Abbiamo spiegato, nella prima parte di questo contributo,
che l’introduzione dei Minibot proposta dalla Lega non sortirebbe gli
effetti esplicitamente millantati dai suoi promotori. Presentato come escamotage per
sfuggire alle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles,
l’eventuale pagamento dei debiti commerciali della pubblica
amministrazione a mezzo di titoli di Stato di piccolo taglio porterebbe
ad un aumento del debito pubblico. Per questa semplice ragione contabile
solleverebbe quindi i medesimi problemi politici che qualsiasi manovra
fiscale espansiva incontra all’interno degli stringenti vincoli europei.
Se la Lega volesse davvero fornire uno stimolo all’economia non si
preoccuperebbe di ingegnarsi con queste trovate, ma piuttosto si
impegnerebbe in vere politiche fiscali espansive in barba ai trattati
europei.
Eppure, intorno ai Minibot sembra
muoversi molto più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della
pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al
Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot
stiamo, in verità, parlando nientemeno che dell’uscita dell’Italia dall’euro! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘cigno nero’, la temutissima ipotesi di abbandono della moneta unica.
Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia
tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali
sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei
Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela
all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a
rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo
di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot
creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che
questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla
dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne
indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta
la questione.
Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B,
cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al
disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della
tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo
greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare
la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente
distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di
Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis,
di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni
che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero
prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come riporta il quotidiano greco Kathimerini, il leader Alexīs
Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di
pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel
giro di una notte per operare in dracma”, la moneta greca in
circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben
fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di
pagamento.
L’ordinario funzionamento della nostra
economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità
gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili –
ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un
luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e
banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di
denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla
cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici,
giroconti, home banking. Le loro strade e infrastrutture sono
quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri
affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo
conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia
di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri
elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro.
L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e
ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo
cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di
pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area
dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e
Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura
per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che
superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale.
Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a
circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco
meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati
34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano
quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2
milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire
l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in
un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la
sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del
potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie
voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di
creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno
l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra
aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.
Quando Tsipras e Varoufakis sono passati
dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo
stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco Kathimerini,
di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente
segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di
persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un
suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di
Information Technologies alla Columbia University, per hackerare
il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo
della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale
infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso
di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi
momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di
funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere
in piedi l’economia for a little while (cioè per un pochino di
tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la
situazione e non ci sia panico. [...] Questo avrebbe creato un sistema
bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di
un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”.
Quando Varoufakis
diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il software dell’Agenzia delle Entrate sul suo laptop per hackerarlo ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, non nuovo ad avventure informatiche:
“Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le
banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato
Generale delle Entrate Pubbliche, collegare il laptop e far
partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare,
più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda
degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare
casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio
di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di
gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e
pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis,
che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B,
ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato
alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei
dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”.
Riavvolgiamo
il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di
là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in
mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di
pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena
consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una
misura tampone, capace di reggere “for a little while”. Questo
per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel
racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una
ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità
monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che
quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario
all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.
Ridicola è invece la trasposizione
italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della
Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la
natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione
dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura
informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di
poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di
comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti
cartacei con stampate le facce della Fallaci e di D’Annunzio: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un video
del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più
l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare
le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle
tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere
le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non
potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere
il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro,
perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non
potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la
possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della
circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di
qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot
diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più
semplice.”
Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro
ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non
sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia
garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il
circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario
(in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti
postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha
bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare
nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che
si stia sfuggendo alla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe
assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che
Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso
in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico
della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro
indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a
concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di
tutta questa vicenda.
La strampalata tesi per cui i Minibot
siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione
liberista a questo governo, dal PD alle agenzie di rating,
nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel
video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente
per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di
Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può
pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti
dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti
chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a
qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda
più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma
proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione
Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire
dall’euro, cioè prima di uscire dall’euro, devi introdurre una
moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del
Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone
l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata
dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una
moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione
Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche
fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa
impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più
quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa
sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione
“dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di
rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura
in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di
finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova
occupazione e tutelare i lavoratori già occupati.
Un abisso separa i
termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca
del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere
botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo
realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come
invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire
l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le
altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata
l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un
Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero
dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del
problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far
emergere: il tema del potere.
Se una forza politica ha intenzione di
incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo
dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a
gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo,
Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare
dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle
mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa
riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere
lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè
pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle
istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice
chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla
rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e
automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica
rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega
di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e
della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima
compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare
l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura,
meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.
La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale lavora alacremente da ormai un anno,
ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina
il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione
buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa
al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa,
suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad
amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla
spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro
un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei
Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si
rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel
partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un
senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da
cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei
lavoratori.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2019
Grecia - L’Unione Europea stringe ancora il cappio. Tsipras cede anche sui pignoramenti delle case
Era il 23 giugno del 2018 quando il premier greco Alexis Tsipras aveva usato il gesto plateale di rimettersi la cravatta per decretare che lo strangolamento imposto dalla troika (Ue, Bce, Fmi) era terminato. Ma i volenterosi carnefici di Bruxelles, smentendo ogni illusione, non erano ancora sazi.
Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.
Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.
La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.
Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.
Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.
Fonte
Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.
Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.
La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.
Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.
Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.
Fonte
30/07/2018
Cartoline dalla Grecia: l’emergenza è finita?
I devastanti incendi che hanno flagellato la regione attorno Atene hanno riportato l’attenzione dei media nostrani sulla Grecia.
A tutti gli osservatori – anche agli apologeti del liberismo più selvaggio – è apparso chiaro il pesante bilancio di danni e lutti provocati a fronte di incendi che, per quanto stavolta siano stati particolarmente impetuosi, non sono una novità in quelle zone già periodicamente interessate da questa fenomenologia.
Mai come ora è risultato evidente il gap materiale e tecnologico esistente tra le reali potenzialità degli apparati di emergenza e di prevenzione dello stato ellenico e gli standard minimi indispensabili che necessiterebbero in qualsivoglia paese costretto a misurarsi con calamità di questo tipo.
Il (triste) paradosso di questa vicenda è che, nei giorni scorsi, il primo ministro greco, Alexis Tsipras, dichiarava, soddisfatto, che la Grecia sta uscendo dal “tunnel della crisi” dopo i fatti del 2015 (il cedimento al Memorandum della trojka con buona pace della vittoria referendaria dell’OXI, nda) e che nel paese cresce la “fiducia verso il futuro prossimo”.
La realtà sociale, il paese reale e le condizioni di vita e di lavoro dicono altro .
Il 20 agosto prossimo termina l’ultima parte del “programma di riforme strutturali” deciso da Bruxelles nei giorni del luglio 2015 quando, di fatto, la Grecia è stata sottoposta al commissariamento forzato da parte dell'UE.
In effetti, però, dal gennaio 2019 scatterà un altro giro di vite sulle pensioni, il quattordicesimo, per “tenere in sicurezza la reale compatibilità dei conti pubblici” ed ogni trimestre la UE manderà i suoi commissari/controllori per verificare l’attuazione di queste misure e le “garanzie” per i creditori/cravattari che hanno “prestato” i 300 milioni di Euro alla Grecia.
Oggi, a distanza di alcuni anni, la disoccupazione è arrivata al 20%, una famiglia su cinque (il doppio del 2010) vive in condizioni di estrema povertà ed il fardello del debito (pubblico e privato) è ancora un macigno.
Inoltre la privatizzazione/svendita di gran parte dell’apparato industriale ed infrastrutturale del paese ha comportato consistenti esternalizzazioni di operai ed impiegati, il peggioramento della qualità e di ciò che residuava dell’universalità dei servizi ed una generale svalorizzazione del lavoro e delle sue condizioni normative, giuridiche e di sicurezza.
Il governo Syriza/ANEL supinamente prono ai dettami della borghesia continentale europea (e della NATO) continua a ritenere – confermando la sua linea di condotta catastrofica per gli interessi dei settori popolari della società – che è possibile consolidare una sorta di “ripresa economica nazionale” confidando esclusivamente sul turismo, le nuove tecnologie e la “smart economy”.
Ma i fatti hanno la testa dura. Il turismo, in Grecia e non solo, non è un comparto che produce un miglioramento generalizzato dell’economia e una crescita della quantità/qualità del lavoro sempre e comunque. Anche questo comparto è sottoposto alle modalità del mercato, alle sue leggi ed alla crescente concorrenza internazionale
I flussi turistici (quelli consistenti) sono organizzati, gestiti e valorizzati dalle grandi corporation globali dell’entertainment.
Con buona pace dell’immagine iconica dell’isoletta greca pura ed incontaminata e delle rustiche taverne dove si spende poco, si sta consolidando una industria del divertimento incardinata alle più feroci leggi del supersfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente naturale.
I porti, gli aeroporti (non a caso le infrastrutture svendute per prime, dopo il luglio 2015), i villaggi turistici, i tour operator, il selvaggio e vorticoso comparto dell’edilizia e persino le campagne propagandistiche e promozionali delle varie località, sono saldamente nelle mani di compagnie straniere le quali sono interessate unicamente alla massimizzazione dei profitti, non nutrono nessuna attenzione per gli standard ambientali dell’ecosistema e sono pronte, in qualsiasi momento, anche in considerazione dell’evoluzione generale del contesto geopolitico, ad indirizzare altrove i flussi turistici.
La stessa demagogia/illusione, da parte governativa, sul potenziamento delle nuove tecnologie è rivolta, stando ai fatti che registriamo, al rafforzamento ed alla crescita di questa infernale macchina del divertimento e non, invece, come sarebbe socialmente utile, alla riqualificazione/ammodernamento delle infrastrutture di base del paese.
Le reti energetiche nazionali, la qualità degli impianti ferroviari, del servizio sanitario nazionale e – come dimostrato tragicamente nei giorni scorsi – i servizi di pubblica emergenza sono fermi al palo o, addirittura, regrediscono ulteriormente.
Fotografano bene questa situazione le parole di Vassilis Primikiris, del comitato centrale di Unità Popolare (Lea), riprese anche dall’ultimo numero de “l’Espresso” in edicola questa settimana: “Rimarremo nelle grinfie della Troika per quasi cento anni. Altro che ritrovata autonomia. Con i tagli alle pensioni e l’introduzione della tassazione anche per chi guadagna 500 Euro al mese i greci sono condannati alla miseria perenne. Tsipras da comunista è diventato lo yesman dei poteri forti. E anche della NATO, con la decisione di non usare la facoltà di veto sull’ingresso della Fyrom nell’Alleanza Atlantica e il consenso al cambiamento del nome in “Macedonia del Nord”. Con questa mossa scellerata ha regalato migliaia di voti ai fascisti di Alba Dorata e distrutto lo storico rapporto amichevole con la Russia. Un disastro completo.”
In effetti, al di là di tutte le chiacchiere e le sparate propagandistiche, la Grecia, nonostante la cura da cavallo a cui è stata costretta, nonostante la manomissione diplomatica, economica e finanziaria che ha subito, non ha ottenuto dal complesso dei creditori internazionali il taglio del debito che doveva essere (nell’idea di Syriza, di Tsipras e dei soloni del Partito della Sinistra Europea) l’obiettivo che si sarebbe acquisito con l’accettazione del terzo Memorandum.
Cosa dire alla fine di questa “cartolina”?
Il popolo greco (che ha alle sue spalle una gloriosa e consolidata tradizione di lotta antifascista e per il progresso) è, tra i popoli europei, quello che ha pagato il più alto costo umano e politico alla costruzione del polo imperialista europeo. In Grecia, più che altrove, la “sinistra” ha attivamente lavorato per depotenziare e distruggere ogni aspettativa di rottura e di avanzamento politico e sociale verso un assetto culturale, economico e geopolitico che alludesse, per davvero, ad una possibile fuoriuscita dai micidiali dispositivi dell’Unione Europea e della NATO.
Non è un caso che – nel paese ellenico, ma anche altrove – crescono le destre razziste ed xenofobe nutrite dal malcontento e dal disorientamento dei ceti popolari dopo il “tradimento” della “sinistra”.
Una lezione politica, quindi, da non smarrire, ancora attuale, la quale rafforza la necessità della sfida teorica e pratica che vogliamo rilanciare per costruire nel nostro paese e nell’area euro/mediterranea una prospettiva di rottura, di riscatto e di liberazione fondata sull’unione popolare e non sui cascami di una “sinistra” sempre più integrata nella modernizzazione capitalistica ed imperialistica.
Fonte
25/07/2018
Grecia 2018, di austerità (e di Ue) si muore
Mentre ancora non si ferma la conta tristissima delle vittime, tra cui
figurano tantissimi bambini, inizia ad emergere la responsabilità umana
di una strage, come sempre, evitabile. E non ci riferiamo soltanto alla
natura presuntamente dolosa degli incendi che hanno devastato la Grecia,
ma a responsabilità politiche ben precise che partono da Atene per
arrivare fino a Bruxelles e nelle principali capitali europee.
Questa mattina le pagine dei quotidiani collegano inevitabilmente quasi
tutte la tragedia di queste ore con quanto accadrà invece a fine
agosto, ovvero l’uscita della Grecia dal terzo bailout (il “salvataggio”
dalla bancarotta per mano dei Paesi dell’Eurozona) e il suo ritorno sui
mercati internazionali. Il giorno in cui il “compagno” Tsipras tornerà
finalmente ad indossare la cravatta.
Fra gli unioneuropeisti entusiasti non poteva mancare (ovviamente) la Repubblica, che a tal proposito ospita sulle sue pagine un editoriale delirante e discretamente cinico di Ettore Livini. Secondo il giornalista “nessuna scenografia scritta a tavolino avrebbe potuto inventare un copione migliore di questo per resuscitare, almeno per 24 ore, lo spirito di solidarietà su cui è stata costruita l’Unione. (...) Gli incendi di Atene, al di là del tragico bilancio in vite umane, potrebbero ora convincere anche i greci che la Ue non è soltanto un club di contabili”. E questo perchè “la Ue ha risposto a tempo di record: l’Italia ha inviato due Canadair. Altri aerei cisterna sono stati messi a disposizione da Croazia, Francia, Spagna, Cipro e Portogallo. La Germania – che per molti sotto il Partenone è ancora l’anima nera della Troika – ha mobilitato i suoi elicotteri, come Lituania e Norvegia. (...) Il Vecchio Continente ha messo in campo il cuore, recuperando un pezzo della sua anima. Dimostrando che essere europei, una boccata d’ossigeno in questa era di sovranismi, è qualcosa di più che far quadrare i conti e centrare gli obiettivi di Maastricht”. Sembra quasi di intuire che per Repubblica questa potrebbe essere addirittura l’occasione per i greci di superare tutti i loro pregiudizi nei confronti dei nordeuropei.
Ormai siamo al completo ribaltamento tra soggetto e oggetto, oltre che alla rimozione dolosa del rapporto di causa/effetto. Eh già, perché questa strage, cosi come i tanti disastri che ripetutamente si abbattono sui nostri paesi, come scrivevamo all’inizio, era evitabile. Basterebbe poter investire nella cura del territorio, basterebbe poter destinare risorse alla prevenzione, basterebbe poter porre un freno al consumo di suolo, tutte cose, però, che le regole economiche imposte proprio dall’Unione Europea impediscono di fare. E per ribadirlo questa volta non usiamo ragionamenti estratti dal testo di qualche economista eterodosso o in odore di marxismo, o da un volantino distribuito in piazza, ma un articolo pubblicato (stranamente) questa mattina sul Corriere della Sera. Insomma, non propriamente un foglio di lotta.
Scrive infatti il più avveduto Fubini: “Di fronte a catastrofi come quella di ieri in Attica, affrettarsi a dare giudizi e sentenze di colpevolezza non ha senso. Però, quando il fumo si sarà dissipato, i fatti conosciuti probabilmente susciteranno alcune domande. L’ultimo taglio al ministero della Protezione civile, dal quale dipendono i vigili del fuoco in Grecia, è arrivato con il quattordicesimo pacchetto di austerità a primavera dell’anno scorso. L’area della sorveglianza antincendio ha perso allora 34 milioni di euro, distribuiti fra il personale e i mezzi. E’ difficile dire se questa ennesima sforbiciata su un’infrastruttura civile del paese spieghi, almeno in parte, ciò che riferiscono alcuni testimoni dell’area più colpita dalle fiamme: a lungo non si è visto nessun intervento, niente elicotteri o aerei antincendio, nessun piano di evacuazione. I vigili del fuoco sono arrivati molto dopo. A migliaia tra loro a febbraio del 2017 avevano manifestato ad Atene perché la fine dei contratti a termine stava riducendo il loro numero da 12 mila a 8 mila. Da allora sono stati riassunti circa la metà di coloro che sono stati fatti scadere. Ma quella di ieri è solo la più grave, non è la prima volta che le squadre si trovano senza mezzi né preparazione per gestire l’aggressione del fuoco intorno ad Atene. Era già successo nel luglio del 2015 e di nuovo 11 mesi fa. Proprio in quel momento tre ricercatori greci, guidati da Fotis Chaztzitheodoris, stavano pubblicando uno studio sui pompieri del loro Paese in una rivista internazionale di nutrizione. Risultati: il 79% fra gli addetti delle squadre antincendio risultava sovrappeso o obeso, due su tre confessavano di essere passati ad alimenti meno sani a causa dei tagli ai salari.”
Ecco, prima di vedere in questa tragedia un’occasione per magnificare il buon cuore dell’Ue, ci penseremmo bene. Soprattutto se si sta parlando di una Paese in cui la “cura” imposta dalla Troika ha bruciato un quarto dl Pil e ridotto in estrema povertà il 21% della popolazione.
Fonte
Fra gli unioneuropeisti entusiasti non poteva mancare (ovviamente) la Repubblica, che a tal proposito ospita sulle sue pagine un editoriale delirante e discretamente cinico di Ettore Livini. Secondo il giornalista “nessuna scenografia scritta a tavolino avrebbe potuto inventare un copione migliore di questo per resuscitare, almeno per 24 ore, lo spirito di solidarietà su cui è stata costruita l’Unione. (...) Gli incendi di Atene, al di là del tragico bilancio in vite umane, potrebbero ora convincere anche i greci che la Ue non è soltanto un club di contabili”. E questo perchè “la Ue ha risposto a tempo di record: l’Italia ha inviato due Canadair. Altri aerei cisterna sono stati messi a disposizione da Croazia, Francia, Spagna, Cipro e Portogallo. La Germania – che per molti sotto il Partenone è ancora l’anima nera della Troika – ha mobilitato i suoi elicotteri, come Lituania e Norvegia. (...) Il Vecchio Continente ha messo in campo il cuore, recuperando un pezzo della sua anima. Dimostrando che essere europei, una boccata d’ossigeno in questa era di sovranismi, è qualcosa di più che far quadrare i conti e centrare gli obiettivi di Maastricht”. Sembra quasi di intuire che per Repubblica questa potrebbe essere addirittura l’occasione per i greci di superare tutti i loro pregiudizi nei confronti dei nordeuropei.
Ormai siamo al completo ribaltamento tra soggetto e oggetto, oltre che alla rimozione dolosa del rapporto di causa/effetto. Eh già, perché questa strage, cosi come i tanti disastri che ripetutamente si abbattono sui nostri paesi, come scrivevamo all’inizio, era evitabile. Basterebbe poter investire nella cura del territorio, basterebbe poter destinare risorse alla prevenzione, basterebbe poter porre un freno al consumo di suolo, tutte cose, però, che le regole economiche imposte proprio dall’Unione Europea impediscono di fare. E per ribadirlo questa volta non usiamo ragionamenti estratti dal testo di qualche economista eterodosso o in odore di marxismo, o da un volantino distribuito in piazza, ma un articolo pubblicato (stranamente) questa mattina sul Corriere della Sera. Insomma, non propriamente un foglio di lotta.
Scrive infatti il più avveduto Fubini: “Di fronte a catastrofi come quella di ieri in Attica, affrettarsi a dare giudizi e sentenze di colpevolezza non ha senso. Però, quando il fumo si sarà dissipato, i fatti conosciuti probabilmente susciteranno alcune domande. L’ultimo taglio al ministero della Protezione civile, dal quale dipendono i vigili del fuoco in Grecia, è arrivato con il quattordicesimo pacchetto di austerità a primavera dell’anno scorso. L’area della sorveglianza antincendio ha perso allora 34 milioni di euro, distribuiti fra il personale e i mezzi. E’ difficile dire se questa ennesima sforbiciata su un’infrastruttura civile del paese spieghi, almeno in parte, ciò che riferiscono alcuni testimoni dell’area più colpita dalle fiamme: a lungo non si è visto nessun intervento, niente elicotteri o aerei antincendio, nessun piano di evacuazione. I vigili del fuoco sono arrivati molto dopo. A migliaia tra loro a febbraio del 2017 avevano manifestato ad Atene perché la fine dei contratti a termine stava riducendo il loro numero da 12 mila a 8 mila. Da allora sono stati riassunti circa la metà di coloro che sono stati fatti scadere. Ma quella di ieri è solo la più grave, non è la prima volta che le squadre si trovano senza mezzi né preparazione per gestire l’aggressione del fuoco intorno ad Atene. Era già successo nel luglio del 2015 e di nuovo 11 mesi fa. Proprio in quel momento tre ricercatori greci, guidati da Fotis Chaztzitheodoris, stavano pubblicando uno studio sui pompieri del loro Paese in una rivista internazionale di nutrizione. Risultati: il 79% fra gli addetti delle squadre antincendio risultava sovrappeso o obeso, due su tre confessavano di essere passati ad alimenti meno sani a causa dei tagli ai salari.”
Ecco, prima di vedere in questa tragedia un’occasione per magnificare il buon cuore dell’Ue, ci penseremmo bene. Soprattutto se si sta parlando di una Paese in cui la “cura” imposta dalla Troika ha bruciato un quarto dl Pil e ridotto in estrema povertà il 21% della popolazione.
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31/05/2018
La Grecia si è fermata per lo sciopero generale. La partita non è chiusa
Migliaia di persone sono scese in piazza in Grecia per lo sciopero generale indetto dai sindacati per protestare contro le misure di austerity del governo Tsipras decise con un nuovo ciclo di riforme legate al terzo piano di salvataggio del Paese.
Lo stop di 24 ore ha bloccato diversi settori: molti voli sono rimasti a terra, fermi il trasporto urbano, i treni e i traghetti per le isole, proprio nei giorni in cui inizia la stagione turistica. Manifestazioni di protesta ci sono state non solo ad Atene, anche nelle principali città come Salonicco, Patrasso. Iraklion. Al porto del Pireo, privatizzato e acquisito dalla Cosco, lo sciopero proseguirà altri due giorni, fino a domani. Molte e ovunque le bandiere del Pame, il combattivo sindacato di classe greco.
Visibili molti cartelli con su scritto: “No!”, “Hanno annientato le nostre vite!”, “Loro (rivolto ai politici, ndr) ci hanno divorato”. In otto anni, la Grecia è stata intrappolata dai prestiti obbligati per 260 miliardi di euro, come forma “di salvataggio” imposta dalla troika (Ue, Bce, Fmi). In cambio ha dovuto applicare misure di austerità selvaggia che hanno portato a licenziamenti, aumenti delle tasse, privatizzazioni, durissimi tagli alle pensioni. Misure insopportabili per tante famiglie greche finite sul lastrico.
Dopo una prima fase di opposizione alla troika, il primo ministro Tsipras, nel 2015, ha capitolato – nonostante il No popolare nel referendum contro il memorandum della troika – ed ha aderito all’attuale piano di “salvataggio internazionale della Grecia, che scade il prossimo agosto. Lo scorso anno il governo, di sinistra, ha ceduto alle richieste della Troika con ulteriori tagli alle pensioni, aumenti delle tasse nel 2019 e 2020, limitazione del diritto di sciopero. In particolare quest’ultima misura viene duramente contestata dal Pame che l’ha posta al centro dello sciopero generale di mercoledì 30 maggio.
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13/05/2018
Grecia targata Tsipras a passo di record: nei tagli alle pensioni
Grecia in festa o almeno così parrebbe stando alle cronache ufficiali, Giornali come Repubblica snocciolano dati entusiasmanti o quasi. Cosa c’è di vero?
Procediamo con ordine. Da inizio anno oltre 100mila occupati in più. Oltre la metà vengono definiti come stabili. Poi però vai a vedere che in aprile, inizio della stagione turistica, il boom c’è sempre stato (80% dei posti di lavoro si colloca in tale settore). Se si va nei dettagli si vede infatti che, rispetto all’aprile 2017, l’aumento è solo di 8mila posti. Maggiormente significativo potrebbe essere l’attributo della stabilità, ma ci farebbe piacere conoscere l’opinione di un esperto del mercato del lavoro greco per capire se si tratti di una stabilità “ai tempi del welfare” o di una “ai tempi del job act”. A parte il fatto che, quando hai toccato il fondo, scendere ancora più giù diventa impossibile.
Fatto sta che la Trojka di buona memoria, ancora presente nell’Ellade a dettare legge, è contenta. Si sono fatte un bel po’ di riforme di struttura, come volevano lorsignori, proprio quelle sulle quali accusano l’Italia di non aver mosso un dito e i risultati si vedono. Non a caso tra i 13 tagli delle pensioni, operati in 10 anni, c’è anche quello, a noi peraltro familiare, dell’aumento dell’età pensionabile, ragione per cui, per ogni pensionato in meno c’è un lavoratore anziano in più, a tenere meno basso il numero degli occupati. Non sale per nulla invece, guarda caso, nella fascia 15-24 anni, dove la disoccupazione è di poco al di sotto del 50%.
Se Repubblica, nell’articolo di Ettore Livini, trasuda una certa quale allegria, il Sole 24 (articolo di Andrea Gagliardi e Andrea Marini) esprime una ottimismo più contenuto, limitandosi a dire che tutto sommato, anche se vanno al governo i non meglio definiti populisti (di sinistra in Grecia e di destra in Austria), la situazione rimane sotto controllo. Dopo di che i dati snocciolati suscitano entusiasmi sempre meno calorosi: non tanto per il taglio degli sconti fiscali alle isole, l’aumento delle tasse e la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, quanto per il capitolo Iva, il cui aumento, che qui ci terrorizza, lì pare sia stato imposto dai riformatori trilaterali. Ma è soprattutto il capitolo pensioni che nella descrizione di una fonte autorevole come il Sole lascia atterriti: tetto massimo di 2300€, con buona pace di chi ha versato maggiori contributi; taglio delle pensione minime, principalmente collegato alla eliminazione dell’Ekas. Che roba è? L’equivalente della nostra integrazione al minimo delle pensioni di chi ha lavorato solo un po’ più di 20 anni e che se ricevesse la pensione in base al contributivo creperebbe di fame. Pare dunque che in Grecia l’operazione di eliminarla sia passata. E i morti di fame? Tutto sommato tante pensioni da pagare in meno. Un’indicazione utile anche per lo scenario italiano, a pensarci bene, dove l’integrazione al minimo può rappresentare la quasi-sopravvivenza per centinaia di migliaia di persone, gli ultimi della fila.
A farci passare la voglia di scherzarci sopra basta leggere un articolo di Francesco De Palo, sul blog del Fatto quotidiano di dieci giorni fa: oltre ai tagli alle pensioni (madre di tutte le battaglie) mele a 2€ e 50 al kg, guerriglia urbana dei disperati, nelle città, un campo profughi alle Termopili, nascosto alle telecamere per ragioni di decenza, che ha forse contribuito a diminuire il prezzo delle sanzioni da subire.
Il tutto in un clima di sobria soddisfazione delle autorità costituite, nazionali e internazionali. Pare infatti che i tecnici della Trojka (Commissione Ue, Bce, Fmi), chi più chi meno, si siano espressi in termini positivi e sarebbe peccaminoso far circolare la voce che, quello che per loro rappresenta la gioia, per milioni di greci rappresenta il dolore. I prestiti della finanza pubblica internazionale hanno quindi raggiunto gli obiettivi prefissati dai creditori, i cultori dell’austerity. Coraggio Grecia e forza Tsipras che se tutto procede di questo passo in agosto i commissari della Trojka leveranno le tende. Vi diranno che avete imparato bene la lezione e che adesso siete in grado di farcela da soli a mandare in rovina i più deboli tra di voi.
Quello che resta molto più difficile da imparare è come evitare di essere mandati a picco, con le cattive se non con le buone. E con l’aria che tira in Italia ci converrà trovare in fretta qualche via d’uscita alternativa: ammesso che esista.
Fonte
Procediamo con ordine. Da inizio anno oltre 100mila occupati in più. Oltre la metà vengono definiti come stabili. Poi però vai a vedere che in aprile, inizio della stagione turistica, il boom c’è sempre stato (80% dei posti di lavoro si colloca in tale settore). Se si va nei dettagli si vede infatti che, rispetto all’aprile 2017, l’aumento è solo di 8mila posti. Maggiormente significativo potrebbe essere l’attributo della stabilità, ma ci farebbe piacere conoscere l’opinione di un esperto del mercato del lavoro greco per capire se si tratti di una stabilità “ai tempi del welfare” o di una “ai tempi del job act”. A parte il fatto che, quando hai toccato il fondo, scendere ancora più giù diventa impossibile.
Fatto sta che la Trojka di buona memoria, ancora presente nell’Ellade a dettare legge, è contenta. Si sono fatte un bel po’ di riforme di struttura, come volevano lorsignori, proprio quelle sulle quali accusano l’Italia di non aver mosso un dito e i risultati si vedono. Non a caso tra i 13 tagli delle pensioni, operati in 10 anni, c’è anche quello, a noi peraltro familiare, dell’aumento dell’età pensionabile, ragione per cui, per ogni pensionato in meno c’è un lavoratore anziano in più, a tenere meno basso il numero degli occupati. Non sale per nulla invece, guarda caso, nella fascia 15-24 anni, dove la disoccupazione è di poco al di sotto del 50%.
Se Repubblica, nell’articolo di Ettore Livini, trasuda una certa quale allegria, il Sole 24 (articolo di Andrea Gagliardi e Andrea Marini) esprime una ottimismo più contenuto, limitandosi a dire che tutto sommato, anche se vanno al governo i non meglio definiti populisti (di sinistra in Grecia e di destra in Austria), la situazione rimane sotto controllo. Dopo di che i dati snocciolati suscitano entusiasmi sempre meno calorosi: non tanto per il taglio degli sconti fiscali alle isole, l’aumento delle tasse e la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, quanto per il capitolo Iva, il cui aumento, che qui ci terrorizza, lì pare sia stato imposto dai riformatori trilaterali. Ma è soprattutto il capitolo pensioni che nella descrizione di una fonte autorevole come il Sole lascia atterriti: tetto massimo di 2300€, con buona pace di chi ha versato maggiori contributi; taglio delle pensione minime, principalmente collegato alla eliminazione dell’Ekas. Che roba è? L’equivalente della nostra integrazione al minimo delle pensioni di chi ha lavorato solo un po’ più di 20 anni e che se ricevesse la pensione in base al contributivo creperebbe di fame. Pare dunque che in Grecia l’operazione di eliminarla sia passata. E i morti di fame? Tutto sommato tante pensioni da pagare in meno. Un’indicazione utile anche per lo scenario italiano, a pensarci bene, dove l’integrazione al minimo può rappresentare la quasi-sopravvivenza per centinaia di migliaia di persone, gli ultimi della fila.
A farci passare la voglia di scherzarci sopra basta leggere un articolo di Francesco De Palo, sul blog del Fatto quotidiano di dieci giorni fa: oltre ai tagli alle pensioni (madre di tutte le battaglie) mele a 2€ e 50 al kg, guerriglia urbana dei disperati, nelle città, un campo profughi alle Termopili, nascosto alle telecamere per ragioni di decenza, che ha forse contribuito a diminuire il prezzo delle sanzioni da subire.
Il tutto in un clima di sobria soddisfazione delle autorità costituite, nazionali e internazionali. Pare infatti che i tecnici della Trojka (Commissione Ue, Bce, Fmi), chi più chi meno, si siano espressi in termini positivi e sarebbe peccaminoso far circolare la voce che, quello che per loro rappresenta la gioia, per milioni di greci rappresenta il dolore. I prestiti della finanza pubblica internazionale hanno quindi raggiunto gli obiettivi prefissati dai creditori, i cultori dell’austerity. Coraggio Grecia e forza Tsipras che se tutto procede di questo passo in agosto i commissari della Trojka leveranno le tende. Vi diranno che avete imparato bene la lezione e che adesso siete in grado di farcela da soli a mandare in rovina i più deboli tra di voi.
Quello che resta molto più difficile da imparare è come evitare di essere mandati a picco, con le cattive se non con le buone. E con l’aria che tira in Italia ci converrà trovare in fretta qualche via d’uscita alternativa: ammesso che esista.
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17/01/2018
Scioperi e scontri ad Atene contro l’austerità e i sacrifici imposti dal governo
Lunedì la maggioranza del parlamento di Atene, formata dai deputati di Syriza e di Anel – raggiunti recentemente dalla liberale Teodora Megaloikonòmu che, proveniente dal gruppo dell’Unione di Centro ha deciso di unirsi agli uomini di Tsipras – ha votato l’ennesimo pacchetto lacrime e sangue imposto dai cosiddetti creditori internazionali, quelli che il leader di Syriza aveva promesso di combattere e sconfiggere e che invece continuano a dettare legge ad Atene.
Tra le misure varate all’insegna della cosiddetta austerity le più gravi sono il peggioramento della legge sugli scioperi e nuove procedure per la vendita all’asta degli immobili sequestrati per debiti verso le banche. Nel dettaglio, per poter proclamare uno sciopero occorrerà che alle assemblee partecipi almeno il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria, una misura davvero difficile da mettere in pratica e di fatto mirante a impedire la protesta dei lavoratori. Finora bastava l’assenso del 20% dei lavoratori iscritti ad un sindacato o in certi casi la decisione degli organismi dirigenti per poter indire una astensione dal lavoro.
Da questo momento inoltre le vendite all’asta delle case pignorate verranno realizzate sul web così da metterle al riparo dai blocchi e dalle contestazioni organizzate negli ultimi mesi dai partiti della sinistra radicale e comunista e dai sindacati combattivi. In base alla nuova legge votata ieri, anche la prima casa potrà essere pignorata se supera una certa metratura.
Mentre i sindacati davano vita a uno sciopero di 24 ore nei trasporti pubblici, nel trasporto aereo, negli ospedali e nelle scuole, e a vari blocchi della circolazione ad Atene, alcune decine di migliaia di lavoratori e giovani manifestavano davanti al Parlamento ellenico per dire no all’ennesimo pacchetto di tagli e controriforme, il capo del governo affermava: “il paese sta entrando in una nuova fase, che darà coraggio a milioni di cittadini. Cittadini che in tutti questi anni, hanno fatto grandi sacrifici”.
Da anni Tsipras promette che i sacrifici che impone serviranno ad affrancare la Grecia dal commissariamento da parte della Troika ma in cambio dell’ultima tranche di aiuti economici – molti dei quali non andranno ai cittadini e ai lavoratori ellenici ma a ripagare i creditori stessi – l’Unione Europea pretende ancora una severa riforma delle pensioni (già ampiamente tagliate negli scorsi anni), l’aumento dell’IVA, nuove leggi sul lavoro e l’innalzamento delle imposte indirette.
Scontri si sono verificati in Piazza Syntagma tra manifestanti dei gruppi della sinistra antagonista e le forze dell’ordine in assetto antisommossa:
Fonte
Tra le misure varate all’insegna della cosiddetta austerity le più gravi sono il peggioramento della legge sugli scioperi e nuove procedure per la vendita all’asta degli immobili sequestrati per debiti verso le banche. Nel dettaglio, per poter proclamare uno sciopero occorrerà che alle assemblee partecipi almeno il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria, una misura davvero difficile da mettere in pratica e di fatto mirante a impedire la protesta dei lavoratori. Finora bastava l’assenso del 20% dei lavoratori iscritti ad un sindacato o in certi casi la decisione degli organismi dirigenti per poter indire una astensione dal lavoro.
Da questo momento inoltre le vendite all’asta delle case pignorate verranno realizzate sul web così da metterle al riparo dai blocchi e dalle contestazioni organizzate negli ultimi mesi dai partiti della sinistra radicale e comunista e dai sindacati combattivi. In base alla nuova legge votata ieri, anche la prima casa potrà essere pignorata se supera una certa metratura.
Mentre i sindacati davano vita a uno sciopero di 24 ore nei trasporti pubblici, nel trasporto aereo, negli ospedali e nelle scuole, e a vari blocchi della circolazione ad Atene, alcune decine di migliaia di lavoratori e giovani manifestavano davanti al Parlamento ellenico per dire no all’ennesimo pacchetto di tagli e controriforme, il capo del governo affermava: “il paese sta entrando in una nuova fase, che darà coraggio a milioni di cittadini. Cittadini che in tutti questi anni, hanno fatto grandi sacrifici”.
Da anni Tsipras promette che i sacrifici che impone serviranno ad affrancare la Grecia dal commissariamento da parte della Troika ma in cambio dell’ultima tranche di aiuti economici – molti dei quali non andranno ai cittadini e ai lavoratori ellenici ma a ripagare i creditori stessi – l’Unione Europea pretende ancora una severa riforma delle pensioni (già ampiamente tagliate negli scorsi anni), l’aumento dell’IVA, nuove leggi sul lavoro e l’innalzamento delle imposte indirette.
Scontri si sono verificati in Piazza Syntagma tra manifestanti dei gruppi della sinistra antagonista e le forze dell’ordine in assetto antisommossa:
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02/05/2017
Grecia. Altri tagli e privatizzazioni, per pagare i debiti con nuovi debiti
Un altro cappio intorno al collo della Grecia. Nella notte pare sia stato raggiunto un accordo – resta l’arcigna diffidenza del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, che però viene descritto come “possibilista” – su come Atene dovrà rispettare gli impegni presi sul nodo del debito.
La notizia, prevedibile, è che ci saranno nuovi debiti (“aiuti” per 7,4 miliardi) che serviranno a pagare quelli vecchi in scadenza, con ovvio aggravio della situazione. Per ottenere questo brillante risultato il governo Tsipras si impegna a tagliare ulteriormente le pensioni, a ridurre il limite dell’esenzione fiscale (da 8.636 a 6.000; in pratica un piccolo impoverimento dei più poveri) e a privatizzare le ultime aziende ancora di proprietà o a partecipazione pubblica (nel settore elettrico, fondamentalmente).
L’accordo era ritenuto “necessario” perché in caso contrario, alla scadenza fissata per il pagamento delle vecchie tranche (30 giugno) sarebbero scattate sanzioni tali da buttare la Grecia ancora una volta sulla via della forzata uscita dall’euro, senza peraltro alcuna politica elaborata per affrontare una simile eventualità.
Il governo rosè di Tsipras si preoccupa anche di mettere in evidenza le “contropartite” ottenute in questa debacle: la contrattazione collettiva (annullata dopo i precedenti accordi con la Troika) potrebbe essere ripristinata dal settembre 2018, e il governo potrebbe essere autorizzato – in futuro – a stanziare fondi per il sostegno ai bambini e aiuti alle famiglie con reddito più basso. Ma solo se nel frattempo avrà rispettato alla lettera tutti gli impegni sottoscritti che, come si vede dalla materia fiscale, prevedono per il momento un ulteriore salasso a carico delle fasce più deboli.
Per capire la misura in cui il governo è ostaggio dei “debitori” bisogna infatti sapere che sono questi ultimi a fissare gli obiettivi di “avanzo primario” del bilancio pubblico (le entrate debbono essere obbligatoriamente superiori alle uscite). Il tutto avviene allo scopo di “convincere” il Fondo Monetario Internazionale a restare dentro il “piano di salvataggio”.
E’ possibile che vi rimanga, seppure controvoglia, visto che da tempo è il principale organismo sovranazionale a indicare – come unica soluzione possibile per Atene – la “ristrutturazione” (un taglio alle pretese dei creditori) del debito pubblico greco.
Ovvero l'esatto opposto di quel che quest'accordo prevede...
Fonte
Sono sempre più convinto che la Grecia sia stabilmente assurta a laboratorio a cielo aperto socio-economico come lo fu il Cile della dittatura di Pinochet.
La notizia, prevedibile, è che ci saranno nuovi debiti (“aiuti” per 7,4 miliardi) che serviranno a pagare quelli vecchi in scadenza, con ovvio aggravio della situazione. Per ottenere questo brillante risultato il governo Tsipras si impegna a tagliare ulteriormente le pensioni, a ridurre il limite dell’esenzione fiscale (da 8.636 a 6.000; in pratica un piccolo impoverimento dei più poveri) e a privatizzare le ultime aziende ancora di proprietà o a partecipazione pubblica (nel settore elettrico, fondamentalmente).
L’accordo era ritenuto “necessario” perché in caso contrario, alla scadenza fissata per il pagamento delle vecchie tranche (30 giugno) sarebbero scattate sanzioni tali da buttare la Grecia ancora una volta sulla via della forzata uscita dall’euro, senza peraltro alcuna politica elaborata per affrontare una simile eventualità.
Il governo rosè di Tsipras si preoccupa anche di mettere in evidenza le “contropartite” ottenute in questa debacle: la contrattazione collettiva (annullata dopo i precedenti accordi con la Troika) potrebbe essere ripristinata dal settembre 2018, e il governo potrebbe essere autorizzato – in futuro – a stanziare fondi per il sostegno ai bambini e aiuti alle famiglie con reddito più basso. Ma solo se nel frattempo avrà rispettato alla lettera tutti gli impegni sottoscritti che, come si vede dalla materia fiscale, prevedono per il momento un ulteriore salasso a carico delle fasce più deboli.
Per capire la misura in cui il governo è ostaggio dei “debitori” bisogna infatti sapere che sono questi ultimi a fissare gli obiettivi di “avanzo primario” del bilancio pubblico (le entrate debbono essere obbligatoriamente superiori alle uscite). Il tutto avviene allo scopo di “convincere” il Fondo Monetario Internazionale a restare dentro il “piano di salvataggio”.
E’ possibile che vi rimanga, seppure controvoglia, visto che da tempo è il principale organismo sovranazionale a indicare – come unica soluzione possibile per Atene – la “ristrutturazione” (un taglio alle pretese dei creditori) del debito pubblico greco.
Ovvero l'esatto opposto di quel che quest'accordo prevede...
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Sono sempre più convinto che la Grecia sia stabilmente assurta a laboratorio a cielo aperto socio-economico come lo fu il Cile della dittatura di Pinochet.
03/01/2017
“Negli ospedali greci muoiono pazienti che potrebbero sopravvivere”
Il Guardian racconta la situazione da terzo mondo del sistema sanitario greco. Negli ospedali mancano personale, materiali e attrezzature. Migliaia di pazienti sono morti a causa di infezioni evitabili se si fossero potute attuare le necessarie misure igieniche. I medici più specializzati, specialmente giovani, continuano a emigrare in massa non trovando in Grecia alcuna opportunità. Nel sentire comune è ancora diffusa l’idea che la colpa di tutto stia negli sprechi, la corruzione e l’evasione fiscale – eppure sempre più persone si accorgono delle responsabilità di un governo che ha tradito il proprio mandato e si è volontariamente sottomesso al potere imperiale europeo (oltre a tutto questo, ricordiamo che quasi un quarto dei greci non ha alcuna copertura sanitaria)
di Helena Smith – Atene, 01 gennaio 2017
L’austerità portata avanti da Alexis Tsipras ha trasformato gli ospedali in “zone a rischio”, dicono i medici, e molti temono che il peggio debba ancora arrivare.
La crescita dei tassi di mortalità, l’aumento delle infezioni potenzialmente letali e la scarsità di personale e di apparecchiature mediche stanno paralizzando il sistema sanitario greco, mentre l’ostinato perseguimento dell’austerità colpisce la fasce più deboli della popolazione del paese.
I dati e gli aneddoti, riportati da medici e sindacati, suggeriscono che il paese più problematico della Ue si trovi al collasso della sanità pubblica. “In nome di obiettivi fiscali molto duri, stanno morendo persone che altrimenti potrebbero sopravvivere”, ha detto Michalis Giannakos, capo della Federazione Panellenica dei Lavoratori degli Ospedali Pubblici. “I nostri ospedali stanno diventando zone a rischio“.
I dati recentemente pubblicati dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie rivelano che circa il 10 percento dei pazienti ospedalizzati in Grecia sono a rischio di contrarre infezioni potenzialmente letali, e ci sono già 3.000 morti attribuiti a questo problema.
Il tasso di incidenza è drammaticamente alto soprattutto nelle unità di terapia intensiva e nei reparti neonatali. Sebbene i dati si riferiscano ad epidemie avvenute tra il 2011 e il 2012 – essendo i dati disponibili più recenti – Giannakos dice che da allora il problema si è solo aggravato.
Come anche altri medici che hanno lavorato nel sistema sanitario nazionale greco da quando è stato istituito, nel 1983, il capo del sindacato attribuisce la responsabilità di questa situazione alla mancanza di personale, all’inadeguatezza delle misure igieniche e all’assenza di prodotti per la pulizia. I tagli sono stati aggravati da un uso eccessivo di antibiotici, ha detto.
“Abbiamo un solo infermiere ogni 40 pazienti“, ha detto, menzionando il caso di una donna senza particolari problemi di salute che il mese scorsa è morta dopo un’operazione di routine alla gamba in un ospedale pubblico a Zacinto. “I tagli sono tali che perfino nelle unità di terapia intensiva abbiamo perso 150 posti letto“.
“Succede spesso che i pazienti siano messi su letti che non sono stati preventivamente disinfettati. Il personale è talmente oberato di lavoro da non avere tempo di lavarsi le mani e, anche se fosse, spesso manca il sapone antisettico“.
Non c’è altro settore dell’economia greca che sia stato colpito in modo così duro. Sovradimensionato, spendaccione e corrotto, secondo molte persone il sistema sanitario era indicativo di tutto ciò che non funzionava nel paese e, di conseguenza, si riteneva che avesse assoluto bisogno di riforme.
Riconoscendo le carenze, lo scorso mese il governo ha annunciato di avere un piano per assumere 8.000 tra medici e infermieri nel 2017.
In base ai dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), dal 2009 a oggi la spesa pro capite per la sanità pubblica è stata tagliata di circa un terzo – cioè per un totale di oltre 5 miliardi di euro. Dal 2014 è scesa al 4,7 percento del PIL, dal 9,9 percento che era prima della crisi. I tagli hanno causato 25.000 licenziamenti di personale, e le forniture sono diventate così scarse che gli ospedali si trovano spesso senza medicine, guanti, garze e lenzuola.
All’inizio di dicembre Giannakos, che è infermiere, ha guidato una marcia di protesta, che è partita dal sudicio edificio che ospita il ministero della sanità, ed è arrivata a destinazione davanti all’ufficio in stile neoclassico del primo ministro Alexis Tsipras. Di fronte al ministero i tecnici ospedalieri hanno posto dei blocchi di cemento a cui hanno appeso un cartellone con la scritta “Il ministero si è trasferito a Bruxelles“.
Poche altre economie occidentali avanzate hanno messo in atto aggiustamenti fiscali pesanti come quelli greci. Nei sei anni da quando ha ricevuto il primo dei tre bailout (per evitare la bancarotta) a oggi, il paese ha attuato misure draconiane per stringere la cinghia in cambio di oltre 300 miliardi di euro di prestiti di emergenza. La perdita di oltre il 25 percento del prodotto nazionale lordo – e una recessione che ha spinto sempre più persone a ricorrere all’assistenza sanitaria di base – ha aggravato gli effetti corrosivi dei tagli che, nel caso degli ospedali pubblici, sono stati spesso tanto profondi quanto indiscriminati.
Le pressioni per soddisfare gli obiettivi di bilancio imposti dai creditori hanno fatto sì che nel solo 2016 la spesa in questo settore sia diminuita di 350 milioni di euro, e questo sotto l’amministrazione di Syriza, il partito di sinistra che un tempo si batteva contro l’austerità; così ha detto Giannakos citando i dati del governo.
Più di 2,5 milioni di greci non hanno più alcuna copertura sanitaria. La carenza di pezzi di ricambio è tale che macchinari e altre complesse apparecchiature diagnostiche risultano sempre più difettosi. Nella maggior parte degli ospedali non vengono più fatti nemmeno i più basilari esami del sangue, perché i fondi per i laboratori sono ormai esauriti. I tagli agli stipendi hanno abbattuto ulteriormente il morale, già basso.
“Il problema più grosso è la carenza di personale, perché i lavoratori vanno in pensione e non c’è nessuno a sostituirli“, ha detto Yiannis Papadatos, che gestisce l’unità di terapia intensiva in uno dei tre ospedali pediatrici di Atene. “Poi c’è il problema delle attrezzature e, periodicamente, il problema della mancanza di guanti, cateteri e salviette per la pulizia“.
Piccoli atti di eroismo hanno contribuito a mantenere il piedi il sistema: medici e infermieri che lavorano fuori orario, donatori e filantropi che contribuiscono.
Papadatos ha detto: “Sono cresciuto per una parte della mia vita in Kenya, tirato su da genitori che enfatizzavano la virtù dell’aiuto reciproco. In questi giorni sto passando molto tempo a chiedere agli amici e al settore privato di aiutarci, dato che l’ospedale sta esaurendo le forniture di materiali. Alla gente piace donare. Li fa sentire bene“.
I sindacalisti sostengono che il sistema sanitario è un bersaglio facile perché un governo dopo l’altro si è rifiutato di affrontare seriamente l’evasione fiscale, che causa la maggiore perdita per le casse dello stato. In una rara ammissione pubblica, il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso che i tagli sono stati così brutali che “i servizi pubblici fondamentali, come i trasporti e l’assistenza sanitaria, sono stati compromessi“.
Ma in un momento in cui la crisi del debito greco è riesplosa, dopo che Tsipras ha fatto un controverso annuncio su una serie di sostegni assistenziali, molti temono che il peggio debba ancora venire.
Uno di questi è Michalis Samarakos, che ha studiato in Gran Bretagna, e ritiene che nonostante il sistema sanitario abbia effettivamente bisogno di ulteriori riforme, le cliniche corrono il rischio di rimanere prive di specialisti e di tirocinanti. C’è già stata una fuga massiccia di medici verso l’estero, per lo più verso Germania e Gran Bretagna, in conseguenza della mancanza di opportunità.
“I migliori se ne stanno andando perché qui il loro potenziale non si può sviluppare“, ha detto. “Lo vedo io stesso insegnando agli studenti del sesto anno nell’Università di Atene, sono tutti in cerca di qualche aggancio, tutti vogliono andarsene“.
“È un problema in costante crescita. Non abbiamo nefrologi, per esempio, perché non viene data alcuna prospettiva agli specialisti, né dentro né fuori dal sistema pubblico [cioè nel sistema privato]“.
“I tirocinanti di medicina sono la spina dorsale di tutti gli ospedali – senza di loro nessun ospedale potrebbe funzionare. A meno che non ci sia un grosso cambiamento in vista, temo seriamente che le cose possano solo peggiorare“.
Fonte
di Helena Smith – Atene, 01 gennaio 2017
L’austerità portata avanti da Alexis Tsipras ha trasformato gli ospedali in “zone a rischio”, dicono i medici, e molti temono che il peggio debba ancora arrivare.
La crescita dei tassi di mortalità, l’aumento delle infezioni potenzialmente letali e la scarsità di personale e di apparecchiature mediche stanno paralizzando il sistema sanitario greco, mentre l’ostinato perseguimento dell’austerità colpisce la fasce più deboli della popolazione del paese.
I dati e gli aneddoti, riportati da medici e sindacati, suggeriscono che il paese più problematico della Ue si trovi al collasso della sanità pubblica. “In nome di obiettivi fiscali molto duri, stanno morendo persone che altrimenti potrebbero sopravvivere”, ha detto Michalis Giannakos, capo della Federazione Panellenica dei Lavoratori degli Ospedali Pubblici. “I nostri ospedali stanno diventando zone a rischio“.
I dati recentemente pubblicati dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie rivelano che circa il 10 percento dei pazienti ospedalizzati in Grecia sono a rischio di contrarre infezioni potenzialmente letali, e ci sono già 3.000 morti attribuiti a questo problema.
Il tasso di incidenza è drammaticamente alto soprattutto nelle unità di terapia intensiva e nei reparti neonatali. Sebbene i dati si riferiscano ad epidemie avvenute tra il 2011 e il 2012 – essendo i dati disponibili più recenti – Giannakos dice che da allora il problema si è solo aggravato.
Come anche altri medici che hanno lavorato nel sistema sanitario nazionale greco da quando è stato istituito, nel 1983, il capo del sindacato attribuisce la responsabilità di questa situazione alla mancanza di personale, all’inadeguatezza delle misure igieniche e all’assenza di prodotti per la pulizia. I tagli sono stati aggravati da un uso eccessivo di antibiotici, ha detto.
“Abbiamo un solo infermiere ogni 40 pazienti“, ha detto, menzionando il caso di una donna senza particolari problemi di salute che il mese scorsa è morta dopo un’operazione di routine alla gamba in un ospedale pubblico a Zacinto. “I tagli sono tali che perfino nelle unità di terapia intensiva abbiamo perso 150 posti letto“.
“Succede spesso che i pazienti siano messi su letti che non sono stati preventivamente disinfettati. Il personale è talmente oberato di lavoro da non avere tempo di lavarsi le mani e, anche se fosse, spesso manca il sapone antisettico“.
Non c’è altro settore dell’economia greca che sia stato colpito in modo così duro. Sovradimensionato, spendaccione e corrotto, secondo molte persone il sistema sanitario era indicativo di tutto ciò che non funzionava nel paese e, di conseguenza, si riteneva che avesse assoluto bisogno di riforme.
Riconoscendo le carenze, lo scorso mese il governo ha annunciato di avere un piano per assumere 8.000 tra medici e infermieri nel 2017.
In base ai dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), dal 2009 a oggi la spesa pro capite per la sanità pubblica è stata tagliata di circa un terzo – cioè per un totale di oltre 5 miliardi di euro. Dal 2014 è scesa al 4,7 percento del PIL, dal 9,9 percento che era prima della crisi. I tagli hanno causato 25.000 licenziamenti di personale, e le forniture sono diventate così scarse che gli ospedali si trovano spesso senza medicine, guanti, garze e lenzuola.
All’inizio di dicembre Giannakos, che è infermiere, ha guidato una marcia di protesta, che è partita dal sudicio edificio che ospita il ministero della sanità, ed è arrivata a destinazione davanti all’ufficio in stile neoclassico del primo ministro Alexis Tsipras. Di fronte al ministero i tecnici ospedalieri hanno posto dei blocchi di cemento a cui hanno appeso un cartellone con la scritta “Il ministero si è trasferito a Bruxelles“.
Poche altre economie occidentali avanzate hanno messo in atto aggiustamenti fiscali pesanti come quelli greci. Nei sei anni da quando ha ricevuto il primo dei tre bailout (per evitare la bancarotta) a oggi, il paese ha attuato misure draconiane per stringere la cinghia in cambio di oltre 300 miliardi di euro di prestiti di emergenza. La perdita di oltre il 25 percento del prodotto nazionale lordo – e una recessione che ha spinto sempre più persone a ricorrere all’assistenza sanitaria di base – ha aggravato gli effetti corrosivi dei tagli che, nel caso degli ospedali pubblici, sono stati spesso tanto profondi quanto indiscriminati.
Le pressioni per soddisfare gli obiettivi di bilancio imposti dai creditori hanno fatto sì che nel solo 2016 la spesa in questo settore sia diminuita di 350 milioni di euro, e questo sotto l’amministrazione di Syriza, il partito di sinistra che un tempo si batteva contro l’austerità; così ha detto Giannakos citando i dati del governo.
Più di 2,5 milioni di greci non hanno più alcuna copertura sanitaria. La carenza di pezzi di ricambio è tale che macchinari e altre complesse apparecchiature diagnostiche risultano sempre più difettosi. Nella maggior parte degli ospedali non vengono più fatti nemmeno i più basilari esami del sangue, perché i fondi per i laboratori sono ormai esauriti. I tagli agli stipendi hanno abbattuto ulteriormente il morale, già basso.
“Il problema più grosso è la carenza di personale, perché i lavoratori vanno in pensione e non c’è nessuno a sostituirli“, ha detto Yiannis Papadatos, che gestisce l’unità di terapia intensiva in uno dei tre ospedali pediatrici di Atene. “Poi c’è il problema delle attrezzature e, periodicamente, il problema della mancanza di guanti, cateteri e salviette per la pulizia“.
Piccoli atti di eroismo hanno contribuito a mantenere il piedi il sistema: medici e infermieri che lavorano fuori orario, donatori e filantropi che contribuiscono.
Papadatos ha detto: “Sono cresciuto per una parte della mia vita in Kenya, tirato su da genitori che enfatizzavano la virtù dell’aiuto reciproco. In questi giorni sto passando molto tempo a chiedere agli amici e al settore privato di aiutarci, dato che l’ospedale sta esaurendo le forniture di materiali. Alla gente piace donare. Li fa sentire bene“.
I sindacalisti sostengono che il sistema sanitario è un bersaglio facile perché un governo dopo l’altro si è rifiutato di affrontare seriamente l’evasione fiscale, che causa la maggiore perdita per le casse dello stato. In una rara ammissione pubblica, il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso che i tagli sono stati così brutali che “i servizi pubblici fondamentali, come i trasporti e l’assistenza sanitaria, sono stati compromessi“.
Ma in un momento in cui la crisi del debito greco è riesplosa, dopo che Tsipras ha fatto un controverso annuncio su una serie di sostegni assistenziali, molti temono che il peggio debba ancora venire.
Uno di questi è Michalis Samarakos, che ha studiato in Gran Bretagna, e ritiene che nonostante il sistema sanitario abbia effettivamente bisogno di ulteriori riforme, le cliniche corrono il rischio di rimanere prive di specialisti e di tirocinanti. C’è già stata una fuga massiccia di medici verso l’estero, per lo più verso Germania e Gran Bretagna, in conseguenza della mancanza di opportunità.
“I migliori se ne stanno andando perché qui il loro potenziale non si può sviluppare“, ha detto. “Lo vedo io stesso insegnando agli studenti del sesto anno nell’Università di Atene, sono tutti in cerca di qualche aggancio, tutti vogliono andarsene“.
“È un problema in costante crescita. Non abbiamo nefrologi, per esempio, perché non viene data alcuna prospettiva agli specialisti, né dentro né fuori dal sistema pubblico [cioè nel sistema privato]“.
“I tirocinanti di medicina sono la spina dorsale di tutti gli ospedali – senza di loro nessun ospedale potrebbe funzionare. A meno che non ci sia un grosso cambiamento in vista, temo seriamente che le cose possano solo peggiorare“.
Fonte
14/11/2016
Grecia: con Syriza o ND governa la Troika e la sua politica è il memorandum
Il governo Syriza-Anel ha recentemente festeggiato il primo anniversario della sua seconda edizione nata dopo la firma del terzo memorandum. I risultati ottenuti sono stati positivi per i creditori, ed estremamente negativi per il popolo greco.
Sostanzialmente, il governo greco, ridicolizzando la battaglia della sinistra greca, ha attuato quanto affermato nel 1998 da Gianni Agnelli a proposito del governo D’Alema: “oggi in Italia un governo di sinistra è l'unico che possa fare politiche di destra”.
E infatti, quest’anno, il governo:
– ha votato ed applicato una nuova legge sul sistema assicurativo. Questa legge essenzialmente ricalcola al ribasso le pensioni. I nuovi pensionati si vedranno ridotta la pensione dal 20 al 30%, la decima riduzione negli ultimi 6 anni; aumenta l’età pensionabile a 67 anni per la maggior parte dei lavoratori; comprime le pensioni più basse a un livello base di 384 Euro che i lavoratori riceveranno a 67 anni, con una pensione ausiliaria che dipende al numero di anni di servizio e dal livello salariale che, comunque, sarà più bassa del 20-30% tagliato con questa legge. Specialmente i giovani, che per molti anni avranno alternato periodi di disoccupazione a lavoro part-time con salari bassi di 400/500 Euro, non potranno aspettarsi una pensione di più di 500 Euro quando avranno 67 anni.
Questi peggioramenti hanno fatto arrabbiare i pensionati e non solo loro. Il 3 novembre, più di 10.000 pensionati sono scesi in piazza come non si era mai visto prima ad Atene. Quella è stata solo una prima protesta, e il movimento non pare volersi fermare.
– ha messo tutto il patrimonio pubblico greco (aziende pubbliche, porti, aeroporti, le isole, tutto) in un fondo sotto controllo dei creditori per i prossimi 99 anni! Su queste basi, ha deciso la vendita dell’aeroporto di Elliniko e di un’area costiera enorme (la cosiddetta riviera ateniese) per il costo vergognoso di 88 euro al metro quadrato!!! Ha anche venduto le ferrovie elleniche per soli 45 milioni di euro (il prezzo di un giocatore di calcio), ed ha lanciato la privatizzazione dei servizi di distribuzione dell’energia e dell’acqua!!!
Non è necessario ricordare che il programma di Syriza diceva che chiunque avesse toccato la proprietà pubblica per venderla sarebbe stato considerato un traditore immorale.
– Ha messo il patrimonio pubblico a disposizione delle banche e dei fondi privati. Al momento il debito privato della Grecia è vicino al livello del debito pubblico, e rappresenta il 175% del PIL. Con la messa in vendita del patrimonio pubblico, in Grecia, si sta assistendo ad una redistribuzione della ricchezza senza precedenti a favore dei grandi affaristi, delle banche e dei fondi privati. Un nuovo movimento è nato per contestare il meccanismo delle aste pubbliche, ed ogni mercoledì i manifestanti stanno bloccando le aste e proteggendo quindi la proprietà del popolo.
– Ha accettato le nuove leggi sul lavoro chieste dai creditori. Queste danno il diritto ai padroni di licenziare più facilmente, restringono gli spazi di agibilità per i sindacati rendendo quasi impossibile organizzare uno sciopero, congelano i salari a 400-500 Euro per i giovani, espandono il part-time e i contratti individuali a spese degli accordi collettivi nazionali e rendono più facili i licenziamenti collettivi.
Infine, da un punto di vista geopolitico, la Grecia è diventata un fedele alleato di Israele nella regione, senza alcuna vergogna né sensibilità nei confronti del movimento greco contro la guerra, che da anni sostiene il diritto ad una Palestina libera ed indipendente. Il viaggio di Obama previsto per il 14-15 novembre conferma che la Grecia sarà un ulteriore base per le prossime operazioni militari imperialiste in Siria.
Niente di tutto questo sarebbe stato possibile con un nuovo governo di Nuova Democrazia. Ci sarebbe stata una rivolta. Ma Tsipras e la frustrazione da lui generata hanno provocato la rottura del forte movimento del popolo greco contro il memorandum, permettendo l’adozione di queste misure.
I creditori e l'Europa neoliberista non avrebbero potuto trovare un alleato migliore per rafforzare la dottrina thacheriana basata sullo slogan “non esiste alternativa”.
Oggi in Grecia la vera sinistra, quella che sta lottando contro le politiche governative, è costretta continuamente a scusarsi per la firma del Memorandum da parte di Tsipras e per una intera storia vilipesa.
Allo stesso tempo, una grande parte della popolazione greca, quella che perde la pensione e la casa, non può fare a meno di arrabbiarsi quando sente parlare di "sinistra". Oggi in Grecia, molti attivisti stanno abbandonando la sinistra a causa della frustrazione. In questo modo, se non esplode un nuovo movimento di resistenza, la via per i fascisti di Alba Dorata è spianata.
Il tentativo da parte del governo di creare dei media che avrebbe potuto facilmente controllare è fallito, grazie anche alla sentenza della Corte Suprema. Il governo ha presentato questa battaglia come una spallata cruciale contro l’oligarchia greca. Non esiste farsa maggiore, dal momento che la legge del governo sui media ha permesso ad uno dei più grandi armatori, un oligarca, con numerose accuse di riciclaggio di denaro nel mondo del calcio e di droga, Marinakis, di acquisire una concessione televisiva che prima non aveva!!!
Lo stesso è accaduto con un altro oligarca, che in realtà proviene dalla Russia e che ha acquistato una squadra di calcio greca, Savidis. Nel corso di questa battaglia, alcuni oligarchi che sono parenti e amici dei funzionari del governo hanno tentato di ottenere la concessione, ma hanno dovuto tirarsi indietro a causa di scandali di corruzione. Tutta questa messinscena della "lotta contro gli oligarchi" era in realtà un tentativo da parte di SYRIZA di assegnare i media agli oligarchi considerati ad essa vicini, aggirando alcuni tra quelli precedenti che sono stati premiati da Nuova Democrazia e Pasok.
Oggi, i sondaggi danno SYRIZA in costante calo. L'umiliazione della sinistra possono far crescere Nuova Democrazia ed anche Alba Dorata. Per evitare questo, abbiamo bisogno di sostenere i movimenti e la resistenza contro il memorandum di Tsipras e di creare un fronte autorevole tra la sinistra e le forze democratiche, per sostenere un programma realmente alternativo, possibile da attuare solo sancendo l’uscita dall’eurozona e la rottura con l'UE.
Dimitris Mitropoulos – Consiglio Politico Nazionale di Unità Popolare (LaE)
Traduzione a cura della Redazione del sito www.retedeicomunisti.org
Fonte
Sostanzialmente, il governo greco, ridicolizzando la battaglia della sinistra greca, ha attuato quanto affermato nel 1998 da Gianni Agnelli a proposito del governo D’Alema: “oggi in Italia un governo di sinistra è l'unico che possa fare politiche di destra”.
E infatti, quest’anno, il governo:
– ha votato ed applicato una nuova legge sul sistema assicurativo. Questa legge essenzialmente ricalcola al ribasso le pensioni. I nuovi pensionati si vedranno ridotta la pensione dal 20 al 30%, la decima riduzione negli ultimi 6 anni; aumenta l’età pensionabile a 67 anni per la maggior parte dei lavoratori; comprime le pensioni più basse a un livello base di 384 Euro che i lavoratori riceveranno a 67 anni, con una pensione ausiliaria che dipende al numero di anni di servizio e dal livello salariale che, comunque, sarà più bassa del 20-30% tagliato con questa legge. Specialmente i giovani, che per molti anni avranno alternato periodi di disoccupazione a lavoro part-time con salari bassi di 400/500 Euro, non potranno aspettarsi una pensione di più di 500 Euro quando avranno 67 anni.
Questi peggioramenti hanno fatto arrabbiare i pensionati e non solo loro. Il 3 novembre, più di 10.000 pensionati sono scesi in piazza come non si era mai visto prima ad Atene. Quella è stata solo una prima protesta, e il movimento non pare volersi fermare.
– ha messo tutto il patrimonio pubblico greco (aziende pubbliche, porti, aeroporti, le isole, tutto) in un fondo sotto controllo dei creditori per i prossimi 99 anni! Su queste basi, ha deciso la vendita dell’aeroporto di Elliniko e di un’area costiera enorme (la cosiddetta riviera ateniese) per il costo vergognoso di 88 euro al metro quadrato!!! Ha anche venduto le ferrovie elleniche per soli 45 milioni di euro (il prezzo di un giocatore di calcio), ed ha lanciato la privatizzazione dei servizi di distribuzione dell’energia e dell’acqua!!!
Non è necessario ricordare che il programma di Syriza diceva che chiunque avesse toccato la proprietà pubblica per venderla sarebbe stato considerato un traditore immorale.
– Ha messo il patrimonio pubblico a disposizione delle banche e dei fondi privati. Al momento il debito privato della Grecia è vicino al livello del debito pubblico, e rappresenta il 175% del PIL. Con la messa in vendita del patrimonio pubblico, in Grecia, si sta assistendo ad una redistribuzione della ricchezza senza precedenti a favore dei grandi affaristi, delle banche e dei fondi privati. Un nuovo movimento è nato per contestare il meccanismo delle aste pubbliche, ed ogni mercoledì i manifestanti stanno bloccando le aste e proteggendo quindi la proprietà del popolo.
– Ha accettato le nuove leggi sul lavoro chieste dai creditori. Queste danno il diritto ai padroni di licenziare più facilmente, restringono gli spazi di agibilità per i sindacati rendendo quasi impossibile organizzare uno sciopero, congelano i salari a 400-500 Euro per i giovani, espandono il part-time e i contratti individuali a spese degli accordi collettivi nazionali e rendono più facili i licenziamenti collettivi.
Infine, da un punto di vista geopolitico, la Grecia è diventata un fedele alleato di Israele nella regione, senza alcuna vergogna né sensibilità nei confronti del movimento greco contro la guerra, che da anni sostiene il diritto ad una Palestina libera ed indipendente. Il viaggio di Obama previsto per il 14-15 novembre conferma che la Grecia sarà un ulteriore base per le prossime operazioni militari imperialiste in Siria.
Niente di tutto questo sarebbe stato possibile con un nuovo governo di Nuova Democrazia. Ci sarebbe stata una rivolta. Ma Tsipras e la frustrazione da lui generata hanno provocato la rottura del forte movimento del popolo greco contro il memorandum, permettendo l’adozione di queste misure.
I creditori e l'Europa neoliberista non avrebbero potuto trovare un alleato migliore per rafforzare la dottrina thacheriana basata sullo slogan “non esiste alternativa”.
Oggi in Grecia la vera sinistra, quella che sta lottando contro le politiche governative, è costretta continuamente a scusarsi per la firma del Memorandum da parte di Tsipras e per una intera storia vilipesa.
Allo stesso tempo, una grande parte della popolazione greca, quella che perde la pensione e la casa, non può fare a meno di arrabbiarsi quando sente parlare di "sinistra". Oggi in Grecia, molti attivisti stanno abbandonando la sinistra a causa della frustrazione. In questo modo, se non esplode un nuovo movimento di resistenza, la via per i fascisti di Alba Dorata è spianata.
Il tentativo da parte del governo di creare dei media che avrebbe potuto facilmente controllare è fallito, grazie anche alla sentenza della Corte Suprema. Il governo ha presentato questa battaglia come una spallata cruciale contro l’oligarchia greca. Non esiste farsa maggiore, dal momento che la legge del governo sui media ha permesso ad uno dei più grandi armatori, un oligarca, con numerose accuse di riciclaggio di denaro nel mondo del calcio e di droga, Marinakis, di acquisire una concessione televisiva che prima non aveva!!!
Lo stesso è accaduto con un altro oligarca, che in realtà proviene dalla Russia e che ha acquistato una squadra di calcio greca, Savidis. Nel corso di questa battaglia, alcuni oligarchi che sono parenti e amici dei funzionari del governo hanno tentato di ottenere la concessione, ma hanno dovuto tirarsi indietro a causa di scandali di corruzione. Tutta questa messinscena della "lotta contro gli oligarchi" era in realtà un tentativo da parte di SYRIZA di assegnare i media agli oligarchi considerati ad essa vicini, aggirando alcuni tra quelli precedenti che sono stati premiati da Nuova Democrazia e Pasok.
Oggi, i sondaggi danno SYRIZA in costante calo. L'umiliazione della sinistra possono far crescere Nuova Democrazia ed anche Alba Dorata. Per evitare questo, abbiamo bisogno di sostenere i movimenti e la resistenza contro il memorandum di Tsipras e di creare un fronte autorevole tra la sinistra e le forze democratiche, per sostenere un programma realmente alternativo, possibile da attuare solo sancendo l’uscita dall’eurozona e la rottura con l'UE.
Dimitris Mitropoulos – Consiglio Politico Nazionale di Unità Popolare (LaE)
Traduzione a cura della Redazione del sito www.retedeicomunisti.org
Fonte
09/11/2016
Gli studenti greci contro la ‘buona scuola’ di Tsipras
Neanche i violenti scontri davanti al parlamento sono serviti ad attirare l’attenzione dei media italiani sulle manifestazioni studentesche di lunedì ad Atene ed in altre decine di città elleniche. Eppure in Piazza Syntagma era andata in scena una vera e propria battaglia, con alcune decine di membri dei gruppi anarchici che bersagliavano con pietre e molotov i cordoni di poliziotti in assetto antisommossa che rispondevano lanciando lacrimogeni a volontà. Il fumo delle bottiglie incendiarie e il gas urticante hanno reso a lungo irrespirabile l’aria nel centro della capitale greca.
Nelle ore precedenti i protagonisti della scena erano stati gli studenti, che a migliaia hanno protestato contro una pessima riforma della scuola del governo Tsipras. Una specie di ‘buona scuola’ renziana, dettata com’è dai tecnocrati dell’Unione Europea, d’altronde come la maggior parte dei provvedimenti dei due primi ministri.
Era inevitabile che Syriza, in pieno processo di ‘pasokizzazione’ (di trasformazione cioè da forza della sinistra radicale in partito socialista d’ordine) prendesse prima o poi di mira anche il sistema educativo.
Dopo aver fatto fuori dal governo alcuni ministri che avevano esplicitamente espresso la propria contrarietà alla privatizzazione di alcuni gioielli del patrimonio pubblico ellenico, il 7 novembre il governo ha dovuto incassare la protesta di alcune organizzazioni studentesche, dopo quella dei pensionati della settimana precedente e in attesa dello sciopero generale indetto dai sindacati per l’8 dicembre.
Tra i ministri sostituiti nel rimpasto del fine settimana c’era anche quello dell’istruzione Nikos Filis, colpevole di aver irritato la Chiesa Ortodossa e gli ambienti reazionari con la sua proposta di eliminazione dell’ora di religione (subito accantonata dal governo dopo le proteste del patriarcato). Al suo posto l’assai più “moderato” Kostas Gavroglu contro il quale sono subito scattate le proteste degli studenti.
“Non abbassiamo la testa, organizzazione e lotta per la vita che vogliamo” recitava lunedì lo striscione del Coordinamento delle Scuole del Pireo, mentre quello che apriva lo spezzone delle scuole di Atene diceva “Non regaliamo loro il futuro che meritiamo, in lotta per la scuola e la vita”.
Le manifestazioni – in un momento in cui i movimenti di lotta della sinistra ellenica sono ancora irretiti da un governo ‘amico’ che sfrutta la sua popolarità residua per continuare le politiche antipopolari e di austerity degli esecutivi precedenti – sono state scatenate da un progetto governativo che vuole introdurre esami intermedi da sostenere durante il corso delle scuole superiori, vincolare l’accesso alle facoltà universitarie al superamento di specifici esami previsti solo nei licei (con l’esclusione quindi degli studenti degli istituti tecnici e professionali), obbligare lo studente a frequentare non meglio precisate “attività sociali” per accedere al diploma. Misure criticate dalle organizzazioni studentesche che accusano, non a torto, l’esecutivo Tsipras di voler aumentare la selezione di classe all’interno del sistema di istruzione superiore, ad esempio prevedendo la concessione di certificazioni intermedie agli alunni nel caso in cui lascino il corso prima del diploma, un oggettivo incentivo all’abbandono scolastico.
Le cosiddette ‘attività sociali’ che gli studenti sarebbero costretti a frequentare, oltretutto, altro non sarebbero che una forma di ‘alternanza scuola-lavoro’, molto simile a quella introdotta da Renzi nella scuola italiana e che di fatto costituisce un regalo alle imprese senza alcun legame con il processo formativo. Sotto accusa anche i progettati cambiamenti voluti dal governo in tema di programmi scolastici.
Nei giorni precedenti alla mobilitazione studentesca agli studenti ellenici era arrivata la solidarietà di alcuni collettivi e organizzazioni italiane. Come l’Unione degli Studenti, che in un comunicato scriveva: “Come rappresentanti degli studenti e collettivi delle scuole italiane esprimiamo il nostro pieno sostegno alla lotta degli studenti greci contro la riforma della scuola che il governo Syriza-Anel promuove su pressione dell’Unione Europea. Quello che avviene in Grecia, in linea con quanto avvenuto in Italia, dimostra che oggi esiste un attacco condotto dai padroni in tutta Europa, che mira a dequalificare l’istruzione per abbassare il costo del lavoro e condannarci alla precarietà. Contro questo attacco noi studenti rispondiamo uniti, lottando per un’istruzione gratuita e accessibile a tutti, per una scuola che sia fatta per gli studenti e non per i padroni".
Fonte
06/11/2016
Grecia, governo più a destra. Tsipras accontenta Ue e Fmi
La Troika ordina, Tsipras esegue. Come ai vecchi tempi, quando governavano Nuova Democrazia e Pasok, prima che l’affermazione di Syriza illudesse per alcuni mesi il popolo greco che era venuto il tempo di rompere con la schiavitù del debito e dell’austerità.
Forte della scontata vittoria riportata al recente congresso di una Syriza ormai quasi completamente depurata dai settori conflittuali e critici, lo scorso 4 novembre il primo ministro ha presentato una nuova squadra governativa frutto di un rimpasto che ha preso di mira alcuni ministri, troppo timidi in fatto di privatizzazioni ed applicazione dei tagli dettati da Bruxelles e Berlino, sostituiti con esponenti assai più accondiscendenti e disponibili.
A fare le spese dello spostamento a destra del governo sono stati i ministri della Cultura, dell’Istruzione e del Commercio, la cui testa era stata chiesta dall’Unione Europea e dai poteri forti ellenici. Il leader di Syriza ha deciso di nominare il suo consigliere economico Dimitris Liakos alla carica di Ministro responsabile dell’attuazione del cosiddetto ‘programma di salvataggio della Grecia’, cioè quel terzo Memorandum che lo stesso Tsipras firmò nell’estate del 2015 tradendo il mandato popolare appena ricevuto da milioni di greci che votarono ‘no’ nel referendum convocato sui diktat dei creditori.
Per accontentare i paesi e le grandi banche che stanno strozzando la Grecia e che recentemente hanno accusato Atene di non essere molto celere nell’implementazione delle privatizzazioni del patrimonio pubblico che la Troika ritiene prioritarie, Tsipras ha spostato il ministro dell'Energia, Panos Skourletis – che aveva apertamente contrastato alcune importanti privatizzazioni come quella del gigante elettrico Dei – agli Interni, piazzando al suo posto Yorgos Stathakis, attuale ministro dell'economia. Al Ministero dell’Economia è andato invece il tecnocrate Dimitri Papadimitriou, presidente del “Levy Economics Institute” al Bard College di New York.
Allo scopo di imprimere una maggiore velocità al processo di privatizzazione dei beni statali, il capo dell'Agenzia per le Privatizzazione della Grecia, Stergios Pitsiorlas, è stato nominato vice ministro dello Sviluppo. Il compito di portavoce del governo, finora svolto da Olga Gerovasili, sarà assunto da Dimitris Tzanakopoulos, capo dello staff di Alexis Tsipras, mentre lei verrà promossa ministro per la Riforma della pubblica amministrazione.
Al suo posto è rimasto invece il ‘marxista’ Euclid Tsakalotos, Ministro delle Finanze incaricato di guidare gli infiniti negoziati con Bruxelles e il Fondo Monetario Internazionale.
Presentando la nuova squadra, Tsipras ha voluto mandare venerdì sera un chiaro segnale ai mercati e ai cosiddetti ‘creditori’ sulla volontà da parte del suo esecutivo di rispettare l’agenda concordata con la (o meglio, dalla) Troika. Spostando a destra la composizione dell’esecutivo il capo del governo spera inoltre di convincere alcune formazioni centriste e liberiste come Pasok e To Potami a sostenere in parlamento – dove Syriza e Anel possono contare su soli 3 voti di maggioranza – le controriforme sponsorizzate da Ue ed Fmi.
Mentre i sondaggi danno il centrodestra di Nea Dimokratia in forte ascesa e Syriza in crollo verticale, i pensionati – che la Polizia aveva picchiato solo poche settimane fa – sono tornati a scendere in piazza per protestare contro le politiche antipopolari del governo ellenico eterodiretto da Bruxelles e Francoforte.
Circa dieci mila lavoratori in pensione hanno manifestato in Piazza Syntagma dopo aver attraversato in corteo il centro di Atene fino alla sede del Ministero del Lavoro. Molti manifestanti hanno bruciato platealmente le lettere in cui l’esecutivo annunciava loro l’ennesima sforbiciata agli assegni mensili. Dopo il falò i rappresentanti dei pensionati hanno chiesto un incontro ai responsabili del Ministero del Lavoro che però hanno rifiutato di ricevere i manifestanti e di ascoltare le loro rivendicazioni.
Sulla base di quanto previsto dal cosiddetto ‘piano di salvataggio’, il Ministro del Lavoro Katrugalos ha deciso di ridurre drasticamente le pensioni complementari pagate dai fondi di categoria a partecipazione statale, una misura che impoverirà gli assegni di circa 250 mila persone. Questo mentre parecchie migliaia di pensionati, a ben due anni dalla cessazione del loro rapporto di lavoro, non hanno ancora ricevuto la liquidazione che oltretutto, se e quando verrà loro versata, sarà decurtata di circa il 30% del suo valore.
Secondo quanto denunciato dai sindacati e dalle associazioni dei pensionati, dall’inizio delle politiche di austerity – quelle che Syriza prometteva di cancellare prima dell’ascesa al governo – le pensioni integrative sono state tagliate dell’82% e quelle statali del 45%, senza contare che in moltissimi casi sono state abolite sia le tredicesime sia le quattordicesime.
Per il prossimo 8 dicembre, intanto, i sindacati ellenici hanno convocato un nuovo sciopero generale di 24 ore contro le politiche del governo.
Nei prossimi giorni è previsto l’arrivo ad Atene dei commissari del Fondo Monetario Internazionale, della Commissione Europea e della Banca Centrale, incaricati di imporre a Tsipras una nuova serie di tagli e di controriforme del diritto sindacale e della legislazione sul lavoro.
Fonte
29/09/2016
Tsipras (s)vende la Grecia
Quando si pensa che più in basso non si possa cadere è il momento in cui si comincia a scavare. Succede in Grecia, dove il governo Syriza-Anel ha imposto nei giorni scorsi al Parlamento di Atene un ennesimo pacchetto di ‘riforme’ dettate dalla Unione Europea. Un nuovo colpo a chi sperava, ingenuamente, che la tattica collaborazionista di Tsipras fin qui seguita servisse a prendere tempo per rafforzare il paese e risalire la china. Ma ad ogni provvedimento governativo la verve riformista di ciò che è ormai l’ombra di Syriza cede il passo a una desolante e totale ubbidienza ai tecnocrati di Bruxelles e Francoforte.
Nella notte tra martedì e mercoledì, dopo quattro giorni di dibattito, polemiche, accuse e controaccuse, la risicata maggioranza a disposizione del premier – 152 deputati su 300 – ha approvato un nuovo pacchetto di pesanti ‘riforme’, il cui piatto forte è la privatizzazione delle compagnie finora pubbliche che gestiscono la distribuzione dell’acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e nuovi tagli alle già più che martoriate pensioni. Il meccanismo è quello di sempre: se Atene vuole avere una nuova tranche del prestito – nella fattispecie 2,8 miliardi di euro – deve svendere il proprio patrimonio pubblico, sforbiciare salari e pensioni, continuare a consegnare il paese ai rapaci creditori svendendo quel poco di valore che rimane. Le aziende che gestiscono l’elettricità, il gas e l’acqua saranno quindi trasferite sotto il controllo di un fondo letteralmente pignorato dalla Troika, che potrà gestirle a proprio piacimento per i prossimi 99 anni. Il Fondo, che si incaricherà delle privatizzazioni, sarà ovviamente diretto da un presidente scelto dai creditori, che in un colpo solo hanno messo le mani anche sulla metropolitana di Atene, su un’azienda che produce veicoli militari e su un fondo pubblico immobiliare. Ci manca solo, hanno accusato sarcasticamente le opposizioni sociali e politiche al governo Tsipras, che l’esecutivo metta in vendita il Partenone...
Informa il Sole24Ore che “le Ferrovie dello Stato italiane hanno acquisito recentemente la Trainose, la società che gestisce il trasporto su rotaia in Grecia per 45 milioni di euro (...). Anche la Snam potrebbe rilevare una quota di minoranza del 17% della Desfa, la società che gestisce la rete di distribuzione del gas in Grecia (...) e la Terna è interessata all'acquisizione del 24% della società di distribuzione delle rete elettrica ellenica Admie”.
Anche questa volta il governo che aveva promesso di ‘cambiare l’Europa’ è rimasto sordo alle proteste di alcune migliaia di manifestanti – molti dei quali lavoratori delle a questo punto ex municipalizzate – che chiedevano al Parlamento di non chinare di nuovo la testa.
Nonostante i continui provvedimenti draconiani, le privatizzazioni, i tagli ai salari e alle pensioni, l’aumento dell’Iva e delle imposte sul reddito, il debito resta stratosferico – tanto che il Fondo Monetario insiste sulla sua insostenibilità – e la disoccupazione è salita di nuovo toccando il 26%, nonostante migliaia di giovani greci prendano la via dell’Australia, del Canada e della Germania per tentare di trovare un lavoro. L’aumento della pressione fiscale e i controlli sui capitali terranno la Grecia in recessione anche quest’anno.
Di fronte ai ritardi del governo greco nell’applicazione degli ordini provenienti da Bruxelles, a metà settembre l’arcigno presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem aveva tuonato: «Abbiamo perso molto tempo. L'estate è terminata, è giunto il momento di rimettere in cantina il materiale da campeggio. Potremo sborsare nuovi aiuti solo se saranno introdotte le misure richieste a suo tempo». Detto, fatto, in tempi record. Con tanto di battuta del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha ricordato: “Non è una novità, con la Grecia, vedere l'adozione delle misure concordate solo nella fase finale del periodo che era stato deciso”.
Non c’è da stupirsi del fatto che Tsipras non sia più amato e popolare come un tempo. Qualche giorno fa, per permettergli di parlare a Salonicco di fronte a una piccola folla di sostenitori, il ministero della Difesa ha mobilitato ben 5000 poliziotti, incaricati di tenere lontani i 15 mila manifestanti che dimostravano la loro rabbia per il tradimento di Syriza. Il paese è allo stremo e secondo i sondaggi pubblicati da vari media solo un 20-30% dei cittadini valuta positivamente il suo operato. Ma per ora prevale la disillusione, e le forze di sinistra che hanno rotto con Tsipras o non lo hanno mai sostenuto cogliendo la contraddizione di un premier che prometteva mari e monti senza essere disposto a rompere con l’Unione Europea sono divise ed incapaci di coagulare intorno a sé una massa critica sufficiente a dar vita ad una quanto mai necessaria opposizione politica di massa. E paradossalmente i sondaggi danno l’opposizione di centrodestra davanti a Syriza di parecchi punti percentuali. Per puntellare il suo traballante governo Tsipras sta cercando di allargare la maggioranza ai socialisti del Pasok, che però per ora rifiutano, sperando che il crollo annunciato di Syriza alle prossime elezioni consenta loro di riprendersi quella fetta di elettorato che aveva creduto alle promesse salvifiche della sinistra europeista ellenica.
Fonte
Nella notte tra martedì e mercoledì, dopo quattro giorni di dibattito, polemiche, accuse e controaccuse, la risicata maggioranza a disposizione del premier – 152 deputati su 300 – ha approvato un nuovo pacchetto di pesanti ‘riforme’, il cui piatto forte è la privatizzazione delle compagnie finora pubbliche che gestiscono la distribuzione dell’acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e nuovi tagli alle già più che martoriate pensioni. Il meccanismo è quello di sempre: se Atene vuole avere una nuova tranche del prestito – nella fattispecie 2,8 miliardi di euro – deve svendere il proprio patrimonio pubblico, sforbiciare salari e pensioni, continuare a consegnare il paese ai rapaci creditori svendendo quel poco di valore che rimane. Le aziende che gestiscono l’elettricità, il gas e l’acqua saranno quindi trasferite sotto il controllo di un fondo letteralmente pignorato dalla Troika, che potrà gestirle a proprio piacimento per i prossimi 99 anni. Il Fondo, che si incaricherà delle privatizzazioni, sarà ovviamente diretto da un presidente scelto dai creditori, che in un colpo solo hanno messo le mani anche sulla metropolitana di Atene, su un’azienda che produce veicoli militari e su un fondo pubblico immobiliare. Ci manca solo, hanno accusato sarcasticamente le opposizioni sociali e politiche al governo Tsipras, che l’esecutivo metta in vendita il Partenone...
Informa il Sole24Ore che “le Ferrovie dello Stato italiane hanno acquisito recentemente la Trainose, la società che gestisce il trasporto su rotaia in Grecia per 45 milioni di euro (...). Anche la Snam potrebbe rilevare una quota di minoranza del 17% della Desfa, la società che gestisce la rete di distribuzione del gas in Grecia (...) e la Terna è interessata all'acquisizione del 24% della società di distribuzione delle rete elettrica ellenica Admie”.
Anche questa volta il governo che aveva promesso di ‘cambiare l’Europa’ è rimasto sordo alle proteste di alcune migliaia di manifestanti – molti dei quali lavoratori delle a questo punto ex municipalizzate – che chiedevano al Parlamento di non chinare di nuovo la testa.
Nonostante i continui provvedimenti draconiani, le privatizzazioni, i tagli ai salari e alle pensioni, l’aumento dell’Iva e delle imposte sul reddito, il debito resta stratosferico – tanto che il Fondo Monetario insiste sulla sua insostenibilità – e la disoccupazione è salita di nuovo toccando il 26%, nonostante migliaia di giovani greci prendano la via dell’Australia, del Canada e della Germania per tentare di trovare un lavoro. L’aumento della pressione fiscale e i controlli sui capitali terranno la Grecia in recessione anche quest’anno.
Di fronte ai ritardi del governo greco nell’applicazione degli ordini provenienti da Bruxelles, a metà settembre l’arcigno presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem aveva tuonato: «Abbiamo perso molto tempo. L'estate è terminata, è giunto il momento di rimettere in cantina il materiale da campeggio. Potremo sborsare nuovi aiuti solo se saranno introdotte le misure richieste a suo tempo». Detto, fatto, in tempi record. Con tanto di battuta del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha ricordato: “Non è una novità, con la Grecia, vedere l'adozione delle misure concordate solo nella fase finale del periodo che era stato deciso”.
Non c’è da stupirsi del fatto che Tsipras non sia più amato e popolare come un tempo. Qualche giorno fa, per permettergli di parlare a Salonicco di fronte a una piccola folla di sostenitori, il ministero della Difesa ha mobilitato ben 5000 poliziotti, incaricati di tenere lontani i 15 mila manifestanti che dimostravano la loro rabbia per il tradimento di Syriza. Il paese è allo stremo e secondo i sondaggi pubblicati da vari media solo un 20-30% dei cittadini valuta positivamente il suo operato. Ma per ora prevale la disillusione, e le forze di sinistra che hanno rotto con Tsipras o non lo hanno mai sostenuto cogliendo la contraddizione di un premier che prometteva mari e monti senza essere disposto a rompere con l’Unione Europea sono divise ed incapaci di coagulare intorno a sé una massa critica sufficiente a dar vita ad una quanto mai necessaria opposizione politica di massa. E paradossalmente i sondaggi danno l’opposizione di centrodestra davanti a Syriza di parecchi punti percentuali. Per puntellare il suo traballante governo Tsipras sta cercando di allargare la maggioranza ai socialisti del Pasok, che però per ora rifiutano, sperando che il crollo annunciato di Syriza alle prossime elezioni consenta loro di riprendersi quella fetta di elettorato che aveva creduto alle promesse salvifiche della sinistra europeista ellenica.
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27/05/2016
Aiuti e debito: Tsipras firma un altro accordo capestro
Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del primo ministro ellenico Alexis Tsipras, quello raggiunto ieri notte con l’Eurogruppo è un accordo capestro, l’ennesimo.
La fumata bianca è arrivata dopo ben 11 ore di riunione, alle 2 di notte, quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno concesso ad Atene ‘nuovi aiuti’ per 10,3 miliardi di euro. “I ministri hanno accettato incredibili compromessi politici per ottenere questo accordo” ha detto, roboante, il politico olandese.
Di compromessi, in realtà, i ministri dell’Unione Europea non ne hanno accettato nessuno e come al solito è stato il governo ellenico a dover ingoiare il rospo, pur presentando la cosa come l’inizio dell’uscita dal tunnel...
Intanto si tratta di un finanziamento che rientrava all’interno del patto siglato nel luglio del 2015 (86 miliardi in totale) quando Tsipras accettò il terzo memorandum ‘lacrime e sangue’ contro il quale il suo popolo si era mobilitato e si era espresso da pochi giorni con un referendum stravinto dai ‘no’.
Inoltre la tranche da 10 miliardi non verrà versata subito e interamente; per continuare a tenere Atene per il collo, i ‘creditori’ concederanno 7,5 miliardi a giugno, ed il resto dopo l’estate. All’appuntamento con Bruxelles l’esecutivo di Atene era arrivato con tutti i compiti fatti: taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali, aumento dell’Iva e delle tasse sugli immobili, fine delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle isole e privatizzazioni selvagge per un totale di più di 5 miliardi, introduzione di un meccanismo preventivo e automatico di commissariamento dei conti pubblici nel caso in cui i draconiani obiettivi di bilancio non vengano rispettati.
Ma all’Eurogruppo non è bastato, e naturalmente il versamento della seconda parte della tanto agognata tranche di aiuti sarà condizionata dal varo di ulteriori ‘riforme’. I bonifici partiranno solo se Tsipras continuerà a privatizzare il patrimonio pubblico, se porterà a buon fine la riforma delle agenzie fiscali e del settore energetico chiesti da Bruxelles.
Ad Atene comunque si canta vittoria, per l’arrivo di liquidità di cui le casse vuote dello stato hanno estremo bisogno. Peccato che quasi tutto il ‘malloppo’ finirà, e rapidamente, nelle tasche degli stessi creditori sotto forma di interessi sul debito che ormai ha raggiunto quota 180% del Prodotto Interno Lordo. Dei 215 miliardi finora versati dai cosiddetti creditori ai governi greci negli ultimi anni, d’altronde, solo 10 sono entrati veramente nelle disponibilità di Atene, tutto il resto è stato girato direttamente a banche straniere e creditori.
La propaganda dei due contraenti – giustificata quella degli aguzzini, usciti vincitori, meno quella del governo di Atene – mette l’accento anche sull’intesa raggiunta in merito al promesso alleggerimento del debito pubblico ellenico (in realtà già in cantiere dal 2012 anche se subordinato al raggiungimento da parte di Atene di un sufficiente avanzo primario).
In ballo c’era il consenso del Fondo Monetario Internazionale, la cui presidente, Christine Lagarde, più volte si era dichiarata scettica sulla possibilità che Atene potesse mai ripagare i suoi debiti sottraendosi quindi alle richieste di Bruxelles di contribuire a nuovi prestiti.
I creditori alla fine hanno deciso che l’alleggerimento potrebbe avere inizio a partire dal 2018 ma solo se Atene rispetterà l’imposizione di garantire un avanzo primario pari al 3,5% del Pil, sottraendo così importanti risorse a investimenti sociali di cui il paese ha invece estremo bisogno, e continui ad aderire alle ingiunzioni del Patto di Stabilità e di Crescita.
Nella trattativa, inoltre, l’hanno avuta vinta il governo tedesco e i settori dell’establishment europeo che si opponevano alle richieste del Fmi, che ha rinunciato alla sua richiesta di una moratoria sui pagamenti da parte di Atene almeno fino al 2040. Il micro taglio dell’ingente fardello (che consiste soprattutto in un tetto all’entità degli interessi che Atene dovrà pagare a vita, anche se forse con un piccolo allungamento delle scadenze) si materializzerà solo quando si sarà concluso il ‘terzo salvataggio’, cioè tra due anni, e non prima che Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble possano attraversare indenni, senza concessioni, lo scoglio delle elezioni politiche tedesche del 2017. I leader tedeschi potranno presentarsi davanti agli elettori sbandierando la vera essenza di un accordo che non concede proprio nulla “a quegli sfaticati dei greci”: si tratta infatti di un alleggerimento del debito impercettibile, legato a pesanti contropartite e alla partecipazione del Fmi al ‘salvataggio’ di Atene che fino a due giorni fa Lagarde e Thomsen escludevano considerando il debito ellenico ‘non sostenibile’.
Insomma se in tutta questa tragica vicenda c’è un vincitore, è il potente Wolfgang Schaeuble, che ha ottenuto tutto quello che aveva dichiarato di perseguire alla vigilia della trattativa, a partire da un no deciso a ogni ipotesi di ‘haircut’, cioè di taglio del valore nominale del debito contratto dalle irresponsabili classi dirigenti greche e pagato dai lavoratori e dalle classi popolari del paese commissariato dalla Troika.
Fonte
Criminale la classe politica tedesca, idiota quella greca.
La fumata bianca è arrivata dopo ben 11 ore di riunione, alle 2 di notte, quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno concesso ad Atene ‘nuovi aiuti’ per 10,3 miliardi di euro. “I ministri hanno accettato incredibili compromessi politici per ottenere questo accordo” ha detto, roboante, il politico olandese.
Di compromessi, in realtà, i ministri dell’Unione Europea non ne hanno accettato nessuno e come al solito è stato il governo ellenico a dover ingoiare il rospo, pur presentando la cosa come l’inizio dell’uscita dal tunnel...
Intanto si tratta di un finanziamento che rientrava all’interno del patto siglato nel luglio del 2015 (86 miliardi in totale) quando Tsipras accettò il terzo memorandum ‘lacrime e sangue’ contro il quale il suo popolo si era mobilitato e si era espresso da pochi giorni con un referendum stravinto dai ‘no’.
Inoltre la tranche da 10 miliardi non verrà versata subito e interamente; per continuare a tenere Atene per il collo, i ‘creditori’ concederanno 7,5 miliardi a giugno, ed il resto dopo l’estate. All’appuntamento con Bruxelles l’esecutivo di Atene era arrivato con tutti i compiti fatti: taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali, aumento dell’Iva e delle tasse sugli immobili, fine delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle isole e privatizzazioni selvagge per un totale di più di 5 miliardi, introduzione di un meccanismo preventivo e automatico di commissariamento dei conti pubblici nel caso in cui i draconiani obiettivi di bilancio non vengano rispettati.
Ma all’Eurogruppo non è bastato, e naturalmente il versamento della seconda parte della tanto agognata tranche di aiuti sarà condizionata dal varo di ulteriori ‘riforme’. I bonifici partiranno solo se Tsipras continuerà a privatizzare il patrimonio pubblico, se porterà a buon fine la riforma delle agenzie fiscali e del settore energetico chiesti da Bruxelles.
Ad Atene comunque si canta vittoria, per l’arrivo di liquidità di cui le casse vuote dello stato hanno estremo bisogno. Peccato che quasi tutto il ‘malloppo’ finirà, e rapidamente, nelle tasche degli stessi creditori sotto forma di interessi sul debito che ormai ha raggiunto quota 180% del Prodotto Interno Lordo. Dei 215 miliardi finora versati dai cosiddetti creditori ai governi greci negli ultimi anni, d’altronde, solo 10 sono entrati veramente nelle disponibilità di Atene, tutto il resto è stato girato direttamente a banche straniere e creditori.
La propaganda dei due contraenti – giustificata quella degli aguzzini, usciti vincitori, meno quella del governo di Atene – mette l’accento anche sull’intesa raggiunta in merito al promesso alleggerimento del debito pubblico ellenico (in realtà già in cantiere dal 2012 anche se subordinato al raggiungimento da parte di Atene di un sufficiente avanzo primario).
In ballo c’era il consenso del Fondo Monetario Internazionale, la cui presidente, Christine Lagarde, più volte si era dichiarata scettica sulla possibilità che Atene potesse mai ripagare i suoi debiti sottraendosi quindi alle richieste di Bruxelles di contribuire a nuovi prestiti.
I creditori alla fine hanno deciso che l’alleggerimento potrebbe avere inizio a partire dal 2018 ma solo se Atene rispetterà l’imposizione di garantire un avanzo primario pari al 3,5% del Pil, sottraendo così importanti risorse a investimenti sociali di cui il paese ha invece estremo bisogno, e continui ad aderire alle ingiunzioni del Patto di Stabilità e di Crescita.
Nella trattativa, inoltre, l’hanno avuta vinta il governo tedesco e i settori dell’establishment europeo che si opponevano alle richieste del Fmi, che ha rinunciato alla sua richiesta di una moratoria sui pagamenti da parte di Atene almeno fino al 2040. Il micro taglio dell’ingente fardello (che consiste soprattutto in un tetto all’entità degli interessi che Atene dovrà pagare a vita, anche se forse con un piccolo allungamento delle scadenze) si materializzerà solo quando si sarà concluso il ‘terzo salvataggio’, cioè tra due anni, e non prima che Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble possano attraversare indenni, senza concessioni, lo scoglio delle elezioni politiche tedesche del 2017. I leader tedeschi potranno presentarsi davanti agli elettori sbandierando la vera essenza di un accordo che non concede proprio nulla “a quegli sfaticati dei greci”: si tratta infatti di un alleggerimento del debito impercettibile, legato a pesanti contropartite e alla partecipazione del Fmi al ‘salvataggio’ di Atene che fino a due giorni fa Lagarde e Thomsen escludevano considerando il debito ellenico ‘non sostenibile’.
Insomma se in tutta questa tragica vicenda c’è un vincitore, è il potente Wolfgang Schaeuble, che ha ottenuto tutto quello che aveva dichiarato di perseguire alla vigilia della trattativa, a partire da un no deciso a ogni ipotesi di ‘haircut’, cioè di taglio del valore nominale del debito contratto dalle irresponsabili classi dirigenti greche e pagato dai lavoratori e dalle classi popolari del paese commissariato dalla Troika.
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Criminale la classe politica tedesca, idiota quella greca.
24/05/2016
Grecia. L’austerità infinita di Alexis Tsipras
Gioisce il commissario europeo agli Affari Economici per l’approvazione da parte del parlamento greco di un nuovo pacchetto di misure di austerity; ora che ‘Atene ha fatto i compiti’ Pierre Moscovici valuta che ci sono finalmente le condizioni affinché domani all’Eurogruppo si arrivi ad un accordo con il governo greco per la concessione di una ulteriore tranche di aiuti finanziari, 11 degli 86 miliardi promessi a luglio 2015 in cambio della prima capitolazione del primo governo Tsipras alla Troika.
Nel corso della notte il Parlamento ellenico ha infatti approvato un testo di ben 7.000 pagine (scritto in gran parte a Bruxelles e Francoforte) che include misure per rilanciare le privatizzazioni e una serie di clausole che predispongono un piano d’emergenza che si dovrebbe attivare automaticamente, portando ad un aumento delle imposte indirette, nel caso l’esecutivo non riesca ad evitare gli sforamenti di deficit.
In cambio – ma si tratta per ora solo di indiscrezioni di stampa – l’Eurogruppo, su pressione del Fondo Monetario Internazionale che reclama un consistente rinvio della restituzione del debito ellenico per continuare a garantire sostegno economico alla Grecia, sarebbe pronto a concedere un mini alleggerimento del debito greco facendo leva sulla restituzione al paese ormai in ginocchio degli interessi sui suoi titoli di Stato posseduti dalla Bce; al G7 di Sendai, in Giappone, secondo alcuni media, si sarebbe prefigurato anche un trasferimento all’Unione Europea di parte del debito greco posseduto finora dal Fondo Monetario Internazionale. Ma occorrerà vedere se il governo tedesco rimuoverà il suo veto, finora irremovibile, sulla concessione a Tsipras di alcune agevolazioni anche se poco più che formali e simboliche.
E’ in questo quadro quanto mai fosco che il governo Tsipras ha imposto all’assemblea parlamentare l’adozione di nuove misure definite ‘impopolari ma necessarie’ per convincere i creditori internazionali a prolungare ancora un po’ l’agonia del paese.
Mentre decine di migliaia di lavoratori e attivisti politici della sinistra manifestavano in Piazza Syntagma di fronte al Parlamento, i deputati della maggioranza – Syriza e Anel – approvavano altre misure draconiane per un valore di 1,8 miliardi di euro dopo quelle, pari a 3,6 miliardi, varate poche settimane fa nonostante lo sciopero generale indetto da tutti i sindacati ellenici che si sono scagliati in particolare contro l’aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali e il taglio degli assegni pensionistici.
Anche ieri i sindacati Adedy e Gsee ma anche il Pame, vicino al Partito Comunista, insieme a Unità Popolare ed Antarsya, hanno attraversato in corteo il centro di Atene fino a Piazza Syntagma, mentre la capitale ellenica era paralizzata dall’ennesimo sciopero del trasporto pubblico.
Qualche ora dopo i deputati di maggioranza hanno però dato il loro via libera a nuove tasse. È stata aumentata l’Iva dal 23 al 24% su diversi prodotti, fra cui la benzina, le sigarette, il caffè, le connessioni ad internet, la pay tv, i biglietti del trasporto pubblico, i ristoranti, gli alberghi; è stata aumentata la tassa di soggiorno e si è deciso un incremento delle imposte di proprietà. Sono state inoltre definitivamente abolite le agevolazioni fiscali finora concesse agli abitanti delle isole greche in considerazione del loro isolamento. Il governo Tsipras ha avuto inoltre l’ok alla costituzione di un nuovo fondo, soprannominato Società di Partecipazioni Pubbliche, che dovrà gestire la privatizzazione di circa 71 mila proprietà pubbliche e di altri pezzi del patrimonio collettivo. Inoltre il governo che un tempo si definiva ‘anti-austerity’ ha ceduto davanti alla richiesta della Germania e dell’Unione Europea di accettare delle misure che introducano un meccanismo automatico di intervento sui conti, per ulteriori 3,5 miliardi di euro, che scatterà automaticamente nel caso in cui l’esecutivo non riesca a rispettare i vincoli di bilancio o a garantire un avanzo primario pari al 3.5% del Pil entro il 2018.
Più Syriza nega sé stessa e le proprie promesse, più perde pezzi. Ieri la maggioranza che sostiene il primo ministro si è ridotta temporaneamente da 153 a 152 parlamentari, dopo che Vassiliki Katrivanou, parlamentare del partito di ‘sinistra’, ha annunciato la sua defezione in polemica con il testo imposto dal governo ai deputati. «Stiamo introducendo misure e politiche che sono in grave contrasto con i nostri valori di base», ha spiegato la donna che però ha anche annunciato le sue dimissioni da parlamentare, così da essere rimpiazzata da un esponente di Syriza probabilmente fedele ad Alexis Tsipras ed alla Troika.
“Oggi si chiude un periodo difficile per il paese e facciamo il primo passo per uscire dalla crisi, anche se pure il periodo che si apre sarà irto di difficoltà” ha assicurato Alexis Tsipras, ripetendo come un mantra quanto affermavano, ormai molti anni fa, i suoi predecessori socialisti e conservatori ogni qualvolta imponevano al paese inutili e ingiusti sacrifici.
Fonte
Nel corso della notte il Parlamento ellenico ha infatti approvato un testo di ben 7.000 pagine (scritto in gran parte a Bruxelles e Francoforte) che include misure per rilanciare le privatizzazioni e una serie di clausole che predispongono un piano d’emergenza che si dovrebbe attivare automaticamente, portando ad un aumento delle imposte indirette, nel caso l’esecutivo non riesca ad evitare gli sforamenti di deficit.
In cambio – ma si tratta per ora solo di indiscrezioni di stampa – l’Eurogruppo, su pressione del Fondo Monetario Internazionale che reclama un consistente rinvio della restituzione del debito ellenico per continuare a garantire sostegno economico alla Grecia, sarebbe pronto a concedere un mini alleggerimento del debito greco facendo leva sulla restituzione al paese ormai in ginocchio degli interessi sui suoi titoli di Stato posseduti dalla Bce; al G7 di Sendai, in Giappone, secondo alcuni media, si sarebbe prefigurato anche un trasferimento all’Unione Europea di parte del debito greco posseduto finora dal Fondo Monetario Internazionale. Ma occorrerà vedere se il governo tedesco rimuoverà il suo veto, finora irremovibile, sulla concessione a Tsipras di alcune agevolazioni anche se poco più che formali e simboliche.
E’ in questo quadro quanto mai fosco che il governo Tsipras ha imposto all’assemblea parlamentare l’adozione di nuove misure definite ‘impopolari ma necessarie’ per convincere i creditori internazionali a prolungare ancora un po’ l’agonia del paese.
Mentre decine di migliaia di lavoratori e attivisti politici della sinistra manifestavano in Piazza Syntagma di fronte al Parlamento, i deputati della maggioranza – Syriza e Anel – approvavano altre misure draconiane per un valore di 1,8 miliardi di euro dopo quelle, pari a 3,6 miliardi, varate poche settimane fa nonostante lo sciopero generale indetto da tutti i sindacati ellenici che si sono scagliati in particolare contro l’aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali e il taglio degli assegni pensionistici.
Anche ieri i sindacati Adedy e Gsee ma anche il Pame, vicino al Partito Comunista, insieme a Unità Popolare ed Antarsya, hanno attraversato in corteo il centro di Atene fino a Piazza Syntagma, mentre la capitale ellenica era paralizzata dall’ennesimo sciopero del trasporto pubblico.
Qualche ora dopo i deputati di maggioranza hanno però dato il loro via libera a nuove tasse. È stata aumentata l’Iva dal 23 al 24% su diversi prodotti, fra cui la benzina, le sigarette, il caffè, le connessioni ad internet, la pay tv, i biglietti del trasporto pubblico, i ristoranti, gli alberghi; è stata aumentata la tassa di soggiorno e si è deciso un incremento delle imposte di proprietà. Sono state inoltre definitivamente abolite le agevolazioni fiscali finora concesse agli abitanti delle isole greche in considerazione del loro isolamento. Il governo Tsipras ha avuto inoltre l’ok alla costituzione di un nuovo fondo, soprannominato Società di Partecipazioni Pubbliche, che dovrà gestire la privatizzazione di circa 71 mila proprietà pubbliche e di altri pezzi del patrimonio collettivo. Inoltre il governo che un tempo si definiva ‘anti-austerity’ ha ceduto davanti alla richiesta della Germania e dell’Unione Europea di accettare delle misure che introducano un meccanismo automatico di intervento sui conti, per ulteriori 3,5 miliardi di euro, che scatterà automaticamente nel caso in cui l’esecutivo non riesca a rispettare i vincoli di bilancio o a garantire un avanzo primario pari al 3.5% del Pil entro il 2018.
Più Syriza nega sé stessa e le proprie promesse, più perde pezzi. Ieri la maggioranza che sostiene il primo ministro si è ridotta temporaneamente da 153 a 152 parlamentari, dopo che Vassiliki Katrivanou, parlamentare del partito di ‘sinistra’, ha annunciato la sua defezione in polemica con il testo imposto dal governo ai deputati. «Stiamo introducendo misure e politiche che sono in grave contrasto con i nostri valori di base», ha spiegato la donna che però ha anche annunciato le sue dimissioni da parlamentare, così da essere rimpiazzata da un esponente di Syriza probabilmente fedele ad Alexis Tsipras ed alla Troika.
“Oggi si chiude un periodo difficile per il paese e facciamo il primo passo per uscire dalla crisi, anche se pure il periodo che si apre sarà irto di difficoltà” ha assicurato Alexis Tsipras, ripetendo come un mantra quanto affermavano, ormai molti anni fa, i suoi predecessori socialisti e conservatori ogni qualvolta imponevano al paese inutili e ingiusti sacrifici.
Fonte
10/05/2016
Massacro sociale in Grecia, Tsipras il collaborazionista
È bene conoscere in concreto le misure adottate dal governo Tsipras per conto degli usurai della Troika, perché il palazzo europeista e il giustificazionismo a prescindere di alcuni, sempre più ridotti per fortuna, settori della sinistra ex radicale, tendono assieme a nascondere la realtà.
Il governo ha tagliato tutte le pensioni sopra il livello minimo di 384 euro mensili.
Il governo ha aumentato le tasse sulle, cioè ridotto le, retribuzioni che superano i 795 lordi mensili.
Il governo ha aumentato l’IVA su tutti i principali beni al 24%.
Il governo ha aumentato gli affitti calmierati delle abitazioni.
Queste sono le misure che colpiscono in Grecia chi ancora un lavoro, una pensione, una casa ce l’ha. Poi bisogna aggiungere il sequestro dei fondi degli ospedali, che non hanno più i soldi nemmeno per le emergenze, le privatizzazioni a saldo, perché ovviamente sono le multinazionali a scegliere e a fare il prezzo.
E naturalmente bisogna ricordare il 25% di disoccupazione ed il 40% di povertà ufficiali.
In cambio di questo sangue la Grecia riceve periodicamente prestiti che alla fine di una partita di giro tornano tutti a chi li ha erogati, sotto forma di interessi sul debito. Per questo è giusto parlare di usura internazionale e lo denunciò nel passato anche Tsipras, che prima di firmare la resa aveva affermato che non un centesimo dei prestiti della Troika era andato al popolo greco.
Insomma la Grecia è un paese saccheggiato ed affamato da una occupazione estera di rapina, che usa le banche al posto delle cannoniere, ma che non è meno feroce del conquiste militari del passato.
Ha suscitato qualche scandalo il fatto che io abbia definito, in questo contesto terribile, il governo Tsipras come fantoccio della Troika. Se questo termine sembra troppo brutale possiamo usare quello tecnicamente inappuntabile di governo collaborazionista. Collaborazionista era nel 1940 il governo Petain in Francia con gli occupanti tedeschi. Collaborazionista il governo socialdemocratico in Danimarca, sempre nel 1940, con l’occupazione militare da parte della Germania. All’inizio questi governi riscossero un grande consenso popolare perché il loro slogan: noi siamo il meno peggio, sembrava l’unico possibile.
Il governo Tsipras attua le misure dei banchieri occupanti e collabora con loro con la stessa argomentazione di fondo: il meno peggio.
Noi stiamo invece con chi lotta, con chi ha scioperato sfidando fame e polizia, con i 30 sindacalisti del PAME arrestati in un solo giorno, con chi scende in piazza e non si arrende. È dura, ma alla fine la Resistenza vince e il collaborazionismo finisce nelle pattumiere della storia.
Fonte
Il governo ha tagliato tutte le pensioni sopra il livello minimo di 384 euro mensili.
Il governo ha aumentato le tasse sulle, cioè ridotto le, retribuzioni che superano i 795 lordi mensili.
Il governo ha aumentato l’IVA su tutti i principali beni al 24%.
Il governo ha aumentato gli affitti calmierati delle abitazioni.
Queste sono le misure che colpiscono in Grecia chi ancora un lavoro, una pensione, una casa ce l’ha. Poi bisogna aggiungere il sequestro dei fondi degli ospedali, che non hanno più i soldi nemmeno per le emergenze, le privatizzazioni a saldo, perché ovviamente sono le multinazionali a scegliere e a fare il prezzo.
E naturalmente bisogna ricordare il 25% di disoccupazione ed il 40% di povertà ufficiali.
In cambio di questo sangue la Grecia riceve periodicamente prestiti che alla fine di una partita di giro tornano tutti a chi li ha erogati, sotto forma di interessi sul debito. Per questo è giusto parlare di usura internazionale e lo denunciò nel passato anche Tsipras, che prima di firmare la resa aveva affermato che non un centesimo dei prestiti della Troika era andato al popolo greco.
Insomma la Grecia è un paese saccheggiato ed affamato da una occupazione estera di rapina, che usa le banche al posto delle cannoniere, ma che non è meno feroce del conquiste militari del passato.
Ha suscitato qualche scandalo il fatto che io abbia definito, in questo contesto terribile, il governo Tsipras come fantoccio della Troika. Se questo termine sembra troppo brutale possiamo usare quello tecnicamente inappuntabile di governo collaborazionista. Collaborazionista era nel 1940 il governo Petain in Francia con gli occupanti tedeschi. Collaborazionista il governo socialdemocratico in Danimarca, sempre nel 1940, con l’occupazione militare da parte della Germania. All’inizio questi governi riscossero un grande consenso popolare perché il loro slogan: noi siamo il meno peggio, sembrava l’unico possibile.
Il governo Tsipras attua le misure dei banchieri occupanti e collabora con loro con la stessa argomentazione di fondo: il meno peggio.
Noi stiamo invece con chi lotta, con chi ha scioperato sfidando fame e polizia, con i 30 sindacalisti del PAME arrestati in un solo giorno, con chi scende in piazza e non si arrende. È dura, ma alla fine la Resistenza vince e il collaborazionismo finisce nelle pattumiere della storia.
Fonte
09/05/2016
Grecia: Parlamento approva i tagli, scontri in Piazza Syntagma
La piazza contro governo e parlamento, di nuovo. Il Parlamento greco ha adottato ieri in serata un contestatissimo pacchetto di misure di austerità, presentato dal governo Tsipras, che prevede forti tagli alle pensioni, l’aumento dei contributi previdenziali (che passano al 20% con il 13,6% a carico dell’imprenditore e il 6,7% del dipendente) e delle imposte sia dirette che indirette.
La maggioranza di governo, formata da Syriza e dai nazionalisti di destra di Anel, ha tenuto in aula senza alcuna defezione – d’altronde ogni voce critica all’interno delle due formazioni è stata espulsa o ha deciso di abbandonarle – approvando con 153 voti a favore su 300 la controriforma delle pensioni e quella fiscale, un pacchetto di misure da 3,6 miliardi di euro di tagli. Nei prossimi giorni il governo si appresta a far approvare un altro provvedimento basato su aumenti fiscali per un totale di 1,8 miliardi, portando complessivamente la manovra a 5,4 miliardi di euro.
Ma per i cosiddetti creditori non sembra essere sufficiente. L’Fmi chiede di mettere sul tavolo sin da subito la ristrutturazione del debito greco, ritenendo irrealistico il raggiungimento del target di avanzo primario del 3,5% fissato dall’Ue per il 2018. A gettare benzina sul fuoco nei giorni scorsi è stata la lettera della direttrice dell’istituto, Christine Lagarde, indirizzata ai ministri dell’eurozona e resa nota dal Financial Times. “Crediamo che le misure di contingenza, la ristrutturazione del debito e il rifinanziamento debbano ora essere discussi contemporaneamente”. Senza contare che per il Fondo Monetario per dare il suo sostegno “è essenziale che il finanziamento e la ristrutturazione da parte dei partner europei della Grecia siano basati su target fiscali che siano realistici perché sostenuti da misure credibili per raggiungerli”. E per questo la Lagarde chiede l’austerity preventiva, misure che scattino automaticamente nel caso in cui il governo Tsipras non sia in grado di mantenere gli impegni.
Le opposizioni politiche, sociali e sindacali di sinistra sono tornate a protestare e di fronte al parlamento greco nel tardo pomeriggio di ieri ci sono stati anche scontri tra i gruppi più radicali di manifestanti e la polizia. Gli agenti in assetto antisommossa hanno sparato una gran quantità di lacrimogeni e di granate stordenti contro alcuni gruppi di manifestanti incappucciati che hanno lanciato oggetti ed anche bottiglie molotov contro i cordoni posti a difesa dell’edificio. Secondo i media ellenici comunque non ci sono stati né feriti né arresti.
La manifestazione era stata indetta contro le misure di austerità richieste dai creditori della Grecia, Unione europea e Fondo monetario internazionale, alla vigilia della riunione straordinaria dell’Eurogruppo per esaminare “i progressi” fatti da Atene e concedere così una tranche di aiuti al governo greco sulla base del terzo memorandum firmato da Tsipras nel luglio del 2015.
Ieri, dopo uno sciopero generale indetto da tutti i sindacati durato 48 ore, alcune decine di migliaia di persone (17 mila per la polizia, ma il dato va quantomeno raddoppiato) sono scese in piazza ad Atene e a Salonicco rispondendo all’appello delle organizzazioni di sinistra. I primi a mobilitarsi sono stati gli aderenti al Pame, il “Fronte militante dei lavoratori” espressione sindacale del Partito comunista greco. Più di 10 mila persone hanno marciato ad Atene e quasi altrettanti a Salonicco, la seconda città greca nel Nord del paese. “Sicurezza sociale, pubblica e obbligatoria per tutti. La plutocrazia deve pagare” recitava uno dei principali striscioni mostrati.
Una seconda manifestazione ha visto invece scendere in piazza un numero inferiore di persone, alcune migliaia di attivisti dei partiti di sinistra e del sindacato del settore privato GSEE. “No alla dissoluzione del sistema di sicurezza sociale”, “No al proseguimento della politica di rigore”, hanno scandito i manifestanti.
Fonte
La maggioranza di governo, formata da Syriza e dai nazionalisti di destra di Anel, ha tenuto in aula senza alcuna defezione – d’altronde ogni voce critica all’interno delle due formazioni è stata espulsa o ha deciso di abbandonarle – approvando con 153 voti a favore su 300 la controriforma delle pensioni e quella fiscale, un pacchetto di misure da 3,6 miliardi di euro di tagli. Nei prossimi giorni il governo si appresta a far approvare un altro provvedimento basato su aumenti fiscali per un totale di 1,8 miliardi, portando complessivamente la manovra a 5,4 miliardi di euro.
Ma per i cosiddetti creditori non sembra essere sufficiente. L’Fmi chiede di mettere sul tavolo sin da subito la ristrutturazione del debito greco, ritenendo irrealistico il raggiungimento del target di avanzo primario del 3,5% fissato dall’Ue per il 2018. A gettare benzina sul fuoco nei giorni scorsi è stata la lettera della direttrice dell’istituto, Christine Lagarde, indirizzata ai ministri dell’eurozona e resa nota dal Financial Times. “Crediamo che le misure di contingenza, la ristrutturazione del debito e il rifinanziamento debbano ora essere discussi contemporaneamente”. Senza contare che per il Fondo Monetario per dare il suo sostegno “è essenziale che il finanziamento e la ristrutturazione da parte dei partner europei della Grecia siano basati su target fiscali che siano realistici perché sostenuti da misure credibili per raggiungerli”. E per questo la Lagarde chiede l’austerity preventiva, misure che scattino automaticamente nel caso in cui il governo Tsipras non sia in grado di mantenere gli impegni.
Le opposizioni politiche, sociali e sindacali di sinistra sono tornate a protestare e di fronte al parlamento greco nel tardo pomeriggio di ieri ci sono stati anche scontri tra i gruppi più radicali di manifestanti e la polizia. Gli agenti in assetto antisommossa hanno sparato una gran quantità di lacrimogeni e di granate stordenti contro alcuni gruppi di manifestanti incappucciati che hanno lanciato oggetti ed anche bottiglie molotov contro i cordoni posti a difesa dell’edificio. Secondo i media ellenici comunque non ci sono stati né feriti né arresti.
La manifestazione era stata indetta contro le misure di austerità richieste dai creditori della Grecia, Unione europea e Fondo monetario internazionale, alla vigilia della riunione straordinaria dell’Eurogruppo per esaminare “i progressi” fatti da Atene e concedere così una tranche di aiuti al governo greco sulla base del terzo memorandum firmato da Tsipras nel luglio del 2015.
Ieri, dopo uno sciopero generale indetto da tutti i sindacati durato 48 ore, alcune decine di migliaia di persone (17 mila per la polizia, ma il dato va quantomeno raddoppiato) sono scese in piazza ad Atene e a Salonicco rispondendo all’appello delle organizzazioni di sinistra. I primi a mobilitarsi sono stati gli aderenti al Pame, il “Fronte militante dei lavoratori” espressione sindacale del Partito comunista greco. Più di 10 mila persone hanno marciato ad Atene e quasi altrettanti a Salonicco, la seconda città greca nel Nord del paese. “Sicurezza sociale, pubblica e obbligatoria per tutti. La plutocrazia deve pagare” recitava uno dei principali striscioni mostrati.
Una seconda manifestazione ha visto invece scendere in piazza un numero inferiore di persone, alcune migliaia di attivisti dei partiti di sinistra e del sindacato del settore privato GSEE. “No alla dissoluzione del sistema di sicurezza sociale”, “No al proseguimento della politica di rigore”, hanno scandito i manifestanti.
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