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28/03/2019

Ucraina - C'è sentore di gas nelle elezioni presidenziali

A quanto sembra, l’unico, o il principale tra i candidati alle presidenziali ucraine del 31 marzo visto come “pro-russo”, sarebbe il rappresentante della lista “Piattaforma di opposizione – Per la vita”, Jurij Bojko, ex Ministro per l’energia con il presidente Janukovič e, si dice, relativamente accetto alla popolazione delle regioni orientali ucraine.

Ma la maggior parte dei media russi è oggi concorde nel giudicare la sua popolarità non superiore a quella di Oleg Ljaškò o Anatolij Gritsenko. Se appena una settimana fa il sito antifashist.com dava Bojko come già insediato nella “trojka” dei leader della corsa elettorale, con il 12,3%, davanti allo stesso Petro Porošenko (11,9%), ma dietro allo showman Vladimir Zelenskij (uomo dell’oligarca Igor Kolomojskij, con il 23,7%) e Julija Timošenko (13,8%), ecco che due giorni fa, la Tass riportava i dati dell’ultimissimo sondaggio (tra chi ha intenzione di andare a votare): 32,1% per Zelenskij, 17,1% per Porošenko, 12,5% per Timošenko, 10,4% Bojko e 6,9% Gritsenko.

Ma per chi “voteranno”, sulle rive del Potomac?

Parlando di Bojko, scriveva due giorni fa Sovetskaja Rossija, possiamo solo “dire una cosa: agli americani non conviene cambiare il corso anti-russo della politica ucraina”; gli Stati Uniti hanno bisogno di un presidente disposto a “continuare il conflitto nel Donbass e sostenere la frenesia nazionalista. Pertanto, in ogni caso, il nuovo presidente sarà una copia fedele di quello attuale”. Non è poi così importante chi sarà: lo stesso Porošenko, la Timošenko, o Kolomojskij nella persona di Zelenskij. Se poi gli americani scelgono “di non cambiare presidente, allora i risultati delle elezioni, nonostante l’odio crescente per lui, mostreranno che gli ucraini ‘sono ancora per Porošenko’”.

O, se non proprio per lui, per uno che continui lungo la sua strada verso Bruxelles e Washington; tanto che, per mettere comunque le mani avanti, Porošenko ha detto che, in caso di sconfitta il 31 marzo, ha in mente di prender parte alle elezioni al Parlamento europeo, naturalmente dopo l’agognata adesione dell’Ucraina alla UE, data così per scontata; l’elezione al Parlamento europeo, ha singhiozzato, sarebbe per lui il “momento più felice”.

Ma ha confessato di avere anche un piano di riserva: “Sì, ho un piano. Solo che non è un piano “B”... è un piano “P” e prevede la costruzione di un paese di persone libere e ricche, divenuto membro di UE e NATO”. Quanto gli ucraini, negli ultimi cinque anni, siano diventati “liberi” di morire di fame seguendo i dettami di UE e NATO e “ricchi” di glorificazioni del banderismo e del nazismo, non c’è bisogno di ricordarlo.

Tornando al candidato Bojko, lo scorso 22 marzo, a Mosca il Presidente del consiglio Dmitrij Medvedev e il boss di “Gazprom” Aleksej Miller hanno ricevuto lui e il presidente del Consiglio politico di “Per la vita”, Viktor Medvedčuk. Cosa facevano i due a Mosca? Piccola digressione: come è noto, dal 2015, Kiev non acquista il gas russo, ma agisce in modo più “astuto”: lo fa prima transitare verso i paesi UE, e soltanto dopo lo compera (lo stesso gas russo) da loro. In tal modo, dicono i furbacchioni golpisti, il gas non è più russo, anche se in questo modo costa di più. Ma se quel gas dovesse smettere proprio di transitare per l’Ucraina, passando per il “Nord stream 2” e il “Turkish stream”, allora i golpisti se ne avrebbero a male e già in anticipo hanno deciso di chiedere a Mosca 12 miliardi di dollari di risarcimento.

Ora, è chiaro che né Bojko, né Medvedčuk, al momento, godessero della minima autorità per sottoscrivere alcunché a Mosca, ma dato che il tema del gas è uno di quelli che più tormentano la martoriata popolazione ucraina, la mossa può sempre esser presentata in patria come un tentativo di rinnovare il contratto per il transito del gas attraverso l’Ucraina: ovviamente, in caso di elezione di Bojko.

E, comunque, da parte di Mosca, è dubbio che si siano ricevuti i due ucraini così, tanto per prendere il tè. Non va dimenticato che un’altra candidata al voto del 31 marzo, l’ex “martire” Julija Timošenko, di grossi e niente affatto chiari affari di gas ne sa qualcosa. Oggi, ovviamente, la “vittima dell’impero”, difficilmente ripeterebbe le assicurazioni di qualche anno fa, secondo cui “mai e poi mai potrei compiere un passo che umìli, anche solo di poco, la lingua in cui parla tutta la mia famiglia: il russo”, ma sul tema del gas, c’è da scommettere, sarebbe disposta a trovare un percorso diverso da quello di Porošenko.

Dunque, Medvedčuk avrebbe proposto alla controparte russa la creazione di un consorzio, in mancanza del quale il transito del gas attraverso l’Ucraina si ridurrebbe a non più di 15-20 miliardi di metri cubi, il che in pratica bloccherebbe il sistema di trasmissione del gas verso ovest. Al contrario, con tale consorzio, Kiev sarebbe in grado di ricevere 250 miliardi di mc in entrata e spedirne a ovest 185 miliardi in uscita, e tenerne anche per la vendita e per il proprio fabbisogno: stando a ukrinform.ru, da gennaio a ottobre 2018 l’Ucraina ne avrebbe consumato 24,3 miliardi di mc e, secondo “Naftogaz”, 31,9 nel 2017 e 33,2 nel 2016: ci si scalda sempre meno e le industrie scompaiono sempre di più!

Insomma, avrebbe detto Medvedčuk, il consorzio sarebbe vantaggioso per i consumatori e gli operatori europei che vi aderissero: potrebbero tentare di aumentare i volumi per ridurre i costi e ciò rappresenterebbe un guadagno per tutti, Ucraina compresa.

Ora, alla luce della notizia diffusa ieri con urla di gioia dall’ucraina “Naftogaz”, secondo cui la Danimarca avrebbe detto no al transito delle tubature del “Nord stream 2” attraverso le proprie acque territoriali, appare anche più comprensibile la risposta data da Aleksej Miller alla proposta di Medvedčuk. Il capo di “Gazprom”, che dal 2015 aveva sostenuto che il gigante russo non era interessato a continuare il transito per l’Ucraina, ha ora invece detto che “Gazprom” è pronta: a prolungare l’attuale contratto di transito con l’Ucraina, cambiare radicalmente la propria posizione in merito al sistema di trasporto del gas e diventare parte del consorzio che ne assumerà la gestione, quantunque l’attuale legislazione ucraina proibisca l’adesione russa al sistema di transito del gas.

Significa questo che Mosca creda alla possibile vittoria elettorale di un candidato – Bojko o un altro – diverso da Porošenko, che ne possa cambiare direzione di marcia? Poco probabile. Forse che Mosca, come osserva Sovetskaja Rossija, abbia dato a intendere di esser pronta a rivedere i propri piani per il transito del gas con una nuova e diversa compagine presidenziale? O si tratta solo di una diversa sfumatura con cui il Cremlino ribadisce che Porošenko non è più (se mai lo è stato) un interlocutore anche minimamente affidabile.

Tanto più che, come è stato notato da più parti, il transito attraverso l’Ucraina è vantaggioso per “Gazprom” solo se crescerà la domanda di gas da parte dei paesi UE e tale percorso, per quanto costoso e poco sicuro, potrebbe sopravvivere, affiancando i nuovi gasdotti in costruzione. In ogni caso, il diretto interessato del messaggio lanciatogli da Mosca attraverso Bojko e Medvedčuk, vale a dire l’attuale presidente golpista, non ha perso tempo a dichiarare i due “traditori della patria”, per le loro azioni dirette “contro Kiev e l’intero popolo ucraino”, che costituiscono un tentativo di ridurre l’Ucraina “tossicodipendente” dal gas russo.

Mosca pare in ogni caso interessata a venire parzialmente incontro ai “partner” europei, che chiedono di non lasciare l’Ucraina completamente all’asciutto dal transito del gas russo. E lo potrebbe fare tanto più di buon grado, ora che la Camera dei Rappresentanti USA ha adottato un disegno di legge per “il sostegno” ai paesi dell’Europa centrale e orientale nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas, al fine di prevenire il “diktat energetico” da parte di “alcuni paesi”, cioè della Russia; una vera e propria dichiarazione di guerra, ha detto il senatore russo Igor Morozov: “una guerra scatenata prima ancora di finanziare il colpo di stato in Ucraina”.

Una possibile mossa di Mosca, nota ancora Sovetskaja Rossija, potrebbe poi essere quella di non riconoscere legittimità alle elezioni del 31 marzo; dopotutto, Kiev non ha permesso la partecipazione degli osservatori russi e questo fornisce una giustificazione legale per non riconoscere i risultati del voto: una scelta di cui a Mosca si parla ai più alti livelli.

In questo contesto, l’incontro di Mosca “sul gas” sembra una sorta di segnale lanciato dalla Russia, non tanto, o non solo all’Ucraina, quanto agli Stati Uniti. Un segnale che in caso di una nuova presidenza Porošenko, la Russia non rimarrà lontana dagli affari ucraini. Tanto più che non è ancora del tutto da escludere una ripetizione della sfida di Kerč dello scorso novembre, con Porošenko che tenterà di provocare una dura risposta da parte di Mosca, per introdurre di nuovo la legge marziale e mettere in forse le elezioni.

Un tale scenario non sembra poi così fantastico, se si tiene conto che anche i rappresentanti dei paesi del G7 hanno indirizzato un memorandum al Ministro degli interni Arsen Avakov, mettendolo in guardia da un possibile rinvio delle elezioni e gli hanno chiesto assicurazioni che i raggruppamenti “radicali” (uno dei quali, per inciso, il battaglione neonazista “Azov”, fa capo proprio ad Avakov) non facciano saltare il voto. Dopo di che l’ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, ha ritenuto opportuno incontrarsi faccia a faccia con Avakov: certamente, ne siamo più che convinti, per assicurare agli ucraini un voto “libero e pluralista”; che, altrimenti, se interrotto dalle scorribande naziste, Washington e Bruxelles avrebbero qualche scrupolo, dopo, a dipingerlo come tale, indipendentemente dai milioni di ucraini esclusi “per legge”, perché residenti nel Donbass o riparati in Russia.

A ogni buon conto, per assicurarsi che anche il risultato risponda ai “valori democratici”, due vascelli NATO (le fregate canadese “Toronto” e spagnola “Santa Maria”) sono attesi al porto di Odessa per il 1 aprile, giorno della proclamazione degli esiti del voto. Non si sa mai.

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