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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/06/2019

Mini-Bot per uscire dall’euro? Quante sciocchezze…

Emiliano Brancaccio and Mauro Gallegati, “Tools exist for a transition towards a new currency”, Financial Times, 21 June 2019.

Sul Financial Times abbiamo pubblicato un breve intervento in cui mettiamo in evidenza i limiti della discussione in corso su “mini-Bot” e altre valute di “transizione” ritenute funzionali all’eventuale abbandono della moneta unica. Il nostro commento sviluppa alcune intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro.

Per gli opinionisti e per i componenti della maggioranza e dell’opposizione che nel nostro paese si sono lanciati in improvvidi pareri sull’ipotesi di una “moneta di transizione”, riportiamo qui sotto anche una versione in italiano del nostro contributo. Buona lettura. E.B. e M.G.

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Una “moneta di transizione” per uscire dall’euro? Un falso problema

Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica.

Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.

In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”.

Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.

Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra.

L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costretto ad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).

Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari.

Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.

Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)

English version published by the Financial Times

Fonte

24/06/2019

Abbaiare legati al guinzaglio. Il caso Lega

Non date mai retta alle stronzate dei leghisti, a cominciare dal segretario-vicepremier-ministro. Sono esplicitamente armi di distrazione di massa. Il loro ciclo vitale dura mezza giornata, il tempo di un titolo a un giornale amico (tutti, anche quelli teoricamente “democratici” e “antipopulisti”).

L’unica validità che assumono è dovuta al loro variare. E, se si sta attenti, si capisce che – per esempio – quando “il capitano” (con la minuscola, mica è Totti, Zanetti o Lampard...) sbraita contro l’Unione Europea in realtà sta solo cercando di abbassare il costo della “manovra” che sarà costretto a votare per il prossimo anno (a meno di non far cadere questo governo e favorire l’avvento di un esecutivo “tecnico” su cui scaricare l’odio popolare).

Scriviamo “abbassare il costo” e non “alzare il prezzo”, perché ci sembra evidente che la Lega non abbia alcuna speranza di poter pesare sulle scelte della Ue, visto che “l’altra Europa con Salvini” è uscita spianata dalle elezioni del 26 maggio (tranne che in Italia, gli “alleati” veri o presunti, non hanno sfondato).

E se si guarda ad alcuni fari del pensiero della destra si vede che è proprio così. Già morti i “mini-Bot” del leghista Borghi, affossati pure dal vero boss economico lumbard, quel Giorgetti che aspira ad una poltrona da Commissario a Bruxelles.

Ma è tutta la strategia della destra becera ad essere oggi palesemente off topic. E i più intelligenti in quell’area, cercano di spigarglielo ogni giorno. Paolo Savona, per esempio, l’ex direttore di Confindustria che la Lega avrebbe voluto al ministero dell’economia (poi dirottato ai rapporti con la Ue e ora alla presidenza della Consob) ha usato un’intervista al Messaggero per dare il suo saggio consiglio: «Da entrambe le parti [Lega e Commissione Ue, ndr] si sta esagerando. D’altro canto, se in una situazione così delicata come quella italiana la Commissione minaccia di aprire la procedura di infrazione per mancato rispetto dei parametri di bilancio, è fatale che si generino reazioni politiche».

Ma sul fantomatico rischio di “uscita dall’euro” – un mantra “democratico” per spaventare i deboli di cuore e mente – il vecchio leone liberista non ha dubbi: «Non vedo nelle forze di governo atteggiamenti contro l’Europa né contro la necessità di rimanere nell’Eurozona. Sono stato ministro di questo governo, e le assicuro che c’è piena coscienza del fatto che il mercato comune è fondamentale per le nostre esportazioni e la tutela del risparmio».

Del resto la Lega è l’espressione politica della piccola e media impresa, sostituendo in questo ruolo il bollito Berlusconi e nel solco della mai morta Democrazia Cristiana... Quindi non può volere nulla che il suo vero “blocco sociale” non desideri. Il resto sono chiacchiere da bar, paccottiglia sulla bancarella dell’intrattenimento televisivo quotidiano, “quazza” per deficienti...

“Tranquillizzati” gli interlocutori, Savona dà qualche consiglio anche a loro, mostrando così il funzionamento reale della “trappola” costituita dai trattati comunitari, nascosta dietro l'apparentemente neutra “procedura di infrazione per debito eccessivo”: «È la conseguenza di scelte miopi: l’Europa non dispone di un “lender of last resort”, il prestatore di ultima istanza in grado di neutralizzare gli eccessi speculativi. Le autorità che insistono sul taglio del nostro debito sanno bene che così facendo alimentano la speculazione. Anzi, sono convinto che usino scientemente i mercati come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare le direttive. La cosa in sé non mi sconvolge, ma il suo uso presuppone l’esistenza di strumenti per frenare gli eccessi speculativi». Che non ci sono, però...

Usare i mercati come killer del “vincolo esterno” significa depredare un paese delle sue risorse, affamare i suoi poveri (lavoratori, pensionati, ecc.), trasferire ricchezza verso i possidenti più ricchi (quelli che contribuiscono a creare una “posizione finanziaria netta con l’estero positiva”, visto che hanno esportato i loro capitali (come ricorda Savona: «Sono dati ufficiali. Anche per questo la Commissione Ue dovrebbe schierarsi al nostro fianco, aiutandoci a ripristinare la fiducia invece di tenerci sotto pressione o introdurre cambiamenti che penalizzano alcuni e favoriscono altri»).

Ma significa anche fa scendere il valore degli asset non trasferibili presenti sul territorio (fabbriche, immobili, filiere produttive di settori anche molto competitivi del made in Italy), in modo da facilitare acquisizioni, scalate, conquiste.

Un doppio disastro – sociale e produttivo – che sta facendo tornare questo paese una terra di scorrerie per bastardi “civilizzati”. Grazie alla UE, a Berlusconi, al PD, al M5S e alla Lega (de minimis inutile dire...).

Il ruolo della “politica”, da molti anni, è simile a quello dei cani legati a un guinzaglio, fra l’altro corto. Abbaiano molto, perché non hanno quasi nulla da mordere. Ossia da decidere...

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17/06/2019

Stampa i soldi e scappa

di Alessandra Daniele

Dopo il decreto Sblocca-tangenti, e la promessa d’un Condonaggio (condono-riciclaggio) era inevitabile che la Banda degli Onesti provasse anche a stampare soldi falsi.

Con sopra i selfie di Salvini. Mentre s’ingozza, mentre sghignazza, mentre comizia, mentre schiva i gabbiani. I collezionisti andranno a caccia dell’introvabile: Salvini mentre lavora.

I cosiddetti “mini bot”, proposti dalla banda Grilloverde per pagare i debiti della pubblica amministrazione, sono in realtà un espediente per preparare l’uscita dall’Euro senza farsene accorgere.

Visto però che ormai se ne sono accorti tutti, tanto vale che il governo lo ammetta chiaramente: l’Italia sta per uscire dall’Euro, e adottare non una, ma due nuove monete, come i soci del contratto di governo. La prima servirà per gli scambi fisici, l’altra per quelli elettronici.

Il Salvino

Sarà una moneta commestibile, un biscotto farcito della ditta dolciaria che già da tempo ha il vicepremier sotto contratto come testimonial. Il valore corrisponderà alle calorie. Le monete da 50 avrebbero dovuto avere un lato alla vaniglia e l’altro al cacao, ma Salvini s’è opposto all’idea che la moneta che porterà il suo nome possa avere una faccia nera.

Il Casaleggio

Sarà una moneta virtuale adoperata in tutti gli scambi che avverranno per via elettronica, come pagamenti e acquisti online. Il valore di un Casaleggio sarà variabile, e verrà stabilito ogni settimana da una votazione degli iscritti grillini sulla piattaforma Rousseau.

È previsto un contentino anche per i nostalgici della Lira. Sarà infatti stampato un milione di banconote da mille lire stile vintage, con Giuseppe Conte al posto di Giuseppe Verdi. Questi biglietti però saranno soltanto ininfluenti fac-simili. Esattamente come Giuseppe Conte.

Per scongiurare il rischio d’una crisi finanziaria e d’un attacco speculativo, l’Italia uscirà dall’Euro in piena notte, cercando di fare meno rumore possibile. E sperando di evitare che qualche tabaccaio s’affacci alla finestra, e le spari alle spalle mentre scappa.

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16/06/2019

C’è confusione al gran ballo di Bruxelles

“Ci hanno dato gli otto giorni”... Quando i rapporti di lavoro erano un po’ meno schiavistici di oggi – ti mandano un sms, al massimo – questa frase significava licenziamento. Se invece gli otto giorni sono dati dalla Commissione Europea a un paese, l’Italia per esser chiari, la questione è parecchio più complessa.

Tutti i giornali mainstream parlano della “procedura di infrazione” che potrebbe essere comminata al nostro paese, ma ben pochi si azzardano a spiegare di che tipo di procedura si tratta e soprattutto cosa comporta. Per non dire del silenzio assoluto sul contesto economico e militare globale in cui questa discussione avviene.

La Commissione chiede immediatamente – entro il prossimo fine settimana, appunto – di sapere in che modo il governo gialloverde intende coprire la differenza tra il deficit a 2,2 maturato negli ultimi mesi e il 2,04 scritto nella “legge di stabilità” approvata a Capodanno. Altrimenti darà l’avvio a una procedura di infrazione per debito pubblico eccessivo.

La sproporzione tra le due cose (uno sforamento dello zero virgola, equivalente al massimo a meno di 3 miliardi, e la messa sotto controllo europeo dei conti pubblici italiani da qui all’eternità per riportare quel 132% a livelli compatibili con i parametri di Maastricht) è talmente evidente, ad occhi esperti, da risultare poco credibile. È come sanzionare con la pena di morte il furto di una mela (e c’è gente, in questo disperante paese, che non ci troverebbe nulla di strano, ormai...).

Per capirci qualcosa di più abbiamo cercato su molte e diverse fonti, trovando ancora una volta aiuto nell’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza.

La complessità della partita che si va giocando in questi mesi, dopo le elezioni europee, è sicuramente alta, e viene fotografata con la solita perizia. Stupisce, però, sinceramente vedere tutti questi tecnoburocrati indaffaratissimi per posizionare certi uomini in certi incarichi e scegliere le poltrone che fanno più gola a questo o quel paese, mentre fuori dell’Unione Europea e sopra l’Europa si addensano nubi che definire tempestose è un eufemismo.

Senza alcuna pretesa di completezza, tra gli articoli pubblicati oggi ci sentiamo di dover segnalare quello di Martin Wolf e quello del nostro Fabrizio Poggi. Segnalano smottamenti economici e geopolitici di dimensione planetaria e portata storica, soprattutto dalla dinamica terremotante il “buon vecchio mondo antico” in cui appaiono vivacchiare i benvestiti tecnoburocrati e tutte le cancellerie europee.

C’è confusione, al gran ballo di Bruxelles. L’orchestra suona, le piccole cospirazioni si intrecciano, si ragiona su come trar profitto dalle crisi dei più deboli a bordo, ma la nave non tiene il mare.


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La procedura di infrazione a carico dell’Italia per debito eccessivo, che potrebbe essere formalizzata il prossimo 9 luglio, va inquadrata nel contesto delle negoziazioni che cercano di ridefinire gli equilibri europei. E’ un gran ballo, quello che si sta svolgendo a Bruxelles, con un insolito attivismo da parte di una Commissione in disarmo. C’è davvero di tutto: dalle debuttanti ai vecchi marpioni, con fidanzamenti in vista, menage a trois, corteggiamenti camuffati. Se qualche anziana signora, come l’Italia, viene insolentita, è solo per ottenerne a buon prezzo i favori.

E’ in corso, in modo spesso ruvido ed assai scomposto, il tentativo di riassetto dell’asse franco-tedesco da parte dell’attuale Presidente francese Emmanuel Macron, che non ha affatto con la Cancelliera Angela Merkel quello stretto raccordo che era proprio del Presidente francese Nicolas Sarkozy.

Era un’altra epoca, caratterizzata dalla comune esigenza di tutelare i rispettivi sistemi bancari, dapprima rispetto alla crisi americana, poi di fronte alla emergenza greca ed alla liquefazione delle banche spagnole, ed infine per procedere alla messa in riga dell’Italia. Il costo iperbolico richiesto dai mercati per finanziarne il debito impose un cambio di mano, anziché una diversa politica monetaria da parte della Bce.

Arrivò subito dopo, dopo il regime change. Tutti ricordano ancora lo sprezzante sorriso che i due si scambiarono a Cannes, riferendosi alla scarsa affidabilità del nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Chi ora parla di isolamento internazionale dell’Italia, farebbe bene a riconoscere che è una strategia ben rodata.

A Bruxelles, Emmanuel Macron può contare su due fidatissime ali tornanti: la prima è Michel Barnier, che ora ha perfino candidato a Presidente della Commissione in luogo del tedesco Alex Weber, sostenuto invece dai Popolari. Va premiato per il modo con cui ha gestito in prima persona le trattative sulla Brexit, riuscendo a disintegrare il sistema politico inglese, con una vittoria diplomatica tale da vendicare ad un tempo le sconfitte napoleoniche di Trafalgar e di Waterloo. Missione compiuta, per Barnier.

La seconda è Pierre Moscovici, Commissario agli Affari economici, che gestisce le vicende dei bilanci pubblici ad uso e consumo di Parigi: la Francia è stata serenamente sotto procedura per deficit eccessivo, ininterrottamente dal 27 aprile 2009 al 22 giugno del 2018, con il privilegio di non soggiacere ai vincoli di aggiustamento previsti dal Fiscal Compact.

La Francia doveva rispettare solo il tetto del 3% nel rapporto deficit pil, ma non era invece tenuta ai più drastici aggiustamenti strutturali: solo una volta usciti dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, si è soggetti alle regole del Patto di Stabilità e Crescita.

L’articolo 5 del Trattato fu scritto appositamente per creare questo cono d’ombra: “La parte contraente che sia soggetta a procedura per i disavanzi eccessivi ai sensi dei trattati su cui si fonda la Unione europea predispone un programma di partenariato economico e di bilancio che comprenda una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da definire e attuare per una correzione duratura ed effettiva del suo disavanzo eccessivo...”.

Tutto quanto riguarda Parigi è commentato con discrezione: poco si parla anche del Report dello scorso 5 giugno, in cui la Commissione ha rilevato che gli “insufficienti progressi compiuti in ordine al rispetto dell’obiettivo di riduzione del debito nel 2018 e del deficit previsto nel 2019 forniscono la esistenza prima facie di un deficit eccessivo ai sensi del PSG”.

Nel 2019, sempre secondo la Commissione, il rapporto deficit/pil della Francia dovrebbe salire al 3,1% rispetto al 2,5% del 2018, ed il debito crescere rispettivamente dal 98,4% al 99%.

In termini pratici, per quanto riguarda la procedura di infrazione avviata a carico dell’Italia, si tratterebbe intanto di intervenire già quest’anno, per ricondurre il rapporto deficit/pil dal 2,1-2,2% al 2,04% che era stato concordato. Si tratta, davvero, di uno zerovirgola. Ed è per questo che il diverso trattamento riservatoci rispetto a Parigi suona così curioso: la questione è solo politica.

C’è dunque un conflitto tra Francia e Germania, per guidare la Commissione: visto che i rappresentanti di Popolari e Socialdemocratici non hanno più la maggioranza a Strasburgo, occorre includere almeno ALDE, che è diventata una sorta di roccaforte del partito del Presidente Macron. Volendo fare da ago della bilancia, pretende per la sua componente il posto di Presidente della Commissione. L’obiettivo può essere raggiunto solo se Popolari e Socialdemocratici non trovano su questo punto un accomodamento con il Gruppo Identity and Democracy, che raggruppa i cosiddetti “sovranisti”, ed a cui aderiscono i rappresentanti della Lega.

La visita di Weber a Roma, dove ha incontrato il nostro Premier Giuseppe Conte, è significativa: non un corteggiamento, ma un sicuramente abboccamento che è andato di traverso al “partito francese”. Il fatto è che, mentre la Germania ha intorno a sé una corona di paesi alleati, la Francia è isolata: non ha mai voluto coltivare la prospettiva di guidare un blocco mediterraneo, quasi vergognandosi di essere considerata un Paese del Sud, contrapposto a quello dei Paesi del Nord. Deve quindi evitare ad ogni costo che l’Italia rinsaldi politicamente quei forti legami economici che la legano comunque alla Germania.

Ci sono tre piani di risposta da parte italiana: quello tecnico sugli sforamenti, che è di competenza del Tesoro, quello politico-diplomatico che riguarda le nomine a Bruxelles e la designazione del Commissario italiano che investe innanzitutto il Premier Conte; quello strategico che compete alla maggioranza.

Che oggi in Italia non ci sia alcuna remissività da parte della maggioranza verso Bruxelles, è evidente a tutti. Ma c’è dell’altro, soprattutto in ciò che si cela dietro l'iniziativa volta a rilanciare proprio in questo momento l'emissione dei mini-bot. La loro natura è di debito pubblico cartolarizzato e privo di interessi, che lo Stato garantisce di accettare per il pagamento delle imposte in luogo di un pagamento in euro. E’ soggetto nelle transazioni alla libera accettazione del creditore di moneta in luogo di un pagamento liberatorio in euro.

Al di là di tutto ciò, la loro consistenza cartacea ed il piccolo taglio andrebbero a completare il puzzle costituito sin qui dalle carte di pagamento su cui viene accreditato il reddito di cittadinanza già per milioni di persone, in guisa di moneta elettronica, ed il sistema che ne registra l’utilizzo di spesa: è una infrastruttura statale completamente autonoma rispetto a quella delle transazioni bancarie su cui girano le monete ufficiali, e l’euro in particolare.

Il programma della Troika fu imposto alla Grecia attraverso una studiata procedura di anossia monetaria: furono bloccate le transazioni bancarie; resi impossibili gli acquisti con le carte di credito; plafonati a cifre irrisorie i prelievi di contanti ai bancomat, che non venivano neppure riforniti. Anche la Bce sospese i programmi di assistenza di liquidità per via di emergenza. In appena due settimane, lo strangolamento fu completato.

Tutto si tiene, dunque: procedure di infrazione, nuove regole europee, diversi equilibri dentro la Commissione, ribilanciamento nell’asse franco-tedesco. C’è confusione, non certo solo in Italia: ma è sempre così in ogni gran ballo.

Fonte

12/06/2019

I minibot e gli scenari della crisi italiana

di Enrico Grazzini

La battaglia politica sui minibot è sempre più accesa: il Parlamento Italiano ha votato all'unanimità a favore dell'emissione dei titoli fiscali proposti da Claudio Borghi della Lega con il supporto dei 5 Stelle, ma poi PD e Forza Italia si sono schierati contro i minibot. Anche Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, Vincenzo Boccia, a capo di Confindustria, e il ministro del Tesoro Giuseppe Tria hanno espresso chiaramente la loro contrarietà verso la proposta votata dal Parlamento italiano. Per contro i due vice-presidenti del Consiglio dei Ministri, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno attaccato il “loro” ministro contrario ai minibot. È scoppiata quindi una vera e propria guerra politica sui titoli di stato con valore fiscale che dovrebbero essere emessi per pagare gli arretrati della pubblica amministrazione alle imprese e ai privati cittadini. La posta in gioco è alta: in futuro l'emissione dei minibot potrebbe perfino mettere in discussione la partecipazione dell'Italia nell'eurozona e quindi provocare anche la rottura dell'euro[1].

Le polemiche riguardano le caratteristiche e gli obiettivi dei minibot: questi titoli fiscali che circolerebbero in Italia anche come contante, sono legali o illegali? Rappresentano o no una moneta parallela? Violano il monopolio della Banca Centrale Europea sull'euro, l'unica moneta legale dell'eurozona? I minibot sono realmente efficaci per ridare liquidità alle imprese? Sono utili per rilanciare l'economia reale? O servono invece solo come espediente per uscire dall'Euro? Aumentano o no il debito pubblico? Esistono sistemi alternativi di titoli fiscali più efficaci nel rilanciare l'economia nazionale, che non aumentino il debito pubblico e garantiscano di essere pienamente rispettose delle regole dell'eurozona?

Queste le domande che attraversano il mondo politico, quello dell'economia e l'opinione pubblica, a cui questo articolo intende dare delle risposte.

Un'avvertenza preliminare: la polemica sui minibot non è di poco conto, è seria ed è, magari anche con diverse forme e contenuti, destinata a durare e a crescere. La questione monetaria non può mai essere trattata in maniera derisoria e superficiale, come hanno fatto molti commentatori paragonando i minibot alle monete false del gioco del Monopoli. La moneta è infatti centrale per le dinamiche di sviluppo (o di non sviluppo) delle nazioni: e le monete complementari non sono certamente nuove nella storia economica. Basti pensare che una delle prime monete parallele per molti aspetti è stato il dollaro, il Greenback, il biglietto verde emesso da Abramo Lincoln per finanziare la Guerra Civile Americana.

“In carenza di monete convertibili in oro e argento allora in uso, e di fronte ai banchieri e ai governi esteri che volevano applicargli dei tassi altissimi di interesse per prestargli i soldi necessari a finanziare il conflitto con la Confederazione, per non affogare nei debiti, Lincoln fece approvare dal Congresso dell'Unione l'emissione del Greenback, una nuova moneta parallela. Il Greenback – cosi detto perché per la prima volta il titolo era stampato anche sul retro in inchiostro verde – era una sorta di pagherò dello stato che diventò moneta legale, cioè imposta per i pagamenti interni, senza però essere di fatto convertibile (moneta fiat) in moneta-oro. Per quei tempi il Greenback rappresentò una rivoluzione monetaria”[2]. Il Greenback da moneta parallela (alla moneta-oro di allora) divenne niente di meno che il capostipite del dollaro che conosciamo oggi.

In effetti occorre innanzitutto comprendere che i progetti di moneta alternativa (parallela o complementare) come i minibot nascono quando la moneta ufficiale, la moneta legale, funziona male o non funziona più. Anche il progetto di Borghi – giusto o sbagliato che sia (e a mio parere è sbagliato e inapplicabile, per le ragioni che vedremo) – nasce perché l'euro funziona molto male, perché è un sistema monetario strutturalmente deflattivo che frena l'economia invece di svilupparla, e che provoca disequilibri insostenibili tra gli stati di serie A e quelli di serie B[3].

Non per caso monete complementari all'euro, in una versione o nell'altra, sono state suggerite come possibile soluzione alla crisi italiana da economisti autorevoli, come Joseph Stiglitz, premio Nobel dell'economia[4], Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times[5] e, in Italia, il compianto studioso del finanzcapitalismo Luciano Gallino[6].

Fatte queste considerazioni preliminari, approfondiamo l'analisi sui minibot facendo anche un po' di cronaca. La Camera italiana il 28 maggio scorso ha votato all'unanimità una mozione che impegna il governo ad emettere buoni del tesoro di piccolo taglio che dovrebbero essere usati per saldare i debiti non ancora pagati che le pubbliche amministrazioni hanno contratto nei confronti delle imprese e dei cittadini: una somma consistente, pari forse, secondo diverse fonti, a circa 50 miliardi di euro. Da parte sua lo Stato si impegna ad accettare i minibot al pari degli euro per il pagamento delle tasse; da parte delle imprese l'accettazione dei minibot al posto degli euro sarebbe invece esclusivamente volontaria.

I minibot non hanno quindi “corso forzoso” come la moneta legale – che invece per legge deve essere obbligatoriamente accettata per l'estinzione di una obbligazione di pagamento, cioè per concludere una transazione –. Dopo essere stati assegnati ai creditori della PA in forma cartacea con tagli di piccolo importo, i minibot, come moneta fiduciaria – quindi sempre come mezzo di pagamento ad accettazione non obbligatoria – potrebbero essere utilizzati al posto degli euro per le normali transazioni commerciali nei punti vendita, nei negozi, nei grandi magazzini o per pagare le bollette, ecc.

I minibot non fruttano interesse ma, poiché lo stato si impegna ad accettarli per il pagamento delle tasse garantendone il valore, e poiché tutti in teoria pagano le tasse, potrebbero (almeno potenzialmente) essere accettati da vasti settori di pubblico e di aziende. Inoltre, essendo titoli emessi dallo stato – proprio come i Bot e i Btp –, pur essendo eventualmente utilizzati anche come mezzo di pagamento, non rompono il monopolio sulla moneta legale della Banca Centrale Europea.

Così possiamo rispondere alle domande iniziali in testa a questo articolo: NO, i minibot non sono moneta legale ma SI' sono titoli di stato. SI' i minibot possono anche essere usati come moneta fiduciaria ma NON rompono il monopolio della BCE sulla moneta legale, l'euro. Quindi i MINIBOT SONO SENZA DUBBIO LEGALI.

Moneta legale e moneta bancaria

La questione della moneta e della sovranità monetaria è estremamente complessa. Apriamo una breve parentesi su un fatto che gli economisti accademici ignorano quasi sempre: il Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea non cita assolutamente mai le parole “money” e “currency” (ovvero in italiano la “moneta” o la “valuta”) come monopolio della BCE. Secondo l'articolo 128 del TFEU la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote in euro. Solo le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali godono dello stato di Legal Tender (in italiano “Corso Legale”) nella UE.[7]

La BCE ha quindi l'esclusiva di monopolio solo sulle banconote in euro, non su tutta la moneta in generale. I trattati europei non menzionano mai (e non a caso) la parola “moneta” per riferirsi alle prerogative esclusive della BCE: citano invece esclusivamente le banconote. Quindi la BCE ha il monopolio solo sulle banconote, che sono l'unica moneta legale nell'eurozona (insieme alle monete metalliche di piccolo taglio emesse dagli stati in base alle quantità autorizzate dalla BCE).

Il paradosso è che il 90% della moneta che le persone e le aziende utilizzano maggiormente per le transazioni commerciali più importanti è moneta bancaria, e non banconote: quindi moneta privata e non moneta legale. Per le transazioni più di valore non si utilizzano infatti le banconote ma la moneta bancaria (i depositi/prestiti bancari per comprare l'auto, la casa, per pagare le bollette, i fornitori, gli stipendi, ecc.) creata dal nulla dalle banche commerciali quando fanno prestiti.[8] Tuttavia la moneta bancaria creata dalle banche commerciali private è trattata come moneta legale, perché un deposito bancario si può sempre convertire in banconote ed è addirittura garantito dallo stato fino a un certo importo (in Italia 100.000 euro). Lo stato tratta insomma la moneta bancaria delle banche commerciali controllate da azionisti privati come moneta legale, anche se formalmente non è moneta legale. Gli stati fanno così un grande favore alle banche dando loro la possibilità di creare moneta concedendo prestiti trattati come se fossero moneta legale.

Il paradosso consiste evidentemente nel fatto che, nonostante gli stati siano formalmente sovrani della moneta nazionale, hanno in pratica delegato la sovranità monetaria alle banche commerciali. Queste infatti creano moneta dal nulla, in particolare moneta elettronica, quando concedono prestiti – come è stato spiegato chiaramente e definitivamente dall'autorevolissima Banca d'Inghilterra –[9]. Poi la moneta elettronica creata dalle banche può essere trasformata immediatamente (allo sportello o al bancomat) in banconote, ovvero in moneta legale. Invece paradossalmente i minibot, che sono una quasi-moneta emessa dallo Stato (che è il vero garante del valore della moneta con i suoi ricavi fiscali) non trovano la stessa accoglienza favorevole da parte della banca centrale.

Ma il paradosso continua. La Costituzione italiana cita una sola volta quasi solo di sfuggita la parola “moneta” all'articolo 117 affermando che “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: politica estera e rapporti internazionali; rapporti dello Stato con l’Unione europea; ... immigrazione ... difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato ...; moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato ...”.

Quindi secondo la Costituzione la moneta è soggetta solo alla legge dello Stato. Però poi la potestà monetaria effettiva è della BCE e non dello stato italiano. Insomma, la questione della sovranità monetaria – condivisa tra lo stato italiano, gli stati dell'eurozona, le banche commerciali e la BCE – è assai complessa, contraddittoria e controversa.

La battaglia sui minibot: Draghi e Tria contro l'Italexit

Ma continuiamo la nostra storia sui minibot. In Parlamento il PD ha dato inizialmente il suo voto favorevole ai minibot, ma poi ha ritirato l'adesione. E il ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria si è affrettato a dichiarare in un comunicato ufficiale che “non c’è nessuna necessità né sono allo studio misure di finanziamento di alcun tipo, tanto meno emissioni di titoli di Stato di piccolo taglio, per far fronte a presunti ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni italiane. I tempi di pagamento della PA sono in costante miglioramento”.

Quindi il MEF è contrario ai minibot, perché teme che vengano percepiti come un primo passo verso l'Italexit, l'uscita dell'Italia dall'euro. Il ministro Tria non vuole assolutamente scontrarsi con la UE e la BCE per timore che sul mercato finanziario si innalzi lo spread, cioè che i creditori dello stato italiano chiedano un aumento dei rendimenti, degli interessi da loro percepiti, di fronte alla creazione di questa quasi-moneta di stato.

In effetti Borghi in passato aveva definito i mini-Bot come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato, una specie di ruota di scorta” per fuggire dall'eurozona. Qui sta il vero nodo del problema: i minibot mettono in discussione il rapporto del governo italiano verde-giallo con l'Europa dell'euro. Non a caso la polemica politica è scoppiata violentemente dopo che il presidente della BCE, Mario Draghi (che è ovviamente il massimo difensore dell'euro) rispondendo in conferenza stampa a una domanda sui minibot ha affermato seccamente “O sono una valuta parallela, e quindi illegale, oppure sono titoli e aumentano il debito. Non penso che ci siano altre possibilità”. In sostanza Draghi ha condannato la decisione del Parlamento Italiano sui minibot.

Draghi si è legittimamente espresso per sbarrare la strada a monete parallele all'euro (che resta però una moneta fragile che non promuove lo sviluppo). Dopo la condanna secca della BCE è seguita la condanna di Confindustria. L'associazione degli imprenditori reclama che gli arretrati vengano pagati alle aziende con “soldi veri” e non con titoli fiscali di “secondo rango”, titoli che inoltre potrebbero portare l'Italia – sempre secondo Confindustria – fuori dall'euro. Il timore dell'uscita dell'Italia dall'eurozona è largamente condiviso. Secondo l'agenzia di rating americana Moody's “l'emissione di mini-Bot sarebbe considerata come un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e una mossa preparatoria per l'uscita dell'Italia dall'Eurozona”.

L'uscita dell'Italia dall'euro diventerebbe in pratica obbligatoria solo se aumentasse il debito pubblico a livelli insostenibili. E il problema maggiore dei minibot è proprio quello che accrescono il debito dello stato. Infatti sembra che i debiti commerciali dello stato non vengano contabilizzati come debito pubblico fino a quando non vengono effettivamente saldati. E quindi il pagamento dei debiti di stato con i minibot sarebbe conteggiato nel debito pubblico. Inoltre i minibot potrebbero essere utilizzati per pagare subito le tasse, e quindi produrrebbero immediatamente una diminuzione dei ricavi fiscali. A causa dell'emissione di minibot, il debito dello stato italiano potrebbe allora crescere fino ad assumere delle proporzioni incontrollabili. Da qui la possibile Italexit.

Scenari della crisi

In seguito alla crisi finanziaria si potrebbero aprire diversi scenari: in realtà sembra che Salvini (il vero promotore di questa operazione minibot, mentre Di Maio appare più defilato) abbia lasciato la porta aperta a ogni tipo di soluzione. Gli sbocchi potrebbero essere molteplici: i minibot potrebbero essere un elemento di contrattazione con la UE per ottenere condizioni migliori per fronteggiare il problema del debito pubblico italiano. Oppure – a meno che il problema del debito non venga risolto con qualche misura eccezionale, come una tassa patrimoniale (cosa che appare molto improbabile con questo governo) – potrebbero verificarsi altri scenari, come la ristrutturazione del debito pubblico e l'arrivo della Troika (UE, BCE, FMI) per commissariare lo stato italiano. Comunque, in caso di nuova grave crisi finanziaria, lo sbocco più probabile sarebbe la caduta del governo attuale, nuove elezioni e l'insediamento di un nuovo governo tutto di destra guidato dall'uomo forte Salvini: un governo forte per uscire dall'euro. In questo caso l'eurozona potrebbe sciogliersi o spaccarsi.

Questi potrebbero essere i risultati politici della creazione dei minibot. A livello economico la domanda è però un'altra: questi titoli potrebbero realmente essere utili per ridare slancio all'economia italiana, che ha bisogno di liquidità come un malato grave ha assoluta necessità della bombola d'ossigeno? In effetti non sembra che i minibot possano fare svoltare decisamente l'economia.

Verrebbero assegnati prevalentemente a (non tutte, solo a quelle che vogliono i minibot al posto dell'euro) le imprese medio-piccole creditrici della PA e poi spesi nei (presumibilmente non molti) punti vendita che scelgono di accettarli. Tuttavia difficilmente verrebbero accolti volentieri al posto degli euro dalle imprese, dal pubblico e dai punti vendita; e difficilmente verrebbero accettati al loro valore nominale. Se per esempio la Esselunga accettasse i minibot chiederebbe quasi certamente uno sconto. Non a caso la Confindustria fa resistenza. È quindi improbabile che una manovra basata sui minibot riesca a risollevare l'economia italiana. E forse proprio questo è il problema principale dei minibot.

I Titoli di Sconto Fiscale per risollevare l'economia senza deficit

Può invece funzionare perfettamente un altro tipo di “moneta fiscale” capace di rivitalizzare notevolmente la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) senza produrre deficit pubblico, a differenza dei minibot della Lega. E quindi rispettando tutte le regole dell'eurozona ed evitando l'Italexit. Il governo italiano potrebbe emettere dei Titoli di Sconto Fiscale (TSF) utilizzabili solo dopo tre anni (cioè al quarto anno) per pagare le tasse ma subito convertibili in euro, in moneta sonante, nel mercato finanziario, esattamente come i Bot e i Btp[10].

La svolta sarebbe perfettamente legale e può essere gestita rispettando i vincoli dell’euro: infatti l’Italexit è per quanto possibile da evitare perché avrebbe esiti assai incerti e colpirebbe innanzitutto il lavoro e gli strati più poveri della popolazione.

I Tsf dovrebbero essere assegnati gratuitamente (come avviene per una qualsiasi riduzione fiscale) per qualche decina di miliardi di euro agli enti pubblici, alle famiglie e alle imprese per aumentare il loro potere d’acquisto. I TSF costituirebbero quindi reddito aggiuntivo rispetto ai redditi in euro, e non sostitutivo. I TSF non si sostituiscono alla moneta legale ma si aggiungono. Quindi la loro assegnazione sarà accolta con grande consenso dal pubblico e segnerebbe la fine certa e concreta dell'austerità.

Inoltre, c'è una differenza sostanziale rispetto ai minibot: i TSF in linea di principio non diventeranno un mezzo di pagamento ma verranno in grande maggioranza convertiti in euro sui mercati finanziari, proprio come lo sono normalmente gli altri titoli di stato, i Bot e i BTP. Dopo che i TSF verranno cambiati in euro sul mercato finanziario, nel mercato reale dei beni e dei servizi circoleranno solo gli euro e non monete più o meno strane, come i minibot, che avrebbero certamente una accettazione assai più limitata.

La proposta che avanzo si distingue dalle altre anche perché i TSF sarebbero certamente promossi come titoli investment grade – in quanto titoli coperti dal loro valore fiscale e sempre utilizzabili per diminuire gli obblighi fiscali (anche in caso di default dello stato) – e quindi verrebbero certamente accettati dalla Bce come collaterali per l'erogazione di prestiti alle banche e per ogni altro tipo di operazione monetaria. La BCE infatti accetta sempre per regolamento i titoli di stato investment grade. Una volta accettati dalla BCE, i TSF sarebbero certamente promossi dal sistema bancario e prevedibilmente dai mercati.

Ai cittadini i TSF saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi sia per ovvie ragioni di equità sociale. Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. L’attribuzione di TSF alle aziende ridurrà i costi del lavoro, migliorerà immediatamente la loro competitività ed eviterà che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri. Quindi la manovra non genererà scompensi sulla bilancia dei pagamenti.

Una quota molto importante dei TSF verrebbe inoltre utilizzata per iniziative di pubblica utilità: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a creare occupazione e a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio). Inoltre i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare e per il Reddito Minimo.

Sul piano istituzionale la manovra che propongo, essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è sovrano; e soprattutto perché i TSF non generano debito né al momento dell’emissione né in quello dell’utilizzo, ovvero dopo tre anni dall’emissione. Questa è la principale differenza con i minibot di Borghi.

Infatti nel momento della creazione di TSF lo stato non sborsa soldi e non chiede euro al mercato finanziario, e quindi non registra alcun deficit fiscale. Inoltre sul piano contabile i TSF non possono essere computati come debito pubblico perché il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti sulle tasse. Dopo tre anni dalla loro creazione, al quarto anno, quando i TSF potranno essere utilizzati per ridurre il pagamento delle tasse, il deficit fiscale potenziale verrà compensato per effetto della crescita del PIL reale e nominale.

Nel periodo che va dell’emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà infatti in funzione il moltiplicatore del reddito. Come insegna l’esperienza storica – e come hanno verificato Olivier Blanchard e Daniel Leigh in un noto studio effettuato per conto del FMI[11] – nelle condizioni di forte crisi e di trappola della liquidità il moltiplicatore è storicamente superiore a uno: così ogni nuovo euro immesso in circolazione genererà un più che proporzionale aumento del PIL.

Dopo tre anni dall’emissione dei TSF la crescita del PIL nominale indotta dal moltiplicatore e dall’inflazione – provocata dal forte incremento della domanda – darà luogo a un aumento del gettito fiscale che compenserà il costo dei TSF senza incremento di deficit e di debito pubblico, anzi con surplus fiscale.

Mentre i minibot servirebbero solo a pagare i debiti della PA, e quindi produrrebbero un effetto moltiplicatore relativamente contenuto, i TSF costituirebbero invece reddito aggiuntivo diffuso e quindi avrebbero un impatto assai più elevato sull'economia reale. Inoltre la diffusione dei TSF e la loro conversione in euro da spendere nell'economia reale provocherebbe un aumento dell'inflazione, e quindi un incremento del PIL nominale.

Le emissioni di TSF potrebbero partire da un livello pari al 2-3% circa del PIL annuo – circa 30-40 miliardi di euro – e essere successivamente modulate e calibrate in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre un’inflazione superiore al 3-4%, né scompensi nei saldi commerciali esteri.

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l’economia nazionale. L’incremento della domanda legata al maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, inizialmente intorno al 3-4%, fino al recupero completo dell’“output gap” prodotto dalla crisi.

Più nel dettaglio:

a) i TSF sarebbero emessi dal governo senza fare aste: quindi nessun aumento dello spread, perché non si chiede nessun credito ai primary dealers;

b) i TSF, come tutti i titoli garantiti e a breve termine, nei mercati finanziari si possono convertire in euro a basso tasso di sconto: vende chi ha bisogno di immediata liquidità in euro; compra chi vuole acquistare futuri sconti fiscali;

c) la conversione dei titoli garantisce che nel mercato reale circolino solo gli euro e non strane monete parallele di difficile accettazione;

d) i TSF si ripagano alla maturità (cioè dopo tre anni dall’emissione) per l’effetto combinato del moltiplicatore fiscale e dell’aumento dell’inflazione legato alla crescita della domanda. Grazie all’aumento del Pil nominale, al quarto anno il potenziale deficit erariale dovuto all’emissione dei TSF viene interamente coperto;

e) i TSF sono titoli meno rischiosi dei Btp perché sono sempre utilizzabili per “pagare le tasse” anche se lo stato fallisse. I TSF saranno quindi certamente promossi come investment grade dalle agenzie di rating, nonostante;

f) essendo titoli investment grade saranno pienamente accettati dalla Bce come collaterale (garanzia) per i prestiti alle banche;

g) quando un titolo è accettato dalla Bce e dalle banche, esso – come noto – è anche accettato dai mercati.

La vera domanda rispetto all'emissione dei TSF non riguarda tanto la reazione della UE ma soprattutto quella dei mercati finanziari. I mercati sono sempre imprevedibili e spesso irrazionali. Tuttavia se, grazie all'emissione dei TSF, il PIL italiano crescesse notevolmente senza incremento di deficit e di debito, e se il rapporto debito pubblico/PIL diminuisse, gli investitori finanziari saranno rassicurati dal fatto che i loro crediti verranno perfettamente ripagati. Lo spettro del default di stato scomparirà. Quindi, se la manovra venisse ben illustrata e giustificata da un governo in carica, i mercati potrebbero reagire positivamente.

NOTE

[1] Wolfgang Munchau, Financial Times “How Matteo Salvini could blow up the eurozone”, 9 giugno 2019

[2] Enrico Grazzini “Quando la moneta ufficiale non funziona è il momento delle monete alternative” MicroMega, N. 4/2017

[3] Enrico Grazzini “Perché l'euro prima o poi crollerà” Micromega N. 2/2019

[4] Joseph E. Stiglitz, Can the Euro Be Saved? Project Syndicate, Jun 13, 2018

[5] Wolfgang Münchau,, The unbreakable, unsustainable eurozone, Financial Times, April 28, 2019

[6] Luciano Gallino: “Una moneta fiscale per uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”, Micromega, 2014

[7] Art. 128 TFEU: 1. The European Central Bank shall have the exclusive right to authorise the issue of euro banknotes within the Union. The European Central Bank and the national central banks may issue such notes. The banknotes issued by the European Central Bank and the national central banks shall be the only such notes to have the status of legal tender within the Union. 2. Member States may issue euro coins subject to approval by the European Central Bank of the volume of the issue ….”.

[8] Bank of England, Quarterly Bulletin 2014 Q1“Money creation in the modern economy”, by Michael McLeay, Amar Radia and Ryland Thomas of the Bank’s Monetary Analysis Directorate.(1)

[9] Ibidem

[10] Enrico Grazzini, Micromega on line “L’Italia e l’euro potrebbero rafforzarsi con l’emissione di Titoli di Sconto Fiscale”

[11] Olivier Blanchard, Jeromin Zettelmeyer “The Italian Budget: A Case of Contractionary Fiscal Expansion?” Peterson Institute For International Economics, October 25, 2018

(10 giugno 2019)

Fonte

10/06/2019

Tre governi alla resa dei conti. Ma comandano gli “europeisti”

Messi alle spalle i ballottaggi, che hanno confermato il momento di spinta del centrodestra (la Lega si è presentata in coalizione con Berlusconi e Meloni quasi dappertutto), le questioni sul tavolo sono numerose. E tutte molto “divisive”. In tre, non in due.

C’è il problema dei rapporti con l’Unione Europea, e su più livelli. Sul piano strettamente politico, c’è da nominare i membri della Commissione – all’Italia ne spetta uno – a partire dall’accordo sul nome del presidente.

Il tedesco Manfred Weber, candidato al ruolo ancora ricoperto da Jean-Claude Juncker, è oggi a Roma per ottenere da Giuseppe Conte un sostanziale via libera (dopo il “no” opposto da Macron). La partita è complessa e a carte coperte, perché questa è una delle poche cose su cui abbia un’utilità controllare la maggioranza dell’inutile parlamento di Strasburgo.

Se neanche l’Italia dovesse appoggiare Weber, la sua nomina diventerebbe un po’ più complicata, ma non moltissimo (a Strasburgo c’è una maggioranza molto forte di “europeisti”, anche se Ppe e socialdemocratici devono ora rincorrere – e contrattare – l’appoggio di Verdi e Liberali). Mentre il commissario proposto dall’Italia, in quel caso, riceverebbe un niet piuttosto sonoro, se dovesse essere un “euroscettico” indicato da Lega o Cinque Stelle.

Della situazione sono consapevoli tutti, ma Conte la ricorda in modo piuttosto ruvido proprio al suo vice leghista: «l’Italia un commissario lo avrà. Ma sarà importante vedere chi, come e con quale ruolo economico. Dobbiamo sapere che ci troveremo di fronte un Parlamento europeo molto diffidente. Lì passa chi ha la maggioranza più uno dei voti, e noi non saremo in maggioranza. Le forze politiche interne non hanno capitalizzato i voti, a Strasburgo. Si prefigura un loro ruolo non decisivo anche per la Lega che pure ha riportato una grande vittoria in Italia».

Delle serie: non strillare troppo, perché tanto fuori dai confini non conti un tubo, e rischi di farci avere un posto che non conta nulla (è in uscita Federica Mogherini, in un ruolo di peso, il cosiddetto “ministero degli esteri” europeo). Discorso che si applica però con ancora più forza ai grillini, che stanno ancora cercando un gruppo parlamentare che li accetti come soci di minoranza.

Su questo punto, insomma, la componente “europeista” del governo (lo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi) sa di avere tutti gli assi in mano.

Situazione simile anche sul tavolo della “procedura di infrazione”, che la Commissione si appresta a valutare, per ricondurre il bilancio dello Stato italiano dentro i parametri e gli obbiettivi fissati da Bruxelles.

Qui il gioco è solo apparentemente più elastico. Salvini ha lasciato salire per giorni la favola-bufala dei MiniBot per consentire alle amministrazioni pubbliche di pagare i debiti con i fornitori (quasi tutte imprese italiane). Ha ottenuto l’appoggio acritico di Di Maio (che ormai si è convinto di doverle mandare giù tutte: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot, il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni!“.), ma una pernacchia sia da Conte sia dal ministro dell’economia.

Il primo si è sentito obbligato a ricordargli che «Abbiamo già introdotto uno strumento per raggiungere l’obbiettivo con la triangolazione tra Comuni, Cassa depositi e prestiti e creditori». E del resto «È una proposta mai portata a Palazzo Chigi. Siccome ha implicazioni di sistema, mi aspettavo che correttamente mi fosse portata per esaminarne insieme aspetti e contenuti». Chiacchiere per i giornali, insomma...

Ma di fronte all’insistenza del trio Giorgetti-Salvini-Borghi (il “tecnico” leghista che ha partorito l’ideuzza) anche Conte, nel suo piccolo, ha alzato la voce tirando fuori le sue competenze economiche e giuridiche: «Il problema è che lo strumento di soluzione deve essere adeguato rispetto all’obiettivo. Ci sono molte criticità anche tecniche: se i crediti della PA non sono certificati non sono neppure pagabili. Siccome non possono costituire una moneta parallela, non c’è l’obbligo di accettarli come mezzo per estinguere un’obbligazione. E chi li accetta, ragionevolmente vorrebbe scontare il fatto di prendere in carico un’attività parzialmente liquida che non frutta interesse. Il risultato è che finirebbero per essere negoziati sotto la parità. E lo sconto rispetto all’euro sarebbe una misura del rischio di uscita del Paese dalla moneta unica».

Sotterrata la questione, insomma, non resta che passare sul cadavere dei nemici interni. Tria, infatti, si è preso anche il lusso di azzerare la serietà del problema: “Non credo che ci sia una discussione interessante perché abbiamo discusso di alcune opinioni. Non è una questione principale che andremo a trattare a livello di governo“. Incassando la benedizione-minaccia di Pierre Moscovici: “Tria sa quello che deve fare“.

Restano da discutere, insomma, solo le questioncelle di casa propria, ossia il “rimpasto” che la Lega vorrebbe come riconoscimento del proprio aumentato peso politico. Oltre a riempire la casella lasciata vuota da Paolo Savona (passato dal ministero dei rapporti con la Ue a presidente della Consob), ci sono i ministeri più ambiti dai salviniani: le infrastrutture (con il defenestramento del povero Toninelli), ma anche Difesa e Ambiente che – per motivi diversi – andrebbero a completare la cornice istituzionale indispensabile per “valorizzare” il bla-bla leghista (sono giorni che sbarcano migranti dai barconi, da Pozzallo a Lampedusa, ma Salvini non ne parla più; si vede che ha esaurito il bacino di voti sensibile all’argomento).

Come rapporti di forza reali – ossia “europei” – i due soci della maggioranza sono usciti a pezzi dalle elezioni europee. Ed è ancora Conte a spiegarlo al suo vice più sbraitante: «Se la Lega aspira a capitalizzare un consenso politico in un sistema fondato sulla democrazia parlamentare, come il nostro, non può che passare da elezioni politiche. Insomma deve assumersi la responsabilità di chiedere nuove elezioni politiche e poi vincerle. Le Europee hanno una logica e prospettive diverse...».

Il che va a confermare una lettura dei fatti politici piuttosto diversa da quella proposta ossessivamente dal mainstream “democratico” (Repubblica, Corriere, Pd e Berlusconi uniti nella lotta). Il dato vero, infatti, non è “l’avanzare della marea nera” – che è un problema da contrastare seriamente, ma con tutt’altre politiche – ma l’impossibilità di cambiare indirizzo economico-sociale stando dentro il quadro dei trattati europei. Sia “da sinistra”, con il moderato riformismo dei post-socialdemocratici “europeisti”, sia da destra, con lo sguaiato nazionalismo intriso di “furbizie” che reggono a malapena per 24 ore.

Come Tsipras, anche il governo gialloverde si trova al punto di dover rinnegare le proprie balzane promesse elettorali oppure passare la mano. A un “governo tecnico”, preferibilmente.

Chiunque si proponga di dar vita ad un’opposizione di classe, ossia sistemica e geopoliticamente alternativa, può fare ragionamenti dotati di senso solo a partire dalla presa d’atto che questa è la situazione di partenza. E che non bastano “propostine di riforma” per essere credibili agli occhi del nostro “blocco sociale di riferimento”.

Il “potere politico” – da oltre 20 anni – ha cambiato sede.

Fonte

08/06/2019

La Lega e la farsa dei Minibot (Seconda parte)

Abbiamo spiegato, nella prima parte di questo contributo, che l’introduzione dei Minibot proposta dalla Lega non sortirebbe gli effetti esplicitamente millantati dai suoi promotori. Presentato come escamotage per sfuggire alle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles, l’eventuale pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione a mezzo di titoli di Stato di piccolo taglio porterebbe ad un aumento del debito pubblico. Per questa semplice ragione contabile solleverebbe quindi i medesimi problemi politici che qualsiasi manovra fiscale espansiva incontra all’interno degli stringenti vincoli europei. Se la Lega volesse davvero fornire uno stimolo all’economia non si preoccuperebbe di ingegnarsi con queste trovate, ma piuttosto si impegnerebbe in vere politiche fiscali espansive in barba ai trattati europei.

Eppure, intorno ai Minibot sembra muoversi molto più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot stiamo, in verità, parlando nientemeno che dell’uscita dell’Italia dall’euro! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘cigno nero’, la temutissima ipotesi di abbandono della moneta unica. Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta la questione.

Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B, cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis, di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come riporta il quotidiano greco Kathimerini, il leader Alexīs Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel giro di una notte per operare in dracma”, la moneta greca in circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di pagamento.

L’ordinario funzionamento della nostra economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili – ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici, giroconti, home banking. Le loro strade e infrastrutture sono quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro. L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale. Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati 34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2 milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.

Quando Tsipras e Varoufakis sono passati dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco Kathimerini, di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere in piedi l’economia for a little while (cioè per un pochino di tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la situazione e non ci sia panico. [...] Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”.

Quando Varoufakis diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il software dell’Agenzia delle Entrate sul suo laptop per hackerarlo ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, non nuovo ad avventure informatiche: “Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche, collegare il laptop e far partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare, più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis, che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B, ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”.

Riavvolgiamo il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una misura tampone, capace di reggere “for a little while”. Questo per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.

Ridicola è invece la trasposizione italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti cartacei con stampate le facce della Fallaci e di D’Annunzio: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un video del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro, perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più semplice.”

Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario (in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che si stia sfuggendo alla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di tutta questa vicenda.

La strampalata tesi per cui i Minibot siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione liberista a questo governo, dal PD alle agenzie di rating, nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire dall’euro, cioè prima di uscire dall’euro, devi introdurre una moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione “dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova occupazione e tutelare i lavoratori già occupati.

Un abisso separa i termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far emergere: il tema del potere.

Se una forza politica ha intenzione di incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo, Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura, meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.

La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale lavora alacremente da ormai un anno, ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa, suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei lavoratori.

Fonte

06/06/2019

La Lega e la farsa dei Minibot (Prima parte)

Capita a volte che un fatto insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi armati di rumors e flussi elettorali.

Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa la gestione del potere in Italia oggi. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.

Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova obtorto collo tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.

Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.

Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera ha approvato una mozione che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.

Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.

I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.

La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a deficit e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero.

L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina ha recentemente dichiarato: “Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito” da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.

Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato secondo i criteri di Maastricht (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).”

Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato.

Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012 precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce totalmente e irrevocabilmente quel credito ad un’istituzione finanziaria (...), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale deve essere riclassificata come prestito, parte integrante del debito di Maastricht”.

Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei conti finanziari della Banca d’Italia è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima relazione annuale, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).

Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee.

Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.

Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.

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