Il colosso mediatico tedesco Axel Springer è al centro di un caso che riguarda le fondamenta dell’attività giornalistica, tanto sul piano deontologico quanto su quello dell’indipendenza editoriale. L’amministratore delegato, Mathias Döpfner, ha detto che i giornalisti che lavorano alle testate possedute dalla Springer (Politico, i tedeschi Bild e Die Welt, da poco anche il Daily Telegraph) devono sostenere Israele nella loro attività, oppure devono rassegnare le dimissioni.
Döpfner ha indicato nel sostegno a Israele un valore fondamentale del lavoro alla Springer. Oltre a mettere in risalto il profondo problema di un giornalismo che non è pensato come strumento di informazione critica per il cittadino, ma come enorme industria della produzione di narrazioni funzionali al potere, le sue dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sulle distorsioni prodotte dalla concentrazione della proprietà anche nel mondo del giornalismo.
Le parole di Döpfner sono state pronunciate durante un incontro molto teso avuto lo scorso lunedì con i giornalisti di Politico, dopo che questi avevano inviato una lettera al nuovo direttore, Jonathan Greenberger, sottolineando come alcuni articoli d’opinione firmati da Döpfner rischiavano di minare la reputazione della testata.
Dopo aver sottolineato la differenza tra la linea editoriale e i pezzi scritti di sua mano, ha comunque rivendicato la definizione di aggressore affibbiata alla leadership iraniana. “La formulazione è più che altro un eufemismo”, ha affermato, “dovremmo piuttosto dire che sono terroristi, oppure che sono assassini di massa”, riporta l’agenzia turca Anadolu.
Döpfner ha però anche aggiunto che la lealtà a Israele è tra i cinque valori definiti “essenziali”, alla base dell’attività dell’azienda. Questi sono “libertà, libero mercato, libertà individuale e libertà di parola”, a cui, dunque, sembra si debba aggiungere la libertà di Israele di compiere un genocidio e attaccare paesi sovrani senza alcun tipo di critica.
La non condivisione di questi “essenziali”, a suo avviso, “potrebbe quindi portare semplicemente alla decisione che, poiché siamo molto trasparenti al riguardo, spetta al singolo decidere se Axel Springer e qualcuno con convinzioni così fondamentalmente diverse siano davvero compatibili”.
Döpfner era diventato famoso già qualche anno fa, per una mail trapelata e resa pubblica dal Die Zeit, nella quale l’amministratore delegato riassumeva le sue idee in “Zionism über alles. Israele è il mio paese”. Se il sionismo viene prima di ogni altra cosa, è facile immaginare che venga anche prima degli altri “essenziali” da lui indicati.
Inoltre, la formula “über alles” è estremamente controversa in Germania, in quanto verso centrale dell’inno nazionale durante il periodo del Terzo Reich e simbolo della visione suprematista del nazismo. Elemento che, appunto, si sposa perfettamente col suprematismo del sionismo. Di questo suo strenuo sionismo gli è stato pure dato riconoscimento lo scorso ottobre, quando Döpfner è stato insignito della Medaglia d’Onore Presidenziale dal presidente israeliano Isaac Herzog.
La minaccia nemmeno troppo velata di licenziamento nel caso in cui non ci si allinei con la propaganda sionista è uno strumento potente nelle mani della manipolazione mediatica a cui i grandi gruppi dell’informazione vogliono sottoporci, pur di nascondere i crimini di Israele e le complicità dei governi occidentali. Ed è anche sintomo di un’epoca in cui la classe dirigente abbandona tutte le fandonie che ha raccontato fino a oggi riguardo alla libera informazione, ai diritti umani e alla democrazia, per esercitare il puro dominio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2026
Precariato e intelligenza artificiale: il nuovo volto del giornalismo italiano
Negli ultimi anni il giornalismo italiano sta vivendo una trasformazione profonda e spesso traumatica, in cui la crisi economica dell’editoria si intreccia con l’irruzione dell’intelligenza artificiale e con un progressivo indebolimento delle tutele del lavoro.
Accanto a questi fenomeni ormai noti, emerge con sempre maggiore forza un sistema parallelo, meno visibile e raramente denunciato, che coinvolge giovani aspiranti giornalisti e praticanti: un meccanismo di sfruttamento strutturato che rischia di compromettere non solo le carriere individuali, ma anche la qualità stessa dell’informazione.
Sempre più spesso, infatti, ragazzi animati da una forte passione per la scrittura e il giornalismo vengono coinvolti da direttori e redazioni con la promessa di collaborazioni, visibilità e, soprattutto, la possibilità di maturare l’esperienza necessaria per iscriversi all’albo professionale.
In cambio, viene loro richiesto di produrre articoli con continuità, spesso senza un compenso immediato, ma con l’illusione di una futura retribuzione legata alla pubblicazione di un certo numero di pezzi.
Nella pratica, però, questo percorso si rivela spesso una trappola.
Gli articoli consegnati vengono frequentemente bocciati con motivazioni vaghe o inconsistenti, impedendo così qualsiasi pagamento. Parallelamente, non è raro che le stesse idee, rielaborate o riscritte, compaiano successivamente firmate da giornalisti affermati o interni alla redazione. Un meccanismo che consente di attingere gratuitamente a un bacino di creatività e lavoro, senza riconoscimento né compenso.
Per questi giovani, il risultato è una spirale di lavoro incessante e non retribuito: per ottenere “due soldi” o una firma pubblicata, sono costretti a produrre quantità sempre maggiori di contenuti, spesso sacrificando tempo, formazione e stabilità economica. E anche questo, nella maggior parte dei casi, non basta.
A rendere il quadro ancora più complesso è l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nei processi editoriali.
Se da un lato molti giovani dimostrano una notevole capacità di utilizzare questi strumenti per generare rapidamente grandi volumi di articoli, dall’altro questa stessa efficienza diventa un’arma a doppio taglio.
Le redazioni, sotto pressione economica, tendono a privilegiare chi produce di più e costa meno, anche a scapito della qualità e dell’esperienza.
Il risultato è un progressivo ridimensionamento del ruolo dei giornalisti professionisti, che rappresentano un costo maggiore per le aziende editoriali.
In alcuni casi, vengono sostituiti da collaboratori più giovani, meno tutelati e disposti ad accettare condizioni peggiori pur di entrare nel settore. In altri, vengono spinti verso l’uscita attraverso dinamiche organizzative opache, mentre il lavoro viene redistribuito, o automatizzato.
Questo sistema crea una competizione interna sempre più aggressiva, in cui giovani e professionisti non sono alleati ma concorrenti, inseriti in un meccanismo che premia la quantità, la velocità e il basso costo, piuttosto che la qualità, l’etica e l’approfondimento.
Le conseguenze non sono solo economiche o occupazionali, ma anche culturali e democratiche. Un giornalismo costruito sullo sfruttamento dei più giovani, sulla precarietà diffusa e sulla sostituibilità continua rischia di perdere la propria funzione critica e indipendente. Se le idee possono essere sottratte senza riconoscimento e il lavoro non viene equamente retribuito, si crea un sistema in cui il merito diventa secondario rispetto alla convenienza.
In questo contesto, il tema dell’intelligenza artificiale non può essere isolato da quello delle condizioni di lavoro.
La tecnologia, di per sé, non è né buona né cattiva. Ma in un sistema privo di regole chiare e di tutele efficaci, può diventare uno strumento potente per amplificare dinamiche già esistenti di sfruttamento e disuguaglianza.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il futuro dei giornalisti, ma quello dell’informazione stessa. Senza un intervento che affronti in modo strutturale le pratiche scorrette, le false promesse ai giovani e l’uso distorto delle nuove tecnologie, il rischio è quello di costruire un sistema editoriale sempre più fragile, in cui a pagare il prezzo più alto sono proprio coloro che rappresentano il futuro della professione.
Fonte
Accanto a questi fenomeni ormai noti, emerge con sempre maggiore forza un sistema parallelo, meno visibile e raramente denunciato, che coinvolge giovani aspiranti giornalisti e praticanti: un meccanismo di sfruttamento strutturato che rischia di compromettere non solo le carriere individuali, ma anche la qualità stessa dell’informazione.
Sempre più spesso, infatti, ragazzi animati da una forte passione per la scrittura e il giornalismo vengono coinvolti da direttori e redazioni con la promessa di collaborazioni, visibilità e, soprattutto, la possibilità di maturare l’esperienza necessaria per iscriversi all’albo professionale.
In cambio, viene loro richiesto di produrre articoli con continuità, spesso senza un compenso immediato, ma con l’illusione di una futura retribuzione legata alla pubblicazione di un certo numero di pezzi.
Nella pratica, però, questo percorso si rivela spesso una trappola.
Gli articoli consegnati vengono frequentemente bocciati con motivazioni vaghe o inconsistenti, impedendo così qualsiasi pagamento. Parallelamente, non è raro che le stesse idee, rielaborate o riscritte, compaiano successivamente firmate da giornalisti affermati o interni alla redazione. Un meccanismo che consente di attingere gratuitamente a un bacino di creatività e lavoro, senza riconoscimento né compenso.
Per questi giovani, il risultato è una spirale di lavoro incessante e non retribuito: per ottenere “due soldi” o una firma pubblicata, sono costretti a produrre quantità sempre maggiori di contenuti, spesso sacrificando tempo, formazione e stabilità economica. E anche questo, nella maggior parte dei casi, non basta.
A rendere il quadro ancora più complesso è l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nei processi editoriali.
Se da un lato molti giovani dimostrano una notevole capacità di utilizzare questi strumenti per generare rapidamente grandi volumi di articoli, dall’altro questa stessa efficienza diventa un’arma a doppio taglio.
Le redazioni, sotto pressione economica, tendono a privilegiare chi produce di più e costa meno, anche a scapito della qualità e dell’esperienza.
Il risultato è un progressivo ridimensionamento del ruolo dei giornalisti professionisti, che rappresentano un costo maggiore per le aziende editoriali.
In alcuni casi, vengono sostituiti da collaboratori più giovani, meno tutelati e disposti ad accettare condizioni peggiori pur di entrare nel settore. In altri, vengono spinti verso l’uscita attraverso dinamiche organizzative opache, mentre il lavoro viene redistribuito, o automatizzato.
Questo sistema crea una competizione interna sempre più aggressiva, in cui giovani e professionisti non sono alleati ma concorrenti, inseriti in un meccanismo che premia la quantità, la velocità e il basso costo, piuttosto che la qualità, l’etica e l’approfondimento.
Le conseguenze non sono solo economiche o occupazionali, ma anche culturali e democratiche. Un giornalismo costruito sullo sfruttamento dei più giovani, sulla precarietà diffusa e sulla sostituibilità continua rischia di perdere la propria funzione critica e indipendente. Se le idee possono essere sottratte senza riconoscimento e il lavoro non viene equamente retribuito, si crea un sistema in cui il merito diventa secondario rispetto alla convenienza.
In questo contesto, il tema dell’intelligenza artificiale non può essere isolato da quello delle condizioni di lavoro.
La tecnologia, di per sé, non è né buona né cattiva. Ma in un sistema privo di regole chiare e di tutele efficaci, può diventare uno strumento potente per amplificare dinamiche già esistenti di sfruttamento e disuguaglianza.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il futuro dei giornalisti, ma quello dell’informazione stessa. Senza un intervento che affronti in modo strutturale le pratiche scorrette, le false promesse ai giovani e l’uso distorto delle nuove tecnologie, il rischio è quello di costruire un sistema editoriale sempre più fragile, in cui a pagare il prezzo più alto sono proprio coloro che rappresentano il futuro della professione.
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23/12/2025
Pillole di bancarotta /4
Alessandro Volpi ci parla del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offre una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.
Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
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La follia della Bce
Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.
Si tratta di un’affermazione davvero incredibile alla luce del fatto che solo le banche italiane hanno realizzato profitti in due anni per circa 100 miliardi di euro.
La seconda si riferisce agli interessi sul debito. Al di là dell’esultanza di Meloni e Giorgetti l’Italia paga nel 2025 106 miliardi di interessi sul debito pubblico contro gli 84 miliardi del 2024; una cifra folle dovuta in gran parte alla fine degli acquisti di debito da parte della Bce e dalla sua sostituzione con i grandi fondi internazionali che chiedono interessi più alti. Magari se la Bce svolgesse un ruolo diverso e non lasciasse i paesi nelle mani dei fondi non sarebbe male. Ma è certo che la Bce non è una banca centrale e, dunque, non si muove nell’interesse delle comunità.
A proposito di libertà di stampa, e di egemonia di sinistra
Può essere utile ricordare di chi sono i principali giornali italiani. Partirei dai casi più evidenti di conflitto di interessi e, certamente, espressione di una posizione decisamente filogovernativa. Si tratta dei giornali riconducibili a Gaetano Caltagirone, comprendenti tra gli altri Il Messaggero, il Mattino e il Gazzettino, e ad Antonio Angelucci, a cui appartengono il Giornale, Libero e Il Tempo. Caltagirone e Angellucci, come è noto, hanno un peso decisivo nel sistema bancario, in quello immobiliare e in quello della sanità privata. Angelucci è anche parlamentare della Lega.
Il Secolo XIX è diventato di proprietà dell’armatore Aponte, mentre il gruppo Monti-Riffeser controlla La Nazione, il Resto del Carlino e il Giorno. Il banchiere Enrico Marchi, presidente di Finint, ha acquistato da poco una filiera di giornali del Triveneto e ora punta alla Stampa che Gedi, di proprietà Exor vorrebbe cedere, in maniera separata da Repubblica, il cui compratore sarebbe l’armatore greco Kyriakou.
Il gruppo greco Antenna Group, che sta comprando La Repubblica e le radio GEDI, ha un socio molto ingombrante che dal 2022 è socio del PIF (Public Investment Fund), ovvero il fondo sovrano dell’Arabia Saudita controllato direttamente da Bin Salman.
Si aggiungono il Foglio di proprietà dell’immobiliarista Walter Mainetti, con una quota del banchiere Matteo Apre, Il Riformista e l’Unità dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Non mancano nell’elenco il quotidiano di Confindustria e quello del sempre imprendibile Carlo De Benedetti. Confindustria Verona e Confindustria Vicenza hanno, a loro volta, giornali propri come L’Arena, Il giornale di Vicenza e Brescia oggi.
Naturalmente non deve essere trascurato il quotidiano di proprietà di Maurizio Belpietro, La Verità. Infine è obbligatorio menzionare il più venduto quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, di Urbano Cairo. Ora, scoprendo questa breve, ma densa lista, mi sembra molto chiaro che una parte rilevante del giornalismo italiano sia attraversata da evidenti conflitti di interessa e da un chiaro posizionamento compreso fra la destra più dura e i liberi moderati, con una evidente predilezione per il centro destra.
Dove sia lo spauracchio dell’egemonia della sinistra mi risulta difficile da capire; ma gridarla consente al monopolio della narrazione filogovernativa di apparire decisamente meno illiberale.
Risparmio pensionistico e settore immobiliare
È davvero impressionante constatare quanto ormai il risparmio pensionistico sia determinante nel settore immobiliare. In Italia esiste una decina di grandi società di gestione del risparmio che si occupano di immobili: hanno a disposizione buona parte dei 140 miliardi di euro che si indirizzano verso i fondi immobiliari.
Ma c’è un dato nuovo e davvero inquietante. In passato le società di gestione immobiliare si rivolgevano alla clientela retail direttamente, proponendo i propri fondi. Dunque i compratori erano in genere piccoli risparmiatori che decidevano di comprare quei fondi.
Oggi il 95% del “mercato” immobiliare è costituito dalla già citata decina di Società di risparmio gestito che trattano non più con i singoli risparmiatori ma con le grandi Casse di previdenza pensionistica, da quella degli architetti a quella dei medici a quella dei geometri a cui propongono o da cui ricevono proposte di natura immobiliare.
Il processo avviene, spesso, in questo modo: gli iscritti alla Cassa di previdenza versano i loro risparmi e la Cassa si rivolge alla società di gestione del risparmio per collocare quei risparmi collettivi in un fondo destinato a finanziare una grande operazione immobiliare. Naturalmente la Società di gestione in questione sceglierà progetti altamente remunerativi, in genere a Milano e nelle principali città italiane, dove il “mercato” immobiliare subisce, per effetto di ciò, un costante rialzo dei prezzi destinati a remunerare gli iscritti alla Cassa di previdenza.
È altrettanto naturale che la società di gestione costruisca il proprio fondo puntando ad aree da acquisire a prezzi bassi, con pochi oneri di urbanizzazione, con poche regole urbanistiche – o meglio con molte deroghe alle regole, o con particolari invenzioni “semantiche” – e con tempi di realizzazione molto stretti, magari con appalti, subappalti e cantieri non troppo sicuri.
In estrema sintesi l’affermazione di un binomio fra Società di gestione del risparmio, Casse di previdenza complementare e distorsione costante del settore immobiliare costituisce un elemento centrale del nuovo capitalismo finanziario sempre più basato sulle pensioni private.
Un’ultima considerazione. Di chi è questa decina di Società di gestione? Di pochi ricchissimi italiani – Caltagirone, Pignataro, Catella, Nattino – dei grandi gestori Usa – Blackstone, Apollo, Cerberus, e di qualche fondo sovrano arabo.
La confisca delle risorse della Banca centrale russa
La vicenda dell’ipotesi di confisca delle risorse della Banca centrale russa da parte dell’Unione europea è davvero incredibile per varie ragioni che provo a mettere in fila.
1) Il totale degli asset della Banca centrale russa detenuti in Europa risulta molto vicino ai 300 miliardi di euro, dunque i 190 detenuti da Euroclear, domiciliata in Belgio, sono solo una parte di questa cifra, ma la Commissione europea sembra volersi concentrare solo su quelli, forse perché gli altri sono nelle mani di importanti e influenti società finanziarie e bancarie.
Bundesbank e Banque de France gestiscono asset sovrani russi per circa 30 miliardi di euro. Le banche svizzere una decina. Clearsteram, una società di proprietà di Deutsche Borse, con sede in Lussemburgo ne detiene un’altra decina di miliardi. Per non parlare del Regno Unito che, attraverso Bank of England ed altre banche private, controlla circa 30 miliardi di euro in asset russi. Appare evidente alla luce di ciò che la confisca solo di quelli detenuti in Belgio è un modo per evitare la confisca da parte degli altri paesi europei dei propri asset sovrani russi.
2) La confisca a titolo di future riparazioni di guerra che la Russia, sconfitta, dovrà pagare implica che il conflitto debba durare fino alla resa definitiva della Russia perché altrimenti i prestiti emessi con questi asset non sarebbero più coperti.
3) Tale confisca è illegale perché si tratta dell’esproprio di beni conservati da una società privata, Euroclear appunto, ad opera di un soggetto istituzionale come l’Unione europea. Peraltro non sarebbe legittimo neppure l’utilizzo per finalità belliche degli interessi maturati da tali asset durante la loro gestione ad opera di Euroclear e degli altri soggetti europei che li detengono.
4) Come ha rilevato persino la Bce tali asset sono in euro e sono detenuti da società e da istituzioni bancarie dell’Eurozona, che detengono gli asset di molti altri paesi. La loro confisca dunque sarebbe un segnale di inaffidabilità dell’euro e dei paesi dell’Eurozona con conseguenze pesanti per la svalutazione dell’euro e dei titoli emessi in euro costretti, per trovare compratori, a pagare interessi più alti.
5) Euroclear, che ha sede in Belgio, non è però di proprietà belga ma ha come soci circa 100 istituti finanziari fra cui spiccano JP Morgan (quindi BlackRock, Vanguard e State Street), Bnp Paribas e Société Genérale che sono interessati al mantenimento degli asset russi, oltre che per evitare cause, anche perché la loro gestione fornisce utili iscritti nel bilancio di Euroclear.
6) Un’eventuale confisca degli asset russi produrrebbe l’immediata, parallela, confisca degli asset europei in Russia il cui valore complessivo è superiore ai 300 miliardi di euro.
7) È davvero interessante notare che l’operazione di confisca condotta dagli europei non coinvolgerebbe gli Stati Uniti dove la Banca centrale russa non ha praticamente mai depositato i propri asset. Mettere in sequenza questi elementi consente di comprendere l’ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Fonte
12/12/2025
La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese) entro gennaio 2026 . I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
05/12/2025
Libri, antifascismo, diritti sociali e manifestazioni culturali
Più Libri Più Liberi… ma, e non certo da oggi, sarebbe meglio dire “più contraddizioni”. O anche, tanto per essere chiari, “più cavolate”.
Di fronte alla manifestazione del fascismo in ogni sua forma, infatti, è ridicolo, offensivo e volgare appellarsi a concetti quali la libertà di stampa o di opinione.
Come è stato detto e ribadito con i fatti, il fascismo non è un’opinione, è un crimine. E combatterlo è, né più né meno, un dovere civico e morale. Certamente, però, a essere contraddittorio è che ci si stupisca che il fascismo, avanzante nella società, esista anche nel mondo dei libri.
Nella prossima edizione di Più Libri Più Liberi ci saranno diversi editori di “destra”, capeggiati, quest’anno dagli “identitari” di Passaggio al Bosco. Ma che dire degli editori di area democratica che da anni posteggiano allegramente nella fiera letteraria di destra Libropolis di Pietrasanta (https://www.libropolis.org/ospiti-ed-editori/) senza che la stessa area democratica – o addirittura di movimento – abbia nulla da ridire?
In realtà, in questi anni, abbiamo assistito a una continua fascistizzazione dello scenario politico generale, con l’assunzione di provvedimenti terrificanti nella loro portata repressiva. Basti citare il recente Decreto Sicurezza per farsi un’idea di ciò che il fascismo è e a cosa il fascismo serva: nei momenti di crisi economica, a comprimere le aspirazioni di chi vive del proprio lavoro a vantaggio degli interessi del grande capitale. E che ci siano Più o Meno Libri, poco importa.
Senz’altro in questi ultimi anni ci sono Più Sfratti e Meno Case Popolari, Più Sfruttamento e Meno Lavoro Garantito, Più Povertà e Meno Valore dei Salari percepiti dalla classe operaia, Più Devastazione Sociale ed Ambientale e Meno Tutela del Territorio, Più Analfabetismo e Meno Scuola, Più Malattia e Meno Sanità, Più Femminicidi e Meno Consultori, Più Guerra e Meno Pace o, per dirla in sintesi: Più Fascismo e Meno Democrazia.
La Red Star Press ha sempre pensato che la partita per i Libri e per la Cultura non si giochi nella sovrastruttura del sistema, ma nel suo cuore.
Per questo il nostro slogan è, non ci stancheremo mai di ripeterlo: «Cosa ci facciamo di un libro se non abbiamo un lavoro decente e neppure una casa?»; ed è sempre per questo che, come casa editrice dedicata alla storia e alla cultura del movimento operaio, siamo convinti che lo spazio per i libri e per la cultura debba essere guadagnato al centro della partecipazione alle battaglie per la conquista dei diritti sociali: all’interno della lotta di classe.
Allo stesso modo pensiamo che sia necessario difendere con le unghie e con i denti gli spazi di agibilità conquistati negli anni a caro prezzo.
Per questo i nostri lettori e le nostre lettrici ci troveranno come sempre nello stand C04 di Più Libri Più Liberi dietro le insegne antifasciste che ci hanno sempre contraddistinto e che proprio raccogliendo consenso nelle manifestazioni di massa capiscono di essere tutt’altro che sole.
Tornando, però, alla prossima edizione di Più Libri Più Liberi, fa davvero specie che l’ex deputato dem Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele”, si stupisca di presenze come quella di Passaggio al Bosco a Più Libri Più Liberi (https://ilmanifesto.it/passaggio-al-bosco-la-presenza... – https://bit.ly/4opqs4k).
Assumendo come reale lo stupore di Fiano, sarà bene far notare al politico del PD come, nel corso del Genocidio in Palestina, le posizioni più estremisticamente a favore di Israele – i sionisti – non abbiano fatto altro che trovare nella destra e nell’estrema destra i propri alleati più fedeli. Il risultato, oltre all’impunito massacro di decine di migliaia di palestinesi, è stato anche un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico dell’intero Occidente, dove i governi si sono ostinatamente rivelati sordi alle oceaniche manifestazioni che hanno continuato a rivendicare giustizia e libertà per la Palestina, preoccupandosi solo dei modi per silenziare le voci dissonanti, aggredendo le persone comuni, il “nemico interno”.
Da buoni cani da guardia del capitale, i fascisti hanno supportato e supportano senza nessun problema l’atlantismo guerrafondaio di Trump, il sionismo genocidario di Israele (ammesso che ci sia una reale differenza tra le due cose...) e i governi servili come quello italiano. Ma alla fine non mancano di presentare il proprio conto.
Per le antifasciste e gli antifascisti una battaglia da combattere con la consapevolezza che “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince”.
P.S. Come era prevedibile, la presa di parola antifascista, da parte nostra un semplice atto dovuto, ha comportato immediatamente una minaccia. La Red Star Press viene indicata come se fosse un bersaglio da colpire: un invito all’azione che non di rado personaggi a posteriori fatti passare per “matti” hanno raccolto. In ogni caso ribadiamo quello che abbiamo già detto e che appartiene da sempre alla storia del movimento operaio: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Combatterlo non è nient’altro che un dovere civico e morale. Per il resto, da domani ci troverete a Più Libri Più Liberi, nello stand C04. Uno dei motti della nostra casa editrice, ben conscia delle sue dimensioni minime, è “dove andiamo resistiamo”. Resistete con noi.
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Di fronte alla manifestazione del fascismo in ogni sua forma, infatti, è ridicolo, offensivo e volgare appellarsi a concetti quali la libertà di stampa o di opinione.
Come è stato detto e ribadito con i fatti, il fascismo non è un’opinione, è un crimine. E combatterlo è, né più né meno, un dovere civico e morale. Certamente, però, a essere contraddittorio è che ci si stupisca che il fascismo, avanzante nella società, esista anche nel mondo dei libri.
Nella prossima edizione di Più Libri Più Liberi ci saranno diversi editori di “destra”, capeggiati, quest’anno dagli “identitari” di Passaggio al Bosco. Ma che dire degli editori di area democratica che da anni posteggiano allegramente nella fiera letteraria di destra Libropolis di Pietrasanta (https://www.libropolis.org/ospiti-ed-editori/) senza che la stessa area democratica – o addirittura di movimento – abbia nulla da ridire?
In realtà, in questi anni, abbiamo assistito a una continua fascistizzazione dello scenario politico generale, con l’assunzione di provvedimenti terrificanti nella loro portata repressiva. Basti citare il recente Decreto Sicurezza per farsi un’idea di ciò che il fascismo è e a cosa il fascismo serva: nei momenti di crisi economica, a comprimere le aspirazioni di chi vive del proprio lavoro a vantaggio degli interessi del grande capitale. E che ci siano Più o Meno Libri, poco importa.
Senz’altro in questi ultimi anni ci sono Più Sfratti e Meno Case Popolari, Più Sfruttamento e Meno Lavoro Garantito, Più Povertà e Meno Valore dei Salari percepiti dalla classe operaia, Più Devastazione Sociale ed Ambientale e Meno Tutela del Territorio, Più Analfabetismo e Meno Scuola, Più Malattia e Meno Sanità, Più Femminicidi e Meno Consultori, Più Guerra e Meno Pace o, per dirla in sintesi: Più Fascismo e Meno Democrazia.
La Red Star Press ha sempre pensato che la partita per i Libri e per la Cultura non si giochi nella sovrastruttura del sistema, ma nel suo cuore.
Per questo il nostro slogan è, non ci stancheremo mai di ripeterlo: «Cosa ci facciamo di un libro se non abbiamo un lavoro decente e neppure una casa?»; ed è sempre per questo che, come casa editrice dedicata alla storia e alla cultura del movimento operaio, siamo convinti che lo spazio per i libri e per la cultura debba essere guadagnato al centro della partecipazione alle battaglie per la conquista dei diritti sociali: all’interno della lotta di classe.
Allo stesso modo pensiamo che sia necessario difendere con le unghie e con i denti gli spazi di agibilità conquistati negli anni a caro prezzo.
Per questo i nostri lettori e le nostre lettrici ci troveranno come sempre nello stand C04 di Più Libri Più Liberi dietro le insegne antifasciste che ci hanno sempre contraddistinto e che proprio raccogliendo consenso nelle manifestazioni di massa capiscono di essere tutt’altro che sole.
Tornando, però, alla prossima edizione di Più Libri Più Liberi, fa davvero specie che l’ex deputato dem Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele”, si stupisca di presenze come quella di Passaggio al Bosco a Più Libri Più Liberi (https://ilmanifesto.it/passaggio-al-bosco-la-presenza... – https://bit.ly/4opqs4k).
Assumendo come reale lo stupore di Fiano, sarà bene far notare al politico del PD come, nel corso del Genocidio in Palestina, le posizioni più estremisticamente a favore di Israele – i sionisti – non abbiano fatto altro che trovare nella destra e nell’estrema destra i propri alleati più fedeli. Il risultato, oltre all’impunito massacro di decine di migliaia di palestinesi, è stato anche un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico dell’intero Occidente, dove i governi si sono ostinatamente rivelati sordi alle oceaniche manifestazioni che hanno continuato a rivendicare giustizia e libertà per la Palestina, preoccupandosi solo dei modi per silenziare le voci dissonanti, aggredendo le persone comuni, il “nemico interno”.
Da buoni cani da guardia del capitale, i fascisti hanno supportato e supportano senza nessun problema l’atlantismo guerrafondaio di Trump, il sionismo genocidario di Israele (ammesso che ci sia una reale differenza tra le due cose...) e i governi servili come quello italiano. Ma alla fine non mancano di presentare il proprio conto.
Per le antifasciste e gli antifascisti una battaglia da combattere con la consapevolezza che “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince”.
P.S. Come era prevedibile, la presa di parola antifascista, da parte nostra un semplice atto dovuto, ha comportato immediatamente una minaccia. La Red Star Press viene indicata come se fosse un bersaglio da colpire: un invito all’azione che non di rado personaggi a posteriori fatti passare per “matti” hanno raccolto. In ogni caso ribadiamo quello che abbiamo già detto e che appartiene da sempre alla storia del movimento operaio: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Combatterlo non è nient’altro che un dovere civico e morale. Per il resto, da domani ci troverete a Più Libri Più Liberi, nello stand C04. Uno dei motti della nostra casa editrice, ben conscia delle sue dimensioni minime, è “dove andiamo resistiamo”. Resistete con noi.
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19/10/2025
Vogliamo parlare della stampa?
Dalla lettera di Mario Cardinali, direttore ed editore del Vernacoliere, che annuncia la sospensione delle pubblicazioni. Courtesy by Piero Santonastaso.
*****
“E allora toh, vi aggiungo un altro buon motivo, per la fermata del Vernacoliere: c’è anche la crisi sempre più profonda della carta, a dettar la nuova legge dell’editoria. Quella dei giornali, soprattutto. Che quasi più nessuno legge, surclassati come sono dai social, coi telefonini a dettar legge ovunque, nuovi totem dell’indottrinamento in massa. E la pubblicità a pagare il tutto, ché tanto poi a pagare veramente è il solito Pantalone quando compra.
E anche per il Vernacoliere i costi ormai son arrivati a superar gli incassi. Con le edicole che continuano a chiudere a migliaia in tutta Italia, e quelle che ancora resistono si son ridotte a rivendite di gadget e giocattolini vari, e pare le vogliano perfino adibire a uffici postali e ricevitorie d’ogni tipo, un po’ come le tabaccherie. Non esclusa l’idea di piazzarci un confessionale, a confessar la colpa di voler leggere ancora. Che poi leggere è una parola grossa.
Coi quotidiani ormai ridotti a raccoglier la bava dei tanti laudatores a richiesta, con tanto giornalismo di leccaculi d’ogni tipo – e i culi più leccati son quelli di governo, non importa il colore, conta il finanziamento – da leggere ci sono più che altro i bollettini di Stato o di Partito o di Enti e Associazioni del gran gioco del potere.
Oddìo, magari ti mettono al corrente delle decisioni dei Palazzi, con quei bollettini gabellati come giornalismo, ma è anche lì come con la pubblicità per il commercio, che sempre commercio di cervelli è”.
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03/07/2025
Nessuna crescita dal “riarmo”, futuro nero per i media
Un sistema che ha fagocitato tutto e ora si nutre fagocitando se stesso non ha un gran futuro davanti.
Un editoriale di Milano Finanza, a firma del direttore Renato Sommella, mette in fila una serie e osservazioni che hanno – se interpretate correttamente – un impatto devastante sul sistema economico neoliberista in cui siamo inseriti (o prigionieri) noi “occidentali”.
Si parte dall’orizzonte storico dei prossimi 10 anni, che in pochi mesi è radicalmente cambiato. Il 2035, fin qui, era l’anno in cui si sarebbe dovuto dire definitivamente addio ai motori endotermici per autotrazione, cancellando benzina e gasolio come carburanti. Vaneggiamenti retorici a parte, era già un programma di dimensioni mostruose, che coinvolgeva la produzione propriamente detta – e le tecnologie relative – e tutto l’indotto (meccanici, elettrauto, ecc., salvando in pratica solo assicuratori e gommisti).
Un programma, peraltro, che rifiutava in radice qualsiasi ipotesi di programmazione affidando alle sole “dinamiche di mercato”, ovvero alle imprese private e ai loro interessi, il compito di realizzare quanto “desiderato”. Com’è noto, le imprese automobilistiche europee hanno reagito chiedendo rinvii, incentivi, cancellazione di impegni, e andare avanti come prima.
Improvvisamente, nel giro di pochi mesi, quell’orizzonte ha sostituito l’immaginario “sol dell’avvenire”: invece dell’auto elettrica ad emissioni zero (localmente, non certo per il Pianeta) il riarmo, fatto di carri armati, missili, droni, aerei. Sulle basse emissioni degli armamenti non c’è neanche da fare giochi di parole, ma come “motore dello sviluppo” le armi sono veleno in un organismo malato in fase terminale.
Si può ovviamente dire – e permettere – che un’industria metalmeccanica smetta di sfornare automobili e cominci a metter “sul mercato” droni o altri vettori. Per quell’azienda sarà magari certamente “vantaggioso” fare una scelta del genere, se garantisce profitti più elevati e una concorrenza meno feroce.
Non paradossalmente, infatti, il mercato delle armi è per sua natura “frammentato”, perché gli interessi geostrategici prevalgono sempre sui soli meccanismi di mercato. Un drone Usa non può essere venduto a russi, cinesi o iraniani, per esempio. E ogni vendita di armi sofisticate (oltre, insomma, il livello dell’armamento individuale) comporta la stipulazione di accordi di alleanza internazionale per preservare segreti industriali che sono ovviamente anche militari.
Peggio ancora (ma questo un liberista non ve lo potrà mai dire), gli armamenti hanno un effetto praticamente nullo sullo sviluppo della domanda. In più, hanno il difetto di un valore d’uso assai poco compatibile con “la crescita”, “la stabilità delle aspettative” e tanti altri must dell’accumulazione capitalistica. Quando si comincia a bombardare, qualcuno fa i soldi, quasi tutti vanno sul lastrico. O sotto...
La politica europea di riarmo, insomma, è di fatto la presa d’atto che il neoliberismo ha fatto il suo tempo e che il sistema capitalistico occidentale ha bisogno, anche solo per sopravvivere, di robustissime dosi di denaro pubblico. Preso a prestito, of course, aumentando spaventosamente il debito in barba alle regole dell’austerità che però valgono per tutto il resto.
Non serve un premio Nobel per capire che una volta ri-ammesso “l’intervento pubblico in deficit” (il presunto mostro che si voleva abbattere) ci si potrebbe serenamente interrogare su quali settori sono più efficaci nel promuovere una crescita complessiva, rifacendosi – non diciamo a Marx – ma almeno al vecchio Keynes.
Di sicuro il settore degli armamenti è il meno “sviluppista” di tutti. Un po’ per ragioni strutturali (l’occupazione è minima, “chiusa” per ragioni di competenze o segreto militare), un po’ perché le guerre attuali (Ucraina, Medio Oriente, ecc.) stanno mostrando forme di combattimento radicalmente diverse dal pur recente passato. In pillole: molti più missili, droni di ogni tipo e dimensione, tecnologie elettroniche di rilevamento e disturbo delle comunicazioni nemiche, ecc.
Dunque, le industrie europee legate al vecchio modello di guerra dovrebbero riconvertirsi a velocità pazzesca, scontando però la scarsità di competenze che non hanno coltivato e di pratiche di combattimento che non conoscono direttamente.
In pratica, buona parte del budget preso a debito andrebbe usato per acquistare quanto serve per la guerra moderna, facendo felici i produttori di altri paesi. Soprattutto Usa.
Messa così, anche quel poco di “effetto moltiplicatore” degli armamenti sulla crescita economica finisce nella spazzatura. Tanto varrebbe “scavare buche e riempire buche”, per pagare salari che poi nutrirebbero la domanda di tutti i settori industriali in modo “virtuoso” (ovvero generando quelle entrate fiscali che servono a ripagare il debito pubblico).
Tanto più che – tornando all’editoriale di Sommella – l’intelligenza artificiale minaccia ormai ambiti produttivi e commerciali di primo livello, come l’editoria in tutti i suoi aspetti, nonché il mercato pubblicitario nel suo insieme.
“Dalle ultime statistiche Google ancora domina il mondo della ricerca – che è il principale accesso a tutti i siti – con 13,7 miliardi di ricerche al giorno contro il miliardo di Chatgpt che è in fortissima crescita. Da Google – che controlla tra l’80 e il 90% delle ricerche su Internet – dipende una quota di traffico verso i siti che può variare dal 40/50% fino al 90%.
L’implementazione dell’AI sta cambiando questo processo. Google per rispondere a Chatgpt ha introdotto AI Overview che offre una risposta completa già al 40-50% delle domande degli utenti, con una progressiva estensione ai contenuti più editoriali limitandosi a indicare come sola icona i link ai contenuti originali.”
Con quali conseguenze? Se finora le ricerche attraverso i motori portavano al link di un qualsiasi “produttore di contenuti”, in tempi brevi avremo invece solo dei “riassunti” elaborati da algoritmi che di fatto bloccano la necessità di cercare ancora o qualcosa di meglio.
“Google, in sostanza, si rende autonoma dai contenuti originali editoriali, l’acqua stessa dentro cui ha nuotato e proliferato finora. Si tratta di una bomba H sganciata sul sistema editoriale mondiale perché rischiano di sparire i giornali ma non i lettori, che sapranno quello che vuole Alphabet.”
Ma un sistema autofago come questo non risparmia neanche chi lo sta creando (non solo Google, evidentemente). Il tagliar via la corsa ai link altrui significa immediatamente una rinuncia – dolorosissima – agli introiti pubblicitari che sono ancora la principale fonte di fatturazione di Google e altre piattaforme.
Di fatto, insomma, gli editori (giornali, media in genere, ecc.) vedranno il loro traffico crollare peggio di quanto non possa fare uno shadow ban da parte di Facebook; dall’altra il killer del traffico vedrà scendere verso zero i suoi profitti.
Anche questa, in definitiva, è una guerra moderna. Non ne resterà neanche uno. Nemmeno Highlander...
Fonte
Un editoriale di Milano Finanza, a firma del direttore Renato Sommella, mette in fila una serie e osservazioni che hanno – se interpretate correttamente – un impatto devastante sul sistema economico neoliberista in cui siamo inseriti (o prigionieri) noi “occidentali”.
Si parte dall’orizzonte storico dei prossimi 10 anni, che in pochi mesi è radicalmente cambiato. Il 2035, fin qui, era l’anno in cui si sarebbe dovuto dire definitivamente addio ai motori endotermici per autotrazione, cancellando benzina e gasolio come carburanti. Vaneggiamenti retorici a parte, era già un programma di dimensioni mostruose, che coinvolgeva la produzione propriamente detta – e le tecnologie relative – e tutto l’indotto (meccanici, elettrauto, ecc., salvando in pratica solo assicuratori e gommisti).
Un programma, peraltro, che rifiutava in radice qualsiasi ipotesi di programmazione affidando alle sole “dinamiche di mercato”, ovvero alle imprese private e ai loro interessi, il compito di realizzare quanto “desiderato”. Com’è noto, le imprese automobilistiche europee hanno reagito chiedendo rinvii, incentivi, cancellazione di impegni, e andare avanti come prima.
Improvvisamente, nel giro di pochi mesi, quell’orizzonte ha sostituito l’immaginario “sol dell’avvenire”: invece dell’auto elettrica ad emissioni zero (localmente, non certo per il Pianeta) il riarmo, fatto di carri armati, missili, droni, aerei. Sulle basse emissioni degli armamenti non c’è neanche da fare giochi di parole, ma come “motore dello sviluppo” le armi sono veleno in un organismo malato in fase terminale.
Si può ovviamente dire – e permettere – che un’industria metalmeccanica smetta di sfornare automobili e cominci a metter “sul mercato” droni o altri vettori. Per quell’azienda sarà magari certamente “vantaggioso” fare una scelta del genere, se garantisce profitti più elevati e una concorrenza meno feroce.
Non paradossalmente, infatti, il mercato delle armi è per sua natura “frammentato”, perché gli interessi geostrategici prevalgono sempre sui soli meccanismi di mercato. Un drone Usa non può essere venduto a russi, cinesi o iraniani, per esempio. E ogni vendita di armi sofisticate (oltre, insomma, il livello dell’armamento individuale) comporta la stipulazione di accordi di alleanza internazionale per preservare segreti industriali che sono ovviamente anche militari.
Peggio ancora (ma questo un liberista non ve lo potrà mai dire), gli armamenti hanno un effetto praticamente nullo sullo sviluppo della domanda. In più, hanno il difetto di un valore d’uso assai poco compatibile con “la crescita”, “la stabilità delle aspettative” e tanti altri must dell’accumulazione capitalistica. Quando si comincia a bombardare, qualcuno fa i soldi, quasi tutti vanno sul lastrico. O sotto...
La politica europea di riarmo, insomma, è di fatto la presa d’atto che il neoliberismo ha fatto il suo tempo e che il sistema capitalistico occidentale ha bisogno, anche solo per sopravvivere, di robustissime dosi di denaro pubblico. Preso a prestito, of course, aumentando spaventosamente il debito in barba alle regole dell’austerità che però valgono per tutto il resto.
Non serve un premio Nobel per capire che una volta ri-ammesso “l’intervento pubblico in deficit” (il presunto mostro che si voleva abbattere) ci si potrebbe serenamente interrogare su quali settori sono più efficaci nel promuovere una crescita complessiva, rifacendosi – non diciamo a Marx – ma almeno al vecchio Keynes.
Di sicuro il settore degli armamenti è il meno “sviluppista” di tutti. Un po’ per ragioni strutturali (l’occupazione è minima, “chiusa” per ragioni di competenze o segreto militare), un po’ perché le guerre attuali (Ucraina, Medio Oriente, ecc.) stanno mostrando forme di combattimento radicalmente diverse dal pur recente passato. In pillole: molti più missili, droni di ogni tipo e dimensione, tecnologie elettroniche di rilevamento e disturbo delle comunicazioni nemiche, ecc.
Dunque, le industrie europee legate al vecchio modello di guerra dovrebbero riconvertirsi a velocità pazzesca, scontando però la scarsità di competenze che non hanno coltivato e di pratiche di combattimento che non conoscono direttamente.
In pratica, buona parte del budget preso a debito andrebbe usato per acquistare quanto serve per la guerra moderna, facendo felici i produttori di altri paesi. Soprattutto Usa.
Messa così, anche quel poco di “effetto moltiplicatore” degli armamenti sulla crescita economica finisce nella spazzatura. Tanto varrebbe “scavare buche e riempire buche”, per pagare salari che poi nutrirebbero la domanda di tutti i settori industriali in modo “virtuoso” (ovvero generando quelle entrate fiscali che servono a ripagare il debito pubblico).
Tanto più che – tornando all’editoriale di Sommella – l’intelligenza artificiale minaccia ormai ambiti produttivi e commerciali di primo livello, come l’editoria in tutti i suoi aspetti, nonché il mercato pubblicitario nel suo insieme.
“Dalle ultime statistiche Google ancora domina il mondo della ricerca – che è il principale accesso a tutti i siti – con 13,7 miliardi di ricerche al giorno contro il miliardo di Chatgpt che è in fortissima crescita. Da Google – che controlla tra l’80 e il 90% delle ricerche su Internet – dipende una quota di traffico verso i siti che può variare dal 40/50% fino al 90%.
L’implementazione dell’AI sta cambiando questo processo. Google per rispondere a Chatgpt ha introdotto AI Overview che offre una risposta completa già al 40-50% delle domande degli utenti, con una progressiva estensione ai contenuti più editoriali limitandosi a indicare come sola icona i link ai contenuti originali.”
Con quali conseguenze? Se finora le ricerche attraverso i motori portavano al link di un qualsiasi “produttore di contenuti”, in tempi brevi avremo invece solo dei “riassunti” elaborati da algoritmi che di fatto bloccano la necessità di cercare ancora o qualcosa di meglio.
“Google, in sostanza, si rende autonoma dai contenuti originali editoriali, l’acqua stessa dentro cui ha nuotato e proliferato finora. Si tratta di una bomba H sganciata sul sistema editoriale mondiale perché rischiano di sparire i giornali ma non i lettori, che sapranno quello che vuole Alphabet.”
Ma un sistema autofago come questo non risparmia neanche chi lo sta creando (non solo Google, evidentemente). Il tagliar via la corsa ai link altrui significa immediatamente una rinuncia – dolorosissima – agli introiti pubblicitari che sono ancora la principale fonte di fatturazione di Google e altre piattaforme.
Di fatto, insomma, gli editori (giornali, media in genere, ecc.) vedranno il loro traffico crollare peggio di quanto non possa fare uno shadow ban da parte di Facebook; dall’altra il killer del traffico vedrà scendere verso zero i suoi profitti.
Anche questa, in definitiva, è una guerra moderna. Non ne resterà neanche uno. Nemmeno Highlander...
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28/10/2023
La scelta rivoluzionaria dell’erede di una grande famiglia capitalista
In tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo... una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria... Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme.
K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista
«Dunque... devo definire me stesso in quanto editore... in rapporto col mestiere che per il novanta per cento del mio tempo faccio da quasi quindici anni. Potrei cominciare dal mestiere... togliendo di mezzo la mia persona; oppure potrei cominciare dalla mia persona, ma in questo caso, purtroppo, non riuscirei a togliere di mezzo il mestiere...Così, nel 1967, in un articolo scritto per la rivista «King», Giangiacomo Feltrinelli definiva il senso di un’attività politico-culturale che ha inciso, come poche altre, nella storia del nostro Paese.
Ma non voglio definire l’editore, anzi l’Editore: a mio modo di vedere si tratta di una funzione indefinibile, o meglio definibile in mille modi.
Basterebbe, a questo proposito, elencare tutti coloro che, facendo l’editore, hanno costruito una fortuna, ed elencare, d’altra parte, tutti coloro che (sempre facendo l’editore) una fortuna hanno distrutto. ... il termine “fortuna” acquista un significato non soltanto economico, ma... “politico”.
Lasciamo perdere, dunque, l’editoria fortunata a livello business: i mastodonti che possiedono mezzo milione di titoli, cinquanta staff redazionali, una dozzina di rivistacce per le “serve” intellettuali, o per gli intellettuali serva, le tipografie con le supermacchine degli “aiuti” americani, gli apparati di intimidazione e gli “uffici acquisto premi letterari”...
Sarà un difetto, sarà un vizio: ma anche se auspico la fortuna economica della mia casa editrice, non posso fare a meno di ricordare che essa è nata soprattutto... da un’intenzione, addirittura da un bisogno e da un desiderio che esito a definire culturali soltanto perché la parola cultura… mi appare gigantesca, enorme, degna di non essere scomodata di continuo.»
E aggiungeva:
«Poiché la micidiale proliferazione della carta stampata rischia di togliere alla funzione di editore qualsiasi senso e destinazione, io ritengo che l’unico modo per ripristinare questa funzione sia una cosa che, contro la moda, non esito a chiamare “moralità”: esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie... occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà...».Chiariva, infine, le ragioni della sua attività in questi termini:
«... un editore può anche affrontare il proprio lavoro sulla base di una ipotesi di lavoro molto azzardata: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà».Raccontata dal figlio Carlo con un misurato distacco e, nel contempo, con una partecipazione intensa, in un libro ricco di documenti editi e inediti, a mezza via tra memoria famigliare e ricostruzione storica dei “formidabili” anni Sessanta, la vita di questo editore acquista lungo le oltre quattrocento pagine di “Senior Service” (il titolo allude alla marca di sigarette preferita da Giangiacomo Feltrinelli) tutto il rilievo che le conferisce la singolare traiettoria umana, politica e ideale dell’erede di una famiglia di grandi capitalisti, il quale diventa un militante rivoluzionario, segue (e talora anticipa) il complesso percorso dei movimenti di liberazione che si sviluppano a livello nazionale e internazionale, e compie, pagandone il prezzo con la sua morte, il passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi.
Fonte
15/09/2020
Ignora chi t’ignora
di Mauro Baldrati
Il
21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto –
al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore
all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel
parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre
all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un
insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato
da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata.
Cordiali saluti.”
A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune ha la caratteristica di non rispondere alle mail. Un anno fa ne ho inviata un’altra al settore Lavori Pubblici che recitava: “Ma come avete potuto permettere all’impresa che ha effettuato gli scavi per le canalizzazioni della fibra di ricoprire gli stessi col cemento e non con l’asfalto? Ora si sta spaccando, e sarà necessario rifare il lavoro.”
Nessuna risposta. Anzi, il comune ha eliminato i link dei settori dall’home page, così se qualcuno vuole scrivere o telefonare alla Cultura, all’Ambiente, deve procurarsi i recapiti per conto suo. È un segnale. Un segnale di modernità. Infatti l’ente pubblico si ritira, dai territori, dai cittadini, che probabilmente sono visti come rompiscatole, portatori di richieste e osservazioni “basse”, che disturbano il manovratore.
Questa modalità si è estesa a tutto il paese, in tutti i settori. Visto che siamo tutti scrittori, è arcinoto che gli editori e gli agenti non rispondono alle mail. Viene da dubitare della loro stessa esistenza. O meglio, gli agenti talvolta rispondono, specialmente quelli medi o piccoli, ma chiedono compensi per valutare le opere. Poi, si vedrà.
E pensare che io, che ho attraversato vari periodi storici, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta (dei Novanta e 00 cosa si può dire?), ho avuto la fortuna di conoscere l’era antica in cui tutti rispondevano. Editori, critici, altri autori. E non con le mail, ma con lettere scritte a mano o a macchina, affrancate e spedite.
Durante l’adolescenza scrivevo di getto, con una sorta di furore, dei poemi con la modalità prosa spontanea, che copiavo da Jack Kerouac, uno dei miei eroi, insieme a Allen Ginsberg e Henry Miller. Un giorno decisi di spedirne uno a Fernanda Pivano, che aveva tradotto quasi tutti i beat, e a Mario Praz, che aveva scritto l’introduzione al Tropico del Cancro. Della Pivano ero riuscito a procurarmi l’indirizzo, per Praz scrissi semplicemente sulla busta: Mario Praz c/o Accademia dei Lincei, Roma.
Arrivarono le risposte, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. La Pivano scriveva a macchina, Praz con la stilografica, con una calligrafia chiusa, acuminata. La Pivano diceva che se volevo continuare a scrivere dovevo rendere le mie emozioni, le mie storie, dopo averle ripulite dalle scorie intimiste, universali. Così chi leggeva poteva trovare, nella mia scrittura, emozioni e istanze sue. Per anni quelle parole mi sono tornate alla mente, mentre cercavo la mia strada. E ancora oggi le considero un insegnamento importante. Mario Praz scriveva semplicemente che non capiva i giovani. Ci provava, si impegnava, ma era inutile. Per lui eravamo dei mondi lontanissimi. Non era affatto contento di questo. Lo considerava un suo limite, ma non riusciva a superarlo.
Dunque questa è la situazione. Può peggiorare? Immagino di sì, visto che sembra non esserci limite al peggioramento. Forse gli editori più potenti si rinchiuderanno dentro cittadelle fortificate, con guardie armate all’ingresso, assediate da folle di scrittori inferociti mutati in zombies. E potrebbe verificarsi un’effrazione improvvisa che manderebbe tutti nel panico: “È entrato uno scrittore!” Sirene, guardiani armati di mitra a canna corta che corrono in tutte le direzioni.
Pertanto,
cari scrittori e aspiranti tali, bisogna prenderne atto, e adeguarsi.
Ma come? Incazzandosi. Sì, è un sentimento non solo inevitabile, ma
utile. Ma quale tipo di incazzatura? Se non ha sbocchi rischia di
rivolgersi contro se stessi, provocando depressione, rancore, e malattia
che va ad aggiungersi ad altra malattia. Perché è risaputo che gli
scrittori sono quasi tutti dei sociopatici che reagiscono con la
fantasia ai problemi di rapporto con loro stessi e con gli altri.
Migliorano la realtà, senza uscire di casa, senza viverla veramente.
Invece, se proprio non si può fare a meno di perseverare, non c’è che uno sbocco possibile. Gli editori e gli agenti vi ignorano? Non continuate a insistere, ad aspettare risposte che non arriveranno. Loro vi ignorano e voi ignorate loro. Anzi, cancellateli dalle vostre menti, fate tabula rasa. Nessuna polemica coi vari vincitori dei campielli e delle streghe, e coi grandi editori che pubblicano certi libri fetentissimi. E se fossero creature virtuali create dai computer quantici delle cittadelle fortificate?
Ovviamente detto così, col punto finale, significa qualcosa di molto brutto. Significa la solitudine, privata e pubblica. Il vuoto, l’oscurità. Invece bisogna lavorare. Come? Studiando, non solo scrivendo.
Intanto bisogna capire come hanno fatto, i nostri antenati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, a creare un mondo parallelo alternativo. Infatti questa era la parola: ALTERNATIVA. Quelli della controcultura, del do it! si organizzavano. Fondavano dei movimenti di assistenza e di supporto, distribuzione abiti, coordinamenti di avvocati, giornali autogestiti, teatri, concerti. Il concetto era quello di fondare cellule alternative sane in un organismo malato, che diffondendosi potevano guarirlo.
Questa modalità è continuata nei due decenni successivi con l’underground, il do it yourself! dei punk e della new wave, soprattutto nel campo della musica, che resta un sistema di comunicazione universale, perché sconta in misura minore il limite della lingua.
Per cui sarebbe interessante studiare i loro linguaggi, le loro iniziative, cercando documenti e filmati. Esistono anche dei libri utili, uno dei quali è il sempre attuale L’orda d’oro.
Ma non basta. Lo studio deve riguardare anche le opere. La ricerca della propria strada non deve fermarsi. Questo è il punto più delicato. Non è che il mitico esordiente una mattina scende dal letto, butta le braccia in alto e grida alè!!! scriverò un libro che spacca! Magari sì. Magari è nato un nuovo Rimbaud, ma c’è da dubitare fortemente. Lo studio deve uscire dalle viscere, dallo stomaco, dallo stato di esaltazione, e guardare i dintorni. Come sono i tempi, i luoghi, i flussi? Cosa accade dentro il tempo morto, nello spazio trafitto dalla deiezione umana e dai virus? Anche perché, rispetto agli antenati, è sorto un nuovo problema. Anzi, IL problema: l’omologazione di ciò che resta dei lettori. Gli antenati avevano un seguito, un pubblico. Avevano i cittadini del mondo alternativo. Oggi, sembra che il pubblico moderno si precipiti negli store per allungare la mano verso le gigantesche pile dei colibrì e compagnia bella. Quella è la merce che bisogna comprare. Che deve essere non solo letta, ma piaciuta.
Poi, a quel punto, poiché lo stato delle cose riguarda anche gli editori minori, che cercano di sopravvivere all’esterno della cittadella, potrebbe nascere un consorzio di tutela, tipo quello del Parmigiano. Una gabbia per le copertine uguale per tutti, con libertà di immagini, di grafica, di titolo e, in basso, la dicitura Editori Alternativi, seguita dal nome dell’editore affiliato al consorzio. Per esempio, Gli Imperdonabili, hanno elaborato un decalogo con le istruzioni per scrivere narrativa. Si può non essere d’accordo, si può non adottarlo, ma l’idea di un gruppo di tipi che scrivono in modalità collettiva è intrigante. Il tutto sotto l’ombrello del consorzio. Un marchio di identità e di qualità.
È un sogno?
Chissà.
Però sarebbe l’inizio di una costruzione, una fondazione, una macchina da guerra.
E come in ogni guerra è indispensabile studiare anche il Sun Tzu.
L’arte di combattere senza combattere.
Fonte
Il
21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto –
al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore
all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel
parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre
all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un
insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato
da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata.Cordiali saluti.”
A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune ha la caratteristica di non rispondere alle mail. Un anno fa ne ho inviata un’altra al settore Lavori Pubblici che recitava: “Ma come avete potuto permettere all’impresa che ha effettuato gli scavi per le canalizzazioni della fibra di ricoprire gli stessi col cemento e non con l’asfalto? Ora si sta spaccando, e sarà necessario rifare il lavoro.”
Nessuna risposta. Anzi, il comune ha eliminato i link dei settori dall’home page, così se qualcuno vuole scrivere o telefonare alla Cultura, all’Ambiente, deve procurarsi i recapiti per conto suo. È un segnale. Un segnale di modernità. Infatti l’ente pubblico si ritira, dai territori, dai cittadini, che probabilmente sono visti come rompiscatole, portatori di richieste e osservazioni “basse”, che disturbano il manovratore.
Questa modalità si è estesa a tutto il paese, in tutti i settori. Visto che siamo tutti scrittori, è arcinoto che gli editori e gli agenti non rispondono alle mail. Viene da dubitare della loro stessa esistenza. O meglio, gli agenti talvolta rispondono, specialmente quelli medi o piccoli, ma chiedono compensi per valutare le opere. Poi, si vedrà.
E pensare che io, che ho attraversato vari periodi storici, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta (dei Novanta e 00 cosa si può dire?), ho avuto la fortuna di conoscere l’era antica in cui tutti rispondevano. Editori, critici, altri autori. E non con le mail, ma con lettere scritte a mano o a macchina, affrancate e spedite.
Durante l’adolescenza scrivevo di getto, con una sorta di furore, dei poemi con la modalità prosa spontanea, che copiavo da Jack Kerouac, uno dei miei eroi, insieme a Allen Ginsberg e Henry Miller. Un giorno decisi di spedirne uno a Fernanda Pivano, che aveva tradotto quasi tutti i beat, e a Mario Praz, che aveva scritto l’introduzione al Tropico del Cancro. Della Pivano ero riuscito a procurarmi l’indirizzo, per Praz scrissi semplicemente sulla busta: Mario Praz c/o Accademia dei Lincei, Roma.
Arrivarono le risposte, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. La Pivano scriveva a macchina, Praz con la stilografica, con una calligrafia chiusa, acuminata. La Pivano diceva che se volevo continuare a scrivere dovevo rendere le mie emozioni, le mie storie, dopo averle ripulite dalle scorie intimiste, universali. Così chi leggeva poteva trovare, nella mia scrittura, emozioni e istanze sue. Per anni quelle parole mi sono tornate alla mente, mentre cercavo la mia strada. E ancora oggi le considero un insegnamento importante. Mario Praz scriveva semplicemente che non capiva i giovani. Ci provava, si impegnava, ma era inutile. Per lui eravamo dei mondi lontanissimi. Non era affatto contento di questo. Lo considerava un suo limite, ma non riusciva a superarlo.
Dunque questa è la situazione. Può peggiorare? Immagino di sì, visto che sembra non esserci limite al peggioramento. Forse gli editori più potenti si rinchiuderanno dentro cittadelle fortificate, con guardie armate all’ingresso, assediate da folle di scrittori inferociti mutati in zombies. E potrebbe verificarsi un’effrazione improvvisa che manderebbe tutti nel panico: “È entrato uno scrittore!” Sirene, guardiani armati di mitra a canna corta che corrono in tutte le direzioni.
Pertanto,
cari scrittori e aspiranti tali, bisogna prenderne atto, e adeguarsi.
Ma come? Incazzandosi. Sì, è un sentimento non solo inevitabile, ma
utile. Ma quale tipo di incazzatura? Se non ha sbocchi rischia di
rivolgersi contro se stessi, provocando depressione, rancore, e malattia
che va ad aggiungersi ad altra malattia. Perché è risaputo che gli
scrittori sono quasi tutti dei sociopatici che reagiscono con la
fantasia ai problemi di rapporto con loro stessi e con gli altri.
Migliorano la realtà, senza uscire di casa, senza viverla veramente. Invece, se proprio non si può fare a meno di perseverare, non c’è che uno sbocco possibile. Gli editori e gli agenti vi ignorano? Non continuate a insistere, ad aspettare risposte che non arriveranno. Loro vi ignorano e voi ignorate loro. Anzi, cancellateli dalle vostre menti, fate tabula rasa. Nessuna polemica coi vari vincitori dei campielli e delle streghe, e coi grandi editori che pubblicano certi libri fetentissimi. E se fossero creature virtuali create dai computer quantici delle cittadelle fortificate?
Ovviamente detto così, col punto finale, significa qualcosa di molto brutto. Significa la solitudine, privata e pubblica. Il vuoto, l’oscurità. Invece bisogna lavorare. Come? Studiando, non solo scrivendo.
Intanto bisogna capire come hanno fatto, i nostri antenati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, a creare un mondo parallelo alternativo. Infatti questa era la parola: ALTERNATIVA. Quelli della controcultura, del do it! si organizzavano. Fondavano dei movimenti di assistenza e di supporto, distribuzione abiti, coordinamenti di avvocati, giornali autogestiti, teatri, concerti. Il concetto era quello di fondare cellule alternative sane in un organismo malato, che diffondendosi potevano guarirlo.
Questa modalità è continuata nei due decenni successivi con l’underground, il do it yourself! dei punk e della new wave, soprattutto nel campo della musica, che resta un sistema di comunicazione universale, perché sconta in misura minore il limite della lingua.
Per cui sarebbe interessante studiare i loro linguaggi, le loro iniziative, cercando documenti e filmati. Esistono anche dei libri utili, uno dei quali è il sempre attuale L’orda d’oro.
Ma non basta. Lo studio deve riguardare anche le opere. La ricerca della propria strada non deve fermarsi. Questo è il punto più delicato. Non è che il mitico esordiente una mattina scende dal letto, butta le braccia in alto e grida alè!!! scriverò un libro che spacca! Magari sì. Magari è nato un nuovo Rimbaud, ma c’è da dubitare fortemente. Lo studio deve uscire dalle viscere, dallo stomaco, dallo stato di esaltazione, e guardare i dintorni. Come sono i tempi, i luoghi, i flussi? Cosa accade dentro il tempo morto, nello spazio trafitto dalla deiezione umana e dai virus? Anche perché, rispetto agli antenati, è sorto un nuovo problema. Anzi, IL problema: l’omologazione di ciò che resta dei lettori. Gli antenati avevano un seguito, un pubblico. Avevano i cittadini del mondo alternativo. Oggi, sembra che il pubblico moderno si precipiti negli store per allungare la mano verso le gigantesche pile dei colibrì e compagnia bella. Quella è la merce che bisogna comprare. Che deve essere non solo letta, ma piaciuta.
Poi, a quel punto, poiché lo stato delle cose riguarda anche gli editori minori, che cercano di sopravvivere all’esterno della cittadella, potrebbe nascere un consorzio di tutela, tipo quello del Parmigiano. Una gabbia per le copertine uguale per tutti, con libertà di immagini, di grafica, di titolo e, in basso, la dicitura Editori Alternativi, seguita dal nome dell’editore affiliato al consorzio. Per esempio, Gli Imperdonabili, hanno elaborato un decalogo con le istruzioni per scrivere narrativa. Si può non essere d’accordo, si può non adottarlo, ma l’idea di un gruppo di tipi che scrivono in modalità collettiva è intrigante. Il tutto sotto l’ombrello del consorzio. Un marchio di identità e di qualità.
È un sogno?
Chissà.
Però sarebbe l’inizio di una costruzione, una fondazione, una macchina da guerra.
E come in ogni guerra è indispensabile studiare anche il Sun Tzu.
L’arte di combattere senza combattere.
Fonte
29/08/2019
Alcune semplici riflessioni sugli scrittori professionisti
di Mauro Baldrati
X
è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di
libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso.
E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci
hanno stimolato il desiderio di altre letture.
Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.
Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.
Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.
Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.
Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.
Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?
La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.
Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.
Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.
Fonte
X
è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di
libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso.
E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci
hanno stimolato il desiderio di altre letture.Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.
Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.
Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.
Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.
Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.
Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?
La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.
Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.
Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.
Fonte
01/05/2019
Salvini gonfia le casse di CasaPound
I giornali democrat – a partire dalla solita Repubblica – si scandalizzano perché Matteo Salvini fa pubblicare un libro-intervista con una casa editrice sconosciuta ai più, ma “del giro CasaPound”.
Saremmo d’accordo – per una volta – con la testata fondata da Scalfari, se non fosse per la fastidiosa abitudine a occuparsi del dito invece che della Luna.
Ci spieghiamo. Lo “scandalo”, per Repubblica, sta tutto nella esibita (e rivendicata!) contiguità ideologica tra il selfistico ministro dell’interno e un movimento dichiaratamente fascista (“del terzo millennio” non ne cambia la natura) che, come ministro dell’interno, dovrebbe invece sciogliere, facendone incriminare dirigenti e membri attivi, con un voluminoso dossier da sottoporre alla magistratura. La quale, sia detto per onestà e completezza, avrebbe tutti gli strumenti di legge per procedere anche autonomamente, ma...
Per esempio: l’articolo a firma di Gabriele Isman chiama in causa l’editore e fabbricante di giubbotti, Francesco Polacchi, offrendogli l’occasione per un megaspot pubblicitario gratuito. Senza fargli neppure mezza domanda “scomoda”.
Dietro il titolo, nulla; secondo la tradizione...
A noi invece appare che la cosa grave sia quella di cui Repubblica non parla. Scegliere di dare un’intervista a una “giornalista d’area Casapound” o – che è lo stesso – accettare di farla, significa rendere possibile un’operazione economica di grandi dimensioni, almeno stando alle previsioni.
La vanità di un politico sotto i riflettori h24, che punta a nobilitare le sue battute consegnandole a un ben più dignitoso libro, avrebbe logicamente consigliato d’affidarsi a un grande nome giornalistico (per quanto non goda affatto della nostra considerazione, il purtroppo noto Maurizio Belpietro firma “soltanto” la prefazione). E naturalmente di darlo alle stampe con una casa editrice di prima fascia, che possiede know how, comunicazione, distributori e catene di punti vendita; oltre a decine di recensori “disponibili” nelle diverse testate giornalistiche.
Non ne mancano, anche a destra, a cominciare dalla berlusconiana Mondadori. Ma crediamo che non sarebbe dispiaciuto neanche a Rizzoli o qualcun altro.
E invece no. Giornalista sconosciuta, casa editrice “di nicchia”.
Sappiamo bene quanto sia difficile per le piccole case editrici “di nicchia” guadagnarsi un briciolo di attenzione mediatica. Quanta fatica si faccia per trovare dei distributori (i libri debbono pur sempre arrivare su qualche scaffale, di libreria o supermercato). E quanta per non farsi rapinare tutto il (poco) incasso contrattando sulle percentuali rispetto al prezzo.
Un ministro “di chiara fama” che pubblica con una casa editrice ignota le conferisce, già sul piano pubblicitario, un asset di rilievo; la fa uscire dal cono d’ombra (o “dalle fogne”, secondo la più nota definizione antifascista) del “giro stretto”.
Ma c’è di più. Le offre un’occasione di guadagno che non non si osava neanche sperare, neppure nei deliri di onnipotenza che pure abitano spesso le teste di destra. Non conosciamo ancora la tiratura, ma “con un nome così” sarebbe stupido non partire con decine di migliaia di copie.
E il libro è una merce molto particolare. I costi iniziali – impaginazione, editing, messa in stampa (non ci sono più le lastre, si fa tutto in digitale) ecc. – sono praticamente uguali sia che ne stampi 10 copie o un milione. Se non vendi almeno 300 copie è difficile coprire i costi di produzione. Ma una volta superato il break even – carta a parte (ovvio che per stampare molte copie serve molta carta e un po’ d’inchiostro in più) – è tutto guadagno (sottratta la percentuale spettante a librai e distributore, in totale circa il 50%).
Peccato che due nazistucoli di paese, un po’ più vigliacchi della media, siano andati a stuprare una donna proprio alla vigilia del lancio...
Conclusione. Salvini, ministro dell’interno che dovrebbe far applicare alcune leggi dello Stato contro chi tenta di “ricostituire il partito fascista”, si offre invece indirettamente come finanziatore di quel movimento fascista. Non c’è male come contributo alla diffusione dell’odio razziale e sociale.
Ma non fatelo notare a Repubblica. Potrebbero arrivare a sospettare il perché l’unico sgombero che la polizia non vuol fare è quello di via Napoleone III...
Fonte
Saremmo d’accordo – per una volta – con la testata fondata da Scalfari, se non fosse per la fastidiosa abitudine a occuparsi del dito invece che della Luna.
Ci spieghiamo. Lo “scandalo”, per Repubblica, sta tutto nella esibita (e rivendicata!) contiguità ideologica tra il selfistico ministro dell’interno e un movimento dichiaratamente fascista (“del terzo millennio” non ne cambia la natura) che, come ministro dell’interno, dovrebbe invece sciogliere, facendone incriminare dirigenti e membri attivi, con un voluminoso dossier da sottoporre alla magistratura. La quale, sia detto per onestà e completezza, avrebbe tutti gli strumenti di legge per procedere anche autonomamente, ma...
Per esempio: l’articolo a firma di Gabriele Isman chiama in causa l’editore e fabbricante di giubbotti, Francesco Polacchi, offrendogli l’occasione per un megaspot pubblicitario gratuito. Senza fargli neppure mezza domanda “scomoda”.
Dietro il titolo, nulla; secondo la tradizione...
A noi invece appare che la cosa grave sia quella di cui Repubblica non parla. Scegliere di dare un’intervista a una “giornalista d’area Casapound” o – che è lo stesso – accettare di farla, significa rendere possibile un’operazione economica di grandi dimensioni, almeno stando alle previsioni.
La vanità di un politico sotto i riflettori h24, che punta a nobilitare le sue battute consegnandole a un ben più dignitoso libro, avrebbe logicamente consigliato d’affidarsi a un grande nome giornalistico (per quanto non goda affatto della nostra considerazione, il purtroppo noto Maurizio Belpietro firma “soltanto” la prefazione). E naturalmente di darlo alle stampe con una casa editrice di prima fascia, che possiede know how, comunicazione, distributori e catene di punti vendita; oltre a decine di recensori “disponibili” nelle diverse testate giornalistiche.
Non ne mancano, anche a destra, a cominciare dalla berlusconiana Mondadori. Ma crediamo che non sarebbe dispiaciuto neanche a Rizzoli o qualcun altro.
E invece no. Giornalista sconosciuta, casa editrice “di nicchia”.
Sappiamo bene quanto sia difficile per le piccole case editrici “di nicchia” guadagnarsi un briciolo di attenzione mediatica. Quanta fatica si faccia per trovare dei distributori (i libri debbono pur sempre arrivare su qualche scaffale, di libreria o supermercato). E quanta per non farsi rapinare tutto il (poco) incasso contrattando sulle percentuali rispetto al prezzo.
Un ministro “di chiara fama” che pubblica con una casa editrice ignota le conferisce, già sul piano pubblicitario, un asset di rilievo; la fa uscire dal cono d’ombra (o “dalle fogne”, secondo la più nota definizione antifascista) del “giro stretto”.
Ma c’è di più. Le offre un’occasione di guadagno che non non si osava neanche sperare, neppure nei deliri di onnipotenza che pure abitano spesso le teste di destra. Non conosciamo ancora la tiratura, ma “con un nome così” sarebbe stupido non partire con decine di migliaia di copie.
E il libro è una merce molto particolare. I costi iniziali – impaginazione, editing, messa in stampa (non ci sono più le lastre, si fa tutto in digitale) ecc. – sono praticamente uguali sia che ne stampi 10 copie o un milione. Se non vendi almeno 300 copie è difficile coprire i costi di produzione. Ma una volta superato il break even – carta a parte (ovvio che per stampare molte copie serve molta carta e un po’ d’inchiostro in più) – è tutto guadagno (sottratta la percentuale spettante a librai e distributore, in totale circa il 50%).
Peccato che due nazistucoli di paese, un po’ più vigliacchi della media, siano andati a stuprare una donna proprio alla vigilia del lancio...
Conclusione. Salvini, ministro dell’interno che dovrebbe far applicare alcune leggi dello Stato contro chi tenta di “ricostituire il partito fascista”, si offre invece indirettamente come finanziatore di quel movimento fascista. Non c’è male come contributo alla diffusione dell’odio razziale e sociale.
Ma non fatelo notare a Repubblica. Potrebbero arrivare a sospettare il perché l’unico sgombero che la polizia non vuol fare è quello di via Napoleone III...
Fonte
25/08/2018
Ah! povero Giangi (Feltrinelli)
Abbiamo tenuto esposto per quasi 20 anni un poster di Giangiacomo Feltrinelli in libreria, quando ormai la omonima catena di librerie mutava la sua pelle ed eliminava la stessa figura del fondatore dai suoi spazi e la stessa casa editrice ripuliva dal suo catalogo i libri sulla guerriglia e sulla solidarietà internazionale, Toni Negri e quant’altro fosse “ingombrante” quanto la figura del tupamaro italiano saltato sotto un traliccio a Segrate, il 14 marzo del ’72 in piena guerra “di bassa intensità” contro il movimento operaio.
Di lui ho avuto la ventura di parlare con il comandante partigiano Gianbattista Lazagna e con Primo Moroni, della libreria Calusca di Milano, sull’importanza della libreria “aperta” e non rinchiusa nei suoi banconi come erano quasi tutte fino agli anni '60.
Negli anni della trasformazione della società, del mercato editoriale, il marchio F del Feltrinelli ha sostituito nel cuore della sinistra le “Rinascita” e le “Mondoperaio”, spianando anche le piccole librerie indipendenti e di movimento nate negli anni 70, che non hanno resistito ai monopoli di vendita e alle scorrette scontistiche che le penalizzavano.
Pur continuando, ad onor del vero, a stampare ottimi saggi e nuovi autori (a fianco di autori palesemente sionisti) il marchio F è tuttora il riferimento dell’intellighentia di una malridotta “sinistra” e di frotte di giovani che nel “supermercato è meglio, perché trovi tutto”, ma la teutonica Inge e il Carlo Feltrinelli hanno operato e a fondo.
Tutto questo per introdurre quello che oggi può essere stato un incidente di percorso nella stampa di un guida turistica Routard (gruppo F), ma anche una trasformazione o deformazione della lettura del Paese che viene fatta da un editore storicamente “progressista” in un momento storico particolare.
La “meridionalizzazione” è in atto da tempo. Si afferma che persino città del Nord subiscano questa trasformazione strutturale, quella di Roma è già palese, e quindi affermazioni come quelle riportate dalla suddetta guida lasciano perplessi i lettori (se non arrabbiare i critici militanti). Riporto un pezzo del giornale Il Mattino, cronaca di Caserta:
Il sindaco di Caserta Carlo Marino, il presidente della provincia Giorgio Magliocca, il consigliere regionale Zinzi hanno dato mandato ai legali per difendere la città capoluogo e il territorio provinciale dai contenuti della guida turistica «Italia del sud e Isole» edita da Feltrinelli. A pagina 83 è infatti scritto testualmente: «…attratti dalla costa, sono pochi i visitatori che si dirigono nell’entroterra. In realtà il territorio subito a nord di Napoli è irrimediabilmente poco attraente, trattandosi per lo più di una distesa di sobborghi poco entusiasmanti. Quasi del tutto dominato dalla camorra e a volte chiamato triangolo della morte, non è un’area in cui soffermarsi; anzi la cosa migliore da fare è attraversarlo senza fermarsi e raggiungere Caserta, appena a Nord del suddetto territorio, ove un’ovvia attrazione è la grande Reggia con il suo parco…»
E ancora, a proposito della città di Caserta: «…Caserta incongruamente circondata da una serie di complessi industriali e magazzini che si estendono fino a Napoli, è nota come la Versailles di Napoli per la sua vasta Reggia settecentesca, l’unica attrazione di questa città moderna per il resto anonima…»
E ancora, «… la Reggia è una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica…».
In una lunga lettera di protesta inviata al presidente della casa editrice Feltrinelli, il sindaco di Caserta afferma: «Dispiace che un gruppo editoriale quale quello che lei presiede, uno dei più importanti nel panorama italiano ed europeo, adoperi simili toni, degni di una propaganda antimeridionale, in genere usata da chi nei nostri territori non ci è nemmeno mai venuto. Invito lei, i suoi dipendenti e i suoi collaboratori a compiere una visita (reale, stavolta) del nostro territorio. Sono convinto che alla fine converrà con me che la recensione contenuta nella vostra Guida sia del tutto fuorviante, oltre che sgradevole e fortemente offensiva nei confronti di un territorio meraviglioso quale è il nostro». Mercoledì 22 Agosto 2018,
Certo l’estensore della guida in questione, come la leggerezza dei direttori editoriali, sono da stigmatizzare, ma probabilmente sono anche i precedenti nell’ambito giornalistico che danno via libera a tali episodi. E’ in uso fare articoli con veline istituzionali o propagandistiche su certi paesi con molta nonchalance, con narrazioni per nulla veritiere o con vulgate discriminatorie.
Leggiamo spesso che da New York o da Roma si pretende di far cronaca su Cuba o sul Venezuela... Sono tempi particolari, le inchieste o i reportage non si fanno più sul campo (o nei campi), ma dal proprio studio...
Giangiacomo non l’avrebbe apprezzato.
Sarebbe subito venuto a visitare la provincia di Caserta e Napoli per accertarsene, oltre magari a controllare l’andamento degli incassi dei propri supermercati F.
Ernesto Rascato, libraio nel famoso “triangolo”
Fonte
07/12/2017
Thomas Mann e l’Europa: una mistificazione
Nel 1947, esattamente settant’anni fa, Mondadori dava alle stampe una raccolta di saggi intitolata Moniti all’Europa. L’autore, guida morale di quella parte della cultura tedesca ed europea non compromessasi con il regime nazista: Thomas Mann. Tale ricorrenza viene oggi celebrata da Mondadori con una nuova edizione, corredata dall’introduzione a cura di un non “addetto ai lavori”, il presidente emerito Giorgio Napolitano, sedicente estimatore dello scrittore tedesco.
Gli ingredienti per una arrembante e smaccata operazione ideologica sono tutti qui: un “mostro sacro” della letteratura, con le sue prese di posizione contro la barbarie nazista, sicuramente cosmopolita e a favore di un “umanesimo democratico”; il più eminente riferimento politico e propugnatore a ogni costo dell’europeismo in Italia; una situazione, quella odierna, di instabilità politica e di crisi d’egemonia per i governi dei paesi dell’UE, Germania compresa. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere ciò che Napolitano scrive nell’introdurre l’opera, ma vale sempre la pena guardare tra gli ingranaggi dell’industria culturale, la “macchina mitologica” per eccellenza in mano al nemico.
Al di là degli scontati luoghi comuni riguardo al periodo storico (gli “opposti estremismi” della Germania di Weimar come vera “causa” del nazismo, vulgata ormai banale da Ernst Nolte in poi) è interessante la chiusura del saggio:
Ancora una volta un esponente di spicco dell’establishment, tra i primi responsabili della torsione autoritaria che viviamo oggi in Italia, usa il trucchetto argomentativo della “democrazia europea minacciata dai populismi”, chiaramente spuntati nottetempo come i funghi e non alimentati consapevolmente dalle classi dirigenti europee. E lo fa scomodando uno dei più importanti scrittori europei del Novecento. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Non è qui il caso di formulare un bilancio critico dell’opera di Thomas Mann, delle sue prese di posizione in merito alla costruzione di un’Europa libera dal nazismo (e dalle condizioni che lo resero possibile). Chi vuole conoscere nello specifico cosa Mann pensasse della politica, della forma borghese della democrazia, delle situazione internazionale tra le due guerre e oltre, non ha che da leggere le sue opere. Sia inoltre ben chiaro che non è nostra intenzione compiere l’operazione di segno opposto e arruolare Mann tra le fila dell’intellettualità comunista o anti-UE. Si tratta soltanto di restituire un’immagine più giusta e decorosa di un artista complesso, che visse continui ripensamenti e ambiguità nella sua parabola intellettuale, e di seminare qualche dubbio tra chi si lasciasse convincere da questa anacronistica attribuzione ex-post, da questa immagine quanto mai forzata di un Thomas Mann maestro e ispiratore dell’attuale Unione europea (la sola esistente e possibile, peraltro).
Proviamo quindi a domandarci cosa potrebbe pensare del ruolo di “cane da guardia” dell’austerità ricoperto dal grande capitale tedesco e da Bruxelles nella crisi dei paesi euro-mediterranei, lui così critico verso l’accanimento delle potenze europee sulla Germania dopo la prima guerra mondiale?
Che direbbe l’autore del Doctor Faustus – il romanzo allegorico sulla decadenza del ceto intellettuale tedesco e delle sue compromissioni con il brodo di coltura irrazionalistico in cui crebbe il fascismo – del golpe filonazista in Ucraina sostenuto dall’UE?
E ancora, che opinione avrebbe Thomas Mann – che durante il maccartismo dava la sua adesione al Comitato per il Primo Emendamento contro il clima da caccia alle streghe instauratosi negli USA – del clima autoritario vigente in Italia, in Catalogna o in Francia?
Sono tutte domande legittime, cui possiamo rispondere solo tramite congetture, ma mettono senz’altro in crisi tanto l’operazione ideologica appena descritta, quanto il mito dell’UE come “baluardo della pace e della democrazia” che continuano a propinarci senza posa, ma che ogni giorno di più fa acqua da tutte le parti.
Fonte
Gli ingredienti per una arrembante e smaccata operazione ideologica sono tutti qui: un “mostro sacro” della letteratura, con le sue prese di posizione contro la barbarie nazista, sicuramente cosmopolita e a favore di un “umanesimo democratico”; il più eminente riferimento politico e propugnatore a ogni costo dell’europeismo in Italia; una situazione, quella odierna, di instabilità politica e di crisi d’egemonia per i governi dei paesi dell’UE, Germania compresa. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere ciò che Napolitano scrive nell’introdurre l’opera, ma vale sempre la pena guardare tra gli ingranaggi dell’industria culturale, la “macchina mitologica” per eccellenza in mano al nemico.
Al di là degli scontati luoghi comuni riguardo al periodo storico (gli “opposti estremismi” della Germania di Weimar come vera “causa” del nazismo, vulgata ormai banale da Ernst Nolte in poi) è interessante la chiusura del saggio:
“[Quella di Thomas Mann] è una lezione che torna ad ammonirci e illuminarci, nelle crisi sociali, culturali e politiche di questo inizio del XXI secolo in Europa, in un contesto di inedito cambiamento e disordine mondiale. Un’Europa che non è diventata tedesca, che si è unita, progredendo straordinariamente, nella libertà e nella democrazia, e che – nel reagire oggi a dure sfide come quelle della Brexit e del populismo anti-europeo – mostra di tendere a una sempre più stretta integrazione sovranazionale: un’Europa così fatta può contare su un’autentica Germania europea. Ed è una Germania che dell’Europa è divenuta pilastro essenziale, attraverso una vera e propria mutazione generazionale e culturale di massa rispetto alle aberrazioni del passato. Ebbene, non è forse questo il compiersi della profezia annunciata da Mann, il realizzarsi della soluzione e prospettiva – una Germania europea – che ha rappresentato la bandiera, da lui per primo impugnata, in anni di tragico buio per l’umanità?”
Ancora una volta un esponente di spicco dell’establishment, tra i primi responsabili della torsione autoritaria che viviamo oggi in Italia, usa il trucchetto argomentativo della “democrazia europea minacciata dai populismi”, chiaramente spuntati nottetempo come i funghi e non alimentati consapevolmente dalle classi dirigenti europee. E lo fa scomodando uno dei più importanti scrittori europei del Novecento. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Non è qui il caso di formulare un bilancio critico dell’opera di Thomas Mann, delle sue prese di posizione in merito alla costruzione di un’Europa libera dal nazismo (e dalle condizioni che lo resero possibile). Chi vuole conoscere nello specifico cosa Mann pensasse della politica, della forma borghese della democrazia, delle situazione internazionale tra le due guerre e oltre, non ha che da leggere le sue opere. Sia inoltre ben chiaro che non è nostra intenzione compiere l’operazione di segno opposto e arruolare Mann tra le fila dell’intellettualità comunista o anti-UE. Si tratta soltanto di restituire un’immagine più giusta e decorosa di un artista complesso, che visse continui ripensamenti e ambiguità nella sua parabola intellettuale, e di seminare qualche dubbio tra chi si lasciasse convincere da questa anacronistica attribuzione ex-post, da questa immagine quanto mai forzata di un Thomas Mann maestro e ispiratore dell’attuale Unione europea (la sola esistente e possibile, peraltro).
Proviamo quindi a domandarci cosa potrebbe pensare del ruolo di “cane da guardia” dell’austerità ricoperto dal grande capitale tedesco e da Bruxelles nella crisi dei paesi euro-mediterranei, lui così critico verso l’accanimento delle potenze europee sulla Germania dopo la prima guerra mondiale?
Che direbbe l’autore del Doctor Faustus – il romanzo allegorico sulla decadenza del ceto intellettuale tedesco e delle sue compromissioni con il brodo di coltura irrazionalistico in cui crebbe il fascismo – del golpe filonazista in Ucraina sostenuto dall’UE?
E ancora, che opinione avrebbe Thomas Mann – che durante il maccartismo dava la sua adesione al Comitato per il Primo Emendamento contro il clima da caccia alle streghe instauratosi negli USA – del clima autoritario vigente in Italia, in Catalogna o in Francia?
Sono tutte domande legittime, cui possiamo rispondere solo tramite congetture, ma mettono senz’altro in crisi tanto l’operazione ideologica appena descritta, quanto il mito dell’UE come “baluardo della pace e della democrazia” che continuano a propinarci senza posa, ma che ogni giorno di più fa acqua da tutte le parti.
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30/11/2017
Quanto sta male il giornalismo? Intervista a Fulvio Scaglione
Seconda punta dell’inchiesta #obiettivoinformazione, ovvero “quanto sta male il giornalismo?”.
Intervista a Fulvio Scaglione, per 16 anni vicedirettore del settimanale Famiglia Cristiana, editorialista de L’Avvenire, ecc.
Un saluto al nostro ospite, il giornalista Fulvio Scaglione. Buongiorno Fulvio.
Buongiorno a tutti.
Grazie per la tua disponibilità. Dopo i fatti di Ostia di qualche settimana fa, dopo la vicenda dell’aggressione al giornalista di Nemo, abbiamo deciso di dare il nostro minuscolo contributo all’analisi di un settore che ci riguarda e che tendenzialmente riteniamo molto importante per il normale dibattito democratico di una società, che è quello dell’informazione e della stampa. In Italia la figura del giornalista, dell’operatore del settore dell’informazione, è ai minimi storici della popolarità. E’ da diverso tempo che la figura del giornalista, in Italia, è considerata, da gran parte dell’opinione pubblica, una via di mezzo tra una sorta di pennivendolo, che non diffonde notizie ma che è al servizio di qualsivoglia potere, una sorta di giornalista perennemente embedded... Oppure si fa riferimento alla scarsa qualità dell’informazione. Sei d’accordo che la visione di gran parte dell’opinione pubblica di questo paese è questa o già questa nostra analisi ti convince poco?
No, ahimè io quello che verifico quando mi capita di andare in giro a parlare in associazioni, circoli, gruppi di qualunque genere, e questo mi capita piuttosto spesso negli ultimi anni, è che purtroppo l’immagine del giornalista è quella. Difatti io trovo abbastanza buffa tutta questa campagna che la carta stampata fa sulle fake news, perché evidentemente noi giornalisti della carta stampata non sappiamo che presso la gente siamo noi stessi considerati dei grandi produttori di fake news, cioè di notizie false, sballate, o date male, o date solo in parte, ecc. ecc. Ora magari questa considerazione nei nostri confronti, nei confronti della categoria, è un po’ esagerata, ma non è assolutamente priva di ragioni. D’altra parte in Italia la figura dell’editore puro, cioè di colui che fa dei giornali per ricavare un profitto dalla confezione e vendita dei giornali è una rara avis e lo è da molti molti decenni. E’ chiaro che se poi un giornale viene prodotto a seguito di investimenti, che sono poi molto spesso e da molto tempo in perdita, viene prodotto da una banca, da un’industria, da un gruppo politico o con forti legami politici... è abbastanza evidente che in quel caso il profitto non è l’unica ragione, ma ce ne sono di accessorie: l’influenza, il potere, ecc. ecc. Quindi questo è abbastanza chiaro e scontato. Un altro fatto, secondo me, che va tenuto in forte considerazione è l’enorme, straordinario, appiattimento dell’informazione. Io vorrei ricordare – perché ogni tanto compaiono qua e là delle citazioni – che negli anni ’60 il Corriere della Sera diretto da Ottone, che era ovviamente il quotidiano della borghesia produttiva conservatrice italiana, faceva scrivere in prima pagina Pasolini. Un colpo d’ala così, oggi, sulla stampa italiana dove è? Chi è che ha il coraggio, in un giornale che pure ha tutto il diritto di avere le proprie opinioni, di far scrivere però anche qualcuno che abbia un vago odore di eresia rispetto a quelle stesse opinioni? Non succede. Non succede mai. E quindi anche questo va tenuto in considerazione. Abbiamo sicuramente un’informazione più appiattita, quindi più noiosa, quindi meno gradita. Io credo comunque che tutto questo discorso – e molti altri, ovviamente più approfonditi, più fondati che si potrebbero fare – vada tutto inserito dentro un altro discorso che richiama il titolo di quel libro di Julien Brenda, un libro del 1927, intitolato “Il tradimento dei Chierici”. Purtroppo io credo che nel nostro paese la classe intellettuale, chiamiamola così, ammesso che si possa usare questa definizione per un settore che comunque va dall’influencer su internet al famoso presentatore tv, al direttore di giornale, ecc. Però, veramente a me pare che in Italia questa classe intellettuale sia troppo timorosa delle opinioni fuori registro, troppo preoccupata della propria rispettabilità rispetto alle idee comuni, alle vulgate... Veramente tutti quelli che hanno un parere un po’... anche contestabile, anche criticabile, anche sbagliato, tutti quelli che hanno un parere eterodosso, che puzzano un po’ di zolfo, sono emarginati dai grandi canali dell’informazione nazionale. E questo contribuisce a tutto quello che si diceva prima. Contribuisce a rendere l’informazione più noiosa, meno credibile, ecc.
Sicuramente è così. Il giornalismo è un mestiere anche molto artigianale, secondo noi, però ci vuole molto coraggio a farlo e la schiena parecchio dritta. A volte è anche un po’ difficile poter applicare queste categorie in un contesto in cui gli editori hanno uno strapotere. Perché il problema è anche questo: le notizie degli esteri sono tutte uguali. Qualunque giornale o qualsiasi fonte di informazione uno vada ad approcciare, più o meno si parla sempre allo stesso modo, usando le stesse fonti ed utilizzando le stesse categorie. Noi ci occupiamo tanto, per esempio di Palestina, dove si fa una disinformazione che è abominevole, a nostro parere. Ma anche su vicende più mainstream, come per esempio le questioni inerenti allo stato islamico o alla guerra in Siria. E questo è grave, perché questo forse ha anche un po’ che fare con una certa sciatteria. O non è così?
Io credo che le due cose vadano di pari passo, perché quando si capisce – e si capisce sempre molto in fretta, molto presto, soprattutto chi è dentro i nostri giri, chiamiamoli così – si percepisce subito dove vuole andare quello che si chiama mainstream. A me è una parola che non piace, però si capisce subito dove i grandi gruppi puntano, che cosa hanno scelto, ecc. A quel punto, per quello che si diceva prima, o stai dentro quella roba lì o corri il rischio di finire fuori da tutto. E’ evidente che il professionista un po’ più debole, sia di coraggio personale sia di preparazione professionale, è il primo che si adegua. Io vorrei raccontare questo. È bruttissimo citarsi, ma lo dico perché io qualche dimostrazione di questo l’ho avuta anche personalmente. Nel 2003, quando tutti, vorrei ricordare, tutti dicevano che era una stupenda idea invadere l’Iraq e che sicuramente Saddam Hussein aveva le ami di distruzione di massa, io personalmente non la pensavo così e per un lungo periodo non ho più scritto una riga su un giornale, con cui collaboravo da tempo, e con cui c’era un ottimo rapporto. Questo è banale, no? Ma d’altra parte lo credo anche io: ci vuole un forte coraggio, ripeto, per scegliere una strada Corriere della Sera-Pasolini, per cui puoi avere una linea ma non temere che questa linea sia in qualche modo contraddetta da voci eterodosse. E, vorrei sottolineare, io ho fatto l’esempio del 2003, gli stessi che pontificavano allora, che ci spiegavano che idea meravigliosa fosse quella, sono poi gli stessi che hanno pontificato sulla Siria, che pontificano su Palestina e Israele, ecc. Quindi non c’è da stupirsi che l’immagine della stampa, diciamo del settore informazione in Italia, sia così bassa nel rating dei potenziali lettori. Non c’è da stupirsi che le tirature siano in calo anche per questo. Perché non è che solo ci è arrivato internet sulla schiena con tutto il suo peso... No, c’è anche il fatto che leggere i giornali è diventato più noioso, è diventato anche un po’ più utile, ovviamente, e soprattutto la gente si fida meno.
Noi portiamo un esempio pratico, e lo facciamo a tutti i nostri interlocutori di questa nostra piccola campagna #obiettivoinformazione. Proprio la vicenda del collega Piervicenzi, che ha subito quell’aggressione che ha avuto l’unico vantaggio – diciamo così – di essere ripresa mentre avveniva... Su quello si scatena una legittima baraonda mediatica, in cui comunque tutti fanno lo stesso tipo di analisi, in modo identico. Poi si esaurisce l’indignazione collettiva, dopo un paio di settimane si vota per il ballottaggio ad Ostia con una percentuale di presenze ai seggi del 33%. Nessuno analizza con tanta solerzia – in concomitanza, più o meno, con la vicenda di Piervincenzi – un’altra notizia: si registra in Italia uno sciopero generale tra l’altro molto molto partecipato, e una manifestazione nazionale i cui temi erano la lotta contro l’Unione Europea, la repressione, l’immigrazione... cioè temi interessanti. Manifestazione a Roma con 10 mila persone, non una sola parola in nessun giornale mainstream. Ma come funziona? Le stesse organizzazioni politiche e sociali organizzano una marcia di 300 migranti dal centro di accoglienza di Cona a Venezia, e se ne parla solo in seguito alla morte di un immigrato investito da una macchina. E’ possibile tracciare un criterio di scelta e di valutazione dell’importanza di una notizia in questo paese? Quali sono i modi, se è possibile ricostruirli, con cui si scelgono le notizie in Italia e si divulgano ai lettori, ascoltatori, spettatori?
Sono d’accordo con quello che hai appena detto, cioè si sceglie un po’ – diciamo così – il comodo, il sensazionalistico, anche serio, anche tragico – come il caso di questo immigrato che è morto mentre si recava alla marcia – in qualche modo viene ritenuto sempre pagante. Io ho la sensazione che un problema grosso dei giornali, dei giornali italiani in generale, è che vengano fatti – parlo di giornali perché quello è il mio mondo, io ho vissuto sempre dentro la carta – o vengano comunque concepiti con un ritardo mentale; mi sembrano fatti come se questo fosse un mondo in cui l’informazione viene trasmessa solo dai giornali, mentre invece sappiamo bene che l’arrivo della rete, di internet, ha cambiato tutto. Penso che questo sia un problema forte. D’altra parte noi vediamo bene che – e io l’ho vissuto personalmente nel giornale in cui ho lavorato tanti anni – ad un certo punto, quando si cerca di fare qualcosa, ecc. si passa ai famosi restyling che io, personalmente, proibirei per legge perché il restyling è come cambiare la camicia senza lavarsi le ascelle. Se la cosa non va, non è perché c’è un po’ più di nero in prima pagina o un po’ più bianco, o il titolo è un po’ più grosso, il pastone o il corsivo... Poi l’effetto del restyling dura due settimane, perché dopo due settimane il lettore non si ricorda più come era fatto il giornale prima. A me fa impressione vedere quanti dei giornali che non hanno capito la Brexit, non hanno capito Trump, non hanno capito il referendum istituzionale in Italia, ecc. Poi varano l’inserto culturale o, appunto, il restyling... E’ ben altro, a me pare, il problema. E’ un problema molto di sostanza. E’ molto di sostanza e per niente di forma.
La soluzione?
Vorrei aggiungere una cosa, se posso... Come dicevo prima sto andando molto in giro e ho la fortuna di essere ricevuto in gruppi che, voglio dire... ho incontrato persone sempre con effetti piacevoli, molto di destra, anzi di destra destra, con la celtica, ecc. E tanti molto di sinistra, di sinistra-sinistra, passando in mezzo per tante gradazioni (ambienti laici, ambienti cattolici, ecc). E quello che io ho verificato, e credo che dovrebbe essere un pensiero nostro, di chi fa informazione, è che ci sono alcuni temi, sono i soliti, sono quelli fondamentali di cui stiamo discutendo: il lavoro, l’immigrazione, la denatalità... Su alcuni temi portanti per la vita nazionale, dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per tutto quello che c’è in mezzo, ci sono delle consonanze molto ma molto superiori a quelle che gli stessi protagonisti immaginerebbero. E una di quelle consonanze è, appunto, la sfiducia totale nell’informazione corrente. Secondo me su quello bisognerebbe indagare e lavorare un po’ di più.
Bene, hai risposto anche alla domanda che volevo fare. Grazie ancora per la disponibilità e complimenti per il suo lavoro perché, lei rappresenta, nonostante le difficoltà, uno di quei pochi giornalisti che riescono a muoversi in un modo libero. Questo lo possiamo dire. Grazie, buon lavoro.
Grazie, troppo buoni. Buon lavoro a voi.
Fonte
Intervista a Fulvio Scaglione, per 16 anni vicedirettore del settimanale Famiglia Cristiana, editorialista de L’Avvenire, ecc.
Un saluto al nostro ospite, il giornalista Fulvio Scaglione. Buongiorno Fulvio.
Buongiorno a tutti.
Grazie per la tua disponibilità. Dopo i fatti di Ostia di qualche settimana fa, dopo la vicenda dell’aggressione al giornalista di Nemo, abbiamo deciso di dare il nostro minuscolo contributo all’analisi di un settore che ci riguarda e che tendenzialmente riteniamo molto importante per il normale dibattito democratico di una società, che è quello dell’informazione e della stampa. In Italia la figura del giornalista, dell’operatore del settore dell’informazione, è ai minimi storici della popolarità. E’ da diverso tempo che la figura del giornalista, in Italia, è considerata, da gran parte dell’opinione pubblica, una via di mezzo tra una sorta di pennivendolo, che non diffonde notizie ma che è al servizio di qualsivoglia potere, una sorta di giornalista perennemente embedded... Oppure si fa riferimento alla scarsa qualità dell’informazione. Sei d’accordo che la visione di gran parte dell’opinione pubblica di questo paese è questa o già questa nostra analisi ti convince poco?
No, ahimè io quello che verifico quando mi capita di andare in giro a parlare in associazioni, circoli, gruppi di qualunque genere, e questo mi capita piuttosto spesso negli ultimi anni, è che purtroppo l’immagine del giornalista è quella. Difatti io trovo abbastanza buffa tutta questa campagna che la carta stampata fa sulle fake news, perché evidentemente noi giornalisti della carta stampata non sappiamo che presso la gente siamo noi stessi considerati dei grandi produttori di fake news, cioè di notizie false, sballate, o date male, o date solo in parte, ecc. ecc. Ora magari questa considerazione nei nostri confronti, nei confronti della categoria, è un po’ esagerata, ma non è assolutamente priva di ragioni. D’altra parte in Italia la figura dell’editore puro, cioè di colui che fa dei giornali per ricavare un profitto dalla confezione e vendita dei giornali è una rara avis e lo è da molti molti decenni. E’ chiaro che se poi un giornale viene prodotto a seguito di investimenti, che sono poi molto spesso e da molto tempo in perdita, viene prodotto da una banca, da un’industria, da un gruppo politico o con forti legami politici... è abbastanza evidente che in quel caso il profitto non è l’unica ragione, ma ce ne sono di accessorie: l’influenza, il potere, ecc. ecc. Quindi questo è abbastanza chiaro e scontato. Un altro fatto, secondo me, che va tenuto in forte considerazione è l’enorme, straordinario, appiattimento dell’informazione. Io vorrei ricordare – perché ogni tanto compaiono qua e là delle citazioni – che negli anni ’60 il Corriere della Sera diretto da Ottone, che era ovviamente il quotidiano della borghesia produttiva conservatrice italiana, faceva scrivere in prima pagina Pasolini. Un colpo d’ala così, oggi, sulla stampa italiana dove è? Chi è che ha il coraggio, in un giornale che pure ha tutto il diritto di avere le proprie opinioni, di far scrivere però anche qualcuno che abbia un vago odore di eresia rispetto a quelle stesse opinioni? Non succede. Non succede mai. E quindi anche questo va tenuto in considerazione. Abbiamo sicuramente un’informazione più appiattita, quindi più noiosa, quindi meno gradita. Io credo comunque che tutto questo discorso – e molti altri, ovviamente più approfonditi, più fondati che si potrebbero fare – vada tutto inserito dentro un altro discorso che richiama il titolo di quel libro di Julien Brenda, un libro del 1927, intitolato “Il tradimento dei Chierici”. Purtroppo io credo che nel nostro paese la classe intellettuale, chiamiamola così, ammesso che si possa usare questa definizione per un settore che comunque va dall’influencer su internet al famoso presentatore tv, al direttore di giornale, ecc. Però, veramente a me pare che in Italia questa classe intellettuale sia troppo timorosa delle opinioni fuori registro, troppo preoccupata della propria rispettabilità rispetto alle idee comuni, alle vulgate... Veramente tutti quelli che hanno un parere un po’... anche contestabile, anche criticabile, anche sbagliato, tutti quelli che hanno un parere eterodosso, che puzzano un po’ di zolfo, sono emarginati dai grandi canali dell’informazione nazionale. E questo contribuisce a tutto quello che si diceva prima. Contribuisce a rendere l’informazione più noiosa, meno credibile, ecc.
Sicuramente è così. Il giornalismo è un mestiere anche molto artigianale, secondo noi, però ci vuole molto coraggio a farlo e la schiena parecchio dritta. A volte è anche un po’ difficile poter applicare queste categorie in un contesto in cui gli editori hanno uno strapotere. Perché il problema è anche questo: le notizie degli esteri sono tutte uguali. Qualunque giornale o qualsiasi fonte di informazione uno vada ad approcciare, più o meno si parla sempre allo stesso modo, usando le stesse fonti ed utilizzando le stesse categorie. Noi ci occupiamo tanto, per esempio di Palestina, dove si fa una disinformazione che è abominevole, a nostro parere. Ma anche su vicende più mainstream, come per esempio le questioni inerenti allo stato islamico o alla guerra in Siria. E questo è grave, perché questo forse ha anche un po’ che fare con una certa sciatteria. O non è così?
Io credo che le due cose vadano di pari passo, perché quando si capisce – e si capisce sempre molto in fretta, molto presto, soprattutto chi è dentro i nostri giri, chiamiamoli così – si percepisce subito dove vuole andare quello che si chiama mainstream. A me è una parola che non piace, però si capisce subito dove i grandi gruppi puntano, che cosa hanno scelto, ecc. A quel punto, per quello che si diceva prima, o stai dentro quella roba lì o corri il rischio di finire fuori da tutto. E’ evidente che il professionista un po’ più debole, sia di coraggio personale sia di preparazione professionale, è il primo che si adegua. Io vorrei raccontare questo. È bruttissimo citarsi, ma lo dico perché io qualche dimostrazione di questo l’ho avuta anche personalmente. Nel 2003, quando tutti, vorrei ricordare, tutti dicevano che era una stupenda idea invadere l’Iraq e che sicuramente Saddam Hussein aveva le ami di distruzione di massa, io personalmente non la pensavo così e per un lungo periodo non ho più scritto una riga su un giornale, con cui collaboravo da tempo, e con cui c’era un ottimo rapporto. Questo è banale, no? Ma d’altra parte lo credo anche io: ci vuole un forte coraggio, ripeto, per scegliere una strada Corriere della Sera-Pasolini, per cui puoi avere una linea ma non temere che questa linea sia in qualche modo contraddetta da voci eterodosse. E, vorrei sottolineare, io ho fatto l’esempio del 2003, gli stessi che pontificavano allora, che ci spiegavano che idea meravigliosa fosse quella, sono poi gli stessi che hanno pontificato sulla Siria, che pontificano su Palestina e Israele, ecc. Quindi non c’è da stupirsi che l’immagine della stampa, diciamo del settore informazione in Italia, sia così bassa nel rating dei potenziali lettori. Non c’è da stupirsi che le tirature siano in calo anche per questo. Perché non è che solo ci è arrivato internet sulla schiena con tutto il suo peso... No, c’è anche il fatto che leggere i giornali è diventato più noioso, è diventato anche un po’ più utile, ovviamente, e soprattutto la gente si fida meno.
Noi portiamo un esempio pratico, e lo facciamo a tutti i nostri interlocutori di questa nostra piccola campagna #obiettivoinformazione. Proprio la vicenda del collega Piervicenzi, che ha subito quell’aggressione che ha avuto l’unico vantaggio – diciamo così – di essere ripresa mentre avveniva... Su quello si scatena una legittima baraonda mediatica, in cui comunque tutti fanno lo stesso tipo di analisi, in modo identico. Poi si esaurisce l’indignazione collettiva, dopo un paio di settimane si vota per il ballottaggio ad Ostia con una percentuale di presenze ai seggi del 33%. Nessuno analizza con tanta solerzia – in concomitanza, più o meno, con la vicenda di Piervincenzi – un’altra notizia: si registra in Italia uno sciopero generale tra l’altro molto molto partecipato, e una manifestazione nazionale i cui temi erano la lotta contro l’Unione Europea, la repressione, l’immigrazione... cioè temi interessanti. Manifestazione a Roma con 10 mila persone, non una sola parola in nessun giornale mainstream. Ma come funziona? Le stesse organizzazioni politiche e sociali organizzano una marcia di 300 migranti dal centro di accoglienza di Cona a Venezia, e se ne parla solo in seguito alla morte di un immigrato investito da una macchina. E’ possibile tracciare un criterio di scelta e di valutazione dell’importanza di una notizia in questo paese? Quali sono i modi, se è possibile ricostruirli, con cui si scelgono le notizie in Italia e si divulgano ai lettori, ascoltatori, spettatori?
Sono d’accordo con quello che hai appena detto, cioè si sceglie un po’ – diciamo così – il comodo, il sensazionalistico, anche serio, anche tragico – come il caso di questo immigrato che è morto mentre si recava alla marcia – in qualche modo viene ritenuto sempre pagante. Io ho la sensazione che un problema grosso dei giornali, dei giornali italiani in generale, è che vengano fatti – parlo di giornali perché quello è il mio mondo, io ho vissuto sempre dentro la carta – o vengano comunque concepiti con un ritardo mentale; mi sembrano fatti come se questo fosse un mondo in cui l’informazione viene trasmessa solo dai giornali, mentre invece sappiamo bene che l’arrivo della rete, di internet, ha cambiato tutto. Penso che questo sia un problema forte. D’altra parte noi vediamo bene che – e io l’ho vissuto personalmente nel giornale in cui ho lavorato tanti anni – ad un certo punto, quando si cerca di fare qualcosa, ecc. si passa ai famosi restyling che io, personalmente, proibirei per legge perché il restyling è come cambiare la camicia senza lavarsi le ascelle. Se la cosa non va, non è perché c’è un po’ più di nero in prima pagina o un po’ più bianco, o il titolo è un po’ più grosso, il pastone o il corsivo... Poi l’effetto del restyling dura due settimane, perché dopo due settimane il lettore non si ricorda più come era fatto il giornale prima. A me fa impressione vedere quanti dei giornali che non hanno capito la Brexit, non hanno capito Trump, non hanno capito il referendum istituzionale in Italia, ecc. Poi varano l’inserto culturale o, appunto, il restyling... E’ ben altro, a me pare, il problema. E’ un problema molto di sostanza. E’ molto di sostanza e per niente di forma.
La soluzione?
Vorrei aggiungere una cosa, se posso... Come dicevo prima sto andando molto in giro e ho la fortuna di essere ricevuto in gruppi che, voglio dire... ho incontrato persone sempre con effetti piacevoli, molto di destra, anzi di destra destra, con la celtica, ecc. E tanti molto di sinistra, di sinistra-sinistra, passando in mezzo per tante gradazioni (ambienti laici, ambienti cattolici, ecc). E quello che io ho verificato, e credo che dovrebbe essere un pensiero nostro, di chi fa informazione, è che ci sono alcuni temi, sono i soliti, sono quelli fondamentali di cui stiamo discutendo: il lavoro, l’immigrazione, la denatalità... Su alcuni temi portanti per la vita nazionale, dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per tutto quello che c’è in mezzo, ci sono delle consonanze molto ma molto superiori a quelle che gli stessi protagonisti immaginerebbero. E una di quelle consonanze è, appunto, la sfiducia totale nell’informazione corrente. Secondo me su quello bisognerebbe indagare e lavorare un po’ di più.
Bene, hai risposto anche alla domanda che volevo fare. Grazie ancora per la disponibilità e complimenti per il suo lavoro perché, lei rappresenta, nonostante le difficoltà, uno di quei pochi giornalisti che riescono a muoversi in un modo libero. Questo lo possiamo dire. Grazie, buon lavoro.
Grazie, troppo buoni. Buon lavoro a voi.
Fonte
15/03/2017
Direttori dei giornali? Liberisti col culo degli altri
Come si fa informazione in Italia? Malissimo non c’è che dire... Non per caso siamo precipitati al 77° posto nella classifica mondiale in tema di libertà di stampa.
Di chi è la colpa? Fondamentalmente degli editori, veri e propri padri padroni che quasi sempre hanno interessi prioritari in altri comparti produttivi e usano i giornali come manganello personale o di piccolo gruppo (La Stampa-Fiat, Corriere-“ex salotti buoni milanesi”, Il Messaggero-Caltagirone, ecc.), per sostenere campagne favorevoli ai propri interessi o per contrastare gli interessi altrui.
E’ colpa anche dei giornalisti, ovviamente, che si piegano più che volentieri a certi interessi. Quelli famosi (non tutti, sappiamo distinguere molto bene) in cambio di contratti favolosi, pieni di benefit (cellulare, portatile, auto nuova ogni anno o due, pasti nei migliori ristoranti, ecc.) che da soli pesano molto più di uno stipendio appetibile; quelli alle prime armi per manifesta inferiorità contrattuale, con meno di un voucher “a pezzo”, incollati alla speranza – quasi sempre vana – di un contratto vero.
Altrettanto ovviamente è colpa dei direttori, snodo fondamentale tra interessi padronali e linea editoriale. Qui gli stipendi sono quasi dei segreti di stato. Sono cose fin troppo ovvie, in un paese dove la corruzione più diffusa è quella deontologica; a qualsiasi livello.
Stupisce semmai la protervia con cui direttori e giornalisti si lanciano contro i vari “furbetti” (del cartellino, dello scontrino, del certificato medico, ecc.), i cui comportamenti sono solo l’altra faccia dei propri. A livello molto più misero, stipendialmente parlando...
Sì, va bene, si dice e si sospetta... Ma avete qualche prova? Stavolta sì. Le ha pubblicate Business Insider, quotidiano di informazione economica collegato con il gruppo Repubblica-l’Espresso. Una scrittura privata con cui l’ormai ex direttore de IlSole24Ore, Roberto Napoletano, si garantiva una buonuscita extra nel caso di licenziamento senza giusta causa da parte dell’editore.
Vabbeh, direte ancora, che c’è di strano? Si è “parato il culo”, come si dice a Roma.
Il problema, tutto etico e anche deontologico, è che l’editore del Sole si chiama Confindustria, associazione delle imprese italiane. Quella che più di ogni altro – insieme alla Bce e all’Unione Europea – ha premuto per venti anni affinché fosse abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ossia quello che proteggeva un tempo i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa (ovvero dall’arbitrio padronale).
Pretesa finalmente soddisfatta dal governo guidato da Matteo Renzi, cui IlSole24Ore guidato da Roberto Napoletano ha indicato per mesi la linea da seguire, ironizzando sulle “tutele preistoriche” del lavoro, sul “feticcio dell’art. 18”, sul “dualismo ingiusto del mercato del lavoro” (c’era chi non lo aveva, perché dipendente da imprese con meno di 15 dipendenti), sui “privilegiati” che ne erano protetti, intervistando sull’argomento – un giorno sì e l’altro pure – tutti i più fanatici abolizionisti del “preistorico” articolo (risaliva al 1970, mica agli antichi romani), da Pietro Ichino a Tito Boeri.
Una campagna battente, continua, forsennata. Chi la dirigeva – Napoletano – si era però voluto mettere sontuosamente al riparo dalle conseguenze del suo stesso successo. Con una mossa di cui lasciamo volentieri la sintesi a Francesca Fornario:
p.s. Qui di seguito il testo della scrittura privata:
Fonte
Di chi è la colpa? Fondamentalmente degli editori, veri e propri padri padroni che quasi sempre hanno interessi prioritari in altri comparti produttivi e usano i giornali come manganello personale o di piccolo gruppo (La Stampa-Fiat, Corriere-“ex salotti buoni milanesi”, Il Messaggero-Caltagirone, ecc.), per sostenere campagne favorevoli ai propri interessi o per contrastare gli interessi altrui.
E’ colpa anche dei giornalisti, ovviamente, che si piegano più che volentieri a certi interessi. Quelli famosi (non tutti, sappiamo distinguere molto bene) in cambio di contratti favolosi, pieni di benefit (cellulare, portatile, auto nuova ogni anno o due, pasti nei migliori ristoranti, ecc.) che da soli pesano molto più di uno stipendio appetibile; quelli alle prime armi per manifesta inferiorità contrattuale, con meno di un voucher “a pezzo”, incollati alla speranza – quasi sempre vana – di un contratto vero.
Altrettanto ovviamente è colpa dei direttori, snodo fondamentale tra interessi padronali e linea editoriale. Qui gli stipendi sono quasi dei segreti di stato. Sono cose fin troppo ovvie, in un paese dove la corruzione più diffusa è quella deontologica; a qualsiasi livello.
Stupisce semmai la protervia con cui direttori e giornalisti si lanciano contro i vari “furbetti” (del cartellino, dello scontrino, del certificato medico, ecc.), i cui comportamenti sono solo l’altra faccia dei propri. A livello molto più misero, stipendialmente parlando...
Sì, va bene, si dice e si sospetta... Ma avete qualche prova? Stavolta sì. Le ha pubblicate Business Insider, quotidiano di informazione economica collegato con il gruppo Repubblica-l’Espresso. Una scrittura privata con cui l’ormai ex direttore de IlSole24Ore, Roberto Napoletano, si garantiva una buonuscita extra nel caso di licenziamento senza giusta causa da parte dell’editore.
Vabbeh, direte ancora, che c’è di strano? Si è “parato il culo”, come si dice a Roma.
Il problema, tutto etico e anche deontologico, è che l’editore del Sole si chiama Confindustria, associazione delle imprese italiane. Quella che più di ogni altro – insieme alla Bce e all’Unione Europea – ha premuto per venti anni affinché fosse abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ossia quello che proteggeva un tempo i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa (ovvero dall’arbitrio padronale).
Pretesa finalmente soddisfatta dal governo guidato da Matteo Renzi, cui IlSole24Ore guidato da Roberto Napoletano ha indicato per mesi la linea da seguire, ironizzando sulle “tutele preistoriche” del lavoro, sul “feticcio dell’art. 18”, sul “dualismo ingiusto del mercato del lavoro” (c’era chi non lo aveva, perché dipendente da imprese con meno di 15 dipendenti), sui “privilegiati” che ne erano protetti, intervistando sull’argomento – un giorno sì e l’altro pure – tutti i più fanatici abolizionisti del “preistorico” articolo (risaliva al 1970, mica agli antichi romani), da Pietro Ichino a Tito Boeri.
Una campagna battente, continua, forsennata. Chi la dirigeva – Napoletano – si era però voluto mettere sontuosamente al riparo dalle conseguenze del suo stesso successo. Con una mossa di cui lasciamo volentieri la sintesi a Francesca Fornario:
Il direttore del Sole 24 Ore (indagato per magheggi finanziari) aveva firmato una scrittura privata che gli garantiva di dirigere il quotidiano di Confidustria – schierato a favore della cancellazione dell'Articolo 18 voluta da Renzi – con la garanzia che, in caso di licenziamento senza giusta causa, a lui avrebbero sborsato 3 anni di stipendio,ovvero 2 milioni e 250mila euro, in aggiunta all’indennità sostitutiva del preavviso e al Tfr. Liberisti col culo degli altri.Non ci sembra si possa aggiungere niente altro. Altrimenti, come recita D’Alema in un frame riproposto da Blob, si finisce per auspicare “un gesto impolitico” contro degli autentici leccaculo privilegiati...
p.s. Qui di seguito il testo della scrittura privata:
Fonte
10/03/2017
Sole24Ore, la finanza in redazione è vestita da guardia
I “moralizzatori” sotto inchiesta, perquisiti per quella che a tutti gli effetti può essere definita una mezza truffa.
Succede al SOle24Ore, primo giornale economico italiano, e probabilmente anche il miglior giornale di questo paese. Zeppo di giornalisti davvero competenti, capaci di riportare le notizie per quel che sono. Soprattutto in materia di economia e finanza, con grandi momenti anche nella politica estera.
Purtroppo proprietà (Confindustria) e amministratori sono un po’ meno rispettosi delle regole dello Stato e soprattutto sono finiti in rosso fisso, perdendo oltre 50 milioni solo negli ultimi sei mesi (dati della relazione semestrale obbligatoria per tutte le aziende quotate in borsa). Non proprio un successo per chi esercita il ruolo di maestro dell’informazione economica e finanziaria, distribuendo pagelle a destra e a manca su come andrebbero gestiti i conti pubblici, le aziende a partecipazione statale o comunque pubblica.
E stamattina la vergogna deve aver avvolto come un drappo rosso la sede centrale, quando la Guardia di finanza si è presentata per eseguire le perquisizioni ordinate dal magistrato nei confronti di Benito Benedini (ex presidente del Gruppo editoriale), Donatella Treu (ex amministratore delegato), e l’attuale direttore Roberto Napoletano. Il reato contestato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è false comunicazioni sociali. Altri dirigenti del gruppo, o di società collegate, sono invece indagati per appropriazione indebita. Come un funzionario pubblico qualsiasi...
Al centro dell’indagine la società Di Source Limited, sospettata di aver gonfiato le cifre degli abbonamenti online per poter mantenere un alto livello di prezzi per gli spazi pubblicitari (nell’editoria l’appetibilità di un media per l’advertising è ovviamente dipendente dalla sua diffusione). Indagati in questo filone dell’inchiesta l'ex direttore dell'area digitale del gruppo, Stefano Quintarelli, (ora deputato di Scelta Civica), suo fratello Giovanni, Massimo Arioli (l'ex direttore finanziario), Alberti Biella (ex direttore dell'area vendite), Filippo Beltramini, Stefano Poretti (commercialista).
La crisi generale dell’editoria ha coinvolto pesantemente anche un giornale molto specializzato, rivolto a un pubblico fatto prevalentemente di imprenditori, professionisti, studiosi di economia e dintorni. Il valore delle azioni oggi segna una una perdita del 95 per cento del valore rispetto a sette anni fa.
I dati di diffusione – anche secondo alcuni giornalisti del quotidiano – sarebbero stati falsificati almeno a partire dal 2012. Oltre 100mila abbonamenti digitali fasulli sarebbero stati “sottoscritti” da società riconducibili a manager ed ex manager del gruppo.
Un caso da manuale della distanza che può intercorrere tra la capacità di predicare e quella di razzolare...
Fonte
Succede al SOle24Ore, primo giornale economico italiano, e probabilmente anche il miglior giornale di questo paese. Zeppo di giornalisti davvero competenti, capaci di riportare le notizie per quel che sono. Soprattutto in materia di economia e finanza, con grandi momenti anche nella politica estera.
Purtroppo proprietà (Confindustria) e amministratori sono un po’ meno rispettosi delle regole dello Stato e soprattutto sono finiti in rosso fisso, perdendo oltre 50 milioni solo negli ultimi sei mesi (dati della relazione semestrale obbligatoria per tutte le aziende quotate in borsa). Non proprio un successo per chi esercita il ruolo di maestro dell’informazione economica e finanziaria, distribuendo pagelle a destra e a manca su come andrebbero gestiti i conti pubblici, le aziende a partecipazione statale o comunque pubblica.
E stamattina la vergogna deve aver avvolto come un drappo rosso la sede centrale, quando la Guardia di finanza si è presentata per eseguire le perquisizioni ordinate dal magistrato nei confronti di Benito Benedini (ex presidente del Gruppo editoriale), Donatella Treu (ex amministratore delegato), e l’attuale direttore Roberto Napoletano. Il reato contestato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è false comunicazioni sociali. Altri dirigenti del gruppo, o di società collegate, sono invece indagati per appropriazione indebita. Come un funzionario pubblico qualsiasi...
Al centro dell’indagine la società Di Source Limited, sospettata di aver gonfiato le cifre degli abbonamenti online per poter mantenere un alto livello di prezzi per gli spazi pubblicitari (nell’editoria l’appetibilità di un media per l’advertising è ovviamente dipendente dalla sua diffusione). Indagati in questo filone dell’inchiesta l'ex direttore dell'area digitale del gruppo, Stefano Quintarelli, (ora deputato di Scelta Civica), suo fratello Giovanni, Massimo Arioli (l'ex direttore finanziario), Alberti Biella (ex direttore dell'area vendite), Filippo Beltramini, Stefano Poretti (commercialista).
La crisi generale dell’editoria ha coinvolto pesantemente anche un giornale molto specializzato, rivolto a un pubblico fatto prevalentemente di imprenditori, professionisti, studiosi di economia e dintorni. Il valore delle azioni oggi segna una una perdita del 95 per cento del valore rispetto a sette anni fa.
I dati di diffusione – anche secondo alcuni giornalisti del quotidiano – sarebbero stati falsificati almeno a partire dal 2012. Oltre 100mila abbonamenti digitali fasulli sarebbero stati “sottoscritti” da società riconducibili a manager ed ex manager del gruppo.
Un caso da manuale della distanza che può intercorrere tra la capacità di predicare e quella di razzolare...
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16/02/2017
Solo il potere ha il diritto di raccontare bufale...
Altro che legge bavaglio... Al Senato, alcuni semisconosciuti membri del gruppo Ala (il cui mentore resta pur sempre Denis Verdini) si sono preoccupati di depositare un disegno di legge per “prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”. Prima firmataria, l’unica donna del gruppo, Adele Gambaro, sostenuta dai colleghi Riccardo Mazzoni, Sergio Divina (Ln-Aut) e Francesco Maria Giro (Forza Italia).
L’iniziativa cerca di “concretizzare” legislativamente il gran chiacchiericcio sulle fake news, bufale o post-verità che dir si voglia. E lo fa con gli strumenti culturali propri della destra italiana, se ne esistessero.
Nel leggere il dispositivo appare chiara una prima distinzione fondamentale tra informazione online e testate giornalistiche mainstream, perché il proposto art. 656-bis non si dovrebbe applicare alle seconde (come definite dalla l. 47 del 1948, ampliata nel 2001). Come se le seconde fossero per natura esenti dal raccontar favole...
Si dirà: beh, ma una testata registrata è pur sempre perseguibile per il reato di diffamazione... Vero, ma il tema cui questo ddl cerca di dar soluzione non è affatto la diffamazione (c’è comunque un articolo anche su questo), ma decisamente altri.
In primo luogo, “la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico attraverso piattaforme informatiche”. Un giurista di professione probabilmente farebbe fatica a definire quando una notizia può esser considerata esagerata (parola che rimanda a criteri quantitativi impossibili da delineare; ad esempio, “la patata bollente” ha una relazione qualsiasi con la temperatura corporea normale?).
Su quelle false, naturalmente, non ci dovrebbe essere problema già ora in sede giudiziaria (la normativa risale all’invenzione della stampa, probabilmente). Mentre su quelle tendenziose ogni giornalista, anche di infimo livello, sa che ci si potrebbe inutilmente spaccare la testa per anni. Altro esempio: la frase attribuita da Repubblica a Luigi Di Maio, in cui Raffaele Marra viene definito “servitore dello stato”, è certamente vera (era stata scritta in una chat del vicepresidente della Camera), ma altrettanto certamente qualificabile come tendenziosa perché estrapolata dal contesto in modo da descrivere l’esponente grillino come un “garante” dell’assessore poi arrestato (la pubblicazione della chat integrale ha poi dimostrato che così non era; perlomeno in quel caso). Ma secondo il ddl Gambaro non sarebbe perseguibile se pubblicata da un giornale mainstream e sanzionabile se pubblicata da questo o altri siti... Multa, in questo caso, di 5.000 euro.
Se invece si tratta di “diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio e campagne volte a minare il processo democratico” – art. 265-ter – la pena edittale sale a 10.000 e “la reclusione non inferiore a due anni”. Capperi, si rischia la galera...
Il problema è: quali possano essere queste notizie dagli effetti tanto pericolosi quanto incerti? Per fuorviare settori dell’opinione pubblica, infatti, ci vogliono media potenti, capaci di arrivare a milioni di persone. E a volte – vedi l'esito del referendum del 4 dicembre – neanche risultano sufficienti... Idem per animare campagne d’odio oppure volte a minare il processo democratico. Un sitarello fai-da-te o una pagina facebook gestita da un singolo o da un piccolo gruppo di emarginati politici, per quanto possa essere condivisa, difficilmente raggiunge “milioni” di persone. E ancora più difficilmente le convince fino a fuorviarle...
Dunque, cosa resta? Le campagne politiche, evidentemente. Le quali – se animate da gruppi di opposizione (al governo o ai “poteri forti”, tanto per restare ai luoghi comuni) – evidentemente presentano in luce molto negativa provvedimenti, leggi di stabilità, sottrazione di diritti acquisiti, ecc.
Si dirà: ma questo ddl si preoccupa solo di sanzionare quelle notizie che possono avere questi effetti che risultino false. Piccola obiezione giuridica: le notizie false sono sanzionabili a prescindere dal loro contenuto. Non importa insomma se ledano l’onorabilità di una persona o la credibilità di un governo. Perché dunque un nuovo articolo di legge mirante a sanzionare specificamente quelle di natura politica?
La risposta è fin troppo facile... Una classe politica – diciamo... – di nominati non può contare su alcuna credibilità nei confronti dell’elettorato, o “popolo” che dir si voglia. Dunque si preoccupa di erigere una muraglia di leggi, uomini armati e trappole finalizzate alla propria esclusiva protezione.
Non hanno paura delle notizie false. Si premurano di poter sanzionare quelle vere che rivelano il loro mondo immondo...
Qui l’articolato del disegno di legge: gambaro
Fonte
L’iniziativa cerca di “concretizzare” legislativamente il gran chiacchiericcio sulle fake news, bufale o post-verità che dir si voglia. E lo fa con gli strumenti culturali propri della destra italiana, se ne esistessero.
Nel leggere il dispositivo appare chiara una prima distinzione fondamentale tra informazione online e testate giornalistiche mainstream, perché il proposto art. 656-bis non si dovrebbe applicare alle seconde (come definite dalla l. 47 del 1948, ampliata nel 2001). Come se le seconde fossero per natura esenti dal raccontar favole...
Si dirà: beh, ma una testata registrata è pur sempre perseguibile per il reato di diffamazione... Vero, ma il tema cui questo ddl cerca di dar soluzione non è affatto la diffamazione (c’è comunque un articolo anche su questo), ma decisamente altri.
In primo luogo, “la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico attraverso piattaforme informatiche”. Un giurista di professione probabilmente farebbe fatica a definire quando una notizia può esser considerata esagerata (parola che rimanda a criteri quantitativi impossibili da delineare; ad esempio, “la patata bollente” ha una relazione qualsiasi con la temperatura corporea normale?).
Su quelle false, naturalmente, non ci dovrebbe essere problema già ora in sede giudiziaria (la normativa risale all’invenzione della stampa, probabilmente). Mentre su quelle tendenziose ogni giornalista, anche di infimo livello, sa che ci si potrebbe inutilmente spaccare la testa per anni. Altro esempio: la frase attribuita da Repubblica a Luigi Di Maio, in cui Raffaele Marra viene definito “servitore dello stato”, è certamente vera (era stata scritta in una chat del vicepresidente della Camera), ma altrettanto certamente qualificabile come tendenziosa perché estrapolata dal contesto in modo da descrivere l’esponente grillino come un “garante” dell’assessore poi arrestato (la pubblicazione della chat integrale ha poi dimostrato che così non era; perlomeno in quel caso). Ma secondo il ddl Gambaro non sarebbe perseguibile se pubblicata da un giornale mainstream e sanzionabile se pubblicata da questo o altri siti... Multa, in questo caso, di 5.000 euro.
Se invece si tratta di “diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio e campagne volte a minare il processo democratico” – art. 265-ter – la pena edittale sale a 10.000 e “la reclusione non inferiore a due anni”. Capperi, si rischia la galera...
Il problema è: quali possano essere queste notizie dagli effetti tanto pericolosi quanto incerti? Per fuorviare settori dell’opinione pubblica, infatti, ci vogliono media potenti, capaci di arrivare a milioni di persone. E a volte – vedi l'esito del referendum del 4 dicembre – neanche risultano sufficienti... Idem per animare campagne d’odio oppure volte a minare il processo democratico. Un sitarello fai-da-te o una pagina facebook gestita da un singolo o da un piccolo gruppo di emarginati politici, per quanto possa essere condivisa, difficilmente raggiunge “milioni” di persone. E ancora più difficilmente le convince fino a fuorviarle...
Dunque, cosa resta? Le campagne politiche, evidentemente. Le quali – se animate da gruppi di opposizione (al governo o ai “poteri forti”, tanto per restare ai luoghi comuni) – evidentemente presentano in luce molto negativa provvedimenti, leggi di stabilità, sottrazione di diritti acquisiti, ecc.
Si dirà: ma questo ddl si preoccupa solo di sanzionare quelle notizie che possono avere questi effetti che risultino false. Piccola obiezione giuridica: le notizie false sono sanzionabili a prescindere dal loro contenuto. Non importa insomma se ledano l’onorabilità di una persona o la credibilità di un governo. Perché dunque un nuovo articolo di legge mirante a sanzionare specificamente quelle di natura politica?
La risposta è fin troppo facile... Una classe politica – diciamo... – di nominati non può contare su alcuna credibilità nei confronti dell’elettorato, o “popolo” che dir si voglia. Dunque si preoccupa di erigere una muraglia di leggi, uomini armati e trappole finalizzate alla propria esclusiva protezione.
Non hanno paura delle notizie false. Si premurano di poter sanzionare quelle vere che rivelano il loro mondo immondo...
Qui l’articolato del disegno di legge: gambaro
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