Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Computazione quantistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Computazione quantistica. Mostra tutti i post

14/09/2026

La corsa al potere quantistico

Non è ancora la macchina capace di cambiare il mondo.
Ma intorno a quella macchina il mondo sta già cambiando.

Il computer quantistico è ancora una tecnologia fragile, costosa e in larga misura confinata ai laboratori, ai centri di ricerca e alle grandi imprese tecnologiche. I problemi da risolvere sono enormi: errori, rumore, stabilità dei qubit, sistemi di controllo, temperature estreme, difficoltà di scalabilità.

Eppure gli Stati stanno investendo.
Le grandi aziende stanno correndo.
I governi stanno elaborando strategie.
Le università stanno formando ricercatori.

E le potenze stanno cercando di assicurarsi le filiere industriali necessarie per non dipendere dagli altri.

Questo dovrebbe bastare per capire che il problema non è soltanto scientifico.
Il computer quantistico è destinato a entrare nella competizione per il potere.

Non sappiamo ancora quando arriverà una macchina quantistica realmente utile su larga scala. Sappiamo però che, quando arriverà, il vantaggio non sarà distribuito automaticamente.

Come è accaduto con i semiconduttori, con Internet, con l’intelligenza artificiale e con le infrastrutture digitali, anche il quantum computing rischia di diventare una questione di proprietà, controllo e accesso.

La domanda, dunque, non è soltanto: chi costruirà il computer quantistico più potente?
La domanda più importante è: chi controllerà l’ecosistema che lo rende possibile?

La macchina che ancora non c’è

Per comprendere la posta in gioco bisogna partire da un paradosso.

Il computer quantistico è ancora lontano dall’essere una tecnologia matura, ma la competizione politica intorno a esso è già molto concreta.

I computer quantistici attuali sono sistemi sperimentali. I qubit sono estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente. Gli errori possono accumularsi e rendere inutilizzabile il risultato di un calcolo.

Il problema fondamentale, quindi, non consiste semplicemente nell’aumentare il numero dei qubit.

Bisogna renderli affidabili. Bisogna correggere gli errori. Bisogna costruire qubit logici stabili. Bisogna riuscire a far funzionare sistemi molto più grandi senza perdere il controllo dell’informazione.

È qui che si misura la distanza tra la propaganda tecnologica e la realtà industriale.

Un computer con migliaia di qubit instabili non equivale automaticamente a una macchina capace di risolvere problemi utili. Il vero salto avverrà quando sarà possibile costruire sistemi affidabili, scalabili e tolleranti ai guasti.

Ed è proprio per questo che il problema è diventato politico. Perché la corsa non riguarda soltanto il risultato finale. Riguarda la capacità di costruire, prima degli altri, tutto ciò che serve per arrivarci.

Willow e la politica del possibile

Nel dicembre 2024 Google ha presentato Willow, un processore quantistico da 105 qubit.
L’attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sui progressi nella correzione degli errori. È un elemento importante perché la correzione degli errori rappresenta uno dei principali ostacoli alla costruzione di macchine quantistiche realmente utili.

Google ha inoltre presentato risultati molto avanzati in un particolare test computazionale, il random circuit sampling. Ma sarebbe sbagliato trasformare quella dimostrazione in una rivoluzione già compiuta. Willow non è il computer che domani sostituirà i supercomputer. Non siamo davanti a una macchina capace di risolvere in pochi minuti i problemi della medicina, della finanza o dell’ingegneria.

Il punto è un altro. La ricerca sta cominciando a dimostrare che alcuni dei problemi fondamentali del calcolo quantistico possono essere affrontati. E questo modifica le aspettative. Quando una tecnologia appare tecnicamente possibile, il capitale comincia a seguirla. Quando il capitale arriva, intervengono gli Stati. Quando intervengono gli Stati, la tecnologia diventa strategica.

È esattamente questo il passaggio che stiamo osservando.

Il quantum non è un computer più veloce

Bisogna anche liberarsi di un equivoco. Il computer quantistico non sarà semplicemente un computer tradizionale più potente.

Un computer classico lavora attraverso bit che assumono il valore 0 oppure 1.
Un computer quantistico sfrutta invece proprietà della meccanica quantistica, come sovrapposizione ed entanglement, per trattare l’informazione in modo radicalmente diverso.

Questo non significa che il quantum sarà migliore in tutto. Per scrivere un articolo, guardare un film, gestire un archivio o utilizzare Internet, continueremo ad avere bisogno dei computer classici.

Il vantaggio quantistico riguarderà soprattutto determinati problemi. Tra questi, uno dei più importanti potrebbe essere la simulazione di molecole, materiali e processi fisici complessi. Ed è qui che la posta economica diventa enorme.

Nuovi farmaci. Nuovi materiali. Catalizzatori più efficienti. Batterie. Processi industriali. Ottimizzazione. Energia. Finanza. Logistica. Difesa.

Non sappiamo ancora quali applicazioni diventeranno economicamente decisive. Ma sappiamo che una macchina capace di affrontare alcuni problemi oggi proibitivi potrebbe creare enormi vantaggi competitivi per chi la controlla. Ed è precisamente per questo che la tecnologia non è neutrale.

La crittografia: il futuro è già arrivato

C’è però un settore nel quale il problema quantistico non appartiene soltanto al futuro. È la sicurezza digitale. Una parte importante della sicurezza delle comunicazioni contemporanee si basa sulla difficoltà, per i computer classici, di risolvere determinati problemi matematici.

L’algoritmo di Shor ha dimostrato teoricamente che un computer quantistico sufficientemente potente e tollerante ai guasti potrebbe mettere in crisi alcuni di questi sistemi. La macchina necessaria non esiste ancora. Ma il tempo necessario per sostituire le infrastrutture crittografiche esistenti può essere molto lungo. E questo produce una situazione paradossale. I dati possono essere rubati oggi e decifrati domani.

È il principio del cosiddetto “harvest now, decrypt later”. Comunicazioni diplomatiche. Informazioni militari. Dati sanitari. Segreti industriali. Transazioni finanziarie. Informazioni strategiche. Non tutto ciò che viene cifrato oggi perde valore domani.

Al contrario. Una parte delle informazioni più importanti conserva il proprio valore per decenni. Per questo la transizione verso la crittografia post-quantistica è già una questione politica.

Non bisogna aspettare che la macchina quantistica esista. Bisogna prepararsi prima.

Il problema non è soltanto tecnologico

Qui emerge un punto che spesso viene nascosto dalla retorica dell’innovazione. Quando si parla di tecnologia si tende a parlare del prodotto finale. Il telefono. Il computer. Il chip. Il modello di intelligenza artificiale. Il computer quantistico.

Ma dietro ogni tecnologia strategica esiste una filiera. Ci sono materie prime. Semiconduttori. Macchinari. Software. Brevetti. Università. Centri di ricerca. Infrastrutture. Energia. Capitale. Lavoro altamente qualificato. Catene di approvvigionamento.

E soprattutto proprietà. La questione decisiva diventa quindi il controllo dell’intero ecosistema.

Chi possiede i brevetti? Chi controlla i componenti? Chi forma i ricercatori? Chi finanzia la ricerca? Chi possiede i data center? Chi stabilisce gli standard? Chi controlla le infrastrutture? Chi decide a quali soggetti consentire l’accesso alle macchine? La corsa quantistica è già una corsa per rispondere a queste domande.

Stati Uniti: il vantaggio non è soltanto di Washington

Gli Stati Uniti partono da una posizione particolarmente forte. Dispongono di università di livello mondiale, enormi capacità finanziarie, grandi aziende tecnologiche e una rete industriale capace di collegare ricerca, capitale e applicazioni militari. Google, IBM, Microsoft e numerose startup stanno sviluppando architetture e tecnologie differenti.

Ma sarebbe un errore ridurre tutto alla competizione tra imprese. Il punto è il rapporto tra imprese e Stato. Le tecnologie strategiche non vengono lasciate semplicemente alle dinamiche del mercato. Quando una tecnologia può incidere sulla sicurezza nazionale, sulla superiorità militare o sull’autonomia industriale, il confine tra politica industriale e politica estera diventa sempre più sottile.

È già accaduto con i semiconduttori. È accaduto con l’intelligenza artificiale. Sta accadendo anche con le tecnologie quantistiche.

Washington non vuole soltanto essere il luogo nel quale vengono costruiti alcuni dei migliori computer quantistici. Vuole evitare che un concorrente strategico possa utilizzare quella stessa tecnologia per modificare gli equilibri globali.

Cina: la sovranità tecnologica come strategia

La Cina ha compreso da tempo che la dipendenza tecnologica può trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Per questo ha investito nella ricerca quantistica, nelle comunicazioni quantistiche e nelle infrastrutture scientifiche.

La questione cinese non è semplicemente: quanto è avanti la Cina rispetto agli Stati Uniti?
La domanda più importante è: quanto può diventare autonoma la Cina rispetto alle tecnologie controllate dall’Occidente?

È una differenza fondamentale. La sovranità tecnologica non significa soltanto produrre un prodotto nazionale. Significa possedere competenze, infrastrutture e filiere sufficienti per continuare a produrre anche quando l’accesso alle tecnologie straniere viene limitato. È uno dei motivi per cui la competizione quantistica si inserisce perfettamente nella più ampia guerra tecnologica tra Washington e Pechino.

Il quantum non è un capitolo separato. È uno dei fronti della stessa partita.

Europa: la ricerca non basta

E l’Europa? L’Europa possiede università, ricercatori, centri scientifici e imprese di grande valore. Ha investito nel Quantum Technologies Flagship e ha costruito una propria strategia per le tecnologie quantistiche. Il problema europeo è però più profondo della quantità di denaro investita nella ricerca. È il rapporto tra ricerca e industria.

L’Europa sa produrre conoscenza, ma è molto meno capace nel trasformare quella conoscenza in potere industriale. È una debolezza strutturale che riguarda molte tecnologie strategiche.

Si finanzia la ricerca. Si pubblicano studi. Si formano ricercatori. Poi il prodotto industriale viene sviluppato altrove. Il rischio è che anche il quantum segua questo percorso.

L’Europa potrebbe contribuire alla scoperta delle tecnologie del futuro senza riuscire a controllarne la produzione. E in quel caso la questione non sarebbe scientifica. Sarebbe politica. Perché una potenza che non controlla le tecnologie strategiche finisce inevitabilmente per dipendere da chi le controlla.

Una nuova forma di dipendenza

È qui che la questione quantistica diventa anche una questione sociale. Il problema non riguarda soltanto Stati Uniti, Cina ed Europa. Riguarda anche tutti quei Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per entrare nella corsa.

Se il quantum computing diventerà una tecnologia fondamentale per la ricerca scientifica, la farmaceutica, la finanza, l’energia e la sicurezza, l’accesso alle capacità di calcolo potrebbe diventare una nuova forma di disuguaglianza. Non avremo soltanto Paesi ricchi e Paesi poveri. Potremmo avere Paesi che producono capacità computazionale e Paesi che la acquistano.

È qualcosa di diverso dal vecchio divario digitale. Nel vecchio divario digitale si trattava soprattutto di avere o non avere accesso a Internet, computer e servizi digitali. Nel nuovo divario potrebbe trattarsi della capacità di produrre conoscenza attraverso macchine estremamente potenti. La differenza potrebbe diventare strutturale. E la sovranità digitale potrebbe trasformarsi in sovranità computazionale.

Il quantum come tecnologia dual use

C’è poi il problema militare. La tecnologia quantistica appartiene a pieno titolo alla categoria del dual use. Può avere applicazioni civili e militari.

La simulazione di materiali può servire all’industria. Ma può anche interessare la difesa. La sensoristica quantistica può migliorare strumenti scientifici. Ma può anche avere applicazioni nella navigazione e nella rilevazione. Le comunicazioni quantistiche possono aumentare la sicurezza. Ma la stessa competizione può svilupparsi intorno alla capacità di attaccare o rendere vulnerabili le infrastrutture altrui.

Non bisogna quindi immaginare una futura “arma quantistica” come se fosse semplicemente la versione successiva della bomba atomica. Il cambiamento potrebbe essere più profondo. Potrebbe riguardare la capacità di conoscere, calcolare, rilevare e proteggere informazioni prima e meglio dell’avversario. E nella competizione tra potenze, questo è già potere.

Una nuova Guerra fredda?

Definire questa situazione una nuova Guerra fredda sarebbe probabilmente eccessivo.

Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso. Le università collaborano. Le imprese competono e contemporaneamente cooperano. Le catene produttive attraversano più continenti. La ricerca scientifica non segue perfettamente i confini politici. Ma una cosa è cambiata.

La tecnologia è tornata al centro della competizione tra Stati. Non è più possibile separare nettamente politica industriale, sicurezza nazionale e politica estera. I semiconduttori lo hanno dimostrato. L’intelligenza artificiale lo sta confermando. Il quantum potrebbe portare questa dinamica a un livello ancora più alto.

Non è quindi necessario parlare di nuova Guerra fredda. È sufficiente riconoscere che siamo dentro una nuova competizione tecnologica tra potenze.

Il capitale segue il potere

C’è infine un elemento che spesso viene lasciato ai margini. Il ruolo del capitale.

Le grandi tecnologie contemporanee richiedono investimenti enormi e tempi lunghi. La ricerca quantistica non fa eccezione. Questo favorisce la concentrazione. Le grandi aziende possono permettersi laboratori costosi. Gli Stati possono finanziare programmi pluriennali. I piccoli Paesi possono avere difficoltà a sostenere una competizione nella quale servono contemporaneamente ricerca fondamentale, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Il risultato può essere una concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori. E questo produce una domanda che non è più soltanto economica. Chi controlla la tecnologia controlla una parte crescente delle condizioni nelle quali l’economia può funzionare. È questa la vera trasformazione.

L’Europa davanti a una scelta

Per l’Europa la questione diventa quindi particolarmente delicata.

Non basta dichiarare che il quantum è strategico. Non basta finanziare qualche programma. Non basta produrre ricerca scientifica di qualità. Serve una politica industriale. Serve una filiera. Servono infrastrutture. Serve formazione. Servono investimenti di lungo periodo. E serve soprattutto una decisione politica: l’Europa vuole essere un soggetto della competizione tecnologica o soltanto il mercato nel quale altri venderanno le tecnologie che hanno sviluppato?

È la stessa domanda che si pone nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nell’energia e nelle infrastrutture digitali.

Il problema, dunque, non è il quantum in sé. È la capacità europea di trasformare conoscenza in autonomia.

Il futuro non è neutrale

Ogni grande trasformazione tecnologica viene normalmente presentata come inevitabile. arriverà. Cambierà tutto. Bisogna adattarsi. Ma questa narrazione nasconde una questione fondamentale. La tecnologia non arriva in uno spazio vuoto. Arriva dentro rapporti economici e rapporti di potere già esistenti.

Il computer quantistico non sarà semplicemente “inventato”. Sarà finanziato. Prodotto. Brevettato. Controllato. Venduto. Regolato. E utilizzato da qualcuno per determinati interessi.

Per questo la domanda politica viene prima della domanda tecnologica. Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa sarà capace di fare il computer quantistico. Dobbiamo chiederci: chi avrà la capacità di costruirlo? Chi potrà permetterselo? Chi controllerà le infrastrutture? Chi stabilirà gli standard? Chi possiederà i dati? Chi deciderà per quali scopi potrà essere utilizzato?

Queste sono le vere domande della corsa quantistica.

La corsa al potere

La rivoluzione quantistica potrebbe non essere la rivoluzione che molti oggi immaginano. Non arriverà necessariamente sotto forma di una macchina miracolosa capace di sostituire i computer tradizionali.

Potrebbe arrivare molto più lentamente. Attraverso laboratori, investimenti, brevetti,c entri di ricerca, infrastrutture, sistemi militari, standard crittografici, catene industriali. E, soprattutto, attraverso la progressiva concentrazione delle capacità di calcolo.

Per questo la corsa è già iniziata. Non perché il computer quantistico sia già pronto. Ma perché il potere che potrebbe derivare dal suo controllo è già abbastanza grande da modificare le strategie degli Stati e delle imprese.

La partita non si giocherà soltanto nei laboratori di Google, IBM, delle università cinesi o dei centri di ricerca europei. Si giocherà nelle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento, nei mercati finanziari, nelle politiche industriali, nelle alleanze internazionali e nei sistemi di sicurezza. E soprattutto si giocherà attorno a una questione che la retorica dell’innovazione tende a nascondere: chi possiede i mezzi per produrre la conoscenza possiede una parte del potere necessario a governare il futuro.

Il computer quantistico potrebbe aprire possibilità straordinarie per la scienza, la medicina, l’energia e l’industria. Ma la tecnologia, da sola, non garantisce né progresso né emancipazione. Dipende da chi la controlla. Dipende da chi può accedervi. Dipende dagli interessi che ne orientano l’utilizzo.

Per questo la vera corsa quantistica non è soltanto una corsa ai qubit. È una corsa al controllo delle infrastrutture della conoscenza. E, in ultima analisi, al controllo di una parte del potere del XXI secolo.

Fonte

25/06/2026

La sfida industriale dei computer quantistici

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

La sfida del freddo

Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Alphabet – operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.

Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro Pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.

Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.

Una pluralità di approcci

Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.

Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.

Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.

Il problema del talento

La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.

La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.

Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.

Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.

La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.

In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.

Fonte

02/05/2025

La UE annuncia quasi un miliardo di investimenti per la difesa (e la ricerca) comune

La Commissione Europea ha diffuso una nota con la quale ha annunciato i risultati dei bandi 2024 dello Europea Defence Fund (EDF), creato nel 2017 e annoverato tra i vari strumenti pensati dalla UE per promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario.

In funzione di esso, tra gli obiettivi del fondo c’è anche il sostegno all’innovazione e alle tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari. Sul sito della Commissione Europea si legge che l’intelligenza artificiale e la computazione quantistica sono tra i settori interessati dai programmi EDF.

Difatti, tutti i progetti hanno ottenuto il marchio STEP (Strategic Technologies for Europe Platform), una piattaforma di recente creazione da parte delle istituzioni europee che serve proprio a convogliare gli investimenti – pubblici e privati – verso le tecnologie critiche per l’autonomia strategica UE. Pochi giorni fa Bruxelles aveva annunciato l’ampliamento della sua applicazione all’ambito militare.

Il fondo raccoglie 7,3 miliardi, spalmati tra il 2021 e il 2027. I progetti approvati per il 2024, si legge sempre sul sito, sono “allineati agli obiettivi strategici delineati nel Libro bianco sulla prontezza della difesa europea entro il 2030”, cioè il piano di riarmo, difesa comune ed economia di guerra delineato da Bruxelles.

Il bando dello scorso anno ha portato all’approvazione di circa 910 milioni di investimenti, divisi tra 62 progetti. 39 di questi riguardano la attività di ricerca, e riceveranno 369 milioni di euro, mentre altre 23 proposte vincenti del bando otterranno 539 milioni per lo sviluppo di capacità operative. Gli accordi di sovvenzione dovrebbero essere finalizzati entro fine anno.

I consorzi dei progetti selezionati raccolgono i colossi del Vecchio Continente (Leonardo, Airbus, Thales, e così via), ma la Commissione Europea ci ha tenuto a sottolineare come il 38% di tutte le entità partecipanti sono piccole e medie imprese, che riceveranno oltre il 27% dei finanziamenti. Un appunto che appare pensato proprio per legittimare in maniera più diffusa l’economia di guerra.

Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, ha evidenziato che “le proposte selezionate sostengono lo sviluppo di capacità critiche come i sistemi di difesa aerea e missilistica e i velivoli senza pilota”, ovvero i droni. Sono proprio quei sistemi che sui vari scenari di conflitto attuali si mostrano come centrali dei nuovi modi di far guerra.

Non a caso, Kubilius ha aggiunto che queste tecnologie “consentiranno alle forze armate europee di rispondere alle minacce emergenti e proteggere i nostri cittadini, sia rafforzando la nostra difesa collettiva sia supportando i nostri partner, come l’Ucraina, nei loro sforzi per difendersi dalle aggressioni straniere”. Kiev, annuncia la nota della Commissione, potrà associarsi per la prima volta ai progetti EDF.

È evidente come la creazione di un ecosistema industriale bellico tutto europeo presenti ancora profonde lacune e contrasti, ma iniziative come questa servono proprio ad accumulare sinergie e integrazioni delle filiere per raggiungere infine un salto di qualità nel settore. Che tuttavia mantiene connessioni in una dimensione atlantica con Regno Unito, Ucraina e Norvegia (coinvolta nei bandi EDF 2024).

Intanto, 12 membri UE (Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia) hanno chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari. La corsa verso un’economia di guerra europea non fa che accelerare.

Fonte

15/02/2021

Offensiva Tedesca contro il Q computer Cinese

La competizione sul computer quantistico si fa sempre più accesa. Dopo l’annuncio dei risultati cinesi, ora si fa avanti anche la Germania, con un ulteriore investimento pubblico di 2 miliardi di euro.

Il 18 dicembre scorso, su Science, un gruppo di ricerca del Center in Quantum Information and Quantum Physics, dell’University of Science and Technology of China, Shanghai, guidato da Jian-Wei Pan, ha annunciato di aver ottenuto importanti risultati sperimentali sulla computazione quantistica.

Di cosa si tratta?

Si tratta della costruzione di un nuovo strumento di calcolo (chiamarlo computer è davvero riduttivo) che può raggiungere «una frequenza che, rispetto alla capacità dei supercomputer attuali più all’avanguardia, è più veloce di un fattore di circa 10 elevato alla Quattordicesima» (Science).

Ciò vuol dire che un computer quantistico può eseguire in soli 200 secondi un calcolo per risolvere il quale un computer tradizionale impiegherebbe 600 milioni di anni.

È difficile immaginare a cosa possa servire una macchina così mostruosa. Intanto, potrebbe aprire ogni nostra casella di posta, ogni file criptato, violare ogni carta di credito, rendere trasparente tutto il nostro bel mondo riservato di Internet, visto che tutto questo bel mondo si basa perlopiù sull’elevata complessità computazionale della fattorizzazione in numeri primi, che un tale mostro potrebbe attaccare con la mera forza bruta.

In secondo luogo, potrebbe trovare applicazione in quei settori che richiedono un’elevata capacità di calcolo, ovvero nella teoria dei grafi, nell’apprendimento automatico, nella medicina o nella chimica.

Nel 2019 Google aveva annunciato su Nature la messa appunto di Sycomore, un vero computer quantistico perfettamente funzionante, a 53 QuBit, in grado in 3 minuti di risolvere un calcolo per il quale un computer attuale impiegherebbe 10.000 anni.

Il gruppo di ricerca cinese ha dichiarato che Jiuzhang (il Q computer cinese) elabora i dati 10 miliardi di volte più velocemente del computer quantistico a 53 Qubit sviluppato da Google.

Il Governo tedesco ha affidato la missione di star dietro a Usa e Cina al Quantum Computing Expert Council, struttura alle dirette dipendenze del Bundesministeriums für Bildung und Forschung (Ministero federale Istruzione e Ricerca).

Il suo direttore, l’ingegnere Peter Leibinger, ha ammesso che il governo ha investito una montagna di soldi nella competizione con Usa e Cina (FAZ), e che la tecnologia fotonica avrà un impatto enorme nella medicina e nella tecnica di criptazione dei dati (non si è sbilanciato sul tema della sicurezza e della guerra telematica, meno rassicuranti).

Perché è importante costruire in casa un Q computer?

Insieme al computer devi progettare il software di base e il software applicativo. Per produrre quest’ultimo, dice Peter Leibinger, devi conoscere ciò su cui l’App viene applicata. Chi scrive le applicazioni per risolvere un problema, dice Peter Leibinger, si occupa anche molto intensamente del problema stesso che deve essere risolto. Impara a capire il problema molto più profondamente.

Gli esperti di computer quantistici di Google sanno quindi esattamente con quali molecole Böhringer sta lavorando. È chiara la necessita di autonomia tecnologica della Germania.

La prova del nove del legame del software con tutta la filiera produttiva è data da una piccola gaffe, da un disservizio che ha del comico, capitato proprio in questi giorni all’efficientissimo governo tedesco, evidentemente bravo a piegare la lamiera e riempirla di motori a scoppio e componentistica italiana prodotta a basso costo, piuttosto che a produrre macchine a silicio o a fotoni.

«Il Denaro degli aiuti-Covid è di nuovo disponibile in Dollari», titolava sabato 13 Febbraio la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Cosa è successo?

Già prima di Natale i cittadini tedeschi avevano ricevuto l’avviso della somma spettante, ma la somma era denominata in dollari. In più, la data di riscossione era scritta al modo americano – una sciocchezza, direte voi, ma pur sempre un errore, possibile causa di disguidi e confusione.

A Gennaio il problema sembrava risolto, ma in alcune regioni, dopo un aggiornamento, le somme di denaro sono tornate ad essere denominate in dollari.

Immaginate i poveri cittadini tedeschi, già afflitti da una emergenza sanitaria che l’efficiente governo tedesco sembrava avere sconfitto già prima della sua comparsa, alle prese con una nuova ondata, per giunta pure inglese; immaginate il giro a velocità fotonica dei loro cabasisi, al confronto dei quali i nostri girano alle modeste velocità del silicio.

Scrivere software in casa ha i suoi piccoli vantaggi.

Fonte