di Luciano Vasapollo
Storicamente, la sterlina è stata la principale valuta mondiale dal 1870 fino al suo superamento da parte del dollaro USA negli anni ‘20 del '900. Anche se la sterlina ha mantenuto una quota significativa nei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per diversi decenni, oggi rappresenta solo il 4-5% circa delle riserve ufficiali di valuta estera nel Mondo.
L’euro, invece, è entrato nel paniere dei DSP nel 1999, guadagnando una quota del 37,4% nel 2010, ma successivamente è diminuito al 20% nel 2015. Entrambe le valute hanno visto una leggera diminuzione rispetto al dollaro dopo che il FMI ha incluso il renminbi nel paniere dei DSP.
L’euro, in particolare, ha potuto competere con il dollaro nel commercio globale, sfruttando la posizione strategica dell’Europa come crocevia tra tre continenti e zone commercialmente attive come il Mediterraneo e il nord Europa. La Cina, con il progetto della Nuova Via della Seta, ha contribuito a rafforzare questa posizione, stabilendo cooperazioni economico-commerciali con importanti attori europei e promuovendo una politica di dedollarizzazione.
Tuttavia, il dominio del dollaro rimane saldo grazie al suo utilizzo nelle transazioni internazionali, soprattutto nel settore energetico.
Il processo di integrazione europeo è sempre stato contraddistinto dal carattere prettamente economico-monetario e volto alla realizzazione di un mercato comune realizzando e facilitando la strada a tutte quelle condizioni che potessero determinare l’avvento di questa tipologia di mercato.
Da questo punto di vista i momenti salienti sono diversi, come diversi sono stati i tentativi disattesi, non andati in porto o archiviati per diretta influenza esterna, a causa dell’agire delle dinamiche più ampie a livello internazionale.
Uno dei tentativi infelici del processo di integrazione europea, è sicuramente da rimandare al Serpente Monetario Europeo composto dai sei paesi europei della CEE più la Gran Bretagna: esso aveva come obiettivo quello di dare alle valute europee un margine di fluttuazione ben determinato, ovvero del ± 2,25% perseguendo una politica di stabilità e di cambi rigidi delle monete poste in relazione dal Serpente Monetario Europeo.
L’organizzazione per la cooperazione economica europea prese un’iniziativa attraverso la creazione di un meccanismo che portava il nome dell’Unione Europea dei Pagamenti (UEP) istituita nel 1950.
L’UEP doveva fungere come sistema di compensazione di tutte le tipologie di transazione all’interno dell’area europea ma nel concreto, agiva verso i paesi deficitari a cui veniva concesso un credito pagando in oro i disavanzi di questi paesi ai paesi creditori. Dunque, attraverso un fondo europeo l’UEP interveniva nei confronti dei paesi deficitari e con situazione di squilibrio, attraverso delle linee di credito.
Rappresenta in toto un sostrato fondamentale per il trasferimento in via reciproca tra un paese e l’altro delle valute nazionali, rafforzando la cooperazione commerciale ed economica europea e gettando le basi favorevoli alla creazione di un mercato unico europeo.
Nell’ambito dell’UEP, quindi, l’esistenza di un fondo comune aveva come fine il miglioramento del proprio sistema dei pagamenti e la Banca Dei Regolamenti Internazionali che aveva diretto contatto con l’UEP, aveva un ruolo di facilitatore: in primo luogo nelle dinamiche interne dell’UEP ma anche nell’ambito del contesto internazionale poiché l’azione determinava ovviamente una proiezione globale.
Questo meccanismo automatico doveva risolvere dei problemi presenti nella prospettiva dell’integrazione dell’Europa occidentale, in un periodo storico che si colloca prima dei trattati di Roma che furono successivamente sottoscritti nel 1957; uno strumento con delle precise finalità ma anch’esso archiviato, poiché ben presto rappresentò un problema all’interno delle dinamiche internazionali e più nello specifico del processo di dollarizzazione[1] e di egemonia crescente del dollaro in ambito internazionale.
L’UEP poteva determinare delle difficoltà nell’ambito della diffusione del dollaro come valuta essenziale di riferimento anche perché la stessa integrazione europea si basa su uno stretto rapporto con gli Stati Uniti, ossia quello determinato dal patto Atlantico, costantemente confermato anche da parte dei fautori del processo di integrazione europea, solo con gli inizi degli anni ‘90 e la creazione dell’Unione Europea si evidenzieranno meglio dei margini di autonomia rispetto ai rapporti atlantici.
La critica statunitense all’UEP si giustificava non solo per via dell’attacco al dollaro ma passava anche dalla minaccia che l’organismo rappresentava nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali e le garanzie di quell’assetto e l’insieme del sistema sorto con gli accordi di Bretton Woods.
Nel 1979 sorge un ulteriore tentativo di creare un sistema di cambi più rigido e vincolato tra le varie valute nazionali nell’ambito dei paesi europei, noto con il nome di Sistema Monetario Europeo. Generalmente visto come un antesignano dell’unione monetaria attuale poiché si basava su punti che di base ritroviamo nell’attuale Unione monetaria europea.
L’obiettivo fondamentale, infatti, era quello di mantenere la stabilità monetaria, presupposto fondamentale per la creazione di un mercato unico nell’ambito dei sistemi europei. La politica monetaria perseguita si caratterizza, ancora una volta, con la volontà di creare un mercato unico, abbattendo i residui delle differenze e degli ostacoli di natura doganale rappresentate dai diversi cambi delle valute dei diversi paesi europei.
Il Sistema Monetario Europeo nasce sulla base del fallimento del Serpente Monetario e si basa su due obiettivi fondamentali che ritroveremo in tutta la vicenda successiva dell’Unione Europea: la regolarizzazione dei processi di cambio, con l’obiettivo dichiarato di mettere sotto controllo le dinamiche inflazionistiche, dunque la stabilità dei prezzi (oggi obiettivo guida della BCE, che quindi trova i suoi fondamenti teorici in diverse forme di integrazione anche monetarie del secolo scorso).
Questo sistema avrà vita più lunga rispetto al precedente meccanismo del serpente monetario, ma ben presto, i paesi egemoni, la Germania Ovest e la Francia, portarono alla fine di questa esperienza in concomitanza al processo di riunificazione tedesca: il Marco richiedeva un nuovo ruolo più significativo nell’ambito del sistema monetario dell’Unione Europea che avesse dei riflessi sulle dinamiche delle valute dei diversi paesi facenti parte dell’ambito europeo nel 1989, legate poi dal trattato di Maastricht del ’92, in cui viene disciplinata non solo l’architettura economica dell’Unione Europea nascente, ma anche il processo di integrazione monetario.
Non è un caso che i criteri di stabilità facciano riferimento al deficit fiscale, al debito pubblico, all’inflazione e ai tassi di interesse; cioè tutte variabili che devono essere tenute sotto controllo per favorire le esportazioni.
Ovviamente in quegli anni i sistemi valutari di alcuni paesi dell’Unione Europea sono sotto attacchi di speculazione e di svalutazione come, ad esempio, la lira italiana e la sterlina inglese: questa condizione agevola il processo di integrazione monetaria confidando che il sistema di cambio rigido potesse essere la via migliore verso uno sviluppo omogeneo dei paesi europei.
Lo SME (Sistema Monetario Europeo) ha portato alla ribalta le prime contraddizioni tra gli USA e il processo di integrazione dell’Europa occidentale. La fine dell’Unione Europea dei Pagamenti ha rallentato l’integrazione monetaria, influenzando la crescita delle produzioni europee e il commercio internazionale.
Con l’avvento dell’euro, la Banca Centrale Europea (BCE) è stata incaricata di garantire la stabilità dei prezzi e la lotta all’inflazione. Questo ha comportato politiche di riduzione della spesa pubblica, ritiro dello Stato dall’economia e libera azione del mercato per trovare i propri equilibri. La BCE gode di totale indipendenza e utilizza strumenti come la definizione dei tassi di cambio e le operazioni di mercato aperto per influenzare l’economia.
Tuttavia, le politiche di mantenimento e di aggiustamento perpetuo dell’Eurozona, aggravate dal Patto di Stabilità, si scontrano con la mancanza di politiche espansive e con la concezione neoliberista che vede l’intervento dello Stato nell’economia come nocivo. Secondo noi, lo Stato dovrebbe intervenire per condizionare il mercato, contrariamente alla visione neoliberalista dell’assegnazione privata delle risorse.
La dollarizzazione fa sì che la moneta statunitense sostituisca in tutto o in parte la moneta nazionale in un determinato paese. Questo processo può essere ufficiale oppure viene definito non ufficiale quando l’uso del dollaro in grandi transazioni non va a finire nel bilancio bancario, poiché si manifesta nelle rivelazioni statistiche del mercato finanziario, un fenomeno opaco che però rappresenta una parte significativa dei processi finanziari nell’ambito del mercato.
Il processo di dollarizzazione può seguire due strade: una via unilaterale, ossia senza nessun accordo con la Federal Reserve in cui un paese impiega le proprie riserve nazionali per acquistare dei dollari con i quali riacquista la propria base monetaria quindi in questo caso il dollaro esercita la funzione di filtro monetario.
Un’altra via perseguita dalla dollarizzazione è senza dubbio quella bilaterale che presuppone l’accordo del paese terzo con la banca centrale degli Stati Uniti d’America; quindi, gli USA garantiscono l’emissione dei dollari nei confronti del paese terzo, condividono quella attività che permette di conseguire dei redditi nell’atto delle emissioni monetarie, pertanto, questi redditi sono condivisi dal paese terzo e le eventuali perdite, in caso di crisi bancaria, sono anch’esse condivise.
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04/03/2025
15/10/2015
Una lettera da Oskar
Oskar Lafontaine ha scritto una lettera aperta alla sinistra italiana. Ma la sinistra italiana è da tempo catatonica e affetta da coazione a ripetere. Non riesce a immaginare nulla di più che mettere insieme un altro contenitore “largo”, non ideologico e senza paletti precisi, con l'unico obiettivo di superare le molte e occhiute soglie di sbarramento ai diversi livelli elettorali (dall'ultima circoscrizione alla Camera).
C'è un silenzio pressoché assoluto – tralasciamo le questioni marginali, su cui c'è un'iperproduzione di “proposte” – soprattutto sulla questione principale di ogni politica futura: quale rapporto, e dunque quali obiettivi strategici, rispetto all'Unione Europea? Se il controllo delle politiche di bilancio e della moneta è lì, non c'è progetto politico o “programma elettorale” che possa prescinderne. Chiedere a Syriza per averne drammatica conferma.
In altri paesi europei, Germania compresa, non è così. Si sta prendendo atto che l'idea vaga della “riformabilità” della Ue ha ricevuto un colpo devastante e ci si dispone a ragionare nei termini della necessaria “rottura” dell'Unione Europea come preliminare a ogni possibile politica di sostegno ai ceti popolari di ogni regione o stato, oppure nei termini di un “piano B” da mettere a punto prima di prendere in considerazione qualsiasi prospettiva di sinistra al governo. Dobbiamo prendere atto con soddisfazione e nessun settarismo che questo secondo fronte, popolato da figure note e in alcuni casi carismatiche della sinistra riformista continentale, ha aperto una strada alla possibilità di ragionare di Unione Europea senza automaticamente essere investiti dalle scomuniche e dalle accuse di “sovranismo”. Accusa peraltro curiosa o speciosa, perché la “sovranità popolare” è alla radice di ogni idea di trasformazione sociale, senza riguardo ai confini nazionali storicamente determinati.
Abbiamo dunque letto con grande attenzione la “Lettera alla sinistra italiana” scritta da Oskar Lafontaine e pubblicata oggi su il manifesto. Siamo consapevoli che la stessa lettera, con le stesse parole, non sarebbe mai stata pubblicata da quel giornale se la firma fosse stata meno autorevole. E tanto basta a spiegare concretamente quanto sia politicamente rilevante la svolta proposta dai sostenitori del “piano B” a ciò che sopravvive della “sinistra” per poter ricominciare a ragionare in concreto, mettendo fine alle chiacchiere e ai desideri fantasiosi.
L'analisi da cui parte Lafontaine è, su alcuni punti, inconfutabile.
La ragione di questa irriformabilità, secondo Lafontanine, è tecnica prima ancora che ideale o ideologica:
Impeccabile, nella lettera di Lafontaine, anche il ragionamento sull'obbligo, per qualsiasi governo, dentro questa cornice istituzionale, di “applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori” nella speranza di recuperare margini di competitività per il sistema-paese di riferimento.
Nulla da eccepire, infine, sulla definitiva ironia con cui vengono affrontate tutte quelle ideuzze che vorrebbero legare il “cambiamento radicale della Ue” a una contemporanea salita al governo, in ogni paese, di una coalizione di sinistra ovviamente radicale:
Lo stallo in cui si trova la costruzione europea è evidente a tutti, basta leggere qui l'editoriale odierno di Adriana Cerretelli su IlSole24Ore. Il rischio dell'esplosione sta diventando quasi pari a quello di una stretta centralizzatrice violenta, che sconta anche la perdita per strada di alcuni membri (in Germania e altrove è vivo un dibattito sul N-euro, o euro limitato ai soli paesi del Nord).
Proprio per questo l'idea della rottura dell'Unione Europea va assumendo sempre più i contorni di una proposta strategica realistica, anche se certo non all'interno di un quadro di paciosa stabilità. Un dibattito vero su questo si è ormai aperto, con i recenti forum euromediterranei di Napoli, Atene, Barcellona e la campagna Eurostop, ad esempio. Uno dei difetti peggiori del dibattito politico italiota è infatti la totale astrazione rispetto a ogni ipotesi di trasformazione. Come se davvero grandi cambiamenti “radicali” fossero possibili “a bocce ferme”, mantenendo senza scosse gli attuali livelli di produzione e l'attuale configurazione istituzionale.
La discussione sulle prospettive è insomma soltanto all'inizio e richiede molta freddezza analitica, oltre che partecipazione diretta al conflitto sociale e politico, sotto ogni forma. L'unica ipotesi che non ha più nessuna legittimità è in fondo la ripetizione triste dei tentativi di “imbrancamento” senza prospettiva politica reale e un progetto di rottura dell'esistente, a fini di pura sopravvivenza.
Se n'è accorto anche Lafontaine...
Oskar Lafontaine
Care compagne, cari compagni,
la sconfitta del governo greco guidato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha portato la sinistra europea a domandarsi quali possibilità abbia un governo guidato da un partito di sinistra, o un governo in cui un partito di sinistra sia coinvolto come partner di minoranza, di portare avanti una politica di miglioramento della condizione sociale di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, e delle piccole e medie imprese, nel quadro dell’Unione europea e dei trattati europei.
La risposta è chiara e brutale: non esistono possibilità per una politica tesa al miglioramento della condizione sociale della popolazione, fintanto che la Bce, al di fuori di ogni controllo democratico, è in grado di paralizzare il sistema bancario di un paese soggetto ai trattati europei.
Non esistono possibilità di mettere in atto politiche di sinistra se un governo cui la sinistra partecipi non dispone degli strumenti tradizionali di controllo macroeconomico, come la politica dei tassi di interesse, la politica dei cambi e una politica di bilancio indipendenti.
Per migliorare la competitività relativa del proprio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al singolo paese sottoposto alle condizioni dei trattati europei solo la politica salariale, la politica sociale e le politiche del mercato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tedesca, pratica il dumping salariale dentro un’unione monetaria, gli altri paesi membri non hanno altra scelta che applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori, così come vuole l’ideologia neoliberista. Se poi l’economia dominante gode di tassi di interesse reali più bassi e dei vantaggi di una moneta sottovalutata, i suoi vicini europei non hanno praticamente alcuna possibilità. L’industria degli altri paesi perderà sempre più quote sul mercato europeo e non europeo.
Mentre l’industria tedesca produce oggi tanto quanto produceva prima della crisi finanziaria, secondo i dati Eurostat, la Francia ha perso circa il 15% della sua produzione industriale, l’Italia il 30%, la Spagna il 35% e la Grecia il 40%.
La destra europea si è rafforzata anche perché mette in discussione l’Euro e i trattati europei, e perché nei paesi membri cresce la consapevolezza che i trattati europei e il sistema monetario europeo soffrano di alcuni difetti costitutivi.
Come dimostra l’esempio tedesco, la destra europea non si preoccupa della compressione dei salari, dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle politiche di austerità più severe. La destra vuole tornare allo Stato nazionale, offrendo però soluzioni economiche che rappresentano una variante nazionalistica delle politiche neoliberiste e che porterebbero agli stessi risultati: aumento della disoccupazione, aumento del lavoro precario e declino della classe media.
La sinistra europea non ha trovato alcuna risposta a questa sfida, come dimostra soprattutto l’esempio greco.
Attendere la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perché i partiti socialdemocratici e socialisti d’Europa hanno preso a modello la politica neoliberista.
Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità.
Tuttavia ciò è possibile solo se in Europa prende forma una costituzione monetaria che conservi la coesione europea, ma che riapra ai singoli paesi la possibilità di ricorrer il ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici e a politiche capaci di aumentare la crescita e i posti di lavoro; anche se la più grande economia opera in condizioni di dumping salariale.
Presupposto imprescindibile a questo scopo è il ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici, così come per contrastare, tramite la svalutazione, l’ingiusto dumping salariale operato dalla Germania o da un altro Stato membro.
Questo sistema ha funzionato per molti anni e ha impedito l’emergere di gravi squilibri economici, come ne esistono attualmente nell’Unione europea.
Rivolgendomi ai sindacati italiani, tengo a sottolineare che lo Sme non è mai stato perfetto, dominato come era dalla Bundesbank. Ma nel sistema Euro la perdita del potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso salari più bassi (svalutazione interna) è maggiore.
A me, osservatore tedesco, risulta molto difficile capire perché l’Italia ufficiale assista più o meno passivamente alla perdita del 30% delle quote di mercato delle sue industrie.
Silvio Berlusconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discussione il sistema Euro, ma ciò non ha impedito all’Eurogruppo di imporre il modello delle politiche neoliberiste alla politica italiana.
Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.
La perdita di quote di mercato, l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario, con la conseguente compressione dei salari, possono rientrare nei miopi interessi delle imprese italiane, ma la sinistra italiana non può più stare a guardare questo processo di de-industrializzazione.
Lo sviluppo in Grecia e in Spagna, in Germania e in Francia, dimostra come la frammentazione della sinistra possa essere superata non solo con un processo di unificazione tra i partiti di sinistra esistenti ma soprattutto con l’incontro di tante energie innovative fuori dal circuito politico tradizionale.
Solo una sinistra sufficientemente forte nei rispettivi Stati nazionali potrà cambiare la politica europea. La sinistra europea ha bisogno ora di una sinistra forte in Italia.
Vi saluto calorosamente dalla Germania e vi auguro ogni successo per il processo di costruzione di una nuova sinistra italiana.
Fonte
C'è un silenzio pressoché assoluto – tralasciamo le questioni marginali, su cui c'è un'iperproduzione di “proposte” – soprattutto sulla questione principale di ogni politica futura: quale rapporto, e dunque quali obiettivi strategici, rispetto all'Unione Europea? Se il controllo delle politiche di bilancio e della moneta è lì, non c'è progetto politico o “programma elettorale” che possa prescinderne. Chiedere a Syriza per averne drammatica conferma.
In altri paesi europei, Germania compresa, non è così. Si sta prendendo atto che l'idea vaga della “riformabilità” della Ue ha ricevuto un colpo devastante e ci si dispone a ragionare nei termini della necessaria “rottura” dell'Unione Europea come preliminare a ogni possibile politica di sostegno ai ceti popolari di ogni regione o stato, oppure nei termini di un “piano B” da mettere a punto prima di prendere in considerazione qualsiasi prospettiva di sinistra al governo. Dobbiamo prendere atto con soddisfazione e nessun settarismo che questo secondo fronte, popolato da figure note e in alcuni casi carismatiche della sinistra riformista continentale, ha aperto una strada alla possibilità di ragionare di Unione Europea senza automaticamente essere investiti dalle scomuniche e dalle accuse di “sovranismo”. Accusa peraltro curiosa o speciosa, perché la “sovranità popolare” è alla radice di ogni idea di trasformazione sociale, senza riguardo ai confini nazionali storicamente determinati.
Abbiamo dunque letto con grande attenzione la “Lettera alla sinistra italiana” scritta da Oskar Lafontaine e pubblicata oggi su il manifesto. Siamo consapevoli che la stessa lettera, con le stesse parole, non sarebbe mai stata pubblicata da quel giornale se la firma fosse stata meno autorevole. E tanto basta a spiegare concretamente quanto sia politicamente rilevante la svolta proposta dai sostenitori del “piano B” a ciò che sopravvive della “sinistra” per poter ricominciare a ragionare in concreto, mettendo fine alle chiacchiere e ai desideri fantasiosi.
L'analisi da cui parte Lafontaine è, su alcuni punti, inconfutabile.
“la sconfitta del governo greco guidato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha portato la sinistra europea a domandarsi quali possibilità abbia un governo guidato da un partito di sinistra, o un governo in cui un partito di sinistra sia coinvolto come partner di minoranza, di portare avanti una politica di miglioramento della condizione sociale di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, e delle piccole e medie imprese, nel quadro dell’Unione europea e dei trattati europei.Si può naturalmente discutere se sia soltanto la Bce – e non tutta la Troika (Unione Europea e Fmi, oltre la Bce) – a rappresentare il cane feroce dell'austerità neoliberista, e se dunque basterebbe cancellarla o limitarla per cambiare lo scenario; ma è questione relativamente secondaria. Il punto fondamentale è il riconoscimento dell'irriformabilità dell'Unione e dei suoi trattati per un singolo governo, per quanto di sinistra possa essere.
La risposta è chiara e brutale: non esistono possibilità [...] fintanto che la Bce, al di fuori di ogni controllo democratico, è in grado di paralizzare il sistema bancario di un paese soggetto ai trattati europei.”
La ragione di questa irriformabilità, secondo Lafontanine, è tecnica prima ancora che ideale o ideologica:
“Non esistono possibilità di mettere in atto politiche di sinistra se un governo cui la sinistra partecipi non dispone degli strumenti tradizionali di controllo macroeconomico, come la politica dei tassi di interesse, la politica dei cambi e una politica di bilancio indipendenti”.È esattamente la situazione in cui si è venuta a trovare Syriza, nei sei mesi che hanno preceduto la resa di Tsipras il 13 luglio: l'intenzione di fare quel che era stato scritto nel programma elettorale si è scontrata frontalmente con l'assenza di strumenti operativi, da tempo trasferiti alla Ue e alla Bce insieme a quote rilevanti di “sovranità”.
Impeccabile, nella lettera di Lafontaine, anche il ragionamento sull'obbligo, per qualsiasi governo, dentro questa cornice istituzionale, di “applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori” nella speranza di recuperare margini di competitività per il sistema-paese di riferimento.
Nulla da eccepire, infine, sulla definitiva ironia con cui vengono affrontate tutte quelle ideuzze che vorrebbero legare il “cambiamento radicale della Ue” a una contemporanea salita al governo, in ogni paese, di una coalizione di sinistra ovviamente radicale:
“Attendere la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 Stati membri (della zona euro, ndr) è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perché i partiti socialdemocratici e socialisti d’Europa hanno preso a modello la politica neoliberista”.Ma ogni diagnosi, per quanto esatta, richiede una prognosi all'altezza. E qui i fautori del “piano B” si erano mostrati fin dall'inizio consapevoli di avere per ora soltanto un'idea allo stato di abbozzo. Quel che qui Lafontaine propone esplicitamente, infatti, è
“il ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici”.Se si ragiona in astratto, l'argomentazione può apparire anche sensata. Ma nella storia concreta non si danno ritorni al passato. O perlomeno non si danno senza conflitti durissimi, autentiche tragedie di massa; al pari delle rotture rivoluzionarie, insomma. Oppure con un radicale ripensamento dei trattati europei – l'euro è previsto da un trattato specifico – che dovrebbe vedere il consenso unanime di tutti i paesi membri. Il ritorno allo Sme, nei fatti, equivale a una proposta di riforma della Ue che soffre degli stessi problemi strategici sperimentati da Syriza.
Lo stallo in cui si trova la costruzione europea è evidente a tutti, basta leggere qui l'editoriale odierno di Adriana Cerretelli su IlSole24Ore. Il rischio dell'esplosione sta diventando quasi pari a quello di una stretta centralizzatrice violenta, che sconta anche la perdita per strada di alcuni membri (in Germania e altrove è vivo un dibattito sul N-euro, o euro limitato ai soli paesi del Nord).
Proprio per questo l'idea della rottura dell'Unione Europea va assumendo sempre più i contorni di una proposta strategica realistica, anche se certo non all'interno di un quadro di paciosa stabilità. Un dibattito vero su questo si è ormai aperto, con i recenti forum euromediterranei di Napoli, Atene, Barcellona e la campagna Eurostop, ad esempio. Uno dei difetti peggiori del dibattito politico italiota è infatti la totale astrazione rispetto a ogni ipotesi di trasformazione. Come se davvero grandi cambiamenti “radicali” fossero possibili “a bocce ferme”, mantenendo senza scosse gli attuali livelli di produzione e l'attuale configurazione istituzionale.
La discussione sulle prospettive è insomma soltanto all'inizio e richiede molta freddezza analitica, oltre che partecipazione diretta al conflitto sociale e politico, sotto ogni forma. L'unica ipotesi che non ha più nessuna legittimità è in fondo la ripetizione triste dei tentativi di “imbrancamento” senza prospettiva politica reale e un progetto di rottura dell'esistente, a fini di pura sopravvivenza.
Se n'è accorto anche Lafontaine...
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Lettera alla sinistra italiana
Oskar Lafontaine
Care compagne, cari compagni,
la sconfitta del governo greco guidato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha portato la sinistra europea a domandarsi quali possibilità abbia un governo guidato da un partito di sinistra, o un governo in cui un partito di sinistra sia coinvolto come partner di minoranza, di portare avanti una politica di miglioramento della condizione sociale di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, e delle piccole e medie imprese, nel quadro dell’Unione europea e dei trattati europei.
La risposta è chiara e brutale: non esistono possibilità per una politica tesa al miglioramento della condizione sociale della popolazione, fintanto che la Bce, al di fuori di ogni controllo democratico, è in grado di paralizzare il sistema bancario di un paese soggetto ai trattati europei.
Non esistono possibilità di mettere in atto politiche di sinistra se un governo cui la sinistra partecipi non dispone degli strumenti tradizionali di controllo macroeconomico, come la politica dei tassi di interesse, la politica dei cambi e una politica di bilancio indipendenti.
Per migliorare la competitività relativa del proprio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al singolo paese sottoposto alle condizioni dei trattati europei solo la politica salariale, la politica sociale e le politiche del mercato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tedesca, pratica il dumping salariale dentro un’unione monetaria, gli altri paesi membri non hanno altra scelta che applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori, così come vuole l’ideologia neoliberista. Se poi l’economia dominante gode di tassi di interesse reali più bassi e dei vantaggi di una moneta sottovalutata, i suoi vicini europei non hanno praticamente alcuna possibilità. L’industria degli altri paesi perderà sempre più quote sul mercato europeo e non europeo.
Mentre l’industria tedesca produce oggi tanto quanto produceva prima della crisi finanziaria, secondo i dati Eurostat, la Francia ha perso circa il 15% della sua produzione industriale, l’Italia il 30%, la Spagna il 35% e la Grecia il 40%.
La destra europea si è rafforzata anche perché mette in discussione l’Euro e i trattati europei, e perché nei paesi membri cresce la consapevolezza che i trattati europei e il sistema monetario europeo soffrano di alcuni difetti costitutivi.
Come dimostra l’esempio tedesco, la destra europea non si preoccupa della compressione dei salari, dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle politiche di austerità più severe. La destra vuole tornare allo Stato nazionale, offrendo però soluzioni economiche che rappresentano una variante nazionalistica delle politiche neoliberiste e che porterebbero agli stessi risultati: aumento della disoccupazione, aumento del lavoro precario e declino della classe media.
La sinistra europea non ha trovato alcuna risposta a questa sfida, come dimostra soprattutto l’esempio greco.
Attendere la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perché i partiti socialdemocratici e socialisti d’Europa hanno preso a modello la politica neoliberista.
Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità.
Tuttavia ciò è possibile solo se in Europa prende forma una costituzione monetaria che conservi la coesione europea, ma che riapra ai singoli paesi la possibilità di ricorrer il ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici e a politiche capaci di aumentare la crescita e i posti di lavoro; anche se la più grande economia opera in condizioni di dumping salariale.
Presupposto imprescindibile a questo scopo è il ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici, così come per contrastare, tramite la svalutazione, l’ingiusto dumping salariale operato dalla Germania o da un altro Stato membro.
Questo sistema ha funzionato per molti anni e ha impedito l’emergere di gravi squilibri economici, come ne esistono attualmente nell’Unione europea.
Rivolgendomi ai sindacati italiani, tengo a sottolineare che lo Sme non è mai stato perfetto, dominato come era dalla Bundesbank. Ma nel sistema Euro la perdita del potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso salari più bassi (svalutazione interna) è maggiore.
A me, osservatore tedesco, risulta molto difficile capire perché l’Italia ufficiale assista più o meno passivamente alla perdita del 30% delle quote di mercato delle sue industrie.
Silvio Berlusconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discussione il sistema Euro, ma ciò non ha impedito all’Eurogruppo di imporre il modello delle politiche neoliberiste alla politica italiana.
Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.
La perdita di quote di mercato, l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario, con la conseguente compressione dei salari, possono rientrare nei miopi interessi delle imprese italiane, ma la sinistra italiana non può più stare a guardare questo processo di de-industrializzazione.
Lo sviluppo in Grecia e in Spagna, in Germania e in Francia, dimostra come la frammentazione della sinistra possa essere superata non solo con un processo di unificazione tra i partiti di sinistra esistenti ma soprattutto con l’incontro di tante energie innovative fuori dal circuito politico tradizionale.
Solo una sinistra sufficientemente forte nei rispettivi Stati nazionali potrà cambiare la politica europea. La sinistra europea ha bisogno ora di una sinistra forte in Italia.
Vi saluto calorosamente dalla Germania e vi auguro ogni successo per il processo di costruzione di una nuova sinistra italiana.
Fonte
15/05/2014
Sì al referendum sull'euro
A trenta anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer vorrei ricordare, tra le sue scelte scomode allora come oggi, la decisione del 1979 di rompere con i governi di unità nazionale dicendo no all'adesione dell'Italia allo SME. Il trattato che definiva allora il cosiddetto serpente monetario era il primo passo verso la moneta unica. Il PCI decise di opporsi a quel trattato anche per uscire dalla disastrosa politica di unità nazionale con la Dc, ma le motivazioni usate contro la rigidità della moneta, e allora il liberismo veniva chiamato non a caso monetarismo, valgono ancora oggi.
Nella Banca d'Italia era stata appena liquidata la gestione del governatore Baffi, che era stato arrestato insieme al direttore Sarcinelli, su mandato del giudice neofascista Aliprandi. Successivamente furono entrambi completamente scagionati e l'inchiesta su di loro si rivelò completamente falsa. Ma intanto la Banca d'Italia era stata decapitata ed aveva cambiato completamente politica monetaria. Infatti la scelta distintiva del governatorato di Baffi era stata proprio la manovra sulla moneta. La lira veniva rivalutata rispetto al dollaro, in modo da rendere meno pesante la bolletta energetica, e svalutata rispetto al marco, per sostenere la produzione industriale. Baffi motivò esplicitamente queste scelte con la necessità di non svalutare i salari e fu l'unico governatore a non demonizzare la scala mobile e il sistema di protezione sociale.
Lo SME invece mise al centro della politica economica la rigidità monetaria, adottando quel liberismo che andava al governo in Gran Bretagna con Thatcher e negli Usa con Reagan. I nostri primi interpreti di quella svolta furono il governatore Ciampi e il ministro del tesoro Andreatta. Che assieme decisero nel 1981 la separazione del Tesoro dalla Banca d'Italia, con il conseguente obbligo di vendere sul mercato i BOT per finanziare la spesa pubblica. E con l'attacco alla indicizzazione dei salari che ebbe il suo apice in quel decreto Craxi di taglio della scala mobile, contro cui Enrico Berlinguer fece la sua ultima battaglia.
In sintesi l'euro e la perdita formale della sovranità monetaria a favore della BCE sono il punto di arrivo, e non la partenza, di un sistema di accordi e decisioni che avevano un obiettivo dichiarato: rendere impossibili le politiche economiche Keynesiane, imporre gli interessi della globalizzazione finanziaria e dei mercati come vincoli insuperabili per gli stati. Il pareggio di bilancio in Costituzione, votato da noi anche dalla destra oggi anti euro, è l'ultimo atto formale di tale politica trentennale.
L'effetto euro sulle economie europee é stato duplice. Da un lato la moneta unica è stato lo strumento per istituzionalizzare ovunque le politiche liberiste. La Grecia è stata distrutta con il ricatto della sua espulsione dall'euro. Da noi lo slogan "lo vuole l'Europa" ha accompagnato ogni operazione di smantellamento dei diritti del lavoro e dello stato sociale. D'altro lato la moneta unica forte ha finito per mettere alla pari economie che pari non erano, facendo della zona euro non un'area di crescita comune, bensì il campo di battaglia della competizione estrema. Di questo si è avvantaggiata profondamente l'economia tedesca, che con il governo socialdemocratico Schroeder all'inizio del duemila ha colpito duramente i diritti del lavoro, aprendo così la via all'era Merkel. La depressione salariale da sola non fa competitività, ma se si somma ad un sistema industriale forte che gode di una moneta particolarmente favorevole, allora la fa eccome. Perché l'euro desse risultati economici con un minimo di equilibrio ci sarebbe voluto un boom salariale in Germania. Invece sono nati a milioni i cosiddetti minijob, lavori precari con paghe da pochi euro l'ora, per i quali dal Belgio son partite denunce alla corte di giustizia europea a causa delle delocalizzazioni che hanno lì provocato. E questa politica continua oggi in primo luogo per opera della socialdemocrazia e della complicità sindacale. La legge sul salario minimo, vantata come un successo progressista, è in realtà una formalizzazione del dumping sociale. Stabilire che nel 2017 la paga minima in Germania sarà di 8,50 euro all'ora, quando ora in Francia è di 10, significa usare l'euro come arma di devastazione economica di massa.
Ora i due partiti che guidano l'Unione Europea, la Germania e gli altri principali governi, PSE e PPE, promettono un allentamento dei lacci delle politiche di austerità. Ma mentono sapendo di mentire perché in realtà il sistema euro, con i suoi trattati non rinegoziabili, da Maastricht al fiscal compact, non prevede alternative alle politiche liberiste. O salta o continua come sempre, e proprio di questa rigidità si fa forte la signora Merkel, che così ha spianato ogni debole ostacolo da parte della SPD.
Tre anni fa una intervista di Giuliano Amato a Rossana Rossanda puntava sul ritorno al governo dei socialisti in Francia e Germania per farla finita con l'austerità. Non voglio infierire, certo il centrosinistra europeo è oramai una formazione social liberale che ha ben poco della sinistra, ma la realtà è che il sistema europeo non è riformabile. Le tre misure più avanzate di cui si discute in campagna elettorale, condono di una parte del debito per i paesi del sud Europa, eurobond, trasformazione della BCE in un istituto che dia i soldi direttamente agli stati e non alle banche, non son realizzabili senza cancellare, e non semplicemente aggiustare, i trattati che stanno a presidio dell'euro. E in ogni caso sarebbero impedite da qualsiasi governo tedesco.
Chi sostiene queste misure dovrebbe aggiungere: o si fa questo, o salta la baracca perché così non si può andare avanti. Invece questo non viene detto e così il sistema di potere economico finanziario che guida l'Europa capisce che non si fa sul serio. Il fondatore della Linke tedesca Oskar Lafontaine aveva proposto un piano europeo di smontaggio dell'euro, ma il suo stesso partito non ha avuto il coraggio di sostenerlo. E tutta la sinistra europea oggi esprime la stessa paura.
È chiaro che dire no all'euro non basta se non si rimuove la politica economica liberista che ha portato alla sua costruzione, ma la fine della moneta unica è una condizione necessaria per poter ricostruire una politica economica e sociale fondata su eguaglianza e democrazia. È una condizione necessaria, ma non sufficiente e proprio questa insufficienza avrebbe dovuto essere il campo d'azione di una vera sinistra.
Come ho cercato di spiegare l'euro non è tutto, ma è il simbolo monetario delle politiche liberiste e di austerità. La sinistra non doveva subire il ricatto psicologico di chi accusa di nazionalismo la rivendicazione della sovranità monetaria, mentre in realtà difende l'internazionalismo di banche e finanza. La sinistra non avrebbe dovuto avere il tabù dell'euro, ma anzi avrebbe dovuto fare della contestazione della moneta unica la leva per spingere in campo una critica popolare e di massa al liberismo. La sinistra doveva dire no all'euro dal suo punto di vista e così questo punto di vista sarebbe tornato in campo nella crisi europea.
Invece il campo è stato abbandonato e così il no all'euro è diventato vessillo delle destre autoritarie, xenofobe e neofasciste. Che ovviamente lo usano a loro modo e per i loro fini. Il risultato è che la politica europea è bloccata tra la continuazione delle politiche di austerità sotto le larghe intese PPE PSE e la contestazione degli euroscettici reazionari. E il sostegno UE al governo ucraino infarcito di neonazisti, mostra che ci sono momenti e situazioni in cui questi due schieramenti possono trovare sintesi.
Un'alternativa di sinistra a tutto questo si ricostruirà solo quando le sue forze sapranno proporre senza tabù la messa in discussione dei poteri e delle politiche dell'Europa reale, senza trastullarsi con una Europa ideale tanto ipocrita quanto inesistente.
In Italia questo significa una sinistra che rompa davvero con il PD e apra il confronto e il dialogo con il Movimento 5 Stelle, che avrà tanti limiti e contraddizioni, ma che finora ha anche il merito democratico di aver impedito un lepenismo di massa nel nostro paese. La prima cosa da proporre subito dopo le elezioni europee è un referendum costituzionale sui trattati e sull'euro, così come si fece già nel 1989. Lo chieda anche la sinistra che non vuol morire renziana.
Aveva ragione Berlinguer a dire no allo SME e ha torto oggi la sinistra a non mettere in discussione quell'euro che è stato messo lì per distruggerla.
Fonte
Nella Banca d'Italia era stata appena liquidata la gestione del governatore Baffi, che era stato arrestato insieme al direttore Sarcinelli, su mandato del giudice neofascista Aliprandi. Successivamente furono entrambi completamente scagionati e l'inchiesta su di loro si rivelò completamente falsa. Ma intanto la Banca d'Italia era stata decapitata ed aveva cambiato completamente politica monetaria. Infatti la scelta distintiva del governatorato di Baffi era stata proprio la manovra sulla moneta. La lira veniva rivalutata rispetto al dollaro, in modo da rendere meno pesante la bolletta energetica, e svalutata rispetto al marco, per sostenere la produzione industriale. Baffi motivò esplicitamente queste scelte con la necessità di non svalutare i salari e fu l'unico governatore a non demonizzare la scala mobile e il sistema di protezione sociale.
Lo SME invece mise al centro della politica economica la rigidità monetaria, adottando quel liberismo che andava al governo in Gran Bretagna con Thatcher e negli Usa con Reagan. I nostri primi interpreti di quella svolta furono il governatore Ciampi e il ministro del tesoro Andreatta. Che assieme decisero nel 1981 la separazione del Tesoro dalla Banca d'Italia, con il conseguente obbligo di vendere sul mercato i BOT per finanziare la spesa pubblica. E con l'attacco alla indicizzazione dei salari che ebbe il suo apice in quel decreto Craxi di taglio della scala mobile, contro cui Enrico Berlinguer fece la sua ultima battaglia.
In sintesi l'euro e la perdita formale della sovranità monetaria a favore della BCE sono il punto di arrivo, e non la partenza, di un sistema di accordi e decisioni che avevano un obiettivo dichiarato: rendere impossibili le politiche economiche Keynesiane, imporre gli interessi della globalizzazione finanziaria e dei mercati come vincoli insuperabili per gli stati. Il pareggio di bilancio in Costituzione, votato da noi anche dalla destra oggi anti euro, è l'ultimo atto formale di tale politica trentennale.
L'effetto euro sulle economie europee é stato duplice. Da un lato la moneta unica è stato lo strumento per istituzionalizzare ovunque le politiche liberiste. La Grecia è stata distrutta con il ricatto della sua espulsione dall'euro. Da noi lo slogan "lo vuole l'Europa" ha accompagnato ogni operazione di smantellamento dei diritti del lavoro e dello stato sociale. D'altro lato la moneta unica forte ha finito per mettere alla pari economie che pari non erano, facendo della zona euro non un'area di crescita comune, bensì il campo di battaglia della competizione estrema. Di questo si è avvantaggiata profondamente l'economia tedesca, che con il governo socialdemocratico Schroeder all'inizio del duemila ha colpito duramente i diritti del lavoro, aprendo così la via all'era Merkel. La depressione salariale da sola non fa competitività, ma se si somma ad un sistema industriale forte che gode di una moneta particolarmente favorevole, allora la fa eccome. Perché l'euro desse risultati economici con un minimo di equilibrio ci sarebbe voluto un boom salariale in Germania. Invece sono nati a milioni i cosiddetti minijob, lavori precari con paghe da pochi euro l'ora, per i quali dal Belgio son partite denunce alla corte di giustizia europea a causa delle delocalizzazioni che hanno lì provocato. E questa politica continua oggi in primo luogo per opera della socialdemocrazia e della complicità sindacale. La legge sul salario minimo, vantata come un successo progressista, è in realtà una formalizzazione del dumping sociale. Stabilire che nel 2017 la paga minima in Germania sarà di 8,50 euro all'ora, quando ora in Francia è di 10, significa usare l'euro come arma di devastazione economica di massa.
Ora i due partiti che guidano l'Unione Europea, la Germania e gli altri principali governi, PSE e PPE, promettono un allentamento dei lacci delle politiche di austerità. Ma mentono sapendo di mentire perché in realtà il sistema euro, con i suoi trattati non rinegoziabili, da Maastricht al fiscal compact, non prevede alternative alle politiche liberiste. O salta o continua come sempre, e proprio di questa rigidità si fa forte la signora Merkel, che così ha spianato ogni debole ostacolo da parte della SPD.
Tre anni fa una intervista di Giuliano Amato a Rossana Rossanda puntava sul ritorno al governo dei socialisti in Francia e Germania per farla finita con l'austerità. Non voglio infierire, certo il centrosinistra europeo è oramai una formazione social liberale che ha ben poco della sinistra, ma la realtà è che il sistema europeo non è riformabile. Le tre misure più avanzate di cui si discute in campagna elettorale, condono di una parte del debito per i paesi del sud Europa, eurobond, trasformazione della BCE in un istituto che dia i soldi direttamente agli stati e non alle banche, non son realizzabili senza cancellare, e non semplicemente aggiustare, i trattati che stanno a presidio dell'euro. E in ogni caso sarebbero impedite da qualsiasi governo tedesco.
Chi sostiene queste misure dovrebbe aggiungere: o si fa questo, o salta la baracca perché così non si può andare avanti. Invece questo non viene detto e così il sistema di potere economico finanziario che guida l'Europa capisce che non si fa sul serio. Il fondatore della Linke tedesca Oskar Lafontaine aveva proposto un piano europeo di smontaggio dell'euro, ma il suo stesso partito non ha avuto il coraggio di sostenerlo. E tutta la sinistra europea oggi esprime la stessa paura.
È chiaro che dire no all'euro non basta se non si rimuove la politica economica liberista che ha portato alla sua costruzione, ma la fine della moneta unica è una condizione necessaria per poter ricostruire una politica economica e sociale fondata su eguaglianza e democrazia. È una condizione necessaria, ma non sufficiente e proprio questa insufficienza avrebbe dovuto essere il campo d'azione di una vera sinistra.
Come ho cercato di spiegare l'euro non è tutto, ma è il simbolo monetario delle politiche liberiste e di austerità. La sinistra non doveva subire il ricatto psicologico di chi accusa di nazionalismo la rivendicazione della sovranità monetaria, mentre in realtà difende l'internazionalismo di banche e finanza. La sinistra non avrebbe dovuto avere il tabù dell'euro, ma anzi avrebbe dovuto fare della contestazione della moneta unica la leva per spingere in campo una critica popolare e di massa al liberismo. La sinistra doveva dire no all'euro dal suo punto di vista e così questo punto di vista sarebbe tornato in campo nella crisi europea.
Invece il campo è stato abbandonato e così il no all'euro è diventato vessillo delle destre autoritarie, xenofobe e neofasciste. Che ovviamente lo usano a loro modo e per i loro fini. Il risultato è che la politica europea è bloccata tra la continuazione delle politiche di austerità sotto le larghe intese PPE PSE e la contestazione degli euroscettici reazionari. E il sostegno UE al governo ucraino infarcito di neonazisti, mostra che ci sono momenti e situazioni in cui questi due schieramenti possono trovare sintesi.
Un'alternativa di sinistra a tutto questo si ricostruirà solo quando le sue forze sapranno proporre senza tabù la messa in discussione dei poteri e delle politiche dell'Europa reale, senza trastullarsi con una Europa ideale tanto ipocrita quanto inesistente.
In Italia questo significa una sinistra che rompa davvero con il PD e apra il confronto e il dialogo con il Movimento 5 Stelle, che avrà tanti limiti e contraddizioni, ma che finora ha anche il merito democratico di aver impedito un lepenismo di massa nel nostro paese. La prima cosa da proporre subito dopo le elezioni europee è un referendum costituzionale sui trattati e sull'euro, così come si fece già nel 1989. Lo chieda anche la sinistra che non vuol morire renziana.
Aveva ragione Berlinguer a dire no allo SME e ha torto oggi la sinistra a non mettere in discussione quell'euro che è stato messo lì per distruggerla.
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