di Mauro Gallegati – il manifesto 04/09/2019
Ormai è comune leggere che – oltre al debito pubblico – la malattia economica dell’Italia sia la bassa produttività. Questa non ha nulla a che fare con l’efficienza della produrre essendo misurata come rapporto tra il valore aggiunto (il prezzo moltiplicato per la quantità) e la quantità di lavoro – a rigore il costo di questo – impiegato nella produzione. Per aumentare la produttività esistono quindi due vie: produzioni avanzate o nuovi beni e servizi (che hanno prezzi più elevati) e/o ridurre il costo del lavoro. La prima misura è senz’altro più costosa: occorre inventare nuovi prodotti, investire in ricerca risorse che solo uno Stato può permettersi di mobilitare. L’altra via, almeno per le singole imprese, non ha costi diretti immediati sebbene – riducendo la domanda aggregata – diviene costosa per il sistema paese poiché aumenta la disoccupazione, la spesa delle famiglie e quindi, in un periodo più lungo, intacca i profitti delle imprese stesse.
È da 22 anni che da noi si insiste con la seconda via, con provvedimenti sul lavoro. Il mercato del lavoro in Italia è stato oggetto di riforme continue di ispirazione liberista che, identificando la riduzione del costo – soprattutto del salario – con la flessibilità, hanno finito per rendere precaria la vita lavorativa, annullare gli aumenti salariali e ridurre i diritti dei lavoratori, senza aver prodotto effetti apprezzabili sulla disoccupazione che oggi – secondo le statistiche ufficiali – è grossomodo quella di allora. Se misurata in modo appropriato – ad esempio contando per metà gli occupati part-time non per loro scelta e misurando nella forza lavoro anche gli scoraggiati di breve periodo – la disoccupazione è più vicina al 20% che al 10. L’onda liberista colpì anche la sinistra di governo, artefice delle prime riforme e favorevole al “fiscal compact” che ha ispirato lo sciagurato provvedimento del pareggio di bilancio introdotto come modifica costituzionale dal Governo Monti nel 2012.
Il problema dell’occupazione in Italia non è che il mercato del lavoro sia troppo rigido, quanto piuttosto che non ci sono nuovi lavori – per aumentare i quali occorrerebbe superare il modello di sviluppo degli anni '70 fatto di produzioni tradizionali e punte di eccellenza, a basso valore aggiunto, ora non più in grado di essere concorrenziali coi paesi di recente globalizzazione. Così se Lombardia, Veneto ed Emilia sono saltati sul carro giusto, il Sud è rimasto indietro ed ad esso si stanno avvicinando quelle regioni – come Marche ed Umbria – dell’area Nord Est Centro che non sono in grado di trasformare i vecchi distretti industriali. In anni in cui non c’è più relazione tra aumento dell’occupazione e del PIL, quando ormai è evidente che l’ambiente è stato sacrificato in cambio della crescita, e le disuguaglianze mettono a rischio i sistemi democratici e la vita stessa del pianeta, siamo chiamati ad un cambio di rotta, a proporre una alternativa.
E la sinistra deve farlo. Come? È ormai chiaro che dobbiamo investire in ricerca e sviluppo in produzioni meta-sostenibili e ad usare intelligenza artificiale e robot per vivere meglio – pagandoci le pensioni ed un reddito di base – e che i salari correnti – fermi agli anni Novanta – sono troppo bassi per avere una domanda interna sufficiente a produrre un livello adeguato di occupati. L’idea che la deflazione salariale sia efficace nell’aumentare l’occupazione è una idea alquanto farlocca di secoli fa, quando non si era ancora individuato il nesso tra domanda aggregata ed occupazione. Ora è chiaro che gli unici prodotti della deflazione salariale sono il fenomeno dei working poor, ormai un lavoratore su dieci lo è oggi in Italia, la precarizzazione del lavoro – e di conseguenza una pensione da fame – ed una nuova ondata di migrazione, soprattutto giovanile, che sopravanza quella che pare così tanto preoccuparci.
In un contesto simile occorre progettare il futuro per saperlo gestire: uno shock fiscale – a maggior ragione una flat tax – non serve che a peggiorare la distribuzione e a mettere a rischio il già nostro miserrimo welfare. Una società sempre più dematerializzata, dove l’industria è desinata a scomparire*, e la rivoluzione AI cambierà modalità e natura del lavoro, ci attende. Come gestire la trasformazione è la questione a cui siamo chiamati.
Fonte
* Magari sarebbe meglio dire che è destinata a trasformarsi... visto che i campioni in innovazione di oggi, Cina in testa, di industria ne hanno a profusione e ben solida.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2019
25/06/2019
Mini-Bot per uscire dall’euro? Quante sciocchezze…
Emiliano Brancaccio and Mauro Gallegati, “Tools exist for a transition towards a new currency”, Financial Times, 21 June 2019.
Sul Financial Times abbiamo pubblicato un breve intervento in cui mettiamo in evidenza i limiti della discussione in corso su “mini-Bot” e altre valute di “transizione” ritenute funzionali all’eventuale abbandono della moneta unica. Il nostro commento sviluppa alcune intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro.
Per gli opinionisti e per i componenti della maggioranza e dell’opposizione che nel nostro paese si sono lanciati in improvvidi pareri sull’ipotesi di una “moneta di transizione”, riportiamo qui sotto anche una versione in italiano del nostro contributo. Buona lettura. E.B. e M.G.
Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica.
Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.
In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”.
Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.
Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra.
L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costretto ad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).
Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari.
Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.
Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)
English version published by the Financial Times
Fonte
Sul Financial Times abbiamo pubblicato un breve intervento in cui mettiamo in evidenza i limiti della discussione in corso su “mini-Bot” e altre valute di “transizione” ritenute funzionali all’eventuale abbandono della moneta unica. Il nostro commento sviluppa alcune intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro.
Per gli opinionisti e per i componenti della maggioranza e dell’opposizione che nel nostro paese si sono lanciati in improvvidi pareri sull’ipotesi di una “moneta di transizione”, riportiamo qui sotto anche una versione in italiano del nostro contributo. Buona lettura. E.B. e M.G.
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Una “moneta di transizione” per uscire dall’euro? Un falso problema
Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica.
Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.
In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”.
Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.
Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra.
L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costretto ad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).
Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari.
Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.
Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)
English version published by the Financial Times
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02/07/2015
Referendum in Grecia: le responsabilità dei "creditori"
L’Espresso online, 29 giugno 2015
Le istituzioni europee, il governo tedesco e i suoi alleati (Italia inclusa) hanno tirato la corda, avanzando una proposta ancor più stringente e sbilanciata a favore dei ceti ricchi.
Il fallimento della trattativa sul debito greco è stato causato soprattutto dal comportamento dei cosiddetti “creditori”, vale a dire le istituzioni europee, il Fondo monetario internazionale, il governo tedesco e i suoi principali alleati. Tra il 2010 e il 2014 i governi greci hanno applicato le ricette della Troika. La pressione fiscale è cresciuta di 5 punti percentuali rispetto al Pil, la spesa pubblica è diminuita di un quarto e i salari monetari sono caduti di 20 punti percentuali. Le conseguenze di questa politica sono state disastrose: la domanda, la produzione, l’occupazione e i redditi dei greci hanno fatto registrare un crollo senza precedenti in tempi di pace, il miglioramento del saldo estero è dipeso quasi esclusivamente dalla caduta delle importazioni e il rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale è aumentato di 30 punti. L’applicazione della dottrina dell’austerity, dunque, ha affossato l’economia greca molto più di quanto le tolemaiche istituzioni europee e il FMI avessero previsto e non ha affatto contribuito a risanare i conti, come anni di evidenza empirica avevano dimostrato. Ciononostante, Alexis Tispras si era impegnato, pochi giorni fa, a restringere ulteriormente il disavanzo di bilancio pubblico e a ridurre la spesa per le pensioni. Svariati economisti avevano sollevato dubbi sulla sua bozza d’intesa, ritenendola in sostanziale continuità con la perniciosa logica dell’austerity e potenzialmente in grado di dar luogo a una nuova recessione. Promuovendola, Tispras oltretutto era ben consapevole di rischiare una frattura interna al suo partito e una perdita di consenso in Parlamento. Eppure le istituzioni europee, il FMI e il governo tedesco non hanno esitato a tirare ancora un po’ la corda: hanno respinto la proposta del governo greco e ne hanno avanzata un’altra, ancor più stringente e sbilanciata a favore dei ceti più ricchi del paese. A quel punto Tsipras ha ritenuto necessario dare nuovamente la parola agli elettori, rispondendo con l’indizione di un referendum. Alla luce di questa sequenza, se il 5 luglio il popolo greco respingerà la bozza dei “creditori”, le conseguenze saranno di fatto imputabili soprattutto a questi ultimi.
Dal lato dei “creditori” bisogna purtroppo annoverare anche il governo italiano. Al di là delle dichiarazioni di prammatica, la sostanza delle cose è che Matteo Renzi ha scelto di sedersi dalla loro parte. Pare che la giustificazione sia stata che l’Italia è creditrice netta verso la Grecia. Vero, ma a Palazzo Chigi sembrano dimenticare che il nostro paese è soprattutto debitore netto verso il resto dell’Europa e del mondo. Una visione più lungimirante avrebbe suggerito maggior sostegno alle posizioni dei greci.
Quali saranno le implicazioni del fallimento della trattativa sul debito greco? Noi non reputiamo plausibile la tesi di Francesco Giavazzi, secondo cui un default della Grecia e un’eventuale uscita del paese dall’euro costituirebbero un caso marginale e isolabile. La ricerca economica sulle crisi dei regimi di cambio mostra che eventi del genere tendono a propagarsi anche ad altri paesi, mettendo in discussione l’impianto generale degli accordi valutari. Certo, si può obiettare che l’Unione monetaria europea è dotata di un’architettura molto più robusta di un semplice regime valutario. In effetti, dopo il contestato spostamento del debito greco dalle banche private alle casse pubbliche degli stati membri e grazie agli interventi della Bce, può anche darsi che a breve termine l’eurozona riesca ad arginare l’effetto contagio di un default e di una eventuale uscita della Grecia dall’euro. Ma in prospettiva una Grexit minerebbe alla base la credibilità dell’Unione. In ambito politico l’opzione di uscita perderebbe il crisma dell’indicibile tabù e sui mercati finanziari comincerebbe a diffondersi l’opinione che la “promessa” di Draghi, secondo cui l’azione della Bce sarebbe stata sufficiente per salvare l’euro, in realtà costituiva un bluff. La letteratura economica evidenzia che non appena l’abbandono di un accordo valutario entri nel novero delle possibilità concrete dei decisori politici, la pressione degli speculatori può farsi insostenibile, soprattutto se la banca centrale è vincolata nel suo mandato e frenata da crescenti dispute interne. Come è il caso della Bce.
L’idea che la crisi della Grecia rappresenti un fenomeno circoscritto non trova dunque riscontri adeguati. Piuttosto, gli ultimi sviluppi della contesa tra Atene e Bruxelles sembrano avvalorare le previsioni del “monito degli economisti” pubblicato il 23 settembre 2013 sul Financial Times. In esso scrivevamo che proseguendo con le politiche di austerità e affidando il riequilibrio alla flessibilità del lavoro e alla connessa deflazione dei salari, “il destino dell’euro sarà segnato”. La moneta unica europea, almeno per come la conosciamo oggi, risulterà a lungo andare insostenibile, e lo stesso mercato unico europeo potrebbe subire ripercussioni. Se così davvero andasse, prendersela con la piccola Grecia sarebbe semplicemente patetico: un maldestro tentativo dei “creditori” di nascondere le loro responsabilità storiche.
Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati
Fonte
Le istituzioni europee, il governo tedesco e i suoi alleati (Italia inclusa) hanno tirato la corda, avanzando una proposta ancor più stringente e sbilanciata a favore dei ceti ricchi.
Il fallimento della trattativa sul debito greco è stato causato soprattutto dal comportamento dei cosiddetti “creditori”, vale a dire le istituzioni europee, il Fondo monetario internazionale, il governo tedesco e i suoi principali alleati. Tra il 2010 e il 2014 i governi greci hanno applicato le ricette della Troika. La pressione fiscale è cresciuta di 5 punti percentuali rispetto al Pil, la spesa pubblica è diminuita di un quarto e i salari monetari sono caduti di 20 punti percentuali. Le conseguenze di questa politica sono state disastrose: la domanda, la produzione, l’occupazione e i redditi dei greci hanno fatto registrare un crollo senza precedenti in tempi di pace, il miglioramento del saldo estero è dipeso quasi esclusivamente dalla caduta delle importazioni e il rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale è aumentato di 30 punti. L’applicazione della dottrina dell’austerity, dunque, ha affossato l’economia greca molto più di quanto le tolemaiche istituzioni europee e il FMI avessero previsto e non ha affatto contribuito a risanare i conti, come anni di evidenza empirica avevano dimostrato. Ciononostante, Alexis Tispras si era impegnato, pochi giorni fa, a restringere ulteriormente il disavanzo di bilancio pubblico e a ridurre la spesa per le pensioni. Svariati economisti avevano sollevato dubbi sulla sua bozza d’intesa, ritenendola in sostanziale continuità con la perniciosa logica dell’austerity e potenzialmente in grado di dar luogo a una nuova recessione. Promuovendola, Tispras oltretutto era ben consapevole di rischiare una frattura interna al suo partito e una perdita di consenso in Parlamento. Eppure le istituzioni europee, il FMI e il governo tedesco non hanno esitato a tirare ancora un po’ la corda: hanno respinto la proposta del governo greco e ne hanno avanzata un’altra, ancor più stringente e sbilanciata a favore dei ceti più ricchi del paese. A quel punto Tsipras ha ritenuto necessario dare nuovamente la parola agli elettori, rispondendo con l’indizione di un referendum. Alla luce di questa sequenza, se il 5 luglio il popolo greco respingerà la bozza dei “creditori”, le conseguenze saranno di fatto imputabili soprattutto a questi ultimi.
Dal lato dei “creditori” bisogna purtroppo annoverare anche il governo italiano. Al di là delle dichiarazioni di prammatica, la sostanza delle cose è che Matteo Renzi ha scelto di sedersi dalla loro parte. Pare che la giustificazione sia stata che l’Italia è creditrice netta verso la Grecia. Vero, ma a Palazzo Chigi sembrano dimenticare che il nostro paese è soprattutto debitore netto verso il resto dell’Europa e del mondo. Una visione più lungimirante avrebbe suggerito maggior sostegno alle posizioni dei greci.
Quali saranno le implicazioni del fallimento della trattativa sul debito greco? Noi non reputiamo plausibile la tesi di Francesco Giavazzi, secondo cui un default della Grecia e un’eventuale uscita del paese dall’euro costituirebbero un caso marginale e isolabile. La ricerca economica sulle crisi dei regimi di cambio mostra che eventi del genere tendono a propagarsi anche ad altri paesi, mettendo in discussione l’impianto generale degli accordi valutari. Certo, si può obiettare che l’Unione monetaria europea è dotata di un’architettura molto più robusta di un semplice regime valutario. In effetti, dopo il contestato spostamento del debito greco dalle banche private alle casse pubbliche degli stati membri e grazie agli interventi della Bce, può anche darsi che a breve termine l’eurozona riesca ad arginare l’effetto contagio di un default e di una eventuale uscita della Grecia dall’euro. Ma in prospettiva una Grexit minerebbe alla base la credibilità dell’Unione. In ambito politico l’opzione di uscita perderebbe il crisma dell’indicibile tabù e sui mercati finanziari comincerebbe a diffondersi l’opinione che la “promessa” di Draghi, secondo cui l’azione della Bce sarebbe stata sufficiente per salvare l’euro, in realtà costituiva un bluff. La letteratura economica evidenzia che non appena l’abbandono di un accordo valutario entri nel novero delle possibilità concrete dei decisori politici, la pressione degli speculatori può farsi insostenibile, soprattutto se la banca centrale è vincolata nel suo mandato e frenata da crescenti dispute interne. Come è il caso della Bce.
L’idea che la crisi della Grecia rappresenti un fenomeno circoscritto non trova dunque riscontri adeguati. Piuttosto, gli ultimi sviluppi della contesa tra Atene e Bruxelles sembrano avvalorare le previsioni del “monito degli economisti” pubblicato il 23 settembre 2013 sul Financial Times. In esso scrivevamo che proseguendo con le politiche di austerità e affidando il riequilibrio alla flessibilità del lavoro e alla connessa deflazione dei salari, “il destino dell’euro sarà segnato”. La moneta unica europea, almeno per come la conosciamo oggi, risulterà a lungo andare insostenibile, e lo stesso mercato unico europeo potrebbe subire ripercussioni. Se così davvero andasse, prendersela con la piccola Grecia sarebbe semplicemente patetico: un maldestro tentativo dei “creditori” di nascondere le loro responsabilità storiche.
Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati
Fonte
14/03/2013
Mauro Gallegati, il futuro del dibattito economico in Italia passa da qui
Fino a pochi giorni fa assolutamente
sconosciuto ai più, l'economista Mauro Gallegati è velocemente assunto
agli onori delle cronache. Eppure si tratta di un docente di
Macroeconomia all'Università delle Marche, studi a Stanford e
collaboratore del premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz. Ma
soprattutto di un amico di lunga data di Beppe Grillo e suo consigliere
economico. Influente fino a sostituire Loretta Napoleoni, che a suo
tempo è stata contattata dal comune di Parma per le politiche
economiche, che pure è economista che nel Movimento 5 Stelle è letta e
commentata.
La vittoria elettorale del 24-25 febbraio ha accelerato i tempi dell'impegno politico di Gallegati a fianco di Grillo. Ecco qui una intervista al Corriere della Sera dell'economista dell'Università delle Marche.
La vittoria elettorale del 24-25 febbraio ha accelerato i tempi dell'impegno politico di Gallegati a fianco di Grillo. Ecco qui una intervista al Corriere della Sera dell'economista dell'Università delle Marche.
Da
segnalare anche il commento positivo dell'economista critico Emiliano
Brancaccio a lungo vicino a Rifondazione. Brancaccio pur non
condividendo l'ottimismo di Gallegati sulla tenuta della zona euro
(mentre per noi non sono condivisibili quelle sulle politiche aziendali)
parla dell'economista dell'università marchigiana come di una notizia
"confortante e positiva per il futuro del paese"
L'articolo
di Brancaccio non merita lettura solo a causa della informazioni
sull'analisi macroecomica di Gallegati, da solo ed assieme a Stiglitz.
Ma anche per gli scenari economici e politici che apre sulla trattativa
possibile con la Germania per il futuro dell'eurozona. Comunque la si
veda Gallegati va quindi seguito, come consulente economico della prima
forza politica del paese, per comprendere l'evoluzione dei dibattiti
politici del prossimo periodo.
redazione
10 marzo 2013
Dal pochissimo che ho letto, questo Gallegati sembra un personaggio realmente interessante. Un discreto asso nella manica di Grillo, varrà la pena verificare il suo apporto in seno alla politica economica proposta dal Movimento 5 Stelle.
07/03/2013
In camera caritatis. Una nota su Mauro Gallegati
Se il Movimento Cinque Stelle decidesse di strutturare il proprio
programma di politica economica sulla base dei contributi del Professor
Mauro Gallegati e del gruppo di studiosi da lui coordinato sarebbe una
notizia positiva e confortante per il futuro del paese.
Mauro Gallegati è uno dei più autorevoli esponenti italiani della Nuova Macroeconomia Keynesiana. Con Domenico Delli Gatti ha pubblicato contributi altamente innovativi in vari settori di frontiera dell’analisi macroeconomica, come ad esempio gli studi sulle interazioni sociali tra agenti economici eterogenei. Ha inoltre pubblicato diversi articoli con il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra i quali spiccano alcuni recenti contributi dedicati ai nessi tra crescita delle disuguaglianze sociali e crisi economica. Gallegati può essere insomma annoverato tra gli studiosi italiani che sono riusciti a collocarsi nel gotha della migliore analisi economica “mainstream”. Al tempo stesso, egli ha anche più volte manifestato interesse nei confronti delle teorie economiche cosiddette “critiche”, come dimostrano i suoi studi dedicati, tra gli altri, al post-keynesiano Hyman Minsky [1].
Personalmente non mi sento di condividere l’attuale posizione del Prof. Gallegati riguardo al futuro della zona euro. Gallegati ha di fatto ridimensionato la rilevanza delle critiche che Beppe Grillo ha più volte espresso nei confronti dell’euro, e ha negato che il M5S possa orientarsi verso una strategia di uscita dall’eurozona [2].
Gallegati tuttavia conosce a menadito la lezione di Keynes: egli sa benissimo che la pretesa delle autorità di politica economica europea di correggere gli squilibri tra paesi creditori e paesi debitori costringendo questi ultimi ad adottare misure pesantemente deflazionistiche e recessive si sta rivelando un colossale fallimento [3]. Proseguendo di questo passo l’Unione monetaria europea sarà preda di un gigantesco “gioco non cooperativo”, che finirà presto o tardi per portarci a una messa in discussione della moneta unica e forse, in potenza, a una revisione del mercato unico europeo. Certo, vi è chi si augura che i segnali politici provenienti dall’Italia e dalle altre periferie dell’eurozona possano disporre le autorità tedesche e comunitarie a un abbandono della linea deflazionista e a una svolta negli indirizzi di politica economica. Ma le notizie più recenti sembrano dirci l’esatto contrario: in Germania la dottrina di Jurgen Stark e degli altri falchi della Bundesbank pare avere ormai irrimediabilmente contagiato i vertici della stessa SPD. Se questo scenario tenderà a perdurare e a rafforzarsi, non ci sarà alcuna speranza: l’euro si rivelerà uno zombie, un morto che cammina.
Gallegati conosce bene i rischi del gioco non cooperativo che va profilandosi. Egli sa pure che lo stesso Stiglitz ha più volte espresso l’opinione che, a date condizioni, una opzione di uscita dall’euro dell’Italia e degli altri paesi periferici potrebbe esser considerata razionale: per il premio Nobel, l’uscita dall’euro “non sarebbe la fine del mondo” [4]. La mia modesta opinione è che forse una simile eventualità andrebbe meglio esaminata in termini di rapporti conflittuali tra gruppi sociali antagonisti, e quindi bisognerebbe valutare le diverse ricadute su di essi a seconda delle diverse possibili strategie di uscita, di “destra” oppure di “sinistra”. Ad ogni modo, e al di là della tesi di chi scrive, è innegabile che Stiglitz coltivi una posizione meno pessimistica di Gallegati in merito all’eventualità di abbandono della moneta unica.
Se dunque Gallegati ritiene si possa dare ancora una chance alle prospettive di riforma dell’eurozona, spero possa convenire sul fatto che tale chance può diventare concreta solo se il futuro governo dell’Italia si presenterà ai tavoli delle trattative europee non soltanto con una precisa proposta di ridefinizione dei trattati concordata con la Francia e con gli altri paesi periferici dell’Unione, ma anche con un esplicito “piano B” nella ipotesi che le autorità tedesche risultassero ancora una volta ostili all’abbandono dell’attuale linea deflazionista.
In questi mesi sono state avanzate varie proposte di revisione dei trattati in grado di dare nuove speranze al futuro dell’eurozona. Alcune di queste indicazioni sono state anche pubblicate in documenti ufficiali dei partiti progressisti europei [5]. Tuttavia, c’è motivo di ritenere che nessuna di queste iniziative possa avere una possibilità di successo se non viene accompagnata, ai tavoli delle trattative, da un “piano B”, una exit strategy in caso di ennesimo fallimento dei negoziati. Ad avviso di chi scrive, l’unica opzione che potrebbe indurre le autorità tedesche a rivedere le proprie posizioni consiste nel chiarire che se queste decideranno di abbandonare la moneta unica al proprio destino c’è il rischio che venga poi messa in discussione anche la piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci sancita dal mercato unico europeo. I proprietari tedeschi, infatti, ormai mettono in conto i costi di una crisi dell’euro, mentre temono ancora fortemente l’ipotesi di una revisione degli accordi di libero scambio [6]. Fargli capire che si tratta di una ipotesi plausibile potrebbe rivelarsi l’ultima carta da giocare per il salvataggio dell’Unione. La speranza è che, dall’alto della sua autorevolezza, il Professor Gallegati induca i nostri rappresentanti politici ad avviare una discussione al riguardo. Almeno in camera caritatis.
[1] Si vedano i contributi di Mauro Gallegati su Ideas. Sul nesso tra disuguaglianze e crisi economica, si veda Delli Gatti, Gallegati, Greenwald, Russo, Stiglitz (2012). Tra i contributi in italiano, segnalo Delli Gatti, D., Gallegati, M. (a cura di) (2005).Eterogeneità degli agenti economici e interazione sociale: teorie e verifiche empriche, Il Mulino, Bologna. Tra le ricerche atte a favorire un dialogo tra Nuova Macroeconomia Keynesiana e teoria “critica”, cfr. ad esempio Delli Gatti, D., Gallegati, M. (1991). Informazione asimmetrica, accumulazione del debito e ciclo economico, in Kregel, J. (a cura di). Nuove interpretazioni dell’analisi monetaria di Keynes, Il Mulino, Bologna.
[2] Bagnoli, R. (2013). Intervista a Mauro Gallegati: il Prof. che spiega l’economia secondo Grillo. Corriere della Sera, 28 febbraio.
[3] Brancaccio, E., Fontana, G. (2013). Italian memo to policy makers: time to change course?, Financial Times, 27 February.
[4] Fayner, E. (2012). Joseph Stiglitz: “la fin de l’euro ne serait pas la fin du monde”, Le Nouvel Observateur, 13 sept.
[5] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a “European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1. La proposta di “standard salariale europeo” è stata inserita nel Contributo del Partito Democratico al Programma nazionale di riforma 2012 ed è stata discussa in sede FEPS in occasione della conferenza di investitura di Hollande all’avvio della campagna per le Presidenziali in Francia.
[6] Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Milano, Il Saggiatore.
Fonte
Mauro Gallegati è uno dei più autorevoli esponenti italiani della Nuova Macroeconomia Keynesiana. Con Domenico Delli Gatti ha pubblicato contributi altamente innovativi in vari settori di frontiera dell’analisi macroeconomica, come ad esempio gli studi sulle interazioni sociali tra agenti economici eterogenei. Ha inoltre pubblicato diversi articoli con il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra i quali spiccano alcuni recenti contributi dedicati ai nessi tra crescita delle disuguaglianze sociali e crisi economica. Gallegati può essere insomma annoverato tra gli studiosi italiani che sono riusciti a collocarsi nel gotha della migliore analisi economica “mainstream”. Al tempo stesso, egli ha anche più volte manifestato interesse nei confronti delle teorie economiche cosiddette “critiche”, come dimostrano i suoi studi dedicati, tra gli altri, al post-keynesiano Hyman Minsky [1].
Personalmente non mi sento di condividere l’attuale posizione del Prof. Gallegati riguardo al futuro della zona euro. Gallegati ha di fatto ridimensionato la rilevanza delle critiche che Beppe Grillo ha più volte espresso nei confronti dell’euro, e ha negato che il M5S possa orientarsi verso una strategia di uscita dall’eurozona [2].
Gallegati tuttavia conosce a menadito la lezione di Keynes: egli sa benissimo che la pretesa delle autorità di politica economica europea di correggere gli squilibri tra paesi creditori e paesi debitori costringendo questi ultimi ad adottare misure pesantemente deflazionistiche e recessive si sta rivelando un colossale fallimento [3]. Proseguendo di questo passo l’Unione monetaria europea sarà preda di un gigantesco “gioco non cooperativo”, che finirà presto o tardi per portarci a una messa in discussione della moneta unica e forse, in potenza, a una revisione del mercato unico europeo. Certo, vi è chi si augura che i segnali politici provenienti dall’Italia e dalle altre periferie dell’eurozona possano disporre le autorità tedesche e comunitarie a un abbandono della linea deflazionista e a una svolta negli indirizzi di politica economica. Ma le notizie più recenti sembrano dirci l’esatto contrario: in Germania la dottrina di Jurgen Stark e degli altri falchi della Bundesbank pare avere ormai irrimediabilmente contagiato i vertici della stessa SPD. Se questo scenario tenderà a perdurare e a rafforzarsi, non ci sarà alcuna speranza: l’euro si rivelerà uno zombie, un morto che cammina.
Gallegati conosce bene i rischi del gioco non cooperativo che va profilandosi. Egli sa pure che lo stesso Stiglitz ha più volte espresso l’opinione che, a date condizioni, una opzione di uscita dall’euro dell’Italia e degli altri paesi periferici potrebbe esser considerata razionale: per il premio Nobel, l’uscita dall’euro “non sarebbe la fine del mondo” [4]. La mia modesta opinione è che forse una simile eventualità andrebbe meglio esaminata in termini di rapporti conflittuali tra gruppi sociali antagonisti, e quindi bisognerebbe valutare le diverse ricadute su di essi a seconda delle diverse possibili strategie di uscita, di “destra” oppure di “sinistra”. Ad ogni modo, e al di là della tesi di chi scrive, è innegabile che Stiglitz coltivi una posizione meno pessimistica di Gallegati in merito all’eventualità di abbandono della moneta unica.
Se dunque Gallegati ritiene si possa dare ancora una chance alle prospettive di riforma dell’eurozona, spero possa convenire sul fatto che tale chance può diventare concreta solo se il futuro governo dell’Italia si presenterà ai tavoli delle trattative europee non soltanto con una precisa proposta di ridefinizione dei trattati concordata con la Francia e con gli altri paesi periferici dell’Unione, ma anche con un esplicito “piano B” nella ipotesi che le autorità tedesche risultassero ancora una volta ostili all’abbandono dell’attuale linea deflazionista.
In questi mesi sono state avanzate varie proposte di revisione dei trattati in grado di dare nuove speranze al futuro dell’eurozona. Alcune di queste indicazioni sono state anche pubblicate in documenti ufficiali dei partiti progressisti europei [5]. Tuttavia, c’è motivo di ritenere che nessuna di queste iniziative possa avere una possibilità di successo se non viene accompagnata, ai tavoli delle trattative, da un “piano B”, una exit strategy in caso di ennesimo fallimento dei negoziati. Ad avviso di chi scrive, l’unica opzione che potrebbe indurre le autorità tedesche a rivedere le proprie posizioni consiste nel chiarire che se queste decideranno di abbandonare la moneta unica al proprio destino c’è il rischio che venga poi messa in discussione anche la piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci sancita dal mercato unico europeo. I proprietari tedeschi, infatti, ormai mettono in conto i costi di una crisi dell’euro, mentre temono ancora fortemente l’ipotesi di una revisione degli accordi di libero scambio [6]. Fargli capire che si tratta di una ipotesi plausibile potrebbe rivelarsi l’ultima carta da giocare per il salvataggio dell’Unione. La speranza è che, dall’alto della sua autorevolezza, il Professor Gallegati induca i nostri rappresentanti politici ad avviare una discussione al riguardo. Almeno in camera caritatis.
Emiliano Brancaccio
[1] Si vedano i contributi di Mauro Gallegati su Ideas. Sul nesso tra disuguaglianze e crisi economica, si veda Delli Gatti, Gallegati, Greenwald, Russo, Stiglitz (2012). Tra i contributi in italiano, segnalo Delli Gatti, D., Gallegati, M. (a cura di) (2005).Eterogeneità degli agenti economici e interazione sociale: teorie e verifiche empriche, Il Mulino, Bologna. Tra le ricerche atte a favorire un dialogo tra Nuova Macroeconomia Keynesiana e teoria “critica”, cfr. ad esempio Delli Gatti, D., Gallegati, M. (1991). Informazione asimmetrica, accumulazione del debito e ciclo economico, in Kregel, J. (a cura di). Nuove interpretazioni dell’analisi monetaria di Keynes, Il Mulino, Bologna.
[2] Bagnoli, R. (2013). Intervista a Mauro Gallegati: il Prof. che spiega l’economia secondo Grillo. Corriere della Sera, 28 febbraio.
[3] Brancaccio, E., Fontana, G. (2013). Italian memo to policy makers: time to change course?, Financial Times, 27 February.
[4] Fayner, E. (2012). Joseph Stiglitz: “la fin de l’euro ne serait pas la fin du monde”, Le Nouvel Observateur, 13 sept.
[5] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a “European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1. La proposta di “standard salariale europeo” è stata inserita nel Contributo del Partito Democratico al Programma nazionale di riforma 2012 ed è stata discussa in sede FEPS in occasione della conferenza di investitura di Hollande all’avvio della campagna per le Presidenziali in Francia.
[6] Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Milano, Il Saggiatore.
Fonte
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