Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2026

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della Sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».

Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico»[1].

Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato

Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.

Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).

L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter

Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer

Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.

Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci

L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»[2]. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.

«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»[3].

Note

1) S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2) R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3) FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

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26/09/2023

Un mio ricordo personale di Napolitano

Nella metà degli anni Ottanta ero segretario della FIOM di Brescia e impegnato in una durissima lotta nelle fabbriche di Luigi Lucchini, industriale siderurgico e presidente della Confindustria.

Lucchini era un uomo potente, controllava una parte della finanza e della politica bresciana e aveva come principio la politica antisindacale in funzione del più brutale autoritarismo e sfruttamento.

Lucchini era un finanziere che acquisiva fabbriche da proprietà in difficoltà, private o pubbliche, e le consumava fino all’osso, per poi abbandonarle. Diverse aziende di Brescia e le acciaierie di Piombino e di Potenza hanno subito questa sorte.

Lucchini si presentava come padrone moderno e spregiudicato, aperto al confronto con tutti in politica, tanto quanto nelle sue fabbriche vigeva il più feroce fascismo aziendale. Contro il quale noi lottavamo sapendo di avere di fronte non solo un padrone, ma un sistema di potere.

Il segretario della federazione del PCI di allora, Piero Borghini, migliorista che negli Novanta sarebbe passato a Forza Italia, invitò Giorgio Napolitano a Brescia e combinò un suo incontro con Lucchini.

Fu un incontro caloroso e pieno di attestati reciproci di stima, come raccontò con dovizia di particolari la stampa locale. Che naturalmente sottolineò in tutti i modi che il dirigente del PCI elogiava la capacità imprenditoriale di Lucchini, mentre ignorava le proteste dei cattivi della FIOM.

E questo in effetti avvenne, Napolitano esaltò la modernità di Lucchini e rifiutò di incontrare gli operai delle fabbriche in lotta contro quella modernità di stampo medioevale.

Dopo di che in una riunione del PCI bresciano, Napolitano si lanciò in un panegirico dei tempi nuovi, dell’impresa e di quello che poi sarebbe stato chiamato neoliberismo.

Fu un danno per la dura lotta in corso, ma gli operai ed il sindacato di allora avevano uno spirito sufficiente per fregarsene e tirare avanti. E nonostante l’appoggio di Napolitano, Lucchini allora non riuscì a piegare gli operai della Bisider, della Eredi Gnutti, e più in generale la classe operaia bresciana.

Ho molti ricordi politici di Napolitano, sempre negativi, ma questo è il più personale.

Per me Napolitano è stato colui che abbracciava Lucchini mentre nelle sue fabbriche gli operai della FIOM venivano puniti e mandati nei reparti confino. E questo, oltre al totale disaccordo politico, non riesco proprio a perdonarglielo.

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Storia di Giorgio Napolitano, riformista, crociano, liberista

La vita politica di Giorgio Napolitano riassume ed estremizza tutti gli aspetti più negativi che hanno caratterizzato la formazione culturale del gruppo dirigente del PCI del dopoguerra.

Origini alto borghesi addirittura con quarti di nobiltà. Il padre, un avvocato liberale e poeta; la madre, Carolina Bobbio, figlia di nobili piemontesi trapiantati a Napoli. Circostanza che ha alimentato negli anni voci mai confermate su presunti legami di sangue con la famiglia Savoia che avrebbero investito la reale paternità del piccolo Giorgio.

Formazione culturale crociana, studi di giurisprudenza con una laurea in economia politica e una tesi sul mancato sviluppo economico del Meridione. Militanza giovanile nei Guf, i gruppi universitari fascisti. Insomma il classico cursus honorem di un giovane rampollo della buona borghesia partenopea che ha vissuto la sua prima gioventù sotto il regime fascista senza particolari tormenti. Nel 1945 entra a far parte del Partito comunista in una Napoli già insorta e occupata dalle truppe angloamericane. L’alto livello culturale gli apre subito la strada nel gruppo dirigente locale: nel 1947 viene inviato a guidare la federazione di Caserta per farsi le ossa prima di diventare deputato nel 1953 e restarlo ininterrottamente fino al 1996, per poi passare al parlamento europeo, essere nominato senatore a vita nel 2005 e assumere per due volte la carica di Presidente della repubblica dal 2006 fino alle dimissioni del maggio 2015. È stato anche Presidente della camera e ministro dell’Interno del primo governo Prodi dal 1996 al 1998.

Riformista, crociano e liberista

Lo stile felpato, l’atteggiamento prudente, il linguaggio forbito, il perfetto controllo della lingua inglese, lo hanno reso da subito un cavallo di razza non solo nel PCI ma nella scena politica italiana. Moderato politicamente è cresciuto all’ombra della scuola politica di Giorgio Amendola incarnando le tradizionali linee guida della destra del partito: un iniziale filosovietismo in politica estera sfumato dopo i fatti di Praga del 1968. Nel 1956 appoggiò la repressione sovietica in Ungheria e pronunciò il discorso di espulsione dal partito del dissidente Antonio Giolitti a cui chiese scusa, omaggiandolo, una volta salito al Quirinale; grande attenzione in politica interna per i ceti produttivi, i circoli finanziari, la grande borghesia e le ricette economiche liberali. Quando fu responsabile economico del PCI negli anni dell’austerità berlingueriana predicava i sacrifici per la classe operaia come soluzione alla crisi economica. Nemico feroce della sinistra interna che sconfisse nell’XI congresso del 1966, detestava l’operaismo politico ritenuto una forma di estremismo che rasentava il sovversivismo. I tratti liberali della sua formazione culturale lo resero allergico al giustizialismo, anche se questo non gli impedì di essere un feroce sostenitore dell’emergenza giudiziaria antisovversiva. Da capogruppo dei deputati del PDS nel 1994 lanciò la stagione della dietrologia con una mozione parlamentare divenuta il manifesto del complottismo sul sequestro Moro, atteggiamento che rinforzò negli anni della sua permanenza al Quirinale quando inaugurò la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio 2008, con un discorso che avviava la stagione della vittimocrazia, attribuendo ad associazioni vittimarie accreditate l’amministrazione della memoria pubblica del decennio '70 e decretando il bavaglio per gli ex militanti, prigionieri ed ex prigionieri della sinistra armata e sovversiva dell’epoca.

Il battesimo negli USA

Il punto di svolta della carriera politica di Napolitano risale tuttavia ai giorni del sequestro Moro, al mese di aprile del 1978 quando fu autorizzato a tenere un ciclo di conferenze in alcune università degli Stati Uniti, incontrare circoli politici, culturali e finanziari americani. Primo dirigente comunista occidentale autorizzato ad entrare negli USA in quanto tale e non in una delegazione parlamentare, come era già avvenuto per altri prima di lui.

Il retroscena di quel viaggio che potete leggere di seguito (qui) fu lungo ed elaborato con un visto rifiutato tre anni prima. Quella missione ebbe una importanza decisiva nella successiva carriera politica del futuro capo della corrente «migliorista» del PCI. Napolitano, che bruciò sul tempo Berlinguer, anche lui invitato negli Usa al pari di Carrillo (leggi qui), il segretario del Partito comunista spagnolo, per spiegare cos’era l’eurocomunismo, ebbe il compito di chiarire all’establishment statunitense cosa era diventato il PCI, cosa avrebbe fatto in caso di vittoria elettorale, tranquillizzando investitori e politici nordamericani sulla fedeltà atlantica dei comunisti italiani e sulla tutela delle libertà economiche e della proprietà privata, ricevendo il placet USA sulla linea della fermezza da tenere durante il sequestro del leader della DC Moro da parte delle Brigate rosse.

La doppiezza culturale di Napolitano

Nel corso del viaggio emerse con forza tutta la doppiezza politica di Napolitano e del gruppo dirigente del PCI: la doppia morale e il doppio linguaggio. Napolitano incontrò in gran segreto Gianni Agnelli nella sua casa di Park Avenue a New York. L’episodio, omesso dal resoconto apparso su Rinascita al suo ritorno, fu ignorato anche dal corrispondente dell’Unità Jacoviello. Elettori e militanti del Pci non dovevano saperlo. Napolitano rivelò la circostanza, che diede il via a una consuetudine tra i due, solo nel 2003 alla morte di Agnelli. Il viaggio negli USA aprì al futuro presidente della Repubblica l’ingresso in circoli molto riservati, salotti dove esponenti politici, statisti e uomini della finanza più influenti, i decisori del mondo, si incontravano e discutevano. Dopo il viaggio negli USA per Napolitano si aprirono anche le porte dell’ambasciata Usa per incontri riservati, tenuti anche con Pajetta, e il cui contenuto sia l’ambasciatore dell’epoca Gardner che lo stesso Napolitano riferivano unicamente di persona ai loro rispettivi superiori: il capo del Dipartimento di Stato e il presidente Usa per Gardenr, il segretario del PCI Berlinguer per Napolitano.

Se c’è un aspetto che riassume la storia politica di Giorgio Napolitano è questo elitismo, questa visione oligarchica, inside, di una politica per soli eletti di cui ha dato mostra con i governi tecnici e gli incarichi attribuiti a grandi comis di Stato e della finanza. Visione antica, liberale, predemocratica nella quale Napolitano si trovava a suo agio.

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23/09/2023

È morto Giorgio Napolitano, il pessimo “migliorista”

Giorgio Napolitano mosse i primi passi della sua carriera politica nella Federazione di Napoli del PCI, diretta negli anni Cinquanta del secolo scorso da due dirigenti di alto profilo: Salvatore Cacciapuoti e Giorgio Amendola.

Fin da allora si rivelò un uomo politico preparato e prudente. Nel 1956 condivise il giudizio positivo della direzione del PCI sull’intervento militare sovietico in Ungheria. Dopo la morte di Palmiro Togliatti e l’elezione di Luigi Longo a segretario in occasione dell’XI congresso, quando Pietro Ingrao si scontrò da sinistra con il gruppo dirigente del partito (1966), Napolitano divenne coordinatore della segreteria e membro dell’Ufficio politico.

Sembrava destinato a succedere a Longo, ma al XII congresso (1969) gli venne preferito come vicesegretario, in coerenza con una scelta centrista, Enrico Berlinguer.

Il punto di svolta della carriera politica di Napolitano è la morte di Giorgio Amendola, che lo vede assumere il ruolo di capo della destra del PCI, quella che punta alla socialdemocratizzazione del partito, all’ingresso nell’Internazionale socialista, a stabilire buoni rapporti con il PSI di Craxi, alla responsabilità nei confronti dell’interesse nazionale, che significa moderazione salariale, ridimensionamento dei diritti acquisiti dai lavoratori (considerati come un’insopportabile espressione del massimalismo “operaistico”), rifiuto della “diversità” berlingueriana e della questione morale.

Proprio in questo periodo nasce e si diffonde, in riferimento alla destra comunista, il termine ‘migliorista’, che qualifica chi accetta il capitalismo come è, senza metterlo in discussione, proponendosi non di superarlo ma, al più, di migliorarlo.

La scelta di avvicinamento al PSI si esaurirà per due motivi: il primo è il crollo del muro di Berlino e la decisione di Occhetto di cambiare nome e ideologia al partito (il segretario pensa che, se il comunismo è fallito, anche la socialdemocrazia è in crisi); il secondo motivo è determinato nel 1992-1993 da Tangentopoli, con l’incriminazione, la latitanza e la condanna di Craxi e la sparizione del PSI.

A poco servirà la costituzione della corrente riformista del PDS, di cui Napolitano è formalmente il capo.

Più tardi risulterà chiaro che neppure il socialismo democratico soddisfa più l’ansia revisionista di Napolitano, che rapidamente approderà ad un liberalismo di stampo anglosassone disponibile a coalizioni con i moderati ed i conservatori, assumendo come suo maestro Isaiah Berlin.

Lo spiega efficacemente a Paolo Franchi, autore di una biografia intitolata “Giorgio Napolitano. La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale” (Rizzoli, 2013), il dirigente socialista Rino Formica, il quale attribuisce a Napolitano un’attitudine presente nella nomenclatura del PCI secondo cui “l’inflessibilità del comunista consiste nella capacità di oscillare allo stesso ritmo della linea del partito”.

Sempre Formica si domanda: «E quando non ci sono più né la linea né il partito, come fa ad oscillare un figlio dell’aristocrazia intellettuale napoletana, di formazione crociana, togliattiano di destra più ancora che amendoliano? Gli restano due ancoraggi soltanto, ma molto forti. Il primo se lo è conquistato in prima persona, sulla scia di Giorgio Amendola: ed è l’Europa. Quanto al secondo, […] almeno in parte glielo ha lasciato in eredità […] Palmiro Togliatti: ed è il costituzionalismo liberale».

Sennonché a Napolitano la socialdemocrazia non basta, bisogna arretrare ancora e tornare al liberalismo. Ciò spiega, in linea di continuità con il suo passato, i tratti distintivi del suo ‘novennato’ presidenziale (2006-2015): la ricerca di unità ideale tra le diverse forze politiche, l’ossessione delle forme che spesso lo opporrà a Silvio Berlusconi, cui si aggiungerà, nella gestione della sua carica, un presidenzialismo sempre più accentuato.

La concezione revisionista di Napolitano trova conferma già nel discorso di insediamento, in cui afferma che va riconosciuto a fondamento della repubblica il “significativo e decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”.

L’uomo del Risorgimento cui dichiara di ispirarsi è il moderato Cavour. Pesano poi nella sua visione la volontà e la convinzione che l’Europa vada conservata così com’è, subendo anche politiche economiche recessive, rispondendo positivamente ai ‘diktat’ della Commissione e della Germania, partecipando attivamente, sotto l’egida della Nato e contro i nostri stessi interessi nazionali, al massacro della Libia di Gheddafi voluto dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Inghilterra (2011).

L’incarico di governo a Monti e al suo governo di “tecnici” è dettato da queste convinzioni e dall’idea che la sovranità popolare vada indirizzata a sostegno delle oligarchie lungimiranti e competenti, i veri agenti del cambiamento o, meglio, di un equilibrio del sistema borghese-capitalistico che è sostanzialmente immodificabile.

All’interesse nazionale, interpretato come obiettivo che coincide con un siffatto equilibrio e, in buona sostanza, con il rafforzamento dell’Unione Europea, vanno quindi sacrificati i redditi popolari e le garanzie sociali, e per far ciò occorre la solidarietà delle maggiori forze politiche.

Peccato che tra esse ci sia il partito di Berlusconi; che Monti – malgrado l’appoggio del Presidente, delle cancellerie dei principali paesi del continente e della tecnocrazia europea – lasci un paese prostrato e immiserito e non sia riuscito nella missione impossibile di rafforzare il polo dei moderati, rinunciando a quel ruolo di riserva della Repubblica che Napolitano gli aveva ritagliato addosso; peccato che il PD – grazie alla sua opera, oltre che per propri demeriti – sia diventato, per dirla con un eufemismo usato dallo storico inglese Perry Anderson, “il partito della sinistra invertebrata”.

Del resto, Napolitano è sempre stato coerente con la svolta ideologica e strategica (in questo caso verso una destra tutt’altro che invertebrata) che egli compì sul finire degli anni Settanta, quando fu il primo ‘comunista’ ad attraversare l’Oceano Atlantico per concordare con Washington, ospite dell’amministrazione americana, il definitivo passaggio di campo del PCI.

Quel passaggio di campo cui Enrico Berlinguer, fin dal 1976, aveva preparato il terreno affermando di “sentirsi protetto sotto l’ombrello della Nato”.

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29/04/2023

Seppellita dalla Cassazione la trattativa tra Stato e mafia

Il colpo di spugna alla fine è arrivato e la sentenza che condannava uomini dello stato, politici e mafiosi per la trattativa Stato-mafia del 1993 viene così definitivamente seppellita.

I giudici della Corte di Cassazione hanno infatti annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 settembre 2021.

Sono stati così definitivamente assolti dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione “per non aver commesso il fatto” gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, il boss mafioso Leoluca Bagarella e il medico Antonio Cinà.

L’indagine per la trattativa tra Stato e mafia nel 1993 nasce nel 1996, quando il pentito di mafia Giovanni Brusca (oggi libero), disse di averne sentito parlare da Totò Riina, all’epoca degli attentati mortali a Falcone e Borsellino. Nel frattempo arrivarono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Ciancimino junior dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il Ros dei Carabinieri per giungere ad un “accordo con lo Stato” per fare cessare la strategia stragista di Cosa Nostra e arrivare alla consegna dei latitanti.

La prima udienza del processo ebbe luogo il 29 ottobre 2012, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra, cioè Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, e cinque rappresentanti delle istituzioni, cioè il generale Antonio Subranni, il generale Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore Marcello dell’Utri, per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza. La posizione dell’ex ministro Calogero Mannino viene invece stralciata. E l’ex politico verrà assolto sia in primo che in secondo grado.

Il verdetto di primo grado vide condannati a 12 anni di carcere, oltre a Dell’Utri, i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e il boss Antonino Cinà; a 28 anni Leoluca Bagarella, la pena più pesante.

Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.

La sentenza d’appello, giunge il 23 settembre del 2021 e ribalta il verdetto. Dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker di Palermo, la Corte manda assolto Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto” e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perchè il fatto non costituisce reato”. Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; ma vengono confermati solo i 12 anni al medico mafioso Antonino Cina’, fedelissimo di Bernardo Provenzano.

Il momento più critico del processo fu quando nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però vennero distrutte per decisione della Corte Costituzionale. Vennero intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato al conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Loris D’Ambrosio, ex magistrato e consigliere del Quirinale morì improvvisamente d’infarto nel 2012 dopo aver dichiarato di aver ascoltato “indicibili accordi”.

La cattura dell’ultimo boss della vecchia mafia, Matteo Messina Denaro ormai in fin di vita, si porterà nella tomba anche l’ultimo testimone di quella stagione.

Adesso la Corte di Cassazione non solo ha assolto tutti gli imputati ma ha anche decretato che la Trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, quindi inutile parlarne. Ancora una volta la verità giudiziaria stride con la verità storica e politica.

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27/03/2018

Le tangenti di Sarkò per nascondere la verità sulla guerra del 2011

Nicolas Sarkozy è stato incriminato per aver preso 50 milioni di euro da Moammar Gheddafi con cui avrebbe finanziato la sua campagna elettorale del 2007. Su di lui sta avanzando, da più parti, il sospetto che la guerra del 2011 contro il regime di Tripoli sia stata un modo per cancellare le prove di quella corruzione. Ma è una bufala gigantesca. Certo, la cosa può avere influito, in una certa misura, soprattutto nel modo brutale e definitivo con cui ad un certo punto, quelli che manovravano i “ribelli”, decisero di eliminare Gheddafi. Ma le ragioni di quella guerra furono ben altre.

Innanzitutto va ricordato che l’aggressione alla Libia fu voluta anche da USA, Gran Bretagna, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. In prima fila c’era Barack Obama che sosteneva le primavere arabe con il fine esplicito di rimpiazzare i regimi laici esistenti con governi islamici “amici” e rimettere le mani sulle risorse energetiche dell’area.

Ma fu il Qatar a muovere le fila della rivolta di Bengasi da cui prese le mosse la “guerra civile”, mentre le petromonarchie temevano che si instaurassero dei regimi laici in seguito alle primavere arabe. Le spinte erano, dunque, diverse e contrastanti.

Così Londra e Parigi trovarono una sponda perfetta negli Emirati del Golfo che, peraltro, esercitavano (ed esercitano ancora) a loro volta un’influenza enorme sia nei confronti della Francia che della Gran Bretagna, paesi in cui hanno effettuato massicci investimenti nel corso degli ultimi decenni.

La verità è che sia Sarkozy sia il premier britannico David Cameron colsero al volo l’occasione di chiudere i conti con l’eredità post-coloniale dell’Italia ed i suoi cospicui interessi sia energetici sia economici in Libia (commesse etc. etc.). Una situazione che si era mostrata alla luce del sole con il Trattato di Amicizia italo-libico del 2009, voluto e firmato da Berlusconi e Gheddafi (la scena del baciamano tra le file di “amazzoni” libiche fu preso come un affronto inaccettabile dalle cancellerie occidentali) e che non era certamente andato giù sia ai Francesi sia ai Britannici.

A quel punto Sarkozy cercò e trovò una sponda in Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, peraltro anche grandi investitori in armamenti prodotti made in France. E quando il figlio di Gheddafi, Saif, disse di non capire la ragione dell’improvvisa ostilità francese aggiungendo ironicamente che sarebbe stato pronto a riconsiderare l’acquisto di caccia francesi Rafale a cui erano stati preferiti i Sukhoi russi, aveva colto nel segno intuendo perfettamente dove stava andando a parare la situazione.

Insomma, le tangenti di Gheddafi a Sarkozy, nel quadro appena descritto, appaiono solo come un dettaglio nella volontà di Sarkozy di ottenere l’uccisione di Gheddafi, in cui pare, tuttavia, siano stati coinvolti davvero i servizi segreti francesi (DGSE). Certo, se Gheddafi fosse stato catturato vivo avrebbe potuto svelare non pochi retroscena imbarazzanti per i suoi nemici occidentali ed arabi. Ma la guerra alla Libia ebbe una matrice complessa e fu determinata da un progetto ben più ampio delle beghe personali di Sarkò. E poi va ricordato che l’ostilità palese di Parigi nei confronti degli interessi italiani in Libia non nacque con Sarkozy e non è venuta, di certo, meno con suoi successori.

Potremmo dire che Sarkozy, a suo modo, interpretò una linea di pretesa egemonia nell’area che aveva solide tradizioni e che ha trovò poi anche in Francois Hollande ed Emmanuel Macròn dei perfetti continuatori. Basti pensare al sostegno fornito al generale Khalifa Haftar o, più recentemente, alle milizie affiancate da consiglieri militari francesi che hanno avversato i gruppi armati di Sabratha con i quali l’Italia aveva trattato per interrompere i flussi migratori dopo l’accordo italo-libico voluto da Gentiloni e Minniti del febbraio 2017.

Per completare il quadro va ricordato che furono gli Stati Uniti ad assestare il colpo finale alle truppe di Gheddafi sebbene Obama non avesse avuto il via libera del Congresso per condurre una guerra su vasta scala. Fu così che il presidente statunitense lasciò che le operazioni militari venissero svolte dagli alleati europei che impiegarono ben sette mesi prima di avere ragione delle deboli forze di Gheddafi.

E l’Italia? L’Italia cedette alle pressioni dirette di Washington e partecipò all’aggressione “costretta” dall’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea ma anche per impedire che i raid aerei francesi distruggessero gli impianti dell’ENI. Di certo non basteranno le tangenti di Gheddafi a Sarkò a mascherare la totale inconsistenza politica del governo italiano che si schierò a favore della guerra seguendo la direzione “atlantista“ indicata da Napolitano, che mise così una pietra tombale su decenni di tradizione e vocazione mediterranea della politica estera italiana.

Eppure all’Italia sarebbe bastato non concedere le basi italiane senza le quali tutta l’operazione non sarebbe stata tecnicamente possibile. Barak Obama, senza il permesso del Congresso USA, sarebbe stato nell’impossibilità di condurre operazioni militari di lunga durata per le quali necessitava di almeno tre o quattro portaerei. Londra non aveva portaerei e Parigi, avendone una sola, avrebbe pagato costi altissimi per una flotta di rifornitori in volo. Peraltro avere accettato di entrare nel conflitto volle dire per l’Italia tradire un trattato già firmato con una grave perdita di reputazione ed influenza sui paesi dell’Africa del Nord tutti pubblicamente ostili all’intervento contro Gheddafi.

Cui prodest? Non certo all’Italia stessa. Spostare tutta le colpe su Sarkozy, nel tentativo capzioso e fuorviante di trasformare tutta la vicenda in un affaire di corruzione tra lui e Gheddafi, è un’operazione maldestra che mira a rimuovere dalla memoria collettiva il quadro di interessi in gioco che hanno determinato quella vile aggressione ma anche ad occultare le enormi responsabilità dell’Italia nella guerra del 2011 contro la Libia. Un tentativo che, non a caso, sta trovando una sponda attivissima tra i commentatori dei media mainstream del nostro paese.

In conclusione, non si può non convenire con quanto scritto da Giorgio Cremaschi su Contropiano del 22 marzo 2018:
“Napolitano sulla vicenda libica scatenò quell’interventismo prepotente che poi usò a dismisura nelle crisi economiche e politiche successive. Il presidente della Repubblica cominciò subito a pretendere che l’Italia scendesse in guerra. Alla fine convinse il capo del governo Berlusconi, che era recalcitrante, e ottenne, ma era scontato, la piena adesione del PD. Così l’Italia entrò nella sporca guerra, e il ministro della difesa La Russa offrì basi e aerei per l’impresa. Naturalmente tutta la grande stampa salì a bordo dei bombardieri, con la sua solita retorica da guerrafondai umanitari. Ora che la Libia non è più uno Stato, ora che motovedette non si sa di chi minacciano di uccidere chi salva i migranti in mare, ora che il governo italiano paga i tagliagole perché fermino quei migranti nel deserto, i colpevoli della sporca guerra di Libia dovrebbero essere chiamati a risponderne. Giorgio Napolitano per primo dovrebbe andare sotto inchiesta, anche se a differenza di Sarkozy non rischierebbe nulla, vista l’immunità. E con lui dovrebbero essere messi sotto accusa Berlusconi e tutti coloro che, più o meno convinti, hanno coinvolto l’Italia nell’intervento militare in Libia. Gran parte della classe dirigente colpevole di quella sporca guerra è stata punita dall’ultimo voto. È positivo ma non basta. Bisogna che si faccia piena luce su quella vicenda le cui conseguenze ancora paghiamo. Il parlamento faccia una commissione d’inchiesta e non lasci nulla di impunito, almeno politicamente. E i colpevoli, a partire da Napolitano, di aver trascinato il paese in una azione militare totalmente illegale, paghino per ciò che hanno fatto.”
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22/03/2018

Napolitano, Berlusconi e tutta la classe dirigente andrebbero processati per la guerra di Libia

L’arresto di Sarkozy, che tra l’altro ci mostra il carattere feudale della immunità da noi riservata agli ex presidenti della Repubblica, ha riscoperto il verminaio della guerra di Libia del 2011. Secondo gli inquirenti, nel 2007 Sarkozy avrebbe ricevuto ben 50 milioni di euro per la sua campagna elettorale. Eletto presidente anche grazie a quei soldi, egli avrebbe poi scatenato la guerra di Libia per torbidi motivi, tra i quali non si può fare a meno di considerare anche quello di mettere a tacere un creditore scomodo. E Gheddafi fu puntualmente giustiziato.

Il 19 marzo del 2011 i jet francesi iniziavano i bombardamenti in Libia, senza alcun mandato formale dell’ONU, che si era limitata a condannare il governo libico. Ben presto Sarkozy riuscì a coinvolgere nella sua sporca guerra tutta la NATO e a tal fine fu decisivo il presidente italiano Giorgio Napolitano.

Giorgio Napolitano è stato il peggior presidente della Repubblica e anche l’unico ad essere rieletto. Il che significa che egli ben rappresenta un’intera classe politica di destra e “sinistra”, responsabile dei disastri del paese.

Napolitano sulla vicenda libica scatenò quell’interventismo prepotente che poi usò a dismisura nelle crisi economiche e politiche successive. Il presidente della Repubblica cominciò subito a pretendere che l’Italia scendesse in guerra. Alla fine convinse il capo del governo Berlusconi, che era recalcitrante, e ottenne, ma era scontato, la piena adesione del PD. Così l’Italia entrò nella sporca guerra, e il ministro della difesa La Russa offrì basi e aerei per l’impresa. Naturalmente tutta la grande stampa salì a bordo dei bombardieri, con la sua solita retorica da guerrafondai umanitari.

Ora che la Libia non è più uno Stato, ora che motovedette non si sa di chi minacciano di uccidere chi salva i migranti in mare, ora che il governo italiano paga i tagliagole perché fermino quei migranti nel deserto, i colpevoli della sporca guerra di Libia dovrebbero essere chiamati a risponderne.

Giorgio Napolitano per primo dovrebbe andare sotto inchiesta, anche se a differenza di Sarkozy non rischierebbe nulla, vista l’immunità. E con lui dovrebbero essere messi sotto accusa Berlusconi e tutti coloro che, più o meno convinti, hanno coinvolto l’Italia nell’intervento militare in Libia.

Gran parte della classe dirigente colpevole di quella sporca guerra è stata punita dall’ultimo voto. È positivo ma non basta. Bisogna che si faccia piena luce su quella vicenda le cui conseguenze ancora paghiamo. Il parlamento faccia una commissione d’inchiesta e non lasci nulla di impunito, almeno politicamente.

E i colpevoli, a partire da Napolitano, di aver trascinato il paese in una azione militare totalmente illegale, paghino per ciò che hanno fatto.

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07/12/2017

Thomas Mann e l’Europa: una mistificazione

Nel 1947, esattamente settant’anni fa, Mondadori dava alle stampe una raccolta di saggi intitolata Moniti all’Europa. L’autore, guida morale di quella parte della cultura tedesca ed europea non compromessasi con il regime nazista: Thomas Mann. Tale ricorrenza viene oggi celebrata da Mondadori con una nuova edizione, corredata dall’introduzione a cura di un non “addetto ai lavori”, il presidente emerito Giorgio Napolitano, sedicente estimatore dello scrittore tedesco.

Gli ingredienti per una arrembante e smaccata operazione ideologica sono tutti qui: un “mostro sacro” della letteratura, con le sue prese di posizione contro la barbarie nazista, sicuramente cosmopolita e a favore di un “umanesimo democratico”; il più eminente riferimento politico e propugnatore a ogni costo dell’europeismo in Italia; una situazione, quella odierna, di instabilità politica e di crisi d’egemonia per i governi dei paesi dell’UE, Germania compresa. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere ciò che Napolitano scrive nell’introdurre l’opera, ma vale sempre la pena guardare tra gli ingranaggi dell’industria culturale, la “macchina mitologica” per eccellenza in mano al nemico.

Al di là degli scontati luoghi comuni riguardo al periodo storico (gli “opposti estremismi” della Germania di Weimar come vera “causa” del nazismo, vulgata ormai banale da Ernst Nolte in poi) è interessante la chiusura del saggio:

“[Quella di Thomas Mann] è una lezione che torna ad ammonirci e illuminarci, nelle crisi sociali, culturali e politiche di questo inizio del XXI secolo in Europa, in un contesto di inedito cambiamento e disordine mondiale. Un’Europa che non è diventata tedesca, che si è unita, progredendo straordinariamente, nella libertà e nella democrazia, e che – nel reagire oggi a dure sfide come quelle della Brexit e del populismo anti-europeo – mostra di tendere a una sempre più stretta integrazione sovranazionale: un’Europa così fatta può contare su un’autentica Germania europea. Ed è una Germania che dell’Europa è divenuta pilastro essenziale, attraverso una vera e propria mutazione generazionale e culturale di massa rispetto alle aberrazioni del passato. Ebbene, non è forse questo il compiersi della profezia annunciata da Mann, il realizzarsi della soluzione e prospettiva – una Germania europea – che ha rappresentato la bandiera, da lui per primo impugnata, in anni di tragico buio per l’umanità?”

Ancora una volta un esponente di spicco dell’establishment, tra i primi responsabili della torsione autoritaria che viviamo oggi in Italia, usa il trucchetto argomentativo della “democrazia europea minacciata dai populismi”, chiaramente spuntati nottetempo come i funghi e non alimentati consapevolmente dalle classi dirigenti europee. E lo fa scomodando uno dei più importanti scrittori europei del Novecento. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Non è qui il caso di formulare un bilancio critico dell’opera di Thomas Mann, delle sue prese di posizione in merito alla costruzione di un’Europa libera dal nazismo (e dalle condizioni che lo resero possibile). Chi vuole conoscere nello specifico cosa Mann pensasse della politica, della forma borghese della democrazia, delle situazione internazionale tra le due guerre e oltre, non ha che da leggere le sue opere. Sia inoltre ben chiaro che non è nostra intenzione compiere l’operazione di segno opposto e arruolare Mann tra le fila dell’intellettualità comunista o anti-UE. Si tratta soltanto di restituire un’immagine più giusta e decorosa di un artista complesso, che visse continui ripensamenti e ambiguità nella sua parabola intellettuale, e di seminare qualche dubbio tra chi si lasciasse convincere da questa anacronistica attribuzione ex-post, da questa immagine quanto mai forzata di un Thomas Mann maestro e ispiratore dell’attuale Unione europea (la sola esistente e possibile, peraltro).

Proviamo quindi a domandarci cosa potrebbe pensare del ruolo di “cane da guardia” dell’austerità ricoperto dal grande capitale tedesco e da Bruxelles nella crisi dei paesi euro-mediterranei, lui così critico verso l’accanimento delle potenze europee sulla Germania dopo la prima guerra mondiale?

Che direbbe l’autore del Doctor Faustus – il romanzo allegorico sulla decadenza del ceto intellettuale tedesco e delle sue compromissioni con il brodo di coltura irrazionalistico in cui crebbe il fascismo – del golpe filonazista in Ucraina sostenuto dall’UE?

E ancora, che opinione avrebbe Thomas Mann – che durante il maccartismo dava la sua adesione al Comitato per il Primo Emendamento contro il clima da caccia alle streghe instauratosi negli USA – del clima autoritario vigente in Italia, in Catalogna o in Francia?

Sono tutte domande legittime, cui possiamo rispondere solo tramite congetture, ma mettono senz’altro in crisi tanto l’operazione ideologica appena descritta, quanto il mito dell’UE come “baluardo della pace e della democrazia” che continuano a propinarci senza posa, ma che ogni giorno di più fa acqua da tutte le parti.

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28/11/2017

Sbirro da sempre

Ho conosciuto Norberto Crivelli a Bellinzona, in un incontro del Partito Operaio Popolare del Canton Ticino per ricordare i 100 anni della Rivoluzione d’Ottobre. Crivelli è una figura storica del movimento operaio svizzero, un militante comunista con una vita di lotte nel Partito del Lavoro. Per questo nel corso dei decenni ha svolto anche una intensa attività internazionale.

Così Crivelli mi ha raccontato un fatto di 26 anni fa, quando come rappresentante del suo partito partecipò al ventesimo congresso del PCI, l’ultimo, quello che cambiò il nome e l’identità del partito secondo la svolta di Achille Occhetto.

Era l’inizio di febbraio del 1991 e mentre il PCI finiva, cominciava quella guerra che è continuata fino ad oggi, sempre più vasta, distruttiva, insensata. George Bush padre si preparava, con una coalizione armata di cui faceva parte anche l’Italia, a bombardare ed invadere l’Iraq. Tutto il mondo era percorso da manifestazioni e pronunciamenti contro la guerra e le 120 delegazioni estere presenti al congresso sentivano gli echi di quella mobilitazione.

Crivelli pensò allora di usare tutte quelle presenze ad un congresso di per sé triste e depressivo, per organizzare un pronunciamento internazionale contro la guerra. Su un breve testo cominciò a raccogliere le firme di partiti comunisti, di sinistra, progressisti. Ricorda ancora con particolare orgoglio di aver ricevuto l’adesione di un sindacalista brasiliano appena entrato in politica, già molto conosciuto e presente al congresso: Lula.

Il PCI in via di scioglimento, sulla guerra che iniziava era diviso su tre posizioni. Quella di Napolitano naturalmente guerrafondaia, quella di Ingrao altrettanto naturalmente pacifista e quella di Occhetto e D’Alema che si barcamenava tra le due. Questo si sapeva, così Crivelli, quando fu avvisato di recarsi immediatamente presso la presidenza del congresso, pensò con soddisfazione di aver contribuito a far esprimere un no alla guerra da parte di tutto il PCI. La sua iniziativa aveva avuto un grosso successo, quasi tutte le delegazioni estere avevano firmato il suo appello o si preparavano a farlo. Per questo quando incontrò un giovane funzionario della segreteria del partito, Crivelli pensò di ricevere elogi. Invece raccolse un ultimatum.
“So che stai raccogliendo firme su un appello contro la guerra, smettila subito e annulla l’iniziativa. Non puoi fare qui su temi così delicati quello che vuoi, voi siete ospiti e la politica internazionale qui la facciamo noi“.
Questo è il ricordo delle parole di quel funzionario arrogante, ricordo che ancora oggi fa arrabbiare il mio amico e compagno svizzero Norberto Crivelli, che ovviamente per non creare incidenti diplomatici allora rinunciò all’appello per la pace.

Già, ma perché mi ha raccontato oggi quel fatto? Non lo avete capito? Quel funzionario allora non era conosciuto, oggi lo è un po’ di più, perché il suo nome è Marco Minniti.

Gino Strada lo ha definito sbirro. Beh, se è così, lo è da sempre.

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04/08/2017

La Libia e gli scheletri nell’armadio dell’Italia di oggi

Ancora una volta è la lucidità di Alberto Negri sul Sole 24 Ore a sbaraccare i penosi tentativi di occultare le responsabilità delle autorità italiane nella disgregazione della Libia e nelle conseguenze che ne sono derivate – una fra tutti il flusso di profughi sulle coste italiane. Napolitano, primo responsabile, cerca di negare le proprie responsabilità. Salvini che nel 2011 era insieme alla Lega nella maggioranza di governo che tradì il Trattato con Gheddafi e scelse di partecipare ai bombardamenti fa l’odioso gioco del finto tonto. I risultati delle scelte fatte sei anni fa sotto gli occhi di tutti e ipotecano non solo la vergognosa partita sul blocco dei profughi in mezzo al Mediterraneo ma anche il ruolo dell’Italia verso i paesi della sponda sud. Una Caporetto politica, diplomatica e morale dalla quale ci si potrà liberare solo con scelte di totale rottura rispetto al passato, al presente e al futuro. Qui di seguito l’articolo di Alberto Negri.

*****

Libia, gli «amici», gli alleati e la Storia

Sulla Libia, dopo le bombe, piovono bugie, quasi ogni giorno. Non stiamo sbarcando sulla ex quarta sponda, già persa sei anni fa. L’Italia non si oppose nel 2011 all’intervento di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti ma si unì ai bombardamenti perché i nostri alleati minacciavano di colpire i terminali Eni, come ha detto anche l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini.

L’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rimise al presidente della repubblica Giorgio Napolitano la decisione dell’intervento. La Germania si rifiutò di partecipare ai raid, l’Italia lo fece per difendere i suoi interessi.

Il 30 agosto 2010, sei mesi prima dei bombardamenti, Muammar Gheddafi era stato ricevuto in pompa magna a Roma per firmare contratti miliardari: erano tutti contenti, maggioranza e opposizione, tutti egualmente responsabili, perché gli accordi con Gheddafi sono stati sostenuti sia dai governi di destra che da quelli di centro-sinistra. Un certo consenso, anche se assai inferiore rispetto al 2010, accompagna oggi l’invio delle navi a Tripoli deciso sotto la pressione dell’opinione pubblica, irritata per l’arrivo di ondate di migranti, e delle mosse incalzanti della Francia di Emmanuel Macron.

L’Italia segnala che intende difendere le sue frontiere a partire dalle acque territoriali libiche. Quali saranno gli effetti sui migranti? Quello di respingerli dentro al territorio libico privando milizie e trafficanti di introiti consistenti: c’è da aspettarsi una loro reazione. In parte hanno ragione le Ong a dire che ci saranno danni seri per i migranti in balìa dei libici. Affermano che si dovrebbero espandere i canali sicuri per i rifugiati e altri migranti. Parole giuste ma chi se li prende in casa, adesso, se non l’Italia? Troppa retorica sulla pelle degli altri, da una parte e dall’altra.

Le navi italiane, appena salpate, sembrano già ostaggio del caos libico. La missione non è, per ora, un intervento militare mascherato come vorrebbero le opposizioni, ma neppure un puro supporto tecnico alla guardia costiera come vuole far credere il governo. Nessuna azione di questo tipo è neutrale, tanto meno in Libia.

È soprattutto un segnale politico che l’Italia non rinuncia a sostenere Fayez al-Sarraj, nonostante la Francia, la Russia e l’Egitto stiano con il generale Khalifa Haftar. Da questa posizione potrebbero derivare conseguenze contrastanti, come il rafforzamento di Sarraj o il suo indebolimento per l’opposizione di milizie ostili che agiteranno la bandiera del nazionalismo. Il generale Haftar minaccia rappresaglie, il figlio di Gheddafi, Seif Islam, ci bolla come «eredi del fascismo».

Inutile dire quanto siano opportunistiche queste affermazioni ma dovremmo anche riflettere sugli errori di calcolo commessi e su quelli che potremmo fare. Qualche giorno fa Abdel Rahman Shalgam, l’ex ambasciatore libico all’Onu, diceva che, pur non avendo simpatie per Haftar, il generale è il padrone della Cirenaica mentre la Tripolitania è divisa in cento milizie e l’unica piazzaforte sicura è Misurata. Andare in Libia senza un’intesa con Haftar è sbagliato perché, come altri, è in grado comunque di sabotare la missione.

È sui nostri errori che puntano i francesi per farci pagare un conto – la disgregazione della Libia – che non è nostro ma loro, degli americani e dei britannici.

Paradossale: l’Italia che aveva in Gheddafi il maggiore partner nel Mediterraneo, ora potrebbe passare alle cronache come il Paese con velleità neo-colonialiste, accusata da miliziani alleati dei nostri alleati che in Libia hanno condotto i raid e tentato di ridimensionare la presenza italiana. Operazione mal riuscita perché l’Eni continua a estrarre gas, petrolio e fornisce la corrente a tutto il Paese. Certo che se l’Italia si fosse opposta ai bombardamenti oggi avrebbe ben altra legittimità.

I nostri concorrenti sono guidati da una regola cinica quanto si vuole, ma tipica di potenze con ambizioni militari e un antico riflesso coloniale. In Libia oggi o tu fai il lavoro sporco – ovvero difendere gli interessi strategici – oppure trovi qualcuno che lo faccia al posto tuo. La Francia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati, hanno puntato su Haftar. Gli Stati Uniti stanno a guardare: il loro obiettivo è impedire che Mosca diventi troppo influente. Interverranno solo in questo caso.

L’Italia non ha trovato di meglio che il debole Serraj e ora partecipa direttamente al lavoro sporco, cioè fermare i migranti. Forse potevamo evitarlo, forse non c’erano alternative, ma soprattutto dovevamo arrivarci non perché costretti dalle mosse dei nostri “amici”. Ancora una volta non abbiamo colto le lezioni della storia. E adesso magari ci toccherà ascoltare quelle impartite da altri con il grilletto facile e la mentalità predatoria.

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09/02/2017

Elezioni si o no?

Sino ad una settimana fa, il dado sembrava tratto: elezioni a giugno (se non addirittura il 30 aprile) e la campagna elettorale era già iniziata con tanto di proclami. Persino Mattarella, salvo una flebile reiterazione della richiesta dell’impossibile armonizzazione dei sistemi elettorali di Camera e Senato, sembrava arreso all’inevitabilità dello scioglimento anticipato.

Poi, come una improvvisa gelata, sono piovuti gli altolà della Ue, di Napolitano, di Prodi, di Bersani, di Franceschini, di Calenda, della Confindustria, di Forza Italia nella Commissione affari costituzionali e Renzi si è trovato circondato nel partito e fuori ed ha iniziato a vacillare.

Infatti ha proposto le primarie, ma non ha escluso il congresso – che presuppone lo slittamento delle elezioni essendo impensabile che possa svolgersi in un mese o poco più –. E, senza la determinazione di Renzi, lo scioglimento non è più possibile.

Determinante è stato l’intervento di Napolitano, una volta di più rappresentante degli interessi della finanza europea e della tecnocrazia della Ue contro quelli italiani. Nessun ex Presidente ha mai goduto di una perdurante influenza come nel caso di Napolitano. Neppure Cossiga (anche lui assai loquace) ha mai avuto tanto peso dopo il suo mandato.

Perché Napolitano continua, nonostante l’avanzatissima età, a contare tanto? Il fatto è che ha alle spalle tutto un mondo internazionale (ed europeo in particolare) di banche, di apparati tecnocratici, di lobby e di logge che pesano non in voti ma in potere. Infatti, non è un caso che, in perfetta convergenza con lui, è arrivato il Niet della Ue che ha strapazzato Padoan. A questo mondo Renzi non serve più e lo hanno scaricato.

La prima cosa che interessa raggiungere è fare fuori il M5s, non solo impedendo che conquisti la maggioranza dei seggi parlamentari (e questo non è difficile da ottenere perché il M5s non otterrà il 40%), ma che esso non conquisti neppure la maggioranza insieme alla Lega in una coalizione “populista”, neanche sulla carta. E non deve neppure conquistare la maggioranza relativa, che comporterebbe il primo incarico per formare il governo. Deve essere respinto nella marginalità.

Poi occorre liberarsi di Renzi, un po’ perché sta troppo antipatico agli italiani, un po’ perché si è montato troppo la testa e si è rivelato un esecutore poco docile, poi perché rappresenta quel mondo toscano di paese con le sue loggette provinciali così poco amate dalle logge più importanti. Ma anche perché il Pd ormai è un aggregato gassoso che serve a poco e bisogna pensare ad uno strumento più adatto. Infine perché il disegno della riforma delle istituzioni non è affatto abbandonato, ma non lo si può riprendere con Renzi che scatenerebbe le stesse opposizioni del 4 dicembre. Serve qualcosa di più soft.

Ma queste cose non si fanno se si vota subito, serve almeno un anno di tempo, ora il duello sarebbe quello fra Renzi e Grillo che è proprio quello che si vuole evitare.

Ed allora andiamo al 2018? Non è detto, il momento della verità verrà con il deposito della sentenza della Corte quando, qualsiasi cosa ci sia scritto, Renzi tenterebbe l’ultimo assalto,  appoggiandosi proprio alla sentenza ed al mancato accordo per una nuova legge elettorale e lì si giocherebbe lo scontro definitivo.

Tutto incerto, salvo una cosa: Napolitano si conferma il più pericoloso nemico della democrazia in questo paese. Lo ricordino anche i compagni di Sel che non ebbero il coraggio di votarne la messa in stato d’accusa.

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30/01/2017

La produttività italiana


In questo post abbiamo visto come la presenza dell’euro (cioè di un accordo di cambio fisso) abbia impedito il graduale aggiustamento degli squilibri macroeconomici (commerciali e finanziari) tra i paesi dell’eurozona. In questo sistema totalmente rigido, le politiche tedesche di controllo dell’inflazione, per le quali il paese è storicamente famoso, hanno fatto esplodere il surplus commerciale della Germania nei confronti dei partner europei nel periodo 2000-2010 e portato il sistema sull’orlo del collasso. Gli squilibri commerciali, come le vostre buste paga conoscono meglio di voi, sono stati curati con l’austerità ovvero con la distruzione della domanda interna nei paesi del sud.

In questo post non mi dilungherò sulle politiche anti-inflattive (cioè di compressione dei salari) della Germania, piuttosto mi concentrerò sulla crisi della produttività italiana.

Chiarendo questo punto potremo (forse) evitare le solite obiezioni dei commentatori da bar che individuano nella scarsa produttività del nostro paese il solo motivo della stagnazione economica in cui ci troviamo.

Secondo il commentatore produttivista, nonostante quello che ormai si può leggere e sentire quotidianamente persino sulla stampa mainstream, il problema della stagnazione economica italiana sta nel fatto che siamo improduttivi. L’euro non c’entra niente e anzi la sua stabilità (?) ci avrebbe salvato da un imprecisato disastro economico. Le spiegazioni addotte per giustificare la crisi della produttività italiana variano a seconda del bar in cui vi trovate. Ci sono quelli che: non abbiamo investito in ricerca e innovazione, quelli che: gli italiani sono pigri, quelli che: il familismo amorale, la corruzione... insomma ce n’è per tutti i gusti. Qui proviamo a fare un ragionamento un po’ più coerente coi dati.

La ferrea logica del produttivista

Prima di addentrarci nel discorso però fatemi mettere in chiaro che l’obiezione produttivista alla critica della moneta unica è illogica prima ancora che sbagliata.

Se anche fosse vero che i tedeschi sono antropologicamente più produttivi di noi pigroni, scansafatiche del sud, per quale motivo dovremmo avere la stessa moneta? La Germania è brava e produce tanto? Che rivaluti la sua moneta! Se svalutare è un male (come pensano i produttivisti) i tedeschi saranno felicissimi di fare il contrario! No?

Perché un paese improduttivo deve avere la stessa valuta del paese produttivo, accumulare deficit di partite correnti per 10 anni e infine tagliare i salari per compensare questo squilibrio? Oltretutto i salari dipendono dalla produttività e tagliare i salari in un paese poco produttivo è molto più doloroso. Togliere 100 euro dalla busta paga di un tedesco è un po’ diverso che toglierli da quella di un greco, non vi pare?

Va be’ facciamo finta di niente e andiamo avanti.

Il caso italiano

I dati storici della produttività italiana sono comodamente scaricabili da tutti dal sito del OECD. La variabile a cui siamo interessati è definita come l’output per ora lavorata, cioè il PIL generato per ogni ora di lavoro. Per avere un termine di paragone concreto ho preso la misura del PIL a prezzi costanti in dollari del 2010. Il grafico che si ottiene è questo:


Guardandolo notiamo subito che effettivamente abbiamo un problema. Oggi un lavoratore italiano produce in media in un ora 15 dollari in meno di valore aggiunto rispetto al suo omologo tedesco. Il grafico però ci dice anche che fino al 1989 la produttività italiana è stata in linea con quella tedesca, anzi persino superiore. I problemi iniziano a manifestarsi dal 1989. La produttività sembra fermarsi fino al 1992 quando riparte e quasi raggiunge di nuovo quella tedesca nel 1995. Dopo la crescita si appiattisce di nuovo e questa volta senza alcun segno di ripresa fino ad oggi.

Ho sottolineato in rosso gli anni in cui la produttività italiana si arresta: i 3 anni dal 1989 al 1992 e il lunghissimo periodo che va dal 1996 ad oggi. Ora proviamo a vedere (giusto così, per curiosità) l’andamento del tasso di cambio tra la lira italiana e il marco tedesco negli stessi anni. I dati si possono scaricare dal sito della Banca d’Italia e ci dicono per ogni anno (in media) quante lire erano necessarie per comprare un marco tedesco. Ecco il grafico:


Sorpresa! I periodi di stagnazione della produttività coincidono “stranamente” con quelli in cui l’Italia ha deciso di irrigidire il suo cambio rispetto al Marco tedesco. Ripercorriamo brevemente la storia di quegli anni: il 13 Marzo 1979, nonostante il parere negativo del Partito Comunista, l’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo (SME), ovvero un accordo di cambio semi-fisso all’interno del quale alla lira era garantita una banda di oscillazione di ±6% rispetto all’ECU, una valuta scritturale data dalla media delle valute dei paesi aderenti allo SME.

È molto “divertente” rileggere oggi l’appassionato discorso dell’onorevole Giorgio Napolitano durante la seduta della Camera dei Deputati del 13 Dicembre 1978 quando adduceva queste motivazioni contro l’entrata dell’Italia nello SME. Ne estraggo un passo tra i tanti:
“È così venuto alla luce un equivoco di fondo, [..] se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.”
Chissà se poi Napolitano ha trovato una risposta convincente all’equivoco.

Nel Gennaio 1990 la Lira decide di entrare nella banda di oscillazione stretta del ±2.25% come la Germania, la Francia e gli altri paesi dell’area del marco.

La produttività italiana entra in sofferenza fino al 1992, quando dopo mesi di inutili sofferenze e riserve della Banca d’Italia sprecate per difendere un cambio insostenibile, la lira svaluta ed esce dallo SME.

Liberata dal giogo del cambio fisso la produttività italiana riparte e si riavvicina a quella tedesca fino al 1996 quando decidiamo di rivalutare bruscamente per poi fissare definitivamente il cambio e entrare nell’euro. La produttività italiana di fatto ha smesso di crescere da quando vent’anni fa è stata presa quella decisione

Thirlwall & Verdoorn vs. Say

Abbiamo visto come i dati ci suggeriscano una storia molto diversa di quella che sentiamo di solito dai media e al bar. La favola secondo cui gli italiani sono per indole improduttivi si squaglia di fronte al fatto che, fino alla fine degli anni ’80, era il nostro paese ad essere più produttivo della Germania. E anche dal 1992 al 1996 la produttività italiana è cresciuta più di quella tedesca. È interessante e inquietante invece notare la coincidenza tra i periodi di stagnazione della produttività e quelli in cui il cambio è stato fissato.

Un semplice caso? Le leggi di Thirlwall e Verdoorn ci dicono di no.
La legge di Thirlwall (di cui abbiamo già parlato qui) ci dice che la crescita dell’economia è proporzionale alla crescita delle esportazioni nette. La legge di Verdoorn invece ci spiega che la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia. Mettendo insieme queste due leggi otteniamo una spiegazione convincente della stagnazione della produttività italiana.

Il cambio fissato a un valore troppo alto per l’economia italiana ha strozzato le crescita delle esportazioni. Questo ha causato un rallentamento della crescita dell’economia che ha causato infine la stagnazione della produttività. Questo è successo prima nello SME e poi con l’euro.

Indipendentemente dai dettagli tecnici il discorso è facile da capire. Se non ho prospettive di vendere per quale motivo dovrei produrre di più? Se ho un bar e ogni mattina arrivano circa 10 clienti all’ora perché dovrei mettermi a produrre 20 caffè?

La produttività dipende dalla domanda. Se aumenta la domanda dei miei beni mi metterò a produrne di più, altrimenti no.

Semplice, ma impossibile da accettare per tutti i neo-liberisti, che di neo hanno ben poco visto che si basano su teorie economiche che hanno più di 100 anni. Loro credono fermamente nella legge di Say.

Sono convinti che la produzione di beni crei necessariamente la loro domanda, quindi, per definizione si vende tutto quello che si produce e più si produce più si vende, sempre e comunque.

Noi abbiamo affidato le sorti del nostro continente a questi squilibrati.

Fonte

29/12/2016

Napolitano e Renzi: traduzione di una intervista

Ogni volta che sento Napolitano ho un moto di ammirazione per Ratzinger. Benedetto XVI si è dimesso, dopo di che si è rinchiuso nel suo silenzioso eremo, diventando quasi invisibile, e se qualche rarissima volta, ha parlato, è stato solo in appoggio al suo successore. Uno stile ed una correttezza che gli vanno riconosciuti. Napolitano, invece, esterna a getto continuo come una condotta dell’acqua scoppiata.

D’accordo: ha diritto di parola come tutti, in più è senatore ed ex presidente, il che lo rende autorevole, ma nessun ex presidente, neppure Cossiga o Saragat, furono afflitti da una simile incontinentia externandi. Ci vuole misura in tutto. Il che, peraltro, la dice lunga sulla neutralità con cui ha esercitato il suo mandato.

Veniamo al merito. Il 22 us Napolitano ha concesso una alluvionale intervista al Messaggero (o anche qui riassunta) sul referendum costituzionale che lo vede fra gli sconfitti, come egli stesso ammette. Il succo della ennesima, lunghissima e non necessaria esternazione è che la colpa della sconfitta è tutta di Renzi. Per la verità, più ancora che di Renzi è del popolo bue che ha votato male e che, su certe materie, dovrebbe votare solo quando a ferragosto cade la neve, ça va sans dire, come aveva già affermato a proposito della Brexit.

Subito dopo il popolo che non capisce, è stata colpa di Renzi che ha personalizzato troppo il confronto, sottovalutando la sua impopolarità. E questo il past president lo aveva detto già sul finire della campagna elettorale.

Ma soprattutto la critica si incentra sulla infausta decisione di affiancare alla riforma costituzionale il nuovo sistema elettorale dell’Italicum che avrebbe fornito al no un formidabile argomento di propaganda. E qui il discorso merita qualche chiosa. In effetti, il “combinato disposto” fra legge elettorale e riforma costituzionale è stata il principale leit motiv della propaganda del no (è argomento che ho largamente usato anche io) e simmetricamente ha costituito il maggior punto di debolezza del SI, al punto di dover annunciare, in piena campagna, che l’Italicum sarebbe stato sostituito. Quindi, nell’appunto di Napolitano un elemento di verità c’è.

Però va anche detto che Italicum e riforma costituzionale erano un unico progetto in cui un elemento completava l’altro e Napolitano ne era perfettamente consapevole. Gli scrupoli sul doppio turno, per cui uno che ha preso il 20% al primo turno può prendersi un premio del 54% dei seggi, gli sono venuti solo dopo, quando ha visto che erano i 5 stelle a vincere i ballottaggi. Per tutto il periodo in cui si è discusso della legge lui non ha emesso fiato. Questo sarebbe stato per 9 anni il “garante della Costituzione”!

Nessuno può dire che io abbia simpatie per Renzi, per carità, ma di fronte ad una simile maramaldata si deve per forza dare ragione al fiorentino che, peraltro, ci fa un figurone con il suo discorso  dopo la sconfitta della quale si addossava l’intera responsabilità. Ad un avversario come Renzi si può rendere l’onore delle armi, ad uno come Napolitano no.

In ogni caso cerchiamo di capire il perché di questa sfuriata dell’ex inquilino del Quirinale. 

Solo un tentativo di fare scaricabarile? Sarebbe inutile perché, appunto, Renzi si è assunto la responsabilità in esclusiva. Lo sfogo di un rancore senile perché Renzi non lo sarebbe stato a sentire? Ma non pare che dal Colle siano venuti a Renzi particolari consigli, che peraltro, Napolitano non dice di aver dato. E comunque, l’ex Presidente è un animale a sangue freddo: se fa una uscita del genere non è solo per livore, ma c’è sempre un qualche disegno politico.

L’impressione che si ricava è quella di una lettera di licenziamento. Come si sa, i due non si sono mai amati e l’uomo del Colle avrebbe preferito di gran lunga Letta. Renzi fu accettato perché probabilmente avrebbe avuto la forza – che Letta non avrebbe avuto – di costringere tutto il suo partito sulla via della riforma costituzionale. Non è privo di significato che fra i due non siano affatto mancati sgarbi reciproci nei primi mesi di governo, mentre i rapporti sono nettamente migliorati dopo le elezioni europee del 2014, quando Renzi ebbe il famoso 40% che lo mise saldamente in sella.

Peraltro, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale, il 3 dicembre 2013, tutta la maggioranza di governo fu concorde nel decidere una nuova legge elettorale maggioritaria e Napolitano era d’accordo. Questo fece sì che Renzi fosse accolto (o almeno sopportato) anche da molti di quei poteri forti che all’inizio non lo avevano visto con simpatia. E Napolitano si fece garante presso tutti per Renzi, in cambio della riforma costituzionale che stava a cuore a tutti. E forse, si pensava anche ad un’ulteriore e più radicale riforma dopo che il plebiscito avesse approvato questa prima rata. Un disegno che avrebbe potuto anche sopravvivere ad una sconfitta di misura (del tipo 48 a 52) ma che, dopo questa catastrofe, non può essere riproposto per un lungo periodo. Di qui la decisione di “licenziare” Renzi che non è stato capace di impedire questa sconfitta.

Napolitano (e chi gli sta dietro) non è minimamente interessato ad una seconda stagione renziana che vede incapace sia di arginare l’onda montante “populista”, sia di poter riattivare il ciclo di una riforma costituzionale. D’altra parte, Renzi non è neppure proponibile per un accordo con Berlusconi, dopo la rottura del gennaio 2015 e Napolitano pensa ad una “grande coalizione” sul modello della “cittadella europeista” che regge il governo a Berlino e a Strasburgo.

Napolitano sa che una eventuale maggioranza M5s, Lega, Fratelli d’Italia potrebbe anche riaprire il fascicolo della sua messa in stato d’accusa e cerca di scongiurare questa eventualità.

Dunque, Renzi non serve più, va messo da parte e lasciato al suo destino quale che sia. La traduzione dell’intervista è: “Ti avevamo affidato un compito ma lo hai sbagliato. Ora te ne devi andare. Da tutto e per sempre”.

Non sembra privo di significato che non dica nulla su Gentiloni che potrebbe essere la nuova carta su cui  puntare. Oppure non è da sottovalutare l’ipotesi di una carta Franceschini come risultante del “patto dei due presidenti”, purché rivolta anche essa ad una intesa “europeista”.

Forse Renzi avrà presto modo di constatare quale valanga di disgrazie seguirà questa intervista natalizia del suo ex garante.

29/11/2016

La riforma costituzionale: un atto di delinquenza politica. Ecco perchè

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse;

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013;

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

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04/10/2016

Caro Zagrebelsky, governo Renzi e controriforma sono la stessa cosa

Non è decisivo sapere chi sia stato più efficace in tv tra Renzi e Zagrebelsky. Non è neppure sicuro che il successo, decretato dai commentatori, delle capacità di televendita del presidente del consiglio infranga il suo alone di sfacciata e respingente arroganza.

Ciò che mi ha invece negativamente colpito è un limite politico delle pur rigorosissime esposizioni del costituzionalista del NO. Un limite che a mio parere dà un vantaggio, televisivo e non, a Renzi. Un vantaggio che chi difende la Costituzione dal suo stravolgimento non può concedere.

Zagrebelsky avrebbe semplicemente dovuto chiedere a Renzi perché fosse lì. Perché il capo del governo stia in campagna elettorale da gennaio per sostenere la sua riforma costituzionale.

Perché la risposta alla domanda su dove fosse il pericolo autoritario, domanda con la quale Renzi ha incalzato Zagrebelsky, stava proprio lì nello studio televisivo. Stava in un capo del governo che vuole riscrivere la Costituzione del suo paese, come avviene in ogni regime autoritario.

Su consiglio stringente di Giorgio Napolitano ora Matteo Renzi spiega che non bisogna personalizzare il referendum. Lo afferma ventiquattro ore su ventiquattro, mentre imperversa su tutti mass media. Ridicolo. Questa è la costituzione del governo Renzi e chi la respinge ne mette in discussione anche gli autori.

Certo, tra chi fa campagna per il No ci sono anche esponenti del partito democratico che invece dichiarano di non voler colpire il governo. È legittimo, ma insostenibile. Perché il governo della Repubblica ha deciso di riscrivere la Costituzione della Repubblica imponendo il continuo ricorso al voto di fiducia. Fiducia chiesta ad un parlamento dichiarato incostituzionale e quindi sicuramente privo della legittimità necessaria a cambiare la nostra Carta, di cui rappresenta invece una palese violazione.

La deriva autoritaria sta prima di tutto nel modo stesso in cui la pessima riforma è stata imposta e il governo e chi lo sostiene, a partire da Giorgio Napolitano, ne sono pienamente responsabili.

È stato lo stesso Zagrebelsky a sostenere che le costituzioni non si cambiano a colpi di maggioranza, ma poi si è fermato sulla soglia delle responsabilità del governo attuale.

Che invece usa spudoratamente le sua riforma su tutti i tavoli politici nazionali ed internazionali per ottenere vantaggi. Dateci un po' di flessibilità voi di Bruxelles, abbiamo cambiato la Costituzione, ha detto Renzi a Bratislava senza molto successo.

E la Banca Morgan che non sopporta le costituzioni antifasciste perché frenano le politiche liberiste, e le multinazionali, i poteri economici, le burocrazie finanziarie e le ambasciate, come si fa a non parlarne?

Di fronte alla denuncia di Zagrebelsky sul potere oligarchico che scaturirebbe dalla costituzione renziana, Eugenio Scalfari ha risposto che le oligarchie ci sono sempre state. Ma non scherziamo, un conto sono i gruppi dirigenti politici e sindacali che nel passato hanno guidato la costruzione della nostra democrazia e la partecipazione di massa, un conto le élites finanziarie che vogliono comandare oggi su tutto e su tutti. Confondere gli uni con gli altri è malafede intellettuale e costituzionale

Bisogna dare una spiegazione alle cose. il Jobsact, la legge Fornero, la Buona scuola, il decreto sulle trivelle e quello sulle privatizzazioni, il decreto Ilva già fatto e quello per il Ponte sullo Stretto in preparazione, tutte queste sono leggi che già smantellano i diritti della prima parte della Costituzione. La controriforma della sua seconda parte serve a chiudere il cerchio.

Chi non arriva alla fine del mese è il primo interessato a fermare la deriva autoritaria voluta dal governo per conto dei poteri forti, delle oligarchie economiche. Se loro perderanno il referendum, non saranno riusciti a consolidare costituzionalmente il potere acquisito nella economia e nella società, e la lotta per i diritti e la giustizia potrà riprendere.

Renzi non merita e non ha bisogno di vantaggi. Lui ed i poteri economici che ci dominano hanno voluto stravolgere la Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo. È sacrosanto che il NO alla controriforma li coinvolga appieno. Perché il governo Renzi e la controriforma costituzionale sono la stessa cosa.

Per questo il 22 ottobre manifesteremo coerentemente per il No alla controriforma e per il No a Renzi.

Fonte

03/10/2016

Referendum: perché Napolitano adesso striglia Renzi?

Napolitano continua a comportarsi da capo della maggioranza e da Presidente della Repubblica (al punto che non riusciamo a capire perché si dimise due anni fa), ed ha colto l’occasione per strigliare Renzi attribuendogli errori che avrebbero fatto partire il No, mentre, con il sotto tono, la vittoria del Si sarebbe stata certa e tranquilla.

E’ evidente che l’errore che Napolitano rimprovera a Renzi  è la sua impostazione iniziale “se vincono i no, me ne vado” scatenando quella personalizzazione dello scontro che avrebbe avvantaggiato il No.

Ovviamente c’è del vero in quel che dice Napolitano e personalmente tirai un sospiro di sollievo ascoltando quella dichiarazione di Renzi: basta rileggere un mio articolo pubblicato qui nel quale, fra i dissensi di diversi lettori, sostenni che Renzi era il punto debole degli avversari e che la campagna del no avrebbe dovuto far leva sulla diffusa ostilità verso il personaggio. Solo che, Renzi ci ha reso la vita più facile andando al self service, ma sarebbe stato comunque inevitabile che si producesse un effetto simile, perché in ogni referendum c’è sempre un nemico di elezione che incarni il fronte avversario (Fanfani 1974, Craxi 1991, Berlusconi 1998 e 2005).

Peraltro ci si mise lo stesso Napolitano a dire che la campagna per il No era un affronto nei suoi confronti, gettando altra benzina sul fuoco. Ed allora, perché questo sfogo, senza nemmeno attendere il risultato del referendum?

Si tratta di un segnale di nervosismo che fa capire come le cose si stiano mettendo male per il Si, ma perché dichiararlo apertamente? Il fatto è che stanno venendo al pettine i dissensi sopiti fra i due.

Napolitano non ha mai amato Renzi (era chiaro che il suo preferito era piuttosto Letta), poi, visto che c’era e che bisognava farci i conti per portare al termine il suo progetto di sventramento costituzionale, ci si è adattato a convivere. Anche Renzi non ha mai amato Napolitano (ci ricordiamo degli sgarbi istituzionali dei primi mesi del suo governo?).

D’altra parte, tutti e due avevano il piano di una riforma della Costituzione di stampo piduista, per cui potevano convergere almeno su quello, anche se poi in politica estera – ad esempio – e nei rapporti con la Ue, non la pensavano certo allo stesso modo. Ma, se il progetto costituzionale in sé era comune ai due ed, anzi, era più di Napolitano che di Renzi (che, non a caso ha recentemente detto che “questa riforma è più di Napolitano che mia”) era decisamente diverso l’uso che ciascuno dei due intendeva fare.

Renzi aveva pensato di fare della battaglia per la riforma costituzionale, la base del suo “partito della Nazione” che l’Italicum avrebbe dovuto garantire nel suolo di eterno partito di regime. E questo si saldava anche con un progetto personale che vedeva lui al Quirinale dopo Mattarella (tanto, a modificare la Costituzione ci ha preso gusto e non è certo la norma sui 50 anni che potrebbe fermarlo) e la Boschi a Palazzo Chigi.

Ma a Napolitano dei progetti del duo Boschi-Renzi non potrebbe importare di meno. A lui interessa solo la riforma costituzionale che ha promesso all’“Europa” (cioè alla tecnocrazia europea). E non ha alcuna passione per un maggioritario di partito: per lui  le larghe intese sono quello che ci vuole ed il governo Letta era la perfezione.

L’Italicum gli è sembrato un azzardo senza né capo né coda che ha compromesso la riforma presentandola come autoritaria. E’ questo il vero richiamo a Renzi mascherato dietro il rimbrotto sulla personalizzazione del referendum che è un peccato veniale rispetto al precedente. E tanto per essere capito, ora che si mette mano alla riforma elettorale, dice senza mezzi termini, che le coalizioni non sono una bestemmia. Quindi...

Renzi ha fatto il viso dell’arme e si è comportato come uno scolaretto: “Si signor maestro, mi sono sbagliato”. Vedremo dal testo di riforma della legge elettorale se davvero crede a quel che ha detto o cerca di sgusciare con qualche altra trovata.

E’ una partita a mosse oblique e ne vedremo ancora delle belle.