per realizzare una triplice riforma dei trattati:
1) Bisogna abolire il vincolo sul rapporto deficit/pil: né il 3% né alcun’altra percentuale. Ciò perché, come dimostro in appendice, un elevato rapporto deficit/pil può contribuire alla riduzione del rapporto debito/pil.
2) Bisogna istituire un sistema di finanziamento federale che faccia sistematicamente ricorso all’emissione di eurobond. Inizialmente una quota del debito dei vari stati sarà mutualizzata. Successivamente parte delle spese nazionali potrà essere finanziata con eurobond.
3) Bisogna che la BCE assuma tra le proprie missioni sia quella di conseguire la piena occupazione sia quella di fungere da prestatore di ultima istanza per il collocamento del debito pubblico federale.
Durante le trattative il governo premerebbe per ottenere un allentamento immediato del rigore fiscale facendo leva sul fatto di aver dimostrato praticamente che un elevato deficit pubblico, in quanto contribuisce a sostenere la crescita del pil, può far diminuire, non aumentare, il rapporto debito/pil.
Ci sarà un braccio di ferro. Da una parte la Commissione, la Germania, l’Olanda e chissà chi altro faranno quadrato intorno alle vecchie regole e pretenderanno il rispetto della disciplina fiscale e monetaria; dall’altra l’Italia, forse sostenuta da qualche paese mediterraneo, premerà per una riforma coraggiosa dei trattati.
Va da sé che non sarebbe facile riformare i trattati europei in modo da consentire politiche monetarie mirate alla piena occupazione e rapporti deficit/pil sistematicamente e largamente più ampi del 3%. Non parliamo della possibilità di riformarli in modo da far diventare l’Unione uno stato democratico.
Alla fine, se si vedesse che ci avviamo a perdere il braccio di ferro, bisognerebbe prendere in considerazione l’italexit, che potrebbe anche essere brandita come una minaccia: se non si fanno le riforme, l’Italia sarà costretta a uscire. Non sarebbe un bluff. L’uscita dell’UE potrebbe diventare una scelta obbligata per un governo di sinistra che non vuole sottostare ai diktat restrittivi della Commissione, non vuole fare la fine di Syriza e non vuol far fare al popolo italiano la fine di quello greco... A meno che la semplice minaccia dell’uscita del nostro paese non riesca a far mettere giudizio ai falchi tedeschi. I quali potrebbero paventare il rischio che l’italexit sia seguita dalla frexit, dall’espexit eccetera. Se l’UE si disgregasse, la Germania è il paese che ci rimetterebbe di più.
Comunque il governo dovrebbe tenersi pronto a ogni evenienza. Un piano d’uscita andrebbe segretamente preparato da una commissione ristretta composta da tecnici del Tesoro, di BdI e di CDP.
Dopo la chiusura della crisi del debito, se la Commissione Europea ci metterà in procedura d’infrazione, se la BCE aumenterà i tassi d’interesse, se la Germania ci “suggerirà” di rispettare nel modo più rigoroso il nuovo patto di stabilità e di portare il rapporto deficit/pil all’1,5% in 4 anni, insomma se tutto il concertino europeo tenterà d’imporci l’innesco di un processo di altri 20 anni di stagnazione, il governo denuncerà i trattati europei e dichiarerà l’italexit. E lo farà fulmineamente: un venerdì sera c’è la denuncia, il lunedì mattina entra in vigore l’Euro/Lira.
Dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’UE il governo negozierebbe con la Commissione un regime di libera circolazione delle merci e delle persone in Europa. Su questo punto la Germania ci verrebbe incontro, visto che le catene del valore della sua manifattura si estendono ampiamente in Val Padana.
Inoltre il governo italiano aprirà negoziati per avviare un processo aggregativo mirante alla costituzione di una vera Federazione Europea, democratica e solidale, coinvolgendo inizialmente almeno i paesi dell’area mediterranea. Questa politica la porterebbe avanti comunque, anche se non ci fosse l’italexit. Il new deal dei primi cinque anni, di cui ho trattato sopra, sarebbe meglio che si realizzasse a livello continentale piuttosto che solo nazionale.
Appendice - Come ridurre il rapporto debito/pil aumentando il rapporto deficit/pil
Le variazioni del rapporto debito/pil sono spiegate dalla seguente formula: Δd=(G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d, con: d=D/Y; D=debito pubblico; Y=prodotto interno lordo nominale; G=spesa pubblica; T=entrate pubbliche; G–T=disavanzo primario; r=tasso di interesse; y=ΔY/Y=tasso di crescita del pil nominale.
Facciamo un esempio: Se y=0,06, r=0,01, d=1,5, G/Y=0,46 e T/Y=0,40, sarà [(r-y)/(1+y)]d=-0,07 e G/Y-T/Y=0,06. Quindi Δd=-0,01. Con un tasso d’interesse dell’1%, una pressione fiscale del 40% e un rapporto debito/pil del 150%, la spesa pubblica e il disavanzo primario possono essere accresciuti a livelli tali da far aumentare il pil del 6%, così che il rapporto debito/pil diminuisca di un punto percentuale.7
Si noti che, nell’esempio, il disavanzo primario è il 6% del pil, quello totale il 7,5%. Si noti anche che non c’è creazione di nuova moneta. Ciò perché lo scopo del presente esercizio è di dimostrare che una politica fiscale espansiva può contribuire di per sé alla riduzione del rapporto debito/pil. Il segreto di questa magia sta nel fatto che le variabili che compaiono nella formula non sono tra loro indipendenti. In particolare, y è una funzione crescente di ΔG: una politica fiscale espansiva fa aumentare il reddito e il suo tasso di crescita.
L’argomento si capisce facilmente assumendo che il bilancio sia in pareggio. In tal caso vale un teorema che stabilisce ΔY=ΔG=ΔT. Più aumenta la spesa pubblica (e le tasse) e più alto sarà y=ΔY/Y.
Ovviamente, per evitare un eccessivo aumento della pressione fiscale, si manterrà un bilancio primario in disavanzo. Allora la politica fiscale sarà ancora più efficace, perché il moltiplicatore della spesa pubblica è più alto di quello delle tasse e maggiore di 1. Dunque, se ΔG>ΔT allora ΔY>ΔG. Se le autorità monetarie lavorano per mantenere basso r, gli aumenti di spese e tasse possono essere calibrati in modo da far sì che (G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d minore di 0.
Una politica fiscale espansiva ben ponderata fa diminuire il rapporto debito/pil semplicemente perché fa aumentare la domanda aggregata. Nel lungo periodo può farlo diminuire di più se espande gli investimenti pubblici accrescendo il pil potenziale; e ancora di più se l’aumento della domanda aggregata fa crescere molto gli investimenti privati.
Ma c’è di meglio: se tasse e sussidi vengono redistribuiti in modo da eliminare la povertà e ridurre la disuguaglianza dei redditi, s’innalza il moltiplicatore, e quindi aumentano gli effetti espansivi della spesa pubblica.
Inoltre, non solo y, ma neanche r sono variabili indipendenti. Trattandosi del tasso di rendimento medio sui titoli di stato, dipende dal rischio di default e quindi è una funzione crescente di d. Più basso è il rapporto debito/pil più basso sarà lo spread e il rendimento medio dei titoli di stato. Certamente r è ancorato ai tassi d’interesse determinati dalla Banca Centrale. Ma c’è una certa variabilità, quale è osservabile nella dispersione degli spread dei vari paesi europei. Ne consegue che, se d decresce, e quindi il rischio di default tende a diminuire, anche r diminuirà.
Ebbene, in una situazione in cui la Banca Centrale o la CDP riescono a mantenere un basso tasso di rendimento dei titoli, una politica fiscale espansiva può innescare un circolo virtuoso del seguente tipo: aumenta la spesa pubblica e il disavanzo primario, quindi aumenta il tasso di crescita del pil; se y>r e l’aumento della spesa è ben calibrato, il rapporto debito/pil diminuisce; così diminuisce anche lo spread e r, il che dà un’ulteriore spinta alla diminuzione del rapporto debito/pil.
Un’ultima osservazione. Se un paese fa parte di un’area economica fortemente integrata, non tutto l’aumento di domanda aggregata generato da un aumento della spesa pubblica si risolve in una crescita della produzione nazionale. Una parte si risolverà in un aumento delle importazioni e quindi in una crescita della produzione dei paesi concorrenti.
Questo fenomeno indebolirebbe gli effetti positivi che una politica fiscale espansiva può avere sulla riduzione del rapporto debito/pil. Perciò è importante che: o le politiche fiscali espansive siano fatte da molti paesi dell’area; oppure il paese che le pratica singolarmente le accompagni con politiche mercantiliste.
Note
1) Se vuoi fare le riforme, la prima cosa che ti dicono i critici è: “dove trovi i soldi?” Si tratta una domanda retorica ma legittima, dati i vincoli e le proibizioni che i trattati europei pongono alle politiche economiche degli stati. Ebbene, con il tipo di politica che propongo i soldi il governo li crea. La seconda cosa che ti dicono è: “se crei moneta causi inflazione”. È un dogma della teoria monetarista, ma è falso. In un’economia con alta disoccupazione la crescita della domanda aggregata fa aumentare la produzione, non i prezzi. L’inflazione, se c’è, è causata dall’aumento dei costi.
2) BdI può creare liberamente base monetaria per rifornire le banche. Può farlo senza indebitarsi se emette una quantità non superiore al livello determinato dal capital key (la quota detenuta nel capitale della BCE). Può emetterne anche una quantità superiore, però indebitandosi sulla piattaforma Target2. Si tenga presente che il saldo italiano in Target2 tenderà a peggiorare durante la crisi del debito, se non altro perché CDP comprerà all’estero una parte dei titoli.
3) Nel 2015 il peso medio dei titoli di stato italiani sui bilanci delle 8 principali banche nazionali era di circa l’11%, con una punta del 17,7% per Banco Bpm.
4) Tra i vari provvedimenti temporanei di controllo delle fughe di capitale si possono considerare: la proibizione dell’acquisto di attività finanziarie all’estero (con l’eccezione degli acquisti di titoli di stato italiani da parte di CDP), l’autorizzazione preventiva per gli acquisti di beni o servizi all’estero, la proibizione dell’apertura di nuovi conti esteri e dei trasferimenti sui conti già esistenti, l’imposizione di un limite mensile massimo ai pagamenti sull’estero con carte di credito, l’imposizione di un limite massimo alla quantità di contante che i turisti possono portare all’estero.
5) Per raggiungere rapidamente la piena occupazione bisogna che la crescita del pil sia forte. In un secondo momento, quando i salari saranno arrivati almeno ai livelli francesi (come conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della produttività, oltre che delle riforme del mercato del lavoro che aboliranno ogni tipo di precariato), si può pensare di abbassare il tasso di crescita del pil riducendo l’orario di lavoro. Ridurre l’orario di lavoro quando i salari sono a livelli di fame non farebbe diminuire le ore lavorate, farebbe aumentare il numero di individui che cercano il doppio lavoro.
6) L’attuale governo di destra sta programmando una svendita di azioni di queste imprese. Se la svendita portasse alla perdita di controllo pubblico, il governo di sinistra che sto ipotizzando reagirebbe riacquistando il controllo.
7) I valori dell’esempio sono prossimi a quelli che vigevano in Italia durante il rimbalzo post-COVID.
Fonte
08/02/2024
Il bond del G7 per pagare l’Ucraina con i soldi della Russia
Un mese fa Alexander De Croo, il primo ministro belga, aveva affermato che l’Occidente avrebbe dovuto lavorare a un meccanismo per utilizzare gli assets russi congelati. All’intenzione non ha fatto tardare una proposta, fatta circolare tra i paesi del G7, che già all’incontro del maggio scorso avevano espresso la volontà di far pagare alla Russia i danni della guerra in Ucraina.
Diversi funzionari del gruppo dei sette hanno informato il Financial Times di questa proposta, e due di loro hanno dichiarato che si sta valutando seriamente questa opportunità. Il che sarebbe un’altra seria ipoteca su qualsiasi soluzione diplomatica al conflitto nell’est Europa.
Il sostegno economico e militare all’Ucraina vacilla da mesi, tra difficoltà materiali e dirigenti politici sempre meno convinti della sua utilità – ma anche di ottenerne qualche vantaggio tra gli elettori dei propri paesi. Però, prima di abbandonare Kiev al proprio destino, vogliono cercare di allungare il più possibile il suo dissanguamento per indebolire Mosca.
L’idea di Bruxelles è appunto quella di utilizzare i quasi 270 miliardi di euro di assets russi congelati come garanzia per emettere dei «bond zero coupon», ovvero dei titoli i cui interessi saranno pagati tutti insieme alla fine del prestito. All’Ucraina potrebbero così arrivare un po’ di fondi, senza che i suoi sostenitori sborsino un solo centesimo.
Nessuno nasconde che, data la situazione ucraina, è difficile che il debito venga ripagato, portando così a un vero e proprio esproprio (parola proibita solo se si tratta di qualche patrimonio nostrano, a quanto pare) dei beni russi, dilazionato nel tempo.
Non c’è nessuna sentenza o trattato internazionale a legittimare una tale opzione, ma si sa che per l’Occidente il diritto internazionale vale solo se gli è favorevole.
Ma qui si trova la falla di tutta la questione. Quale investitore è disposto a dare soldi a un sicuro insolvente, le cui garanzie non sono legalmente a sua disposizione? È difficile che l’operazione vada in porto, ma ciò che infatti è davvero interessante è il dibattito interno alla filiera euroatlantica che la proposta ha portato allo scoperto.
È lo stesso Financial Times a dire che Washington sta spingendo per espropriare gli assets russi: da chi ha fatto lo stesso con più di 3 miliardi di riserve valutarie dell’Afghanistan, dopo averlo ridotto in macerie, non ci si può aspettare altro.
Molto più cauti sono i paesi UE, e non solo per i motivi legali, ma anche per nodi economici che metterebbero in crisi proprio uno degli strumenti principe dei suoi vincoli imperialistici.
Circa 191 miliardi del totale sono gestiti da Euroclear, un depositario che gestisce e smista i profitti e che ha sede a Bruxelles (da qui l’interessamento del suo esecutivo, che probabilmente spera di ottenerne qualche beneficio).
Tali beni sono per lo più in euro proprio perché, prima che la UE si riallineasse alla NATO, quando Macron la dava per morta, i russi trovavano nella divisa europea maggiori sicurezze (ossia meno decisioni politicamente arbitrarie “a sorpresa”) e l’euro poteva crescere come valuta internazionale.
È stato proprio Macron, insieme a Scholz, ad opporsi già in passato a una soluzione del genere, e le motivazioni sono chiare. Dalla Germania fanno sapere che sono disposti a trovare una formula per tassare i profitti generati dagli assets congelati (quasi 4 miliardi e mezzo di euro lo scorso anno), ma ci sono vari contenziosi in corso nei tribunali russi.
La proposta belga, dicono al Financial Times, è stata pensata come un compromesso, ma è di difficile attuazione e rimanda solo per un po’ il problema di cosa fare con i beni bloccati. E l’unico risultato che sembra produrre è quello di aumentare la tensione anche tra gli alleati occidentali, mentre cercano un modo per continuare a usare gli ucraini per indebolire Mosca.
Un’altra contraddizione in seno euroatlantico, in questo caso marginale – almeno per ora – ma sintomo delle difficoltà che la sua egemonia sta incontrando sempre più diffusamente.
P.S. Il tutto senza neanche considerare i problemi di “credibilità internazionale” del sistema euro in caso di sequestro degli asset russi. Perché mai, insomma, altri paesi – magari oggi alleati dell’Occidente, ma domani chissà... – dovrebbero depositare somme presso istituti europei che un giorno o l’altro, per decisione politica, potrebbero decidere di confiscarli? Ne aveva parlato, in relazione al dollaro, anche il premio Nobel Robert Shiller. Ma i dirigenti europei sembrano decisamente più stupidi...
Fonte
Diversi funzionari del gruppo dei sette hanno informato il Financial Times di questa proposta, e due di loro hanno dichiarato che si sta valutando seriamente questa opportunità. Il che sarebbe un’altra seria ipoteca su qualsiasi soluzione diplomatica al conflitto nell’est Europa.
Il sostegno economico e militare all’Ucraina vacilla da mesi, tra difficoltà materiali e dirigenti politici sempre meno convinti della sua utilità – ma anche di ottenerne qualche vantaggio tra gli elettori dei propri paesi. Però, prima di abbandonare Kiev al proprio destino, vogliono cercare di allungare il più possibile il suo dissanguamento per indebolire Mosca.
L’idea di Bruxelles è appunto quella di utilizzare i quasi 270 miliardi di euro di assets russi congelati come garanzia per emettere dei «bond zero coupon», ovvero dei titoli i cui interessi saranno pagati tutti insieme alla fine del prestito. All’Ucraina potrebbero così arrivare un po’ di fondi, senza che i suoi sostenitori sborsino un solo centesimo.
Nessuno nasconde che, data la situazione ucraina, è difficile che il debito venga ripagato, portando così a un vero e proprio esproprio (parola proibita solo se si tratta di qualche patrimonio nostrano, a quanto pare) dei beni russi, dilazionato nel tempo.
Non c’è nessuna sentenza o trattato internazionale a legittimare una tale opzione, ma si sa che per l’Occidente il diritto internazionale vale solo se gli è favorevole.
Ma qui si trova la falla di tutta la questione. Quale investitore è disposto a dare soldi a un sicuro insolvente, le cui garanzie non sono legalmente a sua disposizione? È difficile che l’operazione vada in porto, ma ciò che infatti è davvero interessante è il dibattito interno alla filiera euroatlantica che la proposta ha portato allo scoperto.
È lo stesso Financial Times a dire che Washington sta spingendo per espropriare gli assets russi: da chi ha fatto lo stesso con più di 3 miliardi di riserve valutarie dell’Afghanistan, dopo averlo ridotto in macerie, non ci si può aspettare altro.
Molto più cauti sono i paesi UE, e non solo per i motivi legali, ma anche per nodi economici che metterebbero in crisi proprio uno degli strumenti principe dei suoi vincoli imperialistici.
Circa 191 miliardi del totale sono gestiti da Euroclear, un depositario che gestisce e smista i profitti e che ha sede a Bruxelles (da qui l’interessamento del suo esecutivo, che probabilmente spera di ottenerne qualche beneficio).
Tali beni sono per lo più in euro proprio perché, prima che la UE si riallineasse alla NATO, quando Macron la dava per morta, i russi trovavano nella divisa europea maggiori sicurezze (ossia meno decisioni politicamente arbitrarie “a sorpresa”) e l’euro poteva crescere come valuta internazionale.
È stato proprio Macron, insieme a Scholz, ad opporsi già in passato a una soluzione del genere, e le motivazioni sono chiare. Dalla Germania fanno sapere che sono disposti a trovare una formula per tassare i profitti generati dagli assets congelati (quasi 4 miliardi e mezzo di euro lo scorso anno), ma ci sono vari contenziosi in corso nei tribunali russi.
La proposta belga, dicono al Financial Times, è stata pensata come un compromesso, ma è di difficile attuazione e rimanda solo per un po’ il problema di cosa fare con i beni bloccati. E l’unico risultato che sembra produrre è quello di aumentare la tensione anche tra gli alleati occidentali, mentre cercano un modo per continuare a usare gli ucraini per indebolire Mosca.
Un’altra contraddizione in seno euroatlantico, in questo caso marginale – almeno per ora – ma sintomo delle difficoltà che la sua egemonia sta incontrando sempre più diffusamente.
P.S. Il tutto senza neanche considerare i problemi di “credibilità internazionale” del sistema euro in caso di sequestro degli asset russi. Perché mai, insomma, altri paesi – magari oggi alleati dell’Occidente, ma domani chissà... – dovrebbero depositare somme presso istituti europei che un giorno o l’altro, per decisione politica, potrebbero decidere di confiscarli? Ne aveva parlato, in relazione al dollaro, anche il premio Nobel Robert Shiller. Ma i dirigenti europei sembrano decisamente più stupidi...
Fonte
09/01/2024
Auf Wiedersehen!
In Germania, in queste ore, file di trattori bloccano strade e autostrade un po’ come ai tempi dei leghisti “Cobas del latte” (uno dei tanti casi di appropriazione indebita di sigle di sinistra da parte della destra).
Sono gli agricoltori tedeschi che stanno protestando contro i cambiamenti delle politiche agricole del governo, in particolare contro l’eliminazione di una serie di sussidi, tra i quali gli sconti per il gasolio agricolo.
Apprendiamo così, nell’occasione, che i sussidi vietati – o sotto minaccia di sanzioni – in tutti i paesi UE in Germania sono stati allegramente concessi per decenni.
Un po’ come la storia delle banche, per cui è stato imposto il bail in (salvataggio a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti) nel caso di paesi deboli (ricordiamo Cipro, ma anche in Italia), mentre Berlino metteva le landesbanken regionali al riparo dell’azione della Bce e procedeva a salvare Deutsche Bank dal fallimento (esposizione sui derivati Usa).
Ora l’agricoltura viene scossa dal combinato disposto di almeno tre processi voluti dall’Unione Europea e dunque dallo stesso governo tedesco: le politiche ambientali, che penalizzano ovviamente i combustibili fossili (i trattori elettrici sono di là dal venire progettati, se pure sarà possibile); la riduzione degli “aiuti di stato”, su cui Berlino tuona quando riguardano altri; la concorrenza dei paesi dell’Est, ormai quasi completamente integrati nelle filiere tedesche.
L’impoverimento drastico del “ceto medio” (nelle sue componenti inferiori) che aveva già riguardato i lavoratori salariati – vessati con il blocco salariale, le leggi Hartz IV, i mini-job, la precarietà a vita – ora investe anche gli “agricoltori diretti”, ossia gli imprenditori di basso livello e scarsi capitali.
Il “modello tedesco” imposto a tutta Europa con l’austerità ora si va rompendo su diversi piani, ma non è per nulla chiaro dove possa trovare spazi di crescita alternativi.
Il “mercantilismo” e la moneta unica hanno dato un grande vantaggio strategico all’economia di Berlino, ma la guerra alle porte, la fine del gas a buon mercato dalla Russia, la necessità-imposizione di aumentare la spesa militare, stanno rompendo i meccanismi “virtuosi” (a vantaggio della Germania) dell’attuale assetto continentale.
Questa fulminante analisi di Guido Salerno Aletta per TeleBorsa getta una luce sinistra sul futuro a breve. Non solo per Berlino, ovviamente...
Sono gli agricoltori tedeschi che stanno protestando contro i cambiamenti delle politiche agricole del governo, in particolare contro l’eliminazione di una serie di sussidi, tra i quali gli sconti per il gasolio agricolo.
Apprendiamo così, nell’occasione, che i sussidi vietati – o sotto minaccia di sanzioni – in tutti i paesi UE in Germania sono stati allegramente concessi per decenni.
Un po’ come la storia delle banche, per cui è stato imposto il bail in (salvataggio a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti) nel caso di paesi deboli (ricordiamo Cipro, ma anche in Italia), mentre Berlino metteva le landesbanken regionali al riparo dell’azione della Bce e procedeva a salvare Deutsche Bank dal fallimento (esposizione sui derivati Usa).
Ora l’agricoltura viene scossa dal combinato disposto di almeno tre processi voluti dall’Unione Europea e dunque dallo stesso governo tedesco: le politiche ambientali, che penalizzano ovviamente i combustibili fossili (i trattori elettrici sono di là dal venire progettati, se pure sarà possibile); la riduzione degli “aiuti di stato”, su cui Berlino tuona quando riguardano altri; la concorrenza dei paesi dell’Est, ormai quasi completamente integrati nelle filiere tedesche.
L’impoverimento drastico del “ceto medio” (nelle sue componenti inferiori) che aveva già riguardato i lavoratori salariati – vessati con il blocco salariale, le leggi Hartz IV, i mini-job, la precarietà a vita – ora investe anche gli “agricoltori diretti”, ossia gli imprenditori di basso livello e scarsi capitali.
Il “modello tedesco” imposto a tutta Europa con l’austerità ora si va rompendo su diversi piani, ma non è per nulla chiaro dove possa trovare spazi di crescita alternativi.
Il “mercantilismo” e la moneta unica hanno dato un grande vantaggio strategico all’economia di Berlino, ma la guerra alle porte, la fine del gas a buon mercato dalla Russia, la necessità-imposizione di aumentare la spesa militare, stanno rompendo i meccanismi “virtuosi” (a vantaggio della Germania) dell’attuale assetto continentale.
Questa fulminante analisi di Guido Salerno Aletta per TeleBorsa getta una luce sinistra sul futuro a breve. Non solo per Berlino, ovviamente...
*****
Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa
Alla Germania, sono tanti anni che dell’Europa non interessa più niente: dalla crisi del 2010 in poi, non è più il mercato di riferimento su cui guadagna di più con le esportazioni.
Anzi, ci perde!
L’unione europea a 28 è un Continente imbolsito da decenni di politiche fiscali estenuanti, al cui interno si manifestano distorsioni profondissime determinate dall’euro, una “moneta debole” per l’economia tedesca, che la sfrutta per accumulare risorse immense.
Sono già tre anni che la Germania accusa un saldo negativo per merci nelle relazioni infra-UE: -11 miliardi di euro nel 2020, -14 miliardi nel 2021 e -38 miliardi nel 2022. Nel 2007, alla vigilia della Grande Crisi Finanziaria Americana, questo saldo era stato invece attivo per la somma record di 101 miliardi di euro.
Da lì in avanti, questa cifra si è andata costantemente riducendo, soprattutto a partire dal 2012 quando era già crollata a soli 19 miliardi di euro, fino ad arrivare al passivo nel 2020: è chiaro che per la Germania l’Unione Europea non è più la gallina dalle uova d’oro che era stata dal 1992 al 2008.
La feroce stretta fiscale introdotta con il Fiscal Compact nel 2012, dopo due decenni di follie finanziarie e bancarie compiute sotto la copertura dell’euro, ha trasformato l’Europa in una sorta di cimitero dello sviluppo.
Tanto per essere chiari: mentre nel decennio che intercorre tra il 2002 ed il 2012 la Germania ha accumulato un saldo attivo per merci infra-UE per ben 683 miliardi di euro, nel decennio che intercorre tra il 2012 ed il 2022 il saldo attivo accumulato è crollato ad appena 55 miliardi di euro.
La storia è completamente diversa se si considera invece il saldo estero complessivo della Germania, infra-UE ed extra-UE, che vede invece anche in questi ultimi tre anni un attivo: pari a 184 miliardi di euro nel 2020, a 181 miliardi nel 2021 ed a 90 miliardi nel 2022.
Questo dato è di una importanza straordinaria.
Bisogna chiedersi infatti come mai in questi tre anni, 2020, 2021 e 2022, la Germania abbia contemporaneamente accumulato un saldo “passivo” solo nei confronti degli altri Paesi dell’Unione europea, il totale infra-UE è stato pari a -63 miliardi di euro, mentre il saldo è stato “attivo” per una cifra sbalorditiva considerando tutte le transazioni commerciali: infra-UE ed extra-UE pari a 455 miliardi.
Eliminando il passivo infra-UE, il saldo attivo extra-UE della Germania è stato infatti di 518 miliardi di euro.
Due considerazioni: mentre le merci tedesche non hanno più mercato in Europa, un Continente imbalsamato nelle sue contraddizioni, le stesse merci hanno continuato ad essere vendute benone nel resto del mondo per merito di un euro “debole”.
La debolezza dell’Unione europea, che si riflette sul cambio della moneta unica, è stata utile alla Germania per conquistare i mercati extra-UE.
Nessuno sa bene, ora, che cosa succederà alla competitività della produzione industriale della Germania, e dell’intera Europa, non avendo più il vantaggio del gas russo a buon mercato.
Ma è certo che un euro debole, per la Germania, è stato ed è un grande vantaggio: più il resto dell’Europa annaspa, e meglio è. L’Unione deve solo galleggiare, basta che non imploda.
Fonte
01/01/2024
L’Unione Europea perde la bussola e i fondatori
Tempo di bilanci, o quantomeno di riassunti ragionati. Il passaggio di anno consente di tracciare righe e ricordare quel che si è sottovalutato nel flusso degli avvenimenti in apparenza tutti della stessa importanza. Se poi questo crinale coincide con la scomparsa contemporanea dei due uomini che hanno dato all’Unione Europea la forma attuale, allora la necessità di disegnare un quadro diventa irresistibile.
Il riassunto fatto da Guido Salerno Aletta su TeleBorsa è assolutamente magistrale, quasi una lezione divulgativa sulla profondissima differenza tra le intenzioni (o le dichiarazioni di intenti) e la realtà effettiva, fuori da ogni abbellimento propagandistico.
È una lezione che dovrebbero studiare tutti coloro che, sentendosi “di sinistra”, hanno a lungo confuso il dominio sovranazionale del capitale finanziario con una anticipazione quasi benigna dell'“internazionalismo proletario”. Un po’ come confondere la “globalizzazione” con l’era dell’imperialismo “buono”.
Quelli che, insomma, hanno abboccato senza riflettere alla propaganda che divideva il campo delle opinioni politiche in “europeisti” versus “sovranisti”, quasi che la sovranità – il potere di decidere cosa fare in un determinato territorio – fosse scomparsa con il nuovo millennio o, appunto, la globalizzazione.
E dire che Marx ha speso una vita a spiegare che dietro le parole più suadenti si nasconde sempre uno scontro fra interessi e dunque fra classi sociali... E che, perciò, non si ha mai a che fare con “sistemi astratti” riassunti in concetti fashion (il sovranismo, l’europeismo, la democrazia, ecc), ma sempre con qualcuno che sfrutta regole e i rapporti di forza per massimizzare il proprio potere misurandolo in profitti.
La costruzione dell’Unione Europea ha avuto bisogno di una overdose di propaganda “buonista” perché ha mosso i passi decisivi nel momento in cui (anni ’80) il movimento operaio in Europa aveva ancora una sua forza rilevante, benché già declinante.
Ha avuto insomma bisogno di essere presentata come un “compromesso storico” tra conservatorismo liberal-cristiano e socialdemocrazia, a partire da un “modello sociale europeo” strappato a forza di lotte epocali e ad un prezzo sanguinoso.
Bisognava il più possibile nascondere il fatto brutale che la UE veniva disegnata come un mercato e stabilendo le regole neoliberiste (Reagan e Thatcher avevano già stravinto la lotta ideologica), che imponevano libertà totale per le imprese, basso o nullo potere negoziale per i lavoratori (il “consociativismo” regalava alle burocrazie sindacali una parvenza di ruolo politico in cambio della subordinazione salariale e normativa), divieto assoluto di intervento nell’economia per gli Stati.
Anche un deficiente avrebbe capito – senza il velo della propaganda – che quella costruzione era un colpo definitivo alle aspirazioni del mondo del lavoro, parallelo fra l’altro alla caduta dell’immaginario socialista sempre più flebilmente incarnato dall’ultima Unione Sovietica.
L’ipotesi affermata era quella di un mercato che avrebbe ridotto le disparità tra economie nazionali e classi sociali. La realtà effettiva, specie oggi, dimostra che quella costruzione ha favorito l’aumento esponenziale delle disparità tra paesi e classi sociali.
I forti e ricchi sono diventati più ricchi, i più deboli sono oggi debolissimi e totalmente dipendenti. E questa realtà non c’è propaganda che riesca più a nasconderla.
Peggio ancora. La “crescita” economica di tutto il Vecchio Continente è di fatto bloccata da decenni proprio “grazie” a regole inventate per favorire i creditori (il capitale finanziario) e senza alcun rapporto con il funzionamento reale della stessa economia capitalistica.
Ma la qualità infima dell’attuale classe politica continentale – selezionata in base ai criteri dominanti nella UE – rende praticamente impossibile sia mantenere salda questa costruzione, sia “correggerla” in modi efficaci.
Condannata perciò a camminare sul posto, oscillando tra sospensione delle regole nei momenti di crisi acuta e loro incrudimento quando il peggio sembra passato.
Tempesta perfetta, con la guerra alle porte...
Buona lettura.
Fonte
Il riassunto fatto da Guido Salerno Aletta su TeleBorsa è assolutamente magistrale, quasi una lezione divulgativa sulla profondissima differenza tra le intenzioni (o le dichiarazioni di intenti) e la realtà effettiva, fuori da ogni abbellimento propagandistico.
È una lezione che dovrebbero studiare tutti coloro che, sentendosi “di sinistra”, hanno a lungo confuso il dominio sovranazionale del capitale finanziario con una anticipazione quasi benigna dell'“internazionalismo proletario”. Un po’ come confondere la “globalizzazione” con l’era dell’imperialismo “buono”.
Quelli che, insomma, hanno abboccato senza riflettere alla propaganda che divideva il campo delle opinioni politiche in “europeisti” versus “sovranisti”, quasi che la sovranità – il potere di decidere cosa fare in un determinato territorio – fosse scomparsa con il nuovo millennio o, appunto, la globalizzazione.
E dire che Marx ha speso una vita a spiegare che dietro le parole più suadenti si nasconde sempre uno scontro fra interessi e dunque fra classi sociali... E che, perciò, non si ha mai a che fare con “sistemi astratti” riassunti in concetti fashion (il sovranismo, l’europeismo, la democrazia, ecc), ma sempre con qualcuno che sfrutta regole e i rapporti di forza per massimizzare il proprio potere misurandolo in profitti.
La costruzione dell’Unione Europea ha avuto bisogno di una overdose di propaganda “buonista” perché ha mosso i passi decisivi nel momento in cui (anni ’80) il movimento operaio in Europa aveva ancora una sua forza rilevante, benché già declinante.
Ha avuto insomma bisogno di essere presentata come un “compromesso storico” tra conservatorismo liberal-cristiano e socialdemocrazia, a partire da un “modello sociale europeo” strappato a forza di lotte epocali e ad un prezzo sanguinoso.
Bisognava il più possibile nascondere il fatto brutale che la UE veniva disegnata come un mercato e stabilendo le regole neoliberiste (Reagan e Thatcher avevano già stravinto la lotta ideologica), che imponevano libertà totale per le imprese, basso o nullo potere negoziale per i lavoratori (il “consociativismo” regalava alle burocrazie sindacali una parvenza di ruolo politico in cambio della subordinazione salariale e normativa), divieto assoluto di intervento nell’economia per gli Stati.
Anche un deficiente avrebbe capito – senza il velo della propaganda – che quella costruzione era un colpo definitivo alle aspirazioni del mondo del lavoro, parallelo fra l’altro alla caduta dell’immaginario socialista sempre più flebilmente incarnato dall’ultima Unione Sovietica.
L’ipotesi affermata era quella di un mercato che avrebbe ridotto le disparità tra economie nazionali e classi sociali. La realtà effettiva, specie oggi, dimostra che quella costruzione ha favorito l’aumento esponenziale delle disparità tra paesi e classi sociali.
I forti e ricchi sono diventati più ricchi, i più deboli sono oggi debolissimi e totalmente dipendenti. E questa realtà non c’è propaganda che riesca più a nasconderla.
Peggio ancora. La “crescita” economica di tutto il Vecchio Continente è di fatto bloccata da decenni proprio “grazie” a regole inventate per favorire i creditori (il capitale finanziario) e senza alcun rapporto con il funzionamento reale della stessa economia capitalistica.
Ma la qualità infima dell’attuale classe politica continentale – selezionata in base ai criteri dominanti nella UE – rende praticamente impossibile sia mantenere salda questa costruzione, sia “correggerla” in modi efficaci.
Condannata perciò a camminare sul posto, oscillando tra sospensione delle regole nei momenti di crisi acuta e loro incrudimento quando il peggio sembra passato.
Tempesta perfetta, con la guerra alle porte...
Buona lettura.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)