Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2024

“Non userete le donne per giustificare il genocidio in Palestina”

Nelle scorse settimane a livello internazionale e nazionale sono state diffuse notizie e appelli che, utilizzando le donne come mezzo, sono volte a giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele.

Abbiamo pertanto deciso di controbattere a questa bieca strumentalizzazione, ribadendo il nostro supporto incondizionato alla resistenza palestinese, contro il genocidio in atto a Gaza.

Di seguito il testo dell’appello, per il quale chiediamo a tutte e tutti di firmare e di dargli massima diffusione.

A seguire, le prime – più di cento – firme raccolte e le traduzioni in arabo, inglese, spagnolo e francese.
NON IN NOSTRO NOME

Non userete le donne per giustificare il genocidio in Palestina

Le donne da sempre sono un campo di battaglia: sono oggetti da campagna elettorale, mezzi da sfruttare nella società del profitto, strumenti nello scontro di civiltà per l’Occidente “libero e democratico”.

Per questo, quando la campagna mediatica e politica a difesa di Israele si è tinta di rosa non abbiamo provato nessuno stupore, solo rabbia.

Israele è dipinto come baluardo di democrazia e di salvaguardia dei diritti delle libere soggettività e delle donne in Medio Oriente contro l’avanzata dei barbari palestinesi e arabi, accusati dei peggiori crimini, finanche di “femminicidio di massa”.

Una narrazione mediaticamente forte e “facile” in un paese come il nostro, scosso dalla violenza di genere.

Una storiella, la loro, che utilizza le donne per giustificare il genocidio e la pluridecennale occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Una retorica che ha il sapore della “antica” missione civilizzatrice bianca, oggi anche “femminista”, che opera una distinzione tra donne di serie A (le nostre, le occidentali, le bianche, le israeliane) e donne di serie B (le altre).

Per questo diciamo: non in nostro nome.

Come donne, uomini, libere soggettività, militanti, collettivi e organizzazioni, prendiamo parola per ribadire pubblicamente e a chiare lettere che:

- siamo contro il colonialismo genocida di Israele e il suo regime di apartheid: crediamo nel diritto all’autodeterminazione e alla legittima resistenza anticoloniale del popolo palestinese, per una pace giusta;

- siamo contro il pinkwashing e il femminismo bianco e coloniale: non può esistere liberazione femminile e di genere senza spezzare le catene del colonialismo, dell’imperialismo, del razzismo, delle guerre e dei suoi orrori;

- siamo contro la strumentalizzazione degli eventi del 7 ottobre, delle donne e delle lotte contro la violenza di genere per giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele: non saremo libere e liberi fino a che non lo sarà anche il popolo palestinese!
Fonte

20/01/2024

Non si può restare in silenzio sul genocidio del popolo palestinese

Come Donne de Borgata abbiamo partecipato negli ultimi mesi alle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio in atto a Gaza, consapevoli che la liberazione delle donne e delle libere soggettività è legata a doppio filo con la liberazione di tutte le persone sfruttate e i popoli oppressi.

In questo senso non possiamo accettare la strumentalizzazione delle donne a cui stiamo assistendo nell’ultimo periodo, finalizzata a giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele.

In particolare, negli ultimi giorni i giornali stanno dando risalto a un appello chiamato “Non si può restare in silenzio” nel quale si legge che “il 7 ottobre le donne non sono state uccise come gli altri civili durante l’attacco di Hamas a Israele” e che “il femminicidio del 7 ottobre deve essere dichiarato femminicidio di massa e gli autori devono essere condannati per tale reato”.

Un appello promosso da un gruppo di donne, guidato dalla regista milanese sefardita Andrée Ruth Shammah, insieme a Silvia Grilli, Alessandra Kustermann e Anita Friedman, e che ha già raggiunto circa 15mila firme, tra cui molti nomi della politica, del giornalismo, della musica e del cinema: Eugenia Roccella, Maria Elena Boschi, Letizia Moratti, Giovanna Melandri, Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Concita De Gregorio, Marco Tronchetti Provera, Dacia Maraini, Ferruccio de Bortoli e tanti altri.

Questo appello fa eco a diverse, analoghe, prese di parola delle ultime settimane a livello internazionale, fra le quali un’inchiesta di qualche settimana fa pubblicata dal New York Times, un report di Physicians for Human Rights-Israel (un’organizzazione non governativa) e un appello promosso dalla fondazione Paroles de Femmes su Libération.

Il leitmotiv di questi appelli è lo stesso: puntare il dito sulle violenze del 7 ottobre sulle colone israeliane e sostenere un’accusa sui presunti tentativi di insabbiamento di quegli eventi.

La prima critica in questo senso è arrivata il 30 ottobre nei confronti dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere “UN Women” da parte del Consiglio nazionale delle donne ebree (con sede negli Stati Uniti), dall’Israel Women’s Network e da altre 140 organizzazioni femminili ebraiche e israeliane, che additano l’UN Woman di non aver fatto emergere queste violenze.

All’accusa rivolta all’UN Women – che notoriamente impiega anni per le indagini al fine di documentare e provare i crimini di guerra – si è accompagnata poi negli Stati Uniti la narrazione su una presunta cospirazione di femministe occidentali, organizzazioni globali per i diritti umani e progressisti statunitensi per insabbiare tali violenze, corredata da implicite imputazioni di antisemitismo.

La condanna di quegli eventi e il supposto insabbiamento sono stati sostenuti in primis, ovviamente, dalla destra filo-sionista americana ma sono stati immediatamente riutilizzati sia da Netanyahu, come pretesto per continuare ad attaccare la striscia di Gaza, sia da parte delle “democrazie” occidentali, come giustificazione del sostegno a Israele, nonostante lo sterminio e gli evidenti crimini di guerra che sta realizzando (ma su quelli ci si passa sopra...).

Successivamente, sotto il ricatto delle accuse di antisemitismo e sollecitata dalla sensibilità sul tema della violenza sulle donne, la questione è rimbalzata immediatamente negli ambiti del femminismo “liberal” occidentale, come attestato dal prolificare degli appelli sopra riportati, prontamente ripresi dalla nostra sinistra da salotto.

Tuttavia, per quanto ben ricoperte da uno strato di “moralità”, risulta evidente che l’improvvisa accensione dei riflettori sulle violenze del 7 ottobre hanno la funzione di distrarre l’opinione pubblica dall’annientamento di Gaza e del popolo palestinese e di dare a Israele la giustificazione per perpetuarlo.

Non è un caso che questi appelli si diffondano sempre più, man mano che lo sterminio in atto a Gaza diventa evidentemente ingiustificabile sia per l’opinione pubblica sia per i “supporter” occidentali – tanto che gli stessi Stati Uniti stanno richiamando alla calma Israele.

A maggior ragione considerando che le manifestazioni oceaniche da un capo all’altro del mondo, e il prolificare di movimenti di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, continuano a mostrare l’esistenza di un movimento globale di supporto incondizionato alla causa palestinese.

In questo senso, è palese l’ennesimo tentativo di pinkwashing e di strumentalizzazione delle questioni di genere nella “battaglia di civiltà” in atto, in cui l’area euro atlantica dei paesi occidentali – della quale fa parte a buon diritto Israele – utilizza sistematicamente le donne e le soggettività non conformi come arma contro la “barbarie” del nemico, dalla Russia, alla Cina, all’est Europa, per finire al mondo arabo.

Ricordiamo bene, ad esempio, le discussioni in passato sulla “liberazione” dal burqa, così come l’utilizzo della condizione delle donne Afghane per giustificare l’intervento militare, salvo poi lasciarle abbandonate a sé stesse a seguito della fuga degli Stati Uniti di qualche anno fa (un esempio nostrano in questo è Emma Bonino, sostenitrice dell’intervento militare).

La questione di questa strumentalizzazione è stata di recente sollevata in questi termini da un altro appello, molto condivisibile, realizzato da un gruppo di studiose negli Stati Uniti “Femministe per una Palestina libera. Fermare il genocidio. Porre fine all’occupazione” le quali, tra le altre cose, denunciano la repressione e la negazione della libertà di parola in ambito accademico quando si tratta di supporto alla causa palestinese.

In questa lettera, firmata anche da Angela Davis, si legge fra i suoi punti proprio “Rifiutiamo l’uso del femminismo coloniale e del pinkwashing per giustificare il genocidio, senza eccezioni”.

Ed è proprio sulla questione del femminismo coloniale che è interessante soffermarsi, anche rispetto a quanto accade in Italia. L’emergere dell’attenzione e delle accuse di insabbiamento sulle violenze sulle colone israeliane del 7 ottobre ha, infatti, creato un corto circuito nel campo largo delle componenti di sinistra che sostengono storicamente la causa palestinese, fra cui anche parte dei movimenti femministi.

Ciò si è tradotto nella necessità “morale” della condanna delle violenze di Hamas a incipit di qualsiasi ragionamento a supporto alla resistenza Palestinese o contro il genocidio in atto a Gaza. Una “verifica di ammissibilità” solo dopo la quale si può iniziare a discutere di Palestina.

Non c’è dubbio che una donna stuprata è una donna stuprata, così come un bambino ucciso è un bambino ucciso. Sono cose terribili dovunque e in qualsiasi epoca, e fanno parte dell’orrore delle guerre contro cui chi scrive si schiera attivamente ogni giorno.

Ma la necessità di condanna proprio dalle violenze del 7 ottobre sulle donne, mentre in altri casi non si è vista la stessa attenzione (quando venivano attuate dagli Stati Uniti erano “danni collaterali” e quando realizzate dall’esercito israeliano nemmeno si venivano a sapere), non fa che confermare la natura imperialista e colonialista dell’occidente.

Lo stesso Occidente che per rafforzarsi e garantire la propria tenuta si basa su oppressione e sfruttamento che il sistema in cui viviamo manifesta in diverse forme: dal genocidio in Palestina allo sfruttamento lavorativo, dalla guerra in Ucraina alla violenza sulle donne e al razzismo.

Di fronte a ciò, chi lotta quotidianamente per ribaltare lo stato di cose presenti, non può assumere questo tipo di prospettiva.

Inoltre, mettere insieme la condanna di quelle violenze e del genocidio in corso a Gaza non può che lasciare un sentore di equidistanza o quantomeno di bilanciamento rispetto allo sterminio da parte di Israele del popolo palestinese – attuato anche per mezzo dei suoi coloni e delle sue colone insediati nei territori occupati – che non possiamo permetterci.

Sono 75 anni che in Palestina donne e ragazze vengono violentate, adulti e bambini arrestati e detenuti illegalmente, persone uccise, mutilate, private delle loro case e del loro futuro. E solo negli ultimi mesi sono decine di migliaia le persone uccise o ferite, di cui la metà bambini e bambine.

In questo senso, le ipocrite condanne a Israele ma anche ad Hamas – i famosi (e fastidiosi) né/né che abbiamo visto più volte in questi anni – forse faranno dormire sonni tranquilli a qualcuno.

Ma è qualcuno che evidentemente ha il privilegio di poter dormire sonni tranquilli, con un letto sicuro dove dormire, un bel pranzo di natale e un bel PC dal quale inviare comodamente l’adesione a un appello di intellettuali da salotto.

Nel frattempo, in Palestina, sono 75 anni che non si dormono sonni tranquilli e oggi, ancora di più, si (soprav)vive senza cibo, acqua, elettricità, ospedali e costantemente sotto le bombe, sperando di poter vedere il giorno successivo per sé e per i propri cari. Il tutto nel silenzio generale delle classi politiche occidentali.

Ed è contro questo silenzio colpevole, contro lo sterminio in atto a Gaza e in supporto alla resistenza palestinese che noi scegliamo di schierarci, senza sentire il bisogno di mettere né precondizioni né premesse.

E senza nessuna contraddizione nel dichiararci con la stessa forza contro tutte le guerre e i loro orrori e contro la violenza sulle donne e di genere, entrambe frutto del sistema in cui viviamo.

Perché lottare al fianco della resistenza palestinese, senza se e senza ma, significa lottare per la liberazione di tutti e di tutte. Perché solo quando la Palestina sarà libera potremo dirci tutte e tutti liberi.

Fonte

06/06/2021

Una nuova internazionale nera, dalla Spagna all’America Latina

L’attualità dell’America latina mette in primo piano le elezioni di domenica 6 giugno in Messico e in Perù, mentre continuano le proteste in Colombia, a cui il governo Duque risponde con massacri silenziati dai media occidentali.

Al riguardo, iniziamo col raccogliere l’invito del filosofo messicano Fernando Buen Abad che si occupa di semiotica radicale e combattiva e che, alle sue riflessioni sulle elezioni in Messico, ha premesso la vignetta di un cervello in gabbia come invito a non ottundere il pensiero critico seguendo le menzogne mediatiche. In Messico, che conta 129 milioni di abitanti, andrà alle urne un totale di 94 milioni di aventi diritto. Voteranno per il rinnovo della Camera dei Deputati, dove si eleggeranno 500 nuovi membri. A livello locale, si vota in 15 governatorati, 30 municipi e 30 congressi locali.

Morena, il partito del presidente Lopez Obrador, si presenta in una coalizione denominata Juntos Hacemos Historia, e composta anche dal Partido del Trabajo (PT), dal Partido Verde Ecologista de México. I due partiti di destra, il Pri e il Pan, vanno invece uniti nell’alleanza Va por Mexico. Un dato significativo per un paese nel quale le violenze patriarcali e omofobiche sono molto elevate, è il record di candidati alla Camera dei movimenti LGBTIQ+, e il fatto che quasi il 2% degli oltre 5.300 candidati ai diversi incarichi ha dichiarato in un’inchiesta di identificarsi come parte della comunità. In queste elezioni, vi sono candidati che si definiscono transgender, omosessuali e muxe, un terzo genere riconosciuto all’interno della cultura degli zapotechi di Oaxaca, nel Messico meridionale, che indica una persona alla quale è stato assegnato individualmente il sesso maschile, ma che si veste e si comporta con modalità femminili.

In un paese squassato da una violenza politica strutturale che ha già fatto registrare i suoi picchi di sequestri e scomparse, e che serve anche come arma di ricatto per favorire le politiche securitarie volute da Washington contro i tentativi di cambiamento operati da Amlo, pesano le tematiche internazionali. Se il campo progressista risulterà indebolito, anche la piccola breccia aperta dall’elezione di Obrador si restringerà, soprattutto per quel che riguarda la possibilità di un riavvio delle alleanze solidali sud-sud.

Il ministro degli Esteri ha dichiarato che, come parte dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), il Messico non proibirà la presenza di osservatori alle elezioni di domenica, a patto che rispettino le leggi e non agiscano come durante le elezioni in Bolivia, dove favorirono il golpe con annunci di presunte quanto inesistenti frodi da parte di Morales. Almagro – ha aggiunto il governo messicano per mettere in chiaro le cose – è stato il peggior segretario generale che abbia avuto l’Osa.

Quanto alle presidenziali in Perù, iniziamo col riprendere una frase di Lenin, non a caso riprodotta sul sito di Movadef, il Movimento per l’Amnistia e i diritti fondamentali. Creato in Perù nel 2009, Movadef è stato perseguito e criminalizzato con numerose montature giudiziarie per avere tra i suoi obiettivi anche la liberazione dei prigionieri e prigioniere politiche del passato conflitto armato. La frase di Lenin è questa: «Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.» Ogni discorso ha una natura di classe, afferma il dirigente bolscevico.

Ma come – si dirà – inizi a parlare di elezioni in Perù partendo dall’argomento più spinoso che tutti i candidati di sinistra cercano di evitare come la peste?

Sì, assolutamente, perché l’arma del ricatto in merito al conflitto di classe del secolo scorso pesa come un macigno sul futuro. Perché mentre la borghesia ti costringe a usare il suo linguaggio, i suoi schemi, i suoi paradigmi, facendoti sentire inadeguato, antiquato, non adatto a sederti al tavolo con i “grandi” che guidano il sistema, ti ha già spento la scintilla del cambiamento, ti ha già messo nel recinto, obbligato a sentirti sotto tutela. Mentre tu sei impegnato a cercare la parolina giusta, possibilmente di marca Usa, ti hanno già piallato, cooptato, depotenziato, in nome, beninteso, di pace e democrazia: la pace del sepolcro per il proletariato, a cui viene tolta la dignità e il diritto a ribellarsi.

E se il vaccino dal virus del capitalismo non può essere né lo schematismo, né l’isolamento demagogico nella “torre d’avorio” delle posizioni giuste, che guardano passare tutti i treni senza mai prenderne uno, sicuramente individuare gli interessi di queste o quelle classi dietro i discorsi che egemonizzano la cosiddetta opinione pubblica internazionale, è un antidoto di provata efficacia.

Poter ricordare i propri morti sfidando la damnatio memoriae, contrasta la versione della storia imposta dai vincitori. Serve a non lasciarsi imporre “gli eroi borghesi”, che decantano la legalità di un sistema iniquo e feroce, un modello di “democrazia” che ti uccide con le mani pulite, togliendoti la dignità di una vita in cui il lavoro, la cultura la salute, siano diritti e non privilegi.

E per questo, iniziamo a parlare del Perù proprio a partire dai compagni e le compagne di Movadef, anche se le loro proposte non sono rappresentate dalla campagna elettorale. Si tratta di un movimento di avvocati, artisti, giovani, perseguito con retate inutili e costose, che servono per mantenere in piedi l’apparato emergenziale giustificato dal cosiddetto diritto penale del nemico: l’equivalente peruviano di quello esistente da noi, e oggi riattualizzato in Francia, in Spagna e nell’Unione europea dei banchieri e dei grandi evasori.

In Argentina, è morto in circostanze oscure un dirigente di Movadef, Rolando Echarri Pareja. Ex militante di Sendero Luminoso, sopravvissuto in carcere a torture e massacri oggi passati sotto silenzio, Rolando aveva ottenuto lo statuto di rifugiato politico. Di certo, però, non viveva nel lusso come fanno i cosiddetti perseguiti politici di presunte dittature come viene bollato il governo bolivariano di Maduro in Venezuela, ma in un ostello per gente senza fissa dimora. Aveva sessant’anni, gli hanno travato in mano dei fili elettrici, con i quali si sarebbe fulminato, ma i compagni in Argentina vogliono vederci chiaro, mentre ne ricordano il percorso di lotta con un commovente volantino.

Per cogliere gli interessi di classe dietro la propaganda, basta leggere un lungo articolo sulle elezioni peruviane, pubblicato da El Pais, l’organo che si incarica di elaborare e diffondere in Europa la linea di Washington. Si tratta di una gigantesca operazione di propaganda tesa a sbiancare la figura di Keiko Fujimori, per farne il baluardo delle destre unite contro il maestro Pedro Castillo, bersaglio di attacchi assolutamente degni del maccartismo nordamericano negli anni di Truman.

Per questo, quegli stessi apparati pronti a chiedere la gogna per i manifestanti o per gli avvocati del Movadef, considerano irrisorie le accuse di malversazione e associazione mafiosa che prevedono trent’anni di carcere per la signora Fujimori, la quale ha già scontato 13 mesi nel 2018. Stiamo parlando della figlia del dittatore Alberto Fujmori, condannato a 25 anni di prigione per crimini contro l’umanità e corruzione, che Keiko ha promesso di amnistiare. Amnistia per i potenti, non per i movimenti popolari. Chiaro, no?

L’articolo sarebbe da incorniciare per come riesce a non chiamare le cose con il loro nome, sfumando fatti e concetti che indicano senza ombra di dubbio la pertinenza di quanto i manifestanti hanno a diverse riprese gridato nelle piazze: chiedendo un’assemblea nazionale costituente contro la crisi conclamata della democrazia borghese. In un paese che ha cambiato 5 presidenti in 5 anni – dice en passant l’articolo – tutti quelli eletti dal 1985 sono stati coinvolti in casi di clientelismo e corruzione. Un’osservazione che però serve solo a minimizzare le accuse e il pedigree di Keiko Fujimori, e a mettere in rilievo che, dopo tutti quei presidenti uomini, è venuto il momento di far spazio a una donna.

Che poi questa donna rivendichi il piano di sterilizzazione forzata imposto dal padre come uno strumento di pianificazione famigliare, e sia l’equivalente di uno squalo femmina per le donne dei settori popolari, è evidentemente cosa di poco conto per la propaganda di guerra, che invece si appropria, da destra, di quello che è l’argomento del bilancio e della “conciliazione nazionale”. Si elogia, infatti, in modo sperticato, il mea culpa pubblico di Keiko nei confronti di altri suoi avversari di destra, che l’avrebbe fatta schizzare a un testa a testa con Castillo nei sondaggi. Si esalta il fatto che ad ascoltarla per il suo comizio conclusivo siano andati tutti, ma proprio tutti, gli esponenti del gigantesco apparato politico e mediatico che si è messo in moto per presentare la sua presunta straordinaria rimonta nei confronti del maestro Castillo.

Ovviamente, non manca nell’articolo una stucchevole descrizione familiare dei Fujimori, e la nota di colore per dirci che Keiko, quando ha chiesto perdono nell’Arequipa, indossava un completo beige. Sappiamo così che subito è corsa ad abbracciare il signor Vargas Llosa e il golpista venezuelano Leopoldo Lopez, accorso da Madrid per sostenerla. Alla fine dell’evento – racconta ancora l’articolo – una voce femminile dal pubblico ha gridato: “Viva la donna venezuelana”. Si riferiva, ovviamente, a Keiko, perché – dice il giornalista – in questo momento non esiste un’altra donna in Perù. Va da sé che quelle che lottano nei settori popolari, che le donne peruviane colpite dalla crisi e dal patriarcato, e che sono più della maggioranza della popolazione, non fanno notizia.

Il Nobel per la letteratura Vargas Llosa, che nella precedente elezione aveva invitato a votare contro Keiko Fujimori per sostenere un candidato considerato più presentabile, ha accompagnato la rappresentante di Forza Popolare nel comizio conclusivo dicendo: “A tutti quelli che oggi mi chiamano traditore chiedendomi perché sostengo Keiko, io rispondo tre volte: “Keiko presidenta”.

“Fujimori mai più!”, ha gridato invece la folla di sostenitori del rappresentante di Perù Libre, Castillo, che ha ottenuto il sostegno della candidata di centro-sinistra Veronica Mendoza. Un referendum di sfiducia per l’oligarchia da parte di una moltitudine di contadini, indigeni, donne e rappresentanti di quei settori popolari vittime delle politiche neoliberiste, rese più feroci in presenza della pandemia, che vede il Perù ai primi posti per numero di morti e contagiati. Castillo propone un cambio di marcia basato sulla riappropriazione delle risorse e sulla giustizia sociale, e questo risulta insopportabile ai poteri forti in un momento di alta conflittualità in America Latina per contrastare le politiche di resettaggio proposte dall’imperialismo nordamericano a livello globale.

Le inchieste provenienti da Cuba, dal Nicaragua, dal Venezuela, ma anche da giornalisti statunitensi come Ben Norton, che denunciano l’impiego del denaro tolto ai contribuenti per finanziare i media di guerra nei paesi invisi a Washington, mostrano come proprio da Madrid stia prendendo corpo una nuova internazionale conservatrice che ha nella mira l’America Latina.

In Nicaragua – ha denunciato Ben Norton – in 10 anni la Cia, mediante la Usaid, ha finanziato i media di opposizione con oltre 12 milioni di dollari, e ora cerca di pesare sulle elezioni di novembre. Contro Cuba e il Venezuela la destabilizzazione mediatica è costante. La presenza di Leopoldo Lopez, che fa base a Madrid, parla da sé, così com’è visibile l’influenza di personaggi come Vargas Llosa o l’ex presidente spagnolo José Aznar nei think tank occidentali destabilizzanti.

La loro collocazione a destra o all’estrema destra non è un mistero, però, come accadeva in Italia negli anni ’70, in America Latina esitano a definirsi tali, preferendo confondere le acque presentandosi come di “centro”: ossia come una destra moderna, antiautoritaria e democratica per far dimenticare l’epoca dei golpe civico-militari, che continuano comunque a orchestrare attraverso organismi artificiali come il gruppo di Lima o mediante quel vero e proprio ministero delle colonie che è l’Osa diretta da Almagro.

Durante la presidenza Trump, uno dei suoi principali assessori, Steve Bannon, ha cercato di ricompattare i gruppi dell’estrema destra latinoamericana compiendo un viaggio apposito in diversi paesi. Ora, a riprendere l’iniziativa è il partito spagnolo Vox, razzista omofobo e di eredità franchista, che vuole impiantarsi in America Latina. Due delle sue figure più note, sono andate all’assunzione del banchiere Lasso come presidente in Ecuador per frenare – hanno detto – l’avanzata del comunismo in America Latina. Intendono riunire l’estrema destra latinoamericana a partire dalla carta di Madrid, promossa dalla loro fondazione Dissenso. Un documento sottoscritto da diversi partiti della destra latinomericana e anche europea. Tra i firmatari, l’ex capo di gabinetto della golpista boliviana Janine Anez, Arturo Murillo, arrestato negli Usa per numerosi delitti, il figlio di Jair Bolsonaro e la golpista venezuelana Maria Corina Machado. Personaggi che vedono come il fumo negli occhi anche i governi progressisti più moderati come quello argentino o messicano, e si adoperano affinché non si consolidino. Tutti, animano la lobby europea contro il Venezuela e Cuba, si adoperano per appoggiare apertamente il governo narco-paramilitare di Duque, e per silenziarne i massacri contro il popolo colombiano.

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28/09/2020

Francia - Ni dieu, ni maitre, ni Macron!

Ha destato molto scalpore la recente proposta di legge voluta da Macron di vietare “certificati di verginità” e sanzionare i ginecologi che li rilasciano. Si tratta di una pratica molto minoritaria in Francia, ma che viene ancora oggi praticata soprattutto dai membri più tradizionalisti della religione mussulmana in varie parti del Paese.

Questi certificati sono ovviamente privi di qualunque valore, anche scientifico, ma alcune donne sono costrette a “dimostrare di essere vergini” per essere accettate dal futuro marito. Pur essendo una pratica svilente e sessista, l’opposizione di molti ginecologi a questa legge solleva un punto importante: in un mondo ideale, dicono i medici, ci si rifiuterebbe di rilasciare questi certificati perché si tratta di una pratica che lede la libertà, la privacy e l’autodeterminazione delle donne, contro il dominio e il controllo maschile.

Ma nella realtà dei fatti le visite in cui le donne chiedono questi tipi di certificato sono dei momenti importanti per ascoltarle, per aiutarle a prendere coscienza e liberarsi dal giogo familiare e, in fin dei conti, quel certificato diventa l’unico strumento per far sì che non subiscano ulteriori pressioni e molestie, e a volte salva loro anche la vita.

Una legge che vietasse questi certificati e che punisse i medici che li rilasciano non risolverebbe quindi la situazione; anzi, getterebbe queste donne, già vulnerabili e minacciate, nel vortice di esami informali con rischi e abusi connessi.

La legge del resto non si è quasi mai dimostrata un dispositivo di emancipazione, per esempio nel caso del divieto del velo: esso non ha fatto altro che determinare uno scivolamento ai margini e una progressiva fuoriuscita delle donne mussulmane dalla scena pubblica francese.

L’indignazione legittima contro i certificati di verginità solleva quindi un problema sociale che sta alla base della società francese, ancora profondamente legata all’ideologia dell’assimiliazione coloniale, e rivela come questa proposta di legge sia solo una strumentalizzazione definibile come pinkwashing, che si inserisce nel solco della deriva securitaria e antipopolare francese.

Questa norma, proposta da Marlene Schiappa, ex ministra per le pari opportunità e, dopo il rimpasto estivo, con delega alla cittadinanza, riapparsa al fianco del ministro dell’interno Darmanin (su cui pende un’accusa di stupro), si inserisce in un progetto di legge “contro il separatismo”, proposta contro i “selvaggi” che mirano alla “distruzione della repubblica“, della sua identità e dei suoi valori, quali appunto la laicità e la parità fra i generi.

Questa legge, con l’obbiettivo di ridurre a zero l’impunità, permetterebbe di chiudere con più facilità i luoghi in cui si fa propaganda fondamentalista contro la Repubblica, di sciogliere e togliere i contributi alle associazioni che non si allineano ai valori dello stato francese, e poter addirittura chiudere i luoghi di culto.

Si tratta di una legge securitaria che viene difesa come “progressista”, necessaria e improcrastinabile dando una lettura falsata delle statistiche sul crimine, le quali sono perfettamente in linea con lo stesso periodo del 2018-2019, ma indicano un aumento tra l’estate e i mesi precedenti, derivato semplicemente dall’allentamento del lockdown.

La deriva securitaria francese non inizia con questa legge: nel 2017 lo stato di emergenza fu prolungato oltremodo, gli enormi finanziamenti alle forze di polizia e migliaia di nuove assunzioni, la possibilità di espellere i colpevoli di violenza sessuale, le multe per il consumo di droga ecc.

Dall’altro lato, però, si tratta di una legge che criminalizza la comunità araba e musulmana, all’indomani di un lockdown che sta vedendo un lento acuirsi delle tensioni sociali soprattutto tra le classi popolari.

Il fondamentalismo di cui vorrebbe liberarsi Macron si radica in quelle classi popolari, abbandonate a se stesse, ghettizzate, iper-sfruttate e relegate ai margini, ma il vero separatismo è quello che ha fatto sì che i ghetti nascessero, che vi sia una segregazione di classe nelle scuole private e un diverso (nullo in alcuni casi) accesso ai servizi.

Lo stato francese è in difficoltà, è indebolito dalla sua gestione della crisi sanitaria e della crisi economica, così distoglie l’attenzione parlando di sicurezza e lo fa riprendendo i temi della destra fascista: Marine Le Pen ha definito Black Lives Matter una “guerra civile fredda”, e recentemente il portavoce governativo Gabriel Attal ha definito le nuove leggi contro il separatismo “lo strumento giusto per scongiurare una guerra civile”.

Audre Lorde ammoniva: “non si distrugge la casa del padrone con gli strumenti del padrone” e non sarà una legge a porre fine alla violenza sistemica sulle donne, alle pratiche sessiste dei certificati di verginità; le donne che vivono condizioni di oppressione non saranno liberate da politici liberali bianchi che strumentalizzano la violenza di genere per stigmatizzare complessivamente le comunità immigrate.

La libertà e l’autodeterminazione delle donne migranti e proletarie si raggiunge garantendo servizi pubblici, piena occupazione, politiche abitative, consultori, parità di salario, educazione e istruzione accessibili, finanziando i centri antiviolenza e investendo sulla pianificazione familiare, strappandole a un’esistenza precaria e liberandole dalla violenza di genere, economica e razzista.

Fonte

29/05/2020

Debito pubblico e occupazione femminile: altre istruzioni per nascondere il conflitto sociale

Come nella migliore tradizione degli insegnamenti volti al culto del sacrifico da imporre oggi per avere frutti succulenti domani, i fautori dell’austerità stanno seminando in tempi non sospetti quello che domani germinerà in un nuovo roboante richiamo alle virtù della disciplina di bilancio.

In una fase drammatica come quella che stiamo attraversando a causa della pandemia, sarebbe inopportuno e controproducente scagliarsi contro la spesa corrente, necessario tampone ad una drammatica situazione. Perché però non trovare nuove e seducenti strade per far passare i soliti, dannosi e pericolosi messaggi riguardanti la necessità di fare austerità?

Sembra essere questo il pensiero che guida le recenti uscite di tanti volti noti nel dibattito pubblico nostrano. Abbiamo recentemente visto come una presunta sensibilità ambientalista possa essere un efficace strumento di persuasione. Chi infatti non vorrebbe un programma politico basato sul concetto di sostenibilità sociale ed ambientale? Eppure questo messaggio, ampiamente condivisibile, è usato per riportare in voga la richiesta di austerità, messa nello stesso calderone della sostenibilità sotto l’etichetta di ‘sostenibilità economica’.

Dopo la verniciata di verde data alle fosche tinte dell’austerità, è il turno del rosa. Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e già commissario alla spending review, nonché direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani, si dice molto preoccupato dalle ripercussioni che l’attuale crisi potrà avere nei prossimi mesi su disoccupati, cassaintegrati e precari. Tuttavia, all’interno di una crisi pesante per tutti, Cottarelli giustamente sottolinea che c’è una categoria particolarmente debole che rischia ulteriori sofferenze: le donne. Infatti, dopo una generica panoramica sul disastrato mondo del lavoro, Cottarelli ci ricorda quanto segue:
Il problema della perdita dei posti di lavoro in questa recessione sembra essere particolarmente severo per le donne. Non si sta parlando abbastanza di questo aspetto anche se alcuni recenti studi ne documentano la gravità. È stato per esempio notato che nell’Unione europea il 27 per cento delle donne ha lavori precari, quelli che probabilmente saranno persi più rapidamente, contro il 15 per cento degli uomini. E che negli Stati Uniti le donne rappresentano solo il 22 per cento nei lavori facilmente eseguibili in modalità ‘agile’.
Come provare a fronteggiare queste plumbee prospettive per i lavoratori, e in particolare le lavoratrici? Cottarelli ci spiega che la ricetta migliore sarebbe quella improntata a investimenti pubblici di ampia portata. Certo non si parla di programmazione economica guidata dallo Stato, ma il suggerimento appare assolutamente sensato, e per di più guidato da un desiderio di indirizzare gli investimenti all’occupazione, con particolare occhio a quella femminile. Per non perdere la trebisonda, urge allora scavare un po’ sotto l’apparente benevolenza di questo tipo di messaggio.

È infatti sul modo in cui realizzare questi progetti che la ricetta di Cottarelli apre le porte ai meccanismi di disciplina dell’austerità. Infatti, nel suo piano di risposta alla crisi si trovano: la ‘speranza’ che si attivi a livello europeo un Recovery Fund, il richiamo a superare l’’avversione’ al MES per la sanità, la necessità di fare le riforme, la riduzione del debito pubblico a fine emergenza. Troviamo perciò, in tutto il suo splendore, il solito armamentario utilizzato dai fautori dell’austerità. Da una parte infatti troviamo, a fronte di una emergenza ancora in corso, interventi o tutti da definire (a ormai mesi dall’inizio della pandemia) o nati sotto il segno della condizionalità come il MES. Dall’altra, a emergenza ormai superata tornerà il solito ineffabile richiamo alle riforme da fare (flessibilità del mercato del lavoro, deregolamentazione) e riduzione del debito da perseguire (altra austerità pronta a uscir fuori dal cassetto). Ad animare le parole di Cottarelli è una non celata adesione all’ideologico paradigma della scarsità: le risorse sono limitate e vanno usate con cautela. La stessa cautela con la quale si sono susseguite le riforme del mercato del lavoro, le riforme delle pensioni, i tagli alla sanità e agli stipendi. Risparmiare, prima, sulle spalle delle classi subalterne per accorgersi, dopo, quale situazione drammatica vivano. E anche allora, non mettere mai in soffitta gli arnesi dell’austerità: che restino sempre a portata di mano, affinché mai l’emancipazione si possa completare. Il ricorso al MES, il richiamo alle riforme e al rientro del debito pubblico sono, infatti, la negazione puntuale delle false preoccupazioni di Cottarelli.

Ribadiamo ancora una volta che, come per l’obiettivo della sostenibilità ambientale, il settore pubblico, al fine di sostenere la buona, continuativa e ben retribuita occupazione, combattendo la disoccupazione di massa e ancora di più la disoccupazione femminile, dovrebbe impegnarsi a intervenire in maniera massiccia nell’economia con la spesa in deficit. Le politiche espansive, unite ad una regolamentazione del mercato del lavoro che ribalti le innumerevoli riforme nel segno della precarietà sono la via maestra per garantire occupazione e uguaglianza di genere nel mercato del lavoro.

Le donne hanno vissuto e vivono una condizione di sofferenza che nel nostro Paese assume tratti particolarmente drammatici: dalla loro condizione emerge tutta la violenza dello sfruttamento capitalistico. La lotta per la loro emancipazione, per il miglioramento delle prospettive reddituali e occupazionali femminili, così come l’attenzione alla sostenibilità ambientale, non possono che essere stelle polari di un progetto politico di sinistra. È quindi necessario che questa lotta si scrolli di dosso tutti gli orpelli che liberisti di ogni sorta vogliono appiccicarle, di cui l’austerità è un esempio lampante. È necessario sempre tenere presente la necessità di combattere l’austerità non solo come meccanismo disciplinante per lo Stato sociale e i popoli europei, ma in quanto subdolo vincolo che non permette né le spese necessarie per la tutela dell’ambiente, né quelle necessarie per sostenere l’occupazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Essa è proprio ciò che va messo in soffitta per perseguire quegli obiettivi.

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16/11/2016

Referendum costituzionale: perché le donne dovrebbero votare Sì?

Sapete del Referendum costituzionale? Si vota il 4 dicembre e in giro per l’Italia ci sono vari comitati che fanno campagna in favore del Sì. Uno tra questi, ad Arezzo, ha organizzato un’iniziativa, legittima, pubblicizzata attraverso un volantino che ricorda tanto altre illustrazioni vintage in cui il brand “donna” era usato in favore della vecchia Dc. Perché dovrebbe essere importante per le donne “dire sì”? Perché non dovrebbe esserlo per gli uomini? Mi spiegano allora che la riforma prevede l’aggiunta di un passaggio all’art. 55 che dice “le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”.

Alle donne dovrebbe far piacere, scrivevano ieri alcuni commentatori sulla pagina facebook di Abbatto i Muri, perché più donne nelle istituzioni significa anche più diritti per le donne stesse. Solita solfa paternalista, ma anche rispondente a un femminismo che ancora ragiona per dicotomia donna/uomo (e gli altri generi dove li mettiamo?), per cui dovremmo immaginare un mondo migliore solo se con potere in mano anche alle donne. Che le donne siano migliori è tutto da dimostrare. Ne ho ampiamente discusso in passato in relazione alle orribili quote panda/rosa che sono un modo pietoso e vittimista di rivendicare quel che appartiene a tutta l’umanità: un posto nella storia, una possibilità di autorappresentazione. Non fosse per il fatto che, però, non esiste una donna che possa rappresentare le altre e non esiste una somiglianza identitaria, economica, politica, tra donne in quanto aventi stesso organo genitale.

Di quante donne, ministre, deputate, rappresentanti istituzionali, si può dire che non rappresentano nessun@ a parte la loro categoria politica di riferimento? Molte. Potrei parlare di donne antiabortiste, razziste, omofobe, transofobe, e autoritarie che non rappresentano me e tante altre come me. Non serve essere “donna” per rappresentare un’altra donna. Mi rappresenta bene, qualora mi accontentassi di delegare qualcun@ a compiere questo dovere, una qualunque persona che abbia idee affini alle mie. Ci sono donne sulle quali non investirei un soldo bucato e tante che sul brand “donna” ci marciano per cavalcare lotte facendole diventare mode, per svuotare di contenuto battaglie antisessiste trasformando folle di precarie e speranzose militanti in megafoni sfruttati in un bieco marketing istituzionale. Ci sono donne che si autonominano rappresentanti delle “altre” salvo poi condannarle ad essere esclusivamente vittime e dunque non in grado di intendere e volere per quel che riguarda importanti e autodeterminate decisioni su quel che vogliamo fare dei nostri uteri, con la Gestazione per altri (Gpa), o con i nostri corpi, con il sex working.

Ci sono donne che impongono un codice morale e vorrebbero legiferare, proibire, impedire, quel che riguarda nostre personali scelte che non coincidono con la loro visione del mondo. Ci sono donne che ragionano come le antiabortiste per cui se non lo faccio io allora non lo fai neppure tu, l’utero è tuo ma lo gestisco io, il corpo è tuo ma l’unica libertà di scelta che puoi esercitare deve coincidere con quel che ordino io. Anche di queste donne, sovradeterminanti, prive di capacità di ascolto e di rispetto per la mia soggettività, è fatto il panorama politico italiano, perciò non si capisce come e perché io dovrei gioire per un manifestino rosa, che parla in rosa e offre sponsalizi, con un “Sì” di felice auspicio, che di fatto mi dice soltanto che siamo di fronte all’ennesima campagna elettorale in cui si usano le donne per rendere più bello il resto.

Pinkwashing a parte dunque, di cosa è fatta la proposta sulla quale siete chiamat* a votare? Gli argomenti sono gli stessi usati per promuovere la legge elettorale, centralizzando poteri, attribuendo a pochi il potere di gestione della cosa pubblica, con maggioranze risicate, sempre più risicate poiché senza il Senato tutto si svolgerà alla Camera dei deputati. Lo schema è quello della Camera dei Lord, forse, o comunque qualcosa che viene definito positivo per dare “maggiore stabilità al governo”. E di cambiamento in cambiamento il governo non sarà solo “stabile” ma attaccaticcio alle poltrone e al potere e non ci sarà verso di poter mettere in discussione un bel niente di quel che farà perché il voto, il tuo voto, comunque conterà molto meno.

Tolto il senato, che diventa l’insieme delle rappresentanze regionali, trovi ovunque un riferimento alla ratificazione di regole (trattati, leggi) Europee, alle Regioni saranno date altre funzioni [trovate tutto scritto qui], si renderà più difficile ai cittadini la possibilità di intervenire nelle cose dello Stato.

Le leggi di iniziativa popolare dovranno avere non meno di 150.000 elettori proponenti, invece che 50.000. La proposta di referendum a differenza di prima può essere avanzata da 800.000 elettori e viene approvata se ha partecipato alla votazione “la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.

Per l’elezione del Presidente della Repubblica si va oltre il previsto terzo scrutinio a maggioranza assoluta e si continua con il quarto, quinto, sesto, settimo e oltre, durante le quali la maggioranza votante prevista diminuisce fino a diventare, praticamente, io/mammeta/tu. Il Presidente, dunque, quel che dovrebbe essere organo di garanzia, diventa netta espressione della maggioranza di governo. Le regioni possono essere paragonate a nuove imprese autonome in diretto rapporto con governo, Europa e Dio, e possono fare qualunque cosa, in termini di economia, tasse, commercio, salvo poi poter essere dichiarate illecite, per fallimento, e dunque sostituite a forza dal governo. E però, tranquille, donne, perché anche le regioni dovranno adottare regole di equilibrio nelle rappresentanze. E non vorrei intristirvi troppo ma dire che ci deve essere equilibrio, rinviando a leggi xy che non è detto si facciano o come saranno fatte, non vi garantisce un bel niente. In realtà tutto è espresso in maniera fumosa e chissà quante volte la Corte Costituzionale sarà chiamata a scegliere al nostro posto su cose che i/le contribuenti non hanno neppure deciso e approvato.

Quello che io vedo è un gran pasticcio, decisamente comico in alcuni passaggi e pur non essendo una costituzionalista non penso di sbagliare se dico che il cambiamento porterà più caos che vantaggi. Si accentreranno i poteri limitatamente all’unica Camera la cui rappresentanza è eletta con un maggioritario che esclude tre quarti dei cittadini e delle cittadine. Si renderà impossibile l’opposizione, sempre più invisibilizzata per esigenza di “stabilità governativa”. Le differenze tra le gestioni regionali creeranno differenze nell’area dei diritti tra persone che pure pagano le tasse in eguali quantità se non addirittura in maggiore quantità nelle regioni più “svantaggiate”. Quel che leggo è un impasto di proposta che dovrebbe piacere alla Lega o a quei partiti che volevano il Primo Ministro che interloquisce solo con il Re.

Dimenticavo: manca soltanto il recupero di proprietà e titoli nobiliari per i Savoia. Si sa che averci un re e una regina, più relativi principini, fa sempre la sua figura. E dunque, dicevamo, quando ogni legge, ogni regola, che riguarderà la mia vita, il welfare, la, sanità, il lavoro, il reddito, la casa, la pensione, eccetera eccetera, verrà fuori soltanto dalle decisioni di pochi, siete poi così sicuri che la nostra possa definirsi democrazia?

Oh, comunque se ci saranno più femmine a governare mi sento proprio più tranquilla. Sì sì, come no.

Ps: non demonizzo le donne che fanno campagna per il Sì e interloquisco volentieri a partire da altri argomenti che non siano le quote rosa. Per chi ha voglia di ragionarne io sono qui.

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06/05/2016

Torino: fallisce l’operazione di “pinkwashing” di Israele


Il 4 maggio è stata inaugurata la terza edizione del Torino Gay e Lesbian Film Festival (TGLFF). Come segnala BDS Italia, per il terzo anno consecutivo questa iniziativa è stata sponsorizzata dall’Ambasciata di Israele in una evidente operazione di pinkwashing.

Evidente infatti il tentativo di strumentalizzare le istanze di genere, in particolare quelle LGBTQI, al fine di presentare Israele come un luogo di diritti e progresso democratico agli occhi della comunità internazionale. Come sottolinea il comunicato del BDS: “Nonostante Israele rivendichi un ruolo di tutela nei confronti delle persone LGBTQ, le politiche di apartheid e di occupazione colpiscono l’intera società civile palestinese e altre minoranze, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”.

Quest’anno però l’operazione non è andata a buon fine: in adesione alle ragioni della campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni sia le organizzazioni studentesche LGBTQI sia la Professoressa Chiara Bertone – che erano ufficialmente invitati a partecipare all’evento – hanno deciso di non prendervi parte.

La Bertone ha spiegato così le sue ragioni:

“Non credo vada nella direzione di costruire una società più giusta per tutt* l’operazione di “pinkwashing” del governo israeliano, che utilizza il sostegno a iniziative culturali LGBT per presentare un’immagine positiva internazionale mentre perpetua ed inasprisce le diseguaglianze di diritti e riconoscimento su base religiosa, etnica, di cittadinanza, all’interno dei territori occupati e di Israele. Come parte della campagna a livello internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) si sta sviluppando globalmente un’attenzione a rendere visibile questa operazione, e si sta diffondendo la scelta di singoli e organizzazioni di prenderne le distanze.

Quando si è saputo della collaborazione del TGLFF con l’ufficio culturale dell’ambasciata israeliana, questo hanno fatto le organizzazioni studentesche LGBT dell’Università di Torino. Questa è la ragione per cui non sarò presente all’incontro di venerdì”.

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