Poche parole nella vita pubblica contemporanea hanno subito una censura così rapida e punitiva come “antisionismo”. Un tempo posizione politica controversa, dibattuta trasversalmente alle tradizioni religiose ed etiche ebraiche, ora giunge già condannata, trattata meno come un’idea storica e più come prova di contaminazione morale. Il termine non descrive più solo una posizione riguardante il nazionalismo o la statualità; è diventato uno strumento di preclusione, capace di ridurre distinzioni e storie a semplici accuse.
Questo crollo è avvenuto rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attentati del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato con 311 voti a favore e 14 contrari una risoluzione che equipara antisionismo e antisemitismo. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il Genocidio israeliano a Gaza. Insieme ai successivi interventi legislativi, ha servito a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e radicata tradizione ebraica di opposizione al sionismo per motivi religiosi e politici.
“Antisionismo: Una Storia Ebraica” di Benjamin Moser si propone di recuperare quella tradizione. Biografo vincitore del Premio Pulitzer, Moser ha dedicato la sua carriera a riabilitare figure vissute ai margini di ciò che le istituzioni erano disposte a riconoscere, tra cui la critica americana Susan Sontag nelle sue contraddizioni e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua eccentricità. Porta qui lo stesso istinto, in un ambito della storia intellettuale ebraica che altri avevano a lungo dichiarato chiuso.
Ciò che la biografia insegna, forse, è che una vita raccontata nella sua interezza presenta un argomento più profondo di qualsiasi polemica. Una tesi può essere confutata. Una persona, se vista con autenticità, tende a persistere.
Ciascuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a un diverso mondo di opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo è emerso dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui obiezione al Sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese arrivato a Gerusalemme come Sionista e partito come qualcosa che i Sionisti ritennero imperdonabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e sotto pseudonimo arabo, la più preveggente denuncia del Sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato americano che guidò un movimento nazionale contro il Sionismo finché, quando le pressioni si fecero sentire e la situazione cambiò, non ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi archivi.
I restanti sei non sono meno diversi: un filosofo il cui libro fu attaccato da una campagna che raggiunse i più alti livelli del potere israeliano; un poliedrico intellettuale francese che definì la struttura coloniale del Sionismo prima ancora che il vocabolario per definirla si fosse consolidato; un’avvocata israeliana di origine polacca che chiuse il suo studio piuttosto che fungere da facciata democratica per un sistema antidemocratico; una giornalista Sefardita brasiliana che lavorò dal Cairo durante la guerra del 1973 nascondendo la sua origine ebraica; un comunista sudafricano che da ragazzo piantò alberi su un villaggio palestinese raso al suolo e trascorse la vita a riflettere sul suo gesto; e un fotografo guidato da un’etica di testimonianza.
Questa è la forza morale della scelta del ritratto rispetto alla polemica. Il metodo di Moser funziona per accumulazione: ogni vita dimostra che la tradizione esisteva, che era seria e che la sua soppressione non era mai stata inevitabile. Ma il ritratto ha i suoi limiti. I dissidenti possono essere reinseriti nella storia più facilmente dei palestinesi, la cui espropriazione ha dato urgenza al loro dissenso.
Il costo del dissenso
Nessuna delle dodici figure giunge alla stessa conclusione percorrendo la stessa strada. Moser non si sforza di unificarle in un unico movimento, perché non lo costituivano. Erano sparse tra continenti e lingue diverse, in gran parte ignare l’una dell’altra, ognuna giunta indipendentemente a opporsi a un progetto che riconosceva, dal proprio punto di vista, come un errore morale. Ciò che le accomuna è un costo, e questo costo è il vero tema del libro.
Il costo più inequivocabile è quello di Jacob Israël de Haan: un uomo colpito da tre proiettili in via Jaffa a Gerusalemme il 30 giugno 1924, mentre usciva dalla preghiera serale. Il suo assassino fu Avraham Tehomi, un agente dell’Haganah che agiva sotto l’autorizzazione di Yitzhak Ben-Zvi. Nessuno fu mai assicurato alla giustizia. Ben-Zvi divenne il secondo Presidente dello Stato di Israele. Tehomi trascorse gran parte del resto della sua vita a Los Angeles.
De Haan era arrivato a Gerusalemme come Sionista, un poeta ebreo olandese di notevole fama, animato dalla romantica convinzione che la terra potesse essere riconquistata senza che nessuno subisse torti. Ciò che trovò lo disilluse quasi immediatamente. Imparò l’arabo, visitò i villaggi arabi e gradualmente giunse a comprendere ciò che i coloni non sapevano né volevano sapere delle persone che già vivevano nel Paese che erano venuti a rivendicare.
Questa consapevolezza lo rese pericoloso. Scrisse ciò che vedeva su giornali olandesi con lettori internazionali; le sue opinioni erano ampiamente condivise tra le comunità ortodosse che rappresentava e non fecero altro che rafforzare le loro convinzioni. Tehomi lo trovò fuori dalla sua sinagoga e gli lanciò un avvertimento, ma de Haan non smise di scrivere. Poco prima che de Haan si imbarcasse per l’Inghilterra, Tehomi tornò alla sinagoga e gli sparò mentre usciva dalle preghiere serali.
Moser non fa di de Haan un martire in senso sentimentale. Ci mostra invece un uomo devoto e coraggioso, di autentiche contraddizioni: un ebreo ortodosso omosessuale la cui disponibilità a guardare in faccia ciò che stava realmente accadendo in Palestina fu considerata dalla dirigenza Sionista un crimine che richiedeva una soluzione definitiva.
Moser scrive che le “Quatraine”, la raccolta di brevi poesie di De Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, furono pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “acclamate come una delle più sublimi conquiste nella storia della poesia olandese”. Chi deteneva il potere si rifiutò di rivelare cosa gli fosse stato fatto.
La persecuzione subita da Hannah Arendt fu di tutt’altro genere; lei sopravvisse. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e raggiunse, in ultima analisi, i più alti livelli del potere israeliano. Quando “Eichmann a Gerusalemme” fu pubblicato nel 1963, la reazione ignorò completamente il dissenso: si trattò di uno sforzo coordinato per garantire che ciò che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nell’immaginario collettivo, da una versione inventata e facilmente confutabile.
Fu accusata di aver affermato che gli ebrei avevano cospirato per il proprio Sterminio. La Lega Anti-Diffamazione guidò l’attacco, diffondendo un riassunto di cinque frasi che dipingeva Arendt come colei che incolpava gli ebrei della propria distruzione, un’accusa che fu presto ripresa in tutti gli Stati Uniti. Moser osserva inoltre che Siegfried Moses, un alto funzionario del governo israeliano, si recò personalmente da lei per chiederle di bloccare la pubblicazione del libro, e Arendt apprese da altre fonti israeliane che lo stesso Primo Ministro David Ben-Gurion era intervenuto.
“L’immagine che avevano creato era quella di un libro malvagio”, scrisse; “ora dovevano dimostrare che era stato scritto da una persona malvagia”.
Ciò che la campagna non poteva sopportare, e sapeva di non poter sopportare, era un’analisi onesta non solo dei legami storici tra Sionismo e nazionalsocialismo nell’Accordo di Ha’avara, ma anche degli scopi a cui veniva strumentalizzato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare la memoria degli assassinati in moneta politica. La sostanza non venne mai affrontata. Il clamore fu sufficiente.
Felicia Langer trascorse 22 anni cercando di usare il sistema legale israeliano per difendere i palestinesi Sotto Occupazione, perdendo la maggior parte delle sue cause, vincendone qualcuna e giungendo infine alla conclusione che il suo stesso lavoro era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi conferiva all’apparato della giustizia militare un’apparenza di equità che altrimenti non avrebbe potuto avere.
Quando chiuse definitivamente il suo studio nel 1990, dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà, si trattava di un rifiuto di fungere da alibi. A quel punto, decenni di ostilità avevano lasciato il segno. Come scrive Moser, era stata “derisa dalla stampa e le veniva sputato addosso per strada”. Giunse a credere che persino i suoi clienti palestinesi venissero puniti più severamente per essere rappresentati da lei.
Dopo aver lasciato Israele, si trasferì in Germania, dove viveva suo figlio, e si stabilì a Tubinga. Moser sottolinea l’amaro simbolismo di questa scelta: era “una dichiarazione di maggiore libertà in quanto donna ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato Ebraico”.
Da ragazzo, Ronnie Kasrils piantava alberi. Aveva dieci anni, era un giovane Sionista entusiasta di Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva monete per il Fondo Nazionale Ebraico, incorniciava i certificati delle sue donazioni e li appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi venivano piantati in Israele, in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era quello di ricoprire le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948.
L’antisionismo di Kasrils nacque dalla lotta che aveva già plasmato la sua vita. Sharpeville lo spinse ad aderire all’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) e alla lotta contro l’Apartheid; in esilio, vide Israele intensificare i suoi rapporti con il Regime sudafricano, un legame che, secondo Moser, rafforzò la sua opposizione al Sionismo.
Dopo la caduta dell’Apartheid, comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001, scrisse una “Dichiarazione di coscienza dei sudafricani di origine ebraica”. Sei anni dopo, in un opuscolo dell’African National Congress, paragonò l’espropriazione dei palestinesi ai Bantustan (enclavi ghetto) sudafricani e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano convivere in uno Stato democratico.
La sua risposta ebbe un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che fosse “un vero ebreo”; fu citato in giudizio per aver paragonato gli israeliani ebrei ai Nazisti; e, quando lasciò il governo, scrive Moser, Kasrils era diventato persona non grata tra molti ebrei.
Ciò che accomuna queste quattro vite è la riluttanza a distogliere lo sguardo da ciò che stava realmente accadendo, qualunque costo personale tale chiarezza richiedesse. La tradizione che Moser sta recuperando non era quella di un dissenso accomodante. Pagarono per aver dato un nome a ciò che osservavano, ma non smisero mai di farlo.
Due eredità inconciliabili
Prima dei 12 ritratti, l’introduzione di Moser al libro inizia con un’eredità: la copia degli scritti completi di Herzl appartenuta a suo nonno, un pesante volume blu trasportato da Breslavia attraverso l’oceano fino a Houston. Moser lo descrive come un talismano, qualcosa che ha conservato per decenni senza leggerlo completamente. Quando finalmente lo lesse, ciò che vi trovò lo inorridiva: Herzl come un antisemita e un megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. L’eredità rimase. Ciò che cambiò fu il significato del possederla.
“Antisionismo: Una Storia Ebraica” è insolitamente chiaro sui propri limiti. Moser lo afferma senza mezzi termini nell’introduzione: “Sebbene questo libro tratti necessariamente di ebrei, esiste solo grazie ai palestinesi”. A conclusione dell’introduzione, egli esprime la speranza che coloro che si avvicinano a questa tradizione “si liberino del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e mettano “le vere vittime del Sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto ciò che fanno”.
Queste non sono frasi pronunciate a caso. Segnano, con una certa precisione, il confine esterno del progetto di Moser. Un recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, si rivolge principalmente alla comunità la cui coscienza viene recuperata. Il suo pubblico è costituito soprattutto da coloro che avevano bisogno di ricordare che l’opposizione al Sionismo è nata all’interno della vita intellettuale e spirituale ebraica. Quest’opera è importante. Per sua natura, proviene da una direzione.
Ciò che il metodo di Moser non può fornire è la prospettiva dall’altra direzione: la vita che ha portato in grembo ciò a cui quelle 12 coscienze si sono opposte. Le figure in questo libro erano, per la maggior parte, testimoni dell’espropriazione palestinese piuttosto che suoi eredi. Hanno visto chiaramente e hanno pagato per aver parlato, mentre l’espropriazione continuava. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza appartiene alla stessa storia. I due fatti coesistono come una diagnosi corretta coesiste con una morte che non ha potuto impedire.
C’è una sorta di consolazione morale che il libro, a suo merito, si astiene dall’offrire in modo troppo esplicito. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al Sionismo porta in sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione tende a favorire chi la riceve, e la questione di cosa significhi questa tradizione ritrovata per coloro che hanno perso le proprie case mentre veniva soppressa è un interrogativo che il libro può affrontare, ma non risolvere.
Leggere il libro di Moser come scrittore palestinese significa percepire, a tratti, la particolare estraneità di essere oggetto di una conversazione condotta in gran parte senza di te. La coscienza ritrovata è autentica, e il prezzo pagato da coloro che l’hanno preservata non dovrebbe essere minimizzato. Eppure le case in cui vivevano i miei nonni furono svuotate negli stessi decenni in cui questi dissidenti discutevano e perdevano, e le case non poterono attendere che la questione si risolvesse prima di essere occupate.
Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds e fu tra le prime conduttrici arabe. La sua voce risuonava in una Palestina che ancora esisteva come luogo coeso, un Paese con un servizio di radiodiffusione e un poeta nazionale, la cui vita musicale era così importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricopriva quella carica presso il Servizio di Radiodiffusione Palestinese a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero i canti di un popolo che cercava di rimanere unito sotto un’immensa pressione.
Nel 1948, mia nonna fu costretta a lasciare la sua casa sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiotelevisivo fu sciolto, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita immersa in una cultura continua divenne, in un attimo, il primo capitolo di un esilio che non si è ancora concluso.
L’eredità di Moser è un libro conservato al di là dei confini e delle generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia è una Patria che non è sopravvissuta a quegli anni: una voce spezzata, un archivio disperso, una casa lasciata nella speranza di un ritorno. Queste due eredità sono ciò che il libro custodisce senza riuscire a conciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove un tempo risuonava Radio Al-Quds. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata.
Insistendo su un'alternativa
Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser offre una dedica: “Al popolo palestinese”. Segue una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.
Leggere questo libro come chiede di essere letto, rivolgendosi a coloro la cui perdita è la premessa silenziosa di quasi ogni vita al suo interno, significa iniziare a comprendere ciò che questa ricostruzione realizza e ciò che non può raggiungere. Le perdite subite dalla mia famiglia non sono state un’eccezione. Sono le perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser cercavano di impedire senza riuscirci, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera priva di intenti politici, ma che esprime solo la più antica richiesta umana: Concedi loro la Patria che desiderano.
Nella ricostruzione storica di Moser ricorre una frase ebraica: “Ein breira”, ovvero “Non c’è alternativa”. Era la logica che sottendeva le espropriazioni, le guerre e i negoziati rifiutati, logica che le prove d’archivio hanno ormai reso inconfutabile. Jabotinsky ne espresse la schiettezza, più dura e iniziale: la popolazione araba avrebbe resistito, ammetteva, ne aveva tutto il diritto, e avrebbe dovuto essere piegata con la forza prima che si potesse giungere a un qualsiasi compromesso. Nessuna alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico corridoio e le persone che già vi abitavano fossero semplicemente d’intralcio.
Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questa restrizione. Aaron Samuel Tamares la predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu la avvertì a Whitehall (il principale centro del governo del Regno Unito) nel 1917. Ahmad Sadiq Saad la documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La documentazione della loro accuratezza è ora estesa, conservata negli archivi che Moser ha consultato e nei libri che i Nuovi Storici di Israele hanno scritto a partire da essi. La storia non fu nascosta, ma soppressa.
Il recupero di questa storia non esaudisce la preghiera che Moser rivolge. Sa che è insufficiente: non può restituire ciò che è stato tolto. Non può riportare in onda una trasmissione. Non può ricostituire l’archivio di un compositore. Non può ricondurre un’anziana signora alla casa che aveva lasciato credendo di potervi tornare dopo poche settimane.
Ciò che può fare, e che il libro di Moser fa davvero, è ripristinare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al Sionismo era possibile e costosa. Significa affermare che esisteva un’alternativa: una tradizione che include Tamares, Arendt, Langer e Kasrils, persone di spessore che hanno riconosciuto e contrastato la Cancellazione della storia palestinese.
Verso il termine del suo capitolo finale, Moser scrive una frase che potrebbe fungere da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami sempre più forti che ci uniscono gli uni agli altri e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome”. È scritta in prima persona plurale, il noi degli antisionisti ebrei, di coloro che si sono ritrovati nel corso dei decenni di repressione che questo libro ricostruisce. La sofferenza, riconosce, è inflitta in loro nome. La determinazione, da offrire in cambio, spetta a loro.
Il resoconto è onesto perché non pretende mai di essere una soluzione. Un libro che si concludesse con la fiducia nella propria autosufficienza avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece, “Antisionismo: Una Storia Ebraica” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può colmare, verso un popolo che può nominare ma non restituire.
“Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.
Di nuovo. La parola racchiude tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come restaurazione. Di nuovo, come riconoscimento che qualcosa è stato tolto a chi lo possedeva, e che ciò che è stato tolto ha un nome, e che quel nome viene ancora pronunciato, in arabo e in esilio, con una nostalgia che non ha alcun programma politico alle spalle e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica, e ancora attende.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2026
Una storia restaurata dell’antisionismo ebraico
25/09/2026
“Io ero la numero 5”
Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “Israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, scolasticidio ecc..
A questo parzialissimo elenco è doveroso aggiungere la violenza sessuale, vera e propria arma usata dal colonialismo, e non da oggi. La tortura, che prende forma nella violenza sessuale, non è un abuso incidentale, un errore di percorso, è uno strumento deliberato di pulizia etnica e di controllo.
Nonostante sia ovvio, corre l’obbligo di sottolineare il comportamento “dell’unica democrazia del Medio Oriente”: impunità assoluta per coloro che compiono gli abusi sessuali sulle donne palestinesi in stato di detenzione.
È in corso una vera e propria aggressione sessuale israeliana contro bambini ed uomini palestinesi, aggressione che si accentua verso le donne palestinesi. Una violenza che è del tutto funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.
La violenza sessuale assume un ruolo centrale nel progetto sionista contro il popolo palestinese. I piani coloniali vanno avanti anche, e non solo – ci mancherebbe – grazie alla violenza sessuale. Tutto questo molto, ma molto prima del famoso 7 ottobre 2023.
La violenza sessuale è una costante alla base dello sfollamento della popolazione palestinese e dell’oppressione coloniale. Quanto leggiamo in Io ero la numero 5, introdotto da Suad Ghanem, che abbiamo apprezzato tantissimo nel suo Il racconto di Suad, è la dimostrazione ulteriore che i palestinesi – in questo caso le donne – non sono, e non vogliono essere, un soggetto passivo, un numero da statistica. La denuncia di quanto subiscono diviene resistenza, le vittime diventano protagonisti attivi.
Nelle storie qui testimoniate la tortura sistematica perpetuata dagli occupanti colpisce due volte: in quanto tale e in quanto riversata sui corpi delle donne. Il ruolo fondamentale delle donne nella resistenza è stato sottolineato in tanti testi, e in questa raccolta vi si trova conferma.
Le donne lottano non solo contro il patriarcato insito nella società in cui vivono, contro la violenza di genere, ma anche contro la potenza occupante. Potenza occupante che in questo caso, come in molti altri, non tiene assolutamente in considerazione il diritto internazionale umanitario secondo il quale le donne devono essere oggetto di particolare protezione da stupro e prostituzione forzata, e alle donne incinte deve essere fornita speciale assistenza.
Le donne vengono invece sottoposte a torture, trattamenti inumani e degradanti (videocamere all’ingresso del bagno, uso di linguaggio offensivo come modalità per terrorizzare ulteriormente), subiscono gravi abusi ed intimidazioni, denudate, numerate e sottoposte a perquisizioni corporali con la grave violazione della dignità umana.
Altro elemento che emerge da quanto riportato in questo libro, è il tentativo degli occupanti di creare un clima di divisione, e conseguente contrapposizione, tra le detenute di Gaza da quelle arabo/palestinesi. Come non sottolineare che le donne palestinesi usano tranquillamente la parola genocidio, quella parola che in molti stentano ancora ad usare; che le donne palestinesi prigioniere nelle carceri israeliane manifestano un bisogno urgente di sostegno psicologico e arrivano a ritenere il martirio un sollievo?
In questo contesto assume grande valore quanto le donne raccontano, perché le loro parole diventano resistenza e accusa politica. Resistere per esistere e non essere cancellate. Quanto avviene non può essere addebitato ad una manciata di soldati, e noi tutti, solidali con chi ha avuto il coraggio di testimoniare le violenze subite da parte dei carcerieri, ci dobbiamo dare un compito: denunciare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e proteggono questi crimini.
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23/09/2026
L’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni ha raggiunto un nuovo livello
Sembrava che tutto fosse già stato detto e scritto sull’incredibile ruolo che le Forze di Difesa Israeliane svolgono nei Pogrom contro i coloni in Cisgiordania. Ma questa settimana abbiamo appreso di un incidente che potrebbe superarli tutti.
Un colono denuncia il furto di 12 delle sue capre da parte degli abitanti del vicino villaggio di Al-Mughayyir. L’esercito lascia tutto, irrompe nel villaggio e chiede al capo del consiglio locale di provvedere all’immediata restituzione del gregge. È passata la mezzanotte. Quando il capo del consiglio fornisce la prova che le capre appartengono a un residente locale, la questione sembra risolta.
Ma la sera successiva, un nutrito contingente delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) arriva e ruba 11 pecore a un pastore beduino. Ore dopo, le truppe ritornano e rubano decine di pecore e capre da altri recinti. Si dirigono quindi verso il centro della città, dove i cecchini si appostano sui tetti e aprono il fuoco contro gli adolescenti che escono in strada. Due di loro vengono uccisi.
Per raggiungere Al-Mughayyir, nella parte centrale della Cisgiordania, percorriamo quella che Mohammad Romaneh, ricercatore sul campo per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, chiama la “Strada della Morte”. Percorrerla è davvero pericoloso.
La strada attraversa la città “americana” di Turmus Ayya, dove circa l’80-90% dei residenti ha la cittadinanza statunitense e dove l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee si è recato sabato scorso, ed è al momento l’unica via d’accesso ad Al-Mughayyir.
Da circa un mese, un nuovo avamposto abusivo eretto dai coloni incombe sulla strada e questi attaccano le auto di passaggio. Secondo i palestinesi, sette veicoli sono già stati danneggiati e i coloni ne hanno rubato una, una Mercedes appartenente a un residente di Nablus, dopo che i suoi occupanti sono stati costretti alla fuga. Uno dei passeggeri era un cittadino statunitense.
Nel suo squallido ufficio, il capo del consiglio di Al-Mughayyir, Amin Abu Aaliya, ci racconta cosa è successo mercoledì scorso. Persino questo villaggio, da tempo sofferente e che ha perso 13 abitanti e migliaia di ettari di terra dal 7 ottobre 2023, non aveva mai vissuto nulla di simile.
Lo abbiamo visitato ad aprile e abbiamo documentato il furto di 170 pecore da parte dei coloni e l’uccisione di un ragazzo di 12 anni e di un uomo di 32 anni da parte di un colono in uniforme militare. Eppure Abu Aaliya riferisce che la situazione è peggiorata: recentemente, soldati e agenti di polizia hanno accompagnato i coloni mentre rubavano il bestiame agli abitanti del villaggio. Gli eventi della scorsa settimana ne sono un esempio lampante.
Poco prima della mezzanotte di martedì 1 settembre, Abu Aaliya ricevette una telefonata da un funzionario dell’Amministrazione Civile. Un colono, gli disse il funzionario, affermava che un abitante del villaggio gli aveva rubato 12 capre. Il capo del consiglio si mostrò scettico fin da subito.
Gli abitanti del luogo non osano avvicinarsi a quelle che ora vengono chiamate fattorie, in realtà avamposti dei coloni, nella zona e, in ogni caso, rubare bestiame da un pascolo, come si diceva, non è un’impresa da poco. Nemmeno con 20 camioncini, disse, gli abitanti del villaggio avrebbero potuto farlo.
Chiese di vedere le fotografie che il colono aveva delle capre che sarebbero state rubate, e poi svegliò il proprietario degli animali in questione. Il proprietario gli mostrò le foto delle stesse capre nere, della primavera precedente. Avevano delle macchie bianche sulle orecchie, spiega Abu Aaliya, assumendo il ruolo di investigatore forense. Il giorno prima, emerse, dei coloni erano venuti ad Al-Mughayyir, avevano fotografato le stesse capre e le avevano rivendicate come proprie.
“Avete già avuto parecchi feriti. Fareste meglio a restituire il bestiame”, avvertì l’ufficiale il capo del consiglio. “Siamo già all’ingresso del vostro villaggio”.
Quella stessa notte, il capo del consiglio inviò le foto delle capre maculate che aveva ricevuto all’Amministrazione Civile. Il funzionario con cui parlò rispose: “Inshallah khair (Andrà tutto bene)”. Abu Aaliya era convinto che la questione fosse chiusa.
Mercoledì sera, tuttavia, gli abitanti del villaggio furono colti di sorpresa dall’arrivo di una grande forza mista composta da soldati, agenti di polizia e coloni. Prima hanno attaccato una famiglia beduina alla periferia della città e hanno rubato 11 delle loro pecore, ricomparendo poche ore dopo nel centro abitato. Hanno disperso le persone dalle strade con gas lacrimogeni e granate stordenti, poi hanno iniziato a rubare il bestiame da diversi recinti nelle vicinanze: 48 pecore e 12 capre.
I soldati hanno protetto i coloni mentre costringevano gli animali a uscire e li spingevano verso l’avamposto sulla collina.
I proprietari degli animali hanno lanciato l’allarme sui social media: “Ci stanno rubando il bestiame!”. Residenti sconvolti, tra cui molti giovani, si sono riversati nelle strade. Nel frattempo, secondo testimoni oculari, dei cecchini si sono arrampicati sul tetto di un edificio in costruzione e hanno iniziato a sparare. Khalil Shehadeh, 17 anni, è stato il primo a essere ucciso. Pochi minuti dopo, il suo vicino, Omar al-Naasan, 19 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco.
Secondo i testimoni, entrambi sono stati colpiti dallo stesso cecchino sullo stesso tetto, da una distanza di poche decine di metri. Khalil è morto sul colpo. Omar è morto in ambulanza mentre lo trasportavano in ospedale. Il paramedico Mujahid Abu Alia ci ha raccontato questa settimana di aver portato Omar in ambulanza, ma era troppo tardi: il giovane, che a quanto ci è stato detto sperava di studiare all’Università di Birzeit quest’anno, era stato colpito alla schiena.
Alle 21:30 di mercoledì, due ore dopo l’inizio, l’Operazione Furto di Pecore, così chiamata dall’esercito, si è conclusa. Le forze si sono ritirate, lasciando sul posto due cadaveri e portando con sé decine di pecore e alcune capre.
Il capo del consiglio Abu Aaliya ha dichiarato: “Mi dispiace per i coloni. I loro figli dovrebbero essere a scuola e all’università. Invece rubano e uccidono. Quando cresceranno, rivolgeranno la loro violenza contro di voi, in Israele. Le mafie e le famiglie criminali li sfrutteranno, perché la violenza è l’unica cosa che conoscono. È strano che Israele, con tutta la sua potenza, non lo capisca e non faccia nulla”.
Il capo del consiglio ha anche qualcosa da dire sulla visita dell’ambasciatore Huckabee alla vicina Turmus Ayya: “Ha detto che ci sono solo una manciata di coloni violenti? Lui non è uno di noi. Gli americani che ha visitato a Turmus Ayya sono diversi dagli americani dell’insediamento ebraico di Shiloh. A quanto pare, un americano di Shiloh ha il diritto di rubare la terra a un americano di Turmus Ayya e persino di attaccare la sua casa”.
Siamo usciti in strada, nel luogo in cui le vite dei due adolescenti sono state spezzate. Secondo quanto riferito, i cecchini hanno sparato in entrambe le direzioni. Una vittima si è accasciata ed è morta a destra dell’edificio su cui si trovava, l’altra a sinistra. Una divisione equa. Gli abitanti hanno piantato un alberello in ciascun punto in cui sono caduti, in loro memoria.
Con un berretto e una camicia grigi, il padre di Khalil, Ghasem, 38 anni, è seduto nella ben curata camera degli ospiti della sua casa il giorno della nostra visita, sopraffatto dal dolore. È un operaio, un agricoltore e padre di quattro figli, tra cui Khalil, il maggiore, che stava per iniziare la prima superiore.
La sera prima che suo figlio venisse ucciso, Ghasem era a casa con lui quando sentì il loro vicino, Abu Nabil, chiedere aiuto. Soldati e coloni avevano invaso il suo ovile e avevano iniziato a cacciare le pecore. Ghasem e Khalil si precipitarono fuori per cercare di proteggere Abu Nabil e il suo gregge.
Circa due minuti dopo, ricorda, i lampioni si spensero e una pioggia di proiettili si abbatté su di loro. Khalil cadde a terra davanti ai suoi occhi. Suo padre lo portò in fretta in un’auto privata per essere evacuato, ma sapeva già che Khalil era morto.
Non è pervenuta alcuna risposta dall’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane entro la chiusura della redazione.
Fonte
21/09/2026
Gaza - Ogni cosa è causa di morte
Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da annidarsi per sempre in questa regione che non ha conosciuto altro che sofferenza, che ha deciso di diventarne la compagna costante, ricordandogli ogni giorno il suo destino?
Che tipo di morte è questa che si risveglia ogni mattina nelle strade, nelle piazze, nei campi, nelle case e nelle tende, portando con sé tutto il suo arsenale, in agguato per i resti di vita, per un’innocenza che non è ancora sbocciata? Così, i nostri figli muoiono senza altra ragione se non quella di essere palestinesi, il loro destino decretato di nascere in questa regione che l’indovino un tempo predisse sarebbe rimasta maledetta.
Ma la miseria è più grande di ogni maledizione, e le lacrime sono diventate l’unica cosa viva in questa zona di morte. Ogni cosa è causa di morte. La gente muore nelle tende, per insetti, roditori, proiettili, fame, caldo, freddo, cuori e spiriti spezzati. Gaza muore per le strade e negli edifici le cui porte hanno perso il loro cigolio. E noi moriamo per l’oppressione.
Che epoca è questa, dove viviamo così umilmente? Hanno scelto la morte senza rimorsi. Gli era stato detto: “Non vivete negli edifici piegati dai bombardamenti; crolleranno”. Le vittime hanno risposto: “Lasciateci in pace. La morte verrà da noi nelle tende con tutta la sofferenza che la precede. Almeno qui, la morte arriva senza dolorosi preludi”. Oh Dio, quando sai che morirai in un luogo e lo scegli al posto della vita, quale cuore rimane capace di vivere? Quale mente può scrivere una riga sul pianto di un bambino prima di spegnersi?
In una regione il cui destino non ha eguali, le persone dormono nella tragedia e si risvegliano nella catastrofe.
La memoria è impressa sulle madri in lacrime, affrante dal dolore, che abbracciano i corpi dei loro cari prima dell’ultimo saluto, e sul lamento incessante iniziato quando i corvi della distruzione hanno riempito i cieli di Gaza, scatenando la morte da ogni direzione.
Il mare è morte, il cielo è morte, la sabbia è estratta, e la morte emerge dalle macerie e da ogni cosa. Questo è il destino che attende Gaza, come ha ribadito il ministro della difesa Israel Katz: non esiste altro progetto se non l’emigrazione, che rende necessaria l’inarrestabile diffusione della morte con ogni mezzo. Il crollo dell’edificio – uno di tremila strutture simili – è stato solo una delle tante potenziali fonti di morte a Gaza.
A Gaza, le persone hanno perso ogni interesse per la vita, perché da anni essa è indissolubilmente legata alla morte. Entrambe sono simili per le loro caratteristiche e per il dolore che infliggono, ma la morte è leggermente più misericordiosa di una vita che punge i corpi, frantuma le ossa, addolora i cuori e offusca i volti di uomini e donne come se fossero appena tornati da battaglie di polvere e vento senza vittoria, in un luogo destinato a essere sottoposto agli esperimenti di dilettanti e novizi della politica, affinché noi possiamo raccogliere tutta questa morte e distruzione.
La storia con Israele è lunga e dolorosa e rimarrà impressa nella memoria. Nessuna risoluzione internazionale o giustizia tardiva potrà cancellarla. La memoria palestinese rimarrà aperta al giudizio, registrando a lungo l’esistenza di uno Stato che ha riversato sul popolo palestinese ogni sorta di morte e sofferenza, uccidendo i loro figli, demolendo le loro case, distruggendo le loro città e bruciando i loro quartieri e le loro strade. La storia non la proteggerà dalla rabbia che ha messo radici nel profondo dei loro cuori.
Ma che ne sarà di noi? Che dire dell’organizzazione dilettantistica che ha trasformato Gaza in un banco di prova per una serie di credenze ingenue, indegne di essere considerate politica, guerra, conflitto o prova di volontà?
Come ha potuto, con il suo approccio superficiale alla politica e alla guerra, produrre una simile sconfitta per sé stessa, per il suo popolo, per la sua causa, per la sua nazione e per il suo asse, che ora sta pagando il prezzo di aver preso sul serio tale approccio superficiale, senza soffermarsi a considerare dettagli che erano chiarissimi a chiunque volesse formulare politiche o combattere, dettagli sufficienti per chiunque volesse capire? E ora?
Cosa significa maledire il mondo? Maledire le Nazioni Unite, le istituzioni internazionali fallite, l’Europa impotente e gli stati paralizzato degli arabi e dei musulmani? Che dire dei palestinesi che si sono attirati addosso tutta questa distruzione? Che dire di Hamas, che, come tutti gli abitanti di Gaza, ora non ha altro che lacrime? Come potrà Gaza uscire da tutto questo? E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo come unica via di fuga? Israele non vuole che Hamas rinunci al potere e alle armi, e questo è chiaro a tutti.
Cosa fare, dunque, quando l’equazione diventa diretta, senza possibilità di manovra? Ciò che resta del dominio e delle armi di Hamas sono strumenti per completare la tortura e lo sfollamento forzato. Cosa fare, quindi? Dopo questa guerra, nulla di ciò che accade nel mondo ha più importanza per gli abitanti di Gaza, che il mondo rimanga in piedi o crolli.
Perché Gaza, con la sua sofferenza, è il centro del loro universo, un universo che incessantemente elargisce loro quotidianamente la morte, replicandone le molteplici forme. Quanto è miserabile il mondo quando un bambino è assediato dalla morte da ogni lato, senza che questo mondo intervenga, insieme a tutti i politici che lo hanno condotto a una fine così orribile... che un intero edificio venga trasformato in una bara di pietra collettiva: quale mente può sopportare questo? Mio Dio, cosa ci è successo? E come?
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19/09/2026
I rifugiati palestinesi in Libano
Costretti a una precarietà che dura da ottanta anni, i palestinesi in Libano lottano per sopravvivere sognando il ritorno in Palestina
I dodici campi profughi presenti in Libano ospitano attualmente tra i 250.000 e i 300.000 palestinesi; si calcola che nel paese si trovino ancora un milione e trecentomila siriani (cifra ufficiale), per lo più nei cosiddetti “insediamenti informali” (leggi “tende”); le nuove ondate di sfollati provocate dalle ininterrotte aggressioni sioniste al Libano del sud rendono la situazione attuale ancora più grave.
Un numero così elevato di rifugiati pesa moltissimo in percentuale sulla esigua popolazione del Libano, che conta circa sei milioni di abitanti; i rifugiati vengono per lo più avvertiti come un corpo estraneo che rosicchia spazio e risorse (peraltro, gli spazi a loro concessi sono limitati e circoscritti per legge). Un importante fattore di squilibrio nella già difficile vita socio-politica libanese.
La delegazione dell’associazione “Per non dimenticare” ODV ha incontrato Ziad Abdel Samad, del Comitato per il dialogo libanese-palestinese, e Bassam al Quntar, esperto di diritti umani, del Comitato per i rifugiati palestinesi. Gli oratori confermano che le condizioni dei profughi peggiorano di giorno in giorno, e le prospettive sono pessime.
Dopo quasi ottanta anni di permanenza dei profughi palestinesi in Libano, non si registra nessun passo avanti per nessuna delle proposte di avanzamento nel campo dei diritti civili (ovviamente, l’accesso alla cittadinanza libanese e ai diritti politici non è neanche in discussione).
I rifugiati palestinesi vivono una pesantissima discriminazione nell’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, al diritto di proprietà della terra o di beni immobili, nella libertà di movimento. Sono chiusi tra l’incudine e il martello: il diritto al ritorno nella madrepatria è impedito dall’occupazione sionista, la richiesta di naturalizzazione in Libano negata dai libanesi stessi.
Gli oratori chiariscono risolutamente che nessun esponente di partito libanese farà mai apertamente dichiarazioni di ostilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. A chiacchiere, sono tutti favorevoli alle aperture e alla concessione di diritti.
Nei fatti, quando si tratta di decidere, vengono tirate fuori le più astruse obiezioni, bastoni tra le ruote per l’approvazione di qualsiasi legge a favore dei profughi, a ogni livello di potere, dai politici agli esponenti religiosi ai rappresentanti sindacali. Nella costituzione libanese non c’è nemmeno una definizione precisa di “rifugiato”; le leggi libanesi, dice al Quntar, sembrano scritte in funzione anti-palestinese.
L’ impressione è che la situazione sia arrivata a una impasse difficilmente superabile. La verità è che i palestinesi sono ospiti indesiderati in Libano e stanno perdendo pian piano e spesso a loro insaputa ogni tipo di diritto (vengono a saperlo dopo che la legge è stata approvata). Ogni volta che aumenta la “pressione” politica e militare nei paesi circostanti, il Libano ne risente immediatamente, e per i rifugiati la situazione si fa ancora più complicata.
Una associazione come Beit Atfal Assumoud, spiega Kassem al Aina, è registrata ufficialmente con un nome diverso (National Institute for Social Care and Vocational Training, ossia Istituto Nazionale per l’Assistenza Sociale e la Formazione Professionale), altrimenti non sarebbe riconosciuta legalmente. Beit Atfal Assumoud significa infatti “Casa del bambino della resistenza”. Ogni riferimento alla Palestina è malvisto in Libano.
I rifugiati palestinesi in Libano, vaso di coccio tra (presunti) vasi di ferro, sono costretti a rinunciare alla loro identità ma rimangono esclusi dai diritti. Un altro tassello, e non piccolo, sulla via della liquidazione della causa palestinese.
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16/09/2026
In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini
L’entusiasmo con cui venticinque anni fa Stefano Chiarini organizzò il primo viaggio di solidarietà con i rifugiati palestinesi in Libano faceva immaginare che la sorte di quelle centinaia di migliaia di persone un giorno non lontano potesse cambiare.
Tutto iniziò perché un Comitato internazionale si pose il problema di dare degna sepoltura alle vittime della strage del settembre 1982 nei due campi profughi che sorgevano alla periferia di Beirut, Sabra e Shatila, gettate in una fossa comune dai falangisti che trucidarono uomini e donne sotto la regia del ministro israeliano alla Difesa: Ariel Sharon, quel piccolo e grasso generale che ricordiamo anche mentre va su e giù con i suoi sgherri a profanare la Spianata delle Moschee.
Da allora i viaggi si sono susseguiti ogni anni e oggi siamo ancora qui, con la stessa ostinazione che emanava il guizzo degli occhi di Stefano, di nuovo con una delegazione di attivisti/e organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, creatura sempre viva del suo lavoro e di quello di un altro nostro compianto compagno, Maurizio Musolino: la delegazione italiana parte oggi e fino al 20 settembre visiterà i principali campi profughi dove vivono in condizioni sempre più disperate i palestinesi profughi fin dal 1948, partecipando il 18 settembre alla manifestazione che ogni anno ricorda la strage.
Per motivi di sicurezza, viste le continue incursioni militari di Israele, abbiamo ristretto il numero dei partecipanti a 16 persone ma il viaggio si sta facendo e toccherà da nord a sud i principali insediamenti palestinesi dove vivono senza diritti e senza cittadinanza persone invisibili, circa 500 mila a febbraio 2025 secondo i dati UNRWA, l’agenzia delle Nazioni unite nata nel ’50 proprio per occuparsi dei rifugiati palestinesi perché Israele non volle che lo facesse l’agenzia dei rifugiati già esistente che si era occupata anche dei profughi ebrei della guerra appena conclusa attuando una politica di ritorno nelle case che erano stati costretti a lasciare.
La maggioranza dei palestinesi in Libano vive in 12 miserissimi campi profughi che si dispiegano in tutto il paese.
In questi anni i viaggi di solidarietà sono stati anche importanti momenti di formazione politica per centinaia di attivisti/e che hanno aderito: perché andare in Libano, soprattutto prima della pulizia etnica avviata a Gaza, significava toccare con mano l’esistenza di un popolo che l’agenda internazionale non ha voluto vedere, anche lavandosi la coscienza con uno slogan asfittico come quello dei due Stati a cui nessun accordo ha mai inteso dare gambe, persone considerate un ‘di più’ della storia, uno ‘scarto’ degli accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Sempre secondo i dati UNRWA, l’80 per centro della popolazione rifugiata in Libano vive in condizioni di estrema povertà: nel corso del tempo la vita dei palestinesi ha poi risentito della crisi economica che devasta l’intero paese e delle grandi manovre israeliane per impossessarsi della sovranità sul Paese dei Cedri e realizzare lo storico obiettivo sionista della Grande Israele.
L’offensiva contro la Resistenza libanese organizzata dal partito di Hezbollah avviata nella scorsa primavera ha seminato morti e feriti e immobilizzato il paese.
Questo ha rafforzato la volontà del Comitato di tornare, per stare accanto ai palestinesi e alla popolazione libanese colpita dalla efferatezza del disegno criminale architettato da Israele per il Medioriente.
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Ministra israeliana in vacanza in Italia. Chiesta la sua incriminazione per genocidio
La fondazione contesta alla ministra diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate nel corso degli ultimi due anni, nelle quali avrebbe invocato lo sfollamento della popolazione palestinese da Gaza, difeso il blocco degli aiuti umanitari e promosso il controllo permanente israeliano sulla Striscia. Tali affermazioni sono state configurate dai denuncianti come una violazione del diritto internazionale in materia di prevenzione dei genocidi.
La ministra ha infatti firmato la lettera in cui esortava il governo israeliano a prendere in considerazione il “Piano dei Generali”, che proponeva di trasformare il nord di Gaza in una zona militare chiusa, costringendo i civili ad andarsene e interrompendo le forniture di cibo, acqua, carburante e altri beni di prima necessità a coloro che fossero rimasti.
La Fondazione Hind Rajab riferisce che la ministra Silman ha dichiarato nell’ottobre 2024: “Molto semplicemente, il popolo palestinese non esiste”, e che nel maggio 2025 ha affermato: “Non esiste un popolo palestinese e, di conseguenza, non esistono siti del patrimonio palestinese”. Nel settembre 2025, si è riferita ai palestinesi come a un “falso popolo”, sostenendo che “questo popolo non ha storia, né passato, né futuro”.
Riguardo alla Cisgiordania occupata, la fondazione afferma che nel settembre 2024, riferendosi a Jenin, Nablus e altre aree palestinesi, Silman dichiarò: “Vogliamo riconquistare la nostra terra. Attaccateci e riprenderemo il controllo. Siamo gli eredi. Un’eredità di Dio”.
Nel marzo 2025, ha chiesto l’instaurazione della sovranità israeliana sulla Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania, considerandola una risposta appropriata all’operazione del 7 ottobre 2023. Nell’aprile 2025, ha dichiarato che: “Il nostro ruolo è quello di imporre la sovranità”.
La Fondazione Hind Rajab ha sollecitato le autorità italiane ad avviare un’indagine immediata sulle azioni di Silman, affermando di aver fornito prove in merito.
Il direttore della fondazione, Diab Abu Jahjah, ha dichiarato: “Il genocidio non inizia con l’omicidio; inizia quando a un popolo viene dichiarato come privo del diritto di esistere, quando la sua esistenza viene presentata come il problema e la sua espulsione come la soluzione”, aggiungendo che la ministra Silman aveva pubblicamente invocato lo spopolamento di Gaza da parte dei palestinesi, approvando al contempo l’esproprio delle loro terre e la costruzione di insediamenti.
Secondo Abu Jahjah la ministra Silman aveva agito in questo modo dalla sua posizione all’interno del “governo israeliano”, sottolineando che tale posizione “non rende queste dichiarazioni meno criminali, ma piuttosto più pericolose”, e ha ribadito che l’organizzazione aveva presentato una denuncia in Italia perché “chi invoca apertamente la distruzione di un popolo deve sapere che il mondo sta ascoltando”.
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10/09/2026
L’apartheid dei palestinesi nelle università israeliane denunciata da un rapporto di Adalah
Lo studio, curato dai legali Lubna Tuma, Adi Mansour e Mai Diab con la revisione di Fady Khoury, descrive in dettaglio come gli atenei israeliani hanno inasprito la repressione per ragioni razziali negli ultimi tre anni. Tra gli episodi documentati figurano provvedimenti disciplinari per manifestazioni d’opinione minime o di carattere religioso.
Presso lo Zefat Academic College, una studentessa palestinese è stata colpita da espulsione permanente e revoca dei crediti universitari per aver condiviso il filmato di un predicatore che pregava per la popolazione di Gaza. Al Technion – Israel Institute of Technology di Haifa, un altro studente è stato sospeso per aver pubblicato sui social un versetto del Corano, mostrando la mancanza di qualsiasi libertà religiosa nello stato sionista.
“In alcuni casi – si legge sul sito di Adalah – un semplice “mi piace” a un post, l’esposizione di una bandiera palestinese o la parola “Palestina” su un profilo, la condivisione di una notizia o la pubblicazione di una preghiera per gli abitanti di Gaza sono stati sufficienti a innescare una denuncia o un procedimento disciplinare“.
I dati complessivi raccolti da Adalah evidenziano la vastità del fenomeno. L’organizzazione ha ricevuto oltre 130 segnalazioni da parte di studenti palestinesi coinvolti in procedimenti disciplinari in circa 40 istituti accademici. Il 76,5% delle persone colpite dai provvedimenti è composto da donne.
Il Centro legale ha fornito assistenza o consulenza a un centinaio di loro. In oltre 80 casi le istituzioni hanno comminato la sospensione cautelare prima ancora che si svolgesse alcuna udienza di accertamento dei fatti, mentre addirittura in 20 casi gli studenti sono stati espulsi in via definitiva o sospesi per periodi da uno a cinque anni.
Le università hanno aggirato l’articolo 17 della Legge sui diritti degli studenti, che limitava i poteri disciplinari alle condotte legate agli studi. Gli atenei hanno cominciato a usare clausole generiche riguardanti la vita privata degli iscritti.
Il rapporto, inoltre, denuncia la creazione de facto di due percorsi disciplinari distinti in base all’origine etnico-religiosa dello studente: per i palestinesi, i provvedimenti sono presi con processi caratterizzati dalla soppressione delle tutele procedurali ordinarie, mentre per gli studenti ebrei israeliani le garanzie di legge sono state sempre rispettate in pieno.
L’onere della prova, nel caso dei palestinesi, è stato addirittura capovolto: non spetta all’ateneo provare la violazione di un qualche regolamento, ma allo studente dimostrare che il proprio messaggio non costituisca una qualche forma di sostegno al “terrorismo” (ovvero, alla sopravvivenza del popolo palestinese).
Gli organi accademici, indica il rapporto, hanno sistematicamente ignorato gli appelli contro il genocidio della popolazione della Striscia, nonché le minacce razziste diffuse online da vari studenti ebrei israeliani. Questa differenziazione è il risultato anche di forti pressioni governative, con il Ministero dell’Istruzione di Tel Aviv che ha sollecitato gli atenei ad accelerare i procedimenti contro i palestinesi. In alcuni casi, sono state le stesse università a segnalare alla polizia dei “casi”, provocando fermi e arresti dei propri iscritti.
Il rapporto segnala che, nelle iniziative di discriminazione degli studenti palestinesi, sono stati spesso usati strumenti di traduzione automatica per interpretare i testi arabi, le invocazioni religiose e le espressioni culturali. Anche nei casi in cui le difese hanno presentato perizie di linguisti qualificati, queste sono state respinte o ignorate.
Interpellato dalla rivista Times Higher Education, il Technion ha rigettato le conclusioni del rapporto, che descrive come parte di “un tentativo più ampio di screditare il mondo accademico e le istituzioni israeliane“. Al contrario, Adalah mette in guardia sul diffuso clima di paura e autocensura generato tra la popolazione studentesca araba.
Dunque, non solo gli atenei israeliani sono parte integrante della macchina bellica e discriminatoria dello Stato ebraico (ed è questo che davvero scredita “il mondo accademico e le istituzioni israeliane“), ma essi sono arrivati ad un punto in cui non c’è di certo alcun rispetto della libertà accademica e nemmeno quella religiosa.
È riguardo questo tipo di realtà, millantandole per baluardi di democrazia e di progresso scientifico, che i sionisti nostrani continua a perorare la causa della collaborazione… o sarebbe meglio dire, del collaborazionismo?
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31/08/2026
Il nuovo “piano Dalet” di Israele
La storia del futuro della Cisgiordania inizia qui.
Mentre gran parte dei media tratta le notizie provenienti dalla zona come un semplice episodio di “violenza dei coloni”, Qusra rappresenta qualcosa di molto più importante: uno sguardo sul nuovo Piano Dalet che Israele ha in serbo per i palestinesi.
Il Piano Dalet fu il piano militare attraverso cui le forze sioniste conquistarono gran parte della Palestina storica, villaggio per villaggio, durante la Nakba.
Il piano non emerse improvvisamente nel 1948. Si basava su piani militari risalenti al 1945, sviluppandosi in una strategia per conquistare città e villaggi palestinesi, distruggere comunità ed espellere i loro abitanti.
Il significato di questa storia oggi non è solo simbolico. La Nakba è stata un processo, attuato a tappe. Così come l’annessione della Cisgiordania.
E non si tratta solo di un argomento intellettuale. I funzionari israeliani hanno apertamente invocato una nuova Nakba come risultato previsto. Nel novembre 2023, Avi Dichter ha dichiarato: “Stiamo ora lanciando la Nakba di Gaza,” aggiungendo: “Nakba di Gaza 2023. Così finirà”.
Fedele al suo stile, questa nuova Nakba porta molte delle caratteristiche della vecchia: violenza coordinata, massacri, pulizia etnica, sfollamento forzato e confisca di terre.
Il genocidio a Gaza rappresenta l’apice di questa violenza – una manifestazione più devastante, ma una continuazione del peccato originario su cui si è fondato lo stato israeliano.
Mentre tutti gli occhi erano puntati su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania è stata in gran parte ignorata, permettendo a Israele di intensificare la violenza in tutte le sue forme a livelli mai visti da decenni.
Il risultato è stato sbalorditivo. Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi in Cisgiordania, inclusi più di 240 bambini, e ne hanno feriti migliaia di altri. Decine di migliaia di persone sono state detenute, mentre più di 33.000 palestinesi rimangono sfollati solo dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams.
Ora, torniamo a Qusra.
A partire dal 9 agosto, coloni israeliani armati hanno circondato tre case palestinesi nell’area di Ras al-Ain, alla periferia della città.
Bloccarono l’accesso alle case, montarono tende all’esterno e tagliarono le forniture di acqua ed elettricità. Le famiglie, compresi i bambini piccoli, erano di fatto intrappolate all’interno.
L’esercito israeliano ha successivamente dichiarato l’area circostante zona militare chiusa, limitando l’accesso a palestinesi, attivisti e giornalisti.
Ciò che emerse non fu semplicemente la violenza dei coloni, ma una divisione del lavoro: i coloni creano la crisi; l’esercito impone le restrizioni; Il movimento palestinese è limitato; e le vittime stesse sono spinte a lasciare le proprie case.
E l’assedio continuò. Mentre scrivo queste parole, l’assedio delle case di Qusra si è concluso alla sua seconda settimana.
Qusra non è un elemento incidentale a questa strategia. Israele ha già confiscato le sue terre per l’insediamento di Migdalim, mentre avamposti vicini, tra cui Esh Kodesh, sono da tempo associati ad attacchi e tentativi di appropriarsi di terre agricole palestinesi.
Il controllo di tali aree è essenziale per il progetto più ampio di collegamento tra i blocchi di insediamento, frammentazione del territorio palestinese e trasformazione delle comunità palestinesi in enclave isolate.
Qualche anno fa, il governo israeliano si comportò come se il suo piano di annettere formalmente vaste aree della Cisgiordania fosse stato messo in pausa. Eppure, dal 7 ottobre, l’annessione è passata dall’aspirazione all’ossessione – sia a parole che nelle azioni.
Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha supervisionato la distribuzione di massa delle armi dopo il 7 ottobre, armando migliaia di membri della squadra di sicurezza civile con fucili tra una popolazione di coloni già pesantemente armata.
Nel frattempo, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha lavorato sistematicamente per trasferire i poteri sulla Cisgiordania dall’amministrazione militare alle autorità civili israeliane – uno dei meccanismi istituzionali più chiari di annessione.
E ora un altro pezzo sta prendendo forma: il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato i preparativi per trasferire la responsabilità delle forze dell’ordine sui coloni israeliani in Cisgiordania dall’esercito alla polizia israeliana, un altro passo legale cruciale verso l’annessione.
Il quadro si sta completando: milizie di coloni, finanziamenti governativi, armi, esercito, polizia, burocrazie civili, tribunali e decisioni politiche che provengono dai massimi livelli dello stato israeliano.
Visto in questo contesto più ampio, Qusra diventa un microcosmo – e potenzialmente un campo di prova – per i meccanismi attraverso cui può essere implementata un’annessione su larga scala. Queste realtà riecheggiano il passato. La Nakba non è semplicemente ‘avvenuta’, ma è stata il risultato di anni di pianificazione e schemi militari incrementali. Ecco perché Qusra è importante.
Alcuni governi avvertono un’accelerazione dell’annessione; altri sanzionano singoli coloni, come se colpire pochi estremisti potesse invertire un piano attuato da un intero apparato statale.
I palestinesi in Cisgiordania sono pienamente consapevoli della sfida che li attende. Esortare l’Autorità Palestinese, che mantiene il coordinamento della sicurezza con Israele, a elaborare improvvisamente una ‘strategia’ è dolorosamente ridondante.
Ma per noi che comprendiamo gli orrori della Nakba – e le ripercussioni di quella catastrofe, da Deir Yassin al genocidio di Gaza – il riconoscimento non è più sufficiente.
Il prezzo del silenzio che sta già pagando ogni gazaù che vive tra le rovine della Striscia e da ogni palestinese in Cisgiordania che affronta la violenza dei coloni e dei loro partner militari.
Deve finire ora, prima che Qusra diventi il modello per ciò che verrà dopo. Oggi, Qusra; domani, tutta la Cisgiordania.
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29/07/2026
Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.
«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.
«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».
Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».
I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.
A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.
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27/07/2026
Offensiva sionista in Cisgiordania, la pulizia etnica si inasprisce
Ripercorriamo velocemente gli eventi da venerdì scorso. Durante un raid di coloni a un villaggio vicino Nablus, un palestinese ha sottratto l’arma a un colono e, nel difendersi dall’attacco, avrebbe ucciso l’occupante, mentre un soldato israeliano colpito è deceduto dopo poche ore per le ferite riportate.
Perché le incursioni che provengono dagli insediamenti illegali sono sempre accompagnati dall’IDF: sono, cioè, parte della strategia militare israeliana nella West Bank. Bisogna inoltre sottolineare che il villaggio di Tal, sottoposto all’attacco di venerdì, si trova nella “Zona A” della Cisgiordania, ed è perciò sotto il pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
Un’invasione vera e propria, un’aggressione con un aggredito incolpato di difendersi... ma questa volta non abbiamo sentito queste formule da parte di giornali e politici occidentali. Così come non è stato detto nulla sulla vera e propria esecuzione di quattro palestinesi da parte di militari israeliani, giunti sul posto del conflitto a fuoco, testimoniata da video inequivocabili.
Nelle successive 48 ore, inoltre, una sequenza di incursioni, spedizioni punitive e operazioni militari su vasta scala ha trasformato la regione a nord di Gerusalemme in un teatro di guerriglia e devastazione, con al centro i governatorati di Nablus e Jenin. Nel corso del fine settimana, una drammatica ondata di rappresaglie si è abbattuta su oltre dieci villaggi e comunità palestinesi.
Secondo quel che si legge su varie testate internazionali, a Qusra, Urif, Sarta, Immatin, Far’ata, Umriha e nella regione meridionale di Masafer Yatta, squadre di coloni a volto coperto hanno appiccato il fuoco ad abitazioni, automobili e terreni agricoli. A Qusra e in un altro centro vicino, due moschee sono state date alle fiamme e profanate con scritte minatorie.
Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che gli esponenti del movimento dei coloni avrebbero ignorato gli appelli diretti dei vertici militari dell’IDF a fermare gli assalti per evitare un’ulteriore escalation. Ma è chiaramente un gioco delle parti tra due facce dello stesso progetto di pulizia etnica, dato che nella mattinata di sabato l’esercito israeliano ha lanciato a sua volta una vasta operazione nella West Bank.
Le truppe hanno circondato e chiuso all’interno di checkpoint Ramallah e Nablus, limitando fortemente i movimenti della popolazione. I militari hanno fatto irruzione in vari villaggi della zona circostante, conducendo perquisizioni casa per casa, interrogatori sommari e fermi di massa. I militari sono entrati anche nell’ospedale di Nablus, dove il personale medico è stato minacciato e due persone sono state portate via.
Dalle informazioni diffuse, sarebbero oltre 80 i palestinesi arrestati. Solo l’ultimo tassello di un’escalation strutturale della pulizia etnica in Cisgiordania, che è andata di pari passo col genocidio a Gaza: gli attacchi nel 2026 sono aumentati del 63%, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 405 a 660 episodi.
Ricordiamo che, dall’ottobre 2023, sono quasi 1.200 i palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata, tra cui 250 bambini. Nel 2026, per ora, le vittime dei coloni sono state 21. E l’impennata di violenze è evidentemente legata alle elezioni generali previste per l’autunno 2026. Il movimento dei coloni è stato esortato a mobilitare la società israeliana per rafforzare la coalizione attualmente al governo.
Ovviamente, a fare le spese di questa mobilitazione sono i palestinesi, che diventano il “trofeo” del colonialismo sionista, e convincere l’elettorato che la pulizia etnica può essere portata a termine. Se ogni tanto qualche colono o soldato viene ucciso dalla resistenza dei palestinesi, tanto meglio: diventa la scusante per ribadire la necessità di cancellarli tutti dalla loro terra.
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26/07/2026
Israele tiene chiuso il corridoio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti
La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza.
Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.
La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.
Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini.
Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso di Gaza.
Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.
«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».
Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche.
Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.
Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele.
Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.
La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista».
In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.
I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte.
Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.
Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico.
Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.
Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari.
«Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».
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08/07/2026
Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri
Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.
Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.
Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.
Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.
Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.
Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.
L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.
Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.
Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.
Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.
“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.
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07/07/2026
La fine della “relazione speciale” tra Israele e Usa
È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele.
Ci è voluto molto tempo, ma la “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele ha finalmente iniziato a volgere al termine.
Tutto ebbe inizio con Henry S. Truman negli anni ’40. Egli sostenne l’insediamento illimitato di sionisti in Palestina. Ignorò il parere dei politici esperti del Dipartimento di Stato e proclamò il riconoscimento di Israele da parte degli Stati Uniti nel 1948.
Questo avvenne in seguito alla manipolazione del voto sulla spartizione. Senza le intimidazioni esercitate dagli Stati Uniti sugli stati più vulnerabili un anno prima, la legge non sarebbe mai stata approvata.
All’inizio del 1948, gli Stati Uniti avevano fatto marcia indietro rispetto all’impegno di dividere la Palestina in due stati. La ragione era la rapida diffusione del sangue nel territorio ancora occupato dai britannici. La nuova politica prevedeva di porre la Palestina sotto tutela delle Nazioni Unite, almeno temporaneamente.
Questa era la politica ufficiale fino al maggio del 1948, quando Truman dichiarò unilateralmente il riconoscimento di Israele con una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca. Anche se la notizia si diffuse nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la delegazione statunitense non era ancora stata informata ufficialmente.
Qualcuno fu inviato all’ufficio del Segretario Generale per scoprire cosa stesse succedendo, e il nastro con l’annuncio del riconoscimento fu trovato accartocciato e gettato nel cestino della carta straccia.
Nella delegazione statunitense scoppiò la furia per questo tradimento. Una persona era talmente infuriata che dovette essere trattenuta a stento dalla sedia.
Il capo della delegazione, Warren Austin, uscì e tornò al suo hotel (il Waldorf Astoria), lasciando al suo vice il compito di farsi avanti e confermare la notizia.
Truman aveva sferrato un colpo a tradimento ai suoi stessi alti funzionari per compiacere i sionisti e ottenere il loro sostegno nelle imminenti elezioni, ma il suo avversario, Thomas Dewey, era altrettanto fermo nel suo sostegno a uno stato ebraico in Palestina e non ci sono prove che il “voto ebraico” abbia influenzato in alcun modo la risicata vittoria di Truman.
Succeduto a Truman nel 1953, Eisenhower si lamentò dei suoi problemi con i sionisti. Ogni volta che diceva o faceva qualcosa che non gradivano, la Casa Bianca veniva sommersa da lettere e telefonate di protesta.
Ingannato da Gran Bretagna, Francia e Israele nel 1956, costrinse i partner occidentali nell'“aggressione tripartita” contro l’Egitto a porre fine alla guerra poco più di una settimana dopo il suo inizio.
Sotto la pressione degli Stati Uniti, Israele si ritirò anche dal Sinai, distruggendo tutto ciò che incontrava sul suo cammino, ma si rifiutò di lasciare Gaza, che Ben-Gurion rivendicava come territorio israeliano.
Cedette solo quando Eisenhower minacciò di lasciare che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva la fine di ogni forma di assistenza politica, economica e militare a Israele, venisse approvata senza l’intervento degli Stati Uniti.
A quel punto gli israeliani avevano già massacrato centinaia di palestinesi a Gaza, tra cui 111 in un’unica occasione, nel campo profughi di Rafah.
John Kennedy vinse le elezioni presidenziali del 1960 con un forte sostegno da parte della comunità ebraica. Durante la presidenza Truman, i sionisti avevano già un loro uomo di fiducia all’interno della Casa Bianca, David Niles, e Kennedy dovette accettarne un altro, Meyer Feldman, autorizzato a monitorare tutto il traffico di comunicazioni tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato relativo al Medio Oriente.
Kennedy lo considerava un “male necessario” e un debito politico da saldare.
Voleva che Dimona fosse aperta alle ispezioni esterne. Kennedy sapeva – come confidò a un amico – che gli israeliani erano “figli di puttana che mi mentono continuamente sulle loro capacità nucleari”.
Nel 1963, li costrinse ad accettare un’ispezione statunitense al reattore di Dimona. Questa ebbe luogo finalmente nel 1964, dopo l’assassinio di Kennedy. Nella narrazione di Seymour Hersh in “L’opzione Sansone” (1991), Dimona era stata trasformata per l’occasione in un villaggio Potëmkin nucleare, con una finta sala di controllo costantemente monitorata per far sembrare che funzionasse realmente solo per scopi pacifici.
Agli americani non fu permesso di avvicinarsi al nucleo nucleare “per motivi di sicurezza”. Il portavoce della lobby sionista, Abe Feinberg, un’altra spina nel fianco per Kennedy, oltre a Feldman, commentò che “faceva parte del mio lavoro avvertire (gli israeliani) che Kennedy insisteva su questa [ispezione] in modo che gli dessero un incarico fasullo”.
Nonostante l’inganno, Israele ha comunque ottenuto i missili Hawk che desiderava. Gli Stati Uniti avevano aumentato il livello degli aiuti economici a Israele, gli avevano fornito garanzie di sicurezza, avevano sostenuto le sue rivendicazioni di controllo delle risorse idriche, ma, secondo Robert Komer, un alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, “in cambio non abbiamo ottenuto nulla per i nostri sforzi... Il punteggio è 4-0”.
Il successore di Kennedy, Lyndon Johnson, si propose di dimostrare di essere il miglior amico di Israele, fornendogli tutto ciò che desiderava, inclusi carri armati e aerei da guerra statunitensi, senza che Israele dovesse dare nulla in cambio, nonostante la forte posizione negoziale della sua amministrazione.
Il compromesso avrebbe dovuto essere la ratifica da parte di Israele del Trattato di non proliferazione nucleare e l’apertura dell’impianto di Dimona a una reale ispezione esterna.
Gli israeliani continuavano a mentire sistematicamente sui loro obiettivi, ma l’intelligence era convinta che si stessero muovendo verso lo sviluppo di armi nucleari. Al tempo della guerra del 1967, ne avevano già una completamente assemblata o erano in grado di assemblarla rapidamente.
Come Truman prima di lui, Johnson ingannò i suoi stessi alti funzionari.
In un incontro privato alla Casa Bianca, disse all’ambasciatore israeliano, Yitzhak Rabin, che Israele avrebbe ottenuto le armi che desiderava senza dover firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
Forte di questa rassicurazione, Rabin si rifiutò di cedere nei “negoziati” con i funzionari del Dipartimento di Stato. Ancora nel maggio del 1967, a Johnson veniva detto che Israele produceva plutonio a sufficienza per costruire due armi nucleari, ma egli diede comunque a Israele ciò che chiedeva – carri armati e aerei da guerra – senza pretendere nulla in cambio.
Il 6 giugno scoppiò la guerra, per la quale Johnson aveva dato il via libera, e due giorni dopo l’attacco aereo e navale israeliano contro la USS Liberty, ufficialmente classificata come “nave da ricerca tecnica” ma più comunemente nota come “nave spia” in grado di monitorare i movimenti sul campo di battaglia.
L’attacco durò ore. La nave fu colpita a morte, ma riuscì comunque a rimanere a galla: 34 marinai persero la vita e 170 rimasero feriti.
Israele sapeva che la Liberty era una nave americana, e Johnson sapeva che era sotto attacco, ma impedì agli aerei da guerra statunitensi di intervenire in sua difesa, basandosi sulla menzogna che l’attacco fosse stato un “errore”.
Si descriveva come il miglior amico che Israele avesse mai avuto e lo dimostrò con la sua complicità nell’attacco alla Liberty. Voleva che la nave venisse affondata, senza superstiti che potessero raccontare l’accaduto.
Si è trattato di un tradimento della peggior specie, ai massimi livelli del governo. Non esiste alcun precedente nella storia degli Stati Uniti per un crimine simile.
Il normale iter processuale prevederebbe l’arresto, il processo e – secondo la legge statunitense per un reato così efferato – l’esecuzione, ma Johnson l’ha fatta franca.
Il secondo miglior amico di Israele era Richard Nixon. In privato, si riferiva agli ebrei come “ebrei”; in pubblico, era un amico di Israele persino migliore di Johnson.
Continuò a diffondere la menzogna su Dimona. In base alla politica condivisa con Israele di “opacità”, affermò che gli Stati Uniti non sapevano realmente se Israele possedesse armi nucleari o meno, quando in realtà sapevano benissimo che le aveva. Il flusso di armi verso Israele continuò senza sosta.
La “relazione speciale” continuò, pur con alcune oscillazioni. Carter e Clinton cercarono di coinvolgere Israele in un “processo di pace” che consentisse a Israele di consolidare il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata, a costo dello smantellamento degli insediamenti nel Sinai.
Il successivo ritiro da Gaza non rappresentò mai un vero e proprio ritiro né la fine dell’occupazione, ma solo la sua continuazione a distanza, con regolari massacri commessi con il pretesto di “falciare l’erba”.
L’avversione per l’influenza di Israele sulla politica estera statunitense si è concretizzata nello scambio di battute tra Obama e il presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011.
Non si resero conto che il microfono tra di loro era ancora acceso quando parlarono della loro antipatia per Netanyahu.
Sarkozy: “Non lo sopporto. È un bugiardo”.
Obama: “Siete stanchi di lui. E io? Io devo avere a che fare con lui ogni giorno”.
In pubblico, la “relazione speciale” era ancora tale, ma cominciavano a manifestarsi delle crepe. Un amico speciale non ucciderebbe cittadini statunitensi (a parte l’equipaggio della Liberty assassinato, Rachel Corrie a Rafah nel 2003 e poi Furkan Dogan nell’attacco alla Mavi Marmara nel 2010), né ruberebbe plutonio e segreti, come fece l’agente del Mossad Jonathan Pollard.
Tutte cose che, in fondo, fanno i nemici.
Nel 2007, John Mearsheimer e Stephen Walt pubblicarono The Israeli Lobby, il primo studio critico completo sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il fatto stesso che potesse essere pubblicato, e per di più a New York da Farrar, Straus and Giroux, era già un segno dei tempi che cambiavano.
La conclusione fondamentale degli autori era che non dovesse esserci alcuna relazione speciale, che Israele dovesse essere trattato come qualsiasi altro paese. Moralmente e legalmente, tale relazione era dannosa per gli Stati Uniti.
Il messaggio fece breccia, nonostante gli attacchi calunniosi contro Walt e Mearsheimer da parte della lobby israeliana e dei suoi esponenti più estremisti.
Passiamo quindi a Trump. Se Johnson e Nixon si presentavano come i migliori amici di Israele, Trump si è prefissato l’obiettivo di dimostrare di esserlo lui stesso. Ha concesso a Israele tutto ciò che desiderava, compreso il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme Est. Ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, come richiesto da Israele. Ha tagliato i finanziamenti all’Autorità Palestinese e ha ritirato i fondi all’UNRWA.
Era pienamente complice del genocidio di Gaza, a prescindere dal numero di palestinesi massacrati. Il suo “piano di pace” è stato elaborato da immobiliaristi. Una replica di Miami sarebbe stata costruita sulle rovine della Palestina e del suo popolo.
Dopo aver perpetrato impunemente un genocidio a Gaza, Israele ha esteso la sua influenza in Cisgiordania e l’ha introdotta in Libano con i bombardamenti di massa su Beirut e gli attacchi con i cercapersone, su cui Netanyahu ha ironizzato regalando a Trump una replica dorata.
Deciso a eliminare in un colpo solo tutti i suoi nemici in Medio Oriente, Israele si è rivolto all’Iran e ha raggirato Trump inducendolo a scatenare due guerre.
Quando la prima è stata lanciata nel giugno 2025, il bombardamento degli ospedali e il massacro di decine di migliaia di civili a Gaza avevano suscitato sdegno in tutto il mondo. Nulla di più disumano si era visto nella storia moderna e persino negli Stati Uniti il sostegno a Israele è crollato.
Non essendo riuscito a vincere la prima guerra contro l’Iran, Trump ne lanciò una seconda. Anche questa fallì. Alla ricerca di una via d’uscita, l’unico accordo che Trump riuscì a ottenere prevedeva la fine degli attacchi israeliani contro il Libano, ma Israele continuava a massacrare civili ogni giorno in Libano, a Gaza e in Cisgiordania. La firma dell'“accordo” andò comunque a buon fine, anche se Israele lo stava distruggendo sul campo.
La rabbia di Trump era palese e genuina. Voleva andarsene e Israele glielo impediva. È stato un gesto minimo, ma almeno ha detto che bombardare interi palazzi a Beirut per colpire una sola persona era stato “eccessivo”.
Vance ha ricordato a Israele che, se aveva il “diritto” di difendersi “a qualunque costo”, lo avevano anche gli altri. “Se fossi nel governo israeliano”, ha affermato, “probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto al mondo” (gli Stati Uniti).
Ormai tutti i segreti erano stati svelati. Uno di questi riguardava la violenza sessuale menzionata nel rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale legata ai conflitti, pubblicato nel maggio 2026. Il rapporto citava specificamente le “forze di difesa” israeliane, i servizi penitenziari e la famigerata polizia di frontiera.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva già etichettato queste entità come “credibilmente sospettate di aver commesso o di essere responsabili di modelli di stupro o altri atti di violenza sessuale”.
L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite ha urlato con rabbia incontrollata contro Vanessa Frazier, rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati, quando quest’ultima ha sollevato la questione. I recenti stupri a bordo della flottiglia sono un altro tassello di questo stesso quadro.
Tutto il denaro depositato nei conti di investimento di Miriam Adelson non salverà Israele ora. Israele si sta comportando in modo oltraggioso, e forse ne è anche consapevole, ma la pura verità è che si è attirato tutto questo sulle spalle da solo.
Alla fine ha morso la mano britannica che lo nutriva e ora sta mordendo quella americana. Come sempre, è la vittima, non le sue vittime.
Moralmente, legalmente e agli occhi del mondo, non ha più nulla su cui contare, né la menzogna del piccolo stato assediato che ha funzionato per così tanto tempo, né tantomeno il sostegno pubblico negli Stati Uniti. Le simpatie americane ora sono con i palestinesi e questo non cambierà nonostante gli sforzi dei fautori americani del “prima Israele” per arginare l’avanzata.
Una volta liberati dai vincoli con Israele, gli Stati Uniti si renderanno conto che avrebbero potuto avere un buon rapporto con l’Iran fin dall’inizio.
Si renderanno anche conto che il problema non è mai stato l’Iran, ma Israele.
Gli Stati Uniti sono ora impegnati con l’Iran nello sforzo di porre fine alla guerra, ma attraverso omicidi e violenze in Libano, Israele sta facendo tutto il possibile per sabotare i negoziati.
Come Eisenhower nel 1957, Trump potrebbe staccare la spina a Israele bloccando gli aiuti e gettando la questione in pasto ai lupi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Inutile dirlo, Trump non è Eisenhower. Non sta minacciando Israele, ma Hezbollah e l’Iran. “Se chiudete lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese” è stato il messaggio che ha inviato all’Iran, mentre ai negoziatori in Svizzera è stato detto che “non riusciranno nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”.
In seguito a questa minaccia di assassinio, i negoziatori abbandonarono le trattative, mentre, in risposta agli attacchi israeliani in Libano, il loro governo chiuse lo Stretto di Hormuz.
Ora la palla è di nuovo nel campo di Trump. Ha detto a Israele di ridurre l’intensità dei suoi attacchi, ma se continueranno, l’Iran prima o poi reagirà. È solo questione di tempo. Trump permetterà a Israele di trascinare gli Stati Uniti nel vortice di un’altra guerra su vasta scala con l’Iran, oppure gli dirà “questa volta ve la dovete cavare da soli”?
È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele. L’ultimo sondaggio di Nate Silver mostra che il 56% è contrario alla guerra. L’ultimo sondaggio di CBS News mostra che il 78% degli americani vuole che la guerra finisca subito.
Trump è il loro presidente o quello di Israele? Qualunque cosa decida, il fallimento nel distruggere il governo iraniano è un evento epocale nella storia mondiale, ma altrettanto epocale è la fine della “relazione speciale”.
Al momento, forse è solo l’inizio della fine. Le radici impiegheranno tempo ad appassire e morire, nonostante le continue annaffiature con il denaro di Miriam Adelson, ma non ci sarà ripresa: non si potrà tornare indietro a com’era questa relazione contorta solo pochi anni fa.
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