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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2025

Un nuovo partito di sinistra per la Colombia di Petro

di Geraldina Colotti

Venerdì 1° agosto l’ex presidente colombiano, Alvaro Uribe, dichiarato colpevole di frode processuale e corruzione in atto penale, è stato condannato a 12 anni, da scontare agli arresti domiciliari. La lettura della sentenza, di oltre 1.000 pagine, ha messo un primo punto fermo a una vicenda processuale in corso da 13 anni e che ha subito ogni tipo di ostacolo. La difesa presenterà appello.

Intanto, si è prodotta una sentenza storica, perché per la prima volta, in Colombia, un presidente viene condannato penalmente per reati comuni. Il caso iniziò nel 2012, quando Uribe denunciò l’allora deputato Iván Cepeda per aver presumibilmente manipolato testimonianze contro di lui. Nel 2018, la Corte Suprema non solo scartò l’indagine su Cepeda, ma ne aprì una contro Uribe per presunta manipolazione di testimoni.

Da allora, il caso ha attraversato vari momenti chiave: la detenzione domiciliare di Uribe nel 2020, le sue dimissioni dal Senato e il trasferimento del processo alla giustizia ordinaria, dove ha finalmente affrontato una fase di giudizio di 67 giorni, culminata con la sentenza di lunedì scorso. Ora, se la corte non tratta entro il 16 ottobre il ricorso d’appello, che la difesa di Uribe presenterà l’11 agosto, vi sarà la prescrizione.

E questa è sempre stata la strategia dell’ex presidente, a lungo l’uomo più potente della Colombia, che muove ancora molti interessi in un paese profondamente segnato da decenni di conflitto, disuguaglianza strutturale e dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Per voce del segretario di Stato, Marco Rubio, gli Usa hanno protestato per la sentenza, mentre il deputato della Florida, Mario Díaz-Balart, ha definito la sentenza una “farsa” e ha avvertito del “deterioramento della democrazia” in Colombia... Dello stesso tenore le dichiarazioni della rappresentante dell’estrema destra venezuelana, Maria Corina Machado, che ha espresso tutta la sua “solidarietà, fiducia e affetto” al “genuino alleato della democrazia e della libertà in Venezuela”.

L’ex presidente colombiano, Ivan Duque, il “figlioccio politico” di Uribe, ha affermato che un gruppo di ex presidenti, membri dei think tank neoliberisti, Idea e Libertà e Democrazia, hanno chiesto una supervisione internazionale a fronte delle “gravi irregolarità” commesse nel processo contro Uribe.

La sentenza avrà il suo peso nel complesso scenario politico del paese, già in fermento per le elezioni presidenziali del maggio 2026. Il presidente Gustavo Petro che, al pari di Lula in Brasile, cerca un nuovo consenso consolidando la sua figura a livello internazionale, non ha potuto compiere passi sostanziali verso un affrancamento pieno dalle tutele internazionali, data la pervasività degli interessi politico-militari nordamericani, e israeliani, presenti nel suo paese, che pullula di basi statunitensi. Nonostante la boccata di ossigeno determinata dal progressismo del governo e dal freno imposto alle ricette ultraliberiste dei governi precedenti, l’economia, fortemente legata all’estrazione di risorse naturali (petrolio, carbone, oro) e ai flussi finanziari internazionali, riproduce una divisione internazionale del lavoro che penalizza le classi subalterne.

Il ruolo storico degli Stati Uniti, attraverso aiuti militari (come fu il Plan Colombia) e accordi commerciali, ha funzionato come via d’accesso a queste risorse e per imporre una politica della “sicurezza” a tutela degli interessi del capitale transnazionale, a scapito della sovranità e dello sviluppo autonomo colombiano.

Le impennate d’orgoglio di Petro, navigato uomo di sinistra che ha combattuto e poi governato le istituzioni colombiane, vanno perciò appena un po’ oltre la politica degli annunci: la Colombia potrebbe uscire dalla Nato, smentendo la scelta dei precedenti governi di destra; la Colombia ritira i suoi diplomatici da Israele (ma non rompe i contratti multimilionari con le sue imprese tecnologiche per la sicurezza); la Colombia inalbera la bandiera di Bolivar e rinnova il suo progetto di un Patria Grande per l’America latina, però Petro non lesina critiche alla vicina Venezuela, patria e continuatrice del progetto del Libertador, con la quale pure ha firmato un accordo per una Zona economica speciale binazionale. Eccetera. Di tanto in tanto, i discorsi pronunciati da Petro nel contesto internazionale in base a un’analisi precisa delle dinamiche in corso, lasciano senza dubbio il segno, com’è stato di recente in merito al genocidio in Palestina e al ruolo del regime sionista.

L’elezione di Gustavo Petro, il primo presidente di sinistra nella storia del paese, ha indubbiamente aperto una nuova fase: o meglio, più che altro una breccia nel sistema di potere esistente che, dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán (nell’aprile del 1948) ha sistematicamente chiuso con la violenza ogni spazio di agibilità politica per l’opposizione di sinistra. Attentati e complotti – veri o presunti – influenzano, però, tutt’ora la scena politica.

Lo si è visto con l’attacco del 7 giugno scorso al politico del Centro democratico, Miguel Uribe Turbay, senatore e pre-candidato alla presidenza nelle elezioni del 2026. Per l’attentato a Turbay, ancora in ospedale per le gravi ferite ricevute, i media “che contano” hanno gettato forti sospetti su Petro, riprendendo la campagna contro la sua figura di ex guerrigliero del gruppo armato M19.

Lo si è visto, però, anche con il nuovo scandalo su un audio filtrato, reso ampiamente pubblico da El País in merito a un presunto complotto per destituire Petro, presumibilmente orchestrato dall’ex Ministro degli Esteri e un tempo fidato alleato del presidente, Álvaro Leyva.

L’ottantaduenne Leyva si sarebbe incontrato segretamente all’inizio di quest’anno con operatori repubblicani negli Stati Uniti, inclusi consulenti legati alla cerchia politica di Donald Trump, a cui avrebbe chiesto appoggio per la rimozione di Petro, anche con la partecipazione di cartelli criminali che gli Usa possono controllare, come il Clan del Golfo, la più grande organizzazione narcotrafficante della Colombia, responsabile di un’ondata di violenza, estorsioni e omicidi in tutto il paese.

Leyva ha anche affermato di contare sul sostegno di importanti leader imprenditoriali, ha messo in mezzo la ex presidente colombiana, Francia Marquez, e ha espressamente chiesto agli Usa di giocare un ruolo chiave nella “transizione”: uno schema ricorrente in America latina e specialmente in Colombia, che ha suscitato allarme nel campo progressista.

Il ritorno della destra più oscura – composta da narcos, paramilitari e settori dello Stato direttamente governati dagli Usa –, che in due decenni ha assassinato oltre 6.000 leader e militanti dell’Unión Patriotica, oltre a due suoi candidati presidenziali, potrebbe generare oggi una vendetta analoga. I governi precedenti si sono serviti del paramilitarismo e delle nuove forme di violenza come strumenti per reprimere le mobilitazioni sociali, difendere i territori strategici per l’estrazione e il narcotraffico, e destabilizzare qualsiasi tentativo di riforme strutturali che minacci lo status quo, con il pretesto della “sicurezza”.

Il governo di Gustavo Petro ha rappresentato un tentativo di riposizionare lo Stato come strumento per affrontare alcune di queste contraddizioni. Le proposte di riforma agraria, riforma sanitaria, riforma del lavoro e la ricerca di una “Paz Total” con i gruppi armati rimanenti (come l’ELN e le dissidenze delle FARC) hanno evidenziato lo sforzo per modificare le relazioni di potere e migliorare le condizioni di vita delle classi popolari.

Le riforme proposte si sono però scontrate con la resistenza delle classi dominanti, che controllano settori chiave dell’economia, i media tradizionali e influenzano profondamente l’apparato giudiziario e legislativo, e non permettono di affrontare i problemi alla radice.

La destra ha accusato Petro di aver inventato il complotto per alzare una cortina di fumo sulle difficoltà interne alla sua compagine in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.

Senza una riforma costituzionale (per ora improbabile), Petro non può più ripresentarsi, ma sta tessendo l’architrave di un nuovo scenario che impedisca il ritorno della destra più estrema: anche cooptando nell’alleanza di governo le parti più moderate.

Intanto, nonostante il silenzio dei media che hanno trascurato la notizia, in Colombia si è dato un passo altamente significativo: i principali partiti della sinistra hanno scelto di sciogliersi e di unirsi in una nuova formazione politica, con un chiaro indirizzo anticapitalista, ecologista, femminista, antirazzista e antimperialista. Il nuovo partito si chiama Pacto Historico (Colombia Puede) e, come ha ricordato Petro, dev’essere un partito-movimento. Per questo, con un lavoro di preparazione che dura da anni, si è costruito un sistema di norme, basato su pesi e contrappesi, per cercare di non scontentare nessuna delle componenti interne. Secondo le inchieste, la nuova formazione è favorita nei sondaggi elettorali.

Di fronte all’avanzare dell’estrema destra in America latina, il nuovo partito si misurerà intanto con i primi due momenti elettorali dei prossimi mesi: il primo sarà il 26 ottobre di quest’anno, quando le forze del Patto Storico si misureranno al loro interno per eleggere il candidato o la candidata alle presidenziali del maggio 2026 (secondo turno, il mese successivo). Alle primarie potrà partecipare tutta la cittadinanza.

Visto l’esito del processo contro Uribe, il senatore che ha iniziato la denuncia, Iván Cepeda, potrebbe ottenere l’appoggio delle varie anime che compongono il partito. Fra le candidate c’è anche la senatrice Maria José Pizarro, quella che ha posto la banda presidenziale a Petro quando è stato eletto. È figlia di Carlos Pizarro, il candidato dell’M19 dopo che il gruppo ebbe abbandonato la lotta armata, e che venne ucciso dalla narco-politica di governo mentre era in volo.

Il secondo momento si presenterà a marzo del prossimo anno, quando il candidato del Pacto si misurerà con un’altra elezione all’interno di un Fronte ampio in cui vi saranno anche i rappresentanti della destra più moderata (“il santismo” dell’ex presidente, Manuel Santos), i verdi e alcune figure difficili da catalogare, che pure hanno una loro cerchia che le appoggia, e hanno anche il sostegno di Petro. Il presidente guarda infatti allo schema delle democrazie europee: la sinistra da sola non può farcela, per cui deve ricorrere a figure più moderate della destra per arginare la destra estrema.

Uno schema che non convince la sinistra radicale e i movimenti popolari, che temono i potenti cavalli di troia al proprio interno, di cui pure la Colombia, e lo stesso governo Petro, ha dovuto fare esperienza. Ma, intanto, la sinistra cerca di capitalizzare il significato della “sentenza del secolo” contro Uribe. Cepeda sta scaldando i motori, ma così sta facendo anche la camaleontica Claudia López, ex senatrice ed ex sindaca più gradita al campo moderato, che ha scelto di smarcarsi sia dal “petrismo” che dall’“uribismo”, e di candidarsi per il movimento cittadino “Imparables”. López ha già intascato il plauso della destra per le recenti dichiarazioni riguardo il Venezuela. Ha definito il governo Maduro “la principale minaccia per la sicurezza nazionale della Colombia”, e ha proposto un’alleanza con il Brasile, Panama, la Guyana e gli Stati Uniti per “recuperare la libertà in Venezuela”.

Dal Caracas, le ha risposto ironicamente il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello durante il suo programma settimanale, Con el Mazo dando. Riferendosi agli 8 cadaveri chiusi nei sacchi della spazzatura, ritrovati in diversi punti della capitale colombiana e ritenuti frutto di un’altra feroce lotta fra bande criminali, Cabello ha detto: “È il colmo. Questa signora dà giudizi sul Venezuela che soffre da anni per la violenza importata dalla Colombia: da dove viene il sicariato e il narcotraffico? Da dove vengono i paramilitari?”, e ha invitato “la signora López” a non esprimere giudizi incongrui sul paese vicino, ma a rimuovere i sacchi della sua spazzatura.

Fonte

Con il mazzo che dà

26/01/2024

Forni crematori in Colombia: l’orrore dall’estrema destra contro contadini e sindacalisti

Fino a che punto una classe dominante è disposta alla barbarie pur di mantenere il potere nelle proprie mani? Dove si può spingere il terrorismo finanziato da una delle oligarchie più ricche di un continente, sostenuta dagli Stati Uniti, pur di non cedere una parte dei propri enormi privilegi?

La domanda sorge spontanea investigando la storia recente della Colombia in cui la lista degli orrori sembra non aver fine, né in quantità né in modalità: tre forni crematori sono stati “rinvenuti” vicino la regione del Catatumbo, alla frontiera con il Venezuela vicino la città di Cucuta.

Si parla di centinaia di persone cremate all’interno dei forni a cavallo tra gli anni ‘90 e 2000, nel decennio in cui l’impiego dei paramilitari si fece più duro e pesante su tutto il territorio nazionale. Le ceneri furono sparse nei fiumi limitrofi o sciolte nell’acido in modo da cancellare qualsiasi traccia della loro esistenza. Centinaia di persone hanno quindi semplicemente smesso di esistere, cancellandone il corpo si negò anche il fatto che fossero esistite.

Non era l’unico modo utilizzato per cancellare l’evidenza dei propri atti: nella stessa zona stanno emergendo dichiarazioni di ex paramilitari rispetto all’utilizzo di allevamenti di caimani e di maiali per far sparire i corpi di contadini e leader sociali locali.

Secondo le dichiarazioni dell’Unità di ricerca di persone date per disperse sarebbero più di 5.000 i siti in Colombia nei quali si dovranno cercare i corpi “desaparecidos”. Si stima infatti che tra le 120 e le 200 mila persone furono desaparecidas durante il conflitto delle ultime decadi, di cui quelle civili in grandissima parte per mano paramilitare.

Secondo il medico Saul Franco de la Commission de la Verdad i forni vennero pensati “per la quantità di cadaveri che c’erano da tutte le parti. I dirigenti politici comunicarono che era necessario eliminarli, non solo per questione di immagine quanto perché evidenziavano l’intensità della guerra”.

Questo è quanto emerge dalle dichiarazioni dell’ex comandante paramilitare Salvatore Mancuso. Attualmente recluso in un carcere statunitense, negli ultimi anni si sta dimostrando un testimone chiave per gettare luce sulle responsabilità degli attori politici che promossero e trassero benefici dalla violenza paramilitare.

Le ultime dichiarazioni rilasciate alla Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) inchiodano vari esponenti politici alle proprie responsabilità di mandati diretti delle atrocità commesse in quel periodo, prima tra tutti l’ex presidente Alvaro Uribe accusato di aver pianificato personalmente una strage di civili.

La storia colombiana però non è slegata dalle vicende internazionali e dalle influenze straniere. Con la fine della guerra fredda gli Stati Uniti poterono concentrare i propri sforzi per combattere frontalmente la più grande e antica guerrilla del continente e sostenere il barcollante Stato colombiano avviando un’enorme operazione di sostegno militare, logistico e finanziario denominata Plan Colombia.

Ufficialmente diretto contro il narcotraffico, trasformò nella realtà il Paese nel primo produttore al mondo di cocaina e nonché patria di alcuni dei cartelli della droga più grandi che spadroneggiano nel Continente (come dimostra il caso dell’Ecuador di questi giorni).

Gli USA dirottarono in quindici anni più di dieci miliardi di dollari a sostegno della “modernizzazione dello Stato” e dell’esercito colombiano, trasformando Colombia nel secondo capitolo di spesa estera, dopo Israele, degli Stati Uniti.

Furono aperte sette basi militari dichiarate, più altri punti di stanziamento di truppe in territorio colombiano, sostenute dalla più grande ambasciata USA all’estero (superata in dimensioni solo da quella di Kabul durante l’occupazione dell’Afghanistan).

I militari statunitensi in Colombia potevano agire liberamente come se fossero su suolo nazionale con una immunità totale, qualsiasi crimine contestato verrà processato solo in patria. Un accordo militare che ricorda tristemente quello che sta stipulando l’Ecuador in queste settimane.

Dalla caduta del muro di Berlino si assiste quindi a una rinnovata strategia contro-insurgente che vide tra le altre cose la creazione e addestramento di brigate paramilitari per tentare di piegare la guerriglia delle FARC-EP e soprattutto distruggere e terrorizzare il tessuto sociale che viveva nelle campagne.

La violenza paramilitare fu una mazza che si abbatté sul popolo colombiano, usata non solo per combattere la guerriglia con metodi più brutali di quelli che erano teoricamente consentiti all’esercito, ma per spazzare via qualsiasi movimento popolare esistente e accrescere lo strapotere di latifondisti e industriali.

La concentrazione della terra in uno dei paesi più diseguali al mondo, unico nella regione a non aver mai effettuato una riforma agraria dai tempi delle colonie, riuscì addirittura ad aumentare toccando oggi l’indice di concentrazione 0,89 (dove il valore 1 significa un solo proprietario di tutto il territorio nazionale).

Oggi gli sforzi del nuovo esecutivo guidato da Petro, il primo a marca progressista nella storia della Colombia, sono volti a rilanciare un’agenda di profonda rinnovazione del Paese, delle istituzioni statali e della ricostruzione della verità storica rispetto al conflitto, oltre che avviare un dialogo di pace a tutto tondo con i vari gruppi armati presenti nel Paese.

Proprio nell’ottica della ricostruzione della memoria storica di quanto avvenuto nel conflitto colombiano e delle responsabilità di parte dello Stato in questi fatti, il Governo ha lanciato negli scorsi mesi un’importante cerimonia pubblica di incontro tra istituzioni statali, rappresentanti diplomatici e associazioni delle vittime all’interno del processo di Pace Totale e per la No Repetición.

Durante l’evento il cancelliere Álvaro Leyva Durán ha dichiarato che il terreno in cui sorgono i forni sarà dato in gestione ai familiari delle vittime per la realizzazione di un centro della memoria, ispirandosi all’esperienza di alcuni musei creati nei campi di sterminio nazifascisti europei.

Il progetto politico dell’esecutivo si trova di fronte a una strada tutta in salita ma intrapresa con determinazione, affrontando i grossi attori economici e politici che non accettano né la perdita del controllo del governo né tanto meno che emergano le relazioni tra paramilitarismo, narcotraffico e politica che tutt’oggi determinano una parte importante dello spettro politico del paese.

Per quanto l’evidenza di presenza paramilitare si sia ridotta negli ultimi anni, essi restano un mano oscura che opera nel Paese, continuando a liquidare oppositori sociali e determinando importanti dinamiche della gestione del potere. Solo negli ultimi tre anni sono più di 1.500 i leader sociali uccisi, in un periodo di supposta pacificazione del Paese.

Resta fondamentale il lavoro che attualmente sta svolgendo la Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) che ha riconosciuto da poco l’ex leader paramilitare Mancuso come un componente de facto delle forze armate colombiane, quindi accoglibile sotto la propria giurisdizione giacché egli operava in coordinazione diretta con i più alti gradi dell’esercito e delle forze politiche avendo a disposizione distintivi ufficiali delle varie forze armate (il Congresso del governo di destra precedente si era affrettato a impedire che paramilitari potessero testimoniare ed entrare sotto la giurisdizione della Jep proprio per impedire la riapertura di quel capitolo di storia).

La Colombia del Gobierno del Cambio di Petro continua il cammino di riforme strutturali interne al Paese, di restituzione della verità storica e assumendo posizionamenti internazionali coraggiosi come dimostra il recente sostegno al popolo palestinese e le dure parole dirette contro Israele, postura che ha portato i due paesi al limite della rottura diplomatica.

Azioni importanti, dirette verso orizzonti politici impensabili fino a qualche anno fa nel Paese latinoamericano.

Fonte

09/05/2021

Uribe e la “rivoluzione molecolare”

di Geraldina Colotti

Trema il narco-governo di Ivan Duque per la pressione del popolo colombiano, che da più di dieci giorni sfida le pallottole della polizia. L’hashtag “S.O.S. Basta Duque! No más represión” sta inondando le reti sociali. La repressione subito battezzata dall’ex presidente Alvaro Uribe con un twitter di incitamento al massacro, ha già causato una trentina di morti, un centinaio di scomparsi e circa un migliaio di feriti, alcuni dei quali gravi: colpiti dalla micidiale tecnica di accecamento, nuova forma di repressione che abbiamo visto in azione in Francia, in Cile e in altre parti dell’America Latina.

Numerose anche le violenze sessuali contro manifestanti prevalentemente giovanissimi, che denunciano il furto di futuro nel paese più diseguale dell’America Latina, che già è il continente con più disuguaglianze al mondo. “Nos están matando”, ci stanno uccidendo, denunciano quei giovani in un altro hashtag che sta arrivando ai media e a tutte le grandi istituzioni internazionali.

E le risposte cominciano a farsi sentire, così come emergono i silenzi complici di quanti, come il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, risulta sempre impegnato a tramare contro il Venezuela e Cuba e a impedire la vittoria dei governi non graditi a Washington nella regione. Sono però arrivate le “preoccupazioni” dell’ONU, della UE e anche di Amnesty International, che ha sostenuto le denunce dei manifestanti.

In Italia, si è fatta sentire anche Laura Boldrini, parlamentare del PD e presidente del Comitato per i diritti umani nel mondo. In una interrogazione al ministro degli Esteri, Boldrini ha chiesto al governo colombiano “quali azioni intenda compiere per promuovere occasioni di dialogo per superare la crisi umanitaria di un paese nel quale – ha scritto – il 43% della popolazione è povero, e nell’ultimo anno 2,8 milioni di persone sono finite in condizione di estrema povertà”.

Nei video che circolano, le violenze della polizia e anche dei gruppi paramilitari mascherati da civili, risultano testimonianze inoppugnabili. In un paese dove gli spazi di agibilità per l’opposizione vengono richiusi nel sangue fin dai tempi dell’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitan, avvenuto nell’aprile del 1948, l’attacco viene d’altronde rivolto anche contro quegli organismi che, come la Giurisdizione speciale per la pace, stanno continuamente aggiornando i dati della gigantesca guerra contro il popolo portata avanti con ogni mezzo dall’oligarchia colombiana all’ombra di Washington.

Di recente, il numero dei cosiddetti falsi positivi, ossia di persone uccise e fatti passare per guerriglieri per giustificare le multimilionarie politiche per la sicurezza è stato aggiornato a 6.400. La Giurisdizione speciale fa parte del Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, creato nell’ambito dell’Accordo di Pace tra il governo, allora presieduto da Manuel Santos, e la guerriglia delle Farc-esercito del popolo, firmato nel 2016.

La demolizione di quegli accordi, cominciando dalla riforma agraria e passando per l’eliminazione sistematica degli ex guerriglieri e dei leader sociali delle proteste che, da allora, hanno caratterizzato la resistenza popolare, costituiscono un combustibile forte delle attuali manifestazioni. Iniziata come reazione alla riforma tributaria di Ivan Duque per togliere ai poveri e dare ai ricchi, secondo la ricetta neoliberista, la protesta sta assumendo caratteri insurrezionali, evidenziando una domanda di cambiamento strutturale degli assetti di potere.

Con varie modulazioni, l’opposizione di sinistra che sta lavorando a un Patto Storico per le elezioni del 2022, prova a far fruttare le mobilitazioni e a scongiurare un bagno di sangue prospettato dagli attuali centri di potere. I continui black out organizzati per prendere a bersaglio i dirigenti delle proteste con droni e armi a raggi infrarossi, ricordano quello stormo di aerei da guerra che, mentre si stava firmando l’accordo di pace, si sono minacciosamente levati nel cielo di Cartagena, il 26 settembre del 2016: l’annuncio della formidabile campagna messa in atto dalla destra durante il referendum, che ha fatto vincere il “no” agli accordi e portato a rinegoziarli al ribasso.

Diversi sindaci della destra hanno voluto lo stato d’emergenza e l’intervento speciale dell’esercito, che ha di fatto chiuso le città dove le manifestazioni sono più intense. Duque ha già annunciato che, per gravi motivi di ordine pubblico, potrebbe richiedere lo stato di “implosione interna” di conmoción interior, che gli consentirebbe di assumere pieni poteri.

Il candidato che viene considerato primo nei sondaggi se le elezioni si svolgessero oggi, è Gustavo Petro, che già sarebbe risultato vincitore alle scorse presidenziali se tutto si fosse svolto in modo regolare e non a colpi di grossolane truffe che, però, non hanno portato a proteste del signor Almagro, com’è avvenuto, al contrario in Bolivia per innescare il golpe del 2019 contro Morales.

Uno degli attori del Patto Storico è il partito Comunes, attuale forma e denominazione politica che ha assunto quella parte della guerriglia FARC che continua a sedere in Parlamento. Tutti chiedono di caratterizzare questa fase della lotta di massa con un punto fermo che segni una vittoria e al contempo obblighi il governo Duque a smascherare ulteriormente il suo bluff, mostrandone l’irriformabilità.

Il governo ha mandato una lettera d’invito formale per il 10 maggio al portavoce del Comitato nazionale dello sciopero, Francisco Maltés Tello con l’intento di “ascoltarci e avanzare in quello che c’è di fondamentale”. Ma è chiaro che nessuno crede alla retorica dell’imbelle Duque. Finora, alla piazza non sono bastate né il ritiro della riforma tributaria, né le dimissioni del ministro delle Finanze.

In attesa dell’incontro, ha annunciato Maltés Tello, lo sciopero continua. E il consenso si allarga ogni giorno di più ai settori impoveriti dalle politiche neoliberiste, che sfidano la paura seminata dagli apparati di propaganda che definiscono “vandalismo terrorista” la domanda di cambiamento non più procrastinabile.

Dalle montagne della Colombia, le FARC-EP, Seconda Marquetalia, hanno diffuso un nuovo comunicato video per sostenere le ragioni della protesta. A parlare a nome dell’ultra-cinquantennale guerriglia colombiana, è stato Ivan Marquez, uno dei comandanti che hanno ripreso le armi, ritenendo falliti gli accordi di pace firmati con l’ex presidente Manuel Santos, nel 2016.

Durante l’ultimo mese, è il secondo pronunciamento pubblico importante da parte della guerriglia. Il primo ha chiarito che gli attacchi alla rivoluzione bolivariana che si stanno verificando nello stato di Apure, alla frontiera con la Colombia, non sono opera delle FARC, che si considerano parte del progetto bolivariano della Patria Grande. Un concetto che Marquez ha richiamato anche in questo video-comunicato per rivolgere un appello ai militari colombiani a non rivolgere il fucile contro il proprio popolo.

“Maledetto sia il soldato che punta l’arma contro il suo popolo. La libertà è l’unico oggetto degno di sacrificio nella vita degli uomini”, aveva detto il Libertador, le cui gesta indipendentiste vengono celebrate in America Latina in questo Bicentenario. Le FARC hanno indicato come esempio “l’unione civico-militare” che, in Venezuela, costituisce l’architrave del socialismo bolivariano, e invitato i soldati a disobbedire. E sono già tanti i pronunciamenti pubblici da parte di giovani soldati colombiani che stanno scegliendo di disobbedire.

“La ottusa arroganza di Duque è la causa di questa bellissima protesta per la dignità e il risveglio delle coscienze”, ha detto Marquez. "Già sa questo governo di vandali e repressori che il popolo ha la forza di sconfiggerli, e il popolo ha constatato che, se lotta unito sotto la bandiera del cambiamento, non ci sarà alcun malgoverno che gli resista. Se questo popolo eroico marcia fino al palazzo Nariño, appoggiato da polizia e militari con sentimento di patria e umanità, avremo un nuovo governo o per la forza irresistibile delle masse o per la via costituzionale. Questo è sicuro”.

Basta Duque, hanno detto le FARC. “Non più repressione militare né trattamento di guerra contro un popolo inerme. Fermi l’uso sproporzionato della forza. Non attacchi il popolo con gli elicotteri, non lo intimidisca con sorvoli di aerei giorno e notte sulla città, non tagli l’elettricità per sparare sui partecipanti alla protesta. Ritiri i suoi sicari e paramilitari che stanno sparando sui dirigenti della protesta. Adesso sappiamo chi sono quelli che stanno assassinando i dirigenti sociali – hanno aggiunto –. Risponda, presidente Duque, alle esortazioni dell’Onu e della Ue, fermi la repressione, renda conto dei morti e degli scomparsi. Non si azzardi a decretare lo stato di emergenza interna perché il popolo non lo rispetterà e vi travolgerà. Ascolti il popolo e suoi reclami, presidente, non menta e non inganni più. È veramente cinico da parte sua dire che la protesta è finanziata dal narcotraffico, quando lei è arrivato alla presidenza grazie al finanziamento di queste bande mafiose. È il denaro del narcotraffico che ha convertito lei in presidente della repubblica, raccolto dal suo amico el Neñe Hernandez”, hanno detto le Farc riferendosi all’inchiesta giudiziaria che ha mostrato come il noto narcotrafficante avesse diretto per sette mesi la campagna elettorale di Duque per la presidenza.

“Il suo padrino politico, l’innominabile – ha continuato Ivan Marquez – è il vero conduttore di questo narcostato, e questo pesa molto nel momento delle trattative. Chiediamo alla forza pubblica di non lasciarsi usare oltre da alcuni oligarchi egoisti e violenti che hanno convertito una istituzione che per mandato del Libertador deve difendere le garanzie sociali, in un esercito privato che pensa al suo profitto e alla propria permanenza al potere. Non c’è rispetto per il popolo in divisa. Voi potete essere come Chavez. Il vostro posto è al lato del popolo e con lo stesso popolo, in unità civico-militare. Dovete sostenere l’accordo politico nazionale per ristabilire la vera democrazia con giustizia sociale e in piena sovranità”.

L’innominabile è l’ex presidente Alvaro Uribe, che sembra resistere a tutte le tempeste e le stagioni, comprese le numerose inchieste giudiziarie che ne evidenziano le responsabilità nei massacri in Colombia. In un’intervista alla CNN, Uribe è apparso nervoso, contestando anche i richiami dell’ONU, di Amnesty International e persino della UE, che per una volta non si sono volti al Venezuela ma anche all’intoccabile vassallo principale degli Stati Uniti nel continente latinoamericano: “Si sbagliano tutti”, ha detto l’ex presidente, tornando a difendere l’operato delle forze dell’ordine e dei militari, schierati nelle strade e i loro “diritti umani”.

E se quel primo twitter di Uribe è stato ritirato in quanto istigatore di violenza, nei successivi l’ex presidente ha continuato a ostentare la sua dottrina della guerra civile permanente e del terrorismo vandalico come essenza principale delle proteste, da trattare come un problema di sicurezza nazionale che considera i manifestanti come obiettivi militari. Al riguardo, è interessante notare come Uribe utilizzi il concetto di “rivoluzione molecolare” in senso diametralmente opposto a quello introdotto dal filosofo francese Felix Guattari alla fine degli anni Settanta.

Nella sua visione, Guattari definiva la rivoluzione come portato naturale della lotta di classe, deputata ad abbattere il capitalismo sconvolgendo e rinnovando tutti gli aspetti della realtà. Per criminalizzare la protesta, Uribe si basa invece sulla distorsione del concetto compiuta dai teorici dell’estrema destra cilena, e che poi hanno fatto scuola. “Occorre resistere – ha detto Uribe – alla rivoluzione molecolare dissipata che impedisce la normalità, cresce e ti circonda”.

Un concetto utilizzato da un guru dei media cileno, il nazista Alexis Lopez, secondo cui in Colombia, ma anche in altre parti dell’America Latina, sta prendendo piede un nuovo modello di azione rivoluzionaria orizzontale per decostruire lo stato dell’ordine istituito: mediante comportamenti “che normalizzano in maniera graduale e quotidiana disposizioni e condotte in vista di alterare lo stato di normalità sociale del sistema dominante, con l’obiettivo di derogarlo e sostituirlo”.

In quest’ottica, starebbe avvenendo un nuovo indottrinamento dei giovani attraverso le reti sociali per portarli a nuove forme di comunismo. Tesi che Lopez ha diffuso anche di recente nell’Università Militare di Nueva Granada.

Gustavo Petro ha detto che Uribe e Lopez hanno visioni apparentabili a quelle della setta QAnon del nordamerica trumpista. Riposizionato nel suo giusto contesto, invece, il concetto di rivoluzione molecolare di guattariana memoria, fotografa le modalità di risposta di classe nel disastro post-novecentesco, e le forme attraverso le quali si va configurando una nuova unità di classe fuori dalle rappresentanze istituzionali borghesi, e nei contesti comunitari del continente.

I popoli indigeni colombiani, infatti, particolarmente colpiti dalla distruzione inquinante e senza alternativa della coltivazione di coca, sono stati protagonisti di precedenti ondate di protesta che hanno preparato quella attuale. La lotta del popolo colombiano indica la tavola dei problemi e le possibili soluzioni in questa fase di reset globale del capitalismo.

“Dietro la paura, c’è il paese che voglio”, dicono i cartelli dei giovani in lotta contro il terrorismo di stato, che rivendica la propria arroganza, forte del sostegno del grande gendarme occidentale. E gli obiettivi internazionalisti sono molto presenti nei cortei. D’altronde, nell’economia di guerra della Colombia, al secondo posto per le spese militari, le relazioni del governo con quello israeliano sono visibili nel controllo del territorio, e la solidarietà con il popolo palestinese è visibile.

In Colombia, le popolazioni povere afrocolombiane e indigene vivono, nei fatti, la stessa situazione di apartheid. Mettendo lo sguardo su una delle città più combattive in queste proteste, Cali, si può avere un’idea di cosa sia in gioco. Cali ha il più importante porto del Pacifico, ma la ricchezza riguarda parte di quelle 60 famiglie che posseggono quella mondiale. Il 90% degli abitanti di Cali, infatti, è povero e supersfruttato.

La stessa città è stata disegnata per marcare la divisione tra la parte ricca e la parte povera, dove vive la popolazione afro e indigena. Però queste proteste, che hanno anche una forte valenza simbolica com’è avvenuto negli Stati Uniti, stanno cambiando la geografia del territorio, sostituendo statue e nomi delle strade e riappropriandosi degli spazi. Uno dei nomi più gettonati è Piazza della Dignità. La dignità della lotta di classe, che contesta la visione accomodante secondo la quale il mondo si divide in vittime e carnefici, come vogliono farci credere qui.

E mentre il governo accusa il socialismo bolivariano di essere l’ispiratore delle proteste, la fantasia dei movimenti popolari sta facendo circolare cartelli che recitano "Scoperto un pericoloso venezuelano tra i manifestanti colombiani: un certo Simon Bolivar".

Concludiamo con l’invito a vedere in rete un emozionante video girato a Medellin. Una città colombiana in lotta nella quale un’orchestra diretta da una compagna (da tempo oggetto di minacce di morte), attorniata da una folla di bandiere e di cartelli, suona la musica degli Inti Illimani, la sempreverde El pueblo unido, jamás sera vencido. Da prendere come un augurio anche dalle nostre parti, dove, anziché per il potere popolare si protesta per lo spritz.

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05/09/2020

Colombia - La pace tradita, la “parapolitica” e i massacri

Nelle ultime settimane la Colombia è tornata a fare notizia. Il mese di agosto si è contraddistinto per l’arresto ai domiciliari dell’ex-presidente Alvaro Uribe — accusato di aver comprato testimoni in una causa per associazione paramilitare — e per l’elevato numero di massacri registrato in varie delle zone più povere del Paese (si è arrivati così a oltre 40 stragi nel 2020).

Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Nei fatti, però, l’impegno governativo è stato deficitario e lento, l’abbandono e la consegna delle armi è divenuto un atto unilaterale a cui non sono corrisposte nei fatti le garanzie giudiziarie pattuite per gli appartenenti alla ex guerriglia, così come non vi è traccia dell’implementazione delle politiche di giustizia sociale previste nell’accordo.
Questi fatti, secondo alcuni esponenti delle FARC come Iván Márquez[2], Edison Romaña e Jesús Santrich corrispondono al tradimento (ennesimo) degli accordi da parte dello Stato borghese colombiano che prosegue con le sue politiche controinsurgenti di sterminio. Infatti, il 9 aprile del 2018, venne imprigionato Jesús Santrich, delegato per la guerriglia ai negoziati e senatore eletto per il partito FARC, accusato di narcotraffico da un tribunale di New York, che chiese la sua estradizione negli Stati Uniti. Il processo è stato segnato dall’ingerenza dell’ambasciatore statunitense a Bogotà, Kevin Whitaker e dalle pressioni della DEA Americana, ed è stato definito una “farsa” non solo dal partito FARC, ma anche dall’ex-presidente Ernesto Samper[2]. La JEP ha deciso di non estradare Santrich e, infine, il 29 maggio 2019 la Corte Suprema ha ordinato la sua scarcerazione.

Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.

Una strage di firmatari della pace e non solo

Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
Con il disarmo della principale forza di opposizione, l’establishment ha trovato via libera per sottomettere ogni voce di protesta mediante la violenza. L’accordo di pace che apparentemente doveva servire ad “allontanare le armi dalla politica”, in realtà è servito per lo sterminio fisico degli oppositori.
La precaria situazione ha obbligato centinaia di guerriglieri – dissidenti rispetto alla direzione opportunista del Partito della Rosa – a tornare sui monti e riprendere le armi, ritenendo che le cause politiche e sociali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, né tantomeno lo è il terrorismo di Stato. Tra questi si trovano lo stesso Jesús Santrich (riuscito ad evadere ai controlli che pesavano su di lui), Oscar Montero “El Paisa” e Iván Marquez, comandante del Blocco Sud e del Blocco Caribe, i quali nell’agosto del 2019 hanno dato vita alla nuova organizzazione armata delle FARC-EP, “Segunda Marquetalia”, che si pone in continuità con l’organizzazione originaria riprendendo il cammino dei comandanti Marulanda e Jacobo Arenas iniziato nel 1964. In merito si è espresso il Partito Comunista Clandestino di Colombia (PCCC, storico braccio politico della guerriglia): «I comunisti hanno il dovere etico e politico di rispettare e considerare le ragioni di chi crede nella via della rivolta armata, senza perdere di vista il fatto che non sono stati i ribelli in Colombia a generare le cause dello scontro, né sono stati loro a tradire gli accordi. È quindi una mascalzonata accusarli di essere “disertori della pace”. La determinazione a continuare nella clandestinità non obbedisce a capricci della guerriglia o dei comunisti che vedono chiusi o troppo ristretti gli spazi per la lotta aperta. E questa posizione che deriva da una necessità imposta dal carattere del regime, non toglie nulla alla condizione politica che ispira le nostre ragioni. Tantomeno quando ogni giorno non solo si moltiplicano le cause all’origine della rivolta armata ma sono più evidenti e straripa la guerra sporca e la persecuzione contro chiunque non coincida con le politiche dell’establishment»[5].

E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].

Agosto segnato dal sangue

Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Secondo il governo colombiano, le morti sono dovute a “scontri tra bande armate legate al narcotraffico”, e tra queste “bande” segnala anche i gruppi guerriglieri (FARC-EP, ELN, EPL) che respingono queste false accuse attribuendo i massacri alla polizia e esercito in alleanza con i gruppi paramilitari dei narcos che agiscono con impunità.
Il presidente Iván Duque ha chiesto di non chiamarli massacri ma “omicidi collettivi”[8], cercando con questo eufemismo di nascondere la realtà e la gravità di quanto sta avvenendo. Il governo ha ammesso che le vittime degli “omicidi collettivi” degli ultimi due anni salgono a quota 188. [9]

Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari

La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.

Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].

Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Gli interessi imperialisti di Washington in territorio colombiano portarono milioni di dollari in equipaggiamento militare per l’esercito, il quale, insieme a una strategica alleanza con i paramilitari, riuscì a far retrocedere la guerriglia ai minimi storici, riportando la guerra nelle campagne lontane dai centri urbani, dove i crimini sarebbero passati inosservati da buona parte dell’opinione pubblica.
La complicità dei media nazionali e internazionali fu fondamentale per permettere al governo di Uribe di condurre una guerra sporca non solo contro la guerriglia, ma contro ogni elemento di opposizione politica e sociale. Spionaggio contro politici e attivisti, simbiosi tra esercito e paramilitari e l’entrata del paramilitarismo in politica, furono la marca da bollo dei due governi Uribe. E così, mentre in Colombia dal 2002 al 2010 si sono registrati 403 massacri, 6430 omicidi politici e oltre 24 mila sparizioni, all’estero la figura di Uribe Vélez si ergeva come il contrappeso a quella di Hugo Chávez. Il modello colombiano di “pugno di ferro” contro la guerriglia e di politiche neoliberiste veniva spacciato come “l’alternativa di successo” al modello chavista in Sudamerica.

Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].

L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).

Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.

Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.

Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.

Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità

L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).

Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].

Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Forse è un caso, ma la procedura di estradizione avanzata dallo stato colombiano agli Stati Uniti ha presentato degli errori che hanno permesso agli avvocati di Mancuso di rigirare la frittata e riuscire ad evitare la giustizia colombiana, con il trasferimento in Italia che era previsto per il 4 settembre. Procedura che è stata però fermata il 29 agosto, con le autorità statunitensi che hanno cambiato a sorpresa la sentenza decidendo per l’estradizione in Colombia senza che sia però ancora esecutiva dando la possibilità di fare appello per rimanere negli Stati Uniti.
Oltre ai massacri, omicidi e sparizioni mai chiarite di sindacalisti, dirigenti e attivisti sociali, comunisti e popolazione civile “colpevole” di vivere su terreni che dovevano diventare piantagioni o miniere, Mancuso è testimone fondamentale in innumerevoli operazioni di riciclaggio del narcotraffico tramite società di cui deteneva quote e che si sono avvalse delle banche colombiane a tale scopo. Le sue dichiarazioni possono segnare un punto di svolta nella ricerca dei mandanti di centinaia di morti che hanno scosso la Colombia dagli anni '90 ad oggi. Vedremo gli sviluppi, ma, a quanto pare, per buona parte dell’establishment colombiano, vale molto di più il suo silenzio.

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24/08/2020

Colombia - Uribe con le mani nel sacco

Numeri da giocare al Lotto o simili. Sicuramente qualcuno lo farà in Colombia, Paese scaramantico per eccellenza. Si tratta infatti del numero attribuito a un galeotto molto speciale, l’ex presidente della Repubblica Alvaro Uribe, dai primi giorni di agosto associato alle patrie galere e poi inviato agli arresti domiciliari per subornazione di testimoni e frode processuale.

Si tratta di gravi delitti contro l’amministrazione della giustizia che ne nascondono probabilmente di ancora più gravi, legati al sostegno del paramilitarismo e ai crimini contro l’umanità (che in Colombia continuano a compiersi) cui lo stesso Uribe fece ricorso durante il suo mandato presidenziale, nel fallito tentativo di vincere militarmente la pluridecennale guerra contro la guerriglia comunista delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia.

Ebbi modo di visitare sette volte la Colombia proprio negli anni del mandato di Uribe, che era solito lanciare proclami radiofonici contro le FARC, mentre le truppe si dedicavano a “bonificare” le zone ritenute più propense ad appoggiare la guerriglia, che in Colombia ha antiche tradizioni, nascendo soprattutto dalle aspirazioni di giustizia e benessere dei contadini, sempre bistrattati e violentemente oppressi.

Vi furono, prima dell’avvento di Uribe, vari tentativi di giungere a una soluzione pacifica e negoziata di questo antico conflitto, che naufragarono purtroppo per varie ragioni. Rilanciando la “soluzione finale” contro la guerriglia Uribe puntò, oltre che sull’esercito e sulle forze dell’ordine, su formazioni paramilitari composte da delinquenti comuni spesso legati al narcotraffico.

Il processo che ha portato recentemente al suo arresto nasce proprio dalla denuncia, fatta da due ex paramilitari, della fondazione della loro banda, il Bloque Metro, avvenuta nell’azienda agricola della famiglia Uribe chiamata Guarachaca.

Per difendersi da tale accusa Uribe denunciò a sua volta il deputato comunista, Ivan Cepeda, figlio di un sindacalista ucciso, che aveva chiamato a testimoniare i due ex paramilitari, sostenendo che avesse manipolato le testimonianze, esercitando pressioni indebite sui due.

La Corte suprema, però, appurò che era vero proprio l’opposto. Era stato Uribe a tentare di comprare il silenzio dei due paramilitari. Da qui la decisione di procedere al suo arresto.

Una decisione giusta e importante, che va decisamente controcorrente in un’America Latina dove, su ispirazione di determinati circoli del potere statunitense, si va utilizzando da qualche anno il lawfare, sorta di perversione della giustizia a fini politici, che ha avuto come vittima più illustre il presidente brasiliano Lula, detenuto per inesistenti episodi di corruzione inventati di sana pianta dall’impresa Odebrecht ed avallati da determinati magistrati, quali soprattutto il giudice Moro, poi nominato ministro della giustizia da Bolsonaro e in seguito dimessosi dalla carica.

Quando la giustizia fa il suo dovere, la destra al potere leva ovviamente alte grida, denunciandone la presunta politicizzazione. Così è avvenuto in Colombia, dove a lamentarsi della giustizia “politicizzata” è stato l’attuale presidente Duque, unanimemente ritenuto il delfino di Uribe, che continua ad essere uno dei personaggi politicamente più influenti del Paese.

Non è quindi per nulla casuale che il processo di pace tra FARC e governo, riavviato per l’ennesima volta dopo gli accordi di pace raggiunti all’Avana nell’ottobre del 2016 e successivamente ratificati dal Congresso colombiano, sia in fase di stallo, mentre sono riprese su larga scala le uccisioni di leader popolari ed ex guerriglieri smobilitati.

Uribe, contro il quale pende anche un procedimento di fronte alla Corte penale internazionale, ancora in fase preliminare, costituisce con ogni evidenza un ostacolo grosso come una casa al rinnovamento e alla pacificazione della Colombia. Bisogna quindi augurarsi che resti detenuto a lungo, ma essere altresì consapevoli che le forze fondamentali per dare vita a una nuova Colombia, umana, giusta e sostenibile sono soprattutto quelle sociali, che rappresentano le istanze di un popolo lavoratore multietnico e generoso martoriato dalla fame, dallo sfruttamento, dalla repressione ed ora anche dal COVID.

La richiesta è anche quella di verità e giustizia sui crimini dei paramilitari e del cosiddetto uribismo, compresi quelli compiuti negli ultimi anni, tra le vittime dei quali dobbiamo annoverare anche il nostro connazionale Mario Paciolla, ucciso nell’adempimento del suo dovere di funzionario delle Nazioni Unite e combattente irriducibile per la pace.

Nel frattempo un altro testimone importante – paramilitare, mafioso e narcotrafficante – quale è Salvatore Mancuso, attualmente detenuto negli Stati Uniti, potrebbe rendere importanti dichiarazioni. E’ stato richiesto sia dalla Colombia sia dalla Direzione antimafia italiana. Fare chiarezza sulle responsabilità politiche e penali di Uribe è dunque importante anche per riaprire il discorso sul futuro della Colombia, oggi in preda al COVID e agli omicidi politici e ridotta ad avamposto dell’Impero statunitense in funzione antivenezuelana.

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12/08/2020

Nella Colombia di Mario Paciolla l’arresto di Álvaro Uribe è “la notizia del secolo”

Nella Colombia dove meno di un mese fa è stato assassinato il cittadino italiano e funzionario ONU Mario Paciolla (un omicidio che, fino a prova contraria, può avere motivi politici legati al processo di pace), l’arresto dell’ex-presidente Álvaro Uribe è “la notizia del secolo”. Una notizia del secolo totalmente bucata dai nostri media, cerchiamo di capire perché.

Onnipotente, e ancora oggi difeso dall’attuale presidente Iván Duque, del quale è mentore influentissimo, Uribe nel primo decennio del secolo (2002-2010) fu il principale alleato emisferico di George W Bush. Era il tempo post 11 settembre e della “guerra al terrorismo” e dell’America Latina che, dopo il tracollo del “neo-liberismo reale”, guardava a sinistra da Lula a Kirchner a Chávez. Uribe fu per anni “il nostro uomo a Bogotà”; destra vera, non opportunismo. Godeva di ottima stampa (spesso redazionali pagati) che magnificavano presunti successi di politiche ultraliberali in un Continente che in quegli anni rileggeva Gramsci e guardava a Keynes. Intanto, con la scusa della guerriglia vetero-marxista delle FARC si negava l’essenza di un conflitto feroce per la terra, con milioni di contadini espulsi dalle loro terre per far posto all’agroindustria e il ruolo nefasto del narcotraffico. Un conflitto per la terra che vedeva i contadini sempre massacrati, dall’esercito, dai paramilitari e a volte perfino dalla guerriglia, e che generava la guerriglia stessa quasi come un danno collaterale di un processo di modernizzazione neoliberale dei rapporti di produzione. Rapporti di produzione dove l’industria militare resta tra le più prospere e abominevoli, come attestò il Plan Colombia, voluto dagli USA. Basta ricordare il caso dei “falsi positivi”, migliaia di disgraziati, contadini, studenti, totalmente estranei, assassinati a sangue freddo e rivestiti con la divisa della guerriglia per incassare i soldi pattuiti col governo degli Stati Uniti per ogni guerrigliero ucciso.

Uribe, con i suoi paramilitari, era materialmente dietro non solo a molti dei singoli crimini, ma ideologo dell’impalcatura generale di una macchina criminale e genocida che ha fatto 250.000 morti. A cominciare da quel Massacro di El Aro, nel lontano 1997, riconosciuto come Crimine contro l’Umanità, quando i paramilitari delle AUC, legati a lui che in quel momento era governatore di Antioquia, assassinarono 15 contadini per sloggiarne 900 altri. Tra gli esecutori materiali vi fu quel Salvatore Mancuso, paramilitare e narcos, legato alla ‘ndrangheta, successivamente impegnato nella destabilizzazione del governo Chávez in Venezuela, e nel 2008 estradato negli USA. Uribe, non fosse stato alleato di Bush, in quella stessa stagione avrebbe meritato un tribunale penale internazionale come un Milosevic o un Saddam Hussein. Oggi otto anni di indagini di un potere giudiziario che in questi decenni ha pagato prezzi altissimi per difendere la propria autonomia, hanno portato all’emissione di un mandato di arresto (già trasformato in domiciliari per una presunta positività Covid19) per una parte di quei crimini. Nello specifico la sua relazione con i paramilitari e, in particolare, nella corruzione di testimoni (è stato arrestato anche l’avvocato di Uribe) per smontare le accuse del coraggioso senatore Iván Cepeda, del Polo Democratico, e che dimostrerebbero come Uribe e suo fratello Santiago siano fin dall’inizio personaggi chiave del paramilitarismo nel Nord-Ovest della Colombia.

Se dell’arresto di Uribe e della lunga vicenda processuale che lo riguarda sentirete parlare poco sui giornali, che vi stanno del resto negando informazioni sull’omicidio di Mario Paciolla, ancora meno sentirete parlare di vicende giudiziarie di questi giorni e di segno opposto in America latina, eppure decisive nella comprensione della Storia della Regione in questo scorcio di XXI secolo. L’Interpol, per la terza volta nel giro di un anno, ha sostenuto che dietro la condanna per corruzione dell’ex-presidente ecuadoriano Rafael Correa esista una precisa “persecuzione politica”, orchestrata dall’attuale presidente Lenín Moreno, e quindi si è rifiutata di procedere contro questo. Contemporaneamente in Brasile la Corte Suprema riconosce una volta di più quanto la condanna di Lula fosse viziata dal giudice Sergio Moro (che con sprezzo del ridicolo qualcuno sui giornali italiani definì “il Falcone brasiliano”), che poi è stato Ministro della Giustizia di Jair Bolsonaro. Moro agì al fine di “influenzare in modo diretto e rilevante il risultato delle elezioni, […] violando il sistema accusatorio nonché le garanzie costituzionali del contraddittorio e della difesa”. A questo si aggiunga la denuncia di brogli mai esistiti, inventati a tavolino dall’Organizzazione degli Stati Americani, che furono prodromici al golpe contro Evo Morales in Bolivia e all’instaurazione di un catastrofico regime di fatto che sta usando il Covid-19 per perpetuarsi. È il “lawfare”, la guerra giudiziaria contro tutti i governi di centro-sinistra degli ultimi vent’anni: lo strumento per normalizzare l’America Latina. Tutti corrotti, salvo Uribe ovviamente.

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06/09/2019

Colombia - FARC, la rosa e il fucile

di Geraldina Colotti

Con un lungo documento di analisi, le Farc - Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione.

Da una parte, l’ex vicesegretario delle Farc, Ivan Marquez, che ha ripreso le armi insieme a due altri dirigenti storici, Jesus Santrich – recentemente uscito dal carcere – e Hernan Dario Velasquez, nome di battaglia el Paisa. Dall’altro, Rodrigo Londoño, presidente del partito politico Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, che ha respinto il ritorno alle armi per ribadire che la maggioranza degli ex guerriglieri intende mantenere gli impegni presi con gli accordi di pace del 2016.

Entrambi i gruppi si richiamano allo spirito delle origini, rappresentato dalla figura del fondatore, Manuel Marulanda (Tirofijo), morto del 2008. Le Farc di Marquez parlano di una seconda “Marquetalia”, una rifondazione della guerriglia nella continuità dei principi che ne hanno ispirato la formazione, oltre cinquant’anni fa. Quelle di Londoño ribattono che Marulanda ha “insegnato a mantenere la parola”, e che la loro parola, oggi, “è pace e riconciliazione”. La pace del sepolcro, purtroppo, che si è imposta dopo la firma degli accordi del 2016, secondo un copione già visto in Colombia, e che da allora ha già portato alla morte di 500 dirigenti contadini e indigeni e di 150 ex guerriglieri.

Questo è il primo punto di riflessione, che attiene all’analisi delle forze in campo e al bilancio della praticabilità del passaggio politico a tre anni dagli accordi dell’Avana. Quale possibilità di incidere hanno i pochi parlamentari delle Farc in un sistema tossico e bloccato com’è quello colombiano, fin dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitan, avvenuto nell’aprile del 1948? Quali speranze restano agli “accordi di pace” ridotti a mero enunciato in un contesto internazionale in cui lo stato colombiano mantiene in America Latina lo stesso ruolo di gendarme che ha Israele per il Medioriente?

Quale possibilità ha la “forza rivoluzionaria alternativa” di aprire un confronto, a sinistra e nella società colombiana, sulla necessità di un cambiamento strutturale se il passaggio politico non ha portato a nessun bilancio vero, a nessuna discussione di merito, fuori dalla retorica su “pace e conciliazione” e la messa al centro degli interessi militari? Le zone smilitarizzate in cui questo incontro avrebbe dovuto articolarsi hanno visto più boicottaggi che appoggi.

Gli spazi di agibilità politica in sicurezza per una vera “forza rivoluzionaria alternativa” sono stati progressivamente ridotti a zero. La minaccia di estradizione nei confronti di Santrich ha probabilmente accelerato la decisione. Le condizioni insopportabili dei prigionieri politici e quelle di Simon Trinidad, rimasto ostaggio degli USA, hanno sicuramente pesato.

Il tema della consegna delle armi, che per il gruppo di Ivan Marquez avrebbe dovuto essere graduale, è stato peraltro fin da subito un elemento di divisione con l’altra parte dell’organizzazione. In una guerra non convenzionale, trattare con le armi o senza non è un elemento da poco, come ha fatto notare l’altra organizzazione storica della guerriglia colombiana, l’ELN, che ha partecipato ai negoziati, ma si è mantenuta operativa.

Lo si è visto, in un altro contesto, anche in Italia, dove la guerriglia sconfitta e disarmata non ha potuto pesare nella battaglia per una soluzione politica rivoluzionaria al conflitto di classe degli anni '70, che non è mai decollato. E poi ha la sua importanza anche l’elemento simbolico della continuità, da assumere prima che tutto si disperda in una contesa in cui il nemico detta tempi e modalità.

Chi confonde i principi con il dottrinarismo e la demagogia, ignorando il terreno della tattica, ignorando la necessaria combinazione delle forme di lotta a seconda del contesto storico, perde sicuramente il treno della storia. Per questo, la scelta di intraprendere le trattative con il governo colombiano nel 2012, come già altre volte in passato, e fidando sull’appoggio di un contesto latinoamericano allora in pieno fermento, ha avuto una sua pertinenza. Più che ricorrere agli ostracismi, serve allora, come sempre, la riflessione e il bilancio.

“Abbiamo vinto la più bella di tutte le battaglie. La guerra con le armi è finita, ora inizia il dibattito delle idee”, aveva commentato l’allora negoziatore delle Farc, Ivan Marquez, dopo l’annuncio dell’accordo trovato all’Avana nell’agosto del 2016. E sul piano del confronto fra linee e della battaglia delle idee vanno sicuramente inquadrate le scelte dei due campi rivoluzionari, che si misureranno con la realtà colombiana.

Già nel corso della discussione sulle trattative, era apparsa chiara la differenza tra chi definiva la fase successiva come “post-conflitto” e chi, invece, parlava di “post-accordo”, nella consapevolezza che la partita per un cambiamento strutturale della società colombiana si sarebbe sì trasferita sul terreno politico, ma aprendo una nuova fase di scontro con i poteri di sempre.

E già a settembre, durante la cerimonia pubblica per la firma degli accordi, a Cartagena, il rombo degli aerei militari che si levavano in volo quando le Farc pronunciavano il loro discorso, lasciavano intendere che la partita sarebbe stata tutta in salita. E, a dicembre, dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, l’ex presidente colombiano Manuel Santos chiedeva l’adesione del suo paese alla Nato. In molti avevano allora ricordato l’aumento delle esecuzioni extragiudiziali quand’era stato ministro della Difesa di Alvaro Uribe e l’uccisione del comandante delle Farc Raul Reyes, il 2 marzo del 2008, durante un bombardamento di un accampamento guerrigliero in Ecuador, ai confini con la Colombia. Quale fosse l’idea di “pace” di Santos è emerso poi dall’indagine compiuta dal governo bolivariano circa il ruolo da lui avuto nel dare copertura agli attentati con i droni esplosivi poco prima di lasciare la presidenza a Duque, nell’agosto del 2018.

Quello del cosiddetto “post-conflitto” sembrava configurarsi come un lucroso business, che avrebbe coinvolto anche i paesi d’Europa, nell’ormai consueta commistione tra multinazionali, imprese private per la sicurezza, eserciti “umanitari” e grandi Ong addette al controllo sociale.

Una logica apparsa evidente anche in un mega-convegno che si è svolto a Roma a dicembre del 2016, a cui hanno partecipato rappresentanti di governo e pubblici ministeri di tutto il Centroamerica, e in cui è intervenuto l’allora presidente Santos, appena laureato col Nobel.

Il convegno s’intitolava “Legalità e sicurezza in America Latina: strategie, esperienze condivise, prospettive di collaborazione”. In quella sede, alla presenza dei vertici di tutte le forze dell’ordine italiane, a parlare per pochi minuti delle cause che producono delinquenza e “terrorismo” sono stati solo i rappresentanti del Salvador e del Nicaragua. L’accordo firmato tra la Colombia e la Nato, incubato negli anni in cui Santos era ministro della Difesa di Uribe, prevede infatti un’intesa comune contro “la criminalità organizzata e il terrorismo”, basato sullo “scambio di informazioni durante le missioni umanitarie, missioni relative ai diritti umani, la giustizia militare, così come l’aiuto nella lotta contro i crimini legati alla droga e alcuni cambiamenti nel settore della difesa”.

È la filosofia che guida gli “interventi umanitari”, con la quale si mascherano le ingerenze imperialiste nelle guerre di nuovo tipo. Un involucro facilmente adattabile al corso imposto dall’arrivo di Trump, che sta calpestando le istituzioni internazionali sostituendole con altre artificiali, in contrasto aperto con la stessa legalità borghese.

Lo si è visto chiaramente con l’aggressione al Venezuela bolivariano, colpito da vere e proprie operazioni di pirateria internazionale effettuate con la complicità dei governi capitalisti vassalli degli USA. Le difficoltà in cui si trova il campo progressista in America Latina, il picconamento dell’integrazione sud-sud, dovuto al ritorno a destra dei due grandi paesi, Argentina e Brasile, alla defezione dell’Ecuador a seguito del tradimento di Lenin Moreno, all’espulsione del Venezuela dall’Unasur e dal Mercosur, hanno fortemente ridotto l’incidenza di quanti, a partire da Chavez, avevano lavorato per un passaggio politico in Colombia, che però mantenesse aperta la porta a un cambiamento strutturale. Invece, sono state progressivamente sepolte nel sangue, sia la prospettiva di una riforma agraria, sia quella di un’assemblea nazionale costituente.

Suona, perciò, davvero grottesco l’appello di Manuel Santos affinché la Jep (la giurisdizione speciale di pace, vigente in Colombia dal marzo del 2017, quando fu approvato al Senato il Sistema Integral de Verdad, Justicia, Reparación y No Repetición) spicchi nuovi ordini di cattura per i tre dirigenti, definiti “disertori”. Suona grottesco il suo appello ai due ex presidenti, l’uruguayano Pepe Mujica e lo spagnolo Felipe Gonzalez affinché valutino lo stato degli accordi di pace, considerando il ruolo attivo nelle ingerenze imperialiste mantenuto da Gonzalez nel continente.

Per il partito Farc che ha deciso di mantenersi nella legalità, quella di riprendere le armi risulta una proposta “delirante” nell’attuale contesto internazionale. Ma se si legge attentamente il lungo documento d’analisi presentato da Ivan Marquez, si vede che l’elemento militare è solo uno dei temi proposti nel programma di rifondazione della guerriglia. Emerge una visione ampia, una sorta di appello all’unità nazionale contro le forze reazionarie, in cui l’attività clandestina si coniuga alla ricostruzione politica “dal basso” nei territori e nelle campagne. Clandestini al potere ma non alle masse, insomma. Una visione che si avvicina a quella dell’altra guerriglia storica, l’Eln, con la quale le Farc stanno stringendo un accordo.

C’è poi la critica di quanti temono che il ritorno alle armi delle Farc acceleri l’aggressione armata al Venezuela bolivariano, da sempre accusato di “finanziare il terrorismo”. Ci sembra un argomento debole, considerando il ruolo permanente del governo colombiano nella destabilizzazione del vicino paese, portato avanti in tutti questi anni. La conferenza stampa del ministro della Comunicazione venezuelano, Jorge Rodriguez, ha fornito ulteriori prove dei piani omicidi organizzati anche in questo agosto partire dal territorio colombiano, e sventati dall’intelligence bolivariana.

Il fatto che Duque, fantoccio di Uribe e degli USA, abbia deciso di ospitare a Bogotà la banda di Guaidó e compari per inventarsi un “governo di transizione” 2.0, è un ulteriore, esplicito, sabotaggio alla proposta di dialogo lanciata per l’ennesima volta da Maduro a un’opposizione golpista, che in qualunque paese del mondo starebbe in galera.

Proprio l’aggressione crescente contro il Venezuela dimostra quanto sia arduo mantenere la pace coniugandola alla giustizia sociale se si è al governo di un paese. Di che pace si può parlare invece in Colombia dove le istituzioni servono a perpetrare l’oppressione di classe, bloccando ogni spazio di agibilità politica in sicurezza da parte di un’opposizione degna di questo nome?

Iván Márquez ha motivato la scelta di riprendere le armi appellandosi al “diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione”, e come forma di difesa delle comunità rurali e urbane, rimaste in balìa del paramilitarismo con la smobilitazione della guerriglia. Ha elencato, in una visione marxista, i numerosi tradimenti perpetrati nel corso della storia dai governi colombiani al progetto di costruzione della Patria Grande voluto da Bolivar. Al contempo, ha ringraziato tutti gli attori politici che hanno contribuito al processo di pace che l’oligarchia colombiana si è dedicata a demolire, e ha lasciato aperta la porta al dialogo e al confronto anche con quella parte dell’organizzazione che ha deciso di mantenersi sul terreno legale.

Respingendo al mittente le accuse di Duque e soci, il governo bolivariano ha d’altro canto reiterato la propria volontà a favorire un nuovo percorso di dialogo: che, però, non sarà per domani, e il cui esito dipenderà dall’accumulo di forze di chi lotta per realizzare in Colombia un vero cambio di marcia.

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18/11/2016

Colombia. Nuovo accordo tra Governo e Farc, Uribe dice no

Sabato scorso il governo di Bogotà e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), rappresentati rispettivamente dal capo negoziatore Humberto de la Calle e dal comandante Iván Márquez (alias di Luciano Marín Arango), hanno annunciato di aver siglato un nuovo accordo di pace, dopo che il 2 ottobre scorso, nel referendum convocato dal Presidente della Repubblica Santos, la maggioranza dei votanti aveva deciso di bocciare il precedente testo ritenuto dagli ambienti reazionari troppo favorevole alla guerriglia comunista. Determinante era stato il voto contrario espresso da circa due milioni di fedeli delle chiese evangeliche, egemonizzate da elementi reazionari e che si sono schierate frontalmente contro il processo di pace.

L’annuncio è arrivato dall’Avana, dove negli ultimi quattro anni i rappresentanti del governo colombiano e delle Farc, con la mediazione dei cubani, oltre che di diplomatici norvegesi e di altri paesi, hanno condotto un lungo e complicato negoziato che la vittoria del no del due ottobre ha obbligato nelle ultime settimane a riaprire.

Contrariamente a quanto accaduto con il precedente accordo, la nuova versione non dovrebbe essere sottoposta al voto popolare ma solo al vaglio del parlamento dove i favorevoli dovrebbero godere di un’ampia maggioranza.

Rispetto al testo precedente, la nuova versione ha recepito la maggior parte delle critiche e delle contestazioni realizzate all’accordo di pace da parte degli ambienti contrari. Dopo le concessioni realizzate nei mesi scorsi, la guerriglia marxista ha dovuto quindi accettare ulteriori passi indietro, il che rischia di aumentare gli attriti all’interno delle Farc già creati dal precedente processo negoziale. E’ stato lo stesso comandante e numero due della guerriglia, Iván Márquez, ad ammettere che le Farc hanno ceduto “fino al limite del ragionevole e dell’accettabile”.

Secondo le indiscrezioni il nuovo testo, che non è stato ancora reso pubblico, avrebbe ad esempio accolto una delle principali richieste degli oppositori, cioè che le Farc debbano presentare una lista di beni e proprietà nelle proprie disponibilità che il governo possa confiscare ed utilizzare per concedere risarcimenti alle famiglie delle vittime. Inoltre si pone l’accento sull’inviolabilità della proprietà privata, per tranquillizzare i settori più reazionari che temevano la requisizione di alcune proprietà da destinare alle vittime dei paramilitari al servizio dell’oligarchia o ai contadini senza terra. Prevista, sembra, anche l’incarcerazione dei guerriglieri responsabili dei reati più gravi anche se rimane in piedi una procedura di amnistia che dovrebbe applicarsi a tutti quei guerriglieri non responsabili di ‘reati gravi di sangue’ che, confessando e pagando i risarcimenti dovuti alle vittime, potrebbero scontare pene alternative comprese tra i 5 e gli 8 anni.

La Jurisdición Especial, la magistratura ad hoc incaricata di giudicare i guerriglieri, dovrebbe operare per i prossimi 10 anni e non prevedere il coinvolgimento di giudici stranieri. Non è chiaro invece se alle Farc, contrariamente a quanto concordato precedentemente, sarà o meno concesso un certo numero di seggi alla Camera e al Senato nel periodo che precede la convocazione delle prossime elezioni generali. Inoltre il nuovo accordo non prevede l’inserimento del patto all’interno della Costituzione colombiana.

L’accordo siglato tra il presidente Juan Manuel Santos e il comandante “Timochenko” delle FARC prevedeva inizialmente alcuni punti inerenti la smobilitazione della guerriglia ed altri relativi alle riforme che lo stato colombiano dovrebbe applicare in cambio: la fine degli scontri armati (il cessate il fuoco bilaterale siglato il 29 agosto è stato intanto prorogato al 31 dicembre prossimo); il disarmo dei guerriglieri sotto la supervisione di una missione delle Nazioni Unite; il reintegro nella società di circa sei mila guerriglieri; la punizione dei guerriglieri; la legalizzazione delle Farc e la conversione del movimento in un partito politico. Il governo si impegna poi a varare una riforma agraria mentre le Farc dovrebbero smettere di tollerare la coltivazione della coca nelle aree da loro controllate e contribuire alla lotta contro il narcotraffico. Molto fumoso invece il processo che dovrebbe portare invece alla liberazione di circa 10 mila prigionieri politici rinchiusi nelle prigioni colombiane, per lo più guerriglieri ma anche attivisti sociali, politici e sindacali oggetto della feroce repressione degli ultimi decenni.

“Dissi che l’accordo siglato il 26 settembre era il migliore possibile. Ma oggi, con umiltà, riconosco che questo accordo è migliore in quanto accetta molte delle critiche” ha affermato il capo negoziatore del governo, Humberto de la Calle, dopo aver siglato il nuovo testo. I rappresentanti dell’esecutivo hanno imposto alla guerriglia di tener conto delle circa 400 richieste di modifica presentate dagli oppositori di destra, per lo più inerenti la punizione dei guerriglieri e la partecipazione degli ex combattenti alla vita politica del paese. A detta del presidente Santos, delle 57 principali osservazioni critiche presentate dal ‘fronte del No’, solo su una non si è riusciti ad arrivare ad un accordo con la controparte.

Nei giorni scorsi l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) ha accolto con favore il nuovo accordo raggiunto tra il governo di Bogotá e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. In una nota, l’organismo regionale ha evidenziato come la nuova intesa «contribuisca alla salvaguardia del Sudamerica, in un mondo sconvolto da conflitti etnici e ideologici». L’Unasur ha anche espresso il suo sostegno per l’eventuale inizio dei colloqui di pace tra Bogotá e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), il secondo più grande gruppo guerrigliero attivo nel paese. L’inizio dei colloqui era stato fissato lo scorso 27 ottobre a Quito, ma il tutto è stato rimandato in attesa del varo di un nuovo accordo con le Farc.

Un ‘si’ convinto è arrivato anche dal Segretario di Stato statunitense John Kerry che ha espresso a Santos le proprie congratulazione per il nuovo accordo raggiunto, affermando che il governo di Washington farà quanto in proprio potere per facilitarne l’approvazione e l’attuazione.

A remare contro è invece ancora l’ex presidente della Colombia ed esponente dell’estrema destra Alvaro Uribe. L’uomo forte di Bogotà dopo aver chiesto una riunione d’urgenza con Santos (suo ex compagno di partito) ha chiesto che il nuovo testo sia sottoponibile ad ulteriori limature e aggiustamenti.

Uribe difficilmente potrà impedire il varo della seconda versione dell'accordo, anche se potrà boicottarne l'applicazione, ed inoltre spera di capitalizzare alle prossime elezioni lo scontento dei settori contrari al negoziato con le Farc per battere l’attuale presidente che continua ad accusare di voler consegnare la Colombia al “castrochavismo".

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03/10/2016

Colombia: il referendum affonda la pace con le Farc

"Sostieni l'accordo finale per terminare il conflitto e per la costruzione di una pace stabile e permanente?": una domanda alla quale sembrava scontato che si dovesse rispondere ‘si’ in maniera massiccia ed entusiasta.

Eppure gli analisti sono stati smentiti, i sondaggi sconfessati, e ieri è finita 50.3 contro 49.7%. Con un tasso di astensione altissimo – il 63% – ed un vantaggio di soli 57 mila voti, la maggioranza degli elettori colombiani che si sono recati alle urne hanno votato contro gli accordi di pace negoziati all’Avana dal governo di Bogotà e dalle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, la più consistente e longeva guerriglia marxista del continente americano.

Si tratta di un vero e proprio schiaffo non solo nei confronti della guerriglia, ma anche del governo del liberale Juan Manuel Santos, esponente di un’ala dell’oligarchia intenzionata a normalizzare il conflitto con le Farc (e in prospettiva con l’altro gruppo guerrigliero minore, l’Eln) per aumentare il grado d’integrazione del paese nelle varie alleanze economiche e politiche continentali, riducendo – non annullando – al tempo stesso la tradizionale subalternità di Bogotà ai diktat della Casa Bianca.

Una strategia che è stata però violentemente boicottata da un suo ex compagno di partito ed ex presidente negli anni più duri del conflitto con la guerriglia, Alvaro Uribe, che ha lanciato una capillare campagna di boicottaggio prima nei confronti dei colloqui che si tenevano nella capitale cubana e poi mirando a far fallire il referendum. Gli ‘uribisti’, rappresentanti dell’ala più feroce dell’oligarchia colombiana e a capo di una vasta rete di influenze all’interno delle forze armate, dei servizi segreti, della polizia, della magistratura, della stampa e dell’imprenditoria – quella che non vuole rinunciare ai privilegi costruiti anche attraverso la feroce repressione non solo dell’insorgenza armata ma anche dei movimenti popolari, sindacali e di sinistra – alla fine l’hanno spuntata.

Anche a causa della scarsa cautela di Santos e dei suoi, che davano per scontato un ampio sostegno popolare alla scelta di disinnescare un conflitto armato con le guerriglie che ha causato negli ultimi cinquanta anni più di duecentecinquantamila morti, decine di migliaia di desaparecidos, milioni di sfollati. Ma non è stato così. Il fronte del ‘no’ ha giocato la carta della paura, prospettando, in caso di vittoria del ‘si’, la consegna del paese al ‘castro-chavismo’, una sorta di invasione guerrigliera dei posti chiave della società, “l’impunità totale per i responsabili di efferati crimini”, la consegna ai capi guerriglieri di centinaia di migliaia di ettari di terreni da tempo nelle mani dei latifondisti e delle autorità.

La verità è che alla fine dei tre anni di colloqui tra i rappresentanti del governo Santos e delle Farc la road map concordata non aveva alcunché di rivoluzionario e lasciava con l'amaro in bocca anche alcuni settori della sinistra. Il testo dell’accordo firmato lunedì scorso a Cartagena dal presidente e del leader guerrigliero Timoleón Jiménez “Timochenko”, alla presenza del Segretario Generale dell’Onu Ban-ki-Moon, comprendeva per lo più misure tendenti a garantire nel paese quei diritti civili ed economici minimi da sempre conculcati dall’oligarchia grazie all’impunità concessa agli apparati repressivi e agli squadroni della morte. Una serie di dispositivi e di principi, tutti da realizzare, che avrebbero avvicinato il paese alla democrazia liberale e non certo al socialismo: una timida riforma agraria, la distribuzione ai contadini e alle comunità delle terre sequestrate con la violenza dai possidenti, la reintegrazione nella vita civile dei circa 7 mila combattenti, la liberazione di una parte consistente dei quasi 10 mila prigionieri politici, la possibilità per i guerriglieri di dar vita ad un partito politico legale e di partecipare alle prossime elezioni legislative, la formazione di speciali Tribunali ai quali demandare la punizione di chi ha commesso crimini di sangue e di guerra supervisionati da esperti e garanti internazionali. Nessuna "impunità", anzi...

Ora però la vittoria del ‘no’ al referendum di ieri mette tutto in discussione, a partire dalla smobilitazione di migliaia di guerriglieri (una delle parti più delicate dell’accordo), sui quali incombe lo spettro dello sterminio, come avvenne con i militanti dell’Unione Patriottica, partito politico della sinistra radicale formato negli anni ’80 da alcune organizzazioni guerrigliere in seguito alla smobilitazione e che venne letteralmente decimato: circa 4000 suoi dirigenti e membri vennero assassinati dagli apparati dello stato, dalle formazioni paramilitari di estrema destra e dai pistoleros al soldo degli oligarchi.

Una volta reso noto l’inatteso risultato del referendum, ieri il comandante Timochenko ha riaffermato che la guerriglia non tornerà indietro rispetto alle sue scelte.

"Malgrado questa sconfitta, proseguiremo nel dialogo, useremo le parole abbandonando le armi, per continuare a costruire il futuro del paese in pace" ha detto da Cuba il comandante guerrigliero esprimendo il "profondo dispiacere delle Farc sul fatto che il potere distruttivo di chi semina odio e rancore abbia influito sull'opinione pubblica colombiana". A seguito del risultato del voto, le Farc affrontano ora "come movimento politico una sfida" ancora più grande per poter "costruire una pace stabile e durevole", ha aggiunto Timochenko, il quale, rivolgendosi al popolo colombiano, si è detto sicuro che "la pace trionferà".

Ma è chiaro che lo stop impresso dal voto al processo negoziale imprime una svolta quanto mai negativa alla questione, legittimando quelle correnti dell’elite che hanno remato contro la pace. Alcuni analisti prevedono ora un sostanziale rallentamento della restituzione delle terre ai legittimi proprietari ai quali erano state sottratte dai latifondisti o dalle autorità e un ulteriore aumento degli omicidi politici ai danni degli attivisti sindacali e sociali, che a dir la verità non si sono mai arrestati in questi ultimi anni (quasi 55 solo dall’inizio del 2016).

Analizzando il risultato del referendum su base territoriale, si nota chiaramente come le regioni in cui il conflitto armato ha prodotto le maggiori conseguenze – come Cauca, Nariño e Putumayo – la popolazione abbia partecipato con più entusiasmo all’appuntamento votando in massa per il ‘si’. Sono state invece le grandi città ad affondare il processo di pace, decidendo quindi anche per gli abitanti delle regioni rurali e della selva.

Dal punto di vista legale gli accordi di pace entrano in una sorta di limbo indefinito che saranno i rapporti di forza politici interni ed internazionali a orientare ora in un senso o nell’altro. Secondo la legge che regola il referendum, gli accordi firmati a Cartagena il 26 settembre non possono essere immediatamente implementati perché non hanno di per sé validità giuridica fin quando non saranno tramutati in legge. Ora Uribe e i suoi pretendono una rinegoziazione dei vari capitoli chiusi all’Avana poche settimane fa, con la cancellazione delle parti più invise all’oligarchia e all’estrema destra. Ad esempio la contestatissima Magistratura Speciale di Pace, che prevede tra le altre cose che gli imprenditori che hanno finanziato il paramilitarismo e gli squadroni della morte, e che i dirigenti e funzionari degli apparati statali responsabili di crimini di guerra, confessino le proprie responsabilità davanti alla Corte e "facciano ammenda".

Difficile dire cosa accadrà ora. Una provocazione contro i guerriglieri o magari un ‘attentato’ contro l’esercito, la polizia o qualche autorità da attribuire alle Farc potrebbe precipitare di nuovo il paese nello scontro armato frontale, spazzando via in pochi minuti tre anni di negoziati. Comunque vada il referendum, nonostante non fosse previsto alcun quorum, ha valore vincolante e il governo dello screditato presidente Juan Manuel Santos dovrà tenere conto del risultato, anche se frutto della volontà di una piccola minoranza degli elettori (appena il 37% di partecipazione…). Il che vuol dire che il governo dovrà sospendere, in vista di nuovi passi, tutte le procedure istituzionali e legislative connesse all’implementazione degli accordi, e lo stesso avverrà anche sul fronte internazionale.

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26/08/2016

Colombia, Farc e governo firmano la pace

Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha ordinato ieri all'esercito di dar corso al cessate-il-fuoco firmato con i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) che dovrebbe metter fine a mezzo secolo di conflitto violento tra la più numerosa guerriglia marxista del continente americano e uno dei governi finora più soggetti all'influenza di Washington e delle oligarchie reazionarie locali.

"Come capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, ho ordinato un definitivo cessate-il-fuoco con le Farc a partire da mezzanotte di lunedì", ha affermato Santos. "Il conflitto armato con le Farc – ha aggiunto il capo dello Stato – è finito".

Grazie alla fondamentale mediazione cubana durata parecchi anni e alla presenza dei rappresentanti dei governi garanti – Norvegia, Cile, Venezuela – il Governo colombiano e le Farc hanno firmato un complessivo accordo di pace che sarà sottoposto a referendum popolare il prossimo 2 ottobre.

"Il governo colombiano e le Farc annunciano di aver raggiunto un accordo finale, pieno e definitivo... sulla fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura in Colombia", recita la nota diffusa dalle due delegazioni dall'Avana dove si sono svolti i colloqui di pace negli ultimi quattro anni.

A proposito del voto di ratifica fissato per il 2 ottobre il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto: "Sarà il voto più importante delle nostre vite. E' un'opportunità storica e unica... di lasciarci alle spalle questo conflitto e dedicare i nostri sforzi a costruire un Paese più sicuro, affidabile, equo, istruito, per tutti noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti".

"Gli ex membri delle Farc che hanno deposto le armi potranno accedere alla vita democratica del paese. Dovranno solo, come qualsiasi altra organizzazione politica, ottenere il consenso elettorale dei cittadini con opportune proposte e argomentazioni" ha concluso il presidente colombiano.

"Amici del governo colombiano, credo che insieme abbiamo vinto la più bella della battaglie, quella della pace per la Colombia" ha dichiarato da parte sua Ivan Marquez, capo delegazione delle Farc ai colloqui di pace dell'Avana.

I negoziati si sono conclusi dopo quasi quattro anni e hanno messo fine a un conflitto in corso dal 1964 costato la vita a oltre 200mila persone. I colloqui, iniziati nel novembre del 2012, si sono conclusi quando entrambe le parti si sono impegnate a definire gli ultimi dettagli dell'accordo.

Manuel Santos rappresenta quella parte dell'oligarchia che nella fine del conflitto armato con la guerriglia di sinistra – colloqui sono in corso anche con l'Esercito di Liberazione Nazionale, altra formazione armata di ispirazione marxista – vede la possibilità di modernizzare lo stato e ampliare l'integrazione regionale con il resto dell'America Latina.

Ma una parte dell'oligarchia, rappresentata dall'ex presidente Alvaro Uribe rema decisamente contro la normalizzazione politica e l'integrazione della guerriglia all'interno della vita politica colombiana. Nei mesi scorsi la destra reazionaria guidata da Uribe ha organizzato manifestazioni in diverse città del paese contro la firma dell'accordo con le Farc e sta mobilitando tutti gli strumenti a sua disposizione per boicottare il referendum del 2 ottobre. Gli apparati dello stato che fanno riferimento a Uribe hanno negli ultimi quattro anni fatto ricorso anche a complotti e attentati pur di far fallire le trattative, in coordinamento con alcuni ambienti di Washington e le oligarchie reazionarie del vicino Venezuela.

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