La domenica appena passata, al ballottaggio delle primarie di Syriza, Stefanos Kasselakis è stato eletto alla guida del partito. Questo cambio ai vertici segna anche la fine definitiva della parabola di Syriza, da forza di rottura e di riscatto per ampie fasce popolari a formazione del centrosinistra compatibilista con le logiche dei centri europei ed atlantici.
Favorito già al primo turno, il nuovo presidente di Syriza ha sconfitto con quasi il 57% delle preferenze Effie Achtsioglou, ex ministra del lavoro di Tsipras. Era insomma una sfida anche tra il vecchio corso che ha guidato il paese nel periodo di più acceso scontro con Bruxelles e un nuovo indirizzo tutto centrato sulle parole d’ordine di una “modernizzazione” manageriale.
Kasselakis incarna infatti tutto ciò per cui Syriza un tempo si proponeva come alternativa. 35 anni, residente a Miami, nessuna esperienza politica e ben lontano dall’elezione nelle circoscrizioni estere alla tornata di giugno, nella sua vita è stato armatore e operatore per Goldman Sachs: insomma, un esponente di una ristretta élite finanziaria.
La sua strategia politica si è fondata sull’uso dei social, e anche sull’evidente malcontento della base di Syriza, dopo anni di governo e poi di opposizione inconcludenti. E la beffa finale è che a capo del partito è infine andato un personaggio legato a quella Goldman Sachs che truccò i conti ellenici per permettere ad Atene di entrare nell’euro.
Un cappio al collo che la classe dirigente del paese si è messa da sola, e contro cui Syriza non ha saputo operare la rottura necessaria nonostante il sostegno popolare, credendo di poter «governare» l’austerità. Invece, negli stessi giorni di questo avvicendamento ai vertici del partito, il parlamento greco ha approvato una delle riforme del lavoro più reazionarie mai pensate.
Settimana lavorativa di sei giorni, fino a 13 ore di lavoro giornaliere, licenziamenti più facili e limitazioni al diritto di sciopero. Certo, è una legge varata dalla destra di Nea Dimokratia, ma probabilmente non è molto distante, almeno sul piano ideale, dall’efficientamento dello stato che invoca Kasselakis.
Non è un caso che qualcuno lo abbia già accostato a Tony Blair ed Elly Schlein. Con loro condivide anche l’ostentazione di un’attenzione – solo superficiale ovviamente – ai diritti civili (il greco non ha mai nascosto la sua omosessualità), che cela una visione del mondo neoliberale che inficia nella sostanza qualsiasi giusta battaglia di cui si fa paladino.
Syriza è stato l’esempio lampante di come i vincoli euroatlantici, sia sulla politica economica sia su quella estera, cancellino ogni possibilità di avere un’alternativa. Chi a lungo pensa di poter cavalcare il malcontento senza affrontare le contraddizioni di fondo di questo modello, è destinato a essere consumato dal modello stesso.
Solo rifiutando la cornice di queste costrizioni e impostando altri indirizzi strategici si può immaginare un’ipotesi politica all’altezza della crisi odierna.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Syriza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Syriza. Mostra tutti i post
26/09/2023
27/06/2023
Grecia - I conservatori prendono gli stessi voti di maggio, la nuova legge elettorale gli consegna la maggioranza
Nuova Democrazia (ND), il partito conservatore greco al potere dal 2019, ha ottenuto il 40,55% dei voti, oltre il doppio del suo principale oppositore, il partito di sinistra dell’ex premier Alexis Tsipras, Syriza, che aveva già subito una pesante sconfitta in occasione del voto precedente il mese scorso, quando però la vittoria di ND non era bastata a garantire la maggioranza.
Alle elezioni del 21 maggio scorso Nuova Democrazia aveva ottenuto il 40,79%, che non bastava però per avere la maggioranza assoluta. Per questo aveva chiesto nuove elezioni e adesso, con la nuova legge elettorale, può contare sul premio di maggioranza che, praticamente con il medesimo risultato, gli consente di avere la maggioranza in Parlamento.
Con questo risultato, alla destra dovrebbero andare 158 dei 300 seggi del parlamento che in Grecia ha una sola Camera. Domani, Mitsotakis andrà alle 11 al palazzo presidenziale di Atene dove la presidente Katerina Sakellaropoulou gli conferirà l’incarico.
Questa volta Syriza si è fermata al 17,84%, un mese fa aveva ottenuto il 20,7%, perdendo così il 3% dei voti. Syriza, che si conferma il principale partito di opposizione, è stata dunque punita dai greci che non le perdonano il tradimento del referendum del 2015 dove prevalse l’Oxi – il No all’accordo-capestro con la Troika europea – e che vide invece il governo Tsipras firmare lo stesso il memorandum con gli apparati della Ue.
Il terzo partito sono i socialisti del Pasok. Subito dopo ci sono i comunisti del Partito Comunista di Grecia (KKE) in crescita con il 7,6% e che avranno 26 deputati. Già nelle elezioni di maggio il KKE aveva ottenuto un aumento significativo nei centri urbani, nei quartieri popolari di Atene, del Pireo e di altre grandi città, avvicinandosi o addirittura superando il 10%. A livello nazionale, il KKE ha aumentato i suoi voti del 42% in 12 delle 13 regioni della Grecia rispetto alle precedenti elezioni del 2019. Il KKE ha ricevuto anche più del 10% tra gli elettori all’estero.
Infine ci sono altre 4 formazioni. Fra queste, colpisce il risultato dell’estrema destra degli Spartani che ha ottenuto il 4,6% superando la soglia di sbarramento del 3% e accedendo a sorpresa al Parlamento. Si tratta di un partito sostenuto da un ex esponente della formazione neonazista Alba Dorata, Ilias Kassidiaris, che sta scontando in carcere una pena di 13 anni e mezzo. Eletti per la prima volta nel 2012, in piena crisi economica greca, gli esponenti di quel partito sono stati condannati a pesanti pene detentive per violenze e omicidi con cui hanno colpito migranti e avversari politici.
Fonte
Alle elezioni del 21 maggio scorso Nuova Democrazia aveva ottenuto il 40,79%, che non bastava però per avere la maggioranza assoluta. Per questo aveva chiesto nuove elezioni e adesso, con la nuova legge elettorale, può contare sul premio di maggioranza che, praticamente con il medesimo risultato, gli consente di avere la maggioranza in Parlamento.
Con questo risultato, alla destra dovrebbero andare 158 dei 300 seggi del parlamento che in Grecia ha una sola Camera. Domani, Mitsotakis andrà alle 11 al palazzo presidenziale di Atene dove la presidente Katerina Sakellaropoulou gli conferirà l’incarico.
Questa volta Syriza si è fermata al 17,84%, un mese fa aveva ottenuto il 20,7%, perdendo così il 3% dei voti. Syriza, che si conferma il principale partito di opposizione, è stata dunque punita dai greci che non le perdonano il tradimento del referendum del 2015 dove prevalse l’Oxi – il No all’accordo-capestro con la Troika europea – e che vide invece il governo Tsipras firmare lo stesso il memorandum con gli apparati della Ue.
Il terzo partito sono i socialisti del Pasok. Subito dopo ci sono i comunisti del Partito Comunista di Grecia (KKE) in crescita con il 7,6% e che avranno 26 deputati. Già nelle elezioni di maggio il KKE aveva ottenuto un aumento significativo nei centri urbani, nei quartieri popolari di Atene, del Pireo e di altre grandi città, avvicinandosi o addirittura superando il 10%. A livello nazionale, il KKE ha aumentato i suoi voti del 42% in 12 delle 13 regioni della Grecia rispetto alle precedenti elezioni del 2019. Il KKE ha ricevuto anche più del 10% tra gli elettori all’estero.
Infine ci sono altre 4 formazioni. Fra queste, colpisce il risultato dell’estrema destra degli Spartani che ha ottenuto il 4,6% superando la soglia di sbarramento del 3% e accedendo a sorpresa al Parlamento. Si tratta di un partito sostenuto da un ex esponente della formazione neonazista Alba Dorata, Ilias Kassidiaris, che sta scontando in carcere una pena di 13 anni e mezzo. Eletti per la prima volta nel 2012, in piena crisi economica greca, gli esponenti di quel partito sono stati condannati a pesanti pene detentive per violenze e omicidi con cui hanno colpito migranti e avversari politici.
Fonte
22/05/2023
Grecia - Rivincono i conservatori, Tsipras perde un terzo dei voti, il Kke al 7%
È stata una vittoria pesante quella del partito conservatore Nuova Democrazia di Kyriakos Mitsotakis nelle elezioni parlamentari che si sono svolte in Grecia.
Nuova Democrazia (ND) ha ottenuto il 40,8% dei voti, in netto vantaggio sulla sinistra di Syriza di Alexis Tsipras, che ha ottenuto solo il 20% dei voti, davanti al partito socialista Pasok-Kinal che ha incassato l’11,6% e al Kke (partito comunista di Grecia) che ha ottenuto il 7,2%. Restano fuori dal Parlamento il movimento MeRA25 creato dall’ex ministro dell’economia del governo Tsipras Varoufakis e il movimento Plefsi Eleftherias dell’ex presidente del Parlamento Konstantopoulou.
Tuttavia, il leader conservatore Mitsotakis non ha raggiunto il suo obiettivo di una maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo Parlamento e dovrà ricorrere ad una coalizione oppure tornare alle urne per garantirsi un governo stabile.
Mitsotakis, è al governo dal 2019, ed ha già fatto capire che vuole andare a nuove elezioni, che potrebbero tenersi alla fine di giugno o all’inizio di luglio, per cercare di ottenere la maggioranza assoluta.
Sulla base dei risultati elettorali né i conservatori di Nuova Democrazia né una eventuale coalizione dei partiti di opposizione sono in grado di raggiungere la percentuale del 45% necessaria per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Se Mitsotakis rinunciasse ad allearsi con un’altra formazione per formare una coalizione di governo, il Paese andrebbe verso nuove elezioni. Le elezioni odierne si sono svolte con un nuovo sistema elettorale proporzionale, che elimina l’assegnazione dei 50 seggi al partito più votato, ma se si tornasse a votare verrebbe reintrodotto il premio di maggioranza e con questo per ND sarebbe sufficiente il 37% dei voti per governare con la maggioranza assoluta.
È bene ricordare che l’attuale premier greco Mitsotakis, è un laureato ad Harvard, alto dirigente della Chase Bank inglese ed ex consulente di McKinsey. Dunque la massima espressione della tecnocrazia conservatrice e liberista. Secondo fonti interne a Nuova Democrazia Mitsotakis intende rinunciare a un mandato esplorativo per ripresentarsi al voto il 25 giugno, con un sistema elettorale che gli può garantire una più sicura maggioranza. Le nuove elezioni, infatti, come accennato si terrebbero con un diverso sistema elettorale, approvato proprio durante il governo conservatore, che assegna direttamente un bonus di seggi, fino a un massimo di 50, al partito vincitore.
Il risultato elettorale è stato invece un duro colpo per la credibilità di Alexis Tsipras, al quale il popolo greco ancora non perdona ancora il “tradimento” del referendum contro i diktat europei, vinto ma disatteso quando era al governo tra il 2015 e il 2019.
Pagine Esteri sottolinea che Syriza negli ultimi quattro anni, pur stando all’opposizione, “ha accentuato il suo profilo socialdemocratico e governista. Se da una parte migliaia di dirigenti e militanti radicali hanno abbandonato la coalizione – per fondare gruppi dissidenti alla sua sinistra o più spesso per tornare alle lotte tematiche o territoriali quando non a casa – dall’altra il suo organigramma è stato rimpolpato da migliaia di quadri provenienti dal Partito Socialista e da altre organizzazioni moderate”.
Tsipras e Syriza hanno lasciato sul terreno un terzo dei voti ottenuti nel 2019, e in alcune aree è arrivato alle spalle del partito socialista Pasok-Kinal, guidato dal 44enne Nikos Androulakis. Un’altra vittima del voto è stata l’ex ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, il cui partito anti-austerità MeRA25 non è riuscito ad entrare in Parlamento. Alle scorse elezioni il movimento di Varoufakis aveva ottenuto il 3,44% e 9 deputati, ma questa volta ha raggiunto solo il 2,62%.
È andata un po’ meglio a “Plefsi Eleftherias”, il movimento di sinistra libertaria dell’ex presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou, che con il 2,89% ha mancato di poco il superamento della soglia di sbarramento necessaria per ottenere rappresentanti. Si conferma invece la tenuta dei comunisti del KKE che mantengono il loro 7,2%.
Il KKE ancora una volta ha marcato le distanze con il resto del quadro politico e soprattutto con Syriza. “Siamo mondi distanti” ha affermato il segretario del KKE Dimitris Koutsoumbas “Abbiamo combattuto battaglie nel movimento sindacale per abrogare le leggi antioperaie, per firmare contratti collettivi di lavoro con aumenti salariali, per impugnare i licenziamenti. Non abbiamo aspettato le elezioni, come qualcuno chiedeva, perché “non ci sono le condizioni per fare qualcosa”, come hanno detto. La nostra gente non poteva aspettare. Hanno lottato. Abbiamo lottato insieme. E abbiamo ottenuto diverse vittorie”.
Fonte
Nuova Democrazia (ND) ha ottenuto il 40,8% dei voti, in netto vantaggio sulla sinistra di Syriza di Alexis Tsipras, che ha ottenuto solo il 20% dei voti, davanti al partito socialista Pasok-Kinal che ha incassato l’11,6% e al Kke (partito comunista di Grecia) che ha ottenuto il 7,2%. Restano fuori dal Parlamento il movimento MeRA25 creato dall’ex ministro dell’economia del governo Tsipras Varoufakis e il movimento Plefsi Eleftherias dell’ex presidente del Parlamento Konstantopoulou.
Tuttavia, il leader conservatore Mitsotakis non ha raggiunto il suo obiettivo di una maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo Parlamento e dovrà ricorrere ad una coalizione oppure tornare alle urne per garantirsi un governo stabile.
Mitsotakis, è al governo dal 2019, ed ha già fatto capire che vuole andare a nuove elezioni, che potrebbero tenersi alla fine di giugno o all’inizio di luglio, per cercare di ottenere la maggioranza assoluta.
Sulla base dei risultati elettorali né i conservatori di Nuova Democrazia né una eventuale coalizione dei partiti di opposizione sono in grado di raggiungere la percentuale del 45% necessaria per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Se Mitsotakis rinunciasse ad allearsi con un’altra formazione per formare una coalizione di governo, il Paese andrebbe verso nuove elezioni. Le elezioni odierne si sono svolte con un nuovo sistema elettorale proporzionale, che elimina l’assegnazione dei 50 seggi al partito più votato, ma se si tornasse a votare verrebbe reintrodotto il premio di maggioranza e con questo per ND sarebbe sufficiente il 37% dei voti per governare con la maggioranza assoluta.
È bene ricordare che l’attuale premier greco Mitsotakis, è un laureato ad Harvard, alto dirigente della Chase Bank inglese ed ex consulente di McKinsey. Dunque la massima espressione della tecnocrazia conservatrice e liberista. Secondo fonti interne a Nuova Democrazia Mitsotakis intende rinunciare a un mandato esplorativo per ripresentarsi al voto il 25 giugno, con un sistema elettorale che gli può garantire una più sicura maggioranza. Le nuove elezioni, infatti, come accennato si terrebbero con un diverso sistema elettorale, approvato proprio durante il governo conservatore, che assegna direttamente un bonus di seggi, fino a un massimo di 50, al partito vincitore.
Il risultato elettorale è stato invece un duro colpo per la credibilità di Alexis Tsipras, al quale il popolo greco ancora non perdona ancora il “tradimento” del referendum contro i diktat europei, vinto ma disatteso quando era al governo tra il 2015 e il 2019.
Pagine Esteri sottolinea che Syriza negli ultimi quattro anni, pur stando all’opposizione, “ha accentuato il suo profilo socialdemocratico e governista. Se da una parte migliaia di dirigenti e militanti radicali hanno abbandonato la coalizione – per fondare gruppi dissidenti alla sua sinistra o più spesso per tornare alle lotte tematiche o territoriali quando non a casa – dall’altra il suo organigramma è stato rimpolpato da migliaia di quadri provenienti dal Partito Socialista e da altre organizzazioni moderate”.
Tsipras e Syriza hanno lasciato sul terreno un terzo dei voti ottenuti nel 2019, e in alcune aree è arrivato alle spalle del partito socialista Pasok-Kinal, guidato dal 44enne Nikos Androulakis. Un’altra vittima del voto è stata l’ex ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, il cui partito anti-austerità MeRA25 non è riuscito ad entrare in Parlamento. Alle scorse elezioni il movimento di Varoufakis aveva ottenuto il 3,44% e 9 deputati, ma questa volta ha raggiunto solo il 2,62%.
È andata un po’ meglio a “Plefsi Eleftherias”, il movimento di sinistra libertaria dell’ex presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou, che con il 2,89% ha mancato di poco il superamento della soglia di sbarramento necessaria per ottenere rappresentanti. Si conferma invece la tenuta dei comunisti del KKE che mantengono il loro 7,2%.
Il KKE ancora una volta ha marcato le distanze con il resto del quadro politico e soprattutto con Syriza. “Siamo mondi distanti” ha affermato il segretario del KKE Dimitris Koutsoumbas “Abbiamo combattuto battaglie nel movimento sindacale per abrogare le leggi antioperaie, per firmare contratti collettivi di lavoro con aumenti salariali, per impugnare i licenziamenti. Non abbiamo aspettato le elezioni, come qualcuno chiedeva, perché “non ci sono le condizioni per fare qualcosa”, come hanno detto. La nostra gente non poteva aspettare. Hanno lottato. Abbiamo lottato insieme. E abbiamo ottenuto diverse vittorie”.
Fonte
18/04/2023
“Le contraddizioni della periferia del capitalismo oggi arrivano nel suo centro”
Una importante intervista con Alvaro Garcia Linera, ex vicepresidente della Bolivia e studioso marxista, che spazia dalle amare lezioni nella sinistra europea, alle responsabilità di governo di uno Stato, alla rottura rivoluzionaria che dalla periferia del sistema capitalista oggi torna a porsi come questione anche nel “centro” del sistema.
In Argentina è di prossima pubblicazione – sia nella versione cartacea che digitale – il libro Álvaro García Linera: “Para lxs que vendrán: crítica y revolución en el siglo XXI” (“Per quelli che verranno: critica e rivoluzione nel XXI secolo”). È una raccolta di conferenze, articoli e interviste scelte nel periodo che va dal 2010 al 2021, a cura di Ramiro Parodi e Andrés Tzeiman e pubblicato dal Centro Cultural de la Cooperación e dall’Universidad Nacional de General Sarmiento. Il volume raccoglie una selezione di 33 conferenze, articoli e interviste di Álvaro García Linera.
Jacobin América Latina presenta in anteprima l’intervista che i curatori hanno realizzato con l’ex vicepresidente della Bolivia e che farà parte del libro. Il seguente estratto fa il punto sulle esperienze della sinistra europea nell’ultimo decennio.
Nel libro sono incluse anche due conversazioni con due delle principali figure della sinistra spagnola come Pablo Iglesias e Íñigo Errejón.
Quali insegnamenti ha tratto dal dialogo con Podemos e con la sinistra spagnola, e quali punti di forza e quali limiti ha riscontrato nel tentativo operato da Podemos di appropriarsi delle esperienze latinoamericane?
È stata una sorpresa molto piacevole scoprire che in Spagna c’erano collettivi politici interessati alle esperienze latinoamericane in generale e a quella boliviana in particolare. E, soprattutto, senza sguardi paternalistici.
A differenza di quanto è accaduto in altre occasioni con la sinistra europea, anche quella marxista, che si è avvicinata alle lotte sociali latinoamericane con un’aria di simpatico paternalismo, i nuovi collettivi che si sono interessati alle rivolte sociali e ai governi progressisti sono venuti alla ricerca di chiavi per comprendere e influenzare meglio la propria realtà.
In altre parole, non venivano per insegnare, ma per imparare. Ho visto nel collettivo che avrebbe poi formato Podemos il desiderio di trovare chiavi di lettura che permettessero loro di comprendere la propria realtà, sapendo che si tratta di realtà molto diverse, ma che nella qualità universalistica della costruzione del movimento popolare in America Latina, c’erano chiavi di lettura per decifrare il potenziale delle lotte universalistiche, sociali, comunitarie, nel caso dell’Europa.
Essi portarono con sé un desiderio di cambiamento nel loro Paese, così come altri collettivi arrivati dalla Francia, dall’Italia e dalla Grecia.
Quando ci furono le mobilitazioni spagnole degli indignados del 15-M, rimasi sorpreso perché ero stato a Madrid poco prima per tenere una conferenza e, sebbene avessi notato un risveglio tra i giovani, nelle conversazioni con diversi gruppi politici non avevo ancora percepito lo spostamento degli strati tettonici che sarebbero esplosi nei mesi successivi, mettendo in crisi il bipartitismo moderato spagnolo e persino le modalità di rappresentanza politica di una nuova generazione.
Qualche tempo dopo, sotto la spinta della grande mobilitazione sociale, Podemos cominciò a prendere forma, il che mi portò a essere più attento ai legami con i compagni di lì, non per istruire o guidare qualcosa, ma per capire cosa stavano facendo, per cercare di scrutare quali fossero le tendenze e le possibilità future di ciò che stava nascendo.
Tutto è accaduto molto rapidamente, portando Podemos a cercare di superare il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) nella rappresentanza parlamentare alle elezioni, il famoso sorpasso. Era una piccola organizzazione che era esplosa. Un big bang politico che si espandeva in modo sorprendente, modificando e mettendo a rischio il vecchio sistema politico bipartitico del Partito Popolare e del PSOE.
Ricevevo continuamente informazioni, facevo domande e mi consultavo. Non mi sentivo in grado di dare suggerimenti, ma volevo capire.
Quando nel 2016 il sorpasso, anche se per poco, non è stato raggiunto, Podemos è andato avanti a tentoni. Hanno fatto ogni sforzo per vincere elettoralmente e portare le agitazioni sociali verso una nuova rappresentanza politica statale, e non essendoci riusciti, sono emerse diverse possibilità per elaborare questo risultato.
Una di queste era il “declino”, il ritiro fratturato dell’organizzazione, come alla fine è avvenuto. Ma c’erano anche altre opzioni, come continuare a promuovere la mobilitazione unitaria della società, mantenere l'agitazione intorno ai nuovi temi universali che erano emersi nel mezzo dell’indignazione collettiva contro i poteri economici e politici dominanti, mantenere coesa l’azione del nucleo centrale della leadership, ecc.
Il rischio di un collasso morale derivante da un modo impulsivo di elaborare la storia era stato una tentazione anche per noi nel 2002, contrastata con successo da una strategia di assedio intensivo e a lungo termine dell’ordine statale dominante. Lo sapevamo e potevamo prevedere certe conseguenze.
Ho cercato di riflettere su come trasformare il 20% – che in seguito si sarebbe rivelato una sorta di numero magico per la nuova sinistra (in Perù, con il Frente Amplio di Verónika Mendoza nel 2016, e in Cile nel 2017, con Beatriz Sánchez, del Frente Amplio) – in una solida base per nuove lotte politiche.
La chiave era capire bene il momento storico della società spagnola, determinare se si trattava di un’eccezionalità, cioè di una crisi di Stato di breve o lunga durata, e, a seconda di questo, prendere decisioni per trasformare il piccolo o medio inverno che stava arrivando in un momento di rafforzamento delle strutture di legame con la società, che era stata scossa dagli ultimi eventi politici, e per sostenere una vittoria a medio termine.
Ricordo ancora il criterio che avevo in mente: trasformare questa vittoria (che allo stesso tempo era anche una “sconfitta” per le enormi aspettative che erano state riposte nel battere il PSOE) in un processo di accumulazione per le vittorie future. Ma ciò che accadde fu totalmente diverso.
Cominciarono a emergere le lotte interne, le diverse tendenze, le lotte per centralizzare, per unire un apparato più partitico (già molto centralizzato), per consolidare alcune leadership a scapito di altre. In altre parole, una disputa più conventuale, chiusa e centrata su se stessa, abbandonando la politica e il legame con la società (le sue aspettative e il suo empowerment).
Ho visto questo come un grande errore, che si ripeterà più tardi in America Latina quando non saprà gestire il 20% raggiunto. Il 20% è una soglia politica che, a seconda di come la si intende e la si proietta nell’azione, può portare al governo, ad una maggiore trasformazione sociale o a scomparire.
La sindrome del 20% o punto di svolta non è stata gestita nel caso spagnolo. Non ci sono ricette per gestirla, se non quella di affermare sempre: “Non ridurre la politica alla lotta interna degli apparati politici; non concentrare l’azione politica sulla competizione dei leader; riorganizzare la lotta politica in base alle lamentele e ai debiti rivendicati dalla maggioranza della società; fondere la costruzione della leadership con la capacità di accompagnare e rivendicare queste richieste collettive; vincere nella battaglia quotidiana il modo di designare l’ordine delle cose e i possibili orizzonti di azione, e così via”.
Purtroppo, le nostre peggiori paure si sono realizzate. Abbiamo dovuto osservare da lontano come, a poco a poco, il grande progetto di Podemos si sia sgretolato, frammentato e indebolito.
Le volte che sono potuto andare in Spagna, ho cercato di non schierarmi con nessuna delle due correnti. Né per la corrente di Pablo né per quella di Íñigo. In realtà, li ho incontrati entrambi. Anzi, li ho incontrati entrambi e, più che per raccomandare qualcosa, i miei incontri erano per sentire cosa pensavano e semplicemente per chiedere loro di non spendere tante energie nella battaglia interna, perché c’era troppo da fare nelle vere battaglie della società per sprecare tante energie in crociate per la leadership.
Ma le mie riflessioni erano molto rispettose, piccole, al punto, per non urtare sensibilità. Era la loro esperienza e io ero semplicemente un collega entusiasta di ciò che stava accadendo lì.
Certamente l’esperienza di Podemos mi ha aiutato a capire alcune delle cose che erano successe in Bolivia e che ci avevano permesso di evitare la debacle. Mi ha anche permesso di capire l’importanza di alcuni comportamenti individuali per consolidare la leadership politica in momenti di grande tensione. I comportamenti individuali possono anche portare a diversi percorsi di lotta politica collettiva. Non è che il comportamento individuale sia una questione meramente soggettiva o poco importante.
Nei momenti di maggiore intensità della vita politica, un atteggiamento personale può contribuire a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Una delicata rete di convergenze emotive, personali e ideologiche dà origine a questa o quella azione collettiva.
Uno spettro che attraversa diverse conferenze del 2015, 2016 e 2017 è quello di ciò che è accaduto in Grecia con l’esperienza di Syriza. In quegli anni lei ha espresso diverse valutazioni parziali sull’argomento, forse senza la necessaria distanza di tempo per una riflessione più sostanziale. Quali insegnamenti pensa ci lasci questa esperienza a distanza di qualche anno?
L’esperienza di Syriza è stata un altro momento inizialmente molto piacevole. Infatti, ho avuto modo di incontrare l’ex presidente Alexis Tsipras in diverse riunioni della sinistra europea e lo stesso collega ha richiesto degli incontri, e sono stato felice di cambiare i miei impegni per incontrarlo. Egli rappresentava, insieme a Podemos, i tentativi europei di costruire da sinistra un’alternativa per superare la socialdemocrazia liberale che aveva annientato la vitalità sociale e culturale del continente.
Erano fondamentalmente dei briefing. Alexis ci raccontava cosa stava accadendo lì e io gli dicevo cosa avevamo fatto qui. Il suo interesse principale all’epoca era rivolto alle azioni economiche che avevamo messo in atto per avere un sostegno economico sovrano alle politiche sociali redistributive. Lo informavo della nazionalizzazione degli idrocarburi, dell’elettricità, dell’aumento delle tasse sulle attività minerarie, eccetera.
Poi, dopo un paio d’anni di tutto questo, Tsipras è diventato presidente del suo Paese, cosa che ci ha reso molto felici. E naturalmente i tempi della politica hanno cominciato a comprimersi e a intensificarsi. Nel giugno 2015, appena tre settimane prima del referendum greco che ha respinto le brutali condizioni di “salvataggio economico” imposte dall’Unione Europea, è stato organizzato in Grecia un incontro globale di sostegno e solidarietà con il loro processo politico, e noi eravamo entusiasti.
È stato il mio turno di presentare ciò che era accaduto in Bolivia in altri incontri pubblici. Avevo già in mente la preoccupazione del Presidente Tsipras per le misure economiche. Poi c’è stata l’organizzazione di un incontro più chiuso in cui erano presenti molti intellettuali. A guidarlo e a dirigerlo è stato Tariq Ali. Si trattava di incontri non più pubblici su ciò che il governo greco avrebbe potuto fare per affrontare l’insieme di catene con cui veniva soffocato dalla Commissione economica europea, da Angela Merkel, dalla “troika” (come la chiamavano loro).
È stato interessante. Ho trascorso un’intera giornata a quella riunione e poi sono dovuto tornare indietro. C’erano molte riflessioni teoriche, non meno importanti, ma non molto pratiche. C’erano molte personalità che affrontavano il tema della gestione dello Stato, ma da un punto di vista piuttosto libresco. Li ho ascoltati per diverse ore ed era chiaro che molti di loro non capivano cosa fosse lo Stato. Non capivano come funziona lo Stato, sia nelle sue dinamiche interne sia nella sua sintesi conflittuale di ciò che è la società.
Quando è stato il mio turno di intervenire, ho cercato di concentrarmi (senza dire cosa dovevano fare) sul sottolineare che affrontiamo problemi che non sono gli stessi, ma vicini a noi, e prendiamo queste decisioni. Una delle cose principali che dicevo è che gli imprenditori, sia grandi che stranieri, operano secondo la logica specifica della loro attività, e uno Stato di un governo rivoluzionario progressista non può affrontare i negoziati in modo ingenuo sul potere che hanno, o accettando la loro logica commerciale.
Il meccanismo delle relazioni con loro doveva avere una dimensione di mutuo vantaggio (per lo Stato e per loro) ma assolutamente gerarchica, perché essi erano guidati dal beneficio privato di pochi, e lo Stato dal beneficio della società nel suo complesso, soprattutto della maggioranza lavoratrice. E per questo è stato necessario definire il quadro negoziale gerarchico.
Il governo statale, prima di andare all’incontro, avrebbe dovuto rendere noto il suo potere di pressione, la sua conoscenza e la sua legalità, cioè la forza dei suoi monopoli, in modo che, al momento della negoziazione, i datori di lavoro sapessero già quanto rischiavano di perdere, in termini di entrate economiche, cause legali, prestigio del marchio, ecc. Non farlo significava semplicemente capitolare.
Ho fatto l’esempio di quando eravamo al governo e dovevamo negoziare con Repsol, Total, BP e Petrobras. In altre parole, con gli squali del settore petrolifero. Abbiamo fatto lo stesso con la compagnia telefonica italiana, con le compagnie elettriche americane, con le compagnie idriche francesi e così via.
In tutti i casi, prima di sederci a parlare, abbiamo mandato i nostri eserciti di revisori a controllare i loro conti, a verificare i loro pagamenti fiscali, i loro debiti e le loro cause legali. E una volta scoperti tutti gli errori, le frodi e le evasioni per centinaia di milioni di dollari e le cause internazionali che potevano portarli in prigione, una volta verificata questa serie di irregolarità, ci saremmo seduti con loro.
In effetti, ci saremmo seduti e avremmo fatto sapere loro che eravamo a conoscenza delle loro malefatte. Non solo ne eravamo a conoscenza, ma li avremmo portati in tribunale. Solo allora, sulla base di un atto di forza, ci siamo seduti a negoziare con loro.
In Grecia avevate dalla vostra parte l’intera struttura statale in funzione, dispiegata come potere dello Stato – cioè come capacità di potere legale, fiscale, comunicativo dello Stato, concentrato su tutti i misfatti che i grandi imprenditori sono sicuri di commettere – per spingerli ad accettare un accordo di vantaggio “reciproco” (piccolo per loro, ma pur sempre un vantaggio) con un uragano di processi sopra le loro teste, mettendo a rischio i loro soldi, i loro profitti, la loro stabilità, il loro prestigio e persino le loro proprietà. Questo è il modo di negoziare con gli uomini d’affari.
Se potevamo dire loro qualcosa, era che avevamo imparato nel tempo a gestire lo Stato. Il potere dello Stato è una relazione fluida che, se non viene esercitata da uno dei blocchi sociali mobilitati, in questo caso dalle classi subalterne attraverso il loro governo e la loro voce nel referendum, sarà esercitata da altri, in questo caso dai banchieri tedeschi e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Abbiamo detto loro che andare all’incontro con la troika per vedere se gli avrebbero concesso un prestito o avrebbero liberato i bancomat non poteva essere fatto da una posizione di svantaggio e di petizione. La Troika non si muoveva politicamente sulla base di criteri morali, di sostegno alla popolazione o di commiserazione verso i greci. No, si muoveva sulla base della materialità e della concretezza dei suoi interessi. Se vai al confronto senza i mezzi per rischiare i mezzi che hanno loro, vai incontro a una battaglia persa.
Le informazioni che abbiamo raccolto sono che il popolo greco è stato imprigionato e tenuto in ostaggio dall’euro, gestito da Bruxelles, dai debiti gestiti dai banchieri tedeschi. La perdita dell’autonomia della Banca Centrale di disporre di risorse proprie, la dipendenza dai tedeschi per qualsiasi investimento, è stata una follia prodotta decenni fa in nome di un “europeismo” gestito dalla Bundesbank e dagli ordoliberali. Erano legati per il collo e se non avessero messo un altro cappio al collo degli imprenditori, non sarebbero stati in grado di tagliare il cappio al collo del popolo greco.
La mia esposizione è stata piuttosto dura e un po’ brutale. Mi sono fermato solo per due giorni e ho dovuto andare dritto al punto, cercando di trasmettere nel modo più cameratesco possibile ciò che era stato utile per noi. Ma credo che tutte queste riflessioni siano state vane. L’aria di impotenza, di non correre rischi, era negli occhi delle autorità greche.
Quando si leggono le riflessioni dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis su come si sono svolti i negoziati con la Troika, o quando si apprende da altre ricerche di quel momento decisivo per l’apertura di nuovi corsi d’azione nella politica e nell’economia europea, si vede che le decisioni erano già state prese anche prima del referendum.
Questo per quanto riguarda la mia vicinanza, il mio seguire e il mio sforzo di avere un legame con il processo politico greco di quel periodo. Dopo il mio ritorno, poche settimane dopo è arrivato tutto il disastro da cui, ancora oggi, la sinistra greca non si è ripresa.
Allora avevo legami con le ali più radicali del movimento, che allora erano all’interno del governo e ora si trovano in una posizione marginale, cercando di riprendersi dalla sconfitta subita e di lavorare dal basso. È già un nuovo processo di ricostruzione dal basso della lotta a lungo termine, che richiederà molto tempo.
Pensa che le esperienze della sinistra europea ci dicano qualcosa su un problema su cui lei ha riflettuto a lungo: ossia se la rivoluzione nasce al centro o alle estremità del blocco capitalista?
Credo che questa preoccupazione di cui parla sia stata riassunta in quella conferenza a Madrid con Pablo Iglesias che ha presentato il libro sulla Rivoluzione d’Ottobre. Nel senso che ogni rivoluzione sembra destinata a fallire... finché non trova sostegno, rinforzo, complementarità e articolazione con altre rivolte e rivoluzioni in altri Paesi del mondo.
Questo accadrà sempre, ma le rivoluzioni che scoppiano, anche a rischio di fallire nel loro esito finale, nonostante il loro isolamento, sono il modo in cui le persone conquistano i loro diritti a livello locale. Non c’è altro modo per conquistare i diritti a livello sociale: è sempre stato così.
Negli ultimi trecento anni, i lavoratori urbani, rurali, delle fabbriche o delle case sono stati in grado di estendere i diritti o il riconoscimento attraverso queste esperienze che hanno fallito nel loro obiettivo finale, ma che nei loro obiettivi più immediati hanno ottenuto vittorie importanti, ancorando i diritti, preparando le condizioni per una nuova rivolta.
Inoltre, è solo attraverso queste esplosioni locali che è possibile immaginare come, a un certo punto, un giorno, ci sarà una sincronizzazione di molte esplosioni che daranno un carattere più o meno universale a una rivolta che potrebbe trasformare i rapporti di vita ed economici della società.
Ci si chiede: “Quando potrà accadere?”. Tra uno, cento o trecento anni. Nessuno lo sa. Le rivoluzioni sono contingenze storiche. Nessuno può dire quando scoppieranno; ma si scommette che prima o poi, inevitabilmente, scoppieranno e si confida di arrivare a questa sincronia di rivolte tra quelle che Marx chiamava “estremità” e “centro” del capitalismo, che possono articolare un altro universale-planetario con la capacità di rovesciare l’ordine universale-planetario del capitalismo.
In ogni rivoluzione locale risiede la speranza di un’altra rivoluzione. Se non avviene in un momento, si spera che avvenga in quello successivo. Un giorno dovrà accadere.
L’aspetto importante di queste esperienze che si stanno svolgendo in Europa, è che l’Europa, così come gli Stati Uniti, si sta muovendo dopo un letargo sociale, politico e culturale durato decenni. Gran parte della stabilità del “centro” è sempre stata radicata nell’esazione e nel soffocamento delle estremità del corpo capitalista.
Il benessere del Nord, non esclusivamente, ma anche lo sfruttamento e l’espropriazione dei popoli del Sud, attraverso i prezzi delle materie prime, lo scambio ineguale, i flussi globali di manodopera, la proletarizzazione delle “estremità”, l’esternalizzazione dei costi ambientali, il debito estero, la fuga di capitali e così via.
Per molto tempo (in realtà, negli ultimi quarant’anni di dominio neoliberale) il “centro” capitalista, dopo le sconfitte del movimento operaio organizzato nei sindacati, non ha vissuto grandi sconvolgimenti. Ci sono stati importanti momenti di lotta, ma si trattava più che altro dell’articolazione degli attivisti e delle ONG, che chiamano “società civile”.
Ma di recente, nel XXI secolo e soprattutto nel secondo decennio, abbiamo assistito a sconvolgimenti sociali nel Nord, crisi che hanno colpito le classi subalterne. Vale a dire che attraversano l’intero corpo sociale (non solo il nucleo di attivisti), la gente umile, l’operaio, il vicino di casa, l’impiegato, il negoziante, il professionista medio.
L’emergere del populismo di destra, la fascistizzazione del liberalismo estremo, l’esacerbazione del razzismo e lo stesso sfacelo del “progressismo liberale” nei Paesi del “centro” capitalista parlano di uno spostamento degli strati tettonici della società. La crisi stessa del discorso sulla “fine della storia” che abbraccia la globalizzazione e il libero mercato mostra che le vecchie tolleranze morali si stanno incrinando.
L’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti parla di un profondo timore conservatore per il declino di un’epoca globale, derivante dalla perdita dell’orizzonte di prevedibilità delle società capitalistiche avanzate.
Il malessere sociale, l’incertezza strategica, l’apertura cognitiva, il torpore previsionale, le crisi economiche, tutti i mali che un tempo caratterizzavano le “estremità” del corpo capitalistico, si stanno gradualmente impossessando anche delle società del “centro”. Nell’angoscia provocata da questa qualità liminale del tempo storico, tutte le società sono costrette a sprofondare in un torpore senza destino.
La pandemia, lo stallo economico del 2020, gli effetti devastanti del cambiamento climatico non fanno che intensificare l’affievolimento dell’orizzonte previsionale della società globale. Ciò che prima si avvertiva alle “estremità” ora raggiunge il cuore del corpo capitalista e produce un senso di tempo fermo, di spassionatezza nei confronti dell’utopia del mercato totale.
A un certo punto, in questo lungo caos generalizzato, emergerà un orizzonte persuasivo ed emotivo che riorganizzerà previsioni e immaginario delle società. E si spera che, quando ciò accadrà, sarà quello immaginato e contestato dalle classi subalterne di tutto il mondo.
Fonte
In Argentina è di prossima pubblicazione – sia nella versione cartacea che digitale – il libro Álvaro García Linera: “Para lxs que vendrán: crítica y revolución en el siglo XXI” (“Per quelli che verranno: critica e rivoluzione nel XXI secolo”). È una raccolta di conferenze, articoli e interviste scelte nel periodo che va dal 2010 al 2021, a cura di Ramiro Parodi e Andrés Tzeiman e pubblicato dal Centro Cultural de la Cooperación e dall’Universidad Nacional de General Sarmiento. Il volume raccoglie una selezione di 33 conferenze, articoli e interviste di Álvaro García Linera.
Jacobin América Latina presenta in anteprima l’intervista che i curatori hanno realizzato con l’ex vicepresidente della Bolivia e che farà parte del libro. Il seguente estratto fa il punto sulle esperienze della sinistra europea nell’ultimo decennio.
Nel libro sono incluse anche due conversazioni con due delle principali figure della sinistra spagnola come Pablo Iglesias e Íñigo Errejón.
Quali insegnamenti ha tratto dal dialogo con Podemos e con la sinistra spagnola, e quali punti di forza e quali limiti ha riscontrato nel tentativo operato da Podemos di appropriarsi delle esperienze latinoamericane?
È stata una sorpresa molto piacevole scoprire che in Spagna c’erano collettivi politici interessati alle esperienze latinoamericane in generale e a quella boliviana in particolare. E, soprattutto, senza sguardi paternalistici.
A differenza di quanto è accaduto in altre occasioni con la sinistra europea, anche quella marxista, che si è avvicinata alle lotte sociali latinoamericane con un’aria di simpatico paternalismo, i nuovi collettivi che si sono interessati alle rivolte sociali e ai governi progressisti sono venuti alla ricerca di chiavi per comprendere e influenzare meglio la propria realtà.
In altre parole, non venivano per insegnare, ma per imparare. Ho visto nel collettivo che avrebbe poi formato Podemos il desiderio di trovare chiavi di lettura che permettessero loro di comprendere la propria realtà, sapendo che si tratta di realtà molto diverse, ma che nella qualità universalistica della costruzione del movimento popolare in America Latina, c’erano chiavi di lettura per decifrare il potenziale delle lotte universalistiche, sociali, comunitarie, nel caso dell’Europa.
Essi portarono con sé un desiderio di cambiamento nel loro Paese, così come altri collettivi arrivati dalla Francia, dall’Italia e dalla Grecia.
Quando ci furono le mobilitazioni spagnole degli indignados del 15-M, rimasi sorpreso perché ero stato a Madrid poco prima per tenere una conferenza e, sebbene avessi notato un risveglio tra i giovani, nelle conversazioni con diversi gruppi politici non avevo ancora percepito lo spostamento degli strati tettonici che sarebbero esplosi nei mesi successivi, mettendo in crisi il bipartitismo moderato spagnolo e persino le modalità di rappresentanza politica di una nuova generazione.
Qualche tempo dopo, sotto la spinta della grande mobilitazione sociale, Podemos cominciò a prendere forma, il che mi portò a essere più attento ai legami con i compagni di lì, non per istruire o guidare qualcosa, ma per capire cosa stavano facendo, per cercare di scrutare quali fossero le tendenze e le possibilità future di ciò che stava nascendo.
Tutto è accaduto molto rapidamente, portando Podemos a cercare di superare il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) nella rappresentanza parlamentare alle elezioni, il famoso sorpasso. Era una piccola organizzazione che era esplosa. Un big bang politico che si espandeva in modo sorprendente, modificando e mettendo a rischio il vecchio sistema politico bipartitico del Partito Popolare e del PSOE.
Ricevevo continuamente informazioni, facevo domande e mi consultavo. Non mi sentivo in grado di dare suggerimenti, ma volevo capire.
Quando nel 2016 il sorpasso, anche se per poco, non è stato raggiunto, Podemos è andato avanti a tentoni. Hanno fatto ogni sforzo per vincere elettoralmente e portare le agitazioni sociali verso una nuova rappresentanza politica statale, e non essendoci riusciti, sono emerse diverse possibilità per elaborare questo risultato.
Una di queste era il “declino”, il ritiro fratturato dell’organizzazione, come alla fine è avvenuto. Ma c’erano anche altre opzioni, come continuare a promuovere la mobilitazione unitaria della società, mantenere l'agitazione intorno ai nuovi temi universali che erano emersi nel mezzo dell’indignazione collettiva contro i poteri economici e politici dominanti, mantenere coesa l’azione del nucleo centrale della leadership, ecc.
Il rischio di un collasso morale derivante da un modo impulsivo di elaborare la storia era stato una tentazione anche per noi nel 2002, contrastata con successo da una strategia di assedio intensivo e a lungo termine dell’ordine statale dominante. Lo sapevamo e potevamo prevedere certe conseguenze.
Ho cercato di riflettere su come trasformare il 20% – che in seguito si sarebbe rivelato una sorta di numero magico per la nuova sinistra (in Perù, con il Frente Amplio di Verónika Mendoza nel 2016, e in Cile nel 2017, con Beatriz Sánchez, del Frente Amplio) – in una solida base per nuove lotte politiche.
La chiave era capire bene il momento storico della società spagnola, determinare se si trattava di un’eccezionalità, cioè di una crisi di Stato di breve o lunga durata, e, a seconda di questo, prendere decisioni per trasformare il piccolo o medio inverno che stava arrivando in un momento di rafforzamento delle strutture di legame con la società, che era stata scossa dagli ultimi eventi politici, e per sostenere una vittoria a medio termine.
Ricordo ancora il criterio che avevo in mente: trasformare questa vittoria (che allo stesso tempo era anche una “sconfitta” per le enormi aspettative che erano state riposte nel battere il PSOE) in un processo di accumulazione per le vittorie future. Ma ciò che accadde fu totalmente diverso.
Cominciarono a emergere le lotte interne, le diverse tendenze, le lotte per centralizzare, per unire un apparato più partitico (già molto centralizzato), per consolidare alcune leadership a scapito di altre. In altre parole, una disputa più conventuale, chiusa e centrata su se stessa, abbandonando la politica e il legame con la società (le sue aspettative e il suo empowerment).
Ho visto questo come un grande errore, che si ripeterà più tardi in America Latina quando non saprà gestire il 20% raggiunto. Il 20% è una soglia politica che, a seconda di come la si intende e la si proietta nell’azione, può portare al governo, ad una maggiore trasformazione sociale o a scomparire.
La sindrome del 20% o punto di svolta non è stata gestita nel caso spagnolo. Non ci sono ricette per gestirla, se non quella di affermare sempre: “Non ridurre la politica alla lotta interna degli apparati politici; non concentrare l’azione politica sulla competizione dei leader; riorganizzare la lotta politica in base alle lamentele e ai debiti rivendicati dalla maggioranza della società; fondere la costruzione della leadership con la capacità di accompagnare e rivendicare queste richieste collettive; vincere nella battaglia quotidiana il modo di designare l’ordine delle cose e i possibili orizzonti di azione, e così via”.
Purtroppo, le nostre peggiori paure si sono realizzate. Abbiamo dovuto osservare da lontano come, a poco a poco, il grande progetto di Podemos si sia sgretolato, frammentato e indebolito.
Le volte che sono potuto andare in Spagna, ho cercato di non schierarmi con nessuna delle due correnti. Né per la corrente di Pablo né per quella di Íñigo. In realtà, li ho incontrati entrambi. Anzi, li ho incontrati entrambi e, più che per raccomandare qualcosa, i miei incontri erano per sentire cosa pensavano e semplicemente per chiedere loro di non spendere tante energie nella battaglia interna, perché c’era troppo da fare nelle vere battaglie della società per sprecare tante energie in crociate per la leadership.
Ma le mie riflessioni erano molto rispettose, piccole, al punto, per non urtare sensibilità. Era la loro esperienza e io ero semplicemente un collega entusiasta di ciò che stava accadendo lì.
Certamente l’esperienza di Podemos mi ha aiutato a capire alcune delle cose che erano successe in Bolivia e che ci avevano permesso di evitare la debacle. Mi ha anche permesso di capire l’importanza di alcuni comportamenti individuali per consolidare la leadership politica in momenti di grande tensione. I comportamenti individuali possono anche portare a diversi percorsi di lotta politica collettiva. Non è che il comportamento individuale sia una questione meramente soggettiva o poco importante.
Nei momenti di maggiore intensità della vita politica, un atteggiamento personale può contribuire a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Una delicata rete di convergenze emotive, personali e ideologiche dà origine a questa o quella azione collettiva.
Uno spettro che attraversa diverse conferenze del 2015, 2016 e 2017 è quello di ciò che è accaduto in Grecia con l’esperienza di Syriza. In quegli anni lei ha espresso diverse valutazioni parziali sull’argomento, forse senza la necessaria distanza di tempo per una riflessione più sostanziale. Quali insegnamenti pensa ci lasci questa esperienza a distanza di qualche anno?
L’esperienza di Syriza è stata un altro momento inizialmente molto piacevole. Infatti, ho avuto modo di incontrare l’ex presidente Alexis Tsipras in diverse riunioni della sinistra europea e lo stesso collega ha richiesto degli incontri, e sono stato felice di cambiare i miei impegni per incontrarlo. Egli rappresentava, insieme a Podemos, i tentativi europei di costruire da sinistra un’alternativa per superare la socialdemocrazia liberale che aveva annientato la vitalità sociale e culturale del continente.
Erano fondamentalmente dei briefing. Alexis ci raccontava cosa stava accadendo lì e io gli dicevo cosa avevamo fatto qui. Il suo interesse principale all’epoca era rivolto alle azioni economiche che avevamo messo in atto per avere un sostegno economico sovrano alle politiche sociali redistributive. Lo informavo della nazionalizzazione degli idrocarburi, dell’elettricità, dell’aumento delle tasse sulle attività minerarie, eccetera.
Poi, dopo un paio d’anni di tutto questo, Tsipras è diventato presidente del suo Paese, cosa che ci ha reso molto felici. E naturalmente i tempi della politica hanno cominciato a comprimersi e a intensificarsi. Nel giugno 2015, appena tre settimane prima del referendum greco che ha respinto le brutali condizioni di “salvataggio economico” imposte dall’Unione Europea, è stato organizzato in Grecia un incontro globale di sostegno e solidarietà con il loro processo politico, e noi eravamo entusiasti.
È stato il mio turno di presentare ciò che era accaduto in Bolivia in altri incontri pubblici. Avevo già in mente la preoccupazione del Presidente Tsipras per le misure economiche. Poi c’è stata l’organizzazione di un incontro più chiuso in cui erano presenti molti intellettuali. A guidarlo e a dirigerlo è stato Tariq Ali. Si trattava di incontri non più pubblici su ciò che il governo greco avrebbe potuto fare per affrontare l’insieme di catene con cui veniva soffocato dalla Commissione economica europea, da Angela Merkel, dalla “troika” (come la chiamavano loro).
È stato interessante. Ho trascorso un’intera giornata a quella riunione e poi sono dovuto tornare indietro. C’erano molte riflessioni teoriche, non meno importanti, ma non molto pratiche. C’erano molte personalità che affrontavano il tema della gestione dello Stato, ma da un punto di vista piuttosto libresco. Li ho ascoltati per diverse ore ed era chiaro che molti di loro non capivano cosa fosse lo Stato. Non capivano come funziona lo Stato, sia nelle sue dinamiche interne sia nella sua sintesi conflittuale di ciò che è la società.
Quando è stato il mio turno di intervenire, ho cercato di concentrarmi (senza dire cosa dovevano fare) sul sottolineare che affrontiamo problemi che non sono gli stessi, ma vicini a noi, e prendiamo queste decisioni. Una delle cose principali che dicevo è che gli imprenditori, sia grandi che stranieri, operano secondo la logica specifica della loro attività, e uno Stato di un governo rivoluzionario progressista non può affrontare i negoziati in modo ingenuo sul potere che hanno, o accettando la loro logica commerciale.
Il meccanismo delle relazioni con loro doveva avere una dimensione di mutuo vantaggio (per lo Stato e per loro) ma assolutamente gerarchica, perché essi erano guidati dal beneficio privato di pochi, e lo Stato dal beneficio della società nel suo complesso, soprattutto della maggioranza lavoratrice. E per questo è stato necessario definire il quadro negoziale gerarchico.
Il governo statale, prima di andare all’incontro, avrebbe dovuto rendere noto il suo potere di pressione, la sua conoscenza e la sua legalità, cioè la forza dei suoi monopoli, in modo che, al momento della negoziazione, i datori di lavoro sapessero già quanto rischiavano di perdere, in termini di entrate economiche, cause legali, prestigio del marchio, ecc. Non farlo significava semplicemente capitolare.
Ho fatto l’esempio di quando eravamo al governo e dovevamo negoziare con Repsol, Total, BP e Petrobras. In altre parole, con gli squali del settore petrolifero. Abbiamo fatto lo stesso con la compagnia telefonica italiana, con le compagnie elettriche americane, con le compagnie idriche francesi e così via.
In tutti i casi, prima di sederci a parlare, abbiamo mandato i nostri eserciti di revisori a controllare i loro conti, a verificare i loro pagamenti fiscali, i loro debiti e le loro cause legali. E una volta scoperti tutti gli errori, le frodi e le evasioni per centinaia di milioni di dollari e le cause internazionali che potevano portarli in prigione, una volta verificata questa serie di irregolarità, ci saremmo seduti con loro.
In effetti, ci saremmo seduti e avremmo fatto sapere loro che eravamo a conoscenza delle loro malefatte. Non solo ne eravamo a conoscenza, ma li avremmo portati in tribunale. Solo allora, sulla base di un atto di forza, ci siamo seduti a negoziare con loro.
In Grecia avevate dalla vostra parte l’intera struttura statale in funzione, dispiegata come potere dello Stato – cioè come capacità di potere legale, fiscale, comunicativo dello Stato, concentrato su tutti i misfatti che i grandi imprenditori sono sicuri di commettere – per spingerli ad accettare un accordo di vantaggio “reciproco” (piccolo per loro, ma pur sempre un vantaggio) con un uragano di processi sopra le loro teste, mettendo a rischio i loro soldi, i loro profitti, la loro stabilità, il loro prestigio e persino le loro proprietà. Questo è il modo di negoziare con gli uomini d’affari.
Se potevamo dire loro qualcosa, era che avevamo imparato nel tempo a gestire lo Stato. Il potere dello Stato è una relazione fluida che, se non viene esercitata da uno dei blocchi sociali mobilitati, in questo caso dalle classi subalterne attraverso il loro governo e la loro voce nel referendum, sarà esercitata da altri, in questo caso dai banchieri tedeschi e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Abbiamo detto loro che andare all’incontro con la troika per vedere se gli avrebbero concesso un prestito o avrebbero liberato i bancomat non poteva essere fatto da una posizione di svantaggio e di petizione. La Troika non si muoveva politicamente sulla base di criteri morali, di sostegno alla popolazione o di commiserazione verso i greci. No, si muoveva sulla base della materialità e della concretezza dei suoi interessi. Se vai al confronto senza i mezzi per rischiare i mezzi che hanno loro, vai incontro a una battaglia persa.
Le informazioni che abbiamo raccolto sono che il popolo greco è stato imprigionato e tenuto in ostaggio dall’euro, gestito da Bruxelles, dai debiti gestiti dai banchieri tedeschi. La perdita dell’autonomia della Banca Centrale di disporre di risorse proprie, la dipendenza dai tedeschi per qualsiasi investimento, è stata una follia prodotta decenni fa in nome di un “europeismo” gestito dalla Bundesbank e dagli ordoliberali. Erano legati per il collo e se non avessero messo un altro cappio al collo degli imprenditori, non sarebbero stati in grado di tagliare il cappio al collo del popolo greco.
La mia esposizione è stata piuttosto dura e un po’ brutale. Mi sono fermato solo per due giorni e ho dovuto andare dritto al punto, cercando di trasmettere nel modo più cameratesco possibile ciò che era stato utile per noi. Ma credo che tutte queste riflessioni siano state vane. L’aria di impotenza, di non correre rischi, era negli occhi delle autorità greche.
Quando si leggono le riflessioni dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis su come si sono svolti i negoziati con la Troika, o quando si apprende da altre ricerche di quel momento decisivo per l’apertura di nuovi corsi d’azione nella politica e nell’economia europea, si vede che le decisioni erano già state prese anche prima del referendum.
Questo per quanto riguarda la mia vicinanza, il mio seguire e il mio sforzo di avere un legame con il processo politico greco di quel periodo. Dopo il mio ritorno, poche settimane dopo è arrivato tutto il disastro da cui, ancora oggi, la sinistra greca non si è ripresa.
Allora avevo legami con le ali più radicali del movimento, che allora erano all’interno del governo e ora si trovano in una posizione marginale, cercando di riprendersi dalla sconfitta subita e di lavorare dal basso. È già un nuovo processo di ricostruzione dal basso della lotta a lungo termine, che richiederà molto tempo.
Pensa che le esperienze della sinistra europea ci dicano qualcosa su un problema su cui lei ha riflettuto a lungo: ossia se la rivoluzione nasce al centro o alle estremità del blocco capitalista?
Credo che questa preoccupazione di cui parla sia stata riassunta in quella conferenza a Madrid con Pablo Iglesias che ha presentato il libro sulla Rivoluzione d’Ottobre. Nel senso che ogni rivoluzione sembra destinata a fallire... finché non trova sostegno, rinforzo, complementarità e articolazione con altre rivolte e rivoluzioni in altri Paesi del mondo.
Questo accadrà sempre, ma le rivoluzioni che scoppiano, anche a rischio di fallire nel loro esito finale, nonostante il loro isolamento, sono il modo in cui le persone conquistano i loro diritti a livello locale. Non c’è altro modo per conquistare i diritti a livello sociale: è sempre stato così.
Negli ultimi trecento anni, i lavoratori urbani, rurali, delle fabbriche o delle case sono stati in grado di estendere i diritti o il riconoscimento attraverso queste esperienze che hanno fallito nel loro obiettivo finale, ma che nei loro obiettivi più immediati hanno ottenuto vittorie importanti, ancorando i diritti, preparando le condizioni per una nuova rivolta.
Inoltre, è solo attraverso queste esplosioni locali che è possibile immaginare come, a un certo punto, un giorno, ci sarà una sincronizzazione di molte esplosioni che daranno un carattere più o meno universale a una rivolta che potrebbe trasformare i rapporti di vita ed economici della società.
Ci si chiede: “Quando potrà accadere?”. Tra uno, cento o trecento anni. Nessuno lo sa. Le rivoluzioni sono contingenze storiche. Nessuno può dire quando scoppieranno; ma si scommette che prima o poi, inevitabilmente, scoppieranno e si confida di arrivare a questa sincronia di rivolte tra quelle che Marx chiamava “estremità” e “centro” del capitalismo, che possono articolare un altro universale-planetario con la capacità di rovesciare l’ordine universale-planetario del capitalismo.
In ogni rivoluzione locale risiede la speranza di un’altra rivoluzione. Se non avviene in un momento, si spera che avvenga in quello successivo. Un giorno dovrà accadere.
L’aspetto importante di queste esperienze che si stanno svolgendo in Europa, è che l’Europa, così come gli Stati Uniti, si sta muovendo dopo un letargo sociale, politico e culturale durato decenni. Gran parte della stabilità del “centro” è sempre stata radicata nell’esazione e nel soffocamento delle estremità del corpo capitalista.
Il benessere del Nord, non esclusivamente, ma anche lo sfruttamento e l’espropriazione dei popoli del Sud, attraverso i prezzi delle materie prime, lo scambio ineguale, i flussi globali di manodopera, la proletarizzazione delle “estremità”, l’esternalizzazione dei costi ambientali, il debito estero, la fuga di capitali e così via.
Per molto tempo (in realtà, negli ultimi quarant’anni di dominio neoliberale) il “centro” capitalista, dopo le sconfitte del movimento operaio organizzato nei sindacati, non ha vissuto grandi sconvolgimenti. Ci sono stati importanti momenti di lotta, ma si trattava più che altro dell’articolazione degli attivisti e delle ONG, che chiamano “società civile”.
Ma di recente, nel XXI secolo e soprattutto nel secondo decennio, abbiamo assistito a sconvolgimenti sociali nel Nord, crisi che hanno colpito le classi subalterne. Vale a dire che attraversano l’intero corpo sociale (non solo il nucleo di attivisti), la gente umile, l’operaio, il vicino di casa, l’impiegato, il negoziante, il professionista medio.
L’emergere del populismo di destra, la fascistizzazione del liberalismo estremo, l’esacerbazione del razzismo e lo stesso sfacelo del “progressismo liberale” nei Paesi del “centro” capitalista parlano di uno spostamento degli strati tettonici della società. La crisi stessa del discorso sulla “fine della storia” che abbraccia la globalizzazione e il libero mercato mostra che le vecchie tolleranze morali si stanno incrinando.
L’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti parla di un profondo timore conservatore per il declino di un’epoca globale, derivante dalla perdita dell’orizzonte di prevedibilità delle società capitalistiche avanzate.
Il malessere sociale, l’incertezza strategica, l’apertura cognitiva, il torpore previsionale, le crisi economiche, tutti i mali che un tempo caratterizzavano le “estremità” del corpo capitalistico, si stanno gradualmente impossessando anche delle società del “centro”. Nell’angoscia provocata da questa qualità liminale del tempo storico, tutte le società sono costrette a sprofondare in un torpore senza destino.
La pandemia, lo stallo economico del 2020, gli effetti devastanti del cambiamento climatico non fanno che intensificare l’affievolimento dell’orizzonte previsionale della società globale. Ciò che prima si avvertiva alle “estremità” ora raggiunge il cuore del corpo capitalista e produce un senso di tempo fermo, di spassionatezza nei confronti dell’utopia del mercato totale.
A un certo punto, in questo lungo caos generalizzato, emergerà un orizzonte persuasivo ed emotivo che riorganizzerà previsioni e immaginario delle società. E si spera che, quando ciò accadrà, sarà quello immaginato e contestato dalle classi subalterne di tutto il mondo.
Fonte
10/07/2019
ll tempio della "sinistra integrata"
Radio 24, Il Sole 24 Ore – 9 luglio 2019 – Il caso di Tsipras in Grecia è indicativo di una tendenza storica molto più generale, che ha finora visto le sinistre pienamente inserite nei processi di integrazione capitalistica internazionale. Attacchi a tali processi, in quest’epoca, sembrano dunque provenire solo da forze più o meno velatamente reazionarie. Il risultato è che i temi al centro dell’agenda politica risultano tipicamente di destra: controllo dei movimenti migratori di persone piuttosto che controlli sui movimenti di capitale e nessuna critica alle inefficienze del mercato finanziario internazionale. Stralci di un’intervista di Oscar Giannino all’economista Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).
Fonte
Fonte
08/07/2019
Tsipras, ovvero cosa non si deve fare chi non si deve diventare
Tsipras ha perso le elezioni greche come era ovvio e scontato. Quando la sinistra fa la politica della destra, presentandosi come il meno peggio, la destra vince perché presenta le idee originali che la sinistra adotta in fotocopia.
È una regola generale alla quale siamo oramai abituati in Italia ed in Europa, eppure sino a poco tempo fa sembrava valere la regola contraria.
Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso la “sinistra” che faceva politiche economiche e sociali di destra si era affermata come la sola sinistra vincente. Anche il centrosinistra italiano era nato e aveva governato sotto lo stesso segno. La sinistra cosiddetta “riformista”, in realtà liberista, poteva non piacere come il suo esponente più conosciuto Tony Blair, ma vinceva.
Poi, con l’avvio della grande crisi cominciò a perdere. La promessa liberista – ciò che perdete in diritti sociali, vi verrà restituito come profitti della globalizzazione – si rivelò fasulla.
Syriza nacque proprio come alternativa di sinistra al PASOK, il partito che per anni aveva governato la Grecia nel nome della sinistra riformista. E di fronte ad un paese devastato dalle politiche di austerità imposte dalla UE, Syriza e Tsipras vinsero le elezioni proprio chiedendo e ottenendo un mandato per rifiutare e combattere quelle politiche.
Il resto è purtroppo storia di oggi.
Di fronte alle vergognose minacce della Troika – composta da UE, Fondo Monetario Internazionale, la cui direttrice Lagarde dirigerà ora la BCE – e dalla stessa Banca Centrale Europea. Di fronte al blocco dei bancomat, misura feroce e stupida decisa da Draghi. Di fronte a quella che era l’aggressione guidata dalla Germania ai fondamenti di uno stato sovrano, nel 2015 il governo Tsipras convocò un referendum sul micidiale Memorandum di sacrifici che la Troika voleva imporre.
Il 62% votò NO. Avrebbe potuto aprirsi una nuova stagione politica e sociale in Europa, con il popolo greco stavano milioni di persone in tutto il continente che avevano fatto proprio l’OXI, il NO. E la destra reazionaria ancora non aveva preso piede.
Invece Tsipras, pochi giorni dopo aver chiesto e ottenuto dal suo popolo di non essere abbandonato, abbandonò il suo popolo ai colpi del Memorandum, che sottoscrisse.
Vinse così su tutta la linea il ministro delle finanze tedesco Schauble, che aveva irriso ad ogni voto popolare che contraddicesse i vincoli imposti dalla UE. Così la Grecia è diventato il paese europeo con il governo più “di sinistra” e con le politiche più di destra.
Sul terreno economico sociale innanzitutto, con la distruzione dello stato sociale, le privatizzazioni, il taglio delle pensioni e dei salari; un massacro sociale che ha ridotto in miseria estrema il 40% della popolazione, impoverito la grande maggioranza, costretto molti giovani ad emigrare, arricchito un pugno di magnati e le banche tedesche, che hanno realizzato lauti profitti con i prestiti a usura al governo greco.
Il quale poi ha praticato una politica di destra anche sul piano internazionale e militare, rafforzando l’adesione alla NATO e schierandosi tra i più stretti alleati di Israele.
Il governo greco è così diventato emblema della subordinazione e persino dell’inutilità della politica rispetto al mercato. Guai a ribellarsi.
La Borsa di Atene dall’inizio dell’anno ha registrato una crescita del 45%, unica al mondo. Il capitalismo greco ha festeggiato il ‘successo’ delle politiche economiche di Tsipras e con qualche anticipo la sua sconfitta elettorale. Il governo “di sinistra” ha esaurito il suo compito facendo il lavoro sporco sul quale erano falliti i governi precedenti. Ora tocca alla destra riscuotere i profitti dell’austerità.
La Grecia è stata una cavia del capitalismo internazionale, è servita a sperimentare, con una ferocia ritenuta spropositata persino da Juncker, politiche di austerità e privatizzazioni senza precedenti in Europa. Politiche simili a quelle attuate in un’altra paese cavia, il Cile di Pinochet. Solo che allora fu un golpe sanguinario a liquidare il governo socialista di Allende.
Tsipras invece ha liquidato lui stesso il suo governo socialista, trasformandolo in un passacarte della Troïka.
Pare che ora il leader greco sia atteso a Bruxelles per un incarico di prestigio, sostenuto in particolare dalla Germania. Tsipras verrà così esibito come trofeo vivente del potere economico europeo ed internazionale. Egli ha colpito non solo la speranza del suo popolo, ma quella più generale che sia possibile una vera alternativa al capitalismo liberista.
Tuttavia, quando la rabbia contro il ritorno dei vecchi padroni avrà travolto la delusione verso chi ha finto di combatterli, quella speranza riprenderà a crescere. Allora sarà utile avere a mente l’esperienza di Alexis Tsipras.
Per sapere cosa non si deve fare, chi non si deve diventare.
Fonte
È una regola generale alla quale siamo oramai abituati in Italia ed in Europa, eppure sino a poco tempo fa sembrava valere la regola contraria.
Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso la “sinistra” che faceva politiche economiche e sociali di destra si era affermata come la sola sinistra vincente. Anche il centrosinistra italiano era nato e aveva governato sotto lo stesso segno. La sinistra cosiddetta “riformista”, in realtà liberista, poteva non piacere come il suo esponente più conosciuto Tony Blair, ma vinceva.
Poi, con l’avvio della grande crisi cominciò a perdere. La promessa liberista – ciò che perdete in diritti sociali, vi verrà restituito come profitti della globalizzazione – si rivelò fasulla.
Syriza nacque proprio come alternativa di sinistra al PASOK, il partito che per anni aveva governato la Grecia nel nome della sinistra riformista. E di fronte ad un paese devastato dalle politiche di austerità imposte dalla UE, Syriza e Tsipras vinsero le elezioni proprio chiedendo e ottenendo un mandato per rifiutare e combattere quelle politiche.
Il resto è purtroppo storia di oggi.
Di fronte alle vergognose minacce della Troika – composta da UE, Fondo Monetario Internazionale, la cui direttrice Lagarde dirigerà ora la BCE – e dalla stessa Banca Centrale Europea. Di fronte al blocco dei bancomat, misura feroce e stupida decisa da Draghi. Di fronte a quella che era l’aggressione guidata dalla Germania ai fondamenti di uno stato sovrano, nel 2015 il governo Tsipras convocò un referendum sul micidiale Memorandum di sacrifici che la Troika voleva imporre.
Il 62% votò NO. Avrebbe potuto aprirsi una nuova stagione politica e sociale in Europa, con il popolo greco stavano milioni di persone in tutto il continente che avevano fatto proprio l’OXI, il NO. E la destra reazionaria ancora non aveva preso piede.
Invece Tsipras, pochi giorni dopo aver chiesto e ottenuto dal suo popolo di non essere abbandonato, abbandonò il suo popolo ai colpi del Memorandum, che sottoscrisse.
Vinse così su tutta la linea il ministro delle finanze tedesco Schauble, che aveva irriso ad ogni voto popolare che contraddicesse i vincoli imposti dalla UE. Così la Grecia è diventato il paese europeo con il governo più “di sinistra” e con le politiche più di destra.
Sul terreno economico sociale innanzitutto, con la distruzione dello stato sociale, le privatizzazioni, il taglio delle pensioni e dei salari; un massacro sociale che ha ridotto in miseria estrema il 40% della popolazione, impoverito la grande maggioranza, costretto molti giovani ad emigrare, arricchito un pugno di magnati e le banche tedesche, che hanno realizzato lauti profitti con i prestiti a usura al governo greco.
Il quale poi ha praticato una politica di destra anche sul piano internazionale e militare, rafforzando l’adesione alla NATO e schierandosi tra i più stretti alleati di Israele.
Il governo greco è così diventato emblema della subordinazione e persino dell’inutilità della politica rispetto al mercato. Guai a ribellarsi.
La Borsa di Atene dall’inizio dell’anno ha registrato una crescita del 45%, unica al mondo. Il capitalismo greco ha festeggiato il ‘successo’ delle politiche economiche di Tsipras e con qualche anticipo la sua sconfitta elettorale. Il governo “di sinistra” ha esaurito il suo compito facendo il lavoro sporco sul quale erano falliti i governi precedenti. Ora tocca alla destra riscuotere i profitti dell’austerità.
La Grecia è stata una cavia del capitalismo internazionale, è servita a sperimentare, con una ferocia ritenuta spropositata persino da Juncker, politiche di austerità e privatizzazioni senza precedenti in Europa. Politiche simili a quelle attuate in un’altra paese cavia, il Cile di Pinochet. Solo che allora fu un golpe sanguinario a liquidare il governo socialista di Allende.
Tsipras invece ha liquidato lui stesso il suo governo socialista, trasformandolo in un passacarte della Troïka.
Pare che ora il leader greco sia atteso a Bruxelles per un incarico di prestigio, sostenuto in particolare dalla Germania. Tsipras verrà così esibito come trofeo vivente del potere economico europeo ed internazionale. Egli ha colpito non solo la speranza del suo popolo, ma quella più generale che sia possibile una vera alternativa al capitalismo liberista.
Tuttavia, quando la rabbia contro il ritorno dei vecchi padroni avrà travolto la delusione verso chi ha finto di combatterli, quella speranza riprenderà a crescere. Allora sarà utile avere a mente l’esperienza di Alexis Tsipras.
Per sapere cosa non si deve fare, chi non si deve diventare.
Fonte
07/07/2019
Grecia - Torna al governo la destra, sconfitto Tsipras
In base ai primi exit poll, Nuova Democrazia potrebbe ottenere oltre il 40% dei voti e tra i 155-167 seggi sui 300 del Parlamento rispetto a Syriza, la coalizione guidata da Alexis Tsipras, che oscilla tra il 26,5 e il 30,5% con 77-82 parlamentari.
I socialdemocratici di Kinal potrebbero arrivare tra i 19-22 seggi, i comunisti del Kke: 16-19. I fascisti di Alba Dorata, che oscilla tra l’2,8 per cento e il 4,8, potrebbe rimanere fuori dal Parlamento per non aver raggiunto la soglia di ingresso.
Kyriakos Mitsotakis, 51 anni (e una impressionante somiglianza fisica con Zapatero, ndr), figlio della ricchissima borghesia greca, ex banchiere, laureato ad Harvard, è l’attuale leader 51enne di Nea Demokratia, Mitsotakis rappresenta la quarta generazione di una dinastia di politici ed è in qualche modo un “predestinato” al potere.
Suo padre, Konstantinos Mitsotakis, fu primo ministro all’inizio degli anni ’90; sua sorella Dora Bakoyannis, è stata la prima donna sindaco di Atene, quando la capitale ospitò le Olimpiadi nel 2004 (quando esplose il debito greco, ndr), e poi divenne ministro degli Esteri. Suo nipote Kostas Bakoyannis, il figlio di Dora, è il nuovo sindaco della capitale.
Mitsotakis ha annunciato, coerentemente con la sua storia e visione, nuove privatizzazioni, ulteriori tagli ad un già devastato stato sociale e la solita ricetta della riduzione delle tasse per le classi medio-alte. Del resto gran parte del “lavoro sporco” contro lavoratori e settori popolari era già stato fatto dai governi precedenti.
Insieme alle famiglie socialista Papandreou e conservatrice Karamanlis, i Mitsotakis hanno dominato la politica greca per anni. Studi ad Harvard e Stanford, un passato di consulente della McKinsey. Nell’ultimo governo conservatore, era stato ministro per la riforma amministrativa, con il compito di licenziare migliaia di dipendenti pubblici per rispondere alle richieste della Troika (Fmi, Bce, Commissione Ue).
Quel governo conservatore e subalterno ai diktat europei, fu spazzato via dalla sinistra di Syriza, nel gennaio 2015. Ma quel successo popolare venne prima sottoposto alle vessazioni della troika (Bce, Commissione Europea, Fmi) e poi si giocò molti dei consensi e delle aspettative venendo meno al No (Oxi) del popolo greco nel referendum voluto proprio contro i diktat della troika. Una scelta che il popolo greco non ha perdonato ad Alexis Tsipras.
Alla vigilia del voto, nel quartiere di Exarchia alcuni attivisti che sostenevano il boicottaggio delle elezioni, hanno fatto irruzione in un seggio rubando due urne piene di schede elettorali. La polizia è intervenuta e ci sono stati scontri ma, da quanto risulta, senza feriti o arresti.
Fonte
I socialdemocratici di Kinal potrebbero arrivare tra i 19-22 seggi, i comunisti del Kke: 16-19. I fascisti di Alba Dorata, che oscilla tra l’2,8 per cento e il 4,8, potrebbe rimanere fuori dal Parlamento per non aver raggiunto la soglia di ingresso.
Kyriakos Mitsotakis, 51 anni (e una impressionante somiglianza fisica con Zapatero, ndr), figlio della ricchissima borghesia greca, ex banchiere, laureato ad Harvard, è l’attuale leader 51enne di Nea Demokratia, Mitsotakis rappresenta la quarta generazione di una dinastia di politici ed è in qualche modo un “predestinato” al potere.
Suo padre, Konstantinos Mitsotakis, fu primo ministro all’inizio degli anni ’90; sua sorella Dora Bakoyannis, è stata la prima donna sindaco di Atene, quando la capitale ospitò le Olimpiadi nel 2004 (quando esplose il debito greco, ndr), e poi divenne ministro degli Esteri. Suo nipote Kostas Bakoyannis, il figlio di Dora, è il nuovo sindaco della capitale.
Mitsotakis ha annunciato, coerentemente con la sua storia e visione, nuove privatizzazioni, ulteriori tagli ad un già devastato stato sociale e la solita ricetta della riduzione delle tasse per le classi medio-alte. Del resto gran parte del “lavoro sporco” contro lavoratori e settori popolari era già stato fatto dai governi precedenti.
Insieme alle famiglie socialista Papandreou e conservatrice Karamanlis, i Mitsotakis hanno dominato la politica greca per anni. Studi ad Harvard e Stanford, un passato di consulente della McKinsey. Nell’ultimo governo conservatore, era stato ministro per la riforma amministrativa, con il compito di licenziare migliaia di dipendenti pubblici per rispondere alle richieste della Troika (Fmi, Bce, Commissione Ue).
Quel governo conservatore e subalterno ai diktat europei, fu spazzato via dalla sinistra di Syriza, nel gennaio 2015. Ma quel successo popolare venne prima sottoposto alle vessazioni della troika (Bce, Commissione Europea, Fmi) e poi si giocò molti dei consensi e delle aspettative venendo meno al No (Oxi) del popolo greco nel referendum voluto proprio contro i diktat della troika. Una scelta che il popolo greco non ha perdonato ad Alexis Tsipras.
Alla vigilia del voto, nel quartiere di Exarchia alcuni attivisti che sostenevano il boicottaggio delle elezioni, hanno fatto irruzione in un seggio rubando due urne piene di schede elettorali. La polizia è intervenuta e ci sono stati scontri ma, da quanto risulta, senza feriti o arresti.
Fonte
14/05/2019
La triste fine di Syriza sulla via dell'”anticomunismo europeo”
La dichiarazione finale dell’incontro dei leader della UE, svoltosi lo scorso 9 maggio a Sibiu, in Romania, è un concentrato di frasi ipocrite, di affermazioni cui per primi non credono gli stessi personaggi che l’hanno sottoscritta e, peggio, di piani che minacciano di rendere ancora più miserevole e costellata di misure poliziesche la vita delle masse popolari d’Europa.
Tra le prime, spiccano perle quali quella sulla “Europa riunificata nella pace e nella democrazia è soltanto uno dei tanti risultati conseguiti”, o quella sulla UE che “guidata dai suoi valori e dalle sue libertà, ha garantito stabilità e prosperità in tutta Europa, all’interno e all’esterno dei suoi confini”. Tra le seconde, le storielle su “un’Europa unita, da est a ovest, da nord a sud”, la promessa che “Resteremo uniti, nel bene e nel male” e “Cercheremo sempre soluzioni congiunte”.
Ma, quello che più preoccupa, sono le minacce niente affatto velate, rivolte all’indirizzo di lavoratori e disoccupati, pensionati e studenti, secondo cui “continueremo a proteggere il nostro stile di vita, la democrazia e lo Stato di diritto” (tradotto: faranno di tutto affinché non venga messo in discussione il loro “stile di vita”, quello che da trent’anni affama i lavoratori e toglie ogni diritto a un’esistenza minimamente dignitosa, pur nelle condizioni del capitalismo).
Per ottenere ciò, giurano che “garantiremo la sicurezza” dei cittadini, “rafforzando il nostro potere di persuasione e di coercizione”: la salviniana “legittima difesa” non è che un gioco al confronto! Se ancora qualcuno, a sinistra, parla di “riformabilità”, “democratizzazione” della UE, di “riformismo europeista”, garantito dai vincoli tenuti ben saldamente nelle mani di Bruxelles e tutelato dalle armi della NATO, in attesa del salto definitivo all’esercito europeo, quel qualcuno mente sapendo di mentire.
Riguardo alla dichiarazione di Sibiu, il Partito Comunista di Grecia ha redatto un comunicato, che riportiamo, tradotto dalla versione russa di Solid.org del 13 maggio.
Naturalmente, non è necessario condividere la “linea politica” di quel partito per riconoscere la fondatezza di una denuncia...
Il degrado del governo SYRIZA non ha fine – il 9 maggio ha firmato una dichiarazione che è un baluardo di anticomunismo
Il 9 maggio 2019, nel corso di un vertice informale a Sibiu (Romania), i leader della UE, tra cui Alexis Tsipras, hanno firmato una cosiddetta dichiarazione del Consiglio europeo. “Liberali” e “socialdemocratici”, “conservatori” e “progressisti” hanno confermato ancora una volta i putridi “valori fondamentali” dei monopoli della UE.
Inoltre, la dichiarazione, firmata nel 74° anniversario della Grande vittoria dei popoli sul fascismo, è un’ulteriore testimonianza di anticomunismo. Già dalla prima riga della dichiarazione, si può vedere quanto sia ipocrita la preoccupazione dei governi, quale SYRIZA, a proposito della “crescita dell’estrema destra”, in quanto giustifica tutta la propaganda anticomunista che alimenta il fascismo, là dove osserva che: “Trent’anni fa, milioni di persone hanno combattuto per la propria libertà, per l’unità e hanno abbattuto la cortina di ferro”!
“Il vostro degrado non conosce fine” – ha detto dalla tribuna del parlamento il deputato del KKE Ioannis Giokas, condannando la dichiarazione anticomunista della UE, sotto la quale c’è la firma del Primo ministro di Grecia, che approva “tutta la propaganda dell’imperialismo dopo la seconda guerra mondiale, la propaganda del maccartismo contro la lotta dei popoli e contro il movimento operaio mondiale e il sistema socialista. Tutta la propaganda messa in campo dalle forze dell’estrema destra”.
Secondo le sue parole, il governo SYRIZA si è accodato a tutta la propaganda, in seguito alla quale i combattenti del nostro paese sono stati gettati in prigione, mandati in esilio, finiti davanti ai plotoni d’esecuzione.
Giokas ha sottolineato come la Dichiarazione sia stata sottoscritta nel Giorno dell’Anniversario della Grande Vittoria dei popoli sul fascismo, di cui non si fa parola, il che dimostra quindi che “il fascismo non è un avversario della UE. La UE sostiene spesso fascisti e simili organizzazioni per realizzare i propri interessi. Suoi avversari sono i popoli, il sistema socialista, i partiti comunisti, il movimento operaio e popolare. Proprio per questo, ha cercato di cancellare il Giorno della Vittoria dei popoli sul fascismo – il 9 maggio e di trasformarlo in Giornata della UE”.
Giokas ha anche osservato che la firma del Primo ministro di Grecia “di sinistra” in calce alla dichiarazione è accompagnata dalle firme di Kurtz, Orban, Merkel e tutti gli altri politici di estrema destra con cui apparentemente combatte.
Commentando l’argomento governativo secondo cui negli ultimi anni la UE si sarebbe allontanata dai suoi valori fondamentali e che ciò può essere corretto, Giokas ha affermato che i valori fondamentali della UE sono l’anticomunismo, la barbarie, lo sfruttamento dei popoli e la guerra. “Siete tutti dalla parte della UE, dalla parte della UE e della NATO” ha detto, aggiungendo che “questa dichiarazione dimostra di chi abbia paura la UE, lo spettro del comunismo che continua ad aggirarsi e noi faremo tutto il possibile affinché le vostre paure si giustifichino. E anche voi siete dalla parte delle moderne Sante Alleanze”.
Fonte
Tra le prime, spiccano perle quali quella sulla “Europa riunificata nella pace e nella democrazia è soltanto uno dei tanti risultati conseguiti”, o quella sulla UE che “guidata dai suoi valori e dalle sue libertà, ha garantito stabilità e prosperità in tutta Europa, all’interno e all’esterno dei suoi confini”. Tra le seconde, le storielle su “un’Europa unita, da est a ovest, da nord a sud”, la promessa che “Resteremo uniti, nel bene e nel male” e “Cercheremo sempre soluzioni congiunte”.
Ma, quello che più preoccupa, sono le minacce niente affatto velate, rivolte all’indirizzo di lavoratori e disoccupati, pensionati e studenti, secondo cui “continueremo a proteggere il nostro stile di vita, la democrazia e lo Stato di diritto” (tradotto: faranno di tutto affinché non venga messo in discussione il loro “stile di vita”, quello che da trent’anni affama i lavoratori e toglie ogni diritto a un’esistenza minimamente dignitosa, pur nelle condizioni del capitalismo).
Per ottenere ciò, giurano che “garantiremo la sicurezza” dei cittadini, “rafforzando il nostro potere di persuasione e di coercizione”: la salviniana “legittima difesa” non è che un gioco al confronto! Se ancora qualcuno, a sinistra, parla di “riformabilità”, “democratizzazione” della UE, di “riformismo europeista”, garantito dai vincoli tenuti ben saldamente nelle mani di Bruxelles e tutelato dalle armi della NATO, in attesa del salto definitivo all’esercito europeo, quel qualcuno mente sapendo di mentire.
Riguardo alla dichiarazione di Sibiu, il Partito Comunista di Grecia ha redatto un comunicato, che riportiamo, tradotto dalla versione russa di Solid.org del 13 maggio.
Naturalmente, non è necessario condividere la “linea politica” di quel partito per riconoscere la fondatezza di una denuncia...
*****
Il degrado del governo SYRIZA non ha fine – il 9 maggio ha firmato una dichiarazione che è un baluardo di anticomunismo
Il 9 maggio 2019, nel corso di un vertice informale a Sibiu (Romania), i leader della UE, tra cui Alexis Tsipras, hanno firmato una cosiddetta dichiarazione del Consiglio europeo. “Liberali” e “socialdemocratici”, “conservatori” e “progressisti” hanno confermato ancora una volta i putridi “valori fondamentali” dei monopoli della UE.
Inoltre, la dichiarazione, firmata nel 74° anniversario della Grande vittoria dei popoli sul fascismo, è un’ulteriore testimonianza di anticomunismo. Già dalla prima riga della dichiarazione, si può vedere quanto sia ipocrita la preoccupazione dei governi, quale SYRIZA, a proposito della “crescita dell’estrema destra”, in quanto giustifica tutta la propaganda anticomunista che alimenta il fascismo, là dove osserva che: “Trent’anni fa, milioni di persone hanno combattuto per la propria libertà, per l’unità e hanno abbattuto la cortina di ferro”!
“Il vostro degrado non conosce fine” – ha detto dalla tribuna del parlamento il deputato del KKE Ioannis Giokas, condannando la dichiarazione anticomunista della UE, sotto la quale c’è la firma del Primo ministro di Grecia, che approva “tutta la propaganda dell’imperialismo dopo la seconda guerra mondiale, la propaganda del maccartismo contro la lotta dei popoli e contro il movimento operaio mondiale e il sistema socialista. Tutta la propaganda messa in campo dalle forze dell’estrema destra”.
Secondo le sue parole, il governo SYRIZA si è accodato a tutta la propaganda, in seguito alla quale i combattenti del nostro paese sono stati gettati in prigione, mandati in esilio, finiti davanti ai plotoni d’esecuzione.
Giokas ha sottolineato come la Dichiarazione sia stata sottoscritta nel Giorno dell’Anniversario della Grande Vittoria dei popoli sul fascismo, di cui non si fa parola, il che dimostra quindi che “il fascismo non è un avversario della UE. La UE sostiene spesso fascisti e simili organizzazioni per realizzare i propri interessi. Suoi avversari sono i popoli, il sistema socialista, i partiti comunisti, il movimento operaio e popolare. Proprio per questo, ha cercato di cancellare il Giorno della Vittoria dei popoli sul fascismo – il 9 maggio e di trasformarlo in Giornata della UE”.
Giokas ha anche osservato che la firma del Primo ministro di Grecia “di sinistra” in calce alla dichiarazione è accompagnata dalle firme di Kurtz, Orban, Merkel e tutti gli altri politici di estrema destra con cui apparentemente combatte.
Commentando l’argomento governativo secondo cui negli ultimi anni la UE si sarebbe allontanata dai suoi valori fondamentali e che ciò può essere corretto, Giokas ha affermato che i valori fondamentali della UE sono l’anticomunismo, la barbarie, lo sfruttamento dei popoli e la guerra. “Siete tutti dalla parte della UE, dalla parte della UE e della NATO” ha detto, aggiungendo che “questa dichiarazione dimostra di chi abbia paura la UE, lo spettro del comunismo che continua ad aggirarsi e noi faremo tutto il possibile affinché le vostre paure si giustifichino. E anche voi siete dalla parte delle moderne Sante Alleanze”.
Fonte
13/05/2019
Un bilancio del governo Syriza. Cosa Tsipras si lascia alle spalle
Con l’avvicinarsi delle elezioni europee, la prima prova elettorale dopo le elezioni legislative del settembre 2015, è sempre più necessario fare un bilancio del mandato di Tsipras e del suo governo. Coloro che persistono nel vedere nella sinistra l’espressione politica organizzata dei lavoratori e delle classi lavoratrici non dovrebbero sentire la minima difficoltà a cogliere l’entità dei danni.
Nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, il clima di frustrazione e pessimismo è esattamente l’opposto delle speranze suscitate dall’OXI (No) sul piano Juncker durante il referendum del luglio 2015. Questa inversione di tendenza è il risultato della politica attuata dal governo Syriza negli anni successivi. Il calo della quota dei salari e delle pensioni in rapporto alla quota dei profitti sul PIL, la continua riduzione della spesa sociale (di cui una delle conseguenze sono state le decine di morti negli ospedali pubblici abbandonati a causa di una comune epidemia di influenza), la continuazione delle privatizzazioni (come quelle dei porti del Pireo e di Salonicco, degli aeroporti venduti a Fraport, della società elettrica DEH e delle raffinerie ELPE) è il vero volto del programma di Tsipras, che sostiene di “resistere al neoliberismo”.
Sulla base di questo bilancio, il governo è riuscito ad ottenere alcuni “piccoli regali” dai creditori, come il recente accordo sul rimborso anticipato di parte del debito al FMI. L’impatto economico reale di questo accordo di alto profilo è limitato ad un “risparmio” di circa 150 milioni di euro sugli interessi dovuti, ma il suo utilizzo simbolico da parte di Tsipras sarà certamente sproporzionato rispetto al guadagno reale.
Il problema è che tali “successi” sono impegni in programmi e politiche specifiche, e portano alla luce l’esigenza di vedere degli autentici neoliberali ritornare al potere. Citiamo alcuni esempi recenti.
– Poul Thomsen, rappresentante del FMI nella Troika, ha accolto con favore l’intenzione del governo greco di anticipare parte del debito nei confronti del FMI. Tuttavia, egli è stato veloce a sottolineare l’obbligo dello stesso governo di rispettare gli altri impegni, vale a dire di abbassare la soglia d’imposizione fiscale e di effettuare ulteriori tagli alle pensioni nel 2020, come condizione per ridurre l’imposta sul reddito delle società, una misura che, secondo lui, è necessaria per “sostenere gli investimenti”.
– Allo stesso tempo, Miltiadis Nektarios (ex direttore della Previdenza Sociale del governo “modernizzatore” di Costas Simitis e membro del “Comitato dei saggi” incaricato di studiare la riforma del sistema assicurativo) ha detto che nei primi sei mesi di un nuovo governo, sarebbero stati necessari aggiustamenti draconiani, come la creazione di un “nuovo sistema sanitario pubblico”, che avrebbe trasformato tutti gli ospedali pubblici in organismi di diritto privato, e una nuova regolamentazione generale delle assicurazioni sociali basata sul ruolo guida delle compagnie di assicurazione private.
Sono quindi i “successi” di Tsipras nell’attuazione della politica neoliberale del terzo memorandum che aprono la strada al ritorno al potere della destra e del suo leader Kyriakos Mitsotakis. Questi “successi” non fanno che incoraggiare la voracità della classe dirigente, che richiede contro-riforme sempre più “audaci”, che la destra di Mitsotakis realizzerà come ha fatto in passato.
In questo contesto, l’identificazione di Syriza con la social-democrazia europea – questo è il messaggio che Tsipras ha scelto di inviare da Galatsi il 9 aprile – non è un ritiro difensivo [1]. Le dure esperienze ci hanno infatti insegnato che, al momento della sua degenerazione, la socialdemocrazia è diventata un veicolo per l’imposizione del neoliberismo. Il tentativo di Tsipras di aprirsi al “centro-sinistra” è un’ulteriore svolta a destra, che porta alla dura politica e alla sconfitta elettorale contro la destra autenticamente neoliberale guidata da Mitsotakis.
L’allineamento atlantista
Purtroppo, i crimini politici commessi dai leader di Syriza non si limitano ai settori dell’economia e della politica sociale. Il disgustoso allineamento con la politica americana – e questo ai tempi di Donald Trump! – e il rafforzamento dell’“asse” militare e diplomatico con lo Stato sionista israeliano costituiscono una delle eredità più pericolose della “sinistra di governo”.
Ciò che Tsipras e i suoi ex ministri degli Esteri e della Difesa, Nicos Kotzias e Panos Kammenos, hanno messo in atto, o tollerato, nella regione è condensato nell’ultima iniziativa promossa dalla presidenza Trump: il disegno di legge bipartisan dei senatori Bob Mendes e Marco Rubio, rispettivamente democratico e repubblicano, intitolato “Progetto di legge sulla cooperazione in materia di sicurezza ed energia nel Mediterraneo orientale” [2]. Questo progetto deve essere considerato una grande sfida per la sinistra e per le forze di un vero anti-imperialismo in Grecia.
Il progetto di legge prevede la revoca dell’embargo sulle armi nei confronti di Cipro, l’assistenza militare supplementare alla Grecia e il sostegno alla cooperazione trilaterale Grecia-Cipro-Israele nei settori dell’energia e della difesa. Questa legislazione riorienterebbe la politica degli Stati Uniti nella regione all’interno di un quadro strategico globale. Essa impone agli Stati Uniti di fornire protezione militare e diplomatica alla Exxon Mobil e ad altre compagnie petrolifere del Mediterraneo orientale, pur rilevando che gli Stati Uniti considerano le opinioni di Israele, Cipro, della Grecia e dell’Egitto sulla “Zona economica esclusiva” (ZEE) equivalenti al “diritto internazionale” di quella regione.
Il progetto di legge annuncia anche importanti programmi di armamento per i paesi in questione, aprendo la strada alla vendita di aerei F35 e fregate alla Grecia. Avverte la Turchia che qualsiasi “violazione” della “sovranità” della ZEE dei paesi citati, un’area che supera di gran lunga le acque territoriali e lo spazio aereo nazionale dei paesi interessati, sarà ora oggetto di una risposta da parte delle forze armate statunitensi e della NATO. Allo stesso tempo, la marina francese sta inaugurando una base navale permanente a Cipro, mentre la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di trasferire il suo F35 da Norfolk alle sue basi di Cipro.
L’intervento è così crudo che anche i giornalisti che di solito difendono la linea tradizionale non osano (ancora) rallegrarsi. Molti ricordano il destino della “Grande Idea” nel 1922. Nel tentativo di distruggere l’impero ottomano, le forze imperialiste vittoriose della prima guerra mondiale incoraggiarono i leader greci di allora, il primo ministro Venizelos e il re, nelle campagne dell’Asia Minore. Una volta garantiti i propri interessi, si disimpegnarono, lasciando greci e turchi a uccidersi a vicenda felicemente.
Questa politica, la politica del militarismo e della corsa agli armamenti, la politica della NATO e degli Stati Uniti, la politica che espone il nostro popolo ai piani di guerra più pericolosi, una politica che incoraggia obiettivamente il nazionalismo, è certamente uno degli aspetti più tossici di ciò che il governo Syriza si lascia alle spalle.
Recentemente, il quotidiano greco della diaspora negli Stati Uniti The National Herald, un giornale identificato con la dura destra greca e americana, ha chiesto il licenziamento di Geoffrey Pyatt dalla sua posizione di ambasciatore statunitense ad Atene, accusandolo di sostenere oltraggiosamente Alexis Tsipras [3]. L’ambasciata ateniese ha risposto in maniera molto decisa, spiegando che il sostegno al governo di Tsipras rifletteva la “politica degli Stati Uniti” (“It is a matter of U.S. government policy”) e non le preferenze personali del signor Pyatt. Questa risposta dovrebbe essere un vero motivo di vergogna per Syriza.
E l’estrema destra?
Data la politica neoliberale che ha attuato e la sua inflessibile adesione alle scelte degli Stati Uniti e della NATO, l’invito di Tsipras ad impegnarsi in una “resistenza all’estrema destra” suona come un brutto scherzo.
Il governo Syriza ha trattato rifugiati e migranti attraverso le pattuglie di Frontex, creando “campi” chiusi lungo il confine, rifiutando di fornire loro documenti che permettessero loro di vivere e muoversi legalmente, all’interno del paese o di continuare il loro viaggio altrove. Questa politica non fa che portare acqua al mulino dell’estrema destra razzista.
Anche il governo di Tsipras ha avuto quattro anni interi per completare il processo ai leader di Alba Dorata e fornire all’opinione pubblica prove inconfutabili della sua azione omicida. Mentre come partito Syriza cerca di darsi un profilo “antifascista”, rafforzando alcune alleanze con le reti antifasciste, il governo ha fatto in modo che il processo Alba Dorata si concluda solo dopo le prossime elezioni legislative. Si corre quindi il rischio che una decisione venga presa sotto un governo di destra, in un contesto in cui le varie reti vicine all’estrema destra si sentiranno molto più a loro agio e non esiteranno ad entrare in conflitto con l’opinione pubblica.
Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e delle classi lavoratrici, è quindi strettamente impossibile difendere questa patetica politica, questo patetico governo. La questione cruciale è uscire dal dilemma Tsipras–Mitsotakis, consapevole del pericolo del suo ritorno al potere. L’unica via d’uscita è iniziare a ricostruire una politica di massa in contrasto con il neoliberismo, il nazionalismo e il razzismo.
Note:
[1] In una riunione nel sobborgo ateniese di Galatsi, Alexis Tsipras ha formalizzato l’apertura di Syriza al “centro-sinistra” e ha chiesto la creazione di una “alleanza progressista” a livello nazionale ed europeo. Tra i candidati e sostenitori di Syriza in Europa ci sono molte “personalità” del PASOK. Le liste di Syriza includevano anche la “Sinistra Democratica” (DIMAR), una separazione di destra da Syriza nel 2010, che aveva partecipato a una coalizione di governo a fianco della destra e del PASOK tra il 2012 e il 2013. In precedenza faceva parte della coalizione di centro-sinistra KINAL (Movimento per il Cambiamento) creata dai detriti del PASOK e delle formazioni centriste e che Tsipras corteggia costantemente. Vedi: http://www.ekathimerini.com/239367/article/ekathimerini/news/tsipras-tries-to-rebrand-syriza-party
[2] Vedi: https://www.tovima.gr/2019/04/10/international/bi-partisan-us-senate-act-to-end-arms-cyprus-embargo-offers-aid-to-greece
[3] Vedi: http://www.thenationalherald.com/241071/us-ambassador-rejects-tnh-publishers-call-for-transfer-denies-meddling
di Antonis Davanelos, ex membro del segretariato Syriza, è membro della direzione della DEA (Sinistra internazionalista dei lavoratori) e del segretariato dell’Unità Popolare. Nel 2004, la DEA è stata una componente fondante di Syriza, poi lasciata nell’estate del 2015 per creare, insieme alle altre componenti della Piattaforma di sinistra, cui si sono aggiunte altre organizzazioni di sinistra radicale, Unita Popolare.
Si ringrazia Stathis Kouvélakis per la diffusione in francese dell’articolo, pubblicato su Contretemps. Traduzione in italiano a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo).
Fonte
Nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, il clima di frustrazione e pessimismo è esattamente l’opposto delle speranze suscitate dall’OXI (No) sul piano Juncker durante il referendum del luglio 2015. Questa inversione di tendenza è il risultato della politica attuata dal governo Syriza negli anni successivi. Il calo della quota dei salari e delle pensioni in rapporto alla quota dei profitti sul PIL, la continua riduzione della spesa sociale (di cui una delle conseguenze sono state le decine di morti negli ospedali pubblici abbandonati a causa di una comune epidemia di influenza), la continuazione delle privatizzazioni (come quelle dei porti del Pireo e di Salonicco, degli aeroporti venduti a Fraport, della società elettrica DEH e delle raffinerie ELPE) è il vero volto del programma di Tsipras, che sostiene di “resistere al neoliberismo”.
Sulla base di questo bilancio, il governo è riuscito ad ottenere alcuni “piccoli regali” dai creditori, come il recente accordo sul rimborso anticipato di parte del debito al FMI. L’impatto economico reale di questo accordo di alto profilo è limitato ad un “risparmio” di circa 150 milioni di euro sugli interessi dovuti, ma il suo utilizzo simbolico da parte di Tsipras sarà certamente sproporzionato rispetto al guadagno reale.
Il problema è che tali “successi” sono impegni in programmi e politiche specifiche, e portano alla luce l’esigenza di vedere degli autentici neoliberali ritornare al potere. Citiamo alcuni esempi recenti.
– Poul Thomsen, rappresentante del FMI nella Troika, ha accolto con favore l’intenzione del governo greco di anticipare parte del debito nei confronti del FMI. Tuttavia, egli è stato veloce a sottolineare l’obbligo dello stesso governo di rispettare gli altri impegni, vale a dire di abbassare la soglia d’imposizione fiscale e di effettuare ulteriori tagli alle pensioni nel 2020, come condizione per ridurre l’imposta sul reddito delle società, una misura che, secondo lui, è necessaria per “sostenere gli investimenti”.
– Allo stesso tempo, Miltiadis Nektarios (ex direttore della Previdenza Sociale del governo “modernizzatore” di Costas Simitis e membro del “Comitato dei saggi” incaricato di studiare la riforma del sistema assicurativo) ha detto che nei primi sei mesi di un nuovo governo, sarebbero stati necessari aggiustamenti draconiani, come la creazione di un “nuovo sistema sanitario pubblico”, che avrebbe trasformato tutti gli ospedali pubblici in organismi di diritto privato, e una nuova regolamentazione generale delle assicurazioni sociali basata sul ruolo guida delle compagnie di assicurazione private.
Sono quindi i “successi” di Tsipras nell’attuazione della politica neoliberale del terzo memorandum che aprono la strada al ritorno al potere della destra e del suo leader Kyriakos Mitsotakis. Questi “successi” non fanno che incoraggiare la voracità della classe dirigente, che richiede contro-riforme sempre più “audaci”, che la destra di Mitsotakis realizzerà come ha fatto in passato.
In questo contesto, l’identificazione di Syriza con la social-democrazia europea – questo è il messaggio che Tsipras ha scelto di inviare da Galatsi il 9 aprile – non è un ritiro difensivo [1]. Le dure esperienze ci hanno infatti insegnato che, al momento della sua degenerazione, la socialdemocrazia è diventata un veicolo per l’imposizione del neoliberismo. Il tentativo di Tsipras di aprirsi al “centro-sinistra” è un’ulteriore svolta a destra, che porta alla dura politica e alla sconfitta elettorale contro la destra autenticamente neoliberale guidata da Mitsotakis.
L’allineamento atlantista
Purtroppo, i crimini politici commessi dai leader di Syriza non si limitano ai settori dell’economia e della politica sociale. Il disgustoso allineamento con la politica americana – e questo ai tempi di Donald Trump! – e il rafforzamento dell’“asse” militare e diplomatico con lo Stato sionista israeliano costituiscono una delle eredità più pericolose della “sinistra di governo”.
Ciò che Tsipras e i suoi ex ministri degli Esteri e della Difesa, Nicos Kotzias e Panos Kammenos, hanno messo in atto, o tollerato, nella regione è condensato nell’ultima iniziativa promossa dalla presidenza Trump: il disegno di legge bipartisan dei senatori Bob Mendes e Marco Rubio, rispettivamente democratico e repubblicano, intitolato “Progetto di legge sulla cooperazione in materia di sicurezza ed energia nel Mediterraneo orientale” [2]. Questo progetto deve essere considerato una grande sfida per la sinistra e per le forze di un vero anti-imperialismo in Grecia.
Il progetto di legge prevede la revoca dell’embargo sulle armi nei confronti di Cipro, l’assistenza militare supplementare alla Grecia e il sostegno alla cooperazione trilaterale Grecia-Cipro-Israele nei settori dell’energia e della difesa. Questa legislazione riorienterebbe la politica degli Stati Uniti nella regione all’interno di un quadro strategico globale. Essa impone agli Stati Uniti di fornire protezione militare e diplomatica alla Exxon Mobil e ad altre compagnie petrolifere del Mediterraneo orientale, pur rilevando che gli Stati Uniti considerano le opinioni di Israele, Cipro, della Grecia e dell’Egitto sulla “Zona economica esclusiva” (ZEE) equivalenti al “diritto internazionale” di quella regione.
Il progetto di legge annuncia anche importanti programmi di armamento per i paesi in questione, aprendo la strada alla vendita di aerei F35 e fregate alla Grecia. Avverte la Turchia che qualsiasi “violazione” della “sovranità” della ZEE dei paesi citati, un’area che supera di gran lunga le acque territoriali e lo spazio aereo nazionale dei paesi interessati, sarà ora oggetto di una risposta da parte delle forze armate statunitensi e della NATO. Allo stesso tempo, la marina francese sta inaugurando una base navale permanente a Cipro, mentre la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di trasferire il suo F35 da Norfolk alle sue basi di Cipro.
L’intervento è così crudo che anche i giornalisti che di solito difendono la linea tradizionale non osano (ancora) rallegrarsi. Molti ricordano il destino della “Grande Idea” nel 1922. Nel tentativo di distruggere l’impero ottomano, le forze imperialiste vittoriose della prima guerra mondiale incoraggiarono i leader greci di allora, il primo ministro Venizelos e il re, nelle campagne dell’Asia Minore. Una volta garantiti i propri interessi, si disimpegnarono, lasciando greci e turchi a uccidersi a vicenda felicemente.
Questa politica, la politica del militarismo e della corsa agli armamenti, la politica della NATO e degli Stati Uniti, la politica che espone il nostro popolo ai piani di guerra più pericolosi, una politica che incoraggia obiettivamente il nazionalismo, è certamente uno degli aspetti più tossici di ciò che il governo Syriza si lascia alle spalle.
Recentemente, il quotidiano greco della diaspora negli Stati Uniti The National Herald, un giornale identificato con la dura destra greca e americana, ha chiesto il licenziamento di Geoffrey Pyatt dalla sua posizione di ambasciatore statunitense ad Atene, accusandolo di sostenere oltraggiosamente Alexis Tsipras [3]. L’ambasciata ateniese ha risposto in maniera molto decisa, spiegando che il sostegno al governo di Tsipras rifletteva la “politica degli Stati Uniti” (“It is a matter of U.S. government policy”) e non le preferenze personali del signor Pyatt. Questa risposta dovrebbe essere un vero motivo di vergogna per Syriza.
E l’estrema destra?
Data la politica neoliberale che ha attuato e la sua inflessibile adesione alle scelte degli Stati Uniti e della NATO, l’invito di Tsipras ad impegnarsi in una “resistenza all’estrema destra” suona come un brutto scherzo.
Il governo Syriza ha trattato rifugiati e migranti attraverso le pattuglie di Frontex, creando “campi” chiusi lungo il confine, rifiutando di fornire loro documenti che permettessero loro di vivere e muoversi legalmente, all’interno del paese o di continuare il loro viaggio altrove. Questa politica non fa che portare acqua al mulino dell’estrema destra razzista.
Anche il governo di Tsipras ha avuto quattro anni interi per completare il processo ai leader di Alba Dorata e fornire all’opinione pubblica prove inconfutabili della sua azione omicida. Mentre come partito Syriza cerca di darsi un profilo “antifascista”, rafforzando alcune alleanze con le reti antifasciste, il governo ha fatto in modo che il processo Alba Dorata si concluda solo dopo le prossime elezioni legislative. Si corre quindi il rischio che una decisione venga presa sotto un governo di destra, in un contesto in cui le varie reti vicine all’estrema destra si sentiranno molto più a loro agio e non esiteranno ad entrare in conflitto con l’opinione pubblica.
Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e delle classi lavoratrici, è quindi strettamente impossibile difendere questa patetica politica, questo patetico governo. La questione cruciale è uscire dal dilemma Tsipras–Mitsotakis, consapevole del pericolo del suo ritorno al potere. L’unica via d’uscita è iniziare a ricostruire una politica di massa in contrasto con il neoliberismo, il nazionalismo e il razzismo.
Note:
[1] In una riunione nel sobborgo ateniese di Galatsi, Alexis Tsipras ha formalizzato l’apertura di Syriza al “centro-sinistra” e ha chiesto la creazione di una “alleanza progressista” a livello nazionale ed europeo. Tra i candidati e sostenitori di Syriza in Europa ci sono molte “personalità” del PASOK. Le liste di Syriza includevano anche la “Sinistra Democratica” (DIMAR), una separazione di destra da Syriza nel 2010, che aveva partecipato a una coalizione di governo a fianco della destra e del PASOK tra il 2012 e il 2013. In precedenza faceva parte della coalizione di centro-sinistra KINAL (Movimento per il Cambiamento) creata dai detriti del PASOK e delle formazioni centriste e che Tsipras corteggia costantemente. Vedi: http://www.ekathimerini.com/239367/article/ekathimerini/news/tsipras-tries-to-rebrand-syriza-party
[2] Vedi: https://www.tovima.gr/2019/04/10/international/bi-partisan-us-senate-act-to-end-arms-cyprus-embargo-offers-aid-to-greece
[3] Vedi: http://www.thenationalherald.com/241071/us-ambassador-rejects-tnh-publishers-call-for-transfer-denies-meddling
di Antonis Davanelos, ex membro del segretariato Syriza, è membro della direzione della DEA (Sinistra internazionalista dei lavoratori) e del segretariato dell’Unità Popolare. Nel 2004, la DEA è stata una componente fondante di Syriza, poi lasciata nell’estate del 2015 per creare, insieme alle altre componenti della Piattaforma di sinistra, cui si sono aggiunte altre organizzazioni di sinistra radicale, Unita Popolare.
Si ringrazia Stathis Kouvélakis per la diffusione in francese dell’articolo, pubblicato su Contretemps. Traduzione in italiano a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo).
Fonte
15/09/2018
Non se ne sentiva proprio il bisogno: una “sinistra con Macron”
Aveva suscitato poche reazioni la sortita di Massimo Cacciari, alcuni giorni fa, in cui auspicava per le elezioni europee del prossimo maggio (“un progetto transnazionale che vada da Macron a Tsipras e possa sfidare i sovranisti”). Come se “il filosofo prestato alla politica del Pd” fosse solito parlare senza sapere cosa matura nei retrobottega del potere italiano ed europeo.
Quella prospettiva, invece, nel più completo silenzio – fin qui – delle “sinistre” italiche (tanto quella ultra-liberista come Pd-Leu, quanto il cespugliame scomposto che sta solo un po’ più in qua), è una linea concretissima, che va prendendo forma sotto la spinta della paura che le destre nazionaliste e reazionarie possano prevalere.
Timore niente affatto irrealistico, ma affrontato come sempre nel modo più idiota: una “grande alleanza europeista”, senza distinzioni, che – dopo un decennio di neoliberismo e politiche di austerità che hanno impoverito le classi popolari di tutto il continente (Germania compresa) – viene ovunque vista “dalle masse” come il fumo negli occhi.
Facciamo a capirci: se dallo schieramento neoliberista (Macron, Merkel, Juncker, popolari spagnoli, Pd, Spd tedesca, ecc.) fosse venuta un’autocritica seria per quanto combinato finora, e dunque – immediatamente, ossia qualche anno fa – una corsa a metter riparo ai disastri sociali creati, un’alleanza del genere (per quanto odiosa a occhi un po’ meno ingenui) avrebbe magari qualche margine per riuscire nell’intento. Ma basta ascoltare i discorsi pronunciati nelle ultime 48 ore da Oettinger, Moscovici e Mario Draghi per rendersi conto che in quel bunker tra Bruxelles e Francoforte si continua a sragionare, come se questa tempesta reazionaria fosse una brezza primaverile di breve durata.
Dunque questa “alleanza” nasce morta sul piano dei risultati possibili e mortifera per qualunque “cosa di sinistra” faccia l’errore di mostrarle, non diciamo simpatia, ma finanche “rispetto”. A quella banda di criminali non si può concedere nessuna attenuante, nel processo che indubbiamente farà loro la Storia: per aver resuscitato il nazionalismo para-fascista.
Ciò nonostante, direbbe un manzoniano esperto, “la sciagurata rispose”. E non una formazione “di sinistra” qualsiasi, ma addirittura quella che ha dovuto più di tutte snaturare sé stessa mettendosi ad attuare le prescrizioni della Troika, contro cui aveva promosso – e vinto! – un referendum popolare: Syriza.
L’articolo che qui sotto vi proponiamo, tratto da Euroactiv, è il risultato di una lunga chiacchierata con l’eurodeputato di Syriza Dimitris Papadimoulis, che accetta in pieno e spiega “l’utilità” di un pastrocchio immondo destinato alla sconfitta.
Perché vi consegniamo questa informazione? Non certo per maledire un movimento che tante speranze aveva suscitato e che anche noi avevamo in qualche misura sostenuto, ma per chiarificare – senza possibilità di equivoci – gli “schieramenti” che si vanno costruendo in Europa. Non “sinistra” contro “destra”, non “europeisti” contro “nazionalisti”, ma neoliberisti globalizzati contro liberisti straccioni. Tutti molto feroci e pericolosi.
Più precisamente, è uno scontro tra grande capitale multinazionale (finanziario ed industriale) e piccoli capitali senza sufficiente capacità competitiva. Il nostro “blocco sociale” – lavoratori con qualsiasi tipo di contratto e salario, pensionati, studenti, poveri, migranti, ecc. – non ha alcun “alleato” e nessuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni. Per quante “promesse elettorali” possano arrivare da entrambi i fronti... (e qui in Italia ne abbiamo sentite e sentiamo ancora di ogni, da Lega e Cinque Stelle come dal Pd, che ora fa finta di “buttarsi a sinistra”).
Ma sappiamo anche bene che a quelle promesse una grande parte del nostro blocco sociale ha mostrato di credere, il 4 marzo, magari solo per odio giustificato contro chi lo aveva spogliato di diritti, salario, dignità, ruolo.
Un terzo schieramento, popolare non per finta e “di sinistra” per i programmi sostenuti (non chiacchiere e distintivo, insomma) è assolutamente necessario, e per fortuna si sta anche costruendo, scomponendo e ricomponendo quelli che eravamo abituati a considerare “pilastri stabili” di equilibri politici che non esistono più. France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerra portoghese, Aufstehen (che rompe l’immobilismo della vecchia Die Linke), Potere al Popolo, altri soggetti di paesi più piccoli, sono sulla buona strada.
Ma come fanno a distinguersi dalla vecchia “sinistra europeista”, socialdemocratica e complice del neoliberismo più feroce, ed anche dalla destra nazionalista e razzista che promette mari e monti?
Nell’unico modo possibile:
a) con una radicale messa in discussione dell’Unione Europea (dei suoi trattati, che impongono austerità e non sono modificabili), fino a mettere in conto la sua “rottura”;
b) con un programma sociale concreto perché recupera – rompendo la Ue – gli strumenti indispensabili per realizzarlo;
c) con il rifiuto pratico del razzismo e la lotta aperta contro il fascismo (nelle strade e tra la gente, non solo nelle dichiarazioni in tv).
E’ il fronte delle forze che si muovono avendo ben chiaro in testa quel “piano B” senza il quale non si può neanche pensare di cambiare alcunché, in questa parte del mondo.
Syriza non farà parte di questo schieramento. Lo dice chiaramente quel che ha fatto in questi tre anni, quel che sostiene il suo europarlamentare più rappresentativo, il “rimpasto di governo” ad Atene, con la fuoriuscita di qualche ministro più “sociale” sostituito da qualcuno più “socialista” (nel senso del Pasok, il Pd greco).
E vedremo, se in questa situazione, qualcuno se ne uscirà proponendo una “sinistra con Macron”...
La crescente cooperazione tra destra conservatrice e estrema destra potrebbe essere un campanello d’allarme per i democratici, che dovrebbero creare una vasta alleanza pro-UE, dal sinistrorso Alexis Tsipras al centrista Emmanuel Macron, l’eurodeputato Syriza Dimitris Papadimoulis ha detto a EURACTIV.com.
“Dimenticate il business as usual”, ha sottolineato Papadimoulis, vicepresidente del Parlamento europeo e stretto alleato del premier greco Alexis Tsipras.
“Tutti i democratici europei dovrebbero alzarsi dal divano, come è successo con la manifestazione contro il razzismo a Chemnitz, e cercare la via della convergenza attorno a obiettivi comuni sia a livello politico che sociale”, ha detto Papadimoulis, riferendosi alle recenti manifestazioni antirazziste nella città tedesca di Chemnitz.
“In termini di democrazia, le alleanze devono essere più ampie, non solo con Macron, ma anche con i liberaldemocratici (ALDE) e i moderati del Partito popolare europeo (PPE)”, ha aggiunto.
Il deputato greco, che è anche vicepresidente del Parlamento europeo, ha osservato che la candidatura del PPE Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea indica uno spostamento del PPE verso destra, cosa che non soddisfa gli stessi membri del centro-destra.
Ha quindi attaccato Weber, affermando che non solo è un buon amico di Viktor Orbán, ma è anche solidale con le azioni di Salvini in Italia e aperto alle idee della francese Marine Le Pen.
“C’è una tendenza pericolosa che è lo sforzo comune dell’estrema destra dell’Europa delle Nazioni e della libertà (ENF) e dell’estrema destra all’interno del PPE, per promuovere l’orbanizzazione del PPE e formare una nuova maggioranza in una direzione euroscettica e super-conservatrice”, ha aggiunto Papadimoulis.
L’eurodeputato di Syriza ha spiegato che nelle questioni relative alla crisi dei rifugiati, all’approfondimento dell’integrazione dell’UE o alla trasparenza del progetto dell’UE, l’alleanza pro-UE dovrebbe essere “il più ampia possibile, da Tsipras a Macron”.
“A livello europeo, Macron potrebbe essere parte di uno sforzo di convergenza più ampio per formare una maggioranza in grado di promuovere alcune idee di approfondimento democratico dell’unificazione europea”.
“L’Europa ha vissuto il dramma fascista e nazista quasi 80 anni fa [...] ma la campana della storia colpisce duramente e saremmo sordi se non la ascoltassimo”, ha aggiunto.
Le questioni sociali
Ma quando si tratta di questioni sociali, come la spinta verso meno austerità e più politiche a favore della crescita, Papadimoulis afferma che l’ambito della cooperazione potrebbe essere più ristretto, concentrandosi su tre famiglie politiche: la sinistra, i socialisti e i verdi.
Ma affinché ciò avvenga, tutti questi gruppi devono cambiare. I socialdemocratici della UE dovrebbero essere “più radicali” verso le politiche neoliberiste, perché la loro “subordinazione ha creato in molti paesi grandi sconfitte e dilemmi esistenziali”.
Per i partiti di sinistra ha notato che avevano bisogno di rendere la loro strategia europea più chiara e aperta a più ampie alleanze in grado di creare maggioranze vincenti.
“I Verdi devono riguadagnare il loro radicalismo perduto perché ultimamente in alcuni stati membri hanno scelto una centralizzazione tecnocratica”.
La strategia di Syriza
Papadimoulis ha spiegato che Syriza è stata strategicamente costruita come forza che esprime gli elettori non solo a sinistra, ma anche di centrosinistra.
Tuttavia, il partito ufficiale affiliato al Partito Socialista Europeo, in Grecia, è il Movimento socialista pan-ellenico (Pasok), la cui attuale leadership ha escluso una futura collaborazione con Syriza.
Papadimoulis ha detto che il Pasok ha seguito la retorica del partito dell’opposizione di centro-destra, Nuova Democrazia, e questo porterà a risultati disastrosi per le elezioni.
La settimana scorsa, Papadimoulis ha incontrato il presidente del Pse Udo Bullmann e, secondo i resoconti dei media greci, hanno concordato di rafforzare la cooperazione delle “forze progressiste”.
In un’intervista a Euractiv, lo scorso maggio, il capo del Pse è stato duro con il Pasok, la forza storica di centro-sinistra in Grecia, che è parzialmente responsabile, insieme a Nuova Democrazia, della crisi economica greca. Il socialdemocratico tedesco era abbastanza favorevole a Syriza, affermando che tutte le forze progressiste in Grecia dovrebbero unire le forze per guidare il paese nell’era post-crisi.
Il Pasok era diventato il più grande partito nel 2009 con il 44% dei voti, mentre è crollato al 4,7% nel 2015.
Papadimoulis ha notato che durante la preparazione delle elezioni europee, Syriza sarà ancora più aperta nei confronti del centro-sinistra e del centro democratico.
“Riteniamo che la maggioranza a sinistra, il centro-sinistra e il centro democratico debbano essere espressi sia a livello politico che a livello governativo”, ha affermato.
* EURACTIV.com
10 set 2018
Fonte
Quella prospettiva, invece, nel più completo silenzio – fin qui – delle “sinistre” italiche (tanto quella ultra-liberista come Pd-Leu, quanto il cespugliame scomposto che sta solo un po’ più in qua), è una linea concretissima, che va prendendo forma sotto la spinta della paura che le destre nazionaliste e reazionarie possano prevalere.
Timore niente affatto irrealistico, ma affrontato come sempre nel modo più idiota: una “grande alleanza europeista”, senza distinzioni, che – dopo un decennio di neoliberismo e politiche di austerità che hanno impoverito le classi popolari di tutto il continente (Germania compresa) – viene ovunque vista “dalle masse” come il fumo negli occhi.
Facciamo a capirci: se dallo schieramento neoliberista (Macron, Merkel, Juncker, popolari spagnoli, Pd, Spd tedesca, ecc.) fosse venuta un’autocritica seria per quanto combinato finora, e dunque – immediatamente, ossia qualche anno fa – una corsa a metter riparo ai disastri sociali creati, un’alleanza del genere (per quanto odiosa a occhi un po’ meno ingenui) avrebbe magari qualche margine per riuscire nell’intento. Ma basta ascoltare i discorsi pronunciati nelle ultime 48 ore da Oettinger, Moscovici e Mario Draghi per rendersi conto che in quel bunker tra Bruxelles e Francoforte si continua a sragionare, come se questa tempesta reazionaria fosse una brezza primaverile di breve durata.
Dunque questa “alleanza” nasce morta sul piano dei risultati possibili e mortifera per qualunque “cosa di sinistra” faccia l’errore di mostrarle, non diciamo simpatia, ma finanche “rispetto”. A quella banda di criminali non si può concedere nessuna attenuante, nel processo che indubbiamente farà loro la Storia: per aver resuscitato il nazionalismo para-fascista.
Ciò nonostante, direbbe un manzoniano esperto, “la sciagurata rispose”. E non una formazione “di sinistra” qualsiasi, ma addirittura quella che ha dovuto più di tutte snaturare sé stessa mettendosi ad attuare le prescrizioni della Troika, contro cui aveva promosso – e vinto! – un referendum popolare: Syriza.
L’articolo che qui sotto vi proponiamo, tratto da Euroactiv, è il risultato di una lunga chiacchierata con l’eurodeputato di Syriza Dimitris Papadimoulis, che accetta in pieno e spiega “l’utilità” di un pastrocchio immondo destinato alla sconfitta.
Perché vi consegniamo questa informazione? Non certo per maledire un movimento che tante speranze aveva suscitato e che anche noi avevamo in qualche misura sostenuto, ma per chiarificare – senza possibilità di equivoci – gli “schieramenti” che si vanno costruendo in Europa. Non “sinistra” contro “destra”, non “europeisti” contro “nazionalisti”, ma neoliberisti globalizzati contro liberisti straccioni. Tutti molto feroci e pericolosi.
Più precisamente, è uno scontro tra grande capitale multinazionale (finanziario ed industriale) e piccoli capitali senza sufficiente capacità competitiva. Il nostro “blocco sociale” – lavoratori con qualsiasi tipo di contratto e salario, pensionati, studenti, poveri, migranti, ecc. – non ha alcun “alleato” e nessuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni. Per quante “promesse elettorali” possano arrivare da entrambi i fronti... (e qui in Italia ne abbiamo sentite e sentiamo ancora di ogni, da Lega e Cinque Stelle come dal Pd, che ora fa finta di “buttarsi a sinistra”).
Ma sappiamo anche bene che a quelle promesse una grande parte del nostro blocco sociale ha mostrato di credere, il 4 marzo, magari solo per odio giustificato contro chi lo aveva spogliato di diritti, salario, dignità, ruolo.
Un terzo schieramento, popolare non per finta e “di sinistra” per i programmi sostenuti (non chiacchiere e distintivo, insomma) è assolutamente necessario, e per fortuna si sta anche costruendo, scomponendo e ricomponendo quelli che eravamo abituati a considerare “pilastri stabili” di equilibri politici che non esistono più. France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerra portoghese, Aufstehen (che rompe l’immobilismo della vecchia Die Linke), Potere al Popolo, altri soggetti di paesi più piccoli, sono sulla buona strada.
Ma come fanno a distinguersi dalla vecchia “sinistra europeista”, socialdemocratica e complice del neoliberismo più feroce, ed anche dalla destra nazionalista e razzista che promette mari e monti?
Nell’unico modo possibile:
a) con una radicale messa in discussione dell’Unione Europea (dei suoi trattati, che impongono austerità e non sono modificabili), fino a mettere in conto la sua “rottura”;
b) con un programma sociale concreto perché recupera – rompendo la Ue – gli strumenti indispensabili per realizzarlo;
c) con il rifiuto pratico del razzismo e la lotta aperta contro il fascismo (nelle strade e tra la gente, non solo nelle dichiarazioni in tv).
E’ il fronte delle forze che si muovono avendo ben chiaro in testa quel “piano B” senza il quale non si può neanche pensare di cambiare alcunché, in questa parte del mondo.
Syriza non farà parte di questo schieramento. Lo dice chiaramente quel che ha fatto in questi tre anni, quel che sostiene il suo europarlamentare più rappresentativo, il “rimpasto di governo” ad Atene, con la fuoriuscita di qualche ministro più “sociale” sostituito da qualcuno più “socialista” (nel senso del Pasok, il Pd greco).
E vedremo, se in questa situazione, qualcuno se ne uscirà proponendo una “sinistra con Macron”...
*****
Papadimoulis: Un’ampia alleanza pro-UE può bloccare l’estrema destra
La crescente cooperazione tra destra conservatrice e estrema destra potrebbe essere un campanello d’allarme per i democratici, che dovrebbero creare una vasta alleanza pro-UE, dal sinistrorso Alexis Tsipras al centrista Emmanuel Macron, l’eurodeputato Syriza Dimitris Papadimoulis ha detto a EURACTIV.com.
“Dimenticate il business as usual”, ha sottolineato Papadimoulis, vicepresidente del Parlamento europeo e stretto alleato del premier greco Alexis Tsipras.
“Tutti i democratici europei dovrebbero alzarsi dal divano, come è successo con la manifestazione contro il razzismo a Chemnitz, e cercare la via della convergenza attorno a obiettivi comuni sia a livello politico che sociale”, ha detto Papadimoulis, riferendosi alle recenti manifestazioni antirazziste nella città tedesca di Chemnitz.
“In termini di democrazia, le alleanze devono essere più ampie, non solo con Macron, ma anche con i liberaldemocratici (ALDE) e i moderati del Partito popolare europeo (PPE)”, ha aggiunto.
Il deputato greco, che è anche vicepresidente del Parlamento europeo, ha osservato che la candidatura del PPE Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea indica uno spostamento del PPE verso destra, cosa che non soddisfa gli stessi membri del centro-destra.
Ha quindi attaccato Weber, affermando che non solo è un buon amico di Viktor Orbán, ma è anche solidale con le azioni di Salvini in Italia e aperto alle idee della francese Marine Le Pen.
“C’è una tendenza pericolosa che è lo sforzo comune dell’estrema destra dell’Europa delle Nazioni e della libertà (ENF) e dell’estrema destra all’interno del PPE, per promuovere l’orbanizzazione del PPE e formare una nuova maggioranza in una direzione euroscettica e super-conservatrice”, ha aggiunto Papadimoulis.
L’eurodeputato di Syriza ha spiegato che nelle questioni relative alla crisi dei rifugiati, all’approfondimento dell’integrazione dell’UE o alla trasparenza del progetto dell’UE, l’alleanza pro-UE dovrebbe essere “il più ampia possibile, da Tsipras a Macron”.
“A livello europeo, Macron potrebbe essere parte di uno sforzo di convergenza più ampio per formare una maggioranza in grado di promuovere alcune idee di approfondimento democratico dell’unificazione europea”.
“L’Europa ha vissuto il dramma fascista e nazista quasi 80 anni fa [...] ma la campana della storia colpisce duramente e saremmo sordi se non la ascoltassimo”, ha aggiunto.
Le questioni sociali
Ma quando si tratta di questioni sociali, come la spinta verso meno austerità e più politiche a favore della crescita, Papadimoulis afferma che l’ambito della cooperazione potrebbe essere più ristretto, concentrandosi su tre famiglie politiche: la sinistra, i socialisti e i verdi.
Ma affinché ciò avvenga, tutti questi gruppi devono cambiare. I socialdemocratici della UE dovrebbero essere “più radicali” verso le politiche neoliberiste, perché la loro “subordinazione ha creato in molti paesi grandi sconfitte e dilemmi esistenziali”.
Per i partiti di sinistra ha notato che avevano bisogno di rendere la loro strategia europea più chiara e aperta a più ampie alleanze in grado di creare maggioranze vincenti.
“I Verdi devono riguadagnare il loro radicalismo perduto perché ultimamente in alcuni stati membri hanno scelto una centralizzazione tecnocratica”.
La strategia di Syriza
Papadimoulis ha spiegato che Syriza è stata strategicamente costruita come forza che esprime gli elettori non solo a sinistra, ma anche di centrosinistra.
Tuttavia, il partito ufficiale affiliato al Partito Socialista Europeo, in Grecia, è il Movimento socialista pan-ellenico (Pasok), la cui attuale leadership ha escluso una futura collaborazione con Syriza.
Papadimoulis ha detto che il Pasok ha seguito la retorica del partito dell’opposizione di centro-destra, Nuova Democrazia, e questo porterà a risultati disastrosi per le elezioni.
La settimana scorsa, Papadimoulis ha incontrato il presidente del Pse Udo Bullmann e, secondo i resoconti dei media greci, hanno concordato di rafforzare la cooperazione delle “forze progressiste”.
In un’intervista a Euractiv, lo scorso maggio, il capo del Pse è stato duro con il Pasok, la forza storica di centro-sinistra in Grecia, che è parzialmente responsabile, insieme a Nuova Democrazia, della crisi economica greca. Il socialdemocratico tedesco era abbastanza favorevole a Syriza, affermando che tutte le forze progressiste in Grecia dovrebbero unire le forze per guidare il paese nell’era post-crisi.
Il Pasok era diventato il più grande partito nel 2009 con il 44% dei voti, mentre è crollato al 4,7% nel 2015.
Papadimoulis ha notato che durante la preparazione delle elezioni europee, Syriza sarà ancora più aperta nei confronti del centro-sinistra e del centro democratico.
“Riteniamo che la maggioranza a sinistra, il centro-sinistra e il centro democratico debbano essere espressi sia a livello politico che a livello governativo”, ha affermato.
* EURACTIV.com
10 set 2018
Fonte
30/07/2018
Cartoline dalla Grecia: l’emergenza è finita?
I devastanti incendi che hanno flagellato la regione attorno Atene hanno riportato l’attenzione dei media nostrani sulla Grecia.
A tutti gli osservatori – anche agli apologeti del liberismo più selvaggio – è apparso chiaro il pesante bilancio di danni e lutti provocati a fronte di incendi che, per quanto stavolta siano stati particolarmente impetuosi, non sono una novità in quelle zone già periodicamente interessate da questa fenomenologia.
Mai come ora è risultato evidente il gap materiale e tecnologico esistente tra le reali potenzialità degli apparati di emergenza e di prevenzione dello stato ellenico e gli standard minimi indispensabili che necessiterebbero in qualsivoglia paese costretto a misurarsi con calamità di questo tipo.
Il (triste) paradosso di questa vicenda è che, nei giorni scorsi, il primo ministro greco, Alexis Tsipras, dichiarava, soddisfatto, che la Grecia sta uscendo dal “tunnel della crisi” dopo i fatti del 2015 (il cedimento al Memorandum della trojka con buona pace della vittoria referendaria dell’OXI, nda) e che nel paese cresce la “fiducia verso il futuro prossimo”.
La realtà sociale, il paese reale e le condizioni di vita e di lavoro dicono altro .
Il 20 agosto prossimo termina l’ultima parte del “programma di riforme strutturali” deciso da Bruxelles nei giorni del luglio 2015 quando, di fatto, la Grecia è stata sottoposta al commissariamento forzato da parte dell'UE.
In effetti, però, dal gennaio 2019 scatterà un altro giro di vite sulle pensioni, il quattordicesimo, per “tenere in sicurezza la reale compatibilità dei conti pubblici” ed ogni trimestre la UE manderà i suoi commissari/controllori per verificare l’attuazione di queste misure e le “garanzie” per i creditori/cravattari che hanno “prestato” i 300 milioni di Euro alla Grecia.
Oggi, a distanza di alcuni anni, la disoccupazione è arrivata al 20%, una famiglia su cinque (il doppio del 2010) vive in condizioni di estrema povertà ed il fardello del debito (pubblico e privato) è ancora un macigno.
Inoltre la privatizzazione/svendita di gran parte dell’apparato industriale ed infrastrutturale del paese ha comportato consistenti esternalizzazioni di operai ed impiegati, il peggioramento della qualità e di ciò che residuava dell’universalità dei servizi ed una generale svalorizzazione del lavoro e delle sue condizioni normative, giuridiche e di sicurezza.
Il governo Syriza/ANEL supinamente prono ai dettami della borghesia continentale europea (e della NATO) continua a ritenere – confermando la sua linea di condotta catastrofica per gli interessi dei settori popolari della società – che è possibile consolidare una sorta di “ripresa economica nazionale” confidando esclusivamente sul turismo, le nuove tecnologie e la “smart economy”.
Ma i fatti hanno la testa dura. Il turismo, in Grecia e non solo, non è un comparto che produce un miglioramento generalizzato dell’economia e una crescita della quantità/qualità del lavoro sempre e comunque. Anche questo comparto è sottoposto alle modalità del mercato, alle sue leggi ed alla crescente concorrenza internazionale
I flussi turistici (quelli consistenti) sono organizzati, gestiti e valorizzati dalle grandi corporation globali dell’entertainment.
Con buona pace dell’immagine iconica dell’isoletta greca pura ed incontaminata e delle rustiche taverne dove si spende poco, si sta consolidando una industria del divertimento incardinata alle più feroci leggi del supersfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente naturale.
I porti, gli aeroporti (non a caso le infrastrutture svendute per prime, dopo il luglio 2015), i villaggi turistici, i tour operator, il selvaggio e vorticoso comparto dell’edilizia e persino le campagne propagandistiche e promozionali delle varie località, sono saldamente nelle mani di compagnie straniere le quali sono interessate unicamente alla massimizzazione dei profitti, non nutrono nessuna attenzione per gli standard ambientali dell’ecosistema e sono pronte, in qualsiasi momento, anche in considerazione dell’evoluzione generale del contesto geopolitico, ad indirizzare altrove i flussi turistici.
La stessa demagogia/illusione, da parte governativa, sul potenziamento delle nuove tecnologie è rivolta, stando ai fatti che registriamo, al rafforzamento ed alla crescita di questa infernale macchina del divertimento e non, invece, come sarebbe socialmente utile, alla riqualificazione/ammodernamento delle infrastrutture di base del paese.
Le reti energetiche nazionali, la qualità degli impianti ferroviari, del servizio sanitario nazionale e – come dimostrato tragicamente nei giorni scorsi – i servizi di pubblica emergenza sono fermi al palo o, addirittura, regrediscono ulteriormente.
Fotografano bene questa situazione le parole di Vassilis Primikiris, del comitato centrale di Unità Popolare (Lea), riprese anche dall’ultimo numero de “l’Espresso” in edicola questa settimana: “Rimarremo nelle grinfie della Troika per quasi cento anni. Altro che ritrovata autonomia. Con i tagli alle pensioni e l’introduzione della tassazione anche per chi guadagna 500 Euro al mese i greci sono condannati alla miseria perenne. Tsipras da comunista è diventato lo yesman dei poteri forti. E anche della NATO, con la decisione di non usare la facoltà di veto sull’ingresso della Fyrom nell’Alleanza Atlantica e il consenso al cambiamento del nome in “Macedonia del Nord”. Con questa mossa scellerata ha regalato migliaia di voti ai fascisti di Alba Dorata e distrutto lo storico rapporto amichevole con la Russia. Un disastro completo.”
In effetti, al di là di tutte le chiacchiere e le sparate propagandistiche, la Grecia, nonostante la cura da cavallo a cui è stata costretta, nonostante la manomissione diplomatica, economica e finanziaria che ha subito, non ha ottenuto dal complesso dei creditori internazionali il taglio del debito che doveva essere (nell’idea di Syriza, di Tsipras e dei soloni del Partito della Sinistra Europea) l’obiettivo che si sarebbe acquisito con l’accettazione del terzo Memorandum.
Cosa dire alla fine di questa “cartolina”?
Il popolo greco (che ha alle sue spalle una gloriosa e consolidata tradizione di lotta antifascista e per il progresso) è, tra i popoli europei, quello che ha pagato il più alto costo umano e politico alla costruzione del polo imperialista europeo. In Grecia, più che altrove, la “sinistra” ha attivamente lavorato per depotenziare e distruggere ogni aspettativa di rottura e di avanzamento politico e sociale verso un assetto culturale, economico e geopolitico che alludesse, per davvero, ad una possibile fuoriuscita dai micidiali dispositivi dell’Unione Europea e della NATO.
Non è un caso che – nel paese ellenico, ma anche altrove – crescono le destre razziste ed xenofobe nutrite dal malcontento e dal disorientamento dei ceti popolari dopo il “tradimento” della “sinistra”.
Una lezione politica, quindi, da non smarrire, ancora attuale, la quale rafforza la necessità della sfida teorica e pratica che vogliamo rilanciare per costruire nel nostro paese e nell’area euro/mediterranea una prospettiva di rottura, di riscatto e di liberazione fondata sull’unione popolare e non sui cascami di una “sinistra” sempre più integrata nella modernizzazione capitalistica ed imperialistica.
Fonte
11/07/2018
Mélénchon spariglia i giochi della “sinistra”
Nei giorni scorsi c’è stato un evento politico che cambia il quadro entro cui sono abituate a muoversi le formazioni e i movimenti che abitualmente chiamiamo “sinistra europea”.
Il Partie de Gauche (componente centrale di France Insoumise, visto che è stato fondato da Lean-Luc Mélénchon) è uscito dal Partito della Sinistra Europea, ovvero l’insieme delle formazioni che fin qui hanno concorso a formare, alle elezioni comunitarie, il gruppo parlamentare. Come si intuisce facilmente, il termine “partito” è qui usato in modo immaginifico, trattandosi di un’alleanza tra formazioni di orientamento ideologico molto plurale (comunisti, “rosso-verdi”, socialisti, democratici di sinistra) che hanno spesso in comune poco più dell’attività al parlamento di Strasburgo.
La notizia è rilevante per almeno due ragioni oggettive:
a) France Insoumise è una delle formazioni numericamente più importanti di questo schieramento (ha preso il 19,6% nelle elezioni presidenziali di un anno fa, sfiorando il ballottaggi con Macron), la Francia è uno dei due “motori” dell’Unione Europea e la seconda economia dell’eurozona;
b) tra un anno ci saranno le elezioni europee e le varie “sinistre” continentali stanno annusandosi per vedere quali assemblaggi inventare per superare la soglia di sbarramento – là dove questo obiettivo, il 4%, è incerto – e per definire un briciolo di identità comune riconoscibile.
L’uscita di France Insoumise, dunque, in questo mondo rappresenta una vera e propria bomba nucleare.
Soprattutto per la motivazione addotta dai francesi: «A un anno dalle elezioni europee, non è più possibile unire nello stesso partito europeo gli oppositori e gli artigiani dell’austerità».
Non si tratta di una distinzione “ideologica”, perché solo in apparenza – ossia nella “comunicazione” – tutte le forze della Sinistra Europea sono contrarie alle politiche di austerità imposte dalla Troika (Bce, Ue, Fmi). Per la quasi totalità di quelle forze, infatti, il tema è quasi soltanto oggetto di campagna elettorale o pratiche politiche all’interno del proprio paese, visto che sono fuori dai governi nazionali e hanno in genere ben scarse probabilità di accedervi. Quindi non obbligate a dimostrare concretamente, alla propria gente e agli altri popoli europei, di esser seriamente intenzionati a fare quel che dicono.
Per una di queste forze, però, la situazione è diametralmente opposta. Syriza, il movimento-partito di Tsipras, è da quasi quattro anni al governo della Grecia e da tre – dopo l’incredibile voltafaccia operato davanti alla vittoria del “NO” nel referendum del 15 luglio 2015 – applica con diligenza tutte le direttive-capestro ordinate da Bruxelles, Francoforte e Fmi. Non è una illazione malevola, visto che la Troika, qualche giorno fa, ha “promosso” Atene mettendo fine al commissariamento, anche se restano da pagare 110 miliardi di debito in 10 anni...
La France Insoumise aveva chiesto alla Sinistra Europea, qualche mese fa, di estromettere Syrizia dal gruppo, proprio per l’applicazione di politiche ufficialmente rifiutate non solo dal “programma politico” del movimento di Tsipras, ma persino dal voto referendario: «qualsiasi applicazione di questa politica da parte di un membro della Sinistra europea ignora qualsiasi posizione anti-austerity presa dagli altri membri». O peggio: «Syriza è diventata la rappresentante della linea di austerità in Grecia al punto di attaccare il diritto di sciopero, abbassare drasticamente le pensioni, privatizzare interi settori dell’economia; tutte le misure contro le quali i nostri partiti combattono in ciascuno dei nostri Paesi».
La Linke tedesca – partito-guida della SE – si era opposta, ma la frattura non si è ovviamente solo per questo ricomposta, producendo per ora l’uscita del movimento di Mélénchon.
Il quale, però, può contare sul consolidamento dei rapporti con Podemos e Bloco de Esquerda (la Dichiarazione di Lisbona tra i tre è stata poi sottoscritta anche da Potere al Popolo e da altre organizzazioni europee), oltre che sui rapporti avanzati con molti partiti di sinistra europei, e perfino con una consistente “fronda” della stessa Linke guidata da Sarah Wagenknecht.
In vista delle elezioni del prossimo anno, insomma, si vanno delineando due possibili schieramenti: uno “classico”, fatto di movimenti o partiti di “sinistra europeista” critica nei confronti delle politiche di austerità ma disposte ad appoggiare governi centristi o di centrosinistra (definizione abbastanza difficile da riconoscere, nell’attuale panorama continentale), pur di far argine contro la marea populista e razzista; e uno esplicitamente critico nei confronti dell’Unione Europea, costruita su trattati di impronta ordoliberista che di fatto hanno favorito soltanto le banche e il capitale multinazionale e, in misura minore, Germania e paesi del Nord.
France Insoumise ha del resto da tempo presentato un programma politico che prevede, in caso non impossibile di vittoria elettorale a breve-medio termine, un Piano B che contempla l’uscita unilaterale dai trattati, la ripresa di controllo della Banca centrale, il controllo su capitali e merci, una nuova cooperazione tra gli Stati, in particolare quelli euromediterranei ecc. Insomma, la fine dell’Unione Europea e la nascita di una comunità di Stati fondata su altri princìpi di politica interna, industriale, ecc; “un’alleanza di paesi del Sud Europa per uscire dall’austerità ed impegnarsi in politiche concertate di rinnovamento ecologico e sociale delle attività economiche”.
A noi sembra che questa “chiarificazione” interna alla sinistra europea non possa che essere salutare, perché è veramente difficile essere credibili davanti al proprio blocco sociale senza rispondere alla domanda che questo pone ormai da tempo: “ma se ti voto e ti mando lì, chi mi assicura che non farai esattamente come gli altri, fregandotene dei miei interessi e bisogni vitali?”.
Abbiamo visto, in Italia, che a questa domanda le varie sinistre hanno evitato accuratamente di rispondere, anche perché almeno quella neoliberista – il Pd, fondamentalmente, compresi gli “scissionisti” – è universalmente riconosciuta dal “popolo” come grande responsabile della disfatta sociale che ha azzerato diritti sociali, welfare, istruzione, occupazione, contratti. La stessa destra ora al governo, che pure aveva rastrellato voti proprio criticando le politiche europee (sui migranti come sull’euro, sui trattati come sulle sanzioni a Mosca), non appena insediatasi a Palazzo Chigi ha immediatamente dismesso ogni “rivendicazione” economica, continuando ad agitare soltanto lo spauracchio dei migranti.
Si apre insomma una possibilità vera di costruire opposizione di massa alle politiche europee e del governo grillin-leghista. E di farlo insieme ad altre forze politiche europee che rompono lo schema fin qui egemone (o si appoggiano i “neoliberisti europeisti” oppure ci si consegna alla destra razzista) e si impegnano a fare del rifiuto delle politiche di austerità la vera discriminante tra progressisti e reazionari. Tra chi sta davvero col popolo e chi con le banche o le multinazionali.
Il “nazionalismo”, come si vede, non c‘entra nulla. Le destre nazionaliste sono pienamente accettate a Bruxelles, anche se ovviamente “pressate” per aggiustare le proprie pretese senza mettere in discussione gli equilibri e i trattati.
L’Unione Europea di oggi non è soltanto neoliberista, ma pienamente euronazionalista e di destra. Lo sforzo che le élites stanno facendo è di piegare il “nazionalismo nazionale” in direzione di un “nazionalismo europeo” che consenta loro di affrontare con maggiori forze la competizione con gli altri poli decisivi della “competizione globale”: Usa, Cina, Russia, ecc.
Una sinistra di classe, in questa situazione, o agisce per rompere lo schema o finisce per accettarlo. E’ la stessa alternativa che si era posta nel 1914 a tutti i partiti socialisti d’Europa: votare o non votare i “crediti di guerra”?
La divisione tra socialisti nazionalisti e comunisti internazionalisti nacque da lì, non dal confronto ideologico.
Fonte
Il Partie de Gauche (componente centrale di France Insoumise, visto che è stato fondato da Lean-Luc Mélénchon) è uscito dal Partito della Sinistra Europea, ovvero l’insieme delle formazioni che fin qui hanno concorso a formare, alle elezioni comunitarie, il gruppo parlamentare. Come si intuisce facilmente, il termine “partito” è qui usato in modo immaginifico, trattandosi di un’alleanza tra formazioni di orientamento ideologico molto plurale (comunisti, “rosso-verdi”, socialisti, democratici di sinistra) che hanno spesso in comune poco più dell’attività al parlamento di Strasburgo.
La notizia è rilevante per almeno due ragioni oggettive:
a) France Insoumise è una delle formazioni numericamente più importanti di questo schieramento (ha preso il 19,6% nelle elezioni presidenziali di un anno fa, sfiorando il ballottaggi con Macron), la Francia è uno dei due “motori” dell’Unione Europea e la seconda economia dell’eurozona;
b) tra un anno ci saranno le elezioni europee e le varie “sinistre” continentali stanno annusandosi per vedere quali assemblaggi inventare per superare la soglia di sbarramento – là dove questo obiettivo, il 4%, è incerto – e per definire un briciolo di identità comune riconoscibile.
L’uscita di France Insoumise, dunque, in questo mondo rappresenta una vera e propria bomba nucleare.
Soprattutto per la motivazione addotta dai francesi: «A un anno dalle elezioni europee, non è più possibile unire nello stesso partito europeo gli oppositori e gli artigiani dell’austerità».
Non si tratta di una distinzione “ideologica”, perché solo in apparenza – ossia nella “comunicazione” – tutte le forze della Sinistra Europea sono contrarie alle politiche di austerità imposte dalla Troika (Bce, Ue, Fmi). Per la quasi totalità di quelle forze, infatti, il tema è quasi soltanto oggetto di campagna elettorale o pratiche politiche all’interno del proprio paese, visto che sono fuori dai governi nazionali e hanno in genere ben scarse probabilità di accedervi. Quindi non obbligate a dimostrare concretamente, alla propria gente e agli altri popoli europei, di esser seriamente intenzionati a fare quel che dicono.
Per una di queste forze, però, la situazione è diametralmente opposta. Syriza, il movimento-partito di Tsipras, è da quasi quattro anni al governo della Grecia e da tre – dopo l’incredibile voltafaccia operato davanti alla vittoria del “NO” nel referendum del 15 luglio 2015 – applica con diligenza tutte le direttive-capestro ordinate da Bruxelles, Francoforte e Fmi. Non è una illazione malevola, visto che la Troika, qualche giorno fa, ha “promosso” Atene mettendo fine al commissariamento, anche se restano da pagare 110 miliardi di debito in 10 anni...
La France Insoumise aveva chiesto alla Sinistra Europea, qualche mese fa, di estromettere Syrizia dal gruppo, proprio per l’applicazione di politiche ufficialmente rifiutate non solo dal “programma politico” del movimento di Tsipras, ma persino dal voto referendario: «qualsiasi applicazione di questa politica da parte di un membro della Sinistra europea ignora qualsiasi posizione anti-austerity presa dagli altri membri». O peggio: «Syriza è diventata la rappresentante della linea di austerità in Grecia al punto di attaccare il diritto di sciopero, abbassare drasticamente le pensioni, privatizzare interi settori dell’economia; tutte le misure contro le quali i nostri partiti combattono in ciascuno dei nostri Paesi».
La Linke tedesca – partito-guida della SE – si era opposta, ma la frattura non si è ovviamente solo per questo ricomposta, producendo per ora l’uscita del movimento di Mélénchon.
Il quale, però, può contare sul consolidamento dei rapporti con Podemos e Bloco de Esquerda (la Dichiarazione di Lisbona tra i tre è stata poi sottoscritta anche da Potere al Popolo e da altre organizzazioni europee), oltre che sui rapporti avanzati con molti partiti di sinistra europei, e perfino con una consistente “fronda” della stessa Linke guidata da Sarah Wagenknecht.
In vista delle elezioni del prossimo anno, insomma, si vanno delineando due possibili schieramenti: uno “classico”, fatto di movimenti o partiti di “sinistra europeista” critica nei confronti delle politiche di austerità ma disposte ad appoggiare governi centristi o di centrosinistra (definizione abbastanza difficile da riconoscere, nell’attuale panorama continentale), pur di far argine contro la marea populista e razzista; e uno esplicitamente critico nei confronti dell’Unione Europea, costruita su trattati di impronta ordoliberista che di fatto hanno favorito soltanto le banche e il capitale multinazionale e, in misura minore, Germania e paesi del Nord.
France Insoumise ha del resto da tempo presentato un programma politico che prevede, in caso non impossibile di vittoria elettorale a breve-medio termine, un Piano B che contempla l’uscita unilaterale dai trattati, la ripresa di controllo della Banca centrale, il controllo su capitali e merci, una nuova cooperazione tra gli Stati, in particolare quelli euromediterranei ecc. Insomma, la fine dell’Unione Europea e la nascita di una comunità di Stati fondata su altri princìpi di politica interna, industriale, ecc; “un’alleanza di paesi del Sud Europa per uscire dall’austerità ed impegnarsi in politiche concertate di rinnovamento ecologico e sociale delle attività economiche”.
A noi sembra che questa “chiarificazione” interna alla sinistra europea non possa che essere salutare, perché è veramente difficile essere credibili davanti al proprio blocco sociale senza rispondere alla domanda che questo pone ormai da tempo: “ma se ti voto e ti mando lì, chi mi assicura che non farai esattamente come gli altri, fregandotene dei miei interessi e bisogni vitali?”.
Abbiamo visto, in Italia, che a questa domanda le varie sinistre hanno evitato accuratamente di rispondere, anche perché almeno quella neoliberista – il Pd, fondamentalmente, compresi gli “scissionisti” – è universalmente riconosciuta dal “popolo” come grande responsabile della disfatta sociale che ha azzerato diritti sociali, welfare, istruzione, occupazione, contratti. La stessa destra ora al governo, che pure aveva rastrellato voti proprio criticando le politiche europee (sui migranti come sull’euro, sui trattati come sulle sanzioni a Mosca), non appena insediatasi a Palazzo Chigi ha immediatamente dismesso ogni “rivendicazione” economica, continuando ad agitare soltanto lo spauracchio dei migranti.
Si apre insomma una possibilità vera di costruire opposizione di massa alle politiche europee e del governo grillin-leghista. E di farlo insieme ad altre forze politiche europee che rompono lo schema fin qui egemone (o si appoggiano i “neoliberisti europeisti” oppure ci si consegna alla destra razzista) e si impegnano a fare del rifiuto delle politiche di austerità la vera discriminante tra progressisti e reazionari. Tra chi sta davvero col popolo e chi con le banche o le multinazionali.
Il “nazionalismo”, come si vede, non c‘entra nulla. Le destre nazionaliste sono pienamente accettate a Bruxelles, anche se ovviamente “pressate” per aggiustare le proprie pretese senza mettere in discussione gli equilibri e i trattati.
L’Unione Europea di oggi non è soltanto neoliberista, ma pienamente euronazionalista e di destra. Lo sforzo che le élites stanno facendo è di piegare il “nazionalismo nazionale” in direzione di un “nazionalismo europeo” che consenta loro di affrontare con maggiori forze la competizione con gli altri poli decisivi della “competizione globale”: Usa, Cina, Russia, ecc.
Una sinistra di classe, in questa situazione, o agisce per rompere lo schema o finisce per accettarlo. E’ la stessa alternativa che si era posta nel 1914 a tutti i partiti socialisti d’Europa: votare o non votare i “crediti di guerra”?
La divisione tra socialisti nazionalisti e comunisti internazionalisti nacque da lì, non dal confronto ideologico.
Fonte
09/07/2018
“E Ora il Popolo!”. Un progetto continentale che scuote la “vecchia sinistra”
Il dibattito sulle elezioni europee entra sempre più nel vivo in Francia.
Alcuni avvenimenti marcano in maniera abbastanza netta lo scenario che si sta configurando da qui ai prossimi mesi ed avranno sicuri riflessi nel dibattito politico italiano.
Accenniamo qui in sequenza i fatti che andremo ad analizzare nel corso del contributo per dare subito un quadro di ciò che si sta determinando.
Il primo dato su cui ragionare è l’intervista a Alexis Tsipras, per il settimanale francese “Le Point”, all’interno di un ampio dossier che il giornale, nel numero uscito il 28 giugno, dedica alla Grecia dal titolo significativo: Grèce, la rennaissance, in cui viene affrontato l’operato del governo greco al suo secondo mandato.
Lo speciale del giornale francese e l’intervista al leader di Syriza avviene a tre anni dal referendum del 5 luglio del 2015 in cui il popolo greco, nonostante la pressione delle élites della UE, si espresse a maggioranza per rifiutare le condizioni dettate dalla “Troika” in cambio di un sostegno supplementare, bocciando il memorandum proposto da Bruxelles.
Nel corso di questo entretien vi è un attacco esplicito a Mélenchon e alla France Insoumise, in cui Tsipras ribadisce l’assoluta mancanza di relazioni con la formazione francese e incalza il giornalista ponendo questa domanda: “cosa pensate che avrebbe fatto se avesse vinto le elezioni presidenziali?”
In sostanza, Tsipras crede che il leader della FI non avrebbe avuto “voglia di governare”.
Bisogna ricordare, che la FI – alle presidenziali vinte da Macron – ha sfiorato il 20%, non è però riuscita ad andare al ballottaggio e non ha volutamente dato indicazioni di voto per la “sfida a due” in cui al leader di “En Marche” era contrapposta Marine Le Pen.
La risposta alle dichiarazioni di Tsipras non si sono fatte attendere.
In un tweet apparso il giorno stesso è direttamente Mélenchon che ribadisce:
“Alexis Tsipras, contrariamente a te noi vogliamo governare e non essere sottomessi. No, noi non vogliamo governare come te contro i pensionati, i dipendenti pubblici e l’indipendenza del paese”.
Qualche ora prima, come riporta il sito di informazione Regards.fr, era stato il deputato della FI Adien Quatennens a prendere pubblicamente parola: “Voglio rassicurare Alexis Tsipras. La logica e le tappe che noi raggiungiamo mirano a dare la dimostrazione concreta della nostra capacità di governare”.
L’ultimo giorno del Congresso del Partie de Gauche, i delegati della formazione creata da Mélenchon nel 2008, successivamente alla sua uscita dal partito socialista, avevano deciso con 208 voti contro 2 e 3 astenuti di uscire dal Partito della Sinistra Europea (SE-EL l’acronimo in italiano, PGE in francese) in cui era entrato nel 2010. Il Partito della SE era stato creato nel 2003 e raggruppa una trentina di formazioni comuniste, rosso-verdi, socialiste o democratiche di sinistra, di 17 stati membri dell’Unione Europea e 4 esterni.
Come riporta il sito d’informazione francese Politis.fr: alla fine del suo successivo congresso, rispetto all’adesione, il Partie de Gauche aveva temporaneamente sospeso la sua partecipazione al Partito della Sinistra Europea per protestare contro la conferma di Pierre Laurent, comunista francese, alla presidenza di questa formazione, in quanto quest’ultimo avrebbe fatto campagna “dietro il PS” alle elezioni amministrative a Parigi. Prima di raggiungerlo nuovamente per la campagna europea del 2014 di cui il candidato della Sinistra Europea alla presidenza della Commissione europea era proprio Alexis Tsipras. La dichiarazione adottata domenica ricorda che – come riporta Politis.fr – “Il Partie de Gauche ha interpellato l’esecutivo del Partito della Sinistra Europea sul mantenimento di Syriza all’interno del Partie de Gauche Europeenne (PGE)”.
Il PG ha dunque preso atto del rifiuto della sua richiesta e delibera la sua uscita dal Partito della SE, considerando che: “la fase chiama più che mai alla chiarificazione di fronte alla politica di austerità della UE” e che “la piena applicazione di questa politica per un membro del Partito della Sinistra Europea non considera la più completa presa di posizione contro l’austerità degli altri partiti membri”, permettendo così “all’estrema destra di apparire come la sola risposta al ‘sistema’”.
In una intervista a Regards.fr, Éric Coquerel, uno dei due coordinatori nazionali del Partie de Gauche, chiarisce le posizioni del Partito uscite dall’ultimo Congresso, il ruolo del PG, i rapporti del sul partito con France Insoumise (di cui è parte organica e uno degli assi portanti), e gli scenari che si aprono per le prossime europee.
Nell’intervista, dal titolo significativo: “la sovranità popolare è la nostra ossessione”, viene ribadita la necessità della “rottura dei trattati europei”, per il recupero della sovranità popolare effettiva da parte dei popoli del continente.
Riguardo all’uscita dal Partito della Sinistra Europea, e alle prospettive continentali di un polo politico alternativo in Europa, non potrebbe essere più chiaro:
“È una questione di coerenza politica. Il movimento di Alexis Tsipras, Syriza, membro del Partito della Sinistra Europea, ha deciso di allinearsi ad una logica di gestione dell’Europa così com’è. È un punto di rottura importante perché noi consideriamo che si deve uscire da questa logica di sostegno delle politiche liberali. E questo passa attraverso una uscita dei trattati esistenti in Europa. Questo non è negoziabile. È logico quindi, dentro questo quadro, di non appartenere alla stessa internazionale di Syriza. Maintenant le Peuple (E ora il popolo, secondo la dichiarazione di Lisbona sottoscritta da Fi, Podemos e Bloco de Isquierda, ndr) è l’alternativa per l’Europa”.
Più avanti nell’intervista, incalzato sulla strategia che prevede un Piano A e un Piano B, ribadisce:
“Noi dobbiamo essere la terza via: quella della rottura progressista con l’attuale Unione Europea al servizio di una vera cooperazione europea, di una Europa dei popoli”.
In un articolo apparso sul blog di Mélenchon, melenchon.fr, in cui lo stesso affronta gli esiti dell’ultimo G7 in Canada, Le monde change de base, la necessità di individuare una exit strategy all’attuale corso politico-economico viene sottolineata con forza:
“Questo momento, è quello delle soluzioni.
Al protezionismo imperialista, noi opponiamo il protezionismo solidale, cioè la cooperazione piuttosto che la competizione per organizzare la produzione e lo scambio tra le nazione e i popoli”.
Al centro delle riflessioni del leader di FI c’è la coscienza che “una nuova era geo-politica comincia”.
Sono state settimane molto movimentate sul “fronte europeo” per il progetto Maintenant le peuple che ha coinvolto inizialmente, oltre a Fi e Podemos, il Bloco portoghese, anche Potere al Popolo e una parte importante della Linke che stanno dando vita ad un progetto ispirato proprio alla France Insoumise (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/01/la-tedesca-sahra-wagenknecht-rivela-i-contorni-del-suo-futuro-movimento-ispirato-agli-insoumise-0104573).
Il “fronte nord” di questa alleanza, iniziata con la firma il 12 aprile dell’Appello di Lisbona, si sta allargando comprendendo importanti realtà scandinave.
Mercoledì 27 giugno, Et Maintenant Le Peuple ha ufficializzato l’adesione dell’Alleanza rosso-verde danese, il Partito di Sinistra svedese e L’Alleanza di sinistra finlandese.
Queste formazioni portano un patrimonio importante per ciò che riguarda le questioni dell’eco-socialismo e dei diritti delle donne.
Come ha dichiarato Caterina Martins, presidente della formazione alternativa portoghese: “noi creiamo le maggioranze future nei nostri paesi, sviluppando soluzioni concrete ai problemi posti”.
Il sito heuredupeuple.fr riporta sinteticamente le campagne a venire del movimento politico: “giustizia fiscale, le garanzie sociali, il cambiamento climatico e l’ecologia e i diritti delle donne, il commercio internazionale, la questione migratoria così come la pace e il disarmo mondiale. Ogni delegazione coordinerà una campagna specifica. La France Insoumise si è impegnata sulla questione della militarizzazione dell’Unione Europea. Un nodo centrale per la Francia rispetto al suo contributo finanziario a questo progetto strettamente legato alla NATO”.
Intanto la FI ha lavorato da settimane per la selezione dei candidati e delle candidate delle prossime elezioni europee, un processo innovativo e trasparente che ha portato – anche attraverso l’interfaccia della piattaforma digitale – alla selezione di 66 tra candidate e candidati, lasciando “scoperta” la composizione di 13 candidature “d’apertura”.
Per una descrizione particolareggiata di come si è svolto questo processo conclusosi il 30 giugno rimandiamo al documento in cui si può comprendere la composizione del Comitato, i suoi criteri di selezione, le scelte che ha operato, la dialettica interna che ha suscitato, nonché i profili dei candidati e delle candidate.
L’incipit di questo documento: Rapport du comité électoral – Reunion du 30 Juin, che si può leggere su franceinsoumise.fr, dà il senso dell’intera iniziativa:
“Questo coinvolgimento collettivo intenso non ha avuto come unico obbiettivo altro che presentare la lista migliore, che rispecchiasse l’immagine del popolo francese e della diversità del movimento, per difendere il nostro programma europeo e mandare la più grande delegazione di insoumise possibile al Parlamento Europeo”.
Le altre formazioni – da Génération.es di B. Hamon al PCF, che ha scelto I. Brosard come capolista alle europee, così come “I Verdi”, di cui abbiamo relazionato in un contributo precedente, sembrano ancora sostanzialmente “al palo” rispetto all’elaborazione di una strategia convincente sulle Europee, dilaniati da conflitti interni sul gioco delle alleanze oppure “marginalizzati” rispetto ad una polarizzazione politica che contrappone nettamente, nell’opinione pubblica francese, due figure centrali negli ultimi mesi: Macron e Mélenchon, lasciando poco spazio (sopravvive, ma molto ridimensionata, l’ipotesi politica dell’ex Front Nationale).
Ritorniamo all’intervista su “Le Point”, citata ad inizio articolo, per comprendere meglio il percorso che il leader di Syriza ha intrapreso, consigliandone la lettura integrale, soprattutto a chi si ostina a collocare Tsipras “nel nostro campo”.
Traduciamo le due ultime domande, senza nascondere le difficoltà nel riuscire a metabolizzare questa operazione mediatica tesa a dare una immagine “vincente” del leader greco e a costruire una narrazione del paese ellenico che si distanza molto dalla realtà, se non per la sua appetibilità da parte delle classi agiate europee.
È. Gernelle e R.Gubert, autori dell’intervista, chiedono a Tsipras:
Sostenete il progetto di Emmanuel Macron di costituire un budget europeo per la zona Euro?
Certamente. È una direzione che dobbiamo intraprendere. Alcuni sono scettici, notoriamente i tedeschi. Ma l’Europa andrà meglio quando i nostri amici tedeschi si renderanno conto che ci sono altri parlamenti in Europa che possono esprimersi come il Bundestag! Certamente, il costo politico è significativo, ma la leadership necessita di accettare questo costo per il bene del popolo e dell’Europa.
Nel 2015, voi facevate paura all’Europa. Oggi è lei stesso preoccupato della progressione dei populismi in tutta l’Unione?
Alcuni dei nostri partner hanno commesso un errore nel 2015, al momento del referendum: la minaccia non veniva dalla sinistra che voleva una Europa migliore, ma dai nazionalisti che la combattevano in via di principio. Questo è una differenza enorme. Bisogna convincere che l’Europa è attrattiva. È necessario migliorarne il funzionamento, correggerne i difetti. Ma niente può essere peggio, per i popoli, che una Europa disintegrata.
Fonte
Alcuni avvenimenti marcano in maniera abbastanza netta lo scenario che si sta configurando da qui ai prossimi mesi ed avranno sicuri riflessi nel dibattito politico italiano.
Accenniamo qui in sequenza i fatti che andremo ad analizzare nel corso del contributo per dare subito un quadro di ciò che si sta determinando.
Il primo dato su cui ragionare è l’intervista a Alexis Tsipras, per il settimanale francese “Le Point”, all’interno di un ampio dossier che il giornale, nel numero uscito il 28 giugno, dedica alla Grecia dal titolo significativo: Grèce, la rennaissance, in cui viene affrontato l’operato del governo greco al suo secondo mandato.
Lo speciale del giornale francese e l’intervista al leader di Syriza avviene a tre anni dal referendum del 5 luglio del 2015 in cui il popolo greco, nonostante la pressione delle élites della UE, si espresse a maggioranza per rifiutare le condizioni dettate dalla “Troika” in cambio di un sostegno supplementare, bocciando il memorandum proposto da Bruxelles.
Nel corso di questo entretien vi è un attacco esplicito a Mélenchon e alla France Insoumise, in cui Tsipras ribadisce l’assoluta mancanza di relazioni con la formazione francese e incalza il giornalista ponendo questa domanda: “cosa pensate che avrebbe fatto se avesse vinto le elezioni presidenziali?”
In sostanza, Tsipras crede che il leader della FI non avrebbe avuto “voglia di governare”.
Bisogna ricordare, che la FI – alle presidenziali vinte da Macron – ha sfiorato il 20%, non è però riuscita ad andare al ballottaggio e non ha volutamente dato indicazioni di voto per la “sfida a due” in cui al leader di “En Marche” era contrapposta Marine Le Pen.
La risposta alle dichiarazioni di Tsipras non si sono fatte attendere.
In un tweet apparso il giorno stesso è direttamente Mélenchon che ribadisce:
“Alexis Tsipras, contrariamente a te noi vogliamo governare e non essere sottomessi. No, noi non vogliamo governare come te contro i pensionati, i dipendenti pubblici e l’indipendenza del paese”.
Qualche ora prima, come riporta il sito di informazione Regards.fr, era stato il deputato della FI Adien Quatennens a prendere pubblicamente parola: “Voglio rassicurare Alexis Tsipras. La logica e le tappe che noi raggiungiamo mirano a dare la dimostrazione concreta della nostra capacità di governare”.
L’ultimo giorno del Congresso del Partie de Gauche, i delegati della formazione creata da Mélenchon nel 2008, successivamente alla sua uscita dal partito socialista, avevano deciso con 208 voti contro 2 e 3 astenuti di uscire dal Partito della Sinistra Europea (SE-EL l’acronimo in italiano, PGE in francese) in cui era entrato nel 2010. Il Partito della SE era stato creato nel 2003 e raggruppa una trentina di formazioni comuniste, rosso-verdi, socialiste o democratiche di sinistra, di 17 stati membri dell’Unione Europea e 4 esterni.
Come riporta il sito d’informazione francese Politis.fr: alla fine del suo successivo congresso, rispetto all’adesione, il Partie de Gauche aveva temporaneamente sospeso la sua partecipazione al Partito della Sinistra Europea per protestare contro la conferma di Pierre Laurent, comunista francese, alla presidenza di questa formazione, in quanto quest’ultimo avrebbe fatto campagna “dietro il PS” alle elezioni amministrative a Parigi. Prima di raggiungerlo nuovamente per la campagna europea del 2014 di cui il candidato della Sinistra Europea alla presidenza della Commissione europea era proprio Alexis Tsipras. La dichiarazione adottata domenica ricorda che – come riporta Politis.fr – “Il Partie de Gauche ha interpellato l’esecutivo del Partito della Sinistra Europea sul mantenimento di Syriza all’interno del Partie de Gauche Europeenne (PGE)”.
Il PG ha dunque preso atto del rifiuto della sua richiesta e delibera la sua uscita dal Partito della SE, considerando che: “la fase chiama più che mai alla chiarificazione di fronte alla politica di austerità della UE” e che “la piena applicazione di questa politica per un membro del Partito della Sinistra Europea non considera la più completa presa di posizione contro l’austerità degli altri partiti membri”, permettendo così “all’estrema destra di apparire come la sola risposta al ‘sistema’”.
In una intervista a Regards.fr, Éric Coquerel, uno dei due coordinatori nazionali del Partie de Gauche, chiarisce le posizioni del Partito uscite dall’ultimo Congresso, il ruolo del PG, i rapporti del sul partito con France Insoumise (di cui è parte organica e uno degli assi portanti), e gli scenari che si aprono per le prossime europee.
Nell’intervista, dal titolo significativo: “la sovranità popolare è la nostra ossessione”, viene ribadita la necessità della “rottura dei trattati europei”, per il recupero della sovranità popolare effettiva da parte dei popoli del continente.
Riguardo all’uscita dal Partito della Sinistra Europea, e alle prospettive continentali di un polo politico alternativo in Europa, non potrebbe essere più chiaro:
“È una questione di coerenza politica. Il movimento di Alexis Tsipras, Syriza, membro del Partito della Sinistra Europea, ha deciso di allinearsi ad una logica di gestione dell’Europa così com’è. È un punto di rottura importante perché noi consideriamo che si deve uscire da questa logica di sostegno delle politiche liberali. E questo passa attraverso una uscita dei trattati esistenti in Europa. Questo non è negoziabile. È logico quindi, dentro questo quadro, di non appartenere alla stessa internazionale di Syriza. Maintenant le Peuple (E ora il popolo, secondo la dichiarazione di Lisbona sottoscritta da Fi, Podemos e Bloco de Isquierda, ndr) è l’alternativa per l’Europa”.
Più avanti nell’intervista, incalzato sulla strategia che prevede un Piano A e un Piano B, ribadisce:
“Noi dobbiamo essere la terza via: quella della rottura progressista con l’attuale Unione Europea al servizio di una vera cooperazione europea, di una Europa dei popoli”.
In un articolo apparso sul blog di Mélenchon, melenchon.fr, in cui lo stesso affronta gli esiti dell’ultimo G7 in Canada, Le monde change de base, la necessità di individuare una exit strategy all’attuale corso politico-economico viene sottolineata con forza:
“Questo momento, è quello delle soluzioni.
Al protezionismo imperialista, noi opponiamo il protezionismo solidale, cioè la cooperazione piuttosto che la competizione per organizzare la produzione e lo scambio tra le nazione e i popoli”.
Al centro delle riflessioni del leader di FI c’è la coscienza che “una nuova era geo-politica comincia”.
Sono state settimane molto movimentate sul “fronte europeo” per il progetto Maintenant le peuple che ha coinvolto inizialmente, oltre a Fi e Podemos, il Bloco portoghese, anche Potere al Popolo e una parte importante della Linke che stanno dando vita ad un progetto ispirato proprio alla France Insoumise (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/01/la-tedesca-sahra-wagenknecht-rivela-i-contorni-del-suo-futuro-movimento-ispirato-agli-insoumise-0104573).
Il “fronte nord” di questa alleanza, iniziata con la firma il 12 aprile dell’Appello di Lisbona, si sta allargando comprendendo importanti realtà scandinave.
Mercoledì 27 giugno, Et Maintenant Le Peuple ha ufficializzato l’adesione dell’Alleanza rosso-verde danese, il Partito di Sinistra svedese e L’Alleanza di sinistra finlandese.
Queste formazioni portano un patrimonio importante per ciò che riguarda le questioni dell’eco-socialismo e dei diritti delle donne.
Come ha dichiarato Caterina Martins, presidente della formazione alternativa portoghese: “noi creiamo le maggioranze future nei nostri paesi, sviluppando soluzioni concrete ai problemi posti”.
Il sito heuredupeuple.fr riporta sinteticamente le campagne a venire del movimento politico: “giustizia fiscale, le garanzie sociali, il cambiamento climatico e l’ecologia e i diritti delle donne, il commercio internazionale, la questione migratoria così come la pace e il disarmo mondiale. Ogni delegazione coordinerà una campagna specifica. La France Insoumise si è impegnata sulla questione della militarizzazione dell’Unione Europea. Un nodo centrale per la Francia rispetto al suo contributo finanziario a questo progetto strettamente legato alla NATO”.
Intanto la FI ha lavorato da settimane per la selezione dei candidati e delle candidate delle prossime elezioni europee, un processo innovativo e trasparente che ha portato – anche attraverso l’interfaccia della piattaforma digitale – alla selezione di 66 tra candidate e candidati, lasciando “scoperta” la composizione di 13 candidature “d’apertura”.
Per una descrizione particolareggiata di come si è svolto questo processo conclusosi il 30 giugno rimandiamo al documento in cui si può comprendere la composizione del Comitato, i suoi criteri di selezione, le scelte che ha operato, la dialettica interna che ha suscitato, nonché i profili dei candidati e delle candidate.
L’incipit di questo documento: Rapport du comité électoral – Reunion du 30 Juin, che si può leggere su franceinsoumise.fr, dà il senso dell’intera iniziativa:
“Questo coinvolgimento collettivo intenso non ha avuto come unico obbiettivo altro che presentare la lista migliore, che rispecchiasse l’immagine del popolo francese e della diversità del movimento, per difendere il nostro programma europeo e mandare la più grande delegazione di insoumise possibile al Parlamento Europeo”.
Le altre formazioni – da Génération.es di B. Hamon al PCF, che ha scelto I. Brosard come capolista alle europee, così come “I Verdi”, di cui abbiamo relazionato in un contributo precedente, sembrano ancora sostanzialmente “al palo” rispetto all’elaborazione di una strategia convincente sulle Europee, dilaniati da conflitti interni sul gioco delle alleanze oppure “marginalizzati” rispetto ad una polarizzazione politica che contrappone nettamente, nell’opinione pubblica francese, due figure centrali negli ultimi mesi: Macron e Mélenchon, lasciando poco spazio (sopravvive, ma molto ridimensionata, l’ipotesi politica dell’ex Front Nationale).
Ritorniamo all’intervista su “Le Point”, citata ad inizio articolo, per comprendere meglio il percorso che il leader di Syriza ha intrapreso, consigliandone la lettura integrale, soprattutto a chi si ostina a collocare Tsipras “nel nostro campo”.
Traduciamo le due ultime domande, senza nascondere le difficoltà nel riuscire a metabolizzare questa operazione mediatica tesa a dare una immagine “vincente” del leader greco e a costruire una narrazione del paese ellenico che si distanza molto dalla realtà, se non per la sua appetibilità da parte delle classi agiate europee.
È. Gernelle e R.Gubert, autori dell’intervista, chiedono a Tsipras:
Sostenete il progetto di Emmanuel Macron di costituire un budget europeo per la zona Euro?
Certamente. È una direzione che dobbiamo intraprendere. Alcuni sono scettici, notoriamente i tedeschi. Ma l’Europa andrà meglio quando i nostri amici tedeschi si renderanno conto che ci sono altri parlamenti in Europa che possono esprimersi come il Bundestag! Certamente, il costo politico è significativo, ma la leadership necessita di accettare questo costo per il bene del popolo e dell’Europa.
Nel 2015, voi facevate paura all’Europa. Oggi è lei stesso preoccupato della progressione dei populismi in tutta l’Unione?
Alcuni dei nostri partner hanno commesso un errore nel 2015, al momento del referendum: la minaccia non veniva dalla sinistra che voleva una Europa migliore, ma dai nazionalisti che la combattevano in via di principio. Questo è una differenza enorme. Bisogna convincere che l’Europa è attrattiva. È necessario migliorarne il funzionamento, correggerne i difetti. Ma niente può essere peggio, per i popoli, che una Europa disintegrata.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)