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giovedì 31 maggio 2018

“Prima gli ungheresi”, il ritornello in versione Orbàn

“Vogliamo evitare di diventare un paese di immigrati, per noi la sicurezza è la cosa più importante”, dice Csaba Domotor, sottosegretario al gabinetto del primo ministro ungherese Viktor Orbàn. Il ritornello, su per giù, è lo stesso dappertutto, e si basa sulla saldatura irreale tra i concetti di immigrazione e criminalità. Il senso, in soldoni, è che un paese privo di immigrati dovrebbe corrispondere ad un paese sicuro. E d’altra parte, quello della sicurezza è un tema centrale anche nella permanente campagna elettorale che viviamo in Italia: legittima difesa e immigrazione, infatti, sono proprio i cavalli di battaglia di quel Matteo Salvini che nel giro di qualche mese è diventato l’assoluto dominatore della scena politica nostrana.

Le dichiarazioni di Domotor, però, assumono in questo momento una portata differente, visto che in Ungheria la campagna elettorale è finita da un pezzo e il governo di Orbàn è in carica, più saldo che mai. Non si tratta, quindi, di una promessa fatta per strappare qualche voto in più, ma di un vero e proprio annuncio: il paese magiaro si appresta infatti a stringere ulteriormente la cinghia sul tema dell’accoglienza, attraverso una riforma costituzionale.

Questa volta a finire nel mirino della legge sarà chiunque si renda “responsabile” di atti umanitari di aiuto e sostegno ai migranti. La pena? Un anno di carcere. L’obiettivo del premier è duplice: da una parte, come detto, rendere ancora più complicata la vita a chi cerca di entrare in Ungheria (magari soltanto per transitarvi verso altre mete) e a chi pensa di voler aiutare i migranti; dall’altra colpire simbolicamente il suo arcirivale George Soros, che ha spesso utilizzato questo tema per attaccare Orbàn. Tanto esplicita è la volontà di contrastare il magnate che il testo della riforma costituzionale in questione prende addirittura il nome di “StopSoros”.

La nuova legge, tuttavia, finirà per colpire duramente tutte le associazioni e le ong che faticosamente tentano di svolgere le proprie attività nel paese. Anche in questo caso, le similitudini con l’Italia sono evidenti: da noi non c’è (ancora) una legge come quella che sta per essere varata in Ungheria, certo, ma come valutare le iniziative prese da governo e forze politiche italiane circa un anno fa? Ricorderete senz’altro il codice di condotta per le ong voluto da Minniti – elemento privo di qualsivoglia valore giuridico ma elevato, nel racconto mediatico, a regola ineluttabile; o le dichiarazioni di Luigi di Maio sulle ong come “taxi del Mediterraneo”; fino alle inchieste aperte da alcune procure sempre a carico delle ong. E finite, puntualmente, in un nulla di fatto.

Tornando a Budapest, già nei mesi scorsi, il governo ungherese era stato tra i principali artefici della chiusura della rotta balcanica; una scelta che ha portato conseguenze sanguinose: dall’accordo UE con la Turchia (per un totale di sei miliardi di euro versati nelle casse di Ankara), fino ai campi profughi in Grecia, dove le condizioni di vita dei migranti sono, a dir poco, disumane. Una scelta che, tra l’altro (per dimostrare ancora una volta come la retorica anti-immigrati sia simile a tutte le latitudini), è stata in qualche modo imitata dal governo italiano “di centrosinistra” ed in particolare dal ministro dell’Interno Marco Minniti (sempre lui), che attraverso un accordo economico con la criminalità organizzata libica (quella che la stampa nostrana ha osato definire “i sindaci della Cirenaica”) responsabile dei trasferimenti dei migranti verso l’Italia, ha ridotto drasticamente, da qualche mese a questa parte, gli sbarchi sulle nostre coste. Anche qui, le conseguenze sono pesantissime: migliaia di persone bloccate in Libia in veri e propri lager, vittime di sfruttamento, ricatti, violenze, stupri.

Non mancano, da parte di ong e istituzioni europee ed internazionali, le reazioni alla scelta di Viktor Orbàn, ma anche questo sembra rientrare in un copione visto e rivisto. Critiche ed indignazione piovono su Budapest da ogni parte d’Europa, ma nel frattempo nulla di concreto si fa per arginare iniziative del genere.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ha ufficialmente chiesto all’esecutivo magiaro di ritirare la proposta di legge, visto che “limiterebbe in modo significativo la capacità delle ong e delle singole persone di sostenere i richiedenti asilo e i rifugiati“. In un comunicato, l’istituzione Onu afferma: “L’Unhcr nutre gravi preoccupazioni per il fatto che queste proposte, se approvate, priverebbero le persone fuggite dalle proprie case di aiuti e servizi essenziali, infiammerebbero ulteriormente il dibattito pubblico già teso e alimenterebbero atteggiamenti xenofobi”. Parole pienamente condivisibili ma che, da sole, difficilmente riusciranno a scoraggiare Orbàn e farlo desistere dai propri intenti.

Anzi, il timore che ci rimane è semmai quello opposto: che la mossa del governo ungherese possa finire per diventare un precedente, un esempio che altri governi europei potranno decidere di seguire. E alla luce delle tante similitudini fin qui elencate, per di più con un probabile governo giallo-verde all’orizzonte, chi si sentirebbe di escludere che i prossimi non saremo proprio noi?

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Basta morti sul lavoro. Oggi è sciopero nell’industria

Alla Electrolux di Susegana succede che al primo turno hanno scioperato il 60% dei lavoratori fermando tre linee su cinque. Eppure all’Electrolux l’Usb non è presente ma ha solo volantinato. E’ un segnale – o forse il segnale – che questo sciopero nell’industria contro la strage sul lavoro era atteso da tempo, contro il fatto che troppo spesso si muore mentre si lavora ma forse, e anche, perché i ritmi dello sfruttamento stanno diventando insopportabili e sul lavoro si muore un po’ ogni giorno, di fatica, di stress, di rabbia, fino a quando in un attimo può accadere che un operaio non torni più a casa dal lavoro.

Oggi per cominciare a rialzare la testa e in qualche modo difendere le proprie vite, gli operai hanno scioperato in diverse fabbriche. Con risultati diversi certamente ed anche con tempi diversi. In alcune fabbriche Uilm e Fim, preoccupati dal consenso intorno allo sciopero convocato dall’Usb, hanno convocato degli scioperi aziendali per domani. In alcuni casi si è scelto di spostare lo sciopero di un giorno per non dividere i lavoratori e costringerli a scegliere una data piuttosto che un altra (gli scioperi hanno un costo). Ma è evidente che la strage di lavoratori che si è palesata anche in questi primi cinque mesi dell’anno, non passa più inosservata e con rassegnazione tra i lavoratori.

L’aumento degli omicidi sul lavoro – + 9,2 rispetto al 2017 – che stiamo registrando in questo inizio anno è in feroce sintonia con i processi di modernizzazione capitalista, di precarizzazione e di flessibilità del mercato del lavoro che stanno producendo una nuova guerra quotidiana che lascia sul campo 289 lavoratori fino al 30 maggio, senza contare gli invalidi permanenti e i non assicurati INAIL.

Negli ultimi anni molti provvedimenti legislativi nel mercato del lavoro sono andati nella direzione di corrispondere all’esigenza delle imprese di aumentare i profitti abbassando le tutele dei lavoratori, di renderli più ricattabili e disponibili ad accettare qualsiasi incarico, proprio mentre la crisi economica mordeva. Oggi arriva il conto di quei provvedimenti, ma a pagarlo sono solo i lavoratori.

“Non occorre una grande capacità di elaborazione statistica per verificare come gli effetti della legge Fornero, che ha aumentato l’età pensionabile, abbiano prodotto un incremento dei morti tra i lavoratori più anziani arrivando ad un valore del 25% del totale, oppure che la possibilità di licenziamento con un semplice indennizzo introdotto con il Jobs act abbia costretto molti ad accettare lavori pericolosi o a rinunciare a denunciare condizioni lavorative ottocentesche” denuncia l’Usb in un comunicato che spiega le ragioni dello sciopero di oggi.

Non si può non vedere che tra i comparti più colpiti si confermano quello agricolo e quello edile dove i lavoratori stranieri sono sottoposti alle leggi dei caporali anziché a quelle dello stato.

Per completare il quadro di riferimento in cui si consuma questa tragedia occorre ricordare le scelte servili dei vari governi che hanno accettato tutti i diktat della Troika riguardo il comparto pubblico.

Anche qui gli effetti erano facilmente prevedibili: depotenziando le piante organiche e le risorse disponibili di organi decisivi nella tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro come l’INAIL e le ASL si è lasciati i lavoratori esposti a ogni genere di rischio.

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Spese militari. “Nuova priorità” dell’Europa

L’elaborazione del bilancio del dopo 2020 è ormai all’ordine del giorno e la discussione sulla proposta presentata dalla Commissione Europea all’inizio del mese mette in evidenza le numerose contraddizioni esistenti tra i paesi membri.

Apparentemente, fino ad oggi, solo la Germania non ha avanzato critiche alla proposta. A ciò non è estraneo il fatto che sia stato Gunther Oettinger, commissario tedesco, l’“artefice” del bilancio, come ha riconosciuto lo stesso Jean-Claude Juncker.

Oettinger, noto per avere difeso una sorta di umiliazione dei paesi della periferia, suggerendo che le bandiere del Portogallo e di altri paesi sanzionati dalla troika venissero esposte a mezz’asta nelle istituzioni dell’UE, sta impegnandosi nella difesa della sua proposta, usando un vecchio argomento: se la proposta è criticata da ogni parte per ragioni opposte, allora vuol dire che contiene qualche virtù ed è equilibrata.

Il tempo dirà quanto adeguato alla realtà si rivelerà il pragmatismo tedesco. Poichè la realtà ha già dimostrato come in altre occasioni, con relativa facilità, divergenze inscenate a beneficio delle “opinioni pubbliche” nazionali siano svaporate nel “possibile compromesso”, giustificato da tutti con gli innegabili guadagni negoziali che, si sostiene, avrebbero provocato l’affievolimento dei preannunciati contrasti.

Da Lisbona a Berlino, da Stoccolma a Budapest e da Vienna ad Atene è certo il consenso sulle “nuove priorità” dell’UE: devono essere finanziate la “difesa”, la “sicurezza” all’interno e oltre le frontiere, la propaganda in merito alla necessità di combattere il “populismo” e l’“innovazione”.

Il “Fondo Europeo di Difesa”, destinato a finanziare il complesso militare-industriale delle principali potenze, aumenterà 22 volte. L’agenzia dell’UE responsabile per il controllo di polizia delle frontiere (Frontex) potrà ricevere fino a 25 miliardi di euro di bilancio, più che raddoppiando il personale, che potrà raggiungere i 5.000 effettivi. I programmi di mobilità giovanile saranno rafforzati, coinvolgendo i più giovani e assolvendo così a un duplice scopo: mantenere i giovani al riparo dal virus del “populismo” (leggi: le critiche all’UE) e organizzare meglio e più tempestivamente i flussi della forza lavoro su scala europea, in accordo con le esigenze del capitale e le sue necessità di manodopera.

Moedas, il commissario portoghese, elevato a stella dell’euro-firmamento dai commentatori nazionali – “non è forse l’uomo che, in un contesto di penuria generale, è riuscito ad aumentare il budget per la scienza?!” – esulta per il rafforzamento del “suo” Programma Quadro di Ricerca, “Europa Horizon”. Cento miliardi di euro per la “sylicon valley” europea. Un programma generoso per le industrie di punta delle potenze europee (compresa quella delle multinazionali), meno per la scienza di paesi come il Portogallo, che tra il 2007 e il 2013 è stato contribuente netto del Programma, cioè ha pagato più di quello che ha ricevuto.

La fattura di queste “nuove priorità” sarà fondamentalmente pagata dai paesi “della coesione”. Gli stessi che già oggi sopportano gli effetti asimmetrici del mercato unico, delle politiche comuni e della moneta unica.

Juncker parla della necessità che le “vecchie politiche” lascino il posto a “nuovi obiettivi”. In fondo, è tutto vecchio.

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La soluzione alla crisi istituzionale? Da due governi ricavarne uno: fasciorazzista ed europeista

Si lavora ad una pareggio. E a un governo che sia la sintesi tra i due fin qui proposti.

Se si vuole cogliere l’essenza di quel che sta accadendo all’88° giorno di crisi post-elettorale è meglio non farsi deviare dal fiume di dichiarazioni smentite un attimo dopo.

Di certo c’è soltanto che il governo grillin-leghista (dunque politico-politico) è rientrato dalla finestra perché non era possibile arginare la speculazione finanziaria con un esecutivo Cottarelli (politico-tecnico) “figlio di nessuno” e senza neanche un voto in Parlamento.

Ma nessuno può immaginare che si possa tornare a sabato scorso, come se si fosse scherzato, e con una “squadra” di ministri identica a quella presentata a – e rifiutata da – Sergio Mattarella.

La casella strategica è quella del ministero dell’economia, come sanno ormai anche i sordi. E su quella poltrona di certo non può più andare Paolo Savona, la “pietra dello scandalo”, l’“euroscettico” senza se e senza ma, il nome inviso all’establishment di Bruxelles. Ma non si può neanche scaricarlo, perché questa apparirebbe come una resa di Salvini e Di Maio.

Le voci più insistenti parlano di Pierluigi Ciocca a via XX Settembre, e questo è certamente un tecnico di prima fascia e lunga esperienza. La sua carriera si è svolta quasi per intero in Banca d’Italia, di cui è stato anche vicedirettore generale, fino ad essere uno dei pochissimi candidati a sostituire Antonio Fazio alla fine del 2005. Particolare non secondario, fino al momento dell’introduzione dell’euro è stato il rappresentante della Banca d’Italia nel Comitato per l’Euro presso il Ministero del Tesoro. Di recente, però, i suoi contributi al dibattito economico – come si vede da Il Sole 24 Ore di oggi – sono piuttosto interni alla visione macroeconomica supply side, ovvero alla “politica dell’offerta”, tra Laffer e Feldstein, nota negli anni come Reaganomics.

Secondo le stesse voci, Savona verrebbe destinato al ministero delle Politiche europee, o agli esteri; un modo di continuare ad usarlo come spauracchio anti-Bruxelles, con forti poteri di negoziazione, lasciando però le leve della disastrata economia nazionale in mani più “affidabili” agli occhi dell’establishment.

Un compromesso. Che illumina il caos. Anche se il nome definitivo fosse un altro, l’ipotesi Ciocca chiarisce la direzione dei colloqui segreti di queste ore: mettere nelle caselle sensibili personaggi “affidabili” e lasciarsi le mani libere nelle faccende che non richiedono grandi risorse finanziarie.

A spingere in questa direzione, da giorni, sono i grillini in versione Di Maio, pronti a mollare qualsiasi trincea pur di arrivare a governare e in palese affanno. Tanto che deputata Laura Castelli, considerata vicinissima a Di Maio e unica donna ad essere ammessa nel “gruppo di lavoro” grillin-leghista che ha redatto “il contratto”, ha addirittura invitato il povero Savona a farsi da parte spontaneamente («Stupisce che non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro»), togliendo così d’imbarazzo il putto di Pomigliano d’Arco.

La Lega ufficialmente non si pronuncia su questa ipotesi, ma sembra chiaro che il compromesso in grado di “tranquillizzare i mercati” prevede grossi passi indietro sul tema dell’euro e dell’Unione Europea. Passi che stanno facendo a ritmo forsennato, visto che la storica scritta sul muro di cinta di via Bellerio – sede centrale della Lega, dove da sempre campeggiava un gigantesco “Lega Nord Padania. Basta euro” – è improvvisamente stata cancellata. Palazzo Chigi val bene qualche messa...

Un governo misto – grillini e leghisti, ma con robuste iniezioni “tecniche” pro-Bruxelles – è “rassicurante” per la stabilità della moneta unica e dei “mercati”, senza perdere alcun tratto fasciorazzista e xenofobo. Ricordiamo sempre che il “buon” Mattarella non ha avuto nulla da eccepire al ruspante Salvini come ministro dell’interni anti-immigrati, a favore di sgomberi violenti e libertà di sparare. Dunque si va profilando con nettezza la feroce sintesi di politica economica “europeista” e politica interna fasciorazzista.

Questa fusione a freddo dei tratti peggiori dei due governi congelati spiazza molti, specie “a sinistra” (si fa per dire, ovvio). Sbrigativamente scesi in campo per dire #iostoconMattarella facendo finta che questi avesse fermato un esecutivo per puro antifascismo, Pd e Leu hanno messo in moto un riavvicinamento a tappe forzate che prelude chiaramente alla “riunificazione”. Unico intoppo, temporaneo, è la presenza di Matteo Renzi, che comunque ha già depositato il marchio del suo partitino macroniano (il “patto repubblicano” di cui parla anche Calenda) e probabilmente – a settembre – partirà per altri lidi.

Del resto, per lo schieramento “democratico” sarà difficilissimo abbozzare una opposizione credibile a un governo che sul piano economico farà esattamente quello che ha fatto il Pd fin quando è stato in sella e sul piano della “sicurezza” continuerà – con qualche estremizzazione molto propagandata – l’opera di Minniti. E questo vanifica anche le ultime illusioni di poter mettere insieme frammenti delle “diverse sinistre”, aggregate per disperazione attorno a qualche nome noto.

Lo spazio dell’opposizione vera è insomma totalmente libero. Sta a Potere al Popolo! Darsi gli strumenti per attraversarlo e riempirlo.

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Il morto è vivo. Clamoroso falso dell’Ucraina e del Parlamento Europeo

Si sa che la propaganda di guerra può giocare brutti scherzi. L’apparizione in vita del giornalista russo rifugiatosi in Ucraina, Arkady Babchenko, dichiarato morto, anzi assassinato dai perfidi servizi segreti russi, ha seppellito sotto una montagna di sterco sia le autorità ucraine sia quelle europee che, in questo come nel caso dell’ex agente russo ucciso in Gran Bretagna, avevano già fatto istruttoria ed emesso sentenza contro la Russia.

Qui di seguito la dichiarazione del presidente del parlamento europeo Tajani rilasciata quando si era da poco diffusa la notizia dell’uccisione di Babchenko. Antonio Tajani era intervenuto martedì alla assemblea plenaria di Strasburgo con le seguenti parole:
“Ieri il giornalista russo Arkady Babchenko è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa a Kiev. E’ stato tra i più importanti corrispondenti russi e ha dovuto lasciare il suo paese dopo essere stato vittima di minacce di morte e di una campagna di odio per il suo lavoro e le sue opinioni politiche. Si tratta di un vile assassinio ed un attacco alla libertà di stampa e ai giornalisti che vegliano sui nostri valori e le nostre democrazie”. “Il Parlamento europeo chiede che venga fatta piena luce su quanto accaduto e che non solo gli esecutori materiali dell’omicidio, ma anche i mandanti di questo feroce omicidio, siano assicurati alla giustizia. Onoriamo la memoria dei giornalisti che hanno pagato con la propria vita la loro sete di verità come Anna Politovskaya, Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak. Finché non scopriremo i mandanti di questi due ultimi giornalisti non rimarremo in silenzio”.
Ma Arkady Babchenko, il giornalista russo dato per vittima di un assassinio a Kiev, è vivo ed è apparso ieri in una conferenza stampa insieme con il capo dei servizi di sicurezza ucraini a Kiev. La sua morte, ha detto quest’ultimo, è stata una messa in scena.

Secondo l’intelligence ucraina, “è stato scoperto un piano per assassinare Babchenko ed è stata presa la decisione di organizzare un’operazione speciale durante la quale siamo riusciti a raccogliere prove inconfutabili dell’attività terroristica dei servizi speciali russi nel territorio ucraino”. Insomma una toppa peggiore del buco. Mentre già si era messa in moto simultaneamente la macchina mass mediatica e diplomatica (anche qui probabilmente agisce una sorta di pilota automatico) contro “l’ennesimo crimine dei perfidi russi”, qualcosa deve essere andato storto e non è stato possibile far passare un vivo per un morto.

Il risultato, al di là delle conseguenze di immagine e di credibilità già abbondantemente usurata delle autorità ucraine, è la valanga di palta che ha seppellito il presidente del Parlamento europeo Tajani e le istituzioni “democratiche” dei nostri paesi, prone e pronte a scattare con condanne, esecrazioni e sanzioni all’insegna di una guerra che di fatto già c’è e che viene mascherata da difesa dei valori liberali e occidentali. Già la vicenda dell’ex agente russo ucciso in Gran Bretagna puzzava di montatura lontano un miglio. In compenso l’Unione Europea ha approvato nei giorni scorsi un finanziamento di 1 miliardo di euro per l’Ucraina, un paese con il più alto tasso di corruzione del mondo. Quello che non finirà in tangenti e bustarelle, finirà nelle spese militari sul fronte orientale contro le repubbliche indipendenti del Donbass.

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Troppe balle su “risparmio e risparmiatori”

Il presidente Mattarella ha bocciato gli elettori affermando che li ha difesi da un programma di governo sciagurato presentato da Cinque stelle e Lega, un programma che avrebbe rovinato i risparmiatori. In realtà a distruggere il risparmio degli italiani sono le politiche di rigore di questa Europa.

Il Presidente ha la strana idea che si possa pagare il debito (ammesso che sia necessario) con gli avanzi primari di bilancio (in ciò consiste la politica di rigore). Una strana idea perché l’avanzo primario (ossia lo spendere meno in beni e servizi di quanto sono le entrate fiscali) sottrae domanda all’economia e ci avvita in una spirale in cui le imprese falliscono, le banche si riempiono di crediti inesigibili, il debito cresce.

Tutto questo è quello che il rigore europeo ha prodotto inseme a disoccupazione, bassi salari, precarietà, distruzione del welfare state, crollo degli investimenti pubblici. Una politica di rigore che non provochi il disastro che abbiamo qui ricordato dovrebbe essere compensata da una significativa crescita delle esportazioni, per dirla in breve i paesi con forti surplus della bilancia dei pagamenti, in primis la Germania dovrebbero spendere il loro surplus.

Keynes scrisse profeticamante che “il problema di mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti fra paesi non è mai stato risolto... l’incapacità di risolvere questo problema è stata una causa seria di impoverimento e di malcontento sociale, e perfino di guerre e rivoluzioni”. Il surplus tedesco ha varie cause ma fra queste cause vanno ricordate la svalutazione dell’euro-marco (grazie alla moneta unica) e l’aver decentrato molte produzioni industriali nei paesi a tradizionale dominio tedesco, paesi fuori dall’euro, con moneta svalutabile, con bassi salari.

Le classi dirigenti tedesche hanno gravi responsabilità e tuttavia la loro politica è condivisa da tutte le classi dirigenti europee, e se ne capiscono le ragioni: quelle politiche hanno distrutto il potere politico-economico che le classi operaie avevano acquisito, sulla cui base avevano costruito il compromesso sociale.

Quello che stiamo vivendo è un drammatico conflitto di classe dentro un conflitto fra blocchi capitalistici. Un conflitto che non sembra più componibile all’interno di uno schema democratico parlamentare come lo conosciamo. Tornando all’euro zona ci viene detto da tutti i mezzi di informazione (allo scopo di farci bere la cicuta) che i problemi nascono dall’indebitamento pubblico, in particolare dall’indebitamento pubblico di alcuni paesi come il nostro (mentre stranamente tacciono sull’enormità dell’indebitamento privato, tornato in rapporto al PIL, in paesi come gli USA, oltre il livello del 2007).

Ci dicono che il debito pubblico ci esporrebbe ai mercati che lo finanzierebbero ad insostenibili saggi di interesse (vale precisare che i mercati sono i grandi detentori e gestori di ricchezze finanziarie). Con ciò ci dimentichiamo due cose: la prima che il disastro attuale viene dal binomio composto da crescenti disuguaglianze (assolute e relative in rapporto alla produttività) e dalla libertà dei capitali finanziari, binomio a cui si deve la crisi economico finanziaria del 2007-2011 ricaduta poi sui bilanci pubblici; la seconda cosa che dovremmo ricordarci è che i saggi di interesse sono sotto il controllo delle grandi banche centrali (quando possono emettere moneta senza che si svaluti, quindi quando i conti con l’estero sono a posto), nel nostro caso la BCE ha dimostrato di essere in grado di controllare i saggi di interesse.

Secondo Paul De Grauwe, la BCE può fare una politica di sviluppo ossia finanziare nuovo debito pubblico a tassi zero, lo sostiene, non credo di tirarlo per la giacca, nell’articolo “conseguenze fiscali del programma di acquisto bond della BCE”, in risposta alle autorità tedesche: “la paura che i contribuenti tedeschi possono dover coprire le perdite della BCE è mal posta. Essa è basata su una errata interpretazione dei problemi di solvibilità delle banche centrali”. Che io sappia l’articolo di De Grauwe è stato ignorato dai giornali grandi e piccoli, e forse meriterebbe che il giornale gli dedicasse uno spazio.

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La Grecia si è fermata per lo sciopero generale. La partita non è chiusa


Migliaia di persone sono scese in piazza in Grecia per lo sciopero generale indetto dai sindacati per protestare contro le misure di austerity del governo Tsipras decise con un nuovo ciclo di riforme legate al terzo piano di salvataggio del Paese.

Lo stop di 24 ore ha bloccato diversi settori: molti voli sono rimasti a terra, fermi il trasporto urbano, i treni e i traghetti per le isole, proprio nei giorni in cui inizia la stagione turistica. Manifestazioni di protesta ci sono state non solo ad Atene, anche nelle principali città come Salonicco, Patrasso. Iraklion. Al porto del Pireo, privatizzato e acquisito dalla Cosco, lo sciopero proseguirà altri due giorni, fino a domani. Molte e ovunque le bandiere del Pame, il combattivo sindacato di classe greco.

Visibili molti cartelli con su scritto: “No!”, “Hanno annientato le nostre vite!”, “Loro (rivolto ai politici, ndr) ci hanno divorato”. In otto anni, la Grecia è stata intrappolata dai prestiti obbligati per 260 miliardi di euro, come forma “di salvataggio” imposta dalla troika (Ue, Bce, Fmi). In cambio ha dovuto applicare misure di austerità selvaggia che hanno portato a licenziamenti, aumenti delle tasse, privatizzazioni, durissimi tagli alle pensioni. Misure insopportabili per tante famiglie greche finite sul lastrico.

Dopo una prima fase di opposizione alla troika, il primo ministro Tsipras, nel 2015, ha capitolato – nonostante il No popolare nel referendum contro il memorandum della troika – ed ha aderito all’attuale piano di “salvataggio internazionale della Grecia, che scade il prossimo agosto. Lo scorso anno il governo, di sinistra, ha ceduto alle richieste della Troika con ulteriori tagli alle pensioni, aumenti delle tasse nel 2019 e 2020, limitazione del diritto di sciopero. In particolare quest’ultima misura viene duramente contestata dal Pame che l’ha posta al centro dello sciopero generale di mercoledì 30 maggio.

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L’Europa dei popoli contro il “sabotaggio liberale” del progetto europeo

È stato un anniversario molto attuale quello celebrato il 29 maggio al Parlamento europeo di Strasburgo dalla France Insoumise e dai suoi alleati europei. Deputati europei e nazionali di otto diverse nazionalità si sono riuniti per “celebrare” l’anniversario della vittoria del “no” al Trattato costituzionale europeo il 29 maggio 2005 come ha detto Marisa Matias, eurodeputata del Bloco portoghese. L’emblema arriva proprio nel momento in cui l’Unione europea, i mercati finanziari e la Germania hanno posto il loro veto alla formazione di un governo italiano che rispetti l’esito delle elezioni parlamentari in questo paese.

I “colpi finanziari” sono “inaccettabili”

Tredici anni dopo il voto francese, la sovranità popolare e la democrazia sono ancora ostacoli per l’Europa dell’austerità. Questo è l’argomento sul quale hanno insistito i relatori, denunciando i “colpi di stato” come dalle parole di Panayotis Lafazanis, ex ministro greco che ha lasciato Syriza per rifiutare la capitolazione del governo di Tsipras nel 2015 e fondare il partito di Unità Popolare. Eleonora Forenza, eurodeputata italiana e membro di Potere al Popolo, ha respinto l’“inaccettabile” colpo di stato in Italia. Sebbene il suo movimento si stia preparando ad essere “l’opposizione sociale e politica” all’alleanza tra il Movimento 5 Stelle e la Lega di estrema destra, ha respinto le pressioni esercitate sul suo paese e ha chiesto le dimissioni del commissario europeo tedesco Gunther Oettinger che ha detto di volere che i mercati finanziari influenzino il voto italiano in caso di nuove elezioni.

Questa è la voce dei popoli che i relatori di questa tavola rotonda intendono portare, introdotta dall’eurodeputato Younous Omarjee. Tutti hanno espresso il loro punto di vista, a cominciare dai rappresentanti delle tre forze firmatarie dell’appello di Lisbona “Ora il popolo, per una rivoluzione dei cittadini in Europa“: Jean-Luc Mélenchon, presidente del gruppo dei deputati della France Insoumise all’Assemblea nazionale, Miguel Urban, eurodeputato di Podemos (Spagna) e Marisa Matias. L’ex candidato francese alle presidenziali ha ricordato che queste forze sono “movimenti a vocazione di governo” in ciascuno dei loro paesi, un modo per affermare l’ambizione di questa alleanza europea.

Far saltare il “giogo”

Tutti hanno confermato di volere “uscire dagli attuali trattati” imposti dal 2005, sia che si tratti del trattato di Lisbona o del trattato sul bilancio. “Bisogna rigettarli e cambiarli”, ha sostenuto Marisa Matias. Per loro, questo è un prerequisito per costruire “un’Europa impegnata per l’ambiente, per l’uguaglianza, femminista, che difenda i diritti dei lavoratori”, come ha sottolineato Malin Bjork, eurodeputato del Partito della Sinistra Svedese, e “costruire la pace” ha completato Jean-Luc Mélenchon. La volontà è quella di costruire un’Europa “in armonia con la natura” e in grado di affrontare la “nuova sfida della minaccia della crisi ecologica”, come auspicato da Stefan Eck, eurodeputato tedesco eletto in una lista della difesa della condizione animale, un’“Europa di cooperazione libera e rafforzata tra paesi sovrani, democratici e indipendenti” nelle parole di Panyotis Lafazanis. David Wagner, deputato per il Granducato di Lussemburgo e portavoce di Dei Lenk si è detto lieto di vedere questo approccio di “internazionalismo” e ha augurato che questo continui “nell’UE e oltre, verso il Nord Africa o l’America Latina”. Inoltre ha aggiunto che “è l’internazionalismo che fa saltare in aria l’attuale quadro della UE”, denunciato come un “giogo” dagli altri partecipanti, mentre “l’euro non è uno strumento neutro” come ha testimoniato Panayotis Lafazanis.

Mettere fine al “sabotaggio del progetto europeo” da parte dei liberisti

Diversi interventi hanno denunciato la “brutalità” di questi metodi, ma anche di coloro che vogliono ridurre il dibattito europeo a una falsa scelta tra euro-liberali ed estrema destra. Jean-Luc Mélenchon ha denunciato questa “gabbia di parole” e “ricatti permanenti” che vedono dal 2005 tutti i critici dell’UE dipinti all’interno del “nazionalismo”. Miguel Urban (Podemos) ha denunciato il “federalismo neoliberale delle élite europee che si rivolgono a Macron o Ciudadanos in Spagna, e che alimentano l’estrema destra”. Ha chiesto di “combattere il centro estremo di Merkel-Macron e le Le Pen di tutta Europa, perché Macron e Le Pen sono due facce della stessa medaglia”. Ha denunciato “il neoliberismo [come] un sabotaggio del progetto europeo”. “Quelli che ci accusano di nazionalismo sono quelli che uccidono l’Europa”, ha aggiunto Marisa Matias, ricordando che il “no francese è stato un sì alla democrazia”. Tutti hanno rifiutato questa Europa “a senso unico” rinchiusa in “una via senza uscita” se non quella dell’“egemonia” del governo tedesco e della finanza che rafforzano l’estrema destra. Il lussemburghese David Wagner ha fatto appello a “togliere all’estrema destra il ruolo di portavoce” della volontà di resistere all’UE, ricordando i danni causati dalla resa di Syriza mentre “noi pensavamo che Tsipras avesse un Piano B” e invece i progressisti europei hanno dovuto ricostruire tutto dopo la rinuncia greca.

Jean-Luc Mélenchon ha in conclusione evidenziato “l’estrema omogeneità di pensiero” tra i relatori e le forze che rappresentano vedendolo come una grande forza di fronte alla “cecità del dibattito politico che dà l’impressione di un soggetto fuori dall’ordinario mentre l’unico ecosistema compatibile con la vita umana è minacciato dalla rovina”. Ha messo in dubbio il fatto che “l’UE non ha nessun piano di sviluppo” e che “non si fa nulla per fermare la corsa verso l’abisso” proprio lì dove “si trova concentrata la maggior parte delle risorse umane e intellettuali”.

L’attaccamento alla sovranità popolare, al progresso sociale ed ecologico e il rifiuto dell’Europa dell’austerità costituiscono in maniera effettiva un cemento solido che Stefan Eck ha riassunto in poche parole: “Abbiamo bisogno di una nuova Europa, di un nuovo movimento, di un cambio dei trattati”. Questa tappa di Strasburgo è un altro passo verso la costruzione di un movimento europeo che promuova la Rivoluzione dei cittadini in vista delle elezioni europee del maggio 2019. Un prossimo incontro con nuovi alleati, in particolare quelli scandinavi, è in preparazione per le prossime settimane.

* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli dell’articolo originale pubblicato su: https://heuredupeuple.fr/leurope-des-peuples-contre-le-sabotage-liberal-du-projet-europeen

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La trappola europea dello spread: il problema è l’atterraggio

L’Italia è nel mirino della speculazione internazionale. Il prezzo dei titoli pubblici italiani è letteralmente crollato nelle ultime ore, portando i rendimenti sui BTP decennali dall’1,8% di inizio maggio ad oltre il 3,2% di fine mese. Questo aumento straordinario nel costo dell’indebitamento pubblico è dovuto ad una massa di vendite che si sono realizzate in un lasso di tempo relativamente ristretto, come testimoniato martedì mattina dall’inversione di un tratto della curva dei rendimenti, una curva che rappresenta per ogni scadenza il corrispondente tasso di interesse sul debito pubblico italiano e che di norma ha un andamento crescente, a riflettere il maggiore interesse richiesto per prestiti a più lunga scadenza: per qualche ora i BTP con scadenza 2020 pagavano un rendimento maggiore dei BTP con scadenza 2021, contro ogni logica economica – che associa a scadenze più lontane rendimenti più elevati – e coerentemente con le dinamiche speculative, quando i titoli sono scambiati non in virtù del loro rendimento ma solo allo scopo di trarre un profitto dalla variazione di prezzo di quelle attività finanziarie. Se le cause di questa svendita del debito pubblico italiano dovranno essere attentamente indagate, gli effetti dell’impennata nei rendimenti di quei titoli sono invece facilmente prevedibili. Attraverso una simile stretta sul costo dell’indebitamento pubblico i mercati – chiunque essi siano – stanno esercitando una pressione sulla politica italiana in una fase storica delicatissima, e cioè esattamente nel momento in cui una tornata elettorale aveva spazzato via le forze di governo degli ultimi venti anni, ossia Forza Italia ed il Partito Democratico. L’Europa funziona così: quando la macchina dell’austerità è in affanno, puntualmente interviene lo spread.

Era la fine del 2009 quando, con un simile incipit, prese il via la crisi del debito pubblico greco – l’inizio della crisi che finì per investire l’Europa tutta aprendo la stagione dell’austerità. I titoli pubblici decennali della Grecia vennero venduti in massa sui mercati finanziari, e videro i rendimenti crescere dal 4,6% dell’ottobre 2009 al 7,8% dell’aprile successivo. Notiamo che si trattò di un aumento del 70% dei tassi, realizzatosi nell’arco di sei mesi, mentre nella crisi italiana di queste settimane i BTP decennali hanno visto crescere il rendimento del 78% nel giro di un solo mese. Per arginare la crisi finanziaria, la Grecia decise di chiedere un aiuto alla cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale garantirono al governo ellenico un prestito capace di coprire il rifinanziamento del debito pubblico. In cambio di cosa? Della sottoscrizione di un Memorandum of Understanding, un documento che conteneva l’indicazione puntuale di tutte le misure di austerità che la Grecia avrebbe realizzato negli anni a seguire – volente o nolente. In pratica, l’incendio è stato spento solo quando la Grecia ha accettato di vincolare la sua politica economica ai diktat delle istituzioni europee e al FMI: qualche sospetto su chi abbia appiccato le fiamme sorge spontaneo.

La spirale nei tassi di interesse sul debito pubblico è effettivamente una china spaventosa, perché impegna una quota crescente di risorse pubbliche per il servizio del debito pubblico. Ma ritorna alla mente l’apertura dell’Odio di Kassovitz:
Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
La vertigine che ci provoca l’impennata dello spread fa effettivamente impressione, il maggiore costo del debito che comporta è un problema serio all’interno dei vincoli alla spesa imposti dall’Europa, ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio: con il Memorandum, che ha posto fine alla caduta del prezzo dei titoli pubblici del Paese, la Grecia ha firmato la sua condanna a morte. Le politiche di austerità accettate in cambio di quell’aiuto, cioè della fine della caduta, hanno ridotto in cenere il tessuto produttivo ellenico generando una disoccupazione di massa, il crollo della produzione, la contrazione dei salari, la distruzione dello stato sociale, l’implosione del sistema sanitario nazionale. Una catastrofe che è stata indotta dall’aumento dello spread, ma che si è potuta realizzare solo grazie all’imposizione del principio della condizionalità agli aiuti finanziari offerti al Paese in crisi: la Grecia è stata abbandonata alla speculazione, e la condizione posta dai creditori per restituire al Paese la stabilità finanziaria è stata una rigida agenda di misure di austerità. La cieca austerità è stato il prezzo pagato dalla Grecia per frenare la folle corsa dello spread: una vera e propria trappola che porta dall’instabilità finanziaria alla macelleria sociale.

In queste ore ci stupiamo della deriva apertamente antidemocratica delle istituzioni europee, che hanno usato il Capo dello Stato per imporre il proprio orientamento alla politica economica italiana contro la volontà della maggioranza del Parlamento. La lezione della Grecia ci insegna che le cose possono andare peggio. In prossimità delle elezioni politiche del 2012, al secondo anno di austerità selvaggia, i leader dei due principali partiti – centrodestra (Nea Demokratia) e centrosinistra (PASOK) – sottoscrivono una lettera in cui si impegnano preventivamente a rispettare, in caso di vittoria alle elezioni, il dettato del Memorandum, ossia il percorso di tagli definito dai creditori della Troika. Due lettere gemelle che impegnano un esecutivo a realizzare una precisa politica economica del tutto indipendente dalla volontà popolare che sarà espressa nel voto: è la fine dell’influenza della democrazia parlamentare sul governo dell’economia. Noi stessi abbiamo avuto un piccolo assaggio di questi scenari greci nel 2011, quando la rincorsa dello spread convinse Berlusconi a lasciare il posto al governo Monti: le misure di austerità applicate allora, a partire dalla Riforma Fornero, furono la moneta di scambio pagata per convincere la BCE ad acquistare i titoli pubblici italiani ed arginare, così, l’instabilità finanziaria.

Si dirà che l’Italia non è la Grecia. Eppure, in queste ore concitate, il vicepresidente della BCE Vitor Constancio ha rilasciato un’inquietante intervista all’autorevole giornale tedesco Spiegel dove, commentando lo stallo politico dell’Italia, spiega che qualora il nostro Paese avesse bisogno di un soccorso da parte delle istituzioni europee, liquidità per arginare la corsa dello spread, dovrebbe tenere a mente che “qualsiasi eventuale intervento sarebbe soggetto al principio di condizionalità”, ovvero all’accettazione di un “programma di aggiustamento strutturale”: è il Memorandum che ha messo in ginocchio la Grecia. Chiosa Constancio: “Le regole su questo sono molto chiare, tutti dovrebbero ricordarle. L’Italia conosce le regole, forse dovrebbe dargli un ulteriore sguardo.”

Questo dispositivo disciplinante delle politiche economiche nazionali da parte delle istituzioni europee è ora articolato nella forma delle TMD (Transazioni Monetarie Definitive): se un Paese chiede aiuto alla Troika, interviene direttamente la Banca Centrale Europea con una massa di acquisti capace di contrastare qualsiasi volume di vendite, a patto che il Paese in questione sottoscriva un preciso Memorandum che legherà l’esborso delle varie tranches del prestito alla realizzazione di una serie di misure di austerità. Un cappio al collo dell’economia che è l’ultima spiaggia della governance europea, una minaccia atomica da usare nel caso in cui la politica italiana continui a ritardare la rigida applicazione del progetto neoliberista dell’austerità. Tutte le principali forze politiche italiane devono adeguarsi alla linea europeista, lasciando da parte qualsiasi dibattito sull’appartenenza del Paese alla moneta unica. Altrimenti, l’intervista di Constancio lascia poco spazio all’immaginazione: lo spread cresce, la trappola è pronta e manca solo qualcuno capace di trascinare l’Italia nell’incubo greco. Basterà chiedere aiuto all’Europa.

Il Venezuela, un paese sotto assedio


Ho partecipato ad una missione internazionale di accompagnamento alle elezioni presidenziali venezuelane. Per l’Italia erano state invitate forze politiche di tutti gli schieramenti, io c’ero per Potere al Popolo, chi non è venuto lo ha fatto per sua scelta.

Anche l’Unione Europea era stata invitata a mandare suoi osservatori, ma ha rifiutato contestando le elezioni prima ancora che esse avvenissero. Di conseguenza era abbastanza paradossale la composizione delle delegazioni, oltre 40 paesi con un centinaio di osservatori. Quelle occidentali erano formate in gran parte da militanti di movimenti e forze di sinistra all’opposizione, con qualche parlamentare. Quelle di Asia, Africa e America Latina erano molto più istituzionali e governative. L’intera Unione Africana aveva inviato una ambasciatrice come sua rappresentante. Già nella composizione degli “osservatori” c’era dunque una ribaltamento dei rapporti di potere tra quello che una volta si chiamava terzo mondo, e l’occidente imperiale. Lo stesso ribaltamento di ottica è necessario per capire cosa succede e come ci si schiera in Venezuela e in tutto il mondo terzo. Da un lato c’è l’imperialismo occidentale, sì proprio il vecchio imperialismo vivo e vegeto, dall’altro tutti coloro che in un modo o nell’altro lo contrastano o son da esso combattuti. Chi è contro l’imperialismo spesso non persegue affatto politiche socialiste, ma solo politiche di indipendenza nazionale. Però basta questo a volte per essere messo nel conto dei nemici della civiltà occidentale. Viste dal Venezuela le differenze e i conflitti tra la UE a trazione Merkel e gli USA di Trump scompaiono: la loro aggressiva guerra, per ora solo economica contro il governo bolivariano li accomuna senza alcuna distinzione.

La fortuna/sfortuna del Venezuela si chiama petrolio, di cui il paese è ricco con una riserva pare superiore a quella dell’Arabia Saudita. Nel 2007 Chavez ha nazionalizzato totalmente l’estrazione e la produzione petrolifera. Non solo quella già in mano ad un finto ente di stato in realtà in mano alle multinazionali, ma anche quelle che le compagnie petrolifere occidentali gestivano in proprio. Da allora la guerra al chavismo delle vecchie classi dirigenti venezuelane, che già nel 2002 avevano fallito un colpo di stato, si è saldata con quella del capitalismo multinazionale. Sono quasi dieci anni che il Venezuela subisce una aggressione economica che ora è diventata un vero e proprio blocco.

Le elezioni

Ma torniamo alle elezioni, di cui abbiamo potuto verificare i meccanismi, discutere con i rappresentanti dei candidati, ispezionare alcuni seggi durante le operazioni di voto

Come gruppo di osservatori internazionali siamo stati in una scuola dove si stavano organizzando nove seggi e abbiamo seguito l’organizzazione di uno di loro. Prima di descrivere la procedura di voto, vorrei però soffermarmi sugli scrutatori e sui presidenti di seggio. In base alla legge essi sono gente del quartiere in cui si vota, estratti dalle liste elettorali e chiamati ad un compito che è considerato dovere civico e che si può rifiutare solo per comprovati motivi. Essi sono quindi tutte persone del popolo, la più semplice e normale, il volto segnato dalle fatiche quotidiane.

Il voto è integralmente e ovunque elettronico, con 45.000 computer distribuiti in tutto il paese. Il riconoscimento dell’elettore avviene con il suo documento e poi con l’impronta digitale del pollice su un mezzo elettronico. Solo se questa corrisponde al nome contenuto nel registro degli elettori si attiva il computer per il voto. A questo punto l’elettore accede allo spazio isolato e coperto, un tavolo cabinato, nel quale si vota. Con il dito tocca il volto del candidato nella lista prescelta sullo schermo, e poi lo conferma al computer. La macchina emette la ricevuta con il voto, l’elettore la piega, esce dalla cabina, la introduce in un’urna. Poi conferma che ha votato nell’apposito albo degli elettori del suo seggio con firma ed impronta digitale, questa volta all’antica, con l’inchiostro.

Lo spoglio dei voti avviene con le ricevute nelle urne e con il conteggio elettronico. Solo se coincidono i dati vengono inviati con un modem al centro calcolo nazionale. Tutto il processo è per via elettronica, una via inattaccabile come hanno detto tanti esperti. E come ha confermato Luis Zapatero, presente in Venezuela come mediatore internazionale tra governo e opposizioni, che ha parlato di elezioni sostanzialmente corrette e in ogni caso svolte con lo stesso metodo già utilizzato nel passato, anche quando alle legislative vinsero le opposizioni. Opposizioni che invece questa volta si sono divise, con il loro leader, l’ultra reazionario Borges teleguidato da Trump, che ha deciso di boicottarle, mentre un altro loro esponente, Falcon, ha deciso di presentarsi.

La campagna elettorale è stata libera, abbiamo potuto incontrare i rappresentanti di Falcon e degli altri candidati minori, che hanno protestato per la mancanza di par condicio sulle tv, anche se tutti i mass media internazionali, liberamente visti ovunque, sono contro il governo. Hanno inoltre lamentato l’organizzazione capillare dei gazebo pro Maduro, che hanno denunciato come condizionamento del voto anche se sono stati collocati, per accordo tra tutti, ad almeno 200 metri dai seggi. Nessuno dei rappresentanti dei candidati ha però lamentato ostacoli o impedimenti alla propria campagna elettorale, dai comizi alle gigantografie dei leader che gareggiavano con quelle di Maduro. E soprattutto nessuno ha messo in dubbio la segretezza del voto. Anzi i rappresentanti di Falcon, che aveva un programma ultraliberista e di apertura totale alle multinazionali, ci hanno detto di aver incontrato esponenti della UE e di aver capito che l’Unione avrebbe riconosciuto il voto se essi avessero vinto.

Il giorno del voto ho visto ai seggi tante file ordinate, con persone tranquillamente sedute, come si usa in quel paese dove il voto è anche un momento di incontro e festa. I rappresentanti dei vari candidati presenziavano nei centri di voto ove era assente ogni propaganda elettorale. Il voto era segreto, dunque anche se ci fossero state pressioni gli elettori avrebbero potuto tranquillamente ignorarle nel segreto di un voto assolutamente non riconoscibile.

Alla fine hanno votato 9 milioni e 700mila persone, quasi la metà dei 20 milioni di aventi diritto. Il boicottaggio dell’opposizione ha concorso a far mancare circa il 20% rispetto al circa 70% di partecipanti alle precedenti elezioni presidenziali. Maduro ha ricevuto 6 milioni e 700mila voti, quasi il 68%, Falcon meno di 2 milioni di voti e il terzo candidato, il centrista cristiano Bertucci, meno di un milione; quasi nulla hanno avuto altri candidati minori.

Maduro ha preso meno dei voti ricevuti nella precedente elezione, ma l’opposizione difficilmente avrebbe vinto con una tale frantumazione delle sue candidature e soprattutto perché la violenza omicida delle sue sommosse di un anno fa, le famigerate Guarimbas, le ha alienato una parte del consenso che aveva raccolto. Per cui difficilmente tutti i suoi passati sostenitori sarebbero tornati a votarla. Per questo la parte più violenta e golpista di essa ha deciso di rifiutare il voto: avrebbero perso.

Il consenso a Maduro e al potere bolivariano

Il consenso a Maduro e al potere bolivariano è quello di un blocco sociale e politico popolare e di sinistra che resiste a condizioni terribili. In Venezuela c’è l’iper inflazione, un litro di latte costa un milione di bolivares, la moneta locale, con stipendi medi di tre milioni. Come fanno a vivere allora? Con sistemi organizzati di distribuzione sociale dei beni fondamentali, e con tanti espedienti e aiuti. Le medicine mancano perché vengono accaparrate. Un gesuita, padre Numa, ha denunciato i trucchi e i falsi aiuti anche della Caritas. Se si gira per Caracas la quantità di negozi chiusi è impressionante come nell’Atene colpita dalla Troika.

Tutto questo è prima di tutto il risultato di una guerra economica terribile sul piano internazionale e di un vero sabotaggio all’interno del paese. Le sanzioni ed il blocco economico organizzati da USA e UE sono la causa principale dell’iper inflazione, per capirci siamo al gioco sullo spread che noi ben conosciamo svolto alla ennesima potenza. All’interno i monopolisti privati locali (sì, ci sono ancora), usano la produzione come arma. La farina di mais è in mano ad un solo produttore/distributore, che la amministra a seconda dei cicli elettorali.

Il governo ha rifiutato ogni politica di tagli sociali, all’opposto di quello che stanno facendo Macrì in Argentina e il golpista Temer in Brasile. Non c’è aumento della povertà nonostante le condizioni economiche. La struttura sociale pubblica tutela ed istruisce la popolazione. Abbiamo visitato il centro delle orchestre popolari, più di un milione di ragazzi poveri seguono le scuole sociali di musica. Una cosa impensabile da noi.

Ciò che è mancato dal governo, e che raccoglie critiche anche da chi lo sostiene, è un piano di controllo sul sistema economico, ancora in gran parte in mani private e totalmente ostili al chavismo e al socialismo bolivariano.

Le asperità della guerra economica, a mio parere, sono accentuate dal fatto che il sistema bolivariano sia stato non troppo, ma troppo poco socialista, puntando più sulla distribuzione della ricchezza che su un suo reale controllo. Lo si vede anche dal traffico automobilistico di Caracas, fatto in gran parte di macchine di lusso. Coloro che più ferocemente contestano il governo socialista sono quelli che stanno meglio.

In questa situazione il consenso ricevuto dal fronte che sostiene Maduro è miracoloso, è il segno di una resistenza popolare eccezionale. A questo si aggiunge un altro elemento di fondo. Nel 1973 il Cile di Allende sperimentò la stessa aggressione e le stesse difficoltà del Venezuela di oggi. Fu l’esercito in mano agli USA guidato da Pinochet a risolvere la situazione in un bagno di sangue. Questo in Venezuela gli USA non lo possono fare, perché Chavez ha costruito un sistema democratico e popolare in tutti gli apparati dello stato a partire dalle forze armate. È questo che fa impazzire di rabbia l’opposizione golpista, che oramai spera in un intervento militare esterno che parta dai confini con la Colombia.

Ora il governo sta cominciando un corso più consapevole e coraggioso, sta costruendo una nuova moneta interna, il PETRO, e sta varando un piano sociale e di ripresa. Inoltre il prezzo del petrolio sta salendo e, anche se il governo vuole uscire da un sistema economico tutto fondato sulla produzione petrolifera, questo può cambiare le cose in meglio. Il consenso ricevuto nel voto è dunque un segno di forza che spaventa gli aggressori USA e i loro complici europei. Per questo di fronte a elezioni corrette e trasparenti USA e UE hanno intensificato le sanzioni.

Stando nella delegazione internazionale, incontrando persone stupende che lottano e che discutono apertamente di problemi ed errori, ho provato rabbia e disprezzo per la campagna di fake news che descrive il Venezuela come una dittatura senza speranza. Ho visto in essa il peggio dell’imperialismo occidentale e mi sono vergognato della UE, che verso il Venezuela e il suo popolo tocca vertici di rara infamia.

Torno dal Venezuela ancora più convinto del sostegno alla rivoluzione bolivariana e della necessità di impegnarci a fondo per sostenerla.

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Il crack finanziario lo impedisce Mattarella o i gialloverdi ? Vediamo la modalità mondo reale

In questi giorni convulsi, nella crisi politico-istituzionale italiana, le parti in causa si sono spesso rimpallate l’accusa di “causare lo spread”. Prima Mattarella – esplicitamente, pubblicamente e formalmente – ha causato la maggioranza gialloverde di alzare lo spread fino all’uscita dell’Italia dall’euro. In effetti durante la settimana precedente a quella di questa dichiarazione alcuni indici di speculazione, come il valore dei famigerati Cds (titoli assicurativi usati come arma impropria speculativa) si erano alzati del 43%. Poi la maggioranza gialloverde, dopo il martedì nero della borsa italiana, ha esplicitamente detto “visto che non alziamo lo spread?”. E questo ha portato i grillini a sostenere che un governo Conte avrebbe comunque dato un segnale di tranquillità ai mercati e, quindi, sul fronte spread. Il fronte dove emerge la figura di un sovrano finanziario che sta al di sopra di governance continentale, costituzioni e sovranità popolare.
 
Possiamo trarre già da ora alcune conclusioni:
  1.  il lessico finanziario ha definitivamente conquistato il linguaggio e i temi della lotta politica istituzionale italiana, più della crisi del 2011 e, ancor di più, dell’ultima campagna elettorale;
  2. non è molto chiaro, alla politica istituzionale, cosa causa quei crolli dei mercati che incidono nella politica e aggrediscono i servizi sociali. Per certi versi qui ci stupiamo di Cottarelli, che questi meccanismi li conosce molto bene. Ma si vede che, come accaduto in altri periodi, l’ora della crisi travolge tutti: improvvisati esperti e tecnici veri.
La prima cosa da sfrondare qui è la mitologia popolare a volte anche giornalistica, che si diffonde velocemente sui social: quella che politicizza le crisi finanziarie che invece hanno effetti politici, ma è altra cosa. Ad esempio, prendiamo in considerazione il mito metropolitano sul fatto che l’Italia sia, o sia stata, sotto attacco Ue o tedesco. 

Prima cosa qui da tenere in considerazione: l’Ue senza l’eurozona si dissolverebbe. La crisi italiana è quella che, per la prima volta dai momenti più acuti della crisi greca, ha messo in seria discussione, nel dibattito finanziario globale, l’esistenza dell’eurozona. Casomai il problema Ue è che continua a chiedere austerità all’Italia per salvare l’euro. Ed è un peso che questo paese difficilmente sopporta. 

Seconda cosa da tenere in considerazione: la Germania, basta vedere il loro dibattito mainstream, ha perso diverse decine di miliardi in partecipazioni italiane (bond, banche, titoli azionari) in pochi giorni. Per essere un atto di guerra finanziaria della Germania contro l’Italia sarebbe qualcosa di parecchio suicida. Quindi altra questione, quella reale: la Germania chiede, e vuole imporre all’Italia, misure che salvino le enormi criticità, ormai decennali, del suo sistema bancario.

Certo le guerre finanziarie stato contro stato esistono – come è accaduto durante la crisi ucraina del 2014 – ma non è il nostro caso. Quello russo-ucraino era un contesto di guerra sul campo, seppur a bassa intensità, collegato con uno di guerra finanziaria.

Si tratta poi di sfrondare un altro mito, diciamo di natura tecnico-complottista ma che, per come lo guardi, è anche l’ultimo baluardo delle mitologie della regolazione. Quello dell’onnipotenza della Bce. Per cui se lo spread sale, o scende, la responsabilità è sempre della Bce. Non funziona così:  nella giornata di martedì, ad esempio sono saltati i bond italiani a due anni protetti dalla Bce (parola del vice presidente Bce, Constancio). Non è un caso: la Bce deve tener conto non solo il problema della durata dei piani di finanziamento ed economia, banche e (persino) azionariato pena lo scoppio di crisi di rigetto. Ma anche di altri fattori: l’equilibrio delle componenti interne e, sopratutto, il fatto che è esposta troppo verso soggetti a rischio (banche, fondi investimento e, appunto, settore azionario). Per cui l’intervento della Bce esiste, è formalizzato nei piani di finanziamento, ma è limitato dall’equilibrio interno e dal livello di compromissione col mercato di rischio.

Ma se l’Ue e la Germania non c’entrano, se la politicizzazione dei comportamenti spiega poco, se la Bce non è onnipotente allora dove dobbiamo guardare?

Ai grandi soggetti di investimento che operano nel terzo mercato obbligazionario al mondo (l’Italia con il suo debito). Questi soggetti, in grado di guadagnare sulle crisi giocando al ribasso (tattica da guerra finanziaria) sono indifferenti alle liturgie del Quirinale o alle capriole di Di Maio. Semplicemente perché operano ad una velocità estremamente più elevata degli accadimenti giornalistici. Quella del trading ad alta velocità. Per cui il tempo che intercorre tra una dichiarazione di Mattarella e l’altra, tra una capriola di Toninelli e una di Centinaio è semplicemente un intervallo tra ere geologiche. Per questo, a differenza del passato, cercare di mettere Cottarelli presidente del consiglio come “segnale al mercato” poteva essere efficace nella crisi del ’92 non in un mercato che opera su enormi volumi di azioni e obbligazioni sulla base di nanosecondi. Per cui la dimensione dei comportamenti istituzionali, aspetto già visto in altre crisi è troppo lenta per essere “letta” dai mercati.

Quindi se il trading ad alta velocità legge le crisi lo fa su criteri impermeabili ai riti della politica. E in quale dimensione? Per fare un esempio, rispetto al maggior mercato di equity (dove abbondano le vendite allo scoperto), quello americano, la dimensione del trading ad alta velocità, stimata dal Financial Times, è questa


Come si vede, oltre al grosso ruolo dell’alta velocità nella crisi 2008, si parla di un qualcosa che sta attorno al 60% di equities trattate in termini di millisecondi. Difficile che, a quelle velocità, i valori si determinino guardando a come il Quirinale dispone i corazzieri. Ed è difficile che quelle velocità non vada ad incidere sui prezzi dei bond del terzo mercato obbligazionario al mondo della finanza globale, ovvero l’Italia. Ma quello del mercato HFT è solo una parte del problema. Da sempre il ruolo dei mercati coperti, le Dark Pool riguarda il nostro paese. E, come si vede qui, nelle Dark Pool i bond italiani hanno perso valore

Nelle Dark Pool si prezzano le dichiarazioni degli esponenti della politica italiana (come si vede dal link di yahoo finance) che credono così di parlare tra loro, o coi mercati ufficiali, e invece finiscono in mondi sconosciuti ma che determinano il costo del nostro debito pubblico. Ma lo determinano in un linguaggio e in modi tutti loro, ben diverso da quello della politica italiana: quello della velocità e dell’analisi tramite algoritmi. Già, perché le decisioni, in un mercato nel quale il millisecondo sposta enormi ricchezze, vengono prese sulla base di algoritmi oppure dagli stessi algoritmi. Come funziona? Anche qui, se si vuole, è semplice. I soggetti che fanno trading usano programmi che generano notizie come fa google news. Con la differenza che le notizie generate vengono lette da algoritmi i quali, se viene consentita l’espressione, passano le loro analisi ad altri programmi che, in automatico, decidono di vendere o comprare azioni, di fare guerra o pace finanziaria con un paese. Gli umani rimasti in borsa analizzano, e decidono, sulla base di questa catena di comportamento, vendita o acquisto, se favorire o meno questo flusso di dati, algoritmi o vendite. Ma, come è intuibile, a velocità differenti. Per cui se un paese ha subito un attacco finanziario letale, via algoritmi, se lo tiene.

Quindi le notizie che contano, dall’Italia, e che decidono di pezzi importanti della ricchezza del nostro paese, non solo passano dal trading ad alta velocità e dalle dark pool ma anche, e soprattutto, da programmi che elaborano, analizzano e decidono su ciò che appare dall’Italia, secondo criteri propri e ad altissima velocità. Spesso, come notano diversi analisti da quando è emerso il nostro paese, senza capire le notizie. Così ci si intende sul perché i segnali mandati dall’Italia al “mercato” non vengono “capiti”. Perché quello che viene chiamato il mercato è qualcosa di totalmente diverso da ciò che la politica, nel suo complesso salvo lodevoli eccezioni, immagina. Qualcosa che elabora, decide, ed eventualmente distrugge, su criteri propri e ad altissima velocità. E non è un caso che dal 2012, anno della crisi del debito sovrano europeo, ci sono testate che chiamano questo piano Robot Wars.
Perché c’è tutto: da reti tecnologiche inaccessibili, alta velocità, scontro tra soggetti finanziari in termini di millisecondi, aggressione ai paesi in tempo reale.

Il teatrino della politica italiana in questo scenario o viene ignorato, perché troppo lento rispetto al trading ad alta velocità, o pensato in modo diverso da algoritmi che non conosciamo che mandano le loro analisi a programmi che prendono decisioni sulla base di data mining di profili i cui criteri, spesso illegali, di profilazione non sono oggetto di dibattito politico democratico in nessuna parte del globo.

Viene da sorridere quando si vedono soggetti improbabili cercare di attribuire la “colpa” dello spread a Mattarella o alla maggioranza gialloverde. O al complotto della Germania, della Bce o chissà altro. La figura stessa di Soros, affossatore della lira nel 1992, che ci ha spedito ad un livello di crisi dalla quale l’Italia non è mai veramente uscita, è qualcosa di romantico, umano rispetto a questa dimensione.

Siamo su un piano di conflitto finanziario sui nostri conti pubblici, fatto, con questi dispositivi tecnologici, per estrarre profitto dalla volatilità di borsa generata con questi strumenti.

Qui il programma sovranista del governo gialloverde non prevedeva alcuna misura di prevenzione su questo piano. Prevenzione che, a lungo periodo, si fa su investimenti pubblici sull’intelligenza artificiale non solo sul potenziamento della prevenzione delle autorità di controllo sulla formazione della comunicazione, politica e dell’amministrazione a questi processi, sulla capacità di ridurre al massimo la dipendenza del paese dalla finanza globale. Da antidoto a tutto questo non c’era certo il professor Savona, che, fino a ieri, stava nel consiglio di amministrazione di una start-up Fintech ovvero di un settore che, su tutte queste dinamiche descritte, ci guadagna.

Quanto a Mattarella stendiamo un velo pietoso, essere democristiani e conoscere il mondo sono due cose diverse. Resta Cottarelli che questo mondo lo conosce essendone espressione. E che ha subito severe lezioni dall’aumento vertiginoso dello spread. E’ stato superficiale o ha subito la situazione?

Lo capiremo presto. A nostre spese, naturalmente.

Redazione, 30 maggio 2018

mercoledì 30 maggio 2018

Si è spaventato pure lo spread

Quando c’è la governance, ma non il governo, niente funziona più. L’Unione Europea è stata costruita pezzo dopo pezzo sul primo principio, mutuato dalla gestione aziendale (dove c’è una gerarchia di comando quasi militare), nella convinzione che la forza economico-politica avrebbe costretto tutti i singoli Stati ad adeguarsi, volenti o nolenti, a qualsiasi diktat emanato dal “centro di comando” (Commissione e Bce). Quel tanto di contrattazione su aspetti secondari veniva delegato agli incontri tra capi di stato e di governo, senza mai poter mettere in discussione i trattati (ogni modifica richiede l’unanimità, quindi è di fatto impossibile).

Con questa consapevolezza in testa, Sergio Mattarella aveva deciso di sbarrare la strada all’unica maggioranza possibile in Parlamento – lo schizoide contratto grillin-leghista – e affidare l’incarico a Cottarelli, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale che stilava da lì le “ricette” per (ossia: contro) l’Italia.

Se l’intento era quello di “tranquillizzare i mercati” bisogna dire che difficilmente un obiettivo è stato meno raggiunto di questo. Lo spread a 320 punti e il crollo della borsa (dove i titoli bancari rappresentano oltre il 40% della capitalizzazione) hanno mostrato che questo giochino dimenticava dettagli decisivi.

Non sappiamo se Mattarella abbia ragionato o meno sul fatto che Cottarelli si sarebbe trovato non solo senza una maggioranza parlamentare, ma addirittura senza neanche un singolo voto a favore (tranne forse quello di Emma Bonino...). Una situazione da “figlio di nessuno” che non si è mai verificata in nessun paese occidentale. Di “governi tecnici” è infatti pieno il mondo, e anche la storia italiana (dove abbiamo visto addirittura i “governi balneari”), ma ognuno di questi ha rispettato almeno formalmente le regole base della democrazia parlamentare, venendo votato da una maggioranza, per quanto raccogliticcia e temporanea.

Ma un governo con zero voti non rappresenta nessuno. Neanche per “i mercati”. Un paese guidato da 20 specialisti senza consenso non è un paese “solvibile”, ma un vulcano pronto ad esplodere. Inaffidabile, insomma, quanto e più di un governo tiepidamente “euroscettico” ma in qualche modo rappresentante della maggioranza.

I servitorelli dell’establishment – il sistema dei media, il Pd, Cgil, Cisl, Uil, qualche pezzo rintronato della vecchia e molto sedicente “sinistra” – avevano plaudito al presidente e al mantenimento dello statu quo. Ma i mitici “investitori” sanno benissimo che certi conti non possono essere fatti senza l’oste: se chiami un paese a farsi togliere il sangue, ci vuole qualcuno che ne convinca almeno una parte, possibilmente maggioritaria. Altrimenti crei le premesse per una esplosione più grande, consegnando quel paese proprio a quelli che dicevi di temere.

Il panico globale che si è messo in moto è stato tale da costringere tutti i piccoli protagonisti della manfrina governativa a “darsi una regolata” e tornare sui propri passi. In poche ore Cottarelli è sceso dalla carrozza diretta a Palazzo Chigi e il duo Di Maio-Salvini ci è risalito. Addirittura potrebbe essere richiamato Paolo Savona con tante scuse per affidargli un ministero dell’economia spacchettato, con il Tesoro affidato magari al prezzemolino Cottarelli, con l’evidente intento di “controllarlo”.

Di statisti, sembra evidente, qui proprio non ce ne sono. Anzi...

E anche la “democrazia”, di cui i governanti si riempiono la bocca, appare solo un mantra da recita scolastica, cui nessuno crede davvero.

Dunque c’è una vera, autentica, per certi versi drammatica crisi di egemonia da parte dei poteri che l’hanno sempre esercitata negli ultimi 30 anni. Il capitale finanziario e multinazionale, cuore materiale dell’ideologia “neoliberista”, si sta da tempo scontrando con una contraddizione apparentemente insolubile: ha la forza per imporre come dominanti i propri interessi e piegare interi paesi, ma non riesce più – proprio per questo – a trovare una classe politica nazionale che possa trasformarli in programma di governo riconosciuto e accettato dalle popolazioni.

L’ironia della Storia sa essere feroce. Ricordate quando gli intellettuali liberali spiegavano che Marx sbagliava a scrivere che “in ultima analisi la struttura economica è alla base di ogni sovrastruttura politica”? Il pieno dispiegamento del capitale “globalizzato” ha distrutto la sfera politica come mediazione fra gli interessi delle varie classi sociali e si è affermato come unico soggetto decisore, libero, sovrano.

Solo che il suo motore interno – il massimo profitto, che richiede gerarchia di comando, governance – è fisiologicamente incapace di governare la complessità sociale; al massimo la distrugge per renderla materia sfruttabile. Ma questo avviene con dolore, ribellioni più o meno presentabili (il fasciorazzismo è il volto più infame della paura di precipitare nella scala sociale, e nasce da lì), conflitti continui. Senza che ci sia più una classe politica in grado di gestirli.

p.s. Se incontrate quei teorici dell'”autonomia del politico”, salutateli caramente...

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Libia 2018, vertice a Parigi


Al caos della guerra civile, che ha trasformato la Libia in una specie di patchwork nel quale si combattono varie milizie in rappresentanza degli interessi della NATO, dell’Arabia Saudita, degli Emirati arabi, della Turchia e dell’Egitto, dovrebbe mettere riparo adesso proprio il Paese da dove tutto è inziato: la Francia. Sette anni fa, in un rigurgito di arroganza coloniale e irresponsabilità politica, il presidente francese Sarkozy e il suo ministro degli Esteri Juppé scatenano una guerra contro la Libia, guidata da Muhammar Gheddafi.

Nel 2011 quest’ultimo, rovesciato a suon di bombe francesi, britanniche e americane – ma anche italiane, sganciate da bombardieri decollati dalla base aerea di Trapani-Birgi e dalla portaerei Garibaldi – viene consegnato alle milizie islamiche. Da allora i suoi assassini si fanno la guerra. L’Occidente se ne lava pilatescamente le mani senza trascurare di deprecare la situazione, che comporta un afflusso crescente di profughi. Un Occidente che si guarda bene dal riconoscere la sua parte di colpa nella morte di Stati sovrani e dei loro popoli, in Libia come in Somalia, in Afghanistan, in Iraq, in Yemen o in Siria.

A Parigi è stata concordata ieri la data del 10 dicembre prossimo per elezioni politiche e presidenziali in Libia. Ma i dirigenti della Tripolitania e della Cirenaica invitati nella capitale francese si sono guardati bene dal firmare un documento in proposito, sostenendo di dover sentire prima la loro «base». In realtà Macron, che non difende, almeno formalmente, la politica criminale dei suoi predecessori in Libia, ha conseguito un ennesimo successo di facciata, che non ha però nessun riscontro concreto.

Sono il petrolio libico e le riserve di gas i motivi fondamentali che hanno spinto la borghesia italiana, rappresentate allora da Silvio Berlusconi e dal suo ministro degli Esteri Franco Frattini, amiconi di Gheddafi – come Sarkozy – fino al giorno prima dell’aggressione, a partecipare attivamente alla lotta inter-imperialista nel vicino Paese nordafricano. L’Italia otteneva un quarto delle sue importazioni di petrolio e il dieci per cento del suo gas naturale dalla Libia. Il gruppo ENI vi ha investito miliardi di euro. Prima dello scoppio della guerra, l’Italia era il più grande partner commerciale della Libia, il più grande acquirente di petrolio greggio, e uno dei maggiori fornitori di armi del regime di Gheddafi.

A Parigi, rappresentava l’abortito governo lego-grillino l’ambasciatrice d’Italia in Francia...

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Black metal


Brancaccio: “Ecco come fermare la dittatura dello spread e l'attacco dei mercati”

Mentre i destini del Paese rimangono ignoti, l'economista propone una misura per tutelare il voto popolare da qualsiasi condizionamento: “Applichiamo l’art. 65 del Trattato dell’Unione europea”. Un provvedimento che dà la possibilità di bloccare le fughe di capitali e impedire le scorribande degli speculatori. “In questa fase così decisiva sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi, già applicati in passato, per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena

I mercati finanziari fibrillano, lo spread aumenta, la borsa perde punti e gli speculatori, come un tempo disse l’ex ministro Padoa Schioppa, iniziano a sentire “l’odore del sangue”. Ci attende un’estate di passione, con il rischio di nuove elezioni e la speculazione finanziaria a spargere altra benzina su una battaglia politica già infuocata. Esiste un modo per evitare che in una fase così delicata le manovre degli speculatori condizionino le scelte politiche? Lo abbiamo chiesto a Emiliano Brancaccio, docente di Politica economica all’Università del Sannio ed estensore qualche anno fa del “monito degli economisti”, un documento premonitore che annunciava molti dei problemi in cui oggi versa l’eurozona. Per l’economista una soluzione per contenere gli attacchi speculativi esiste, e si basa sull’immediata applicazione delle norme europee sul controllo dei movimenti di capitale.

Professor Brancaccio, il “governo del cambiamento” di Salvini e Di Maio non riesce a partire. Cosa ne pensa?

E’ un’ipotesi di governo appiattita sulle posizioni della destra xenofoba, con l’annuncio di una riforma fiscale a vantaggio pressoché esclusivo dei ricchi e la promessa di una caccia grossa all’immigrato, un facile capro espiatorio che non rappresenta affatto il problema principale delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Detto questo, la Lega e il M5S hanno la maggioranza parlamentare e quindi a mio avviso bisognerebbe lasciarli governare.

Dunque Lei critica il veto del Presidente della Repubblica sulla lista dei ministri?

Non ho le competenze per entrare nel dibattito tra i costituzionalisti sui poteri del Presidente. Mi limito a osservare che il veto di Mattarella ha gettato la Presidenza della Repubblica nel ring di una lotta politica feroce, che lascerà nuove ferite sul già fragile tessuto istituzionale del paese. Avrei preferito un esito diverso, che lasciasse il Quirinale al di sopra della contesa.

Il dialogo istituzionale è precipitato sull’indicazione di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Qual è il suo giudizio su di lui?

Uno studioso di buone letture e una discreta penna, come ormai se ne vedono poche tra i colleghi economisti. Ma anche un liberista di vecchia scuola, che fino all’altro ieri pareva convinto che il debito pubblico italiano potesse essere ridotto a colpi di tagli drastici alla spesa pubblica e ulteriori dismissioni del patrimonio statale. L’esperienza infelice dell’austerity e delle privatizzazioni degli anni Novanta, a quanto pare, non gli è bastata.

Però la pietra dello scandalo è stato il “piano B” per uscire dall’euro, che Savona ritiene necessario e che invece Mattarella e i suoi sostenitori considerano una bestemmia.

Bisognerebbe ricordare che una proposta ufficiale di “piano B” era già stata resa pubblica diversi anni fa: è la soluzione di uscita della Grecia dalla moneta unica che venne avanzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble e che l’Eurogruppo fece propria nel 2015. In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona. Come a denti stretti riconosce persino il Presidente della BCE, sono problemi che restano in gran parte irrisolti e che inevitabilmente riaffioreranno alla prossima recessione, indipendentemente dal successo politico delle cosiddette forze anti-sistema. La questione, semmai, è “quale piano B”: ad esempio, quello di Schauble per la Grecia era da strozzinaggio, poiché pretendeva che i greci mantenessero i loro debiti in euro anche dopo aver abbandonato la moneta unica.

Intanto però i mercati sono in subbuglio e lo spread sui titoli italiani è tornato a correre. C’è di nuovo sfiducia sulla tenuta dei conti pubblici?

La sostenibilità dei conti pubblici c’entra solo in via secondaria. L’aumento dello spread dipende soprattutto dal risveglio delle scommesse sulle ipotesi di uscita dall’euro e di svalutazione di una ipotetica nuova moneta, con conseguente deprezzamento dei titoli denominati in essa. Non a caso il fenomeno sta riguardando non solo l’Italia ma anche gli altri paesi che potrebbero eventualmente seguirla al di fuori dell’eurozona.

Se andremo a nuove elezioni, sarà una campagna elettorale condizionata dalle scommesse della finanza sul futuro dell’euro?

E’ un rischio concreto. Eppure strumenti per contenere le interferenze dei mercati sulla politica esistono.

Si riferisce agli interventi della Banca centrale europea? Circola voce che ieri la BCE abbia ridotto gli acquisti di titoli italiani lasciando che lo spread aumentasse.

La valutazione sull’orientamento di politica monetaria non può essere fatta su archi di tempo così brevi. E’ vero, tuttavia, che nel direttorio BCE i conflitti sono sempre più aspri e che a un certo punto potrebbe prevalere la linea restrittiva dei cosiddetti “falchi”, come è già accaduto durante le passate crisi. Anche per questo occorre intervenire subito con misure ulteriori.

Qual è la sua idea, Professore?

Suggerisco l’applicazione immediata dell’articolo 65 del Trattato dell’Unione Europea che ammette l’introduzione di controlli sulle fughe di capitali, e di tutti i dispositivi già previsti dall’attuale legislazione per ridurre la volatilità dei mercati finanziari. L’ex capo economista del FMI li definisce strumenti di “repressione finanziaria”. Che si vada a elezioni o meno, in questa fase decisiva per il futuro dell’Italia e dell’Unione sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche. Si tratta di una soluzione di buon senso quale che sia la nostra opinione sulla permanenza o sull'abbandono dell'eurozona.

L’Italia potrebbe autonomamente introdurre queste misure di “repressione finanziaria” senza il consenso delle istituzioni europee?

L’articolo 65 può essere applicato da uno stato membro se sussistono condizioni “di ordine pubblico” tali da rendere necessari i controlli sugli spostamenti di capitale da e verso l’estero. Le istituzioni europee hanno già ammesso un’interpretazione estensiva della definizione di “ordine pubblico” durante le crisi di Cipro e della Grecia. In quelle occasioni, però, l’articolo 65 fu applicato con un ritardo scandaloso, solo dopo una lunga agonia finanziaria che colpì duramente le economie di quei paesi e condizionò pesantemente le loro decisioni. L’Italia e gli altri paesi sotto attacco oggi possono e debbono rivendicare il diritto di applicare immediatamente i controlli sui capitali e le altre misure necessarie di “repressione finanziaria”, prima che sia tardi.

Cottarelli sarebbe l’uomo giusto per avviare procedure di questo tipo?

Ho dei dubbi. Temo rientri in quel filone di economisti secondo i quali il mercato ha sempre ragione e deve esser lasciato libero di operare. Un’idea che trova ampie smentite nella letteratura scientifica ma che purtroppo risulta ancora à la page in ambito politico. Con lui si rischia di applicare i controlli quando la situazione è già precipitata.

(30 maggio 2018)

Carofalo: “Le persone vengono prima dei profitti! Il 16 tutti a Roma”

16 Giugno Manifestazione Nazionale a Roma
 
“Le affermazioni  disinvolte del commissario europeo Oettinger sono un gravissimo attacco alla tenuta democratica del paese. Veramente immaginiamo che qualcuno in nome dei mercati possa indirizzare il voto degli Italiani? Cosa rimane dei diritti democratici in questo paese? 
 

Caro Oettinger, gli italiani – non quelli amici tuoi, ma i lavoratori, i giovani, gli sfruttati, i precari, quelli che vorrebbero andare in pensione e non possono – insegneranno ai mercati a stare al loro posto. Prima le persone, poi l’economia.
 

Se Mattarella avesse davvero voluto applicare la costituzione, sarebbe dovuto intervenire su alcuni punti del contratto di governo Lega-Movimento 5 Stelle totalmente anticostituzionali (come flat tax o misure esplicitamente razziste) ma non ergendosi a protettore degli interessi dei mercati.
 

Stamattina lo Spread ha toccato quota 320.  Sembra di essere tornati al 2011, con Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, che farà la parte di Monti.
 

Il Presidente Mattarella ha commesso l’errore di assumersi l’apertura di questa crisi, di nominare ancora una volta un tecnico e di legittimare la peggiore destra (Movimento 5 Stelle e Lega) come interprete delle esigenze dei cittadini.
 

Ora dei disastri di questa classe dirigente pagheremo noi le conseguenze. A meno che non ci organizziamo velocemente
 

Per questo Sabato 16 Giugno Potere al Popolo aderirà alla manifestazione nazionale chiamata dalla federazione sociale dell’USB contro le diseguaglianze sociali.
 

Iniziamo fin da subito a costruire un’alternativa politica che ci sottragga a questa dittatura finanziaria.
 

Perché le persone vengono molto prima dei profitti.
#Primaglisfruttati

Fonte
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Nazionalizzazione del debito pubblico e buoni fiscali per rilanciare l'economia senza austerità

Quanto segue va inteso su queste pagine come un contributo all'analisi dello stato di cose presenti, direttamente determinato dalla calata di Cottarelli e dalle turbolenze finanziarie che non accennano a placarsi.

*****

di Enrico Grazzini

L'enorme debito dello stato italiano pesa come un macigno sulla ripresa economica ed è il primo fondamentale problema che il nuovo governo nazional-popolare di 5 Stelle-Lega in via di formazione – certamente assai sgradito alla grande finanza e all'Unione Europea – dovrà affrontare. A causa del debito pubblico, e soprattutto della speculazione finanziaria che funziona come benzina sul fuoco, l'Italia resta il paese più vulnerabile dell'eurozona ed è sempre prossimo alla crisi. L'Italia rischia di uscire dall'eurozona non tanto per il “sovranismo” del possibile governo giallo-verde e il suo presunto “anti-europeismo”, e neppure perché è troppo spendacciona – infatti lo stato da venti anni spende meno di quanto incassa con le tasse, al netto degli interessi sul debito –, ma semplicemente a causa della speculazione e dello spread.

Al di là delle valutazioni sui singoli provvedimenti di politica economica – come il reddito di cittadinanza e la flat tax –, la grande finanza e le istituzioni della UE non sopportano il programma anti-austerità e di difesa dell'economia nazionale che il nuovo governo annuncia di volere realizzare (almeno sulla carta). E quindi il nuovo possibile esecutivo è sotto attacco in Europa, mentre in Italia, sul fronte interno, è attaccato frontalmente anche da PD e Forza Italia che quando erano al governo hanno promosso le politiche di austerità. Paradossalmente le forze cosiddette populiste appaiono schierate a favore dell'intervento pubblico simil-Keynesiano e della difesa dell'interesse nazionale – e probabilmente per questo hanno ottenuto milioni di voti –, mentre il PD di centrosinistra con il suo europeismo, appare allineato (insieme a Forza Italia) dalla parte delle liberalizzazioni e dell'austerità imposta dai mercati finanziari, dai grandi investitori internazionali e dalla UE. Comunque non c'è alcun dubbio che la questione del debito pubblico costituisca il maggior punto debole dell'economia italiana e quindi il punto di debolezza di ogni possibile futuro governo italiano.

I partiti brancolano nel buio di fronte alla inderogabile necessità di ridurre il debito pubblico e di fare ripartire l'economia. Il problema è molto complesso. Questo articolo (che in effetti è una sorta di mini-saggio) si propone di offrire un contributo alla discussione in merito a questo nodo ineludibile. Analizzerò criticamente le principali proposte per diminuire il rapporto debito/PIL e mi focalizzerò in particolare su quelle che mi sembrano le più efficaci per risolvere il problema. Proporrò forme di nazionalizzazione del debito pubblico e iniziative per stimolare la domanda aggregata per espandere l'economia produttiva e il lavoro.

La premessa è innanzitutto che la soluzione al problema del debito di stato certamente non consiste in nuovi tagli della spesa e dei servizi pubblici, nelle privatizzazioni selvagge, come vorrebbe l'Unione Europea. Proseguire sulla via dell'austerità sarebbe un suicidio. Nessuna delle manovre di austerità indicate nella famosa lettera della BCE al governo italiano dell'agosto 2011 firmata dall'ex governatore Jean Claude Trichet e da Mario Draghi ha avuto successo nel ridurre il debito pubblico[1]. Anzi, il debito è aumentato. Le inflessibili direttive della UE e della BCE sono solo riuscite a subordinare lo stato e l'economia produttiva a favore del grande capitale finanziario. Povertà e divisioni sociali sono aumentate rapidamente e a dismisura.

Recentemente illustri economisti come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Pier Carlo Padoan, Ignazio Visco e Carlo Cottarelli, hanno proposto di tirare ancora di più la cinghia per raggiungere un avanzo primario (entrate dello stato meno uscite, prima degli interessi sul debito) del 4% sul PIL: ma questo progetto è non solo ingiusto ma anche controproducente e irrealizzabile. Neppure in Grecia la Troika (UE, FMI, BCE) è riuscita a imporre un salasso di queste dimensioni.

Le possibili soluzioni consistono invece nella almeno parziale nazionalizzazione del debito pubblico, come propongono in forme diverse sia Richard Werner che Michele Fratianni e Paolo Savona. È chiaro infatti che gli investitori nazionali non hanno interesse a speculare al ribasso sui titoli di stato che detengono, si farebbero male da soli; mentre gli operatori internazionali si precipitano a fuggire ai primi sentori di crisi, e così facendo rischiano di affossare il nostro paese.

Per non essere strangolato dalla speculazione, lo stato italiano non dovrebbe più subordinarsi interamente alle oscillazioni del mercato finanziario, che è speculativo per sua natura. Dovrebbe invece “nazionalizzare” almeno parte del debito accendendo prestiti presso una o più banche nazionali, private o pubbliche. Se in particolare lo stato si indebitasse con una banca pubblica sarebbe ad un tempo venditore e compratore dei suoi titoli di debito e quindi il deficit pubblico diventerebbe solo una partita di giro.

Inoltre per rilanciare l'economia, lo stato dovrebbe distribuire dei buoni fiscali a maturità differita che però funzionino da subito come moneta-euro da spendere a favore delle famiglie e degli investimenti pubblici. I bonus fiscali convertibili in euro incrementerebbero immediatamente la domanda aggregata e consentirebbero di realizzare gli investimenti pubblici necessari per un New Deal di piena occupazione. Il PIL crescerebbe e quindi il rapporto debito/PIL diventerebbe meno pesante. Ricordiamoci che lo sviluppo dell'economia reale è l'unica vera garanzia di potere onorare il debito pubblico.

Nazionalizzare il debito e dare una svolta all'economia produttiva grazie all'emissione di buoni fiscali da spendere nell'economia reale. Questa sembra essere la sola ricetta praticabile per tornare a crescere e per ridurre un debito che altrimenti diventerà insostenibile. Mentre altre ricette “riformiste” che in questo scritto mi propongo di esaminare criticamente, suggerite tra gli altri da Marcello Minenna, e poi da Carlo Bastasin, Marcello Messori e Gianni Toniolo, pure se tecnicamente ben disegnate, appaiono nei fatti impraticabili. Infatti esse sono basate su una improbabile cooperazione da parte dell'Unione Europea e dei paesi dell'eurozona: ma i paesi dell'euro e la UE non ci faranno certamente sconti e difficilmente collaboreranno per tirarci fuori dai guai. Possiamo ritornare a crescere solo se i nuovi governi prenderanno delle decisioni autonome, coraggiose e innovative.

Il debito pubblico continua a crescere in una spirale perversa

Il debito di stato aumenta costantemente da diversi decenni: il problema è che lo stato italiano fa nuovi debiti per pagare gli interessi sul debito. È un circolo vizioso. Infatti il debito continua costantemente a crescere. Alla fine del 2017 l’Italia aveva un debito pubblico di 2.256 miliardi di euro, di cui circa l’84% (1.911 miliardi) rappresentato da Titoli di Stato negoziabili sul mercato finanziario. In valore assoluto il nostro debito segue solo quello degli USA, pari a 20mila miliardi di dollari, Giappone, 11,5 mila miliardi e Cina, 5000 miliardi circa.

Il nostro debito è elevato non tanto per il suo valore assoluto ma soprattutto perché rappresenta il 132% del Prodotto Interno Lordo: così gli investitori temono che difficilmente possiamo ripagarlo con le nostre attività produttive. Nel mondo siamo dietro solo a Giappone, che ha un rapporto debito/PIL pari al 240%, e alla Grecia, 180%. Siamo terzi nella classifica mondiale. Un primato italiano assai poco invidiabile.

La realtà è che l'Italia produce ogni anno più debito che reddito. Infatti la crescita reale del PIL italiano è attualmente dell'1,5%, l'aumento dell'inflazione è pari a circa 0,8%, quindi noi cresciamo nominalmente del 2,3%, mentre il servizio del debito che paghiamo ai mercati finanziari è pari a circa il 4% del PIL (60-70 miliardi all'anno). La spirale del debito pubblico affonda la nostra economia. E può affondare anche la democrazia. Il confronto tra i partiti rischia di diventare puro ornamento decorativo se l'economia non cresce e se restiamo schiavi del debito, cioè della grande finanza. Occorre una svolta decisa.

Dal 1980 ad oggi lo stato italiano con le tasse dei cittadini ha pagato oltre 3400 miliardi di euro per interessi sul debito, senza peraltro riuscire ad abbassarlo[2]. Una cifra enorme. A chi dobbiamo restituire il debito attualmente? Alla grande finanza: gli operatori stranieri contano per circa il 35,5%, le banche nazionali e i fondi monetari per il 18,4%, le assicurazioni e i fondi di investimento per il 23%, e la Banca d’Italia per circa il 18%. Le famiglie italiane, i piccoli risparmiatori, detengono ormai soltanto il 5% circa del debito pubblico. Non investono più nei titoli pubblici del loro Paese[3].

La verità è che il pericolo di fallimento dello stato italiano è sempre presente. Non a caso fondi giganteschi, che gestiscono in maniera speculativa centinaia di miliardi di dollari, come Bridgewater, il più grande fondo d’investimento al mondo, scommettono al ribasso contro Piazza Affari, contro le banche italiane e i titoli di stato.

I rischi davanti a noi sono molteplici:
a) la fine del Quantitative Easing da parte della Banca Centrale Europea. Con la fine del QE, che prevede l'acquisto di titoli pubblici da parte della BCE, è certo che i tassi di interesse aumenteranno e che quindi l'Italia dovrà pagare di più per servire il debito di stato;
b) l'incertezza politica: ovvero non si sa come sarà effettivamente governata l'Italia;
c) la necessità per il prossimo governo di sterilizzare circa 30 miliardi di aumento dell'IVA;
d) l'introduzione del Fiscal Compact, cioè l'inasprimento previsto delle politiche europee di austerità e di rientro accelerato dal debito.

La proposta più pericolosa per l'Italia, proveniente dagli economisti e dai politici europei cosiddetti “falchi”, come l'ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, è però quella che alle banche nazionali sia imposto un tetto limitato per il possesso dei titoli pubblici del loro paese, e/o che questi non siano più considerati privi di rischio, e che quindi richiedano una copertura di capitale. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a vendere-svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.

Se passasse questa proposta – con il falso pretesto di disaccoppiare la possibile crisi degli stati da quella delle banche e viceversa – le banche dovrebbero affrontare grandi difficoltà di bilancio, ma soprattutto il debito pubblico sarebbe in gran parte denazionalizzato e lo stato italiano sarebbe completamente dipendente dagli umori e dai capricci dei mercati finanziari. L'Italia cadrebbe in completa balia della speculazione internazionale. Occorre invece nazionalizzare il debito e cercare di dipendere meno possibile dal capitale estero.

Il debito in moneta straniera porta facilmente al fallimento

Chiariamo un concetto di base, che però la maggioranza degli economisti ignora o nasconde: un elevato debito pubblico di per sé non è un problema gravissimo se lo stato ha sovranità monetaria, cioè se lo stato può ripagare il debito emettendo moneta propria. E' invece un problema quasi insormontabile se lo stato non ha sovranità monetaria e se è indebitato in una moneta estera, ovvero in una moneta emessa e controllata da altri governi e istituzioni, come è l'euro per l'Italia – e come è per esempio il dollaro per i Paesi del sud America –.

Per esempio: nel 2017 il Giappone ha registrato un debito pubblico mostruoso pari a circa 11,5 mila miliardi di dollari, circa il 240% rispetto al PIL. Ma il Giappone è indebitato in yen, cioè con una moneta che può stampare a volontà. Non potrà mai fare bancarotta sulla sua moneta. Inoltre il Giappone è indebitato per il 90% circa con sé stesso, con le sue banche e i suoi abitanti, e non con gli operatori esteri, che sono anche gli operatori più propensi alla speculazione del “mordi e fuggi”. E ha una posizione finanziaria netta positiva, cioè ha più crediti verso l'estero che debiti. Nessuno allora pensa che il Giappone possa fallire, nonostante il debito pubblico stratosferico.

Il maggiore debito pubblico a livello mondiale è detenuto in assoluto dagli Stati Uniti d'America: lo stato federale ha un debito enorme, pari a 20 mila miliardi di dollari. Ma gli USA non hanno problemi: nonostante il loro enorme debito e la bilancia commerciale in deficit, non falliranno mai, perché sono indebitati nella loro moneta sovrana, il dollaro, che la FED, la banca centrale americana, può stampare a piacere. Inoltre il biglietto verde è la valuta internazionale che tutti usano per regolare le transazioni tra Paesi (questo tra l'altro garantisce alla moneta nord-americana il cosiddetto “privilegio esorbitante”, cioè di pagare i debiti esteri in una moneta di sua proprietà).

Chi ha sovranità monetaria può sempre ripagare il debito emesso nella sua moneta: basta che la Banca Centrale crei nuova moneta e copra il debito! Tuttavia è chiaro che il debito pubblico può diventare un problema irresolubile anche per gli stati che hanno sovranità monetaria: uno stato può infatti fare bancarotta perché stampa troppa moneta e causa inflazione all'interno e svalutazione all'esterno. Si produce allora caos monetario e ipersvalutazione (come nel caso dello Zimbabwe, ma anche dell'Argentina per esempio).

Tuttavia, uno stato sovrano che conduce una politica economica e monetaria sufficientemente accorta difficilmente va in fallimento; mentre uno stato che non controlla la moneta può molto facilmente andare a rotoli. Non a caso stati anche relativamente “piccoli”, come Israele, Islanda, Sud Corea, Svizzera, Svezia, Norvegia, si guardano bene dal cedere la loro sovranità monetaria. L'Italia invece l'ha ceduta entrando nell'euro.

La situazione italiana è tanto più grave dal momento che non solo non abbiamo sovranità monetaria ma che, come noto, a causa del trattato di Maastricht, alla BCE è fatto obbligo di non sottoscrivere i debiti di stato. Caso unico al mondo, i paesi dell'eurozona anche di fronte a improvvise crisi finanziarie, sono quindi lasciati senza protezione in balia dei mercati finanziari. Inoltre ormai tutte le nostre banche più importanti, come Unicredit e UBI Banca, sono in prevalenza – a parte l'importante eccezione di Intesa Sanpaolo – in mano a investitori e azionisti esteri.

A differenza che in Francia e in Germania, dove sono numerosi e importanti gli enti di credito pubblici, l'Italia non ha mantenuto istituti creditizi pubblici che possano contribuire alla politica economica nazionale. Lo stato italiano è azionista di maggioranza di MPS solo perché è intervenuto (di malavoglia) per salvarla dal fallimento in vista della sua privatizzazione. Dovrebbe invece fare leva su MPS e su altre istituzioni pubbliche e parapubbliche – come Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane – per una politica di sviluppo e di riassorbimento del debito. E dovrebbe incentivare anche fiscalmente gli enti e le società nazionali – come le assicurazioni – ad acquistare il debito pubblico.

È irrazionale e poco efficiente indebitarsi sui mercati finanziari

Come si indebita lo stato? Lo stato vende l'85% del suo debito con il meccanismo delle aste. Le maggiori banche d'affari nazionali e internazionali svolgono il ruolo di Primary Dealers, ovvero sono i primi sottoscrittori nelle aste[4]. Queste banche sono abilitate dal Tesoro a svolgere la funzione di market maker per la quale sono previsti obblighi di sottoscrizione (almeno il 3% dell'importo) e di negoziazione di volumi sul mercato “secondario” (vendita al dettaglio).

I titoli collocati sul mercato secondario sono negoziati e scambiati ai prezzi fissati dalla domanda e dall'offerta. Se la sfiducia nei confronti del Paese che ha emesso i titoli sale, il prezzo dei titoli diminuisce – e, a parità di tasso di interesse del titolo, sale il rendimento –. Il contrario accade – e quindi sale il prezzo e si abbassa il rendimento – se c'è fiducia che lo stato debitore ripaghi i suoi debiti a scadenza.

Il prezzo del mercato secondario costituisce l’indicatore principale della percezione del rischio diffuso tra gli operatori: quindi condiziona direttamente le caratteristiche della domanda al momento delle aste. I Primary Dealers fanno insomma offerte sui titoli di stato in base ai rendimenti dei titoli sui mercati secondari. Così vince la speculazione, che, nel caso degli stati indebitati, opera prevalentemente al ribasso. Quello della Bce con il Quantitative Easing è invece un ruolo rialzista perché le sue operazioni di acquisto sul mercato secondario vengono realizzate con l’obiettivo di sostenere il valore delle obbligazioni di stato contribuendo così alla riduzione dei rendimenti.

Il valore dei titoli oscilla molto sul mercato, e il rischio associato allo stato italiano è certificato dalle discusse agenzie americane di rating. Lo spread misura il differenziale tra il rendimento dei titoli tedeschi a dieci anni e quelli italiani; è assai variabile: era per esempio di 0,26% nel 2006 durante il governo Prodi e 5,74% durante il governo Berlusconi nel 2011 (che poi infatti cadde in seguito alla speculazione internazionale e alla pressione dei governi di Berlino e Parigi e della UE).

Nel novembre 2011, all'apice della crisi dell'euro, la Grecia vendeva i suoi titoli a 10 anni a un tasso del 32,81% (con uno spread di 31%), il Portogallo viaggiava all’11,83%, l’Irlanda all’8,33%, l'Italia al 7% e oltre, e la Spagna al 5,70%. Il problema è che più aumenta il rischio legato allo stato emittente dei titoli, più il mercato finanziario specula al ribasso, provocando quindi una profezia che si auto-avvera. Nel mercato finanziario se si diffonde la convinzione (magari sbagliata) della crisi di uno stato o di una azienda, gli investitori perdono fiducia e mettono in atto una serie di reazioni che ne causano effettivamente il crollo. Così funziona il mercato, irrazionale e speculativo.

I derivati: la mina vagante del debito pubblico italiano

La vicenda gravissima dei derivati, per la quale la procura della Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d'affari Morgan Stanley e alcuni ex ed attuali dirigenti del Tesoro per danni alle finanze pubbliche che assommano a circa 4 miliardi, dimostra in maniera lampante come la speculazione possa danneggiare l'economia italiana. I contratti derivati sottoscritti dallo stato italiano per proteggersi dalle oscillazioni dei tassi di interesse valgono per circa 126 miliardi e però ai valori attuali di mercato comportano, secondo i dati forniti dal Tesoro, una perdita di 31 miliardi. Una cifra enorme, pari a quella di una manovra finanziaria, che rischia però di ampliarsi ancora.

Secondo la procura della Corte dei Conti lo stato avrebbe irresponsabilmente firmato con Morgan Stanley un contratto derivato sull'oscillazione dei tassi di interesse sottoscrivendo clausole vessatorie e completamente squilibrate, ovvero a favore solo della banca d'affari; e poi, nel mezzo della crisi finanziaria del 2011-2, il Tesoro, su richiesta della banca americana, avrebbe pagato immediatamente e senza opporre alcuna resistenza giuridica (come invece avrebbe dovuto) circa 3 miliardi, agendo sotto una sorta di implicito ricatto: quello che la banca americana, nel bel mezzo della crisi italiana, non avrebbe più sottoscritto quote importanti di debito pubblico, innescando la probabile precipitazione della crisi stessa.

Il giudizio di merito spetta alla magistratura: tuttavia la vicenda dimostra che lo stato è la parte di gran lunga più debole nelle transazioni finanziarie con i grandi investitori internazionali. Giustamente CGIL e Federconsumatori si sono costituiti parte civile nel processo in corso.

Le proposte di Padoan, Visco e Cottarelli: l'avanzo primario dovrebbe passare dal 2 al 4%.

Come uscire dalla crisi? Le grandi banche d'affari e gli investitori finanziari, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale propongono e impongono manovre basate su nuovi tagli alla spesa pubblica (spending review) e al costo del lavoro, sulla privatizzazione dei servizi pubblici e in pratica sulla svendita delle risorse nazionali.

Ma l’“austerità espansiva” tende a ridurre il PIL e a segare l'albero su cui si è seduti. Infatti in situazione di crisi e di forte sottoutilizzo delle risorse produttive il moltiplicatore è superiore a uno. Questo vuole dire che se diminuisci la spesa di un euro, o se aumenti le tasse di un euro, il PIL si riduce più di un euro. Quindi il rapporto debito/PIL aumenta, come hanno dimostrato le manovre controproducenti effettuate dal governo Monti e dai governi successivi. Quando arrivò a Palazzo Chigi nel novembre 2011 per salvare il Paese da un destino greco, Mario Monti trovò una ratio debito/PIL al 119%, mentre quando se ne andò, dopo una dose da cavallo di austerità, quella stessa ratio era al 126,5% semplicemente perché il PIL era diminuito.

Dunque, l'austerità non funziona. Questa ricetta provoca la rovina della economia e della società italiana, la fine della coesione sociale e la subordinazione dell'economia italiana al capitale estero e agli stati forti (Germania e Francia, e ovviamente USA ed UK). Così ci avviamo tristemente verso il suicidio dell'economia e della società italiana.

Dobbiamo sentirci in colpa per avere acceso troppi debiti? Viviamo al di sopra delle nostre possibilità? È vero il contrario. Gli italiani hanno vissuto per oltre due decenni al di sotto delle loro possibilità per pagare con le loro tasse gli interessi sul debito agli investitori nazionali e internazionali. E i politici italiani da troppo tempo si sono subordinati agli interessi del grande capitale finanziario invece di fare gli interessi dei cittadini e degli elettori. Per questo motivo tutti i partiti al governo hanno finora perso le elezioni.

Dal 1992 in poi, con una sola eccezione (nel 2009), l'avanzo primario italiano – che segnala il fatto gravissimo che i contribuenti pagano più tasse di quanto lo stato spende per i servizi ai cittadini – vale circa l'1-2% del PIL (dai 20 ai 30 miliardi circa). Questi avanzi non sono stati e non sono tuttora sufficienti a coprire gli oneri del debito (circa 60-80 miliardi all'anno). Anche dopo avere riscosso più tasse di quanto spende, lo stato italiano (senza più sovranità monetaria) è quindi costretto a rivolgersi alle banche d'affari e ai mercati per pagare gli interessi sui debiti che deve alle banche d'affari e agli operatori di mercato!

Per raggiungere il pareggio di bilancio, l'ineffabile Pier Carlo Padoan, ex ministro delle Finanze, intende fare crescere l'avanzo primario dall'1,7% del PIL del 2017 al 3,7% circa del 2020. Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia è ancora più drastico: secondo Visco “con un tasso di crescita annuo intorno all’1%, l’inflazione al 2% (coerente con l’obiettivo della Bce) e con l’onere medio del debito in graduale risalita verso i valori osservati prima della crisi, sarebbe necessario mantenere l’avanzo primario intorno al 4% del Pil per ridurre il debito pubblico italiano al disotto del 100% entro dieci anni”.

In questo modo i contribuenti dovrebbero essere spremuti e pagare ogni anno ai creditori dello stato circa 60-70 miliardi per servire il debito pubblico. Si tratta di un gigantesco e insopportabile salasso che va a scapito della sanità, delle pensioni, dell'istruzione e della ricerca, e che è completamente a favore della grande finanza.

Anche secondo Carlo Cottarelli, economista, già commissario alla Spending Review, e prima ancora capo del dipartimento Politiche di bilancio al Fondo monetario internazionale, attualmente direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica, per ridurre il rapporto debito/PIL l'avanzo primario deve raddoppiare nei prossimi tre anni e passare dal 2 al 4%[5].

Secondo Cottarelli, che si è anche proposto come capo “tecnico” (cioè non eletto dai cittadini) di un futuro governo, basterebbe sostanzialmente congelare le spese e le tasse in termini reali e fare affidamento sulla (peraltro debole e incerta) crescita nominale del PIL per riuscire a diminuire il rapporto debito/PIL.

L'ex economista del FMI, è ottimista: per lui il debito pubblico è sostenibile, a patto che non accadono “shock esterni” e che ... i cittadini stringano ancora la cinghia! I dati esposti dall'ex economista del FMI sono questi: la maturity del debito è di 82,81 mesi (quasi sette anni). Il tasso d’interesse medio ponderato dello stock dei titoli in circolazione si attesta al 2,77%: quindi è superiore alla crescita del PIL nominale. Tuttavia attualmente il tasso medio all’emissione è ai minimi storici: 0,68% è il tasso medio nel 2017.

Secondo Cottarelli, per tutti questi motivi, al netto di avvenimenti straordinari esogeni (nuove crisi finanziarie o politiche), il debito per i prossimi due/tre anni dovrebbe essere relativamente sostenibile e resiliente. L’unico evento realmente critico per la sostenibilità del debito pubblico italiano sarebbe una eventuale e prossima recessione globale che coinvolga anche l’Italia.

Cottarelli appare però troppo ottimista: ammesso e non concesso che non ci saranno shock economici esterni, la sua soluzione sarebbe molto fragile e non rappresenterebbe la svolta necessaria per l'economia italiana. I creditori sarebbero gli unici beneficiari del mostruoso avanzo primario che Cottarelli auspica. Ma il 4% di avanzo primario non è stato richiesto dalla famigerata Troika neppure alla Grecia per saldare il suo debito. La Troika si è “accontentata” del 2,5% circa.

Un'altra soluzione sarebbe invece assai più efficace e non dolorosa: uno stato che controllasse una banca pubblica potrebbe farsi finanziare il deficit dalla sua banca pagando un interesse vicino a quello che la BCE offre da anni – cioè un tasso di interesse vicino allo zero –. In questo modo il debito pubblico comincerebbe da subito a diminuire[6].

Le proposte alternative per ridurre il rapporto debito/PIL: alcune efficaci, altre velleitarie

Circolano diversi progetti alternativi a quelli ufficiali basati sull'austerità e sulla crescita dell'avanzo primario; però solo alcuni di questi sono effettivamente efficaci.

In via preliminare occorre sottolineare che le soluzioni effettivamente praticabili per ridurre il debito e fare ripartire l'economia dovrebbero godere delle seguenti caratteristiche fondamentali:

- rispettano le regole attuali dell'eurozona e le regole di mercato e quindi non producono nuove rotture drammatiche e ulteriori crisi finanziarie, istituzionali e economiche che potrebbero essere definitivamente rovinose per l'economia italiana. Non avanzo per esempio proposte di ripudiare o “ristrutturare” il debito, o di non rispettare lo stupido e iniquo trattato di Mastricht. Mi propongo invece di osservare in pieno le norme europee e le regole di mercato, non perché le ritenga giuste ed efficienti, tutt'altro! ma per evitare ulteriori problemi, nuove crisi e probabili ritorsioni.

- non provocano rotture e proteste sociali, anzi tutelano la coesione sociale, il risparmio e le attività produttive. Non propongo le solite ricette finora applicate, come ridurre le pensioni, le spese per la sanità, l'istruzione e la ricerca, o aumentare le tasse. Se, come suggerisce l'OECD, per pagare i creditori si aumentassero le imposte sulle ricchezze dei super-ricchi (il 10% della popolazione italiana che controlla il 43% della ricchezza totale) si verificherebbe quasi certamente una precipitosa fuga dei capitali. E se si imponessero imposte straordinarie ai cittadini italiani per diminuire il debito pubblico, si scatenerebbe una forte protesta sociale. Le proposte che qui si avanzano tendono a essere socialmente eque e vogliono evitare di aggravare i problemi sociali.

- non pretendono di risolvere subito problemi strutturali e cronici, che devono essere assolutamente affrontati, ma che per loro natura richiedono tempi medi e lunghi di risoluzione. Non proporrò quindi di sistemare subito i problemi del mercato del lavoro e della produttività; dell'evasione e dell'elusione fiscale; della corruzione dilagante e della sottrazione di risorse da parte dell'economia criminale, ecc, ecc. Le riforme per l'equità e lo sviluppo sostenibile sono indispensabili ma sono complesse e hanno scadenze lunghe. La ripartenza dell'economia deve invece essere rapida.

- sono tecnicamente praticabili in tempi brevi o medi. Occorre fare presto per risolvere la crisi italiana: la crisi dell'eurozona potrebbe essere incombente e l'Italia è l'anello più debole della catena. A livello globale quasi tutti gli analisti prevedono possibili imminenti crisi finanziarie. Il ciclo positivo dell'economia finanziaria mondiale si sta chiudendo sotto il peso di un enorme e crescente debito globale e nuove tempeste internazionali potrebbero colpire in particolare i paesi più esposti, come l'Italia. Le proposte qui esposte costituiscono una sorta di carburante per rimettere in moto un motore che si è spento. Solo un motore con la benzina può ripartire ed essere poi aggiustato o modificato. Se invece l'economia è schiacciata dal peso del debito pubblico, non può né ripartire né essere riformata.

- possono essere decise e attuate autonomamente dai governi e dai parlamenti nazionali. Questo è il punto cruciale, decisivo. Il fallimento di ogni iniziativa è assai probabile se non si esercita una autonoma sovranità decisionale e se i centri di potere deliberativo sono all'estero. È ovvio che le soluzioni che richiedono l'assenso dei centri decisionali dell'eurozona per essere realizzate – e che quindi abbisognano del consenso della Commissione UE, del Consiglio Europeo, della Banca Centrale Europea, dell'Eurogruppo, e dei governi che dominano l'Europa, in primis quelli di Berlino e Parigi – hanno assai meno probabilità di essere attuate concretamente.

È per esempio praticamente e politicamente impossibile “riformare” la BCE (come chiedono alcuni economisti) in maniera tale che essa continui il QE per aiutare gli stati deboli. Ed è anche irrealistico proporre che la BCE cancelli o che congeli (per esempio per i prossimi 50 anni) i debiti pubblici già acquistati, come è stato ripetutamente proposto da molti economisti e politici “riformatori” dell'eurozona[7]. Occorre prendere atto definitivamente che i governi tedeschi e quelli del nord Europa (Francia compresa) non approveranno mai la monetizzazione dei debiti pubblici e una politica di cooperazione che possa comportare anche un minuscolo trasferimento di risorse a favore dei Paesi del Mediterraneo.

Minenna e l'assicurazione sul debito pubblico: ma l'ingegneria finanziaria non funziona per ridurre il debito

Per garantire il debito pubblico italiano e dei paesi dell'eurozona, Marcello Minenna propone che i paesi dell'eurozona paghino un premio assicurativo allo European Stability Mechanism (ESM), il cosiddetto “fondo Salvastati” [8]. Il debito pubblico italiano verrebbe gradualmente assicurato dall'ESM – che riceverebbe per questo un pagamento da parte italiana – fino alla copertura integrale dei debiti nel giro di una decina di anni[9].

In dieci anni, secondo i calcoli di Minenna, l'Italia pagherebbe circa 56 miliardi di euro al ESM sotto forma di premi assicurativi. Gli investimenti pubblici associati e alimentati dall'ESM aumenterebbero però il PIL dell'Italia di 150 miliardi di euro.[10]

La proposta di Minenna è stata fatta propria dalla nuova formazione di sinistra Liberi e Uguali. Inoltre è ben vista dalla CGIL e trova buona accoglienza presso il Movimento 5 Stelle. Secondo Minenna “i titoli emessi costituirebbero un primo embrione di eurobond, capace di archiviare definitivamente lo spread e di restituirci una curva dei rendimenti governativi unica nell’area euro”.

I problemi relativi a questa proposta sono però che:
1) esistono rischi non assicurabili dai mercati ma coperti (parzialmente) solo dallo stato – come i terremoti per esempio, o l'inquinamento radioattivo legato ai disastri nucleari – e lo stock del nostro debito appare tra quelli;
2) i valori di mercato dei premi assicurativi da pagare non sono mai stabili. Se c'è crisi, il premio per garantire il debito andrebbe alle stelle. Quale valore dovrebbe allora applicare l'ESM al debito pubblico italiano?
3) è davvero estremamente improbabile – per non dire impossibile – che il Fondo Salvastati a guida franco-tedesca voglia garantire il debito italiano; se Berlino e Parigi accettassero di garantire con i loro fondi il debito pubblico italiano chiederebbero un rendimento elevato e soprattutto la possibilità di gestire direttamente la politica di bilancio italiana. I due governi esteri invocherebbero sicuramente l'arrivo della cosiddetta Troika (UE, BCE, FMI) o qualcosa di molto simile.

Anche Carlo Bastasin, Marcello Messori, Gianni Toniolo ritengono che l'European Stability Mechanism possa e debba giocare un ruolo essenziale per risolvere la crisi italiana del debito[11]. In pratica propongono che l'ESM acquisti temporaneamente parte del patrimonio pubblico italiano in modo da alleggerire in modo sostanziale il debito e da soddisfare i vincoli del Fiscal Compact[12]. Il patrimonio acquisito temporaneamente dall'ESM verrebbe però, tramite apposita opzione contrattuale tra Italia e ESM, restituito a scadenza concordata, per esempio dopo circa 10 anni. Dopo che l'Italia ha risanato i conti pubblici, l'ESM rivenderebbe le quote acquistate allo stato italiano a prezzi convenuti dall'inizio.

Ma anche questo progetto appare nella pratica velleitario e irrealizzabile. E' politicamente assai difficile imporre all'ESM l'obbligo di acquistare quote di fondi patrimoniali dei paesi debitori e di restituirle poi a termine. E' difficile che Berlino e Parigi siano interessate a una simile proposta. Inoltre, sul fronte interno, la costituzione di un fondo patrimoniale nazionale sarebbe particolarmente complessa; e sarebbe politicamente difficile per uno stato cedere anche solo temporaneamente una parte sostanziale del proprio patrimonio pubblico a una istituzione europea: l'opinione pubblica potrebbe non accogliere benevolmente questo “esproprio”.

Richard Werner: lo stato deve indebitarsi con le banche e non con i mercati finanziari[13]

Secondo l'autorevole economista tedesco Richard Werner, la soluzione più efficace e immediata per diminuire il debito pubblico è quella che lo stato si faccia prestare i soldi direttamente dalle banche commerciali invece di indebitarsi – come fa attualmente – con i mercati finanziari emettendo titoli negoziabili.[14]

Secondo Werner, i governi per finanziare i deficit pubblici dovrebbero preferibilmente indebitarsi direttamente con le banche private – o possibilmente con una banca pubblica, aggiungo io – accendendo dei prestiti di lunga durata a bassi tassi di interesse. Infatti nella quasi totalità dei casi, i prestiti concessi dalle banche ai grandi enti economici hanno tassi di interesse più bassi di quelli applicati sul mercato finanziario. Inoltre (e soprattutto) i prestiti bancari non sono soggetti alle incertezze e alla dinamica altalenante e speculativa del mercato dei titoli di Stato, e non sono soggetti alle valutazioni spesso erronee e tendenziose delle agenzie di Rating: queste hanno spesso emesso giudizi di downgrade che hanno danneggiato gli stati e i settori pubblici e che hanno contribuito non poco alla crisi dei debiti sovrani.

Una soluzione del tipo di quella attualmente proposta da Werner venne adottata in Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale quando, anche su consiglio di John Maynard Keynes, il Tesoro britannico si fece prestare dalle banche dei fondi all'1,125% di interesse.

Anche le banche potrebbero guadagnare dei notevoli vantaggi prestando soldi allo stato. Innanzitutto questi prestiti non sono valutati con il metodo mark to market e quindi rappresentano una voce contabile stabile e non soggetta a variazioni negative nelle fasi di crisi[15]; inoltre, secondo le regole di Basilea i prestiti allo stato sono classificati come sicuri, non richiedono di essere coperti da un incremento di capitale della banca prestatrice, e possono anche essere utilizzati come collaterali presso la BCE. Così le banche avrebbero il miglior rapporto capitale/rischio e potrebbero anche offrire più credito all'economia reale.

Infine questa soluzione ha un merito che mi sembra di fondamentale importanza: essa permette di nazionalizzare il debito e di non esporlo alla speculazione di soggetti stranieri che, ovviamente, mirano al loro profitto e non all'interesse nazionale. E che sono più rapidi a fuggire nelle situazioni di crisi, cioè proprio nei momenti in cui c'è più bisogno di capitali.

In base alla proposta di Werner si potrebbe ipotizzare che in Italia una banca pubblica, per esempio MPS, o anche un consorzio di banche e istituzioni finanziarie pubbliche e private, concedano prestiti di lungo periodo allo stato. Il tasso di interesse sarebbe stabile e vicino a quello BCE, cioè vicino allo zero, e la banca pubblica opererebbe come calmiere nei confronti del mercato finanziario. MPS, ma anche in futuro probabilmente Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane, o magari anche Intesa Sanpaolo, potrebbero giocare un ruolo importante in questo senso.

Se la banca pubblica assumesse i debiti di stato, una quota parte degli interessi maturati sui crediti concessi allo stato ritornerebbe allo stato azionista sotto forma di dividendi sugli utili con grande vantaggio per le casse pubbliche. Il comma 2 dell'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea prevede già che gli enti creditizi di proprietà pubblica possano ricevere finanziamenti dalla BCE[16]. E niente impedisce che questi finanziamenti siano utilizzati per prestiti allo stato. Su un debito pubblico italiano attuale di circa 2.200 miliardi e scadenze annuali di circa 400 miliardi, questo significherebbe pagare interessi annui per circa 10 miliardi invece che per gli oltre 60 attuali.

Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni hanno avuto uno scambio di mail con la BCE a proposito della possibilità che banche pubbliche assumano i debiti di stato[17]. E, a loro richiesta, la BCE ha così risposto: “il divieto di scoperto bancario e di altre forme di facilitazione creditizia in favore dei governi non si applica agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”. Inoltre, in riferimento a banche pubbliche: “gli istituti di credito possono liberamente prestare i soldi ai governi o comprare i loro titoli di stato, nonché prestare soldi a qualsiasi cliente”. Il via libera da parte della BCE appare scontato.

Fratianni e Savona: separare il sistema dei pagamenti dal credito bancario

Un progetto per alcuni aspetti analogo a quello di Werner ma ancora più radicale – quindi più efficace ma non facile da realizzare in tempi brevi –, è prospettato dall'economista Michele Fratianni[18] in collaborazione con Paolo Savona[19].

I due firmatari propongono una profonda e ambiziosa riforma del sistema monetario e bancario. “La nostra proposta si cala nel solco di una letteratura economica che va indietro nel tempo e tiene conto dei progressi tecnologici registrati ai giorni nostri. Essa consiste nel dividere le banche che raccolgono moneta (money bank) da quelle che concedono credito (credit bank) al fine di annullare i rischi e oneri di gestione delle insolvenze che gravano sui depositi, e di concentrare l’attività delle banche nella valutazione del merito per concedere credito in modo da ridurre le sofferenze”.

In effetti il progetto di Fratianni e Savona si ricollega esplicitamente e dichiaratamente al cosiddetto Chicago Plan, elaborato in Nord America all'inizio della grande crisi da economisti come Henry Simons (1933) e da Irving Fisher (1935).[20]

Secondo il Chicago Plan, il denaro raccolto con i conti correnti a vista non dovrebbe essere usato per offrire credito, e quindi come leva per “creare dal nulla” nuova moneta da parte delle banche; andrebbe invece depositato presso la banca centrale e investito in moneta legale e in sicuri titoli di Stato. La riserva bancaria frazionaria andrebbe abolita, mentre i depositi a vista dei correntisti utilizzati per i pagamenti dovrebbero essere garantiti al 100%. Tutti i tipi di prestiti – che per loro natura presentano dei rischi –- dovrebbero invece essere offerti dalle banche commerciali che sarebbero obbligate a provvedere alla loro copertura con capitale proprio, obbligazioni o altri strumenti.

Prendendo spunto da questa proposta – che peraltro non venne accettata dal presidente americano del tempo, F.D. Roosevelt – i due economisti italiani suggeriscono la separazione tra la Money Bank pubblica e le banche commerciali (Credit Bank).

Secondo il progetto di Fratianni e Savona, i risparmiatori, in cerca della massima garanzia e tutela dei loro soldi, sposterebbero su basi volontarie i loro depositi – in particolare quelli garantiti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, cioè quelli fino ad un massimo di 100mila euro –[21] presso una nuova istituzione statale, la Banca-Moneta. Quest'ultima custodirebbe i depositi utilizzati per i normali pagamenti in maniera completamente sicura grazie alla loro copertura integrale dovuta ai titoli di stato e al loro inserimento nella catena telematica blockchain. Grazie a sistemi tecnologici avanzati come il blockchain, per i titolari sarà facile effettuare pagamenti con un click del telefonino o con il mouse del computer.[22]

Fratianni illustra così il meccanismo di funzionamento: “La banca-moneta finanzia con i depositi "garantibili" (lato passivo della banca) acquisti di titoli di stato (lato attivo della banca). La banca-moneta diventa un acquirente "fisso" di debito pubblico. Nel tempo lo stock di debito detenuto dalla banca-moneta cresce in virtù del fatto che la domanda di moneta è sensibile al reddito. Il debito pubblico diventa meno pesante per l'economia perché lo stock di debito detenuto dalla banca-moneta non è sensibile al tasso di interesse, in virtù della caratteristica di cliente "fisso". In sintesi; contabilmente, il debito non diminuisce ma la proposta ha come beneficio collaterale una importante riduzione della componente "interest-rate sensitive" del debito pubblico”.[23]

La Banca-Moneta guadagnerebbe il suo reddito dagli interessi sui titoli di stato di sua proprietà. Questo reddito, dopo i costi operativi e i rendimenti sul capitale, potrebbe essere trasferito ai depositanti. I rapidi progressi tecnologici nei meccanismi di pagamento – per esempio l'uso estensivo della blockchain – sono destinati a ridurre drasticamente i costi operativi di una banca monetaria rispetto a quelli di una banca tradizionale.

Le Credit Bank invece opererebbero sul mercato dei prestiti grazie a risorse che non possano generare corse agli sportelli, ovvero capitale azionario e obbligazioni di medio-lungo termine, sottoscritte ovviamente da chi intende remunerare il suo risparmio investendo sul business della banca.

Quale sarebbe in conclusione il risultato di questa operazione? Secondo le stime di Fratianni e Savona, qualora l’intera massa di depositi “garantibili” si spostasse sulla banca-moneta – processo questo molto probabile perché i risparmi sarebbero così perfettamente tutelati e i depositi meno costosi – la quota di debito pubblico negoziata sul mercato finanziario, e quindi soggetto alle incertezze e alle speculazioni caratteristiche di questo mercato, si ridurrebbe di circa 800 mdi, convergendo verso circa l’85% del PIL dall’attuale 133%.

Come è facile intuire, il progetto di Fratianni e Savona rivoluzionerebbe in maniera radicale sia il sistema monetario che quello bancario. Le banche non potrebbero più creare moneta dal nulla e di fatto l'emissione monetaria diventerebbe di competenza esclusiva della Banca Centrale. Il progetto appare quindi potenzialmente tanto efficace per garantire – e tendenzialmente anche ridurre (grazie alla diminuzione del peso degli interessi) – il debito pubblico quanto di difficile attuazione: nell'immediato troverebbe fortissime resistenze in molti ambiti, sia in campo politico che presso gli istituti bancari e monetari.

Tuttavia questa proposta diventerà probabilmente sempre più realistica considerando che le criptomonete avanzano rapidamente e che potrebbero diffondersi anche grazie al loro possibile utilizzo da parte dei giganti del web e dell'e-commerce, come Amazon e Apple.

Del resto le tecnologie blockchain sono già oggetto di sperimentazione da parte di praticamente tutte le maggiori banche centrali (BCE compresa) le quali, grazie a queste tecniche digitali, potrebbero in futuro gestire direttamente il sistema dei pagamenti senza bisogno dell'intermediazione del sistema bancario[24]. Si tratta di un processo che nel medio e lungo termine probabilmente rivoluzionerà tutto il sistema monetario e del credito. All'interno di questo processo la proposta radicale dei due economisti potrebbe trovare spazio di concreta attuazione.

Buoni Fiscali per aumentare il PIL e diminuire il debito pubblico

Il progetto relativo all'emissione di Buoni Fiscali convertibili in euro (la cosiddetta Moneta Fiscale) si distingue dai precedenti perché è mirato non a riformare il sistema bancario nazionale ma a rivitalizzare direttamente l'economia reale [25].

Esistono infatti due maniere di ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL: la prima è di ridurre il debito; la seconda è di far crescere il PIL. La prima maniera è dolorosa e complessa. La seconda maniera – ovvero la crescita del PIL – è certamente più felice perché comporta lo sviluppo dell'economia e la fuoriuscita dall'austerità.

Fare crescere il PIL in una situazione di deflazione è teoricamente molto semplice: occorre innanzitutto far circolare più liquidità nell'economia reale in modo che aumenti la domanda e che quindi ripartano i consumi e gli investimenti, pubblici e privati. La crisi italiana non deriva infatti dall'offerta: le capacità produttive ci sono ancora in Italia, e sono forti e vitali, come dimostra l'avanzo della bilancia commerciale con l'estero di circa 60 miliardi. La crisi ha colpito duro, ma le risorse umane e il capitale produttivo sono tuttora presenti, anche se largamente sottoutilizzate proprio a causa della carenza di domanda.

Il problema attuale dell'economia italiana si pone quindi in questi termini: come e dove trovare la moneta e la liquidità necessaria per incrementare la domanda? Se la BCE con il Quantitative Easing non è riuscita a fare circolare nuova moneta nell'economia reale, tocca al governo immettere nuova liquidità grazie alla quasi-moneta fiscale. L'emissione di buoni fiscali potrebbe finalmente ridare ossigeno all'economia e farci uscire dalla trappola della liquidità che soffoca l'economia italiana.

Che cosa sono i Buoni Fiscali che propongo? Che cos'è la moneta fiscale? Innanzitutto non è una moneta parallela alternativa alla moneta legale (l'euro) ma è uno strumento finanziario, un titolo di stato negoziabile e quindi subito convertibile in euro. La proposta è che il governo italiano emetta in maniera massiccia, ovvero per qualche decina di miliardi di euro in tre anni, Titoli di Sconto Fiscale (TSF) che diano diritto ai loro possessori di ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione a partire da tre anni dall'emissione.

I TSF verranno distribuiti gratuitamente a famiglie, enti pubblici e imprese e potranno però essere utilizzati solo dopo tre anni: gli assegnatari beneficeranno solo al quarto anno del taglio delle tasse e di altre obbligazioni nei confronti dello stato (tariffe, multe, ecc.) pari al valore nominale dei TSF. I TSF tuttavia, esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, potranno anche essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. Così incrementano subito la capacità di spesa dell’economia sin dal momento in cui essi vengono emessi. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato zero-coupon a tre anni.

Sul piano istituzionale la manovra, essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è formalmente sovrano.[26] In base alla proposta, il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo (gratuitamente) a cittadini e aziende, e utilizzerà i TSF soprattutto per gli investimenti pubblici e per i pagamenti della Pubblica Amministrazione verso i suoi fornitori [27]. Gli investimenti pubblici hanno infatti un effetto moltiplicativo assai elevato, ovvero producono reddito e ricchezza aggiuntiva in poco tempo.

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l'economia nazionale. Le emissioni di TSF potrebbero partire da un livello pari al 2-3% circa del PIL annuo – circa 30-40 miliardi di euro – e essere modulate e calibrate nel tempo in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4%, né scompensi nei saldi commerciali esteri.

L'incremento della domanda legata al maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, inizialmente intorno al 3-4%, fino al recupero completo dell’output gap prodotto dalla crisi. Nei primi tre anni grazie alla manovra espansiva il rapporto deficit/PIL migliorerà notevolmente e quasi certamente si verificherà un surplus di bilancio. Questo dovrebbe essere accolto favorevolmente dal mercato finanziario che vedrà allontanarsi lo spettro del default.

A partire dal quarto anno dalla prima emissione, il moltiplicatore del reddito compenserà l'importo dei TSF emessi. Come insegna l'esperienza storica – e come hanno verificato Olivier Blanchard e Daniel Leigh in un noto studio effettuato per conto del FMI – il valore del moltiplicatore nelle condizioni di forte crisi e di trappola della liquidità è molto superiore a uno: così ogni euro immesso in circolazione genererà un più che proporzionale aumento del PIL. Dopo tre anni dall'emissione dei TSF, la crescita del PIL indotta dal moltiplicatore darà luogo a nuovo gettito fiscale che compenserà il costo dei TSF senza incremento di deficit e di debito pubblico.

In conclusione: questo progetto è innovativo e radicale ma è l’unico fattibile in tempi brevi per risolvere la crisi sociale ed economica. Emettere moneta fiscale è una decisione che un governo potrebbe prendere autonomamente senza rompere con l'euro e con grande consenso sociale. Il progetto di Moneta Fiscale offre inoltre l'enorme vantaggio di potere essere attuato in Italia e negli altri paesi europei mantenendo la moneta unica europea di fronte alle altre valute internazionali, come il dollaro, yen, yuan, pound. In effetti l'emissione di Titoli di Sconto Fiscale nei singoli paesi dell'eurozona potrebbe diventare il rimedio principale per affrontare una possibile (e probabile) crisi della moneta unica.

Note
[1] Comunicazione riservata della BCE al governo italiano del 5 agosto 2011. Poi rivelata dal Corriere della Sera.

[2] Vedi Scenarieconomici.it “Studio Esclusivo: l’Italia ha pagato 3.447 miliardi di interessi dal 1980 (213% del PIL)”

[3] Rapporto sul debito redatto da Carlo Cottarelli, Ambrosetti Club “La fine del Quantitative Easing in Europa e impatti sull’Italia”, 2018

[4] La lista degli Specialists in Government Bonds approvata dal Ministero Italiano delle Finanze da gennaio 2016- Banca IMI (gruppo Intesasanpaolo); Barclays Bank; BNP Paribas; Citigroup Global Markets; Crédit Agricole Corp. Inv. Bank; Deutsche Bank; Goldman Sachs Int. Bank; HSBC France; ING Bank N.V.; JP Morgan Securities; Merrill Lynch; Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese; Morgan Stanley & Co.; Nomura Int; Royal Bank of Scotland; Société Générale Inv. Banking; UBS; UniCredit.

[5] Ambrosetti Club, Rapporto sul debito redatto da Carlo Cottarelli “La fine del Quantitative Easing in Europa e impatti sull’Italia”, 2018

[6] Questa proposta è stata fatta da alcuni autori, come tra gli altri Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni “Il debito pubblico è un problema di interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere”, febbraio 2014; e Paolo Ferrero nel suo libro “La truffa del debito pubblico” DeriveApprodi, 2014

[7] Vedi per esempio Marcello Minenna “Sfida ai tedeschi: tre proposte per scongiurare il rischio debito pubblico e andare verso gli Stati Uniti d’Europa” Business Insider, 16-4-2018

[8] Marcello Minenna is responsabile della Quantitative Analysis Unit in Consob (the Italian Securities and Exchange Commission). Ha insegnato Quantitative Finance alla Bocconi e alla London Graduate School of Mathematical Finance. Contribuisce con i suoi articoli al Wall Street Journal, al Corriere della Sera e è un membro dell'advisory group sull'economia del maggiore sindacato italiano, la CGIL.

[9] Minenna propone in pratica una forma di copertura assicurativa che è per sua stessa ammissione simile a quella già disponibile con un derivato che esiste da tempo, il Credit Default Swap, CDS.

[10] Financial Times, 21 novembre 2017 “Getting to Eurobonds by reforming the ESM” di Marcello Minenna.

[11] Carlo Bastasin – Senior Fellow SEP-LUISS, Brookings Institution Pierpaolo Benigno – Professore di Economia LUISS, Senior Fellow SEP-LUISS; Marcello Messori – Professore di Economia LUISS, Direttore SEP-LUISS; Gianni Toniolo – Senior Fellow SEP-LUISS, CEPR, Duke University (Emeritus)

[12] Carlo Bastasin, Marcello Messori, Gianni Toniolo, LUISS “Il Debito Pubblico Italiano: Una Proposta” Gennaio 2018

[13] Richard Andreas Werner è un economista tedesco professore di economia monetaria e dello sviluppo presso University of Southampton.

[14] Richard Werner, Journal of International Money and Finance, Volume 49, Part B, December 2014, “Enhanced Debt Management: Solving the eurozone crisis by linking debt management with fiscal and monetary policy”

[15] Cioè al loro valore corrente sul mercato finanziario: questo metodo di valutazione è deleterio perché annulla il valore dei titoli nei momenti di crisi.

[16] Articolo 123 (ex articolo 101 del TCE) 1. Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali. 2. Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati.

[17] Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni “Il debito pubblico è un problema di interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere”, febbraio 2014

[18] Michele Fratianni, ,Money Finance Research Group, Working paper no. 138, “It is time to separate money banks from credit banks in Italy”, M. Fratianni professore di Economia Politica presso il Department of Economics and Social Sciences of the Università Politecnica delle Marche. E professore emerito presso la Kelley School of Business, Indiana University,

[19] Michele Fratianni e Paolo Savona, Milano Finanza 11.febbraio 2017 e Scenari Economici.it “Una proposta per tagliare il debito pubblico e riformare le banche”. Paolo Savona è professore emerito di Politica economica e vice-Presidente Esecutivo dell´Aspen Institute Italia, È stato ministro dell´Industria, Commercio e Artigianato nel Governo Ciampi, presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e direttore di Confindustria.

[20] Vedi per esempio la voce “Chicago Plan” su Wikipedia. Questa progetto è stato poi ripreso con lo studio “The Chicago Plan Revisited”, un report dell'International Monetary Fund (IMF) report scritto nel 2012 da Jaromir Benes and Michael Kumhof.

[21] In effetti il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi – al quale devono aderire tutte le banche italiane aventi come forma societaria la società per azioni - .non può garantire completamente tutti i depositi dal momento che le banche consorziate sono tenute a versare solo una quota minima di copertura. L'impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei fondi rimborsabili di tutte le consorziate. Al 31 dicembre 2016, i mezzi finanziari disponibili, e cioè la dotazione del FITD per rimborsare i correntisti, era di 543milioni di euro (lo 0,09% delle masse rimborsabili). Il FITD è quindi per sua natura impotente di fronte a una crisi sistemica.

[22] Una blockchain è come un registro digitale aperto e distribuito che può registrare le transazioni tra due parti in modo efficiente, verificabile e permanente. Il database sfrutta una rete peer-to-peer che si collega ad un protocollo per la convalida dei nuovi blocks. Una volta registrati, i dati in un blocco non possono essere retroattivamente alterati senza che vengano modificati tutti i blocchi successivi ad esso, il che necessiterebbe il consenso della maggioranza della rete. L’applicazione del blockchain al bitcoin ha reso quest'ultima la prima valuta digitale funzionante senza l’utilizzo di un server centrale o di un’autorità centralizzata.

[23] Comunicazione scritta da parte di M. Fratianni all'autore di questo articolo

[24] La BCE sta sperimentando la tecnologia Blockchain anche in collaborazione con Bank of Japan. La documentazione relativa a Blockchain è numerosa presso il sito BCE. Vedi per esempio “Digital Base Money: an assessment from the ECB’s perspective” Speech by Yves Mersch, Member of the Executive Board of the ECB,Helsinki, 16 January 2017

[25] Vedi l'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

[26] I TSF non generano debito né al momento dell'emissione né in quello dell'utilizzo, ovvero dopo tre anni dall'emissione. Infatti nel momento della creazione di TSF lo stato non sborsa soldi, e quindi non registra alcun deficit fiscale; inoltre i TSF non possono essere contabilizzati come deficit pubblico perché il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti sulle tasse. E lo sconto non è mai debito. Inoltre dopo tre anni dall'emissione dei TSF, il PIL e i ricavi fiscali, per effetto del moltiplicatore keynesiano, permetteranno di ripagare il buco fiscale che altrimenti, a parità di condizioni, si sarebbe creato.

[27] Ai cittadini i TSF saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale.

Una quota significativa dei TSF sarà utilizzata a sostegno di investimenti pubblici: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio). Inoltre i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare e per il Reddito Minimo.

Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. L’attribuzione di TSF alle aziende ridurrà i costi di lavoro, ne migliorerà immediatamente la loro competitività, ed è mirato soprattutto ad evitare che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri. Quindi la manovra non genererà scompensi sulla bilancia dei pagamenti.

(19 maggio 2018)