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27/03/2019

Recessione europea, anche “gli dei” ora balbettano

Due notizie in una botta sola. Ma entrambe segnalano crisi nera per l’economia, sia italiana che europea. Ma se così è, la causa va cercata nel modello continentale, più che nelle storture di questo paese (che aggravano la situazione, naturalmente, ma non ne sono all’origine).

Proviamo a sintetizzare, nei limiti del possibile.

Il Centro Studi di Confindustria azzera le previsioni di crescita per l’anno in corso, portandole da un già misero 0,9% al nulla assoluto. La lista delle concause è come sempre lunga e orientata secondo gli schemini asfittici del solito neoliberismo accecato: si va da “una manovra di bilancio poco orientata alla crescita” all’”aumento del premio di rischio che gli investitori chiedono” sui titoli pubblici italiani, dal “progressivo crollo della fiducia delle imprese” rilevato “da marzo, dalle elezioni in poi” fino al calo degli investimenti privati (-2,5%, escluse le costruzioni) dopo 4 anni di modesta risalita.

Un economista normale – ossia uno che guarda all’economia reale invece che alla finanza speculativa – partirebbe da quest’ultimo punto: se si investe di meno, come pretendi che si possa avere una crescita?

Oltretutto è universalmente noto che gli investimenti pubblici sono vietati dalle norme dell’Unione Europea, oppure drasticamente tagliati per ridurre il deficit o il debito dello Stato. Mentre, infine, i capitali che lasciano l’Italia (capitali “itagliani”, sia chiaro) sono molto più sostanziosi di quelli esteri in entrata.

Ma al Centro studi di Confindustria non può scappare neppure per sbaglio una critica verso il committente (le imprese italiane) o il modello teorico neoliberista.

Dunque le “indicazioni” che ne vengono sono sempre le solite. Ovvero risanare i conti pubblici (tagliando ancora, quindi aggravando le tendenze recessive) e non sforare il rapporto deficit/Pil.

Il CsC sottolinea che ci troviamo al “bivio” tra “rincaro Iva” o “far salire il deficit pubblico al 3,5%”. Per annullare il primo e fare la correzione richiesta sui conti “servirebbero 32 miliardi di euro senza risorse per la crescita”. Così appare “inevitabile un aumento delle tasse”.

“L’Italia – dice ancora il capo economista di Confindustria, Andrea Montanino – deve evitare di andare oltre il 3% nel rapporto deficit/Pil: sarebbe un segnale molto negativo per i mercati. Il fatto che lo spread non si è richiuso significa che continuiamo ad essere un paese sotto osservazione. Verremmo puniti dai mercati”.

Messa così non c’è speranza. Anche perché si invita alla “prudenza” nel firmare contratti con la Cina (tra i pochissimi investitori globali, in questa fase): “il 60% degli scambi europei con la Cina avviene via mare”, ma “le tensioni strategiche sino-americane, anche in caso di accordo bilaterale, si riverseranno in territorio europeo”. Per concluderne che “Una maggiore cooperazione con la Cina è necessaria ma senza rotture con il principale alleato atlantico e soprattutto costruendo una posizione negoziale forte”.

Uno stallo mentale e progettuale che inchioda l’economia del paese in una situazione critica e dipendente da scelte altrui. Che sono parimenti fallimentari.

La conferma arriva inaspettatamente da Mario Draghi, ancora per qualche mese al vertice della Bce. “Lo scorso anno ha fatto segnare una perdita di velocità delle dinamiche di crescita dell’area euro, dinamica che si è estesa al 2019. Ciò è stato dovuto principalmente alla pervasiva incertezza nell’economia globale che si è riversata sull’andamento della domanda esterna. Anche se la domanda interna ha retto e i fattori alla base dell’espansione non sono stati compromessi permangono rischi al ribasso per l’economia».

In pratica un confessione: il modello economico europeo, incentrato sulle esportazioni (come da diktat tedesco), è impantanato perché totalmente dipendente da dinamiche che non può controllare. La sostanziale rinuncia pluriventennale al consolidamento del mercato interno – fatto di spesa per consumi (e quindi salari adeguati e crescenti), welfare (salario differito o indiretto), investimenti pubblici per qualcosa di più “redistributivo” rispetto alle “grandi opere”, ecc. – ha eliminato l’unico fattore che può compensare l’inevitabile caduta della domanda estera.

Ma di questo modello Draghi è stato uno dei principali sostenitori, se andiamo a rileggere la famosa “lettera” inviata al governo italiano dell’agosto del 2011 e che si tradusse, di lì a poco, nella svolta durissima del governo Monti-Fornero. Eppure da Francoforte non esce neppure un accenno di autocritica...

Anzi, a ben guardare si vede la disperazione di un presidente di banca centrale che deve smentirsi a poche settimane dalla decisione di metter fine ai quantitative easing, presa nella convinzione che si stessero ricreando le condizioni di una crescita economica “normale”. Ossia non drogata da una politica di tassi di interesse a zero e da “iniezioni di liquidità” permanenti.

«Un sostanziale accomodamento monetario è ancora necessario per assicurare il percorso di convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo di lungo termine e questo è riflesso dalle nostre ultime decisioni di politica monetaria». Neanche una parola sul fatto che alcuni anni di “accomodamento monetario” non abbiano modificato in nulla la situazione; o meglio, hanno evitato il crollo finanziario, ma non hanno rimesso in moto l’economia reale.

In altri termini: che questa strategia non funziona affatto. Eppure viene ripresa...

Siamo, dal punto di vista della credibilità, alla caduta degli dei. Sembrano lontani secoli i tempi in cui “i mercati” reagivano immediatamente ad ogni parola o battito di ciglia dei governatori della banche centrali più importanti. Oggi parlano ancora, e a lungo, ma nessun operatore economico li prende più a riferimento per le scelte da fare.

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