Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/02/2023

Augusto Graziani sul Mezzogiorno a nove anni dalla morte

1 – Sono passati nove anni dalla morte di Augusto Graziani[1]. Siamo in piena discussione pubblica e politica sull’autonomia differenziata e può essere interessante, per ricordarlo, utilizzare le sue categorie di analisi per comprendere gli effetti di questo progetto e il Mezzogiorno nel 2023. In questa nota, mi prefiggo di (i) avanzare una mia interpretazione del pensiero di Graziani sullo sviluppo dell’economia del Mezzogiorno, a partire da alcune sue considerazioni in materia; (ii) proporre una razionalizzazione – nella parte conclusiva – delle teorie di Graziani sull’argomento. 

Si parta innanzitutto da una duplice constatazione.

  1. Il sottosviluppo meridionale è stato accentuato dalla riduzione dei trasferimenti pubblici nelle aree meno sviluppate dei Paese. L’Agenzia di coesione territoriale calcola che sulla spesa pubblica complessiva italiana – pari a 1.202,4 miliardi nel 2020 – al Centro-Nord sono stati destinati 20.088 euro per ogni residente, mentre al Sud sono stati assegnati 15.703 euro. Banca d’Italia calcola un risultato peggiore per il Sud (12.979 contro 11.836). Gli investimenti fissi lordi nel Mezzogiorno sono passati dal 17,5% del 1998 al 15,4% del 2013, in corrispondenza con lo scoppio della crisi dei debiti sovrani, l’avvio delle politiche di austerità e il blocco del turnover nel pubblico impiego.
  2. Come ha messo in evidenza SVIMEZ, esiste una evidente contraddizione fra il progetto dell’autonomia differenziata e il PNRR. Il PNRR si propone, infatti, come obiettivo fondamentale, la riduzione degli squilibri regionali in Italia, da realizzarsi attraverso interventi per la crescita delle regioni meridionali. Non vi è dubbio sul fatto che il regionalismo della Destra sottrae risorse al Sud: lo fa mediante l’attribuzione alle Regioni di più poteri, senza LEP, senza LEA e senza ulteriori oneri per la finanza pubblica, ovvero con la spesa storica. Si tratta innanzitutto di una procedura di riforma dell’assetto istituzionale del Paese che è di dubbia aderenza con il dettato costituzionale. Su questo aspetto, si può leggere ed eventualmente firmare questa petizione.

La teoria economica che sorregge l’autonomia differenziata si basa su queste due visioni:

  • la c.d. teoria dello sgocciolamento (trickle-down economics), ovvero la creazione, per legge, di diseguaglianze territoriali con l’aspettativa che le economie del Mezzogiorno siano trainate dalle locomotive del Nord: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Si tratta di una teoria economica sbagliata, la cui applicazione non potrà che peggiorare la condizione sia del Sud sia del Nord. Infatti, è falso che il Sud cresce se il Nord cresce. È vero il contrario: deve crescere prima il Sud per produrre Pil al Nord, come certificato dalla Banca d’Italia e da ricerche effettuate presso le Università di Bari e del Salento.

L’economia meridionale è un’economia nella quale sono ancora alti i consumi ed è bassa la produzione di beni esportabili. In più, la propensione alle esportazioni da parte delle imprese locali è a sua volta irrisoria. Non ha quindi alcun senso aspettarsi che un aumento della produzione al Nord attivi produzione al Sud: ha senso ritenere, per contro, che l’ampliamento del mercato di sbocco nel Mezzogiorno avvantaggia anche le imprese settentrionali che operano sul mercato interno.

Quest’ultima conclusione è rafforzata dal calcolo dei valori dei moltiplicatori fiscali cumulati a più anni. Si tratta di una metodologia di calcolo introdotta dalla Banca d’Italia di recente e che consiste in questo. Capriati, Deleidi e Viesti (2022) giungono alla conclusione per la quale la spesa pubblica, in Italia, ha effetti positivi sul Pil anche a distanza di 10 anni dallo stimolo fiscale, con una ricaduta maggiore degli investimenti pubblici rispetto ai consumi (privati e pubblici); i moltiplicatori, anche a dieci anni, cumulati interregionali sono maggiori nel trasferimento di risorse al Sud rispetto al trasferimento di risorse al Nord. Dunque, gli stimoli fiscali nel Mezzogiorno avvantaggiano anche le imprese private del Nord (https://eticaeconomia.it/che-impatto-macroeconomico-puo-avere-il-pnrr-nel-mezzogiorno/).

  • La teoria della responsabilizzazione delle classi dirigenti, per la quale al Sud la classe politica è qualitativamente peggiore di quella del Nord (il che sembra essere vero) e va moralizzata sottraendo risorse. L’adagio per il quale “è solo rendendo le risorse scarse che se ne incentiva un uso efficiente” è alla base di questa teoria.

Il problema qui è duplice. Innanzitutto, al Sud i politici hanno mediamente un’età più elevata (al di sopra dei 40 anni) e, a parità di altre variabili, ciò spiega il loro maggiore disinteresse e la loro minore capacità di occuparsi del bene comune. Hanno questa età perché, dato un tasso di disoccupazione molto alto, sono in tanti a candidarsi (anche perché gli incarichi sono ben retribuiti) e i più anziani riescono ad avere una rete di conoscenze più ampia perché hanno avuto più tempo per generarla. In secondo luogo, molti comuni del Nord sono e sono stati gestiti da un ceto politico che è stato efficacemente addestrato nelle scuole di formazione del PCI o della DC; partiti attenti a formare una vera classe dirigente. Il Mezzogiorno è tradizionalmente appartenente a una Destra politica che non ha mai efficacemente selezionato i suoi candidati e i funzionari dello Stato, creando o trasferendo competenze amministrative, progettualità, idee di sviluppo e competenze burocratiche, economiche e di tecniche giuridiche.

2 – La regionalizzazione dell’istruzione, uno dei punti cardine dell’autonomia differenziata nella versione della bozza recentemente licenziata dal Ministro Calderoli, rischia di contribuire a impoverire culturalmente ed economicamente non solo il Mezzogiorno, ma anche il Paese nella sua interezza. Si tratta della proposta di far gestire le scuole direttamente alle Regioni, che dovrebbero occuparsi in via diretta del reclutamento dei professori, attingendo al loro bilancio. Non è questa la sede per trattare aspetti di natura qualitativa, relativi al contenuto degli insegnamenti regionali. Avremo bisogno di qualche anno per valutarne l’impatto – verosimilmente molto negativo – sulla produttività del lavoro dei giovani. Quello che interessa maggiormente valutare, ad oggi, è l’effetto stimabile (per grandi linee) della revisione istituzionale in corso sui bilanci regionali al Sud: è acclarato, infatti, nella letteratura scientifica specialistica che i costi monetari complessivi del disegno autonomista, pur essendo molto alti per quanto attiene alla sottrazione di risorse al Sud, non sono facilmente quantificabili.

Occorre innanzitutto chiarire che l’idea della scuola regionale ha il suo fondamento (teorico, in senso lato) nella convinzione che occorre formare individui da destinare, come lavoratori, a impieghi immediatamente utilizzabili nelle imprese già esistenti al Nord, secondo una visione funzionalistica e breveperiodista dell’istruzione. In più, la scuola regionale, secondo soprattutto la Lega, trasmetterebbe l’identità locale alle future generazioni, secondo una logica di trasmissione ereditaria della “piccola patria” lombardo-veneta.

Questo processo impone all’intera economia italiana una perdita secca: nel lungo periodo, nessuno ci guadagna e ciò è facilmente dimostrabile. Infatti, la sottrazione di risorse al Mezzogiorno non può che incentivare ulteriormente, nell’immediato, un’accelerazione delle migrazioni intellettuali. Il Nord assorbe molti giovani che emigrano dal Sud e dovrebbe essere suo interesse e sua convenienza – per disporre di forza-lavoro produttiva ed efficiente – avere una scuola ben funzionante al Sud. In più, dovrebbe essere primario interesse del Nord avere una scuola ben funzionante innanzitutto nelle sue regioni. Ma così non è, come ripetutamente certificato nelle analisi degli Istituti di ricerca nazionali e internazionali sulla formazione dei giovani italiani.

Questa convinzione si associa all’idea per la quale il Paese ha bisogno di differenziare anche le sedi universitarie, andando nella direzione di creare “Università orientate alla sola didattica” (teaching universities) – nelle quali si erogano solo lauree triennali – e “Università orientate anche alla ricerca scientifica” (research universities) – nelle quali si offrono anche lauree magistrali e dottorati di ricerca. Questa “riforma”, sollecitata da molti economisti, alcuni dei quali vicini al PD e comunque della sinistra liberista, viene sollecitata dall’idea per la quale è solo finanziando “centri di eccellenza” che si produce buona ricerca scientifica. L’attuale normativa sui Dipartimenti di eccellenza, combinata con l’abolizione degli assegni di ricerca e la loro sostituzione con costosissimi contratti di ricerca, si muove, di fatto, ancorché non formalmente, in questa direzione. Si va – ed è questo “il non detto” (perché politicamente difficile da far digerire alle famiglie meridionali) – verso la differenziazione fra sedi universitarie di serie A e sedi universitarie di sedi B, con le prime localizzate a Nord.

Le poche e decrescenti risorse che l’Italia, da molti decenni (da quando, cioè, la classe politica post-tangentopoli ha deciso di smettere di scommettere sulla conoscenza come fattore di crescita), destina al settore della formazione danno risultati pessimi per quanto attiene all’apprendimento. Le tecnologie già oggi usate nei centri dello sviluppo capitalistico (Cina, Germania, USA), e che sempre più inevitabilmente conteranno, richiedono, come diffusamente osservato da ingegneri e psicologi, competenze trasversali e non immediatamente utilizzabili nelle imprese. Richiedono, cioè, la capacità di imparare ad apprendere, non il semplice (novecentesco) “apprendere facendo” (il c.d. learning by doing). L’imparare studiando (il c.d. learning by schooling) assume un ruolo ancora più importante.

Una recente ricerca dell’Università di Bari certifica che, già oggi, nel Mezzogiorno, la scuola è notevolmente più costosa che al Nord, a ragione della maggiore anzianità di servizio dei professori. La sottrazione di fondi derivante dalla scuola regionale in regime di autonomia differenziata non potrà che comportare ulteriore invecchiamento della classe docente (e probabile aumento dei supplenti, con invece eccesso di domanda di insegnanti al Nord), con conseguente peggioramento della qualità della didattica (essendo il personale stanco, demotivato e poco aggiornato) e conseguente ulteriore riduzione della produttività del lavoro. Si ricordi, a riguardo, che già oggi le scuole del Mezzogiorno hanno una produttività bassissima e di gran lunga inferiore a quella media europea: a testimoniarlo è soprattutto INVALSI.

Il problema nasce dal fatto che la produttività del lavoro – tramite migrazioni intellettuali, dei diplomati, dei laureati, dei dottori di ricerca (pochi in numero questi ultimi) – verrà trasferita nelle regioni del Nord. L’impoverimento culturale del Sud, in sostanza, non conviene a nessuno. Si approfondisce solo ciò che Luca Bianchi – SVIMEZ – definisce divario di cittadinanza.

3 – Gianfranco Viesti ha opportunamente definito il progetto di autonomia differenziata “la secessione dei ricchi”. I principali argomenti che possono essere usati per opporvisi sono i seguenti:

  1. Esistono già rilevanti sperequazioni territoriali nella fornitura di servizi essenziali, che si sono create (o notevolmente accentuate) proprio a seguito della spinta federalista dei primi anni Duemila[2].
  2. Secondo la bozza Calderoli, il progetto autonomista si baserà sulla spesa storica. Il criterio della spesa storica significa reiterazione dell’esistente, in assenza di uniformità territoriale dei servizi: dunque, conferma degli squilibri regionali, a meno di non confidare in un aumento dell’efficienza gestionale a seguito della riduzione dei trasferimenti.

Per contro, l’opposizione politica parlamentare rivendica la necessità di formalizzare i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e di assistenza (Lea) nella sanità. I Lep, nella definizione datane dal Ministero per il Sud e la coesione territoriale del Governo Draghi (al quale risale il primo tentativo di quantificazione, dopo la loro previsione oltre 22 anni fa), sono quei servizi e quelle prestazioni di carattere sociale che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Questi servizi sono erogati dagli Enti locali data la condizione che il loro godimento sia uniforme sul territorio nazionale, ovvero che non esistano discriminazioni fondate sul luogo di residenza. Non esiste, ad oggi, una quantificazione dei Lep, se non parziale, appunto voluta dal Governo Draghi.

Nel riparto delle risorse su scala regionale, si è fin qui proceduto in base al criterio cosiddetto della spesa storica: le risorse sono state assegnate sulla base di quanto già speso dall’ente per il medesimo servizio. Il risultato è che gli enti che assicuravano determinati servizi hanno ricevuto più risorse rispetto agli enti che non li avevano mai erogati.  È solo nel Disegno di Legge di Bilancio (2022) che si è proceduto a definire i Lep per gli asili nido, il trasporto scolastico degli studenti disabili e per gli assistenti sociali, recependo le direttive del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

È bene chiarire che la quantificazione dei Lep è un fatto eminentemente politico, non tecnico, dal momento che il rispetto dei Lep necessita di finanziamenti la cui fonte non può che dipendere da decisioni del Parlamento (le agenzie “tecniche” sono solo un surrogato a eventuale copertura di deficit di democrazia parlamentare)[3].

  • Vi sono poi problemi tecnici nella quantificazione dei cosiddetti residui fiscali, sulla cui base verrebbe stabilita la quantità di entrate fiscali che ciascun territorio può trattenere in loco. Innanzitutto, il calcolo dovrebbe anche tener conto delle produzioni intermedie meridionali che entrano nelle produzioni finali delle imprese del Nord. In secondo luogo, il residuo fiscale subisce significative oscillazioni nel tempo correlate al ciclo economico e alle politiche economiche ed è peraltro molto differenziato all’interno dei territori più ricchi. Si calcola, a riguardo, che ben il 60% del Pil lombardo viene prodotto nella sola città di Milano. La spinta secessionista potrebbe diventare incontrollabile, producendo istanze di rivendicazione di risorse sempre più localistiche.
  • Il progetto autonomista, secondo autorevoli costituzionalisti, confliggerebbe in modo stridente con il dettato costituzionale, sebbene sia formalmente ammissibile. Viene sostenuto che il rafforzamento delle competenze regionali su molte materie[4] confligge con il patto di solidarietà della nostra Costituzione. In tal senso, i meridionalisti che si riconoscono nella “Carta di Venosa” propongono di rivedere gli articoli della Costituzione che danno spazio a istanze secessionistiche.

Vi è poi da considerare che l’autonomia differenziata potrebbe costituire un boomerang per le stesse regioni del Nord. Per comprenderne le ragioni, si parta dalla constatazione per la quale il Mezzogiorno non è più un rilevante mercato di sbocco per le imprese del Nord. Non lo è a causa del calo dei consumi, imputabile alla crescita del tasso di disoccupazione e della povertà, dell’incidenza del lavoro precario, della denatalità (quest’ultima più intensa a Sud che a Nord): è stato calcolato che la perdita di prodotto tra il 2007 e il 2019 è stata pari al 2% nel Centro-Nord e al 10% nel Mezzogiorno, confermando quella che nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia sui divari territoriali viene considerata una tendenza (all’aumento appunto di tali divari) comune alla gran parte delle economie avanzate, Germania esclusa. Contestualmente, la Germania ha rafforzato la sua posizione di primo mercato di sbocco delle merci e dei prodotti intermedi italiani (esportiamo prevalentemente componentistica auto, chimica, metalli, apparecchi elettrici e prodotti alimentari, fra i quali ortaggi e frutta)[5]. In tal senso, la richiesta di autonomia può essere letta come il tentativo, per le regioni del Nord, di accelerare la loro integrazione con l’economia tedesca, in una condizione di estrema crisi dell’industria del Nord. Il problema, posta la questione in questi termini, è che il Nord finirebbe per sincronizzare il suo ciclo economico a quello della Germania, rischiando di diventarne l’area più debole. Peraltro, senza voce in capitolo sulle decisioni di politica economica lì assunte.

4 – Nel 1991, Augusto Graziani, scriveva: “l’economia del Mezzogiorno ha trovato un suo equilibrio da economia sussidiata, dotata di scarsa capacità produttiva ma di flussi regolari di spesa pubblica. Anche la società del Mezzogiorno si è andata adeguando a questo schema, ed è oggi dominata da un ceto di politici, amministratori, mediatori affiancati da un ceto altrettanto nutrito di esperti, professionisti, intellettuali. Questo blocco sociale, che si è mostrato capace non soltanto di procurarsi il consenso locale ma anche di ottenere l’appoggio esterno, si tiene saldamente in sella […] Se l’economia del Mezzogiorno dovesse un giorno disporre di un saldo tessuto produttivo, se una classe lavoratrice stabile diventasse il nerbo della nuova società del Mezzogiorno, i ceti dominanti di oggi sarebbero inesorabilmente disarcionati”. Nessuna sorpresa quindi se “la classe sociale che oggi controlla la spesa pubblica del Mezzogiorno mantiene comportamenti che si presentano di fatto ostili all’industrializzazione”.

Questo passaggio è di massima rilevanza per analizzare gli impatti della riduzione dei trasferimenti pubblici nel Mezzogiorno che si è determinato negli ultimi anni, dopo Graziani. L’idea della Destra per la quale la scarsità di risorse spinge a comportamenti virtuosi regge su un’impostazione teorica discutibile, che si basa sull’attribuzione al politico di un criterio di razionalità strumentale in un contesto di perfetta informazione. In ambito istituzionalista, per contro, l’informazione è assunta incompleta e soprattutto si ritiene che i comportamenti sono trainati da norme sociali e morali e da “istinti” (Forges Davanzati, 2006). La riduzione della spesa pubblica in un’area in ritardo di sviluppo e periferica può spingere la classe dirigente locale – ovvero le istituzioni in senso formale – e gli operatori economici del luogo a intensificare il c.d. “scambio di favori” (logrolling[6]), con effetti di segno negativo sul tasso di crescita dell’area considerata.

Il Mezzogiorno, dall’inizio degli anni Novanta, ha visto sempre e significativamente ridursi i flussi di spesa pubblica indirizzata dallo Stato centrale e, per dirla con Graziani, ha dovuto trovare un suo nuovo “equilibrio”, che si è tradotto in un netto peggioramento delle sue condizioni, certificato empiricamente da un continuo aumento dei divari regionali anche a partire da quegli anni (v. SVIMEZ 2022; Banca d’Italia, 2022). Dunque, la tesi del Governo non regge alla prova della Storia recente: la riduzione della spesa pubblica nel Mezzogiorno sembra ridurre, non accrescere, l’efficienza.

La prima conclusione alla quale si arriva – a partire da Graziani (ma estendendo Graziani alla luce delle mie considerazioni) – è dunque che la riduzione della spesa pubblica non è lo strumento efficace per migliorare la qualità della classe politica meridionale.

5 – Il PNRR, a sua volta, è a rischio nel Mezzogiorno. A fronte dell’obiettivo del raggiungimento del 40% del totale degli investimenti, ad oggi si è raggiunto solo il 34% e, soprattutto, con la decurtazione di fondi derivante dall’attuazione “pura” dell’autonomia differenziata ci si allontanerà inevitabilmente sempre più dalla sua realizzazione, con evidente danno per i residenti al Sud in termini di servizi pubblici offerti. La causa fondamentale risiede nei problemi di funzionamento dell’apparato pubblico, con forte sottodimensionamento (v. figura 1, in basso), età media elevata e titoli di studio bassi dei dipendenti pubblici (cfr. Aimone Gigio, 2022).

Occorre osservare che (i) contrariamente all’interpretazione dominante, l’inefficienza della pubblica amministrazione non è il risultato della scarsa attitudine al lavoro dei suoi dipendenti né dall’assenza di incentivi alla produttività. La pubblica amministrazione nel Mezzogiorno è resa inefficiente da specifici provvedimenti di politica economica, segnatamente dal blocco del turnover operato a partire del 2007 e con accelerazione durante il Governo Monti[7]; (ii) un aumento delle assunzioni nel pubblico impiego produce effetti positivi sulla crescita economica attraverso due canali. In primo luogo, agevola il rapporto pubblico-privato a vantaggio delle imprese private e, dunque, con potenziali benefici per la dinamica degli investimenti. In secondo luogo, riducendo il tasso di disoccupazione, inibisce modalità di competizione basate sulla compressione dei salari (e, dunque, della domanda interna), incentivando le innovazioni (cfr. Mazzuccato, 2014); (iii) il blocco del turnover è stato motivato con l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, ma ha solo contribuito a garantire l’avanzo primario, a fronte di una spesa per interessi sul debito – e di una modesta dinamica del Pil – tale da generare un costante aumento di quel rapporto (vedi qui).

Fig.1: età media e numero di dipendenti nella P.A. italiana

La Fig. 1 mostra l’andamento del numero di dipendenti nella pubblica amministrazione dal 2008 (il blocco del turnover ha inizio con la Legge Finanziaria del 2007) al 2019. Il leggero aumento del numero di dipendenti che si registra fra il 2018 e il 2019 è dovuto allo sblocco parziale avvenuto nel 2019. Il D.L. 34/2019 al quale si deve lo sblocco ha anche stabilito un diverso funzionamento del turnover per gli enti locali a partire dal 2020, che viene calibrato non più sui pensionamenti in essere ma sull’andamento del bilancio[8].

6 – Graziani elaborò, a partire dagli anni Settanta, un’ipotesi interpretativa sul modello di sviluppo esistente in quegli anni per l’economia italiana estremamente originale, che si può innestare nella c.d. Legge di Kaldor e darne una versione più ampia: mentre la Legge di Kaldor stabilisce che l’aumento della domanda aggregata, derivante soprattutto dall’aumento delle esportazioni, accresce la produttività del lavoro (per l’operare di economie di scala e di effetti di learning by doing), la sua versione ampliata con l’ipotesi di Graziani si traduce in questa sequenza di eventi:

Sequenza 1: domanda estera, qualità del prodotto e crescita economica trainata dal settore innovativo

La sequenza 1 descrive gli effetti della domanda aggregata (Y) sull’occupazione (L), non solo e non necessariamente (come invece in Kaldor) sulla produttività, e dunque sul tasso di crescita (g), ma innanzitutto sull’occupazione. La sequenza è riferita al settore innovativo, mentre il settore tradizionale – secondo Graziani, presente soprattutto nel Mezzogiorno – non esporta[9].

Un aumento esogeno della domanda estera e un miglioramento contestuale della qualità delle produzioni esportabili italiane (nei settori ad alta intensità tecnologica ma anche nel settore dei beni di lusso) traina l’aumento della domanda aggregata anche a beneficio del settore tradizionale. Ciò a ragione dell’aumento della domanda di prodotti intermedi e di input che si rivolge dal settore innovativo al settore tradizionale: segue un aumento dell’occupazione e del tasso di crescita, anche in costanza dell’andamento della produttività dei fattori[10].

Lo sviluppo economico italiano era, dunque, consentito dall’esistenza di settori merceologici nei quali è tecnicamente possibile innovare, cioè nei quali all’aumento esogeno della domanda da resto del mondo si può rispondere con miglioramenti qualitativi. Ciò accadeva perché la qualità del prodotto è funzione dell’intensità tecnologica – misurata (oggi) dal rapporto [investimenti (pubblici e privati) /R&D] – o dal lavoro specializzato artigianale nel settore dei beni di lusso.

Le conclusioni alle quali si perviene a partire da questa rilettura del contributo di Graziani sono le seguenti:

  • A partire dagli anni Novanta, in corrispondenza con l’accelerazione del processo di globalizzazione, come mostra l’evidenza empirica, la crescita economica del nostro Paese è stata lasciata a un solo settore, quello dei beni di lusso e del Made in Italy, peraltro sempre più residuale (perché il Nord sviluppato lavora sempre più con contratti di subfornitura verso il Nord d’Europa), avendo il nostro Paese rinunciato al mantenimento e al rafforzamento dell’impresa pubblica in settori tecnologicamente di avanguardia.
  • Seguendo Graziani, questa scelta è stata negativa nel lungo periodo e miope, anche perché (i) ha contribuito alla riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro in Italia, (ii) ha accentuato la dipendenza delle nostre imprese, nel loro complesso, dal credito bancario e dai mercati finanziari.

Infatti, l’impresa pubblica non soggiace al problema del potenziale razionamento del credito, dal momento che il suo finanziamento non dipende dal settore bancario ma dal disavanzo pubblico.

Riferimenti biblliografici

Aimone Gigio, L. et al. (2022). Il personale negli Enti territoriali. Il Mezzogiorno nel confronto con il Centro-Nord. Banca d’Italia (Occasional papers), n.677.

Banca d’Italia (2022). Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico. Roma.

Bellofiore, R. (2020). Augusto Graziani and the Marx-Schumpeter-Keynes ‘Cycle of Money Capital’: A Personal Look at the Early Italian Circuitism from an Insider, “Review of Political Economy”, pp.528-558.

Capriati, M., Deleidi M. e Viesti, G. (2022). Che impatto macroeconomia può avere il PNRR nel Mezzogiorno? “Menabò di Etica&Ecconomia”, n.174.

Dutt, A.K. (2012). Distributional dynamics in PostKeynesian growth model, “Cambridge Journal of Economics”,

Forges Davanzati, G. (2014a). Obituary of Augusto Graziani, www.postkeynesian.net (ora in Archivio Augusto Graziani on-line).

Forges Davanzati, G. (2014b). Il pensiero economico di Augusto Graziani, “Il pensiero economico italiano”, XXII, n.1, pp. 183-195.

Forges Davanzati, Pacella, A. and Patalano, R. (2015). The Keynesian features of Graziani’s monetary theory of production and some unresolved issues, “Review of Political Economy”, vol.27 (4), pp.565-584, October.

Graziani, A. Blog/Archivio (2022) https://augustograziani.com/blog/

Mazzucato, M. (2014). Lo Stato innovatore. Bari-Roma: Laterza.

Pieraccini, S. (2023). La ripresa anticipata che rende orgogliosi, “Il Sole 24 ore: Moda24 – Speciale Moda Uomo”, 10 gennaio 2023.

SVIMEZ (2022). Rapporto sull’economia del Mezzogiorno. Roma http://lnx.svimez.info/svimez/il-rapporto/].

Augusto Graziani (1933-2014)

Note

[1] Si veda Forges Davanzati (2014a) per uno dei primi obituari dopo la sua morte. Per una completa ricostruzione del suo pensiero – sull’economia italiana, sulla moneta e le banche, sulla Storia del pensiero economico – si veda Bellofiore (2020) e l’Archivio Augusto Graziani on-line (cfr. Graziani, 2022).

[2] Nel Rapporto ISTAT “Nidi e servizi educativi per l’infanzia” si legge che i posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici corrispondono al 12.3% del bacino potenziale di utenza al Sud, a fronte di una media nazionale del 24.7%, nell’anno scolastico 2017-2018. Si tratta peraltro di una dotazione notevolmente inferiore all’obiettivo del 33% fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2022 per sostenere l’occupazione femminile. Altre sperequazioni si ritrovano in altri servizi comunali e nella spesa infrastrutturale dei Ministeri. Su fonte ISTAT, la spesa statale per i servizi socioeducativi destinati ai bambini pugliesi ammonta a circa un sesto rispetto a quella sostenuta per i coetanei nati in Emilia-Romagna. In Lombardia è circa tripla e in Veneto doppia. A Milano circa il 90% dei bambini può usufruire del tempo pieno a scuola, a fronte del solo 4% di Palermo. Il 17.1% delle scuole italiane del primo ciclo è privo di palestre e strutture sportive, con una percentuale che sale al 23.4% al Sud. Gli investimenti del PNRR nell’ambito dei trasporti assegnano alla Puglia l’8.09% del totale delle risorse destinate all’acquisto di autobus urbani a emissioni zero. Alla Lombardia, invece, andrà il 17.36%.

[3] Devo al prof. Gianfranco Viesti questa precisazione.

[4] Scuola, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, tutela della salute, istruzione, tutela del lavoro, rapporti internazionali e con l’Unione europea.

[5] Pieraccini (2023) documenta che il segmento del lusso, nell’Italia del 2022, ha registrato notevoli espansioni, soprattutto per quanto attiene alla moda maschile. Confindustria Moda rileva un incremento dei ricavi nel 2022 di circa l’11% rispetto al 2019, con Pitti uomo che diventa il più importante salone al mondo per questo genere di produzioni.

[6] Un fenomeno analogo, la cui analisi andrebbe sviluppata, è il c.d. barn-raising, che trae il nome dall’uso fra vicini, nei campi, di aiutarsi per la costruzione di granai per “reciprocare” (ovvero per attendersi l’aiuto del vicino a costruire il proprio).

[7] Per una ricostruzione degli effetti del blocco del turnover si rinvia qui.

[8] La possibile obiezione è che le assunzioni nel pubblico impiego rendono il mercato del lavoro eccessivamente “stretto”, rafforzando i lavoratori come gruppo sociale e generando incrementi salariali, i cui effetti sono alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche e generando fallimenti di imprese, a ragione dell’aumento dei costi. Tuttavia, è stato fatto osservare che la riduzione del tasso di disoccupazione, implicando un aumento dei salari, incentiva l’avanzamento tecnico e, dunque, determina incrementi di produttività. In più, l’ampliamento del perimetro della P.A. italiana – in linea con la dotazione di personale della media europea – fa funzionare il PNRR (Dutt, 2012).

[9] Si è qui in presenza del c.d. paradosso di Kaldor, ovvero della constatazione per la quale i consumatori, nei mercati internazionali, si orientano all’acquisto di beni con prezzo elevato a condizione che la qualità sia molto alta. Ho esteso altrove questo caso effetto di Veblen, per stabilire che è il prezzo alto a segnalare un’elevata qualità del prodotto e, dunque, in date condizioni, a incentivare elevata quantità domandata.

[10] La matrice keynesiana di questa impostazione è stata trovata da Forges Davanzati et al. (2015).

Fonte

08/10/2021

Brancaccio - Sraffa dopo Graziani

L’interpretazione del sistema sraffiano suggerita da Augusto Graziani può essere intesa non come un’alternativa ma come un possibile complemento delle analisi tradizionali di tipo classico-keynesiano. La chiave di lettura grazianea sembra particolarmente adatta a descrivere la dura realtà del comando capitalistico contemporaneo e pare suggerire una interpretazione dello schema di Sraffa in chiave “rivoluzionaria”, critica verso le concrete possibilità del riformismo politico.

1. Vorrei accogliere questo affettuoso invito a ricordare Augusto Graziani soffermandomi su un suo contributo all’alta teoria, in verità poco noto, contenente una peculiare chiave di lettura dell’opera di Sraffa. Il recupero di tale piccolo cimelio teoretico non è motivato da una mera istanza commemorativa. L’ambizione, piuttosto, è di incuriosire i ricercatori più giovani. Ficcati nelle angustie anti-scientifiche della valutazione bibliometrica e delle sue fanatiche vestali, c’è ragione di sospettare che ben pochi siano gli studiosi in erba capaci oggi di trovare il tempo di leggere Sraffa, o Graziani. Nell’epoca dell’imperativo di pubblicare il trito pur di non perire, bisogna ammettere che tornare alle innovazioni di quei grandi critici renderebbe la vita accademica oltremodo sofferta. Tuttavia, chi tra i più giovani sia afflitto da una sensazione generale di vacuità delle attuali mode di pensiero, proprio nella riscoperta di quelle sconvolgenti eresie italiane del Novecento potrebbe forse trovare nuove energie per cimentarsi nella competizione scientifica. Nel senso di Lakatos, che è l’unica competizione degna di rispetto.

2. Nella prefazione alla sua opera principale, Sraffa precisa che in larga parte di essa non viene considerato alcun cambiamento nel volume della produzione o nelle proporzioni in cui i diversi mezzi di produzione sono usati in ciascuna industria. La scala e la composizione della produzione sono cioè date, dal momento che l’indagine «riguarda esclusivamente quelle proprietà di un sistema economico che sono indipendenti da variazioni nel volume della produzione o nelle proporzioni tra i ‘fattori’ impiegati» (Sraffa 1960). Su tale delimitazione del campo d’indagine ci sono stati alcuni fraintendimenti, soprattutto ad opera di economisti neoclassici. Hahn, in particolare, ha ritenuto che quelle grandezze date potessero essere interpretate come dotazioni scarse di fattori produttivi, come è tipico delle analisi neoclassiche di equilibrio generale neowalrasiano. Da tale lettura egli ha quindi tratto l’idea secondo cui il sistema sraffiano non sarebbe altro che un “caso speciale” della teoria neoclassica, corrispondente a quella particolare circostanza in cui le dotazioni date di risorse, tra l’altro, risultino compatibili con un saggio di profitto uniforme tra i vari settori. In un equilibrio neowalrasiano di breve periodo tale circostanza può avvenire solo per caso. Se sotto le condizioni del sistema sraffiano tale caso non si verifica, «vorrà dire che Sraffa è stato sfortunato» (Hahn 1982).

In accademia l’interpretazione di Hahn ha avuto la sua indubbia influenza, eppure è completamente sballata. Essa infatti pretende di esaminare la concezione della produzione di Sraffa nei termini neoclassici di un processo “lineare”, che parte dalle dotazioni di risorse produttive scarse, le incrocia con le rispettive domande e determina così i prezzi quali indici di scarsità delle risorse in relazione alle domande. Purtroppo per Hahn e i suoi emuli, Sraffa è irriducibilmente antagonistico rispetto a questa visione. L’opera sraffiana si colloca infatti nell’ambito alternativo del cosiddetto approccio del surplus, che fu degli economisti classici, è stato poi implicitamente ripreso da von Neumann, Leontief e altri, e trova il suo compimento epistemologico nella teoria di Marx. Situata in questo filone di ricerca, la visione della produzione contenuta in Sraffa è “circolare”: le merci sono prodotte a mezzo di merci e i prezzi sono determinati in base alle condizioni di riproduzione del sistema, per ogni dato stadio di quelli che Marx avrebbe definito lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione, vale a dire la tecnica, la distribuzione e lo sfruttamento del lavoro. In questo filone alternativo di ricerca, non vi è alcuna esigenza logica di assumere l’esistenza di dotazioni scarse di risorse, dal momento che i mezzi di produzione sono essi stessi prodotti e ricavati in modo endogeno dall’interno del sistema. E l’ipotesi di uniformità del saggio di profitto può ritenersi compatibile con l’assunzione di quantità prodotte date laddove si ritenga che queste riflettano non soltanto la composizione della produzione di merci ma anche una eguale composizione della “domanda effettuale”, sulla base del meccanismo smithiano secondo cui se la prima si adegua alla seconda allora i prezzi di mercato arrivano a coincidere con prezzi di produzione corrispondenti a saggi di profitto uniformi tra i vari settori.

I continuatori tradizionali dell’opera di Sraffa hanno ampiamente chiarito la questione, mettendo in luce gli equivoci suscitati dalle interpretazioni di Hahn e di altri economisti neoclassici (tra gli altri, cfr. Dumenil e Levy 1985; Garegnani 1990; Pasinetti 2000; Petri 2004). A tali precisazioni si può aggiungere che del tentativo di Hahn di ridurre Sraffa a “caso speciale” neoclassico si ravvisa l’assurdità anche notando che in esso si pretende di determinare “il passato in funzione del futuro” (Brancaccio 2010). Assurda, del resto, è ogni illusione di considerare irrilevante la linea di demarcazione althusseriana che sempre e nettamente separa i diversi paradigmi di ricerca scientifica (Blanchard e Brancaccio 2019).

3. Sul problema delle quantità prodotte date di Sraffa, tuttavia, Graziani ha proposto una diversa chiave di lettura. Anche l’interpretazione grazianea si situa dal lato della linea di demarcazione che spetta alla visione marxiana, vale a dire del capitalismo inteso come processo “circolare”. Graziani, però, sembra distanziarsi per più di un aspetto dalla concezione delle quantità date suggerita dagli interpreti sraffiani tradizionali. Per Graziani, non è detto che nel sistema sraffiano la composizione della produzione si adatti alla composizione della “domanda effettuale”. A suo avviso, piuttosto, Sraffa potrebbe avere omesso di analizzare il modo di determinazione delle quantità prodotte per sottolineare che quelle quantità sono frutto di una decisione autonoma da parte dei capitalisti. La scelta di considerare date la scala e la composizione del prodotto sociale potrebbe cioè costituire un modo per evidenziare che la produzione capitalistica si realizza in un contesto asimmetrico, in cui la sola classe dominante fissa a priori le quantità prodotte, determina anche la loro ripartizione e per tali vie esercita un potere sulle altre classi. Questa chiave di lettura, secondo Graziani, consentirebbe tra l’altro di ipotizzare l’esistenza di un filo di congiunzione tra l’opera principale di Sraffa e alcune tesi precedenti che lo stesso Sraffa, ispirato dal Trattato della moneta di Keynes, aveva avanzato in una recensione critica ad Hayek (Graziani 1986).

Al di là delle possibili valutazioni sulla sua correttezza filologica, l’interpretazione grazianea di Sraffa mi è sempre parsa interessante per una sua potente implicazione teorico-politica. Attribuendo alla classe capitalista un potere di decisione autonoma sulla scala, sulla composizione e quindi anche sulla ripartizione del prodotto sociale, Graziani fa piazza pulita di qualsiasi possibilità di riabilitazione del concetto neoclassico di sovranità del consumatore. In termini più radicali rispetto ai tradizionali teoremi di “non sostituzione”, la lettura grazianea espunge infatti già nelle ipotesi le preferenze individuali dal novero delle determinanti chiave del sistema. Ma non è finita qui. Assumendo che la classe dominante decida le sorti della scala, della composizione e della ripartizione sociale della produzione, Graziani sembra dubitare della possibilità di incidere su tali grandezze attraverso le rivendicazioni salariali o le pressioni sulla domanda effettiva esercitate con i consueti strumenti di politica monetaria e fiscale. Che si tratti di rimediare ai guasti del capitalismo sul versante della disoccupazione di massa, o delle disuguaglianze sociali, oppure anche della crisi ecologica, le possibilità di intervenire sulla domanda per correggere le distorsioni del processo produttivo appaiono frustrate se contrastano con le autonome decisioni della classe dominante. Così, assieme al singolo consumatore, anche il lavoratore in lotta per il salario e il politico keynesiano illuminato sembrano finire nell’oblio dei soggiogati dalla forza del capitale.

Si potrebbe sintetizzare il tutto affermando che lo Sraffa “dopo” Graziani risulta alquanto scettico sulla concreta efficacia del “riformismo”, inteso come quel complesso di prassi politiche che tentano di disciplinare la dinamica capitalistica tramite strumenti di regolazione della domanda, autorità di controllo dei mercati e incentivi di vario genere, ma che rinunciano a qualsiasi forma di governo collettivo della produzione. Uno scetticismo tanto più disturbante quanto più se ne ravvisi l’attualità.

4. L’interpretazione grazianea pone tuttavia il seguente problema teorico. Se la classe capitalista determina a priori la scala e la composizione della produzione, occorre capire sotto quali condizioni queste possano coincidere con la scala della “domanda effettiva” keynesiana e con la composizione della “domanda effettuale” smithiana. In altre parole, date le decisioni dei capitalisti sulla produzione, bisogna interrogarsi sul modo in cui si determina l’equilibrio con la domanda, sia a livello macroeconomico sia a livello di singoli settori. Una possibile risposta risiede nei movimenti dei prezzi: i prezzi monetari si allontaneranno dai livelli originariamente fissati in corrispondenza del salario monetario dato, e i prezzi relativi di mercato si allontaneranno dai prezzi di produzione corrispondenti alla condizione di uniformità dei saggi di profitto tra i vari settori.

Tali meccanismi di aggiustamento, a ben vedere, non sono affatto estranei alle indagini degli sraffiani tradizionali. Consideriamo quegli schemi di analisi, talvolta detti “di Cambridge”, che coniugano un sistema classico dei prezzi di produzione, una ipotesi classica sulla propensione al risparmio delle classi sociali e una equazione macroeconomica keynesiana (si veda, tra i tanti, Pasinetti 1962). In queste analisi, sotto l’ipotesi di un grado “normale” di utilizzo della capacità produttiva e per ogni data quantità di mezzi di produzione disponibili, le decisioni autonome della classe capitalista sul volume degli investimenti determinano movimenti dei prezzi tali da generare l’unico saggio di profitto compatibile con l’equilibrio macroeconomico, e così finiscono anche per fissare la distribuzione del prodotto tra le classi. Un risultato, si badi, anche questo refrattario a eventuali pressioni provenienti dai salari o dalla spesa pubblica. Certo, si potrebbe obiettare che esiste anche uno sraffismo che rifiuta le rigidità tipiche dell’ipotesi di utilizzo “normale” della capacità e che insiste sulla possibilità che il salario reale si ponga come variabile indipendente del sistema (tra gli altri, cfr. Garegnani 1992). Ma queste specificazioni non consentono certo di affermare che gli schemi “di Cambridge” siano estranei alla tradizione di ricerca ispirata da Sraffa.

Quanto al problema dell’adeguamento tra composizione della produzione e composizione della domanda, e la conseguente coincidenza tra prezzi di mercato e prezzi di produzione calcolati in condizioni di uniformità dei saggi di profitto, gli sraffiani tradizionali non hanno mai negato che tale adeguamento richiede un assetto istituzionale favorevole a quella che i classici definivano “free competition”. Se gli ostacoli alla mobilità dei capitali da un settore all’altro, le barriere all’entrata, il potere di mercato delle imprese in ciascun settore, e così via, sono tali da pregiudicare la “free competition”, l’adeguamento non si compie e i prezzi di mercato tendono verso prezzi di produzione caratterizzati da saggi di profitto diversificati e non più uniformi tra i settori (si veda, ad es., Kurz e Salvadori 1995).

Beninteso, tra questi detours sraffiani e l’interpretazione grazianea le differenze non mancano. Per Graziani, il problema dell’adeguamento delle domande “effettiva” ed “effettuale” alle decisioni di produzione della classe dominante non sembra riducibile a mere specificazioni sul grado normale o meno di utilizzo della capacità o sulla prossimità o meno a quella free competition che assicura l’uniformità dei saggi di profitto. Nell’ottica grazianea, la questione delle quantità prodotte date si pone piuttosto come un segno generale del comando capitalistico sulla produzione. Un comando che Graziani ravvisa non soltanto nel controllo diretto della forza lavoro, ma anche nell’accesso privilegiato alla finanza di cui gode la classe capitalista. Il processo capitalistico “circolare” va cioè inteso come un “circuito monetario”, che parte dalla misura della disponibilità del capitale bancario a finanziare le decisioni di produzione (Graziani 1996, 2003).

5. Eppure, a ben vedere, tali differenze non sono sufficienti per giustificare una diaspora. Si può infatti dimostrare che l’interpretazione sraffiana tradizionale e la lettura grazianea possono essere racchiuse in un comune schema logico integrato, dove tutti gli elementi dell’una e dell’altra diventano specificazioni particolari del processo circolare che in generale caratterizza l’accumulazione capitalistica. Come ho cercato di mostrare qualche anno fa, in un medesimo schema di “teoria monetaria della produzione capitalistica” possono esser fatti rientrare tutti i casi delle diverse interpretazioni del sistema dei prezzi di Sraffa e delle sue possibili connessioni con l’analisi macroeconomica. In questo schema integrato, è infatti possibile analizzare le circostanze dell’uniformità dei saggi di profitto o delle deviazioni da essa, dell’utilizzo normale o delle deviazioni da esso, del salario reale determinato dall’equilibrio macroeconomico in base al movimento dei prezzi monetari o del salario reale come variabile indipendente, e così via. Tale schema generale non soltanto propone una possibile lettura condivisa di Sraffa, ma rende esplicita la circolazione dei flussi reali e finanziari e i connessi rapporti tra prezzi relativi e monetari, sui quali di solito la letteratura in tema lascia molti punti in sospeso. Infine, sul piano della storia dell’analisi, tale schema consente di tradurre in specificazioni matematiche persino le contrapposizioni filologiche tra due diverse declinazioni macroeconomiche della questione, intesa nei termini della “continuità” o della “rottura” fra il Trattato e la Teoria generale di Keynes (Brancaccio 2005; tra le varie possibili applicazioni dello schema a specifici temi di teoria e politica economica, cfr. Brancaccio e Fontana 2016; Brancaccio e Suppa 2018; Brancaccio e Buonaguidi 2019).

Aderendo alla logica di questo schema e rielaborando il concetto fecondo di analisi “pre-istituzionale” (Pasinetti 1993; Koopmans 1975), si può dunque arrivare ad affermare che le interpretazioni tradizionale e grazianea di Sraffa non descrivono altro che specifiche declinazioni istituzionali del processo capitalistico. In termini matematici, si può parlare di un medesimo sistema di equazioni che opera come uno “stereogramma” generale, che assume diverse configurazioni istituzionali a seconda delle diverse scelte delle variabili esogene e delle diverse soluzioni che ne conseguono. In quest’ottica, la lettura di Graziani non è logicamente antagonistica ma può esser vista come un complemento dell’interpretazione sraffiana tradizionale.

Se si concorda su questo punto, non resta allora che porre un interrogativo scientifico: quale specifica declinazione istituzionale del capitalismo prevale in ciascun momento storico? In particolare, quale prevale oggi? Da questo punto di vista, ad esempio, si potrebbe scoprire che l’interpretazione sraffiana tradizionale descrive meglio le istituzioni capitalistiche della guerra fredda, quando il potere della classe dominante era mitigato da conflitti, compromessi, e dalla continua minaccia di un’alternativa socialista. Mentre la specificazione istituzionale di Graziani, che insiste molto sui vincoli posti dalle autonome decisioni di produzione della classe dominante, può trovare evidenze favorevoli nell’epoca attuale, in cui la minaccia del “grande altro” è venuta meno, i compromessi sono finiti e si intensifica la tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani (sulla tendenza in oggetto, cfr. Brancaccio, Giammetti, Lopreite, Puliga 2018; in tema, cfr. anche Acemoglu e Brancaccio 2021). Con l’avanzare della centralizzazione, in particolare, il problema grazianeo del comando capitalistico sulla produzione potrebbe imporsi, diventare “strutturale”, restringendo così il campo di soluzioni dello schema. Così, dialetticamente, l’incedere della storia di volta in volta trasforma i connotati dello stereogramma.

6. Non sempre Graziani ha condiviso i miei percorsi di ricerca. Più di tutto, temeva che in accademia avrei pagato la smania di estendere troppo il campo di interessi. Una volta mi disse che avrebbe introdotto con molto piacere il mio primo libro se non fosse stato per alcuni miei voli pindarci su Alexandra Kollontaj, rispetto ai quali sembrava avvertire una disagevole distanza (se non un cortese, silenzioso dissenso). Amava troppo la libertà di pensiero per provare a suggerirmi di rimuovere quei cenni alla scabrosa rivoluzionaria comunista, né ovviamente tentai di persuaderlo a scrivere comunque la prefazione. Su una cosa, tuttavia, egli tenne sempre a comunicarmi il suo appoggio e più volte mi esortò ad andare avanti. Era proprio lo schema di teoria monetaria della produzione capitalistica, con il quale provavo a ricomporre alcune vecchie diaspore a mio avviso ormai prive di ragion d’essere.

Il mio primo articolo sullo schema di teoria monetaria della produzione capitalistica conseguì il premio Bresciani Turroni dell’AISPE nel 2004 e venne pubblicato sul Pensiero economico italiano nel 2005. Intorno a quella mia proposta di superamento della diaspora si formò un certo interesse tra i gruppi di ricerca coinvolti, da cui scaturirono alcune iniziative seminariali. La più rilevante fu quella in cui Graziani venne invitato dal Centro Sraffa a discutere di circuito monetario. Al termine della sua relazione, si aprì il dibattito. Alcuni colleghi presenti si soffermarono su qualche dettaglio tecnico, come il fatto che nella originaria lettura grazianea del circuito si poneva il problema dell’impossibilità del rimborso del debito delle imprese verso le banche a meno di immaginare che i lavoratori consumassero tutto il salario, e in ogni caso restava in sospeso il problema del pagamento degli interessi. Quando venne il mio turno, spiegai che questi aspetti erano già stati risolti nel mio schema, escludendo l’assunzione inverosimile di perfetta sincronia tra i flussi di finanziamento e dimostrando così che la logica grazianea del circuito monetario restava in piedi senza bisogno di assumere l’intero consumo dei salari, gli interessi zero, o altre ipotesi eroiche. Una volta chiariti tali dettagli mi soffermai su una questione più generale, che reputo tuttora cruciale. Sostenni che la combinazione di Sraffa e Keynes suggerita dalle interpretazioni tradizionali costituiva la base irrinunciabile per una emancipazione dai modi abituali di pensiero e di espressione del marginalismo neoclassico. Tuttavia, aggiunsi che bisognava anche sottrarre le interpretazioni di Sraffa e Keynes – e noi tutti con esse – dal rischio di attribuire eccessiva enfasi ai progressi sociali che sarebbero potuti derivare dalle sole rivendicazioni salariali o dal mero governo della domanda effettiva. Occorreva in tal senso domandarsi perché dal filone interpretativo ispirato a una sintesi sraffiana e keynesiana fossero scaturite varie riflessioni implicitamente ottimistiche sulle lotte per la riforma del capitalismo, e poche analisi approfondite sul confronto tra il mercato capitalistico e l’alternativa radicale della pianificazione collettiva. Questa asimmetria di contributi in tema non era semplicemente un segno del tempo politico. Secondo me aveva anche una precisa causa teorica. Al riguardo, dissi che la dimostrazione che i prezzi di produzione capitalistici possono essere ricavati da una posizione di “lungo periodo” in cui sussiste disoccupazione da carenza di “domanda effettiva” keynesiana, era certo un valido motivo per invocare riforme atte a regolare la scala assoluta del sistema. Ma aggiunsi che la tesi implicita in quella dimostrazione, di un adeguamento della composizione della produzione alla composizione della “domanda effettuale” smithiana fino al raggiungimento dell’uniformità dei tassi di profitto, rischiava di dare un’idea dei meccanismi di allocazione del capitalismo rispettosa del principio di sovranità del consumatore, e soprattutto ben funzionante. Un’idea sbagliata. Ammettere deviazioni “strutturali” da quell’adeguamento, allora, avrebbe potuto mettere meglio in luce i malfunzionamenti del sistema. Sarebbe da ciò emersa una visione del comando capitalistico più dura e più realistica, che avrebbe reso lampante l’esigenza di tornare a discutere di alternative politiche più radicali, in grado di limitare o addirittura neutralizzare quel comando. L’interpretazione di Graziani, che insisteva sulle decisioni autonome della classe capitalista sulla scala e sulla composizione del prodotto sociale, poteva forse contribuire in tal senso.

Con l’elegante malizia intellettuale che sempre accompagnava ogni sua riflessione, Graziani ravvisò nella mia ricostruzione uno “Sraffa rivoluzionario”, alquanto scettico sulle possibilità del gradualismo riformista e fautore invece di una prospettiva di piano. Condivise la lettura, come speravo. Non potevo invece prevedere la reazione di Garegnani, che fu tutt’altro che negativa. Qualche tempo dopo mi trovai a riparlarne con lui, che calorosamente mi invitò al suo tavolo in una cena istituzionale a Trento. Al termine di una intensa conversazione sui rapporti fra teoria, riforma e rivoluzione, Garegnani propose a Meri Luci di rendermi partecipe dei suoi studi sul calo della produttività del lavoro in Unione sovietica, una delle varie questioni irrisolte nella storia della pianificazione socialista.

Graziani non c’è più, e con lui molti altri protagonisti di quella fase, che fu così formativa per me e per i giovani eretici della nuova generazione. Dal genio di quegli studiosi eccezionali, tuttavia, si potrebbe oggi trarre linfa per provare a riaprire, con pazienza e determinazione, il fronte principale di lotta teorica e politica. È la lotta ispirata dal grande problema dei guasti strutturali del capitalismo, dei limiti del riformismo nelle sue varie declinazioni, e delle possibilità del piano collettivo come alternativa generale di sistema (Brancaccio e Veronese Passarella 2021). Un problema che resta ancora lì, in attesa di soluzione, come un’ombra possente sospesa sulla storia.

Note

1) Articolo scritto per il sito www.augustograziani.com. Ringrazio Roberto Ciccone e Marcello Messori per aver letto e commentato, da posizioni teoriche opposte, una versione preliminare di questo scritto. I loro rilievi critici e i loro suggerimenti hanno contribuito a individuare gli snodi principali dei problemi esaminati e ad affinare l’esposizione. Ogni responsabilità per quanto qui riportato è esclusivamente dell’autore.

Bibliografia

Acemoglu, D., Brancaccio, E. (2021). Deregulation, concentrazione del potere, crisi democratica. Un dibattito tra Daron Acemoglu e Emiliano Brancaccio, Fondazione Feltrinelli, 1 giugno. v=S6h96XaXdkA&t=2s.

Blanchard, O., Brancaccio, E. (2019). Crisis and Revolution in Economic Theory and Policy: a Debate. Review of Political Economy. Volume 31 (2).

Brancaccio, E. (2005). Un modello di teoria monetaria della produzione capitalistica. Il Pensiero Economico Italiano, XIII/1.

Brancaccio, E. (2010). On the impossibility of reducing the ‘Surplus Approach’ to a Neo-Classical ‘Special Case’: A criticism of Hahn in a Solowian context. Review of Political Economy, 22, 3.

Brancaccio, E., Buonaguidi D. (2019). Stock Market Volatility Tests: A Classical-Keynesian Alternative to Mainstream Interpretations, International Journal of Political Economy, 48(3).

Brancaccio, E., Fontana, G. (2016). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, 40 (4).

Brancaccio, E., Giammetti, R., Lopreite, M., Puliga, M. (2018). Centralization of capital and financial crisis: a global network analysis of corporate control. Structural Change and Economic Dynamics, Volume 45, June.

Brancaccio, E., Suppa, D. (2018). The “Solvency Rule” of the Central Banker in a Monetary Scheme of Reproduction, Bulletin of Political Economy, 1-2, pp. 77-98.

Brancaccio, E., Veronese Passarella, M. (2021). Catastrophe or revolution. Submitted.

Dumenil G., Levy D. (1985), The classicals and the neoclassicals: a rejoinder to Frank Hahn, in Cambridge Journal of Economics, 9.

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Graziani, A. (1986). La visione del processo capitalistico secondo Piero Sraffa. In Belofiore R. (a cura di). Tra teoria economica e grande cultura europea: Piero Sraffa. Franco Angeli, Milano.

Graziani, A. (1996). La teoria del circuito monetario. Jaca Book, Milano.

Graziani, A. (2003), The Monetary Theory of Production, Cambridge: Cambridge University Press.

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Koopmans, T. C. (1975). Concepts of Optimality and Their Uses, Nobel lecture.

Kurz, H. and Salvadori, N. (1995), Theory of Production, Cambridge (UK): Cambridge University Press.

Pasinetti, L. (1962). Rate of profit and Income Distribution in Relation to the Rate of Economic Growth. Review of Economic Studies, 29 (4).

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Pasinetti, L. (2000). Critique of the neoclassical theory of growth and distribution. Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review, 53.

Petri, F. (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Cheltenham: Edward Elgar.

Sraffa, P. (1960). Produzione di merci a mezzo di merci, Torino, Einaudi.


Fonte

13/06/2020

Graziani. La statua del boia fascista va rimossa: è una vergogna nazionale

Consigli di viaggio. Se vi capita di andare a Budapest, meravigliosa città imperiale, decaduta e fané, oggi ostaggio delle truppe di Orban, ma sempre un posto straordinario, prendetevi qualche ora per visitare lo Statue Park (qualche chilometro a sud della città). Lì – brutta periferia industriale – tra il 1989 e il 1990 vennero deportate decine di statue che abbellivano (?) il centro di Budapest, statue in onore del realismo socialista, immensi catafalchi in bronzo che gli ungheresi, almeno dalla repressione del 1956, odiavano ferocemente come emblemi dell’oppressione sovietica. All’ingresso del parco, vedrete due immensi stivali: erano quelli di Stalin e della sua gigantesca statua che sorgeva un tempo nel centro di Budapest e che venne abbattuta tra grida, funi, e feste di popolo, proprio nel ’56. Ecco: sono rimasti gli stivali, che è quello che tutti si augurano dei tiranni.

Mi scuso per la deriva Tripadvisor che ha preso questa rubrichina, ma il fatto è che qualche giorno fa, a Bristol (Gran Bretagna) i manifestanti antirazzisti hanno abbattuto e buttato nel fiume (plop!) la statua di Edward Colston, responsabile della deportazione (traduco: rastrellamento, rapimento e vendita) di 800.000 schiavi alla fine del 1600. Il sindaco della città di Bristol ha in qualche modo approvato (è nero di origini giamaicane), e anche la scritta comparsa a Londra sotto il monumento a Churchill (“Era un razzista”) non è proprio campata per aria (chiedere agli indiani).

L’argomento è controverso ma facilmente riassumibile: bisogna prendere a picconate il passato, i suoi simboli, le celebrazioni monumentali di infami ingiustizie? Tutto il mondo applaudì convinto all’abbattimento della statua di Saddam a Baghdad, per esempio, e nessuno ebbe nulla da dire quando si fece saltare la svastica in cima ai principali edifici tedeschi dopo il ‘45. Strabiliante invece che al Foro Italico in Roma campeggi ancora, sul grande obelisco bianco, la scritta “Mussolini”.

Potremmo cavarcela così: lasciamo questa faccenda agli storici e alle folle incazzate. Nessuno pretende di abbattere le piramidi perché furono costruite a frustate dagli schiavi, ma qualche opera di decenza distruttiva, converrebbe tenercela cara, e magari imitarla.

Per fare un esempio da cui si potrebbe cominciare subito, meriterebbe qualche candelotto ben piazzato il mausoleo del generale Graziani, che sorge ad Affile dal 2012, per iniziativa del sindaco Ercole Viri (tutt’ora in carica nonostante le condanne per apologia di fascismo). Il mausoleo è un orribile manufatto, brutto architettonicamente e ripugnante per quel che rappresenta. Sopra c’è scritto “Patria e onore”, dove l’onore del generale Graziani è noto: un boia senza pari, che usava armi chimiche, che aveva per soprannome “macellaio del Fezzan”, che si macchiò di efferati crimini di guerra prima da viceré d’Etiopia e poi da comandante delle forze armate della Repubblica di Salò. Per dirla con linguaggio accademico, un vero pezzo di merda o, se preferite gli eufemismi, un assassino della peggior specie.

Il monumento, dunque, non è a Graziani, ma alla vergogna di uno Stato (l’Italia) capace di celebrare i peggiori delinquenti, e non in antica epoca storica, ma ai giorni d’oggi. Ecco. Ad Affile non c’è il fiume, e il monumento a Graziani non potrà fare la fine subacquea della statua dello schiavista Colston, peccato. Ma a tutto c’è un rimedio e, dal piccone alla dinamite, c’è anche la tecnologia per porre fine a una vergogna nazionale.

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25/06/2019

Mini-Bot per uscire dall’euro? Quante sciocchezze…

Emiliano Brancaccio and Mauro Gallegati, “Tools exist for a transition towards a new currency”, Financial Times, 21 June 2019.

Sul Financial Times abbiamo pubblicato un breve intervento in cui mettiamo in evidenza i limiti della discussione in corso su “mini-Bot” e altre valute di “transizione” ritenute funzionali all’eventuale abbandono della moneta unica. Il nostro commento sviluppa alcune intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro.

Per gli opinionisti e per i componenti della maggioranza e dell’opposizione che nel nostro paese si sono lanciati in improvvidi pareri sull’ipotesi di una “moneta di transizione”, riportiamo qui sotto anche una versione in italiano del nostro contributo. Buona lettura. E.B. e M.G.

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Una “moneta di transizione” per uscire dall’euro? Un falso problema

Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica.

Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.

In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”.

Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.

Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra.

L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costretto ad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).

Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari.

Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.

Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)

English version published by the Financial Times

Fonte

10/01/2014

Graziani: il rigore della critica al pensiero dominante

Il manifesto, 7 gennaio 2014

di Emiliano Brancaccio


Augusto Graziani è morto l’altro ieri, a Napoli, pochi mesi dopo le celebrazioni per i suoi ottant’anni. Scompare così il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante. Nell’opera di ricerca, così come nella didattica e nella divulgazione, Graziani ha incarnato una miscela per certi versi unica di rigore intellettuale, potenza dialettica e delicatezza espressiva. Una figura minuta, quasi a simboleggiare la fragilità della condizione umana, che manifestava una sincera empatia verso chiunque fosse soggiogato dalla durezza della vita materiale, ma che al contempo racchiudeva lo spirito di un temuto combattente, capace con pochi affondi di rivelare l’insipienza dei protervi strilloni della vulgata economica che avevano la sventura di incrociare le sue affilate armi critiche. Quello stesso spirito tuttavia sembrò pure obbligarlo a un voto di perenne sobrietà: un velo di rigoroso understatement, sempre lì a celare la sua grandezza. Nell’epoca della mediocrità alla ribalta lo si potrebbe definire un uomo d’altri tempi. Appellativo condivisibile, purché ci si riferisca non solo al passato ma anche e soprattutto al futuro. In più occasioni, infatti, Graziani ha saputo anticipare il corso degli eventi storici. Attualissimi, in questo senso, sono i suoi studi sulle contraddizioni tra sviluppo economico italiano e ristrutturazione del capitalismo continentale, che oggi dominano la scena politica e sollevano dubbi crescenti sulla sopravvivenza dell’Unione monetaria europea.  

Nel 2002, a Napoli, nell’aula Vanvitelliana della facoltà di Scienze politiche, Graziani tenne una lezione sull’euro appena entrato in circolazione. I colleghi ad ascoltarlo vennero numerosi. La sensazione era che i più lo onorassero senza esser minimamente persuasi dal suo scetticismo sulla sostenibilità futura dell’eurozona. Sarebbe ingeneroso criticarli, col senno di poi. Dopotutto la grancassa dell’ideologia in quei giorni operava a pieno ritmo, seducendo persino le menti più brillanti e avvezze alla critica. Graziani peraltro è sempre parso alquanto refrattario alle opere di seduzione ideologica. I suoi dubbi sulla moneta unica, ben saldati sul terreno dei fatti, non si limitavano a trarre spunto dalla nota lezione keynesiana sulla insostenibilità di quelle unioni valutarie che pretendono di scaricare l’intero peso dei riequilibri commerciali sui soli paesi debitori. Vi era pure, nella sua analisi, una lettura implicita del concetto marxiano di centralizzazione dei capitali, e dei tremendi conflitti politici che possono derivare da essa. Il pessimismo di Graziani era dunque fondato su una consapevolezza profonda dell’equilibrio precario su cui verteva il processo di unificazione europea, e del rischio che prima o poi la situazione potesse precipitare sotto il giogo di meccanismi favorevoli all’economia più forte del continente. Veniva così a crearsi uno scenario propizio per la riscoperta del sinistro monito di Thomas Mann sull’essenza dello spirito prevalente in Germania: “Dove l’orgoglio dell’intelletto si accoppia all’arcaismo dell’anima e alla costrizione, interviene il demonio”.

Nel clima di entusiasmo suscitato dalla nascita dell’euro, tuttavia, le preoccupazioni di Graziani non attecchirono. Nel nostro paese, piuttosto, trovò largo seguito l’improbabile ideologia del “vincolo esterno”. I suoi propugnatori sostenevano che i vincoli imposti dall’Europa sul governo della moneta, del tasso di cambio, dei bilanci pubblici, non costituivano la dimostrazione che l’Unione andava costituendosi a immagine e somiglianza degli interessi del più forte, ossia del capitalismo tedesco. Piuttosto, si diceva, quei vincoli avrebbero miracolosamente trasformato i piccoli ranocchi dello stagnante e frammentato capitalismo italiano in algidi principi della modernità globale, in vere e proprie avanguardie della produzione planetaria. Insomma, modernizzare il capitalismo italiano, renderlo più centralizzato e quindi più forte: alcuni padri della patria hanno incredibilmente sostenuto che il vincolo esterno imposto dall’Europa potesse spontaneamente fare tutto questo, sia pure in un deserto di progettualità e di investimenti. In tanti furono abbagliati da simili illusioni. Di contro, in un articolo pubblicato sempre nel 2002 sulla International Review of Applied Economics, Graziani fu tra i pochi a segnalare che il vincolo esterno avrebbe potuto determinare un effetto esattamente opposto a quello annunciato. Egli cioè previde che i capitalisti italiani avrebbero tentato di rimediare alla perdita delle ultime leve della politica economica tramite una ulteriore frammentazione dei processi produttivi, finalizzata a reiterare il lassismo in campo fiscale e contributivo e ad accelerare la precarizzazione del lavoro. Fino a scoprire, nella crisi, che questi rozzi tentativi di contrazione dei costi non potevano reggere a lungo.

Oggi sappiamo che le cose sono andate come Graziani aveva previsto. Sappiamo pure che, proseguendo di questo passo, l’inasprirsi dei conflitti tra capitalismi europei potrà condurre a un tracollo dell’Unione che porrà i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro, ognuna delle quali avrà diverse implicazioni sui diversi gruppi sociali coinvolti. I contributi di Graziani, fondati su una visione moderna delle contrapposizioni tra e dentro le classi sociali, potranno aiutarci anche ad afferrare i termini di quello snodo decisivo che pian piano affiora all’orizzonte. Purtroppo, specialmente tra gli eredi più o meno diretti del movimento dei lavoratori, vi è oggi ancora chi preferisce distogliere lo sguardo da questa realistica prospettiva, e continua ad affidarsi alle sempre più flebili speranze di rilancio dei nobili ideali europeisti. Eppure in tempi più illuminati del nostro è stato detto acutamente che l’invito a sperare è in fondo un invito a ignorare. Chi conosce non spera ma prevede, e se le condizioni oggettive e la metodica organizzazione delle forze lo permettono, si dispone ad agire per il cambiamento. Credo che la vita intellettuale di Augusto Graziani abbia ben rappresentato questo saggio modus operandi.

Emiliano Brancaccio

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Brancaccio mi lascia sempre a bocca aperta. E' uomo di spessore davvero fuori dal comune.

06/05/2013

Augusto Graziani: la scienza moderna delle classi sociali

il manifesto, 4 maggio 2013

L’economista Augusto Graziani compie oggi ottant’anni. Un’occasione per riscoprire la modernità di un metodo di ricerca basato sull’analisi degli antagonismi tra e dentro le classi sociali. Un metodo che ha permesso a Graziani di anticipare gli snodi della attuale crisi europea.

di Emiliano Brancaccio

Augusto Graziani celebra oggi il suo ottantesimo compleanno. Nato a Napoli nel 1933, esponente di punta delle scuole italiane di pensiero economico critico, già senatore e accademico dei Lincei, nell’arco di quasi mezzo secolo di pubblicazioni Graziani si è cimentato con successo nella infaticabile opera di tessitura di una sottile trama logica, in grado di tenere coerentemente assieme ricerca teorica pura, didattica e divulgazione. Per questa sua missione gramsciana, riuscita a pochi altri ed oggi considerata impossibile dalla stragrande maggioranza degli economisti, Graziani ha saputo farsi apprezzare non solo da studenti e colleghi ma anche da un più ampio pubblico di estimatori, tra cui i lettori dei suoi editoriali pubblicati sul manifesto e su varie altre testate nazionali.

Come molti economisti della sua generazione, Graziani ha in più occasioni partecipato al dibattito sulla critica della teoria neoclassica dominante. La sua posizione sull’argomento è apparsa fin dall’inizio peculiare. A suo avviso, la sfida per la costruzione di un paradigma economico alternativo dovrebbe riguardare in primo luogo il metodo. La teoria neoclassica poggia sull’individualismo metodologico, un criterio di analisi della società che può essere rozzamente sintetizzato nella massima thatcheriana secondo cui la società non esiste, ed esistono solo uomini, donne e famiglie. Questa chiave di lettura della realtà asseconda il senso comune, ma proprio per questo pregiudica ogni possibilità di comprensione dei reali meccanismi di funzionamento del capitalismo, all’interno del quale i singoli individui contano solo in quanto componenti di gruppi, coalizioni, e classi sociali. Per Graziani, dunque, l’edificazione di una teoria del capitalismo scientificamente valida richiede in primo luogo il recupero e l’aggiornamento di un metodo di ricerca basato sullo studio degli antagonismi tra gruppi di interesse, e in ultima istanza tra le classi: vale a dire, quel metodo che era tipico degli economisti classici e di Marx, che lo stesso Keynes adoperò in molti suoi scritti, e che per lungo tempo è rimasto sommerso e dimenticato sotto il peso dell’approccio individualistico prevalente.

In epoche dominate dall’illusione del monadismo o da rigurgiti di ipocrisia interclassista, la scelta epistemologica di Graziani è stata senza dubbio scomoda, e ha rischiato più volte di condurlo all’emarginazione. Basti ricordare la critica che sull’Unità egli rivolse al modo in cui Achille Occhetto stava gestendo la nascita del PDS: un tentativo abborracciato di rappresentare indistintamente le classi e le culture politiche, evitando precisi riferimenti alla tutela degli interessi dei lavoratori subordinati (una critica lungimirante, che a fortiori potrebbe essere rivolta ai contenitori politici del tempo presente). Da un punto di vista strettamente scientifico, tuttavia, è interessante notare che quella scelta di metodo è stata in un certo senso premonitrice. Negli ultimi anni, infatti, gli studi sui conflitti tra gruppi sociali hanno fatto breccia tra le mura della stessa teoria dominante. Basti pensare a Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, i cui modelli macroeconomici non si basano sul comportamento dei singoli individui ma partono direttamente dall’analisi di aggregati sociali come i sindacati dei lavoratori e le grandi imprese dotate di potere di mercato. Tra l’approccio critico di Graziani e l’approccio prevalente di Blanchard resta però una differenza sostanziale. Per Blanchard l’esistenza di tali aggregati sociali rappresenta una “imperfezione” del mercato che, se rimossa, consentirebbe di ottenere un migliore impiego delle risorse produttive: ridurre il potere del sindacato, ad esempio, consentirebbe di comprimere i salari monetari e i prezzi e di aumentare quindi la domanda di merci, la produzione e l’occupazione. Per Graziani, invece, l’antagonismo tra gruppi sociali non costituisce una “imperfezione” ma rappresenta un fattore immanente al modo di produzione capitalistico. La lotta di classe c’è, insomma, anche qualora non ve ne sia più coscienza. Persino quando il sindacato viene ridotto a brandelli essa continua a produrre effetti, ad esempio cancellando gli ultimi scampoli di tutele legali dei singoli lavoratori. La conseguenza ultima è al limite un aumento dei profitti per occupato, non un aumento del numero complessivo di occupati. Del resto, ad avviso di Graziani non è certo liberando il capitale dai lacci e lacciuoli della legge che si può raggiungere l’agognato obiettivo di una piena e stabile occupazione dei lavoratori. Lo schiacciamento dei salari e dei diritti, infatti, non favorisce in quanto tale la domanda di merci e quindi non implica un aumento delle assunzioni. Per raggiungere il pieno impiego occorre in realtà una ben diversa azione collettiva, antagonistica rispetto alle logiche del capitale. A partire, afferma Graziani, da una estensione dell’intervento dello stato alla diretta gestione di alcuni processi produttivi, ben oltre la mera erogazione di spesa pubblica.

Una rinnovata analisi di classe non si presta tuttavia soltanto a esaminare il tipico conflitto tra capitale e lavoro. Essa consente anche di gettare uno sguardo smaliziato sugli antagonismi interni a ciascuna classe sociale, come quelli tra capitali grandi e capitali più piccoli, che possono poi sfociare in conflitti economici tra nazioni avanzate e nazioni meno sviluppate. Seguendo questo metodo Graziani ha scritto pagine illuminanti sulla storia economica e politica dell’Italia, e sul tema controverso della integrazione europea. Un aspetto cruciale della questione verte sulle trasformazioni dell’industria italiana avvenute nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Il declino della grande industria privata e pubblica, la privatizzazione e la vendita di interi settori produttivi a gruppi stranieri, e la proliferazione di imprese di piccole dimensioni assai più disinvolte nella gestione della forza-lavoro, anziché accrescere l’efficienza dell’economia nazionale hanno di fatto provocato un suo progressivo indebolimento rispetto ai principali competitori esteri, in primis la Germania. Graziani indaga a fondo su queste divergenze, anticipando per molti versi il concetto di “mezzogiornificazione” europea coniato da Krugman: vale a dire, un dualismo che da caso speciale confinato ai rapporti tra Nord e Sud dell’Italia, diventa sintomatico degli antagonismi tra paesi centrali e paesi periferici di tutta l’Unione europea. Oltretutto, contrariamente alle opinioni prevalenti, la nascita della moneta unica europea non ha contribuito a ridurre tali divergenze ma ha finito per accentuarle. Una prova è fornita dalla persistenza di un’inflazione più alta in Italia e negli altri paesi periferici  rispetto alla Germania e ai suoi satelliti. La fragilità del tessuto produttivo italiano, unita a una aggressiva politica di contenimento dei salari tedeschi, allargano la forbice tra i prezzi dei due paesi. L’adozione di una moneta comune impedisce di attenuare il divario tramite la svalutazione del cambio. L’implicazione è che l’Italia e gli altri paesi deboli sono destinati a importare troppo e ad accumulare disavanzi verso l’estero. Ci si trova così di fronte al dilemma dei nostri giorni. Nella totale evanescenza di iniziative per una riforma atta al ribilanciamento dei rapporti interni all’Unione, le opzioni sono soltanto due: o i paesi periferici frenano la tendenza a importare attraverso continue politiche di austerità, oppure la deflagrazione dell’euro diventa una possibilità concreta.

L’eventualità di un tracollo dell’euro, evocata da Graziani nei mesi in cui l’entusiasmo verso la moneta comune era alle stelle, suscitava il bonario scetticismo di numerosi colleghi. In un convegno tenutosi a Napoli nel 2003, Alberto Quadrio Curzio ed altri non nascosero una certa sorpresa di fronte all’insistenza con cui Graziani accennava al rischio di una disgregazione dell’Unione monetaria. Di fronte a tanto stupore Graziani replicò con un aneddoto malizioso. Egli invitò i colleghi a prelevare dai portafogli una banconota in euro, e li esortò a notare un dettaglio intrigante: il numero di serie di ogni biglietto reca chiaramente l’indicazione della singola nazione emittente (la lettera S vale per l’Italia, la X per la Germania, la U per la Spagna, la Y per la Grecia, e così via). Quindi fece notare che le ragioni di questa notazione non sono mai state chiarite dalla Banca centrale europea: «Può trattarsi di una semplice procedura tecnica; oppure, come alcuni sospettano, potrebbe trattarsi di una misura precauzionale, nel senso che, se un giorno l’Unione monetaria europea dovesse sciogliersi, si potrebbe stabilire con precisione l’origine di ogni biglietto e quindi l’obbligo di riconversione gravante su ciascuno dei paesi». Capitò così di vedere studenti e professori trarre un po’ goffamente le banconote dalle tasche. In un misto di incredulità e preoccupazione, tutti esaminarono i numeri di serie. Graziani aveva ragione: i biglietti sono formalmente attribuiti alla Bce, ma chiunque può agevolmente distinguere tra euro emessi dalla Banca d’Italia ed euro emessi dalla Bundesbank o dalla Banque de France. Fu una piccola rivelazione, la scoperta di un microscopico bug nell’algoritmo apparentemente irreversibile dell’Unione. Graziani osservò la platea con occhi più sottili del solito. Fu l’unico segnale lanciato dal suo corpo minuto, da sempre votato al più rigoroso understatement. Ricordando oggi quello sguardo, è inevitabile chiedersi se sia stato ancora una volta capace di intravedere il futuro.

Emiliano Brancaccio

Tra i contributi analitici di Augusto Graziani particolare rilievo assumono i saggi dedicati alla teoria monetaria: tra questi, spicca The monetary theory of production (Cambridge University Press 2003) e, a un livello più elementare, La teoria del circuito monetario (Jaca Book 1996). I manuali di Graziani vengono considerati dei casi esemplari di chiarezza espositiva e completezza del dibattito tra scuole di pensiero: Macroeconomia e Prezzi e distribuzione (Edizioni scientifiche italiane, 1992 e 1993). Sulla storia politica ed economica italiana, resta illuminante Lo sviluppo dell’economia italiana (Bollati Boringhieri, 2° ed. 2000). Una raccolta di articoli divulgativi e di saggi brevi è riportata in I conti senza l’oste (Bollati Boringhieri 1997). Le prospettive della moneta unica europea sono esaminate in “La politica monetaria della Banca centrale europea” (Rivista italiana degli economisti, Supplemento al n. 1/2004). Una bibliografia degli scritti di Graziani è contenuta in The monetary theory of production. Tradition and perspectives (Palgrave Macmillan 2005; a cura di G. Fontana e R. Realfonzo).

Articolo pubblicato sul manifesto del 4 maggio 2013, con il titolo “La limpida rotta di un economista critico”. La riproduzione è consentita citando la fonte.

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