In una conferenza stampa il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha fornito maggiori dettagli sulle denunce presentate nelle scorse settimane sull’esistenza di una frode elettorale algoritmica e sistematica nelle recenti elezioni, un fattore che avrebbe alterato i risultati di circa sette milioni di voti con l’obiettivo di imporre come presidente il candidato della destra Abelardo de la Espriella.
Durante il suo intervento, Petro ha nuovamente disconosciuto la legittimità dell’elezione di De la Espriella ed ha affermato che il vero vincitore della competizione è stato Iván Cepeda.
Il capo dello Stato ha indicato che l’irregolarità principale risiede nell’eliminazione dei lucchetti di sicurezza (codici hash) nei moduli E-14 caricati nel sistema. Ha spiegato che i documenti PDF sono stati convertiti in file modificabili al termine della votazione, violando trattati internazionali e leggi nazionali.
“I 120.000 documenti elettorali non hanno il lucchetto hash di sicurezza che li renda non modificabili. Il Registratore ha mentito ai cittadini dicendo che c’era un lucchetto: è un semplice codice per identificare ogni modulo, non un meccanismo che ne impedisca la modifica”, ha sottolineato l’ex presidente colombiano.
Petro ha anche denunciato la disobbedienza alla sentenza emessa dal Consiglio di Stato nel 2018, che ordinava che il software elettorale dovesse essere di proprietà dello Stato e non manipolabile da attori esterni o privati. L’ex presidente colombiano ha comunicato la creazione di un comitato di vigilanza composto da 70.000 cittadini e un fronte digitale con 1.000 esperti informatici.
Questo team ha analizzato 1.350 seggi elettorali e ha applicato metodi statistici come il test delle sequenze (runs test) per valutare l’andamento dei voti. Le analisi dei flussi hanno mostrato un modello matematico predeterminato invece di un comportamento casuale tipico del voto umano. L’indagine ha rilevato comuni in cui il censimento elettorale superava il totale della popolazione residente e seggi atipici con alterazione diretta dei voti.
Petro ha concluso che l’alterazione della volontà popolare configura la perdita della sovranità nazionale e getta il paese in una grave crisi costituzionale, assicurando che tutti i dati raccolti dalla rete civica digitale saranno trasmessi alle competenti autorità giudiziarie.
In precedenza, attraverso il suo account X, Petro aveva indicato che la frode è stata eseguita dall’estero mediante la manipolazione del sistema informatico. “Le elezioni sono state rubate da israeliani facoltosi guidati da un genocida e lo hanno fatto dall’estero modificando il voto”.
In Colombia si assiste anche ad un pesante ritorno della violenza politica.
Edgar Fernandez su Resumen Latinoamericano così descrive la situazione: “La tensione politica ha continuato a crescere nel paese dopo le votazioni del 21 giugno scorso, contrariamente a quanto di solito accade quando si chiude il periodo elettorale e si abbassa la schiuma creata dalle infiammate dichiarazioni dei leader di partito nel loro intento di conquistare voti. Tale fatto è un indicatore del fatto che la composizione delle forze politiche si è modificata e che, per il momento, non si sono costituiti nuovi canali per regolare la conflittualità derivante dai cambiamenti. Per questo motivo, la lotta partitica continua a manifestarsi attraverso dichiarazioni politiche dai toni forti, il che è comprensibile nella misura in cui i partiti non hanno ancora terminato di consolidare la loro posizione direttiva all’interno della società”.
Sabato 1° agosto, uomini armati hanno attaccato Julián Mauricio Gutiérrez, leader della riserva indigena Kwesx Yu Kiwe, nel comune di Florida, dipartimento di Valle del Cauca. Nello stesso attacco sono rimasti uccisi Andrés Machín, agente di scorta dell’Unità Nazionale di Protezione (UNP), e il comunero indigeno Hamilton Daniel. Un altro agente di scorta, Jhon Lemus, versa ancora in condizioni critiche.
La leader indigena Aida Quilcué ha condannato il crimine e ha avvertito: “La persecuzione contro i popoli indigeni e i loro leader è già iniziata. Mettiamo in allarme l’Ufficio del Difensore Civico, l’ONU, la MAP/OEA e gli organismi per i diritti umani. Esigiamo protezione immediata e indagini efficaci affinché questi fatti non si ripetano”.
Secondo Leonardo González, direttore di Indepaz (un indicatore della violenza politica in Colombia, ndr) questo omicidio porta a 88 il numero di leader e difensori dei diritti umani uccisi dall’inizio dell’anno.
La rappresentante alla Camera per il dipartimento di Valle del Cauca, Ana Erazo, ha denunciato l’aggressione contro il deputato del Patto Storico (la coalizione di sinistra, ndr) Yesid Sandoval, rimasto illeso dopo essere stato aggredito all’interno della sua auto. Erazo ha esortato la governatrice e la Polizia a fare luce sull’accaduto e a garantire protezione ai membri del Patto Storico.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/08/2026
Colombia è scontro politico a tutto campo. La normalizzazione a destra del paese non avrà vita facile
09/07/2026
Colombia - Petro contesta i brogli elettorali della destra e chiama alla mobilitazione il 20 luglio di Rino Condemi
Il presidente colombiano uscente Gustavo Petro in un recente tweet sul social network X, ha affermato che il suo successore Abelardo De La Espriella è un presidente illegittimo. “Il presidente della Colombia non riconosce la legittimità del governo entrante. Abelardo non ha vinto le elezioni”, ha detto Petro, denunciando che la frode nelle elezioni del 21 giugno è stata falsificata a Los Angeles, Stati Uniti, tramite una società israeliana e con finanziamenti di un prestigioso avvocato dello Stato della Florida.
Il Presidente Petro ha denunciato su X che “Gli algoritmi che hanno falsato i risultati elettorali sono stati utilizzati con le liste elettorali di coloro che non votano mai, sostituendole con elettori che potevano votare più volte o con elettori assenti nei seggi con giurie omogenee”.
Egli ha spiegato che nei seggi elettorali all’estero, ove il candidato dell’estrema destra ha ottenuto 177.000 voti in più rispetto al candidato della sinistra, Ivan Cepeda, i voti provenivano invece dalla Colombia e non da residenti negli USA o in Spagna.
Petro ha invitato i colombiani a scendere pubblicamente in piazza il 20 luglio, giorno dell’indipendenza della Colombia dove, ha detto, “Dirò addio pubblicamente ma difenderemo le riforme sociali promosse dal mio governo”.
Intanto il candidato della destra e “presidente eletto” della Colombia, Abelardo De La Esprellia ha accusato Gustavo Petro di promuovere “un colpo di Stato” con il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni del 21 giugno scorso ed ha chiesto alle Forze armate di preservare l’ordine. De la Espriella aveva già ordinato di sospendere il processo di transizione con il Governo uscente.
“Ho appena dato istruzioni al signor vicepresidente eletto della Repubblica perché sospenda immediatamente il processo di transizione con il Governo corrotto che sta concludendo il suo mandato, un Governo che, con le sue decisioni e il suo comportamento, pretende di distruggere la Colombia”, ha dichiarato De la Espriella sul suo account X.
De la Espriella, “vincitore” contestato con l’1% in più dei voti, è andato sui social media a minacciare il suo competitore Iván Cepeda con il carcere per aver proposto una “disobbedienza civile pacifica” contro il suo governo.
“Alcuni pazzi (riferito a Cepeda, ndr) parlano di disobbedienza civile, che non è altro che fronti, blocchi e terrorismo urbano”, ha detto De La Esprellia aggiungendo che “tutto ciò che è fuori dalla legge, indipendentemente da dove provenga o da chi lo promuove, sarà affrontato con tutta la forza dello stato di diritto. Sia chiaro”.
Dal canto suo il presidente uscente Gustavo Petro ha assicurato che consegnerà il potere il 6 agosto a mezzanotte, pur non riconoscendo Abelardo de la Espriella come suo successore, affermando che rispetterà il mandato costituzionale.
Il candidato presidenziale della sinistra “sconfitto” lo scorso 21 giugno, Ivan Cepeda, ha insistito nel riconoscere formalmente l’elezione di De la Espriella, ma ha assicurato di considerarlo un presidente “illegittimo”.
“Il mio partito – Il Patto Storico – e i più di 12.700.000 voti continueranno a promuovere azioni pacifiche e a respingere qualsiasi forma di violenza”, ha ribadito Iván Cepeda.
Con questo spirito il presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, ha invitato domenica scorsa a una mobilitazione generale in difesa delle riforme sociali il 20 luglio, giorno dell’indipendenza del paese. “Il 20 luglio, un giorno di mobilitazione generale per gridare indipendenza e permanenza delle riforme sociali”.
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22/03/2026
Trump mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA
Le indagini – condotte da magistrati specializzati, agenti della DEA e della Homeland Security – si starebbero concentrando sulla campagna elettorale del 2022. Gli inquirenti starebbero verificando se Petro abbia avuto incontri diretti con esponenti dei cartelli della droga e se la sua ascesa al potere sia stata sostenuta da donazioni provenienti da ambienti criminali. Insomma, negli Stati Uniti a processo viene portato chiunque, tranne gli “amici” di Epstein.
Non si sa se le indagini sfoceranno in capi d’accusa formali, ma è palese l’adozione dello stesso metodo usato per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo-farsa il prossimo 26 marzo. Petro ha reagito con veemenza attraverso i suoi canali social, consapevole che le accuse fanno il paio con un tentativo di destabilizzazione che, sugli stessi temi, la Casa Bianca sta operando di concerto con l’Ecuador.
Il presidente colombiano ha rivendicato la sua storia politica di denuncia contro la collusione tra criminalità e istituzioni, definendo le mosse della giustizia americana come uno strumento che, paradossalmente, lo aiuterà a “smantellare le calunnie dell’estrema destra colombiana, che è effettivamente strettamente legata ai narcotrafficanti”.
La sfida risulta assai importante, in vista delle presidenziali del 31 maggio. Sebbene Petro non possa ricandidarsi, la sua formazione, quella del Pacto Histórico, con candidato Ivan Cepeda, è attualmente in testa ai sondaggi con il 35%, seguita a grande distanza dal candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, al 21%.
Per Sergio Guzman, direttore di Colombia Risk Analysis (think tank con sede a Bogotà), la rivelazione di queste indagini a ridosso del voto sa apertamente di minaccia. Ha infatti dichiarato ad Al Jazeera: “questo sembra essere più che altro un avvertimento che mostra come gli Stati Uniti potrebbero influenzare l’esito delle elezioni”.
Sul ribaltamento della linea di Petro, così come sulla tenuta della Rivoluzione Bolivariana e sullo strozzamento del Socialismo cubano, Trump si gioca un pezzo del proprio mandato, fondato innanzitutto sulla volontà di riaffermare il dominio statunitense su quello che considera il proprio “cortile di casa”. Soprattutto ora che, al fianco di Israele, Washington ha deciso di impantanarsi nel conflitto contro l'Iran.
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19/03/2026
Corpi carbonizzati al confine tra Colombia ed Ecuador, Petro accusa: “Quito bombarda”
“Sono arrivati circa tre aerei, più o meno, dal lato ecuadoriano, e hanno sganciato quegli ordigni e alcuni sono effettivamente esplosi, ma sul lato ecuadoriano”, ha detto l’agricoltore Julián Imbacuán. Un ordigno inesploso sarebbe arrivato in territorio colombiano, ed è stato poi disinnescato dagli artificieri del paese lo scorso giovedì.
Gli esperti colombiani, osservandone i resti, hanno parlato di una bomba a caduta libera di tipo MK, prodotta negli Stati Uniti e in Brasile. Già martedì sera, Petro scriveva su X che “è stato dimostrato che la bomba in territorio colombiano appartiene all’esercito ecuadoriano”, e il presidente di Bogotà ha poi annunciato che il suo governo avrebbe inviato una “nota diplomatica di protesta”.
Da Quito, Daniel Noboa ha respinto categoricamente le accuse. Sempre su X, il presidente ecuadoriano ha scritto che stanno “bombardando i luoghi che fungevano da nascondigli” per gruppi criminali legati al narcotraffico. Rivolgendosi direttamente a Petro, ha affermato che questi gruppi sono “in gran parte colombiani, che il suo stesso governo ha permesso di infiltrarsi nel nostro Paese a causa della negligenza al confine”.
L’Ecuador ha infatti lanciato da qualche settimana una massiccia operazione militare, di cui l’obiettivo è stato definito il narcotraffico. A sostenerla c’è il Comando Sud delle forze armate degli Stati Uniti (SOUTHCOM), ed è evidente come l’azione di Noboa sia concertata con Washington: l’obiettivo è scaricare all’esterno le difficoltà dell’attuale governo, e allo stesso tempo offrire alla narrazione di Trump una sponda.
La Casa Bianca ha già usato il tema del narcotraffico per sequestrare il presidente venezuelano Maduro, e sembra che la giustizia stelle-e-strisce stia preparando simili accuse anche nei confronti de L’Avana. Petro e il Pacto Historico sono gli altri obiettivi di questa offensiva contro ogni resistenza antimperialista in America Latina, in vista delle presidenziali che si terranno il prossimo 31 maggio.
Delegazioni dei due paesi si incontreranno il prossimo 24 e 25 marzo a Quito, con la mediazione della Comunità Andina. Intanto, però, il ministro della Difesa colombiano, Pedro Sánchez, ha annunciato il dispiegamento di truppe nella zona di confine dove è stato ritrovato l’ordigno inesploso.
La situazione rischia di scaldarsi ulteriormente, e questo potrebbe essere uno degli obiettivi della coalizione tra Ecuador e USA: esercitare una larga pressione sul controllo dei confini da parte di Petro, in modo tale da indebolire la sua posizione in vista del voto.
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13/02/2026
Petro scampato a un tentato omicidio. È il segno della “campagna elettorale” colombiana
Secondo il racconto del capo di Stato, il velivolo non ha potuto atterrare alla destinazione prevista perché le luci della pista sono rimaste inspiegabilmente spente. La scorta, temendo un attacco armato da terra, ha ordinato una deviazione verso il mare aperto. Il presidente e la sua famiglia hanno volato per quattro ore sull’oceano prima di poter raggiungere in sicurezza una meta alternativa.
Non è la prima volta che Petro è messo nel mirino di attentati di questo tipo, e il dito è puntato contro le organizzazioni del narcotraffico. La conferenza stampa in questione si è tenuta dopo la scomparsa di una senatrice indigena, Aida Quilcué, poi ritrovata, che secondo le informazioni disponibili era stata sequestrata da gruppi armati locali legati al traffico di cocaina.
Minacce a Petro e conseguenti misure di sicurezza (oggi il presidente dovrebbe essere trasferito in una località alternativa rispetto alla sua abituale residenza) risalgono già alla campagna elettorale del 2022, e si sono susseguite anche negli scorsi anni. Giusto per rendere l’idea della falsità delle accuse trumpiane riguardo alla presunta “connivenza” del governo colombiano con il commercio di stupefacenti.
Il clima di violenza politica si fa sempre più incandescente mentre la Colombia si avvicina a tappe elettorali cruciali: le parlamentari di marzo e le presidenziali di maggio. Questi sono passaggi fondamentali per il mantenimento della traiettoria politica impressa al paese da Petro negli ultimi anni.
Non si tratta solo di questioni sociali interne e della lotta al narcotraffico, ma anche e soprattutto del posizionamento internazionale. Petro è stato uno dei più coerenti capi di Stato che si è adoperato per la denuncia e la rottura dei rapporti con Israele; alla Conferenza delle Parti sui temi ambientali ha proposto la creazione di una rete elettrica panamericana, quale strumento di emancipazione dei popoli latinoamericani; e ha annunciato il ritiro della Colombia dal partenariato che il paese aveva firmato con la NATO negli anni della destra al potere.
Il suo sostegno alle esperienze di alternativa in America Latina, a partire dal Venezuela, fa capire perché è diventato uno dei bersagli privilegiati di Washington. E getta dubbi anche su quali interessi facciano davvero riferimento i tentativi di eliminare fisicamente Petro. Le prossime elezioni si confermano come un passaggio centrale per il futuro non solo della Colombia, ma anche di chiunque non voglia sottostare al dominio statunitense nelle Americhe.
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08/01/2026
La Colombia si è mobilitata contro le minacce statunitensi
La mobilitazione si è concentrata principalmente nella Plaza de Bolívar a Bogotá, ma si è svolta anche in città come Cali, Medellín e Cúcuta, dove i manifestanti hanno espresso il rifiuto dell’ingerenza straniera e sostegno al governo nazionale.
Fin dalle prime ore del mattino, Plaza de Bolívar si è riempita di bandiere colombiane, striscioni e slogan patriottici.
Alla mobilitazione hanno partecipato sindacati, movimenti sociali e organizzazioni della società civile, a testimonianza del sostegno all’appello presidenziale. Tra gli slogan più visibili vi erano messaggi come “Rispetto per la Colombia”, “Petro non è un trafficante di droga” e “Grazie Petro”.
Significativamente a Cúcuta, una città al confine con il Venezuela, la giornata ha assunto un valore altamente simbolico. I manifestanti colombiani hanno marciato verso il Ponte Internazionale Simón Bolívar, dove hanno incontrato quelli venezuelani.
In un atto di fratellanza, entrambi i gruppi hanno cucito insieme le bandiere di Colombia e Venezuela e cantato i rispettivi inni nazionali, in un gesto di unità latinoamericana.
“Siamo una sola bandiera, siamo colombiani, siamo venezuelani, siamo latinoamericani. Chiediamo sovranità e libertà. Non possiamo permettere pressioni da parte del governo degli Stati Uniti”, hanno detto i manifestanti.
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06/01/2026
Gustavo Petro e l’autodeterminazione dell’America Latina
“Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.
Mi accusate falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Ma io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio.
È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.
Il Presidente della Colombia è il comandante supremo delle forze militari e di polizia colombiane per ordine costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha elaborato dopo aver deposto le armi durante l’insurrezione.
Nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo forgiato un patto: la nuova Costituzione della Colombia, che mirava a costruire uno Stato sociale governato dallo Stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.
Ebbene, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, e sempre sotto la protezione della Costituzione, ho ordinato il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo. Ho avviato un importante programma di sostituzione volontaria delle colture da parte dei coltivatori di coca. Il processo ha interessato 30.000 ettari di coca ed è la mia massima priorità come politica pubblica.
Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza.
Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne.
E se arrestassero il presidente che gran parte del mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia del popolo.
Da questo momento in poi, ogni soldato in Colombia ha ricevuto un ordine: qualsiasi comandante delle forze armate che preferisca la bandiera statunitense a quella colombiana verrà immediatamente rimosso dall’istituzione per ordine della truppa e mio.
La Costituzione impone alle forze armate di difendere la sovranità popolare.
Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un’arma dopo l’accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio.
Non sono un figlio illegittimo, né un trafficante di droga.
Ho una fiducia enorme nel mio popolo, ed è per questo che gli ho chiesto di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo.
Mi fido del popolo e della storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.
Quindi sappia che ha di fronte un comandante del popolo. Libera la Colombia per sempre.
Invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate, perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese, vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida”.
Non so se Maduro sia buono o cattivo, o addirittura se sia un narcotrafficante; negli archivi della giustizia colombiana, dopo mezzo secolo di rapporti con i più grandi cartelli della cocaina, i nomi di Nicolás Maduro e Cilia Flores non compaiono. Coloro che si sono fatti avanti con le accuse sono dirigenti dell’opposizione venezuelana, niente di più, che cercano di indebolire il voto popolare.
Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene; è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.
Per saperne di più sulla mafia e sul traffico di cocaina, basta consultare i registri giudiziari colombiani.
Ecco perché respingo fermamente le dichiarazioni di ignoranza di Trump; il mio nome non compare in nessun verbale di tribunale per narcotraffico, passato o presente, da 50 anni. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.
Appartenevo all’organizzazione clandestina che lottava per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’Assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per sollevare di nuovo la spada di Bolívar, la spada che aveva detto che non avrebbe mai rinfoderato finché non fosse finita l’ingiustizia nella Gran Colombia. Appartenevo all’M-19, che firmò la prima pace nell’America Latina contemporanea.
Non conosce la storia colombiana, ed è per questo che fallisce quando ci critica. Dovrebbe semplicemente incontrare i suoi esperti investigatori antidroga in Colombia, che ho assistito nelle mie ricerche come senatore della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito un genocidio per mano dei narcotrafficanti e dei loro alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra americana.
Abbiamo perso decine di migliaia di compagni nella lotta armata e popolare per la democrazia e non vi abbiamo chiesto invasioni; abbiamo resistito e vinto attraverso la pace.
Non ho mai bruciato una bandiera americana perché ho letto la storia della classe operaia americana e delle lotte popolari attraverso i libri di Zinn in spagnolo. Ed è per questo che onoro la classe operaia americana, i neri e gli indigeni e i giovani soldati che, con i sovietici, sconfissero Hitler.
Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, di fronte al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la protezione della legge statunitense, che garantisce la libertà di parola ai partecipanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarvi a fare la pace a Gaza! I palestinesi lì mi amano, e forse invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate – perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese – vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida.
Per quello che ho detto, avete avuto l’audacia di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La vostra punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio. È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.
Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.
Ecco perché rispetto la storia nata dalla collaborazione tra Washington e Bolívar: si facevano regali a vicenda, erano più liberatori che schiavisti.
Ho imparato a non essere uno schiavo e rifiuto le vostre dichiarazioni che ci assegnano unilateralmente al vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non pensate che l’America Latina sia solo un covo di criminali che avvelenano il suo popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutte le Americhe. Leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici guerrieri per la Democrazia e la Libertà.
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03/01/2026
Venezuela: il mancato Nobel e la guerra tutta sua
«Numerose esplosioni e incendi hanno colpito aree militari nell’area metropolitana di Caracas nelle prime ore di oggi. Nel quartiere ‘23 de Enero’, nella zona ovest di Caracas, dove si concentrano i gruppi chavisti, è stata segnalata una forte esplosione accompagnata da sirene e sorvoli di aerei. Si sono verificati incidenti anche all’Accademia Militare di Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altre zone colpite includono la base aerea La Carlota e l’aeroporto di Higuerote, con esplosioni di minore entità».
Il Governo del Venezuela «denuncia la gravissima aggressione militare degli Stati Uniti». Il presidente Nicolas Maduro ha dichiarato lo stato di emergenza e chiesto mobilitazione della popolazione dopo l’attacco».
Non è più la guerra contro i narcos?
«L’obiettivo di questo attacco non è altro che quello di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione. Non ci riusciranno». Lo scrive il governo di Maduro in una nota ufficiale in cui respinge gli attacchi al Venezuela che la nota attribuisce a Washington.
Venezuela a sovranità limitata?
«Dopo oltre duecento anni di indipendenza, il popolo e il suo governo legittimo rimangono saldi nella difesa della sovranità e del diritto inalienabile di decidere il proprio destino. Il tentativo di imporre una guerra coloniale per distruggere la forma repubblicana di governo e forzare un ‘cambio di regime’, in alleanza con l’oligarchia fascista, fallirà come tutti i tentativi precedenti», aggiunge la nota.
Trump al mercato della guerra
Le esplosioni si sono verificate mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha dispiegato una flottiglia navale nei Caraibi, ha sollevato la possibilità di attacchi terrestri contro il Venezuela e ha affermato che i giorni del presidente venezuelano Nicolas Maduro erano “contati”. I rumori delle esplosioni hanno continuato a essere uditi intorno alle 2:15 di notte (7:15 in Italia). Il presidente Trump ha ordinato attacchi contro siti all’interno del Venezuela, tra cui alcune strutture militari. Lo hanno riferito funzionari statunitensi alla Cbs News, mentre l’amministrazione intensifica la sua campagna contro il regime del presidente Maduro. Anche Fox News ha riferito che funzionari dell’amministrazione Trump, rimasti anonimi, hanno confermato il coinvolgimento delle forze statunitensi.
Cronaca sociale nella sintesi ANSA
Sui social media sono visibili immagini di grandi incendi con colonne di fumo, scrive la Afp, ma non è possibile localizzare con precisione il luogo di queste esplosioni, che sembrano essere avvenute nella zona sud e est della capitale venezuelana. I video delle esplosioni sono stati condivisi su diverse piattaforme dai residenti di quartieri come El Junquito, La Pastora, Macarao, El Hatillo, El Marqués e Los Ruices, che hanno riferito di aver sentito forti rumori ed esplosioni. Alcune zone della città hanno subito interruzioni di corrente. Le interruzioni di elettricità sono confermante anche dai giornalisti della CNN che si trovano nella capitale venezuelana, che hanno sentito anche il rumore di aerei dopo le esplosioni. Secondo testimonianze raccolte dalla Reuters, scrive la agenzia sul suo sito, ad essere senza elettricità è la zona meridionale della città, nei pressi di una grande base militare.
Le mani Usa sul ‘giardino di casa’
Allarme del presidente della Colombia Gustavo Petro su X: “Caracas è sotto bombardamento in questo momento. Allertate il mondo: il Venezuela è stato attaccato! Stanno bombardando con missili. L’Organizzazione degli Stati americani e l’Onu devono incontrarsi immediatamente”.
Gustavo Petro ha scritto che in Venezuela sarebbero stati colpiti obiettivi istituzionali e militari a Caracas, tra cui il Palacio Federal Legislativo sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez. Petro riferisce inoltre dell’attivazione del piano di difesa al palazzo presidenziale Miraflores. Petro lo indica come un “bilancio al momento confermato”, elencando i singoli siti colpiti. Oltre alla sede del Parlamento venezuelano e al mausoleo che ospita i resti di Chávez, entrambi obiettivi altamente simbolici, sarebbe stato colpito anche il Fuerte Tiuna, il principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, nel centro della capitale, che sarebbe stata resa inoperativa. Tra gli altri obiettivi menzionati compaiono la base n.3 dei caccia F-16 a Barquisimeto, la base militare di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Inoltre, sempre per Petro, un blackout elettrico avrebbe interessato ampie zone della capitale, dal centro al sud della città.
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09/11/2025
Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”
È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.
In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.
È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.
A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.
La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.
Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.
Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.
Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.
Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.
Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.
Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.
“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.
Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).
Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.
Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.
Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.
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23/10/2025
Stop alle minacce statunitensi contro il Venezuela. La denuncia di tre relatori delle Nazioni Unite
I tre relatori delle Nazioni Unite sottolineano come “Queste azioni violano anche l’obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l’uso della forza contro un altro Paese” aggiungendo che “Queste azioni rappresentano un’escalation estremamente pericolosa con gravi implicazioni per la pace e la sicurezza nella regione dei Caraibi”.
Il riferimento è al “significativo” rafforzamento militare statunitense già in corso nei Caraibi, con le forze statunitensi che hanno preso di mira imbarcazioni al largo delle coste venezuelane ritenute coinvolte nel traffico di stupefacenti, e all’annuncio del leader americano Donald Trump di aver autorizzato azioni “segrete” della Cia in territorio venezuelano.
“Anche se tali accuse fossero comprovate, l’uso della forza letale in acque internazionali senza un’adeguata base giuridica viola il diritto internazionale del mare ed equivale a esecuzioni extragiudiziali”, hanno affermato i relatori delle Nazioni Unite.
“I preparativi per un’azione militare segreta o diretta contro un altro Stato sovrano costituiscono una violazione ancora più grave della Carta delle Nazioni Unite”, affermano i tre relatori. “La lunga storia di interventi esteri in America latina non deve essere ripetuta”.
Per questo, i tre relatori Onu hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché “difenda lo Stato di diritto, il dialogo e la risoluzione pacifica delle dispute” e hanno chiesto di terminare le azioni “illegali” e le minacce.
Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Guardian, che ha consultato tre fonti ben informate, la Cia sta fornendo la maggior parte delle informazioni di intelligence utilizzate per condurre gli attacchi aerei degli Stati Uniti contro piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, sospettate – secondo la versione statunitense – di trasportare droga dal Venezuela.
Il Guardian rileva come il ruolo centrale dell’agenzia implica che gran parte delle prove utilizzate per selezionare i presunti trafficanti da uccidere in mare aperto rimarranno quasi certamente segrete. Le fonti hanno spiegato che la Cia fornisce informazioni in tempo reale raccolte dai satelliti per individuare quali imbarcazioni, a suo avviso, siano cariche di droga, tracciandone le rotte e fornendo indicazioni precise per attaccarle con i missili. Una settimana fa, Trump ha confermato di aver autorizzato operazioni della Cia in Venezuela, senza fornire altri dettagli.
Secondo gli analisti internazionali, l’obiettivo di Washington è arrivare alla rimozione dal governo di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela. Il via libera alle operazioni della Cia rappresenterebbe quindi una soluzione più aggressiva della strada diplomatica ma allo stesso tempo più discreta di una possibile invasione militare del Paese, denunciata pubblicamente non solo dal Venezuela ma anche dalla Colombia, finita anch’essa nel mirino di Washington.
Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato alcuni giorni fa che il presidente Donald Trump lo accusa falsamente di essere legato al traffico di droga perché durante il suo mandato l’esercito colombiano non ha voluto partecipare a un’invasione del Venezuela, descrivendola come un atto insensato per attaccare un popolo fraterno.
Dal canto suo il presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha espresso il suo sostegno alla Colombia affermando che entrambe le nazioni sono una sola e che un conflitto contro il paese vicino sarebbe considerato una minaccia anche contro il Venezuela.
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21/10/2025
Ancora un assassinio Usa nei Caraibi, Petro: “è una guerra per il petrolio”
Petro mette in guardia dal nuovo scenario di guerra nei Caraibi
In un forte messaggio, il presidente ha rivelato i dettagli dell’incidente: “la barca attaccata il 16 settembre era colombiana, aveva un motore in panne ed era alla deriva nelle acque colombiane, lì dove un pescatore ha perso la vita: Alejandro Carranza, che non è tornato a casa”.
Washington ha giustificato l’attacco come parte della sua operazione contro il traffico di droga nei Caraibi. La famiglia del pescatore Alejandro Carranza, in una intervista a una tv locale, ha confermato che l’uomo è andato a pesca e non è mai più tornato.
“La responsabilità è dell’amministrazione Trump”
Il presidente della Colombia è stato categorico nel sottolineare la responsabilità degli Stati Uniti. “I funzionari del governo degli Stati Uniti hanno commesso un omicidio e violato la nostra sovranità nelle acque territoriali. Alejandro Carranza non aveva legami con la droga, era solo un pescatore”, ha dichiarato Petro.
Se questi fatti fossero confermati, la Colombia li ritiene una grave violazione del diritto internazionale e, in caso di risposta non soddisfacente da parte di Washington, il caso potrebbe essere portato davanti agli organi multilaterali.
“Non è una guerra contro il contrabbando, è una guerra per il petrolio”
La denuncia fa parte della critica ricorrente di Petro agli schieramenti militari statunitensi nella regione. Il presidente di recente ha nuovamente avvertito che gli Stati Uniti intendono trasformare i Caraibi in una zona di conflitto: “Un nuovo scenario di guerra è stato aperto: i Caraibi”.
“L’aggressione armata degli Stati Uniti è irrazionale alla lotta contro la droga, ma è molto razionale per le invasioni nei Caraibi”. L’evidenza è chiara: “non c’è guerra contro il contrabbando, quella che c’è è una guerra per il petrolio e deve essere fermata dal Mondo. L’aggressione è contro tutta l’America Latina e i Caraibi”, ha detto Petro.
Il capo di Stato colombiano ha anche affermato che il presunto “Cartel de los soles” non esiste ed è solo una scusa per intervenire e rovesciare i governi, come gli Usa intendono fare in Venezuela con i Marines, in violazione della risoluzione della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.
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26/09/2025
Petro all’ONU invoca la creazione di una forza di difesa dei palestinesi, e attacca gli USA sull’America Latina
L’elemento di certo più significativo è la proposta che l’ONU crei una forza armata internazionale che protegga i palestinesi dal genocidio perpetrato da Israele. La responsabilità di Tel Aviv in questo senso è confermata da un’indagine indipendente delle stesse Nazioni Unite, che in passato non hanno mancato di approvare varie altre missioni di cosiddetto peacekeeping.
Ma in questo caso Petro si è spinto oltre, denunciando anche i meccanismi con cui spesso l’ONU è ridotto all’immobilismo. Il presidente colombiano ha criticato gli Stati Uniti, per aver posto il veto sul cessate il fuoco nella Striscia, nella votazione del 18 settembre. Dunque, ha invocato il cambiamento delle regole di questi consessi, per far fronte a squilibri non più accettabili.
Ha, però, fatto qualcosa in più. Sottolineando come l’opposizione al genocidio non si possa fermare alle sole condanne, e nemmeno alle risoluzioni di cui, purtroppo, abbiamo visto Israele fregarsene tranquillamente, Petro ha chiesto che sia l’Assemblea Generale, senza il blocco del Consiglio di Sicurezza, a votare per creare questa forza di protezione internazionale dei palestinesi.
Non si tratterebbe, dunque, di un intervento dei ‘caschi blu’, bensì “un potente esercito di paesi che non accettano il genocidio”, riporta El Pais. “La diplomazia ha già esaurito il suo ruolo nel caso di Gaza”, ha aggiunto Petro, ed è dunque ora di intervenire per fermare Israele, lì dove l’Occidente ha fallito la missione che propaganda di avere, cioè quella di tutelare diritti umani e democrazia.
Perché infatti, nella parole di Petro, c’è qualcosa di più della semplice insofferenza di fronte alla pulizia etnica che non accenna a fermarsi. C’è una presa di posizione contro il capitalismo occidentale, una presa di posizione netta contro l’ordine – o disordine – guidato dagli USA e, a seguire, dalle potenze sue ‘alleate’, o per meglio dire vassalle.
C’è la rivendicazione del ruolo che deve avere il Sud Globale di fronte all’ennesimo genocidio e all’ennesima guerra mondiale, seppur a pezzi, a cui il colonialismo e il suprematismo occidentali stanno obbligando il mondo intero ad assistere e partecipare. O a subire attacchi o, peggio, la stessa sorte di Gaza.
“Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza – ha detto Petro – potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America Latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”. Il riferimento è agli attacchi portati dagli Stati Uniti contro delle navi al largo del Venezuela, che con la scusa del narcotraffico mirano a destabilizzare il paese e l’intera regione.
A farne le spese sono stati già diversi pescatori. Washington ha escluso la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta alla droga. Ma su questo Petro è stato chiaro: “la politica antidroga [degli USA, ndr] non ha lo scopo di impedire alla cocaina di raggiungere gli Stati Uniti. Lo scopo è dominare la popolazione del Sud in generale”.
Il presidente colombiano ha individuato in fatti che sembrano così diversi e lontani un minimo comune denominatore nell’espansionismo occidentale e nell’arbitrio della NATO, che minano i reali processi democratici e favoriscono l’emergere di nuove tirannie. Mentre Petro diceva tutto ciò, la delegazione statunitense non c’era, perché aveva lasciato l’aula.
È un piano inclinato che va verso la guerra, quello del capitale occidentale, o verso la distruzione del pianeta. “Ci siamo sbagliati – ha detto Petro – le Nazioni Unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.
Quella del presidente di Bogotà non è una critica verso un governante o un’azione (per quanto possa essere terribile, come un genocidio), ma è una condanna senza appello a un intero sistema politico e di sicurezza internazionale – fallimentare – e a un modello di sviluppo che ha prodotto solo disuguaglianze, povertà e, infine, persino l’avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo.
Per concludere, e tornando alle proposte fatte per l’emergenza più immediata, ovvero lo sterminio dei palestinesi, Petro chiama i paesi che si oppongono al genocidio a intervenire concretamente. Col discorso che ha tenuto, ha però inserito questo intervento in quadro di compiti più ampio e più alto: quelli del Sud Globale di liberarsi dal giogo del capitale occidentale, e di farsi infine alternativa di giustizia e pace.
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03/08/2025
Un nuovo partito di sinistra per la Colombia di Petro
Venerdì 1° agosto l’ex presidente colombiano, Alvaro Uribe, dichiarato colpevole di frode processuale e corruzione in atto penale, è stato condannato a 12 anni, da scontare agli arresti domiciliari. La lettura della sentenza, di oltre 1.000 pagine, ha messo un primo punto fermo a una vicenda processuale in corso da 13 anni e che ha subito ogni tipo di ostacolo. La difesa presenterà appello.
Intanto, si è prodotta una sentenza storica, perché per la prima volta, in Colombia, un presidente viene condannato penalmente per reati comuni. Il caso iniziò nel 2012, quando Uribe denunciò l’allora deputato Iván Cepeda per aver presumibilmente manipolato testimonianze contro di lui. Nel 2018, la Corte Suprema non solo scartò l’indagine su Cepeda, ma ne aprì una contro Uribe per presunta manipolazione di testimoni.
Da allora, il caso ha attraversato vari momenti chiave: la detenzione domiciliare di Uribe nel 2020, le sue dimissioni dal Senato e il trasferimento del processo alla giustizia ordinaria, dove ha finalmente affrontato una fase di giudizio di 67 giorni, culminata con la sentenza di lunedì scorso. Ora, se la corte non tratta entro il 16 ottobre il ricorso d’appello, che la difesa di Uribe presenterà l’11 agosto, vi sarà la prescrizione.
E questa è sempre stata la strategia dell’ex presidente, a lungo l’uomo più potente della Colombia, che muove ancora molti interessi in un paese profondamente segnato da decenni di conflitto, disuguaglianza strutturale e dipendenza economica dagli Stati Uniti.
Per voce del segretario di Stato, Marco Rubio, gli Usa hanno protestato per la sentenza, mentre il deputato della Florida, Mario Díaz-Balart, ha definito la sentenza una “farsa” e ha avvertito del “deterioramento della democrazia” in Colombia... Dello stesso tenore le dichiarazioni della rappresentante dell’estrema destra venezuelana, Maria Corina Machado, che ha espresso tutta la sua “solidarietà, fiducia e affetto” al “genuino alleato della democrazia e della libertà in Venezuela”.
L’ex presidente colombiano, Ivan Duque, il “figlioccio politico” di Uribe, ha affermato che un gruppo di ex presidenti, membri dei think tank neoliberisti, Idea e Libertà e Democrazia, hanno chiesto una supervisione internazionale a fronte delle “gravi irregolarità” commesse nel processo contro Uribe.
La sentenza avrà il suo peso nel complesso scenario politico del paese, già in fermento per le elezioni presidenziali del maggio 2026. Il presidente Gustavo Petro che, al pari di Lula in Brasile, cerca un nuovo consenso consolidando la sua figura a livello internazionale, non ha potuto compiere passi sostanziali verso un affrancamento pieno dalle tutele internazionali, data la pervasività degli interessi politico-militari nordamericani, e israeliani, presenti nel suo paese, che pullula di basi statunitensi. Nonostante la boccata di ossigeno determinata dal progressismo del governo e dal freno imposto alle ricette ultraliberiste dei governi precedenti, l’economia, fortemente legata all’estrazione di risorse naturali (petrolio, carbone, oro) e ai flussi finanziari internazionali, riproduce una divisione internazionale del lavoro che penalizza le classi subalterne.
Il ruolo storico degli Stati Uniti, attraverso aiuti militari (come fu il Plan Colombia) e accordi commerciali, ha funzionato come via d’accesso a queste risorse e per imporre una politica della “sicurezza” a tutela degli interessi del capitale transnazionale, a scapito della sovranità e dello sviluppo autonomo colombiano.
Le impennate d’orgoglio di Petro, navigato uomo di sinistra che ha combattuto e poi governato le istituzioni colombiane, vanno perciò appena un po’ oltre la politica degli annunci: la Colombia potrebbe uscire dalla Nato, smentendo la scelta dei precedenti governi di destra; la Colombia ritira i suoi diplomatici da Israele (ma non rompe i contratti multimilionari con le sue imprese tecnologiche per la sicurezza); la Colombia inalbera la bandiera di Bolivar e rinnova il suo progetto di un Patria Grande per l’America latina, però Petro non lesina critiche alla vicina Venezuela, patria e continuatrice del progetto del Libertador, con la quale pure ha firmato un accordo per una Zona economica speciale binazionale. Eccetera. Di tanto in tanto, i discorsi pronunciati da Petro nel contesto internazionale in base a un’analisi precisa delle dinamiche in corso, lasciano senza dubbio il segno, com’è stato di recente in merito al genocidio in Palestina e al ruolo del regime sionista.
L’elezione di Gustavo Petro, il primo presidente di sinistra nella storia del paese, ha indubbiamente aperto una nuova fase: o meglio, più che altro una breccia nel sistema di potere esistente che, dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán (nell’aprile del 1948) ha sistematicamente chiuso con la violenza ogni spazio di agibilità politica per l’opposizione di sinistra. Attentati e complotti – veri o presunti – influenzano, però, tutt’ora la scena politica.
Lo si è visto con l’attacco del 7 giugno scorso al politico del Centro democratico, Miguel Uribe Turbay, senatore e pre-candidato alla presidenza nelle elezioni del 2026. Per l’attentato a Turbay, ancora in ospedale per le gravi ferite ricevute, i media “che contano” hanno gettato forti sospetti su Petro, riprendendo la campagna contro la sua figura di ex guerrigliero del gruppo armato M19.
Lo si è visto, però, anche con il nuovo scandalo su un audio filtrato, reso ampiamente pubblico da El País in merito a un presunto complotto per destituire Petro, presumibilmente orchestrato dall’ex Ministro degli Esteri e un tempo fidato alleato del presidente, Álvaro Leyva.
L’ottantaduenne Leyva si sarebbe incontrato segretamente all’inizio di quest’anno con operatori repubblicani negli Stati Uniti, inclusi consulenti legati alla cerchia politica di Donald Trump, a cui avrebbe chiesto appoggio per la rimozione di Petro, anche con la partecipazione di cartelli criminali che gli Usa possono controllare, come il Clan del Golfo, la più grande organizzazione narcotrafficante della Colombia, responsabile di un’ondata di violenza, estorsioni e omicidi in tutto il paese.
Leyva ha anche affermato di contare sul sostegno di importanti leader imprenditoriali, ha messo in mezzo la ex presidente colombiana, Francia Marquez, e ha espressamente chiesto agli Usa di giocare un ruolo chiave nella “transizione”: uno schema ricorrente in America latina e specialmente in Colombia, che ha suscitato allarme nel campo progressista.
Il ritorno della destra più oscura – composta da narcos, paramilitari e settori dello Stato direttamente governati dagli Usa –, che in due decenni ha assassinato oltre 6.000 leader e militanti dell’Unión Patriotica, oltre a due suoi candidati presidenziali, potrebbe generare oggi una vendetta analoga. I governi precedenti si sono serviti del paramilitarismo e delle nuove forme di violenza come strumenti per reprimere le mobilitazioni sociali, difendere i territori strategici per l’estrazione e il narcotraffico, e destabilizzare qualsiasi tentativo di riforme strutturali che minacci lo status quo, con il pretesto della “sicurezza”.
Il governo di Gustavo Petro ha rappresentato un tentativo di riposizionare lo Stato come strumento per affrontare alcune di queste contraddizioni. Le proposte di riforma agraria, riforma sanitaria, riforma del lavoro e la ricerca di una “Paz Total” con i gruppi armati rimanenti (come l’ELN e le dissidenze delle FARC) hanno evidenziato lo sforzo per modificare le relazioni di potere e migliorare le condizioni di vita delle classi popolari.
Le riforme proposte si sono però scontrate con la resistenza delle classi dominanti, che controllano settori chiave dell’economia, i media tradizionali e influenzano profondamente l’apparato giudiziario e legislativo, e non permettono di affrontare i problemi alla radice.
La destra ha accusato Petro di aver inventato il complotto per alzare una cortina di fumo sulle difficoltà interne alla sua compagine in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.
Senza una riforma costituzionale (per ora improbabile), Petro non può più ripresentarsi, ma sta tessendo l’architrave di un nuovo scenario che impedisca il ritorno della destra più estrema: anche cooptando nell’alleanza di governo le parti più moderate.
Intanto, nonostante il silenzio dei media che hanno trascurato la notizia, in Colombia si è dato un passo altamente significativo: i principali partiti della sinistra hanno scelto di sciogliersi e di unirsi in una nuova formazione politica, con un chiaro indirizzo anticapitalista, ecologista, femminista, antirazzista e antimperialista. Il nuovo partito si chiama Pacto Historico (Colombia Puede) e, come ha ricordato Petro, dev’essere un partito-movimento. Per questo, con un lavoro di preparazione che dura da anni, si è costruito un sistema di norme, basato su pesi e contrappesi, per cercare di non scontentare nessuna delle componenti interne. Secondo le inchieste, la nuova formazione è favorita nei sondaggi elettorali.
Di fronte all’avanzare dell’estrema destra in America latina, il nuovo partito si misurerà intanto con i primi due momenti elettorali dei prossimi mesi: il primo sarà il 26 ottobre di quest’anno, quando le forze del Patto Storico si misureranno al loro interno per eleggere il candidato o la candidata alle presidenziali del maggio 2026 (secondo turno, il mese successivo). Alle primarie potrà partecipare tutta la cittadinanza.
Visto l’esito del processo contro Uribe, il senatore che ha iniziato la denuncia, Iván Cepeda, potrebbe ottenere l’appoggio delle varie anime che compongono il partito. Fra le candidate c’è anche la senatrice Maria José Pizarro, quella che ha posto la banda presidenziale a Petro quando è stato eletto. È figlia di Carlos Pizarro, il candidato dell’M19 dopo che il gruppo ebbe abbandonato la lotta armata, e che venne ucciso dalla narco-politica di governo mentre era in volo.
Il secondo momento si presenterà a marzo del prossimo anno, quando il candidato del Pacto si misurerà con un’altra elezione all’interno di un Fronte ampio in cui vi saranno anche i rappresentanti della destra più moderata (“il santismo” dell’ex presidente, Manuel Santos), i verdi e alcune figure difficili da catalogare, che pure hanno una loro cerchia che le appoggia, e hanno anche il sostegno di Petro. Il presidente guarda infatti allo schema delle democrazie europee: la sinistra da sola non può farcela, per cui deve ricorrere a figure più moderate della destra per arginare la destra estrema.
Uno schema che non convince la sinistra radicale e i movimenti popolari, che temono i potenti cavalli di troia al proprio interno, di cui pure la Colombia, e lo stesso governo Petro, ha dovuto fare esperienza. Ma, intanto, la sinistra cerca di capitalizzare il significato della “sentenza del secolo” contro Uribe. Cepeda sta scaldando i motori, ma così sta facendo anche la camaleontica Claudia López, ex senatrice ed ex sindaca più gradita al campo moderato, che ha scelto di smarcarsi sia dal “petrismo” che dall’“uribismo”, e di candidarsi per il movimento cittadino “Imparables”. López ha già intascato il plauso della destra per le recenti dichiarazioni riguardo il Venezuela. Ha definito il governo Maduro “la principale minaccia per la sicurezza nazionale della Colombia”, e ha proposto un’alleanza con il Brasile, Panama, la Guyana e gli Stati Uniti per “recuperare la libertà in Venezuela”.
Dal Caracas, le ha risposto ironicamente il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello durante il suo programma settimanale, Con el Mazo dando. Riferendosi agli 8 cadaveri chiusi nei sacchi della spazzatura, ritrovati in diversi punti della capitale colombiana e ritenuti frutto di un’altra feroce lotta fra bande criminali, Cabello ha detto: “È il colmo. Questa signora dà giudizi sul Venezuela che soffre da anni per la violenza importata dalla Colombia: da dove viene il sicariato e il narcotraffico? Da dove vengono i paramilitari?”, e ha invitato “la signora López” a non esprimere giudizi incongrui sul paese vicino, ma a rimuovere i sacchi della sua spazzatura.
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Con il mazzo che dà
18/07/2025
Gruppo dell’Aja a Bogotà. 12 paesi contro Israele e Petro contro la NATO
Il Gruppo dell’Aja è un forum costituitosi lo scorso 31 gennaio con l’intento di sviluppare iniziative coordinate sul piano legale e diplomatico contro le violazioni crescenti del diritto internazionale da parte di Tel Aviv. È formato attualmente da 8 paesi.
Colombia e Sudafrica, che presiedono congiuntamente il Gruppo, hanno indetto la riunione di Bogotà per accelerare l’adozione di misure concrete, mentre Israele incancrenisce la guerra anche in Siria e continua a uccidere civili innocenti.
Al vertice erano presenti ben 31 paesi. Tolti Portogallo, Spagna e Irlanda, tutti gli altri rappresentanti provenivano da paesi al di fuori dell’Europa e del Nord America. Hanno marcato la presenza anche Cina, Turchia e Qatar, teoricamente impegnato nel rapporto di mediazione tra Hamas e il governo Netanyahu.
I paesi che per ora hanno deciso di adottare provvedimenti contro Israele sono i seguenti: Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine, e Sudafrica. Si tratta di misure tutt’altro che di facciata.
Leggendo la dichiarazione congiunta finale del summit, si evince che si sta parlando di un embargo sulle armi destinate a Israele, del divieto di attraccare nei porti alle navi che trasportano armamenti per Tel Aviv, la revisione degli appalti pubblici con aziende che sostengono l’occupazione israeliana della Palestina, oltre che l’adempimento degli obblighi per garantire la persecuzione dei crimini sionisti.
Il passaggio riguardante gli appalti pubblici rimanda evidentemente al rapporto da poco stilato dalla relatrice speciale ONU per i terrori palestinesi occupati, Francesca Albanese, che a causa del suo studio ha subito vari attacchi e ritorsioni, quali le sanzioni statunitensi.
Albanese era al vertice di Bogotà, dove ha sottolineato lo “smantellamento dell’ultima funzione ONU, l’assistenza umanitaria”. Tra i presenti anche il Commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, che ha da poco denunciato le accuse – portate senza prove – che gli aiuti sarebbero stati dirottati da Hamas.
Albanese ha anche criticato duramente l’Europa, affermando che si tratta di “una confraternita di stati ... guidati più da una mentalità coloniale... vassalli dell’impero statunitense”. Mentre i 12 paesi che hanno adottato vari provvedimenti contro Israele hanno deciso di passare dalla condanna alla coesa azione multilaterale.
Proprio per questo, Albanese ha anche affermato che il Gruppo dell’Aja “ha il potenziale di segnare non solo una coalizione, ma un nuovo centro morale nella politica mondiale”. Qualcosa di cui, mentre l’Occidente mostra la falsità della propaganda del suo ‘ordine basato su regole’, sì sente davvero il bisogno.
Gustavo Petro, il presidente colombiano, ha messo una prima pietra per disegnare questo nuovo centro morale con una dichiarazione, a margine del vertice, che ha molto a che vedere col sostegno al ruolo destabilizzante che ha Israele nel Medio Oriente: la Colombia deve ritirarsi dal ruolo di partner globale NATO.
Questa posizione era stata riconosciuta nel 2018, e nel 2021 erano seguiti accordi su interoperabilità, cooperazione e sicurezza delle informazioni. Ora Petro afferma che non c’è altra strada per affermare una giustizia internazionale che quella di uscire dal rapporto con l’alleanza atlantica. Una consapevolezza che chi vuole perseguire un’alternativa reale deve fare propria.
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28/01/2025
Colombia - La risposta di Petro ai ricatti statunitensi
Nel suo account X, Gustavo Petro ha espresso la sua totale disapprovazione nei confronti della politica di rimpatri forzati dei migranti proposta dall’amministrazione Trump annunciando l’uso dell’aereo presidenziale per il rimpatrio dignitoso dei cittadini colombiani ed aggiungendo che la Colombia non ha nessuna paura delle sue sanzioni.
Poi la “deportazione” è andata avanti lo stesso (i rapporti di forza sono quelli che sono, e non si gioca sulla pelle di chi è vittima di un ricatto yankee).
Di seguito il testo integrale della risposta di Gustavo Petro a Donald Trump.
Trump, a me non piace molto viaggiare negli Usa, è un po’ noioso, ma confesso che ci sono cose per cui ne vale la pena. Mi piace andare nei quartieri neri di Washington. Lì ho visto un’intera rissa nella capitale americana tra neri e i latini con le barricate, che mi sembravano stupidi, perché dovrebbero unirsi. Confesso che mi piacciono Walt Withman, Paul Simon, Noam Chomsky e Miller. Confesso che Sacco e Vanzetti, che hanno il mio sangue, nella storia degli Stati Uniti, sono memorabili e li seguo. Sono stati assassinati con la sedia elettrica, dai fascisti che sono negli Stati Uniti così come nel mio paese.
Non mi piace il tuo petrolio, Trump, perchè distruggerà la specie umana a causa dell’avidità. Magari un giorno, davanti a un sorso di Whisky, che accetto nonostante la mia gastrite, potremo parlarne francamente, ma è difficile perché voi mi considerate una razza inferiore e io non lo sono, e nemmeno lo è nessun colombiano. Quindi se conosci qualcuno che è testardo, sono io, punto. Con la sua forza economica e la sua arroganza il tuo paese può tentare un colpo di stato come ha fatto con Allende. Ma muoio nella mia legge, ho resistito alla tortura e resisto a te. Non voglio schiavisti accanto alla Colombia, ne avevamo già tanti e ci siamo liberati. Ciò che desidero accanto alla Colombia sono gli amanti della libertà. Se non puoi accompagnarmi, andrò da qualche altra parte.
La Colombia è il cuore del mondo e tu non l’hai capito, questa è la terra delle farfalle gialle, della bellezza di Remedios, ma anche dei colonnelli Aurelianos Buendía ed io sono uno di loro, forse l’ultimo. Mi ucciderai, ma sopravviverò nella mia città che è prima della tua, nelle Americhe. Siamo il popolo dei venti, delle montagne, del Mar dei Caraibi e della libertà.
Non ti piace la nostra libertà, okay. Non stringo la mano agli schiavisti bianchi. Stringo la mano agli eredi libertari bianchi di Lincoln e ai contadini bianchi e neri degli Stati Uniti, sulle cui tombe ho pianto e pregato su un campo di battaglia, al quale sono arrivato, dopo aver camminato attraverso le montagne della Toscana italiana e dopo essermi salvato io stesso dal covid.* Sono gli Stati Uniti e davanti a loro mi inginocchio, davanti a nessun altro. Fammi presidente e le Americhe e l’umanità risponderanno.
La Colombia ora smette di guardare al nord, guarda il mondo, il nostro sangue viene dal sangue del Califfato di Córdoba, la civiltà di allora, dai romani latini del Mediterraneo, la civiltà di allora, che fondarono la repubblica, la democrazia ad Atene. Il nostro sangue ha reso gli schiavi neri resistenti da te.
La Colombia è stato il primo territorio libero d’America, prima di Washington, di tutta l’America, lì mi rifugio nei suoi canti africani. La mia terra è quella dell’oreficeria esistente al tempo dei faraoni egiziani, e dei primi artisti al mondo a Chiribiquete.
Non ci dominerai mai. Si oppone il guerriero che ha cavalcato le nostre terre, gridando libertà e il cui nome è Bolívar. Il nostro popolo è un po’ timoroso, un po’ timido, è ingenuo e gentile, amante, ma saprà conquistare il Canale di Panama, che ci avete preso con la violenza. A Bocas del Toro, l’attuale Panama ed ex Colombia, giacciono duecento eroi provenienti da tutta l’America Latina, che tu hai assassinato.
Alzo una bandiera e, come ha detto Gaitán, anche se rimarrò solo, continuerà ad essere innalzata con la dignità latinoamericana che è la dignità dell’America, che il suo bisnonno non conosceva, e il mio sì, signor Presidente, un immigrato negli Stati Uniti.
Il suo bloqueo non mi spaventa; perché la Colombia, oltre ad essere il paese della bellezza, è il cuore del mondo. So che ami la bellezza come me, non mancarle di rispetto e ti donerà la sua dolcezza. DA OGGI LA COLOMBIA È APERTA AL MONDO TUTTO, A BRACCIA APERTE SIAMO COSTRUTTORI DI LIBERTÀ, VITA E UMANITÀ. Mi informano che metterai una tariffa del 50% sull’importazione dei nostri frutti del lavoro umano negli Stati Uniti, farò lo stesso anche io.
Possa il nostro popolo piantare il mais scoperto in Colombia e nutrire il mondo.
Fonte
27/01/2025
La Colombia si arrende alle minacce di Trump e alla deportazione dei migranti
Le minacce del tycoon erano sembrate serie: oltre a una tariffa d’emergenza del 25% sulle importazioni colombiane, che sarebbe salita al 50%, il presidente americano aveva annunciato anche un divieto di viaggio, la revoca dei visti e sanzioni contro funzionari colombiani, i loro familiari e sostenitori. Trump aveva dichiarato, tramite il suo social network Truth Social, che non avrebbe tollerato il comportamento ostativo della Colombia, accusando il governo di violare gli impegni internazionali riguardo alla deportazione dei migranti. Petro aveva prontamente risposto, minacciando di colpire le merci americane con tariffe punitive fino al 50%.
Ma l’impasse diplomatica si è risolta più rapidamente del previsto, con l’annuncio del ministro degli Esteri colombiano, Luis Gilberto Murillo, che la Colombia avrebbe accettato i migranti deportati dagli Stati Uniti. La Casa Bianca ha confermato che il governo colombiano ha accettato tutte le condizioni imposte da Trump, incluso l’ingresso illimitato dei deportati senza ritardi né limitazioni, anche tramite voli militari statunitensi.
Mentre la questione era ancora aperta, Trump aveva pubblicato sui social una foto ironica e aggressiva di se stesso con un cappello da fedora, accanto a un cartello con quattro lettere: FAFO, in un chiaro messaggio di sfida verso il governo colombiano.
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18/12/2024
Colombia - La sinistra si unisce
Pacto Historico, la coalizione che ha portato alla vittoria del presidente Gustavo Petro, diventerà un movimento politico unitario e autonomo.
Le cinque personalità giuridiche che lo compongono, Colombia Humana, Unión Patriotótica, Polo Democrático, Partido Comunista e il movimento Progressistas, hanno deciso di trasformarsi in una nuova entità e hanno cominciato il percorso di discussione e modifiche statutarie che porterà alla nascita ufficiale del Patto Storico.
Il nuovo partito parteciperà alle elezioni presidenziali del 2026 come blocco pro-presidenziale.
María José Pizarro, senatrice eletta nella coalizione che sostiene il presidente Petro, ha dichiarato: “Oggi è un giorno straordinario e storico per il nostro progetto politico. Abbiamo deciso di unirci in un unico movimento politico per continuare a guidare la rappresentanza democratica in Colombia nella nostra diversità”.
Per le elezioni presidenziali il nuovo blocco esprimerà una sola candidatura. Secondo le intenzioni tutto avverrà attraverso consultazioni popolari e pubbliche.
Durante la presentazione di martedì 17 dicembre, i rappresentanti hanno espresso il desiderio che altri gruppi e organizzazioni decidano di partecipare al Patto Storico e di sostenere Gustavo Petro e le sue riforme.
Il nuovo blocco politico avrà liste chiuse e paritetiche al Congresso, con una lista al Senato e 34 liste alla Camera, una per ogni dipartimento, Distretto Capitale e all’estero. Anche le liste verranno redatte attraverso un processo di consultazione.
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27/09/2024
Colombia - Petro denuncia piano per assassinarlo. Gli Usa confermano
“La marcha de las canas” (la manifestazione dei capelli bianchi) aveva diversi obiettivi. Il primo era quello di rispondere alle destre reazionarie del paese che ostacolano qualsiasi progetto di politica sociale del Governo. Petro all’apertura del comizio ha dichiarato che questo evento rivendica il diritto del popolo colombiano di andare in pensione e di vivere la terza età in modo dignitoso e tranquillo. Il governo progressista appoggia e tutela i suoi pensionati a differenza del governo fascista di Milei che li pesta a sangue durante le proteste di piazza, cosi com’è accaduto lo scorso agosto. Petro ha affermato che bisogna dare un segnale in controtendenza non solo a livello regionale ma anche a livello mondiale dove le riforme previdenziali mirano sempre all’innalzamento dell’età pensionabile. Per il presidente colombiano invece bisogna ridurre gli anni di lavoro per potere vivere più felicemente il proprio tempo libero. Parole che ricordano l’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica che ripeteva “l’umanità ha bisogno di lavorare di meno e di avere più tempo libero per vivere in piena felicità”.
L’altro obiettivo perseguito con questa manifestazione è stato quello di attaccare vari attori della società colombiana come il sistema mediatico colombiano, che occulta i successi del suo governo e che lo critica ripetutamente e in modo sistematico. Ha criticato le élite politico-finanziare che hanno governano per secoli in modo anti-democratico il paese come fosse un’impresa familiare. “Sono abituati all’idea di essere gli eredi delle élite che hanno governato per secoli questo paese e vogliono continuare a governare come se fosse una successione naturale”, ha chiosato Petro, a tal proposito. E infine ne ha dette quattro anche ai cartelli mafiosi colombiani territoriali, collusi con una parte del sistema politico, che hanno seminato violenza e morte. “Il Governo del Cambio vuole invertire la tendenza e costruire un paese di pace”.
Infine, ha dato un chiaro segnale a chi vuole farlo fuori fisicamente: “L’obiettivo è quello di uccidere il presidente, eliminare la possibilità che esista un progetto politico progressista e che vinca nuovamente le prossime elezioni per continuare a governare”, ha dichiarato con fermezza ancora il Presidente.
Per la stampa e i mezzi di comunicazione colombiani, prevalentemente gestiti dai privati, Petro è un triste paranoico. Quando lo stesso ha dichiarato qualche giorno fa di aver ricevuto informazioni dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Colombia su un chiaro piano per ucciderlo, l’hanno etichettato come bugiardo. Eppure, nella stessa giornata della grande manifestazione dei pensionati dello scorso giovedì 19, l’ambasciatore statunitense in Colombia, Francisco Palmieri, ha dichiarato in un’intervista a Radio Caracol che la situazione del Presidente è davvero molto delicata e che esiste un pericolo reale contro la sua vita. Chi ha mentito quindi? Petro, l’ambasciatore statunitense o i mezzi di comunicazione?
L’altro ieri Petro avvertiva, in un’intervista rilasciata al giornale La Semana, che esiste un rapporto della DEA (Agenzia del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che combatte il contrabbando e l’uso di droga) dal quale si evince un piano per ucciderlo entro i prossimi 3 mesi. Petro nei dettagli denuncia: “L’idea che hanno è quella di riempirmi di dinamite ed esplosivo, e con informazioni interne sulla mia routine, farmi saltare in aria la macchina al mio passaggio. Questa è l’operazione della morte. E hanno comprato i fucili nei quartieri dove si muoveva l’M-19 e uno di loro da un avvocato gringo che ha raccontato tutta la storia alla DEA e che poteva anche parlare con la DEA, da Dubai”.
Intanto nella giornata di ieri 23 settembre il Ministro di Difesa colombiano Iván Velásquez ha avvertito che viene incrementata la sicurezza del presidente e della sua famiglia, con l’ordine di prevenire qualsiasi attentato.
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16/09/2024
Colombia - Rumori di golpe contro Petro
“Un colpo di Stato non sono i generali della polizia e dell’esercito, che cercano come prendere il controllo del Palazzo e rimuovere il presidente. No signori, gli oligarchi del paese non sono così brutali. È un colpo di Stato in stile colombiano”, ha detto Petro al pubblico.
Il presidente ha sottolineato che ci sono ingenti somme di denaro coinvolte in questi presunti tentativi di impeachment. Per contestualizzare la sua argomentazione, Petro ha citato i recenti eventi in altri paesi dell’America Latina, come la tentata rivolta militare contro il presidente boliviano Luis Arce e l’impeachment di Pedro Castillo in Perù.
Petro ha detto che c’è un piano per attentare alla sua vita o rimuoverlo dall’incarico nei prossimi tre mesi. “Volevano vedere se Salvador Allende si sarebbe ripetuto, per bloccare le strade per rovesciare il presidente, che è quello che vogliono fare: o il presidente muore o lo rovesciano, l’ordine è dato”, ha detto il presidente.
Il capo di Stato colombiano ha aggiunto che questo presunto colpo di Stato sarebbe “finanziato dalla mafia”. Ha criticato il processo condotto dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) contro la sua campagna presidenziale per presunto finanziamento irregolare, suggerendo che ci sono interessi economici dietro il caso per far sì che il caso raggiunga la Commissione Accuse della Camera, al fine di sospenderlo dalla sua posizione.
Petro ha sostenuto che, in caso di deposizione, il prossimo presidente della Repubblica sarebbe Efraín Cepeda, attuale presidente del Senato. Inoltre, ha sostenuto che un atto di questa natura si è già verificato privandolo della sua immunità dalla sua posizione, che, a suo avviso, è protetta dalla Costituzione.
Il presidente ha detto che, se non avesse avuto il sostegno popolare, questo presunto colpo di Stato avrebbe avuto luogo immediatamente. Queste dichiarazioni hanno generato un intenso dibattito nel paese sulla stabilità politica e le tensioni tra il governo e vari settori della società colombiana.
Sabato a Bogotà è infatti iniziato l’evento che riunisce più di settemila leader e militanti e referenti di organizzazioni sociali, studentesche, contadine, sindacali e indigene con l’obiettivo di rafforzare il potere popolare e sostenere le riforme sociali del governo di Gustavo Petro.
L’incontro si svolge presso l’Università Nazionale di Bogotá e ha all’ordine del giorno il bilancio dei primi due anni di governo, l’approvazione di riforme sociali basate sui diritti e il consolidamento della pace attraverso il dialogo nazionale.
L’Assemblea, organizzata dai sindacati e dalla coalizione politica di governo Pacto Histórico, è durata fino a domenica cercando di costituire una pratica di consolidamento dell’unità tra le forze progressiste di fronte alle elezioni del 2026.
Fabio Arias, presidente della Central Unitaria de Trabajadores (CUT), ha ricordato che più di settemila persone hanno partecipato alle discussioni su nove assi tematici distribuiti in cinque tavoli di lavoro.
Durante l’incontro sono state presentate le conclusioni delle 25 precedenti assemblee regionali e verrà definita una tabella di marcia per la mobilitazione locale, regionale e internazionale, al fine di promuovere le trasformazioni sociali che il paese richiede.
L’evento si è chiuso con un appuntamento politico a cui ha partecipato il presidente Petro, consolidando così il sostegno popolare alla sua amministrazione in opposizione ai tentativi di destabilizzazione attraverso vari metodi che sono stati indicati dal presidente come tentativi di colpo di stato.
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21/08/2024
L'ambigua “mediazione” di Lula e Petro sul Venezuela
Se entrambi hanno aspettato due mesi e mezzo per conoscere il risultato finale delle elezioni presidenziali in Messico a causa della sfida lanciata da Xóchitl Gálvez a nome della destra di quel paese, cosa succede loro ora? Perché non aspettare che le scadenze imposte dalla legge e concesse al Consiglio Nazionale Elettorale fino a 30 giorni dopo le elezioni annuncino il rispetto dei risultati finali?
Forse non sanno che questi non hanno potuto essere pubblicati immediatamente e in modo definito a causa del massiccio attacco informatico subito dalle piattaforme vi voto del Consiglio Elettorale Nazionale.
Inoltre, a causa di tutta la campagna mediatica della destra fascista e della provocatoria proclamazione di González Urrutia come vincitore delle elezioni, la questione ha dovuto essere posta al vaglio della magistratura e ora si trova nella Camera Elettorale della Corte Suprema di Giustizia che ha tutti i verbali presentati dal CNE e dalle organizzazioni politiche e dovremo aspettare quella più alta istanza giudiziaria per comunicare la sua decisione.
La proposta di entrambi i presidenti offende perché dà per scontato che ci siano stati brogli nelle elezioni venezuelane, il che è un’accusa irresponsabile oltre che ingiusta e che non a caso è pienamente in sintonia con il progetto di Washington.
Il presidente Joe Biden ha già espresso il suo sostegno alla proposta di entrambi i presidenti sudamericani e sostiene lo svolgimento di nuove elezioni in Venezuela, una manovra che ignora la legittimità del presidente Nicolás Maduro e apre le porte alla nomina di un Guaidó 2.0 in quel “governo di transizione” e ottenere così il tanto atteso “cambio di regime” in Venezuela. Un passo precedente per impadronirsi definitivamente della più grande riserva petrolifera del mondo.
E poi, un governo di convivenza? Come sarebbe? Perché Lula non l’ha proposta quando le orde di Jair Bolsonaro hanno preso d’assalto Brasilia dicendo che gli avevano rubato le elezioni? Non lo ha fatto per ottime ragioni, che sono le stesse che ora sta abbandonando chiedendo un “governo di transizione e nuove elezioni” in Venezuela.
Sulla stessa linea, perché Petro non invita Álvaro Uribe Vélez a condividere il governo e ottenere così la ritardata pacificazione della Colombia?
Per illustrare i benefici della sua proposta, il presidente colombiano invoca l’esperienza del Fronte Nazionale (1958-1974), il patto tra conservatori e liberali che ha dato origine proprio alla lotta armata e alla violenza in Colombia.
Sia Lula che Petro dovrebbero sapere che un governo di coalizione tra un fascismo neocoloniale e destituente e le forze chaviste sarebbe un’assurdità, un vero esercizio contro natura, come dicevano gli antichi, il cui esito la storia insegna non sarebbe altro che una guerra civile. Qualcosa che nessuno vuole per la Repubblica Bolivariana del Venezuela, così furbescamente molestata e attaccata. Ecco perché, con un gesto che lo contraddistingue come statista, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador ha detto che aspetterà il verdetto finale delle autorità elettorali venezuelane prima di prendere una decisione.
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