All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta.
Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della più grande potenza mondiale, Cuba ha scelto di non assistere in silenzio alla propria umiliazione. Ha ricordato al mondo che la sovranità non è una merce negoziabile e che un popolo può essere colpito da un blocco economico durissimo, ma non per questo rinunciare al rispetto di sé.
Quando Trump ha pronunciato parole offensive contro la Rivoluzione e contro l’intera nazione cubana, L’Avana ha risposto nel modo più semplice e più forte: alzandosi e uscendo. Quel gesto resterà come una delle immagini simboliche di questa Assemblea dell’ONU, perché afferma che esiste un limite oltre il quale la dignità vale più della diplomazia.
Ma accanto a quella scena se n’è consumata un’altra, ben più dolorosa per chi crede nell’internazionalismo latinoamericano.
La delegazione del Venezuela non si è alzata. È rimasta seduta mentre Cuba veniva insultata. È rimasta nell’aula ad ascoltare chi attaccava il Paese che più di ogni altro ha sostenuto la nascita e la sopravvivenza della Rivoluzione Bolivariana. È rimasta seduta anche quando Trump ha rivendicato con arroganza il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Maduro.
Questo non è un dettaglio. È un fatto politico grave. Per decenni Cuba ha dato al Venezuela ciò che aveva di più prezioso: migliaia di medici, insegnanti, tecnici, ricercatori e una solidarietà concreta che ha contribuito a costruire le missioni sociali volute da Fidel Castro e Hugo Chávez. Persino il sangue dei suoi figli è stato versato in nome di un progetto comune di emancipazione dell’America Latina.
Per questo il mancato gesto di solidarietà rappresenta una ferita profonda. È tempo di parlare con chiarezza. Troppi ambienti della cosiddetta sinistra continuano a giustificare qualsiasi scelta del governo venezuelano, trasformando la solidarietà in un esercizio di obbedienza acritica.
Di grande rilievo è stato invece l’intervento del presidente brasiliano Lula, che dall’Assemblea Generale ha riportato la questione cubana al centro del diritto internazionale: “Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è un orrore che deve finire”. Parole che ricordano come la vera emergenza non sia la propaganda contro l’isola, ma una misura coercitiva che continua a colpire milioni di cittadini cubani e che isola soprattutto Washington, non L’Avana.
Ancora più netto il richiamo dell’intellettuale cubano Abel Prieto, figura storica della Rivoluzione, che ha letto l’uscita della delegazione cubana come un dovere morale prima ancora che diplomatico: “La dignità di un popolo non si negozia e non si baratta con alcun vantaggio economico”. È un monito rivolto a tutta l’America Latina: senza memoria, senza solidarietà e senza sovranità, ogni progetto di emancipazione è destinato a dissolversi.
Le parole di Lula e Abel Prieto convergono nello stesso principio: la solidarietà tra i popoli non può essere selettiva. Quando Cuba viene aggredita, non è soltanto un Paese a essere colpito, ma l’idea stessa che l’America Latina possa costruire un futuro indipendente dalle imposizioni dell’imperialismo. Ed è per questo che il gesto di Cuba all’ONU assume oggi un valore politico e morale che va ben oltre le mura del Palazzo di Vetro.
Oggi difendere Cuba significa difendere la sovranità dei popoli, opporsi senza esitazioni al blocco statunitense e riconoscere la straordinaria coerenza di una nazione che, pur colpita da decenni di aggressioni economiche, continua a non piegare la testa.
La storia ricorderà le parole offensive di Trump. Ma ricorderà soprattutto chi si è alzato in piedi e chi, invece, è rimasto seduto.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/09/2026
ONU - Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula
14/09/2026
Il Brasile sulla strada delle elezioni: uno scontro di progetti strategici
Il Brasile entra nella fase decisiva delle elezioni del 2026 con una sfida che vede contrapporsi due modelli di Paese. Le candidature di Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro fanno da cornice a questo scenario.
Con l’avvio ufficiale della campagna elettorale iniziata il 16 agosto, la lotta per il Palazzo del Planalto si intreccia con la battaglia per il controllo del Congresso, del Supremo Tribunale Federale (STF), il modello economico e la posizione geopolitica del Brasile nei confronti di Stati Uniti e Cina – in quello che definiamo il “confronto del G2”.
Attualmente, la dimensione geopolitica delle elezioni è caratterizzata da una crescente preoccupazione nelle file dei sostenitori di Lula, e che comincia a insinuarsi tra gli elettori, legata alla possibilità di interferenze straniere nel processo elettorale.
Il risultato determinerà chi governerà, ma anche quale blocco di potere avrà la capacità di gestire lo Stato e che margine di autonomia conserverà la principale potenza sudamericana.
Il primo limite per il governo di Lula da Silva si presenta nel Congresso Nazionale. La Camera dei Deputati e il Senato mantengono una composizione in cui le forze di centro e di destra hanno un peso decisivo.
La bocciatura della nomina di Jorge Messias al Supremo Tribunale Federale (STF) da parte del partito di governo, ha messo in luce questa relazione di forze. Il Senato ha respinto la sua candidatura alla fine di aprile. È stata la prima volta dal 1894 che la Camera alta ha respinto una nomina presidenziale al massimo organo giudiziario del Paese.
La disputa istituzionale si è spostata su altre questioni, che permettono di distinguere chiaramente tra progetti politici contrapposti.
La riduzione dell’orario di lavoro, la regolamentazione delle piattaforme digitali, la sicurezza pubblica, l’interruzione volontaria di gravidanza e le politiche ambientali sono diventati campi di scontro tra progetti politici. Per il governo, questi dibattiti rientrano in un’agenda incentrata sui diritti sociali e sul rafforzamento dello Stato. Per i sostenitori di Bolsonaro, ora nel ruolo di oppositori, rappresentano opportunità per criticare l’Esecutivo e ampliare la propria base elettorale.
Il Supremo Tribunale Federale occupa un posto centrale in questa disputa. Ad agosto ha ripreso un’agenda che comprende l’estrazione mineraria nelle terre indigene, gli investimenti stranieri nelle piattaforme digitali, le licenze ambientali e le questioni elettorali.
Anche il Supremo Tribunale Federale (STF) è uno degli obiettivi principali dei sostenitori di Bolsonaro. Il dibattito sul voto elettronico, l’intelligenza artificiale e la disinformazione colloca il Supremo Tribunale Federale e il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) al centro della campagna elettorale.
In questo contesto, Flávio Bolsonaro, dopo una combattuta campagna per le primarie, ha consolidato la sua candidatura alla presidenza. Il Partito Liberale lo ha ufficialmente nominato il 25 luglio. All’evento ha partecipato il presidente argentino Javier Milei, che ha pubblicamente appoggiato il candidato. Questo sostegno aggiunge una dimensione regionale alle elezioni brasiliane.
Una convergenza tra i sostenitori di Bolsonaro (in posizione di governo) e l’attuale governo argentino altererebbe gli equilibri di potere politico in Sud America e all’interno del Mercosur, consolidando una svolta neofascista e neoliberista nella regione.
I sondaggi mostrano una competizione sempre più serrata. Il 14 agosto, Quaest ha registrato il 38% per Da Silva e il 31% per Bolsonaro al primo turno. In un eventuale ballottaggio, la differenza sarebbe stata del 43% contro il 40% a favore di Da Silva.
Tre giorni dopo, BTG/Nexus ha attribuito a Da Silva il 41% e a Bolsonaro il 36% al primo turno. Per il ballottaggio, il sondaggio ha registrato il 47% contro il 44%, sempre a favore di Da Silva. I numeri non sono uniformi, ma dimostrano che il bolsonarismo conserva la capacità di contendere la Presidenza.
La campagna si sta svolgendo anche su un terreno tecnologico e della comunicazione. La regolamentazione dei social media, l’uso dell’intelligenza artificiale e la diffusione della disinformazione sono tutti elementi centrali della battaglia elettorale. A ciò si aggiunge la questione della sicurezza. La lotta contro la criminalità organizzata, il Primo Comando della Capitale (PCC) e il Comando Rosso viene strumentalizzata dalla destra per chiedere politiche più severe.
Nel frattempo, il governo di Lula sta cercando di combinare l’azione penale per reati finanziari, il coordinamento federale e la prevenzione della criminalità organizzata.
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30/08/2026
Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.
Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista
Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.
Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.
I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.
Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.
In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.
Nazionalismo o subordinazione straniera
Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.
Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.
In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.
Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta
Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.
A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.
Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.
Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.
Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.
Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.
“La nostra bandiera non sarà mai rossa”
La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.
“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.
Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.
Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.
D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.
In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.
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26/08/2026
Brasile al bivio: il 4 ottobre si deciderà tra Lula e Bolsonaro Jr.
Il Brasile si avvia alle elezioni del 4 ottobre con una polarizzazione che, a prima vista, sembra un déjà vu del 2022. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in cerca di un quarto mandato, si scontra con il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente incarcerato per aver tentato un colpo di Stato, proprio dopo aver perso la presidenza quattro anni fa. I sondaggi, pur dando a Lula un vantaggio di oltre il 40% delle intenzioni di voto, prevedono una competizione serrata.
Perché Lula non si scontra solo con Flávio Bolsonaro. Si scontra con gli Stati Uniti, con “Israele” e con l’intero apparato neocoloniale che per decenni ha creduto di avere il potere di decidere chi governa e chi no nella “Nuestra America”.
Le elezioni in Brasile confermano una regola non scritta nell’America Latina del XXI secolo: l’opposizione interna ai progetti progressisti non esiste come forza autonoma. La destra non vince le elezioni da sola; vince quando il potere imperiale sceglie i suoi candidati. Sulla scena globale, prima dell’irruzione di Donald Trump, il bolsonarismo era un fenomeno marginale.
Fu il sostegno aperto di Washington a rendere Jair Bolsonaro presidente, e oggi è Trump a sostenere apertamente suo figlio, imponendo dazi con il solo obiettivo di danneggiare Lula.
L’apparato statunitense è già attivo per intervenire nelle elezioni brasiliane. Non si tratta di una teoria del complotto: il Dipartimento di Stato ha riaffermato pubblicamente la Dottrina Monroe e dichiarato che “il dominio statunitense nell’Emisfero Occidentale non sarà mai più messo in discussione”.
Nel mezzo della crescente e orchestrata crisi diplomatica, all’ambasciatrice brasiliana è stato revocato il visto a Washington; ai funzionari statunitensi con presunte missioni volte a contestare il processo elettorale è stato impedito l’ingresso in Brasile. Questa è la nuova normalità nelle “relazioni bilaterali”: coercizione, dazi, ingerenza palese.
E accanto agli Stati Uniti c’è “Israele”. Lula è stato dichiarato “persona non grata” dal regime sionista dal 2024, dopo aver paragonato all’Olocausto le azioni di Tel Aviv a Gaza.
Lula ha denunciato che Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, “danneggia l’umanità” e che l’amministrazione statunitense è complice di un genocidio. Non si tratta di una disputa retorica: “Israele” è un partner strategico dell’estrema destra globale e il bolsonarismo è stato il suo principale alleato nella regione, accompagnato dal suo braccio territoriale silenzioso: le chiese evangeliche.
Ecco perché queste non sono elezioni come le altre. Sono uno scontro tra un progetto di indipendenza sovrana, che aspira a un ruolo guida per il Brasile nel Sud Globale, e un progetto di sottomissione che apre le porte alla neocolonizzazione.
Lula lo sa. Ecco perché ha iniziato la sua campagna con un avvertimento diretto a Trump: “Non scherzare con il Brasile”. Ecco perché ha dichiarato che non teme l’ingerenza statunitense, perché sa che l’arroganza del tiranno, in definitiva, rafforza la difesa della sovranità.
Il Brasile si gioca la sua stessa vita democratica in una battaglia profondamente impari. Lula non si trova di fronte a un candidato con un’ideologia diversa; si trova di fronte a un intero ecosistema di potere prodotto dall’impero: dazi che penalizzano l’economia brasiliana, organi di stampa che fabbricano narrazioni, campagne diffamatorie e pressioni diplomatiche.
In questo scenario, i voti diventano voti contro la resa, contro la sottomissione. Rappresentano un rifiuto del fatto che una manciata di funzionari decida a Washington o a Tel Aviv il destino di 200 milioni di brasiliani.
Il “decennio d’oro” dei progetti progressisti in Sud America ci ha insegnato che unità e sovranità sono possibili. Ma il contesto odierno, di fronte all’assalto di una bestia ferita che non trova altra via se non la guerra e la morte per garantirsi la sopravvivenza, è ben più complesso.
Il 4 ottobre, il Brasile deciderà se vuole continuare ad essere una nazione sovrana e autonoma o vuole tornare ad essere il quartiere di un impero che non ha mai smesso di considerarci come schiavi.
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24/08/2026
Il Cile sulla scia di Javier Milei
Quello che il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace.
Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.
Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.
Il miliardario Peter Thiel come beneficiario
Intanto, nonostante tutto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.
L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati.
Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni».
Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.
«Ricostruzione nazionale» in Cile
In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo.
Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.
Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%.
Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.
Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico
Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre.
Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando.
Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.
Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza.
Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.
Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump.
Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.
Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump.
Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.
Cuba cerca di sfilarsi dal cappio
Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici.
E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.
A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.
Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione.
Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza.
Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.
La Cina offre aiuto ai cubani
Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.
L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata.
Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti.
Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.
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28/07/2026
Brasile - Negati i visti ai “diplomatici” di Trump
Alla vigilia delle elezioni presidenziali brasiliane fissate per il 4 ottobre 2026, l’amministrazione Trump e il governo Lula sono giunti a uno scontro aperto che si consuma contemporaneamente su due fronti cruciali: quello dell’integrità democratica e quello dei dazi commerciali.
L’episodio simbolo della crisi è la decisione del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty) di negare i visti d’ingresso a due alti diplomatici americani: Riley M. Barnes e Samuel Samson, funzionari del cosiddetto “Ufficio per la Democrazia e i Diritti Umani” del Dipartimento di Stato statunitense.
A far scattare l’allarme a Brasilia è stata un’inchiesta del Washington Post, secondo la quale la delegazione di Washington si sarebbe dovuta recare in Brasile per raccogliere elementi utili a mettere in discussione l’affidabilità del sistema di voto elettronico.
Nel Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano, i giudici hanno definito la missione “scandalosa e inusitata”, considerandola un tentativo di ingerenza esterna. Il presidente Lula ha reagito con fermezza, dichiarando che “chiunque cercherà di intromettersi nelle elezioni brasiliane subirà una dura risposta”.
Dal canto suo, il Dipartimento di Stato statunitense guidato da Marco Rubio ha respinto ogni accusa, sostenendo che la visita rientrava nelle attività di routine per discutere di “integrità elettorale, libertà religiosa e libertà di espressione”.
Tuttavia, per il governo brasiliano la mossa americana appariva coordinata con le dichiarazioni della destra locale. Pochi giorni prima, il senatore Flávio Bolsonaro (candidato alla presidenza per il partito PL e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro) aveva incontrato diplomatici di oltre 40 Paesi sollevando dubbi sulle urne elettroniche, affermazioni smentite dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE).
La mossa di Flávio Bolsonaro scimmiotta quella del padre, avvenuta nel luglio 2022, poco prima di perdere le elezioni per Lula.
Parallelamente al fronte politico, si è inasprito il conflitto economico.
La Casa Bianca ha ufficializzato un doppio pacchetto di dazi sanzionatori nei confronti delle esportazioni brasiliane:
- Un dazio del 25%, motivato con presunte “pratiche commerciali sleali” adottate dal Brasile ai danni delle aziende statunitensi;
- Un ulteriore dazio del 12,5%, giustificato da Washington sostenendo che il Brasile non applichi sufficienti controlli sull’importazione di merci derivanti da lavoro forzato.
Ma chi sono i funzionari statunitensi bloccati dal Brasile?
Entrambi si sono resi protagonisti di affermazioni e prese di posizione ideologiche che hanno sollevato accese polemiche internazionali, ben prima del loro scontro con il Brasile.
Samuel Samson è un esponente della nuova leva della destra conservatrice americana. Prima dell’incarico diplomatico ha lavorato in think tank conservatori e organizzazioni politiche (come American Moment). All’interno dell’amministrazione Trump si è distinto per posizioni incentrate sulla difesa della sovranità nazionale e dei “diritti naturali” rispetto alle impostazioni delle istituzioni sovranazionali.
Ad esempio, ha definito i tentativi europei di regolamentare le piattaforme digitali e combattere la disinformazione come una truffa per la censura: “L’industria della disinformazione è una truffa per monitorare, censurare e rubare denaro agli americani”.
Per quanto riguarda Riley M. Barnes, si tratta di un fanatico religioso che vorrebbe impiantare la Bibbia al posto delle leggi e che provoca scontri diplomatici ovunque vada. Recentemente, anche con paesi alleati degli USA, come la Corea del Sud.
Il loro ruolo al DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor) non opera secondo le regole della diplomazia tradizionale, ma è conforme a un’agenda politica conservatrice che attacca direttamente i governi stranieri (dall’Unione Europea fino al Brasile) ritenuti “troppo progressisti” o non in linea con la loro visione ideologica.
Il ricorso all’OMC: un’arma spuntata
In risposta ai dazi, il governo brasiliano ha annunciato l’intenzione di avviare l’iter per l’applicazione della Legge di Reciprocità e di presentare ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Gli stessi diplomati dell’Itamaraty ammettono però che la mossa verso l’OMC avrà una valenza di carattere simbolico, utile soltanto a “marcare la posizione” geopolitica del Brasile. L’Organo di Appello dell’OMC è infatti bloccato dal 2019 proprio a causa del veto posto dagli Stati Uniti sulle nomine dei nuovi giudici, rendendo pressoché impossibile arrivare a una sentenza vincolante.
L’ipotesi di una ritorsione commerciale spaventa il mondo industriale brasiliano. Associazioni di categoria fondamentali come la Abimaq (industria dei macchinari) e la AmCham Brasil (Camera di Commercio Americana per il Brasile) si sono opposte alla reciprocità, chiedendo di non alimentare una spirale di sanzioni che finirebbe per danneggiare le imprese, la produzione e l’occupazione brasiliane.
La coincidenza tra pressioni commerciali e mosse diplomatiche ha trasformato le relazioni tra Brasilia e Washington in un vero e proprio terreno di scontro elettorale.
Se da un lato l’amministrazione Trump sembra determinata a esercitare la massima pressione sul governo brasiliano, pur di fare vincere l’estrema destra, come accaduto in altri paesi sudamericani, dall’altro la linea dura adottata da Lula per tutelare la sovranità nazionale mira a compattare l’elettorato contro le indebite e violente ingerenze statunitensi.
Fonti
- The Washington Post: “Brazil denies visas to U.S. delegation aiming to impugn election system, officials says” (26/07/2026)
- Globo G1: “Itamaraty nega visto a funcionários dos EUA que viajariam ao Brasil para questionar integridade das urnas” (25/07/2026)
- Uol: “Governo Lula nega visto à missão do Departamento de Estado dos EUA” (25/07/2026)
- The Washington Post: “Trump’s new tariffs on Brazil could ‘tip the election’ for Lula over Bolsonaro” (22/07/2026)
- Carta Capital: “Flávio Bolsonaro mente sobre urnas a diplomatas e revive cena que tornou o pai inelegível” (22/07/2026)
16/07/2026
Brasile - Cospirazione contro Lula
Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.
Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.
Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.
La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.
Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.
In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.
Servilismo
In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.
Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.
“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.
Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.
Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.
In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.
Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.
Difesa della sovranità
La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.
Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.
La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.
Fonte
09/11/2025
Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”
È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.
In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.
È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.
A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.
La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.
Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.
Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.
Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.
Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.
Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.
Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.
“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.
Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).
Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.
Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.
Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.
Fonte
04/08/2025
Il Brasile esce dall’IHRA e condanna Israele
Il Brasile si era unito all’IHRA nel 2021 durante la presidenza di Jair Bolsonaro, ricoprendo lo status di osservatore all’interno dell’organizzazione. Secondo fonti all’interno del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty), l’adesione è stata “frettolosa” e mancava un sufficiente dibattito pubblico o istituzionale. Questi funzionari hanno citato obblighi inadempiuti, come i contributi finanziari e la partecipazione alle sessioni plenarie, come fattori che contribuiscono alla decisione di lasciare.
Il ritiro del Brasile dall’IHRA arriva nel solco della decisione di unirsi al Sud Africa nell’accusa di genocidio presso la Corte di Giustizia. Nonostante il tempismo, i funzionari brasiliani insistono che la mossa non sia direttamente legata al suo ingresso formale nella causa legale della Corte di giustizia intentata dal Sud Africa contro Israele il 23 luglio. Tuttavia, la sovrapposizione diplomatica e simbolica è difficile da ignorare.
Nella sua dichiarazione ufficiale, il governo brasiliano ha condannato la condotta di Israele, citando una mancanza di responsabilità e accusandolo di violare le norme internazionali.
“Non c’è più spazio per ambiguità morale o omissione politica”, si legge nel comunicato Itamaraty. “L’impunità mina la legalità internazionale e compromette la credibilità del sistema multilaterale”.
Il governo ha sottolineato che la sua partecipazione alle alleanze internazionali deve riflettere i valori costituzionali del Brasile, in particolare la difesa dei diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli.
Fonte
11/11/2024
Da un summit all’altro sotto l’ombra di Trump
Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, avevano già aderito all’inizio dell’anno quando la Russia ha assunto la presidenza pro-tempore dell’organismo, cambiando l’acronimo in Brics+. L’Arabia Saudita, che a gennaio aveva partecipato come nazione ospite, è stata aggiunta a Kazan. Se si considera che, in totale, 59 paesi hanno fatto domanda d’entrare, e che quelli già associati provengono dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina, e anche dall’Europa dell’Est, si capisce che l’impatto dell’organismo attraverserà gli equilibri globali, considerando inoltre l’adesione della Turchia, membro della Nato che aspira a entrare nella Ue.
Le decisioni approvate alla fine del vertice prospettano, d’altronde, l’intenzione, ben sostenuta dalla consistenza del blocco, che vale oltre il 37% del Pil mondiale e che contrasta gli orientamenti di altre istituzioni come il G7 e la Nato, di erodere gli assi portanti dell’egemonia statunitense: a partire da quella del dollaro.
Un intento ancora lontano dall’attuarsi, ma ben avviato, sia mediante le articolazioni economico-finanziarie della Banca dei Brics (presieduta dalla ex presidente brasiliana, Dilma Rousseff), sia con il varo di una moneta alternativa, di cui Putin ha mostrato un esemplare. Importante, anche, la chiamata a raccolta dei paesi colpiti dalle “sanzioni” degli Usa e dei loro alleati, che vedono nella Russia e nella maniera di aggirare il “sistema Swift” con nuove relazioni internazionali, un esempio efficace da seguire.
La proposta di un Osservatorio internazionale contro le “sanzioni”, già presentata dal Venezuela all’Onu, è stata nei giorni scorsi approvata durante il Foro Parlamentare Mondiale, che ha ospitato a Caracas oltre 700 deputati e senatori, provenienti da ogni parte del mondo. Delegati di 70 paesi, che hanno aderito a una Piattaforma internazionale permanente contro “il fascismo, il neofascismo e altre espressioni simili”. Un capitolo che ha fatto seguito al Congresso mondiale sullo stesso tema, che, a settembre, ha lanciato la proposta di un’internazionale antifascista, antimperialista, anticoloniale e anti-patriarcale, per contrastare l’avanzata dell’estrema destra a livello globale.
Il Venezuela avrebbe dovuto essere accolto fra i “soci ufficiali” dei Brics, e il presidente Maduro si era recato a Kazan, invitato dall’omologo russo, Putin. All’ultimo momento, però, la cancelleria brasiliana si è messa di traverso, e il paese bolivariano è rimasto fuori dalla lista dei nuovi giunti (13 in tutto: Malesia, Tailandia, Indonesia, Vietnam, Nigeria, Uganda, Algeria, Kazakistan, Uzbekistan, Bielorussia, Cuba, Bolivia e Turchia).
Le decisioni del vertice – ha poi spiegato Putin in una successiva conferenza stampa – vengono prese per consenso, e si è dovuto tener conto del veto del Brasile. Un ostruzionismo dovuto alle polemiche seguite al 28 luglio, quando Maduro è stato eletto per un terzo mandato e l’opposizione ha contestato i risultati, ottenendo appoggio a livello internazionale.
Al contrario, il presidente russo non ha lasciato dubbi sul suo sostegno al Venezuela, scherzando sul leader dell’opposizione, Edmundo González Urrutia, che, “alzando gli occhi al cielo”, è sceso in piazza per dichiararsi vincitore delle elezioni presidenziali. Putin ha affermato di averne discusso con i funzionari del governo statunitense, i quali hanno “fatto un sorrisetto compiaciuto, ma niente di più”.
D’altronde, ha aggiunto Putin, chiunque può alzare gli occhi al cielo e dichiarare persino di essere il Papa, ma questo non cambia la verità dei fatti: cioè “la legittimità e la trasparenza della vittoria elettorale di Nicolás Maduro, che la Russia riconosce e sostiene. Ho delle ottime relazioni con il Brasile – ha concluso Putin– però non condivido le posizioni del suo presidente sul Venezuela”.
Che in pochi mesi il presidente brasiliano abbia cambiato radicalmente opinione – da maggio, quando ha dichiarato i suoi buoni uffici per l’ingresso del Venezuela nei Brics, fino a ottobre, quando il suo portavoce, Celso Amorin, ha espresso la sua contrarietà – ha sollevato interrogativi e critiche: tanto più considerando la fattiva collaborazione tra il governo bolivariano, il Foro di San Paolo e le organizzazioni popolari brasiliane, prima fra tutte il Movimento dei Sem Terra che, con uno dei suoi esponenti storici, Joao Pedro Stedile, sta portando avanti importanti progetti di scambio a livello agricolo e produttivo in Venezuela.
C’è stato chi, nella sinistra latinoamericana, ha messo in luce l’“egocentrismo” di Lula e l’intenzione del Brasile di affermarsi come l’unico centro importante del continente, ponendosi come “ago della bilancia” e come snodo tra il nord e il sud del mondo. C’è stato anche chi ha ricordato la timidezza espressa negli anni del governo Lula e le promesse non mantenute quanto a riforme strutturali: la riforma agraria, lo spazio permesso alle grandi multinazionali e la mancata riforma costituzionale, che ha lasciato il presidente in balìa di quelle stesse forze e interessi che hanno disarcionato i precedenti governi del Partito dei lavoratori (Pt).
E c’è chi ha fatto notare il curriculum dell’attuale ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira. Vicinissimo al portavoce di Lula, Celso Amorin, del cui staff ha fatto parte, Vieira è un ambasciatore di lungo corso, è stato a Washington, alle Nazioni unite e anche nel corpo diplomatico a Parigi, dove mantiene eccellenti rapporti con Emmanuel Macron.
Nel 2024, il Brasile ha assunto sia la presidenza annuale pro tempore del G20 sia quella del Mercosur, organizzazione che negozia un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, e che Lula vuole firmare entro la fine del 2024. Nel 2025, il quinto Stato più grande del mondo ospiterà anche la Cop30, che prevede di attrarre oltre 40.000 visitatori.
Insieme ad altri importanti ministri brasiliani, il 14 novembre, il capo della diplomazia brasiliana aprirà la prima edizione del vertice Sociale del G20, che prevede oltre 200 attività coordinate dalle organizzazioni della società civile. Durante l’incontro, i rappresentanti del terzo settore potranno partecipare ai dibattiti finali su un testo, in via di elaborazione da agosto anche attraverso Internet sulla piattaforma Brasil Participativo. Un documento che il 16 novembre verrà consegnato ai presidenti brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e sudafricano Cyril Ramaphosa (che assumerà la presidenza del G20 nel 2025).
In tre sessioni plenarie si discuteranno i tre pilastri proposti dalla presidenza brasiliana al G20 per lanciare l’Alleanza globale contro la fame e la povertà: lotta alla fame e alle disuguaglianze, cambiamento climatico e sostenibilità, e nuova governance globale. In calendario, anche il tema del “digitale inclusivo”, già discusso in varie sessioni del vertice Brics.
Piuttosto debole nel suo paese, sia per la forza della destra che per la frammentazione del quadro istituzionale, Lula intende mantenere un profilo internazionale, posizionandosi come “arbitro” e punto di mediazione. Le amministrative di ottobre, hanno mostrato quanto sia ancora ben radicata la destra di Jair Bolsonaro, che ora trarrà nuovo impulso dall’elezione di Trump alla Casa Bianca.
E di sicuro risulterà rafforzata quell’internazionale di estrema destra che Trump ha fatto nascere in Spagna nel 2020, sul modello della Convention repubblicana riscritta a uso e consumo del tycoon da Steve Bannon, ora tornato in pista dopo la sua liberazione. Da quell’incontro, che ha riunito intorno al partito Vox altre formazioni analoghe d’Europa e dell’America Latina, è nata la Carta di Madrid che, oltre ad aver messo nel mirino il socialismo in tutte le sue forme, ha attaccato frontalmente il Foro di San Paolo.
Una delle prime firmatarie di quel documento fu Maria Corina Machado, rappresentante di quell’estrema destra venezuelana che ora cerca di riproporre con González Urrutia lo stesso copione giocato dall’autoproclamato “presidente a interim”, Juan Guaidó. In questo caso, però, si parla di Urrutia come del “presidente eletto”, già avallato da alcuni governi europei, a cominciare da quello italiano. Di nuovo, c’è che anche l’estrema destra venezuelana è cresciuta, e i risultati elettorali, che hanno dato il secondo posto a Urrutia, seppur con largo margine di stacco dal presidente eletto, lo dimostrano.
Dopo aver ricevuto, insieme a Machado, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero dal Parlamento Europeo, Urrutia è stato ricevuto da Roberta Metsola, presidentessa del Parlamento europeo. Poi, in Italia, è stato accolto da Meloni, dalle più alte cariche istituzionali e anche da tutti gli eletti del “centro-sinistra”. E uno dei punti in discussione al vertice Ue di Budapest è stata la “transizione in Venezuela”. Un cambio di poteri che, si è augurata pubblicamente Machado dopo l’elezione di Trump, il tycoon dovrà adeguatamente garantire, rispettando le minacce profferite contro Maduro prima della fine del suo precedente mandato.
Anche dopo l’elezione di Trump, oltre alle legittime preoccupazioni provenienti dai paesi progressisti dell’America latina (a cominciare dal Messico), si è fatta sentire l’ironia del web: sul ruolo del magnate delle piattaforme, Elon Musk, come “presidente-ombra” degli Stati Uniti, e su quello di Machado, pronta a chiedere “il riscontro delle schede scrutinate” anche a Trump, in caso non mettesse in atto le minacce contro Maduro. E già pronta a proclamare Urrutia come il vero vincitore delle elezioni Usa.
Fonte
29/10/2024
BRICS+ 2024. Il veto suicida del Brasile contro il Venezuela
Ma i rancori tra i due governi, e soprattutto tra i rispettivi ministeri degli Esteri, erano come quelle braci coperte di cenere, apparentemente spente, dove bastava una brezza per ravvivare il fuoco. E il vento soffiava forte nelle steppe di Kazan.
Per i diplomatici del subimperialismo brasiliano – mi rifaccio a questa caratterizzazione di Ruy Mauro Marinii (cf. “Subimperialismo y dependencia en América Latina”, Ver Adrián Sotelo Valencia, CLACSO 2021) – la posizione internazionale di Chávez, il suo instancabile iperattivismo e il tono fortemente antimperialista del suo discorso e della sua pratica concreta (come la creazione di Petrocaribe, ad esempio), hanno provocato fin dall’inizio una malcelata repulsione nei quadri dirigenti del Ministero degli Affari Esteri brasiliano.
Va ricordato che, a differenza della stragrande maggioranza dei Paesi, la “relativa autonomia” di cui gode il ministero degli Esteri all’interno dell’apparato statale brasiliano fa sì che le sue definizioni e proposte prevalgano spesso su quelle che potrebbero essere adottate dal presidente in carica, soprattutto quando quest’ultimo è un civile. La condotta di questa potente burocrazia sub-imperiale è regolata da un assioma: la coincidenza, l’accompagnamento (o almeno il non confronto) con la politica estera statunitense.
L’obiettivo di questo tacito allineamento con Washington è quello di preservare la stabilità dell’ordine neocoloniale in Sudamerica e, per quanto possibile, di impedire l’emergere di governi antimperialisti o, quando ciò è impossibile, di agire come fattore di “moderazione”. In cambio, la Casa Bianca dà la sua benedizione alla leadership del Brasile nella regione e gli apre persino la porta per collocare i suoi rappresentanti in alcuni ambiti del quadro istituzionale postbellico, come ad esempio l’Organizzazione mondiale del commercio.
Per questo motivo, il crescente protagonismo internazionale di Hugo Chávez ha sottoposto il patto siglato tra Brasilia e Washington a forti tensioni. Durante gran parte del primo mandato di Lula (2003-2007), le collisioni tra Caracas e Brasilia erano innegabili. L’amministrazione repubblicana ha chiesto più volte l’intervento di Brasilia per calmare le acque agitate dal leader bolivariano, che avrebbero presto acquistato nuovo vigore con l’avanzare del primo ciclo progressista e le elezioni che hanno catapultato alla presidenza personaggi come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Fernández e Fernando Lugo, Tabaré Vázquez e “Mel” Zelaya, e successivamente con la creazione dell’UNASUR Washington si è spinta a tal punto nel tentativo di convincere Lula a “calmare” Chávez da inviare Condoleezza Rice in Brasile per intercedere con il leader bolivariano affinché Caracas non disdicesse l’accordo di cooperazione militare tra Stati Uniti e Venezuela firmato circa trent’anni fa e, inoltre, per scoprire le “ragioni per cui Chávez aveva acquistato 70.000 fucili dalla Spagna”.
Naturalmente, questa mediazione non ha avuto alcun effetto.
I disaccordi tra Brasilia e Caracas continuarono a lungo. Elencarli sarebbe tanto lungo quanto noioso. Ricordiamone solo due: il rifiuto del governo Lula di attuare concretamente la Banca del Sud, solennemente fondata nel dicembre 2007 ma paralizzata fin dall’inizio soprattutto per la riluttanza brasiliana; e l’ostinato rifiuto del Brasile di ammettere il Venezuela nel Mercosur.
Date queste premesse, il comportamento della delegazione brasiliana a Kazan era prevedibile. L’assenza di Lula, dovuta a uno strano “incidente domestico”, rimarrà una delle grandi incognite del Vertice di Kazan. Forse lo sfortunato voto del Brasile all’ONU di condanna dell’“invasione russa” dell’Ucraina (4) può aver giocato un ruolo.
Ma quel che è certo è che con il veto all’ingresso del Venezuela come membro associato dei BRICS+, categoria che comprendeva anche Bolivia e Cuba, il prestigio internazionale del Brasile e la necessaria solidarietà tra i Paesi latinoamericani sono stati seriamente danneggiati.
Il governo di Lula ha ceduto alle pressioni conservatrici della sua stessa coalizione di governo e a quelle degli Stati Uniti, per i quali mantenere il Venezuela isolato è essenziale per continuare impunemente il suo criminale blocco contro quel Paese. Attaccarlo da solo non è la stessa cosa che attaccarlo quando è già membro dei BRICS+.
Quanto accaduto scredita il Brasile e fa apparire il suo governo come un docile partner di Washington che opera in America Latina, favorendo lo scollamento, per non dire la “disintegrazione”, tra i Paesi dell’area, il che alimenta i sospetti sulle future intenzioni del Ministero degli Affari Esteri brasiliano in campo internazionale. Per questo la mossa di Lula a Kazan è un “veto suicida” perché indebolisce la dignità internazionale del Brasile non solo in America Latina ma anche a livello globale.
L’analista brasiliano José Luis Fiori ha detto senza mezzi termini: “un Sudamerica diviso perderebbe rilevanza geopolitica e geoeconomica e le sue piccole unità ‘primarie-esportatrici’, nel loro isolamento, sono completamente irrilevanti sullo scacchiere geopolitico mondiale”. L’alternativa sarebbe quella di costruire un asse tra Brasile, Argentina e Venezuela, ma è quello che si è rotto quest’anno con il rifiuto di Milei all’incorporazione dell’Argentina nei BRICS+ e il veto del Brasile all’ingresso del Venezuela in questa organizzazione.
Con il suo veto, il governo brasiliano ha privato i BRICS+ dell’enorme vantaggio che avrebbe dato a questo raggruppamento l’incorporazione nei suoi ranghi del Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Obiettivamente: ha indebolito il BRICS+, con grande gioia di Washington. Ecco perché credo che questo veto non avrà vita lunga e che Lula finirà per essere respinto, perché pochi errori potrebbero essere più gravi, nel mondo di oggi, che lasciare questa enorme riserva di petrolio alla mercé degli Stati Uniti, cosa che Cina, Russia e persino India non vedrebbero di buon occhio.
Ciò che sta accadendo è che il Ministero degli Affari Esteri brasiliano non crede che lo scacchiere internazionale si sia già trasformato in un sistema multipolare, da cui la sua errata decisione di porre il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS+. Continua a scommettere sul declino dell’egemonia statunitense e sul marcio “ordine mondiale basato sulle regole” con cui gli Stati Uniti difendono i propri interessi nazionali.
Il Ministero degli Esteri bolivariano ha ragione quando descrive il veto come “un gesto ostile, che si aggiunge alla politica criminale di sanzioni che sono state imposte a un popolo coraggioso e rivoluzionario”. Dire che “si aggiunge”, in un linguaggio diplomatico accurato, equivale a dire che il Brasile ha agito come una pedina diligente di Washington, convalidando le oltre 900 misure coercitive unilaterali che colpiscono il Paese fratello e mostrando una penosa mancanza di solidarietà.
Lula non ha ricordo del fatto che durante la pandemia, durante il governo dell’impresentabile Jair Bolsonaro, quando la gente moriva negli ospedali di Manaus per mancanza di ossigeno, il presidente Nicolás Maduro ordinò l’invio di 107 medici e sei autobotti con un totale di 136.000 litri di ossigeno per far fronte alla drammatica situazione negli ospedali di quella città? È questa la ricompensa del Brasile per quel gesto di solidarietà? Un veto deplorevole e imperdonabile.
Il Presidente Lula avrà un compito arduo se vuole che il suo Paese recuperi credibilità e dignità, non solo nell’ordine regionale latinoamericano e caraibico, ma anche agli occhi dei principali partner BRICS+, principalmente Cina, Russia e India. Sicuramente non passerà molto tempo prima che questo fatidico veto venga revocato e il presidente brasiliano dovrà sopportare un’amara bocciatura.
Fonte
27/10/2024
BRICS - “Lula conferma il no filo-imperialista di Bolsonaro al governo di Caracas”
A conclusione del XVI Vertice BRICS, è stata però approvata l’adesione della Bolivia e di Cuba come Stati associati, passo fondamentale per l’integrazione del blocco con un altro bastione del mondo multipolare, l’ALBA. L’inclusione di due nuovi paesi dell’America Latina, membri dell’ALBA-TCP, mira infatti a unire e sviluppare ulteriormente il Sud del mondo come polo contrapposto all’unilateralismo, l’imperialismo e l’influenza degli Stati Uniti nel mondo. Proprio con questo spirito si sono aggiunti come Stati associati anche Algeria, Bielorussia, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Tailandia, Turchia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam.
“Il passo in avanti complessivo dei BRICS fa risaltare purtroppo l’esclusione del Venezuela come un grave vulnus che vanifica in parte il grande cammino compiuto da questa formazione che nei suoi intenti deve frontaggiare l’espansionismo dell’Occidente imperialista”, rileva Vasapollo.
Mentre, attraverso un comunicato, il governo venezuelano commenta il fatto che la rappresentanza del Ministero degli Esteri brasiliano, guidata dall’ambasciatore Eduardo Paes Saboia, “ha deciso di mantenere il veto che Bolsonaro ha applicato per anni al Venezuela, riproducendo l’odio, l’esclusione e l’intolleranza promossi dalla potenza occidentale centri per impedire, per ora, l’ingresso della patria di Bolívar in questa organizzazione”.
Sebbene durante il vertice il Venezuela abbia ricevuto il sostegno di diversi paesi partecipanti per formalizzare la sua entrata nel blocco, il paese bolivariano ritiene che il veto costituisca un’aggressione nei confronti del Venezuela e sia considerato un riflesso delle attuali tensioni geopolitiche, dove le potenze occidentali cercano di limitare l’influenza del Venezuela. Il documento evidenzia inoltre l’indignazione del popolo venezuelano per questa “aggressione inspiegabile e immorale” e riafferma l’impegno del Venezuela per l’autodeterminazione e l’uguaglianza sovrana degli Stati.
Da parte sua il governo venezuelano ha ringraziato il presidente della Russia, Vladimir Putin, per l’invito rivolto al suo presidente, Nicolás Maduro, a partecipare al vertice BRICS+, che ha definito storico per la creazione di un nuovo mondo di pace, giustizia e sviluppo.
Ma la nota del ministero degli Esteri venezuelano, sottolinea come la decisione di Brasilia di “mantenere il veto” dell’ex presidente Jair Bolsonaro, “riproduce l’odio, l’esclusione e l’intolleranza promossi dai centri di potere occidentali” verso Caracas. “Il popolo venezuelano prova indignazione e vergogna per questa aggressione inspiegabile e immorale”. A Kazan, Maduro ha sostenuto che il suo Paese è “parte della famiglia BRICS”, trovando la comprensione di Putin contrario al niet brasiliano: “Il Venezuela sta lottando per la sua sopravvivenza”, ha detto il leader russo.
Pur non avendo ottenuto l’inclusione nei BRICS, il presidente venezuelano Nicolas Maduro – che da Kazan ha raggiunto l’Algeria dove si trova in visita di stato – si è mostrato ottimista riguardo al futuro, affermando che “è nato un nuovo mondo” e che il Venezuela continua a far parte di un mondo libero senza egemonie.
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21/08/2024
L'ambigua “mediazione” di Lula e Petro sul Venezuela
Se entrambi hanno aspettato due mesi e mezzo per conoscere il risultato finale delle elezioni presidenziali in Messico a causa della sfida lanciata da Xóchitl Gálvez a nome della destra di quel paese, cosa succede loro ora? Perché non aspettare che le scadenze imposte dalla legge e concesse al Consiglio Nazionale Elettorale fino a 30 giorni dopo le elezioni annuncino il rispetto dei risultati finali?
Forse non sanno che questi non hanno potuto essere pubblicati immediatamente e in modo definito a causa del massiccio attacco informatico subito dalle piattaforme vi voto del Consiglio Elettorale Nazionale.
Inoltre, a causa di tutta la campagna mediatica della destra fascista e della provocatoria proclamazione di González Urrutia come vincitore delle elezioni, la questione ha dovuto essere posta al vaglio della magistratura e ora si trova nella Camera Elettorale della Corte Suprema di Giustizia che ha tutti i verbali presentati dal CNE e dalle organizzazioni politiche e dovremo aspettare quella più alta istanza giudiziaria per comunicare la sua decisione.
La proposta di entrambi i presidenti offende perché dà per scontato che ci siano stati brogli nelle elezioni venezuelane, il che è un’accusa irresponsabile oltre che ingiusta e che non a caso è pienamente in sintonia con il progetto di Washington.
Il presidente Joe Biden ha già espresso il suo sostegno alla proposta di entrambi i presidenti sudamericani e sostiene lo svolgimento di nuove elezioni in Venezuela, una manovra che ignora la legittimità del presidente Nicolás Maduro e apre le porte alla nomina di un Guaidó 2.0 in quel “governo di transizione” e ottenere così il tanto atteso “cambio di regime” in Venezuela. Un passo precedente per impadronirsi definitivamente della più grande riserva petrolifera del mondo.
E poi, un governo di convivenza? Come sarebbe? Perché Lula non l’ha proposta quando le orde di Jair Bolsonaro hanno preso d’assalto Brasilia dicendo che gli avevano rubato le elezioni? Non lo ha fatto per ottime ragioni, che sono le stesse che ora sta abbandonando chiedendo un “governo di transizione e nuove elezioni” in Venezuela.
Sulla stessa linea, perché Petro non invita Álvaro Uribe Vélez a condividere il governo e ottenere così la ritardata pacificazione della Colombia?
Per illustrare i benefici della sua proposta, il presidente colombiano invoca l’esperienza del Fronte Nazionale (1958-1974), il patto tra conservatori e liberali che ha dato origine proprio alla lotta armata e alla violenza in Colombia.
Sia Lula che Petro dovrebbero sapere che un governo di coalizione tra un fascismo neocoloniale e destituente e le forze chaviste sarebbe un’assurdità, un vero esercizio contro natura, come dicevano gli antichi, il cui esito la storia insegna non sarebbe altro che una guerra civile. Qualcosa che nessuno vuole per la Repubblica Bolivariana del Venezuela, così furbescamente molestata e attaccata. Ecco perché, con un gesto che lo contraddistingue come statista, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador ha detto che aspetterà il verdetto finale delle autorità elettorali venezuelane prima di prendere una decisione.
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20/02/2024
Genocidio a Gaza. Lula dice quello che molti pensano
“Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza non è una guerra, è un genocidio”, ha detto Lula ai giornalisti.
“Non è una guerra di soldati contro soldati. È una guerra tra un esercito altamente preparato e donne e bambini”, ha aggiunto Lula. “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza con il popolo palestinese non è accaduto in nessun altro momento della storia. In realtà, è successo: quando Hitler decise di uccidere gli ebrei”.
Sabato e domenica, nella capitale etiope Addis Abeba, l’Unione Africana ha tenuto il suo 37° vertice, dove i partecipanti hanno discusso una serie di questioni vitali per il continente, tra cui il massacro di Gaza.
Durante l’incontro, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha accusato Israele di aver commesso un genocidio contro i civili palestinesi, paragonandolo all’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale.
La dichiarazione finale prodotta dall’Unione Africana chiede la fine dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese, la fine della politica di punizione collettiva e del crimine di genocidio.
Ha inoltre chiesto che il regime israeliano rispetti le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia per fermare le sofferenze dei palestinesi.
Il Movimento di Resistenza Palestinese Hamas ha accolto con favore la dichiarazione finale rilasciata dal 37° vertice dell’Unione Africana.
Il giornale israeliano Times of Israel riporta che il ministro degli Esteri Israel Katz questa mattina darà un rimprovero formale all’ambasciatore del Brasile dopo che il presidente brasiliano Lula ha paragonato la campagna di Israele contro Hamas all’Olocausto degli ebrei di Hitler. Secondo il ministero degli Esteri, Katz “chiarirà all’ambasciatore che dichiarazioni come queste sono totalmente inaccettabili”.
Le dichiarazioni di Lula, presidente di uno dei più importanti paesi del mondo, la dichiarazione finale dell’Unione Africana, la posizione assunta dal Sudafrica che ha denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, confermano che il concetto di “comunità internazionale” ormai non è più circoscrivibile ai soli Stati Uniti e Unione Europea. Ormai c’è una parte consistente del mondo che non intende più accettare i crimini di guerra israeliana né farsene complice.
Sul campo si segnala intanto una dichiarazione di un dirigente di Hamas dal Qatar che ha detto all’agenzia di Reuters che il movimento di resistenza islamica palestinese ha stimato di aver perso 6.000 combattenti durante il conflitto di quattro mesi, una cifra che corrisponde a circa la metà dei 12.000 che Israele afferma di aver ucciso.
“Hamas può continuare a combattere ed è pronto per una lunga guerra a Rafah e Gaza”, ha affermato l’esponente di Hamas che ha chiesto l’anonimato. “Le opzioni di Netanyahu sono difficili e lo sono anche le nostre. Può occupare Gaza, ma Hamas è ancora in piedi e combatte. Non ha raggiunto i suoi obiettivi di uccidere la leadership di Hamas o di annientare Hamas”.
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02/12/2023
COP 28 – Mitigare, Tamponare o Invertire gli effetti del cambiamento climatico?
Nello scenario caratterizzato dalla guerra in Ucraina e in Palestina, sarà da vedere inoltre quanto la Russia, ancora sotto embargo a causa del conflitto ucraino, potrà aver voce nel determinare le scelte effettive di questo meeting.
I lavori si sono aperti con un minuto di silenzio per le vittime di Gaza, e sono proseguite con l’Iran che – a meno di 24ore dall’inizio della convention – sta lasciando Dubai in aperta denuncia della presenza di Israele.
Mentre la Meloni incontra Erdogan e auspica l’aiuto del boia per evitare che il conflitto si estenda al Medioriente, c’è solo Lula, ad oggi, a mettere a tacere tutti denunciando che “solo lo scorso anno, il mondo ha speso più di 2000 miliardi di dollari in armi. Importo che potrebbe essere investito nella lotta alla fame e nel contrasto al cambiamento climatico” e che “l”1% più ricco del pianeta continua ad emettere la stessa quantità di carbonio del 66%della popolazione mondiale” e che “il mondo ha ‘naturalizzato’ disparità inaccettabili di reddito, genere e razza“.
Il piano d’azione della presidenza per realizzare i pilastri dell’accordo di Parigi si concentra su quattro settori: “accelerare la transizione energetica, definire i finanziamenti per il clima, mettere la natura, le persone, la vita e i mezzi di sussistenza al centro dell’azione per il clima, porre alla base di tutte le iniziative la piena inclusività”.
Il tema all’ordine del giorno della COP28, neanche a dirlo, è quello della crisi climatica e dell’innalzamento delle temperature che stanno provocando catastrofi demografiche, territoriali ma anche economiche in tutto il mondo.
Contro ogni negazionismo ancora possibile fino a qualche anno fa, è oggi evidente che la questione del cambiamento climatico è dirimente, e che porta con se non solo l’avanzata del deserto, il peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo, le alluvioni, ma anche il problema della produzione di cibo, della sicurezza idraulica (più di 300 persone sono morte tra Etiopia e Somalia a causa di piogge e inondazioni, ma come abbiamo visto, le catastrofi ambientali accadono anche in alcune regioni italiane), delle migrazioni, delle guerre e della messa a rischio di intere filiere agroalimentari che fruttano milioni di euro.
Un primo obiettivo del meeting, questa volta, è quello di costituire e rendere effettivo un “Loss and Damage Fund”, un fondo per gestire le emergenze climatiche, dove i Paesi ricchi che nei decenni hanno maggiormente inciso sull’inquinamento del pianeta e sull’ipersfruttamento delle risorse si impegnino a stanziare cifre più consistenti a favore delle catastrofi ambientali che hanno colpito e colpiranno i Paesi ricchi ma soprattutto quelli poveri.
L’accordo, siglato all’inizio del meeting, sta già vedendo le prime adesioni e le prime promesse di stanziamenti finanziarie, su cui per ora né USA né Cina si sono espressi.
C’è da dire comunque che, se e quando questo fondo diventerà effettivo, sarà solo un primo passo non tanto per ridurre l’impatto del nostro sistema economico e produttivo sul pianeta, ma “solamente” per solidarizzare e fare “fronte comune” sulle conseguenze devastanti legate al cambiamento climatico.
Si tratta del resto di un fondo per gestire le emergenze, necessario ma non sufficiente ad invertire la rotta, tema che rappresenta la vera sfida, quella che la maggior parte dei Paesi ricchi non vuole affrontare davvero, perché significa necessariamente mettere in discussione il modello di produzione e accumulazione capitalista.
Altro tema preponderante è quello della cosiddetta “transizione energetica”, che ha come obiettivo l’eliminazione dei combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili.
La scelta di fare questa convention a Dubai, in uno dei Paesi leader mondiale del business dei combustibili fossili, è sfidante, da un lato, ma genera anche molte polemiche dall’altro. Secondo l’ong Global Witness erano 673 i lobbisti accreditati a Cop27, e quest’anno potrebbero essere ancora di più.
Viene da chiedersi quanto questi attori influenzeranno le scelte e gli accordi da intraprendere, ma soprattutto la messa in campo concreta delle misure necessarie alla riduzione dell’uso dei combustibili fossili.
Guardando a casa nostra, intanto, già da anni ENI ha intrapreso un cospicuo fronte di ricerca e sviluppo sulle energie rinnovabili, drenando anche una grossa fetta di investimenti PNRR.
Si lavora su transizione energetica e ‘mitigazione climatica’, cosa che per ora rimane sulla carta, nonostante i proclami di Green Deal e Neutralità Climatica della “nostra” Unione Europea. Di fatto, per ora, si tratta di grossi investimenti volti ai per lo più ai grossi big del mercato, mentre le politiche pubbliche continuano a giocare al ribasso, come nel caso della nuova PAC, la politica agricola che doveva accompagnare la transizione verde dell’agricoltura e che si sta dimostrando di fatto di un “verde” assai pallido.
Già dai primi interventi dei capi di Stato, tra cui quello della premier Meloni, il messaggio rimane comunque chiaro: si parli di fondi di solidarietà per gestire le emergenze, si parli di sostenibilità delle produzioni e di energie rinnovabili, si parli di sicurezza alimentare, ma non si metta in discussione il diritto a competere e continuare a fare profitto sulle risorse del pianeta (e sulle popolazioni che lo abitano)!
La missione Ue a Dubai è “stabilire il quadro per la cooperazione internazionale e stabilire un solido punto di riferimento per i mercati dei crediti di carbonio“. Per Von del Leyen infatti, la soluzione è mercificare il carbonio, e dare corpo e struttura alla “banca dei crediti di carbonio”, in cui i privati possano bilanciare le loro emissioni di CO2 attraverso l’acquisto di quote di carbonio provenienti da altre fonti, ad esempio le foreste.
Un meccanismo distorto che non può che portare ad un ulteriore mercificazione e privatizzazione dell’ambiente e del territorio. E soprattutto ad ulteriori disuguaglianze tra paesi ed aree del pianeta.
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13/07/2023
Lula e Petro uniti per difendere l’Amazzonia
L’incontro tra i capi di stato è avvenuto durante la sessione conclusiva di un convegno di tre giorni sullo stato della foresta pluviale, con partecipanti oltre 600 tra ministri dell’ambiente dell’area, scienziati, esponenti indigeni ed enti ambientali.
Questo summit prepara il Vertice dell’Amazzonia, che si svolgerà i prossimi 8 e 9 agosto a Belém, in Brasile.
In vista di questo appuntamento, i due presidenti hanno innanzitutto ribadito la necessità di rafforzare l’Organizzazione del Trattato della Cooperazione Amazzonica (OTCA). Si tratta di una struttura intergovernativa che ha lo scopo di tutelare il bacino dell’Amazzonia.
I grandi pericoli per la foresta sono gli allevamenti intensivi, e in particolar modo le attività minerarie e il disboscamento, che siano legali o meno. Si stima che la distesa di verde si sia già ridotta di almeno 85 milioni di ettari.
Nel primo semestre del 2023 il tasso di deforestazione in Brasile è già diminuito del 33% rispetto allo stesso periodo del 2022, nel primo trimestre dell’anno del 76% in Colombia. Lula proporrà a Belém che gli 8 paesi dell’OTCA si assumano l’impegno a porre fine al taglio illegale degli alberi entro il 2030, come già fatto dal suo paese.
Petro ha però sottolineato come “l’intero sistema economico mondiale deve essere trasformato”. Gli incontri di Leticia erano stati indicati dal governo colombiano come strategici “per costruire la governance, la gestione, il finanziamento e le capacità decisionali politiche che l’Amazzonia richiede”.
La ministra dell’ambiente, Susana Muhamad, ha ribadito anche la sua proposta dei debt-for-nature swaps, ovvero la cancellazione del debito estero in cambio di investimenti nella tutela ambientale. Bogotà vuole presentare questa ipotesi alla COP28, a cui arrivare con una posizione unica di comune accordo con Brasilia.
Petro ha rilanciato la proposta di un fondo multilaterale ventennale per sostenere le comunità agricole che contribuiscono alla deforestazione, compensandole invece per le attività di conservazione e rigenerazione. Lula ha invece richiesto ai paesi più ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di CO2, di rispettare gli impegni in tema climatico.
Il presidente brasiliano ha organizzato una vera e propria campagna militare contro i minatori illegali nel territorio degli Yanomami. Ma allo stesso tempo ha dovuto accettare, suo malgrado, il passaggio di una legge che potrebbe rivelarsi un’arma per sfrattare le comunità indigene da zone di interesse dell’agroindustria.
Rimangono chiaramente ancora molti nodi di difficile scioglimento, anche riguardo l’estrazione di idrocarburi nella foresta. Le strutture e gli osservatori che i paesi amazzonici si sono proposti di costruire non sembrano ancora in grado di rispondere in maniera esaustiva ai problemi evidenziati, ma l’impossibilità di risolverli dentro il paradigma estrattivista e capitalista è evidente.
Sempre Petro ha aggiunto: “c’è un altro tipo di sviluppo che è quello fondato sulla protezione della vita. Trasformare il sistema economico, basandolo sulla vita, è la rivoluzione dei tempi di oggi. La rivoluzione della vita deve partire dall’Amazzonia”.
Al solito, l’America Latina rappresenta una speranza per l’umanità.
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05/07/2023
Brasile - Lula mette in riga l’Unione Europea per l’accordo con il Mercosur
L’Unione Europea ha provato ad aggiungere alcune clausole all’accordo con il Mercosur – il cosiddetto “documento aggiuntivo” – che Lula, e i paesi latinoamericani non sembrano affatto gradire.
“Non è ammissibile rinunciare al potere d’acquisto dello Stato, uno dei pochi strumenti di politica industriale che ci è rimasto“, ha detto Lula intervenendo al vertice in Argentina del Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale.
Lula ha assunto la presidenza del blocco latinoamericano e la terrà fino alla fine di quest’anno, con l’obiettivo di sbloccare l’accordo con l’Unione Europea ma anche di ridefinirne i parametri, fino ad oggi tutti a vantaggio della UE.
L’accordo tra UE e Mercosur era stato raggiunto nel 2019 durante il governo di Jair Bolsonaro dopo 20 anni di trattative. Ci sono ancora parti del trattato in fase di negoziazione e che Lula vorrebbe risolvere entro quest’anno.
“Mi impegno a concludere un accordo con l’Unione Europea, che deve essere equilibrato. Il documento aggiuntivo presentato dall’UE a marzo di quest’anno è inaccettabile” – ha affermato Lula – “I partner strategici non negoziano con diffidenza. È imperativo che il Mercosur presenti una risposta rapida e energica“, ha sottolineato Lula al vertice, dichiarandosi disponibile a firmare un accordo con l’UE, ma non con “una spada puntata alla testa“.
“Non vogliamo imposizioni – ha dichiarato –. È un accordo di partenariato strategico e nessun partner strategico punta una spada alla testa dell’altro. Sediamoci, sistemiamo le divergenze e vediamo cosa va bene per gli europei, e cosa va bene per il Mercosur e per il Brasile“, riferendosi al documento aggiuntivo sull’ambiente che Bruxelles vuole aggiungere all’intesa.
Coerentemente con il cambiamento del clima che ormai si respira nelle relazioni internazionali, il Mercosur non guarda solo all’accordo con l’Unione Europea, ma intende “esplorare nuovi fronti negoziali con partner come Cina, Indonesia, Vietnam e i Paesi dell’America centrale e dei Caraibi“, ha sottolineato Lula perché “la proliferazione di barriere commerciali perpetua le disuguaglianze e danneggia i Paesi in via di sviluppo“.
Già intervenendo al forum di Parigi sul “Patto per il finanziamento globale” del 27 giugno scorso, Lula aveva denunciato che “Alcuni si spaventano quando parlo di creare nuove valute in nuovi scambi. Non so perché il Brasile e l’Argentina debbano commerciare in dollari, perché la gente non possa farlo nelle nostre valute. Non so perché il Brasile e la Cina non possano farlo nelle nostre valute, perché io debba comprare dollari“.
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16/04/2023
Brasile - “Gli Usa smettano di incoraggiare la guerra”
“È necessario che gli Stati Uniti smettano di incoraggiare la guerra” in Ucraina e “inizino a parlare di pace“. Il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, nel suo viaggio tra Cina ed Emirati Arabi, osserva che anche l’Unione europea deve fare lo stesso, “in modo da convincere” i presidenti di Russia e Ucraina, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky, che “la pace è nell’interesse di tutti“.
Il presidente brasiliano ha rilasciato queste dichiarazioni ai media fuori dall’hotel di Pechino in cui ha soggiornato e prima di imbarcarsi per Abu Dhabi, dopo aver completato la sua visita di Stato in Cina, che ha incluso un incontro con il suo omologo cinese, Xi Jinping.
Lula, 77 anni, presidente in carica dal 1 gennaio, ha anche invitato “i Paesi che forniscono armi” a “smettere” di farlo e ha sottolineato il ruolo “molto importante” della Cina nella ricerca della pace. “La Cina ha un ruolo molto importante, forse il più importante. Ma un altro ruolo importante è quello degli Stati Uniti“, ha aggiunto.
Lula ha difeso ancora una volta la sua idea di creare un club di Paesi “disposti a trovare un modo per raggiungere la pace“, cosa che aveva già comunicato ai presidenti di Francia e Stati Uniti, Emmanuel Macron e Joe Biden, e al cancelliere tedesco, Olaf Scholz. “Solo chi non difende la guerra può creare una commissione di Paesi e porre fine a questa guerra“, ha detto.
Secondo Lula, si è raggiunta una situazione in cui Russia e Ucraina “hanno difficoltà a prendere decisioni” e dunque, ha affermato, “è necessario che i Paesi terzi che mantengono buone relazioni con entrambi” creino le condizioni per la pace. Brasile e Cina, ha rilevato, sono disposti a farlo, ma ha insistito sul fatto che la “buona volontà” di tutte le parti è essenziale.
In una dichiarazione scritta congiunta diffusa dopo il loro incontro bilaterale, Lula e Xi Jinping hanno concordato che il dialogo e il negoziato sono “l’unica via d’uscita praticabile dalla ‘crisi’ in Ucraina“.
Nel documento, il Brasile, che ha mantenuto una posizione di neutralità dallo scoppio della guerra, giudica “positivamente” la posizione della Cina sul conflitto, che considera “utile” per cercare una soluzione pacifica.
da Pagine Esteri
Nell’incontro oggi a Pechino tra il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e quello cinese Xi Jinping si discuterà anche di un possibile percorso per arrivare alla fine della guerra in Ucraina. Lula ha in tasca un piano di pace.
La proposta del leader brasiliano ruota attorno alla restituzione da parte russa dei territori ucraini conquistati dopo il 24 febbraio 2022. Mosca in cambio vedrebbe legittimata la sua sovranità sulla Crimea da parte dell’Ucraina. Lula è convinto che qualsiasi possibilità di fine del conflitto passi per il coinvolgimento della Cina perché l’unica in grado di esercitare pressioni sulla Russia.
Il “piano” di Lula al momento non sembra avere grandi possibilità considerando in particolare le posizioni di Kiev che vuole il ritiro completo della Russia. Ma presentandolo il presidente brasiliano vuole affermare il posizionamento del suo paese come attore non allineato e impegnato nel multilateralismo dopo gli anni oscuri della presidenza di Jair Bolsonaro tra il 2018 e il 2022.
Oltre a Pechino, Lula farà tappa anche a Shanghai, per l’insediamento di Dilma Rousseff, ex presidente brasiliana e sua compagna di partito, alla guida della Nuova banca per lo sviluppo che fa capo al gruppo dei Brics del quale fanno parte insieme con il Brasile, il Sudafrica, l’India, la Cina e la Russia.
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