Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/08/2022
Il PD candida Carlo Cottarelli e Susanna Camusso: granitica coerenza
1) Carlo Cottarelli, bocconiano di ferro, Chicago boy ed ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del FMI (Fondo Monetario Internazionale) agenzia di dominio finanziario che esercita la sua ferocia sui paesi debitori, ne sanno qualcosa in America Latina ed in Grecia;
2) Susanna Camusso ex segretaria generale Cgil, come da tradizione consolidata sale sul carro dove finiscono tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD, ovvero, quelli che, in questi ultimi tre decenni, hanno votato tutte le leggi peggiori contro i lavoratori (jobs act compreso) e che hanno concorso in modo organico al massacro del welfare e del sistema previdenziale pubblico.
Confindustria e colossi finanziari internazionali ringraziano commossi.
Fonte
07/06/2022
Non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari
Esistono interviste educative, che andrebbero lette anche se dicono il falso. Anzi, proprio perché dicono il falso. È il caso di una recente, breve intervista a Carlo Cottarelli. Educativa, perché dipana in maniera lampante il portato di parte della teoria economica dominante che, lungi dall’essere asettica e neutrale, svolge il compito di ancella degli interessi dominanti, fornendo loro una parvenza di scientificità.
Dice il noto economista, “Non vi è altro modo per alzare i salari, in Italia, se non far crescere la produttività”, perché il problema dell’Italia è che non cresce la produttività, “non che sono cresciuti i profitti. Che si, sono cresciuti un po’, ma non tanto”.
Dove non arriva la scienza, dovrebbe arrivare la storia. Ma nel caso di Cottarelli, pare una speranza vana. Può essere utile ripassare alcuni concetti, per comprendere come sia tendenziosa l’asserzione di Cottarelli, persino all’interno dell’approccio economico dominante.
Consideriamo, per iniziare, il valore aggiunto, vale a dire ciò che avanza da una produzione dopo averle sottratto il costo dei beni intermedi. Esso sarà diviso tra salari e profitti. La produttività del lavoro, quindi, viene definita come il rapporto tra il valore aggiunto e la quantità di lavoratori (o ore lavoro) necessarie a produrlo.
Supponiamo che un’impresa compri delle materie prime per 35€ e realizzi un prodotto che vende a 50€. Il valore aggiunto (VA) sarà pari a 15€, e supponiamo si divida tra 10€ di profitti (P) e 5€ di salari (W). Supponiamo anche che nel processo produttivo siano impiegati 3 lavoratori (L). In questo contesto, la produttività del lavoro sarà pari a VA/L=15€/3=5€, il che vuol dire che ogni lavoratore concorre a produrre 5€ di valore “nuovo”. Il salario per lavoratore, chiamato anche saggio del salario, sarà uguale a W/L=5€/3=1,67€.
Possiamo quindi porci una domanda: è necessario aumentare la produttività per aumentare i salari? La risposta è presto data: no.
Ritorniamo un attimo al valore aggiunto pari a 15€ e supponiamo che esso si divida ora tra 9€ di profitti e 6€ di salari. I profitti, dunque, saranno diminuiti (passando da 10€ a 9€); la produttività del lavoro rimarrà invariata, ma aumenteranno il monte salari (6€ invece che 5€) e il salario per lavoratore (2€, invece che 1,67€). Come si può notare, i salari sono aumentati indipendentemente dal fatto che sia aumentata la produttività.
Ma allora perché si dice che è necessario che aumenti la produttività affinché aumentino i salari? Una motivazione è che all’aumento dei salari, a produttività data, corrisponderebbe una riduzione dei profitti (che nel nostro esempio, ripetiamolo, passano da 10€ a 9€). A questo punto i capitalisti potrebbero rispondere aumentando i prezzi e lasciando dunque invariato il salario reale, che è il rapporto tra salario monetario e livello dei prezzi e potrebbe innescarsi una ‘famigerata’ spirale inflazionistica.
Come abbiamo già avuto modo di argomentare, tuttavia, che l’aumento dei prezzi avvenga e sia di entità tale da compensare completamente l’aumento dei salari monetari, lasciando dunque invariati i salari reali, è tutto da vedere. Ad esempio, un disincentivo all’aumento dei prezzi potrebbe derivare dal fatto che i capitalisti nazionali, così facendo, potrebbero perdere quote di mercato nei confronti dei concorrenti esteri che mantengano inalterato il prezzo delle loro merci.
Vi è, inoltre, un’altra evidenza, sconcertante per la teoria dominante, che sta animando ricerche e dibattiti e di cui Cottarelli non fa – ipocritamente – menzione. I dati ci dicono, ormai senza possibilità di smentita, che dalla fine degli anni ’70 in poi, la produttività del lavoro nei paesi capitalistici è cresciuta costantemente ad un ritmo più alto dei salari. Vuol dire ciò che i lavoratori si sono appropriati di una quota sempre minore di ciò che concorrono a produrre, nonostante la produttività del lavoro crescesse. Questo dimostra che, per far crescere i salari, la crescita della produttività non solo non è necessaria, ma neanche sufficiente.
Chi lo sostiene lo fa perché non ha interesse che avvenga un cambiamento nella distribuzione del reddito a favore dei salari e si nasconde quindi dietro la presenza di un vincolo di carattere tecnico che impedisce la crescita delle retribuzioni. Lo scenario prodotto da queste posizioni lo conosciamo: in Italia, come abbiamo spesso sottolineato, la quota salari è crollata e tra i paesi OCSE è l’unica che ha visto i salari reali ridursi nell’ultimo trentennio.
La causa di ciò è il progressivo indebolimento della classe lavoratrice, che ha visto il suo potere contrattuale erodersi sempre di più per varie cause. Tra di esse, spicca senza dubbio il precariato, alimentato dalle ormai note e famigerate riforme del mercato del lavoro. È di questi giorni la notizia, certificata dall’ISTAT, che in Italia è stato raggiunto un nuovo record: sono ben 3 milioni e 166 mila i lavoratori e le lavoratrici con contratto a termine. Il valore più alto dall’inizio della serie storica (1977).
Del resto, come dimostrato da molte analisi (alcune delle quali anche da parte del pensiero mainstream) la produttività è danneggiata proprio dalla precarietà del lavoro e addirittura dalla compressione salariale, invertendo in modo completo il ragionamento propostoci da Cottarelli.
Pare allora davvero risibile il tentativo di correlare l’andamento dei salari dei lavoratori con il sentiero della produttività del lavoro. Si tratta soltanto di una maschera ideologica per nascondere il processo storico di redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale che ha drammaticamente segnato gli ultimi quaranta anni di storia.
19/11/2021
Il prezzo della crisi: cosa fare contro il carovita?
C’è una domanda che continuiamo a porci, incessantemente, da qualche mese: la crisi è davvero alle spalle? Certo, nel 2021 le cose stanno andando un po’ meglio, poiché l’epidemia, grazie soprattutto alla campagna vaccinale, si attesta su numeri molto più bassi rispetto a quelli dello scorso anno. Di conseguenza, il mancato ricorso a misure draconiane per contenere i contagi, quali i famigerati lockdown, ha fatto sì che l’economia abbia tirato qualche boccata d’ossigeno. Tuttavia, a ben guardare gli ultimi dati sulla disoccupazione, la povertà, la disuguaglianza e lo sfruttamento, dovremmo dare, oltre ogni ragionevole dubbio, una risposta negativa alla domanda di apertura: la crisi è tutt’altro che finita, e le politiche messe in campo da Governi e Unione Europea si sono rivelate largamente insufficienti a fronteggiare un anno e mezzo di emergenza sanitaria, economica e sociale.
Nonostante ciò, dalle pagine de La Stampa ha recentemente fatto capolino un contributo di Carlo Cottarelli, personaggio che è spesso apparso sulle pagine di questo blog, purtroppo non per prendersi i nostri applausi. C’è un aspetto dell’attuale situazione economica che preoccupa il nostro: un aumento troppo sostenuto dei prezzi. Il tema non può che essere caro, e altrettanto preoccupante, anche per il nostro universo di riferimento. Sono molte le categorie che hanno ben ragione di preoccuparsi del carovita: lavoratori (precari e non) con salari da fame, pensionati che percepiscono mensilità indecorose, disoccupati che non sanno come sbarcare il lunario perché non hanno un reddito, e più in generale tutti coloro che si trovano in una condizione economica non agiata, sono tutti soggetti che vedono nell’aumento dei prezzi una dolorosa perdita di potere d’acquisto – e quindi di consumo e di benessere. Se, ad esempio, il nostro salario da un mese a quello successivo resta fermo a 1000 euro, ma allo stesso tempo i prezzi crescono del 10%, gioco forza con quei mille euro potremmo comprare meno beni e servizi, andare una volta in meno dal barbiere, fare una lavatrice in meno, e via di seguito. Per farla semplice, i 1000 euro del nuovo mese varrebbero circa quanto 900 euro del mese precedente. Se, invece, all’aumentare dei prezzi crescesse proporzionalmente anche il nostro salario – passando, seguendo l’esempio di cui sopra, a 1100 euro – non avvertiremmo nessuna perdita nel nostro potere d’acquisto, e potremmo acquistare la stessa quantità di beni e servizi che potevamo comprare il mese precedente con 1000 euro. Peccato che la dinamica dei salari e quella dei prezzi non siano ‘legate’ da nessuna regola d’oro, ragion per cui un aumento dei prezzi (la famigerata inflazione) finisce per creare inquietudine in molti di noi.

Indice dei prezzi al consumo in Italia (dati mensili, 2015 = 100). Fonte: OCSE.
In effetti, negli ultimi mesi abbiamo registrato una discreta crescita dei prezzi. Ad ottobre, i prezzi sono cresciuti, in media, del 3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tale crescita, tuttavia, non fa seguito ad una caduta dei prezzi registrata nei mesi più duri della pandemia: come si può notare dal grafico, tra il 2018 e il 2020 i prezzi sono stati tendenzialmente stabili, per poi iniziare a salire a inizio del 2021.
L’inflazione è stata in larga parte trainata dall’aumento dei prezzi dei beni energetici: se non considerassimo tali articoli, la crescita dei prezzi dell’ultimo anno non si attesterebbe al 3%, bensì ad un più modesto 0,8% (quella che viene chiamata inflazione core). Tuttavia, per quanto si possa pensare che il costo dell’energia non sia così importante nella vita di tutti noi in quanto compriamo solo quella necessaria ad uso domestico, o la benzina per l’auto, si tratta di una componente assai importante nel nostro bilancio in quanto, a cascata, gli aumenti dei prezzi dei beni energetici si trasferiscono sui nostri acquisti di ogni giorno: se, ad esempio, le imprese che producono beni alimentari devono sostenere costi più elevati per acquistare l’energia necessaria a far funzionare i loro impianti, venderanno i generi alimentari ad un prezzo più alto. Va da sé che un aumento del prezzo dei combustibili – come quello registrato negli ultimi mesi – finisce per scaricarsi in larga parte sulle spalle dei consumatori finali. A fronte di salari stagnanti (o in molti casi azzerati a causa della crisi pandemica), le fasce meno abbienti della popolazione vedono quindi diminuire drammaticamente il loro potere d’acquisto e sono spesso costrette a ricorrere ai loro esigui risparmi per fronteggiare le spese quotidiane. Ecco che un fenomeno come l’inflazione, in assenza di adeguate politiche volte a tutelare il potere d’acquisto dei salari, può rappresentare un serio problema.
Potrebbe sembrare, dunque, che per una volta siamo d’accordo con Cottarelli, il cui messaggio può essere sintetizzato come segue: l’inflazione è un male, e pertanto occorre frenare questa ripresa dell’inflazione. Purtroppo, anche stavolta non è così. Quello su cui occorre ragionare sono le ricette, le soluzioni proposte da Cottarelli, alfiere del pensiero economico dominante, per risolvere il ‘problema’ dell’inflazione. Senza troppi giri di parole, Cottarelli asserisce che la causa principale dell’inflazione è stata l’eccessiva generosità delle politiche attuate dalle varie istituzioni nazionali ed europee per fronteggiare l’emergenza: secondo Cottarelli, per quanto si possa tener conto delle possibili strozzature sul fronte della produzione (di fatto, la macchina produttiva mondiale ha rallentato per un anno a causa del Covid), potrebbe infatti essere stata “l’abbondanza di potere d’acquisto nel mondo” e quindi l’effetto “combinato dell’azione delle politiche macroeconomiche di tutti i paesi” a far crescere i prezzi dei beni energetici e quindi l’inflazione. Un’inflazione che, nelle parole dello stesso Cottarelli, “non viene da Marte”.
Abbiamo capito bene: 144 milioni di posti di lavoro persi nel mondo (un milione solo in Italia), disuguaglianze in crescita, povertà e miseria dilaganti, una ‘ripresa’ per nulla in grado di rimediare al disastro economico e sociale della pandemia e di trent’anni di austerità, e secondo Cottarelli le politiche economiche messe in campo dai Governi e dalle Banche centrali sarebbero state troppo espansive, a tal punto da generare questa odiosa inflazione. Numeri alla mano, nulla di più tendenzioso. Viene da pensare, piuttosto, che interventi come quelli dei Cottarelli di turno servano da apripista a politiche economiche restrittive: come abbiamo già visto, nonostante gli interventi messi in campo in questi anni si stiano rivelando largamente insufficienti, il Governo italiano è già all’opera per riportare il Paese dentro le maglie più strette dell’austerità, scrivendo nero su bianco che si appresta a tagliare il deficit e la spesa sociale per i prossimi anni. Ma c’è di più: se, fino ad oggi, il ricorso all’indebitamento pubblico (figlio dei maggiori deficit fiscali per cercare di mettere una toppa alla crisi) ha potuto beneficiare dell’ombrello della Banca centrale europea (BCE) che ha garantito tassi di interesse bassi, la spinta inflattiva potrebbe mettere in guardia anche i responsabili della politica monetaria, che potrebbero rispondere con un aumento dei tassi di interesse (opzione richiamata esplicitamente da Cottarelli nel suo pezzo, e recentemente non esclusa dalla presidente della BCE). Insomma, il pretesto dell’inflazione viene agitato per ‘giustificare’ le politiche restrittive. Non v’è dubbio che i decisori della politica monetaria potrebbero sfruttare il pretesto di questo aumento dei prezzi, come hanno fatto già altre volte non appena si paventa il “rischio” che qualche governo attuasse politiche redistributive e a favore dei salari, per effettuare una nuova, ulteriore, stretta monetaria (leggasi, un aumento dei tassi di interesse). Ciò, tuttavia, non rappresenterebbe affatto una necessità tecnica, tutt’altro: una scelta del genere, anzi, confermerebbe ancora una volta il carattere reazionario e antipopolare delle istituzioni europee, BCE in testa.
Infatti, un modo per poter combattere gli effetti dell’inflazione sulle nostre tasche ci sarebbe: far sì che i salari crescano almeno in linea con i prezzi, giungendo al risultato che milioni di persone non vedano depauperato il proprio potere d’acquisto. Non vi è alcuna ragione, infatti, per ritenere che gli aumenti dei prezzi debbano scaricarsi interamente sui salari lasciando inalterati, e anzi gonfiando, i profitti. Lo Stato, anzi, potrebbe agire per porre un argine alla crescita dei profitti intervenendo nella regolamentazione delle tariffe energetiche. Si tratta, evidentemente, di una ricetta diametralmente opposta a quella paventata da Cottarelli e da chi detiene le leve della politica economica e monetaria in Italia e in Europa. La politica economica e monetaria ha in sé gli strumenti per tutelare una classe, invece che un’altra: se questi strumenti tutelino i profitti o i salari, è una questione di equilibri politici e noi sappiamo bene che quelli in cui ci muoviamo sono del tutto spostati a favore del capitale. Si tratta, altresì, di una soluzione che per qualcuno (la classe padronale e coloro che fanno gli interessi delle imprese) non può che rappresentare fumo negli occhi. Fronteggiare l’inflazione attraverso politiche restrittive, ossia riducendo la spesa pubblica e alzando i tassi di interesse, significa, in estrema analisi, tenere sotto controllo i prezzi grazie ai salari da fame, alla disoccupazione e alla precarietà: una ricetta tanto vicina ai meccanismi di funzionamento intrinseci dell’Unione europea, quanto lontana agli interessi delle classi subalterne.
Al contrario, una politica marcatamente espansiva e votata a tutelare e accrescere l’occupazione potrebbe portare anche a risultati insperati dalle classi dominanti. Una stagione di rinnovata combattività del lavoro potrebbe ottenere aumenti dei salari reali (che quindi considerano il potere d’acquisto dei lavoratori) senza determinare necessariamente una continua crescita dell’inflazione, se a ridursi fossero i profitti. Bisogna infatti pensare all’inflazione come l’emersione di un conflitto tra percettori di salario e di profitto per la divisione dell’intero prodotto nazionale. L’esito di questo conflitto non è affatto predeterminato e dunque la crescita dell’inflazione potrebbe interrompersi se i padroni fossero costretti ad accettare salari più alti. È proprio questa consapevolezza che ha ispirato le politiche deflazioniste dell’Unione europea: austerità e precariato sono serviti, camuffati anche dallo spauracchio dell’inflazione, a determinare alta disoccupazione e a indebolire i lavoratori nella contrattazione salariale.
Ecco che la vera ricetta contro il carovita non può che essere una sola: affrontare seriamente la questione salariale, che attanaglia il nostro Paese da decenni, rimettendo al centro dell’agenda politica politiche di piena e buona occupazione e un’adeguata regolamentazione dei mercati per tutelare i salari invece che i profitti. Prescrizioni in totale controtendenza rispetto alla rotta neoliberista che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni e i desiderata dell’attuale Governo Draghi, sempre più prono alle richieste di Confindustria.
22/03/2021
Licenziare per crescere: la trovata dei "competenti"
Con il passare delle settimane, e nonostante il nostro Paese si trovi ancora nel mezzo della pandemia, si avvicina la scadenza del blocco dei licenziamenti, destinato a diventare una misura sempre più limitata e selettiva. In maniera non sorprendente, e verosimilmente per preparare il terreno al colpo di spugna con cui il governo Draghi ripristinerà la piena libertà di licenziamento, diversi cantori del liberismo hanno iniziato un fuoco di fila contro la misura che ad oggi, molto parzialmente, limita tale ‘libertà’ per le imprese.
Ma in cosa consiste il blocco dei licenziamenti? Oltre ad un’estensione degli ammortizzatori sociali e della Cassa integrazione, il Decreto Cura Italia ha anche proibito i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e sospeso tutte le procedure di licenziamento collettivo. Il blocco dei licenziamenti, è bene chiarirlo subito, è una misura di tutela per i lavoratori a costo zero per le imprese, poiché è accompagnato dall’estensione della Cassa integrazione senza onere aggiuntivo, quindi a carico esclusivo dello Stato. Con il Decreto Agosto, poi, è stata introdotta una prima deroga, che ha permesso di sospendere il rapporto di lavoro alle aziende in liquidazione. Ma questo evidentemente non basta al padronato, come testimoniano i ripetuti strepiti di Confindustria. Su di un piano apparentemente meno volgare e con una patina di pretesa scientificità, è sceso nell’agone anche l’Osservatorio conti pubblici italiani, gestito dal mai domo Carlo Cottarelli, che in un recente intervento si chiede: Il blocco dei licenziamenti è utile a sostenere l’occupazione? La domanda è mal posta, il ragionamento che si dipana fallace, le conclusioni opportunistiche ed è proprio per questo che proveremo a fornire una risposta alternativa.
La scopo di fondo dell’articolo, si legge, è comprendere se il divieto di licenziare sia una misura utile a sostenere l’occupazione, o se invece comporti un irrigidimento del sistema economico, dato che impedisce lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e meno colpiti dalla crisi. L’idea di fondo, non sorprendentemente, è che l’intervento normativo sia troppo invasivo e che il mercato, se lasciato libero di agire, sarebbe in grado di garantire dei risultati migliori. Proviamo a vedere se i conti tornano.
Come riportato nell’articolo, secondo i dati INPS il blocco dei licenziamenti ha comportato una riduzione delle cessazioni (licenziamenti + dismissioni), rispetto a novembre del 2019, di circa il 20%: 5 milioni a fronte di 6,3 milioni. Come si può vedere in maniera lampante dal grafico che lo stesso articolo riporta, tuttavia, il grosso della differenza rispetto all’anno precedente si è verificato durante il primo lockdown, che bloccò improvvisamente un numero considerevole di attività produttive. Il blocco dei licenziamenti, infatti, ha sprigionato i suoi effetti più potenti tra marzo 2020, quando si sono avute 500.000 cessazioni, e aprile 2020, con 200.000 cessazioni. Inoltre, è possibile apprezzare come, immediatamente dopo la fine della cosiddetta Fase 1, il numero di cessazioni nel 2020 segni un andamento simile a quello dell’anno precedente, recuperando buona parte del gap accumulato in primavera. Mentre tra aprile e settembre del 2019 le cessazioni, che per questioni legate al ciclo economico tendono ad aumentare fino alla fine dell’estate per poi ridursi in autunno, sono cresciute dell’80%, tra aprile e settembre del 2020 l’incremento è stato pari a circa il 170%. Sembrerebbe proprio che il blocco dei licenziamenti non abbia poi così imbrigliato il libero funzionamento del mercato e che, a guardare i dati riportati nell’articolo, quella forbice apertasi in primavera e pari a circa il 50% in meno di cessazioni si sia ridotta intorno al 15-16%.
Il grottesco, tuttavia, arriva quando gli autori provano a rispondere alla prima proposizione della loro domanda, vale a dire se il blocco dei licenziamenti sia tale da sostenere l’occupazione. La risposta che essi danno è negativa: le assunzioni, si mostra, nello stesso periodo considerato sono state inferiori alla riduzione delle cessazioni. Mentre infatti le cessazioni diminuivano di 1 milione e mezzo circa, grazie al blocco dei licenziamenti, le assunzioni diminuivano di ben 2 milioni. La diminuzione dei licenziamenti, si sostiene, non è stata quindi tale da compensare il calo delle nuove assunzioni. Ma perché avrebbe dovuto? Non è dato saperlo. Le assunzioni di nuovi lavoratori, cioè la domanda di lavoro da parte delle imprese, seguono l’andamento del reddito e della domanda aggregata. Se c’è una prolungata fase di rallentamento economico, le imprese scelgono di ridurre la loro produzione e conseguentemente assumere meno lavoratori, che possano licenziare o meno. Un calo così drammatico delle assunzioni dovrebbe, quindi, indurre a guardare la Luna della crisi economica e non il dito degli interventi normativi sulle tutele ai lavoratori. La ricerca scientifica, tra l’altro, ha ormai chiarito che maggiori tutele ai lavoratori, in termini ad esempio di protezioni contro i licenziamenti o sostegno alla contrattazione collettiva, non sono associate a peggioramenti occupazionali. Anzi, se le liberalizzazioni del mercato del lavoro dovessero produrre una caduta dei salari, il contraccolpo occupazionale dovuto alla riduzione dei consumi rischierebbe di essere negativo. Ma lungi dall’indugiare in questi ragionamenti, gli autori preferiscono tirare in ballo teorie obsolete e smentite dai fatti, oltre che dal buon senso. Il blocco dei licenziamenti avrebbe infatti favorito i cosiddetti insider, i lavoratori tutelati e quindi gli adulti, rispetto ai giovani e alle donne. Non potendo licenziare, infatti, i padroni si sarebbero limitati a non rinnovare i contratti a tempo determinato ormai in scadenza, proprio quelli che riguardano maggiormente donne e giovani. Non vi è dubbio che esistano lavoratori su cui grava maggiormente il peso della crisi, ma è possibile sostenere che ciò dipenda dalle presunte eccessive tutele di cui godrebbero altri lavoratori? Evidentemente no, infatti la tesi per cui – ripetiamolo – il blocco dei licenziamenti comporti un irrigidimento del sistema economico e impedisca lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e meno colpiti dalla crisi risulta addirittura contraddittoria. Essa, per essere valida, richiederebbe un mercato del lavoro saturo, in cui la scarsità di manodopera in settori dinamici sarebbe dovuta alla scelta di mantenere in vita settori ormai decotti. Ma in una condizione come quella dell’Italia, con 2 milioni e mezzo di persone – tra cui tantissime donne e giovani – in cerca di occupazione, davvero i fantasmagorici settori trainanti non troverebbero manodopera disponibile? La realtà è che, come purtroppo i dati dimostrano e come abbiamo spesso dimostrato, la domanda di lavoro da parte delle imprese in questo paese è stagnante se non addirittura in declino, sfiancata da decenni di politiche di austerità la cui tendenza non è stata invertita neanche dai miseri programmi di spesa europei. Come infatti mostra il rapporto ISTAT sul mercato del lavoro del quarto trimestre 2020, mentre si riducono dell’1,7% le posizioni lavorative dipendenti (ma aumentano della stessa percentuale quelle in somministrazione), la domanda di lavoro si è ridotta rispetto all’anno precedente dello 0,3%. Non vi sono settori dove ricollocare i lavoratori indebitamente trattenuti nelle imprese in crisi dal blocco dei licenziamenti così come non vi è una domanda di lavoro tale da assorbire la disoccupazione.
Gli autori provano, tuttavia, ad argomentare la loro tesi calcolando l’elasticità dell’occupazione al reddito. Essa è una misura di come il numero di occupati vari percentualmente in proporzione ad una variazione percentuale del PIL. Tale misura permette, ad esempio, di valutare in quali Paesi una medesima variazione del reddito nazionale produca o distrugga più occupazione. Nell’articolo in questione la si brandisce per sostenere che, nei Paesi in cui più si sono limitati i licenziamenti (come Spagna, Italia e Grecia), una caduta percentuale del PIL si è associata ad una maggiore riduzione dell’occupazione. Posta così, sembra fare effetto, perché sembra smentire l’utilità di tutelare i posti di lavoro. L’elasticità dell’occupazione al PIL, infatti, è stata più alta in Italia (0,18) che in Francia (0,11): vorrebbe dire che una caduta del PIL dell’1% avrebbe prodotto una riduzione dello 0,18% di occupati in Italia e dello 0,11% in Francia. Ma è davvero così scontato attribuire questa differenza al blocco dei licenziamenti? Andando a guardare l’elasticità media tra il 2008-2019, si noterà ad esempio che la Germania (0,83) ha un valore quasi quattro volte superiore a quello Francese (0,26), ma inferiore a quello Italiano (1,07). Chi è dunque il virtuoso? Queste discrepanze dipendono da fattori di varia natura, come ad esempio la facilità con cui si sono distrutti posti di lavoro durante la crisi del 2008 o se la successiva ripresa abbia riguardato settori che utilizzano più o meno lavoro. Esistono insomma una serie di fattori, legati all’assetto istituzionale del mercato del lavoro, ma anche e soprattutto alla struttura produttiva del paese, che determinano questo valore. Utilizzare questa variabile per argomentare che il blocco dei licenziamenti sia non solo inutile ma dannoso è pretestuoso e ideologico. Andando per altro a guardare con attenzione i dati emerge una impressionante, questa sì, correlazione supportata dalle evidenze. Dove si osserva una maggiore elasticità, quindi una caduta maggiore dell’occupazione in proporzione alla caduta del PIL, si osserva anche una maggiore incidenza del precariato. In Spagna ed Italia, dove l’elasticità nel 2020 è stata pari a 0,28 e 0,18, la quota di dipendenti con contratti a tempo determinato nel 2019 era pari, rispettivamente, al 26.3% e al 17.3% (di cui più del 60% giovani tra i 15-24 anni). Nei paesi invece con un’elasticità dell’occupazione al reddito inferiore come Germania (-0,04) e Francia (0,11) i contratti a tempo determinato riguardavano l’11% e il 16% dei dipendenti. Si può quindi argomentare che, come era da attendersi, le politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e il precariato abbiano contribuito a scaricare il peso di questa drammatica crisi in maniera maggiore sui lavoratori proprio dove queste politiche sono state più pervasive, lasciandoli privi di tutele e di prospettive.
Le risposte alla retorica domanda dell’Osservatorio conti pubblici italiani è dunque presto fornita. Il blocco dei licenziamenti è servito a non scaricare ulteriormente sui lavoratori il peso di una crisi drammatica e durissima, alleviando il pericolo del disastro sociale della disoccupazione di massa, con le sue drammatiche conseguenze anche economiche. Ma cosa bisogna fare per sostenere, nel senso di aumentare, l’occupazione e migliorare la condizione dei lavoratori svantaggiati? Per fare ciò servono politiche della domanda, investimenti pubblici e aumenti salariali che sostengano i consumi. Esattamente l’opposto di quanto propugnato dall’Osservatorio conti pubblici italiani, impegnato unicamente a fornire una parvenza di legittimazione teorica e preparare il terreno al giro di vite invocato da Confindustria.
17/03/2021
Il “grande mischione” per la Terza Repubblica
Quella crisi della rappresentanza politica partorì un “senso comune”, ed anche un format per ogni nuova “forza politica”, riassunto nella frase “discesa in campo della società civile”, ovviamente contro “i professionisti della politica”.
Poi questa fantomatica società civile poteva assumere il volto di Silvio Berlusconi o dei “girotondi”, quella di Umberto Bossi col suo seguito di padani selvatici con tanto di elmo e corna, oppure gli squinternamenti della “sinistra” sempre più vagamente declinata, i “campi larghi” che duravano lo spazio di un’elezione e un cambio di segretario, la “vocazione maggioritaria” al posto di uno straccio di progetto politico.
Fino all’irruzione del prodotto più “puro” di questa riduzione della politica all’opinione grezza dell’”uomo della strada”, senza qualità ed esperienza, né valori irrinunciabili: i Cinque Stelle, con la retorica dell’”uno vale uno” per qualsiasi compito, della potenza salvifica della Rete, i limite dei due mandati, gli absolute beginners al posto di comando.
Il fallimento finale di questo sistema politico, ovviamente esposto alla balcanizzazione perpetua da bande affaristiche senza orizzonte, ha lasciato campo aperto all’arrivo dell’Uomo della Provvidenza. Direttamente dalla poltrona di presidente della Bce a proconsole per l’Italia, visto che c’è da gestire – in piena pandemia – qualche spicciolo in prestiti per ridisegnare il modello di Paese secondo direttive europee, oltre a dover decidere 500 nomine nelle società pubbliche partecipate (e relative politiche di gestione o privatizzazione).
Assicurata così la governabilità di medio periodo – Draghi passerà direttamente alla presidenza della repubblica, l’anno prossimo, garantendo in totale otto anni di “vigilanza” – può partire anche la ristrutturazione del sistema politico e della rappresentanza.
La formalità della democrazia parlamentare – e solo quella – mal tollera l’unanimità perenne. I “governi di salvezza nazionale” servono appunto a sciogliere una situazione bloccata, ma non possono diventare la normalità. Pena l’emergere, prima o poi, di una vera opposizione a quel punto antagonista al sistema (non certo le bande raccolte dietro Giorgia Meloni & friends, scelta come “opposizione della corona” proprio per salvare le apparenze).
Il processo di rimescolamento generale della rappresentanza politica è partito il giorno stesso dell’insediamento di Draghi a Palazzo Chigi, con il terremoto interno ai Cinque Stelle (obbiettivo esplicito, per tre anni, di tutta la pressione dell’establishment). Il fatto che per tenerli momentaneamente insieme, e gestirne ordinatamente “la svolta”, sia stato scelto Giuseppe Conte – uno dei “garanti europei” nei tre anni di governi “para-populisti” – non sembra nemmeno a prima vista un semplice caso.
Idem è accaduto per il pilastro politico più europeista che c’era: il Partito Democratico. Anche qui, la soluzione alle faide interne è stata trovata in un consolidato funzionario-intellettuale dell’estabilishment continentale, prontamente incensato da tutti i media al pari del neopremier. Pare che anche su questa scelta “unitarissima” sia stata rilevante la pressione di Sergio Mattarella. E ci deve essere un perché...
Allo stesso tempo è entrata in fibrillazione anche la micro-area degli “europeisti liberal-liberisti”, a lungo presidiata da radicali e ondivaghi di diversa estrazione. Per un verso “esplodono” le dimissioni di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova da +Europa, con toni giusto un filo più sguaiati di quelli usati da Zingaretti. Per un secondo si congelano le aspettative dei Calenda boys. Per un terzo avanza un “processo unitario” che ha chiaro per il momento soltanto il “federatore”: quel Carlo Cottarelli che da anni pontifica nelle trasmissioni di Fazio e Floris, dopo una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale e un quasi-incarico da presidente del Consiglio durante le affannose trattative seguenti alle elezioni del 4 marzo 2018.
Un altro funzionario del grande capitale finanziario alla guida di una formazione politica? Un altro...
Di Forza Italia, cuore di destra della “Seconda Repubblica”, inutile parlare. Si attende solo che Berlusconi smetta di presidiare il bidone, poi ognun per sé...
Anche la Lega ha smottato pesantemente, in termini di governance interna. È evidente che la linea viene dettata da Giancarlo Giorgetti e dagli amministratori locali, tutti sotto botta di cordate confindustriali di seconda fila, ma rilevanti a livello territoriale. Può far pesare la sua antica “amicizia” con Draghi, nonostante una gioventù da neofascista con pessime frequentazioni.
A Salvini resta il ruolo di frontman televisivo, dichiaratore ossessivo h24 su qualsiasi argomento, dunque destinato a consumare la pazienza e l’attenzione generale fino alla completa indifferenza. Poi giù dalla torre anche lui.
“A sinistra”, si fa per dire, l’attitudine e l’abitudine al “mischione osceno” è di lunga data. E non ha mai portato risultati, tantomeno degni di nota. Ma anche lì pulsa la coazione a ripetere, ed è salutare starne lontanissimi.
Ancora non è chiaro su che cosa si dovranno (e potranno) caratterizzare le future forze politiche in gestazione. Tutte dovranno essere rigorosamente “europeiste”, altrimenti Palazzo Chigi resterà per loro un sogno impossibile o un disastro annunciato (farsi eleggere e poi non poter fare quel che si è promesso costa decine di punti alle elezioni, sia che ti chiami Grillo, Salvini oppure Tsipras).
Dunque non ci sono distinzioni possibili sulle politiche economiche, le “riforme”, il welfare, le pensioni, la sanità, le politiche sociali, ecc. Muoversi su quei temi significa maneggiare capitoli di spesa molto rilevanti, su cui il controllo dell’Unione Europea è fortissimo e lo diventerà ancora più nei prossimi anni.
Restano i temi “a costo zero”, le riforme che si possono fare senza spendere granché. Un primo saggio lo ha dato proprio Enrico Letta, riesumando le parole jus soli e “voto ai sedicenni”, giusto per scaldare i motori della polemica con la ex destra e assicurarsi così una verniciatura “di sinistra” (una sorta di left washing, indispensabile per un vecchio democristiano liberista, abbastanza di destra da appoggiare la “riforma anti-costituzionale” di Renzi, poi bocciata con referendum).
Quindi una caratteristica delle future forze politiche potrà essere la differenziazione sui “diritti civili” e sulle narrazioni di accompagnamento. Ma nulla che riguardi le condizioni materiali di vita e riproduzione delle “vaste masse” della popolazione.
Una seconda caratteristica si è però già imposta: “basta con gli scappati di casa, largo ai competenti”. L’arrivo di Draghi ha sancito questo cambio di “narrazione” che liquida quella della “Seconda Repubblica”. Niente più “società civile” direttamente sul proscenio, ma spazio soltanto ai funzionari con un solido curriculum di gestione amministrativa sulle spalle.
Anche in questo caso, i media avevano dissodato con cura il terreno, arruolando nomi di peso per “popolarizzare” un discorso che più elitario non si può. Vi ricordate quel duetto tra Gabanelli e Mentana?
La morte della politica a favore della “normale amministrazione di linee guida provenienti dall’alto” è la soluzione scelta da tempo, in incubazione fin dai tempi dell’antica Trilateral.
Ma ora deve prendere piede in ogni snodo rilevante dell’architettura istituzionale. Per esempio, vi sembra così casuale la scelta di Roberto Gualtieri come candidato Pd a sindaco di Roma? Un professore di storia, poi per anni funzionario dell’Unione Europea (non abbiamo “la fissa”, ma non ci possiamo fare niente se hanno tutti la stessa carriera alle spalle...), quindi ministro dell’economia, per gestire la capitale, i suoi problemi, i suoi conflitti, il suo debito...
Anche la tornata delle elezioni amministrative, in ottobre, ha questo rimescolamento della politica come motore e sfondo. Il rapporto con il governo Draghi e con l’Unione Europea è una discriminante davvero minima, ma anche quella decisiva.
O ci si muove per costruire un’alternativa di sistema a questo sistema che si centralizza per gestire una crisi devastante, oppure ci si accoda a una delle tante carovane di aspiranti poltronari pronti ad alzare la mano per votare delibere scritte altrove.
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25/01/2021
Verso “un governo europeo di salvezza nazionale”
Come sempre in politica si scaricano gli interessi sociali, perlomeno quelli che sono in grado (“hanno il potere”) di farsi valere. Identificare questi interessi “spiega” la crisi politica, non viceversa.
La chiave – è l’unico elemento riconosciuto da tutti i soggetti in campo – è il Recovey Plan con cui questo Paese dovrebbe gestire i più di 200 miliardi messi a disposizione dal Next Generation Eu (altrimenti noto come Recovery Fund).
Altra cosa certa è che questi fondi non sono una regalia per chi è in difficoltà, ma una sorta di “piano Marshall” per ridisegnare le economie e gli assetti sociali dei Paesi membri della Ue.
Quei soldi sono disponibili “a condizione” che un Paese faccia esattamente quel che gli viene “chiesto” da chi i soldi li distribuisce (la Commissione Europea).
È venuto direttamente il Commissario agli affari economici, Paolo Gentiloni Silveri, a spiegarcelo in italiano, in modo che non ci fossero dubbi: la Commissione ha ribadito come condizione necessaria per poter accedere ai fondi il “fornire spiegazioni dettagliate su come verranno affrontate le misure proposte, in che modo le criticità verranno risolte”.
Sui media il discorso viene tradotto nel solito modo: “bisogna fare le riforme” (in due versioni: “che l’Europa ci chiede” oppure “che servono al Paese”, ma sono le stesse).
Il problema è sapere quali riforme ci vengono chieste, e a chi cambiamo la vita (in peggio per molti, in meglio per qualcuno).
Una è stata nominata e non a caso è il primo terreno immediato di verifica per il governo Conte: quella della giustizia. Parola che significa in genere il contrario.
In pratica, come spiegava Carlo Cottarelli sulla poltrona di Fabio Fazio, bisogna “aziendalizzare la macchina dei tribunali perché produca più sentenze”.
Qui il gioco si fa sottile e servirebbero giuristi esperti per analizzare le singole misure, ma è chiaro che l’attuale macchina della “giustizia” è indifendibile da ogni punto di vista. Nel settore penale, la “discrezionalità” dei magistrati consente orrori come quello del Tribunale di Torino, ormai trasformato in macchina da guerra anti-No Tav, mentre per trovare un’impresa incriminata (per corruzione o inquinamento o morti sul lavoro) bisogna cercarla col lanternino.
Non parliamo poi della giustizia civile – quella che più interessa “gli investitori” – dove la durata di una causa non ha neanche il limite della “prescrizione” (giustamente) e può durare anche decenni.
Detto dunque che una “riforma della giustizia” (della “macchina” amministrativa e dei codici di procedura) sarebbe stata urgente già 30 anni fa, il problema resta “quale riforma”. Una giustizia amministrata in senso “produttivista” – più sentenze sforni, più ti premiano – assicura una valanga di errori giudiziari anche gravi (nel penale), e un giro di mazzette mostruose (nel civile), come già verificato in innumerevoli scandali – per esempio – nei tribunali fallimentari (dove sono in ballo soldi, imprese, asset, ecc).
Ma quali sono le altre “riforme”?
Sottovoce, per non farsi scoprire, alcuni sussurrano la parola “pensioni”. Su questo la Ue non vuol sentir ragioni e invita a “guardare alle raccomandazioni Ue 2019 e 2020”, che già indicavano la previdenza sociale come il settore in cui realizzare i maggiori risparmi.
Il problema è come si fa a “riformare” un sistema che ha già portato a 67 anni l’età pensionabile (da notare che nella pandemia si è stati costretti a inserire nelle categorie particolarmente fragili gli ultra-65enni, che invece sono “sani e arruolati” per la produzione), che non darà un soldo alle future generazioni, che ha congelato per sempre gli adeguamenti all’inflazione degli assegni in essere.
Scontata la cancellazione di “quota 100” – l’unica bandierino “sociale” piazzata dalla Lega – ma ai fini del “risparmio” si tratta di spiccioli. L’unica soluzione, ma neanche Cottarelli oserebbe dirlo fin quando non fosse saldamente installato a Palazzo Chigi, sarebbe un bel taglio proprio agli assegni erogati ogni mese. In fondo è stato fatto in Grecia, nel 2015, perché qui no?
La stessa richiesta, ricordiamo, è stata fatta anche alla Spagna ed altri paesi non ancora “allineati” all’austerità europea che ci attende per il dopo-pandemia, quando anche lo “scudo della Bce” sarà sollevato, lasciando campo libero alla speculazione finanziaria sul debito pubblico.
Le altre riforme sono tutte nello stesso solco iper-liberista, nonostante il clamoroso fallimento di quella impostazione (ormai palese da quasi un ventennio). E dunque taglio della burocrazia (meno obblighi e controlli sulle aziende) e migliori condizioni per le imprese.
Un programma “di classe”, senza veli, che il governo Conte ha già largamente assecondato (ad esempio prevedendo che l’intero sistema idrico nazionale sia privatizzato, eliminando le ultime sacche di proprietà e gestione pubblica dell’acqua), ma non completamente. O con la stessa radicalità imposta da Bruxelles.
È qui che si comincia a vedere sia la ragione profonda del killeraggio svolto da Matteo Renzi (ormai “bruciato” in Italia, ma alla ricerca di incarichi sovranazionali), sia l’avvicinarsi a grandi passi del “governo europeista di salvezza nazionale” (un ossimoro da pura, come “guerra umanitaria”) da affidare a un tecnico di fiducia per l’Unione Europea.
I voti della Lega sono già sicuri, garantisce Giorgetti...
p.s. Il nome di Cottarelli (o “un altro che gli somiglia”) per questa funzione è stato fatto esplicitamente da Paolo Mieli, ricordando come fosse già stato incaricato da Mattarella, a giugno 2018, quando M5S e Lega non riuscivano a mettersi d’accordo per formare il Conte 1. Dopo due anni e mezzo, si torna al punto di partenza, dopo aver disfatto sia i Cinque Stelle sia “moquito” Salvini.
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21/01/2021
Dalla buvette al bar
Mai, bisogna dire, c’era stato un ceto politico così infimo. La carta velina, al confronto, ha un vero spessore. E sarà per questo che Conte e pochi altri sembrano avere “una statura”.
Difficile pure commentare il nulla... dalla tragicommedia in Senato emerge un quadro clinico da encefalogramma piatto e un livello politico decisamente indecente.
Il governo non ha una maggioranza e non c’è nessuna maggioranza alternativa credibile. Il pattuglione di parlamentari pronti a tutto può stare in qualsiasi schieramento, purché la contropartita sia interessante, tirandoli via dalla bouvette. Ma nessuno ha granché da offrire, visti i chiari di Luna che si prospettano da qui a qualche mese.
In una situazione istituzionale del genere la cosa più logica sarebbero le elezioni. Ma in piena pandemia, tra un caffè da asporto e una saracinesca chiusa, sarebbe un azzardo far uscire tutti insieme di casa 46 milioni di elettori incazzati per aver perso un anno di vita, reddito, occasioni, socialità. Sia per motivi sanitari che politici... Per non dire del Recovery Plan che rischia di saltare.
Però...
Due elementi, nel tourbillon di fesserie sparate ad alzo zero in questi giorni, ci sembrano indicativi per il prossimo futuro.
Il primo è arrivato durante il lungo e piatto discorso di Conte in Senato, dove chiedeva la fiducia e gridava “aiutateci!”. È apparso piuttosto nitido il riferimento al malessere sociale che rischia di diventare rabbia e violenza. Un appello manifestamente rivolto a quanti, dentro e fuori la maggioranza, vorrebbero eliminare qualsiasi sussidio o “ristoro”, concentrando tutte le spese in favore delle aziende (che hanno comunque avuto il 50% dei circa 100 miliardi impegnati fin qui dell’esecutivo).
Il secondo, decisamente più trasparente, è arrivato mercoledì: entrambe le Camere hanno approvato all’unanimità lo scostamento di bilancio di 32 miliardi richiesto dal governo. Al Senato 291 sì, nessuno contro; alla Camera 523 voti favorevoli e solo 3 contrari.
Prove per il “governo di salvezza nazionale”, unica soluzione che consenta di evitare le urne e arrivare all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica in modo “condiviso”.
Su tutto domina ovviamente la montagnola di miliardi del Recovery Fund, che devono obbligatoriamente essere impiegati secondo le indicazioni dell’Unione Europea, altrimenti si fermeranno alle prime tranche.
E, visto quel che sta accadendo in altri Paesi (per esempio in Spagna), non c’è dubbio che l’attuale personale di governo sia ritenuto a Bruxelles, e pure al bar, completamente inadeguato. Troppa gente convinta di dover difendere una bandierina elettorale, oppure micro-clientele che dovranno essere affossate. Troppo basso il livello di competenze medio, e dunque anche il tasso di obbedienza, o di credibilità.
Soprattutto la pattuglia dei Cinque Stelle deve scomparire, salvando magari qualche “giovane virgulto” che ha scoperto la luce sulla via di Damasco (imbarazzante quanti vecchi marpioni della politica stiano in queste settimane ricoprendo di elogi Luigi Di Maio, “europeista” e “atlantista” di fresca conversione).
Il povero Conte sarà comunque ringraziato per aver stroncato la carriera dei “due Mattei”, autentici campioni da balera, in grado di ballare una sola estate e poi sparire.
Ora vedremo l’estremo tentativo di accrocco – una pattuglia di “responsabili-costruttori” riforniti di nome e simbolo per farne un “partito” – e provare a tirare avanti. Ma è ovvio che tenere insieme con il vinavil una maggioranza tirata da tutte le parti, da forze potenti (Confindustria appare persino tra quelle minori, in fondo), è un obiettivo di breve durata.
Per governare “all’europea” – secondo quei dettami, più che con quello stile – servono funzionari che non vadano imbeccati ogni giorno. Gente che sa già che fare perché ne discute da anni. Tanti piccoli Gualtieri, insomma. Con in testa un “condottiero” credibile a Bruxelles come al bar, che non debba preoccuparsi di trovare consensi nelle urne future.
I nomi? Sono sempre quelli, da Draghi a Cottarelli. E il programma, idem: un bagno di sangue “con caratteristiche greche”.
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02/01/2021
Cottarelli è un pugile suonato
Ecco che scrive: “Insomma, siamo tutti keynesiani ora, ma questo non significa che aggiungere altri 120 miliardi di debito (con progetti che, ex ante, saranno certo pro crescita, verdi, digitalizzati, eccetera; ex post vedremo) non faccia nessuna differenza per la prossima generazione, la Next Generation del Ngeu, che quel debito dovrà ripagarlo.”
Non capire che è cambiata la fase politica, che la pandemia ha stravolto il ciclo economico, è la cifra di quest’uomo che sembra non rendersi conto che le sue teorie hanno fatto il loro tempo.
Abbiamo avuto uomini che si sono dedicati a cercare tutti i modi possibili e, addirittura inimmaginabili, per tagliare la spesa pubblica, col risultato di avere una Sanità azzoppata, una scuola malandata, pensioni tardive e miserande, trasporti insufficienti e fatiscenti. Per non dire di un’amministrazione pubblica semiparalizzata dal blocco del turnover. E una manifattura completamente subalterna alla produzione guidata da economie concepite all’estero.
Il Covid ha scoperto i fili di una società malandata a furia di politiche sociali e finanziarie che hanno arricchito i più ricchi, impoverito i più poveri e stritolato il ceto medio, come il famoso vaso di coccio.
Il fatto è che abbiamo ancora questi uomini al comando della politica, dell’imprenditoria, del pensiero dominante.
Questo è il vero problema: sono esperti di tagli, non sanno niente di nuovi investimenti pubblici. Hanno la testa rivolta all’indietro, non guardano alla realizzazione di prospettive future.
Ecco, allora, che Cottarelli sembra quel personaggio interpretato da Vittorio Gasman in un famoso episodio di I mostri di Dino Risi: “E so contento... i cazzotti fanno male”. Mentre il direttore di Repubblica, che continua a proporre i suoi articoli, sembra Tognazzi, che interpreta quell’impresario truffaldino che lo convince a tornare sul quadrato.
I mostri di oggi sono quelli che non credono che il paese possa migliorare grazie agli investimenti pubblici.
Gli investimenti decisi dalla Ue per rilanciare l’economia continentale sono un altro macht, rispetto alla crisi del 2008-2014. Ma Cottarelli, complice Molinari, invece di immaginare come investire, si mette in guardia contro il deficit pubblico, come un pugile suonato quando scambia il rumore di una padella con il suono del gong a bordo ring.
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29/05/2020
Debito pubblico e occupazione femminile: altre istruzioni per nascondere il conflitto sociale
In una fase drammatica come quella che stiamo attraversando a causa della pandemia, sarebbe inopportuno e controproducente scagliarsi contro la spesa corrente, necessario tampone ad una drammatica situazione. Perché però non trovare nuove e seducenti strade per far passare i soliti, dannosi e pericolosi messaggi riguardanti la necessità di fare austerità?
Sembra essere questo il pensiero che guida le recenti uscite di tanti volti noti nel dibattito pubblico nostrano. Abbiamo recentemente visto come una presunta sensibilità ambientalista possa essere un efficace strumento di persuasione. Chi infatti non vorrebbe un programma politico basato sul concetto di sostenibilità sociale ed ambientale? Eppure questo messaggio, ampiamente condivisibile, è usato per riportare in voga la richiesta di austerità, messa nello stesso calderone della sostenibilità sotto l’etichetta di ‘sostenibilità economica’.
Dopo la verniciata di verde data alle fosche tinte dell’austerità, è il turno del rosa. Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e già commissario alla spending review, nonché direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani, si dice molto preoccupato dalle ripercussioni che l’attuale crisi potrà avere nei prossimi mesi su disoccupati, cassaintegrati e precari. Tuttavia, all’interno di una crisi pesante per tutti, Cottarelli giustamente sottolinea che c’è una categoria particolarmente debole che rischia ulteriori sofferenze: le donne. Infatti, dopo una generica panoramica sul disastrato mondo del lavoro, Cottarelli ci ricorda quanto segue:
Il problema della perdita dei posti di lavoro in questa recessione sembra essere particolarmente severo per le donne. Non si sta parlando abbastanza di questo aspetto anche se alcuni recenti studi ne documentano la gravità. È stato per esempio notato che nell’Unione europea il 27 per cento delle donne ha lavori precari, quelli che probabilmente saranno persi più rapidamente, contro il 15 per cento degli uomini. E che negli Stati Uniti le donne rappresentano solo il 22 per cento nei lavori facilmente eseguibili in modalità ‘agile’.Come provare a fronteggiare queste plumbee prospettive per i lavoratori, e in particolare le lavoratrici? Cottarelli ci spiega che la ricetta migliore sarebbe quella improntata a investimenti pubblici di ampia portata. Certo non si parla di programmazione economica guidata dallo Stato, ma il suggerimento appare assolutamente sensato, e per di più guidato da un desiderio di indirizzare gli investimenti all’occupazione, con particolare occhio a quella femminile. Per non perdere la trebisonda, urge allora scavare un po’ sotto l’apparente benevolenza di questo tipo di messaggio.
È infatti sul modo in cui realizzare questi progetti che la ricetta di Cottarelli apre le porte ai meccanismi di disciplina dell’austerità. Infatti, nel suo piano di risposta alla crisi si trovano: la ‘speranza’ che si attivi a livello europeo un Recovery Fund, il richiamo a superare l’’avversione’ al MES per la sanità, la necessità di fare le riforme, la riduzione del debito pubblico a fine emergenza. Troviamo perciò, in tutto il suo splendore, il solito armamentario utilizzato dai fautori dell’austerità. Da una parte infatti troviamo, a fronte di una emergenza ancora in corso, interventi o tutti da definire (a ormai mesi dall’inizio della pandemia) o nati sotto il segno della condizionalità come il MES. Dall’altra, a emergenza ormai superata tornerà il solito ineffabile richiamo alle riforme da fare (flessibilità del mercato del lavoro, deregolamentazione) e riduzione del debito da perseguire (altra austerità pronta a uscir fuori dal cassetto). Ad animare le parole di Cottarelli è una non celata adesione all’ideologico paradigma della scarsità: le risorse sono limitate e vanno usate con cautela. La stessa cautela con la quale si sono susseguite le riforme del mercato del lavoro, le riforme delle pensioni, i tagli alla sanità e agli stipendi. Risparmiare, prima, sulle spalle delle classi subalterne per accorgersi, dopo, quale situazione drammatica vivano. E anche allora, non mettere mai in soffitta gli arnesi dell’austerità: che restino sempre a portata di mano, affinché mai l’emancipazione si possa completare. Il ricorso al MES, il richiamo alle riforme e al rientro del debito pubblico sono, infatti, la negazione puntuale delle false preoccupazioni di Cottarelli.
Ribadiamo ancora una volta che, come per l’obiettivo della sostenibilità ambientale, il settore pubblico, al fine di sostenere la buona, continuativa e ben retribuita occupazione, combattendo la disoccupazione di massa e ancora di più la disoccupazione femminile, dovrebbe impegnarsi a intervenire in maniera massiccia nell’economia con la spesa in deficit. Le politiche espansive, unite ad una regolamentazione del mercato del lavoro che ribalti le innumerevoli riforme nel segno della precarietà sono la via maestra per garantire occupazione e uguaglianza di genere nel mercato del lavoro.
Le donne hanno vissuto e vivono una condizione di sofferenza che nel nostro Paese assume tratti particolarmente drammatici: dalla loro condizione emerge tutta la violenza dello sfruttamento capitalistico. La lotta per la loro emancipazione, per il miglioramento delle prospettive reddituali e occupazionali femminili, così come l’attenzione alla sostenibilità ambientale, non possono che essere stelle polari di un progetto politico di sinistra. È quindi necessario che questa lotta si scrolli di dosso tutti gli orpelli che liberisti di ogni sorta vogliono appiccicarle, di cui l’austerità è un esempio lampante. È necessario sempre tenere presente la necessità di combattere l’austerità non solo come meccanismo disciplinante per lo Stato sociale e i popoli europei, ma in quanto subdolo vincolo che non permette né le spese necessarie per la tutela dell’ambiente, né quelle necessarie per sostenere l’occupazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Essa è proprio ciò che va messo in soffitta per perseguire quegli obiettivi.
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12/02/2020
I Cottarelli e i Calenda non sono mostri sacri. Lo dimostra Marta Collot
Oppure si prova anche a “giocare in campo esterno”, quelle poche volte che per qualche motivo si viene invitati a parlare nel pianeta mainstream.
Lì le regole sono ferree e non sono determinate da noi. Ma ogni regola – come nel calcio o nella vita – descrive semplicemente il campo e i limiti. Se si comprendono sul serio, a quel punto si comincia a giocare. Ovviamente in contropiede...
Qui un estratto della partecipazione di Marta Collot al programma di Giovanni Floris, su La7. Che dimostra come una militante giovanissima, seria allegra senza soggezione possa “perturbare” un gruppo di presunti “cervelloni” disabituati al confronto vero e abituati a darsi ragione a vicenda (anche quando fingono di contrapporsi, come qua e là si vede benissimo, specie nella versione integrale dello streaming)
Si può fare, insomma. Senza illusioni né fraintendimenti.
Ieri sono tornata a DiMartedì, gli altri parlavano di abbassare le tasse ai ricchi ma di alzarle sulla prima casa, senza fare nessuna distinzione fra appartamenti e superville. E che questo servirebbe ad abbassare le tasse sul lavoro dei giovani, che poveri sono costretti a emigrare. E chi dice questo? Gli stessi che fanno parte di una classe politica italiana ed europea, se non internazionale (Cottarelli ci tiene a rivendicare i suoi ventotto anni al FMI) che negli ultimi trent’anni hanno imposto le politiche neoliberiste, il cui risultato è sotto gli occhi di tutti.
Di cosa ho parlato io? Del fatto che la tassazione serve alla redistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza sociale, per questo vanno tassati non i poveri ma i ricchi, che saranno anche pochi ma detengono la maggior parte della ricchezza. E del fatto che a ergersi a paladini dei giovani non possono essere personaggi come Calenda, dopo che ci hanno venduto per anni il mito dell’Unione Europea e della “generazione Erasmus” mentre quello che ci hanno dato per davvero è di renderci la working poor generation.
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01/09/2019
Il neocorporativismo al ribasso di Landini
Il neocorporativismo italiano ha origine nella metà degli anni '70, quando Berlinguer impose ai lavoratori l’austerità.
La proposta di Landini si basa sulla fiscalizzazione degli aumenti contrattuali. Sono in scadenza contratti per milioni di lavoratori. Con questa proposta Confindustria giocherebbe al ribasso tanto, grazie allo Stato, al lavoratore andrebbe tutto in netto (ma si ritroverebbe con molti servizi in meno – dalla sanità alla scuola – a causa delle minori entrate fiscali).
Un’altra proposta di Landini è invitare il nuovo governo a puntare sulla formazione (non sull’istruzione), dove i confederali la fanno da padroni fin dagli accordi corporativi del 1993, che diedero il sistema della formazione proprio a loro.
Su La Stampa, seraficamente, Carlo Cottarelli, possibile ministro dell’economia (sarebbe un autentico suicidio per i grillini) afferma che “prima di redistribuire occorre creare reddito”. Forse Landini e Cottarelli non sanno che, secondo Eurostat, nel manifatturiero italiano vi è stato nel periodo 2015-2018 un aumento della produttività del lavoro del 9,1%, superiore al 7,1% tedesco.
O fanno finta di non sapere.
Comunque, con questo “nuovo” governo gli avvoltoi ripresenteranno il conto.
Fonte
30/01/2019
Cottarelli, il signoraggio e la favola della scarsità delle banane
Più che il servizio in sé, troviamo davvero interessante il coro di reazioni isteriche che si è immediatamente levato da ogni dove: Davide Serra, Carlo Cottarelli, Luigi Marattin, Mario Seminerio, Riccardo Puglisi e tanti altri si sono gettati nella mischia nel disperato tentativo di screditare le tesi esposte sulla RAI.
La tesi di fondo che ha mandato in tilt le tastiere dei liberisti del venerdì sera è l’idea che la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Quando lo Stato spende risorse, mette in moto l’economia e genera crescita; se quelle risorse, però, sono prelevate dall’economia stessa attraverso tasse e imposte, in ossequio al pareggio di bilancio, allora l’impatto positivo della spesa pubblica sulla crescita ne risulta contenuto. Al contrario, gli effetti positivi della spesa pubblica sono massimi quando le risorse necessarie, fuori dal paradigma del pareggio di bilancio, vengono create dalla banca centrale: in questo caso allo stimolo della spesa pubblica non corrisponde alcun contrappeso dal lato della tassazione, a tutto beneficio della crescita economica. In buona sostanza, le economie moderne avrebbero a disposizione tutti gli strumenti necessari a generare crescita ed occupazione; le armi per combattere disoccupazione e povertà sono lì davanti a noi. Ma non si possono toccare.
Guai a dire in televisione che la disoccupazione e la povertà possono essere sconfitte con strumenti che sono a portata di mano, se non immediatamente disponibili. Guai a dire, insomma, che gli strumenti tecnici ci sono e non vengono usati, perché altrimenti bisognerebbe spostare il discorso economico sul piano politico, e spiegare il perché non vengano usati. Bisognerebbe in altre parole discutere del contenuto politico dell’integrazione europea, che ha progressivamente inibito tutti gli strumenti utili al perseguimento della piena occupazione e alla difesa dei salari. Bisognerebbe cioè ammettere che piena occupazione e salari dignitosi entrano in conflitto con la sete di profitto, e per questa ragione sono stati banditi dall’Europa a suon di Trattati, vincoli e spread.
Questo, dunque, è il tabu che non può, non deve essere violato: la dimensione politica entro cui esiste l’economia. Al contrario, l’economia deve essere raccontata sempre come una questione tecnica, un problema di scarsità delle risorse che prescinde dal contesto storico e sociale entro cui quella scarsità si manifesta. La crisi, la disoccupazione, la precarietà devono apparire come mali necessari, al più come incidenti di percorso, mai come armi di disciplina dei lavoratori e strumenti di difesa del profitto.
Andiamo ora al cuore della questione, e chiediamoci se davvero la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Per una volta, lo anticipiamo, vi raccontiamo una storia a lieto fine. Il nostro eroe è, del tutto involontariamente, Carlo Cottarelli. Costui, spedito in missione punitiva per dare una lezione ai “sovranisti” della RAI, si ritroverà a firmare un goffo articolo, dal titolo “Stampare soldi non crea ricchezza (di solito!)”, che spiega chiaramente come la monetizzazione del debito pubblico certamente funzionerebbe oggi. Nel suo capolavoro di idiozia, Cottarelli descrive così il servizio andato in onda venerdì sera:
“Il servizio è stato aspramente criticato in rete. I critici hanno notato che stampare moneta crea inflazione (aumento dei prezzi) e svalutazione (caduta del valore della moneta rispetto alle valute estere). Se si stampa troppa moneta la gente cerca di liberarsene (perché pensa che la moneta perderà valore nel tempo) o comprando beni (il che fa aumentare il prezzo dei beni ossia crea inflazione) o comprando valuta estera (il che faceva aumentare il prezzo dei dollari o marchi tedeschi, quando ancora avevamo la lira, ossia causa una svalutazione). Questo è senz’altro vero. Ma il punto che voglio fare in questo post è che se anche, per qualche motivo, stampare moneta non creasse inflazione o svalutazione, il finanziamento monetario del deficit non significherebbe che i servizi pubblici possono essere finanziati senza che qualcuno rinunci a qualcosa: insomma, non c’è nulla che si può ottenere gratis, neppure stampando moneta.”
Cottarelli sa bene, dunque, che la critica alla monetizzazione del debito pubblico non può limitarsi ad agitare gli spettri dell’inflazione e della svalutazione: sarebbe troppo debole, e dunque bisogna andare oltre. È qui che il nostro sfodera uno strampalato esempio. Lo Stato eroga un trasferimento a Tizio, e può farlo tassando Caio, oppure prendendo i soldi in prestito da Caio, o infine creando la moneta grazie al signoraggio. Nel primo caso “Caio, che si sarebbe comprato con quei soldi delle banane, non potrà mangiare banane. Le banane le mangia Tizio.” Nel secondo caso “Caio rinuncia a mangiare le banane volontariamente, non perché è tassato”, ma il ricorso al debito non può essere eccessivo perché altrimenti spaventa i mercati e apriti cielo. Infine, e veniamo al punto, nel terzo caso “lo stato può stampare moneta e con questa moneta compra le banane di Caio”, ma – attenzione – “non si creano risorse dal nulla: Caio comunque deve rinunciare a mangiare oggi le banane per consentire a Tizio di mangiarle. Chiaro?” Insomma...
Perché sia chiaro, dobbiamo spiegare quale sia il contesto teorico entro cui tutti gli economisti liberisti abitualmente ragionano: dal momento che le forze di mercato, libere di operare, creano il massimo benessere possibile – o almeno questo credono i liberisti – l’economia si trova normalmente in una situazione di piena occupazione. Cottarelli sta ragionando dentro a un mondo in cui vi è piena occupazione: tutti lavorano e tutto il capitale disponibile è impiegato, in modo tale che sia impossibile aumentare la produzione. Solo dentro a questo mondo immaginario – utile solo a deliziare i venerdì sera di Cottarelli – sembra possibile affermare che la banana di Tizio non possa essere prodotta, come tutte le merci, ma debba essere strappata, per così dire, al povero Caio. Ovvero che se lo Stato decidesse di spendere risorse per aumentare la domanda di banane e poterne dare una a Tizio, la produzione di altre banane sarebbe tecnicamente impossibile perché non vi sarebbero lavoratori disponibili per arare nuovi campi, piantare nuovi banani e poi raccoglierne i frutti.
Solo in uno schema astratto di questo tipo, ovvero solo se tutta la capacità produttiva fosse già impiegata al massimo, solo allora si potrebbe pensare che non vi sia alcuno spazio per espandere la produzione: banane, mele, automobili o qualunque altro bene o servizio. E la cosa più interessante è che questa semplice asserzione di buon senso non la affermiamo noi, ma la fa propria il nostro eroe alla fine dell’articolo, in un curioso post scriptum in cui si buttano alle ortiche tutte le farneticazioni precedenti: “se l’economia è lontana dalla piena occupazione, se cioè c’è disoccupazione, stampare soldi può servire a far ripartire l’economia cioè ad aumentare la quantità di banane a disposizione. Ma questo avviene solo fino al raggiungimento della piena occupazione.”
Stavolta lo scriviamo noi: è chiaro? In Italia c’è un tasso di disoccupazione maggiore del 10%, quindi c’è uno spazio enorme per aumentare i consumi, la domanda e l’occupazione di forza lavoro attraverso la monetizzazione del debito pubblico. Saremmo felicissimi se l’Italia si trovasse in una situazione di pieno impiego, ovvero senza disoccupati, sotto-occupati e lavoro precario! Allora sì che potremmo discutere con Cottarelli di eventuali effetti inflazionistici o di risorse scarse da redistribuire come possibile effetto delle politiche di monetizzazione del debito. Sarebbe bello, ma non è certo questo il mondo in cui noi e Cottarelli viviamo.
Povero Carlo, sembra proprio che questa storia della banana – pensata forse come raffinata ironia contro i suoi avversari – gli sia sfuggita di mano.
Fonte
07/10/2018
Il nemico del mio nemico, se si tratta del PD, rimane mio nemico
Una manovra, ci hanno raccontato, che dovrebbe spazzare via la povertà e dar vita al più grande piano d’investimenti che l’Italia abbia visto negli ultimi anni. In realtà, anche nella sua prima formulazione, l’ipotesi di manovra grillo-leghista era rivoluzionaria soltanto a parole. Una volta che dal famoso 2,4 per cento vengono tolti gli interessi sul debito, ciò che resta è l’ennesima (ventottesima di fila) sottrazione di risorse all’economia italiana: un nuovo avanzo primario. Con le ultime revisioni, negli anni a venire possiamo aspettarci solamente ulteriori, maggiori avanzi primari.
Eppure, a qualcuno non basta. Il governo è stato criticato, da Forza Italia come dal PD, da Giorgia Meloni come da Benedetto Della Vedova, per aver fatto – udite, udite! – troppo deficit. Avete capito bene. Una manovra di politica economica che drena circa 19 miliardi di euro di spesa pubblica è vista come un esempio di eccessivo deficit.
Ma andiamo con ordine. Tra i difensori dell’austerità troviamo, un po’ a sorpresa, Giorgia Meloni. L’amorevole madrina della “destra sociale” italiana rimprovera al governo di aver fatto una manovra “totalmente finanziata in deficit” che andrà a incrementare la spesa corrente. Per capire bene l’enormità di queste dichiarazioni, conviene riavvolgere il nastro di questi giorni e dare nuovamente uno sguardo ai numeri. La Nota di Aggiornamento al DEF, quando uscirà, prevederà per il 2019 un deficit al 2,4 % del PIL. Basandoci sui documenti contabili degli ultimi anni, possiamo ipotizzare che l’Italia pagherà circa il 3,5 per cento del proprio PIL in interessi sul debito pubblico. Ma questo vuol dire che il famoso 2,4 % di deficit non basterà neanche a pagare gli interessi sul debito e che sarà necessario un ulteriore taglio della spesa pubblica, indicativamente nella misura dell’1,1 % del PIL. La famosa “manovra finanziata in deficit” di cui si lamenta la “destra sociale” non è altro che l’ennesimo esercizio di macelleria sociale. Le misure “espansive” sbandierate dal governo, ammesso che si facciano, saranno finanziate tagliando altrove. Eppure, alla Meloni non basta.
Così come non basta al Partito Democratico, che ha addirittura mobilitato “il suo popolo” per una manifestazione contro la manovra del governo, colpevole, secondo il segretario Martina, di caricare sui “giovani” 100 miliardi di debito pubblico. Ancora la stantia e falsa retorica del debito pubblico come fardello per i posteri. Una preoccupazione, quella per le generazioni future, che curiosamente viene meno quando si tratta di precarizzare il mercato del lavoro, si aumenta l’età pensionistica, si tagliano i fondi per università e ricerca o quando si dipingono i giovani come bamboccioni choosy. Ma ciò che più colpisce, nelle preoccupazioni del segretario dei Democratici, è la somiglianza con le parole del Commissario UE agli Affari Economici, Pierre Moscovici, per il quale ogni euro di debito è un euro tolto ai servizi. Un capolavoro di neo-lingua, uno spettacolare sovvertimento della realtà, dove Moscovici e Martina mostrano di ignorare, in totale malafede, che per fare un euro di servizi lo Stato deve spendere un euro, un euro che prenderà a prestito e diventerà un euro di debito pubblico. È sempre stato così, è così per tutti i paesi del mondo.
Non fanno eccezione, naturalmente, gli esponenti del centrodestra non di governo. Gli uomini in azzurro, in particolare Brunetta, strepitano contro l’aumento del debito pubblico e lamentano l’oltraggio portato all’Europa e ai mercati, evidentemente già dimentichi degli strali lanciati contro l’Europa all’epoca in cui Berlusconi veniva defenestrato a suon di spread per far spazio al governo Monti.
Per non parlare dell’ex Presidente del Consiglio incaricato Carlo Cottarelli, l’uomo che si è guadagnato il poco onorevole soprannome di Mister Forbici. Mai nome fu più adatto, e non solo per il suo precedente incarico da Commissario alla spending review. Carlo Cottarelli lamenta esplicitamente il fatto che la manovra fa troppo poco avanzo primario. Dovrebbe essere al 3,5 – 4%, dice il ragionier Cottarelli. In termini pratici, cosa significa il 4% di avanzo primario? Significa semplicemente prendere dall’economia i soldi necessari al pagamento degli interessi sul debito e, magari, anche qualcosa in più, senza immettere nuove risorse. Possiamo facilmente immaginarci l’effetto della sottrazione di 80 miliardi l’anno alle spese delle pubbliche amministrazioni sullo stato della sanità, degli edifici scolastici, delle infrastrutture e dei trasferimenti alle disastrate casse degli enti locali.
Questo triste spettacolo ha comunque un merito: quello di evidenziare la totale e innegabile adesione di tutti i partiti attualmente rappresentati in Parlamento ai dettami dell’ideologia economica dominante. Assistiamo ad un teatrino dell’assurdo, ad una gara grottesca a chi si dimostra più solerte ed affidabile nel permettere il dispiegamento dei meccanismi distruttivi dell’austerità. Un teatro che vede protagonisti accusati e accusatori, accomunati da una identica visione del sistema economico. Differenziati da mere e secondarie sfumature su come e con quale profondità gestire un piano economico recessivo e regressivo, imposto ed implicato dai vincoli europei, Governo ed opposizioni rappresentano in realtà due facce della stessa medaglia, da contrastare e combattere con uguale forza e con gli stessi argomenti.
Fonte
31/05/2018
Il crack finanziario lo impedisce Mattarella o i gialloverdi ? Vediamo la modalità mondo reale
- il lessico finanziario ha definitivamente conquistato il linguaggio e i temi della lotta politica istituzionale italiana, più della crisi del 2011 e, ancor di più, dell’ultima campagna elettorale;
- non è molto chiaro, alla politica istituzionale, cosa causa quei crolli dei mercati che incidono nella politica e aggrediscono i servizi sociali. Per certi versi qui ci stupiamo di Cottarelli, che questi meccanismi li conosce molto bene. Ma si vede che, come accaduto in altri periodi, l’ora della crisi travolge tutti: improvvisati esperti e tecnici veri.