Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2023

Colombia - Cosa succede nel Paese?

Nove mesi fa è stato eletto il nuovo presidente Gustavo Petro, nella coalizione del Pacto Histórico, sulla base di poche ma chiare parole d’ordine: pace, cambiamento e lo slogan reso famoso dalla vicepresidente Francia Márquez: “Vamos a vivir sabroso”.

Il progetto di Petro e Márquez, che in questi mesi sta prendendo forma, intende fare della Colombia una potenza mondiale della vita, il che è stato declinato tanto sul lato ambientalista – con i progetti di tutela della biodiversità di questo paese – ma altrettanto sul piano sociale. È soprattutto quest’ultimo che mette in discussione gli attuali rapporti di forza tra le classi in Colombia.

Prima di entrare nel merito delle riforme sociali del governo del Cambiamento, è bene tener presente che la Colombia è un paese smaccatamente classista, è stato governato per anni dalla destra più reazionaria, e – tanto per fare due esempi riguardo alla politica estera – è il paese del Sud America più vicino alla NATO, in termini di collaborazione militare; invece rispetto all’organizzazione sociale interna basti pensare che le città sono divise in Comunas con estratos che vanno dal 1 (quartieri in cui a mala pena esiste l’acqua potabile) al 6 (quartieri con standard di vita paragonabili ai Parioli di Roma se non migliori).

Inoltre, la questione della violenza è tutt’altro che risolta, esistono ancora “barriere invisibili” nei barrios, limiti da non oltrepassare pena la vita, in quanto territorio in mano a bande criminali/mafiose.

La famosissima Comuna 13 di Medellín, nonostante la forte spinta turistica di questi ultimi anni, è ancora una zona in cui i barrios si aprono di giorno (solo per i turisti) e si richiudono di notte; se sei originario di un quartiere non puoi lavorare nell’altro, non puoi andare a comprare, non puoi nemmeno passarci senza pagare “l’ingresso”, con il pizzo se sei un commerciante o con la vita.

In sostanza è un paese in cui, a parte in alcune zone circoscritte, esiste una disuguaglianza spaventosa fra chi non ha praticamente niente e chi invece vive nello sfarzo più assoluto.

In questo contesto il governo di Petro e Francia Márquez, ha avviato un processo di riforma radicale (appunto “Il Cambiamento”), per il momento basato su tre grandi riforme: la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro e la riforma della sanità.

Tre temi di sinistra, affrontati in direzione opposta alle politiche liberal-conservatrici finora adottate. A queste si associa un approccio del governo nei confronti delle organizzazioni armate presenti nel paese diverso rispetto al passato.

Gustavo Petro intende dar forza al Proceso de Paz, ovvero creare quelle condizioni sociali perché le persone non siano obbligate ad arruolarsi in bande criminali e allo stesso tempo concertare con le organizzazioni armate le condizioni della pace (in particolare con FARC e ELN), a differenza dei governi Uribisti, che hanno fatto diventare la Colombia praticamente un narcostato sviluppando una narrazione paternalista e repressiva del conflitto armato nel paese, il che non ha fatto altro che incrementare il fenomeno dei Falsos positivos.

Ovvero, campagne propagandistiche contro il narcotraffico con cui i governi individuavano il numero di criminali afferenti all’organizzazione da colpire, i quali avrebbero dovuto essere eliminati/arrestati, ma che in realtà venivano presi tra i leader sociali, gli attivisti, i poveri e gli emarginati che nulla avevano a che fare con la droga.

Si può affermare senza ombra di dubbio che il nuovo governo sta attuando una linea politica progressista di sinistra, in cui la caratteristica principale è l’impronta sociale delle riforme.

La scandalo delle riforme

Come già anticipato, il dibattito politico in questi nove mesi si è concentrato sulle riforme delle pensioni, del lavoro e della sanità.

La prima di queste intende dare una pensione anche a chi non ha contribuito negli anni passati con un salario; ad oggi solo una persona su quattro ha diritto ad una pensione in Colombia, il che crea una condizione di indigenza della maggioranza delle persone fuori dall’età lavorativa.

La riforma del lavoro invece persegue tre obiettivi: la fissazione dell’orario di lavoro ad otto ore (attualmente non esiste un limite all’orario di lavoro, normalmente chi lavora lo fa per 10/12 ore al giorno); il pagamento delle ore di lavoro notturne, equiparate fino a questo momento alle ore di lavoro diurno; l’eliminazione del gap di genere negli ambienti di lavoro e l’equiparazione dei salari tra uomini e donne.

La riforma sulla sanità, che risulta la più avanzata in termini di approvazione legislativa, con l’84% del testo approvato, intende far diventare la salute e la prevenzione un diritto omogeneamente diffuso su tutto il territorio, e non un privilegio degli abitanti degli estratos alti.

Tra i primi atti della riforma c’è l’intenzione di ampliare la direzione pubblica della Drogas La Rebaja, un’azienda farmaceutica di Stato che produce vaccini.

Chiunque abbia un minimo di coscienza riterrebbe queste riforme non certo rivoluzionarie, ma sicuramente necessarie, invece l’opposizione di destra a questo governo – ancora supporter di personaggi condannati dalla Storia recente di queste paese come l’ex presidente Ivan Duque – è entrata in forte fibrillazione e cerca di riprodurre il tipico copione reazionario latino americano.

Così come per Pedro Castillo in Perú e Lula in Brasile, solo per fare due esempi, tramite i mezzi di comunicazione, la destra ha avviato una campagna di destabilizzazione del governo che Petro ha immediatamente chiamato con il suo nome “Golpe blando”.

Attraverso la rivista Semana, un mezzo d’informazione tra i più volgari e razzisti che esistono nel paese, due membri del governo – l’ambasciatore colombiano in Venezuela, Armando Benedetti, e la capa del Gabinetto, Laura Sarabia – sono stati accusati di abuso di potere.

Il primo, secondo la rivista Semana, famosa per la contraffazione di audio e intercettazioni, avrebbe affermato che senza i fondi ricavati dalle organizzazioni armate il Pacto Histórico non avrebbe mai vinto le elezioni (soprattutto nell’aria della costa pacifica); a questo si associa ovviamente una narrazione ributtante di continuo screditamento delle FARC e dell’ELN, responsabili – per i media nazionali – di ogni male del paese.

Laura Sarabia invece è accusata di aver mobbizzato la propria bambinaia in seguito alla sottrazione da parte della dipendente di una valigia piena di soldi, la stampa afferma però che la bambinaia avrebbe rapporti con gruppi paramilitari.

La destra, tuttavia, non usa solo la stampa per le proprie campagne, ma anche le istituzioni del paese e gli apparati burocratici che ancora sono fortemente ancorati ai sistemi para-mafiosi e clientelari dei governi precedenti.

Tanto che se la Semana fa propaganda, il CTI (Cuerpo Técnico de Investigación de la Fiscalía General della Nación) avvia le indagini e provoca la crisi di governo in corso.

Una crisi tutta interna alle istituzioni che nulla ha a che fare con la legittimità del governo, ma forte abbastanza da costringere David Racero, il presidente della Camera in quota al Pacto Histórico, a sospendere il dibattito legislativo sulle tre riforme.

Il governo, nei mesi scorsi, ha promosso un dibattito realmente democratico su queste tre riforme, coinvolgendo i sindacati e tutti i corpi intermedi della società, oltre che ovviamente il popolo colombiano. Nella macchina del fango messa in moto dalla destra tramite i mezzi di informazione in suo possesso, il presidente è anche stato accusato di autoritarismo rispetto all’iter seguito.

Nella realtà, a sostenere il Cambiamento è il popolo e non solo il Pacto Histórico e i suoi leader, come dimostrano le manifestazioni convocate dallo stesso presidente nel mese di marzo, quella del primo maggio e l’ultima, del 7 giugno, che ha dato una forte risposta di piazza al Golpe Blando e a favore del Cambiamento.

A differenza dei presidenti precedenti, coinvolti in scandali ben più profondi di questo, Gustavo Petro ha immediatamente sospeso sia l’ambasciatore sia la capo di Gabinetto e, nonostante sia consapevole della propaganda contro la coalizione che lo sostiene, ha insistito affinché si indagasse su queste infamanti accuse.

Un segno della diversità di un presidente sostenuto dal popolo, che non ha problemi a mettere in discussione se stesso e i membri del governo di fronte a paventati scandali.

E allora Mancuso? E allora D’Alema?

La Storia della Colombia è attraversata da scandali, spesso lasciati nel dimenticatoio sia dei media che della politica nazionale e internazionale, è questo il caso di due esempi piuttosto recenti.

Il primo riguarda le dichiarazioni di Salvatore Mancuso, colombiano di padre italiano, capace di fare arrivare 8 tonnellate di cocaina nel porto di Gioia Tauro e condannato a 15 anni di carcere negli Stati Uniti.

 In Colombia è accusato di oltre 5.200 atti di violenza, come omicidi, sparizioni forzate e violenze di genere, nel suo ruolo di jefe dell’AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, un’organizzazione paramilitare di ultradestra attiva nel narcotraffico).

Nel 2020 ha deciso di collaborare con la JEP (Jurisdicción Especial para la Paz), e le dichiarazioni che sta facendo sollevano scandali grossi come l’intera cordigliera andina. Queste hanno una portata talmente ampia da meritare uno spazio dedicato, ci limitiamo qui ad accennarne qualcuna.

Mancuso ha avuto strette collaborazioni con gli apparati dello stato e ha dichiarato di aver appoggiato tramite la sua organizzazione l’elezione del presidente Pastrana e di Alvaro Uribe.

Inoltre, in collaborazione con lo Stato e il presidente della Colombia Francisco Santos (2002-2010) e all’epoca sindaco della capitale, durante l’avanzamento della guerriglia delle FARC verso Bogotá, ha occupato con l’AUC i territori della metropoli opponendosi alla guerriglia.

Sia Uribe che Pastrana hanno denunciato Mancuso per false dichiarazioni, ma per la JEP una cosa è chiara: la commistione tra Stato e AUC ha permesso l’espansione territoriale ed economica di questa organizzazione di narcos, più di 250 dirigenti politici, 72 congressisti e 15 governatori sono stati già condannati con l’AUC in uno scandalo chiamato parapolítica.

Inoltre, Mancuso ha segnalato numerose fosse comuni in cui sono seppelliti centinaia di persone nel nord del paese, al confine con il Venezuela, scavate in collaborazione con i militari colombiani.

Sempre nel nord del paese l’AUC è stata responsabile della smobilitazione di parte dei guerriglieri dell’ELN nel 1996, rivelando che è stata una smobilitazione fittizia che in realtà ha trasferito gli armamenti di buona qualità in dotazione all’ELN ai gruppi dell’AUC, mentre il governo dell’epoca si vantava appunto della vittoria sui guerriglieri armati dell’Esercito di liberazione.

In ultimo, le collaborazioni dell’AUC, secondo le rivelazioni di Mancuso non si sono fermate agli apparati politici ma sono arrivate ai massimi vertici di alcune multinazionali come la Drummond, azienda petrolifera, già accusata in passato di relazioni con i narcotrafficanti, e la più nota alle latitudini europee Bavaria.

Un’azienda dal passato colonialista, responsabile nella storia del paese di aver imposto il consumo di birra con campagne denigratorie e razziste delle bevande autoctone.

Di tutto ciò ovviamente i media nazionali non parlano, badano invece a costruire campagne per screditare questo governo.

Venendo ancora più vicino all’Italia è emersa anche nelle aule di tribunale, la vicenda di D’Alema e Profumo e della compravendita di aerei e mezzi da guerra proprio durante le grandi mobilitazioni del Paro Nacional del 2021, quando era in carica il governo di Duque, la marionetta di Uribe.

Sembrerebbe che D’Alema abbia fatto da intermediario per una commessa militare tra Leonardo, con a capo Profumo, e il governo colombiano anche attraverso relazioni con gruppi criminali negli Stati Uniti, con tanto di mazzette milionarie per i politici colombiani.

Lo riportiamo per mettere in evidenzia il ruolo, per i tribunali ancora presunto, dei cosiddetti “ex-comunisti” e delle aziende di Stato italiane nelle dinamiche del Sud America: relazioni con corrotti, criminali, mafiosi e reazionari della destra più estrema.

Per concludere, di fronte ai ventilati scandali del Pacto Histórico, restano i fatti di questo governo e il sostegno popolare di cui godono Gustavo Petro e Francia Márquez.

Le riforme, i rinnovati rapporti con il Venezuela e l’apertura delle frontiere, gli accordi di pace con FARC e ELN, come l’ultimo cessate il fuoco firmato a Cuba tra il governo colombiano e il jefe dell’ELN, Pablo Beltrán, alla presenza del presidente Díaz Canel.

Sono piccoli passi verso il Cambiamento in un contesto certamente difficile, in cui le condizioni sociali della popolazione sono pessime e il conflitto armato nel paese causa ancora morti e spaventose contraddizioni nella popolazione.

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08/06/2023

Inquisiti D’Alema e Profumo. Tutto lo sporco, prima o poi, viene al pettine

Lo so bene che, in Italia, giusto o meno che sia, il giudizio definitivo circa le responsabilità penali di un qualsiasi cittadino/a arriva dopo tre gradi di giudizio. Dunque, se sia stato o meno, Massimo D’Alema ad offrire i 40 milioni ai funzionari colombiani perché quest’ultimi comprassero costosissimi e raffinatissimi armamenti dalla italiana Leonardo Finmmeccanica, il cui AD, all’epoca era il suo amicone, Alessandro Profumo, allo stato attuale, è solo un ipotesi accusatoria della Procura di Napoli che sta svolgendo queste indagini e non da ieri.

Tuttavia, quel che fa specie è che, sempre secondo quella procura, nell’affare colombiano con al centro una colossale vendita di armamenti di vario tipo, è un fatto già accertato che D’Alema «si poneva quale mediatore informale nei rapporti con i vertici delle società italiane, ossia Alessandro Profumo quale amministratore delegato di Leonardo e Giuseppe Giordo quale direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri».

Certo, da chi, in qualità di presidente del Consiglio, insieme ai paesi di quella alleanza di banditi internazionali ancora in piedi quale è la #NATO, tra il 24 marzo 1999 ed il 10 giugno 1999, autorizzò il bombardamento della ex Jugoslavia che andò avanti per due mesi e mezzo di fila, facendo strage di civili e distruggendo tutte le principali infrastrutture del paese, c’era d’aspettarselo che avesse mantenuto nel tempo una spiccata passione per il settore.

Meno facile capire chi, fino all’altro ieri, continuava a tenerlo come interlocutore privilegiato per un fantomatico progetto di rilancio di un’area politica di sinistra in Italia. Peraltro non ho mai capito se costoro fossero in malafede o soltanto parecchio smemorati visto che il governo che guidò D’Alema tra il 1998 ed il 1999 era sostenuto da una maggioranza di cui facevano parte il CDU di Rocco Buttiglione e, udite udite, l’UDR di Francesco Cossiga.

Per chi all’epoca non c’era oppure era un bambino, Cossiga, da ministro dell’interno, il giorno dopo l’assassinio da parte della polizia dello studente Francesco Lo Russo, avvenuto l’11 marzo del 1977, inviò a Bologna i carri armati (ripeto, i carri armati). Non ancora contento, il 12 maggio del 1977, a Roma, sguinzagliò, invece, le sue particolarissime squadre speciali a sparare su un corteo pacifico indetto per sfidare il divieto di manifestare, in occasione dell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio uccidendo Giorgiana Masi, una giovane compagna scesa in piazza insieme a tante e tanti altri.

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26/03/2022

Una goccia di storia: 23° anniversario del bombardamento NATO di Belgrado

Il 24 marzo del 1999 aerei NATO partiti da aeroporti italiani bombardarono le città di Belgrado e Pristina. Domani, rispetto a quando scrivo, ricorrono 23 anni da quella infausta data.

Una premessa: ricordando questa data e alcuni fatti connessi a questa guerra non intendo suggerire alcun giudizio sull’attuale conflitto russo – ucraino. La presente è solo una considerazione su come l’attuale informazione dall’alto è intrisa di menzogna e violenza psicologica. Ognuno tragga le conseguenze che vuole o che può. Come suol dirsi, ogni riferimento a vicende attuali è puramente casuale.

Torniamo alla guerra della NATO contro la Jugoslavia. Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono comprese le morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe a uranio impoverito. Queste le parole di Boris Tadić, presidente della Serbia dal 2004 al 2012, nel decennale dei bombardamenti, davanti al Consiglio di Sicurezza della Nato, ricordando i 2.300 attacchi aerei che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico.

Come si vede i bambini (e le donne) vengono ovviamente uccisi in tutte le guerre, anche se si usano “bombe intelligenti”. Oggi ben sappiamo che le guerre, per essere giustificate presso l’opinione pubblica, devono essere umanitarie (Iraq, Afganistan, Libia, Siria...). Nel caso specifico venne tutto preparato psicologicamente in anticipo per influenzarla, secondo i nuovi canoni delle guerre umanitarie.

Jože Pirjevec, autore de Le guerre jugoslave 1991-1999 (ed Einaudi, 2001), che all’epoca era professore di Storia dei paesi slavi all’Università di Trieste, scrive nel libro:

Per rafforzare tale convinzione (cioè che in Kosovo erano in atto massacri da parte dei serbi, nota di chi scrive) nella coscienza dei telespettatori occidentali, furono mobilitati alcuni noti psicologi e manipolatori dell’opinione pubblica, fatti venire espressamente da Washington, Londra, Bonn, Parigi e Roma a Bruxelles, dove fu organizzato, dopo la prima settimana della campagna, un Centro Operativo Media (MOC) incaricato di informare i giornalisti accreditati presso la NATO nella maniera “giusta”. L’unica battaglia che avremmo potuto perdere, disse Alain Campbell, il Rasputin di Blair che lo aveva mandato a dirigere questa postazione chiave, era quella per i cuori e le menti. Le conseguenze sarebbero state la cessazione dei bombardamenti da parte della NATO e la sconfitta in guerra. (pag.617)

Presidente del Consiglio in Italia allora era Massimo D’Alema, e Lamberto Dini era ministro degli esteri. Il primo, come ricorderete, era uomo di spicco della sinistra mentre il secondo era attribuito al centro destra. Scrive ancora Pirjevec:

In questa atmosfera di demonizzazione dei serbi (fosse comuni a iosa in Kosovo), furono vani gli appelli di Dini, che, sotto pressione di buona parte dell’opinione pubblica italiana, propose più volte l’interruzione dei bombardamenti. Alla vigilia della Pasqua, che cadeva il 4 aprile, egli fece proprio l’invito del Papa affinché almeno durante le feste i raid aerei fossero sospesi. Ma Joschka Fisher (decantato leader dei verdi tedeschi,) – per quanto vicino agli italiani – tagliò corto: "Che cristiano è quello che si ferma per permettere ad altri cristiani di ammazzare i musulmani?" I principi etici della campagna furono ribaditi anche dal segretario della NATO, che il 7 aprile tenne dinanzi alla Commissione dei Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite un discorso in cui, oltre a sostenere che in Kosovo veniva attuato con ogni probabilità (Sic! Corsivo dello scrivente) un genocidio, affermò che stava emergendo una nuova norma internazionale contro la repressione violenta delle minoranze, la quale doveva avere la precedenza sulle preoccupazioni relative alla sovranità: nessun governo aveva il diritto di nascondersi dietro la sovranità nazionale per violare i diritti dell’uomo. (pagg. 618/619)

In altra occasione Dini aveva insistito nella proposta d’interrompere i bombardamenti e fu freddato da Madelene Albright che nel clima di falsa familiarità che vige in queste riunioni, lo gelò dicendo Proprio non ti capisco, Lamberto. Ricordo anche che D’Alema, nel corso di una riunione tenutasi 10 anni dopo, interrogato se avesse cambiato opinione sulle ragioni della guerra dopo che indagini di una commissione delle Nazioni Unite aveva cambiato sostanzialmente il quadro conoscitivo, affermò che l'avrebbe rifatta. L’inganno delle etichette. Per inciso Madeleine Albright, segretario di stato statunitense, giocò un ruolo fondamentale per scatenare la guerra della NATO tanto che questa fu definita dallo stesso Washington Post come la guerra di Madeleine.

Sulle cifre del presunto genocidio elevate all’ennesima potenza c’è stata una danza infernale (fino a ottocentomila vittime, si disse per sollecitare l’intervento!). In Italia Walter Veltroni, sempre all’erta per non essere da meno dell’eterno rivale D’Alema di fronte all’opinione pubblica, sposò la menzogna, affermando che il Kosovo era scenario del “più terribile genocidio degli ultimi cinquant’anni dopo l’Olocausto”. L’ONU anni dopo ridimensionò i morti totali in Kosovo a meno di diecimila. Ancora tanti, certo. Tutti in carico ai serbi? No certamente, come certificò la stessa ONU. La letteratura oggi disponibile per ricostruire la verità è vasta e consolidata ma, come sappiamo, nell’opinione pubblica è la prima versione quella che resta. Serbi infami...

Nell’introduzione al libro Menzogne di guerra. Le bugie della NATO e le loro vittime nel conflitto per il Kosovo di Jürgen Elsässer, redattore del mensile tedesco Konkret (ed. La Città del Sole, 2002) Andrea Catone racconta come la Hill&Knowlton, ditta USA di pubbliche relazioni, specializzata nella creazione d’immagini positive per le dittature di tutto il mondo, si fosse adoperata per diffondere l’immagine serbi=nazisti dopo che il New York Times del 23 agosto 1992 aveva pubblicato: I servizi d’informazione USA hanno raddoppiato gli sforzi ma non hanno trovato alcuna prova di sistematici massacri dei prigionieri croati o musulmani nei campi serbi. Sempre nell’introduzione, si riporta una intervista a James Hart, direttore dell’agenzia Ruder&Finn, una delle agenzie implicate nel piano per influenzare l’opinione pubblica mondiale e dalla quale estraiamo una parte:

[…] La cosa è andata in maniera formidabile: l’ingresso in gioco delle organizzazioni ebraiche a fianco dei bosniaci fu uno straordinario colpo a poker. Automaticamente abbiamo potuto far coincidere, nell’opinione pubblica, serbi e nazisti. Il dossier era complesso, nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, ma in un colpo solo potevamo presentare una situazione semplice, con buoni e cattivi. Immediatamente ci fu un cambiamento molto netto nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come “pulizia etnica”, “campi di concentramento”, ecc., il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz. La carica emotiva era così forte che nessuno poteva più andarvi contro che quello che dicevate era vero”, a rischio di venire accusato di revisionismo.

Domanda: Ma tra il 2 e il 5 di agosto voi non avevate nessuna prova che quello che dicevate era vero.

Risposta: Il nostro lavoro non è verificare l’informazione. Noi non abbiamo affermato che esistevano dei campi della morte in Bosnia, noi abbiamo fatto sapere che lo affermava Newsday.

D.: Vi rendete conto della vostra enorme responsabilità?

R.: Noi siamo professionisti. Avevamo un lavoro da compiere e l’abbiamo fatto. Noi non siamo pagati per fare la morale.

Continuiamo a farci raccontare da TV e giornali la guerra ora in corso.

Fonte

24/10/2021

Era meglio morire democristiani?

C’era una volta il Ministero delle partecipazioni statali. Venne istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra eletto l’anno prima al Quirinale – a sorpresa – con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che proprio di sinistra non era, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più “tecnico” che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un altro “tecnico indipendente”, Paolo Baratta.

Eravamo ormai all’epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale dei partiti, ma che soprattutto era stato lo strumento principale del controllo pubblico sull’economia e sui servizi pubblici essenziali.

Che potevano così essere accessibili a “prezzi politici” ed ancora alla larga da privati senza scrupoli che hanno come unico fine esclusivo il perseguimento del massimo profitto.

Agli inizi degli anni Novanta, Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che contava 500.000 dipendenti.

L’IRI controllava Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000.

Dopo è la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit). Succede tutto tra il 1993 e il 1994.

Nel luglio 1996 furono avviate le prime privatizzazioni dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Il 16 aprile 1997 venne privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.

Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizza il commercio, abolendo licenze e regole sugli orari. Poi è la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ENEL (1999).

Nel 1999 sarà Massimo D’Alema a proseguire il disegno di Prodi approvando un disegno di legge che privatizza definitivamente i servizi pubblici locali. Tutte le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.

A maggio del 2000 si liberalizza il commercio del gas. Poi è la volta delle TV. La “legge” Maccanico apre alla privatizzazione della RAI e di fatto salva le reti televisive di Berlusconi.

Infine, sempre nel 1998 le Ferrovie dello Stato vengono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte toccherà alle Poste, che diventeranno SpA.

Ed ancora, nel 1998, con l’approvazione della famigerata legge sull’“autonomia scolastica” voluta dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer (PD), iniziò l’aziendalizzazione della Scuola, disarticolando uno dei migliori sistemi scolastici del mondo (nato da una legge del 1859) e introducendo la parificazione tra scuole pubbliche e private.

L’idea di Prodi era quella di “smantellare il Paese pezzo per pezzo” (citazione da un suo celebre discorso pubblico del 17 gennaio 1998 in provincia di Lecce). E ci riuscì benissimo perché il più grande partito di “sinistra”(PDS-DS poi PD) e le tre principali organizzazioni sindacali gli fornirono quel sostegno politico e sociale senza il quale Prodi non avrebbe cavato un ragno dal buco.

E lo strumento principale di questa poderosa attività di smantellamento del sistema pubblico del paese fu, sicuramente, la “concertazione sociale” formalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993.

Nel 2012, il governo di Mario Monti, con il decisivo sostegno del PD e la tacita approvazione di CGIL, CISL e UIL, abbatté la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il “Decreto Cresci Italia” ed il “Decreto Balduzzi”: un salasso da 9,4 miliardi euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.

Venne così spianata la strada allo smembramento della medicina territoriale e del Servizio Sanitario Nazionale ed allo spostamento dell’offerta sanitaria verso le strutture sanitarie private in convenzione.

Intanto, al centro di questo snodo pubblico-privato i partiti che erano al governo delle Regioni, continuavano ad alimentare poderosamente i loro sistemi di potere proprio attraverso la gestione dei servizi sanitari dopo la riformulazione del Titolo V della Costituzione del 2001 che aveva introdotto la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di tutela della salute.

Dunque, se nel Cile fu Pinochet, in seguito al colpo di stato cruento del settembre 1973, a prendere contatto con diversi economisti appartenenti alla Scuola di Chicago – i cosiddetti Chicago boys, tra cui il fondatore della scuola Milton Friedman, e José Piñera – in Italia, dagli inizi degli anni novanta, gli alfieri delle riforme miranti alla deregolamentazione (deregulation), al conservatorismo fiscale, alla privatizzazione del patrimonio statale, ai tagli alla spesa sociale ed alle politiche liberiste aperte agli investimenti selvaggi dei mercati internazionali e delle multinazionali, sono stati, senza dubbio, i governi di “centro-sinistra”.

Dal dispiegamento di quella travolgente sistematica ondata neoliberista sul paese ad opera dei vari governi sia “tecnici” che politici in cui la “sinistra” svolse un ruolo centrale o comunque decisivo, la dicotomia destra-sinistra perse definitivamente qualsiasi relazione con il significato che gli avevamo attribuito in precedenza e prese forma qualcosa che affonda le proprie radici nelle vicende legate al conflitto politico e sociale degli anni settanta.

Oggi il nostro è un paese smembrato, privo di infrastrutture strategiche, con salari da fame e servizi pubblici sempre più costosi e inefficienti; un paese senza una visione strategica del proprio futuro; un paese senza speranze da cui i giovani migliori sono costretti a scappare per sfuggire ad una vita di stenti e di lavoretti precari; un paese in mano a padroni avidi e rentiers parassiti; un paese paralizzato da una burocrazia elefantiaca e da una magistratura in mano ai sistemi di potere e sempre più subalterna agli esecutivi di turno.

E tutto ciò lo si deve innanzitutto a quei governi di “centro-sinistra” che sono riusciti a fare le cose che un tempo chiamavamo “di destra”, prima e meglio della destra.

Si, perché, nel confronto tra le due destre, quella tecnocratica e quella plebiscitaria, ha sempre avuto la meglio la prima. Tecnicamente...

Fonte

24/03/2019

24 marzo 1999 il giorno della vergogna di D’Alema, Berlusconi e Prodi, di Ue e Nato


Sono stato invitato dal Forum di Belgrado alla conferenza internazionale che si terrà in questi giorni nella capitale della Serbia, per ricordare la guerra criminale che la NATO scatenò contro quel paese esattamente venti anni fa. Non potrò essere presente ma voglio qui condividere ciò che avrei detto in quella sede, anche per conto di Potere al Popolo che condivide le ragioni e i temi alla conferenza.

*****

“Il 24 marzo 1999, violando ogni legalità internazionale e ogni diritto umano, i bombardieri della NATO iniziarono i loro raid contro quella che allora si chiamava Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro. Il governo italiano, guidato da D’Alema, sostenuto da Cossutta e Cossiga, appoggiato in questo caso da Berlusconi, con il consenso del presidente della Repubblica Scalfaro, decise di partecipare alla guerra. In realtà la decisione l’aveva già presa il governo Prodi, che prima di cadere per il venir meno del sostegno di Rifondazione Comunista, aveva deliberato l’Act Order con il quale si predisponevano le nostre forze armate alla guerra sotto comando NATO.

Così i bombardieri italiani ebbero l’onore, D’Alema ha sempre rivendicato l’impresa, di partecipare alla prima guerra europea dal 1945, al primo bombardamento aereo di una capitale europea, Belgrado, dalla sconfitta del fascismo.

Non c’erano risoluzioni ONU che neppure lontanamente autorizzassero l’intervento della NATO. La guerra avveniva in brutale violazione del diritto internazionale e per noi in spregio dell’articolo 11 della Costituzione. Allora per giustificarla comparve per la prima volta quel termine “comunità internazionale” che poi è diventato di uso comune – fino ai giorni nostri, fino all’aggressione al Venezuela – per giustificate le guerre banditesche di USA, NATO, e Unione Europea.

Comunità internazionale vuol dire che un gruppo di paesi ricchi e potenti, in minoranza tra gli stati del mondo, si arrogano il diritto di usare la loro forza militare per dominare il mondo. Comunità internazionale è l’esatto opposto di legalità internazionale, sta ad essa come la licenza di sparare di Salvini sta al nostro diritto costituzionale.

L’aggressione chiamata Allied Force durò fino a giugno 1999, per 78 giorni i bombardieri NATO compresi quelli italiani scaricarono morte e alla fine migliaia di civili vennero uccisi, centinaia di migliaia rimasero senza casa e senza lavoro, le officine Zastava vennero rase al suolo come tante altre fabbriche, lasciando in miseria, per decenni, intere comunità.

Tutto il territorio di Serbia e Montenegro fu avvelenato da tonnellate di uranio impoverito sparato dalle forze NATO, che ancora oggi mietono vittime tra la popolazione e anche tra i militari NATO, compresi quelli italiani, che da allora presidiarono il Kosovo.

Il Kosovo... fu per quella terra a maggioranza albanese, formalmente parte della Serbia, che si scatenò la guerra. Le forze indipendentiste di quel paese guidate dall’UCK, organizzazione che si finanziava anche col commercio della droga ed il traffico di organi umani, avevano scatenato la guerriglia alla quale aveva risposto l’intervento militare serbo.

Era l’ultimo atto della lunga guerra civile che dal 1992 aveva smembrato la Jugoslavia. La cui frantumazione era stata spinta dalla Germania, dalla nascente Unione Europea, dal Vaticano di Papa Giovanni II e ovviamente dagli USA. Per interessi diversi ma convergenti, di fronte al crollo del socialismo reale, tutti volevano economicamente, politicamente e persino sul piano religioso giungere alle frontiere con la Russia.

L’espansione verso est dell’Unione Europea e della NATO scelse come vittima sacrificale la Jugoslavia, alimentandone e armandone ogni separatismo.

Le stesse forze politiche di centrodestra e centrosinistra che oggi approvano la repressione dello stato spagnolo contro la pacifica Catalogna, in Yugoslavia sostennero le forze separatiste più violente. E oggi UE e NATO tengono in piedi il governo ucraino con ministri nazisti, mentre il Parlamento europeo ha appena votato una risoluzione di rottura con la Russia ed i paesi che confinano con essa si armano.

La sostituzione della comunità internazionale occidentale alla legalità internazionale, la marcia verso est di Germania, USA, UE e NATO sono due componenti fondamentali della guerra alla Jugoslavia, che giungono fino al mondo di oggi. Ma non sono le sole. Ce ne è anche una terza che venne messa in campo allora e che oggi domina il nostro mondo: la diffusione da parte del potere di fakenews determinanti per giustificare e propagandare la guerra.

Il casus belli di allora fu il cosiddetto massacro di Račak , un combattimento tra UCK e forze militari serbe che la propaganda mediatica USA trasformò in una strage di donne e bambini. Quella strage, di cui oggi è dimostrata l’invenzione, imperversò sui nostri mass media e nel suo nome partirono i bombardamenti “umanitari”. In Italia anche CGILCISLUIL si schierarono con la guerra, giustificata ipocritamente come “contingente necessità”. Si metteva in moto allora quella macchina delle bugie che poi abbiamo visto in azione in Iraq, in Siria, in Libia in ogni guerra occidentale, ultima quella che si sta montando contro il Venezuela.

Sì, dobbiamo ricordare la sporca guerra di venti anni fa perché essa ha dato il via alla terza guerra mondiale a pezzi denunciata da Papa Francesco.

Il centro sinistra mondiale di allora, da Clinton a Prodi a D’Alema, fu uno dei principali responsabili dell’avvio di questa stagione di guerre e anche, e non è un caso, della distruzione della sinistra e del ritorno in campo della destra reazionaria. Il bombardamento di Belgrado fu un crimine e diffuse un veleno politico che continuerà ad intossicare il mondo occidentale. Finché la UE e la NATO non verranno messe in discussione, proprio nel nome di quei principi di democrazia e umanità che per esse sono diventati solo slogan da appiccicare sulle ali dei bombardieri.

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22/03/2019

Quelle frattaglie lanciate su via delle Botteghe Oscure contro la guerra alla Jugoslavia

Ricadono in questi giorni i venti anni dall’aggressione della Nato alla Federazione Jugoslava nel marzo del 1999. Le bombe su Belgrado segnarono con una guerra alle porte dell’Europa la fine dello scorso secolo e prepararono il terreno a quelle sull’Afghanistan e l’Iraq come inizio del XXI Secolo.

E’ importante, venti anni dopo, non lasciare niente all’oblìo di quella vergognosa aggressione della Nato costruita, sostenuta e realizzata, senza alcuna risoluzione dell’Onu, da una alleanza di governi liberali e progressisti. Negli Usa al governo c’era Clinton, dunque nè Bush né Trump; in Gran Bretagna c’era il laburista Toni Blair; in Francia il socialista Jospin; in Germania il socialdemocratico Schroeder con il verde sessantottino Joska Fisher come ministro degli esteri.

E in Italia? In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo dell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo sostenuto da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc.
Questi governi “progressisti”, misero a disposizione della Nato non solo bombardieri, forze armate, basi militari ma anche apparati di consenso.

Fu un “progressista francese”, Bernard Kouchner, a elaborare tramite l’organizzazione di cui era presidente – Msf – la dottrina della “guerra umanitaria”. E questa dottrina nel caso della Jugoslavia venne diffusa come dolorosa necessità da giornali, telegiornali, ong, associazioni, sindacati collaterali ai governi di sinistra o centro-sinistra in Europa.

Un primo esperimento era stato già fatto nel 1995, quando gli aerei della Nato bombardarono la zona serba della Bosnia, con il plauso anche di Rossana Rossanda.

Mentre si andava preparando l’aggressione alla Federazione Jugoslava, il governo D’Alema si era reso responsabile, durante le feste natalizie tra il 1998 e il 1999, di un altro episodio vergognoso. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, si era rifugiato in Italia ed aveva chiesto asilo politico al governo italiano. Dopo settimane di indugi, il governo italiano imbarcò Ocalan su un aereo della flotta aziendale dell’Eni e lo consegnò agli apparati repressivi della Turchia che gli davano la caccia.

Come risposta ci fu una manifestazione a Roma che assaltò con estrema determinazione la sede delle linee aeree turche. Un atto di forza che esprimeva una voglia di riscatto da parte dei movimenti contro la vergogna verso un governo che aveva tradito il diritto d’asilo e consegnato un leader politico di un popolo in lotta ai suoi carnefici. Ancora oggi Ocalan è sepolto vivo nel carcere sull’isola di Imrali.

A Ottobre del 1998, poco prima di essere destituito dal “fuoco amico” di D’Alema, Romano Prodi aveva già attivato l’ordine di attivazione nelle basi Nato presenti in Italia nell'ipotesi di intervento militare nella ex Jugoslavia. Quando nella notte del 23 marzo 1999 gli aerei partiti dalle basi militari di Aviano, Gioia del Colle e dalle portaerei nell’Adriatico cominciarono a bombardare Belgrado, i suoi ponti, le fabbriche, le strade, tra molte compagne e compagni si disse che la misura era colma.

Giornali e telegiornali martellavano a sostegno dei bombardamenti, diffondendo notizie che si riveleranno clamorosamente false e alimentando un odio anti-serbo che richiamava per molti aspetti la slavofobia dello storico espansionismo aggressivo tedesco verso l’est. E mentre i mass media legittimavano la guerra umanitaria, il mondo dell’associazionismo, i sindacati confederali, le ong collaterali al governo di centro-sinistra si incaricavano di veicolare questi contenuti nella sinistra e nei movimenti. Poche settimane dopo lo stessa filiera si predisponeva a incassare i miliardi degli aiuti umanitari della Missione Arcobaleno in Kosovo.

LA CONTESTAZIONE IN VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE: “RISCATTARE LA VERGOGNA DELL’AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA”

In questo contesto una manifestazione convocata a Roma contro la guerra e i bombardamenti su Belgrado, si diresse verso il centro della città. Arrivati a Piazza Venezia, un gruppo di compagni si sganciò dal corteo e lanciò alcuni chili di frattaglie sull’ingresso della storica sede di via delle Botteghe Oscure diventata la direzione dei Ds (Democratici di Sinistra) allora partito di governo. Un esplicito richiamo alla macelleria a cui il governo italiano si stava prestando partecipando attivamente ai bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Il corteo invece di proseguire deviò in massa proprio verso via delle Botteghe Oscure per sostenere la clamorosa contestazione. La polizia colta alla sprovvista fu costretta a sparare i lacrimogeni per cercare di sciogliere la manifestazione, al termine della quale tre compagni vennero arrestati.

La sera stessa, quando l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, venne intervistato dal Tg1 proprio sulla contestazione avvenuta su un luogo storico come la sede di via delle Botteghe Oscure, tutti capirono il segno e il peso politico di quell’azione.

Quella guerra e la contestazione a via delle Botteghe Oscure furono uno spartiacque nella lotta contro la guerra ma anche tra chi aveva maturato consapevolezza sulla funzione del centro-sinistra una volta al governo e chi ha continuato a illudersi di poterne essere il paracarro “a sinistra”. L’illusione si è prolungata fino al 2008 con il secondo governo Prodi.

Nel primo caso, la contestazione del marzo 1999 è stato una sorta di battesimo in piazza della Rete dei Comunisti (registrata perfino da La Repubblica), nel secondo caso (2008 e la dissoluzione della sinistra filo centro-sinistra affondatasi con la lista Arcobaleno), fu la scelta di mettere in campo una ipotesi politica a tutto campo per chi non intende più campare di illusioni e logorarsi ancora con la logica del meno peggio.

Rete dei Comunisti, marzo 2019

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19/04/2018

La “sinistra” sull’uscio delle consultazioni per il nuovo governo

L’incarico affidato dal presidente Mattarella alla presidente del Senato Casellati, sembra essere una missione esplorativa con un solo scopo: verificare se esistono i presupposti per una maggioranza tra la coalizione di centrodestra e Movimento 5 Stelle, entrambi non autosufficienti per formare un governo.

Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.

Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.

Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.

La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.

La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.

Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.

Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.

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10/04/2018

La scoperta dell’acqua calda

Riscopre l’acqua calda il compagno Massimo D’Alema che, a mia memoria per la prima volta in tanti anni, fa pubblicare un suo editoriale dal “Manifesto” e scrive, tra le tante altre cose: “Certo all’origine della crisi della sinistra ci sono scelte che vengono da lontano e che hanno profondamente segnato la subalternità del socialismo europeo al neoliberismo...”

e poco più avanti:

“la sinistra è rimasta schiacciata dal peso del dominio dell’economia sulla politica, nella morsa di quella contraddizione – annotata già da Gramsci nei Quaderni – tra il carattere cosmopolitico dell’economia il carattere ristrettamente nazionale di una politica messa sulla difensiva dall’influenza pervasiva della finanza globale”.

Vale poco replicare che in parti rimaste oscurate della sinistra italiana queste analisi correvano da subito, dal momento in cui si decise di sciogliere il PCI e di addentrarsi nelle spire del governativismo costi quel che costi: teoria della quale D’Alema è stato sicuramente il “Principe” negli anni ’90 fino a perseguire l’idea del taglio dell’eccesso di domanda in una società complessa attraverso riforme istituzionali di stampo presidenzialista, come si verificò nelle tesi sostenute nei lavori della Bicamerale da lui presieduta e mutuate, in buona parte e sostanza, dalla “Grande Riforma” craxiana.

Vale poco ripeto, adesso come adesso, ritornare su quei passi e rivendicare – da parte di chi seppe sostenerla – l’opposizione a quei disegni (ci sarebbe da ritornare ancora una volta alle posizioni – non tutte – presenti nell’area del “NO” alla svolta occhettiana).

Il punto, invece, da affrontare rimane quello che D’Alema ripropone con ostinazione degna di miglior causa: la ricostituzione del centro – sinistra come antidoto alla deriva in atto.

Verrebbe voglia di ripetere l’antico modo “errare humanum est, sed perseverare diabolicum”, ma forse non è proprio il caso.

Lo stesso ex-segretario della FGCI scrive “la democrazia comporta una dialettica e un conflitto regolato tra forze portatrici di idee, valori e interessi diversi tra di loro”.

Ecco questo è il nodo: portare avanti l’idea di fondo di una soggettività politica che rappresenti forze portatrici di idee, valori interessi contrastanti con quelli che si sono espressi in questa fase di gestione del ciclo capitalistico rappresentati dall’Unione Europea e dalla ricerca della governabilità anche da parte del centrosinistra, addirittura con il governo presieduto dallo stesso D’Alema.

Una soggettività politica che non ricerchi formule ma prenda atto e tenga conto come sua base costitutiva del fatto che questa fase del ciclo capitalistico è stata gestita proprio in funzione dell’allargamento dei margini di sfruttamento, di coercizione dei diritti sociali, di vero e proprio “arretramento storico” in una società sempre più “sfrangiata” piuttosto che “complessa”, dominata dall’individualismo consumistico verso i cui meccanismi la sinistra ha compiuto una vera e propria operazione di “dismissione culturale”, alimentando la grande operazione della destra di “dismissione della memoria” e di introduzione di miti negativi di cui il PD nell’ultima fase è stato sicuramente portatore.

E’ questo il dato di analisi di cui farsi carico per ripartire non tanto per non “commettere gli errori del passato” (ancora D’Alema: ma deve rimanere una distinzione tra chi li ha commessi e chi si è opposto) ma per riaffermare, ancora una volta e con forza, la necessità di organizzare una politica che sia di opposizione al sistema e insieme proponga un’alternativa d’orizzonte.

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22/02/2018

L’imbeccata a Caldarola per fare autocritica su Potere al Popolo


Pio Pompa è vivo e lotta insieme a loro. Per chi ha meno di 30 anni è bene ricordare che era un agente dei servizi segreti (il “ramo esteri”, che allora si chiamava Sismi), il cui compito era “indirizzare” la stampa mainstream, ingaggiando singoli giornalisti, facendo circolare veline, suggerendo “fonti” altamente inquinate che lui stesso o i suoi uomini avevano predisposto.

Il caso scoppiò quando il vicedirettore di Libero, Renato Farina, al secolo “agente Betulla”, si fece “sgamare” dall’allora pm di Milano, Armando Spataro, cui cercava di carpire qualche informazione sul sequestro in Italia di Abu Omar da parte di un commando della Cia.

Un episodio che gettò l’ombra della manipolazione sul complesso dell’informazione in Italia, già di suo prostrata da proprietari “impuri” (gente che si serve di un media per combattere i concorrenti di business), direttori e capiredattori alquanto disposti a obbedire, cronisti sempre più esposti al precariato assoluto, ecc.

Può sembrare ingeneroso scomodare il fantasma di Pio Pompa per l’articolo scritto da Peppino Caldarola contro Potere al Popolo su Lettera43, uno dei migliori giornali online italiani. Ma c’è un perché.

Caldarola è un giornalista acuto, con una lunga e brillante storia professionale. E’ stato anche direttore de l’Unità in tempi in cui il giornale navigava in acque non troppo tempestose. Su Potere al Popolo, come correttamente ricorda lui stesso, aveva già scritto altri due articoli, per nulla antipatizzanti, pur premettendo sempre che lui avrebbe votato Liberi e Uguali.

“Io su Potere al Popolo ho scritto tre articoli. Nel primo segnalavo la presenza di questa formazione prevedendo un suo buon risultato e indicando come la sua leader, Viola, come la chiama confidenzialmente la signora Raffaella Ferraro, fosse brava in tivù. Nel secondo articolo mi servivo della visita di Melenchon a Napoli, invitato da Potere al Popolo, per criticare Liberi e Uguali che non aveva chiamato qui alcun esponente della sinistra per fare un pezzo di campagna elettorale. Poi, e si arriva all’ultimo articolo, ho scoperto una rivista della loro area secondo cui anche Potere al Popolo era un partito a vita limitata. Le prime due volte tutti zitti, la terza è scattata la lesa maestà”.

Pur non avendone scritto, noi di Contropiano ci eravamo accorti dei primi due, valutandoli come una sorta di “sveglia” fatta risuonare nelle orecchie dei “leu-cemici”, privi di un qualsivoglia interesse per possibili partner europei (due giorni fa Grasso ha cercato di porvi rimedio andando a Londra per incontrare i dirigenti laburisti).

Il terzo, invece, ci è sembrato motivato dalla necessità di farsi perdonare l’eccesso di critica nei confronti dei suoi leader. Saremo fantasiosi, ma ci siamo immaginato un Mandrake con il baffino tuonare al telefono un “ma che cavolo scrivi?”.

Se Caldarola avesse preso la tastiera per scrivere un pezzo di critica feroce a Potere al Popolo, beh, ce ne saremmo fatti una ragione (le elezioni non sono il regno del bon ton, specie in questo paese) e avremmo lasciato perdere, come facciamo ogni (rara) volta che qualche giornale di peso nomina la nostra lista.

Il problema è che per stendere il suo articolo Caldarola si è affidato come fonte a un “pezzo” pubblicato da una “rivista” sconosciuta persino a noi che, lo confessiamo, abbiamo una certa antica dimestichezza con l’editoria “dura e purissima”.

Un qualsiasi programma in grado di censire la notorietà di un qualsiasi sito nel mondo – ad esempio Alexa.com o SEMrush – non riesce proprio a trovare traccia di vita intorno ai sedicenti “Tempi post moderni”.

Potreste dire: Beh, certo, chi volete che legga certe cose nel 2018? Obiezione in parte giusta ma, se si fa la prova con altri siti di impostazione anche più settaria, qualche segnale lo si può registrare. Minimo, magari, ma non zero carbonella.

Dunque è quantomeno un sito fin troppo anonimo. Aprendolo, si nota subito – al di là della scenografia iper “comunista” – che non c’è un nome, una firma, un riferimento geografico o di area ad esclusione di un articolo sull’anniversario del Pci firmato da uno stimato compagno torninese.

L’articolo – chiamiamolo così – da cui Caldarola prende spunto è chiaramente scritto da qualcuno che ha buttato un occhio in qualche assemblea di Potere al Popolo, cogliendo – non ci vuole molto – le differenze generazionali, di appartenenza “partitica” (esageruma nen, dicono in Piemonte), di radicamento sociale, ecc. Quel che insomma fa la forza di questa lista e promette di durare bel al di là del 4 marzo.

Quelle differenze le racconta come insormontabili, laceranti, abissali, brodo di coltura di rapidi tradimenti, ben prima – addirittura! – della giornata elettorale. Insomma un articolo/bulldozer per cercare di smontare quello che si sta cercando di costruire e ricomporre. Una speranza soggettiva dello/degli scriventi. Ma tanto basta a Caldarola per intingere la penna nel (poco) veleno offerto da questa “fonte” quasi anonima.

Gli auguriamo con questo servizio di aver in qualche misura rammendato la sfilacciatura nei rapporti con i “leu-cemici” e di poter brindare al loro risultato.

Non gliene vorremo più tanto ma, come è noto, il rapporto tra mass media e ingegnerie degli apparati dello stato è diventato fin troppo grigio. La nascita di Potere al Popolo è stata, da gennaio in poi, una variabile imprevista e destabilizzante per uno schema politico e mediatico già allestito. Farsi venire qualche dubbio diventa più che legittimo.

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26/01/2018

Il morto che non muore mai. Liberi, per niente uguali e blindati

Il carro di Tespi di Leu – Liberi e uguali, insomma i bersaniani-dalemiani riparatisi dietro Pietro Grasso – scricchiola ogni giorno di più e rischia il crash ancor prima che parta la campagna elettorale. Nodo del contendere, come sempre, le candidature.

Un ceto politico usurato – anche nelle figure che vorrebbero sembrare più giovanili, come Civati e Fratoianni – si ritrova alle prese con il più normale degli ostacoli posti da una legge elettorale scritta apposta per eliminare qualsiasi contatto tra ceto politico e “territori”. E lo risolve nell’unico modo che conosce da decenni: il “centro” decide tutto, i territori votano e basta.

Inevitabile, in questa dinamica, che le possibilità di raccogliere consensi scendano in picchiata, man mano che “i territori” verificano di essere adibiti a puro serbatoio di voti, senza alcuna possibilità di far valere altre opzioni, sicuramente più “popolari”.

Un esempio? Una delle figure migliori – il medico di Lampedusa immortalato da Fuocammare – si è sentito giustamente in dovere di rinunciare a essere uno dei volti pubblici di una lista fatta di “personaggetti” specializzati in poltrone attaccate al deretano. Gli avevano “concesso” il seggio di Pavia, palesemente fuori radar rispetto alla sua eccezionale storia personale. E, ovviamente, a scapito di qualcuno che in loco aveva magari qualche radicamento sociale interessante...

L’episodio è solo uno dei mille che in questi giorni stanno squassando la piccola formazione nata per recuperare i voti perduti dal Pd a causa della spocchia renziana. E il paradosso – solo apparente, come per tutti i paradossi – è che il Pd “vero, quello sotto il tallone di Renzi, sta in queste ore dando identico spettacolo. L’unica differenza è che al Nazareno c’è un solo capo, bulimico di potere man mano che ne perde rispetto al paese, mentre al vertice di Leu c’è una congrega di ex generali e marescialli che si pestano i piedi a ogni passo.

Ultima nota: continuate così, per favore...

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19/12/2017

Liberi e disuguali: il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema & co.


A sinistra è sempre tutto un coro “contro il populismo”. Ma poi vedi “Ricchi e poveri” di Gad Lerner – in onda ogni domenica in seconda serata su Rai3 – e ti ricordi che c’è un populismo tradizionalmente cattolico che, periodicamente, si riaffaccia e che è tutto incentrato su carità, pietismo e solidarietà compassionevole.

Lerner, si sa, tempo fa ha lasciato il PD e si è messo subito a fare il narratore della nuova ditta Bersani, D’Alema, Grasso & co. #LiberiedUguali, anche per guadagnarsi lo stipendio Rai. E così ci racconta di un mondo in cui ti salveranno dei facoltosi benefattori, dei ricchi buonissimi che dispensano, senza sosta, elargizioni caritatevoli e generosa beneficenza. E’ un classico che funziona sempre e che ora viene contrapposto al rude solipsismo ultraliberista berlusconian-renziano di questi anni da parte chi si candida a ”ricostruire la sinistra”, finita in frantumi proprio sotto i colpi del nemico giurato Matteo Renzi.

E con cosa? Ma con il solito vecchio rassicurante “popolarismo cattolico” traslato, però, nella nuova fase: quella in cui la crisi di un capitalismo messo in ginocchio da una serie infinita di bolle finanziarie e dall’anarchia del mercato globale, ha polverizzato i vecchi margini redistributivi. Se a ciò aggiungi che, in ambito europeo, la scelta letale di stare dentro i rigidi vincoli di bilancio dettati dalla #UE impedisce di approntare qualsiasi cura – ovvero, qualsiasi intervento degli Stati in grado di rilanciare ciò che resta dello stato sociale e di attenuare, in qualche modo ed in una qualche misura, la cronica disoccupazione a due cifre – ecco che anche qualsiasi ipotesi vagamente neokeynesiana va bellamente a farsi benedire.

I nostri lo sanno bene e, tuttavia, gli tocca continuare a vagheggiare quell’immaginario onde mantener vivo, in qualche modo, almeno un qualche ancoraggio alla tradizione delle “grandi socialdemocrazie europee”. Il tutto opportunamente depurato dalla novecentesca lotta di classe e senza alcun riferimento ai meccanismi che stanno concentrando immense ricchezze nelle mani di pochissimi mentre si allarga, a dismisura, l’area della povertà.

Il “nuovo welfare” che ci viene presentato e propinato, è un deciso ritorno al passato: aiuti caritatevoli ai vecchi e nuovi “poveri” come propagandistica faccia soft di un modello molto più hard che stanno perseguendo, da parecchi anni, sotto la spinta di enormi interessi privati. Questa pelosa ed assai interessata narrazione serve, nella migliore delle tradizioni missionarie, quale copertura ideologica della vera operazione che stanno facendo alle spalle di milioni di lavoratori e cittadini: tutti coloro che non saranno riconosciuti come “poveri”, se va in porto l’attuale processo di destrutturazione e privatizzazione del welfare, dovranno ricorrere alle assicurazioni obbligatorie di fascistissima memoria.

Non è un caso, infatti, se da qualche tempo, i grandi gruppi assicurativi, stanno sgomitando tra loro per offire comodi e costosissimi pacchetti tutto compreso(previdenza, sanità e tanto altro) attraverso una frenetica attività di lobbyng su partiti e sindacati nonchè mediante delle mirate e martellanti campagne publicitarie.

Il “nuovo welfare” a cui stanno lavorando alacremente politici, sindacalisti ed accademici in quota ai principali partiti, è un modello in cui diritti e tutele dipenderanno, in un prossimo futuro ed in misura assai variabile, dal lavoro che fai e dai contributi che avrai versato. E’ un modello previdenziale neocorporativo basato sull’idea di affidare, prima o poi, unicamente ai gestori privati servizi quali pensioni (attraverso i fondi pensione privati) e sanità (attraverso i fondi sanitari integrativi), ribattezzata per l’occasione “white economy”.

Ma è un modello destinato ad allargare, ulteriormente e drammaticamente, le attuali già enormi disuguaglianze ed iniquità e che non avrà più nulla in comune, né con il Welfare universale e solidaristico che abbiamo fin qui conosciuto, né, tanto meno, con quel “Welfare dei beni comuni” auspicato da alcuni economisti e che prevede reddito minimo garantito, salario minimo e condivisione dei beni comuni.

Una lavoratrice e delegata di base, proprio l’altro ieri, mi segnalava l’ennesimo di una lunga serie di episodi che vedono sindacalisti offrire sempre più insistentemente e, per giunta, in orario di lavoro, “vantaggiosissime” polizze assicurative. Ecco come le organizzazioni sindacali “ concertative”, in crisi di ruolo, d’identità e di consenso, si sono, da tempo, riposizionate: tirando la volata alle assicurazioni mediante il nuovo “welfare aziendale” basato sulla decurtazione di quote di salario in cambio di servizi offerti proprio dalle assicurazioni private. Trump, in questo senso, ci appare come un novellino.

“Sirio, Espero, Perseo”, sono questi i nomi scelti per dar vita ai fondi pensionistici integrativi dei dipendenti pubblici. Dietro i nomi di stelle e costellazioni che evocano immagini celestiali, si nasconde l’affaire del secolo ordito e messo in atto sulla pelle dei lavoratori, con la complicità esplicita di CGIL, CISL, UIL . Oppure c’è il misterioso “Metasalute” laddove “meta“ non si capisce se stia per un “oltre” metafisico, oppure, per un immaginario punto d’arrivo. E’ il fondo sanitario integrativo chiuso che, con l’avallo anche della FIOM, è già stato inserito nel contratto del settore metalmeccanico.

I “sindacalisti” della previdenza pubblica saranno stati sicuramente in prima fila nella recente manifestazione nazionale del 2 dicembre scorso “in difesa dei pensionati” organizzata dalla CGIL di Susanna Camusso e tuttavia sono gli stessi che stanno spianando la strada, da parecchi anni, alla previdenza integrativa e privata sedendo molto comodamente e con buone retribuzioni, nei Consigli d’Amministrazione dei fondi previdenziali chiusi. Eppure il tentativo di scippare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dei dipendenti del settore privato e pubblico per costituire i fondi integrativi e dare così vita alla seconda gamba della previdenza non gli è riuscito del tutto, anche e sopratutto per merito della opposizione e della buona informazione sul tema prodotti dai militanti del sindacalismo conflittuale.

Ed è così che i sindacalisti “concertativi” si sono direttamente trasformati in brokers assicurativi ferocemente determinati a piazzare polizze pensionistiche e sanitarie per conto dei grandi gruppi assicurativi molto probabilmente intascando percentuali sulle vendite.

Ecco qual è il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema e soci, che altro non sono che l’espressione politica di questi interessi. Un incessante gioco di sponda tra partiti, sindacati banche ed assicurazioni che va avanti da almeno due decenni e che ha sacrificato al profitto ed ai grandi interessi finanziari, i bisogni ed i diritti di ciò che fu un tempo il blocco sociale di riferimento delle ex sinistre politiche e sindacali. In fondo, ci basta ricordare che sono sempre quelli di “abbiamo una banca”, solo che stavolta, le banche, si sono presi loro.

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28/11/2017

Sbirro da sempre

Ho conosciuto Norberto Crivelli a Bellinzona, in un incontro del Partito Operaio Popolare del Canton Ticino per ricordare i 100 anni della Rivoluzione d’Ottobre. Crivelli è una figura storica del movimento operaio svizzero, un militante comunista con una vita di lotte nel Partito del Lavoro. Per questo nel corso dei decenni ha svolto anche una intensa attività internazionale.

Così Crivelli mi ha raccontato un fatto di 26 anni fa, quando come rappresentante del suo partito partecipò al ventesimo congresso del PCI, l’ultimo, quello che cambiò il nome e l’identità del partito secondo la svolta di Achille Occhetto.

Era l’inizio di febbraio del 1991 e mentre il PCI finiva, cominciava quella guerra che è continuata fino ad oggi, sempre più vasta, distruttiva, insensata. George Bush padre si preparava, con una coalizione armata di cui faceva parte anche l’Italia, a bombardare ed invadere l’Iraq. Tutto il mondo era percorso da manifestazioni e pronunciamenti contro la guerra e le 120 delegazioni estere presenti al congresso sentivano gli echi di quella mobilitazione.

Crivelli pensò allora di usare tutte quelle presenze ad un congresso di per sé triste e depressivo, per organizzare un pronunciamento internazionale contro la guerra. Su un breve testo cominciò a raccogliere le firme di partiti comunisti, di sinistra, progressisti. Ricorda ancora con particolare orgoglio di aver ricevuto l’adesione di un sindacalista brasiliano appena entrato in politica, già molto conosciuto e presente al congresso: Lula.

Il PCI in via di scioglimento, sulla guerra che iniziava era diviso su tre posizioni. Quella di Napolitano naturalmente guerrafondaia, quella di Ingrao altrettanto naturalmente pacifista e quella di Occhetto e D’Alema che si barcamenava tra le due. Questo si sapeva, così Crivelli, quando fu avvisato di recarsi immediatamente presso la presidenza del congresso, pensò con soddisfazione di aver contribuito a far esprimere un no alla guerra da parte di tutto il PCI. La sua iniziativa aveva avuto un grosso successo, quasi tutte le delegazioni estere avevano firmato il suo appello o si preparavano a farlo. Per questo quando incontrò un giovane funzionario della segreteria del partito, Crivelli pensò di ricevere elogi. Invece raccolse un ultimatum.
“So che stai raccogliendo firme su un appello contro la guerra, smettila subito e annulla l’iniziativa. Non puoi fare qui su temi così delicati quello che vuoi, voi siete ospiti e la politica internazionale qui la facciamo noi“.
Questo è il ricordo delle parole di quel funzionario arrogante, ricordo che ancora oggi fa arrabbiare il mio amico e compagno svizzero Norberto Crivelli, che ovviamente per non creare incidenti diplomatici allora rinunciò all’appello per la pace.

Già, ma perché mi ha raccontato oggi quel fatto? Non lo avete capito? Quel funzionario allora non era conosciuto, oggi lo è un po’ di più, perché il suo nome è Marco Minniti.

Gino Strada lo ha definito sbirro. Beh, se è così, lo è da sempre.

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10/11/2017

Napoli. D’Alema e Camusso persone non gradite all’università


Battono le agenzie questa “terribile” notizia:

“Un gruppo di circa 100 giovani tra collettivi universitari e centri sociali ha occupato l’edificio dell’università Federico II di Napoli dove a breve è prevista un’iniziativa con Massimo D’Alema e Susanna Camusso. Si è registrata anche una breve colluttazione con le forze dell’ordine dopo di che è scattata l’occupazione”.
Raccontano invece gli studenti:
Ci vuole coraggio a chiamare a discutere di lavoro precario e crisi due dei principali esponenti della politica che negli ultimi 10 anni non hanno mosso un dito per le classi popolari, anzi le hanno affossate.

Da un lato D’Alema, fondatore del PD, il partito del Jobs Act e della Buona Scuola, partito in cui è rimasto per 10 anni, fino a che, buttato fuori la porta da Renzi & Co, ha fatto finta di “rifondare” la sinistra. Lui che nel ’99 autorizzò i bombardamenti in Serbia, lui che votò la legge Fornero, ma la lista sarebbe infinita…

Dall’altra parte Susanna Camusso. Sotto la sua guida la CGIL ha completato quel processo di distacco dalle lotte dei lavoratori, ha firmato qualsiasi cosa, ha lasciato soli i militanti che resistevano su posti di lavoro allucinanti…

E gente come questa, a due mesi dalle elezioni, viene a fare LEZIONI ALL’UNIVERSITA’ per lanciarsi in campagna elettorale!

E la polizia ferma noi prima della porta dell’aula! Vergognatevi...

Ex Opg Je so’ pazzo
Al contrario, Repubblica dà la notizia in questa versione:
Alcune decine di studenti dei collettivi di studenti napoletani hanno fatto irruzione nell’aula A2 della sede di Giurisprudenza di via Marina della Federico II, sfondando il cordone sicurezza delle forze dell’ordine. Al complesso universitario sono attesi la leader Cgil, Susanna Camusso, e Massimo D’Alema per l’evento “L’Europa e la crisi della socialdemocrazia”.

Al grido di “D’Alema dov’è” contestano “il riciclaggio della sinistra, presentata nei luoghi della formazione”. “Ci sentiamo presi in giro”, dicono gli studenti, “non è certo un verginello della politica”.

Il gruppo di universitari, disoccupati e aderenti ai centri sociali, ha diffuso un volantino con la firma “Marcia degli esclusi” e ha occupato, con un vero e proprio blitz, l’aula dell’ateneo bloccando, di fatto, i lavori. Momenti di tensione tra alcuni funzionari della digos, in servizio d’ordine, e i manifestanti. Fuori dall’edificio è rimasta anche il segretario della Cgil che è ancora in attesa di poter entrare, mentre l’ex segretario dei DS, avvertito dalle forze dell’ordine, non si è presentato.

“E’ sempre spiacevole quando non si riesce a discutere liberamente. In questo modo si fa un danno a tutti” ha detto la Camusso lasciando l’università. L’ex segretaria è stata inseguita dalla Cgil fino all’auto dai manifestanti che hanno urlato: “Jatevenne”.

“Da studenti troviamo assurdo e quantomeno paradossale che siano invitati nel nostro ateneo a parlare di lavoro e diritti personaggi come quelli che vediamo oggi, che sono stati sostenitori – si legge in un documento diffuso fuori dall’università – delle peggiori politiche degli ultimi dieci anni, a spese degli ultimi e degli sfruttati”.
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21/06/2017

D’Alema e i suoi ricordi di guerra

D’Alema oggi, su il Manifesto, bacchetta Tommaso Montanari che l’altro giorno, al Brancaccio, aveva fatto riferimento alle sue responsabilità relativamente alla “guerra illegale in Kosovo”.

D’Alema sostiene che Montanari, critico d’arte, certe cose non le capisce e che meriterebbe una denuncia per calunnia che lui, bontà sua gli risparmierà. Esiste infatti una sentenza della Corte Costituzionale che stabilisce che quella guerra non fu incostituzionale. Anche se l’art.11 della Costituzione sostiene che l’Italia ripudia la guerra, poi consente, dice D’Alema “limitazioni di sovranità necessarie agli obblighi derivanti dai trattati internazionali” come, evidentemente, quelli legati alla nostra presenza nella Nato.

Ha ragione: il giovane e inesperto Montanari ignorava che per “limitazioni di sovranità” si potessero intendere i bombardamenti sulle popolazioni civili. Non è il solo, ma si è sbagliato.

A dire il vero Montanari è incorso pure in un’altra disattenzione, non passibile di calunnia, di cui però l’attento D’Alema non si è accorto: ha parlato di guerra in Kosovo. L’Italia, sotto la premiership di D’Alema fece da rampa di lancio per aerei che per molti giorni andarono a bombardare Belgrado, Novi Sad, Nis e molte altre città che dal Kosovo distano centinaia di chilometri.

Un’imprecisione di termini in cui molti sono soliti cadere. In fondo, se Montanari anziché di guerra illegale in Kosovo avesse parlato di bombardamenti della Nato, Italia compresa, sulla popolazione civile della Jugoslavia nessuno lo avrebbe potuto accusare di imprecisione e nessuno lo avrebbe potuto denunciare per calunnia. Un’altra volta ci dovrà stare più attento.

Peraltro, per quanto riguarda D’Alema, anche lui è uscito in un’affermazione che avrebbe richiesto qualche chiarimento politico in più, quando ha citato il suo ritorno in Serbia ai tempi in cui era Ministro degli Esteri del Governo Prodi tra il 2006 e il 2008.

Dice che i giovani lo hanno ringraziato perché quella guerra fu l’inizio “del ritorno alla libertà”.

Personalmente non nutro pregiudizi, quando si tratta di stabilire la verità dei fatti e i fatti di quegli anni li conosco discretamente, anche se può essermi sfuggito qualcosa. Per esempio non ho problemi a riconoscere che a Belgrado, D’Alema fece un intervento che ricevette applausi. Solo che non riguardava “il ritorno della libertà” in Jugoslavia grazie alle bombe della Nato. Riguardava invece un progetto di possibile cooperazione economica tra Italia e Serbia che conteneva elementi di interesse per il governo locale.

Nessun problema a riconoscerlo, ma le due cose mi sembrano parecchio diverse.

Naturalmente, per Massimo D’Alema come per tutti, fino a prova contraria, vale la sua parola a proposito di quei giovani serbi che l’avrebbero ringraziato per le bombe. Però, ci faccia un piacere. Ci mostri un documento, una registrazione, uno straccio di attestazione che confermi questa sua affermazione. E che magari metta in risalto il numero e la rilevanza politica dei soggetti che si erano complimentati con lui. Altrimenti saremmo nostro malgrado portati a formulare cattivi pensieri sul suo conto. Magari che lui non sia quel modello di attendibilità che dichiara di essere.

Qui mi fermo: nessun processo alle intenzioni.

Ma nemmeno nessuna disponibilità a farmi prendere in giro dalle giravolte dialettiche del politico di turno, indipendentemente dal fattore generazionale.

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La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura

Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito sabato scorso il teatro Brancaccio a Roma.

Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.

E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.

E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.

L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.

In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.

Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.

La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.

Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.

Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.

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18/06/2017

La “sinistra” replica il copione, al teatro Brancaccio

E’ andata secondo un copione già visto, dunque prevedibile, l’assemblea nazionale convocata al teatro Brancaccio di Roma dall’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari (ma ispirato da ambienti di ex Pd) per una “Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza”.

Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.

L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.

Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).

Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).

Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.

Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.

Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio”
scrive Manuela Palermi.

“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.

La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).

Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.

Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.

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13/05/2017

Il disastro delle privatizzazioni e del capitalismo italiano

Nell’ormai chiacchieratissimo libro di Ferruccio De Bortoli sui presunti poteri forti in Italia non c’è soltanto l’accenno alla vicendaccia riguardante Maria Elena Boschi e il suo presunto “familismo amorale”.

Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.

IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.

L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.

La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.

Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.

Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:

1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;

2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;

3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.

Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.

Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.

Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.

In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.

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27/02/2017

Dopo la scissione del Pd, come muterà lo scenaio politico italiano?

Pare che anche la grande stampa si stia accorgendo che, se l’elettorato boccia con il 60% una riforma costituzionale promossa dal (solo) partito di governo, questo non può restare senza conseguenze, che vanno ben al di là delle dimissioni del governo. E, se alla sconfitta referendaria ha concorso anche una parte minoritaria del partito in questione, è abbastanza logico attendersi una scissione in quel partito. 

Nel frattempo è giunta una sentenza della Corte Costituzionale che ha affossato il già moribondo Italicum introducendo un pur imperfetto sistema proporzionale che non determina, ma facilita, un processo di ridefinizione identitaria dei partiti. Per cui è probabile che la scissione del Pd metta in moto una sorta di reazione a catena per cui a questa scissione seguiranno quelle di altri partiti, sino a ridisegnare la mappa dell’intero sistema politico. Ed è quello che, per ora, è successo a sinistra con le scissioni incrociate di Sel e del Pd, la comparsa del campo progressista di Pisapia, la nascita di Si, la nascita di nuove correnti nel Pd eccetera.

Ma non si tratta solo dell’effetto dell’esito referendario: in questo processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, giocano anche dinamiche di lunga durata. Per certi versi, possiamo dire che il 2016 è stato una sorta di anti-1993. Lo sciagurato referendum di Segni-Occhetto-Pannella sanzionò la fine della Prima Repubblica e la nascita della seconda, questo referendum ha sanzionato la fine della Seconda Repubblica, ma sarebbe superficiale dire, come molti gazzettieri ripetono, che abbia decretato la restaurazione della Prima.

In primo luogo perché la storia conosce pochissime restaurazioni e sempre di breve durata, ma soprattutto perché la legge elettorale contribuisce a modellare un sistema politico, ma solo interagendo con altri aspetti del sistema costituzionale e, più in generale, del sistema sociale e politico e qui siamo in un mondo molto diverso da quello del 1993. Ed occorre capire i motivi che hanno portato a questa stroncatura della Seconda Repubblica. Anche questa è stata la bocciatura di una classe politica, ma se nel 1993 questo avvenne sul terreno della corruzione, in questo caso il rifiuto avviene sul terreno dell’incapacità di gestire la crisi e, prima ancora, la globalizzazione.

Queste formazioni politiche non sono state in grado di capire quel che accadeva e produrre idee adeguate a fronteggiare questi fenomeni (ma potremmo dire che non hanno prodotto idee tout court), e l’elettorato chiede soggetti politici che funzionino diversamente, ma di questo riparleremo.

Ora veniamo a quel che accade a sinistra; riassumendo, questi sono gli spostamenti avvenuti sinora:
 

1. scissione del Pd che ha dato vita al Movimento Democratico Progressista (Mdp);
 

2. scissione di Sel-Sinistra Italiana;
 

3. comparsa del Campo progressista di Pisapia;
 

4. unificazione in Sinistra Italiana di Sel ed alcuni elementi usciti dal Pd in precedenza;
 

5. confluenza degli scissionisti di Sel nel campo di Pisapia;
 

6. confluenza del campo di Pisapia nel grippo parlamentare di Mdp;
 

7. ridefinizione del quadro correntizio del Pd con le candidature di Emiliano, Orlando e forse una terza candidata piemontese che non sappiamo se supererà le condizioni di ammissione alle primarie;

8. sostituzione di fatto del congresso del Pd con le Primarie per il segretario.

Ora vediamo che succede nei singoli schieramenti.

Pd: lo spostamento delle primarie all’ultimo fine settimana di aprile rende poco probabili (ma non impossibili) le elezioni politiche a giugno e se si andrà a settembre o alla scadenza naturale sarà determinato in buona parte dal risultato di Renzi. Se il fiorentino dovesse vincere al primo turno con una affermazione secca di almeno il 55%, è probabile che forse potrebbe strappare le elezioni a Giugno, ma certamente le imporrebbe a settembre. I sondaggi (per quel che valgono, soprattutto in elezioni di questo tipo) gli attribuiscono un 61% contro il 19 di Emiliano ed il 18 di Orlando. Ma potrebbe non andare affatto così, anche perché sono primarie aperte in cui votano anche i non iscritti al partito e questo appuntamento si presenta molto minaccioso per lui.
 
E’ più realistico pensare che Emiliano, si tenga intorno al 15% fra voti pugliesi e qualche residuo di bersaniani restati nel partito. Non sappiamo se la candidata piemontese ci sarà e che percentuale potrà ottenere, fra voto regionale e voto femminile, ma è facile prevedere una cifra inferiore al 5%. La vera incognita è Orlando che, per ora, ha dalla sua la maggioranza della ex corrente dei giovani turchi, il presidente del Lazio Zingaretti, probabilmente Cuperlo e, soprattutto, ha la sponsorizzazione di antichi numi tutelari come Napolitano, Violante e forse Bindi e Letta. Uno schieramento che forse supererebbe il 20% ma che potrebbe crescere di molto per uno smottamento dei renziani, con il passaggio nelle sue fila di Franceschini, Fassino, Chiamparino, e una parte dei siciliani, oltre che l’appoggio esterno di D’Alema. In questo caso Orlando potrebbe pericolosamente superare il 30 per andare verso il 40%. E questa sarebbe la deadline per Renzi, sia perché, per un segretario uscente, che nella volta precedente aveva ottenuto il 70% del partito unito, avere meno del 50% in un partito rimpicciolito dalla scissione, sarebbe una cocente sconfitta politica, sia perché poi si andrebbe al voto in Assemblea Nazionale, dove potrebbe scattare, ancora una volta, l’alleanza di “Tutti contro Renzi”.

Per ora è impossibile prevedere come andrà, anche perché, trattandosi di primarie aperte, potrebbero esserci flussi di voti da destra per Renzi e da sinistra per Orlando; e sarà anche importante vedere in quanti andranno a votare. Ma possiamo ragionare su tre scenari: Renzi vince di larga misura (dal 55 in poi), Renzi vince di stretta misura (50-55%) e Renzi perde. Del primo scenario abbiamo detto ed aggiungiamo solo che questo significa anche che sarà lui a fare le liste e per gli altri ci sarà poco da ridere. Il secondo scenario significa che Renzi sarebbe un segretario semi-commissariato, che non potrebbe fare le liste da solo e, probabilmente, dovrebbe rassegnarsi ad elezioni nel 2018. Brutto affare per lui che si ritroverebbe a dover scegliere fra una forzatura per imporre gruppo parlamentari fedeli, rischiando una nuova scissione, o accettare di mediare e ritrovarsi il Vietnam parlamentare di questa legislatura e la guerriglia interna di corrente.

Terzo scenario (Renzi perde) e questo, conoscendo l’uomo, significherebbe con ogni probabilità una sua scissione dal Pd nel tentativo di giocare il suo appeal personale presso l’elettorato.

Mdp: il tutto è tenuto insieme essenzialmente dall’antirenzismo e poco altro, il che fa pensare ad una sorta di “partito ponte” verso qualcosa altro. D’Alema ha già detto che se il segretario diventa Orlando si può ricominciare a dialogare e Bersani ha detto che potrebbe essere una separazione di breve tempo, ma Speranza pare pensarla diversamente. E’ evidente che l’intento è quello di mettere insieme un risultato significativo per trattare da posizioni di forza, per il resto se ci fosse una vittoria di Orlando o una sua scissione dal Pd, si aprirebbe la strada per una riunificazione. Ma l’ostacolo sono le dinamiche obiettive di una scissione che, al pari di quelle di una separazione legale, spingono ad odiarsi.

E’ evidente che Mdp si lancerà verso la conquista di Cgil, Arci ed Anpi (tutte più o meno favorevoli al No nel referendum) ma in alcuni di questi ambiti (Cgil soprattutto dove i renziani hanno consistenti sacche a cominciare dal sindacato dei pensionati) si scontreranno inevitabilmente con gli ex amici. Poi ci sarà la grana della spartizione delle sedi che fanno riferimento alle fondazioni dirette da Sposetti, che sta con i “nemici”. Quindi ci sarà la grana delle amministrazioni regionali e comunali, dove forse si troverà un accordo per congelare le cose come stanno, ma forse no ed allora potrebbe esserci un effetto domino per cui cade Rossi in Toscana, ma allora diversi sindaci e presidenti di regione del Pd potrebbero cadere per rappresaglia dove i Mpd sono determinanti e via di questo passo. Quindi verranno le cooperative e la lega e infine la rissa per i posti in Rai... Mica facile separarsi.

A raffreddare la tazza bollente potrebbe esserci una diplomazia coperta di Mdp con Rossi e soprattutto Orlando, ma non è detto che duri. E qui è importante il rapporto con il Campo progressista che, grazie ad una manciata di consiglieri regionali e comunali potrebbe rinsaldare i rapporti di forza di Mdp rispetto al Pd, ma non tutto fila liscio neanche qui: la prima grana viene dalla questione dei gruppi parlamentari e dal voto sul governo. Infatti non sappiamo se i 18 di Scotto sono pronti a votare per Gentiloni: per carità, non è la faccia quello che manca, però se lo fanno perdono quel po’ di credibilità che possono avere presso gli elettori di Sel, se, invece, votano contro di fatto spaccano il gruppo parlamentare prima ancora di mettersi a sedere. E per di più loro devono ricollocare i 18 deputati, piazzare Pisapia e qualche altro, per cui avrebbero bisogno di avere una dote di circa 1 milione e mezzo di voti: chi glieli dà? Pisapia (al netto della confluenza di Scotto) probabilmente porta il voto suo, della moglie, del nipote e del suo portiere (ma del portiere non sono tanto sicuro), e, semmai, porta qualche amico da eleggere con lui: un costo secco. A voler azzardare una previsione molto generosa, tutti insieme, forse portano 200.000 voti: quelli di una lista di disturbo. Dunque gli ex Sel e lo stesso Pisapia hanno tutto l’interesse a mimetizzarsi in una lista più ampia, come quella con Mdp per prendere quel che gli riesce.

Infine Sinistra Italiana che, paradossalmente, esce avvantaggiata dall’uscita di Scotto trovandosi con un gruppo parlamentare abbastanza sfoltito ma con un buon rapporto con la base elettorale. Per di più ha la possibilità di mangiare qualche frangia elettorale tanto al Pd quanto ai 5 stelle. Molto dipenderà dall’iniziativa politica che saprà avere. Inoltre, sarebbe saggio che Rifondazione Comunista e Pci, ex comunisti italiani (o quel che resta di entrambi) confluiscano nelle fila di Sinistra italiana, pur mantenendo l’identità comunista (e di formule ce ne potrebbero essere diverse). Anche perché tanto Rifondazione (che i sondaggi stimano allo 0,6% dei voti) che gli ex comunisti italiani (che forse hanno uno 0,2-3%) non hanno grandi prospettive davanti a sé e, dunque, non si capisce quale funzione potrebbero svolgere da soli.

Auguri e buon quorum a tutti, cari compagni...

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