Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

IA: la bolla e lo spillo

È passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare).

I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due studiosi di primo piano, il sospetto che la “bolla” dell’IA sia in un condizione molto più che critica. Se ne è accorto ormai anche Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria. Non siamo al “si salvi chi può”, ma i cigni neri svolazzano da tutte le parti... 

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Lo scorso dicembre abbiamo realizzato uno studio dedicato all’ecosistema IA statunitense e alle elevate quotazioni raggiunte dai relativi titoli azionari (1).

Queste le nostre conclusioni di allora:

  1. Le attuali quotazioni di borsa delle big tech Usa non sono del tutto giustificate dai fondamentali economici: il P/E ratio delle principali aziende statunitensi di alta tecnologia, infatti, sconta aspettative molto ottimistiche sugli utili futuri, come un orizzonte di medio termine.
  2. Un ridimensionamento delle quotazioni è altamente probabile. Un primo scenario possibile vede una forte correzione dei prezzi di borsa limitata ad alcuni titoli, senza un’ampia generalizzazione. Non è però da escludere un secondo scenario, caratterizzato da effetti di contagio sull’intero spettro delle aziende del settore high tech.
  3. Anche le imprese driver del cambiamento tecnologico sono a rischio. Diversi precedenti storici dimostrano, infatti, come sia possibile andare incontro a pesanti correzioni al ribasso delle quotazioni di mercato anche nel caso di imprese protagoniste di una rivoluzione tecnologica.
  4. La rendita da monopolio tecnologico delle big tech Usa è minacciata dalla concorrenza globale. La Cina, in particolare, è dotata di un sistema di imprese innovatrici abbastanza vasto e avanzato da poter, in prospettiva, intaccare la rendita odierna delle grandi società tecnologiche statunitensi.

A poco più di un semestre di distanza torniamo a valutare i trend sintetizzati nei quattro punti, al fine di verificare se essi siano stati confermati o smentiti dagli sviluppi successivi, e di individuare l’eventuale emergere di nuove macrotendenze.

Punti 1-2: quotazioni e utili


Come si evince dalla tabella, i titoli azionari delle big tech statunitensi hanno registrato correzioni al
ribasso anche molto marcate rispetto ai loro picchi di valutazione. Anche i P/E Ratio – pur restando
mediamente elevati – hanno registrato significativi ribassi.

La positiva dinamica dei profitti ha a lungo evitato che il settore andasse incontro a una correzione, ma crescono le perplessità degli investitori in termini prospettici. Si assiste in effetti a un sostanziale consolidamento delle criticità a suo tempo da noi individuate.

Circolarità profitti-finanziamenti

A luglio il WSJ ha fatto trapelare la notizia di un accordo in fase di elaborazione tra OpenAI e Nvidia, in base al quale l’azienda di Jensen Huang si impegnerebbe a fornire fino a 250 miliardi di garanzia per l’investimento di Open AI in un datacenter da 10 GW in Ohio (2). È questo un pattern ormai ben noto al settore: aziende impegnate nello sviluppo di modelli IA come OpenAI comprano cloud e capacità computazionale da imprese quali Oracle e CoreWeave; Oracle e CoreWeave comprano GPU Nvidia; Nvidia investe o garantisce clienti e partner; OpenAI riceve o concede esposizioni azionarie a fornitori come Nvidia e AMD.

Insufficienza dei fondi propri

Il consensus degli analisti attorno alla sostenibilità dei capex degli hyperscaler appare in fase di ricalibrazione: se in un primo momento equity e free cash flow sembravano sufficienti a garantire la realizzazione dei progetti di investimento, diverse analisi oggi sottolineano una significativa sottostima dei costi, con pesanti conseguenze sul lato dei profitti. Secondo un numero crescente di analisti, infatti, i free cash flow dovrebbero scendere in territorio negativo – a livello aggregato degli hyperscaler – già nel 2026, tornando sopra lo zero solo nel 2028.
Coerentemente con questa dinamica, cresce il ricorso al debito: nel 2025 – riporta Reuters – le emissioni di bond corporate dei cinque maggiori hyperscaler hanno raggiunto i 121 miliardi, contro una media annua di 28 tra 2020 e 2024 (3). Non solo: secondo gli analisti di Goldman Sachs, queste cifre lieviteranno ulteriormente fino a 250 miliardi (+107%) nell’anno corrente e a 400 (+60%) nel 2027 (4).

Il rischio che alcune delle aziende coinvolte non riescano ad onorare i propri impegni appare così sempre più concreto, come evidente dall’aumento dei costi di assicurazione contro il loro default.
Punto 3: le aziende driver del cambiamento tecnologico

I ritracciamenti dei titoli azionari dell’ecosistema IA Usa negli ultimi mesi hanno interessato anche quelle società che, a prima vista, non potranno che beneficiare dei programmi di spesa degli hyperscaler. Tra queste in primis Nvidia, le cui azioni hanno raggiunto un picco il 14 maggio a 236,54 $, per poi scendere fino a quota 200 al 31 luglio (-15%).
La stessa dinamica ribassista ha coinvolto anche l’indice Kospi coreano, centrale per il mercato globale di chip e semiconduttori. Nonostante l’irrinunciabilità di questi prodotti, di cui Samsung Electronics e SK Hynix sono tra i maggiori produttori mondiali, dopo alcuni mesi di straordinaria crescita l’indice ha perso circa il 40% del proprio valore, ed è tutt’oggi di oltre il 30% al di sotto del picco del 22 giugno.

Punto 4: la concorrenza internazionale

Con il rilascio di Deepseek-R1 a gennaio dello scorso anno la Cina aveva già dimostrato di poter competere con gli Usa nella corsa all’IA. Ciò che negli ultimi mesi ha lasciato stupiti analisti e investitori è la rapidità con cui le imprese cinesi stanno realizzando progressi significativi, tanto sul lato tecnologico quanto su quello commerciale.

Lato tecnologico

Il 28 luglio 2026 Reuters ha riportato la notizia che la Cina sarebbe pronta a produrre in massa macchine litografiche DUV (Deep Ultraviolet) sviluppate in autonomo (5). Ciò avvicina notevolmente il Paese, in prospettiva, alla piena autonomia dalle forniture occidentali – in primis dell’olandese ASML – di macchine per la produzione di microchip.

Sempre a luglio, poi, la cinese Moonshot AI ha rilasciato il proprio modello Kimi-K3. Le prestazioni di quest’ultimo – anche a giudizio di analisti indipendenti ed esterni alla Cina – sono vicine a quelle dei modelli di frontiera statunitensi e difficilmente possono essere state ottenute tramite “distillazione” da modelli di matrice Usa (6). In quanto open-weight, inoltre, Kimi-K3 offre indubbi vantaggi in termini di contenimento dei costi e trasparenza nell’utilizzo.

Lato commerciale

I progressi realizzati sul piano strettamente tecnico – uniti alla perdurante scelta strategica di mantenersi entro un paradigma di innovazione open-source o open weight – sembra stiano dando frutti sul piano commerciale. Si pensi, per esempio, all’utilizzo dei token (unità di testo elaborata dal modello) su una piattaforma ampiamente utilizzata da aziende e programmatori come OpenRouter: negli ultimi mesi oltre il 50% dei token utilizzati sulla piattaforma era da ricondursi a modelli cinesi, contro una percentuale trascurabile ancora a gennaio 2025.

Ciò, non significa che la Cina sia giunta a detenere la fetta più grande del mercato IA globale, ma è un chiaro segno di come tali modelli siano ormai pienamente capaci di fare concorrenza a quelli statunitensi.
Un’ulteriore conferma si ricava dal settore dei semiconduttori. Apple, per esempio, ha recentemente aperto trattative con la cinese CXMT, produttrice di microchip per la memoria nei dispositivi digitali (7). Quest’ultima è stata recentemente protagonista di un’IPO da record sulla borsa di Shanghai, con un rialzo del 466% il primo giorno di quotazione e senza profonde correzioni nelle giornate successive. Risultati tanto positivi, in effetti, rendono manifesto un crescente interesse da parte degli investitori internazionali per l’ecosistema high tech cinese, anche solo in funzione di diversificazione rispetto agli affollati mercati statunitensi.

Conclusioni: lo spillo cinese bucherà la bolla americana?

La principale novità rispetto allo scenario che avevamo delineato nella nostra precedente ricerca è la rapidità con cui la Cina sta colmando il proprio gap nell’ecosistema IA rispetto agli Stati Uniti. La questione non si esaurisce in un tema di performance dei modelli, ma riguarda soprattutto il rapporto tra prestazioni e costi.

A quasi quattro anni dal lancio di Chat GPT e a fronte di centinaia di miliardi già spesi in investimenti, all’IA sono oggi richiesti ritorni concreti in termini di efficienza dei processi aziendali, di produttività e, in ultima analisi, di profittabilità. Gli elevati costi di sviluppo e addestramento, tuttavia, fanno sì che questo esito sia tutt’altro che scontato, tanto per gli hyperscaler quanto per le aziende che dell’IA intendono servirsi nel proprio business.

Il crescente utilizzo di modelli cinesi è la conseguenza di tale dinamica: salvo che per i compiti più complessi, imprese occidentali come Airbnb, Uber Eats, Siemens e Coinbase – per citare alcuni nomi celebri – sembrano preferire le più economiche IA cinesi per gran parte delle attività, potendo contare su un livello qualitativo comunque relativamente elevato (8).

È uno scenario preoccupante per le grandi compagnie tecnologiche Usa, che rischiano non solo di perdere quote di mercato ma soprattutto di vedere il rendimento prospettico dei propri investimenti ridursi drasticamente.

È questa, del resto, una dinamica tipica di ogni ciclo di innovazione tecnologica, come avevamo sottolineato nel nostro precedente studio: con il tempo, la concorrenza conduce ad un abbassamento dei costi della nuova tecnologia, che diviene a tutti gli effetti una nuova “condizione di partenza” per tutte le imprese del sistema produttivo considerato.

La Cina, come evidente dal programma “AI+” all’interno dell’ultimo Piano Quinquennale 2026-2030, mira esplicitamente a tale esito di diffusione dell’IA su vasta scala e a prezzi contenuti (9). Se il successo di questa strategia dovesse consolidarsi e l’utilizzo dei modelli cinesi diffondersi anche in Paesi terzi e negli stessi Stati Uniti, le Big Tech statunitensi si troverebbero in difficoltà nel giustificare in termini di profittabilità futura gli investimenti da centinaia di miliardi finora sostenuti.

A ben vedere, le preoccupazioni che negli Stati Uniti diversi tra funzionari pubblici e stakeholder del settore stanno manifestando in relazione al tema della sicurezza dei modelli cinesi possono essere lette anche in questa chiave: è evidente, infatti, che misure protezionistiche giustificate in base a considerazioni di sicurezza nazionale potrebbero consentire ai giganti Usa del settore di conservare più a lungo il potere di mercato attualmente detenuto.

Esiste però la fondata possibilità che la rendita oligopolistica così garantita finisca d’altra parte per danneggiare nel più lungo periodo il mantenimento dell’hedge tecnologico da parte delle stesse imprese statunitensi, disincentivando l’innovazione. In ogni caso, la presenza di uno scenario competitivo più affollato di quello ipotizzabile anche solo un anno fa rende verosimili nuovi ribassi sui listini azionari tecnologici a stelle e strisce.

È del pari probabile che gli investitori che intendono continuare a puntare sullo sviluppo dell’IA e delle nuove tecnologie riservino maggiore attenzione alle borse cinesi (Cina continentale e Hong Kong), le quali vedranno in effetti una crescita delle IPO di imprese tecnologiche e l’affermarsi di attori high tech di standing internazionale.

Note

1 Banca del Fucino, IA: bolla o non bolla?, Dicembre 2025

2 A. Gardizy, A. Ramkumar, C. Driebusch, Nvidia in Talks With OpenAI to Guarantee $250 Billion Financing for Data Center, Wall Street Journal, July 26, 2026.

3 M. Tracy, Analysts revise AI hyperscaler debt forecasts after Amazon bond sale, Reuters, March 17, 2026.

4 P. Murugaboopathy, Hyperscaler debt binge pushes yields up as investor demand cools, Reuters, July 29, 2026

5 F. Potkin, EXCLUSIVE: China starts production of home-grown immersion DUV chipmaking tools, source says, Reuters, July 28, 2026.

6 S. Ghaffary, OpenAI president says Kimi K3 “pretty good”, unsure if distilled, Bloomberg, July 22, 2026.

7 Apple in pressing su Trump per via libera all’acquisto di chip dalla cinese Cxmt. Revocato il blocco su Mythos, Il sole 24 ore, 27 giugno 2026.

8 D. Levi, Western companies are quietly switching to Chinese AI models as US frontier AI prices rise, TechStartUps, June 29, 2026.

9 W. Chang, China’s “AI+” drive aims for integration across sectors: a wake-up call for Europe, Mercator Institute for China Studies, October 2, 2026.

Fonte

13/02/2026

Siria - Miliardi sauditi fra settarismi ed instabilità

Con la revoca del Caesar Act e l’entrata definitiva del regime qaedista sotto la tutela dell’Amministrazione USA, anche a scapito delle Forze Democratiche Siriane (FDS), i funzionari statunitensi – fra cui soprattutto l’ineffabile Barrack – dipingono il nuovo stato siriano con tratti fantasiosi: stato-nazione stabile, terra di opportunità, garanzia di piena cittadinanza per tutti. Sembra una descrizione simile alla fantomatica riviera di Gaza. Nella realtà, il paese resta un pantano di instabilità, violenze settarie contro le minoranze ed intere aree che sono terra di nessuno.

Ma il circo trumpiano è ormai partito. E chi sta provando ad inserirsi per fare affari – anche a proprio rischio e pericolo, visto i problemi ancora presenti – è l’Arabia Saudita.

Il Middle East Observer segnala che il regno ha firmato accordi per oltre dieci miliardi di dollari con il governo di Damasco, articolati in vari settori.

Nel settore dell’aviazione, il fondo di investimento Elaf s’impegna a modernizzare e gestire i due aeroporti di Aleppo, quello civile e quello militare, mentre la compagnia area Flynas costituirà, in joint venture l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile Siriana, una compagnia aerea low cost che dovrebbe coprire tutto il Medio-Oriente.

Vi sono, poi, il settore delle comunicazioni, in cui sono previsti oltre un miliardo di dollari di investimenti per costruire una dorsale di cavi in fibra ottica di 4500 km, e quello estrattivo, in cui la saudita ACWA Power s’impegna a rimettere in sesto l’infrastruttura petrolifera e quella del gas nell’area orientale del paese, con l’aiuto anche di Chevron.

Insomma, progetti faraonici, che vorrebbero segnalare ai paesi e ai popoli della regione quanto è conveniente abbandonare i vecchi legami politici e ideologici con l’Asse della Resistenza, che portano solo guerre e sanzioni, a favore dell’allineamento agli USA e dei paesi dell’area cui questi ultimi decidono di affidare i propri interessi, nella fattispecie Arabia Saudita e Turchia.

Quello saudita, d’altronde, è un ingresso a tutto campo sullo scenario siriano: la promessa d’investire nei campi petroliferi della provincia di Deir-ez-Zor, infatti, è stato il principale detonatore – assieme ai legami di sangue – della ribellione delle tribù sunnite locali nei confronti delle Forze Democratiche Siriane; tali tribù, prevedibilmente, ora saranno chiamate a garantire la sicurezza delle opere e cominceranno ad agire come proxy di Ryad, demarcandone un’aria d’influenza. Del resto, si tratta di un naturale rapporto fra formazioni sociali simili, in quanto anche quelle che reggono l’Arabia Saudita sono tribù sunnite, al di là degli intenti di modernizzazione del principe Mohammed bin-Salman.

L’area d’influenza saudita, dunque, si va ad aggiungere all’area d’influenza turca, che si estende lungo il confine fra i due paesi, e a quella israeliana, che si estende nelle zone meridionali occupate direttamente o controllate dalle milizie druse. Il tutto a dispetto della fiducia e del riconoscimento nei confronti del presidente Al-Jolani e dell’integrità territoriale del paese che molti proclamano a parole.

In tal senso, il Capo di Stato Maggiore della Turchia ha dichiarato: “Non abbiamo intenzione di ritirarci, per ora. La decisione di ritirarci da lì spetta alla Repubblica di Turchia. Non terrà conto di ciò che altri dicono. Al momento non esiste una decisione del genere”.

La Siria, dunque, si appresta ad essere il nuovo terreno di sperimentazione delle relazioni fra Turchia e Arabia Saudita, ovvero due componenti essenziali di quella che è stata già ribattezzata “nuova NATO sunnita” in formazione, nonché degli equilibri fra quest’ultima e l’altro braccio statunitense nell’area – il principale – ovvero quello sionista. Un conto è trovare una convergenza nell’affrontare il tema dell’area autonomia curda, un conto è trovarla rispetto a temi di portata strategica.

Per quanto riguarda, appunto, l’influenza residua del progetto autonomista curdo, al momento si stanno attuando i punti dell’accordo sfavorevole firmato il 30 gennaio scorso con Damasco.

Le milizie affiliate all’esercito del governo centrale si stanno allontanando dalle linee del fronte con le FDS per stemperare la tensione; a sostituirli sono mezzi blindati, ma privi di artiglieria pesante, delle forze affiliate al Ministero dell’Interno, le quali sono entrate anche nei due maggiori centri controllati dalle Ypg/Ypj, ovvero al-Hasaka e Qamishlo. Qui dovrebbero rilevare il controllo delle principali infrastrutture e procedere all’integrazione al proprio interno della polizia curda. Alle FDS, come previsto, è stato assegnato il posto di governatore di Al-Hasaka nella persona di Noureddin Issa Ahmed, stretto collaboratore di Mazloum Abdi.

Questi passaggi segnano la fine concreta dell’autonomia curda sull’area per far posto ad una difficile coesistenza.

Un altro punto doloroso che la parte curda sta rispettando in silenzio è relativo all’esfiltrazione dei miliziani non siriani presenti nelle proprie fila. Secondo Al Monitor, i primi cento curdi non siriani hanno varcato i confini con l’Iraq e hanno raggiunto gli altri militanti del PKK nei rifugi sui monti Qandil, dove, nei piani di Ankara, ora sono in attesa di completare le procedure di disarmo. I registi dell’operazione sono gli esponenti del clan Barzani, ai quali ora tutti guardano come mediatori visti i buoni rapporti pregressi con tutte le potenze in gioco.

Su Kobane/Ain al Arab, invece, la situazione rimane critica: non vi è alcun accordo che decreti l’entrata della polizia di Damasco, per cui, per rivalsa e ricatto, la città viene tenuta a corto di corrente elettrica, risorse idriche, aiuti umanitari, provocando una crisi umanitaria.

In ogni caso, non basta mettere su carta accordi economici miliardari, decreti governativi (come quello che concede ai Curdi i diritti di nazionalità pieni) o dichiarazioni di principio di rispetto dell’integrità territoriale affinché si passi dalle parole ai fatti. La Siria attuale è ben lontana dal quadro di stabilità che Trump ed i suoi accoliti vogliono dipingere.

Fonte

21/09/2025

Il cuore pulsante dell’innovazione cinese

di Michelangelo Cocco

Per vedere dove e come innova la Cina, bisogna spingersi oltre Pechino e Shanghai, in quel meridione dove nel 1992 Deng Xiaoping intraprese il suo storico “viaggio al Sud”, decisivo per rilanciare le riforme di mercato. L’area che comprende quella che nell’epoca delle concessioni si chiamava Canton e oggi è Guangzhou; Shenzhen, la metropoli di BYD e Huawei che all’inizio degli anni Novanta era un villaggio di pescatori; e l’ex colonia britannica di Hong Kong, è stata trasformata nel cuore pulsante dello sviluppo hi-tech della seconda economia del mondo.

Il dirigismo del governo, un fiume in piena di finanziamenti e un’abbondante popolazione giovane educata nelle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) hanno portato sulla vetta del mondo l’hub tecnologico Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen, parte di un cluster di undici metropoli chiamato Area della Grande Baia¹. Questo nuovo primato raggiunto dalla Cina è stato certificato dal Global Innovation Index 2025 pubblicato il 16 settembre dalla World Intellectual Property Organisation’s (Wipo) delle Nazioni Unite, secondo cui Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen ha superato Tokyo-Yokohama, diventando il principale agglomerato innovativo del pianeta.

La Wipo ha aggiornato come segue la top 5 della sua classifica dei cento maggiori cluster dell’innovazione:

1) Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen

2) Tokyo-Yokohama

3) San Jose-San Francisco

4) Pechino

5) Seoul

Quattro delle prime cinque posizioni sono occupate da cluster asiatici, due dei quali cinesi. L’Europa, che tra le prime 20 può contare solo su Londra (ottava) e Parigi (dodicesima) è assente dalla top 5. Il Global Innovation Index 2025 sottolinea inoltre che, se considerate insieme, Tokyo-Yokohama e Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen rappresentano quasi una domanda di brevetto su cinque (il 20 per cento) di quelle depositate a livello globale in base ai requisiti dello International Patent System (Pct). La Cina (24) ha inoltre superato gli Stati Uniti (22), piazzandosi al primo posto anche per numero di cluster innovativi tra i primi cento... 

Partiamo da una premessa di carattere politico, necessaria per comprendere l’impeto dello sviluppo hi-tech della Cina: il governo di Pechino procede a tappe forzate nella direzione della “autosufficienza” tecnologica, perché ritiene che sarà lunga la fase di tensioni bilaterali con gli Stati Uniti, il gigante tecnologico che, finora, ha dettato le regole del gioco. Se Washington e i suoi alleati negano a Pechino l’accesso a tecnologie chiave – come sta avvenendo, ad esempio, per alcuni microchip più avanzati – l’unica strada percorribile è quella dell’innovazione autoctona (zìzhǔ chuàngxīn).

Un’innovazione a sua volta indispensabile per la strategia economica di Pechino – così come dettagliata nel piano, varato nel 2015, “Made in China 2025” – di continuare a puntare sulla manifattura, trasformando però il paese in una superpotenza della manifattura avanzata. E che sarà al centro anche del XV Piano quinquennale (2026-2030) di sviluppo socio-economico, che sarà discusso durante il IV plenum del Comitato centrale del partito comunista, che si svolgerà il mese prossimo a Pechino.

E l’ascesa hi-tech della seconda economia del pianeta è evidenziata proprio dal Global Innovation Index 2025, che vede ben cinque cluster cinesi tra i primi 15: oltre a Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen, in vetta, e Pechino, al quarto posto, seguono Shanghai-Suzhou (sesto), Hangzhou (tredicesimo), Nanchino (quindicesimo).

La classifica della Wipo è stata stilata tenendo presenti i risultati raggiunti in tre indicatori: brevetti Pct; pubblicazioni scientifiche; accordi di venture capital, ovvero quei finanziamenti che aiutano a tradurre le conoscenze scientifiche e tecnologiche nella creazione di start-up e di nuovi beni e servizi sul mercato. In pratica il Global Innovation Index segnala i cluster hi-tech con maggiore densità di inventori, ricercatori e investitori.

«I cluster dell’innovazione costituiscono la spina dorsale di solidi ecosistemi nazionali dell’innovazione, contribuendo a consolidare e rafforzare il percorso che va dalle idee al mercato. L’inclusione dell’attività di investimento di venture capital nella metodologia dei cluster del Global Innovation Index di quest’anno sta ricalibrando la nostra comprensione della forza innovativa, e questi nuovi risultati evidenziano quali cluster stanno trasformando la ricerca scientifica in risultati economici», ha dichiarato nel rapporto il Direttore Generale della Wipo, Daren Tang.

La classifica pubblicata dalla Wipo, con il sorpasso di Guangzhou-Hong Kong-Shenzhen, certifica un vero e proprio cambiamento “paradigmatico”: nell’ambito dell’innovazione il ruolo globale della Cina non è più quello di un inseguitore che assorbe tecnologia, ma di leader, creatore e sperimentatore di nuove tecnologie d’avanguardia, in settori tradizionalmente dominati dalle economie avanzate. Di fronte a tale nuova realtà, bloccare l’esportazione verso la Cina di alcune tra le tecnologie più avanzate (come hanno fatto le ultime amministrazioni Usa) ha l’effetto collaterale di accelerare la corsa del paese all’innovazione autoctona.

Ognuna delle tre metropoli del cluster, che a sua volta può approfittare anche dei vantaggi offerti dalla più ampia Area della Grande Baia, presenta straordinarie peculiarità che hanno reso possibile il sorpasso, dopo cinque anni in seconda posizione, nei confronti di Tokyo-Yokohama.

Nel 2024, Shenzhen ha investito in ricerca e sviluppo 223,66 miliardi di yuan (31,46 miliardi di dollari), pari al 6,46 per cento del Pil della città. Le imprese hanno contribuito per il 93,3 per cento a questo investimento, con leader del settore come Huawei, BYD e Tencent che guidano sia l’innovazione sia la produzione di brevetti, trainando nello stesso tempo la crescita di un ecosistema fatto di migliaia di aziende più piccole.

Shenzhen, una delle città più giovani del paese, assurta allo status di capitale hi-tech, ospita oltre 25.000 imprese nazionali ad alta tecnologia, e ha guidato la Cina per sette anni consecutivi nelle autorizzazioni di brevetti, con 241.900 brevetti concessi nel 2024. Shenzhen ha inoltre promosso la crescita di oltre 2.600 importanti aziende nel settore dell’intelligenza artificiale e ha varato la prima legislazione locale in Cina sull’economia a bassa quota, lanciando quasi 300 rotte per droni con oltre 1,7 milioni di voli cargo.

«Shenzhen ha le basi, le condizioni e le capacità per assumere un ruolo guida nella costruzione di un sistema d’innovazione completo», ha dichiarato Zhang Hu, vice governatore esecutivo della Provincia di Guangdong, all’inizio di quest’anno.

Chen Jiachang, vice ministro della Scienza e della Tecnologia della Cina, ha d’altra parte sottolineato il ruolo di Hong Kong, che vanta istituzioni di ricerca di livello mondiale, un bacino internazionale di talenti e un solido sistema di proprietà intellettuale che l’hanno resa un nodo chiave nella rete globale dell’innovazione. Chen ha ricordato che il governo centrale sostiene pienamente la Regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR) nell’accelerare lo sviluppo di un centro internazionale per l’innovazione e la tecnologia.

La città mira a integrare l’industria manifatturiera avanzata e i settori dei servizi, promuovendone al contempo la digitalizzazione e la trasformazione verde.

Guangzhou sta sfruttando la sua solida base industriale e le ricche risorse scientifiche e formative per accelerare lo sviluppo e l’innovazione scientifica e tecnologica, gettando una base più stabile e solida per uno sviluppo di alta qualità.

A tal fine, il governo cittadino istituirà un meccanismo collaborativo di trasformazione tecnologica basato su “scienziati + imprenditori + investitori” per favorire l’ingresso sul mercato dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica e accelerare la conversione delle risorse di talento scientifico ed educativo in produttività reale.

Il governo cittadino sta incoraggiando maggiori investimenti esteri per sviluppare le aree industriali chiave della città, tra cui la manifattura intelligente, la biomedicina, l’automotive e l’assistenza sanitaria di alto livello.

Fonte

28/07/2025

Sui dazi la UE alza le mani, come l’ultimo dei vassalli

Appena un’ora di “udienza”, nella pausa tra una partita di golf e un pennichella, è bastata all’imperatore statunitense per registrare la resa totale dei valvassini europei, ben rappresentati dal peggior esempio di “politico” selezionato in base al “pilota automatico” della UE.

Perciò viene chiamato “accordo sui dazi” quello che a tutti gli effetti è un’estorsione in stile mafioso. Bisogna ricordare infatti che si partiva da dazi pressoché zero negli scambi commerciali tra Usa e Unione Europea, fin quando Trump non ha annunciato una tariffa del 30% a partire dal 1 agosto.

Un atto unilaterale e di imperio, senza altra giustificazione che la crisi devastante che stanno vivendo gli Usa, la cui unica “industria” davvero redditizia è la finanza di rapina, seguita dagli armamenti e dall’estrazione di idrocarburi con la tecnica del fracking (che equivale a raschiare il fondo del barile...).

Il “successo” europeo consisterebbe teoricamente nella riduzione dello schiaffo al 15%, cui va però aggiunto – ai fini del calcolo dei danni – anche una svalutazione competitiva del dollaro di circa il 13% da quando The Donald è tornato alla Casa Bianca. In pratica il livello del 30% è raggiunto lo stesso.

Ma non è finita qui. “In cambio” di tanta generosità la UE si impegna ad acquistare armi statunitensi per centinaia di miliardi di euro, in pratica quasi tutto il “Ream Europe” appena abbozzato. In aggiunta ci si impegna ad acquistare gas e petrolio da Washington per circa 750 miliardi, con il vincolo ulteriore di farlo entro la scadenza del mandato di Trump, ossia entro tre anni e mezzo. Gli idrocarburi russi venivano pagati un terzo di quel prezzo, ma chissenefrega, no?

Siccome non bastava ancora, ecco che dall’Europa sotto un treno usciranno altri 600 miliardi per investimenti negli Usa. Per non far sudare le povere menti del Vecchio Continente, quei 600 miliardi verranno gestiti direttamente da Washington, che deciderà in quali settori impiegarli per sistemare i propri problemi. Se poi non saranno redditizi, beh, in fondo sono soldi europei, mica statunitensi...

Altri dettagli verranno fuori nei prossimi giorni, probabilmente, ma intanto è sicuro che le piattaforme più importanti (Amazon, Facebook, Microsoft, Google, ecc.) saranno esentate da qualsiasi forma di tassazione anche “mini” da parte europea (era stata pensata una “web tax”, subito archiviata).

Resta poi aperta la partita oscura sulle stablecoin, le criptomonete denominate in dollari che Trump vorrebbe imporre come regola inter-occidentale, vietando al contempo l’eventuale utilizzo dell’“euro digitale” cui sta lavorando da anni la Bce.

Per saperne di più basta rileggere quello che ne scriveva persino un atlantista sordocieco come il vicedirettore del Corriere, Federico Fubini, costretto per una volta a diventare “anti-americano”.

Per l’economia capitalistica europea, stagnante da quasi un ventennio per il prevalere delle politiche mercantiliste tedesche (bassi salari, zero investimenti pubblici, produzione orientata alle esportazioni e distruzione della domanda interna) è una mazzata di proporzioni post-belliche.

Ossia equivalente a quel che accade quando si perde una guerra e si devono accettare condizioni devastanti che riducono a ben poco il futuro di un paese o di un’area economica.

Di fatto viene incentivata l’aggressività europea nei confronti del resto del mondo “non euro-atlantico” (Russia, Medio Oriente, Africa, ecc.) per recuperare le risorse e i capitali che vengono “regalati” sotto ricatto agli Stati Uniti. Da questo punto di vista il “Rearm Europe” assume una valenza non solo tattica (la guerra in Ucraina e l’enfatizzazione dell’inesistente “minaccia russa”), ma diventa l’ultima soluzione a un declino inarrestabile.

Peccato che sia anche una soluzione suicida...

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12/07/2025

“Emergenza salario” al Senato

“[...] In Italia più che altrove, una politica di ripresa salariale può essere intesa come ‘frusta competitiva’ per forzare gli imprenditori ad attuare innovazioni di processo e finalmente rilanciare anche la produttività. L’evidenza scientifica indica che la spinta salariale può rivelarsi una “frusta” virtuosa per un capitalismo nazionale imbolsito da prebende, evasione, e retribuzioni ai minimi europei. Del resto, le associazioni padronali hanno sempre operato al fine di creare divisioni politiche all’interno della classe lavoratrice. Ebbene, stavolta potrebbe risultare interessante verificare se una proposta di politica salariale intesa come ‘frusta competitiva’ possa incunearsi nel dibattito e dividere al loro interno le associazioni padronali: tra imprenditori già pronti a rispondere alla ‘frusta’ e imprenditori troppo abituati alle vecchie prebende per tollerarla...” (Emiliano Brancaccio).

Video della conferenza su Radio Radicale.

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Il bluff del Piano Mattei

Un vecchio adagio del mondo del poker recita che sul tavolo verde “non puoi perdere quello che non hai”. Adattando questa massima all’ambiente della finanza, si potrebbe dire che “non puoi investire quello che non hai”, a meno che non si stia deliberatamente tentando un bluff.

A un anno e mezzo dal varo del Piano Mattei, lanciato dal governo Meloni nel novembre del 2023 con il ‘patrocinio’ dell’Unione Europea, che questo sia un bluff appare sempre più evidente.

Lo scorso 30 giugno il Parlamento ha approvato la seconda Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa. Il documento, consultabile qui, descrive l’avanzamento dei progetti fino al giugno 2025 e gli stanziamenti disponibili al raggiungimento degli scopi prefissati.

Andando oltre la lista della spesa degli interventi presente in ogni comunicazione pubblica sulla magnificenza del ‘rientro italiano in Africa’ – rientro peraltro intriso dell’odioso spirito coloniale ed eurocentrico – andiamo ad analizzare il peso specifico che è in grado di mettere in piedi il governo italiano, senza quindi per ora preoccuparci della natura imperialista o cooperativa della spesa stessa.

Nell’ordine, il rapporto afferma che:
- l’Italia ha aumentato il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’International Development Association, gruppo Banca Mondiale (BM), con 733 milioni di euro al fine di permettere alla BM stessa di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei;
- il canale finanziario multilaterale (“Mattei Plan-Rome Process Financial Facility”) negoziato con la Banca Africana di Sviluppo (BAS) è quindi oggi pienamente operativo con una dotazione di circa 140 milioni di euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal Mase e dal Maeci;
- è operativo anche il “Plafond Africa” di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) con risorse fino a 500 milioni di euro per il 2025, per progetti che coinvolgano aziende operative in Africa;
- sempre CDP, nel dicembre 2024, ha firmato con BAS l’accordo istitutivo di una piattaforma con dotazione iniziale di 400 milioni di euro;
- altra dotazione è il “Misura Africa” di SIMEST (gruppo SACE), con circa 50 milioni di euro, dei 200 in dotazione, già impegnati in favore di 90 progetti delle PMI italiane in Africa;
- restando in famiglia, in un anno e mezzo SACE ha emesso garanzie per 2 miliardi di euro di investimenti che hanno coinvolto circa 200 imprese italiane in una gamma diversificata di settori.

I calcoli sono presto fatti: aumento del capitale a disposizione della Banca Mondiale, di cui 566 milioni da dedicare all’Africa, e da spalmare in tre anni; 1.240 milioni di euro, neanche un miliardo ‘e un quarto’, gestiti in modo più o meno diretto dalle emanazioni finanziare dello Stato coinvolte nel Piano; 2 miliardi di garanzie concesse alle imprese italiane che stanno investendo nel continente.

Tutto questo ‘ben di dio’ per un continente da 1,5 miliardi di persone, 54 Stati e gli occhi di tutto il mondo puntati addosso.

Per capire la pochezza offerta dal nostro Paese allo ‘sviluppo’ africano, basti pensare che il 30 maggio il mauritano Sidi Ould Tah è stato eletto presidente della già citata Banca Africana di Sviluppo. La BAS, nel 2024, ha erogato 10,6 miliardi di euro in nuovi progetti e ha un capitale stimato in poco più di 300 miliardi di dollari.

Dopo aver guidato per un decennio la Banca Araba per lo Sviluppo Economico in Africa, Tah baserà il suo mandato sul superamento della dipendenza africana dai finanziamenti occidentali tradizionali, provando a mettere a frutto l’esperienza maturata da uomo-ponte tra l’Africa e le petromonarchie del Golfo.

Se si considera che i fondi sovrani del Golfo sono accreditati di circa 4 mila miliardi di dollari, si capisce bene – al di là delle foto di rito e della cortesia di rispondere quando chiamati in causa – quale interesse reale il Piano Mattei possa suscitare nei paesi africani.

Pochi soldi, intenti neocoloniali e nessuna credibilità politica da spendere nel continente, dopo secoli di sfruttamento e depredazione.

Nella crisi di egemonia che investe il mondo occidentale, neanche la storica sede del Ministero degli esteri ubicata negli uffici dell’Eni potrà sopperire alla voglia di rivalsa di quel Sud Globale che guarda con sempre maggior interesse verso Est.

Ps: la sola messa in piedi della macchina tecnico-operativa nei Ministeri italiani coinvolti pesa sulle casse dello Stato per 2,8 milioni di euro. Non sarebbe stato meglio indirizzarli sui capitoli di bilancio della sanità o dell’istruzione?

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19/05/2025

Italia a marcia indietro

Un’analisi spietata del “modello economico” italiano ed europeo. Ma fatta su un giornale economico, non su un opuscolo “antagonista”. La miseria profonda del capitalismo nazionale emerge ormai senza alcun velo.

Non c’è molto da aggiungere, anche se crediamo che il risultato dei referendum sul jobs act – anche se non cambierebbero la situazione dei salari, nell’immediato – potrebbero diventare una spinta politica per rimuovere la “passività” dei lavoratori, che sembrano da anni tramortiti da una condizione di vita e reddituale ai limiti della sopravvivenza.

Buona lettura. E tenete d’occhio i corsivi...

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di Guido Salerno Aletta

Prima i numeri, che già da soli dicono tutto: perché questo è il risultato di mezzo secolo di polemiche sull’“alto costo del lavoro” in Italia, il problema che veniva sbandierato come la fonte di tutti i mali.

A valori concatenati con anno di riferimento il 2020, e quindi sterilizzando la dinamica dei prezzi [facendo comunque finta che l’inflazione reale, per i redditi bassi, sia davvero quella ufficiale registrata dall’Istat, ndr], la spesa per consumi finali delle famiglie italiane era stata nel 2007 di 1.111 miliardi di euro, un livello mai registrato successivamente. Diciassette anni dopo, nel 2024, è stata ancora di appena 1.085 miliardi, dunque inferiore del 2%.

La spesa per consumi finali delle P.A. è rimasta inchiodata per via della ultradecennale questione del debito insostenibile, passando da 364 miliardi del 2007 ai 363 miliardi di euro del 2024 [anche qui, probabilmente, lo scarto rispetto all’inflazione ufficiale è sensibilmente maggiore, ndr].

Gli investimenti fissi netti, quelli che si aggiungono al rimpiazzo degli esistenti, sono crollati: passando dai +99 miliardi del 2007 ad un valore negativo che è stato registrato continuamente dal 2012 al 2020. Il che significa che per otto anni di fila è stata ridotta la dotazione degli investimenti fissi esistenti per l’importo cumulato pazzesco di 185 miliardi.

Ancora nel 2023 e 2024, nonostante il contributo del PNRR, gli investimenti netti sono stati ancora inferiori a quelli del 2007, rispettivamente pari a 85 ed a 83 miliardi.

Le esportazioni di beni e servizi (fob) sono invece passate dai 492 miliardi del 2007 ai 605 miliardi del 2024, con un incremento di 113 miliardi, ovvero del 23% rispetto al dato iniziale.

Sono dunque referendum praticamente inutili, quelli che si svolgeranno ai primi di giugno con l’obiettivo ampiamente condivisibile di difendere i lavoratori sotto il profilo legale, eliminando da una parte le normative che a partire dal Jobs Act hanno ridotto le tutele reali nei confronti dei licenziamenti illegittimi, e dall’altra quelle che hanno reso via via sempre più semplici le assunzioni temporanee.

Anche se venissero approvati e conseguentemente abrogate le normative messe in discussione, i risultati concreti sarebbero pressoché nulli sia in termini di maggiore occupazione che di salari più elevati. La possibilità di aumentarli dipende dall’incremento della produttività del lavoro: cioè dal fatto di essere stati capaci di “produrre di più” per ogni ora lavorata.

Ma, in Italia, questa dinamica è stagnante per una ragione precisa: le imprese non investono per produrre di più, o per produrre merci o servizi di migliore qualità da vendere a prezzi superiori, il che consentirebbero loro un aumento dei margini di ricavo e di conseguenza un aumento dei salari. Per vendere, puntano sulla competitività, e l’unico fattore di costo su cui possono agire liberamente è il salario.

La ragione di questo disastro sta nel modello economico, profondamente sbagliato, che è stato adottato in Italia da diciassette anni a questa parte, a partire dalla Grande Crisi Finanziaria americana del 2008: la deflazione dei salari è divenuta il modello di riferimento di un Paese in cui mancano drammaticamente gli investimenti netti, quelli che accrescono o migliorano la quantità e la qualità del prodotto.

Le imprese italiane si limitano a rimpiazzare gli impianti ed i macchinari esistenti per rendere più efficiente la produzione, con una conseguenza pericolosissima: visto che la domanda interna è stagnante per via dei salari che non crescono, devono puntare tutto sulle esportazioni, e così la tenuta di interi comparti produttivi, dall’alimentare alla meccanica, dipende dalla domanda estera.

Con la crisi del modello tedesco e con la guerra dei dazi in corso, c’è ben poco da stare tranquilli. Con i costi elevati del credito bancario e dell’energia, c’è da tirare ancora la cintura.

Come se tutto questo non bastasse, l’attivo commerciale strutturale dell’Italia viene reinvestito in asset finanziari all’estero, con impieghi diretti o di portafoglio: per la prima volta nella Storia, siamo diventati creditori netti ed esportatori di capitali. Finanziamo dunque le economie dei nostri competitori.

Ecco perché l’Italia non cresce, anzi si è profondamente impoverita da diciassette anni a questa parte.

Ecco perché i salari italiani sono bassi: più che merci e servizi, esportiamo lavoro a basso costo.

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02/05/2025

La UE annuncia quasi un miliardo di investimenti per la difesa (e la ricerca) comune

La Commissione Europea ha diffuso una nota con la quale ha annunciato i risultati dei bandi 2024 dello Europea Defence Fund (EDF), creato nel 2017 e annoverato tra i vari strumenti pensati dalla UE per promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario.

In funzione di esso, tra gli obiettivi del fondo c’è anche il sostegno all’innovazione e alle tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari. Sul sito della Commissione Europea si legge che l’intelligenza artificiale e la computazione quantistica sono tra i settori interessati dai programmi EDF.

Difatti, tutti i progetti hanno ottenuto il marchio STEP (Strategic Technologies for Europe Platform), una piattaforma di recente creazione da parte delle istituzioni europee che serve proprio a convogliare gli investimenti – pubblici e privati – verso le tecnologie critiche per l’autonomia strategica UE. Pochi giorni fa Bruxelles aveva annunciato l’ampliamento della sua applicazione all’ambito militare.

Il fondo raccoglie 7,3 miliardi, spalmati tra il 2021 e il 2027. I progetti approvati per il 2024, si legge sempre sul sito, sono “allineati agli obiettivi strategici delineati nel Libro bianco sulla prontezza della difesa europea entro il 2030”, cioè il piano di riarmo, difesa comune ed economia di guerra delineato da Bruxelles.

Il bando dello scorso anno ha portato all’approvazione di circa 910 milioni di investimenti, divisi tra 62 progetti. 39 di questi riguardano la attività di ricerca, e riceveranno 369 milioni di euro, mentre altre 23 proposte vincenti del bando otterranno 539 milioni per lo sviluppo di capacità operative. Gli accordi di sovvenzione dovrebbero essere finalizzati entro fine anno.

I consorzi dei progetti selezionati raccolgono i colossi del Vecchio Continente (Leonardo, Airbus, Thales, e così via), ma la Commissione Europea ci ha tenuto a sottolineare come il 38% di tutte le entità partecipanti sono piccole e medie imprese, che riceveranno oltre il 27% dei finanziamenti. Un appunto che appare pensato proprio per legittimare in maniera più diffusa l’economia di guerra.

Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, ha evidenziato che “le proposte selezionate sostengono lo sviluppo di capacità critiche come i sistemi di difesa aerea e missilistica e i velivoli senza pilota”, ovvero i droni. Sono proprio quei sistemi che sui vari scenari di conflitto attuali si mostrano come centrali dei nuovi modi di far guerra.

Non a caso, Kubilius ha aggiunto che queste tecnologie “consentiranno alle forze armate europee di rispondere alle minacce emergenti e proteggere i nostri cittadini, sia rafforzando la nostra difesa collettiva sia supportando i nostri partner, come l’Ucraina, nei loro sforzi per difendersi dalle aggressioni straniere”. Kiev, annuncia la nota della Commissione, potrà associarsi per la prima volta ai progetti EDF.

È evidente come la creazione di un ecosistema industriale bellico tutto europeo presenti ancora profonde lacune e contrasti, ma iniziative come questa servono proprio ad accumulare sinergie e integrazioni delle filiere per raggiungere infine un salto di qualità nel settore. Che tuttavia mantiene connessioni in una dimensione atlantica con Regno Unito, Ucraina e Norvegia (coinvolta nei bandi EDF 2024).

Intanto, 12 membri UE (Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia) hanno chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari. La corsa verso un’economia di guerra europea non fa che accelerare.

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11/01/2025

Come il Pentagono investe per programmare la competizione strategica

Con questo articolo si fornisce il quadro del pensiero strategico statunitense entro il quale bisogna intendere i fatti che osserviamo tutti i giorni, e che spesso nei media nostrani vengono stupidamente additati come “pazzia” di Trump.

In particolare, nel documento qui analizzato il Pentagono fa riferimento a batterie elettriche, intelligenza artificiale e altre tecnologie avanzate, aiutando a indagare meglio anche le dinamiche approfondite qui e qui, che uniscono in un complesso triangolo Musk, Trump ed Unione Europea.

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Quando parliamo di linee strategiche parliamo della capacità di sviluppare i propri obiettivi nel confronto con altri attori sull’arco di tempi storici. La capacità di modellare la propria azione sui nodi strutturali di fondo che devono essere affrontati, e che non cambieranno tra i rivolgimenti estemporanei, per quanto grandi possano sembrare nell’immediato.

Se per chi sta dalla parte dei lavoratori, nel nostro paese, questa capacità si riassume nella necessità di ricostruire delle forze e una visione di classe e indipendente, per il cuore dell’Impero (gli Stati Uniti, nella filiera imperialistica euroatlantica) si tratta di sapere come surclassare i propri avversari nei settori centrali dello sviluppo capitalistico.

Quei mercati e quelle innovazioni che saranno il fulcro del ciclo economico futuro. In una fase di scontro aperto come questa, è chiaro che il compito di assicurare questa capacità viene messa in capo innanzitutto agli organismi militari. Nella crisi del capitale, la vittoria nella competizione è una questione di vita o di morte, e allora tutta l’economia viene gestita secondo le esigenze di guerra.

È quello a cui assistiamo giorno dopo giorno, mentre veniamo bombardati in continuazione da un messaggio: dobbiamo prepararci allo scontro con i “nemici dell’Occidente”. Ogni momento della vita civile diventa una questione di sicurezza nazionale, e difatti in maniera sempre più pressante la prima è piegata alle logiche della seconda.

È dunque utile osservare quali settori vengano considerati come strategici nella competizione globale dal Pentagono, e come questo programmi lo scontro sul lungo periodo con i competitori degli Stati Uniti, in particolare con la Cina. Il suo Office of Strategic Capital (OSC) ha infatti da poco pubblicato la Strategia di Investimento per il 2025, e qui analizzeremo parti di questo documento.

Questo distaccamento è stato creato dal segretario alla Difesa di Biden, Lloyd Austin, alla fine del 2022, in modo tale da indirizzare le preferenze di investimento verso le “catene di fornitura di tecnologie critiche necessarie al Dipartimento della Difesa”. L’obiettivo è quello di “accelerare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie fondamentali per le capacità di combattimento attuali e future”.

Per il secondo anno, viene pubblicata una strategia di investimento che non prevede ancora veri e propri capitoli di spesa per i 984 milioni di dollari ad oggi stanziati, perché le sue funzioni (prestiti, garanzie sui prestiti e assistenza tecnica) stanno entrando a pieno regime ora. Ma individua 31 categorie di tecnologie e 15 segmenti industriali di interesse per il Pentagono.

È significativo sottolineare come nessuno di questi è immediatamente riconducibile all’ambito bellico, ma sono indispensabili per le sue forniture o per applicazioni dual use.

Riassumendo, si parla di nano e biotecnologie; automatizzazione; chip e terre rare; batterie elettriche, solare e idrogeno; spazio; cybersicurezza, gestione dati e computer quantistici.

Ancora più significativo, per comprendere come pensano e si muovono gli Stati Uniti, è l’identificazione di tre “arene” della competizione strategica, da affrontare con respiri temporali differenti l’una dall’altra, anche se in parte sovrapponibili. Esse sono le reti economiche, le industrie chiave e le tecnologie critiche.

Le prime rappresentano una questione da affrontare a breve termine (entro 3 anni), ed esprimono l’eredità della globalizzazione, ovvero l’allungamento delle filiere per un mercato mondiale, che oggi fa i conti con una crescente frammentazione. Il compito dell’OSC è quello di minimizzare e controllare i colli di bottiglia del mercato, evitando che avversari strategici possano disporne come vogliono.

Sul medio termine (2-7 anni), il Pentagono punta al dominio sulle industrie chiave, ovvero quelle “essenziali alla sicurezza nazionale – al di là del mero controllo di un collo di bottiglia di una rete economica”.

Infine, l’orizzonte a lungo termine si dispiega fra 5 e 15 anni, andando poi oltre, e riguarda la vittoria nella corsa alle tecnologie critiche del futuro.

Se soppesare quando e dove un candidato agli interventi dell’OSC rientri nell’ampio spettro degli interessi della sicurezza nazionale sarà di per sé una sfida, è indubbio che il Pentagono applichi questa categoria a un ecosistema che tiene insieme gli alleati di Washington. Gli USA pensano la propria sicurezza in una cornice euroatlantica, in cui ovviamente non sono disposti a condividere il primato con nessuno.

L’ultimo elemento che vogliamo qui porre in risalto è che, tornando alla premessa firmata da Austin, l’azione di questo braccio del Pentagono viene caricata di un valore ideologico. L’impegno a sostenere gli investimenti privati in direzioni strategiche viene considerato come parte di una sfida del modello liberal-liberista ad altri modelli sociali.

Scrive infatti Austin che l’OSC agirà “in modo coerente con il profondo impegno americano per la concorrenza di mercato, fonte di forza degli Stati Uniti. Il nostro approccio è in netto contrasto con quello degli autocrati stranieri che cercano di costringere e controllare gli investitori e le aziende”. Un chiaro riferimento a Pechino.

Non dimentichiamoci questo appunto, tutt’altro che secondario. Non solo perché per le forze di alternativa diventa un elemento da considerare nella battaglia ideologica, ma anche perché ciò che produrrà il Pentagono nei prossimi anni – che siano avanzate tecnologie o guerre logoranti – dovrà allora essere considerato a pieno titolo come frutto del capitalismo occidentale.

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07/01/2025

Banana Road, dal Sud America alla Cina

A novembre, Álvaro Noboa, padre dell’attuale presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, ha avuto un infarto. È stato portato d’urgenza in una clinica a Guayaquil, sua città natale, e successivamente, stabilizzato, trasferito in un ospedale a New York.

Álvaro Noboa si è candidato senza successo alla presidenza per cinque volte (1998, 2002, 2006, 2009 e 2013), ma è stato suo figlio a prevalere nel 2023, a soli 35 anni.

Ciò che definisce la famiglia Noboa non è tanto la politica, quanto la ricchezza derivante dalla Corporación Noboa. Il Grupo Noboa nacque dalla Bananera Noboa S.A., fondata nel 1947 da Luis Noboa Naranjo, nonno dell’attuale presidente. Grazie ad Álvaro, Bananera Noboa si è espansa diventando Exportadora Bananera Noboa, il cuore dell’impero da miliardi di dollari del Gruppo in Ecuador (18 milioni di abitanti, un terzo dei quali vive al di sotto della soglia di povertà).

Il nome dell’azienda racchiude due parole che descrivono l’influenza della famiglia Noboa sull’economia e sulla politica ecuadoregne: l’esportazione (exportadora) di banane (bananera).

Il commercio della banana

Paesi diversi dall’Ecuador producono una quota molto significativa di banane a livello mondiale. L’India produce oltre un quarto delle banane globali, mentre la Cina ne produce un decimo. Tuttavia, questi paesi non esportano banane, avendo enormi mercati interni.

Più del 90% delle banane esportate nel mondo proviene da America Centrale, Sud America e Filippine. L’Ecuador, che produce solo il 5% circa delle banane globali, ne esporta il 95%, rappresentando il 36% delle banane esportate a livello globale (seguito dalla Costa Rica con il 15%).

Il Grupo Noboa è la più grande azienda bananiera dell’Ecuador, e quindi una delle più importanti nel commercio globale di banane.

I principali importatori di banane sono l’Unione Europea (5,1 milioni di tonnellate), gli Stati Uniti (4,1 milioni di tonnellate) e la Cina (1,8 milioni di tonnellate). Mentre l’Europa e gli Stati Uniti hanno fornitori consolidati in America Centrale e Sud America (Colombia, Costa Rica, Ecuador e Repubblica Dominicana), la Cina ha affrontato problemi con i suoi principali fornitori, Cambogia e Filippine, che rappresentano il 50% delle sue importazioni.

Fenomeni legati al cambiamento climatico, come El Niño, hanno ridotto le precipitazioni, impoverito il suolo e aumentato la resistenza dei parassiti ai pesticidi, danneggiando la produzione di banane in questi paesi. Per questo motivo, gli importatori cinesi hanno investito in nuove piantagioni in India e Vietnam, due fornitori emergenti. Tuttavia, non esiste un sostituto per le banane ecuadoregne.

Il mercato cinese

Tra il 2022 e il 2023, le esportazioni di banane dall’Ecuador alla Cina sono aumentate del 33%. Tuttavia, il problema delle banane ecuadoregne è il costo del trasporto: il viaggio dal Sud America alla Cina ha portato il valore medio di importazione a 690 dollari per tonnellata, rendendo le banane ecuadoregne 41 volte più costose di quelle vietnamite.

Negli ultimi cinque anni, i commercianti di banane di entrambi i paesi e i loro governi hanno cercato di ridurre i costi.

Accordi commerciali. A maggio 2023, i due paesi hanno firmato un accordo di libero scambio che elimina gradualmente le tariffe sulle banane nei prossimi dieci anni. La Cina è già il principale partner commerciale dell’Ecuador e si prevede che le aziende cinesi investiranno nella lavorazione industriale delle banane direttamente in Ecuador.

Riduzione dei tempi di trasporto. La Cina ha potenziato i porti di Dalian e Tianjin, capaci di ridurre il tempo di trasporto a 25 giorni. In Sud America, nuovi porti come quello di Chancay in Perù (costruito con investimenti cinesi) e i porti ecuadoregni di Puerto Guayaquil e Puerto Bolívar assicurano una rapida movimentazione delle merci.

Miglioramento delle strutture portuali. Sono stati potenziati i magazzini refrigerati per ridurre gli sprechi e velocizzare la preparazione delle banane per il trasporto.

Con i supermercati europei che riducono i prezzi delle banane, gli esportatori dell’America Latina cercano con sempre maggiore interesse il mercato cinese.

Guerra fredda della banana

Gli Stati Uniti hanno visto come una sfida diretta la crescente influenza economica della Cina in America Latina. Nel 2020, hanno bloccato un progetto cinese per sviluppare il porto di La Unión, in El Salvador. Tuttavia, non sono riusciti a fermare il progetto da 3,6 miliardi di dollari per il porto di Chancay in Perù.

Nel maggio 2023, gli Stati Uniti hanno stanziato solo 150 milioni di dollari per migliorare il porto ecuadoregno di Puerto Bolívar, una somma insignificante rispetto agli investimenti cinesi.

Nello stesso periodo, gli USA hanno lanciato il programma Americas Partnership for Economic Prosperity per contrastare la Belt and Road Initiative cinese in America Latina, con un budget iniziale di soli 5 milioni di dollari.

In questo scenario, la famiglia Noboa continua a utilizzare il proprio potere. Quando i lavoratori delle piantagioni tentarono di sindacalizzarsi contro il lavoro minorile, il Grupo Noboa reagì con violenza. Il caso del massacro del 2002 a Los Álamos è emblematico: sindacalisti furono torturati e un lavoratore fu ucciso.

Nonostante ciò, la famiglia Noboa ha accettato investimenti cinesi, pur concedendo agli Stati Uniti l’uso delle Isole Galapagos come base militare.

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24/12/2024

L’apocalisse economica dell’Europa è ora

Il 2025 non sarà un buon anno. I tanti segnali di crisi non hanno fin qui spaventato decisori politici e aziende europee al punto da definire con chiarezza l’entità dei problemi, le loro cause e quindi – tanto meno – le possibili soluzioni.

Ma unendo i punti delle diverse crisi, viene fuori un’immagine con poche speranze di allegria.

Consigliamo la lettura dell’analisi fatta in questi giorni da Matthew Karnitschnig – giornalista austro-americano, su Politico – proprio perché riassume bene l’interconnessione tra le diverse crisi europee.

Naturalmente non condividiamo affatto la sua visione d’insieme, classicamente neoliberista, né quindi le “soluzioni” che lascia trapelare (“gli europei lavorano troppo poco”, ad esempio), ma questa analisi resta importante per capire cosa sta finendo di distruggere il Vecchio Continente e quanto sia praticamente impossibile che questo declino si inverta prima di arrivare alla logica conclusione.

Sotto accusa, senza neanche nominarlo esplicitamente, è il modello di sviluppo adottato dalla Germania e poi imposto a tutta l’Unione Europea: il mercantilismo, ossia l’adozione del modello di crescita fondato sulle esportazioni.

I nostri lettori più attenti conoscono bene le nostre critiche sociali ed economiche in merito – salari fermi o in regresso, ridisegno delle filiere produttive continentali ad esclusivo vantaggio di quelle tedesche, politiche di austerità che hanno bloccato l’intervento pubblico nella produzione (mentre le aziende preferivano massimizzare con poco sforzo di innovazione tecnologica i vantaggi del modello export oriented), svalutazione dei percorsi formativi di qualsiasi livello e delle università (i “diplomifici” online sono solo l’ultima vergogna di questo processo) e quindi anche un rallentamento drastico della ricerca scientifica (peraltro sistematicamente de-finanziata anche nel settore pubblico).

Il tutto è riassumibile nell’assenza totale di qualsiasi orientamento pubblico (statale o comunitario) che andasse al di là dell’occhiuta sorveglianza di “regole di bilancio” così perfette – sulla carta – da esser sempre state violate da quasi tutti i paesi membri. Ora che tocca anche alla Germania, come si dice, il re è nudo.

Come sintetizza Karnitschnig, tutto questo “ha funzionato... finché non ha funzionato più”. “Il pilota automatico”, alla fine, ci ha portato contro gli scogli...

Molto interessante, ancorché detta di sfuggita, la valutazione di quanto questo modello economico, nel riuscito tentativo di prolungare la propria esistenza senza grandi cambiamenti, abbia contribuito a conquistare l’Est europeo veicolando anche l’allargamento della Nato. Fino ad incontrare la barriera russa...

Nelle analisi sull’espansione della Nato, fatte a sinistra, ci si concentra in effetti fin troppo spesso sul bisogno degli Stati Uniti di rafforzare la propria egemonia portando sempre più ad est le proprie basi militari. Karnitschnig – certo involontariamente – rimette invece al centro quelle ragioni “strutturali” che ogni allievo di Marx dovrebbe ricordare a memoria.

La “conquista dell’Est” è avvenuta secondo il format messo a punto nella riunificazione tedesca (l’Anschluss, secondo la brillante definizione di Vladimiro Giacché), e il suo successo era fondato su pochi ma decisivi pilastri: basso costo dell’energia grazie al gas russo, bassi salari per popolazioni di lavoratori comunque istruite e immediatamente inseribili nel ciclo produttivo, immagine vincente dell’Occidente sul resto del mondo (rafforzato da guerre asimmetriche contro avversari enormememente più deboli), superiorità tecnologica (ma solo nei settori maturi, come l’automotive).

Il legame tra successo ed espansione è quindi solare: solo allargando ulteriormente lo spazio da annettere all’Europa capitalistica (e dunque anche alla Nato) quel modello poteva prolungare la propria vita senza troppi scossoni.

Si comprende meglio, a questo punto, cosa volesse dire Mario Draghi a un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, quando affermava quasi ogni giorno che “La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile, ma un passo premeditato di Vladimir Putin e un colpo intenzionale per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica, ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra, o per l’Ue sarà la fine”.

Sfrondata dalla retorica sui presunti “valori” (si è visto quanto fossero concreti quando Israele, con il supporto di tutto l’Occidente, ha cominciato la sua opera di genocidio in Palestina e di aggressione a tutto il Medio Oriente), Draghi faceva coincidere il successo della UE con la possibilità di proseguire l’espansione ad Est, annettendo anche l’Ucraina... e poi si sarebbe visto.

Si comprende dunque meglio, anche, la “strana” condiscendenza europea verso l’aggressività statunitense persino quando questa demoliva asset e relazioni fondamentali per quel “modello europeo” (ad esempio il silenzio e il depistaggio di fronte alla distruzione del gasdotto North Stream, i cui autori sono stati individuati dalla magistratura tedesca nei servizi segreti ucraini, supportati da Usa, Norvegia e Gran Bretagna).

In altri termini la competizione latente tra Usa ed “Europa” poteva svilupparsi solo se la seconda poteva continuare a crescere... ma sempre sotto l’ombrello militare statunitense. Fermata l’espansione, finita anche la competizione, resta solo la subordinazione.

Ciò contribuisce in parte anche a spiegare perché, all’interno dell’Unione Europea, la sofferenza popolare venga capitalizzata per ora soprattutto dall’estrema destra sotto gli slogan di un nazionalismo d’altri tempi e perché questa crescita venga catalogata come “filo-putiniana” anche quando si divide in modo decisamente netto tra “atlantisti-europeisti” (Meloni, l’olandese Wilders, i polacchi di quasi tutti i partiti, ecc) e ben poco attendibili “pacifisti” (Orbàn, AfD tedesca, il rumeno Georgescu, ecc.).

Orbàn, da questa angolazione, ha fatto davvero scuola mentre i “democratici” guerrafondai lo criticavano soltanto per il controllo sulla magistratura o le idiozie contro la “cultura gender”.

Se il sedicente “progressismo liberale” ha condotto sull’orlo del baratro e della guerra, e continua a spingere sul trinomio “austerità, guerra e svuotamento della democrazia”, non c’è da troppo da stupirsi che gli ultradestri peggiori conquistino un ruolo importante.

Anche perché i difetti strutturali del modello export oriented sono usciti alla luce del sole: fine della superiorità tecnologica nel principale dei settori maturi (l’automotive cinese è di anni più avanti, ormai), crescita esponenziale del costo dell’energia, restrizione fatale del mercato interno (i bassi salari vanno bene per esportare, ma quando l’export si ferma nessuno lo può sostituire), inesistenza nei settori-guida del presente e del futuro (informatica, piattaforme, intelligenza artificiale, ecc.).

Il tutto sotto la spada di Damocle di una popolazione che invecchia, una conclamata crisi demografica (in Italia nascevano oltre un milione di neonati nel 1964, solo 380mila nel 2023), del declino cognitivo di gran parte della popolazione (il 33% non comprende quello che legge), della “fuga dei cervelli”...

Nonché dell’impossibilità di compensare con un’immigrazione che non mette a disposizione competenze già formate altrove (com’era avvenuto con l’Est post-sovietico), non viene accolta con politiche di formazione-integrazione e dunque si trasforma in un ulteriore “problema di ordine pubblico” che ha favorito il risorgere del razzismo fascista (specializzato nel risolvere a chiacchiere i “problemi di cronaca”, ma senza soluzioni per quelli “di sistema”).

Su questo continente alle corde si abbatterà ora anche il “ciclone Trump”, ovvero il bisogno degli Stati Uniti di “confermare il proprio standard di vita” sottraendo risorse ad altri. Lo stop nell’espansione ad Est vale però anche per Washington, che reagisce imponendo dazi o minacciandone di nuovi, pretende un aumento delle spese militari (a tutto vantaggio delle proprie industrie) e acquisti più massicci di petrolio e gas (a prezzi quadrupli rispetto a quelli russi). Insomma, declassando l’Europa da predatore secondario a preda.

Non stupisce perciò l’altra sintesi proposta da Karnitschnig: “bloccati nel XIX secolo”, quindi destinati a soccombere.

Sappiamo bene come l’establishment europeo presuma di uscire da questa tenaglia: trasformando ogni cittadino del continente in un “soldato” della produzione e/o dell’esercito (con parecchi problemi derivanti proprio dalla crisi demografica, che non mette a disposizione “forze fresche” da gettare nelle trincee né nelle fabbriche che chiudono), salutando definitivamente ogni pretesa di “democrazia” e concentrando tutti i poteri verso l’esecutivo.

Che però a livello europeo non c’è, visto che la “Commissione von der Leyen” non può essere considerata tale neanche con uno sforzo di fantasia hollywoodiana...

Crisi nera, dunque. Ma è nell’esplodere delle crisi, nei “collassi di sistema”, che si crea lo spazio sociale e politico per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e iniziare perciò a cambiare davvero il mondo.

Buona lettura (e buona lotta!).

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L’apocalisse economica dell’Europa è ora


Matthew Karnitschnig – Politico

L’Europa sta finendo il tempo

Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca tra poche settimane e l’economia del continente in una crisi sempre più profonda, le fondamenta su cui si basa la prosperità della regione non stanno solo mostrando crepe: rischiano di crollare.

L’economia europea ha dimostrato una notevole resilienza negli ultimi decenni grazie all’espansione verso est del blocco e alla forte domanda dei suoi prodotti da parte di Asia e Stati Uniti. Ma con il rallentamento del boom economico cinese e le tensioni commerciali con Washington che offuscano il quadro dei rapporti transatlantici, i tempi d’oro sono chiaramente finiti.

I venti contrari economici che soffiano sul continente rischiano di trasformarsi in una tempesta perfetta nel prossimo anno, mentre un Trump senza freni punta l’Europa. Oltre a imporre nuovi dazi su tutto, dal Bordeaux ai Brioni (i suoi completi italiani preferiti), il nuovo leader del mondo libero è certo di rafforzare la sua richiesta che i paesi della NATO contribuiscano di più alla loro difesa o perdano la protezione americana.

Ciò significa che le capitali europee, già impegnate a contenere deficit in crescita in mezzo a un calo delle entrate fiscali, dovranno affrontare ulteriori pressioni finanziarie, che potrebbero innescare nuove turbolenze politiche e sociali.

Le recessioni e le guerre commerciali possono andare e venire, ma ciò che rende questo momento così pericoloso per la prosperità del continente riguarda la più grande verità scomoda: l’UE è diventata un deserto dell’innovazione.

Sebbene l’Europa abbia una ricca storia di invenzioni straordinarie, comprese scoperte scientifiche che hanno dato al mondo tutto, dall’automobile al telefono, dalla radio alla televisione e ai prodotti farmaceutici, si è ridotta a un ruolo di comprimaria.

Un tempo sinonimo di tecnologia automobilistica all’avanguardia, oggi l’Europa non ha nemmeno un modello tra le 15 auto elettriche più vendute. Come ha sottolineato l’ex primo ministro e banchiere centrale italiano Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee.

Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà quello dell’Italia: un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi.

“Stiamo vivendo un periodo di rapido cambiamento tecnologico, guidato in particolare dai progressi nell’innovazione digitale, e, a differenza del passato, l’Europa non è più all’avanguardia”, ha detto a novembre la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde.

Parlando presso il medievale Collège des Bernardins a Parigi, Lagarde ha avvertito che il modello sociale europeo, tanto celebrato, sarà a rischio se non si cambia rapidamente rotta.

«Altrimenti, non saremo in grado di generare la ricchezza necessaria per affrontare l’aumento delle spese indispensabili per garantire la nostra sicurezza, combattere il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente», ha detto.

Draghi, che ha presentato il suo rapporto alla Commissione Europea a settembre, è stato più diretto: «Questa è una sfida esistenziale».

Infrastrutture inadeguate

Sfortunatamente, riparare l’infrastruttura economica dell’Europa è più facile a dirsi che a farsi.

Con Donald Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani al controllo di entrambe le camere del Congresso, l’Europa non è mai stata così esposta ai capricci della politica commerciale americana.

Se Trump darà seguito alla sua minaccia di imporre dazi fino al 20% sulle importazioni dal continente, l’industria europea subirà un colpo devastante. Con oltre 500 miliardi di euro di esportazioni annuali verso gli Stati Uniti dall’UE, l’America è di gran lunga la destinazione più importante per i beni europei.

Per qualche motivo, l’Europa sembra aver fatto poco per prepararsi al ritorno di Trump. La prima risposta della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla sua rielezione è stata quella di suggerire che l’Europa acquisti più gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Questo potrebbe compiacere Trump per un po’, ma non rappresenta certo una strategia.

«Il fallimento dei leader europei nell’imparare le lezioni dalla prima presidenza Trump ora ci sta perseguitando», dice Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo con sede a Monaco, un importante think tank economico.

Fuest avverte che Trump potrebbe non essere una cattiva notizia su tutta la linea per l’UE. Se, ad esempio, darà seguito ai suoi piani per rinnovare massicci tagli fiscali per i ricchi e imporre nuovi dazi, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare, costringendo a un rialzo dei tassi di interesse. Questo rafforzerebbe il dollaro, favorendo gli esportatori europei quando convertono i loro ricavi americani in euro.

Trump potrebbe anche essere aperto a una più ampia negoziazione commerciale con l’Europa per evitare del tutto un nuovo giro di dazi.

Tuttavia, il sentimento generale dell’industria europea nei confronti del nuovo presidente è di apprensione, in gran parte perché i dirigenti ricordano bene il passato.

Nel 2018, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei che sono ancora in vigore. L’attuale presidente americano Joe Biden ha concordato di sospendere tali dazi fino a marzo 2025, preparando il terreno per un nuovo scontro con Trump nelle prime settimane della sua nuova amministrazione. I banchieri centrali europei stanno già avvertendo che un nuovo ciclo di dazi potrebbe riaccendere l’inflazione e minare in modo fondamentale il commercio globale.

«Se il governo degli Stati Uniti darà seguito a questa promessa, potremmo assistere a un punto di svolta significativo nel modo in cui viene condotto il commercio internazionale», ha detto recentemente Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca.

Problemi di fondo

Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi.

Anche se l’UE è concentrata su Trump e su cosa potrebbe fare in futuro, per quanto riguarda l’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, con le sue continue minacce di dazi e il suo stile ‘bombastico’, non fa altro che sollevare il velo sul fragile modello economico dell’Europa.

Se l’Europa avesse basi economiche più solide e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poco margine di manovra sul continente.

Il divario tra Europa e Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è impressionante. Il gap del PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato, secondo alcune metriche, arrivando al 30%, principalmente a causa della più bassa crescita della produttività nell’UE.

In parole semplici, gli europei lavorano troppo poco. Un lavoratore tedesco medio, ad esempio, lavora oltre il 20% di ore in meno rispetto ai suoi omologhi americani.

Un’altra causa della scarsa produttività europea è il fallimento del settore aziendale nell’innovare.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi investono in ricerca e sviluppo più del doppio rispetto alle loro controparti europee. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività nel settore tecnologico europeo è rimasta stagnante.

Questo divario si riflette anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni di mercato statunitensi sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.

«L’Europa sta perdendo terreno nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura», ha detto Lagarde nel suo discorso a Parigi.

È un eufemismo. L’Europa non sta solo perdendo terreno, non è nemmeno davvero in gara.

Al vertice UE di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere «l’economia europea la più competitiva al mondo». Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era «un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione».

Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.

L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica. Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000.

Le università europee sarebbero un luogo naturale per dare slancio a innovazione e ricerca, ma anche qui il continente è in ritardo.

Tra le migliori università globali valutate da Times Higher Education, solo un’istituzione dell’UE è entrata nella top 30: la Technical University di Monaco, che si è classificata al 30° posto.

L’investimento europeo in R&D «non è solo troppo basso, ma una parte sostanziale fluisce nelle aree sbagliate», ha detto Clemens Fuest dell’Ifo.

Il segreto nascosto

È qui che entra in gioco la Germania. Il segreto poco noto della spesa europea per l’R&D è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti si concentra in un solo settore: l’automotive.

Sebbene ciò possa sembrare ovvio dato il peso del settore (il fatturato annuale dell’industria automobilistica tedesca sfiora i 500 miliardi di euro), non è lì che si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Questo perché le innovazioni nel settore automobilistico, come il miglioramento dell’efficienza del motore, sono incrementali.

In altre parole, le aziende stanno letteralmente reinventando la ruota, invece di creare nuovi prodotti, come un iPhone o Instagram, che aprirebbero nuovi mercati.

Se non altro, l’Europa è stata coerente. Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in R&D nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens. Nel 2022, erano Mercedes, VW e Bosch.

Nel complesso, puntare tutto su un unico settore ha funzionato... finché non ha funzionato più. Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in R&D nel settore automobilistico, i rinomati produttori tedeschi hanno comunque perso il treno delle auto elettriche.

Questo fallimento è al centro della crisi economica tedesca, come dimostra il recente annuncio di VW di chiudere alcuni impianti tedeschi per la prima volta nella sua storia.

Il dominio del settore automobilistico tedesco è a rischio poiché la riluttanza a investire nei veicoli elettrici ha spinto altri – in particolare Tesla e numerosi produttori cinesi – a colmare il vuoto. Mentre queste aziende hanno investito pesantemente nella tecnologia delle batterie e acquisito preziosi brevetti, i tedeschi hanno lavorato per perfezionare il motore diesel. Non è andata bene.

La crisi nell’industria automobilistica tedesca è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per affrontare altre sfide complesse che stanno prosciugando il suo potenziale economico. La più grande: una combinazione devastante di una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati.

Molti in Germania speravano che l’afflusso di rifugiati degli ultimi anni avrebbe alleviato questa pressione. Il problema è che pochi rifugiati hanno il background educativo e le competenze necessarie per occupare posti di lavoro altamente qualificati nelle aziende tedesche.

Detto ciò, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in modo positivo. Nelle ultime settimane, VW, Ford e ThyssenKrupp, tra gli altri, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.

Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti al mondo, a manodopera costosa e a normative gravose, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente trasferendosi in altre regioni. Secondo un recente sondaggio della DIHK, quasi il 40% delle aziende industriali tedesche sta considerando di trasferirsi altrove.

Veronika Grimm, membro del Consiglio di esperti economici tedeschi, un panel apartitico che consiglia il governo tedesco, sostiene che l’unico modo per invertire il declino del paese sia perseguire riforme strutturali fondamentali per incoraggiare gli investimenti.

«La situazione è piuttosto cupa», ha detto Grimm il mese scorso dopo la pubblicazione dell’analisi annuale del Consiglio sullo stato dell’economia tedesca.

Bloccati nel XIX secolo

Come economia più grande dell’UE, le difficoltà economiche della Germania si ripercuotono su tutto il blocco. Questo è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni è diventata di fatto il piano produttivo per i produttori tedeschi di auto e macchinari.

Se acquistate una Mercedes, una BMW o una VW, è probabile che il motore o il telaio siano stati prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia.

Ciò che rende così difficile risolvere la crisi dell’industria automobilistica tedesca per l’Europa è che il continente non ha altri settori su cui fare affidamento.

Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.

Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in ricerca e sviluppo negli USA erano Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, sono Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook).

Dato il dominio di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo tecnologico, è difficile immaginare come il settore tecnologico europeo possa mai competere nello stesso campionato, per non parlare di recuperare terreno.

Una ragione è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il venture capital. Ma il pool di venture capital in Europa è una frazione di quello statunitense. Nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Invece di investire nel futuro, gli europei preferiscono lasciare i propri soldi in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro dei risparmi degli europei vengono lentamente erosi dall’inflazione.

«I modesti pool di venture capital in Europa stanno privando le startup innovative di investimenti, rendendo più difficile stimolare la crescita economica e migliorare gli standard di vita», hanno concluso un team di analisti dell’FMI in una recente analisi.

Se quindi automobili e IT sono esclusi, l’UE potrebbe affidarsi alle tecnologie del XIX secolo in cui ha sempre eccelso, come macchinari e treni, giusto?

Purtroppo, qui entrano in gioco i cinesi.

Il numero di settori in cui le aziende cinesi competono direttamente con quelle della zona euro, molte delle quali produttrici di macchinari, è passato da circa un quarto nel 2002 a due quinti oggi, secondo una recente analisi della BCE.

Peggio ancora, i cinesi sono estremamente aggressivi sui prezzi, il che ha contribuito a una significativa riduzione della quota dell’UE nel commercio globale.

La politica dello struzzo

Con l’Europa alle prese con una crescita stagnante, una competitività in calo e tensioni con Washington – solo per citare alcuni dei problemi – ci si potrebbe aspettare un vivace dibattito pubblico su un’ampia agenda di riforme.

Magari fosse così. Il rapporto di Draghi ha ottenuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente per poi essere rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, i continui allarmi lanciati da FMI e BCE cadono nel vuoto.

Probabilmente perché gli europei non stanno realmente avvertendo la criticità della situazione – almeno, non ancora.

Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, guida tutte le classifiche globali quando si tratta della generosità dei sistemi di welfare dei suoi membri.

Tuttavia, con il peggiorare delle prospettive economiche della regione, gli europei potrebbero ricevere una brusca sveglia. Paesi come la Francia, che quest’anno affronta un deficit di bilancio del 6% e del 7% nel 2025 – più del doppio del limite consentito nella zona euro – avranno difficoltà a mantenere uno stato sociale generoso.

Parigi spende attualmente oltre il 30% del PIL in spesa sociale, una delle percentuali più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono lontani.

Se le fortune economiche dell’Europa non cambieranno presto, quei paesi si troveranno a dover prendere decisioni difficili, proprio come ha fatto la Grecia nel 2010, con l’aumento dei costi di indebitamento.

Il probabile risultato è una radicalizzazione della politica, come accaduto in Grecia durante la crisi del debito, con i populisti di estrema destra e sinistra che colgono l’opportunità di attaccare l’establishment.

Questa radicalizzazione è già in atto in diversi paesi, il più preoccupante dei quali è la Francia. Il successo delle frange estremiste è tanto più inquietante se si considera che il peggio della sofferenza economica deve probabilmente ancora arrivare.

Il problema è che, quando gli europei si sveglieranno di fronte alla nuova realtà, potrebbe essere troppo tardi per fare qualcosa.

Fonte

25/10/2024

Alti dividendi, investimenti risicati, salari bassi. Il “segreto di pulcinella” dell’industria italiana

Poiché il mantra che sentiamo in continuazione è quello che vorrebbe la politica guidata dai “tecnici” sulla base dei dati, un documento redatto dall’Osservatorio delle Imprese della Sapienza offre ampio materiale di dibattito. Incentrato sull’andamento dell’industria nazionale, non dice però quello che vorrebbero padroni e padroncini. Anzi…

Il titolo è già molto chiaro: “Dinamica dei redditi, recenti squilibri nell’industria italiana”. C’è da dire che questo contributo è pensato per aiutare l’orientamento degli studenti verso le aziende e il sistema imprenditoriale verso gli obiettivi di competitività delineati da Draghi, quindi non è “antipatizzante” verso il pensiero mainstream...

Ma il fulcro rimane “la bassa remunerazione del lavoro nell’industria italiana”. Subito viene anche ricordato che, nel giro di sei mesi, tre quarti dei dipendenti delle imprese afferenti a Confindustria vedranno scadere il proprio contratto, e che dunque bisogna sbrigarsi per far fronte al problema, prima che si allarghi.

I numeri sono quelli, e di particolare interesse è il primo capitolo dell’analisi, in cui vengono rielaborate le informazioni raccolte dall’Area Studi Mediobanca (AST) nell’annuale rapporto “Dati cumulativi”. In esso vengono studiate 1.900 aziende sopra i 500 dipendenti, che rappresentano quasi il 50% del fatturato industriale e manifatturiero nazionale.

Nel 2023 per queste imprese medio-grandi il fatturato netto è aumentato del 34% rispetto al 2019, in parte sicuramente per effetto dell’inflazione. Ma anche il valore aggiunto si è incrementato di un terzo rispetto a quello stesso anno; sono cioè andati di pari passo l’uno con l’altro.

La situazione cambia nettamente dal 2020, ovvero dalla pandemia in poi. Infatti, “la quota di valore aggiunto andata a remunerare il lavoro è calata di ben 12 punti percentuali, perché non gonfiata dall’inflazione”: in pratica, la componente rimasta ferma al palo è stata quella dei salari.

“Il peso dell’utile netto infatti”, continua il documento, “è aumentato di ben 14 punti percentuali nel 2023 rispetto al 2020”. La conclusione che trae è che l’inflazione “ha penalizzato quindi il lavoro dei dipendenti dell’azienda a tutto vantaggio del capitale dei soci”.

Un altro dato è poi significativo: “tra il 2020 e il 2023, gli azionisti delle società industriali censite da AST si sono distribuiti ogni anno in media l’80% degli utili così gonfiati, lasciando appena il 20% a disposizione della gestione come contributo all’autofinanziamento di nuovi investimenti”. In sintesi, tutto il guadagno è andato nel portafoglio e quasi nulla è stato messo nel miglioramento dell’azienda.

“Tutto ciò dimostra che le società industriali non hanno ampliato l’indebitamento, non già per ‘scarsità del credito’ come troppo spesso si dice con superficialità, quanto piuttosto per disaffezione al rischio d’impresa”, conclude il primo capitolo. Viene detto che la motivazione è nell’incertezza, nella perdita di competitività e in altri fattori correlati.

Ma qui c’è la falla del ragionamento, che ancora una volta non sottolinea come il problema sia proprio la proprietà e la gestione privata degli investimenti. Nei Dati cumulativi dell’AST si legge che “nel 2023 gli investimenti del comparto pubblico hanno segnato un +19,5%, il privato -3,1%”: è quest’ultimo che può e non fa, perché deve garantire i dividendi.

Non si può pensare di essere più competitivi se i padroni si intascano ogni centesimo e non spendono un euro in innovazione. E intanto, continuano a chiedere sussidi su sussidi perché, dicono, altrimenti non ci sono le condizioni per produrre, mentre si garantiscono alti profitti drenando risorse dai lavoratori. Detto nel linguaggio governativo: gli imprenditori non creano lavoro, ma rubano risorse.

Il secondo capitolo dello studio della Sapienza descrive proprio questa dinamica dopo il Covid-19. Anche quando è aumentato il valore aggiunto in volume e la produttività, come nel 2021, le retribuzioni sono rimaste quasi ferme: la quota del reddito da lavoro sul valore aggiunto è diminuita del 4%.

Il 2022 e il 2023 sono stati, invece, gli anni di aumento dell’indice dei prezzi a causa della spirale inflattiva. Le retribuzioni non sono state al passo, e così la quota del lavoro è diminuita di un ulteriore 4% nel 2022, mentre nel 2023 è aumentata, anche se di un misero mezzo punto percentuale.

Ma anche qui c’è un inganno al di là dei numeri. Il valore aggiunto in volume è andato calando, mentre sono aumentate le ore lavorate, e a ciò viene fatto risalire il leggero incremento della quota del reddito da lavoro: gli imprenditori non hanno investito e hanno incamerato tutti i profitti, mentre hanno aumentato lo sfruttamento intensivo dei lavoratori.

Ciò è evidenziato chiaramente dalle analisi fatte da Mediobanca sull’ebit margin, il quale – semplificando – è l’indice che rappresenta il margine di profitto che si può riuscire a fare nel ciclo completo di acquisto, produzione e vendita. Nel 2023 le 1.900 imprese prese in considerazione hanno segnato il miglior livello mai raggiunto dal 2008 (6,6%).

A preservare i margini, dice ancora Mediobanca, è stata la vischiosità dei salari (tradotto: la lentezza con cui si sono mossi dopo l’emergenza sanitaria, con il peso del costo del lavoro sul fatturato che è rimasto al di sotto della media pre-pandemia). Per di più, il potere d’acquisto tra il 2021 e il 2023 è diminuito del 7,6%.

È lo stesso istituto finanziario a sottolineare come ciò infici le opportunità offerte dal mercato interno, mentre su quelli internazionali le tensioni globali continuano a rendere incerte le prospettive. Anche qui, la realtà che viene lasciata sullo sfondo è il fallimento del modello export oriented della UE, impostato sull’industria tedesca.

Poche volte ci capita di avere una serie di dati che fotografano in maniera così impietosa da una parte il grado di parassitismo dei settori padronali del paese, dall’altra quello di inadeguatezza e servilismo della classe politica nazionale. Lo sviluppo di un’alternativa sistemica è ormai quasi una necessità per la sopravvivenza stessa.

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