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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2025

La Corte Internazionale di Giustizia censura le restrizioni israeliane agli aiuti umanitari

La Corte Internazionale di Giustizia, l’organo giudiziario delle Nazioni Unite, si è espressa ieri riguardo al divieto che Israele ha imposto all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) di svolgere attività sul proprio territorio. Com’era logica aspettarsi, l’operato sionista è stato censurato su tutta la linea.

L’opinione della Corte era stata richiesta a dicembre dall’Assemblea Generale dell’ONU, dopo che Tel Aviv aveva deciso di proibire ogni attività dell’UNRWA. Ciò ha comportato che, mentre il personale palestinese presente a Gaza e in Cisgiordania ha continuato a garantire assistenza e supporto, Israele ha impedito l’accesso degli aiuti a Gaza e ha rifiutato i visti per lo staff internazionale.

Al posto dell’UNRWA e di altre agenzie è stata creata la Gaza Humantarian Foundation, di cui è stato evidenziato a più riprese il ruolo di connivenza con il genocidio. Per questo la posizione dell’Aja, seppur non vincolante, ha di certo un chiaro peso morale, a cui va aggiunto anche un evidente peso diplomatico, in un frangente in cui l’opposizione di piazza al terrorismo sionista è forte un po’ in tutto il Mondo.

A pronunciare il parere è stato il giudice Iwasawa Yuji, che ha dichiarato: “in quanto potenza occupante, Israele è obbligato a garantire i bisogni primari della popolazione locale, compresi i beni essenziali per la loro sopravvivenza”. Sotto questo aspetto, la Corte ha ritenuto che Israele ha mancato ai propri obblighi.

Inoltre, i giudici hanno sottolineato che “la potenza occupante non potrà mai invocare ragioni di sicurezza per giustificare la sospensione generale di tutte le attività umanitarie nei territori occupati”. Questa posizione si riverbera anche sul blocco illegale posto su Gaza, e sul sequestro degli attivisti delle varie Flotille, che ancora una volta viene confermato come un atto contrario al diritto internazionale.

C’è poi un nodo fondamentale: quello delle accuse di ‘collaborazionismo’ dell’UNRWA con Hamas. Non solo la Corte ha affermato che l’agenzia ONU non ha violato le regole di imparzialità e che Israele, in quanto membro delle Nazioni Unite, deve sostenerne l’attività, ma anche che Tel Aviv non ha portato prove sostanziali a dimostrazione della partecipazione del suo personale alle attività di Hamas.

Il governo Netanyahu aveva parlato di oltre mille dipendenti dell’UNRWA affiliati all’organizzazione palestinese. “La Corte – dice sempre Iwasawa – ritiene che Israele non abbia dimostrato le sue accuse secondo cui una parte significativa dei dipendenti dell’UNRWA sarebbero ‘membri di Hamas... o di altre fazioni terroristiche”.

Quelle sioniste, insomma, sono state tutte menzogne funzionali a mettere al bando ogni aiuto umanitario e poter usare la fame per portare a termine la pulizia etnica, non essendo Israele riuscita a piegare la resistenza né il popolo palestinese. Altro appunto fatto dai giudici, che hanno ricordato come anche questo è un crimine di cui Tel Aviv si è macchiata.

La reazione sionista non si è fatta attendere, al solito scomposta e mistificatoria. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha ribadito che gli organismi dell’ONU “sono diventati focolai di terroristi”, e che il suo paese non si farà imporre “misure politiche”. Il Dipartimento di Stato statunitense ha definito il parere “corrotto” e ha affermato che “attacca ingiustamente Israele e dà all’UNRWA un lasciapassare per il suo profondo coinvolgimento e il suo sostegno materiale al terrorismo di Hamas”.

Lo spregio con cui l’ONU e il diritto internazionale viene trattato da Tel Aviv e da Washington (come sempre ha fatto anche Bruxelles, del resto) non è nuovo. Certo è che questo ulteriore pronunciamento arriva in un momento in cui la misura è piena, e in cui la consapevolezza del fatto che Israele continua a occupare illegalmente i territori palestinesi e a impedirne l’autodeterminazione è fatta propria da tutto il Mondo. Per questo bisogna continuare a bloccare tutto, per dare un’ulteriore spinta internazionalista all’abbattimento dell’apartheid.

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01/04/2025

Siria - HTS sta silenziosamente smantellando la causa palestinese

Dalla caduta del governo siriano l’8 dicembre 2024, la direzione della nuova amministrazione provvisoria, guidata da Ahmad al-Sharaa, è diventata sempre più chiara. Politicamente, militarmente e legalmente, Damasco ora sembra allineata con la visione di lunga data di Washington di smantellare la causa palestinese.

Questo allineamento sta prendendo forma su tre fronti chiave: il primo è l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), le fazioni della resistenza come Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) e altre fazioni scisse dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Il secondo è l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) incaricata specificamente di aiutare i rifugiati palestinesi nella regione e il terzo sono i campi che ospitano i rifugiati palestinesi e gli sfollati siriani.

Due sviluppi sottolineano questo cambiamento. In primo luogo, sia Turchia che Libano hanno impedito ai palestinesi in possesso di documenti siriani di tornare in Siria allo stesso modo dei cittadini siriani. In secondo luogo, i media statunitensi hanno rivelato colloqui in corso tra Washington e Damasco sulla possibilità che la Siria assorba decine di migliaia di sfollati di Gaza, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni o di un accordo politico più ampio, in particolare dopo i massacri costieri di inizio anno.

Fronte 1: l’Autorità Nazionale Palestinese e le fazioni della resistenza

A più di quattro mesi dalla transizione verso una nuova governance, una cosa è chiara: l’ex leader affiliato ad Al-Qaeda Ahmad al-Sharaa, ora presidente della Siria, sta tenendo Hamas a distanza. Nonostante le ripetute richieste di Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico di Hamas all’estero, di visitare Damasco, le autorità ad interim hanno tergiversato, cercando di evitare uno scontro diretto con Israele o gli Stati Uniti.

Questa nuova posizione siriana avviene nel bel mezzo di un genocidio in corso contro il popolo palestinese e mentre l’occupazione israeliana ha chiarito che il suo obiettivo è eliminare la resistenza islamica.

The Cradle ha appreso che la comunicazione tra Hamas e le nuove autorità è in gran parte canalizzata tramite intermediari turchi. Si dice che Ankara stia facilitando il trasferimento di diversi ufficiali militari di Hamas a Idlib, la roccaforte dei militanti Hayat Tahrir al-Sham (HTS) di Sharaa.

Al contrario, Sharaa, che ha incontrato il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa a gennaio, ha formalmente aperto canali con la missione diplomatica dell’Autorità Palestinese a Damasco, riconoscendola come rappresentante ufficiale del popolo palestinese.

La delegazione in visita includeva alti funzionari di Fatah e dell’OLP, in particolare il figlio di Mahmoud Abbas, che è arrivato per reclamare le proprietà precedentemente detenute da fazioni anti-Fatah sotto il governo dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad.

Nella notte in cui è crollato il governo di Assad, il segretario generale del Comando generale del Fronte popolare (PFLP-GC) Talal Naji e il capo di stato maggiore dell’Esercito di Liberazione della Palestina (PLA) Akram al-Rifai hanno cercato rifugio presso l’ambasciata dell’Autorità Palestinese. L’ambasciatore palestinese Samir al-Rifai avrebbe ricevuto un duro rimprovero da Abbas per averglielo concesso. Per quanto riguarda il resto dei leader delle fazioni, ognuno di loro è rimasto a casa.

Il giorno dopo che le forze HTS sono entrate a Damasco, hanno lanciato un’ondata di chiusure prendendo di mira gli uffici delle fazioni palestinesi. Quelli appartenenti a Fatah al-Intifada, al movimento Al-Sa’iqa allineato al Baath e al PFLP-GC sono stati chiusi, con le loro armi, veicoli e beni immobili sequestrati.

Al Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), che aveva mantenuto un profilo più basso durante la guerra siriana, è stato permesso di continuare a operare, sebbene sotto osservazione.

L’11 e il 12 dicembre, diversi leader delle fazioni si sono riuniti presso l’ambasciata palestinese alla presenza del leader dell’Esercito di Liberazione della Palestina Rifai per discutere del loro futuro. Hanno tentato di organizzare un incontro formale con Sharaa tramite il Ministero degli Esteri siriano. Invece, un messaggero di HTS, identificato come Basil Ayoub, è arrivato all’ambasciata e ha chiesto la completa divulgazione di tutti i beni di proprietà della fazione, tra cui immobili, depositi bancari, veicoli e armi. Nessun impegno politico sarebbe stato possibile, ha detto, fino a quando non fosse stato presentato un inventario completo.

Le fazioni hanno rispettato la richiesta redigendo una lettera in cui dichiaravano che i loro beni erano stati acquisiti legalmente e che erano pronti a limitare la loro attività alla sensibilizzazione politica e mediatica, in pieno allineamento con la nuova posizione della Siria. Il destino della lettera a Sharaa e la sua risposta sono sconosciuti.

Campagna di decapitazione: arresti, confische e insediamenti

Ne seguì una sistematica decapitazione della struttura delle fazioni palestinesi in Siria.

Agli inizi di febbraio, il segretario generale di Fatah al-Intifada, Abu Hazem Ziad al-Saghir, è stato arrestato a casa sua. Dopo ore di interrogatorio e un raid nel suo ufficio, dove documenti lo collegavano al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) dell’Iran, è stato rilasciato.

Una settimana dopo, è stato nuovamente arrestato e trattenuto in un nuovo centro di detenzione dietro lo stadio Abbasid. È stato raggiunto un accordo finanziario: 500.000 $ in cambio del suo rilascio e della sua deportazione in Libano. Su richiesta del comitato, il Comitato centrale del movimento ha emesso una dichiarazione in cui poneva fine alle funzioni di Saghir e lo espelleva dal movimento. Tuttavia, Saghir ha emesso una controdichiarazione dal Libano, trasferendovi il Segretariato generale del movimento ed espellendo coloro che avevano preso la decisione di rimuoverlo.

La fazione baathista palestinese, Al-Sa’iqa, non se la è passata meglio. Il suo segretario generale Muhammad Qais è stato interrogato e privato dei beni del gruppo. Sebbene non fosse al comando durante la battaglia di Yarmouk, sfuggendo, così, a punizioni più severe, HTS ha ordinato la rimozione del termine “Baath” da tutti i materiali ufficiali. Una dichiarazione emerse presto dai territori occupati che denunciava Qais come un “residuo del regime”, suggerendo una crescente divisione interna.

HTS ha represso duramente anche il PFLP-GC, il cui segretario generale, Talal Naji, è stato posto agli arresti domiciliari e interrogato più volte. Tutti gli uffici, i veicoli e le armi del gruppo sono stati confiscati, la loro sede centrale chiusa e i suoi membri picchiati e umiliati. La loro stazione radio, Al-Quds Radio, è stata sequestrata e il loro ospedale Umayyah dovrebbe essere il prossimo ad essere confiscato.

Il destino del “Nidal Front”, una fazione separatista del Palestinian Popular Struggle Front (PPSF), un gruppo di sinistra all’interno dell’OLP, è stato il più controverso. All’inizio degli eventi, Khaled Meshaal è stato in grado di mediare per conto del Segretario generale del Fronte, Khaled Abdul Majeed, e proteggere lui e la sua organizzazione. Tuttavia, a febbraio, Abdul Majeed è fuggito negli Emirati Arabi Uniti.

La sua residenza personale e i suoi veicoli, presumibilmente di proprietà privata, sono stati sequestrati insieme a 50 milioni di sterline siriane (meno di $ 5.000) di beni. Costretto da HTS a dimettersi, ha ceduto l’autorità a un comitato centrale che operava da Damasco e Beirut.

Il DFLP è finora sfuggito al peso di queste epurazioni e i suoi uffici e veicoli rimangono intatti, forse perché non aveva legami con l’Iran o Hezbollah. L’ufficio principale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP, diverso dal PFLP-GC) nell’area di Taliani a Damasco rimane aperto ma inattivo, mentre il resto dei suoi uffici è stato chiuso.

Al momento, il Jihad Islamico (PIJ), i cui combattenti sono stati in prima linea a Gaza a combattere Israele dal 7 ottobre 2023, rimane nei suoi uffici siriani. Il rappresentante della fazione non è stato convocato per un interrogatorio, nonostante Israele abbia bombardato un appartamento utilizzato dal Segretario Generale del gruppo, Ziad al-Nakhala.

Tuttavia, figure militari chiave del PIJ si sono trasferite a Baghdad la notte in cui Damasco è caduta sotto l’HTS. Le loro attività all’interno della Siria sembrano essersi ridotte in gran parte alla celebrazione dei funerali dei combattenti uccisi in battaglia nel Libano meridionale, sebbene esclusivamente all’interno dei campi profughi palestinesi.

Il campo di Yarmouk a Damasco aveva già assistito a una serie di proteste nei primi giorni di febbraio, in particolare raduni che chiedevano la chiusura della sede centrale delle organizzazioni pro-regime e l’arresto di coloro che erano coinvolti nell’arresto e nell’uccisione dei residenti del campo. Gli eventi si sono trasformati in un tentativo di incendiare la sede centrale delle Brigate Quds del PIJ, con alcuni giovani e bambini che lanciavano petardi contro l’edificio. Nel frattempo, è scoppiata una manifestazione di protesta contro la decisione di riaprire gli uffici delle brigate Al-Sa’iqa nel campo di Al-A’edin.

Fronte 2: campi profughi palestinesi in Siria

La repressione dei gruppi politici ha creato un vuoto di leadership nei campi palestinesi in Siria. Le condizioni di vita, già disastrose, sono ulteriormente peggiorate. All’inizio di febbraio, sono scoppiate proteste in diversi campi per i brutali attacchi di Israele al campo di Jenin nella Cisgiordania occupata, in seguito alla visita della delegazione dell’Autorità Nazionale Palestinese e al riconoscimento formale dell’autorità di Ramallah da parte del governo siriano. Molti temevano che questo cambiamento avrebbe accelerato i piani per il reinsediamento permanente dei rifugiati. Allo stesso tempo, i residenti affermano di essere stati costretti a raduni pubblici a sostegno dell’autoproclamata presidenza di Sharaa.

Il 24 febbraio, il Comitato per lo sviluppo della comunità di Deraa ha iniziato a raccogliere dati personali dettagliati dai residenti del campo con il pretesto di migliorare l’erogazione dei servizi. Un censimento simile era stato avviato giorni prima a Jaramana, ma lo scopo e i finanziatori di questi sforzi rimangono poco chiari.

In questo vuoto è entrato Hamas. Attraverso organizzazioni affiliate come la Palestine Development Authority, Hamas ha iniziato a distribuire cibo e aiuti finanziari, spesso tramite agenti integrati all’interno di HTS. Questo sforzo è avvenuto mentre i servizi un tempo offerti dalla PIJ, tra cui trasporti, cucine comuni e supporto medico, sono stati interrotti. Perfino la sede centrale della Palestinian-Iranian Friendship Association a Yarmouk è stata rilevata e riadattata da elementi di HTS.

Altri attori, come la Jafra Foundation e la Palestinian Red Crescent, continuano a operare nonostante notevoli limitazioni. I loro sforzi sono stati insufficienti per soddisfare la domanda. In particolare, mentre l’economia locale continua a crollare, la maggior parte dei rifugiati fa affidamento sul lavoro informale e, con gran parte dell’economia paralizzata, la sopravvivenza quotidiana è diventata precaria.

Particolarmente preoccupante è una proposta di insediamento, trasmessa tramite mediazione turca. Presumibilmente, vengono offerte ai palestinesi in Siria tre opzioni: la naturalizzazione siriana, l’integrazione in una nuova “comunità” affiliata all’ANP sotto la supervisione dell’ambasciata o la classificazione consolare con rinnovi annuali della residenza. La quarta opzione implicita è lo sfollamento, che rispecchia quanto accaduto ai palestinesi nell’Iraq dopo l’invasione statunitense.

Fronte 3: UNRWA, messa da parte e indebolita

Sebbene le nuove autorità siriane non abbiano apertamente preso di mira l’UNRWA, la loro mancanza di cooperazione la dice lunga. L’UNRWA non sembra più essere considerata la principale istituzione responsabile degli affari palestinesi in Siria.

Nel campo di Khan Eshieh, un comitato locale che lavora con la nuova amministrazione ha presentato una petizione al governatorato di Damasco per preparare un piano municipale per la riabilitazione delle infrastrutture del campo. L’implicazione era chiara: le autorità siriane si stanno preparando a rilevare la gestione del campo dall’UNRWA, seguendo il modello giordano.

Nel frattempo, il Dipartimento per l’immigrazione e i passaporti ha ripreso a rilasciare documenti di viaggio per i rifugiati palestinesi a gennaio, una mossa burocratica che ha rivelato l’intenzione del nuovo governo di riaffermare il controllo. Più o meno nello stesso periodo, la Palestinian Arab Refugee Association di Damasco ha sospeso le sue operazioni a seguito di un’irruzione che, a quanto si dice, ha interrotto i pagamenti delle pensioni ai rifugiati in pensione.

Nonostante le risorse limitate, Hamas e il PIJI rimangono un punto di preoccupazione per l’occupazione sionista. Un recente rapporto di Yedioth Ahronoth ha affermato che entrambi i gruppi stanno tentando di ricostruire la capacità militare all’interno della Siria, con l’intenzione di colpire gli insediamenti vicino alle alture del Golan occupate e alla Galilea settentrionale. Nonostante il rapporto abbia riconosciuto che non ci sia alcun movimento di truppe confermato a sud di Damasco, ha avvertito che è in corso una pianificazione operativa.

Un attento esame del comportamento di Sharaa e del nuovo regime a Damasco non rivela alcuna apparente dissoluzione delle operazioni di queste due organizzazioni, come affermano gli israeliani. Tutto quanto sta avvenendo, però, costituiscono misure temporanee fino al raggiungimento di un “grande accordo” con gli americani, una delle cui disposizioni sarà lo status ufficiale dei palestinesi. A meno che il paese non sprofondi nel caos, uno dei risultati attesi sarà un chiaro intervento militare terrestre israeliano con il pretesto di rimuovere i palestinesi dal confine.

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30/10/2024

Israele mette fuorilegge un’agenzia dell’Onu. Tel Aviv è in guerra con il mondo

Continua la guerra di Israele contro il mondo. Dopo che le forze armate israeliane hanno fatto sette volte il tiro al bersaglio contro le postazioni del contingente UNIFIL in Libano, adesso il Parlamento israeliano (Knesset) ha approvato una legge che mette al bando l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) dal condurre “qualsiasi attività” o fornire qualsiasi servizio all’interno di Israele.

Il voto è stato approvato con 92 voti a favore e 10 contrari. È prevista poi una votazione su una seconda legge che interrompe i legami diplomatici con l’Unrwa.

La legislazione non entrerà in vigore immediatamente, ma tra 60-90 giorni dopo che il ministero degli Esteri israeliano avrà notificato all’ONU la decisione della Knesset.

Israele ha tre mesi per determinare i mezzi e il personale che assumerà le responsabilità attualmente gestite dall’Unrwa, anche a Gerusalemme Est e a Gaza.

L’Unrwa denuncia il voto “scandaloso” del Parlamento israeliano che ha messo al bando le sue attività nel Paese.

“È scandaloso che un Paese membro delle Nazioni Unite cerchi di smantellare un’agenzia dell’Onu che è il più importante fornitore di operazioni umanitarie a Gaza”, ha dichiarato la portavoce dell’Unrwa Juliette Touma.

Come hanno scritto una trentina di giuristi italiani e stranieri in un appello lanciato in questi giorni: “La misura è colma. Riteniamo che i tempi siano più che maturi per l’applicazione nei confronti di Israele dell’art. 6 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede che “un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.

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13/09/2024

La vergognosa complicità di Google con la propaganda israeliana

Mentre gli operatori, le scuole e gli ambulatori dell’Unrwa a Gaza vengono bombardati senza pietà dagli israeliani, gli utenti di Internet negli Stati Uniti e in Europa che vanno alla ricerca di informazioni sull’UNRWA su Google, si sono recentemente trovati reindirizzati verso una destinazione gestita dal governo israeliano.

Infatti invece di essere introdotti al sito ufficiale dell’agenzia internazionale delle Nazioni Unite dedicata ai rifugiati palestinesi, ancora prima del sito ufficiale dell’agenzia dell’Onu, migliaia di persone sono state indirizzate a un sito israeliano – vedi QUI – che racconta una storia diversa, dipingendo l’UNRWA come una organizzazione di facciata per le attività di Hamas a Gaza.

Sono mesi, che Israele ha intrapreso una vasta campagna contro l’Unrwa per ottenere che gli stati taglino i loro finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite destinata ai rifugiati palestinesi. Israele punta il dito su Gaza ma sa benissimo che l’Unrwa è spesso decisiva per la sopravvivenza delle vittime della pulizia etnica operata nei decenni scorsi contro la popolazione palestinese.

È il caso dei campi profughi in Libano. Per un periodo fortunatamente breve alcuni governi si sono sottomessi alla campagna israeliana tagliando i finanziamenti. Tra questi c’era anche l’Italia che poi, insieme ad altri governi occidentali, ha avuto la dignità di tornare sui propri passi.

Un aspetto di questa campagna israeliana è stata l’offensiva digitale progettata per erodere la fiducia nell’UNRWA tra il pubblico americano ed europeo. L’annuncio depistante di Israele compare ancora in cima ai risultati di ricerca di Google, indirizzando così gli utenti a un sito gestito dal governo israeliano che presenta l’UNRWA come un organismo collaboratore di Hamas.

Lanciata intorno a gennaio, questa campagna ha portato molti a scoprire che i primi risultati di ricerca per oltre 300 termini relativi a “UNRWA” e “UNRWA USA” non portano ai siti web ufficiali dell’organizzazione, ma al sito gestito dal governo israeliano.

La campagna ha suscitato indignazione e critiche significative, con molti utenti e dipendenti di Google che hanno espresso disagio per quella che descrivono come una “astuta campagna per smantellare l’UNRWA in un periodo in cui le vite civili a Gaza sono sotto assedio”. In tantissimi hanno chiesto alla direzione dell’azienda di rimuovere la campagna, sostenendo che viola le politiche pubblicitarie di Google, dall’interferenza politica vietata alla violazione del marchio.

Ci sono state le proteste anche di alcuni dipendenti di Google, che temono che l’azienda stia traendo profitto dalla diffusione di messaggi “controversi”. Alcuni hanno persino presentato denunce formali alla direzione sulla questione.

Google ha finora ignorato la maggior parte delle proteste, lasciando il sito israeliano come primo risultato nel motore di ricerca.

Questa battaglia politica e digitale è molto più di una semplice competizione per i risultati di ricerca di Google. È parte di una campagna globale in cui ogni clic può cambiare opinioni e influenzare il sostegno internazionale.

La risposta migliore a questa arrogante interferenza israeliana su Google e alla complicità della società statunitense con il genocidio dei palestinesi, è stato il boom delle donazioni all’Unrwa, la quale ha raccolto oltre 32 milioni di dollari da circa 73.000 donatori nel 2023, rispetto ai circa 5 milioni di dollari da quasi 5.700 donatori dell’anno precedente.

Ma che quel sito israeliano debba sparire dalla facciata del motore di ricerca di Google è un obiettivo ancora da perseguire e da raggiungere.

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28/05/2024

I carri armati israeliani sono entrati nel centro di Rafah

Diversi carri armati delle Forze di Difesa Israeliane hanno raggiunto il centro di Rafah, hanno detto testimoni all’agenzia Reuters. Sono stati avvistati vicino alla moschea di Al-Awda, un punto di riferimento centrale della città palestinese, dicono i testimoni. Il filmato di Al Jazeera pubblicato sui social media mostra i carri armati che avanzano verso Rafah.

La Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato a Israele di sospendere l’offensiva militare su Rafah.

Non ci sono commenti immediati da parte dell’IDF sui resoconti dei testimoni, con l’esercito israeliano che ha detto che rilascerà una dichiarazione sull’operazione di Rafah nel corso della giornata.

Dopo la strage di ieri, che ha portato all’uccisione di 45 palestinesi, in gran parte civili, donne, bambini, l’esercito di occupazione israeliano ha intensificato i bombardamenti su Rafah, mentre la resistenza palestinese è impegnata in scontri con le forze israeliane che penetrano in diversi assi della Striscia di Gaza.

Dall’alba di oggi, le forze di occupazione israeliane hanno effettuato pesanti bombardamenti aerei e di artiglieria su diverse aree di Rafah, in particolare sul quartiere di Tel Al-Sultan a ovest della città, in concomitanza con l’incursione di veicoli israeliani nell’area.

Secondo il corrispondente di Al Jazeera, il numero dei morti a seguito dei bombardamenti israeliani su Rafah dall’alba di oggi è salito a 16, tra cui 7 dopo il bombardamento di una tenda per sfollati vicino ai magazzini dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) a ovest della città.

Circa un milione di palestinesi sono già fuggiti dall’area di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, nelle ultime tre settimane, secondo l’UNRWA, dopo che Israele ha iniziato a emettere ordini di evacuazione all’inizio di questo mese.

“Questo è accaduto senza un posto sicuro dove andare e tra bombardamenti, mancanza di cibo e acqua, mucchi di rifiuti e condizioni di vita inadatte”, accusa l’agenzia delle Nazioni Unite per i palestinesi in un post su X, ex Twitter.

L’esercito israeliano ha costretto i palestinesi a trasferirsi in una zona umanitaria ampliata nelle aree di al-Mawasi e Khan Younis nel sud di Gaza, stimando la scorsa settimana che circa 950.000 palestinesi sono stati evacuati da Rafah.

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27/05/2024

Massacro in un campo profughi UNRWA a Rafah, il genocidio continua

Nella nottata appena trascorsa, l’esercito israeliano ha lanciato un attacco sul centro per sfollati a Barkasat, nel nord-ovest dell’area di Rafah. La struttura è gestita dall’UNRWA, che ha contato già decine di morti tra i suoi operatori e le ritorsioni dell’occupazioni sionista per l’aiuto dato ai palestinesi.

Da Tel Aviv dichiarano che l’attacco è stato portato contro terroristi, “bersaglio in conformità con il diritto internazionale”, e che è stato eseguito con munizioni di precisioni – ordigni da una tonnellata... –. Ovviamente, il bombardamento ha prodotto un incendio che si è subito diffuso tra le tende, portando la conta delle vittime a 50 morti e 180 feriti proprio in questi minuti.

Come spesso è accaduto durante questi mesi di massacro, la maggior parte delle vittime sono donne e bambini. Il tutto giustificato con la necessità di eliminare due alti ufficiali di Hamas, identificati dall’IDF come Yassin Rabia e Khaled Nagar, responsabili di varie operazioni nella Cisgiordania.

La Mezzaluna rossa palestinese ha dichiarato che sta lavorando per salvare quante più persone possibile. Ma ha anche ribadito che le persone del campo profughi erano lì perché “questo luogo era stato indicato dall’occupazione israeliana come una zona umanitaria”.

Dopo questo ennesimo crimine israeliano, Hamas ha invitato pubblicamente a una ulteriore sollevazione palestinese: “invitiamo le masse del nostro popolo in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati e all’estero a sollevarsi e marciare con rabbia contro il massacro sionista in corso”.

Persino l’Autorità Nazionale Palestinese ha detto che gli atti di ieri sera sono “una sfida a tutte le risoluzioni di legittimità internazionale”, riferendosi alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva a Rafah. E a cui Tel Aviv aveva subito risposto bombardando la città.

Nella notte, un raid aereo ha colpito anche il sud del Libano, dove le forze armate israeliane dicono di aver identificato infrastrutture ‘terroristiche’ di Hezbollah. Di nuovo, quindi, un’azione portata avanti dai sionisti in tutte le direzioni, continuando a seminare morte e destabilizzazione in tutta l’area.

Gaia Giletta, infermiera italiana di Medici Senza Frontiere, presso cui uno dei centri sono stati portati i colpiti dall’attacco israeliano al campo profughi UNRWA, ha ripetuto che “quello che è successo dimostra ancora una volta che nessun luogo è sicuro a Gaza”. Perché ciò accada Israele deve essere fermato e la sua occupazione terminata.

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25/05/2024

Le punizioni collettive israeliane si abbattono anche sulla Cisgiordania

Nei Territori Palestinesi in Cisgiordania si sta combattendo una guerra “inosservata” dove le forze israeliane stanno lanciando operazioni regolari per distruggere case, demolire strade e smantellare “infrastrutture di base”, come acqua ed elettricità. Lo ha scritto su X Philippe Lazzarini, capo dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa). “Il personale delle Nazioni Unite – ha aggiunto – ha raccontato come il campo profughi di Nur Shams, nel nord della Cisgiordania occupata, fosse un tempo un’area vivace con mercati e vita, ma ora è stato colpito dalla distruzione delle forze israeliane”.

A seguito di una serie di violenti assalti nei mesi precedenti, contro il campo profughi di Nur Shams e i suoi dintorni, Israele cerca di punire collettivamente il popolo della Cisgiordania per l’emergere di gruppi armati della resistenza.

Il Palestine Chronicle rammenta come dal 7 ottobre, coloni e soldati israeliani hanno ucciso almeno 510 palestinesi in Cisgiordania e la maggior parte di quelli uccisi è stata nel nord del territorio occupato illegalmente.

“Mentre la narrazione ufficiale della propaganda israeliana è che stanno attaccando Gaza con l’unico scopo di eliminare il movimento di resistenza palestinese Hamas e recuperare i suoi prigionieri che sono stati sequestrati dai gruppi armati palestinesi il 7 ottobre, il fatto che il bilancio delle vittime in Cisgiordania sia cresciuto in modo esponenziale mina notevolmente questa tesi” scrive il giornale palestinese.

La recente invasione israeliana del campo profughi di Jenin è avvenuta dopo che un’unità delle forze speciali, affiliata alla polizia di frontiera, è stata scoperta e attaccata dalle Brigate di Jenin.

Le forze israeliane hanno quindi chiamato rinforzi e sono state supportate dall’esercito, che hanno continuato a uccidere principalmente civili, tra cui Mahmoud Hamadiya, uno studente di 14 anni, un insegnante locale di nome Allam Jaradat e Wissam Bakr, il capo del dipartimento di chirurgia dell’ospedale di Jenin che è stato assassinato di fronte all’ospedale stesso. Più di una dozzina di altre persone sono rimaste ferite.

L’esercito israeliano sostiene che queste incursioni, come quelle che avevano avuto luogo nel campo profughi di Nur Shams poche settimane prima, sono progettate per combattere i “terroristi” e fanno parte della loro presunta lotta contro Hamas. Tuttavia, è chiaro che i gruppi palestinesi sono orientati a difendere i loro campi, non a lanciare attacchi non provocati e si sono solo espansi a seguito della violenza dell’esercito di occupazione contro di loro.

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11/05/2024

Due denunce contro il governo italiano per complicità con il genocidio dei palestinesi

Sulle accuse di complicità con il genocidio dei palestinesi messo in opera da Israele, il governo italiano dovrà fare i conti con due denunce – una penale, l’altra civile.

La conferenza in cui sono state illustrate le cause legali è stata promossa stamani da Amnesty international e ospitata presso la sede romana della Federazione nazionale della Stampa italiana.

La prima denuncia è un esposto presentato alla Procura di Roma da una rete di giuristi sostenuti dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

Una azione che, spiega il giurista del Cred Fabio Marcelli all’agenzia Dire, cerca di costringere Israele – e a seguire, Paesi come l’Italia – a dare esecuzione alle misure cautelari emanate dalla Corte internazionale di giustizia (Icj), che ha ritenuto “plausibile il carattere genocidario delle azioni dell’esercito e ordinato a Tel Aviv di porvi fine con ogni mezzo. Il crimine di genocidio però non riguarda solo uccisioni commesse con mezzi militari, ma anche “azioni che mettono alla fame la popolazione o la espongono ad altri rischi, come l’interruzione alle forniture di acqua, energia elettrica, comunicazioni”, dice Marcelli.

Da qui “abbiamo fondato l’esposto su alcune evidenze, tra cui l’invio di armi. Siamo il terzo esportatore dopo Stati Uniti e Germania. Il ministro Tajani afferma che tale traffico è cessato dopo il 7 ottobre ma questo – avverte il legale – viene smentito dai dati diffusi da alcuni organismi come l’Istat”.

Il secondo esposto riguarda invece la “sospensione delle donazioni da parte dell’Italia all’agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa)” da parte del governo italiano che è stato rapidissimo nell’accodarsi alla campagna scatenata dalle autorità israeliane contro l’agenzia delle Nazioni Unite, campagna che si è rivelata fallace e che ha visto molti paesi tornare a finanziare l’Unrwa dopo aver sospeso i pagamenti. Una scelta che il governo italiano, forse l’unico, ancora non ha fatto.

Gli altri paesi infatti hanno riattivato le donazioni a quella che viene considerata la “spina dorsale” dell’aiuto umanitario ai 2,3 milioni di abitanti della Striscia. “Non ci risulta che l’Italia lo abbia ancora fatto” dice Marcelli.

Se la Procura dovesse accettare la tesi della complicità in genocidio, potrebbero essere chiamati a rispondere esponenti di governo, come i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. “Nel caso – chiarisce Marcelli all’agenzia Dire – si attiva il Tribunale dei ministri“. Azioni svolte in aule di tribunale lontane migliaia di chilometri da Gaza, e che non hanno effetti diretti sulle scelte del gabinetto di guerra israeliano, ma “intanto proviamo a togliere ossigeno a quelle operazioni”, dice Gianluca Vitale, illustrando la causa civile intentata contro l’Italia su iniziativa di un avvocato palestinese, che nella guerra ha perso sette membri della sua famiglia e subito sei sfollamenti. Dice Vitali: “Israele sta commettendo un danno e il concorso a quel danno deve essere interrotto dal giudice civile”.

Cosi, al Tribunale “chiediamo che interrompa la vendita di armi italiane a Israele, e non solo: penso alla Leonardo che, ad esempio, fornisce i carrelli per i caterpillar che oggi servono a distruggere, o all’uso di Israele delle basi militari italiane”. E poi si chiede di togliere il blocco ai finanziamenti all’Unrwa.

La prima udienza è prevista per il 13 giugno. E si potrebbe poi aprire la strada a futuri ricorsi di cittadini palestinesi per chiedere che l’Italia li risarcisca dei danni materiali e immateriali subiti.

A chiarire il nesso tra la situazione a Gaza e la causa all’Italia è Salahaldin Abdalaty, da cui è partita la causa civile. “Dal 7 ottobre Israele ha commesso 3.150 massacri, tra cui quello che ha causato la morte dei miei familiari” denuncia. “Ha ucciso oltre 35mila persone, distrutto il 70% delle abitazioni, e questo grazie a Paesi come l’Italia che gli forniscono armi”. Abdalaty invoca “giustizia. Israele viola sistematicamente il diritto internazionale e umanitario, nonché ogni risoluzione Onu. Ma io ho fiducia nel diritto: la popolazione palestinese deve essere difesa” anche attraverso “sanzioni su Israele, come fatto per altri Paesi”.

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30/04/2024

Le accuse all’Unrwa erano false, i crimini del governo israeliano no

Il 26 gennaio scorso, Philippe Lazzarini, Commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti alle popolazioni palestinesi costrette nei campi profughi, sin dal 1948, l’Unrwa, ha dovuto aprire un’indagine su alcuni dipendenti dell’agenzia, (12), sospettati di essere coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre ad Israele, procedendo al licenziamento di gran parte di loro.

Tutto è partito sulla base di quella che sembra una vera e propria fake news, costruita unicamente su segnalazioni delle autorità israeliane a cui non è seguita ad oggi alcuna prova documentale.

Ma la segnalazione ha prodotto la sospensione dei finanziamenti all’Unrwa a cui hanno immediatamente aderito numerosi paesi. L’Italia è stata in prima linea insieme ad Australia, Canada, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e Regno Unito.

Pochi giorni fa il Guardian ha pubblicato le anticipazioni dei risultati della commissione d’inchiesta indipendente, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna. Intanto, dopo la denuncia, Israele non ha presentato alcuna prova a sostegno delle sue accuse dopo che sono trascorsi 3 mesi.

“In assenza di una soluzione politica tra Israele e palestinesi, l’Unrwa rimane fondamentale nel fornire aiuti umanitari salvavita e servizi sociali essenziali, in particolare nel campo della sanità e dell’istruzione, ai rifugiati palestinesi a Gaza, Giordania, Libano, Siria e Cisgiordania”
, si legge nel rapporto, presentato da Colonna all’Onu.

Il suo ruolo resta quindi fondamentale. Ma l’agenzia ha fornito una parte consistente delle prove che il governo del Sudafrica ha esibito in sede di tribunale penale internazionale, per sostenere l’accusa di genocidio contro i governanti di Tel Aviv.

Difficile non considerare il tentativo di Israele di screditare l’agenzia come una ritorsione. Far scomparire o almeno limitare la presenza Unrwa permette di non avere testimoni scomodi, sia dei crimini commessi in questi sei mesi, sia di fermare il lavoro di censimento delle famiglie palestinesi obbligate ad abbandonare le proprie case, o ciò che ne resta, privando quindi le persone del sostegno legale per vedersi riconosciuto il diritto al ritorno, in osservazione alla Risoluzione 194 dell’Onu, una delle tante perennemente disattese da Israele.

La pulizia etnica si realizza anche attraverso simili pratiche. Nel frattempo alcuni paesi hanno ritenuto opportuno disobbedire aumentando le risorse da destinare all’Unrwa.

Già dai primi giorni di marzo, Canada, Svezia, Finlandia e Spagna, nonostante le proteste israeliane, hanno ricominciato a versare i fondi all’agenzia, nel frattempo emergono nuovi elementi a dir poco inquietanti.

In questi 6 mesi di bombardamenti su Gaza sono stati uccisi 88 operatori Unrwa. A quanto risulta, in nessun altro conflitto è stato così alto il numero di vittime di persone che lavorano nelle agenzie delle Nazioni Unite ed è difficile pensare unicamente ad effetti collaterali.

A questi andrebbero aggiunti 249 cooperanti e oltre 100 operatori dell’informazione. Se si dovesse provare che alcune vittime sono frutto di scelte volute, si tratterebbe di un nuovo crimine compiuto dalle forze Idf già minacciate di inchiesta dagli stessi Usa. Che il governo italiano scongeli i fondi Unrwa è il minimo sindacale.

Sarebbe significativo riprendere e fare propria la denuncia del ministro degli Esteri dell’Irlanda, Micheal Marin che ha accusato Israele di voler distruggere deliberatamente l’Unrwa per rimuovere in maniera definitiva ogni ipotesi di “diritto al ritorno”, condizione indispensabile per parlare di pace nella giustizia.

In Italia il CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia) ha presentato un esposto contro il governo italiano per genocidio del popolo palestinese evidenziando anche il fatto che si cerca di distruggerne la resistenza negando aiuti e facendo irrompere la carestia come strumento di ricatto.

Ma Giorgia Meloni tace ed è forte il timore che voglia seguire le scelte Usa che, nonostante l’infondatezza delle accuse di Israele, ha optato per un taglio definitivo dei fondi all’Agenzia ONU.

Il comportamento statunitense è da considerare ancora più doloso dopo la scelta, fatta oggi con votazione al Congresso, di aumentare di 13 mld di dollari gli aiuti militari concessi a Israele, proprio mentre l’Onu dichiara di voler aprire un’inchiesta per le fosse comuni a Gaza considerate “crimini di guerra”.

E queste non sono fake news, come non è falsa la notizia relativa alle dichiarazioni del ministro della Sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra di Otzma Yehudit (Potere Ebraico).

Il ministro, da sempre su posizioni ultra reazionarie, il cui partito auspica l’espulsione di tutti i cittadini arabi dalla “Grande Israele”, i cui confini non sono ancora stabiliti, ha chiesto che si infligga la pena di morte ai prigionieri palestinesi per ridurre il sovraffollamento delle carceri israeliane.

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29/01/2024

Ennesima grande vergogna per l’Italia

La decisione degli USA e di altro otto governi servi, tra cui purtroppo – ma senza sorpresa – quello italiano, di sospendere il finanziamento all’UNRWA è un crimine contro l’umanità.

Isreale ha accusato DODICI dei TREDICIMILA dipendenti dell’Agenzia a Gaza, di essere fiancheggiatori dI Hamas. Naturalmente come sempre non ha fornito prove, basta la parola. Ed infatti sulla sola parola di un governo a processo per genocidio, nove complici guidati dagli USA hanno sospeso gli aiuti.

È bene ricordare che l’UNRWA è l’agenzia dell’’ONU che assiste milioni di palestinesi vittime delle pulizie etniche israeliane e che i due milioni di abitanti di Gaza hanno gli aiuti dell’Agenzia come quasi unica risorsa vitale.

Sospendere i finanziamenti a tutto il sistema degli aiuti per punire dodici persone è una rappresaglia fascista, è partecipazione al genocidio.

Biden, Scholz, Sunak non hanno detto o fatto nulla di fronte al rinvio a giudizio per genocidio di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia, non hanno preso alcuna misura per far sì che Israele rispetti le prescrizioni della Corte. E non hanno detto e fatto nulla quando Israele ha assassinato più di CENTO dipendenti ONU a Gaza, il più grave attentato alle Nazioni Unite da quando esistono.

E i penosi governanti italiani, servi dei servi, Meloni e Tajani in testa, benedicente come sempre Mattarella, si sono accodati. Tajani si è persino fatto fotografare felice mentre stringeva la mani insanguinate di Netanyahu, nello stesso giorno in cui la Corte de l’Aia riconosceva la validità dell’accusa di genocidio.

E non si venga a dire che ci sono vincoli internazionali da rispettare, perché paesi NATO come la Norvegia e la Spagna hanno subito dichiarato che continueranno a finanziare UNRWA, a maggior ragione con la crisi umanitaria in corso.

No, lo schifo vile e servile è tutto nostro.

Se in Italia ci fosse ancora una stampa libera e non un regime giornalistico che fa da scorta mediatica al genocidio, si leverebbe la critica a questo governo che si proclama “sovrano” ed invece è un leccapantofole.

Invece coro di approvazioni, bravi avete “spezzato le reni”… all’UNRWA.

La citazione fascista ci sta, perché l’odio contro l’ONU e le sue organizzazioni, che i criminali israeliani e i loro complici hanno scatenato, è autentico fascismo. Ricorda proprio la propaganda nazifascista di novant’anni fa contro la Società delle Nazioni.

Io oggi mi vergogno dell’Italia e vorrei tanto un rinvio giudizio del nostro governo per complicità con il genocidio, per render chiara l’infamia compiuta.

Intanto, oggi più che mai bisogna far sentire ai palestinesi che questi governanti vili e servi non ci rappresentano, e che c’è un’altra Italia che si vergogna e si scusa per loro.

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22/10/2023

Una voce da Gaza, senza filtri

di Giuditta Brattini

Faccio un aggiornamento visto che ho un collegamento di fortuna.

Noi, il gruppo degli operatori umanitari siamo ancora al campo dell’Unrwa, a Rafah, in attesa che aprano il valico. Ed è anche possibile che in giornata riusciremi a muoverci, grazie al fatto che l’Egitto dovrebbe autorizzare, in accordo con americani e israeliani, l’ingresso del convoglio umanitario che prevede generi alimentari, medicinali, ma non il gasolio.

Ecco, io vorrei fare il punto della situazione e vi affido queste parole. Anche perché l’unica intervista che ho rilasciato, al Tg, ha riportato solo la parte sulla condizione degli “internazionali”, ma non ha speso una parola rispetto a quanto ho illustrato sulla quotidianità della popolazione, dei palestinesi,

Qui nelle ultime ore il ministero della salute ha mandato gli ultimi dati, dove si parla di 4137 morti, di cui il 70% sono donne, bambini ed anziani.

I feriti sono ormai quasi 14.000.

Parte dei corpi delle vittime però non sono stati ancora recuperati. Si parla di altre 1400 persone che sono rimaste sotto le macerie, e metà di queste sono bambini.

Come avrete saputo Israele ha bombardato due giorni fa [l’audio è di ieri, ndr] l’Al Alhi Hospital, nella città vecchia di Gaza. Ha bombardato un ospedale dove c’erano i feriti, i medici, e dove c’erano anche famiglie evacuate dalle loro case, che si erano messe nei giardini dell’ospedale per trovare un riparo sicuro.

Altri sette ospedali sono stati comunque bombardati parzialmente, e danneggiati, con una interruzione in pratica di una parte dei servizi.

Altri 21 centri sanitari distribuiti in tutta la Striscia di Gaza sono rimasti nell’impossibilità pratica di fornire servizi.

Israele continua a chiedere agli staff medici dell’Al Quds Hospital di evacuare perché è loro intenzione bombardarlo.

Finora il personale medico si è rifiutato di evacuare, di spostare i pazienti in altri luoghi, anche perché non ci sono altre strutture sanitarie nella striscia di Gaza che potrebbero accogliere così tanti feriti.

L’ultimo punto, ma non meno importante per completare i crimini di Israele, è ricordare che anche 46 medici, o comunque personale sanitario, è stato assassinato; 85 sono rimasti feriti, 23 le ambulanze che sono state colpite.

Qui c’è una continua evacuazione di persone dal nord della striscia verso il sud, ma adesso da qui molti si spostano verso Rafah in cera di una via d’uscita in Egitto.

L’Unrwa parla di 500.000 sfollati nelle scuole della stessa Unrwa. A questi vanno però aggiunte altre 200.000 persone – ma i numeri non sono certi – di tutte quelle famiglie che hanno abbandonato le loro case e si sono avvicinate ad altri familiari oppure nelle scuole governative.

Oggi l’Unrwa ha diramato un comunicato in cui dice che anche i propri centri non sono più al sicuro. Ma questo, come sappiamo bene, non è una novità. In tutte le sue aggressioni passate, e in questa anche, Israele ha sempre fatto oggetto dei suoi bombardamenti le strutture Unrwa, unitamente a quelle ospedaliere.

Ieri poi è stata bombardata anche la chiesa ortodossa, con 16 morti.

Sotto le bombe di Israele non c’è salvezza per nessuno.

Devo inoltre denunciare il fatto che di giornalisti non ce ne sono. Ho sentito qualche giornalista italiano che è negli insediamenti di Askelon o Sderot o Tel Aviv, dove raccontano dei lanci di missili e di questa popolazione israeliana molto impaurita al suono delle sirene, ma anche se l’informazione dovrebbe essere un diritti per tutti, questi giornalisti non chiedono di poter entrare nella striscia di Gaza.

Al pari di Francesca Battistini che, vedo, dall’Ucraina è volata in Israele, ed è sempre stata molto attenta ai bombardamenti russi sugli ucraini... ma ci farebbe piacere vederla anche nella striscia di Gaza, a documentare anche dell’altro.

Questo lo dico perché, come vedete, l’informazione la dobbiamo dare sempre – e in forma molto moderata – noi che siamo presenti qui. E non c’è da parte degli organi di stampa un’informazione che rispecchi quella che è la realtà.

Si sta consumando una catastrofe, mi par di capire, nel silenzio assoluto dell’Europa e del mondo, ecco. Compresi i paesi arabi. Perché le dichiarazioni e le condanne sono facili da fare e facili da scrivere. Sono le azioni conseguenti che non ci sono mai state. E questo ha dato ad Israele l’impunità per continuare...

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03/09/2018

Mentre minaccia nuovi dazi contro la Cina, Trump taglia i fondi alla Palestina

Nuovi dazi imposti a prodotti cinesi, per un valore di circa 200 miliardi di dollari. Nuovo attacco nei confronti dell’Europa. Minaccia di ritirare gli Stati Uniti dal WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Negli ultimi quattro giorni Trump ha decisamente riacceso la miccia di un enorme candelotto di dinamite: siamo in guerra, d’altronde. Una guerra commerciale feroce che – come tutte le guerre commerciali – potrebbe portare alla creazione di scenari pericolosi.

Il nemico numero uno, al momento, è la Cina, il principale competitor in ambito commerciale. E’ contro il colosso asiatico che si concentra l’attacco dell’amministrazione Usa, attraverso inedite e clamorose misure protezionistiche.

Secondo alcune fonti citate da Bloomberg, il governo degli Stati Uniti sarebbe sul punto (questione di giorni, pare) di varare nuovi dazi su un totale di 200 miliardi di dollari di prodotti provenienti dalla Cina, che andrebbero ad aggiungersi ai 50 miliardi già sanzionati da tariffe protezionistiche.

Una misura clamorosa, che va a quadruplicare la portata dell’attacco nei confronti di Pechino, da cui ovviamente ci si attenderà una risposta, che potrebbe essere l’imposizione di altrettanti dazi su prodotti americani.

Questo è avvenuto, almeno, nel caso della prima tornata di imposizioni tariffarie da parte di Trump.

Il secondo avversario sembra essere l’Europa: “L’UE è quasi cattiva come la Cina, è soltanto più piccola”. Queste le parole del presidente degli Stati Uniti nel definire le politiche commerciali del Vecchio Continente.

La distensione che sembrava essere stata raggiunta con “l’accordo di principio” di fine luglio sembra quindi molto più virtuale che reale. La battuta è una risposta netta alla proposta di Cecilia Malstrom, commissario al Commercio UE, che aveva proposto l’abbattimento di tutti i dazi sulle auto se gli Stati Uniti avessero fatto lo stesso.

“L’idea non è abbastanza buona”, secondo Trump.

Dulcis in fundo, a connotare ancora meglio – se ce ne fosse bisogno – l’aggressività di questa amministrazione in ambito di politica economica internazionale, l’idea di ritirare gli Stati Uniti dal WTO.

Una provocazione, una delle tante a cui Trump ci sta abituando. Ma la storia di questi quasi due anni di presidenza ci sta mostrando come il personaggio, espressione estrema e senza limiti della classe dirigente statunitense di per sé aggressiva e predatoria, non è tipo da porsi limiti di natura politica, etica, addirittura razionale. Per cui anche una ipotesi simile, l’uscita unilaterale degli Usa dal complesso sistema del commercio mondiale, merita di essere quantomeno tenuta a mente.

Sia chiaro: non stiamo parlando di guerre, aggressioni missilistiche, invasioni, bombardamenti, morti e tutto quello a cui la politica estera statunitense ci ha abituato ormai da un secolo, ma quello a cui stiamo assistendo è molto pericoloso. E’ in atto un confronto violento tra chi ha dettato legge in ambito commerciale e quindi economico e finanziario negli ultimi 70 anni, e chi è in grado di farlo ormai da un decennio. In mezzo, c’è chi prova a tenere botta, e a mantenere in vita le proprie “rendite di posizione”: la vecchia Europa, con tutto il portato di contraddizioni e profonde ingiustizie che porta con sé.

Non stiamo considerando gli altri protagonisti di questa competizione globale multipolare (Russia, India, Brasile, le petromonarchie arabe e via dicendo) a cui è necessario prendere le misure per affrontarne le conseguenze.

L’aggressività di Trump, d’altronde, era chiara ed annunciata, e non solo nell’ambito delle politiche econimiche.

La voglia di risolvere in maniera unilaterale i problemi si esprime in tutte le scelte di questa amministrazione, che tutela i propri interessi e quelli dei propri alleati in maniera netta e priva di qualsiasi sfumatura diplomatica. Non che le passate amministrazioni facessero cose diverse, e forse il fatto che ora anche la maschera del “politically correct” sia caduta è un bene.

E’ notizia recente la decisione dello stesso Trump di tagliare tutti i fondi all’UNRWA, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Fondi già dimezzati in gennaio, e che ora spariscono del tutto.

Il che significa l’azzeramento di servizi sanitari, istruzione, sostentamento e sicurezza alimentare per 5 milioni circa di palestinesi che vivono tra Cisgiordania, Gaza, Giordania, Siria e Libano.

Secondo quanto riferito dai vertici di UNRWA, al momento la prospettiva di poter proseguire nelle attività, al netto di quanto deciso dagli Stati Uniti, è di 30 giorni.

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18/01/2018

Resta in carcere Ahed Tamimi, simbolo della resistenza palestinese

di Michele Giorgio

Quando il 2 luglio 2010 a Hebron la colona israeliana Yitaf Alkobi prese a schiaffi un soldato nessuno si agitò in Israele. La donna fu fermata, interrogata e poi lasciata libera di tornare a casa. Eppure Alkobi era ben nota alle forze militari e di polizia. Più volte era stata segnalata per la sua aggressività e per i lanci di pietre. Ma nessun ministro israeliano si espose per chiedere per lei una punizione esemplare come è avvenuto nel caso di Ahed Tamimi, la 16enne palestinese di Nabi Saleh arrestata un mese fa dopo aver schiaffeggiato due soldati israeliani davanti alla sua abitazione. Nessun editorialista israeliano, come il famoso Ben Caspit, scese in campo per difendere l’onore delle Forze Armate infangato dalle mani di Yitaf Alkobi che colpivano con forza il volto di un soldato. Tanta fu allora la comprensione per gli schiaffi della colona, tanta è oggi l’esortazione a punire senza attenuanti l’adolescente palestinese che pure poco prima del suo gesto aveva visto il cugino Mohammed di 11 anni cadere sull’asfalto ferito gravemente alla testa da un proiettile sparato dall’esercito.

Ieri i giudici militari israeliani hanno deciso che Ahed Tamimi, sulla quale ora gravano ben 12 capi d’accusa, resterà in carcere per tutta la durata del processo che comincerà il 31 gennaio, giorno del compleanno della ragazza. Sua madre Nariman, arrestata per aver ripreso con il telefono la scena degli schiaffi – il video resta uno dei più virali sui social a livello mondiale – sarà a sua volta processata a partire dal 12 febbraio. Anche l’avvocato Gabi Lasky, che assiste Ahed e Nariman Tamimi, fa capire che le cose si sono complicate e parecchio. È evidente che la punizione esemplare invocata dalla destra, con il consenso di gran parte dell’opinione pubblica israeliana, si concretizzerà presto o tardi. «La gravità dei fatti di cui è accusata non offre altra alternativa che la detenzione», ha commentato ieri uno dei giudici dipingendo la ragazzina palestinese come una criminale incallita, una delinquente abituale. A casa Tamimi, a Nabi Saleh, si vivono ore sempre più difficili. Il padre, Basem, noto attivista, ha lanciato un nuovo appello alla liberazione della figlia, divenuta un simbolo della resistenza palestinese all’occupazione e ormai famosa in tutto il mondo.

Ahed Tamini forse non subirà una condanna a 10 anni, come rischia sulla carta, ma di sicuro rimarrà un bel pezzo nella prigione di Hasharon dove è rinchiusa già da un mese. E la stessa sorte subirà la madre. Nel frattempo nulla o quasi trapela sul procedimento nei confronti del colono 21enne Amiram Ben Uliel, rinviato a giudizio per aver dato fuoco nel luglio del 2015 alla casa della famiglia Dawabsha nel villaggio palestinese di Duma in cui morirono il piccolo Ali Dawabsha (18 mesi, arso vivo) e nelle settimane successive il padre Saad e la madre Riham. Da quelle fiamme uscì vivo ma con ustioni gravissime solo Ahmed Dawabsha, 6 anni, rimasto orfano. Ed è difficile non ricordare anche la sentenza ad appena 18 mesi di carcere militare inflitta al soldato Elor Azaria che il 24 marzo 2016 uccise a Hebron a sangue freddo un palestinese responsabile di un attacco all’arma bianca che giaceva a terra ferito e non più in grado di nuocere. B’tselem, una organizzazione non governativa israeliana che si occupa di violazione dei diritti umani, riferisce che oltre 300 minori palestinesi sono attualmente detenuti in Israele. E lo stesso esercito israeliano conferma che 1400 minori palestinesi sono stati processati nelle sue corti negli ultimi tre anni.

Altri bambini e ragazzi intanto rischiano di pagare la “colpa” di essere palestinesi. Sono quelli che vivono nei campi profughi in Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza, vittime della Nakba nel 1948. La decisione del presidente americano Donald Trump di ridurre drasticamente i fondi Usa all’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu che assiste i rifugiati palestinesi, minaccia di avere conseguenze gravissime e immediate per i 500mila studenti che frequentano le scuole delle Nazioni Unite. «Viene messo in pericolo uno degli sforzi di sviluppo umano più riusciti e innovativi in Medio Oriente e l’accesso a scuole e servizi sanitari», avverte Pierre Kraehenbuehl, commissario generale dell’Unrwa, che parla di una «sfida tremenda» affrontata dall’agenzia per sostenere il suo mandato e preservare servizi chiave in tutti questi decenni per i rifugiati palestinesi. L’Unrwa sta affrontando la crisi finanziaria più grave della sua lunga storia. Gli Usa hanno deciso di versare nelle sue casse solo la metà della prima tranche da 125 milioni di dollari annunciata in passato, in risposta alla condanna fatta dai palestinesi del riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele fatta da Donald Trump il mese scorso, condanna avvalorata da una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu che ha fatto innervosire la Casa Bianca. Per compensare almeno in parte la riduzione degli aiuti Usa, il Belgio ieri si è impegnato a versare 19 milioni di euro in tre anni all’Unrwa. Per la Lega Araba il passo fatto da Trump «punta a liquidare la questione dei rifugiati».

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17/01/2018

Dimezzati i fondi statunitensi ai palestinesi, si materializza la vendetta

Gli effetti della minaccia di Nikki Haley, l’ambasciatrice americana all’Onu che sogna di salire alla Casa Bianca e per questo picchia duro più del boss che l’ha voluta in quel ruolo, si fanno sentire. Lei col piglio dell’immigrato che rinnega le origini (la sua famiglia è indiana, non pellerossa ma del Panjab) e diventa negatrice d’ogni diritto, aveva tuonato contro il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che bocciava la proposta di considerare Gerusalemme capitale di Israele. “Ci ricorderemo di voi” aveva dichiarato in faccia ai 128 delegati dei Paesi che sotterravano l’idea inseguita dal premier sionista Netanyahu. Dopo neppure un mese l’amministrazione statunitense passa all’azione, colpendo in primo luogo gli aiuti diretti all’Unrwa, l’agenzia Onu che interagisce con le Organizzazioni non governative impegnate nell’assistenza ai profughi palestinesi dislocati in Libano, Giordania, Siria. Verranno colpite anche le strutture sanitarie e d’istruzione create a Gaza e in Cisgiordania. I fondi vengono letteralmente dimezzati e passano dai 125 milioni di dollari del 2017 ai 65 milioni stanziati per l’anno in corso, coi quali ovviamente o non si riuscirà a coprire adeguatamente i servizi finora creati, oppure se ne dovrà sopprimere un congruo numero. In ogni caso ci rimetterà la popolazione.

Il rappresentante palestinese dell’Olp negli Stati Uniti, raggiunto dall’emittente Al Jazeera, ha dichiarato che quei fondi non rientravano in nessuna contrattazione, rappresentavano un obbligo internazionale. Ma la linea Trump, volta a sostenere i desideri più insostenibili della destra israeliana che da anni detta legge nel Paese, presta il fianco a ogni sorta di provocazione per infiammare gli animi. Privare centinaia di migliaia di bambini palestinesi anche di quell’istruzione basilare rappresentata dalle scuole primarie e tagliare l’assistenza sanitaria a loro stessi e ai familiari, punta a incrementare una frustrazione già elevatissima, ancor più nei Territori Occupati dove check-point e insediamenti coloniali illegali fungono quotidianamente da spunto per vessazioni e violenze. Nella sua spiccia volgarità Trump era stato chiarissimo nel ricordare come con le centinaia di milioni di dollari annuali “pagati” ai palestinesi erano attesi un rispetto e l’apprezzamento anche delle più canagliesche iniziative, e quella su Gerusalemme lo è in pieno. Se gli Accordi di Oslo, sminuenti per ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese, risultano un vago ricordo superato e calpestato dall’aggressivo realismo politico di Tel Aviv in atto da un quarto di secolo, il sostegno globale al sionismo punta ad alzare sempre più l’asticella. E propone privazione, umiliazione, repressione, secondo cicli permanenti e crescenti.

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08/01/2018

L'Iraq mette alla porta i profughi palestinesi

di Michele Giorgio

Profughi due, anche tre volte. È il destino dei rifugiati palestinesi del 1948 e dei loro discendenti ai quali Israele non consente, e ripete che non lo permetterà mai, il ritorno nella loro terra, e che sono trattati da ospiti sgraditi in mezzo mondo arabo. L’Iraq dove i palestinesi fino all’invasione anglo-americana del 2003 e alla caduta di Saddam Hussein godevano di sussidi, solidarietà e diritti, si è gradualmente trasformato in un oppressore dei profughi.

Alla fine dello scorso anno Baghdad ha abolito la risoluzione 202 approvata nel 2001 dal disciolto Consiglio Rivoluzionario che assegnava ai rifugiati palestinesi diritti simili a quelli dei cittadini iracheni, tranne la cittadinanza. Presi di mira dopo il 2003 perché accusati di essere stati sostenitori di Saddam Hussein e bersaglio delle milizie armate di ogni fede e orientamento politico, le poche migliaia di palestinesi che ancora sono in Iraq (15 anni fa erano 40mila, ora circa 5mila) rischiano di perdere tutto.

L’ambasciatore dell’Olp in Iraq, Ahmed Aqel, manda segnali rassicuranti, dice che la situazione non è compromessa e che lo speaker del Parlamento iracheno, Salim al Jubouri, gli ha promesso di trovare una formula legale per preservare i diritti dei rifugiati palestinesi. Altri esponenti iracheni assicurano che i provvedimenti presi per gli stranieri residenti in Iraq non riguarderanno i rifugiati palestinesi.

Ma ora esiste una nuova legge, la n. 76 del 2017, ratificata dal presidente Fuad Masum. E parla molto chiaro. Abolisce i privilegi garantiti sotto Saddam Hussein, priva i palestinesi dell’istruzione pubblica, dell’assistenza sanitaria, dei buoni alimentari, degli alloggi gratuiti, dei documenti di viaggio e nega loro la possibilità di lavorare in seno alle istituzioni statali.

È fin troppo evidente il piano per sradicare e spingere gli ultimi profughi palestinesi a lasciare l’Iraq, al termine di 15 anni segnati da omicidi, sfollamenti, detenzioni arbitrarie, torture e condanne ingiuste nei tribunali iracheni. «Anziché proteggere i profughi palestinesi dagli abusi quotidiani e migliorare le loro condizioni di vita, il governo iracheno prende decisioni che avranno un impatto catastrofico sulle vite di questi rifugiati», ha protestato l’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor.

I media arabi e internazionali intanto continuano a ignorare la vicenda, assieme alla condizione di centinaia di famiglie palestinesi/irachene che da anni vivono in campi profughi provvisori e in alloggi di fortuna situati lungo i confini con la Siria e la Giordania, dopo essere stati cacciati dalle loro case.

A questo dramma, politico ed umano, si aggiunge il possibile congelamento di 1/3 di 364 milioni di dollari che gli Stati Uniti donano annualmente all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i 5 milioni di profughi palestinesi nei Territori occupati e nei Paesi arabi. Due giorni fa la tv israeliana Canale 10 e il sito Axios, citando anonimi diplomatici occidentali, avevano rivelato che l’Amministrazione Trump ha bloccato 125 milioni di dollari destinati all’Unrwa per punire i leader palestinesi che hanno condannato con forza il riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele fatto un mese fa dalla Casa Bianca.

Tuttavia ieri il Dipartimento di stato Usa ha precisato che non è stata ancora presa alcuna decisione finale. A spingere per il taglio dei fondi sarebbe in particolare Nikki Haley l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, stretta alleata di Trump e Israele.

Netanyahu, non è un mistero, vede nell’Unrwa un ostacolo all’integrazione dei profughi palestinesi nei Paesi arabi dove vivono attualmente e, di conseguenza, all’annullamento della risoluzione 194 dell’Onu che afferma il diritto dei rifugiati al “ritorno”. Tuttavia, riferiscono i media israeliani, il premier in questo caso non approva del tutto i provvedimenti drastici come quelli proposti da Haley e Trump – che rischiano di aggravare la crisi umanitaria di Gaza con rischi anche per Israele – e sollecita invece un “disimpegno graduale” degli Usa dall’Unrwa.

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27/04/2014

Filippo Grandi (Onu): il blocco di Gaza è illegale

Filippo Grandi
Dopo otto anni passati a dirigere l’Unrwa, Filippo Grandi nelle scorse settimane ha terminato il suo incarico di Commissario Generale dell’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Per Grandi sono stati anni di duro lavoro in un clima regionale che si è fatto sempre più complicato per l’aggravarsi della guerra civile siriana che ha travolto anche i campi profughi palestinesi e per il blocco israeliano ed egiziano della Striscia di Gaza. Lo abbiamo incontrato prima della sua partenza da Gerusalemme.

Per i palestinesi, soprattutto per i profughi, è tutto molto più difficile
Negli ultimi due anni abbiamo visto un accumularsi di tensioni e di crisi che hanno costituito il contesto in cui abbiamo lavorato. Penso in primo luogo alla guerra civile, atroce, in Siria, ma anche alla transizione in Egitto, così difficile e complicata, che a sua volta ha un’influenza sulla situazione a Gaza che rimane una zona occupata per via di un blocco che si complica e non si semplifica. Penso anche alla Cisgiordania e a questa occupazione (israeliana, ndr) che nonostante tutti i tentativi e gli sforzi rimane un’occupazione pesantissima per i civili e anche per i rifugiati palestinesi.

Le difficoltà finanziarie dell’Unrwa sono anche figlie del disinteresse crescente verso i profughi palestinesi?
I motivi sono diversi, tuttavia dobbiamo sfatare una cosa alla quale credono in molti: che i donatori non sostengano più l’Unrwa. L’anno scorso abbiamo ricevuto circa un miliardo di dollari e questa è la donazione più ampia mai ottenuta dall’Unrwa in qualsiasi anno della sua esistenza. La realtà è che, a causa di tutte queste crisi (nella regione), i nostri bisogni crescono a una velocità maggiore di quella dei contributi. La situazione dei profughi palestinesi in Siria richiede molte risorse e Gaza ha bisogno ancora di tanto aiuto. Detto ciò è reale anche la questione sollevata dalla domanda. Un interrogativo aleggia sulla cooperazione: fino a quando dovremo continuare a sostenere cinque milioni di rifugiati (palestinesi) senza che per loro ci sia una soluzione in vista? Per chi si pone quell’interrogativo la risposta è legata al successo del negoziato (israelo-palestinese). In caso di un fallimento potrebbe essere messa in discussione persino l’Unrwa.

In casa palestinese da tempo si discute sul ruolo dell’agenzia
È chiaro che i palestinesi hanno bisogno di una risposta politica ai loro problemi. E dico di più, hanno bisogno di una risposta che giunga da mediatori imparziali e che le loro ragioni siano trattate in modo equo e responsabile. Questo è quello di cui hanno bisogno in primo luogo i palestinesi, non dell’assistenza. Però sin quando queste soluzioni non saranno trovate, è meglio avere una istituzione come l’Unrwa. Perché non avere oggi l’Unrwa in Medio Oriente significherebbe lasciare 500 mila bambini palestinesi senza un’istruzione. L’Unrwa è una agenzia umanitaria ma ha anche offerto opportunità per una vita migliore ai profughi con le scuole, i centri di formazione professionale, la microfinanza, la salute.

Da Israele non poche volte sono arrivate accuse all’agenzia.
L’Unrwa rispetta il mandato ricevuto dall’Onu. Le accuse di essere una minaccia alla sicurezza di Israele arrivano da settori marginali, di appoggio, anche di propaganda talvolta, che non dicono la verità. Ad esempio affermano che le 700 scuole dell’Unrwa fanno propaganda anti-israeliana. Noi usiamo i curriculum dei paesi dove si trovano le nostre scuole che danno una narrazione araba (degli eventi e della storia, ndr), così come nelle scuole israeliane c’è una narrazione israeliana. In realtà l’Unrwa (nelle scuole) evita nel modo più assoluto che ci sia qualche forma di incitamento all’odio e alla discriminazione, abbiamo un ottimo programma sui diritti umani, unico in questa regione.

Anche i palestinesi protestano, ad esempio perché il personale internazionale è retribuito molto meglio di quello locale. L’agenzia è stata anche accusata di aver raggiunto una sorta di intesa con Tel Aviv per licenziare i dipendenti che hanno avuto problemi con la sicurezza. Accusa che voi avete respinto con sdegno.
Andiamo per ordine. Le remunerazioni. L’Unrwa ha un personale di circa 30mila persone impiegate in scuole, strutture sanitarie e altri settori. Più del 99% dei dipendenti è palestinese. I funzionari internazionali sono meno di 200. Di tutte le agenzie delle Nazioni unite al mondo siamo quella che ha la percentuale più bassa di personale internazionale. Il personale straniero è pagato secondo i parametri dei funzionari internazionali dell’Onu e sulla base di convenzioni sancite dagli Stati membri. Invece gli stipendi dei funzionari e degli impiegati palestinesi sono adeguati al livello degli stipendi dei funzionari statali dei paesi in cui si trovano. In Cisgiordania e a Gaza l’Unrwa ha come parametro l’Autorità nazionale palestinese. All’origine dello sciopero recente dei dipendenti dell’Unwra c’era proprio la richiesta di un aumento dei salari. L’agenzia ha però accertato che gli stipendi dei suoi dipendenti sono in media superiori del 21% rispetto a quelli degli impiegati dell’Anp e non ha potuto accogliere la richiesta. Comunque è stata raggiunta un’intesa per migliorare le condizioni dei dipendenti locali.

E la presunta intesa con Israele sulla sicurezza?
Smentisco categoricamente, perchè l’Unrwa non ha canali di questo tipo con qualsiasi autorità di sicurezza di Israele, dell’Anp e di qualsiasi altra parte. L’Unrwa gestisce la questione della partecipazione alla politica del suo personale in modo molto preciso. Essendo personale delle Nazioni unite, non può prendere parte ad alcuna attività politica. Quando l’Unrwa riceve informazioni che uno dei suoi impiegati ha partecipato ad azioni politiche o che hanno comportato l’uso della violenza, allora avvia un’indagine. Se la persona chiamata in causa ha svolto effettivamente attività politiche, allora non può rimanere. Ma è una questione solo di statuto dell’Unrwa che tutti sono chiamati a rispettare, non di un intervento di altre parti. Mi rendo conto della difficoltà di gestione di tutto questo. Noi chiediamo la neutralità ma la neutralità è difficile per i palestinesi che sono parte in causa in un conflitto. Devo dire che il personale dell’Unrwa è molto disciplinato ma ci sono stati casi di dipendenti che hanno preso parte ad attività politiche e che sono stati licenziati per violazione dello statuto. Ma unicamente sulla base di decisioni e considerazioni dell’agenzia.

Parliamo della situazione di Gaza e del campo profughi palestinese di Yarmouk in Siria.
Una premessa bisogna sempre farla. Noi lo diciamo all’inizio di qualsiasi dichiarazione relativa a Gaza. Il blocco israeliano è illegale ai sensi del diritto internazionale. In questa situazione cerchiamo di fare il massimo per alleviare la situazione disperata degli abitanti di Gaza e per continuare il nostro lavoro. Con questo governo israeliano, ad esempio, per mesi c’è stato uno stop all’ingresso dei materiali di costruzione necessari per i nostri progetti. Adesso va meglio ma abbiamo dovuto rinegoziare tutti i progetti che erano già stati approvati dalle stesse autorità israeliane. Dall’altro lato gli sviluppi politici interni all’Egitto, contrari ad Hamas a Gaza, sono sfociati nell’apertura intermittente del valico di Rafah, in verità quasi sempre chiuso. Questo soffocamento di Gaza sta avendo ripercussioni anche per il governo di fatto di Hamas, che è in difficoltà e questo sta offrendo spazio di manovra a gruppi più piccoli e più radicali. Tra i rischi perciò c’è anche quello di una maggiore anarchia. Per questo è importante che ci sia una riconciliazione interna palestinese, per mettere fine all’isolamento di Gaza, e che Israele e l’Egitto tolgano il blocco che, ripeto, è illegale per il diritto internazionale.

E Yarmouk assediato dall’esercito siriano e occupato da formazioni ribelli armate?
Non è il mio ruolo addossare la responsabilità ad una o all’altra parte. Credo anche che non serva farlo. Quello che posso dire è che a Yarmouk, ma accade anche in altre parti della Siria, le due parti in lotta non acconsentono a far passare gli aiuti destinati ai civili rimasti intrappolati. La responsabilità di questa situazione va attribuita ad entrambe le parti.
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