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domenica 31 marzo 2019

L’autodafé di Cesare Battisti


Durante l’Inquisizione spagnola si tenevano delle solenni cerimonie pubbliche nel corso delle quali si dava lettura delle sentenze di condanna e si celebravano le abiure. Vi partecipavano i giudici, i funzionari, gli ordini religiosi, i rei e il pubblico radunato in una piazza dove era stato eretto un palco. Gli esiti di questi autodafé potevano essere fausti o infausti, ed anche nel caso peggiore l’aver avuto salva l’anima obbligava il colpevole a dover ringraziare i propri carnefici.

L’autodafé di Cesare Battisti si è tenuto, come si conviene in tempi ultramoderni e di postdemocrazia, in una sala del tribunale di Milano davanti ad un pubblico di giornalisti e televisioni. C’erano i giudici ma mancava il reo che aveva reso confessione nel carcere di Oristano due giorni prima. Per Battisti il supplizio pubblico era già avvenuto al momento del suo arrivo in Italia. Nei processi attuali il reo entra solo nominalmente in tribunale poiché il suo luogo predestinato è la prigione, ben prima della condanna, da dove può collegarsi – se ritiene – in videoconferenza. Una residua presenza virtuale per impedire che si possa gridare alla cancellazione definitiva dei diritti della difesa. Per Battisti le cose sono state ancora più semplici: durante il processo non era presente, lo hanno condannato al massimo della pena e quarant’anni dopo ha confessato dal fondo di quel pozzo di 3 metri per 4 che è la sua cella isolata del carcere di Oristano. Così il cerchio della giustizia si è chiuso!

Lo ha scritto per Repubblica, con grande soddisfazione, il procuratore Armando Spataro, titolare alla fine degli anni '70 dell’inchiesta contro i Pac, gruppo nel quale militava Battisti, secondo cui sarebbe falso «che il sistema giudiziario non sia stato in grado di garantire i diritti degli accusati di terrorismo», tanto che «il sistema italiano è studiato come modello verso cui tendere». Quest’ultima affermazione è senza dubbio vera: la «lezione italiana», infatti, è stata un laboratorio che ha insegnato al mondo come costituzionalizzare l’eccezione, rendendola regola permanente e non più sospensione nello spazio e nel tempo della norma.

Discorso questo, ripreso anche da Laurent Joffrin, su Libération, che senza riuscire ad evitare una prosa accidentata da ossimori continui ha riconosciuto alla democrazia italiana di aver «traversato la prova senza rinunciare, nella sostanza, ai principi dello Stato di diritto. Gli appartenenti alle formazioni terroristiche sono stati perseguiti con energia, ma condannati nella gran parte dei casi alla fine di processi condotti secondo le regole». In realtà, a fronte di mantenimento delle «forme» è proprio la «sostanza» dello Stato di diritto che ha subito delle modifiche. Se è vero che non sono state introdotte giurisdizioni speciali, ma i processi, seppur divenuti “maxi”, sono stati condotti dalle normali corti d’Assise, è altresì vero che queste si sono avvalse di leggi speciali, eccezioni procedurali, criteri premiali e differenziali: insomma un ampio arsenale d’eccezione che ha raddoppiato le pene, esteso a dismisura l’uso del concorso fino a formule ellittiche come quello «morale o psichico», inesistente negli altri codici europei, e ripetutamente censurato dalle Chambres francesi, moltiplicato la custodia preventiva, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse. Senza dimenticare le torture del professor De Tormentis, ormai accertate anche dai tribunali. Ma l’ossimoro alla fine travolge la prosa del direttore di Libération che aggiunge: «La “guerra” innescata dagli attivisti dell’estrema sinistra si fondava su un’analisi giusta, ma alla fine dei conti falsa, della democrazia in Italia».

Nel 1990 fu la magistratura francese non la dottrina Mitterrand a dichiarare inestradabile Battisti

Non è vero quel che si racconta sulla stampa italo-francese: Battisti non si è dichiarato sempre innocente. Nel 1990, quando fu oggetto della prima domanda di estradizione proveniente dall’Italia, la magistratura francese ritenne irricevibile la richiesta italiana poiché il processo e la condanna nei suoi confronti, come di altri suoi coimputati, si erano tenuti in contumacia. A differenza dell’Italia, quando in Francia un imputato è stato condannato in sua assenza ha diritto ad essere riprocessato una volta presente. Fu dunque la corte d’appello di Parigi a ritenere inestradabile Battisti. Decisione giuridica che rafforzava la politica di asilo di fatto riassunta nella formula della «dottrina Mitterrand».

Per 23 anni, dal momento della sua fuga dall’Italia fino al suo secondo arresto del 2004, realizzato in violazione del ne bis in idem, Battisti non aveva mai fatto ricorso alla strategia innocentista. La svolta avviene quando, sotto la pressione di alcuni ambienti intellettuali e editoriali francesi che lo avevano adottato, decise di mollare lo studio legale De Félice-Terrel, che aveva storicamente difeso gran parte dei fuoriusciti italiani.

La campagna innocentista

Presentata come una radicale svolta dopo la scarcerazione del marzo 2004, la decisione repentina e brutale di fare ricorso alla categoria dell’innocenza venne assunta fin da subito a discapito dei suoi compagni di destino, quasi a sottolineare che la distanza frapposta con la sua vecchia comunità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Il resto dei fuoriusciti fu accusato di averlo condizionato, addirittura imbavagliato, il tutto senza risparmiare giudizi denigratori nei confronti di altre formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo piccolo gruppo d’appartenenza. Mentre i suoi vecchi legali e compagni di esilio lo mettevano sull’avviso, di fronte al rischio che rappresentava quella scelta, ricordandogli che la procedura d’estradizione non era un’anticipazione del giudizio processuale, né un ulteriore grado del processo, ma una sede giuridica dove le richieste provenienti dall’Italia venivano valutate sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e interne, alcuni suoi sostenitori lasciavano intendere che la difesa di merito non era stata intrapresa in precedenza perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia» (Le Monde del 23 novembre 2004). Oltre a insinuare, di fronte all’opinione pubblica, che quella dei fuoriusciti fosse una comunità di “colpevoli” che impedivano all’unico “innocente” di difendersi, veniva attribuito loro un ruolo censorio fino a designare i fuoriusciti come una combriccola di cinici inquisitori che lanciavano scomuniche.

Anche la massiccia offensiva mediatica condotta dai molti e autorevoli sostenitori della sua innocenza in punto di fatto offrì pretesti insperati e sponde oggettive ai sostenitori dell’emergenza giudiziaria, il più delle volte con argomenti impropri, superficiali e caricaturali, nonostante le procure antiterrorismo avessero solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni (ricordiamo come lo stesso Spataro, contraddicendo la stesse sentenze, sostenne per lungo tempo che Battisti fosse direttamente coinvolto nell’uccisione di Torregiani).

L’esilio brasiliano

Rifugiatosi in Brasile, dopo che il governo francese aveva concesso l’estradizione, l’affaire Battisti proseguì su due binari: mentre la campagna pubblica reiterava la linea innocentista, lo scontro giuridico davanti al Tribunale supremo federale e in sede politica si incentrò sull’emergenza giudiziaria che aveva contraddistinto le inchieste e i processi in Italia e sulla pena dell’ergastolo, sanzione assente nel codice penale brasiliano, fino al rifiuto dell’estradizione firmato dal presidente Lula alla scadenza de suo mandato, il 31 dicembre 2010.

Una volta spodestata Dijlma Roussef, succeduta a Lula alla presidenza del Brasile, e dopo il golpe giudiziario del duo Moro-Bolsonaro, il primo procuratore e il secondo candidato presidenziale, concretizzatosi con l’arresto dello stesso Lula, il destino di Battisti appariva segnato. Arrestato, dopo essere riparato in Bolivia, è stato condotto in Italia nel più totale vuoto giuridico, con un puro atto di forza, senza una regolare misura di espulsione da quel Paese, come testimonia il fatto che fu inizialmente preso in consegna dalla polizia brasiliana e successivamente fermato sulle scalette dell’aereo che doveva ricondurlo a São Paulo, per essere consegnato ad una squadra italiana giunta in tutta fretta sul posto. Artificio congegnato per impedire l’applicazione della clausola di commutazione della pena dell’ergastolo a 30 anni, concordata con l’Italia nell’ottobre 2017, e indicata nel provvedimento di estradizione firmato dal presidente Michel Temer, succeduto a Dijlma Roussef.

Consegna straordinaria e reclusione speciale

Giunto in Italia, dopo l’oscena cerimonia di Ciampino, Battisti è stato sottoposto ad un regime detentivo straordinario che esula dalla stessa pena dell’isolamento diurno di sei mesi previsto in sentenza. Isolamento che la corte d’Assise di Milano, nel frattempo, non ha ritenuto prescritto, nonostante l’evidenza dei decenni trascorsi, perché – a suo dire – l’imprescrittibilità dell’ergastolo «si riverbera» sul segmento di pena autonoma dell’isolamento diurno, che – ricordiamo – non è una modalità di esecuzione della detenzione ma è ulteriore pena a tutti gli effetti.

Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui resterà l’unico ospite una volta terminato il periodo di isolamento diurno. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario. Un regime detentivo concepito per estorcere dichiarazioni al pari del 41 bis ufficiale e che ha spinto Battisti a confessare dei reati senza aver mai preso parte al proprio processo.

La confessione

Nel sistema giudiziario italiano la nozione di colpa è stata stravolta dall’imponente arsenale legislativo premiale. Il discrimine essenziale è divenuto infatti il comportamento tenuto dal reo, la sua prova di sottomissione, il grado di ravvedimento o collaborazione. A parità di reato e responsabilità penale vengono emesse sentenze e offerti trattamenti penitenziari molto diversi. La logica della premialità ha modificato i confini della colpa e dell’innocenza. Si può esser colpevoli e premiati, innocenti e puniti. Conta più ciò che si è di quel che si è fatto. Battisti, purtroppo, non ha avuto la forza di battersi contro questa situazione.

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Brasile - Vietata la celebrazione del colpo di stato voluta da Bolsonaro

Un giudice brasiliano, Ivani Silva da Luz, ha deciso di vietare le celebrazioni programmate per oggi in Brasile in occasione dell’anniversario del colpo di stato militare del 1964, celebrazioni fortemente promosse dal neopresidente Jair Bolsonaro.

Il giudice ha dichiarato che l’evento per il 55esimo anniversario del colpo di stato, che nelle ultime settimane ha suscitato un’ondata di polemiche, non è “compatibile con il processo di ricostruzione democratica”.

Ivani Silva da Luz ha precisato che le date commemorative devono essere approvate dal Congresso ed ha sottolineato che utilizzare una istituzione pubblica per fare l’apologia di una dittatura costituisce una violazione per improprietà amministrativa.

Bolsonaro aveva ribadito quattro giorni fa la sua decisione di ordinare al Ministero della Difesa che le Forze Armate celebrassero l’anniversario del colpo di stato militare e dichiarato che la commemorazione sarebbe stata limitata all’interno delle caserme.

Il leader di estrema destra ha criticato il fatto che i precedenti governi volevano “minare il morale” delle Forze armate creando nel 2012 una menzognera “Commissione per la verità” e rivendicando che l’esercito è stato “l’ultimo ostacolo contro il socialismo”.

Bolsonaro è un ex capitano dell’esercito brasiliano e nega che il golpe militare che rovesciò il presidente João Goulart e ha dominato il paese fino al 1985, sia stato un colpo di stato. Egli afferma che quella iniziativa di “civili e militari” ha permesso di sconfiggere i guerriglieri di sinistra ”e impedito l’installazione” di un regime comunista in Brasile.

La violenta deposizione di Goulart provocò più di 434 omicidi politici, più di 10.000 torturati e, secondo la Commissione per la Verità, l’uccisione di circa 8.000 indigeni che si opponevano o ostacolavano le infrastrutture e la deforestazione della regione amazzonica.

La decisione di celebrare il golpe militare, rovescia la decisione presa nel 2011 dall’allora presidente Dilma Rousseff, una ex prigioniera politica, torturata per 22 giorni di fila durante il regime militare, che aveva proibito ogni anniversario del colpo di stato del 1964.

La provocazione di Bolsonaro aveva prodotto il ripudio dei parenti dei desaparecidos e degli uccisi durante il regime militare brasiliano.

La decisione di consentire la commemorazione del colpo di stato del 1964 ha reso Bolsonaro il primo presidente dell’America Latina a rivendicare un colpo di stato militare dopo la fine delle dittature nel continente latinoamericano.

Inutile ricordare che Bolsonaro è uno dei maggiori sostenitori e sponsor del golpista Juaidò in Venezuela.

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Un via d’uscita dal declino. L’occasione della Via della Seta

di Pasquale Cicalese

Vorrei rispondere agli editoriali di Francesco Piccioni e Dante Barontini di qualche giorno fa con la speranza che si apra un dibattito.

Lo appoggio fermamente. L’altro ieri il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Gao Feng,uno che non parla molto e soprattutto non parla a caso, ha dichiarato tra l’altro: “L’Italia ha grandi prodotti e servizi di alta qualità, faciliteremo l’ingresso nel mercato cinese di una fetta più consistente di prodotti e servizi italiani e incoraggeremo grandi, influenti e credibili imprese cinesi a investire in Italia”.

Nel gennaio del 2014 scrissi per Marx 21 un pezzo – che allego – in cui delineavo una strategia di uscita dalla cappa deflazionistica. Ho un’autocritica da fare rispetto ad allora. Riponevo troppa fiducia su di una parte della borghesia industriale nazionale.

Ricavo ciò dal fatto che centinaia di miliardi di euro frutto di profitti da export sono stati dirottati all’estero, principalmente nel bund tedesco come riparo di capitale. Oggi dunque non ho nessuna speranza su di loro.

La strategia sarebbe puntare sulle poche industrie pubbliche, capaci di trascinare una parte dell’apparato industriale privato.

La Cina ha il 31% della produzione industriale mondiale, l’Italia il 2,4%. Se si realizza ciò che ieri ha affermato Gao Feng la percentuale italiana salirebbe al 2,7-3%, ricostruendo capitale industriale, una fonte di valore.

Il problema è: cosa si fa quando una classe dirigente fugge dalle sue responsabilità (imprenditoriali e politiche), lasciando il paese degradare verso il declino storico, e non si vede all’orizzonte una forza popolare in grado di prendere in mano le redini della situazione?

Ecco cosa scrissi nel 2014.

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Dal fronte esterno al fronte interno. Per una strategia di liberazione nazionale

Appunti per un programma di transizione dei comunisti nella fase attuale

Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.

Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia

Va da sé che questa strategia è innanzitutto “culturale” e politica, poiché negli ultimi decenni si è stratificato un ceto intellettuale, politico, imprenditoriale ferocemente contrario a un ritorno dello Stato nel manifatturiero, causa ultima del protrarsi e dell’aggravarsi della crisi sistemica italiana. Il “Kulturkampf” deve passare, tramite il Partito e i movimenti, nelle università, contestando le baronie e il nepotismo, nei media, attraverso un potenziamento dei nuovi canali, nei quartieri e nei territori. Ciò implica che il partito contratti la partecipazione negli enti locali attraverso la rivendicazione delle istanze del pubblico in economia.

Accordi con le economie “emergenti”

Le forze possenti che dominano regressivamente il Paese possono essere contrastate soprattutto attraverso la creazione di canali diplomatici con paesi guidati da partiti e organizzazioni a noi affini, finalizzati ad autentici accordi monetari, commerciali ed industriali capaci di ricreare un apparato produttivo che sia in sinergia con processi di sviluppo economico che attraversano questi paesi, in particolare Cina, Vietnam, Brasile e Sudafrica. Se si raggiungessero tali accordi, basati sulla logica “win-win”, parte dell’apparato industriale italiano sarebbe favorito a tal punto che sarebbe disposto a venire a patti con la strategia del ritorno del pubblico, soprattutto nelle tematiche riguardanti ricerca, infrastrutture e creazione di player che trascinino sui mercati mondiali l’ossatura manifatturiera italiana basata su piccola e media impresa (PMI).

Dal pluslavoro assoluto al pluslavoro relativo

La diplomazia economica e la strategia che ciò comporta, se avvenisse e avesse successi tangibili agli occhi del Paese, potrebbero mutare i rapporti di forza, oggi sfavorevoli, ed indirizzare il partito alla rivendicazione del passaggio dal feroce pluslavoro assoluto, in voga negli ultimi decenni (dequalificazione, allungamento dell’orario di lavoro, allungamento dell’età pensionabile, deflazione salariale), verso il pluslavoro relativo (alta qualificazione della forza lavoro, apporto scientifico, ammodernamento degli impianti industriali, rivoluzione tecnologica, infrastrutturazione del paese) che, ad esempio, la dirigenza cinese ha deciso di adottare a partire dalla Legge sul Lavoro del 2008.

Tale strategia diplomatica avrebbe effetti dirompenti perché aiuterebbe i comunisti a rivendicare alcuni punti essenziali: riforma del mercato del lavoro e ripristino dell’articolo 18 anche in imprese sotto i 15 dipendenti; riqualificazione della spesa statale per educazione, università, ricerca, formazione; sostegno alla spesa sociale; creazione di oligopoli pubblici; nazionalizzazione delle banche, con conseguente mobilitazione del risparmio nazionale dedito ad investimenti; ripristino dell’apparato statuale nelle aree degradate del Mezzogiorno; riqualificazione ambientale e, in definitiva, “salto tecnologico” delle imprese manifatturiere.

Sottrarsi al soffocamento dei Trattati deflazionistici europei

Un accordo monetario e finanziario con questi Paesi darebbe la possibilità all’Italia di sottrarsi alla soffocante corda costituita dai Trattati deflazionistici europei, giacché consentirebbe di avere nuovi canali finanziari per rinnovare il debito pubblico e aprirebbe canali commerciali alternativi a quelli, stagnanti, europei. Dopo circa vent’anni, tale apporto finanziario darebbe la possibilità di porre fine alla deflazione salariale e permetterebbe di ricreare un solido mercato interno, base d’appoggio per la penetrazione pacifica commerciale estera.

Tali accordi costituirebbero l’ossatura di un processo egemonico che i comunisti potrebbero perseguire e rivendicare dando un contributo alla risoluzione della crisi sistemica che attanaglia il paese da decenni e, da percentuali minori nel panorama italiano, potrebbero (ri)conquistare l’elettorato del proletariato italiano che, o non vota, o, peggio, affolla le sedi di movimenti reazionari quali quello della Lega.

La proiezione estera permetterebbe di porre in essere una nuova “questione nazionale” basata sull’unità, sul ritorno su basi progressive dell’apparato statuale, oggi inesistente in molti ambiti, e sulla solidarietà del proletariato italiano. Avviata in tal modo la “questione nazionale”, i rapporti di forza con il blocco reazionario europeo muterebbero a tal punto da poter rivendicare un diverso assetto europeo che sospinga verso il superamento della deflazione salariale decisa con il Piano Werner del 1972 e rinnovata poi con l’Atto Unico Europeo del 1986 e il Trattato di Maastricht del 1992.

L’accordo estero di cui si accenna permetterebbe al paese infatti di essere “interlocutore privilegiato” in Europa dei nuovi colossi economici che ormai dispiegano enormi forze sull’intero mercato mondiale.

Valorizzare il meglio della nostra cultura

Agli accordi finanziari, commerciali e monetari occorre dare una gamba, un’anima costituita da fittissimi scambi culturali capaci di valorizzare il meglio della nostra cultura. Se ciò avvenisse, il Partito dovrebbe focalizzare l’attenzione, oltre che sul Dipartimento Estero, sulla creazione di un autorevole ”Dipartimento Cultura” capace di intercettare la necessità di corpi intermedi che non trovano spazi nella regressione culturale imperante nel Paese da decenni. Anche questo farebbe parte di una tattica che ha come fine ultimo una rinnovata egemonia culturale.

In definitiva, la suddetta strategia avrebbe come merito quello di fuoriuscire dalla cappa deflazionista europea, e dalla stessa asset inflation anglosassone, ponendo in essere azioni e misure utili a riportare la percentuale della produzione industriale, in rapporto al Pil, dall’attuale 19% ad almeno il 35%.

In prima istanza, si tratterebbe si trovare diversi interlocutori alla subfornitura italiana, oggi troppo posizionata sul canale tedesco, e riposizionarla verso apparati industriali di paesi cosiddetti “emergenti”; accanto a ciò, il “salto tecnologico” che un ritorno del pubblico nell’economia permetterebbe, provocherebbe un riposizionamento qualitativo, e quantitativo, del manifatturiero italiano.

“Borghesia nazionale” versus capitale parassitario

Va da sé che tale approccio implica una tattica di appoggio verso quelle istanze di parte della “borghesia nazionale”, proiettata sui canali esteri, che, dopo circa vent’anni di ritardo, ha ormai assunto come programma la lotta verso gli assetti parassitari dell’economia italiana. Sarebbe la tipica lotta di classe tra capitale commerciale, parassitario, e capitale industriale che vede nel mercato mondiale la propria ragion d’essere. Istanze di tal fatta sono ormai visibili presso settori progressivi della Confindustria ed in genere del capitale finanziario italiano. I comunisti non piangano della proletarizzazione dei “sanfedisti”: il campo, qualora ciò avvenisse, sarebbe sgombro da intermediari, rimarrebbero unicamente proletariato e borghesia industriale. La logica egemonica di creazione di accordi monetari, industriali e commerciali con paesi a noi vicini quali Cina e Brasile legittimerebbero i comunisti quali attori primordiali di un ritorno di processi di accumulazione che si sono “arenati” negli ultimi vent’anni.

Per una “Stalingrado monetaria”

Tali accordi dovrebbero essere affiancati da una raffinatezza politica e diplomatica tale da non creare eccessive perturbazioni interne dovute a rimostranze di paese esteri quali gli Usa. La raffinatezza sarebbe dovuta al fatto che uno scudo monetario per il debito pubblico italiano, costituito da accordi con la People’s Bank of China, spazzerebbe nel giro di pochi mesi la deflazione tedesca, con effetti immediati e positivi per l’intero mercato mondiale, compresi gli USA, che, forse, vedrebbero con favore, come nel 1943, un’alterativa al disegno egemonico tedesco. L’alleanza internazionale con i paesi emergenti darebbe respiro all’Italia nell’attesa che si compia, nei prossimi anni, quell’autentica “Stalingrado monetaria” costituita da un’auspicabile fuoriuscita di capitali dalla Germania con il conseguente considerevole aumento dei rendimenti dei Bund. Sia la prima strategia che la seconda farebbero crollare i differenziali degli spread e avrebbero come effetto enormi afflussi di capitali esteri in Italia.

L’apertura di canali diplomatici esclusivi con i paesi emergenti darebbe respiro a quanti si oppongono alla logica di soffocamento derivante dalla strategia di deflazione salariale e “svalutazione interna” di Monti e Bersani (su questo non si differenziano...) e toglierebbe il fiato alla logica di spartizione di risorse pubbliche e di appoggio ai sanfedisti da parte del blocco reazionario di massa, ben rappresentato da Berlusconi e seguaci.

La tattica implica l’appoggio alla borghesia industriale di quel che un editorialista del Sole 24 Ore, Carlo Bastasin, poche settimane fa, chiamava lo scontro con i “feudatari”; è lo scontro tra esportatori, che questi definisce “esploratori”, contro “feudatari”. Qualora i comunisti pervenissero nei prossimi anni a sviluppare rapporti con i Paesi emergenti, in particolare con il colosso cinese, tesi a veri accordi monetari ed industriali, si metterebbero alla testa di questo scontro interno, potendo rivendicare istanze progressive presso gli “esploratori”.

Il tutto, ripeto, in attesa di una nuova “Stalingrado monetaria”... Lo sbarco in Sicilia, questa volta, lo dovrebbero fare i “Paesi emergenti”, giacché gli Usa sono troppo invischiati nei loro debiti.

Uscire dalla cappa deflazionista europea, programmata sin dal 1972 con il Piano Werner, è possibile solo con accordi esteri.

Questo è il compito dei comunisti italiani nei prossimi anni, non già rincorrere politici miopi che corrono per accreditarsi a Francoforte o a Berlino. Avendo in mente quanto parte degli industriali italiani dichiara da qualche mese a questa parte, vale a dire una critica feroce all’austerità e alla stessa deflazione salariale.

Insomma, meno incontri con il “centrosinistra”, più viaggi a Pechino o a Brasilia.

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La risoluzione europea sul copryright rafforza i giganti del web

Il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sul copyright con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Si è concluso così un lungo processo di discussione che ha visto impegnati migliaia di attivisti in tutto in mondo in un’opera di sensibilizzazione nei confronti di un provvedimento storico (non ultimo l’appello di #SaveYourInternet), mirato a porre grossi freni alla libertà di informazione e di espressione attraverso una strutturazione verticale e tesa alla tutela degli interessi privati dei grandi editori e produttori.

Al centro della discussione sono l’articolo 11 e l’articolo 13 della direttiva.

Il primo prevede l’obbligo da parte delle aziende che operano su internet di stipulare degli accordi preventivi con gli editori per poter pubblicare anche solo brevi estratti degli articoli e delle notizie. Nello specifico, l’articolo tende a regolamentare l’utilizzo dei cosiddetti snippet, ovvero di quelle porzioni di codice nel quale vengono rese di pubblico dominio parole chiave e brevi descrizioni che rimandano all’articolo originario. Nonostante sia esente da tale regolamentazione “l’utilizzo di singole parole e di brevi estratti”, la vaghezza della formulazione non definisce in modo chiaro quali saranno i vincoli imposti effettivamente attraverso i filtri.

L’articolo 13 prevede invece che tutti i siti e le app siano considerati responsabili per la condivisione di materiali coperti da diritto d’autore. In sostanza, l’articolo obbliga le piattaforme a stipulare accordi preventivi con i detentori dei diritti e a evitare che tali contenuti vengano nuovamente condivisi.

L’articolo 13 esclude solamente una piccola categoria di aziende: quelle che hanno meno di tre anni di attività in Europa, un fatturato minore di 10 milioni di euro e meno di 5 milioni di visitatori unici al mese. Il problema sorge secondo molti esperti nella necessità di sviluppare filtri per poter garantire l’applicazione della censura a tutti i materiali. Conseguenza di ciò sarebbe la cosiddetta “censura involontaria”, ovvero un meccanismo di censura applicato indistintamente a tutti i materiali, siano essi sviluppati con fini satirici, politici e in generale come espressione di libertà.

Quella che in tanti vedono come una vittoria sulle grandi potenze come Google e Facebook in favore dei diritti d’autore non avrà altra conseguenza che il rafforzarsi dello strapotere dei colossi privati.

Il voto del Parlamento europeo non comporta la liberazione dell’informazione dai padroni, ma soltanto una spostamento di padronanza.

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Francia - Atto XX: “Nel 2025 forse avremo vinto”


Per il ventesimo sabato di fila i Gilets Jaunes hanno manifestato a Parigi e in tutta la Francia.

Nonostante fossero stati proibiti i centri di numerose città – ben 27 secondo “Le Monde” – Bordeaux fosse stata dichiarata “città morta” (praticamente in stato d’assedio), e nella capitale fossero stati vietati i Campi Elisi, i dintorni dell’Eliseo e dell’Assemblea Nazionale, il movimento non ha conosciuto un calo significativo.

Dall’inizio del movimento il 17 novembre scorso sono state arrestate 8.000 persone, 2.000 sono state giudicate, e più del 40% sono state condannate alla detenzione in carcere.

Il bilancio provvisorio delle violenze poliziesche, effettuato da David Dufresne, ha registrato 594 segnalazioni, un decesso, 234 ferite alla testa, 23 persone che hanno subito amputazioni e 5 mani sono state “disintegrate”.

Come al solito la guerra della cifre si è ripetuta tra i dati forniti dal ministero dell’interno, 33.700 in tutta la Francia questa settimana di cui 4.000 nella sola Parigi, contro i 40.500 della scorsa settimana, mentre “Nombre Jaune”, la pagina Facebook nata per dare stime attendibili delle mobilitazioni, ha censito 102.713 persone.

La scorsa settimana, una manifestante di 73 anni, Geneviève Legay, portavoce locale Attac, era stata gravemente ferita a Nizza ed era successivamente entrata in coma.

L’ospedale Pasteur dov’è ricoverata è stata la meta finale del corteo di questo sabato, dopo che durante la settimana c’era stata già una mobilitazione in suo sostegno. Sempre in settimana un’inchiesta di “Mediapart” aveva smentito le dichiarazioni del Presidente e del Procuratore, che avevano dichiarato che le forze dell’ordine non l’avrebbero toccata durante la carica che aveva sgomberato i GJ da piazza Garibaldi, ritrovo tradizionale delle “giacche gialle” nizzarde, che era stata vietata dal Prefetto dalle Alpi Marittime su pressioni del sindaco.

A Bordeaux, nonostante la strategia del terrore messa in campo, come ogni sabato i GJ si sono ritrovati a piazza della Bourse, dove hanno ricevuto da subito le pressioni delle forze dell’ordine. Nonostante questo le “giacche gialle” – 5.000 secondo “France Bleu” – si sono riprese le strade (tra cui rue Sainte Catherine) e Place Republique, dove sono stati attaccati.

Al corteo erano presenti due figure di spicco dei GJ, Eric Drouet e Jerome Rodrigues.

Nella città girondina erano presenti numerosi Gj di Tolosa venuti a dare man forte.

In questa città, uno degli epicentri della “marea gialla” anche questo sabato, nonostante i divieti, come riporta Libération la mobilitazione non è calata.

Migliaia di manifestanti hanno percorso circa una dozzina di chilometri, con le vie d’accesso alla centrale piazza Capitole completamente sbarrate dalle forze dell’ordine.

Verso le cinque del pomeriggio, dopo un “faccia a faccia” tra manifestanti e CRS, sono iniziati i lanci di lacrimogeni e di granate “disaccerchianti” ed un camion con l’idrante è stato utilizzato per disperdere un centinaio di GJ.

Numerosi appuntamenti sono stati indetti all’interno della stessa giornata, dando vita a differenti “convergenze” sul tema dell’istruzione, così come del diritto all’abitare, e della gentrificazione.

C’è stata anche una riuscita mobilitazione a Lione, come mostrano i filmati postati sulla pagina FB “Gilets Jaunes Actualité”.

La stessa pagina FB mostra il filmato dell’inizio manifestazione a Rouen, dove il centro cittadino era vietato. L’appello alla manifestazione regionale itinerante indicava Caen come luogo in cui convergere per il ventesimo sabato di fila, dove la situazione si è scaldata a causa del lancio di lacrimogeni da parte della polizia e delle barricate erette dai manifestanti.

“Objetif Gard” riporta la manifestazione di “qualche centinaio “ di GJ a Nimes, che dopo avere sfilato per il centro città sono defluiti su una rotatoria all’ingresso del centro abitato, mentre la manifestazione in cui convergevano dalla regione era prevista ad Avignone.

In questa città, nonostante il divieto amministrativo e l’ingente schieramento di forze dell’ordine, i Gj hanno cercato di manifestare, ma sono stati respinti fuori dalle mura, ed insieme ai motards verso le 15 hanno raggiunto il quartiere di Saint-Ruf, raggiunti dai lacrimogeni in una atmosfera di tensione, come riporta la testata locale.

“La Province” mostra il filtro adoperato dalle forze dell’ordine e la manifestazione di fronte al comune.

Ad Alès, i manifestanti si sono incontrati invece in un’atmosfera gioviale, come testimonia il video postato sempre da “OG”.

A Limoges, la manifestazione è stata caratterizzata dalle mobilitazioni del mondo dell’istruzione, sostanzialmente svoltasi in modalità “bon enfant”. Anche a Tarbes si è svolta una mobilitazione, le cui immagini postate da un partecipante si trovano sulla pagina FB “France en Colére – carte des rassemblents”.

La pagina riporta una scena di violenza poliziesca ingiustificata a Bencançon, dove un GJ viene “manganellato” da un membro delle forze dell’ordine, durante le cariche e le caccia all’uomo e il pesante lancio di lacrimogeni.

A Montpellier, centro delle mobilitazioni regionali in mattinata c’è stato un primo appuntamento alla rotatoria Prés d’Arènes, mentre alle due c’è stato un appuntamento alla Comédie per “riappropriarsi dello spazio pubblico favorendo l’espressività cittadina e il dibattito delle idee che può portare a delle proposte”, come riferisce “lemouvement.info”.

I GJ si sono mossi verso la prefettura, mentre altri si erano incontrati alla rotatoria Grand M.

Alla Comédie è stata lanciato l’appuntamento del 4 maggio, approvato per alzata di mano.

Verso le 16:30, come mostrano le immagini le forze dell’ordine hanno iniziato la loro opera repressiva.

“France Bleu” stima a 2.000 le persone che hanno sfilato a Saint-Étienne, con un ingente dispiegamento di polizia e della gendarmerie, con un elicottero che ha sorvolato la manifestazione. Il centro cittadino era stato vietato per le manifestazioni ieri dal prefetto della Loira, per quello che era l’appuntamento regionale.

Dal quartiere di Monthieu, tradizionale concentramento delle manifestazioni di 20 settimane, poco prima delle 14 i manifestanti si sono diretti verso il centro cittadino, in una atmosfera tesa. Numerosi manifestanti sono stati feriti nel corso della manifestazione conclusasi verso le 18:30, che urante il suo percorso ha ingrandito le proprie fila fino a raggiungere le 3.500 persone come riporta “France Bleu”.

A Lille, come riporta la “Voix du Nord”, a rue Solferino, in un corteo molto partecipato si sono scontrati GJ appartenenti all’estrema sinistra (gli “antifa” che erano in testa al corteo) contro i fascisti “identitari”.

A Clermont-Ferrand, c’è stata una convergenza tra GJ e movimenti di lotta per la casa (DAL – Droit Au Longement), che temono con la fine della tregua invernale il 1 aprile di rivedere numerose persone di nuovo in strada, nonostante esistano in città 7.000 appartamenti sfitti.

A Digione hanno sfilato nella calma circa 700 GJ, che hanno provvisoriamente occupato i binari della stazione. Sono avvenuti incidenti a fine manifestazione, quando una parte dei GJ si è diretta verso la Prefettura, i cui paraggi sono stati vietati alle mobilitazioni.

Concludiamo questo report approssimativo con Parigi, anche questo sabato al centro di un imponente dispositivo “di sicurezza”: sono stati effettuati 8.053 controlli preventivi, effettuati 25 verbali per avere manifestato in zona vietata, e proceduto all’interrogatorio di 25 persone.

La polizia in moto, per il secondo sabato, ha percorso in lungo ed in largo le strade della capitale.

La nuova contravvenzione di 135 euro, prevista per le manifestazioni in zona vietata, rimane in vigore dopo il rigetto del ricorso effettuato dalla Lega dei Diritto dell’Uomo da parte del Consiglio di Stato.

Erano stati dichiarati due cortei, il prima partito dalla Gare de l’Est per raggiungere piazza Trocadero, la seconda da Châtelet a Trocadero.

Anche qui c’è stata la convergenza tra GJ e militanti del diritto alla casa.

P.S. Il titolo, preso dalle parole di una manifestante di questo sabato, rende bene la coscienza che l’attuale braccio di ferro con il governo è una lotta “di lunga durata”.

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sabato 30 marzo 2019

L’informazione servile sui civili uccisi dai bombardamenti Usa in Siria e Iraq


La notizia è comparsa sulle agenzie italiane solo il 29 marzo, ma è nota, pubblica e ufficiale già dal 28 febbraio scorso.

I bombardamenti statunitensi e di altri paesi della “coalizione” contro le città occupate dagli jihadisti dell’Isis hanno ucciso almeno 1.257 civili. I comandi statunitensi e alleati parlano di “uccisi per errore” in Iraq e Siria durante i bombardamenti aerei compiuti dalla Coalizione anti-Isis in 5 anni di operazioni, dall’agosto del 2014 al febbraio di quest’anno.

Ad ammetterlo sono stati i vertici militari della stessa Coalizione dell’operazione Inherent Resolve con un documento pubblicato sul sito della missione militare già dal 28 febbraio ma che è stato reso noto solo un mese dopo.

Nel complesso, sono stati compiuti 33.931 bombardamenti aerei. La Coalizione sottolinea di dover ancora valutare altri 146 resoconti di vittime civili nel periodo 2014-2019.

“Continuiamo a impiegare processi di individuazione accurati e deliberati per ridurre al minimo l’impatto delle nostre operazioni su popolazioni e infrastrutture civili. Le nostre relazioni periodiche sui bombardamenti (strike, ndt) rendono le nostre attività accessibili al pubblico e la nostra pubblicazione mensile di rapporti di vittime civili rende le nostre valutazioni delle vittime civili analogamente accessibili al pubblico” scrive il sito dell’Operazione Inherent Resolve.

“Come abbiamo dimostrato, siamo disposti a prendere in considerazione nuove accuse di vittime civili nonché prove nuove o convincenti su precedenti accuse per stabilire la responsabilità sulla base delle migliori prove disponibili”.

Una ammissione di colpa e, paradossalmente, una trasparenza decisamente impressionanti che hanno però impiegato un mese di tempo prima di essere rese note all’opinione pubblica in Italia. Una nuova conferma del livello indecente dell’informazione nel nostro paese.

I morti civili ammessi dall’Operazione Inherent Resolve

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Debito pubblico, il re delle fake news

Un editoriale da Teleborsa, testata economica specializzata, a firma del solito, impagabile, Guido Salerno Aletta. Stavolta è sotto esame il ricorrente “allarme per il debito pubblico fuori controllo”.

Anche ad un profano verrebbe in mente la domanda: ma diavolo, sono venti anni che i governi ci massacrano di tagli ai servizi essenziali, aumenti delle tasse in busta paga (locali, per non prendersene la responsabilità), blocco della assunzioni e degli stipendi nella pubblica amministrazione (poliziotti e militari esclusi, ci mancherebbe...), ecc. e ancora ci troviamo davanti a un “debito pubblico fuori controllo”?

In effetti c’è qualcosa che non quadra. Soprattutto nell’informazione che dà questo tipo di notizie, univocamente dedicata a favorire ulteriori giri di vite per nutrire – in modo equanime – mercati finanziari ed interessi tedeschi.

L’analisi, necessariamente un po’ tecnica e matematica, scopre il trucco. Che è poi abbastanza grossolano: basta prendere i periodi in modo tale da tagliare quelli “positivi” ed enfatizzare quelli “negativi”, tacere sui normali movimenti di conto sottostanti ai numeri... ed il gioco è fatto.

Quando vi dicono che il “debito pubblico è fuori controllo”, ricordatevelo, vogliono svuotarvi le tasche.

Come scriveva il vecchio saggio: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è... il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita”.

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Bibitari & Bufalari

Le verità fuorvianti sul debito pubblico fuori controllo - Teleborsa.

Gira in rete, in questi giorni, l’allarme per l’andamento fuori controllo del debito pubblico italiano.

Ecco la notizia: “secondo i dati Unimpresa, è aumentato di 71 miliardi al ritmo di 6 miliardi al mese con un incremento del 3,1%; nei dodici mesi precedenti era cresciuto della metà, ovvero 35 miliardi annui, circa 3 miliardi al mese, con un incremento dell’1,5%“.

Finta costernazione per i destini dell’Italia, e malcelato gaudio per i tifosi dell’opposizione.

Ci siamo abituati: ogni dato deve essere controllato, ma non con riferimento alla tale o talaltra organizzazione che ha elaborato i dati, ma andando direttamente alle fonti ufficiali: per il debito pubblico, alle pubblicazioni di Banca d’Italia, “Finanza pubblica: Fabbisogno e Debito“.

Una domanda, incuriosisce: ma perché mai non si fanno i conti del 2018, rispetto al 2017, contando i mesi da gennaio a dicembre di ciascun anno, ed invece stavolta si contano i dodici mesi partendo da febbraio del 2018 per arrivare al gennaio 2019?

Qui, vi anticipiamo la risposta...

A gennaio scorso, è successo di tutto: sui mercati finanziari c’era il terrore che la Fed alzasse ancora i tassi di interesse facendo crollare il mercato del debito denominato in dollari. Tutti si sono riversati sui titoli sicuri, ed il Tesoro ne ha approfittato.

La verità, dunque, è che il debito non è affatto fuori controllo, e che il Tesoro invece ha fatto man bassa di capitali sul mercato finanziario, mettendo tutto a riserva presso la Banca d’Italia.

Spiegare che cosa è successo, è assai semplice.

Il Tesoro si indebita sul mercato per finanziare la quota delle spese che non è coperta dalle entrate: è il “fabbisogno di cassa”, che equivale al deficit delle entrate. Ovvio, no?

Accade però che il profilo annuo dei versamenti delle tasse da parte dei contribuenti e l’andamento delle spese mensili non siano assolutamente costanti: le entrate e le spese si concentrano in alcuni mesi dell’anno. Anche questo è risaputo.

Accade, infine, che anche i rinnovi dei titoli emessi in precedenza e le nuove emissioni non siano mai allineate con i fabbisogni mensili.

Il Tesoro intrattiene quindi un Conto di Tesoreria presso la Banca d’Italia: una sorta di salvadanaio, a cui fa affluire le risorse che non servono per fare fronte al fabbisogno mensile.

Vediamo i numeri, tirati giù dal Bollettino “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” pubblicato dalla Banca d’Italia. Già il titolo conferma che bisogna guardare a due fenomeni diversi.

Il fabbisogno delle Pubbliche Amministrazioni è stato di 62 miliardi di euro nel 2017 e di 42 miliardi nel 2018. Nessun aumento del deficit di cassa, dunque; anzi, c’è stata una riduzione di 20 miliardi netti tra il 2018 ed il 2017.

Il debito pubblico, che tiene conto delle disponibilità liquide del Tesoro presso la Banca d’Italia, è passato dai 2.263 miliardi di fine 2017 ai 2.317 miliardi di fine 2018: è aumentato dunque di 54 miliardi, di cui 42 sono serviti per coprire il fabbisogno. Le disponibilità liquide sono passate dai 7 miliardi di fine 2017 ai 32 miliardi di fine 2018: il salvadanaio del Tesoro ha accumulato ben 25 miliardi di scorta.

Andiamo a vedere che cosa è successo nel mese di gennaio 2019: il debito pubblico è schizzato, passando dai 2.317 miliardi di fine dicembre 2018 ai 2.357 miliardi di euro. Una botta da 40 miliardi secchi, in un mese solo.

Che cosa è successo?

Il Salvadanaio si è gonfiato ancora passando dai 32 miliardi di fine dicembre a 62 miliardi di fine gennaio: sono loro, esattamente i 40 miliardi di maggior debito, che sono andati ad incrementare la scorta di cassa del Tesoro.

A gennaio, il mondo finanziario era terrorizzato per il comportamento della Fed americana: un ulteriore aumento dei tassi avrebbe creato seri problemi a chi ha accumulato debiti in dollari, provocando default sistemici. Anche Donald Trump si era infuriato.

Meglio correre a comprare titoli di Stato italiani: ed il Tesoro ne ha approfittato.

La notizia è vera, ma le considerazioni ed i calcoli effettuati in conseguenza sono assolutamente fuorvianti: il Tesoro, oggi, ha in cassa 75 miliardi di euro di scorta, una somma enormemente superiore al deficit del 2019.

Le finte verità sul debito pubblico fuori controllo.

Bibitari & Bufalari.

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Capitalismo e repressione: un binomio di lunga durata

Si sente spesso ripetere, da parte di illuminati opinionisti liberali, che la lotta di classe non è altro che un residuato radioattivo del XX secolo, e che è ormai giunto il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, imprenditori e lavoratori fianco a fianco, per accrescere la produttività delle imprese italiane e attirare (perché no?) investitori internazionali. Questo comportamento cooperativo garantirebbe, sostengono costoro, il benessere di tutti, operai e datori di lavoro.

Peccato che siano gli stessi imprenditori a smentire tale visione idilliaca ed edulcorata dei rapporti produttivi, ricorrendo a ogni mezzo, lecito e illecito, pur di ristabilire la propria preponderanza. È ben noto, infatti, che i coraggiosi capitani d’industria, quando si trovano di fronte a una classe lavoratrice restia a sottomettersi, non esitano a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di schiacciare le rivendicazioni degli operai e ricondurli a miti consigli. Come racconta il Corriere della Sera,
«Ci hanno aggredito con bastoni e pistole elettriche. Erano una quindicina, tutti di una società che si occupa di sicurezza nei locali notturni». Così la testimonianza di un gruppo di lavoratori di tre cooperative di facchinaggio che forniscono i loro servizi a una società del Gruppo Faro collegata a Zara, brand spagnolo del patron Amancio Ortega, sesto fra i più ricchi del mondo con un patrimonio di 62,7 miliardi di dollari, secondo Forbes. Dall’inizio di marzo in tutta Italia sono cominciati stati di agitazione e scioperi nel settore del facchinaggio, gestito da altre società. A Roma, mercoledì mattina, momenti di tensione si sono registrati in un magazzino di merce in lunga sosta nella zona di Castel Giubileo. I lavoratori hanno denunciato un’aggressione da parte dei buttafuori fatti intervenire dal proprietario per allontanarli. Sul posto alcune pattuglie della polizia e le ambulanze del 118. «Quattro lavoratori sono finiti in ospedale, fra loro uno con un’abrasione a un braccio e un altro con la frattura di una mano», spiegano i sindacalisti della Cgil che poi nel pomeriggio hanno incontrato i rappresentanti dell’azienda nei loro uffici all’Esquilino. «Anche qui si sono portati dietro i buttafuori. Una situazione surreale», raccontano. Intanto la polizia indaga per ricostruire i fatti accaduti qualche ora prima. Alcune persone sono state identificate dagli agenti.
Questa notizia testimonia, laddove ve ne fosse ancora bisogno, che siamo davanti a un fenomeno molto pericoloso: un vero e proprio salto di qualità nell’atteggiamento dei padroni verso le rivendicazioni dei lavoratori. Essi si sono sentiti in diritto di impartire a delle guardie private l’ordine di utilizzare armi vietate allo scopo di difendere i propri profitti messi a repentaglio da uno sciopero per condizioni di lavoro più degne. Siamo su una china sulla quale il concetto di ordine pubblico tende a diventare molto labile, in favore di un pericoloso concetto di ordine e disciplina che ricorda, molto da vicino, il fascismo.

Prova di questo cambiamento di rotta e di una sostanziale acquiescenza del Governo nei confronti di tali episodi è il disegno di legge di riforma della legittima difesa, che tra pochi giorni sarà, con tutta probabilità, legge dello Stato e che potrebbe portare questa tendenza verso episodi di repressione ancora più pesanti. La riforma in questione, infatti, tende a legittimare sempre più l’uso della violenza per la difesa della proprietà privata. Pubblicamente si parla di difesa contro furti e rapine, ma è facile immaginare che questo approccio fai da te alla giustizia possa essere esteso anche a picchetti, scioperi e occupazioni.

Si badi bene: non si tratta di allarmismo, ma della naturale conseguenza di quella che è stata l’evoluzione delle norme sulla legittima difesa. L’attuale formulazione, infatti, sulla quale la riforma dei giorni nostri va a incidere rendendo più larghe le maglie della presunzione di legittima difesa (e, al contempo, rendendo più difficile l’applicabilità delle norme sull’eccesso colposo di legittima difesa), è figlia di un processo che era già iniziato negli anni scorsi, per la precisione nel 2006, ai tempi del terzo governo Berlusconi. All’epoca, attraverso le legge 59/2006, fu aggiunto, tra le altre cose, un comma (il terzo) all’articolo 52 del codice penale per fare in modo che le norme che consentono ai soggetti di esercitare la legittima difesa in caso di violazione del proprio domicilio valgano anche “all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”. Come una fabbrica, un centro commerciale o, per l’appunto, un magazzino merci.

Sebbene la riforma attuale non vada a incidere sulla possibilità, già prevista, da parte degli imprenditori, di utilizzare armi a difesa dei mezzi di produzione, essa testimonia l’affermarsi, complici le roboanti dichiarazioni di Salvini, di una temperie culturale che valuta il diritto alla difesa della proprietà privata allo stesso livello (se non a un livello più elevato) del diritto all’incolumità dei lavoratori e della lotta per i diritti sociali ed economici.

L’episodio di Castel Giubileo sembra purtroppo andare proprio in questa direzione. Gli autori dell’aggressione (o, più probabilmente, i loro mandanti) dovevano infatti essere convinti di avere una qualche legittimità nelle loro azioni. L’uso del taser (un’arma potenzialmente letale) dopo pochi mesi dalla recente approvazione dell’utilizzo di tale arma, in via sperimentale, presso le forze dell’ordine, non può non aver risentito della campagna mediatica sull’argomento, evidentemente considerata come un “via libera” alle azioni, anche violente, a difesa della proprietà e dei privilegi delle classi dominanti.

Questa escalation repressiva pone in maniera preoccupante l’attualità del fascismo, inteso come sistema di repressione e controllo di ogni forma organizzata di dissenso da parte delle classi subalterne nel capitalismo. Bisogna, infatti, fare una riflessione sul fascismo inteso non solo come razzismo o violenza di strada, ma sulla vera molla storica del fascismo come progettualità repressiva, cioè la reazione violenta e spaventata della classe padronale in conseguenza delle mobilitazioni dei lavoratori. Per reprimere scioperi e sovversivi, negli anni ‘20 furono usate le camicie nere per portare la repressione dove le forze dell’ordine non riuscivano ad arrivare, utilizzando modalità e livelli di violenza che le forze dell’ordine non potevano apertamente applicare. Il fascismo storico fu l’apice di questa tendenza in un periodo di estreme tensioni sociali e di concreto pericolo di un’evoluzione rivoluzionaria in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. Il neofascismo stragista, nell’epoca delle tensioni sociali esplose dopo l’autunno caldo del 1969, fu ancora lo strumento di repressione usato dal capitale per sedare il conflitto sociale.

Il fascismo, è bene ricordarlo, è il cane da guardia rognoso e idrofobo della borghesia. Normalmente questa lo tiene in gabbia, dandogli magari in pasto qualche avanzo da rosicchiare, ma, non appena sente il bisogno di stroncare sul nascere le rivendicazioni dei lavoratori, scioglie il guinzaglio.

Al di là delle metafore è importante tenere a mente quanto fascismo e capitale siano legati. Al di là dei proclami bellicosi e del culto della violenza fine a sé stessa, la vera natura del fascismo è intrinsecamente legata alla difesa reazionaria dei privilegi dei ricchi, contro ogni cambiamento o progresso sociale, e alla violenza mirata contro i lavoratori. Ai nostri giorni, l’aspetto più immediato spesso espresso dalle varie sfaccettature del neofascismo è rappresentato dall’odio e dalle spedizioni punitive contro tutti coloro che sono considerati deboli o emarginabili, come immigrati o omosessuali. Oggi si parla spesso di questo tipo di aggressioni, sulle quali c’è un minimo livello di sensibilità nella società. La questione è, tuttavia, più ampia e l’azione di fanatici estremisti che se la prendono con i diversi o i diseredati della terra ha un aspetto complementare nel ruolo che i fascisti giocano a difesa degli interessi economici dei padroni.

Non si può prescindere infatti dall’aspetto reazionario più generale del fascismo sia come fenomeno storico sia come rigurgito effettivo o potenziale espresso, in forme nuove, nel contesto della società contemporanea. Combattere il fascismo nelle sue diverse espressioni implica in primo luogo comprenderne la natura più profonda e gli scopi. I fascisti non sono semplicisticamente il nemico di alcuni emarginati. I fascisti, in quanto manovalanza repressiva agitata dal capitale al bisogno, sono nemici di tutti i lavoratori e di tutti coloro che vorrebbero migliorare il mondo in cui viviamo.

Antifascismo non significa indignarsi leggendo sul giornale le bravate di alcuni “ragazzi di destra”; non significa celebrare, a scadenze predefinite e in maniera ipocrita, le tappe storiche della Liberazione. Antifascismo significa lottare attivamente contro le azioni fasciste, l’oppressione e l’emarginazione; significa solidarietà tra lavoratori e tra lavoratori e studenti. Criticare una sola faccia del fascismo, dimenticandone l’altra, è inutile, se non deleterio.

Fonte

Verona cambia aria. Via l’oscurantismo


Arrivano le prime immagini dalla manifestazione di Verona.

Il “cuore nero” di questo paese che ospita il Congresso Mondiale sulla Famiglia raccogliendo il ciarpame reazionario ed oscurantista da tutto il mondo, è praticamente assediato da migliaia di donne che mettono in piazza una idea completamente diversa di famiglia e relazioni sociali.

Una manifestazione che si muove però in una piazza potenzialmente ostile. La sicurezza del corteo viene assicurata dal gruppo “Rispetto”, riconoscibile da una fascetta fucsia con una fiamma dorata, che con modalità proprie intende assicurare a tutte e a tutti l’assistenza, la cura e le condizioni di agibilità necessarie per seminare un’aria diversa da quella consueta. Un’aria che nella “nera Verona” da troppo tempo non si è mai respirata. Le foto (tranne la seconda) sono di Patrizia Cortellessa

Fonte e foto

Gaza - La "Marcia del Milione" contro il blocco israeliano

di Michele Giorgio

La Striscia di Gaza si prepara a vivere oggi una delle sue giornate più importanti, si teme tra le più drammatiche, dalla fine dell’offensiva militare israeliana “Margine Protettivo” quasi cinque anni fa. È il 43esimo anniversario del “Giorno della Terra” che ricorda le sei vittime palestinesi in Galilea durante le proteste contro la confisca delle terre arabe. Ma per i due milioni e passa di palestinesi che vivono in questa lingua di terra più di ogni altra cosa è il primo anniversario della “Grande Marcia del Ritorno”, la protesta popolare contro il blocco israeliano di Gaza. Decine di migliaia di palestinesi, qualcuno azzarda centomila, oggi raggiungeranno i cinque accampamenti di tende allestiti nella fascia orientale di Gaza, ad alcune centinaia di metri dalle barriere di demarcazione con Israele, per affermare che gli oltre 250 uccisi e le migliaia di feriti (dozzine dei quali hanno subito amputazioni) dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano durante le manifestazioni settimanali tenute da un anno a questa parte, non hanno affievolito il desiderio di spezzare la morsa che strangola la Striscia da oltre 12 anni e di vivere una vita degna di questo nome.

Un nuovo bagno di sangue è possibile. Anzi probabile prevedono molti considerando lo schieramento di forze militari che Israele ha messo in campo negli ultimi giorni a ridosso di Gaza. Nei cinque accampamenti sono stati allestiti ospedali da campo. Medici e paramedici si preparano a ricevere negli ospedali un numero eccezionalmente alto di feriti. Come finirà la giornata lo decideranno i comandi militari israeliani e il risultato della mediazione egiziana per un accordo di cessate il fuoco di lunga durata tra Hamas e Israele (di cui si parla dall’anno scorso).

È stato esplicito ieri Ismail Haniyeh, il capo del movimento islamico Hamas al potere a Gaza che ormai tiene nelle sue mani il volante della Marcia del Ritorno limitandone il carattere spontaneo che aveva avuto il 30 marzo di un anno fa e nei mesi successivi. Haniyeh ha spiegato che la situazione «è a un bivio». In sostanza se ci sarà un’intesa con Israele le forze di sicurezza di Hamas terranno i dimostranti lontano – a 300 metri secondo le notizie circolate – dalle barriere di demarcazione. Il Jihad, l’altra organizzazione islamista, ha chiesto ai dimostranti «di salvaguardare la propria incolumità». Se le trattative falliranno le proteste potrebbero essere lasciate libere. L’esercito israeliano è pronto ad usare la forza contro chi si avvicinerà alle barriere.

Ieri si parlava di una bozza di intesa tra le parti. Oltre all’aumento del numero di camion e merci che da Israele entrano a Gaza e all’estensione della zona di pesca a 12 miglia, prevede, secondo le anticipazioni circolate, anche l’aumento delle forniture elettriche a Gaza, l’allentamento delle restrizioni israeliane all’importazione ed esportazione delle merci palestinesi e la ripresa dei trasferimenti di fondi (del Qatar) verso la Striscia. In cambio Hamas dovrebbe fermare il lancio di razzi e tenere lontano dalle linee con Israele le future manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Però non è stata finalizzata. Colleghi palestinesi ci riferivano del pessimismo espresso da un dirigente di Hamas, Ghazi Hamad. Il movimento islamico – ha spiegato Hamad – vuole un’intesa nero su bianco, con impegni ben definiti per entrambe le parti durante la tregua. Israele non va oltre le promesse verbali, alternandole a minacce di guerra in caso di mancato accordo. Il premier Netanyahu, nel pieno della campagna per le elezioni del 9 aprile, non ha alcuna intenzione di mostrarsi “dialogante” con Hamas.

Sullo sfondo c’è la frustrazione dei giovani palestinesi con meno di venti anni che a Gaza sono la metà della popolazione. Maher Abu Samadana, di Rafah ma studente a Gaza city, non segue l’andamento della mediazione egiziana. Non ha mai avuto un lavoro e non pensa che riuscirà ad averne uno vero nei prossimi anni. Si sente chiuso in gabbia. «Non ho nulla da perdere» ci spiega rappresentando tanti altri ragazzi di Gaza, «per me la Marcia del Ritorno è l’unica possibilità di svolta verso la libertà. Se non spezzeremo l’assedio non avremo mai una vita diversa».

Maher oggi sarà all’accampamento “Al Malaka” assieme ai suoi amici. «Non ho paura di morire» afferma. Alla manifestazione non parteciperà Ali Abu Sheikh, 24 anni, del gruppo “We are not numbers” che racconta sui social la condizione difficile ma anche le capacità dei civili di Gaza, oltre le notizie diffuse dai media. «Ero entusiasta della Marcia del Ritorno – ci spiega – Mi affascinava il progetto, amavo la sua dimensione popolare. Negli accampamenti prima delle manifestazioni si faceva cultura, si giocava con i bambini, si discuteva di tutto. Era importante». Ora, aggiunge, «la Marcia è segnata dalle manovre politiche di questa o di quella parte, mentre Israele non cessa l’occupazione e tiene la nostra terra stretta nell’assedio».

Fonte e aggiornamenti

Un David con poco coraggio

Tenutasi mercoledì sera, e trasmessa su Rai 1, la sessantaquattresima edizione dei David di Donatello, presentata da un improbabile e quanto mai inadeguato Carlo Conti, ha visto trionfare, com’era d’altronde prevedibile, Dogman, di Matteo Garrone. Il film sul canaro della periferia romana, interpretato da uno straordinario Marcello Fonte, si è portato a casa, infatti, ben nove e meritatissime statuette. Tra cui quella simbolicamente fondamentale – perché denuncia la tendenza culturale in voga – di miglior film.

Or bene, chi scrive nulla intende togliere a Dogman e a Garrone. Il regista romano, autore di pellicole come L’imbalsamatore, Primo amore, Reality, ha una cadenza narrativa, un’originalità linguistica nell’approccio a tematiche complesse, un tratto espressionista sospeso tra la fiaba e il realismo, tra l’incubo e l’oscura tensione al godimento mortifero dell’umano inconscio, che senza dubbio spiazzano, affascinano, turbano, sgomentano.

Personalmente, ritengo Garrone capace come pochi di scendere tra i cunicoli bui del disagio esistenziale di cui è spesso preda l’individuo contemporaneo. Un individuo esiliato da sé stesso, vittima di una periferia psichica ancor prima che urbana, della quale Garrone riesce, con intelligenza e rara attitudine all’abrasione morale, a rivelare gli inquietanti paesaggi di orrorifica tenerezza e di agghiacciante solitudine, là dove più acuta e lacerante si fa l’emarginazione, la paranoia, la follia.

Ciò premesso, però, ritengo che il David di Donatello doveva – ripeto: doveva – andare a Sulla mia pelle. La pellicola diretta da Alessio Cremonini – cui pure è stato assegnato il David come miglior regista esordiente – e magnificamente interpretata da Alessandro Borghi (premiato col David per la miglior interpretazione) ispirata alla tragica vicenda di Stefano Cucchi. Il giovane tossicodipendente romano, barbaramente picchiato dai Carabinieri e assassinato, oltre che materialmente dagli sbirri, dalla struttura carceraria e dalla indecente, apatica, inadeguatezza del personale sanitario e medico che avrebbe dovuto curarlo.

E il David doveva essere assegnato a Sulla mia pelle per un motivo molto semplice: perché il film ha avuto il coraggio di raccontare quello che, oggi, sembra dover rimanere coperto sotto la coltre maleodorante dell’omertà. Racconta la violenza, in tutte le sue subdole declinazioni, esercitata dallo Stato e dalle sue istituzioni – Carabinieri, Polizia, Magistratura, strutture detentive e classe medica – ai danni dei cittadini, specie se appartenenti ai ceti popolari o se marchiati dall’infamante stigma di una presunta diversità sociale.

Dunque sì, il film doveva essere premiato per la sua alta valenza politica, in tempi non certo felici per un paese attraversato da pulsioni razziste, classiste, escludenti, elitarie, tendenti a palesare tutta la violenza viscerale di quella maggioranza silenziosa e omertosa, che non ha certo l’intenzione, non dico di mostrare compassione – che invece lascerei ai chierici – ma neanche di voltarsi a guardare verso qualcuno che avrebbe bisogno di una parvenza di solidarietà.

Un paese, l’Italia, dove l’individualismo e l’egoismo neoliberista si declinano, insomma, nelle forme più bieche dell’aggressione, della viltà, del dominio predatorio, dello stupro dell’anima – oltre che del corpo – e della negazione del diritto all’esistere di chi non è funzionale al sistema o, peggio, da esso si allontana. Una colpa che va prontamente e quanto più duramente punita!

Quel David sarebbe stato, allora, un atto dovuto, da parte del Cinema e della corporazione degli intellettuali, che tra l’altro nulla avrebbe inficiato anche sul versante della mera considerazione estetica e formale.

Sulla mia pelle, infatti, non è solo un film eticamente e politicamente importante, ma è anche un’opera di considerevole fattura estetica, e di pregevole qualità visiva, oltre che capace di trasferire, sul piano delle immagini, l’assunto filosofico e direi altamente democratico che sottende il film. Un assunto di denuncia e di libertà. Il che, non è certo cosa da poco, in un cinema italiano asfittico e deprimente sul piano dei contenuti.

Una pellicola, quella di Cremonini, come ebbi a scrivere proprio qui su Contropiano, «agghiacciante e struggente, intensa e tragica; furente, come uno squarcio su una tela di Brugel; urticante e penetrante, come una spada che buca la carne e rompe le vene; mortificante, essenziale, incazzata, lucida, anti retorica, coraggiosa. Ma soprattutto una pellicola necessaria, sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi». Sulla mia pelle disegna infatti il Calvario di un Cristo contemporaneo e capovolto, perso nelle lande, ghiacciate e indifferenti, della violenza. Violenza impersonale della Legge. Violenza corporale dello Stato.

Ci sarebbe voluto, quindi, un atto di coraggio intellettuale da parte della giuria e dell’Accademia del David. Un atto di coraggio e di sfida ad un potere e ad un sedicente stato democratico, sempre più elitari e classisti; sempre più securitari e repressivi; sempre più violenti verso la marginalità sociale e sempre più avvezzi all’esclusione di coloro che non sono ritenuti compatibili con il sistema. Un Potere ed uno Stato fondati sulla punizione, la vendetta e la galera. Un Potere ed uno Stato dove la condanna morale del peccatore e del reo può essere estinta solo tramite la genuflessione ipocrita di questi all’Istituzione legale e totale.

Un’entità quasi metafisica, dispensatrice di indulgenze attraverso i suoi più fedeli sacerdoti, laddove la vocazione autoassolutoria dalla trasgressione e violazione degli altrui diritti, sembra promanare addirittura da una Legge superiore. Quella di una Democrazia Assoluta, fondata su un’investitura divina che consente allo Stato – e a chi ne gestisce l’apparato ideologico – di percepirsi e comportarsi come un padre/padrone, una divinità intangibile e infallibile, nel suo delirio di autoreferenziale appartenenza di casta!

Purtroppo, gli intellettuali e gli artisti italiani confermano, invece, ancora una volta, la loro untuosa subalternità al Sistema, allo Stato, al Potere, che li protegge e li coccola fintantoché non si spingono oltre un compromissorio patto di non aggressione, non consentendosi di esercitare fino in fondo quel pensiero critico che pure dovrebbe essere la loro prerogativa. Mentre riaffermano così, quasi pervicacemente, la loro vocazione al conformismo e la loro adesione ad una cultura gastronomica – per dirla con Bertolt Brecht – ancorché linguisticamente raffinata, densa di significati e di risvolti sociali, non priva di poesia e pur capace di mordere politicamente. Come in Dogman, appunto.

Il David a Sulla mia pelle avrebbe pertanto rappresentato – secondo il mio, come sempre, opinabilissimo parere – una salutare inversione di tendenza e un segnale di risveglio delle (da tempo) assopite coscienze. Un segnale seppur minimo, lanciato dal cinema e dall’intellighenzia italiani, alla volta della sempre più reazionaria e conformista ideologia dominante all’interno della nostra penisola.

Seppur va evidenziato come, in una più vasta dimensione globale, ci si scontri con una sovrastruttura ideologica, oserei dire ormai totalitaristica, che plasma le ricche società occidentali a modello neoliberista, a composizione liquida – come diceva Baumann – e linguisticamente/simbolicamente talmente polisemiche da smarrire anche il senso profondo di sé e della stessa cognizione di una realtà a-finalisticamente reinterpretabile.

Una sovrastruttura totalitaristica di cui, riplasmandone il concetto – espresso da Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – sui rapporti di produzione e di potere interni alle nostre società, possiamo senz’altro affermare che agisca sull’Arte, i suoi codici e le sue strutture linguistico/semantiche, recidendone il legame autentico, profondo, con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, alterandone, perciò, la percezione da parte delle persone comuni.

I totalitarismi, infatti – affermava Benjamin – utilizzano l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse, attraverso un'”estetizzazione della politica”. Mentre più nuclearmente, diremmo noi anche recuperando Debord, che nelle società contemporanee, più complesse e penetrate da un altissimo tasso di pervasività mediatica e comunicativa, nonché da una composizione proteiforme di linguaggi, codici, enunciati, messaggi, visioni, è “l’estetizzazione dell’ideologia del Capitale” a farsi esperienza artistica.

L’esperienza estetica, insomma, viene strumentalizzata come forma di comunicazione non razionale ma carismatica, individualistica, eroica, fondata sul protagonismo purché sia, anche in senso negativo, per coinvolgere e massificare la folla.

Sulla mia pelle sembra andare, invece, in una direzione diametralmente opposta, ristabilendo proprio quel legame autentico, profondo, con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, di cui si parlava prima. Più che all’estetizzazione e all’emotività, mira ad un sussulto straziante dell’intelligenza e della coscienza, attraverso cui possa costruirsi, auspicabilmente, pensiero critico. Un film in sottrazione, quello di Cremonini, mai enfatico ed essenzialmente anti-retorico. Anche per questo andava premiato con la statuetta per il Miglior film. È mancato, invece, ancora una volta il coraggio.

Dogman, dunque, ha senz’altro meritato. Ma io ho paura di morire democristiano!

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Grecia - L’Unione Europea stringe ancora il cappio. Tsipras cede anche sui pignoramenti delle case

Era il 23 giugno del 2018 quando il premier greco Alexis Tsipras aveva usato il gesto plateale di rimettersi la cravatta per decretare che lo strangolamento imposto dalla troika (Ue, Bce, Fmi) era terminato. Ma i volenterosi carnefici di Bruxelles, smentendo ogni illusione, non erano ancora sazi.

Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.

Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.

La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.

Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.

Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.

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venerdì 29 marzo 2019

The Hitcher (1986) di Robert Harmon - Minirece


Libia - L'Arabia Saudita entra a gamba tesa nella partita

di Michele Giorgio

L’altra sera Mohammed al Khamir, portavoce del vertice arabo, si è affannato a precisare che il premier del governo di Accordo nazionale libico, Fayez al Sarraj, sarà l’unico rappresentante della Libia al summit del 31 marzo a Tunisi. Ha smentito ogni ipotesi di una presenza al vertice del generale Khalifa Haftar, rivale di al Sarraj, che controlla la Libia orientale alla testa dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna). Tuttavia la politica e la diplomazia dietro le quinte vanno spesso nella direzione opposta a quella indicata dalle dichiarazioni ufficiali. Da tempo al Sarraj è un leader azzoppato, sempre più debole. Al contrario Haftar è forte e sempre più punto di riferimento prevalente degli attori principali, occidentali e arabi, sul palcoscenico di Medio Oriente e Nord Africa.

L’ascesa continua di Haftar è confermata anche dal cambio di passo della potente Arabia Saudita nella questione libica, sulla quale Riyadh fino a poco tempo ha mantenuto una posizione di basso profilo. Tre giorni fa Haftar è stato ricevuto con grandi onori nella capitale saudita dove ha incontrato re Salman, ministri e personalità di spicco. “Riyadh sostiene la sicurezza e la stabilità della Libia”, ha scritto l’agenzia statale saudita SPA. Haftar ha inoltre avuto un colloquio con il controverso erede al trono e ministro della difesa Mohammed bin Salman. Il generale libico, peraltro, nei giorni scorsi ha incontrato gli ambasciatori di molti paesi europei, tra cui quello italiano, a riprova della sua ascesa nella considerazione degli occidentali.

Dopo la campagna militare occidentale e araba che ha portato alla caduta e all’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia è divenuta terreno di scontro tra le petromonarchie sunnite. Gli Emirati, insieme all’Egitto, appoggiano il generale Haftar. Il Qatar, alleato della Turchia, sostiene il governo di al Sarraj a Tripoli e le formazioni ideologicamente vicine ai Fratelli musulmani. Ora anche la monarchia saudita esce dal guscio e sceglie il più forte, Haftar, che ha preso il controllo di due terzi della Libia e di tutti i transiti di frontiera, tranne quello di Ras Jedir con la Tunisia ancora nelle mani del governo di accordo nazionale di Tripoli.

Ai sauditi è particolarmente piaciuta la posizione espressa di recente da un portavoce di Haftar, Ahmed al Mismari, secondo la quale in Libia non sarà permessa la nascita di un partito armato simile al movimento sciita libanese Hezbollah: “L’esercito non accetterà un partito armato a Tripoli, peraltro sponsorizzato dall’Onu”. Mismari si è riferito alla presenza nella capitale di milizie legate a partiti politici e che collaborano con la missione Unsmil, accusata da Haftar di “tentare di far entrare queste milizie nel dialogo politico e nel governo”.

Non che in Libia esista realmente la possibilità della nascita di una versione locale di Hezbollah. Ma Riyadh non vuole caos politico e militare a Tripoli. Con Haftar crede di poter avere un governo forte che allontani dal potere, ed eventualmente annienti, le formazioni sponsorizzate da Doha e Ankara, sue rivali nella regione.

L’incontro tra Haftar e re Salman è avvenuto, certo non a caso, dopo la visita di Sarraj in Qatar e Turchia rispettivamente il 10 e il 21 marzo. Un test ulteriore della linea scelta dai sauditi sarà la Conferenza nazionale libica, sponsorizzata dalle Nazioni Unite, che si terrà dal 14 al 16 aprile a Ghadames.

Emirati e Arabia Saudita viaggiano mano nella mano in tutto il Maghreb. Nell’intervista data il 27 marzo al “The National” il ministro degli esteri emiratino, Anwar al Gargash, ha affermato una ferma opposizione al radicamento nella regione del Nord Africa e Medio Oriente dell’Islam politico professato dai Fratelli musulmani. Non solo, Gargash ha anche definito “sbagliatissima” la decisione dei paesi arabi di non aver contatti con Israele confermando così l’affermarsi tra le petromonarchie del Golfo della linea di dialogo e di alleanza (in senso anti-iraniano) con Tel Aviv in corso già da tempo.

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Venezuela. Le autorità “congedano” Guaidò, costituzionalmente

La decadenza da presidente dell’Assemblea Nazionale e la squalifica politica per 15 anni del deputato Juan Guaidó, sono la conseguenza delle violazioni della legge organica del Controllore Generale del Venezuela, un ente costituzionale simile alla nostra Corte dei Conti, che ha il compito di vigilare e sanzionare i casi di corruzione o di scarsa trasparenza sui finanziamenti dei rappresentanti istituzionali venezuelani.

La sanzione è arrivata dopo che il Guaidò si è rifiutato di giustificare le fonti delle proprie entrate. L’accusa è di frode fiscale per non aver dichiarato più di 310 milioni di bolivar in viaggi e 260,4 milioni di bolivar in hotel all’interno e all’esterno del territorio venezuelano.

Il Controllore Generale dello Stato, Elvis Amoroso, ha indicato che la sanzione è stata applicata secondo la legge contro la corruzione del Venezuela.

Amoroso, aveva avviato un audit nel febbraio scorso, ed ha documentato come Guaidó abbia effettuato oltre 91 viaggi all’estero con un costo di oltre 310 milioni di bolivar (circa 100.000 dollari) “senza giustificare la fonte di reddito” per pagarli.

La decisione è stata presa “considerando che il deputato Juan Guaidó ha rifiutato di presentare la sua dichiarazione giurata, ha sistematicamente violato la nostra Magna Carta, ha usurpato le funzioni pubbliche e ha commesso azioni con governi stranieri che hanno danneggiato il popolo del Venezuela”, ha dichiarato Elvis Amoroso.

Legalmente, i poteri di questo organismo sono stati stabiliti nella Legge Organica del Controllore Generale della Repubblica e nel Sistema Nazionale di Controllo Fiscale, la quale stabilisce nell’articolo 78 la possibilità di richiedere dichiarazioni giurate di beni ai dipendenti pubblici.

Per l’avvocato Ana Cristina Bracho, Guaidó come vice è un funzionario che ha le sue funzioni, i suoi diritti particolari e i suoi divieti assoluti. Il suo ruolo è quello di elaborare leggi, controllare il potere esecutivo e rappresentare il popolo venezuelano nel suo complesso nell’assemblea nazionale.

I deputati prestano giuramento alla Costituzione per rispettarla e far rispettare le sue leggi; rispettare le istituzioni pubbliche. Inoltre, hanno il divieto assoluto di accettare onori, accuse e premi da paesi stranieri.

L’articolo 187 della Costituzione del Venezuela afferma che i deputati sono obbligati a svolgere solo compiti esclusivi a beneficio del popolo del Venezuela e non possono ricevere entrate aggiuntive o detenere posizioni diverse dalle loro funzioni parlamentari.

Guaidó ha trascorso più di otto mesi fuori dal paese con spese di alloggio superiori a 260,4 milioni di bolivar, anche senza dichiarare o spiegare da dove venissero i soldi per pagarli.

Sul piano dello scontro Juan Guaidó aveva annunciato mercoledì scorso i dettagli di un nuovo “D Day”, in particolare il quarto di quest’anno dopo quelli falliti il 23 gennaio, il 12 febbraio e il 23 febbraio scorsi.

Dal quartier generale di Azione Democratica Guaidò aveva svelato i passi successivi della sua agenda per il regime change per rovesciare il legittimi governo che, nelle parole del congressista Usa Marco Rubio (uno degli oltranzisti), “ha provocato un periodo di sofferenza che nessuna nazione ha affrontato nella storia moderna”.

La cosiddetta “Operazione Libertà” messa in campo da Guaidó con il sostegno esplicito degli Stati Uniti, mira ad aumentare l’escalation di minacce e reintrodurre i momenti di caos diffuso e violenza nelle strade sotto l’apparenza banale di “proteste dei cittadini”. I ripetuti black out elettrici di questi giorni, hanno il compito di esasperare proprio questa situazione.

“È arrivato il momento di scatenarsi in tutte le comunità. Fate degli striscioni chiedendo che arrivi il gas, che si fermi l’usurpazione, chiedendo che arrivi la luce, via Maduro. Dobbiamo trasformare ogni richiesta sociale nel nostro obiettivo di fermare l’usurpazione “, ha ripetuto Guaidò.

Dopo aver denunciato che a due mesi dalla sua auto-proclamazione non ha il controllo della pubblica amministrazione e quindi non ha il potere di nominare un gabinetto, Guaidó ha proposto ai suoi seguaci di organizzare una “simulazione di Operation Freedom” per il prossimo 6 di Aprile, un annuncio che ha causato una esplosione di commenti nei social network contro Guaidò, ridicolizzando la sua proposta e sbeffeggiando la tanto attesa richiesta di intervento militare statunitense promessa dai leader della destra venezuelana.

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Prato respinge i fascisti, ma si piega ai diktat contro i palestinesi

La città di Prato, in poche settimane, è diventata protagonista di due avvenimenti che rivelano i lati peggiori di questo paese, e lo fanno in modo assolutamente trasversale.

Sabato scorso è stata respinta la provocazione dei fascisti di Forza Nuova che voleva sfilare per le vie della città. La provocazione fascista è stata fortemente rintuzzata da una riuscita mobilitazione popolare di massa.

Ma nella stessa Prato che pure si è rivelata democratica e antifascista si va consumando una discriminazione politica e razziale che meriterebbe una analoga risposta.

Il riferimento va al Festival “Mediterraneo Downtown” che si terrà dal 5 al 7 aprile nella cittadina toscana. Un festival che vorrebbe offrire un racconto diverso delle diverse sponde di una regione che si allunga dall’Europa all’Africa e al Medio Oriente.

La tre giorni è stata presentata mercoledì 27, durante una conferenza stampa a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione Toscana la quale, insieme al Cospe e al Comune di Prato e in collaborazione con Libera, Amnesty International e Legambiente, ne è stata fin dall’inizio promotrice.

Apprendiamo dalla stampa locale che gli organizzatori hanno annunciato che la palestinese Manal Tamini, madre di due giovani prigionieri politici palestinesi e zia della giovane attivista Ahed Tamimi, arrestata dagli israeliani e diventata icona internazionale della resistenza del popolo palestinese, è stata contattata per annullare la sua partecipazione al festival, onde “evitare equivoci su posizioni antisemite”. Una decisione che è stata pubblicamente apprezzata dall’assessore regionale Bugli.

Contro la presenza di Manal Tamimi si erano inalberati, in modo del tutto trasversale, i deputati di Forza Italia Stefano Mugnai e Erica Mazzetti e il saggista di area Pd, Fabio Panerai. E prima di loro l’ambasciata israeliana e tutta la rete di organismi filo-sionisti e filo-israeliani attiva nel nostro paese.

Sul palco del Festival si confronteranno scrittori come Tahar Ben Jelloun – autore del best seller “Il razzismo spiegato a mia figlia” – e Sandro Veronesi, il pratese che ha scritto, tra gli altri, “Caos calmo”.

Il Premio “Mediterraneo di pace” sarà conferito a Sihem Bensedrine, giornalista e presidente di una commissione costituzionale in Tunisia che raccoglie testimonianze delle vittime di tortura. Per il filone ‘economie mediterranee’ ci saranno la stilista di origini marocchine Hind Laram, e Ghapios Garas, imprenditore egiziano di una società di informatica,

Nel Festival “Mediterraneo Downtown” Manal Tamimi avrebbe dovuto partecipare ad un dibattito su “Per giustizia e per amore. La lotta delle donne per i diritti”, insieme con Ilaria Cucchi.

Ma in tutto questo parterre, si è scelto di tenere fuori una palestinese accusata dagli apparati ideologici israeliani per un vignetta. Occorre che gli organizzatori abbiano il coraggio di confessare che se Manal Tamimi fosse stata israeliana non le sarebbe stato revocato l’invito a partecipare.

E’ una vergogna e una discriminazione politica e razziale che la Prato che ha saputo respingere i fascisti solo qualche giorno fa, dovrebbe saper riscattare, anche in questa occasione.

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La “Guerra Ibrida” della CIA contro il Venezuela


Nonostante “La Operacion Constitucion” si sia conclusa con il misero e silenzioso ritorno a Caracas di Juan Guaidò, e la cattura dei quattro comandanti del fatiscente “Esercito di Liberazione Venezuelano” (1), attualmente nella regione di Tona, nel dipartimento colombiano di Santander, le “antenne” della CIA e gli ufficiali colombiani della Inteligencia y Contrainteligencia Militar Conjunta-J2, continuano i preparativi per mettere in piedi negli stati venezuelani di Tachira, Zulia, Amazonas e Apure un “foco” eversivo, con l’obbiettivo di promuovere una guerra civile, che coinvolgerebbe la Colombia scatenando l’immediato intervento militare degli Stati Uniti.

Basandosi su questa prospettiva, il 4 marzo, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, tornava all’attacco ricordando che “... Il presidente Donald Trump continua fermamente convinto della necessità urgente di derubare il governo presieduto da Nicolas Maduro, anche con una soluzione militare (2) e senza l’autorizzazione internazionale!...”

Una dichiarazione scandalosa che non è stata gradita nemmeno dai lacchè del Gruppo di Lima (3), registrando nuovamente il dissenso dei generali brasiliani e di quelli argentini e anche la discordanza di molti ufficiali superiori colombiani.

Infatti, il 25 febbraio, il vicepresidente del Brasile, generale Hamilton Mourão, presente nella riunione del gruppo di Lima, realizzata nella capitale colombiana Bogotà, riaffermava allo sbigottito Mike Pence la posizione contraria dei militari brasiliani che, lo stesso generale Mourão aveva annunciato, per la prima volta il 23 gennaio, subito dopo l’incoronamento di Juan Guaidò con il titolo di “Presidente Interino” da parte di Donal Trump. Un pronunciamento che spezzò l’enfasi bellicista della Casa Bianca, poiché, il generale Hamilton Mourão, che in quel periodo ricopriva l’incarico presidenziale in assenza del presidente Jair Bolsonaro, sentenziò: “il Brasile e le sue forze armate non si immischieranno nella politica interna del Venezuela!”.

La posizione espressa dal vicepresidente brasiliano, generale Mourão nella riunione del gruppo di Lima, ha influenzato il posizionamento dei generali argentini, che, nonostante le dichiarazioni belliciste del presidente Macri, in modo categorico hanno ricordato: “... Le forze armate argentine potrebbero integrare una missione di pacificazione in Venezuela solamente se questa sarà votata e autorizzata dall’Assemblea delle Nazioni Unite!”.

Nella capitale colombiana – dove il clima politico è sempre più complesso a causa della crisi economica e del permanente stato d’instabilità provocato dalla corruzione e dal narcotraffico – gli abbracci e le strette di mani del presidente Iván Duque Márquez con il vicepresidente statunitense Mike Pence non hanno convinto i generali dello Stato Maggiore, poiché dopo la decennale e tragica esperienza del “Plan Colombia”, nessuno ufficiale e soldato colombiano vuole più rischiare la vita in una difficile “guerra di selva”, soprattutto con il Venezuela!

In realtà, soltanto l’esplosione di una dilaniante guerra civile, che minacci di danneggiare le infrastrutture petrolifere (pozzi, raffinerie e porti di imbarco), potrebbe convincere il Congresso degli Stati Uniti alla necessità d’intervenire militarmente in Venezuela e quindi autorizzare i generali del Pentagono a realizzare un “attacco chirurgico” contro il Venezuela.

Un attacco che l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti (SouthCom), nel passato mese di ottobre, in una seduta del Comitato del Senato per la Difesa, definì “rischioso”, perché “... l’esercito bolivariano è strutturato in maniera orizzontale, con circa duemila generali che comandano e controllano i differenti settori della difesa territoriale...”.

Anche, Galen Carpenter, analista del conservatore “Cato Institute” e specialista di questioni militari internazionali, in un’intervista a “BBC News Mundo” sottolineando i rischi ricordava che: “Nonostante possano esistere dei motivi di divisione interna, è certo che la maggior parte delle forze dell’esercito bolivariano si mobilizzeranno per respingere l’invasione”.

Un argomento che non trova impreparati gli ufficiali delle FANB. Infatti, nel 2018, il generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay (4), subito dopo la decisione del governo bolivariano di sostituire il dollaro con il yuan cinese nelle operazioni di vendita del petrolio, presentò allo Stato Maggiore delle FANB e allo stesso presidente Maduro, uno studio dettagliato sulle possibili operazioni del SOUTHCOM, realizzate per aprire il cammino all’invasione terrestre delle truppe statunitensi.

Sempre secondo il generale Jacinto Pérez Arcay e altre fonti dell’intelligenza militare delle FANB “la prima operazione bellica del SouthCom sarebbe un attacco chirurgico con aerei e missili contro le basi aeree di Palo Negro e di Barcellona e contro la base navale di Puerto Cabello”.

Secondo l'ex capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, per determinare la dissoluzione dell’organizzazione dell’esercito venezuelano e quindi favorire l’eventuale arrivo dei marines statunitensi con la funzione di pacificare e non di combattere, l’attacco aereo chirurgico dovrebbe essere realizzato su tutti gli obbiettivi militari del Venezuela senza soffrire nessuna perdita. Infatti, per il generale Mattis, la dissoluzione organica delle FANB è sempre stata la condizione “sine qua non” per realizzare in poco tempo e senza gravi perdite l’invasione del Venezuela per instaurare un nuovo governo. Per questo il capo del Pentagono ha sempre avvisato il presidente Donald Trump che “... Senza questa condizione l’attacco potrebbe diventare una tragica avventura!”.

Un argomento che il generale Jim Mattis ha più volte ribadito al presidente Donald Trump, ricordandogli anche che senza la partecipazione e soprattutto senza la logistica dell’esercito brasiliano e di quello colombiano, il coinvolgimento dei “marines” in Venezuela risulterebbe estremamente rischioso. Una posizione, che secondo alcuni analisti, è stata una delle cause per il suo licenziamento da parte di Trump, dall’incarico di segretario alla Difesa. Da sottolineare che anche i generali H.R. McMaster, John Kelly e Michael Flynn, tutti assunti e poi licenziati dal presidente, hanno avuto autentici diverbi con Donald Trump a causa delle problematiche politiche e militari connesse alla questione venezuelana.

La guerra nelle mani della CIA

Di conseguenza, Mike Pompeo – l’eminenza grigia del governo Trump – senza il parere vincolante dei generali, ha potuto conferire alla CIA la responsabilità assoluta della pianificazione e della realizzazione di tutte le operazioni eversive necessarie a provocare una crisi profonda e distruttiva nel Venezuela, capace di distruggere la capacità di resistenza del governo di Nicolas Maduro.

In quest’ottica, ed avendo ricevuto il palese appoggio di molti paesi “democratici” dell’Unione Europea, il governo Trump ha triplicato il cosiddetto “fondo per il ristabilimento della democrazia in Venezuela”, che adesso supera i 120 milioni di dollari. A questi si devono aggiungere i fondi per le “operazioni top secret” della CIA in Venezuela, che secondo alcune indiscrezioni sono stimate in ottocento milioni di dollari per il solo anno in corso. E’ quindi, su questa base che la CIA ha potuto rafforzare la collaborazione con i servizi segreti brasiliani e i colombiani e con i settori dell’Intelligenza militare brasiliana e colombiana, per capire cosa stia succedendo all’interno del Venezuela.

Infatti, per gli analisti di Langley è importante sapere fino a che punto i diversi settori dell’opposizione sono ancora credibili, che tipo di mobilizzazioni sarebbero in grado di realizzare e se esistono le condizioni e la capacità di creare un “foco eversivo urbano” nelle principali città del Venezuela, nello stesso tempo in cui i gruppi paramilitari orchestrerebbero un “foco eversivo rural” negli stati che confinano con la Colombia.

La divisione all’interno dell’opposizione, dopo l’avventura di Juan Guaidò e la conseguente inattività dei partiti oppositori, ha spinto la CIA a ricorrere all’azione del terrorismo-cibernetico, che rimane l’unico elemento di conflittualità attiva di questa guerra ibrida, sempre più isolata in termini politici, anche a livello di classe media.

Purtroppo negli ultimi trenta giorni, il terrorismo-cibernetico ha provocato seri danni all’economia con diversi sabotaggi alle linee di trasmissione e ai centri di erogazione di energia elettrica. Di fatto, il 7 marzo si è registrato il primo blackout nazionale, che è durato 60 ore, paralizzando tutte le reti informatiche del paese.

Sabotaggi che non hanno ridotto la fiducia nei confronti del governo da parte della maggioranza della popolazione. Al contrario, i blackout hanno provocato un maggiore discredito nei confronti dei partiti dell’opposizione venezuelana, soprattutto di quelli che sostengono la necessità di un cambio politico immediato, ricorrendo a tutte le forme di lotta incluse quelle violente. Per questo motivo, e per mascherare l’insuccesso politico, il presidente Donald Trump e l’eminenza grigia dei NewCons (5), Mike Pompeo, sono tornati a sventolare la bandiera della soluzione militare, stimolando la guerra psicologica dei media, sperando in una resurrezione dell’opposizione.

A questo punto la congiuntura politica che si è creata nel Venezuela presenta tre interrogativi:
) Perché il presidente Donald Trump e il gruppo dei “NewCon”, pur sapendo che l’opposizione è praticamente delegittimata, insistono nel voler derubare urgentemente e a tutti i costi il governo di Nicolas Maduro?
2) Perché Mike Pompeo ha valutato “interessante” il progetto eversivo formulato dalla CIA (distruzione economica progressiva del Venezuela)?
3) Perché John Bolton ha archiviato il parere dei generali del Pentagono, secondo i quali lo sviluppo delle azioni eversive rafforzerebbe la posizione di Maduro e il ruolo dell’esercito bolivariano, annullando la missione pacificatrice dei “marines” statunitensi e la possibilità di “ristabilire la democrazia” senza colpo ferire?

Per rispondere a queste domande è necessario ricorrere alle analisi di alcuni scienziati politici specializzati in “geo-strategia dei blocchi dominanti”. In particolare quelle del professore brasiliano, José Luis Da Costa Fiori (6), che nel mese di agosto del 2018 pubblicava un articolo in cui analizzava il nuovo ruolo della cosiddetta “Guerra Ibrida”, come parte integrante della politica geo-strategica del governo di Donald Trump, intesa come tentativo estremo per imporre il controllo statunitense su tutti gli stati del continente latinoamericano attraverso una guerra di bassa intensità.

Infatti, per il professore Fiori, il termine “Guerra Ibrida” identifica l’evoluzione della tradizionale soluzione militare (bombardamento e invasione dei marines) e dello storico tentativo di colpo di stato castrense con una “Guerra di Quarta Generazione”, in cui il Dipartimento di Stato, la CIA e la Casa Bianca articolano nello stesso tempo una serie di attacchi (economici, giuridici, finanziari, diplomatico, mediatico, politico, psicologico, eversivo e cibernetico), con l’obbiettivo di destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, smobilizzare il movimento chavista e, soprattutto, disarticolare le forze armate bolivariane.

L’urgenza di una “Guerra Ibrida”

L’elemento chiave di questa “Guerra Ibrida” è l’urgenza del governo imperialista di Donald Trump di mettere in moto, “a tutti i costi”, la complessa molteplicità degli elementi eversivi di questa “guerra di bassa intensità”, dove il principale obbiettivo sarebbe la realizzazione di un’apparente ribellione popolare spontanea, capace di assorbire i principali rami dell’esercito ed i settori operai più dinamici delle imprese energetiche e petrolifere statali.

Quindi se consideriamo che la cosiddetta “complessa molteplicità sovversiva” ha i suoi tempi per affermarsi nel contesto politico-istituzionale venezuelano, risulta evidente che non può essere improvvisata e tantomeno può essere accelerata. L’esempio più evidente è stato il fallimento dell’“Operacion Constitucion”.

Di fatto, il governo di Donald Trump, dopo che il governo bolivariano è riuscito ad aggirare gran parte delle sanzioni finanziarie, ha opportunisticamente giocato la carta del “presidente ad interim”, sperando che l’opposizione fosse capace di realizzare una “rivoluzione colorata”, con cui poter imporre un nuovo governo totalmente dipendente dalla Casa Bianca e dalle multinazionali. In realtà la CIA, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno cercato di realizzare una seconda “Operazione Maidan”(7) a sud dell’equatore.

Il fallimento di questo progetto acuisce sempre più le critiche degli industriali del petrolio statunitensi legati a Rex Tillerson, dirigente della multinazionale Chevron, anche lui assunto e poi licenziato in tronco dal presidente Trump. Il malumore delle imprese petrolifere statunitensi è dovuto al fatto che – senza i 1.300.000 barili al giorno di petrolio venezuelano – adesso sono obbligati ad importarlo dall’Arabia Saudita a prezzi più alti, mentre prima delle sanzioni decretate da Trump contro la PDVSA, tutte le raffinerie del Texas usavano petrolio del Venezuela.

D’altra parte, le sanzioni di Trump non hanno paralizzato la produzione della PDVSA, poiché l’OPEC ha fissato nuove quote di produzione, con prezzi più alti, e Cina e India hanno immediatamente siglato nuovi contratti di acquisto con la PDVSA, comprando tutte le quantità di petrolio che anteriormente erano destinate agli Stati Uniti attraverso l’impresa CITGO Petroleum Corporation. Da sottolineare che i nuovi contratti della PDVSA non sono stati sottoscritti in dollari ma in Yuan, cioè la moneta cinese che attualmente Russia, Cina e India utilizzano negli scambi commerciali bilaterali.

L’uso dello Yuan, come pure della cripto-moneta creata dal governo bolivariano, è in realtà, il vero motivo dell’urgenza geo-strategica della Casa Bianca nel voler destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, che con questo tipo di transazioni commerciali contribuisce ad indebolire il potere del dollaro nel mercato finanziario mondiale.

E’ tassativo ricordare che la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, come pure quella contro la Libia, scoppiarono quando Saddam Hussein e poi Gheddafi tentarono di uscire dall’area del dollaro, vendendo i titoli del debito statunitense per comprare oro, argento, diamanti, per poi usare l’Euro come moneta base nella vendita di petrolio e gas.

A questo punto non bisogna dimenticare che quindici giorni prima dell’attacco “umanitario” alla Libia da parte degli aerei della NATO, la Banca d’Inghilterra si appropriò della riserva di oro della Libia, negando al presidente Gheddafi di procedere al trasferimento presso la Banca Centrale di Tripoli. Sarà una casualità, ma anche il governo venezuelano ha sofferto lo stesso “esproprio” da parte della Banca d’Inghilterra, quando il presidente Maduro richiese il rimpatrio della riserva di oro del Venezuela, depositata in quella banca fin dagli anni '70!

L’ultima giustificazione dell’urgenza della “Guerra Ibrida” riguarda il tentativo da parte degli USA d’interrompere la presenza delle imprese cinesi e indiane in Venezuela, garantendo allo stato bolivariano nuove forme di ricchezza con lo sfruttamento di numerosi giacimenti minerari, in particolare quelli di coltan e di oro (8), e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.

Una presenza, soprattutto quella cinese, che la Casa Bianca considera un pericolo, poiché le sue imprese alimentano in tutta l’America Latina la possibile alternativa alle rigide regole imposte dal FMI e dalle multinazionali statunitensi ed europee, oltre che presentare invidiabili soluzioni tecnologiche che rompono l’egemonia dei conglomerati di Wall Street.

Un contesto che ci fa scoprire una seconda casualità con il Nicaragua, quando le imprese cinesi avrebbero dovuto iniziare i lavori per la realizzazione di un secondo canale che unirà l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Anche in Nicaragua, come in Venezuela l’opposizione cominciò la contestazione del governo di Daniel Ortega, volendo a tutti i costi la sua rinuncia in nome del cosiddetto “cambio democratico”!

Resistenza e preparazione combattiva delle FANB

La grande riforma geostrategica e la ristrutturazione del sistema di difesa nazionale, che il presidente Hugo Chavéz mise in atto subito dopo il fallito colpo di stato del 2002, fu considerata da tutti i governi che si sono succeduti nella Casa Bianca un autentico “atto di guerra”. Il rafforzamento militare delle forze armate venezuelane, voluto e coordinato dallo stesso Comandante Chavez, dette inizio ad una progressiva conflittualità che il governo degli Stati Uniti ha accentuato negli ultimi dieci anni. Una conflittualità latente che, con il governo di Donald Trump, si è trasformata poi in una guerra silenziosa a bassa intensità.

Comunque, il motivo principale del conflitto che ha spinto i generali del Pentagono a considerare lo stato bolivariano “irrecuperabile come quello cubano”, è appunto di natura strategica oltre che militare. Infatti, i nuovi concetti di difesa territoriale e i nuovi meccanismi di organizzazione militare che il presidente Hugo Chavez ha introdotto nelle forze armate venezuelane hanno cancellato a una velocità pazzesca le metodologie organizzative e i concetti teorici importati dalle accademie militari degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni '60 l’esercito venezuelano era considerato il pupillo del Pentagono, presentato come il modello per tutti gli eserciti del continente sudamericano.

Comunque, il Comandante Chavez – seguendo l’esperienza delle FAR cubane – oltre ai fondamenti teorici, modificò tutta la struttura del sistema di difesa, investendo vari miliardi di dollari per comprare nuove armi tecnologicamente più avanzate e dotare tutte le unità, incluso i reparti della “Milicia”, di un sistema di comunicazioni di ultima generazione. Materiale bellico prodotto dalle imprese russe che, subito dopo la fine della Guerra Fredda, hanno superato l’efficienza bellica di molte industrie militari degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione Europea. E’ il caso dei caccia bombardieri Sukhoi e soprattutto del Sistema di Radar e Missili di Difesa Aerea S-300VM, prodotto dal’impresa russa Antey-Almaz.

L’elemento più importante della riforma geostrategica e militare di Chavéz non è solo l’introduzione di nuove armi tecnologicamente avanzate, ma soprattutto la strutturazione del potenziale bellico nelle nuove linee di difesa tracciate nel paese. Inoltre, la grande innovazione è stata la creazione del Comando di Difesa Aereo-Spaziale (CODAI), che è il ramo operativo della difesa subordinato, in linea diretta, al Comando Strategico Operativo (CEOFANB), con sede in Caracas.

Quindi, con l’implementazione di una nuova concezione di difesa territoriale, intesa come elemento fondamentale dell’alleanza politica delle forze armate con il popolo, è stato effettivamente facile trasformare l’antico esercito – che era soggetto alle dispotiche intenzioni delle oligarchie – in autentico esercito popolare, in permanente mobilità per difendere la sovranità e la legittimità del governo bolivariano.

Una condizione che ha permesso la rapida crescita, intellettuale e politica, del corpo degli ufficiali e dei soldati di leva, promovendo la formazione di una “Milicia Nacional Bolivariana”, perfettamente armata e organizzata per integrare il sistema di difesa territoriale nazionale al lato delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane).

Come nelle FAR cubane e in tutti gli eserciti che sono nati per difendere una prospettiva rivoluzionaria, anche nelle FANB l’elemento che maggiormente ne contraddistingue l’organizzazione e la struttura è, senza dubbio, la preparazione politica combattiva, che trasforma il soldato e l’ufficiale in un soggetto politico attivo e presente nell’evoluzione del contesto sociale ed economico del paese. Per questo motivo tutti gli appelli dell’opposizione per una diserzione di massa o per realizzare un colpo di stato contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro sono falliti.

Comunque, l’elemento che ha maggiormente irritato i generali del Pentagono è stata la decisione del presidente Nicolas Maduro d’installare in tutte le regioni di frontiera il Sistema di Difesa Aereo S-300VM. In questo modo qualsiasi tentativo di penetrazione nello spazio aereo venezuelano da parte di missili, aerei-spia o cacciabombardieri è immediatamente individuato dai radar, che hanno una capacità di lettura efficace fino a 10.000 metri di altezza e 300 chilometri in linea di superficie. Chi cerca di violare lo spazio aereo venezuelano senza autorizzazione è abbattuto dal sistema di difesa anti-aera, che è composto da cinque linee di fuoco:
1) Cannoni antiaerei da 20 e 40mm;
2) Missili portatili MANPADS Igla5 con un raggio d’azione di 5.000m;
3) Missili S-125 PECHORA 2M con raggio d’azione 20.000m;
4) Missili BUK-2ME con raggio d’azione di 25.000m;
5) Missili S-300VM con raggio d’azione di 30.000m.

Un contesto che è sempre stato presente nelle difficili riunioni dei generali Jim Mattis e John Kelly con Donald Trump, e a Mike Pompeo sulla necessità di realizzare un “bombardamento chirurgico” con cui distruggere gli obbiettivi strategici del Venezuela. Infatti, Donald Trump e Mike Pompeo, non avendo nozioni di tecnologia militare, non hanno mai capito che con la creazione da parte del CODAI venezuelano (Comando di Difesa Aereospaziale Integrale) di un’efficiente area di esclusione aerea (NOTAM A0 160/19) era estremamente rischioso realizzare missioni di bombardamento aereo. Questo perché tutto lo spazio aereo venezuelano risulta protetto dai missili S-300VM, incluso lo spazio aereo marittimo che si estende fino alle isole di Curaçao, Aruba e Bonaire!

In realtà i radar venezuelani controllano perfettamente l’attività aerea a più di 100 chilometri dalle proprie frontiere. In particolare gli spazi aerei della regione colombiana di Cucuta e quella brasiliana di Pacaraima che, secondo il piano eversivo “Operacion Constitucion”, avrebbero dovuto essere il punto di partenza della sognata invasione statunitense mascherata con l’invio dei generi alimentari.

In pratica il presidente Nicolas Maduro, seguendo l’orientamento di Hugo Chavéz, ha completato l’istallazione delle batterie di missili S-300VM in tutto il paese, proteggendo tutto lo spazio aereo del Venezuela con un autentico ombrello armato di missili anti-aerei, guidati da potenti radar russi, capaci di annullare fino a 300 chilometri qualsiasi tipo interferenza elettronica!

A questo punto, vista l’impossibilità di promuovere un’insurrezione popolare, risultando impraticabile un colpo di stato e irrealizzabile un Impeachment contro il presidente Nicolas Maduro, gli uomini della CIA cercano di sfiancare e di delegittimare il governo bolivariano con i sabotaggi cibernetici (9), che sono l’ultimo capitolo della guerra ibrida inventata da Mike Pompeo e Donald Trump!

Note

1) Il 1 febbraio le unità speciali dell’Esercito e del SEBIN catturavano nell’autostrada José Antònio Paez i primi due auto-denominati Comandanti del nascente “ELV”, gli ex-colonnelli in pensione Oswaldo Garcia Palomo e José Acevedo Montonès. In seguito erano catturati gli altri due “comandanti” Antonio José Labichele Barrios e Alberto José Salazar Cabana.

2) Il 4 febbraio il Presidente statunitense, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ribadiva “…la volontà della Casa Bianca di derubare il “dittatore venezuelano” anche con una soluzione militare …”.

3) Il “Gruppo di Lima” fu formato all’interno dell’OSA (Organizzazione Stati Americani) per isolare diplomaticamente il governo bolivariano e appoggiare l’eversione dell’opposizione.

4) Jacinto Péerez Arcay, Generale, esercita l’incarico di Capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze Armate Nazionali.

5) New-Con (Nuovi Conservatori) è il gruppo creato all’interno del partito Repubblicano da Mike Pompeo e John Bolton, che ha sempre sostenuto Donald Trump.

6) José Luis Da Costa Fiori, è un accademico brasiliano specializzato in macroeconomia politica internazionale, che è stato analista del BID (Banca Internazionale per lo Sviluppo) per poi insegnare durante per due anni (2005/2006) nell’Università di Cambridge.

7) Operazione Maidan, è il codice del progetto eversivo che la CIA e il Dipartimento di Stato utilizzarono per rovesciare il governo dell’Ucraina.

8) La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 tonnellate di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.

9) Giovedì 7 marzo, il Venezuela è stato l’obiettivo di una serie di attacchi cibernetici sul sistema di controllo della centrale idroelettrica di El Guri. Dopo il Black out, un nuovo attacco è stato orchestrato contro il paese, questa volta nelle strutture della frangia petrolifera dell’Orinoco, la più grande riserva di greggio del pianeta. Il governo bolivariano ha detto che questo sabotaggio è stato effettuato con una tecnologia che solo il governo degli Stati Uniti possiede per generare un Blackout in tutto il paese.

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