Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Campi profughi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Campi profughi. Mostra tutti i post

16/09/2026

In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini

L’entusiasmo con cui venticinque anni fa Stefano Chiarini organizzò il primo viaggio di solidarietà con i rifugiati palestinesi in Libano faceva immaginare che la sorte di quelle centinaia di migliaia di persone un giorno non lontano potesse cambiare.

Tutto iniziò perché un Comitato internazionale si pose il problema di dare degna sepoltura alle vittime della strage del settembre 1982 nei due campi profughi che sorgevano alla periferia di Beirut, Sabra e Shatila, gettate in una fossa comune dai falangisti che trucidarono uomini e donne sotto la regia del ministro israeliano alla Difesa: Ariel Sharon, quel piccolo e grasso generale che ricordiamo anche mentre va su e giù con i suoi sgherri a profanare la Spianata delle Moschee.

Da allora i viaggi si sono susseguiti ogni anni e oggi siamo ancora qui, con la stessa ostinazione che emanava il guizzo degli occhi di Stefano, di nuovo con una delegazione di attivisti/e organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, creatura sempre viva del suo lavoro e di quello di un altro nostro compianto compagno, Maurizio Musolino: la delegazione italiana parte oggi e fino al 20 settembre visiterà i principali campi profughi dove vivono in condizioni sempre più disperate i palestinesi profughi fin dal 1948, partecipando il 18 settembre alla manifestazione che ogni anno ricorda la strage.

Per motivi di sicurezza, viste le continue incursioni militari di Israele, abbiamo ristretto il numero dei partecipanti a 16 persone ma il viaggio si sta facendo e toccherà da nord a sud i principali insediamenti palestinesi dove vivono senza diritti e senza cittadinanza persone invisibili, circa 500 mila a febbraio 2025 secondo i dati UNRWA, l’agenzia delle Nazioni unite nata nel ’50 proprio per occuparsi dei rifugiati palestinesi perché Israele non volle che lo facesse l’agenzia dei rifugiati già esistente che si era occupata anche dei profughi ebrei della guerra appena conclusa attuando una politica di ritorno nelle case che erano stati costretti a lasciare.

La maggioranza dei palestinesi in Libano vive in 12 miserissimi campi profughi che si dispiegano in tutto il paese.

In questi anni i viaggi di solidarietà sono stati anche importanti momenti di formazione politica per centinaia di attivisti/e che hanno aderito: perché andare in Libano, soprattutto prima della pulizia etnica avviata a Gaza, significava toccare con mano l’esistenza di un popolo che l’agenda internazionale non ha voluto vedere, anche lavandosi la coscienza con uno slogan asfittico come quello dei due Stati a cui nessun accordo ha mai inteso dare gambe, persone considerate un ‘di più’ della storia, uno ‘scarto’ degli accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sempre secondo i dati UNRWA, l’80 per centro della popolazione rifugiata in Libano vive in condizioni di estrema povertà: nel corso del tempo la vita dei palestinesi ha poi risentito della crisi economica che devasta l’intero paese e delle grandi manovre israeliane per impossessarsi della sovranità sul Paese dei Cedri e realizzare lo storico obiettivo sionista della Grande Israele.

L’offensiva contro la Resistenza libanese organizzata dal partito di Hezbollah avviata nella scorsa primavera ha seminato morti e feriti e immobilizzato il paese.

Questo ha rafforzato la volontà del Comitato di tornare, per stare accanto ai palestinesi e alla popolazione libanese colpita dalla efferatezza del disegno criminale architettato da Israele per il Medioriente. 

Fonte

27/05/2024

Massacro in un campo profughi UNRWA a Rafah, il genocidio continua

Nella nottata appena trascorsa, l’esercito israeliano ha lanciato un attacco sul centro per sfollati a Barkasat, nel nord-ovest dell’area di Rafah. La struttura è gestita dall’UNRWA, che ha contato già decine di morti tra i suoi operatori e le ritorsioni dell’occupazioni sionista per l’aiuto dato ai palestinesi.

Da Tel Aviv dichiarano che l’attacco è stato portato contro terroristi, “bersaglio in conformità con il diritto internazionale”, e che è stato eseguito con munizioni di precisioni – ordigni da una tonnellata... –. Ovviamente, il bombardamento ha prodotto un incendio che si è subito diffuso tra le tende, portando la conta delle vittime a 50 morti e 180 feriti proprio in questi minuti.

Come spesso è accaduto durante questi mesi di massacro, la maggior parte delle vittime sono donne e bambini. Il tutto giustificato con la necessità di eliminare due alti ufficiali di Hamas, identificati dall’IDF come Yassin Rabia e Khaled Nagar, responsabili di varie operazioni nella Cisgiordania.

La Mezzaluna rossa palestinese ha dichiarato che sta lavorando per salvare quante più persone possibile. Ma ha anche ribadito che le persone del campo profughi erano lì perché “questo luogo era stato indicato dall’occupazione israeliana come una zona umanitaria”.

Dopo questo ennesimo crimine israeliano, Hamas ha invitato pubblicamente a una ulteriore sollevazione palestinese: “invitiamo le masse del nostro popolo in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati e all’estero a sollevarsi e marciare con rabbia contro il massacro sionista in corso”.

Persino l’Autorità Nazionale Palestinese ha detto che gli atti di ieri sera sono “una sfida a tutte le risoluzioni di legittimità internazionale”, riferendosi alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva a Rafah. E a cui Tel Aviv aveva subito risposto bombardando la città.

Nella notte, un raid aereo ha colpito anche il sud del Libano, dove le forze armate israeliane dicono di aver identificato infrastrutture ‘terroristiche’ di Hezbollah. Di nuovo, quindi, un’azione portata avanti dai sionisti in tutte le direzioni, continuando a seminare morte e destabilizzazione in tutta l’area.

Gaia Giletta, infermiera italiana di Medici Senza Frontiere, presso cui uno dei centri sono stati portati i colpiti dall’attacco israeliano al campo profughi UNRWA, ha ripetuto che “quello che è successo dimostra ancora una volta che nessun luogo è sicuro a Gaza”. Perché ciò accada Israele deve essere fermato e la sua occupazione terminata.

Fonte

27/08/2015

Libano - Tregua precaria ad Ein al Hilwe sotto attacco jihadisti Jund al Sham

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Ho fatto male a venire qui ad Ein al Hilwe con la mia famiglia. A Damasco avrei trovato un rifugio più sicuro, qui si combatte come in Siria». Abu Khaled, intervistato da giornalisti libanesi, raccontava ieri il dramma di centinaia di profughi palestinesi, molti dei quali scappati dalla guerra civile siriana, che da alcuni giorni vivono ammassati in una moschea di Sidone per sfuggire alle raffiche di mitra e ai lanci di razzi e granate. Anche Jamila Shami, giunta da Yarmouk, si rammariva dell'”errore” commesso. «Non dovevamo lasciare la Siria, siamo passati da una guerra all’altra». Nella moschea ci sono anche tante famiglie che da sempre vivono nel campo palestinese, costrette a subire queste improvvise escalation di violenza. Da sabato scorso è di nuovo guerra nelle strade strette e sporche di Ein al Hilwe, il più grande dei 12 campi profughi palestinesi in Libano dove in condizioni disumane vivono 450 mila rifugiati della Nabka del 1948. I jihadisti di Jund al Sham (un gruppo vicino ad al Qaeda), formato solo in parte da palestinesi, ha rilanciato la sua campagna di attacchi contro il movimento Fatah, che controlla il campo e che vuole l’espulsione dei jihadisti.

A luglio uomini armati hanno sparato da un’automobile in corsa uccidendo Talal al Ourdouni, un colonnello dell’ala militare di Fatah. Sabato scorso invece hanno cercato di assassinare Ashraf al Armoushi, il capo dell’intelligence di Fatah. È stata la scintilla della nuova guerra, con molte centinaia di civili costretti a scappare sotto il fuoco incrociato e a trovare riparo nelle strade della vicina Sidone. Il bilancio dei combattimenti è di 3 morti (tutti di Fatah) e di una trentina di feriti. Le esplosioni hanno distrutto diverse abitazioni, molte altre sono state danneggiate gravemente. Ieri è stato proclamato un cessate il fuoco ma in serata appariva precario. Non è chiaro se rappresentanti di Jund al Sham abbiano preso parte ai colloqui convocati da tutte le organizzazioni palestinesi, inclusa la sinistra rappresentata dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, per mettere fine ai combattimenti.

La presenza di Jund al Sham ad Ein al Hilwe – ufficialmente ci vivono 70 mila palestinesi ma in realtà sono il doppio, considerando i rifugiati giunti dalla Siria negli ultimi tre anni – è nota da tempo e gli scontri violenti con Fatah sono stati frequenti. Negli ultimi due anni però i jihadisti si sono fatti più arroganti, sull’onda dei successi che i loro “cugini” dell’Isis e di Nusra hanno ottenuto in Iraq e Siria. Secondo alcune fonti inoltre possono contare su nuove fonti di finanziamento. Per questo hanno rialzato la testa e mettono in discussione la leadership di Fatah. Contestano inoltre la cooperazione esistente da alcuni anni tra le formazioni politiche palestinesi e le forze di sicurezza libanesi per tenere lontano dai campi profughi salafiti radicali, jihadisti e la criminalità organizzata.

Peraltro nella vicina Sidone, storica roccaforte sunnita, non sono caduti nel vuoto gli appelli alla “guerra santa” contro gli sciiti appoggiati dall’Iran (Hezbollah) e gli alawiti al potere a Damasco attraverso la presidenza Assad. Non pochi giovani sunniti sono partiti per la Siria a combattere contro gli “infedeli”, spinti anche dagli appelli del predicatore salafita Ahmed al Assir, che due anni fa innescò combattimenti nelle strade di Sidone costati la vita a numerosi soldati libanesi. Qualche giorno fa è stato finalmente arrestato all’aeroporto di Beirut dopo una lunga latitanza.

Le infiltrazioni jihadiste espongono Ein al Hilwe allo stesso destino subito nel 2007 da un altro campo profughi palestinese, Nahr al Bared (Tripoli). Divenuto la base di Fatah al Islam, una formazione qaedista, Nahr al Bared fu distrutto in buona parte dall’artiglieria dell’esercito libanese e la popolazione per anni ha vissuto in container di lamiera e in un altro campo profughi, Beddawi. L’esercito libanese ha già rafforzato le sue posizioni in corrispondenza dei quattro ingressi principali di Ein al Hilweh mentre i libanesi, molti dei quali guardano (a dir poco) con diffidenza ai rifugiati palestinesi, sono tornati a chiedere misure drastiche per riportare l’ordine nel campo profughi.

Fonte