Nove mesi fa è stato eletto il nuovo presidente Gustavo Petro, nella coalizione del Pacto Histórico, sulla base di poche ma chiare parole d’ordine: pace, cambiamento e lo slogan reso famoso dalla vicepresidente Francia Márquez: “Vamos a vivir sabroso”.
Il progetto di Petro e Márquez, che in questi mesi sta prendendo forma, intende fare della Colombia una potenza mondiale della vita, il che è stato declinato tanto sul lato ambientalista – con i progetti di tutela della biodiversità di questo paese – ma altrettanto sul piano sociale. È soprattutto quest’ultimo che mette in discussione gli attuali rapporti di forza tra le classi in Colombia.
Prima di entrare nel merito delle riforme sociali del governo del Cambiamento, è bene tener presente che la Colombia è un paese smaccatamente classista, è stato governato per anni dalla destra più reazionaria, e – tanto per fare due esempi riguardo alla politica estera – è il paese del Sud America più vicino alla NATO, in termini di collaborazione militare; invece rispetto all’organizzazione sociale interna basti pensare che le città sono divise in Comunas con estratos che vanno dal 1 (quartieri in cui a mala pena esiste l’acqua potabile) al 6 (quartieri con standard di vita paragonabili ai Parioli di Roma se non migliori).
Inoltre, la questione della violenza è tutt’altro che risolta, esistono ancora “barriere invisibili” nei barrios, limiti da non oltrepassare pena la vita, in quanto territorio in mano a bande criminali/mafiose.
La famosissima Comuna 13 di Medellín, nonostante la forte spinta turistica di questi ultimi anni, è ancora una zona in cui i barrios si aprono di giorno (solo per i turisti) e si richiudono di notte; se sei originario di un quartiere non puoi lavorare nell’altro, non puoi andare a comprare, non puoi nemmeno passarci senza pagare “l’ingresso”, con il pizzo se sei un commerciante o con la vita.
In sostanza è un paese in cui, a parte in alcune zone circoscritte, esiste una disuguaglianza spaventosa fra chi non ha praticamente niente e chi invece vive nello sfarzo più assoluto.
In questo contesto il governo di Petro e Francia Márquez, ha avviato un processo di riforma radicale (appunto “Il Cambiamento”), per il momento basato su tre grandi riforme: la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro e la riforma della sanità.
Tre temi di sinistra, affrontati in direzione opposta alle politiche liberal-conservatrici finora adottate. A queste si associa un approccio del governo nei confronti delle organizzazioni armate presenti nel paese diverso rispetto al passato.
Gustavo Petro intende dar forza al Proceso de Paz, ovvero creare quelle condizioni sociali perché le persone non siano obbligate ad arruolarsi in bande criminali e allo stesso tempo concertare con le organizzazioni armate le condizioni della pace (in particolare con FARC e ELN), a differenza dei governi Uribisti, che hanno fatto diventare la Colombia praticamente un narcostato sviluppando una narrazione paternalista e repressiva del conflitto armato nel paese, il che non ha fatto altro che incrementare il fenomeno dei Falsos positivos.
Ovvero, campagne propagandistiche contro il narcotraffico con cui i governi individuavano il numero di criminali afferenti all’organizzazione da colpire, i quali avrebbero dovuto essere eliminati/arrestati, ma che in realtà venivano presi tra i leader sociali, gli attivisti, i poveri e gli emarginati che nulla avevano a che fare con la droga.
Si può affermare senza ombra di dubbio che il nuovo governo sta attuando una linea politica progressista di sinistra, in cui la caratteristica principale è l’impronta sociale delle riforme.
La scandalo delle riforme
Come già anticipato, il dibattito politico in questi nove mesi si è concentrato sulle riforme delle pensioni, del lavoro e della sanità.
La prima di queste intende dare una pensione anche a chi non ha contribuito negli anni passati con un salario; ad oggi solo una persona su quattro ha diritto ad una pensione in Colombia, il che crea una condizione di indigenza della maggioranza delle persone fuori dall’età lavorativa.
La riforma del lavoro invece persegue tre obiettivi: la fissazione dell’orario di lavoro ad otto ore (attualmente non esiste un limite all’orario di lavoro, normalmente chi lavora lo fa per 10/12 ore al giorno); il pagamento delle ore di lavoro notturne, equiparate fino a questo momento alle ore di lavoro diurno; l’eliminazione del gap di genere negli ambienti di lavoro e l’equiparazione dei salari tra uomini e donne.
La riforma sulla sanità, che risulta la più avanzata in termini di approvazione legislativa, con l’84% del testo approvato, intende far diventare la salute e la prevenzione un diritto omogeneamente diffuso su tutto il territorio, e non un privilegio degli abitanti degli estratos alti.
Tra i primi atti della riforma c’è l’intenzione di ampliare la direzione pubblica della Drogas La Rebaja, un’azienda farmaceutica di Stato che produce vaccini.
Chiunque abbia un minimo di coscienza riterrebbe queste riforme non certo rivoluzionarie, ma sicuramente necessarie, invece l’opposizione di destra a questo governo – ancora supporter di personaggi condannati dalla Storia recente di queste paese come l’ex presidente Ivan Duque – è entrata in forte fibrillazione e cerca di riprodurre il tipico copione reazionario latino americano.
Così come per Pedro Castillo in Perú e Lula in Brasile, solo per fare due esempi, tramite i mezzi di comunicazione, la destra ha avviato una campagna di destabilizzazione del governo che Petro ha immediatamente chiamato con il suo nome “Golpe blando”.
Attraverso la rivista Semana, un mezzo d’informazione tra i più volgari e razzisti che esistono nel paese, due membri del governo – l’ambasciatore colombiano in Venezuela, Armando Benedetti, e la capa del Gabinetto, Laura Sarabia – sono stati accusati di abuso di potere.
Il primo, secondo la rivista Semana, famosa per la contraffazione di audio e intercettazioni, avrebbe affermato che senza i fondi ricavati dalle organizzazioni armate il Pacto Histórico non avrebbe mai vinto le elezioni (soprattutto nell’aria della costa pacifica); a questo si associa ovviamente una narrazione ributtante di continuo screditamento delle FARC e dell’ELN, responsabili – per i media nazionali – di ogni male del paese.
Laura Sarabia invece è accusata di aver mobbizzato la propria bambinaia in seguito alla sottrazione da parte della dipendente di una valigia piena di soldi, la stampa afferma però che la bambinaia avrebbe rapporti con gruppi paramilitari.
La destra, tuttavia, non usa solo la stampa per le proprie campagne, ma anche le istituzioni del paese e gli apparati burocratici che ancora sono fortemente ancorati ai sistemi para-mafiosi e clientelari dei governi precedenti.
Tanto che se la Semana fa propaganda, il CTI (Cuerpo Técnico de Investigación de la Fiscalía General della Nación) avvia le indagini e provoca la crisi di governo in corso.
Una crisi tutta interna alle istituzioni che nulla ha a che fare con la legittimità del governo, ma forte abbastanza da costringere David Racero, il presidente della Camera in quota al Pacto Histórico, a sospendere il dibattito legislativo sulle tre riforme.
Il governo, nei mesi scorsi, ha promosso un dibattito realmente democratico su queste tre riforme, coinvolgendo i sindacati e tutti i corpi intermedi della società, oltre che ovviamente il popolo colombiano. Nella macchina del fango messa in moto dalla destra tramite i mezzi di informazione in suo possesso, il presidente è anche stato accusato di autoritarismo rispetto all’iter seguito.
Nella realtà, a sostenere il Cambiamento è il popolo e non solo il Pacto Histórico e i suoi leader, come dimostrano le manifestazioni convocate dallo stesso presidente nel mese di marzo, quella del primo maggio e l’ultima, del 7 giugno, che ha dato una forte risposta di piazza al Golpe Blando e a favore del Cambiamento.
A differenza dei presidenti precedenti, coinvolti in scandali ben più profondi di questo, Gustavo Petro ha immediatamente sospeso sia l’ambasciatore sia la capo di Gabinetto e, nonostante sia consapevole della propaganda contro la coalizione che lo sostiene, ha insistito affinché si indagasse su queste infamanti accuse.
Un segno della diversità di un presidente sostenuto dal popolo, che non ha problemi a mettere in discussione se stesso e i membri del governo di fronte a paventati scandali.
E allora Mancuso? E allora D’Alema?
La Storia della Colombia è attraversata da scandali, spesso lasciati nel dimenticatoio sia dei media che della politica nazionale e internazionale, è questo il caso di due esempi piuttosto recenti.
Il primo riguarda le dichiarazioni di Salvatore Mancuso, colombiano di padre italiano, capace di fare arrivare 8 tonnellate di cocaina nel porto di Gioia Tauro e condannato a 15 anni di carcere negli Stati Uniti.
In Colombia è accusato di oltre 5.200 atti di violenza, come omicidi, sparizioni forzate e violenze di genere, nel suo ruolo di jefe dell’AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, un’organizzazione paramilitare di ultradestra attiva nel narcotraffico).
Nel 2020 ha deciso di collaborare con la JEP (Jurisdicción Especial para la Paz), e le dichiarazioni che sta facendo sollevano scandali grossi come l’intera cordigliera andina. Queste hanno una portata talmente ampia da meritare uno spazio dedicato, ci limitiamo qui ad accennarne qualcuna.
Mancuso ha avuto strette collaborazioni con gli apparati dello stato e ha dichiarato di aver appoggiato tramite la sua organizzazione l’elezione del presidente Pastrana e di Alvaro Uribe.
Inoltre, in collaborazione con lo Stato e il presidente della Colombia Francisco Santos (2002-2010) e all’epoca sindaco della capitale, durante l’avanzamento della guerriglia delle FARC verso Bogotá, ha occupato con l’AUC i territori della metropoli opponendosi alla guerriglia.
Sia Uribe che Pastrana hanno denunciato Mancuso per false dichiarazioni, ma per la JEP una cosa è chiara: la commistione tra Stato e AUC ha permesso l’espansione territoriale ed economica di questa organizzazione di narcos, più di 250 dirigenti politici, 72 congressisti e 15 governatori sono stati già condannati con l’AUC in uno scandalo chiamato parapolítica.
Inoltre, Mancuso ha segnalato numerose fosse comuni in cui sono seppelliti centinaia di persone nel nord del paese, al confine con il Venezuela, scavate in collaborazione con i militari colombiani.
Sempre nel nord del paese l’AUC è stata responsabile della smobilitazione di parte dei guerriglieri dell’ELN nel 1996, rivelando che è stata una smobilitazione fittizia che in realtà ha trasferito gli armamenti di buona qualità in dotazione all’ELN ai gruppi dell’AUC, mentre il governo dell’epoca si vantava appunto della vittoria sui guerriglieri armati dell’Esercito di liberazione.
In ultimo, le collaborazioni dell’AUC, secondo le rivelazioni di Mancuso non si sono fermate agli apparati politici ma sono arrivate ai massimi vertici di alcune multinazionali come la Drummond, azienda petrolifera, già accusata in passato di relazioni con i narcotrafficanti, e la più nota alle latitudini europee Bavaria.
Un’azienda dal passato colonialista, responsabile nella storia del paese di aver imposto il consumo di birra con campagne denigratorie e razziste delle bevande autoctone.
Di tutto ciò ovviamente i media nazionali non parlano, badano invece a costruire campagne per screditare questo governo.
Venendo ancora più vicino all’Italia è emersa anche nelle aule di tribunale, la vicenda di D’Alema e Profumo e della compravendita di aerei e mezzi da guerra proprio durante le grandi mobilitazioni del Paro Nacional del 2021, quando era in carica il governo di Duque, la marionetta di Uribe.
Sembrerebbe che D’Alema abbia fatto da intermediario per una commessa militare tra Leonardo, con a capo Profumo, e il governo colombiano anche attraverso relazioni con gruppi criminali negli Stati Uniti, con tanto di mazzette milionarie per i politici colombiani.
Lo riportiamo per mettere in evidenzia il ruolo, per i tribunali ancora presunto, dei cosiddetti “ex-comunisti” e delle aziende di Stato italiane nelle dinamiche del Sud America: relazioni con corrotti, criminali, mafiosi e reazionari della destra più estrema.
Per concludere, di fronte ai ventilati scandali del Pacto Histórico, restano i fatti di questo governo e il sostegno popolare di cui godono Gustavo Petro e Francia Márquez.
Le riforme, i rinnovati rapporti con il Venezuela e l’apertura delle frontiere, gli accordi di pace con FARC e ELN, come l’ultimo cessate il fuoco firmato a Cuba tra il governo colombiano e il jefe dell’ELN, Pablo Beltrán, alla presenza del presidente Díaz Canel.
Sono piccoli passi verso il Cambiamento in un contesto certamente difficile, in cui le condizioni sociali della popolazione sono pessime e il conflitto armato nel paese causa ancora morti e spaventose contraddizioni nella popolazione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2023
05/09/2020
Colombia - La pace tradita, la “parapolitica” e i massacri
Nelle ultime settimane la Colombia è tornata a fare notizia.
Il mese di agosto si è contraddistinto per l’arresto ai domiciliari
dell’ex-presidente Alvaro Uribe — accusato di aver comprato testimoni in
una causa per associazione paramilitare — e per l’elevato numero di
massacri registrato in varie delle zone più povere del Paese (si è
arrivati così a oltre 40 stragi nel 2020).
Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.
Una strage di firmatari della pace e non solo
Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].
Agosto segnato dal sangue
Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari
La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.
Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].
Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].
L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).
Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.
Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.
Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.
Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità
L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).
Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].
Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Fonte
Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Nei fatti, però, l’impegno governativo è stato deficitario e lento, l’abbandono e la consegna delle armi è divenuto un atto unilaterale a cui non sono corrisposte nei fatti le garanzie giudiziarie pattuite per gli appartenenti alla ex guerriglia, così come non vi è traccia dell’implementazione delle politiche di giustizia sociale previste nell’accordo.Questi fatti, secondo alcuni esponenti delle FARC come Iván Márquez[2], Edison Romaña e Jesús Santrich corrispondono al tradimento (ennesimo) degli accordi da parte dello Stato borghese colombiano che prosegue con le sue politiche controinsurgenti di sterminio. Infatti, il 9 aprile del 2018, venne imprigionato Jesús Santrich, delegato per la guerriglia ai negoziati e senatore eletto per il partito FARC, accusato di narcotraffico da un tribunale di New York, che chiese la sua estradizione negli Stati Uniti. Il processo è stato segnato dall’ingerenza dell’ambasciatore statunitense a Bogotà, Kevin Whitaker e dalle pressioni della DEA Americana, ed è stato definito una “farsa” non solo dal partito FARC, ma anche dall’ex-presidente Ernesto Samper[2]. La JEP ha deciso di non estradare Santrich e, infine, il 29 maggio 2019 la Corte Suprema ha ordinato la sua scarcerazione.
Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.
Una strage di firmatari della pace e non solo
Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
Con il disarmo della principale forza di opposizione, l’establishment ha trovato via libera per sottomettere ogni voce di protesta mediante la violenza. L’accordo di pace che apparentemente doveva servire ad “allontanare le armi dalla politica”, in realtà è servito per lo sterminio fisico degli oppositori.La precaria situazione ha obbligato centinaia di guerriglieri – dissidenti rispetto alla direzione opportunista del Partito della Rosa – a tornare sui monti e riprendere le armi, ritenendo che le cause politiche e sociali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, né tantomeno lo è il terrorismo di Stato. Tra questi si trovano lo stesso Jesús Santrich (riuscito ad evadere ai controlli che pesavano su di lui), Oscar Montero “El Paisa” e Iván Marquez, comandante del Blocco Sud e del Blocco Caribe, i quali nell’agosto del 2019 hanno dato vita alla nuova organizzazione armata delle FARC-EP, “Segunda Marquetalia”, che si pone in continuità con l’organizzazione originaria riprendendo il cammino dei comandanti Marulanda e Jacobo Arenas iniziato nel 1964. In merito si è espresso il Partito Comunista Clandestino di Colombia (PCCC, storico braccio politico della guerriglia): «I comunisti hanno il dovere etico e politico di rispettare e considerare le ragioni di chi crede nella via della rivolta armata, senza perdere di vista il fatto che non sono stati i ribelli in Colombia a generare le cause dello scontro, né sono stati loro a tradire gli accordi. È quindi una mascalzonata accusarli di essere “disertori della pace”. La determinazione a continuare nella clandestinità non obbedisce a capricci della guerriglia o dei comunisti che vedono chiusi o troppo ristretti gli spazi per la lotta aperta. E questa posizione che deriva da una necessità imposta dal carattere del regime, non toglie nulla alla condizione politica che ispira le nostre ragioni. Tantomeno quando ogni giorno non solo si moltiplicano le cause all’origine della rivolta armata ma sono più evidenti e straripa la guerra sporca e la persecuzione contro chiunque non coincida con le politiche dell’establishment»[5].
E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].
Agosto segnato dal sangue
Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Secondo il governo colombiano, le morti sono dovute a “scontri tra bande armate legate al narcotraffico”, e tra queste “bande” segnala anche i gruppi guerriglieri (FARC-EP, ELN, EPL) che respingono queste false accuse attribuendo i massacri alla polizia e esercito in alleanza con i gruppi paramilitari dei narcos che agiscono con impunità.Il presidente Iván Duque ha chiesto di non chiamarli massacri ma “omicidi collettivi”[8], cercando con questo eufemismo di nascondere la realtà e la gravità di quanto sta avvenendo. Il governo ha ammesso che le vittime degli “omicidi collettivi” degli ultimi due anni salgono a quota 188. [9]
Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari
La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.
Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].
Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Gli interessi imperialisti di Washington in territorio colombiano portarono milioni di dollari in equipaggiamento militare per l’esercito, il quale, insieme a una strategica alleanza con i paramilitari, riuscì a far retrocedere la guerriglia ai minimi storici, riportando la guerra nelle campagne lontane dai centri urbani, dove i crimini sarebbero passati inosservati da buona parte dell’opinione pubblica.La complicità dei media nazionali e internazionali fu fondamentale per permettere al governo di Uribe di condurre una guerra sporca non solo contro la guerriglia, ma contro ogni elemento di opposizione politica e sociale. Spionaggio contro politici e attivisti, simbiosi tra esercito e paramilitari e l’entrata del paramilitarismo in politica, furono la marca da bollo dei due governi Uribe. E così, mentre in Colombia dal 2002 al 2010 si sono registrati 403 massacri, 6430 omicidi politici e oltre 24 mila sparizioni, all’estero la figura di Uribe Vélez si ergeva come il contrappeso a quella di Hugo Chávez. Il modello colombiano di “pugno di ferro” contro la guerriglia e di politiche neoliberiste veniva spacciato come “l’alternativa di successo” al modello chavista in Sudamerica.
Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].
L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).
Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.
Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.
Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.
Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità
L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).
Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].
Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Forse è un caso, ma la procedura di estradizione avanzata dallo stato colombiano agli Stati Uniti ha presentato degli errori che hanno permesso agli avvocati di Mancuso di rigirare la frittata e riuscire ad evitare la giustizia colombiana, con il trasferimento in Italia che era previsto per il 4 settembre. Procedura che è stata però fermata il 29 agosto, con le autorità statunitensi che hanno cambiato a sorpresa la sentenza decidendo per l’estradizione in Colombia senza che sia però ancora esecutiva dando la possibilità di fare appello per rimanere negli Stati Uniti.Oltre ai massacri, omicidi e sparizioni mai chiarite di sindacalisti, dirigenti e attivisti sociali, comunisti e popolazione civile “colpevole” di vivere su terreni che dovevano diventare piantagioni o miniere, Mancuso è testimone fondamentale in innumerevoli operazioni di riciclaggio del narcotraffico tramite società di cui deteneva quote e che si sono avvalse delle banche colombiane a tale scopo. Le sue dichiarazioni possono segnare un punto di svolta nella ricerca dei mandanti di centinaia di morti che hanno scosso la Colombia dagli anni '90 ad oggi. Vedremo gli sviluppi, ma, a quanto pare, per buona parte dell’establishment colombiano, vale molto di più il suo silenzio.
Fonte
28/08/2020
Un narcofascista pluriomicida colombiano arriva in Italia, libero
Arriverà in Italia con un volo Delta proveniente da New York. L’uomo si chiama Salvatore Mancuso Gomez, figlio di un italiano di Sapri emigrato in Colombia. Un nome che ha seminato terrore nella Colombia degli scorsi decenni.
Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (AUC), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle FARC e dell’ELN, apertamente sostenute dalla CIA e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.
Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia.
A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”.
Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”.
L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.
In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle AUC sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione.
Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.
Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’AUC, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba.
Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.
Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.
Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.
L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase contro insurrezionale in funzione anti FARC sia nella fase del narcotraffico.
Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta.
Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle 'ndrine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia.
Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.
Fonte
Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (AUC), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle FARC e dell’ELN, apertamente sostenute dalla CIA e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.
Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia.
A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”.
Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”.
L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.
In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle AUC sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione.
Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.
Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’AUC, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba.
Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.
Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.
Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.
L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase contro insurrezionale in funzione anti FARC sia nella fase del narcotraffico.
Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta.
Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle 'ndrine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia.
Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.
Fonte
16/06/2016
Colombia: il ‘contro-plebiscito’ di Uribe, la ‘Cumbre’ contadina e la partecipazione a ‘Freedom-2’
Durante i primi quindici giorni di giugno la Colombia è rimasta con il fiato sospeso in previsione delle nuove e importanti decisioni che il presidente Santos deve prendere sia per ciò che riguarda le questioni cruciali di politica interna sia per quelle di ambito internazionale, perché l’ex-presidente colombiano, Alvaro Uribe ha richiesto all’OSA (1) di promuovere l’intervento militare contro il Venezuela bolivariano, mentre un altro ex-presidente, ugualmente colombiano, Ernesto Samper stimolava l’UNASUR (2) a convincere l’opposizione venezuelana ad arrivare ad una concreta pacificazione con il governo bolivariano di Nicolas Maduro. Due posizioni completamente differenti e che spaccano in due l’OSA e l’UNASUR lasciandoli in balia dei giochi politici promossi e voluti dalla Casa Bianca.
Nello stesso tempo, ha avuto un eco importante in Colombia l’unico punto in comune tra i due candidati alla Casa Bianca, il repubblicano Trump e la democratica Clinton. Entrambi hanno promesso di far saltare il governo bolivariano in Venezuela. Per questo l’ambasciatore statunitense in Colombia, Kevin Whitaker, si è più volte recato a Palacio de Nariño per confermare al presidente Santos che i due candidati alla Casa Bianca contano sulla Colombia per far cadere il governo bolivariano. Whitaker ha anche informato il consigliere per la sicurezza del presidente, Sergio Jamarillo, sulle nuove funzioni operative che l’ammiraglio Kurt Tidd, capo del South Atlantic Command, ha definito per le sei basi FOL (3) che l’esercito statunitense possiede in Colombia nell’ambito dell’operazione “Freefom-2”.
I primi commenti in “off” indicano che il generale-presidente Juan Manuel Santos non ha gradito molto il tono di Trump e della Clinton, per questo motivo ha congedato l’ambasciatore statunitense con un diplomatico “Yes Sir” che, in realtà, cerca di mascherare i numerosi problemi che la dipendenza dagli USA sta provocando al governo colombiano, sia in termini geostrategici che geopolitici.
Da ricordare che il suo successo elettorale Santos in parte lo deve al Venezuela bolivariano e soprattutto a Hugo Chavez che gli permise, fin da quando era Ministro della Difesa nel governo di Alvaro Uribe, di farsi portavoce del processo di pacificazione con la guerriglia. Infatti, il 25 maggio 2014 Santos fu rieletto con i voti della sinistra, cui promise che avrebbe iniziato i negoziati con le FARC. E fu in conformità con quest’accordo che il sindaco di Bogotá, Gustavo Petro e la candidata del Polo Democratico Progressista, Clara Lopez, indicarono ai propri elettori di votare per Juan Manuel Santos.
Perciò l’eventuale partecipazione dell’esercito colombiano ad una invasione del Venezuela, o a sostegno delle operazioni previste dal piano statunitense “Freedom-2” per far cadere il governo bolivariano, provocherebbe in Colombia due gravi crisi:
- una profonda crisi di governo provocata dalle dimissioni di tutti i ministri, segretati e sotto-segretari di stato appartenenti all’alleanza del centro-sinistra (4), ed anche di quelli nominati dal Nuovo Partito Liberale (5), nonché la dimissione dei direttori di dipartimento che nel governo rappresentano le comunità indigene e quelle afro-colombiane;
- la seconda crisi scoppierebbe con le FARC e con l’ELN, anche perché alcuni settori dell’esercito colombiano, della polizia e i nuovi blocchi di para-militari ne approfitterebbero per attaccare le roccaforti che la guerriglia mantiene intatte lungo la frontiera con il Venezuela.
Una situazione delicatissima che il presidente Santos e il suo consigliere per la Sicurezza riuscirono a sbrogliare dopo aver negoziato con l’ELN la liberazione di Jair de Jesus Villar e di Ramòn José Cabrales, e quindi a neutralizzare le pesanti critiche di Regina Zuluaga Henao, rappresentante nel Parlamento del Centro Democratico (6) e, soprattutto, quelle del Procuratore Generale, Alejandro Ordñez Maldonado (7) secondo cui “...il plebiscito con cui il presidente Santos pretende di legittimare gli accordi con le FARC è un imbroglio!”.
Lo scandalo di “El Chuchìn Chocolate”
Subito dopo la catilinaria del Procuratore Generale Ordoñez e dei parlamentari dell’uribismo, è scoppiato lo scandalo di “El Chuchìn Chocolate” che, in realtà, ha contribuito a congelare la fase conclusiva dei negoziati con le FARC e la fase iniziale dei colloqui con l’ELN. Infatti, questo scandalo ha nuovamente riaperto le contraddizioni e i dubbi che rimangono quando si analizzano i presupposti politici e giuridici che il presidente Santos utilizza per limitare le richieste delle FARC. Contraddizioni che creano numerosi problemi ai comandanti della guerriglia ad accettare a occhi chiusi la linea del governo.
Venti giorni prima dello scandalo di “El Chuchìn Chocolate”, il Presidente Santos faceva una dichiarazione molto ambigua dicendo che: “...il processo di pace con l’ELN e quello con le FARC sono molto differenti, però la fine del conflitto in Colombia deve essere una sola, per questo con le FARC e poi con l’ELN il governo ha tracciato chiaramente le linee rosse che non possono essere superate. Per esempio, con la guerriglia non saranno oggetto di discussione i modelli economici, quelli politici del paese, nemmeno il sistema che regola la proprietà privata, le questioni inerenti alla dottrina militare e all’ordine pubblico. Come pure per quanto riguarda il fenomeno dei para-militari è certo che non sarà creata una nuova Commissione della Verità e un nuovo Tribunale per la Pace e tantomeno sarà organizzata una nuova Missione Internazionale di Verifica!”. In pratica la guerriglia, oltre ai vari presupposti presentati dal presidente di Santos, dovrebbe accettare in silenzio, anche, l’apparente processo di pacificazione che l’ex-presidente Alvaro Uribe realizzò con i para-militari delle AUC (8).
Una situazione che, comunque, ha riaperto la questione del para-militarismo perché il 23 maggio è accaduto un fatto importante che può rimettere in discussione quello che Uribe e lo stesso presidente Santos (all’epoca Ministro della Difesa), negoziarono con i capi delle AUC. Infatti, alcuni abitanti di Rovira hanno riconosciuto nell’aeroporto di Medellin “il boia di La Dorada”, obbligando la polizia ad arrestarlo, nonostante questi fosse il capo della sicurezza del sindaco di Turbo, Alejandro Abuchar.
Il “boia di La Dorada” e cioè Alex Armando Rovira Correa, era uno dei comandanti del Bloque Sur delle estinte AUC, conosciuto con il soprannome di “El Chichin Chocolate”. Costui, nonostante le amnistie del governo Uribe, fu ugualmente condannato dal tribunale poichè il 7 novembre 1999 guidò il massacro di El Placer, nella località di La Dorada (Dipartimento di Putumayo), in cui per terrorizzare gli abitanti del territorio, sospettati di essere simpatizzanti delle FARC, arrestò ventuno persone, tra cui i presidenti delle associazioni dei contadini, dei quartieri, i sindacalisti e i responsabili dei gruppi umanitari, che furono pubblicamente torturati, seviziati e poi barbaramente uccisi.
Quindi, l’arresto del “boia di La Dorada”, ha riaperto il capitolo sui 3.000 mercenari delle AUC che non accettarono il processo di pacificazione e che insieme al loro capo Carlos Castaño, svanirono ufficialmente nel nulla. Inoltre, in questi giorni sta tornando a galla la grande contraddizione tra la metodologia per il reinserimento che il governo usò nel 2005 con i para-militari delle AUC e quella che oggi si pretende d'imporre a FARC ed ELN con il disarmo e l’operato dei tribunali, che non riconoscono ai guerriglieri il loro status politico. Cosa che invece fu il motivo principale dell’amnistia di Uribe nei confronti dei para-militari. Perciò, se non ci saranno modifiche, la maggior parte dei guerriglieri delle FARC e dell’ELN rischierebbero da sei otto a dodici anni di carcere, mentre il 98% dei mercenari delle AUC ha ricevuto il beneficio degli arresti domiciliari o del lavoro sociale nelle ONG finanziate dal governo.
Per questo, dopo l’arresto del “boia di La Dorada” il governo ha in sostanza addormentato i negoziati con le FARC e l’ELN, per non dover riaprire il capitolo sui mercenari delle AUC e sul preteso inserimento sociale di questi che sono diventati dei miliziani “a la paisana” (in borghese). Un termine che l’analista Mariella Guerreiro traduce in dettagli: “...gli ex-AUC adesso non ammazzano e non terrorizzano più la gente come un tempo. Però, là dove sono stati reinseriti, in maggior parte nelle favelas di Medellin, Cali, Bogotá, Barranquilla, Cartagena, Cucuta, Ibadué e Santa Marta, esercitano il ruolo importante di informatori della polizia e dei servizi di intelligence, esercitando il ruolo di difensori dell’ordine costituito...”.
La Cumbre Campesina, Agraria, Campesina, Etnica e Popolare
Per dodici giorni 65.000 manifestanti hanno protestato contro il governo rivendicando il rispetto delle promesse che lo stesso presidente Santos fece subito dopo la sua rielezione nel 2014, anche perché le condizioni dei contadini e dei piccoli proprietari è peggiorata, non solo a causa della crisi economica, ma soprattutto perché il governo continua a dare attenzione solo ai proprietari delle grandi aziende agricole, ai latifondisti allevatori di bovini e alle “Farm” create dalle multinazionali.
Soggetti che hanno aumentato le loro proprietà comprando, a prezzi ridicoli, tutti quei terreni che i mercenari delle AUC hanno espropriato a 3,5 milioni di contadini “desplazados”, minacciando di farli fucilare perché “sospetti di mantenere relazioni con le FARC”.
Quindi, la Cumbre Campesina, (9) nelle sue manifestazioni di protesta ha rivendicato la realizzazione di una riforma agraria e di una serie di modifiche del cosiddetto credito agricolo, oltre allo sviluppo di nuove infrastrutture per capitalizzare la produzione agricola dei piccoli proprietari.
In termini giuridici La Cumbre ha rivendicato la riacquisizione dei terreni che furono espropriati dalle AUC, per restituirli ai legittimi proprietari. Un argomento che rientra nel terzo capitolo dei negoziati con le FARC e sul quale adesso anche l’ELN insiste, perché con l’espulsione, oltre alle violenze fisiche, ci fu anche il danno della perdita dei terreni e delle abitazioni, oltre al il furto dei beni e degli animali. Una situazione che il governo vorrebbe minimizzare con un “bonus” per i 3,5 milioni di contadini “desplazados”. Un pagamento quasi simbolico che servirebbe a lasciare le antiche proprietà espropriate dai para-militari nelle mani delle nuove imprese nazionali e multinazionali, che a detta dei funzionari del Ministero dell’Agricoltura, “...hanno modernizzato la struttura agricola dei territori in questione, con le colture della palma da olio africana (per il biodiesel), del caffè, del cacao...”.
Per questo gli undici movimenti che hanno organizzato la Cumbre, dopo aver mobilitato 65.000 contadini e dopo aver aspettato invano una risposta dal governo, il 6 giugno hanno iniziato a occupare le autostrade, realizzando 40 blocchi stradali, soprattutto lungo la grande autostrada “Panamericana”. E’ inutile dire che la Polizia Stradale e i Battaglioni Anti-sommossa sono intervenuti brutalmente arrestando 130 manifestanti e uccidendone tre nei pressi di Cauca.
Nel comunicato dell’8 giugno, il portavoce della Cumbre annunciava la continuazione del “paro agrario”, cioè dello sciopero contadino, fin tanto che il governo non risponderà alle rivendicazioni dei contadini e alle proposte iscritte nell’agenda dei negoziati in corso a Cuba con le FARC. In risposta, il Ministero della Difesa ha subito accusato le FARC e soprattutto l’ELN di “agitare i contadini con la propagando politica della guerriglia”. Un motivo in più per il governo Santos per addormentare i negoziati con la guerriglia fino a ottobre.
Il futuro dei negoziati di pace e le relazioni con gli USA
Nel 2009, i paesi membri di UNASUR esigevano che il presidente della Colombia, Alvaro Uribe Velez, rivelasse il contenuto del trattato con gli USA, poiché il South Atlantic Command aveva installato 6 basi (FOL) in Colombia, aumentando sensibilmente la presenza degli effettivi della DEA, senza però ottenere risultati effettivi nella lotta al narcotraffico.
Una realtà che per molti analisti colombiani è piena di ambiguità e a questo proposito Mariella Guerreiro ricorda: “...Senza le attività dei narcos, il governo degli Stati Uniti non avrebbe mai potuto imporre al governo colombiano l’istallazione di 6 grandi basi aeree FOL, cioè basi militari predisposte per garantire il pronto intervento aereo, non solo in Colombia ma in tutta la regione amazzonica, cioè il Venezuela, l’Ecuador e il nord del Brasile. Nello stesso tempo, questi accordi segreti che iniziarono con il Plan Colombia, hanno imposto l’uso delle fumigazioni per far seccare le piantagioni di foglia di coca. In realtà stanno distruggendo tutta la catena ambientale di parecchie regioni della Colombia, poiché la pianta della foglia di coca resiste ai veleni Roundup lanciati con le fumigazioni aeree. Il dramma è che, però, il resto della vegetazione muore, con i venti e i torrenti che trasportano questi veleni in altre zone dove non è coltivata la foglia di coca. Quindi, muoiono i laghi pieni di veleno, muoiono gli animali che bevono quest’acqua e in molti villaggi indigeni ci sono stati molti parti di bambini deformi e soprattutto molti aborti naturali...”.
Oggi, queste sei basi cominciano ad essere preparate per essere “operative” a tutti gli effetti nei confronti del Venezuela. Bisogna riconoscere che, per il momento, il Ministero della Difesa della Colombia non ha mobilitato nessun “Batallòn de Montoneros” (truppe speciali) dell’esercito colombiano. Però, è anche vero che il piano “Freedom 2”, in Colombia sta procedendo a livello di collaborazione tra i reparti di intelligence dell’esercito e dell’aviazione colombiana con i comandi statunitensi delle 6 basi FOL.
Una situazione che rende sempre più difficili i negoziati con la guerriglia, perché secondo fonti “ben informate” di Palacio de Nariño, cioè la presidenza della Colombia, il silenzio sui negoziati continuerà fino a ottobre, cioè fino alle elezioni presidenziali negli USA. Un lungo periodo di quattro mesi in cui dovrà essere definita la situazione di “Freedom-2”, definendo tempi e modalità operative, sempre che i partiti dell’opposizione venezuelana riescano ad essere maggioritari anche nelle strade. Cosa che fino ad oggi non sono mai riusciti a fare, limitandosi a piccole operazioni di terrorismo locale con i “pistoleros guarimbas”.
E’ improbabile che il nuovo presidente degli USA, dopo la preparazione dell’aggressione geo-politica messa a punto da Barack Obama al Venezuela bolivariano, scelga di fare un passo indietro. Anche perché negli USA tutti sono convinti che il governo argentino di Maurizio Macri consoliderà la sua leadership in America Latina, mentre per il Brasile le “eccellenze” del partito Democratico e quelle del Partito Repubblicano sono convinte che il golpista Michel Temer riuscirà a governare fino al 2018, mantenendo il Brasile distaccato dal Venezuela bolivariano.
Un contesto abbastanza complesso dal punto di vista geo-politico che può mettere in discussione alcuni risultati dei i negoziati di pace, permettendo al governo colombiano di imporre condizioni “sine qua non” alle FARC e poi all’ELN.
Le questioni geo-strategiche e geo-politiche dell’America Latina adesso ruotano intorno all’evoluzione della capacità di resistenza e di rinnovamento del PSUV e del governo bolivariano di Nicolas Maduro. Come pure saranno di estrema importanza tutte le mosse che i tre fronti del movimento popolare realizzeranno in Brasile nei prossimi mesi. Come giustamente diceva la politologa brasiliana Virginia Fontes: “...Soltanto quando il movimento riuscirà a far scendere le favelas nella città dell’asfalto, con tutti i rischi e i drammi che possono sorgere, allora e soltanto allora la borghesia capirà di aver perso la battaglia. Quindi per non perdere tutto e soltanto quando capirà che l’esplosione del “povao” (popolo) può mettere a repentaglio il suo benessere e il suo status sociale, ripeto soltanto in questo momento è che si dimostrerà disposta a fare un accordo con il PT che oggi condanna e insulta...”.
NOTE
(1) – OSA: Organizzazione degli Stati Americani
(2) – UNASUR: L’Unione delle Nazioni Sudamericane (in spagnolo) è una comunità politica ed economica costituita il 23 maggio 2008 con il trattato diBrasilia.
(3) – Basi FOL (Operazioni Avanzate) degli USA in Colombia sono: Arauca, Florencia, Larandia, Leticia, Puerto Leguizamo e Tre Esquinas.
(4) – Polo Democratico Progressista e Partito Verde
(5) – Cambiamento Radicale
(6) – Il Centro Democratico è il partito che l’ex-residente Alvaro Uribe Vélez, fondò nel 2013, abbandonando il “Partido del U”. Nel 2014 elesse 20 senatori, 19 deputati, 3 governatori e 154 sindaci.
(7) – Alejandro Ordñez Maldonado, oltre ad essere uno storico alleato dell’ex-presidente Alvaro Uribe è il rappresentante della destra oligarchica o come più volte disse “dell’ordine
(8) – AUC: Autodifese Unite della Colombia, create nel 1997 con l’approvazione e l’appoggio dell’esercito e dei servizi segreti colombiani, le AUC riunivano i vari gruppi paramilitari colombiani che nel 2004 avevano quasi 20.000 uomini, tutti pagati come mercenari. Nel 2005 il presidente Alvaro Uribe promuove un complicato processo di pacificazione, con molte amnistie, arrestando solo alcuni membri delle AUC storicamente legati ai clan del narcotraffico
Fonte
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