Tra le centinaia di ragioni che spingono l’amministrazione Trump a cercare una soluzione rapida della guerra all’Iran – tra tentazioni di “dare un altro colpo” per presentare il fallimento come una mezza vittoria – c’è sicuramente il rapido mutamento del clima politico interno rispetto ai rapporti con Israele.
Ieri la Camera ha respinto per l’ennesima volta una proposta mirante a tagliare ogni aiuto finanziario a Tel Aviv, ma la composizione del voto, le motivazioni e i distinguo sono decisamente importanti per delineare la direzione di marcia nel prossimo futuro.
Andiamo con ordine. La proposta era stata presentata dal deputato Thomas Massie, un repubblicano del Kentucky che certamente non farà più parte della Camera dal prossimo gennaio, visto che è stato battuto nelle primarie da uno sconosciuto ex membro delle forze speciali, sostenuto però da Trump e dall’Aipac con il più grande finanziamento mai fatto su una primaria di partito in uno stato Usa.
Oltre nove milioni dollari, pur di eliminare il vecchio esponente “Maga” che – come molti altri, da Tucker Carlson in là, – considera ormai la politica trumpiana non più “America First”, ma “Israel first”.
Il voto però ha visto convergere l’approvazione di 104 deputati “democratici”, spaccando così platealmente il partito che storicamente era stato un pilastro degli interessi di Tel Aviv, mentre il capogruppo Hakeem Jeffries e altri 97 “dem” hanno votato insieme ai 215 parlamentari repubblicani.
Neanche quest’ala dei “dem” però era pienamente convinta. Alcuni hanno spiegato che la proposta di Massie era troppo “rigida” – esclusioni di qualsiasi finanziamento a Israele – mentre avrebbero votato sì ad una proposta limitata agli aiuti militari. Complessivamente, comunque, tutti i “dem” dicono che vanno rivisti i rapporti con l’entità sionista, con un ventaglio di posizione anche piuttosto largo.
Il cambiamento di posizione dei “dem” è motivato principalmente dalla fortissima ondata critica causata dal genocidio di Gaza e dalla guerra all’Iran – magari solo per gli effetti economici e l’inflazione – che sta producendo un numero di candidati “socialisti” e pro-palestinesi in molte delle primarie per le elezioni di midterm, a inizio novembre, che cambierà metà dei membri della Camera.
Lo stesso capogruppo Jeffries, eletto a New York e non coinvolto nel rinnovo di novembre, rischia di diventare l’unico “non socialista” espresso dal suo Stato, visto che i tre subentranti sono stati sponsorizzati dalla cosiddetta “ultrasinistra” di Zorhan Mamdani e Bernie Sanders.
“Siamo tutti frustrati dalle azioni del primo ministro Netanyahu”, ha spiegato il deputato del Massacchussets Stephen Lynch, che in precedenza aveva sostenuto gli aiuti a Israele ma ha votato per l’emendamento di Massie. “Le sue azioni hanno davvero, credo, motivato molti dei voti a favore”.
Il deputato Greg Casar, texano, aveva esortato i suoi colleghi a sostenere l’emendamento affermando che “il popolo americano sta implorando la fine dei dollari delle tasche dei contribuenti americani che sovvenzionano i militari israeliani”.
“A partire da oggi”, ha detto dopo il voto, “una maggioranza di democratici in questo edificio si è rifiutata di votare per inviare miliardi di dollari in armi all’esercito israeliano. Questo invia un forte messaggio a Netanyahu che i giorni di un assegno in bianco senza responsabilità per le sue guerre e i suoi crimini di guerra sono finiti, almeno per quanto riguarda il Partito Democratico”.
Anche la compattezza dei repubblicani non deve trarre in inganno. Anche lì gli esponenti più decisamente “Maga” sono ormai stanchi dell’appiattimento sugli interessi di Israele, anche se i finanziamenti dell’Aipac restano fondamentali per la scelta dei candidati.
È la pressione dell’opinione pubblica dell’intero paese a rendere sempre meno giustificabile il sostegno ad uno stato genocida che fa solo i propri interessi e pretende di subordinarvi anche quelli della superpotenza Usa. Una contraddizione che va ben al di là delle sole ragioni dei progressisti, insomma.
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20/10/2025
L’UE finanzia le aziende tecnologiche israeliane, anche quelle nel settore militare
Le startup israeliane sono tra quelle che negli ultimi anni hanno ricevuto tra i più alti finanziamenti da parte dell’Eic Accelerator. Il programma per giovani imprese lanciato dall’Unione Europea in seno a Horizon Europe, infatti, ne ha supportate in totale 46 fondate in Israele, quasi il doppio delle 27 italiane.
Finora le startup israeliane hanno ricevuto dall’Unione Europea, attraverso Eic Accelerator, oltre il doppio dei fondi rispetto a quelle italiane. Si tratta di 396 milioni di euro contro 177 milioni alle startup del Belpaese e continuano a riceverne.
Alcune delle nuove imprese sono arrivate a diventare fornitrici di tecnologia per il ministero della Difesa israeliano.
Tra le nove che nel 2024 hanno ricevuto in totale 108 milioni di euro dalla UE, quattro sono quelle che hanno esplicitamente indicato “scopi di difesa” nella propria ragione sociale aziendale.
In occasione di un evento di “defense tech” tenutosi lo scorso luglio, la startup LightSolver ha incontrato il ministro della Difesa israeliano. Dopo l’incontro, il suo nome è comparso in un post del ministero stesso, che la definisce come “tecnologia fondamentale per la difesa nazionale”.
Ma l’obiettivo delle start up rispetto all’Unione Europea non è solo economico, è anche politico.
La rivista Wired sottolinea come “più che di soldi, infatti, il desiderio di far parte della cohorte di startup di Eic Accelerator, è spesso questione di relazioni, anche diplomatiche e geopolitiche”.
Fuori dal programma Eic Accelerator, e nello stesso ambito di Horizon Europe, sono stati concessi finanziamenti anche ad alcuni consorzi con competenze israeliane dedite alla difesa. Ad esempio quello con la startup Respondrone, in cui compare anche la Israel Aerospace Industries (IAI) che produce droni utilizzati da Idf e ministero della Difesa israeliano e, più di recente (2023) la startup Rafael Advanced Defense Systems, collegata con il ministero della Difesa israeliano (che ha preso 100mila euro) ma anche con il Porto di Ravenna e altre aziende italiane.
Negli ultimi mesi la Commissione europea ha ventilato una possibile sospensione mirata e reversibile degli accordi tra i programmi europei e le start up israeliane, una misura che colpirebbe soprattutto start-up e piccole imprese operanti in settori tecnologici avanzati come l’intelligenza artificiale, i droni e la sicurezza informatica.
Queste realtà, spesso coinvolte in sviluppi con potenziale uso duale – civile e militare – sarebbero escluse dall’accesso all’EIC Accelerator, cioè il fondo europeo destinato all’innovazione tecnologica. Rimarrebbe invece garantita la partecipazione di università e ricercatori israeliani ai progetti di ricerca collaborativa, nel rispetto dei criteri etici previsti da Horizon Europe.
La Commissione europea ha presentato al Consiglio UE una proposta di sospensione anche di alcune disposizioni commerciali dell’Accordo di associazione con Israele, motivata da gravi violazioni dell’articolo 2 del trattato, che sancisce il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.
La Commissione ha ricordato che nel 2024 il valore complessivo degli scambi di beni tra UE e Israele ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro. L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Tel Aviv, di cui rappresenta il 32% del suo interscambio, mentre per la UE Israele è il 31esimo partner commerciale. Le importazioni europee da Israele ammontano a 15,9 miliardi, concentrate su macchinari e mezzi di trasporto (7 miliardi), chimici (2,9 miliardi) e altri manufatti (1,9 miliardi). Le esportazioni dall’UE verso Israele toccano i 26,7 miliardi, con una struttura merceologica simile. Anche i servizi pesano in modo significativo, con un giro d’affari di 25,6 miliardi nel 2023.
Ma per attuare la sospensione di Israele dal programma EIC Acelerator e dall’Accordo di associazione commerciale serve una maggioranza qualificata tra i paesi membri della UE.
Il rifiuto da parte di paesi come Germania, Austria, Ungheria, Italia, Repubblica Ceca di adottare sanzioni contro Israele (cosa non avvenuta invece contro la Russia, ndr) ne sta impedendo però l’attuazione.
Come ha denunciato nel suo rapporto la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, non esiste solo il genocidio ma anche una economia del genocidio e i vellutati corridoi di Bruxelles ne sono impregnati.
Fonte
Finora le startup israeliane hanno ricevuto dall’Unione Europea, attraverso Eic Accelerator, oltre il doppio dei fondi rispetto a quelle italiane. Si tratta di 396 milioni di euro contro 177 milioni alle startup del Belpaese e continuano a riceverne.
Alcune delle nuove imprese sono arrivate a diventare fornitrici di tecnologia per il ministero della Difesa israeliano.
Tra le nove che nel 2024 hanno ricevuto in totale 108 milioni di euro dalla UE, quattro sono quelle che hanno esplicitamente indicato “scopi di difesa” nella propria ragione sociale aziendale.
In occasione di un evento di “defense tech” tenutosi lo scorso luglio, la startup LightSolver ha incontrato il ministro della Difesa israeliano. Dopo l’incontro, il suo nome è comparso in un post del ministero stesso, che la definisce come “tecnologia fondamentale per la difesa nazionale”.
Ma l’obiettivo delle start up rispetto all’Unione Europea non è solo economico, è anche politico.
La rivista Wired sottolinea come “più che di soldi, infatti, il desiderio di far parte della cohorte di startup di Eic Accelerator, è spesso questione di relazioni, anche diplomatiche e geopolitiche”.
Fuori dal programma Eic Accelerator, e nello stesso ambito di Horizon Europe, sono stati concessi finanziamenti anche ad alcuni consorzi con competenze israeliane dedite alla difesa. Ad esempio quello con la startup Respondrone, in cui compare anche la Israel Aerospace Industries (IAI) che produce droni utilizzati da Idf e ministero della Difesa israeliano e, più di recente (2023) la startup Rafael Advanced Defense Systems, collegata con il ministero della Difesa israeliano (che ha preso 100mila euro) ma anche con il Porto di Ravenna e altre aziende italiane.
Negli ultimi mesi la Commissione europea ha ventilato una possibile sospensione mirata e reversibile degli accordi tra i programmi europei e le start up israeliane, una misura che colpirebbe soprattutto start-up e piccole imprese operanti in settori tecnologici avanzati come l’intelligenza artificiale, i droni e la sicurezza informatica.
Queste realtà, spesso coinvolte in sviluppi con potenziale uso duale – civile e militare – sarebbero escluse dall’accesso all’EIC Accelerator, cioè il fondo europeo destinato all’innovazione tecnologica. Rimarrebbe invece garantita la partecipazione di università e ricercatori israeliani ai progetti di ricerca collaborativa, nel rispetto dei criteri etici previsti da Horizon Europe.
La Commissione europea ha presentato al Consiglio UE una proposta di sospensione anche di alcune disposizioni commerciali dell’Accordo di associazione con Israele, motivata da gravi violazioni dell’articolo 2 del trattato, che sancisce il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.
La Commissione ha ricordato che nel 2024 il valore complessivo degli scambi di beni tra UE e Israele ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro. L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Tel Aviv, di cui rappresenta il 32% del suo interscambio, mentre per la UE Israele è il 31esimo partner commerciale. Le importazioni europee da Israele ammontano a 15,9 miliardi, concentrate su macchinari e mezzi di trasporto (7 miliardi), chimici (2,9 miliardi) e altri manufatti (1,9 miliardi). Le esportazioni dall’UE verso Israele toccano i 26,7 miliardi, con una struttura merceologica simile. Anche i servizi pesano in modo significativo, con un giro d’affari di 25,6 miliardi nel 2023.
Ma per attuare la sospensione di Israele dal programma EIC Acelerator e dall’Accordo di associazione commerciale serve una maggioranza qualificata tra i paesi membri della UE.
Il rifiuto da parte di paesi come Germania, Austria, Ungheria, Italia, Repubblica Ceca di adottare sanzioni contro Israele (cosa non avvenuta invece contro la Russia, ndr) ne sta impedendo però l’attuazione.
Come ha denunciato nel suo rapporto la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, non esiste solo il genocidio ma anche una economia del genocidio e i vellutati corridoi di Bruxelles ne sono impregnati.
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16/01/2025
Il fiume di soldi speso per sostenere la guerra in Ucraina
Il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina ammonta a quasi 183 miliardi di dollari dall’inizio dell’invasione russa nel 2022 al 30 settembre 2024. I dati sono stati diffusi dall’Ukraine Oversight. L’amministrazione uscente di Biden il 4 gennaio ha concesso un ulteriore pacchetto di armamenti per 500 milioni di euro.
A gennaio l’Unione europea ha dichiarato di aver messo a disposizione in questi tre anni più di 140 miliardi di dollari (122 secondo altre fonti) in assistenza finanziaria, militare e umanitaria all’Ucraina, sia attraverso misure collettive che singoli dispositivi degli Stati membri. Di questi, 49,6 sono di aiuti direttamente militari a livello Ue, altri 37,4 sono stati disposti invece dai singoli Stati.
I ministri della Difesa dei cinque Paesi europei che spendono di più in campo militare – Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito – si sono incontrati due giorni fa in Polonia per discutere proprio del sostegno bellico a Kiev e del potenziamento della produzione di armi in vista di eventuali cambiamenti nella politica statunitense.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le potenze europee non nascondono il timore che gli Stati Uniti possano ridurre o addirittura interrompere del tutto gli aiuti economici e militari a Kiev lasciando il cerino in mano agli alleati europei.
Negli Stati Uniti intanto sta facendo discutere una lista che circola sui social e che indica alcuni esponenti politici statunitensi di rilievo – tra questi lo stesso Biden ma anche il senatore Mit Romney o Nancy Pelosi – che risulterebbero beneficiari di tangenti milionarie da parte dell’Ucraina. La lista è stata liquidata come una fake news prodotta da ambienti filorussi o trumpiani per influenzare l’opinione pubblica contro il proseguimento dei finanziamenti economici e militari a Kiev da parte degli Stati Uniti.
Ma se quella della lista delle tangenti ucraine viene rimossa come fake news, appare difficile però dimenticare che il presidente Biden ha graziato il proprio figlio Hunter coinvolto in affari poco puliti proprio in Ucraina.
Nel 2021 il New York Post riportava che lo stesso Biden senior aveva incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio in una cena a Washington, mentre era vicepresidente nell’amministrazione Obama. La conferma era stata trovata dall'Fbi sul laptop di Hunter Biden.
La società ucraina Burisma pagava Hunter Biden 83 mila dollari al mese per il suo posto nel consiglio d’amministrazione. La grazia “piena e incondizionata” concessa da Joe Biden al figlio Hunter riguarda tutti i reati che “ha commesso o potrebbe aver commesso” in un periodo insolitamente lungo, ovvero dall’inizio del 2014 alla fine del 2024. In pratica dal golpe di Euromaidan a Kiev e dal vero inizio della guerra in Ucraina fino alla fine del mandato di Biden.
Fonte
A gennaio l’Unione europea ha dichiarato di aver messo a disposizione in questi tre anni più di 140 miliardi di dollari (122 secondo altre fonti) in assistenza finanziaria, militare e umanitaria all’Ucraina, sia attraverso misure collettive che singoli dispositivi degli Stati membri. Di questi, 49,6 sono di aiuti direttamente militari a livello Ue, altri 37,4 sono stati disposti invece dai singoli Stati.
I ministri della Difesa dei cinque Paesi europei che spendono di più in campo militare – Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito – si sono incontrati due giorni fa in Polonia per discutere proprio del sostegno bellico a Kiev e del potenziamento della produzione di armi in vista di eventuali cambiamenti nella politica statunitense.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le potenze europee non nascondono il timore che gli Stati Uniti possano ridurre o addirittura interrompere del tutto gli aiuti economici e militari a Kiev lasciando il cerino in mano agli alleati europei.
Negli Stati Uniti intanto sta facendo discutere una lista che circola sui social e che indica alcuni esponenti politici statunitensi di rilievo – tra questi lo stesso Biden ma anche il senatore Mit Romney o Nancy Pelosi – che risulterebbero beneficiari di tangenti milionarie da parte dell’Ucraina. La lista è stata liquidata come una fake news prodotta da ambienti filorussi o trumpiani per influenzare l’opinione pubblica contro il proseguimento dei finanziamenti economici e militari a Kiev da parte degli Stati Uniti.
Ma se quella della lista delle tangenti ucraine viene rimossa come fake news, appare difficile però dimenticare che il presidente Biden ha graziato il proprio figlio Hunter coinvolto in affari poco puliti proprio in Ucraina.
Nel 2021 il New York Post riportava che lo stesso Biden senior aveva incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio in una cena a Washington, mentre era vicepresidente nell’amministrazione Obama. La conferma era stata trovata dall'Fbi sul laptop di Hunter Biden.
La società ucraina Burisma pagava Hunter Biden 83 mila dollari al mese per il suo posto nel consiglio d’amministrazione. La grazia “piena e incondizionata” concessa da Joe Biden al figlio Hunter riguarda tutti i reati che “ha commesso o potrebbe aver commesso” in un periodo insolitamente lungo, ovvero dall’inizio del 2014 alla fine del 2024. In pratica dal golpe di Euromaidan a Kiev e dal vero inizio della guerra in Ucraina fino alla fine del mandato di Biden.
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11/05/2024
Due denunce contro il governo italiano per complicità con il genocidio dei palestinesi
Sulle accuse di complicità con il genocidio dei palestinesi messo in opera da Israele, il governo italiano dovrà fare i conti con due denunce – una penale, l’altra civile.
La conferenza in cui sono state illustrate le cause legali è stata promossa stamani da Amnesty international e ospitata presso la sede romana della Federazione nazionale della Stampa italiana.
La prima denuncia è un esposto presentato alla Procura di Roma da una rete di giuristi sostenuti dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
Una azione che, spiega il giurista del Cred Fabio Marcelli all’agenzia Dire, cerca di costringere Israele – e a seguire, Paesi come l’Italia – a dare esecuzione alle misure cautelari emanate dalla Corte internazionale di giustizia (Icj), che ha ritenuto “plausibile il carattere genocidario delle azioni dell’esercito e ordinato a Tel Aviv di porvi fine con ogni mezzo. Il crimine di genocidio però non riguarda solo uccisioni commesse con mezzi militari, ma anche “azioni che mettono alla fame la popolazione o la espongono ad altri rischi, come l’interruzione alle forniture di acqua, energia elettrica, comunicazioni”, dice Marcelli.
Da qui “abbiamo fondato l’esposto su alcune evidenze, tra cui l’invio di armi. Siamo il terzo esportatore dopo Stati Uniti e Germania. Il ministro Tajani afferma che tale traffico è cessato dopo il 7 ottobre ma questo – avverte il legale – viene smentito dai dati diffusi da alcuni organismi come l’Istat”.
Il secondo esposto riguarda invece la “sospensione delle donazioni da parte dell’Italia all’agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa)” da parte del governo italiano che è stato rapidissimo nell’accodarsi alla campagna scatenata dalle autorità israeliane contro l’agenzia delle Nazioni Unite, campagna che si è rivelata fallace e che ha visto molti paesi tornare a finanziare l’Unrwa dopo aver sospeso i pagamenti. Una scelta che il governo italiano, forse l’unico, ancora non ha fatto.
Gli altri paesi infatti hanno riattivato le donazioni a quella che viene considerata la “spina dorsale” dell’aiuto umanitario ai 2,3 milioni di abitanti della Striscia. “Non ci risulta che l’Italia lo abbia ancora fatto” dice Marcelli.
Se la Procura dovesse accettare la tesi della complicità in genocidio, potrebbero essere chiamati a rispondere esponenti di governo, come i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. “Nel caso – chiarisce Marcelli all’agenzia Dire – si attiva il Tribunale dei ministri“. Azioni svolte in aule di tribunale lontane migliaia di chilometri da Gaza, e che non hanno effetti diretti sulle scelte del gabinetto di guerra israeliano, ma “intanto proviamo a togliere ossigeno a quelle operazioni”, dice Gianluca Vitale, illustrando la causa civile intentata contro l’Italia su iniziativa di un avvocato palestinese, che nella guerra ha perso sette membri della sua famiglia e subito sei sfollamenti. Dice Vitali: “Israele sta commettendo un danno e il concorso a quel danno deve essere interrotto dal giudice civile”.
Cosi, al Tribunale “chiediamo che interrompa la vendita di armi italiane a Israele, e non solo: penso alla Leonardo che, ad esempio, fornisce i carrelli per i caterpillar che oggi servono a distruggere, o all’uso di Israele delle basi militari italiane”. E poi si chiede di togliere il blocco ai finanziamenti all’Unrwa.
La prima udienza è prevista per il 13 giugno. E si potrebbe poi aprire la strada a futuri ricorsi di cittadini palestinesi per chiedere che l’Italia li risarcisca dei danni materiali e immateriali subiti.
A chiarire il nesso tra la situazione a Gaza e la causa all’Italia è Salahaldin Abdalaty, da cui è partita la causa civile. “Dal 7 ottobre Israele ha commesso 3.150 massacri, tra cui quello che ha causato la morte dei miei familiari” denuncia. “Ha ucciso oltre 35mila persone, distrutto il 70% delle abitazioni, e questo grazie a Paesi come l’Italia che gli forniscono armi”. Abdalaty invoca “giustizia. Israele viola sistematicamente il diritto internazionale e umanitario, nonché ogni risoluzione Onu. Ma io ho fiducia nel diritto: la popolazione palestinese deve essere difesa” anche attraverso “sanzioni su Israele, come fatto per altri Paesi”.
Fonte
La conferenza in cui sono state illustrate le cause legali è stata promossa stamani da Amnesty international e ospitata presso la sede romana della Federazione nazionale della Stampa italiana.
La prima denuncia è un esposto presentato alla Procura di Roma da una rete di giuristi sostenuti dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
Una azione che, spiega il giurista del Cred Fabio Marcelli all’agenzia Dire, cerca di costringere Israele – e a seguire, Paesi come l’Italia – a dare esecuzione alle misure cautelari emanate dalla Corte internazionale di giustizia (Icj), che ha ritenuto “plausibile il carattere genocidario delle azioni dell’esercito e ordinato a Tel Aviv di porvi fine con ogni mezzo. Il crimine di genocidio però non riguarda solo uccisioni commesse con mezzi militari, ma anche “azioni che mettono alla fame la popolazione o la espongono ad altri rischi, come l’interruzione alle forniture di acqua, energia elettrica, comunicazioni”, dice Marcelli.
Da qui “abbiamo fondato l’esposto su alcune evidenze, tra cui l’invio di armi. Siamo il terzo esportatore dopo Stati Uniti e Germania. Il ministro Tajani afferma che tale traffico è cessato dopo il 7 ottobre ma questo – avverte il legale – viene smentito dai dati diffusi da alcuni organismi come l’Istat”.
Il secondo esposto riguarda invece la “sospensione delle donazioni da parte dell’Italia all’agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa)” da parte del governo italiano che è stato rapidissimo nell’accodarsi alla campagna scatenata dalle autorità israeliane contro l’agenzia delle Nazioni Unite, campagna che si è rivelata fallace e che ha visto molti paesi tornare a finanziare l’Unrwa dopo aver sospeso i pagamenti. Una scelta che il governo italiano, forse l’unico, ancora non ha fatto.
Gli altri paesi infatti hanno riattivato le donazioni a quella che viene considerata la “spina dorsale” dell’aiuto umanitario ai 2,3 milioni di abitanti della Striscia. “Non ci risulta che l’Italia lo abbia ancora fatto” dice Marcelli.
Se la Procura dovesse accettare la tesi della complicità in genocidio, potrebbero essere chiamati a rispondere esponenti di governo, come i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. “Nel caso – chiarisce Marcelli all’agenzia Dire – si attiva il Tribunale dei ministri“. Azioni svolte in aule di tribunale lontane migliaia di chilometri da Gaza, e che non hanno effetti diretti sulle scelte del gabinetto di guerra israeliano, ma “intanto proviamo a togliere ossigeno a quelle operazioni”, dice Gianluca Vitale, illustrando la causa civile intentata contro l’Italia su iniziativa di un avvocato palestinese, che nella guerra ha perso sette membri della sua famiglia e subito sei sfollamenti. Dice Vitali: “Israele sta commettendo un danno e il concorso a quel danno deve essere interrotto dal giudice civile”.
Cosi, al Tribunale “chiediamo che interrompa la vendita di armi italiane a Israele, e non solo: penso alla Leonardo che, ad esempio, fornisce i carrelli per i caterpillar che oggi servono a distruggere, o all’uso di Israele delle basi militari italiane”. E poi si chiede di togliere il blocco ai finanziamenti all’Unrwa.
La prima udienza è prevista per il 13 giugno. E si potrebbe poi aprire la strada a futuri ricorsi di cittadini palestinesi per chiedere che l’Italia li risarcisca dei danni materiali e immateriali subiti.
A chiarire il nesso tra la situazione a Gaza e la causa all’Italia è Salahaldin Abdalaty, da cui è partita la causa civile. “Dal 7 ottobre Israele ha commesso 3.150 massacri, tra cui quello che ha causato la morte dei miei familiari” denuncia. “Ha ucciso oltre 35mila persone, distrutto il 70% delle abitazioni, e questo grazie a Paesi come l’Italia che gli forniscono armi”. Abdalaty invoca “giustizia. Israele viola sistematicamente il diritto internazionale e umanitario, nonché ogni risoluzione Onu. Ma io ho fiducia nel diritto: la popolazione palestinese deve essere difesa” anche attraverso “sanzioni su Israele, come fatto per altri Paesi”.
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04/04/2024
Un piano straordinario per il servizio sanitario pubblico, basta tagli
Quattordici personalità della scienza, della sanità e della ricerca, tra cui il Premio Nobel Giorgio Parisi, hanno lanciato un appello di emergenza per salvare il Servizio Sanitario Nazionale e chiederne il rafforzamento, lanciando l’allarme sui danni che a questo potrebbe fare l’autonomia differenziata delle regioni. Qui di seguito il testo.
*****
Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il SSN in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che il sistema è in crisi: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali”.
Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato il SSN, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del PIL (meno di vent’anni fa).
Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato. Progredire su questa china, oltre che in contrasto con l’Art.32 della Costituzione, ci spinge verso il modello USA, terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di sei anni).
La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute.
È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del SSN e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema. Ancora, l’SSN deve recuperare il suo ruolo di luogo di ricerca e innovazione al servizio della salute.
Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940.
Ma il grande patrimonio del SSN è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa.
Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza.
È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea).
Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli.
La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante – delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche dei limiti della medicina moderna.
Molto, quindi, si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del SSN agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del PIL), ed è urgente e indispensabile, perché un SSN che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla coesione sociale.
Ottavio Davini
Enrico Alleva
Luca De Fiore
Paola Di Giulio
Nerina Dirindin
Silvio Garattini
Franco Locatelli
Francesco Longo
Lucio Luzzatto
Alberto Mantovani
Giorgio Parisi
Carlo Patrono
Francesco Perrone
Paolo Vineis
Fonte
29/01/2024
Ennesima grande vergogna per l’Italia
La decisione degli USA e di altro otto governi servi, tra cui purtroppo – ma senza sorpresa – quello italiano, di sospendere il finanziamento all’UNRWA è un crimine contro l’umanità.
Isreale ha accusato DODICI dei TREDICIMILA dipendenti dell’Agenzia a Gaza, di essere fiancheggiatori dI Hamas. Naturalmente come sempre non ha fornito prove, basta la parola. Ed infatti sulla sola parola di un governo a processo per genocidio, nove complici guidati dagli USA hanno sospeso gli aiuti.
È bene ricordare che l’UNRWA è l’agenzia dell’’ONU che assiste milioni di palestinesi vittime delle pulizie etniche israeliane e che i due milioni di abitanti di Gaza hanno gli aiuti dell’Agenzia come quasi unica risorsa vitale.
Sospendere i finanziamenti a tutto il sistema degli aiuti per punire dodici persone è una rappresaglia fascista, è partecipazione al genocidio.
Biden, Scholz, Sunak non hanno detto o fatto nulla di fronte al rinvio a giudizio per genocidio di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia, non hanno preso alcuna misura per far sì che Israele rispetti le prescrizioni della Corte. E non hanno detto e fatto nulla quando Israele ha assassinato più di CENTO dipendenti ONU a Gaza, il più grave attentato alle Nazioni Unite da quando esistono.
E i penosi governanti italiani, servi dei servi, Meloni e Tajani in testa, benedicente come sempre Mattarella, si sono accodati. Tajani si è persino fatto fotografare felice mentre stringeva la mani insanguinate di Netanyahu, nello stesso giorno in cui la Corte de l’Aia riconosceva la validità dell’accusa di genocidio.
E non si venga a dire che ci sono vincoli internazionali da rispettare, perché paesi NATO come la Norvegia e la Spagna hanno subito dichiarato che continueranno a finanziare UNRWA, a maggior ragione con la crisi umanitaria in corso.
No, lo schifo vile e servile è tutto nostro.
Se in Italia ci fosse ancora una stampa libera e non un regime giornalistico che fa da scorta mediatica al genocidio, si leverebbe la critica a questo governo che si proclama “sovrano” ed invece è un leccapantofole.
Invece coro di approvazioni, bravi avete “spezzato le reni”… all’UNRWA.
La citazione fascista ci sta, perché l’odio contro l’ONU e le sue organizzazioni, che i criminali israeliani e i loro complici hanno scatenato, è autentico fascismo. Ricorda proprio la propaganda nazifascista di novant’anni fa contro la Società delle Nazioni.
Io oggi mi vergogno dell’Italia e vorrei tanto un rinvio giudizio del nostro governo per complicità con il genocidio, per render chiara l’infamia compiuta.
Intanto, oggi più che mai bisogna far sentire ai palestinesi che questi governanti vili e servi non ci rappresentano, e che c’è un’altra Italia che si vergogna e si scusa per loro.
Fonte
Isreale ha accusato DODICI dei TREDICIMILA dipendenti dell’Agenzia a Gaza, di essere fiancheggiatori dI Hamas. Naturalmente come sempre non ha fornito prove, basta la parola. Ed infatti sulla sola parola di un governo a processo per genocidio, nove complici guidati dagli USA hanno sospeso gli aiuti.
È bene ricordare che l’UNRWA è l’agenzia dell’’ONU che assiste milioni di palestinesi vittime delle pulizie etniche israeliane e che i due milioni di abitanti di Gaza hanno gli aiuti dell’Agenzia come quasi unica risorsa vitale.
Sospendere i finanziamenti a tutto il sistema degli aiuti per punire dodici persone è una rappresaglia fascista, è partecipazione al genocidio.
Biden, Scholz, Sunak non hanno detto o fatto nulla di fronte al rinvio a giudizio per genocidio di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia, non hanno preso alcuna misura per far sì che Israele rispetti le prescrizioni della Corte. E non hanno detto e fatto nulla quando Israele ha assassinato più di CENTO dipendenti ONU a Gaza, il più grave attentato alle Nazioni Unite da quando esistono.
E i penosi governanti italiani, servi dei servi, Meloni e Tajani in testa, benedicente come sempre Mattarella, si sono accodati. Tajani si è persino fatto fotografare felice mentre stringeva la mani insanguinate di Netanyahu, nello stesso giorno in cui la Corte de l’Aia riconosceva la validità dell’accusa di genocidio.
E non si venga a dire che ci sono vincoli internazionali da rispettare, perché paesi NATO come la Norvegia e la Spagna hanno subito dichiarato che continueranno a finanziare UNRWA, a maggior ragione con la crisi umanitaria in corso.
No, lo schifo vile e servile è tutto nostro.
Se in Italia ci fosse ancora una stampa libera e non un regime giornalistico che fa da scorta mediatica al genocidio, si leverebbe la critica a questo governo che si proclama “sovrano” ed invece è un leccapantofole.
Invece coro di approvazioni, bravi avete “spezzato le reni”… all’UNRWA.
La citazione fascista ci sta, perché l’odio contro l’ONU e le sue organizzazioni, che i criminali israeliani e i loro complici hanno scatenato, è autentico fascismo. Ricorda proprio la propaganda nazifascista di novant’anni fa contro la Società delle Nazioni.
Io oggi mi vergogno dell’Italia e vorrei tanto un rinvio giudizio del nostro governo per complicità con il genocidio, per render chiara l’infamia compiuta.
Intanto, oggi più che mai bisogna far sentire ai palestinesi che questi governanti vili e servi non ci rappresentano, e che c’è un’altra Italia che si vergogna e si scusa per loro.
Fonte
28/07/2023
Cosa stanno negoziando UE e Tunisia?
Sembra in dirittura d’arrivo il memorandum di intesa fra Tunisia e Unione Europea, con l’approdo a Tunisi di Ursula von der Leyen e del premier olandese Mark Rutte assieme a Giorgia Meloni.
I termini dello scambio sono chiari: il salvataggio dal tracollo economico di un paese sull’orlo della bancarotta in cambio di forniture energetiche (green?) e la militarizzazione del Mediterraneo per fermare il flusso di disperati verso l’Europa.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
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Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
di Arianna Poletti
Con l’economia del Paese nordafricano sempre più in difficoltà, l’intreccio tra sostegno finanziario ed esternalizzazione delle frontiere si fa sempre più stretto. E ora spunta una nuova ipotesi: rimpatriare in Tunisia anche cittadini di altri Paesi.
Durante i mesi di brutto tempo in Tunisia, il governo italiano ha più volte dichiarato di aver compiuto «numerosi passi avanti nella difesa dei nostri confini», riferendosi al calo degli arrivi di migranti via mare dal Paese nordafricano.
Ora che il sole estivo torna a splendere sulle coste del Sud tunisino, però, le agenzie stampa segnalano un nuovo «aumento delle partenze».
Secondo l’Ansa, durante le notti del 18 e 19 giugno, Lampedusa ha contato prima dodici, poi altri quindici sbarchi. Gli arrivi sono stati 18, con 290 persone in totale, anche tra la mezzanotte e le due del 23 giugno.
Come accadeva durante i mesi di febbraio e marzo, a raggiungere le coste siciliane sono soprattutto ivoriani, malesi, ghanesi, nigeriani, sudanesi, egiziani. I principali porti di partenza delle persone che raggiungono l’Italia via mare, nel 2023, si trovano soprattutto in Tunisia.
È durante questo giugno piovoso che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è atterrata a Tunisi non una ma ben due volte, con l’intento di negoziare quello che ha tutta l’aria di uno scambio: un maggior sostegno finanziario al bilancio di una Tunisia sempre più in crisi in cambio di ulteriori azioni di militarizzazione del Mediterraneo centrale.
Gli aiuti economici promessi da Bruxelles, necessari perché la Tunisia eviti la bancarotta, sono condizionati alla firma di un nuovo accordo con il Fondo monetario internazionale.
Il prezzo da pagare, però, sono ulteriori passi avanti nel processo di esternalizzazione della frontiera dell’Unione europea. Un processo già avviato da anni che, come abbiamo raccontato nelle precedenti puntate di #TheBigWall, si è tradotto in finanziamenti alla Tunisia per un valore di 59 milioni di euro dal 2011 a oggi, sotto forma di una lunga lista di equipaggiamenti a beneficio del ministero dell’Interno tunisino.
Che l’Italia si stia nuovamente muovendo in questo senso, è stato reso noto dalla documentazione raccolta tramite accesso di richiesta agli atti da IrpiMedia in collaborazione con ActionAid sull’ultimo finanziamento di 12 milioni di euro approvato a fine 2022.
A dimostrarlo, è anche l’ultima gara d’appalto pubblicata da Unops, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Servizi di Progetto, che dal 2020 fa da intermediario tra il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale italiano (Maeci) e il ministero dell’Interno tunisino, per la fornitura di sette nuove motovedette, in scadenza proprio a giugno.
Le motovedette si sommano al recente annuncio, reso noto da Altreconomia a marzo 2023, della fornitura di 100 pick-up Nissan Navara alla Guardia nazionale tunisina.
Con una differenza, però: Roma non negozia più da sola con Tunisi, ma si impone come mediatrice tra il Paese nordafricano e l’Unione europea.
Secondo le informazioni confidenziali diffuse da una fonte diplomatica vicina ai negoziati Tunisia-Ue, la lista più recente sottoposta dalla Tunisia alla Commissione europea includerebbe anche «droni, elicotteri e nuove motovedette per un totale di ulteriori 200 milioni di euro».
Durante la visita del 19 giugno, anche la Francia ha annunciato un nuovo sostegno economico a Tunisi del valore di 26 milioni di euro finalizzato a «contrastare la migrazione».
Il prezzo del salvataggio dalla bancarotta sono i migranti
Entro fine giugno è attesa la firma del nuovo memorandum tra Unione europea e Tunisia. Ad annunciarlo è stata la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, arrivata a Tunisi l’11 giugno insieme a Giorgia Meloni e a Mark Rutte, il primo ministro olandese.
La visita ha fatto seguito al Consiglio dell’Ue, il vertice che riunisce i ministri competenti per discutere e votare proposte legislative della Commissione in cui sono stati approvati alcuni provvedimenti che faranno parte del Patto sulla migrazione e l’asilo.
L’intesa, che dovrebbe sostituire anche il controverso Regolamento di Dublino ma deve ancora essere negoziata con l’Europarlamento, si lega alle trattative con la Tunisia.
Tra i due dossier esiste un parallelismo tracciato dalla stessa Von Der Leyen che, a seguito del recente naufragio di fronte alle coste greche, ha dichiarato: «Sulla migrazione dobbiamo agire in modo urgente sia sul quadro delle regole che in azioni dirette e concrete. Per esempio, il lavoro che stiamo facendo con la Tunisia per stabilizzare il Paese, con l’assistenza finanziaria e investendo nella sua economia».
Il Patto sulla migrazione e l’asilo e il Regolamento di Dublino
Nel frattempo, in Tunisia, la situazione economica si è fatta sempre più complicata. Il 9 giugno, infatti, l’agenzia di rating Fitch ha declassato il Paese a “-CCC” per quanto riguarda l’indice Idr, Issuer default ratings, ovvero il misuratore della capacità di solvenza di aziende e fondi sovrani. Più è basso, più è alta la possibilità, secondo Fitch, che il Paese (o la società, quando l’indice Idr si applica alle società) possa finire in bancarotta.
Colpa principalmente delle trattative fallite tra il governo di Tunisi e il Fondo monetario internazionale (Fmi): ad aprile 2023, il presidente Kais Saied ha rifiutato pubblicamente un prestito da 1,9 miliardi di dollari.
Principale ragione del diniego tunisino sono stati i «diktat», ha detto Saied il 6 aprile, imposti dal Fmi, cioè una serie di riforme con possibili costi sociali molto alti. Al discorso, sono seguite settimane di insistente lobbying da parte italiana, a Tunisi come a Washington, perché si tornasse a discutere del prestito.
Gli aiuti promessi da Von der Leyen in visita a Tunisi (900 milioni di euro di prestito condizionato, oltre ai 150 milioni di sostegno bilaterale al bilancio) sono infatti condizionati al sì dell’Fmi.
La Tunisia, quindi, ha bisogno sempre più urgentemente di sostegno finanziario internazionale per riuscire a chiudere il bilancio del 2023 e a rispettare le scadenze del debito pubblico estero. E le trattative per fermare i flussi migratori si intensificano.
A giugno 2023, come riportato da AnsaMed, Meloni ha dichiarato di voler «risolvere alla partenza» la questione migranti, proprio durante la firma del Patto sull’asilo a Bruxelles. Finanziamenti in cambio di misure di controllo delle partenze, quindi. Ma di che tipo? Per un’ipotesi che tramonta, un’altra sembra prendere corpo.
I negoziati per il nuovo accordo di riammissione
La prima ipotesi è trasformare la Tunisia in un hotspot, una piattaforma esterna all’Unione europea per lo smistamento di chi avrebbe diritto a una forma di protezione e chi invece no.
È un’idea vecchia, che compariva già nelle bozze di accordi Ue-Tunisia fermi al 2018, dove veniva fatto esplicito riferimento ad «accordi regionali di sbarco» tra Paesi a Nord del Mediterraneo e Paesi a Sud, e a «piattaforme di sbarco [...] complementari a centri controllati nel territorio Ue».
All’epoca, la Tunisia rispose con un secco «no» e anche oggi sembra che l’esito sarà simile. Secondo una fonte vicina alle trattative in corso per il memorandum con l’Ue, «è improbabile che la Tunisia accetti di accogliere veri e propri centri di smistamento sul territorio».
L’opinione del presidente tunisino Kais Saied, infatti, è ben diversa dai toni concilianti con i quali ha accolto i rappresentanti politici europei, da Meloni ai ministri dell’Interno di Francia (Gérald Darmanin) e Germania (Nancy Faeser), questi ultimi incontrati lo scorso 19 giugno. Saied ha più volte ribadito che «non saremo i guardiani dell’Europa», provando a mantenere la sua immagine pubblica di “anti-colonialista” e sovranista.
Sotto la crescente pressione economica, esiste comunque la possibilità che il presidente tunisino scenda a più miti consigli e rivaluti l’idea della Tunisia come hotspot.
In questo scenario, i Paesi Ue potrebbero rimandare in Tunisia non solo persone tunisine a cui è negata la richiesta d’asilo, ma anche persone di altre nazionalità che hanno qualche tipo di legame (ancora tutto da definire nei dettagli) con la Tunisia. Il memorandum Tunisia-Ue, quindi, potrebbe includere delle clausole relative non solo ai rimpatri dei cittadini tunisini, ma anche alle riammissioni di cittadini di altri Paesi.
A sostegno di questa seconda ipotesi ci sono diversi elementi. Il primo è un documento della Commissione europea sulla cooperazione estera in ambito migratorio, visionato da IrpiMedia, datato maggio 2022, ma anticipato da una bozza del 2017. Nel documento, in riferimento a futuri accordi di riammissione, si legge che la Commissione avrebbe dovuto lanciare, «entro la fine del 2022», «i primi partenariati con i Paesi nordafricani, tra cui la Tunisia».
Il secondo elemento è contenuto nell’accordo raggiunto dal Consiglio sul Patto. Su pressione dell’Italia, la proposta di legge prevede la possibilità di mandare i richiedenti asilo in un Paese terzo considerato sicuro, sulla base di una serie di fattori legati al rispetto dei diritti umani in generale e dei richiedenti asilo più nello specifico.
I dubbi sulla Tunisia, Paese terzo sicuro
A marzo 2023 – durante il picco di partenze dalla Tunisia a seguito di un violento discorso del presidente nei confronti della comunità subsahariana nel Paese – la lista dei Paesi di origine considerati sicuri è stata aggiornata, e include ormai non solo la Tunisia stessa, sempre più insicura, come raccontato nelle puntate precedenti, ma anche la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria. Che rappresentano ormai le prime nazionalità di sbarco.
In questo senso, aveva attirato l’attenzione la richiesta da parte delle autorità tunisine a inizio 2022 di laboratori mobili per il test del DNA, utilizzati spesso nei commissariati sui subsahariani in situazione di regolarità o meno.
Eppure, nel contesto la situazione della comunità subsahariana nel Paese resta estremamente precaria. Solo la settimana scorsa un migrante di origine non chiara, ma subsahariano, è stato accoltellato nella periferia di Sfax, dove la tensione tra famiglie tunisine in situazioni sempre più precarie e subsahariani continua a crescere.
Malgrado un programma di ritorno volontario gestito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), continua a esistere una tendopoli di fronte alla sede dell’organizzazione internazionale. La Tunisia, dove manca un quadro legale sul diritto di asilo che tuteli quindi chi viene riconosciuto come rifugiato da UNHCR, continua a non essersi dotata di una zona Sar (Search & Rescue).
Proprio a questo fa riferimento esplicito la bozza del nuovo patto sull’asilo firmato a Bruxelles. Una delle condizioni richieste, allora, potrebbe essere proprio quella di notificare all’Organizzazione marittima internazionale (Imo) una zona Sar una volta ottenuti tutti gli equipaggiamenti richiesti dal ministero dell’Interno tunisino.
Fonte
01/05/2019
Salvini gonfia le casse di CasaPound
I giornali democrat – a partire dalla solita Repubblica – si scandalizzano perché Matteo Salvini fa pubblicare un libro-intervista con una casa editrice sconosciuta ai più, ma “del giro CasaPound”.
Saremmo d’accordo – per una volta – con la testata fondata da Scalfari, se non fosse per la fastidiosa abitudine a occuparsi del dito invece che della Luna.
Ci spieghiamo. Lo “scandalo”, per Repubblica, sta tutto nella esibita (e rivendicata!) contiguità ideologica tra il selfistico ministro dell’interno e un movimento dichiaratamente fascista (“del terzo millennio” non ne cambia la natura) che, come ministro dell’interno, dovrebbe invece sciogliere, facendone incriminare dirigenti e membri attivi, con un voluminoso dossier da sottoporre alla magistratura. La quale, sia detto per onestà e completezza, avrebbe tutti gli strumenti di legge per procedere anche autonomamente, ma...
Per esempio: l’articolo a firma di Gabriele Isman chiama in causa l’editore e fabbricante di giubbotti, Francesco Polacchi, offrendogli l’occasione per un megaspot pubblicitario gratuito. Senza fargli neppure mezza domanda “scomoda”.
Dietro il titolo, nulla; secondo la tradizione...
A noi invece appare che la cosa grave sia quella di cui Repubblica non parla. Scegliere di dare un’intervista a una “giornalista d’area Casapound” o – che è lo stesso – accettare di farla, significa rendere possibile un’operazione economica di grandi dimensioni, almeno stando alle previsioni.
La vanità di un politico sotto i riflettori h24, che punta a nobilitare le sue battute consegnandole a un ben più dignitoso libro, avrebbe logicamente consigliato d’affidarsi a un grande nome giornalistico (per quanto non goda affatto della nostra considerazione, il purtroppo noto Maurizio Belpietro firma “soltanto” la prefazione). E naturalmente di darlo alle stampe con una casa editrice di prima fascia, che possiede know how, comunicazione, distributori e catene di punti vendita; oltre a decine di recensori “disponibili” nelle diverse testate giornalistiche.
Non ne mancano, anche a destra, a cominciare dalla berlusconiana Mondadori. Ma crediamo che non sarebbe dispiaciuto neanche a Rizzoli o qualcun altro.
E invece no. Giornalista sconosciuta, casa editrice “di nicchia”.
Sappiamo bene quanto sia difficile per le piccole case editrici “di nicchia” guadagnarsi un briciolo di attenzione mediatica. Quanta fatica si faccia per trovare dei distributori (i libri debbono pur sempre arrivare su qualche scaffale, di libreria o supermercato). E quanta per non farsi rapinare tutto il (poco) incasso contrattando sulle percentuali rispetto al prezzo.
Un ministro “di chiara fama” che pubblica con una casa editrice ignota le conferisce, già sul piano pubblicitario, un asset di rilievo; la fa uscire dal cono d’ombra (o “dalle fogne”, secondo la più nota definizione antifascista) del “giro stretto”.
Ma c’è di più. Le offre un’occasione di guadagno che non non si osava neanche sperare, neppure nei deliri di onnipotenza che pure abitano spesso le teste di destra. Non conosciamo ancora la tiratura, ma “con un nome così” sarebbe stupido non partire con decine di migliaia di copie.
E il libro è una merce molto particolare. I costi iniziali – impaginazione, editing, messa in stampa (non ci sono più le lastre, si fa tutto in digitale) ecc. – sono praticamente uguali sia che ne stampi 10 copie o un milione. Se non vendi almeno 300 copie è difficile coprire i costi di produzione. Ma una volta superato il break even – carta a parte (ovvio che per stampare molte copie serve molta carta e un po’ d’inchiostro in più) – è tutto guadagno (sottratta la percentuale spettante a librai e distributore, in totale circa il 50%).
Peccato che due nazistucoli di paese, un po’ più vigliacchi della media, siano andati a stuprare una donna proprio alla vigilia del lancio...
Conclusione. Salvini, ministro dell’interno che dovrebbe far applicare alcune leggi dello Stato contro chi tenta di “ricostituire il partito fascista”, si offre invece indirettamente come finanziatore di quel movimento fascista. Non c’è male come contributo alla diffusione dell’odio razziale e sociale.
Ma non fatelo notare a Repubblica. Potrebbero arrivare a sospettare il perché l’unico sgombero che la polizia non vuol fare è quello di via Napoleone III...
Fonte
Saremmo d’accordo – per una volta – con la testata fondata da Scalfari, se non fosse per la fastidiosa abitudine a occuparsi del dito invece che della Luna.
Ci spieghiamo. Lo “scandalo”, per Repubblica, sta tutto nella esibita (e rivendicata!) contiguità ideologica tra il selfistico ministro dell’interno e un movimento dichiaratamente fascista (“del terzo millennio” non ne cambia la natura) che, come ministro dell’interno, dovrebbe invece sciogliere, facendone incriminare dirigenti e membri attivi, con un voluminoso dossier da sottoporre alla magistratura. La quale, sia detto per onestà e completezza, avrebbe tutti gli strumenti di legge per procedere anche autonomamente, ma...
Per esempio: l’articolo a firma di Gabriele Isman chiama in causa l’editore e fabbricante di giubbotti, Francesco Polacchi, offrendogli l’occasione per un megaspot pubblicitario gratuito. Senza fargli neppure mezza domanda “scomoda”.
Dietro il titolo, nulla; secondo la tradizione...
A noi invece appare che la cosa grave sia quella di cui Repubblica non parla. Scegliere di dare un’intervista a una “giornalista d’area Casapound” o – che è lo stesso – accettare di farla, significa rendere possibile un’operazione economica di grandi dimensioni, almeno stando alle previsioni.
La vanità di un politico sotto i riflettori h24, che punta a nobilitare le sue battute consegnandole a un ben più dignitoso libro, avrebbe logicamente consigliato d’affidarsi a un grande nome giornalistico (per quanto non goda affatto della nostra considerazione, il purtroppo noto Maurizio Belpietro firma “soltanto” la prefazione). E naturalmente di darlo alle stampe con una casa editrice di prima fascia, che possiede know how, comunicazione, distributori e catene di punti vendita; oltre a decine di recensori “disponibili” nelle diverse testate giornalistiche.
Non ne mancano, anche a destra, a cominciare dalla berlusconiana Mondadori. Ma crediamo che non sarebbe dispiaciuto neanche a Rizzoli o qualcun altro.
E invece no. Giornalista sconosciuta, casa editrice “di nicchia”.
Sappiamo bene quanto sia difficile per le piccole case editrici “di nicchia” guadagnarsi un briciolo di attenzione mediatica. Quanta fatica si faccia per trovare dei distributori (i libri debbono pur sempre arrivare su qualche scaffale, di libreria o supermercato). E quanta per non farsi rapinare tutto il (poco) incasso contrattando sulle percentuali rispetto al prezzo.
Un ministro “di chiara fama” che pubblica con una casa editrice ignota le conferisce, già sul piano pubblicitario, un asset di rilievo; la fa uscire dal cono d’ombra (o “dalle fogne”, secondo la più nota definizione antifascista) del “giro stretto”.
Ma c’è di più. Le offre un’occasione di guadagno che non non si osava neanche sperare, neppure nei deliri di onnipotenza che pure abitano spesso le teste di destra. Non conosciamo ancora la tiratura, ma “con un nome così” sarebbe stupido non partire con decine di migliaia di copie.
E il libro è una merce molto particolare. I costi iniziali – impaginazione, editing, messa in stampa (non ci sono più le lastre, si fa tutto in digitale) ecc. – sono praticamente uguali sia che ne stampi 10 copie o un milione. Se non vendi almeno 300 copie è difficile coprire i costi di produzione. Ma una volta superato il break even – carta a parte (ovvio che per stampare molte copie serve molta carta e un po’ d’inchiostro in più) – è tutto guadagno (sottratta la percentuale spettante a librai e distributore, in totale circa il 50%).
Peccato che due nazistucoli di paese, un po’ più vigliacchi della media, siano andati a stuprare una donna proprio alla vigilia del lancio...
Conclusione. Salvini, ministro dell’interno che dovrebbe far applicare alcune leggi dello Stato contro chi tenta di “ricostituire il partito fascista”, si offre invece indirettamente come finanziatore di quel movimento fascista. Non c’è male come contributo alla diffusione dell’odio razziale e sociale.
Ma non fatelo notare a Repubblica. Potrebbero arrivare a sospettare il perché l’unico sgombero che la polizia non vuol fare è quello di via Napoleone III...
Fonte
04/09/2016
Come l’Ue finanzia l’industria della guerra israeliana
I fondi di ricerca europei sono stati una fonte di finanziamento molto importante per le università, le imprese e le istituzioni israeliane. Benché Israele non sia un paese membro dell’UE, dal 1995 i candidati israeliani hanno avuto la possibilità di accedere ai fondi di ricerca europei sulla stessa base dei paesi membri UE, tramite l’accordo di cooperazione fra UE e Israele. Durante l’ultimo ciclo di finanziamenti alla ricerca, in corso dal 2007 al 2014 e conosciuto come FP7, una quota significativa dei fondi sono andati a candidati israeliani. Infatti fra oltre 200 progetti sulla sicurezza nel ciclo di finanziamento FP7 almeno uno su cinque includeva un partner israeliano[1].
Nel programma Horizon2020 sono stati messi a disposizione 77 miliardi di euro come borse di ricerca per il periodo 2013-2020. I fondi di ricerca devono essere utilizzati per applicazioni di tipo strettamente civile. Nessun fondo dovrebbe quindi essere allocato per utilizzi di tipo militare.
Molti candidati israeliani hanno già ottenuto fondi del programma Horizon2020, includendo imprese militari israeliane come la Elbit e le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI). Ci sono già stati 162 progetti a cui hanno partecipato imprese israeliane, con un budget di circa 452.3 milioni di euro[2]. Mentre i fondi di ricerca sono presumibilmente andati solo a progetti con applicazioni di tipo civile, molti dei progetti hanno in realtà una doppia natura d’uso, sollevando interrogativi sul fatto che i fondi siano in realtà utilizzati per supportare applicazioni di tipo militari, o lo faranno in futuro.
Quali sono gli elementi con doppia natura d’uso (prodotti, servizi o tecnologie)?
Elementi con doppia natura d’uso sono prodotti, includendo software o tecnologia, che possono essere utilizzati sia per scopi militari che per scopi civili. Sono prodotti generici o tecnologie che possono avere applicazioni civili ma anche militari. Alcuni esempi includono: sistemi senza pilota (come i droni), la robotica, la nano-elettronica, le tecnologie ICT, i sensori, lo stoccaggio di energia, la fotonica, la stampa 3D e la biometria.
Il finanziamento di elementi con doppia natura d’uso è permesso da Horizon2020?
Horizon2020 permette il finanziamento di elementi con doppia natura d’uso nella misura in cui la ricerca sia “totalmente motivata da, e limitata a, applicazioni civili”[3]. Le restrizioni ai finanziamenti non si focalizzano sulle parti in causa, né sull’argomento della ricerca, ma solo sulle applicazioni della ricerca. Pertanto ad esempio un candidato che sia un’impresa militare può ricevere fondi per un programma su un argomento come gli esplosivi, se la ricerca che è finanziata ad applicazioni strettamente civili (ad esempio gli esplosivi usati nella costruzione di autostrade per uso civile).
Cosa succede se il finanziamento è andato – intenzionalmente o no – a supportare applicazioni militari?
Le linee guida di Horizon2020 mettono in guardia contro potenziali usi erronei della ricerca, e raccomandano di prendere precauzioni (come la nomina di un “consigliere etico” [ethics advisor] o di una commissione etica indipendente) per evitare conseguenze non volute della ricerca. Se le linee guida del finanziamento sono state violate, i destinatari possono quindi trovarsi in violazione dei loro obblighi ai sensi della convenzione di finanziamento, e possono avere il loro finanziamento ridotto o terminato.
Che cosa definisce un’applicazione civile rispetto ad una militare?
Le linee guida di Horizon2020 non sembrano avere una chiara definizione di “civile”, oltre a quella di “non militare”. Le “applicazioni civili” sembrano includere molte aree collegate alla sicurezza (come polizia interna, pattugliamento delle frontiere, sicurezza aeroportuale, sicurezza informatica, ecc). Le imprese militari si stanno allontanando sempre di più dalla guerra convenzionale contro i nemici esterni mentre si approcciano al conflitto interno verso il proprio popolo, per usare una frase di Jeff Halper “le guerre verso le persone”. Perfino quando diretta verso nemici esterni la guerra sta facendo sempre più uso di operazioni di “anti-terrorismo”, che fanno uso di molte di queste tecnologie di sicurezza.
Come sta venendo usato Horizon2020 per supportare progetti militari?
Mentre le linee guida di Horizon2020 sostengono che esso abbia un focus esclusivo sulle applicazioni civili, la Commissione Europea sta aiutando attivamente le compagnie militari e le istituzioni a superare questo ostacolo, ad esempio lavorando con la European Defense Agency (EDA) per “trovare sinergie” fra Horizon2020 e le attività di ricerca dell’EDA[4]. Una guida pubblicata dalla Commissione Europea nel 2014, “EU funding for Dual Use” (il finanziamento europeo per scopi duali) suggerisce vari modi in cui le aziende belliche possono sviluppare prodotti e tecnologie di doppio uso civile e militare. La guida spiega due modi in cui farlo[5]. Il primo è tramite un processo “in house”, tramite il quale le compagnie militari stesse fanno domanda per i fondi per progetti con applicazioni civili. In seguito la compagnia può adottare il prodotto per uso militare[6].
In alternativa possono essere usate alcune forme di esternalizzazione (licenze, joint venture, spin-off, start-up, o collaborazione tra le imprese). Ad esempio una piccola start-up può sviluppare un progetto con applicazione civile, e poi uscire dal mercato vendendolo ad un’impresa militare più grossa. L’impresa militare può successivamente dedicarsi ad un “adattamento del prodotto” e fare un uso militare della tecnologia. In questo modo le imprese militari possono risparmiare sui costi di sviluppo interni della tecnologia, lasciando che siano piccole e medie imprese a svilupparla (con l’aiuto dei fondi Horizon2020). Alcune aziende belliche hanno perfino creato venture fund per aiutare piccole start-up a sviluppare tecnologie per un loro uso successivo da parte di imprese militari più grandi[7].
La guida pubblicata dalla Commissione Europea nel 2014 sottolinea una serie di modi in cui i governi possono aiutare le imprese a utilizzare l’uso duale (civile e militare) per diversificare i propri prodotti da una sfera (civile) all’altra (militare). Suggerisce che le autorità pubbliche possano fornire supporto indiretto con: osservatori di intelligence (raccogliendo intelligence riguardo a prodotti e tecnologie), trasferimento di tecnologie e saperi, esternalizzazione, creazione di spin-off e joint venture, eventi di connessione fra imprese e clienti, diversificazione (aiutare le imprese ad entrare in nuovi mercati), stabilire incubatori di imprese che si dedichino all’uso duale (aiutare gli imprenditori a tramutare le proprie idee in imprese commerciali), esibizioni di tecnologia e attività di connessione fra i vari attori, e stabilimento cluster di imprese che si occupano di uso duale (portare insieme le imprese in un luogo geografico).
In aggiunta la guida offre una panoramica di varie programmi di finanziamento UE a cui le compagnie possono accedere, incluso Horizon2020. Raccomanda che nell’accedere ad Horizon2020 i candidati “si limitino a tecnologie di base che possono essere poi adattate per applicazioni di difesa”[8].
Perché l’uso sbagliato del doppio utilizzo è particolarmente preoccupante?
Israele è stata all’avanguardia nello sviluppo di tecnologie militari (come i droni) che utilizza nella sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, così come nelle sue guerre ricorrenti contro Gaza. Le azioni di Israele sono state ripetutamente trovate colpevoli di violazioni della legge internazionale e delle risoluzioni ONU, e condannate da gran parte della comunità internazionale. Perciò perché l’Unione Europa aiuta Israele fornendogli accesso ai suoi programmi di finanziamento alla ricerca, pagati dai contribuenti europei?
In breve, l’UE si presenta in pubblico dichiarando di non finanziare progetti con applicazioni militari tramite Horizon2020, ma in realtà li finanzia dietro le quinte, in particolare incoraggiando le imprese a sviluppare a prodotti e tecnologie di uso sia civile che militare che possano essere successivamente adattati per gli scopi del settore militare.
EUROPEAN COORDINATION OF COMMITTEES AND ASSOCIATIONS FOR PALESTINE
Articolo originale, traduzione a cura di Panofsky
Note
[1] Ben Hayes, “How the EU subsidises Israel’s military-industrial complex,” OpenDemocracy.net, March 6, 2013.
[2] Stop Wapenhandel, Combat proven: Nederlandse militaire relaties met Israel, June 2016, pg. 31.
[3] Explanatory note on “exclusive focus on civil applications.”
[4] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 43.
[5] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 9.
[6] Inoltre , Shir Hever fa notare che dal momento che le aziende tendono a utilizzare la stessa infrastruttura ( laboratori di ricerca , spazi per uffici , personale , etc.) per i loro progetti civili e militari i fondi destinati al progetto civile possono indirettamente sostenere progetti militari .
[7] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 18.
[8] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 48.
Fonte
Nel programma Horizon2020 sono stati messi a disposizione 77 miliardi di euro come borse di ricerca per il periodo 2013-2020. I fondi di ricerca devono essere utilizzati per applicazioni di tipo strettamente civile. Nessun fondo dovrebbe quindi essere allocato per utilizzi di tipo militare.
Molti candidati israeliani hanno già ottenuto fondi del programma Horizon2020, includendo imprese militari israeliane come la Elbit e le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI). Ci sono già stati 162 progetti a cui hanno partecipato imprese israeliane, con un budget di circa 452.3 milioni di euro[2]. Mentre i fondi di ricerca sono presumibilmente andati solo a progetti con applicazioni di tipo civile, molti dei progetti hanno in realtà una doppia natura d’uso, sollevando interrogativi sul fatto che i fondi siano in realtà utilizzati per supportare applicazioni di tipo militari, o lo faranno in futuro.
Quali sono gli elementi con doppia natura d’uso (prodotti, servizi o tecnologie)?
Elementi con doppia natura d’uso sono prodotti, includendo software o tecnologia, che possono essere utilizzati sia per scopi militari che per scopi civili. Sono prodotti generici o tecnologie che possono avere applicazioni civili ma anche militari. Alcuni esempi includono: sistemi senza pilota (come i droni), la robotica, la nano-elettronica, le tecnologie ICT, i sensori, lo stoccaggio di energia, la fotonica, la stampa 3D e la biometria.
Il finanziamento di elementi con doppia natura d’uso è permesso da Horizon2020?
Horizon2020 permette il finanziamento di elementi con doppia natura d’uso nella misura in cui la ricerca sia “totalmente motivata da, e limitata a, applicazioni civili”[3]. Le restrizioni ai finanziamenti non si focalizzano sulle parti in causa, né sull’argomento della ricerca, ma solo sulle applicazioni della ricerca. Pertanto ad esempio un candidato che sia un’impresa militare può ricevere fondi per un programma su un argomento come gli esplosivi, se la ricerca che è finanziata ad applicazioni strettamente civili (ad esempio gli esplosivi usati nella costruzione di autostrade per uso civile).
Cosa succede se il finanziamento è andato – intenzionalmente o no – a supportare applicazioni militari?
Le linee guida di Horizon2020 mettono in guardia contro potenziali usi erronei della ricerca, e raccomandano di prendere precauzioni (come la nomina di un “consigliere etico” [ethics advisor] o di una commissione etica indipendente) per evitare conseguenze non volute della ricerca. Se le linee guida del finanziamento sono state violate, i destinatari possono quindi trovarsi in violazione dei loro obblighi ai sensi della convenzione di finanziamento, e possono avere il loro finanziamento ridotto o terminato.
Che cosa definisce un’applicazione civile rispetto ad una militare?
Le linee guida di Horizon2020 non sembrano avere una chiara definizione di “civile”, oltre a quella di “non militare”. Le “applicazioni civili” sembrano includere molte aree collegate alla sicurezza (come polizia interna, pattugliamento delle frontiere, sicurezza aeroportuale, sicurezza informatica, ecc). Le imprese militari si stanno allontanando sempre di più dalla guerra convenzionale contro i nemici esterni mentre si approcciano al conflitto interno verso il proprio popolo, per usare una frase di Jeff Halper “le guerre verso le persone”. Perfino quando diretta verso nemici esterni la guerra sta facendo sempre più uso di operazioni di “anti-terrorismo”, che fanno uso di molte di queste tecnologie di sicurezza.
Come sta venendo usato Horizon2020 per supportare progetti militari?
Mentre le linee guida di Horizon2020 sostengono che esso abbia un focus esclusivo sulle applicazioni civili, la Commissione Europea sta aiutando attivamente le compagnie militari e le istituzioni a superare questo ostacolo, ad esempio lavorando con la European Defense Agency (EDA) per “trovare sinergie” fra Horizon2020 e le attività di ricerca dell’EDA[4]. Una guida pubblicata dalla Commissione Europea nel 2014, “EU funding for Dual Use” (il finanziamento europeo per scopi duali) suggerisce vari modi in cui le aziende belliche possono sviluppare prodotti e tecnologie di doppio uso civile e militare. La guida spiega due modi in cui farlo[5]. Il primo è tramite un processo “in house”, tramite il quale le compagnie militari stesse fanno domanda per i fondi per progetti con applicazioni civili. In seguito la compagnia può adottare il prodotto per uso militare[6].
In alternativa possono essere usate alcune forme di esternalizzazione (licenze, joint venture, spin-off, start-up, o collaborazione tra le imprese). Ad esempio una piccola start-up può sviluppare un progetto con applicazione civile, e poi uscire dal mercato vendendolo ad un’impresa militare più grossa. L’impresa militare può successivamente dedicarsi ad un “adattamento del prodotto” e fare un uso militare della tecnologia. In questo modo le imprese militari possono risparmiare sui costi di sviluppo interni della tecnologia, lasciando che siano piccole e medie imprese a svilupparla (con l’aiuto dei fondi Horizon2020). Alcune aziende belliche hanno perfino creato venture fund per aiutare piccole start-up a sviluppare tecnologie per un loro uso successivo da parte di imprese militari più grandi[7].
La guida pubblicata dalla Commissione Europea nel 2014 sottolinea una serie di modi in cui i governi possono aiutare le imprese a utilizzare l’uso duale (civile e militare) per diversificare i propri prodotti da una sfera (civile) all’altra (militare). Suggerisce che le autorità pubbliche possano fornire supporto indiretto con: osservatori di intelligence (raccogliendo intelligence riguardo a prodotti e tecnologie), trasferimento di tecnologie e saperi, esternalizzazione, creazione di spin-off e joint venture, eventi di connessione fra imprese e clienti, diversificazione (aiutare le imprese ad entrare in nuovi mercati), stabilire incubatori di imprese che si dedichino all’uso duale (aiutare gli imprenditori a tramutare le proprie idee in imprese commerciali), esibizioni di tecnologia e attività di connessione fra i vari attori, e stabilimento cluster di imprese che si occupano di uso duale (portare insieme le imprese in un luogo geografico).
In aggiunta la guida offre una panoramica di varie programmi di finanziamento UE a cui le compagnie possono accedere, incluso Horizon2020. Raccomanda che nell’accedere ad Horizon2020 i candidati “si limitino a tecnologie di base che possono essere poi adattate per applicazioni di difesa”[8].
Perché l’uso sbagliato del doppio utilizzo è particolarmente preoccupante?
Israele è stata all’avanguardia nello sviluppo di tecnologie militari (come i droni) che utilizza nella sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, così come nelle sue guerre ricorrenti contro Gaza. Le azioni di Israele sono state ripetutamente trovate colpevoli di violazioni della legge internazionale e delle risoluzioni ONU, e condannate da gran parte della comunità internazionale. Perciò perché l’Unione Europa aiuta Israele fornendogli accesso ai suoi programmi di finanziamento alla ricerca, pagati dai contribuenti europei?
In breve, l’UE si presenta in pubblico dichiarando di non finanziare progetti con applicazioni militari tramite Horizon2020, ma in realtà li finanzia dietro le quinte, in particolare incoraggiando le imprese a sviluppare a prodotti e tecnologie di uso sia civile che militare che possano essere successivamente adattati per gli scopi del settore militare.
EUROPEAN COORDINATION OF COMMITTEES AND ASSOCIATIONS FOR PALESTINE
Articolo originale, traduzione a cura di Panofsky
Note
[1] Ben Hayes, “How the EU subsidises Israel’s military-industrial complex,” OpenDemocracy.net, March 6, 2013.
[2] Stop Wapenhandel, Combat proven: Nederlandse militaire relaties met Israel, June 2016, pg. 31.
[3] Explanatory note on “exclusive focus on civil applications.”
[4] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 43.
[5] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 9.
[6] Inoltre , Shir Hever fa notare che dal momento che le aziende tendono a utilizzare la stessa infrastruttura ( laboratori di ricerca , spazi per uffici , personale , etc.) per i loro progetti civili e militari i fondi destinati al progetto civile possono indirettamente sostenere progetti militari .
[7] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 18.
[8] European Commission, EU Funding for Dual Use: Guide for Regions and SMEs, 2014, pg. 48.
Fonte
19/08/2016
Ragazze schiave. Il governo taglia i fondi e se ne frega
Il divario tra retorica governativa e atti concreti dell'esecutivo sta diventando evidente anche a quelli che si erano illusi bastasse la “gioventù” dei neoministri a garantire una gestione migliore della cosa pubblica.
Chi sta passando nelle forche caudine del Jobs Act o guarda con giusta preoccupazione ogni discorso sulle pensioni, o sui dipendenti pubblici, lo ha capito benissimo. Ma anche il piano relativamente meno osservabile dei “diritti umani” mostra uno scarto clamoroso.
Quando si parla di migranti o profughi, infatti, ogni figurante della maggioranza di governo si riempie la bocca con frasi fatte (e scritte da spin doctor in crisi di creatività) sui “trafficanti di carne umana”, ovviamente da distruggere con la massima determinazione e severità per favorire al massimo la “liberazione dei nuovi schiavi” dalle mani delle mafie, estere o autoctone che siano.
Peccato che le delibere concrete dicano tutt'altro. Anzi, l'opposto.
La denuncia arriva dal settimanale Internazionale, che rivela come il dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio abbia stilato una ben strana lista delle regioni che potranno ottenere finanziamenti per i servizi contro la tratta, in primo luogo delle prostitute. Appena 13 milioni, poca roba, da cui saranno comunque escluse “Sardegna, Basilicata, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e alcune zone della Sicilia”. In queste zone le donne costrette a prostituirsi per “ripagare” l'ingresso in Italia non avranno più nessun servizio para-pubblico cui rivolgersi a partire dal 1 settembre.
E dire che proprio la Sicilia, per esempio, costituisce un terminale dove “arrivano ogni anno migliaia di ragazze nigeriane originarie di Benin City e dello stato di Edo”. Il bello, diciamo così, è che alla base di questa illogica selezione non c'è altro che una “vecchissima” attitudine burocratica, per nulla scalfita dal fatto che il dipartimento in questione sia alle dirette dipendenze di Matteo Renzi. Racconta infatti l'Internazionale:
Ma che ci volete fare... Abbiamo un governo tutto chiacchiere e distintivo, per cui l'unica cosa che conta è occupare i telegiornali e tenere sotto controllo i media mainstream.
Fonte
Chi sta passando nelle forche caudine del Jobs Act o guarda con giusta preoccupazione ogni discorso sulle pensioni, o sui dipendenti pubblici, lo ha capito benissimo. Ma anche il piano relativamente meno osservabile dei “diritti umani” mostra uno scarto clamoroso.
Quando si parla di migranti o profughi, infatti, ogni figurante della maggioranza di governo si riempie la bocca con frasi fatte (e scritte da spin doctor in crisi di creatività) sui “trafficanti di carne umana”, ovviamente da distruggere con la massima determinazione e severità per favorire al massimo la “liberazione dei nuovi schiavi” dalle mani delle mafie, estere o autoctone che siano.
Peccato che le delibere concrete dicano tutt'altro. Anzi, l'opposto.
La denuncia arriva dal settimanale Internazionale, che rivela come il dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio abbia stilato una ben strana lista delle regioni che potranno ottenere finanziamenti per i servizi contro la tratta, in primo luogo delle prostitute. Appena 13 milioni, poca roba, da cui saranno comunque escluse “Sardegna, Basilicata, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e alcune zone della Sicilia”. In queste zone le donne costrette a prostituirsi per “ripagare” l'ingresso in Italia non avranno più nessun servizio para-pubblico cui rivolgersi a partire dal 1 settembre.
E dire che proprio la Sicilia, per esempio, costituisce un terminale dove “arrivano ogni anno migliaia di ragazze nigeriane originarie di Benin City e dello stato di Edo”. Il bello, diciamo così, è che alla base di questa illogica selezione non c'è altro che una “vecchissima” attitudine burocratica, per nulla scalfita dal fatto che il dipartimento in questione sia alle dirette dipendenze di Matteo Renzi. Racconta infatti l'Internazionale:
Alla base della decisione del dipartimento per le pari opportunità di escludere alcune associazioni e regioni dai finanziamenti ci sono motivi diversi. Nel caso della Sicilia alcune associazioni sono state escluse perché i fondi sono stati assegnati fino al loro esaurimento in ordine di posizionamento nella graduatoria. Mentre nel caso del Piemonte c’è stato un errore tecnico nella compilazione del bando da parte della regione; in altri casi, come per la regione Liguria, si è trattato di un ritardo nella presentazione della domanda di finanziamento.Molti insegnanti hanno sperimentato sulla propria pelle la prassi burocratica delle “graduatorie ad esaurimento”, quindi non è difficile capire come il cuore del problema sia nell'esiguità delle risorse destinate al “recupero” delle ragazze schiavizzate. Problema reso tumorale dalla prassi dei “bandi annuali” – per cui ci sono associazioni favorite nelle assegnazioni (e dire che “Mafia Capitale” dovrebbe aver insegnato qualcosa), altre obbligate a farsi da parte, altre affamate dalla mancanza di fondi – e dall'inesistenza di un “piano nazionale” per affrontare un problema che è certamente internazionale. Di certo, gli unici a guadagnarci saranno le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di schiave in quelle aree.
Ma che ci volete fare... Abbiamo un governo tutto chiacchiere e distintivo, per cui l'unica cosa che conta è occupare i telegiornali e tenere sotto controllo i media mainstream.
Fonte
17/01/2016
I servizi Usa indagano sui partiti europei sospettati di ricevere soldi dalla Russia
Torna la guerra fredda? Sembrerebbe proprio di si.
Il quotidiano britannico Telegraph afferma che le agenzie di intelligence statunitensi si apprestano a lanciare una capillare indagine sulle modalità con cui il Cremlino "sta infiltrando i partiti politici" in Europa. Un lancio dell'agenzia Askanes riferisce che il sito del quotidiano britannico rivela che James Clapper, direttore della National Intelligence Agency, ha ricevuto incarico dal congresso di realizzare "una vasta verifica" sul denaro che Mosca avrebbe inviato a partiti europei negli ultimi 10 anni. L'iniziativa "riflette la crescente preoccupazione a Washington sulla determinazione di Mosca nello sfruttare le divisioni europee in modo da minare la Nato, bloccare i programmi di difesa missilistica e revocare le sanzioni economiche imposte dopo l'annessione della Crimea".
Fonti del governo britannico, continua il quotidiano, hanno ammesso di temere sempre più "una nuova guerra fredda" in Europa e di implicazioni molto più serie di quanto prima si pensasse. "Vediamo allarmanti prove degli sforzi russi di rompere il tessuto dell'unità europea su tutta una serie di questioni strategiche di vitale importanza", hanno detto le fonti. "E' un gioco intelligente. Ci sono regole non scritte tra Stati e queste sono chiaramente violate da parte russa".
Secondo un dossier sulle "attività di influenza" visionato dal Sunday Telegraph, i "punti di ingresso" usati dagli agenti russi sono Francia, Olanda, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca. L'intenzione americana è di verificare se i servizi di sicurezza stanno finanziando partiti e organizzazioni non governative con l'obiettivo di "minare la coesione politica" sul continente europeo riguardo la Nato e le fonti energetiche in particolare.
Il quotidiano, che precisa di non avere ottenuto nomi specifici di partiti, cita che probabilmente nella lista americana ci sono il partito di estrema destra ungherese Jobbik, Alba Dorata in Grecia e la Lega Nord. Oltre al Front National di Marine Le Pen, che avrebbe ottenuto da una banca di Mosca nove milioni di euro.
Fonte
Il quotidiano britannico Telegraph afferma che le agenzie di intelligence statunitensi si apprestano a lanciare una capillare indagine sulle modalità con cui il Cremlino "sta infiltrando i partiti politici" in Europa. Un lancio dell'agenzia Askanes riferisce che il sito del quotidiano britannico rivela che James Clapper, direttore della National Intelligence Agency, ha ricevuto incarico dal congresso di realizzare "una vasta verifica" sul denaro che Mosca avrebbe inviato a partiti europei negli ultimi 10 anni. L'iniziativa "riflette la crescente preoccupazione a Washington sulla determinazione di Mosca nello sfruttare le divisioni europee in modo da minare la Nato, bloccare i programmi di difesa missilistica e revocare le sanzioni economiche imposte dopo l'annessione della Crimea".
Fonti del governo britannico, continua il quotidiano, hanno ammesso di temere sempre più "una nuova guerra fredda" in Europa e di implicazioni molto più serie di quanto prima si pensasse. "Vediamo allarmanti prove degli sforzi russi di rompere il tessuto dell'unità europea su tutta una serie di questioni strategiche di vitale importanza", hanno detto le fonti. "E' un gioco intelligente. Ci sono regole non scritte tra Stati e queste sono chiaramente violate da parte russa".
Secondo un dossier sulle "attività di influenza" visionato dal Sunday Telegraph, i "punti di ingresso" usati dagli agenti russi sono Francia, Olanda, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca. L'intenzione americana è di verificare se i servizi di sicurezza stanno finanziando partiti e organizzazioni non governative con l'obiettivo di "minare la coesione politica" sul continente europeo riguardo la Nato e le fonti energetiche in particolare.
Il quotidiano, che precisa di non avere ottenuto nomi specifici di partiti, cita che probabilmente nella lista americana ci sono il partito di estrema destra ungherese Jobbik, Alba Dorata in Grecia e la Lega Nord. Oltre al Front National di Marine Le Pen, che avrebbe ottenuto da una banca di Mosca nove milioni di euro.
Fonte
21/07/2015
USA 2016, i ricchi aprono il portafogli
di Michele Paris
I più recenti dati sullo stato dei finanziamenti delle campagne elettorali dei candidati alle presidenziali negli Stati Uniti per il 2016 hanno confermato il netto dominio dei grandi donatori assieme al ruolo decisivo svolto da organizzazioni che appoggiano “esternamente” i singoli aspiranti alla nomination dei due partiti. La competizione per succedere a Barack Obama sarà così con ogni probabilità la più costosa della storia americana, con un livello di spesa complessivo stimato dai media d’oltreoceano pari a non meno di dieci miliardi di dollari, ovvero circa il 40% in più rispetto al ciclo elettorale del 2012.
La candidata che, al secondo trimestre dell’anno, ha incassato la cifra maggiore in donazioni è stata Hillary Clinton con 45 milioni di dollari. Il primato dell’ex segretario di Stato è però limitato al denaro raccolto dalla sua organizzazione, mentre se si considerano sia i fondi raccolti direttamente dai candidati sia quelli che affluiscono alle cosiddette “Super PACs”, ovvero strutture nominalmente indipendenti ma che operano in favore di un determinato candidato, gli equilibri appaiono differenti.
In questo caso, a dominare la scena è il favorito repubblicano, Jeb Bush, il quale ha attualmente in dotazione più di 114 milioni di dollari, dei quali ben 103 raccolti dalla Super PAC che lo appoggia, “Right to Rise USA”. Nel caso di Hillary, la Super PAC affiliata alla sua candidatura - “Priorities USA Action” - ha finora raccolto “solo” 15,6 milioni, anche se, a detta del suo staff, la previsione è di mettere assieme una cifra tra i 200 e i 300 milioni di dollari.
Il predominio di Jeb Bush e Hillary Clinton nella raccolta fondi è dovuto principalmente ai legami familiari e politici delle due dinastie a cui i candidati appartengono con le élites economiche americane. I candidati in casa democratica e repubblicana che seguono i due “front-runner” risultano infatti molto lontani in termini di finanziamenti ottenuti. Nel primo caso, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, ha in mano 15 milioni di dollari e il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, poco più di 52 milioni.
Il divario tra il denaro raccolto direttamente dalle proprie organizzazioni e dalle rispettive Super PACs risulta cruciale per delineare il profilo dei candidati. Secondo le norme che regolano i finanziamenti elettorali negli Stati Uniti, durante il ciclo delle primarie ogni singolo donatore può versare un massimo di 2.700 dollari direttamente a un candidato, ma le Super PACs possono raccogliere donazioni virtualmente illimitate. Il vantaggio delle Super PACs nella raccolta fondi evidenzia dunque la prevalenza di finanziatori benestanti che possono staccare sostanziosi assegni praticamente senza limiti.
Ciò è il risultato della decisiva sentenza della Corte Suprema USA del 2010 nel caso “Citizens United contro Commissione Elettorale Federale” che ha cancellato ogni limite alle donazioni di privati e corporation alle Super PACs dei candidati a pubblici uffici. Questa decisione ha determinato un ulteriore aumento dell’influenza dei poteri forti sul processo politico negli Stati Uniti ed è stata seguita nell’aprile del 2014 da un’altra sentenza che va in questa direzione, poiché ha abolito il limite complessivo di 123 mila dollari che ogni donatore può destinare a candidati e partiti durante ogni ciclo elettorale.
Per quanto riguarda Jeb Bush, perciò, il suo successo nella raccolta fondi è dovuto in larga misura alla generosità di un numero relativamente ristretto di milionari e miliardari che hanno donato cifre enormi. La stessa Hillary Clinton, peraltro, nonostante la sua campagna prosegua la tendenza dei candidati democratici nel fare meno affidamento sulle Super PACs rispetto a quelli repubblicani, non sembra poter contare su una mobilitazione massiccia di piccoli donatori.
Del denaro finora elargito direttamente alla campagna della favorita democratica, solo il 17% è venuto da sostenitori che hanno donato un massimo di 200 dollari, mentre il 65% è giunto da potenziali elettori, evidentemente facoltosi, che hanno donato il massimo previsto per legge di 2.700 dollari.
Ancora più irrisoria è la quota di denaro ottenuta da Jeb Bush dai piccoli donatori che si possono permettere meno di 200 dollari, ovvero il 3%, contro oltre l’80% di sostenitori che hanno già raggiunto il limite federale.
Per
Hillary Clinton e, soprattutto, per Jeb Bush, il profilo dei donatori
appare tutt’altro che sorprendente. Entrambi appartengono a dinastie
politiche ampiamente screditate, se non apertamente disprezzate, tra
lavoratori e classe media negli Stati Uniti. Il loro status di favoriti e
il successo nell’ambito della raccolta fondi a meno di sei mesi
dall’inizio delle primarie è determinato perciò dalla possibilità di
ottenere valanghe di denaro da pochi donatori con cui essi stessi o i
loro familiari hanno stabilito proficui rapporti nel corso degli anni.
A fare affidamento su una manciata di ricchi finanziatori, quando non addirittura su un singolo benefattore, sono in ogni caso quasi tutti i numerosi candidati alla nomination, in particolare nel Partito Repubblicano.
Oscuri e spesso impopolari personaggi politici hanno così a disposizione decine di milioni di dollari per correre teoricamente per la Casa Bianca e ottenere ampio spazio sui media nazionali. Tra i repubblicani, dopo Jeb Bush, il candidato con il maggiore successo nel “fundraising” al 30 giugno scorso è Ted Cruz, con in mano un totale di 52,2 milioni, di cui 38 milioni (73%) raccolti dalla sua Super PAC.
A seguire c’è un altro senatore cubano-americano ma della Florida, Marco Rubio, il quale ha basato la sua corsa alla nomination, come praticamente tutta la sua carriera politica, sul sostegno dell’imprenditore miliardario Norman Braman. Rubio ha attualmente in mano quasi 44 milioni di dollari, 32 dei quali (73%) a disposizione della sua Super PAC e di una organizzazione “no-profit” che lo appoggia.
Ancora più eclatante è il modo in cui risultano determinanti i ricchi donatori per Rick Perry, l’ex governatore ultra-reazionario del Texas, già candidato alla Casa Bianca nel 2012, quando fu costretto ad abbandonare miseramente la corsa in seguito a una serie di gaffe e al sostegno praticamente nullo riscontrato anche tra le frange più estreme del Partito Repubblicano.
Perry ha raccolto direttamente per la sua campagna appena 1,1 milioni di dollari, ma tre Super PACs a lui affiliate hanno messo assieme quasi 17 milioni, cioè il 94% del totale dei contributi ottenuti finora.
Gli unici casi di candidati che hanno ottenuto almeno un limitato successo tra gli elettori comuni sono il democratico Bernie Sanders e, in misura minore, i repubblicani Rand Paul e Ben Carson. L’entusiasmo generato dal primo, veterano del Congresso nominalmente indipendente e talvolta auto-definitosi “democratico-socialista”, testimonia del desiderio tra la popolazione americana di un’alternativa realmente progressista all’attuale sistema politico dominato dai grandi interessi economico-finanziari.
Sanders, tuttavia, oltre ai suoi orientamenti non esattamente rivoluzionari, ha scelto di incanalare la voglia di cambiamento diffusa negli Stati Uniti verso il vicolo cieco del Partito Democratico. Ad ogni modo, l’unico vero rivale di Hillary non ha per il momento nessuna Super PAC che lo appoggia e i 15 milioni a sua disposizione sono giunti da piccole donazioni indirizzate direttamente all’organizzazione coordinata dal suo staff.
Il
poco conosciuto Ben Carson ha un qualche seguito on-line tra i
repubblicani, anche perché si presenta come una sorta di outsider,
essendo un neurochirurgo e non un politico di professione. Nonostante
ottenga attenzioni decisamente minori dai media nazionali, Carson ha
raccolto in maniera diretta più di 10 milioni di dollari, praticamente
la stessa cifra ottenuta senza l’aiuto delle Super PACs dal favorito Jeb
Bush.
Il senatore del Kentucky di tendenze libertarie Rand Paul, infine, è attestato a 7 milioni di dollari dopo il secondo trimestre del 2015. Paul ha in realtà due Super PACs che lo sostengono ma non hanno ancora presentato i loro bilanci alla Commissione Elettorale Federale. A suo vantaggio ci sono soprattutto le campagne condotte negli ultimi anni contro l’invadenza dell’apparato di governo nella privacy degli americani, anche se gli attacchi al sistema portati da Paul vengono in gran parte da destra.
I numeri provvisori relativi ai finanziamenti elettorali negli Stati Uniti confermano dunque la realtà di un sistema politico totalmente bloccato, imperniato sullo strapotere dei ricchi americani, in grado di decidere successi e insuccessi dei candidati di entrambi gli schieramenti.
In questo scenario, è poco sorprendente che la metà o più degli americani non si rechi alle urne nemmeno in occasione di elezioni che attraggono un interesse smisurato da parte dei media, come le presidenziali. A determinare l’identità dei contendenti è infatti quasi sempre soltanto il denaro, mentre la scelta degli elettori, alla fine, si riduce a essere tra candidati virtualmente indistinguibili e al servizio dei poteri che hanno promosso e reso vincenti le loro costosissime campagne elettorali.
Fonte
I più recenti dati sullo stato dei finanziamenti delle campagne elettorali dei candidati alle presidenziali negli Stati Uniti per il 2016 hanno confermato il netto dominio dei grandi donatori assieme al ruolo decisivo svolto da organizzazioni che appoggiano “esternamente” i singoli aspiranti alla nomination dei due partiti. La competizione per succedere a Barack Obama sarà così con ogni probabilità la più costosa della storia americana, con un livello di spesa complessivo stimato dai media d’oltreoceano pari a non meno di dieci miliardi di dollari, ovvero circa il 40% in più rispetto al ciclo elettorale del 2012.
La candidata che, al secondo trimestre dell’anno, ha incassato la cifra maggiore in donazioni è stata Hillary Clinton con 45 milioni di dollari. Il primato dell’ex segretario di Stato è però limitato al denaro raccolto dalla sua organizzazione, mentre se si considerano sia i fondi raccolti direttamente dai candidati sia quelli che affluiscono alle cosiddette “Super PACs”, ovvero strutture nominalmente indipendenti ma che operano in favore di un determinato candidato, gli equilibri appaiono differenti.
In questo caso, a dominare la scena è il favorito repubblicano, Jeb Bush, il quale ha attualmente in dotazione più di 114 milioni di dollari, dei quali ben 103 raccolti dalla Super PAC che lo appoggia, “Right to Rise USA”. Nel caso di Hillary, la Super PAC affiliata alla sua candidatura - “Priorities USA Action” - ha finora raccolto “solo” 15,6 milioni, anche se, a detta del suo staff, la previsione è di mettere assieme una cifra tra i 200 e i 300 milioni di dollari.
Il predominio di Jeb Bush e Hillary Clinton nella raccolta fondi è dovuto principalmente ai legami familiari e politici delle due dinastie a cui i candidati appartengono con le élites economiche americane. I candidati in casa democratica e repubblicana che seguono i due “front-runner” risultano infatti molto lontani in termini di finanziamenti ottenuti. Nel primo caso, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, ha in mano 15 milioni di dollari e il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, poco più di 52 milioni.
Il divario tra il denaro raccolto direttamente dalle proprie organizzazioni e dalle rispettive Super PACs risulta cruciale per delineare il profilo dei candidati. Secondo le norme che regolano i finanziamenti elettorali negli Stati Uniti, durante il ciclo delle primarie ogni singolo donatore può versare un massimo di 2.700 dollari direttamente a un candidato, ma le Super PACs possono raccogliere donazioni virtualmente illimitate. Il vantaggio delle Super PACs nella raccolta fondi evidenzia dunque la prevalenza di finanziatori benestanti che possono staccare sostanziosi assegni praticamente senza limiti.
Ciò è il risultato della decisiva sentenza della Corte Suprema USA del 2010 nel caso “Citizens United contro Commissione Elettorale Federale” che ha cancellato ogni limite alle donazioni di privati e corporation alle Super PACs dei candidati a pubblici uffici. Questa decisione ha determinato un ulteriore aumento dell’influenza dei poteri forti sul processo politico negli Stati Uniti ed è stata seguita nell’aprile del 2014 da un’altra sentenza che va in questa direzione, poiché ha abolito il limite complessivo di 123 mila dollari che ogni donatore può destinare a candidati e partiti durante ogni ciclo elettorale.
Per quanto riguarda Jeb Bush, perciò, il suo successo nella raccolta fondi è dovuto in larga misura alla generosità di un numero relativamente ristretto di milionari e miliardari che hanno donato cifre enormi. La stessa Hillary Clinton, peraltro, nonostante la sua campagna prosegua la tendenza dei candidati democratici nel fare meno affidamento sulle Super PACs rispetto a quelli repubblicani, non sembra poter contare su una mobilitazione massiccia di piccoli donatori.
Del denaro finora elargito direttamente alla campagna della favorita democratica, solo il 17% è venuto da sostenitori che hanno donato un massimo di 200 dollari, mentre il 65% è giunto da potenziali elettori, evidentemente facoltosi, che hanno donato il massimo previsto per legge di 2.700 dollari.
Ancora più irrisoria è la quota di denaro ottenuta da Jeb Bush dai piccoli donatori che si possono permettere meno di 200 dollari, ovvero il 3%, contro oltre l’80% di sostenitori che hanno già raggiunto il limite federale.
A fare affidamento su una manciata di ricchi finanziatori, quando non addirittura su un singolo benefattore, sono in ogni caso quasi tutti i numerosi candidati alla nomination, in particolare nel Partito Repubblicano.
Oscuri e spesso impopolari personaggi politici hanno così a disposizione decine di milioni di dollari per correre teoricamente per la Casa Bianca e ottenere ampio spazio sui media nazionali. Tra i repubblicani, dopo Jeb Bush, il candidato con il maggiore successo nel “fundraising” al 30 giugno scorso è Ted Cruz, con in mano un totale di 52,2 milioni, di cui 38 milioni (73%) raccolti dalla sua Super PAC.
A seguire c’è un altro senatore cubano-americano ma della Florida, Marco Rubio, il quale ha basato la sua corsa alla nomination, come praticamente tutta la sua carriera politica, sul sostegno dell’imprenditore miliardario Norman Braman. Rubio ha attualmente in mano quasi 44 milioni di dollari, 32 dei quali (73%) a disposizione della sua Super PAC e di una organizzazione “no-profit” che lo appoggia.
Ancora più eclatante è il modo in cui risultano determinanti i ricchi donatori per Rick Perry, l’ex governatore ultra-reazionario del Texas, già candidato alla Casa Bianca nel 2012, quando fu costretto ad abbandonare miseramente la corsa in seguito a una serie di gaffe e al sostegno praticamente nullo riscontrato anche tra le frange più estreme del Partito Repubblicano.
Perry ha raccolto direttamente per la sua campagna appena 1,1 milioni di dollari, ma tre Super PACs a lui affiliate hanno messo assieme quasi 17 milioni, cioè il 94% del totale dei contributi ottenuti finora.
Gli unici casi di candidati che hanno ottenuto almeno un limitato successo tra gli elettori comuni sono il democratico Bernie Sanders e, in misura minore, i repubblicani Rand Paul e Ben Carson. L’entusiasmo generato dal primo, veterano del Congresso nominalmente indipendente e talvolta auto-definitosi “democratico-socialista”, testimonia del desiderio tra la popolazione americana di un’alternativa realmente progressista all’attuale sistema politico dominato dai grandi interessi economico-finanziari.
Sanders, tuttavia, oltre ai suoi orientamenti non esattamente rivoluzionari, ha scelto di incanalare la voglia di cambiamento diffusa negli Stati Uniti verso il vicolo cieco del Partito Democratico. Ad ogni modo, l’unico vero rivale di Hillary non ha per il momento nessuna Super PAC che lo appoggia e i 15 milioni a sua disposizione sono giunti da piccole donazioni indirizzate direttamente all’organizzazione coordinata dal suo staff.
Il senatore del Kentucky di tendenze libertarie Rand Paul, infine, è attestato a 7 milioni di dollari dopo il secondo trimestre del 2015. Paul ha in realtà due Super PACs che lo sostengono ma non hanno ancora presentato i loro bilanci alla Commissione Elettorale Federale. A suo vantaggio ci sono soprattutto le campagne condotte negli ultimi anni contro l’invadenza dell’apparato di governo nella privacy degli americani, anche se gli attacchi al sistema portati da Paul vengono in gran parte da destra.
I numeri provvisori relativi ai finanziamenti elettorali negli Stati Uniti confermano dunque la realtà di un sistema politico totalmente bloccato, imperniato sullo strapotere dei ricchi americani, in grado di decidere successi e insuccessi dei candidati di entrambi gli schieramenti.
In questo scenario, è poco sorprendente che la metà o più degli americani non si rechi alle urne nemmeno in occasione di elezioni che attraggono un interesse smisurato da parte dei media, come le presidenziali. A determinare l’identità dei contendenti è infatti quasi sempre soltanto il denaro, mentre la scelta degli elettori, alla fine, si riduce a essere tra candidati virtualmente indistinguibili e al servizio dei poteri che hanno promosso e reso vincenti le loro costosissime campagne elettorali.
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