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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026

Brasile - Negati i visti ai “diplomatici” di Trump

Alla vigilia delle elezioni presidenziali brasiliane fissate per il 4 ottobre 2026, l’amministrazione Trump e il governo Lula sono giunti a uno scontro aperto che si consuma contemporaneamente su due fronti cruciali: quello dell’integrità democratica e quello dei dazi commerciali.

L’episodio simbolo della crisi è la decisione del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty) di negare i visti d’ingresso a due alti diplomatici americani: Riley M. Barnes e Samuel Samson, funzionari del cosiddetto “Ufficio per la Democrazia e i Diritti Umani” del Dipartimento di Stato statunitense.

A far scattare l’allarme a Brasilia è stata un’inchiesta del Washington Post, secondo la quale la delegazione di Washington si sarebbe dovuta recare in Brasile per raccogliere elementi utili a mettere in discussione l’affidabilità del sistema di voto elettronico.

Nel Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano, i giudici hanno definito la missione “scandalosa e inusitata”, considerandola un tentativo di ingerenza esterna. Il presidente Lula ha reagito con fermezza, dichiarando che “chiunque cercherà di intromettersi nelle elezioni brasiliane subirà una dura risposta”.

Dal canto suo, il Dipartimento di Stato statunitense guidato da Marco Rubio ha respinto ogni accusa, sostenendo che la visita rientrava nelle attività di routine per discutere di “integrità elettorale, libertà religiosa e libertà di espressione”.

Tuttavia, per il governo brasiliano la mossa americana appariva coordinata con le dichiarazioni della destra locale. Pochi giorni prima, il senatore Flávio Bolsonaro (candidato alla presidenza per il partito PL e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro) aveva incontrato diplomatici di oltre 40 Paesi sollevando dubbi sulle urne elettroniche, affermazioni smentite dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE).

La mossa di Flávio Bolsonaro scimmiotta quella del padre, avvenuta nel luglio 2022, poco prima di perdere le elezioni per Lula.

Parallelamente al fronte politico, si è inasprito il conflitto economico.

La Casa Bianca ha ufficializzato un doppio pacchetto di dazi sanzionatori nei confronti delle esportazioni brasiliane:

  1. ​Un dazio del 25%, motivato con presunte “pratiche commerciali sleali” adottate dal Brasile ai danni delle aziende statunitensi;
  2. ​Un ulteriore dazio del 12,5%, giustificato da Washington sostenendo che il Brasile non applichi sufficienti controlli sull’importazione di merci derivanti da lavoro forzato.

Ma chi sono i funzionari statunitensi bloccati dal Brasile?

Entrambi si sono resi protagonisti di affermazioni e prese di posizione ideologiche che hanno sollevato accese polemiche internazionali, ben prima del loro scontro con il Brasile.

Samuel Samson è un esponente della nuova leva della destra conservatrice americana. Prima dell’incarico diplomatico ha lavorato in think tank conservatori e organizzazioni politiche (come American Moment). All’interno dell’amministrazione Trump si è distinto per posizioni incentrate sulla difesa della sovranità nazionale e dei “diritti naturali” rispetto alle impostazioni delle istituzioni sovranazionali.

Ad esempio, ha definito i tentativi europei di regolamentare le piattaforme digitali e combattere la disinformazione come una truffa per la censura: ​“L’industria della disinformazione è una truffa per monitorare, censurare e rubare denaro agli americani”.

Per quanto riguarda ​Riley M. Barnes, si tratta di un fanatico religioso che vorrebbe impiantare la Bibbia al posto delle leggi e che provoca scontri diplomatici ovunque vada. Recentemente, anche con paesi alleati degli USA, come la Corea del Sud.

Il loro ruolo al DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor) non opera secondo le regole della diplomazia tradizionale, ma è conforme a un’agenda politica conservatrice che attacca direttamente i governi stranieri (dall’Unione Europea fino al Brasile) ritenuti “troppo progressisti” o non in linea con la loro visione ideologica.

Il ricorso all’OMC: un’arma spuntata

​In risposta ai dazi, il governo brasiliano ha annunciato l’intenzione di avviare l’iter per l’applicazione della Legge di Reciprocità e di presentare ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

​Gli stessi diplomati dell’Itamaraty ammettono però che la mossa verso l’OMC avrà una valenza di carattere simbolico, utile soltanto a “marcare la posizione” geopolitica del Brasile. L’Organo di Appello dell’OMC è infatti bloccato dal 2019 proprio a causa del veto posto dagli Stati Uniti sulle nomine dei nuovi giudici, rendendo pressoché impossibile arrivare a una sentenza vincolante.

​L’ipotesi di una ritorsione commerciale spaventa il mondo industriale brasiliano. Associazioni di categoria fondamentali come la Abimaq (industria dei macchinari) e la AmCham Brasil (Camera di Commercio Americana per il Brasile) si sono opposte alla reciprocità, chiedendo di non alimentare una spirale di sanzioni che finirebbe per danneggiare le imprese, la produzione e l’occupazione brasiliane.

​La coincidenza tra pressioni commerciali e mosse diplomatiche ha trasformato le relazioni tra Brasilia e Washington in un vero e proprio terreno di scontro elettorale.

Se da un lato l’amministrazione Trump sembra determinata a esercitare la massima pressione sul governo brasiliano, pur di fare vincere l’estrema destra, come accaduto in altri paesi sudamericani, dall’altro la linea dura adottata da Lula per tutelare la sovranità nazionale mira a compattare l’elettorato contro le indebite e violente ingerenze statunitensi.

Fonti

  1. The Washington Post: “Brazil denies visas to U.S. delegation aiming to impugn election system, officials says” (26/07/2026)
  2. Globo G1: “Itamaraty nega visto a funcionários dos EUA que viajariam ao Brasil para questionar integridade das urnas” (25/07/2026)
  3. Uol: “Governo Lula nega visto à missão do Departamento de Estado dos EUA” (25/07/2026)
  4. The Washington Post: “Trump’s new tariffs on Brazil could ‘tip the election’ for Lula over Bolsonaro” (22/07/2026)
  5. Carta Capital: “Flávio Bolsonaro mente sobre urnas a diplomatas e revive cena que tornou o pai inelegível” (22/07/2026)

Fonte

16/07/2026

Brasile - Cospirazione contro Lula

Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.

Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.

Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.

La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.

Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.

In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.

Servilismo

In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.

Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.

“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.

Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.

Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.

In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.

Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.

Difesa della sovranità

La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.

Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.

La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.

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09/11/2025

Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”

Dal 10 al 21 novembre si terrà la Conferenza delle Parti a Belém, in Brasile. Non si può prevedere il futuro, e dunque quali saranno le conclusioni di questo summit internazionale, ma le linee di tendenza sono chiarissime da anni, e sono quelle dell’incompatibilità dello ‘sviluppo’ (si fa per dire) capitalistico con la tutela dell’ambiente.

È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.

In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.

È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.

A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.

La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.

Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.

Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.

Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.

Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.

Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.

Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.

“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.

Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).

Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.

Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.

Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.

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04/08/2025

Il Brasile esce dall’IHRA e condanna Israele

Il governo del presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha formalmente ritirato il Brasile dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), intensificando le tensioni diplomatiche con Israele e riaccendendo il dibattito globale sui confini tra antisemitismo e critiche alle politiche israeliane. La decisione, presa il 18 luglio ma confermata pubblicamente solo il 24 luglio dal Ministero degli Esteri israeliano, ha suscitato lodi e critiche in patria e all’estero, in particolare nel contesto del recente sostegno del Brasile alle accuse di genocidio contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia (ICJ).

Il Brasile si era unito all’IHRA nel 2021 durante la presidenza di Jair Bolsonaro, ricoprendo lo status di osservatore all’interno dell’organizzazione. Secondo fonti all’interno del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty), l’adesione è stata “frettolosa” e mancava un sufficiente dibattito pubblico o istituzionale. Questi funzionari hanno citato obblighi inadempiuti, come i contributi finanziari e la partecipazione alle sessioni plenarie, come fattori che contribuiscono alla decisione di lasciare.

Il ritiro del Brasile dall’IHRA arriva nel solco della decisione di unirsi al Sud Africa nell’accusa di genocidio presso la Corte di Giustizia. Nonostante il tempismo, i funzionari brasiliani insistono che la mossa non sia direttamente legata al suo ingresso formale nella causa legale della Corte di giustizia intentata dal Sud Africa contro Israele il 23 luglio. Tuttavia, la sovrapposizione diplomatica e simbolica è difficile da ignorare.

Nella sua dichiarazione ufficiale, il governo brasiliano ha condannato la condotta di Israele, citando una mancanza di responsabilità e accusandolo di violare le norme internazionali.

“Non c’è più spazio per ambiguità morale o omissione politica”, si legge nel comunicato Itamaraty. “L’impunità mina la legalità internazionale e compromette la credibilità del sistema multilaterale”

Il governo ha sottolineato che la sua partecipazione alle alleanze internazionali deve riflettere i valori costituzionali del Brasile, in particolare la difesa dei diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli.

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11/11/2024

Da un summit all’altro sotto l’ombra di Trump

Sulle reti sociali latinoamericane, l’ironia popolare si è già fatta sentire, modificando l’acronimo Brics con quello di Vrics… Una maniera di esprimere contrarietà nei confronti del Brasile, uno dei membri fondatori dell’organismo, insieme a Russia, India, Cina, (e al Sudafrica che si è aggiunto nel 2010). Al vertice che si è svolto a Kazan, città sulla sponda sinistra del Volga, e che è terminato il 24 ottobre, inaspettatamente, il ministero degli Esteri brasiliano, che ha rappresentato il presidente Lula da Silva, assente per un incidente domestico, ha infatti posto il veto all’entrata del Venezuela come uno dei nuovi “soci ufficiali”.

Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, avevano già aderito all’inizio dell’anno quando la Russia ha assunto la presidenza pro-tempore dell’organismo, cambiando l’acronimo in Brics+. L’Arabia Saudita, che a gennaio aveva partecipato come nazione ospite, è stata aggiunta a Kazan. Se si considera che, in totale, 59 paesi hanno fatto domanda d’entrare, e che quelli già associati provengono dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina, e anche dall’Europa dell’Est, si capisce che l’impatto dell’organismo attraverserà gli equilibri globali, considerando inoltre l’adesione della Turchia, membro della Nato che aspira a entrare nella Ue.

Le decisioni approvate alla fine del vertice prospettano, d’altronde, l’intenzione, ben sostenuta dalla consistenza del blocco, che vale oltre il 37% del Pil mondiale e che contrasta gli orientamenti di altre istituzioni come il G7 e la Nato, di erodere gli assi portanti dell’egemonia statunitense: a partire da quella del dollaro.

Un intento ancora lontano dall’attuarsi, ma ben avviato, sia mediante le articolazioni economico-finanziarie della Banca dei Brics (presieduta dalla ex presidente brasiliana, Dilma Rousseff), sia con il varo di una moneta alternativa, di cui Putin ha mostrato un esemplare. Importante, anche, la chiamata a raccolta dei paesi colpiti dalle “sanzioni” degli Usa e dei loro alleati, che vedono nella Russia e nella maniera di aggirare il “sistema Swift” con nuove relazioni internazionali, un esempio efficace da seguire.

La proposta di un Osservatorio internazionale contro le “sanzioni”, già presentata dal Venezuela all’Onu, è stata nei giorni scorsi approvata durante il Foro Parlamentare Mondiale, che ha ospitato a Caracas oltre 700 deputati e senatori, provenienti da ogni parte del mondo. Delegati di 70 paesi, che hanno aderito a una Piattaforma internazionale permanente contro “il fascismo, il neofascismo e altre espressioni simili”. Un capitolo che ha fatto seguito al Congresso mondiale sullo stesso tema, che, a settembre, ha lanciato la proposta di un’internazionale antifascista, antimperialista, anticoloniale e anti-patriarcale, per contrastare l’avanzata dell’estrema destra a livello globale.

Il Venezuela avrebbe dovuto essere accolto fra i “soci ufficiali” dei Brics, e il presidente Maduro si era recato a Kazan, invitato dall’omologo russo, Putin. All’ultimo momento, però, la cancelleria brasiliana si è messa di traverso, e il paese bolivariano è rimasto fuori dalla lista dei nuovi giunti (13 in tutto: Malesia, Tailandia, Indonesia, Vietnam, Nigeria, Uganda, Algeria, Kazakistan, Uzbekistan, Bielorussia, Cuba, Bolivia e Turchia).

Le decisioni del vertice – ha poi spiegato Putin in una successiva conferenza stampa – vengono prese per consenso, e si è dovuto tener conto del veto del Brasile. Un ostruzionismo dovuto alle polemiche seguite al 28 luglio, quando Maduro è stato eletto per un terzo mandato e l’opposizione ha contestato i risultati, ottenendo appoggio a livello internazionale.

Al contrario, il presidente russo non ha lasciato dubbi sul suo sostegno al Venezuela, scherzando sul leader dell’opposizione, Edmundo González Urrutia, che, “alzando gli occhi al cielo”, è sceso in piazza per dichiararsi vincitore delle elezioni presidenziali. Putin ha affermato di averne discusso con i funzionari del governo statunitense, i quali hanno “fatto un sorrisetto compiaciuto, ma niente di più”.

D’altronde, ha aggiunto Putin, chiunque può alzare gli occhi al cielo e dichiarare persino di essere il Papa, ma questo non cambia la verità dei fatti: cioè “la legittimità e la trasparenza della vittoria elettorale di Nicolás Maduro, che la Russia riconosce e sostiene. Ho delle ottime relazioni con il Brasile – ha concluso Putin– però non condivido le posizioni del suo presidente sul Venezuela”.

Che in pochi mesi il presidente brasiliano abbia cambiato radicalmente opinione – da maggio, quando ha dichiarato i suoi buoni uffici per l’ingresso del Venezuela nei Brics, fino a ottobre, quando il suo portavoce, Celso Amorin, ha espresso la sua contrarietà – ha sollevato interrogativi e critiche: tanto più considerando la fattiva collaborazione tra il governo bolivariano, il Foro di San Paolo e le organizzazioni popolari brasiliane, prima fra tutte il Movimento dei Sem Terra che, con uno dei suoi esponenti storici, Joao Pedro Stedile, sta portando avanti importanti progetti di scambio a livello agricolo e produttivo in Venezuela.

C’è stato chi, nella sinistra latinoamericana, ha messo in luce l’“egocentrismo” di Lula e l’intenzione del Brasile di affermarsi come l’unico centro importante del continente, ponendosi come “ago della bilancia” e come snodo tra il nord e il sud del mondo. C’è stato anche chi ha ricordato la timidezza espressa negli anni del governo Lula e le promesse non mantenute quanto a riforme strutturali: la riforma agraria, lo spazio permesso alle grandi multinazionali e la mancata riforma costituzionale, che ha lasciato il presidente in balìa di quelle stesse forze e interessi che hanno disarcionato i precedenti governi del Partito dei lavoratori (Pt).

E c’è chi ha fatto notare il curriculum dell’attuale ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira. Vicinissimo al portavoce di Lula, Celso Amorin, del cui staff ha fatto parte, Vieira è un ambasciatore di lungo corso, è stato a Washington, alle Nazioni unite e anche nel corpo diplomatico a Parigi, dove mantiene eccellenti rapporti con Emmanuel Macron.

Nel 2024, il Brasile ha assunto sia la presidenza annuale pro tempore del G20 sia quella del Mercosur, organizzazione che negozia un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, e che Lula vuole firmare entro la fine del 2024. Nel 2025, il quinto Stato più grande del mondo ospiterà anche la Cop30, che prevede di attrarre oltre 40.000 visitatori.

Insieme ad altri importanti ministri brasiliani, il 14 novembre, il capo della diplomazia brasiliana aprirà la prima edizione del vertice Sociale del G20, che prevede oltre 200 attività coordinate dalle organizzazioni della società civile. Durante l’incontro, i rappresentanti del terzo settore potranno partecipare ai dibattiti finali su un testo, in via di elaborazione da agosto anche attraverso Internet sulla piattaforma Brasil Participativo. Un documento che il 16 novembre verrà consegnato ai presidenti brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e sudafricano Cyril Ramaphosa (che assumerà la presidenza del G20 nel 2025).

In tre sessioni plenarie si discuteranno i tre pilastri proposti dalla presidenza brasiliana al G20 per lanciare l’Alleanza globale contro la fame e la povertà: lotta alla fame e alle disuguaglianze, cambiamento climatico e sostenibilità, e nuova governance globale. In calendario, anche il tema del “digitale inclusivo”, già discusso in varie sessioni del vertice Brics.

Piuttosto debole nel suo paese, sia per la forza della destra che per la frammentazione del quadro istituzionale, Lula intende mantenere un profilo internazionale, posizionandosi come “arbitro” e punto di mediazione. Le amministrative di ottobre, hanno mostrato quanto sia ancora ben radicata la destra di Jair Bolsonaro, che ora trarrà nuovo impulso dall’elezione di Trump alla Casa Bianca.

E di sicuro risulterà rafforzata quell’internazionale di estrema destra che Trump ha fatto nascere in Spagna nel 2020, sul modello della Convention repubblicana riscritta a uso e consumo del tycoon da Steve Bannon, ora tornato in pista dopo la sua liberazione. Da quell’incontro, che ha riunito intorno al partito Vox altre formazioni analoghe d’Europa e dell’America Latina, è nata la Carta di Madrid che, oltre ad aver messo nel mirino il socialismo in tutte le sue forme, ha attaccato frontalmente il Foro di San Paolo.

Una delle prime firmatarie di quel documento fu Maria Corina Machado, rappresentante di quell’estrema destra venezuelana che ora cerca di riproporre con González Urrutia lo stesso copione giocato dall’autoproclamato “presidente a interim”, Juan Guaidó. In questo caso, però, si parla di Urrutia come del “presidente eletto”, già avallato da alcuni governi europei, a cominciare da quello italiano. Di nuovo, c’è che anche l’estrema destra venezuelana è cresciuta, e i risultati elettorali, che hanno dato il secondo posto a Urrutia, seppur con largo margine di stacco dal presidente eletto, lo dimostrano.

Dopo aver ricevuto, insieme a Machado, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero dal Parlamento Europeo, Urrutia è stato ricevuto da Roberta Metsola, presidentessa del Parlamento europeo. Poi, in Italia, è stato accolto da Meloni, dalle più alte cariche istituzionali e anche da tutti gli eletti del “centro-sinistra”. E uno dei punti in discussione al vertice Ue di Budapest è stata la “transizione in Venezuela”. Un cambio di poteri che, si è augurata pubblicamente Machado dopo l’elezione di Trump, il tycoon dovrà adeguatamente garantire, rispettando le minacce profferite contro Maduro prima della fine del suo precedente mandato.

Anche dopo l’elezione di Trump, oltre alle legittime preoccupazioni provenienti dai paesi progressisti dell’America latina (a cominciare dal Messico), si è fatta sentire l’ironia del web: sul ruolo del magnate delle piattaforme, Elon Musk, come “presidente-ombra” degli Stati Uniti, e su quello di Machado, pronta a chiedere “il riscontro delle schede scrutinate” anche a Trump, in caso non mettesse in atto le minacce contro Maduro. E già pronta a proclamare Urrutia come il vero vincitore delle elezioni Usa.

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29/10/2024

BRICS+ 2024. Il veto suicida del Brasile contro il Venezuela

L’imperdonabile veto del governo brasiliano all’ingresso del Venezuela nei BRICS+ non è una sorpresa. Esistono conflitti profondamente radicati tra i progetti regionali e internazionali del Ministero degli Affari Esteri del Brasile e quelli del governo bolivariano. Questo conflitto, a volte latente, altre volte manifesto, si è verificato indipendentemente da ciò che Lula pensava durante i suoi primi otto anni di mandato. Dopo molti attriti diplomatici, le relazioni tra Brasilia e Caracas si sono normalizzate solo dopo la sconfitta dell’ALCA nel novembre 2005.

Ma i rancori tra i due governi, e soprattutto tra i rispettivi ministeri degli Esteri, erano come quelle braci coperte di cenere, apparentemente spente, dove bastava una brezza per ravvivare il fuoco. E il vento soffiava forte nelle steppe di Kazan.

Per i diplomatici del subimperialismo brasiliano – mi rifaccio a questa caratterizzazione di Ruy Mauro Marinii (cf. “Subimperialismo y dependencia en América Latina”, Ver Adrián Sotelo Valencia, CLACSO 2021) – la posizione internazionale di Chávez, il suo instancabile iperattivismo e il tono fortemente antimperialista del suo discorso e della sua pratica concreta (come la creazione di Petrocaribe, ad esempio), hanno provocato fin dall’inizio una malcelata repulsione nei quadri dirigenti del Ministero degli Affari Esteri brasiliano.

Va ricordato che, a differenza della stragrande maggioranza dei Paesi, la “relativa autonomia” di cui gode il ministero degli Esteri all’interno dell’apparato statale brasiliano fa sì che le sue definizioni e proposte prevalgano spesso su quelle che potrebbero essere adottate dal presidente in carica, soprattutto quando quest’ultimo è un civile. La condotta di questa potente burocrazia sub-imperiale è regolata da un assioma: la coincidenza, l’accompagnamento (o almeno il non confronto) con la politica estera statunitense.

L’obiettivo di questo tacito allineamento con Washington è quello di preservare la stabilità dell’ordine neocoloniale in Sudamerica e, per quanto possibile, di impedire l’emergere di governi antimperialisti o, quando ciò è impossibile, di agire come fattore di “moderazione”. In cambio, la Casa Bianca dà la sua benedizione alla leadership del Brasile nella regione e gli apre persino la porta per collocare i suoi rappresentanti in alcuni ambiti del quadro istituzionale postbellico, come ad esempio l’Organizzazione mondiale del commercio.

Per questo motivo, il crescente protagonismo internazionale di Hugo Chávez ha sottoposto il patto siglato tra Brasilia e Washington a forti tensioni. Durante gran parte del primo mandato di Lula (2003-2007), le collisioni tra Caracas e Brasilia erano innegabili. L’amministrazione repubblicana ha chiesto più volte l’intervento di Brasilia per calmare le acque agitate dal leader bolivariano, che avrebbero presto acquistato nuovo vigore con l’avanzare del primo ciclo progressista e le elezioni che hanno catapultato alla presidenza personaggi come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Fernández e Fernando Lugo, Tabaré Vázquez e “Mel” Zelaya, e successivamente con la creazione dell’UNASUR Washington si è spinta a tal punto nel tentativo di convincere Lula a “calmare” Chávez da inviare Condoleezza Rice in Brasile per intercedere con il leader bolivariano affinché Caracas non disdicesse l’accordo di cooperazione militare tra Stati Uniti e Venezuela firmato circa trent’anni fa e, inoltre, per scoprire le “ragioni per cui Chávez aveva acquistato 70.000 fucili dalla Spagna”.

Naturalmente, questa mediazione non ha avuto alcun effetto.

I disaccordi tra Brasilia e Caracas continuarono a lungo. Elencarli sarebbe tanto lungo quanto noioso. Ricordiamone solo due: il rifiuto del governo Lula di attuare concretamente la Banca del Sud, solennemente fondata nel dicembre 2007 ma paralizzata fin dall’inizio soprattutto per la riluttanza brasiliana; e l’ostinato rifiuto del Brasile di ammettere il Venezuela nel Mercosur.

Date queste premesse, il comportamento della delegazione brasiliana a Kazan era prevedibile. L’assenza di Lula, dovuta a uno strano “incidente domestico”, rimarrà una delle grandi incognite del Vertice di Kazan. Forse lo sfortunato voto del Brasile all’ONU di condanna dell’“invasione russa” dell’Ucraina (4) può aver giocato un ruolo.

Ma quel che è certo è che con il veto all’ingresso del Venezuela come membro associato dei BRICS+, categoria che comprendeva anche Bolivia e Cuba, il prestigio internazionale del Brasile e la necessaria solidarietà tra i Paesi latinoamericani sono stati seriamente danneggiati.

Il governo di Lula ha ceduto alle pressioni conservatrici della sua stessa coalizione di governo e a quelle degli Stati Uniti, per i quali mantenere il Venezuela isolato è essenziale per continuare impunemente il suo criminale blocco contro quel Paese. Attaccarlo da solo non è la stessa cosa che attaccarlo quando è già membro dei BRICS+.

Quanto accaduto scredita il Brasile e fa apparire il suo governo come un docile partner di Washington che opera in America Latina, favorendo lo scollamento, per non dire la “disintegrazione”, tra i Paesi dell’area, il che alimenta i sospetti sulle future intenzioni del Ministero degli Affari Esteri brasiliano in campo internazionale. Per questo la mossa di Lula a Kazan è un “veto suicida” perché indebolisce la dignità internazionale del Brasile non solo in America Latina ma anche a livello globale.

L’analista brasiliano José Luis Fiori ha detto senza mezzi termini: “un Sudamerica diviso perderebbe rilevanza geopolitica e geoeconomica e le sue piccole unità ‘primarie-esportatrici’, nel loro isolamento, sono completamente irrilevanti sullo scacchiere geopolitico mondiale”. L’alternativa sarebbe quella di costruire un asse tra Brasile, Argentina e Venezuela, ma è quello che si è rotto quest’anno con il rifiuto di Milei all’incorporazione dell’Argentina nei BRICS+ e il veto del Brasile all’ingresso del Venezuela in questa organizzazione.

Con il suo veto, il governo brasiliano ha privato i BRICS+ dell’enorme vantaggio che avrebbe dato a questo raggruppamento l’incorporazione nei suoi ranghi del Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Obiettivamente: ha indebolito il BRICS+, con grande gioia di Washington. Ecco perché credo che questo veto non avrà vita lunga e che Lula finirà per essere respinto, perché pochi errori potrebbero essere più gravi, nel mondo di oggi, che lasciare questa enorme riserva di petrolio alla mercé degli Stati Uniti, cosa che Cina, Russia e persino India non vedrebbero di buon occhio.

Ciò che sta accadendo è che il Ministero degli Affari Esteri brasiliano non crede che lo scacchiere internazionale si sia già trasformato in un sistema multipolare, da cui la sua errata decisione di porre il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS+. Continua a scommettere sul declino dell’egemonia statunitense e sul marcio “ordine mondiale basato sulle regole” con cui gli Stati Uniti difendono i propri interessi nazionali.

Il Ministero degli Esteri bolivariano ha ragione quando descrive il veto come “un gesto ostile, che si aggiunge alla politica criminale di sanzioni che sono state imposte a un popolo coraggioso e rivoluzionario”. Dire che “si aggiunge”, in un linguaggio diplomatico accurato, equivale a dire che il Brasile ha agito come una pedina diligente di Washington, convalidando le oltre 900 misure coercitive unilaterali che colpiscono il Paese fratello e mostrando una penosa mancanza di solidarietà.

Lula non ha ricordo del fatto che durante la pandemia, durante il governo dell’impresentabile Jair Bolsonaro, quando la gente moriva negli ospedali di Manaus per mancanza di ossigeno, il presidente Nicolás Maduro ordinò l’invio di 107 medici e sei autobotti con un totale di 136.000 litri di ossigeno per far fronte alla drammatica situazione negli ospedali di quella città? È questa la ricompensa del Brasile per quel gesto di solidarietà? Un veto deplorevole e imperdonabile.

Il Presidente Lula avrà un compito arduo se vuole che il suo Paese recuperi credibilità e dignità, non solo nell’ordine regionale latinoamericano e caraibico, ma anche agli occhi dei principali partner BRICS+, principalmente Cina, Russia e India. Sicuramente non passerà molto tempo prima che questo fatidico veto venga revocato e il presidente brasiliano dovrà sopportare un’amara bocciatura.

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27/10/2024

BRICS - “Lula conferma il no filo-imperialista di Bolsonaro al governo di Caracas”

La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha respinto sdegnosamente il veto del Brasile che al momento impedisce il suo ingresso nel gruppo BRICS, e ha sottolineato che l’azione costituisce un’aggressione contro il Paese e “un gesto ostile, che si aggiunge alla politica criminale delle sanzioni che sono state imposte su un popolo coraggioso e rivoluzionario”. “Di fatto – spiega a Faro di Roma l’economista Luciano Vasapollo – l’Occidente è riuscito a condizionare i BRICS attraverso il veto del Brasile all’ingresso del Venezuela. E il presidente Lula confermando il no di Bolsonaro al governo di Caracas è riuscito a depotenziare la grande novità politica del Multipolarismo rappresentata dai BRICS”.

A conclusione del XVI Vertice BRICS, è stata però approvata l’adesione della Bolivia e di Cuba come Stati associati, passo fondamentale per l’integrazione del blocco con un altro bastione del mondo multipolare, l’ALBA. L’inclusione di due nuovi paesi dell’America Latina, membri dell’ALBA-TCP, mira infatti a unire e sviluppare ulteriormente il Sud del mondo come polo contrapposto all’unilateralismo, l’imperialismo e l’influenza degli Stati Uniti nel mondo. Proprio con questo spirito si sono aggiunti come Stati associati anche Algeria, Bielorussia, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Tailandia, Turchia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam.

“Il passo in avanti complessivo dei BRICS fa risaltare purtroppo l’esclusione del Venezuela come un grave vulnus che vanifica in parte il grande cammino compiuto da questa formazione che nei suoi intenti deve frontaggiare l’espansionismo dell’Occidente imperialista”, rileva Vasapollo.

Mentre, attraverso un comunicato, il governo venezuelano commenta il fatto che la rappresentanza del Ministero degli Esteri brasiliano, guidata dall’ambasciatore Eduardo Paes Saboia, “ha deciso di mantenere il veto che Bolsonaro ha applicato per anni al Venezuela, riproducendo l’odio, l’esclusione e l’intolleranza promossi dalla potenza occidentale centri per impedire, per ora, l’ingresso della patria di Bolívar in questa organizzazione”.

Sebbene durante il vertice il Venezuela abbia ricevuto il sostegno di diversi paesi partecipanti per formalizzare la sua entrata nel blocco, il paese bolivariano ritiene che il veto costituisca un’aggressione nei confronti del Venezuela e sia considerato un riflesso delle attuali tensioni geopolitiche, dove le potenze occidentali cercano di limitare l’influenza del Venezuela. Il documento evidenzia inoltre l’indignazione del popolo venezuelano per questa “aggressione inspiegabile e immorale” e riafferma l’impegno del Venezuela per l’autodeterminazione e l’uguaglianza sovrana degli Stati.

Da parte sua il governo venezuelano ha ringraziato il presidente della Russia, Vladimir Putin, per l’invito rivolto al suo presidente, Nicolás Maduro, a partecipare al vertice BRICS+, che ha definito storico per la creazione di un nuovo mondo di pace, giustizia e sviluppo.

Ma la nota del ministero degli Esteri venezuelano, sottolinea come la decisione di Brasilia di “mantenere il veto” dell’ex presidente Jair Bolsonaro, “riproduce l’odio, l’esclusione e l’intolleranza promossi dai centri di potere occidentali” verso Caracas. “Il popolo venezuelano prova indignazione e vergogna per questa aggressione inspiegabile e immorale”. A Kazan, Maduro ha sostenuto che il suo Paese è “parte della famiglia BRICS”, trovando la comprensione di Putin contrario al niet brasiliano: “Il Venezuela sta lottando per la sua sopravvivenza”, ha detto il leader russo.

Pur non avendo ottenuto l’inclusione nei BRICS, il presidente venezuelano Nicolas Maduro – che da Kazan ha raggiunto l’Algeria dove si trova in visita di stato – si è mostrato ottimista riguardo al futuro, affermando che “è nato un nuovo mondo” e che il Venezuela continua a far parte di un mondo libero senza egemonie.

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21/08/2024

L'ambigua “mediazione” di Lula e Petro sul Venezuela

I presidenti di Colombia e Brasile Petro e Lula propongono un insolito “governo di convivenza transitoria e nuove elezioni libere” in Venezuela per calmare la loro incomprensibile impazienza di conoscere i risultati finali delle elezioni presidenziali.

Se entrambi hanno aspettato due mesi e mezzo per conoscere il risultato finale delle elezioni presidenziali in Messico a causa della sfida lanciata da Xóchitl Gálvez a nome della destra di quel paese, cosa succede loro ora? Perché non aspettare che le scadenze imposte dalla legge e concesse al Consiglio Nazionale Elettorale fino a 30 giorni dopo le elezioni annuncino il rispetto dei risultati finali?

Forse non sanno che questi non hanno potuto essere pubblicati immediatamente e in modo definito a causa del massiccio attacco informatico subito dalle piattaforme vi voto del Consiglio Elettorale Nazionale.

Inoltre, a causa di tutta la campagna mediatica della destra fascista e della provocatoria proclamazione di González Urrutia come vincitore delle elezioni, la questione ha dovuto essere posta al vaglio della magistratura e ora si trova nella Camera Elettorale della Corte Suprema di Giustizia che ha tutti i verbali presentati dal CNE e dalle organizzazioni politiche e dovremo aspettare quella più alta istanza giudiziaria per comunicare la sua decisione.

La proposta di entrambi i presidenti offende perché dà per scontato che ci siano stati brogli nelle elezioni venezuelane, il che è un’accusa irresponsabile oltre che ingiusta e che non a caso è pienamente in sintonia con il progetto di Washington.

Il presidente Joe Biden ha già espresso il suo sostegno alla proposta di entrambi i presidenti sudamericani e sostiene lo svolgimento di nuove elezioni in Venezuela, una manovra che ignora la legittimità del presidente Nicolás Maduro e apre le porte alla nomina di un Guaidó 2.0 in quel “governo di transizione” e ottenere così il tanto atteso “cambio di regime” in Venezuela. Un passo precedente per impadronirsi definitivamente della più grande riserva petrolifera del mondo.

E poi, un governo di convivenza? Come sarebbe? Perché Lula non l’ha proposta quando le orde di Jair Bolsonaro hanno preso d’assalto Brasilia dicendo che gli avevano rubato le elezioni? Non lo ha fatto per ottime ragioni, che sono le stesse che ora sta abbandonando chiedendo un “governo di transizione e nuove elezioni” in Venezuela.

Sulla stessa linea, perché Petro non invita Álvaro Uribe Vélez a condividere il governo e ottenere così la ritardata pacificazione della Colombia?

Per illustrare i benefici della sua proposta, il presidente colombiano invoca l’esperienza del Fronte Nazionale (1958-1974), il patto tra conservatori e liberali che ha dato origine proprio alla lotta armata e alla violenza in Colombia.

Sia Lula che Petro dovrebbero sapere che un governo di coalizione tra un fascismo neocoloniale e destituente e le forze chaviste sarebbe un’assurdità, un vero esercizio contro natura, come dicevano gli antichi, il cui esito la storia insegna non sarebbe altro che una guerra civile. Qualcosa che nessuno vuole per la Repubblica Bolivariana del Venezuela, così furbescamente molestata e attaccata. Ecco perché, con un gesto che lo contraddistingue come statista, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador ha detto che aspetterà il verdetto finale delle autorità elettorali venezuelane prima di prendere una decisione.

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20/02/2024

Genocidio a Gaza. Lula dice quello che molti pensano

Intervenendo al vertice dell’Unione Africana, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha accusato Israele di aver commesso un “genocidio” contro i civili palestinesi nella Striscia di Gaza ed ha paragonato le sue azioni alla campagna di sterminio degli ebrei di Adolf Hitler.

“Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza non è una guerra, è un genocidio”, ha detto Lula ai giornalisti.

“Non è una guerra di soldati contro soldati. È una guerra tra un esercito altamente preparato e donne e bambini”, ha aggiunto Lula. “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza con il popolo palestinese non è accaduto in nessun altro momento della storia. In realtà, è successo: quando Hitler decise di uccidere gli ebrei”.

Sabato e domenica, nella capitale etiope Addis Abeba, l’Unione Africana ha tenuto il suo 37° vertice, dove i partecipanti hanno discusso una serie di questioni vitali per il continente, tra cui il massacro di Gaza.

Durante l’incontro, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha accusato Israele di aver commesso un genocidio contro i civili palestinesi, paragonandolo all’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale.

La dichiarazione finale prodotta dall’Unione Africana chiede la fine dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese, la fine della politica di punizione collettiva e del crimine di genocidio.

Ha inoltre chiesto che il regime israeliano rispetti le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia per fermare le sofferenze dei palestinesi.

Il Movimento di Resistenza Palestinese Hamas ha accolto con favore la dichiarazione finale rilasciata dal 37° vertice dell’Unione Africana.

Il giornale israeliano Times of Israel riporta che il ministro degli Esteri Israel Katz questa mattina darà un rimprovero formale all’ambasciatore del Brasile dopo che il presidente brasiliano Lula ha paragonato la campagna di Israele contro Hamas all’Olocausto degli ebrei di Hitler. Secondo il ministero degli Esteri, Katz “chiarirà all’ambasciatore che dichiarazioni come queste sono totalmente inaccettabili”.

Le dichiarazioni di Lula, presidente di uno dei più importanti paesi del mondo, la dichiarazione finale dell’Unione Africana, la posizione assunta dal Sudafrica che ha denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, confermano che il concetto di “comunità internazionale” ormai non è più circoscrivibile ai soli Stati Uniti e Unione Europea. Ormai c’è una parte consistente del mondo che non intende più accettare i crimini di guerra israeliana né farsene complice.

Sul campo si segnala intanto una dichiarazione di un dirigente di Hamas dal Qatar che ha detto all’agenzia di Reuters che il movimento di resistenza islamica palestinese ha stimato di aver perso 6.000 combattenti durante il conflitto di quattro mesi, una cifra che corrisponde a circa la metà dei 12.000 che Israele afferma di aver ucciso.

“Hamas può continuare a combattere ed è pronto per una lunga guerra a Rafah e Gaza”, ha affermato l’esponente di Hamas che ha chiesto l’anonimato. “Le opzioni di Netanyahu sono difficili e lo sono anche le nostre. Può occupare Gaza, ma Hamas è ancora in piedi e combatte. Non ha raggiunto i suoi obiettivi di uccidere la leadership di Hamas o di annientare Hamas”.

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02/12/2023

COP 28 – Mitigare, Tamponare o Invertire gli effetti del cambiamento climatico?

È iniziata a Dubai la convention annuale delle Nazioni Unite sul Clima (COP28). I lavori, che proseguiranno fino al 12 dicembre, si sono aperti con la pesante assenza di Joe Biden e di Xi Jinping da un lato (responsabili insieme di oltre il 40% delle emissioni di gas serra), e con la presenza massiccia della delegazione brasiliana che si erge a capofila di un programma di protezione delle foreste tropicali (dopo la fortissima spinta alla deforestazione dell’Amazzonia operata dall’ex presidente Bolsonaro).

Nello scenario caratterizzato dalla guerra in Ucraina e in Palestina, sarà da vedere inoltre quanto la Russia, ancora sotto embargo a causa del conflitto ucraino, potrà aver voce nel determinare le scelte effettive di questo meeting.

I lavori si sono aperti con un minuto di silenzio per le vittime di Gaza, e sono proseguite con l’Iran che – a meno di 24ore dall’inizio della convention – sta lasciando Dubai in aperta denuncia della presenza di Israele.

Mentre la Meloni incontra Erdogan e auspica l’aiuto del boia per evitare che il conflitto si estenda al Medioriente, c’è solo Lula, ad oggi, a mettere a tacere tutti denunciando che “solo lo scorso anno, il mondo ha speso più di 2000 miliardi di dollari in armi. Importo che potrebbe essere investito nella lotta alla fame e nel contrasto al cambiamento climatico” e che “l”1% più ricco del pianeta continua ad emettere la stessa quantità di carbonio del 66%della popolazione mondiale” e che “il mondo ha ‘naturalizzato’ disparità inaccettabili di reddito, genere e razza“.

Il piano d’azione della presidenza per realizzare i pilastri dell’accordo di Parigi si concentra su quattro settori: “accelerare la transizione energetica, definire i finanziamenti per il clima, mettere la natura, le persone, la vita e i mezzi di sussistenza al centro dell’azione per il clima, porre alla base di tutte le iniziative la piena inclusività”.

Il tema all’ordine del giorno della COP28, neanche a dirlo, è quello della crisi climatica e dell’innalzamento delle temperature che stanno provocando catastrofi demografiche, territoriali ma anche economiche in tutto il mondo.

Contro ogni negazionismo ancora possibile fino a qualche anno fa, è oggi evidente che la questione del cambiamento climatico è dirimente, e che porta con se non solo l’avanzata del deserto, il peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo, le alluvioni, ma anche il problema della produzione di cibo, della sicurezza idraulica (più di 300 persone sono morte tra Etiopia e Somalia a causa di piogge e inondazioni, ma come abbiamo visto, le catastrofi ambientali accadono anche in alcune regioni italiane), delle migrazioni, delle guerre e della messa a rischio di intere filiere agroalimentari che fruttano milioni di euro.

Un primo obiettivo del meeting, questa volta, è quello di costituire e rendere effettivo un “Loss and Damage Fund”, un fondo per gestire le emergenze climatiche, dove i Paesi ricchi che nei decenni hanno maggiormente inciso sull’inquinamento del pianeta e sull’ipersfruttamento delle risorse si impegnino a stanziare cifre più consistenti a favore delle catastrofi ambientali che hanno colpito e colpiranno i Paesi ricchi ma soprattutto quelli poveri.

L’accordo, siglato all’inizio del meeting, sta già vedendo le prime adesioni e le prime promesse di stanziamenti finanziarie, su cui per ora né USA né Cina si sono espressi.

C’è da dire comunque che, se e quando questo fondo diventerà effettivo, sarà solo un primo passo non tanto per ridurre l’impatto del nostro sistema economico e produttivo sul pianeta, ma “solamente” per solidarizzare e fare “fronte comune” sulle conseguenze devastanti legate al cambiamento climatico.

Si tratta del resto di un fondo per gestire le emergenze, necessario ma non sufficiente ad invertire la rotta, tema che rappresenta la vera sfida, quella che la maggior parte dei Paesi ricchi non vuole affrontare davvero, perché significa necessariamente mettere in discussione il modello di produzione e accumulazione capitalista.

Altro tema preponderante è quello della cosiddetta “transizione energetica”, che ha come obiettivo l’eliminazione dei combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili.

La scelta di fare questa convention a Dubai, in uno dei Paesi leader mondiale del business dei combustibili fossili, è sfidante, da un lato, ma genera anche molte polemiche dall’altro. Secondo l’ong Global Witness erano 673 i lobbisti accreditati a Cop27, e quest’anno potrebbero essere ancora di più.

Viene da chiedersi quanto questi attori influenzeranno le scelte e gli accordi da intraprendere, ma soprattutto la messa in campo concreta delle misure necessarie alla riduzione dell’uso dei combustibili fossili.

Guardando a casa nostra, intanto, già da anni ENI ha intrapreso un cospicuo fronte di ricerca e sviluppo sulle energie rinnovabili, drenando anche una grossa fetta di investimenti PNRR.

Si lavora su transizione energetica e ‘mitigazione climatica’, cosa che per ora rimane sulla carta, nonostante i proclami di Green Deal e Neutralità Climatica della “nostra” Unione Europea. Di fatto, per ora, si tratta di grossi investimenti volti ai per lo più ai grossi big del mercato, mentre le politiche pubbliche continuano a giocare al ribasso, come nel caso della nuova PAC, la politica agricola che doveva accompagnare la transizione verde dell’agricoltura e che si sta dimostrando di fatto di un “verde” assai pallido.

Già dai primi interventi dei capi di Stato, tra cui quello della premier Meloni, il messaggio rimane comunque chiaro: si parli di fondi di solidarietà per gestire le emergenze, si parli di sostenibilità delle produzioni e di energie rinnovabili, si parli di sicurezza alimentare, ma non si metta in discussione il diritto a competere e continuare a fare profitto sulle risorse del pianeta (e sulle popolazioni che lo abitano)!

La missione Ue a Dubai è “stabilire il quadro per la cooperazione internazionale e stabilire un solido punto di riferimento per i mercati dei crediti di carbonio“. Per Von del Leyen infatti, la soluzione è mercificare il carbonio, e dare corpo e struttura alla “banca dei crediti di carbonio”, in cui i privati possano bilanciare le loro emissioni di CO2 attraverso l’acquisto di quote di carbonio provenienti da altre fonti, ad esempio le foreste.

Un meccanismo distorto che non può che portare ad un ulteriore mercificazione e privatizzazione dell’ambiente e del territorio. E soprattutto ad ulteriori disuguaglianze tra paesi ed aree del pianeta.

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13/07/2023

Lula e Petro uniti per difendere l’Amazzonia

Il presidente brasiliano Lula e quello colombiano Petro si sono incontrati a Leticia, capoluogo del dipartimento di Amazonas nel sud della Colombia. Il tema al centro della discussione è stato il futuro del «polmone verde» del pianeta, messo in pericolo dalla deforestazione e dalla crisi climatica.

L’incontro tra i capi di stato è avvenuto durante la sessione conclusiva di un convegno di tre giorni sullo stato della foresta pluviale, con partecipanti oltre 600 tra ministri dell’ambiente dell’area, scienziati, esponenti indigeni ed enti ambientali.

Questo summit prepara il Vertice dell’Amazzonia, che si svolgerà i prossimi 8 e 9 agosto a Belém, in Brasile.

In vista di questo appuntamento, i due presidenti hanno innanzitutto ribadito la necessità di rafforzare l’Organizzazione del Trattato della Cooperazione Amazzonica (OTCA). Si tratta di una struttura intergovernativa che ha lo scopo di tutelare il bacino dell’Amazzonia.

I grandi pericoli per la foresta sono gli allevamenti intensivi, e in particolar modo le attività minerarie e il disboscamento, che siano legali o meno. Si stima che la distesa di verde si sia già ridotta di almeno 85 milioni di ettari.

Nel primo semestre del 2023 il tasso di deforestazione in Brasile è già diminuito del 33% rispetto allo stesso periodo del 2022, nel primo trimestre dell’anno del 76% in Colombia. Lula proporrà a Belém che gli 8 paesi dell’OTCA si assumano l’impegno a porre fine al taglio illegale degli alberi entro il 2030, come già fatto dal suo paese.

Petro ha però sottolineato come “l’intero sistema economico mondiale deve essere trasformato”. Gli incontri di Leticia erano stati indicati dal governo colombiano come strategici “per costruire la governance, la gestione, il finanziamento e le capacità decisionali politiche che l’Amazzonia richiede”.

La ministra dell’ambiente, Susana Muhamad, ha ribadito anche la sua proposta dei debt-for-nature swaps, ovvero la cancellazione del debito estero in cambio di investimenti nella tutela ambientale. Bogotà vuole presentare questa ipotesi alla COP28, a cui arrivare con una posizione unica di comune accordo con Brasilia.

Petro ha rilanciato la proposta di un fondo multilaterale ventennale per sostenere le comunità agricole che contribuiscono alla deforestazione, compensandole invece per le attività di conservazione e rigenerazione. Lula ha invece richiesto ai paesi più ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di CO2, di rispettare gli impegni in tema climatico.

Il presidente brasiliano ha organizzato una vera e propria campagna militare contro i minatori illegali nel territorio degli Yanomami. Ma allo stesso tempo ha dovuto accettare, suo malgrado, il passaggio di una legge che potrebbe rivelarsi un’arma per sfrattare le comunità indigene da zone di interesse dell’agroindustria.

Rimangono chiaramente ancora molti nodi di difficile scioglimento, anche riguardo l’estrazione di idrocarburi nella foresta. Le strutture e gli osservatori che i paesi amazzonici si sono proposti di costruire non sembrano ancora in grado di rispondere in maniera esaustiva ai problemi evidenziati, ma l’impossibilità di risolverli dentro il paradigma estrattivista e capitalista è evidente.

Sempre Petro ha aggiunto: “c’è un altro tipo di sviluppo che è quello fondato sulla protezione della vita. Trasformare il sistema economico, basandolo sulla vita, è la rivoluzione dei tempi di oggi. La rivoluzione della vita deve partire dall’Amazzonia”.

Al solito, l’America Latina rappresenta una speranza per l’umanità.

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05/07/2023

Brasile - Lula mette in riga l’Unione Europea per l’accordo con il Mercosur

“Non siamo interessati ad accordi che ci condannino all’eterno ruolo di esportatori di materie prime, minerali e petrolio“. Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, presidente di turno del Mercosur (mercato comune dell’America del Sud, ndr) ha introdotto un serio cambiamento di paradigma ed ha decisamente sturato le orecchie alla UE relativamente all’accordo commerciale UE-Mercosur, ed in particolare rispetto all’accesso delle imprese europee alle gare pubbliche nei Paesi del blocco commerciale latinoamericano.

L’Unione Europea ha provato ad aggiungere alcune clausole all’accordo con il Mercosur – il cosiddetto “documento aggiuntivo” – che Lula, e i paesi latinoamericani non sembrano affatto gradire.

“Non è ammissibile rinunciare al potere d’acquisto dello Stato, uno dei pochi strumenti di politica industriale che ci è rimasto“, ha detto Lula intervenendo al vertice in Argentina del Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale.

Lula ha assunto la presidenza del blocco latinoamericano e la terrà fino alla fine di quest’anno, con l’obiettivo di sbloccare l’accordo con l’Unione Europea ma anche di ridefinirne i parametri, fino ad oggi tutti a vantaggio della UE.

L’accordo tra UE e Mercosur era stato raggiunto nel 2019 durante il governo di Jair Bolsonaro dopo 20 anni di trattative. Ci sono ancora parti del trattato in fase di negoziazione e che Lula vorrebbe risolvere entro quest’anno.

“Mi impegno a concludere un accordo con l’Unione Europea, che deve essere equilibrato. Il documento aggiuntivo presentato dall’UE a marzo di quest’anno è inaccettabile” – ha affermato Lula – “I partner strategici non negoziano con diffidenza. È imperativo che il Mercosur presenti una risposta rapida e energica“, ha sottolineato Lula al vertice, dichiarandosi disponibile a firmare un accordo con l’UE, ma non con “una spada puntata alla testa“.

“Non vogliamo imposizioni – ha dichiarato –. È un accordo di partenariato strategico e nessun partner strategico punta una spada alla testa dell’altro. Sediamoci, sistemiamo le divergenze e vediamo cosa va bene per gli europei, e cosa va bene per il Mercosur e per il Brasile“, riferendosi al documento aggiuntivo sull’ambiente che Bruxelles vuole aggiungere all’intesa.

Coerentemente con il cambiamento del clima che ormai si respira nelle relazioni internazionali, il Mercosur non guarda solo all’accordo con l’Unione Europea, ma intende “esplorare nuovi fronti negoziali con partner come Cina, Indonesia, Vietnam e i Paesi dell’America centrale e dei Caraibi“, ha sottolineato Lula perché “la proliferazione di barriere commerciali perpetua le disuguaglianze e danneggia i Paesi in via di sviluppo“.

Già intervenendo al forum di Parigi sul “Patto per il finanziamento globale” del 27 giugno scorso, Lula aveva denunciato che “Alcuni si spaventano quando parlo di creare nuove valute in nuovi scambi. Non so perché il Brasile e l’Argentina debbano commerciare in dollari, perché la gente non possa farlo nelle nostre valute. Non so perché il Brasile e la Cina non possano farlo nelle nostre valute, perché io debba comprare dollari“.

Fonte

16/04/2023

Brasile - “Gli Usa smettano di incoraggiare la guerra”

da Agenzia AGI

“È necessario che gli Stati Uniti smettano di incoraggiare la guerra” in Ucraina e “inizino a parlare di pace“. Il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, nel suo viaggio tra Cina ed Emirati Arabi, osserva che anche l’Unione europea deve fare lo stesso, “in modo da convincere” i presidenti di Russia e Ucraina, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky, che “la pace è nell’interesse di tutti“.

Il presidente brasiliano ha rilasciato queste dichiarazioni ai media fuori dall’hotel di Pechino in cui ha soggiornato e prima di imbarcarsi per Abu Dhabi, dopo aver completato la sua visita di Stato in Cina, che ha incluso un incontro con il suo omologo cinese, Xi Jinping.

Lula, 77 anni, presidente in carica dal 1 gennaio, ha anche invitato “i Paesi che forniscono armi” a “smettere” di farlo e ha sottolineato il ruolo “molto importante” della Cina nella ricerca della pace. “La Cina ha un ruolo molto importante, forse il più importante. Ma un altro ruolo importante è quello degli Stati Uniti“, ha aggiunto.

Lula ha difeso ancora una volta la sua idea di creare un club di Paesi “disposti a trovare un modo per raggiungere la pace“, cosa che aveva già comunicato ai presidenti di Francia e Stati Uniti, Emmanuel Macron e Joe Biden, e al cancelliere tedesco, Olaf Scholz. “Solo chi non difende la guerra può creare una commissione di Paesi e porre fine a questa guerra“, ha detto.

Secondo Lula, si è raggiunta una situazione in cui Russia e Ucraina “hanno difficoltà a prendere decisioni” e dunque, ha affermato, “è necessario che i Paesi terzi che mantengono buone relazioni con entrambi” creino le condizioni per la pace. Brasile e Cina, ha rilevato, sono disposti a farlo, ma ha insistito sul fatto che la “buona volontà” di tutte le parti è essenziale.

In una dichiarazione scritta congiunta diffusa dopo il loro incontro bilaterale, Lula e Xi Jinping hanno concordato che il dialogo e il negoziato sono “l’unica via d’uscita praticabile dalla ‘crisi’ in Ucraina“.

Nel documento, il Brasile, che ha mantenuto una posizione di neutralità dallo scoppio della guerra, giudica “positivamente” la posizione della Cina sul conflitto, che considera “utile” per cercare una soluzione pacifica.

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da Pagine Esteri

Nell’incontro oggi a Pechino tra il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e quello cinese Xi Jinping si discuterà anche di un possibile percorso per arrivare alla fine della guerra in Ucraina. Lula ha in tasca un piano di pace.

La proposta del leader brasiliano ruota attorno alla restituzione da parte russa dei territori ucraini conquistati dopo il 24 febbraio 2022. Mosca in cambio vedrebbe legittimata la sua sovranità sulla Crimea da parte dell’Ucraina. Lula è convinto che qualsiasi possibilità di fine del conflitto passi per il coinvolgimento della Cina perché l’unica in grado di esercitare pressioni sulla Russia.

Il “piano” di Lula al momento non sembra avere grandi possibilità considerando in particolare le posizioni di Kiev che vuole il ritiro completo della Russia. Ma presentandolo il presidente brasiliano vuole affermare il posizionamento del suo paese come attore non allineato e impegnato nel multilateralismo dopo gli anni oscuri della presidenza di Jair Bolsonaro tra il 2018 e il 2022.

Oltre a Pechino, Lula farà tappa anche a Shanghai, per l’insediamento di Dilma Rousseff, ex presidente brasiliana e sua compagna di partito, alla guida della Nuova banca per lo sviluppo che fa capo al gruppo dei Brics del quale fanno parte insieme con il Brasile, il Sudafrica, l’India, la Cina e la Russia.

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31/03/2023

Brasile - Bolsonaro ritorna nel Paese

di Glória Paiva

Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.

Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.

L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.

Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.

In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).

Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.

Resa dei conti con la Giustizia

Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.

Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.

Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.

Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.

Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.

Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.

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28/01/2023

Brasile - La difficile costruzione di un blocco sociale e politico alternativo al sistema

Leonardo Boff cita Noam Chomsky “Il Brasile è un caso speciale. Raramente ho visto un paese in cui elementi delle élite nutrono un tale disprezzo e un tale odio per i poveri e per i lavoratori”.

I retaggi della storia e del contesto complessivo delle periferie del mondo. I secoli di schiavitù, e di uso del lavoro schiavistico, dei neri, dell’oppressione e della distruzione delle comunità indigene agiscono sempre. Ieri e oggi. Enormi, intollerabili diseguaglianze, allora e oggi. Oligarchie ricchissime in alto (oggi il vertice costituito da 350 miliardari) e svariati milioni di poveri e di poverissimi in basso. L’odio di classe e l’odio razziale uniti. Come in Venezuela, nei confronti del compianto meticcio Hugo Chavez, e come avviene in generale nell’America Latina. Oggi con circa 215 milioni di abitanti, in Brasile si contano 33 milioni di affamati e 110 milioni con “insufficienza alimentare”. Metà della popolazione povera vivente nelle disumane favelas, la gran parte neri e meticci.

I.

All’origine è il Forum Economico Mondiale (Fem) dei potenti della terra a Davos e, dialetticamente, è l’alternativa del Forum Sociale Mondiale (Fsm) di Porto Alegre 2001.

Puntualmente la importante Ong Oxfam, negli ultimi anni, ogni gennaio, in occasione del Fem, diffonde un documento prezioso sullo stato del mondo dal lato delle diseguaglianze. Quest’anno il titolo è “La diseguaglianza non conosce crisi”. È l’ennesima impietosa evidenza del divario, della polarizzazione su scala mondiale di ricchezza estrema, da una parte, e di povertà estrema dall’altra.

Le ragioni grandi del movimento altermondialista rimangono. Il Fsm oggi è in crisi, ma nel 2001 rappresentava la grande speranza, soprattutto nel Sud Globale, del rivolgimento, della messa in discussione della triade capitalismo (globalizzazione neoliberista)-colonialismo/imperialismo-patriarcato. La partecipazione e la vitalità dei movimenti sociali di tutto il mondo erano impetuosi a Porto Alegre. Ma soprattutto, per quanto ci riguarda, i movimenti sociali e la sinistra in generale (comunisti di varie tendenze, socialisti, cristiani di sinistra ecc.) del Brasile.

Tutto ciò ha dato impulso, ha fortemente alimentato la spinta per il cambiamento nelle elezioni presidenziali del 2002. Lula lo ha espresso in varie occasioni. Il Fsm e il movimento altermondialista hanno dato un contributo decisivo per la svolta in Brasile. Il movimento operaio e i sindacati (la Cut in primo luogo), i movimenti contadini e il Movimento Sem Terra, i popoli indigeni e l’indigenismo, i movimenti femminili, gli ambientalisti e gli ecosocialisti, il solidarismo cristiano e cattolico, il vasto e prezioso mondo intellettuale delle scuole, delle università, delle riviste, dei mass media non controllati dalle oligarchie brasiliane, attivisti e attiviste di varia ispirazione e su temi vari ecc. hanno rappresentato il blocco sociale e politico, la base di massa che ha sorretto il PT e Lula.

Le prime presidenze di Lula miravano a trovare soluzioni a favore degli strati più poveri con la Bolsa Familia (aiuti alle famiglie) e con il programma Fome Zero (Fame Zero). Nel contesto del fine perseguito di creare e di alimentare una classe media, i nostrani “ceti medi riflessivi”, come cuscinetto attivo e modernizzatore in una realtà così polarizzata come il Brasile. Uno strato medio, usando vecchie, ma sempre valide categorie (Samir Amin), di “borghesia nazionale” di contro alla sempiterna, nelle periferie del mondo, “borghesia compradora”. In Brasile asservita agli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali, degli Usa in ultima istanza. Lo sviluppo economico favoriva questa tendenza. Il Pil tra il 2002 e il 2010 cresceva annualmente del 4,5% e il Brasile consolidava la sua posizione nel mondo e come potenza regionale nell’America Latina.

La crisi economica mondiale del 2007-2008, a partire dal 2010 ha compromesso questa tendenza e questa classe media, arricchitasi negli anni precedenti, ha cominciato ad abbandonare il sostegno al governo Lula. Il golpe giudiziario del 2016, denominato “Operazione Lava Jato”, suggerito dal grande fratello Usa, contro Dilma Rousseff e contro Lula troverà, in questi ceti medi colpiti dalla crisi economica, un terreno favorevole.

L’aspetto critico-problematico di tutto ciò consisteva nell’attenzione di Lula a non inimicarsi il Fondo Monetario Internazionale e a frenare la fuga dei capitali, classica opzione delle oligarchie per contrastare il nuovo corso. Il blocco sociale avverso, allora e oggi, rimane quello agrario-militar-evangelico. Con il concorso del capitale finanziario interno ed esterno. La tanto attesa, e nel programma di governo prevista, riforma agraria veniva differita.

Qui lo scontro è sempre stato feroce. La ferocia dei latifondisti con i propri squadroni armati, da una parte, e la spinta continua dei Sem Terra e dei movimenti contadini, dall’altra. Una parte del movimento ha cominciato a criticare Lula e il PT al governo per questa inadempienza e per aver dato libero corso all’agribusiness, alle coltivazioni Ogm, soprattutto della soia, allo “estrattivismo” di minerali e idrocarburi ecc.

II.

Un piccolo intermezzo. Il Brasile cattolico, negli anni della dittatura militare dopo il golpe del 1964, fu investito dal vento purificatore della Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II. Costituì un vasto terreno favorevole per la diffusione della Teologia della Liberazione. Si formarono circa 100.000 “comunità ecclesiali di base” con il coinvolgimento di tanti milioni di cristiani partecipanti e attivi. Tutto ciò intollerabile per il reazionario anticomunista papa Wojtyla e per l’allora capo del Sant’Uffizio Joseph Ratzinger.

Con il processo del 1984 al francescano Leonardo Boff, esponente di punta della Teologia della Liberazione, si iniziò a reprimere e a bonificare il Brasile. Nel corso degli anni si svuotò il Brasile delle comunità di base e al loro posto si introdussero le chiese evangeliche, pentecostali ecc. Con soldi e sul modello statunitensi. Niente in comune con le importanti chiese evangeliche (valdese, metodista ecc.) italiane. Queste chiese in Brasile, nelle quali vengono aggregati molti strati poveri e poverissimi, costituiscono una base di massa di Bolsonaro e del blocco sociale agrario-militar-evangelico.

Malgrado la dinamica di cui sopra, rimasero comunque organismi, associazioni, gruppi del cattolicesimo sociale e del solidarismo importanti per le sorti della democrazia e della sinistra in Brasile.

III.

La vittoria di Lula alle elezioni presidenziali di ottobre 2022 è stata risicata. La vera base di massa per Lula oggi è il Brasile povero e poverissimo del Nord-Est e il Brasile amazzonico. Indigenismo, movimenti contadini, movimenti femminili radicalizzati, intellettuali ecc. costituiscono l’attuale riferimento sociale di Lula. I sindacati e il movimento operaio lo sostengono sempre, ma il lavoro dipendente è oggi indebolito dalla crisi del “fordismo periferico”, con ulteriori delocalizzazioni, “in entrata” a suo tempo, e da qui l’ingrossamento delle file del lavoro salariato brasiliano, da anni “in uscita”, a misura delle trasformazioni in atto nella globalizzazione neoliberista e nello sviluppo di nuove tecnologie.

L’ideologia è sempre importante, accanto alle dinamiche strutturali. Essa agisce sempre, soprattutto con la retorica e la propaganda della “sicurezza”, portata avanti da Bolsonaro, e una parte non trascurabile di detto lavoro salariato simpatizza per l’estrema destra.

Per comprendere le difficoltà di Lula. Alle elezioni i governatori di sinistra eletti sono stati solo 6 mentre 21 sono andati alla destra e la maggioranza dei deputati eletti è composta di oppositori. Il vicepresidente attuale è Geraldo Alckmin del Psdb (partito socialdemocratico brasiliano), a suo tempo principale partito di opposizione. Alckmin e Psdb hanno sostenuto il golpe giudiziario contro Dilma Roussef e contro Lula.

Benché sventato, il golpe del 8 gennaio rimane come minaccia e come deterrenza costanti. Occorre tenere presente che i militari non si sono mossi in questa occasione per paura delle “sanzioni internazionali”. Tradotto. Gli Usa non hanno dato il via libera e tengono il mastino al guinzaglio pronto a liberarlo qualora il clima cambiasse. Alle elezioni la stampa controllata e dominata dall’oligarchia non ha sostenuto Bolsonaro. Ma non ha neanche sostenuto Lula. Bolsonaro e il suo blocco si preparano alle prossime elezioni del 2026.

IV.

Il Brasile è un paese importante in sé. Per dimensione economica e per popolazione. Ma è soprattutto molto importante nella visione di un mondo multipolare. È componente fondamentale dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ed è paese-chiave per gli equilibri in America Latina, soprattutto in questa fase storica in cui può trovare alleati molti paesi che hanno avviato il cambiamento in quel continente.

Un tempo chiamavamo “subimperialismo brasiliano” il ruolo assegnato dagli Usa a questo paese dopo il golpe del 1964. Oggi il Brasile rappresenta invece il crocevia per la giustizia sociale e per la riduzione delle diseguaglianze, in casa e nel mondo, per la sfida dei problemi ambientali e della giustizia climatica (in primo luogo con la fine della deforestazione dell’Amazzonia). Il crocevia per un possibile ulteriore sviluppo economico grazie a molti settori di punta brasiliani nelle nuove tecnologie, nell’industria aeronautica, nelle biotecnologie ecc.

In questo senso, il destino del Brasile non interessa solo alle classi subalterne, alle sinistre politiche, ai democratici del paese in questione. Il destino del Brasile investe anche noi. Soprattutto interessa a chi opera per un mondo multipolare antiegemonico. Contro l’egemonia Usa e Nato e contro l’impulso neocolonialistico-imperialistico di europei e di occidentali in generale. Impulso ampiamente dispiegato anche nell’attuale guerra Usa-Nato-Russia. Con l’Europa e con l’Occidente arruolati e con l’Ucraina usata come pedina da sacrificare.

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16/01/2023

Brasile - Perché i bolsonaristi non dovrebbero ottenere l’amnistia

Tra tutte le grida eccitate che sono riecheggiate nella marea rossa che ha invaso Brasília durante l’insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva come presidente brasiliano il 1° gennaio 2023, la più significativa – e impegnativa, soprattutto dal punto di vista istituzionale del nuovo governo – è stata la richiesta di “nessuna amnistia!“.

La folla che scandiva queste parole si riferiva ai crimini perpetrati dalla dittatura militare in Brasile dal 1964 al 1985 e ancora impuniti. Lula ha fatto una pausa nel suo discorso, per far sentire le voci, e ha proseguito con un messaggio forte ma moderato sulla responsabilità.

La moderazione di Lula dimostra il suo rispetto per i limiti civici dell’esecutivo, in netto contrasto con la nozione di statalismo dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Dopotutto, una delle caratteristiche che ci permettono di qualificare correttamente il “bolsonarismo” come fascismo è la deliberata fusione tra l’esercizio istituzionale del potere e la militanza contro-istituzionale.

Come presidente, Bolsonaro è andato oltre la commistione di questi ruoli; ha occupato lo Stato in costante opposizione allo Stato stesso. Ha costantemente attribuito la sua inettitudine come leader alle restrizioni imposte dalle istituzioni democratiche della Repubblica.

Mentre Bolsonaro proiettava un’immagine di uomo forte davanti alle telecamere, che alla fine lo ha aiutato a scalare il potere, ha mantenuto un basso profilo nel Congresso e il suo mandato congressuale lungo tre decenni è una testimonianza della sua irrilevanza politica e amministrativa.

Il suo debole esercizio del potere ha rivelato la sua inadeguatezza come leader quando ha finalmente assunto la carica di presidente. Bolsonaro ha raggiunto la notorietà quando ha votato per l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff nel 2016.

Prima di votare, Bolsonaro ha colto l’occasione per rendere omaggio al colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, “condannato per tortura” durante la dittatura militare, che ha scherzosamente definito “il terrore di Dilma Rousseff!“.

Ustra era stato responsabile della tortura sistematica dell’ex capo di Stato quando lei, allora giovane guerrigliera marxista, era imprigionata dalla dittatura.

Da quel giorno fino all’ultima apparizione pubblica di Bolsonaro – dopo la quale è fuggito dal Paese per dirigersi a Orlando, in Florida, prima dell’insediamento di Lula – l’unica opportunità che ha avuto di mettere in scena il suo personaggio elettorale è stata quella di istigare i suoi sostenitori con discorsi incendiari.

Questa combinazione ha portato a un governo impotente, gestito da qualcuno che ha incoraggiato i suoi sostenitori a fare il tifo per lui usando il ridicolo soprannome macho “Imbrochável“, che si traduce in “imperturbabile“.

Appoggiando la necessità di responsabilità, rispettando la solennità della presidenza e consentendo ai cittadini di chiedere “nessuna amnistia“, Lula ripristina una certa normalità nella dicotomia esistente tra rappresentante e rappresentato nel quadro di una democrazia liberale borghese.

Un piccolo gesto, ma che contribuirà a stabilire la fiducia istituzionale necessaria affinché il fascismo possa essere esaminato. Ora la palla è nel campo della sinistra organizzata; l’urgenza e la radicalità della responsabilità dipendono dalla sua capacità di consustanziare teoricamente e politicamente lo slogan “nessuna amnistia“.

Nessuna amnistia per chi? E per cosa? Che tipo di giustizia dovrebbe essere servita ai nemici della classe operaia?

All’ex ministro della Sanità che, dichiarandosi esperto di logistica, ha trasformato Manaus, la capitale di Amazonas, in un “laboratorio di test sull’immunità di gregge” per far fronte al collasso del sistema sanitario durante il picco dell’epidemia di COVID in Brasile.

All’ex ministro dell’Ambiente che ha sancito la brutale colonizzazione delle terre indigene modificando la legislazione ambientale.

A un governo che ha sostenuto l’espansione dell’accesso dei civili ad armi di livello militare; al produttore nazionale di armi che ha avallato tale aberrazione politica e promosso la vendita di armi; alla compagnia di assicurazione sanitaria che ha condotto test antidroga non autorizzati su cittadini anziani, sposando il motto “la morte è una forma di scarico“.

Allo stesso Bolsonaro che, tra i tanti crimini, ha deciso di negare ripetutamente la scienza e di pubblicizzare l’idrossiclorochina e l’azitromicina come cure per il COVID-19.

Al cancelliere che ha usato l’Itamaraty (l’equivalente brasiliano del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti) per marginalizzareare intenzionalmente il Brasile nella comunità internazionale.

Ai proprietari dei media che hanno avallato o tollerato tutta quella misantropia, sbiancando la retorica fascista e offrendo un megafono per amplificare il razzismo, il sessismo, la fobia per gli LGBT e, alla base di tutto, il brutale classismo.

L’elenco potrebbe continuare. Ci sono così tanti crimini, così tanti individui e società delinquenti e così tante vittime – a partire dalla morte di persone innocenti a causa del COVID e dal trauma subito dalle loro famiglie, per poi estendersi a tutte le popolazioni vulnerabili: indigeni, popolazione nera, maroons e LGBTQIA+ – che è necessaria un’agenzia dedicata che indaghi e persegua tutti.

Forse la sostanza che dobbiamo iniettare nel grido “niente amnistia” è l’istituzione di un tribunale speciale. Come suggerito dal professor Lincoln Secco, dovrebbe essere il Tribunale di Manaus, dal nome della città che è stata usata come terreno di prova per la propaganda no-vax di Bolsonaro, dove i pazienti sono stati lasciati morire al culmine della pandemia COVID.

E si spera che il Tribunale di Manaus, osservando tutti i riti, tutta la civiltà e tutti i requisiti legali, sia in grado di portare al risultato storico che l’Assemblea costituzionale del 1988 non è riuscita a raggiungere: chiudere le porte delle istituzioni brasiliane al fascismo, per sempre.

di Gabriel Rocha Gaspar, attivista e giornalista marxista brasiliano, con un master in letteratura conseguito presso l’Università Sorbonne Nouvelle Paris 3. Per cinque anni è stato reporter e ha lavorato in Brasile. Per cinque anni è stato reporter della radio pubblica francese RFI e ha lavorato come corrispondente per gli affari esteri per diversi media brasiliani. Attualmente è editorialista di Mídia Ninja.

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14/01/2023

Limes inciampa su Bolsonaro

C’era una volta Limes, autorevole rivista di geopolitica. Il servizio realizzato dalla stessa a proposito dell’assalto bolsonarista alle istituzioni brasiliane costituisce infatti quanto di peggio ci si potrebbe aspettare in termini di analisi obiettiva della situazione e di contributo scientifico a chiarire cause e prospettive di quanto sta avvenendo in Brasile, confermando il pregiudizio, vivo nei più, che la scienza politica in realtà ha ben poco di scienza e molto di politica, e spesso di politica di bassa lega. Colpevole ne è in prima istanza tale, Carlo Cauti, docente di geopolitica all'Ibmec (Instituto Brasileiro de Mercado de Capitais (IBMEC), l’Università gestita, a detta dell’intervistatore, dalla Confindustria brasiliana o “qualcosa del genere”. Ma colpevole pure, se non altro per piatta accondiscendenza nei confronti delle castronerie snocciolate a ripetizione dal suddetto professore confindustriale, la stessa Limes. Il che indubbiamente dispiace, data la meritata reputazione di serietà scientifica del suo direttore Lucio Caracciolo.

Fra tali castronerie c’è addirittura una sorta di riesumazione postuma del complotto del giudice Moro, il quale secondo l’esperto di faccende brasiliane interpellato da Limes avrebbe avuto sostanzialmente ragione, tanto è vero che le condanne contro Lula sarebbero state a suo dire arbitrariamente annullate da un giudice della Corte suprema che avrebbe agito a titolo individuale su diretta ispirazione del P.T. Non ci resta che consigliare a Cauti qualche salutare e formativa lettura in materia, tra le quali il libro Fare la guerra con il diritto. Introduzione al Lawfare - Versione Brossura (librerie.coop), scritto da Cristiano Zanin Martins, Waleska Teixeira Zanin Martins e dall’accademico Rafael Valim (recentemente tradotto in italiano dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia /Gruppo d’intervento giuridico internazionale) che fra le altre cose contiene un resoconto dettagliato e preciso della persecuzione giudiziaria contro Lula.

L’altro inaccettabile sfondone, visibile fin dal titolo dato al “servizio” consiste nel prefigurare una guerra civile imminente che sprofonderebbe nell’abisso il grande Paese latinoamericano, che l’esperto parrebbe vaticinare come possibile o addirittura probabile dato l’esiguo scarto tra i votanti che si è registrato in occasione delle ultime presidenziali. Democrazia e sue regole non pervenute, considerando che si tratterebbe di democrazia ancora “giovane” e in sostanza primitiva e selvatica. Fra le righe si intravvede una, neanche tanto dissimulata, simpatia e comprensione profonda per Bolsonaro e i suoi boys, con tanto di lamentele in classico stile fascioleghista sul “parassitismo” dei poveri.

Tutto il mondo è Paese, pare di dover concludere, e quindi non sarebbe certo casuale se, per sottrarsi ai giusti e inevitabili rigori della legge brasiliana, a norma della quale dovrà essere presto giudicato per innumerevoli misfatti, da ultimo quelli associati a questo assalto a metà strada tra il tentato golpe e la pantomima pagliaccesca di quanto avvenuto negli Stati Uniti nel gennaio 2021, Bolsonaro e famiglia chiedessero asilo politico in Italia, dove si affidano alla comprensione di Meloni, Salvini & C..

Ma guai a relegare le fanfaluche del professore tra mere dimostrazioni di inadeguatezza scientifica e accademica. Appare velenosa, tra una balla e l’altra, l’evocazione del colpo di Stato vero, ad esempio laddove ci informa, probabilmente sulla scorta di sue esperienze e frequentazioni personali, che l’avversione nei confronti di Lula è alle stelle non solo fra gli altri gradi militari, alcuni dei quali si sarebbero dimessi pur di non dovergli giurare obbedienza, ma in seno alla truppa non solo delle Forze armate ma della Polizia, compresa la potentissima Polizia militare.

Tutto diventa più chiaro, del resto, alla luce di un sia pure sommario esame del curriculum vitae di Cauti, il quale risulta essersi candidato, senza venir eletto, con il Partido Novo, il partito più spietatamente neoliberista del Brasile, al punto di considerare Bolsonaro un traditore dei "valori di mercato". Un’ennesima conferma dell’elementare verità che neoliberismo e golpismo, sulla scorta del luminoso e storico esempio offerto da Pinochet quasi cinquant’anni fa, vanno d’amore e d’accordo. E del resto, se la maggioranza degli elettori non vuole convincersi della necessità di accordare supremazia incontrastata al “mercato”, sarà pure lecito farli rinsavire a suon di bastonate e colpi d’arma da fuoco.

Non è del resto la prima volta che improbabili analisti politici e strategici si lanciano in spericolate previsioni sulla prossima catastrofe di questo o quel Paese latinoamericano. Ricordiamo qualche anno fa un ricercatore, che scriveva per l’Istituto affari internazionali, profetizzare l’imminente “sirianizzazione” del Venezuela. Oggi tocca al Brasile e l’intollerabile sciatteria di un ricercatore coi suoi forti pregiudizi politici, precipita oniricamente anche il grande Brasile nella disgrazia e nella guerra civile. Ma ad affondare davvero, dopo lo IAI, è oggi anche Limes. Peccato davvero.

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