Dal 10 al 21 novembre si terrà la Conferenza delle Parti a Belém, in Brasile. Non si può prevedere il futuro, e dunque quali saranno le conclusioni di questo summit internazionale, ma le linee di tendenza sono chiarissime da anni, e sono quelle dell’incompatibilità dello ‘sviluppo’ (si fa per dire) capitalistico con la tutela dell’ambiente.
È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.
In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.
È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.
A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.
La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.
Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.
Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.
Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.
Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.
Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.
Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.
“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.
Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).
Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.
Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.
Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/11/2025
24/07/2025
La diplomazia medica di Iran e Cuba in Africa
Con la pandemia di Covid-19 la questione della salute è tornata ad essere un argomento sensibile, se non centrale nel dibattito politico. E anche se alla fine, alle nostre latitudini occidentali, non è cambiato molto in termini di privatizzazione dei servizi sanitari e speculazione attraverso grandi affari farmaceutici, si è sviluppato un rinnovato interesse sulle politiche sanitarie internazionali.
Bisogna premettere che ogni volta che si affrontano questioni riguardanti la diplomazia sanitaria, che si delinei in relazioni bilaterali o nella mediazione che avviene dentro le stanze di organismi multilaterali, non bisogna scordarsi che si parla pur sempre di diplomazia: la centralità è da riconoscere a fini di politica estera, perseguiti sul terreno sanitario come potrebbero essere perseguiti su altri terreni.
Consapevoli di questo, non bisogna però guardare con cinismo ad aiuti e sostegni offerti nel campo della salute, ma semmai alla funzione che questo tipo di iniziative assumono nella strategia dei suoi promotori. Se prendiamo USAID, esso era un programma per la proiezione della potenza egemonica statunitense e, di conseguenza, per il rafforzamento delle sue catene imperialistiche.
L’impegno internazionale per il miglioramento delle condizioni sanitarie può essere invece anche usato per emancipare i popoli e renderli più forti contro il neocolonialismo. Nell’articolo che riportiamo qui sotto, viene citata una missione medica cubana in Algeria nel 1963, ma negli stessi anni anche la Cina si sarebbe impegnata in iniziative simili in Africa, per far crescere il cosiddetto ‘Terzo Mondo’.
Il triangolo di diplomazia medica di cui qui si discute, quello tra Iran, Cuba e l’Africa, ha l’evidente scopo di far crescere la ‘resilienza’ – scusate la parola – del ‘Sud Globale’, e allargare così le faglie aperte dall’emergere del mondo multipolare sull’oppressione imperialistica occidentale. Ha insomma un valore strategicamente positivo, al di là di qualsiasi opinione che si possa avere degli attori in campo.
C’è però anche da specificare un nodo di fondo rispetto alle forme dell’impegno internazionale che sono delineate nell’articolo. Infatti, nel testo vengono alla fine sottolineate delle criticità riguardanti, ad esempio, le missioni mediche cubane, che finirebbero per tappare un buco piuttosto che rafforzare “i sistemi sanitari autoctoni”.
Per quanto questo possa risultare come un effetto possibile, il problema di fondo è che tali mancanze non potrebbero in alcun modo essere affrontate senza rimuovere le ragioni del sottosviluppo, cioè ottenendo l’emancipazione dalle pressioni occidentali. Stiamo parlando di un tema che si ripresenta uguale da decenni.
Sin dalle origini dell’OMS, ad esempio, si è sviluppato un dibattito su cosa la cosiddetta “technical assistance” dovrebbe essere. Ha vinto sin da subito la visione statunitense, per cui l’assistenza deve costituirsi come trasferimento del know-how, formazione di specialisti, al massimo qualche fornitura di beni strumentali, senza mai però intaccare le ragioni di fondo del sottosviluppo economico e sociale.
A ciò si è accompagnato un approccio verticale di azione, mirato a intervenire su singole questioni piuttosto che a un miglioramento delle condizioni di salute generali. Il risultato sono stati una serie di interventi verticali di cui l’importanza è epocale (basti pensare al piano di eradicazione del vaiolo, promosso dal virologo sovietico Zhdanov), ma che alle fondamenta ci siano alcune tare non deve essere nascosto.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, questo tipo di approccio venne criticato proprio dall’Unione Sovietica, perché di fronte a paesi distrutti e senza risorse, una tale forma di assistenza non avrebbe permesso nessun miglioramento autonomo, e avrebbe semplicemente aperto un nuovo mercato all’industria statunitense (scopo che Washington non nascose mai).
Per l’idea ambiziosa di assistenza che aveva in mente Mosca, però, servivano risorse ingenti, di cui l’OMS non disponeva e che nemmeno i sovietici in quel momento potevano permettersi di spendere. Un modello rivoluzionario fu quello della Primary Health Care, promossa dal Direttore Generale dell’OMS Halfdan Mahler negli anni Settanta.
Questo nuovo tipo di intervento si fondava proprio sul miglioramento dei servizi sanitari di base, venne sancito in una conferenza tenuta in territorio sovietico e si nutrì di alcune esperienze della Cina comunista, come quella dei barefoot doctors. Ma anche in questo caso esso venne fortemente ridimensionato dall’azione congiunta del governo statunitense e della Fondazione Rockefeller.
Con questa breve disamina storica si voleva mettere in evidenza come i nodi sulle criticità riguardanti l’assistenza sanitaria che emergono nell’articolo non sono una questione nuova a chi si occupa di politiche sanitarie. C’è da decenni una tensione di fondo, che potrebbe essere risolta solo da un tipo di assistenza che richiederebbe ingenti risorse per essere messa in campo. Iran e Cuba questa forza non ce l’hanno.
Allo stesso tempo, non deve essere oscurato il ruolo comunque emancipatorio di altre iniziative, nonostante le tare che si portano dietro. E inoltre, nel testo viene fatto riferimento alla costruzione di ospedali e alla produzione in loco di vaccini: queste sono attività che, invece, svolgono precisamente quella funzione di rafforzamento dei sistemi sanitari autoctoni, che in prospettiva può tradursi anche in maggiori possibilità di emancipazione dalle catene imperialistiche.
Un ultimo appunto va fatto, proprio sui vaccini. Nell’articolo si cita Soberana, e in generale l’industria biotecnologica cubana. Va fatto presente che quando L’Avana decise di produrre i propri vaccini, fece una scelta di fondo sui metodi di produzione, così che non ci fosse alcun bisogno della ormai famosa ‘catena del freddo’ e che la somministrazione fosse più semplice.
Ciò liberava la distribuzione dei vaccini cubani da enormi pesi logistici, permettendo anche a paesi più poveri – privi delle tecnologie e delle competenze necessarie per gestire i vaccini occidentali – di poter programmare una propria campagna vaccinale. Una scelta di questo tipo ha un legame fondamentale con il tema della ‘non neutralità della scienza’.
Forse Cuba non ha le risorse per permettere ad altri paesi del Sud Globale di sviluppare una propria filiera biotecnologica autonoma, e la sua azione si deve quindi ridurre alla fornitura di medici e strumenti. Ma scelte di questo tipo hanno ugualmente quell’impatto liberatorio che spesso le forme dell’assistenza tecnica in campo sanitario oggi non riescono ad avere.
E il motivo di fondo per cui ce l’hanno è perché la dirigenza cubana non si nasconde il fatto che nella scienza non esistono scelte tecniche, come invece succede alle nostre latitudini. Ogni opzione tecnica è legata a un quadro interpretativo, infrastrutturale e di concezione dello sviluppo fortemente segnato dalle forme delle relazioni sociali e politiche in cui si vive.
La scienza non è neutrale, e i comunisti devono riappropriarsene nella battaglia per l’abbattimento dello stato di cose presente.
Bisogna premettere che ogni volta che si affrontano questioni riguardanti la diplomazia sanitaria, che si delinei in relazioni bilaterali o nella mediazione che avviene dentro le stanze di organismi multilaterali, non bisogna scordarsi che si parla pur sempre di diplomazia: la centralità è da riconoscere a fini di politica estera, perseguiti sul terreno sanitario come potrebbero essere perseguiti su altri terreni.
Consapevoli di questo, non bisogna però guardare con cinismo ad aiuti e sostegni offerti nel campo della salute, ma semmai alla funzione che questo tipo di iniziative assumono nella strategia dei suoi promotori. Se prendiamo USAID, esso era un programma per la proiezione della potenza egemonica statunitense e, di conseguenza, per il rafforzamento delle sue catene imperialistiche.
L’impegno internazionale per il miglioramento delle condizioni sanitarie può essere invece anche usato per emancipare i popoli e renderli più forti contro il neocolonialismo. Nell’articolo che riportiamo qui sotto, viene citata una missione medica cubana in Algeria nel 1963, ma negli stessi anni anche la Cina si sarebbe impegnata in iniziative simili in Africa, per far crescere il cosiddetto ‘Terzo Mondo’.
Il triangolo di diplomazia medica di cui qui si discute, quello tra Iran, Cuba e l’Africa, ha l’evidente scopo di far crescere la ‘resilienza’ – scusate la parola – del ‘Sud Globale’, e allargare così le faglie aperte dall’emergere del mondo multipolare sull’oppressione imperialistica occidentale. Ha insomma un valore strategicamente positivo, al di là di qualsiasi opinione che si possa avere degli attori in campo.
C’è però anche da specificare un nodo di fondo rispetto alle forme dell’impegno internazionale che sono delineate nell’articolo. Infatti, nel testo vengono alla fine sottolineate delle criticità riguardanti, ad esempio, le missioni mediche cubane, che finirebbero per tappare un buco piuttosto che rafforzare “i sistemi sanitari autoctoni”.
Per quanto questo possa risultare come un effetto possibile, il problema di fondo è che tali mancanze non potrebbero in alcun modo essere affrontate senza rimuovere le ragioni del sottosviluppo, cioè ottenendo l’emancipazione dalle pressioni occidentali. Stiamo parlando di un tema che si ripresenta uguale da decenni.
Sin dalle origini dell’OMS, ad esempio, si è sviluppato un dibattito su cosa la cosiddetta “technical assistance” dovrebbe essere. Ha vinto sin da subito la visione statunitense, per cui l’assistenza deve costituirsi come trasferimento del know-how, formazione di specialisti, al massimo qualche fornitura di beni strumentali, senza mai però intaccare le ragioni di fondo del sottosviluppo economico e sociale.
A ciò si è accompagnato un approccio verticale di azione, mirato a intervenire su singole questioni piuttosto che a un miglioramento delle condizioni di salute generali. Il risultato sono stati una serie di interventi verticali di cui l’importanza è epocale (basti pensare al piano di eradicazione del vaiolo, promosso dal virologo sovietico Zhdanov), ma che alle fondamenta ci siano alcune tare non deve essere nascosto.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, questo tipo di approccio venne criticato proprio dall’Unione Sovietica, perché di fronte a paesi distrutti e senza risorse, una tale forma di assistenza non avrebbe permesso nessun miglioramento autonomo, e avrebbe semplicemente aperto un nuovo mercato all’industria statunitense (scopo che Washington non nascose mai).
Per l’idea ambiziosa di assistenza che aveva in mente Mosca, però, servivano risorse ingenti, di cui l’OMS non disponeva e che nemmeno i sovietici in quel momento potevano permettersi di spendere. Un modello rivoluzionario fu quello della Primary Health Care, promossa dal Direttore Generale dell’OMS Halfdan Mahler negli anni Settanta.
Questo nuovo tipo di intervento si fondava proprio sul miglioramento dei servizi sanitari di base, venne sancito in una conferenza tenuta in territorio sovietico e si nutrì di alcune esperienze della Cina comunista, come quella dei barefoot doctors. Ma anche in questo caso esso venne fortemente ridimensionato dall’azione congiunta del governo statunitense e della Fondazione Rockefeller.
Con questa breve disamina storica si voleva mettere in evidenza come i nodi sulle criticità riguardanti l’assistenza sanitaria che emergono nell’articolo non sono una questione nuova a chi si occupa di politiche sanitarie. C’è da decenni una tensione di fondo, che potrebbe essere risolta solo da un tipo di assistenza che richiederebbe ingenti risorse per essere messa in campo. Iran e Cuba questa forza non ce l’hanno.
Allo stesso tempo, non deve essere oscurato il ruolo comunque emancipatorio di altre iniziative, nonostante le tare che si portano dietro. E inoltre, nel testo viene fatto riferimento alla costruzione di ospedali e alla produzione in loco di vaccini: queste sono attività che, invece, svolgono precisamente quella funzione di rafforzamento dei sistemi sanitari autoctoni, che in prospettiva può tradursi anche in maggiori possibilità di emancipazione dalle catene imperialistiche.
Un ultimo appunto va fatto, proprio sui vaccini. Nell’articolo si cita Soberana, e in generale l’industria biotecnologica cubana. Va fatto presente che quando L’Avana decise di produrre i propri vaccini, fece una scelta di fondo sui metodi di produzione, così che non ci fosse alcun bisogno della ormai famosa ‘catena del freddo’ e che la somministrazione fosse più semplice.
Ciò liberava la distribuzione dei vaccini cubani da enormi pesi logistici, permettendo anche a paesi più poveri – privi delle tecnologie e delle competenze necessarie per gestire i vaccini occidentali – di poter programmare una propria campagna vaccinale. Una scelta di questo tipo ha un legame fondamentale con il tema della ‘non neutralità della scienza’.
Forse Cuba non ha le risorse per permettere ad altri paesi del Sud Globale di sviluppare una propria filiera biotecnologica autonoma, e la sua azione si deve quindi ridurre alla fornitura di medici e strumenti. Ma scelte di questo tipo hanno ugualmente quell’impatto liberatorio che spesso le forme dell’assistenza tecnica in campo sanitario oggi non riescono ad avere.
E il motivo di fondo per cui ce l’hanno è perché la dirigenza cubana non si nasconde il fatto che nella scienza non esistono scelte tecniche, come invece succede alle nostre latitudini. Ogni opzione tecnica è legata a un quadro interpretativo, infrastrutturale e di concezione dello sviluppo fortemente segnato dalle forme delle relazioni sociali e politiche in cui si vive.
La scienza non è neutrale, e i comunisti devono riappropriarsene nella battaglia per l’abbattimento dello stato di cose presente.
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Negli ultimi anni, si sta rafforzando una forma sempre più visibile di diplomazia sanitaria Sud‑Sud, in cui Paesi emergenti come l’Iran e Cuba stanno sviluppando alleanze dirette con altri Stati del Sud globale. Puntano su formazione, trasferimento tecnologico e produzione locale di vaccini e apparecchiature mediche, bypassando in parte le tradizionali rotte Nord‑Sud.
In particolare, si sta delineando un possibile triangolo di cooperazione Iran-Cuba-Africa: un’alleanza in costruzione, che intreccia il know-how cubano nell’invio di personale medico, l’infrastruttura scientifica iraniana e la crescente domanda africana di cooperazione sanitaria sostenibile e indipendente dai canali occidentali. Tale convergenza non solo mira a colmare lacune strutturali nei sistemi sanitari locali, ma riflette anche una visione alternativa dell’assistenza globale, più orizzontale e meno condizionata da vincoli geopolitici imposti dalle grandi potenze.
Iran: dalla WHA di Ginevra alla rete con Cuba, Armenia e Africa
Nel settembre 2023, l’Iran aveva annunciato la creazione di gruppi di cooperazione sanitaria con Paesi dell’Africa e dell’America Latina, nel contesto del già esistente G5+ (Iran, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Tajikistan e Oms).
Nel maggio‑giugno 2024, nel corso dell’77ᵃ Assemblea Mondiale della Sanità a Ginevra, il Ministro della Salute iraniano Bahram Einollahi ha incontrato i suoi omologhi di Cuba, Armenia e Zimbabwe per discutere di cooperazione in campo medico e tecnologico, anche sulla base del successo della produzione congiunta del vaccino Soberana durante la pandemia Covid‑19.
Ad aprile 2025, secondo media iraniani, durante un vertice a Teheran dedicato all’Africa, un alto funzionario sanitario ha illustrato l’intenzione di rafforzare le collaborazioni in ambiti come produzione farmaceutica, ricerca, infrastrutture sanitarie, formazione e telemedicina. In quell’occasione, l’Iran ha invitato esperti africani a stabilire rapporti con università e imprese sanitarie iraniane.
La relazione con Cuba è definita “strategica” e si fonda su una solida solidarietà politica, alimentata da commissioni congiunte e da cooperazioni settoriali in ambito vaccinale, formativo e tecnologico.
Cuba e la tradizione consolidata di cooperazione sanitaria globale
Cuba rappresenta un esempio emblematico di medical diplomacy. Dal primo contingente inviato in Algeria nel 1963 ad oggi, diverse generazioni di medici e infermieri cubani sono stati schierati in risposta a emergenze sanitarie (terremoti, epidemie, etc...) o nell’ambito di accordi bilaterali con Paesi del Sud che necessitano di personale medico.
Durante la crisi Ebola in Africa occidentale del 2014, Cuba inviò circa 465 operatori sanitari quali medici, epidemiologi e chirurghi in Sierra Leone, Guinea e Liberia, risultando il contributore più consistente rispetto ad altri Stati.
Nel corso degli anni, oltre 50.000 operatori sanitari cubani hanno operato in decine di Paesi come Brasile, Venezuela, Zimbabwe, Kenia, Sudafrica, Timor Est, contribuendo alla capillarità dell’assistenza sanitaria in zone rurali o svantaggiate e potenziando università mediche locali.
Iran e Africa, una cooperazione sanitaria in espansione
Negli ultimi due anni, l’Africa è diventata un asse centrale della strategia sanitaria estera dell’Iran. Durante il Vertice Iran-Africa dell’aprile 2025 a Teheran, il Ministro della Salute iraniano ha evidenziato l’impegno a espandere le collaborazioni nei settori di produzione farmaceutica, costruzione di ospedali, formazione di medici e specialisti, e telemedicina. L’obiettivo dichiarato è duplice. Contribuire al miglioramento della salute pubblica nei paesi partner e promuovere l’industria biomedica iraniana come leva diplomatica e commerciale.
Il governo iraniano ha anche invitato delegazioni africane a visitare centri di eccellenza e università mediche, sottolineando la disponibilità a trasferire tecnologie e offrire borse di studio per la formazione avanzata. In cambio, cerca partenariati stabili che possano aprire nuovi mercati per le sue imprese farmaceutiche pubbliche e private.
Non è un caso che l’Iran stia cercando alleanze sanitarie bilaterali con Paesi come Zimbabwe, Senegal e Nigeria, alcuni dei quali già collaborano con Cuba in programmi di assistenza medica. Questo crea un possibile triangolo di cooperazione Iran-Cuba-Africa, che da una parte vede il know-how cubano in interventi umanitari, dall’altra l’infrastruttura scientifica e produttiva dell’Iran.
Queste alleanze rispondono anche alla crescente esigenza dei Paesi africani di diversificare i propri partner sanitari, dopo le criticità emerse durante la pandemia di Covid-19, quando molti Stati africani furono lasciati ai margini della distribuzione di vaccini da parte dei produttori occidentali.
Sostenibilità e criticità delle modalità di cooperazione Sud‑Sud
Le iniziative di Iran e Cuba condividono un approccio ibrido, che unisce solidarietà e strategia geopolitica. Da un lato, il miglioramento dell’accesso alle cure, la formazione di personale locale e il rafforzamento dei sistemi sanitari. Dall’altro, l’utilizzo della cooperazione sanitaria come leva diplomatica verso Paesi politicamente sensibili o distanti dagli equilibri imposti da Washington e Bruxelles.
Studi recenti indicano che le missioni cubane sono spesso rivolte a Stati con gravi carenze di personale medico, con disuguaglianze territoriali marcate o colpiti da emergenze sanitarie, specialmente nei Paesi a basso reddito che faticano a trattenere i propri operatori.
Tuttavia, emergono anche delle criticità. Ad esempio, le condizioni lavorative dei medici cubani all’estero, le tensioni con gli ordini professionali locali come in Brasile o Sudafrica, e il rischio che queste missioni sostituiscano, piuttosto che rafforzare, i sistemi sanitari autoctoni.
La cooperazione sanitaria Sud‑Sud, pur avendo nell’asse Iran-Cuba-Africa uno dei suoi sviluppi più visibili, non si esaurisce in questi attori. Paesi come India e Cina stanno investendo da anni in progetti sanitari in Africa, Asia e America Latina in forniture di vaccini come Covaxin e Sinopharm, costruzione di ospedali e programmi di formazione specialistica. Questo contribuisce a delineare un ecosistema multilaterale in espansione, dove le collaborazioni tra Paesi del Sud del Mondo cercano di ridefinire le regole del gioco della salute globale.
Questo slancio verso l’Africa avviene inoltre in un contesto delicato per l’Iran. Le recenti tensioni militari con Israele, culminate anche in attacchi a infrastrutture sanitarie e nella parziale militarizzazione del personale medico, sollevano interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine dei progetti di cooperazione e sulla reale capacità di Teheran di coniugare ambizioni internazionali e resilienza interna nel settore sanitario.
Fonte
22/07/2023
Turismo e rendita: l'Italia che ci attende fra 30 anni
Siamo nella torrida estate del 2053. Un turista indonesiano in visita a Firenze si affretta a rientrare al fresco del suo appartamento affittato per 500 euro a notte. Giunto in prossimità dell’ingresso, inciampa su una buca del marciapiede e si ferisce a una gamba. Non è grave, ma non può camminare e ha bisogno di cure mediche. Due turisti italiani di passaggio, originari di Palermo ma emigrati in Germania, accolgono il malcapitato a bordo della loro Volkswagen elettrica appena uscita dallo stabilimento di Zwickau e lo portano all’ospedale di Careggi, da anni proprietà del gruppo sanitario privato UnitedHealthcare. Al costo di 1000 euro, la ferita dell’infortunato viene guarita con dei punti applicati tramite un cobot progettato e costruito in Giappone.
Questa sembra la trama di un romanzo distopico, ma anche uno spaccato plausibile di ciò che potrebbe essere il nostro Paese fra 30+1 anni se si prosegue con le politiche di austerità e di finanziarizzazione dell’economia, con l’assenza di una politica industriale, con il prevalere degli interessi particolari su quelli generali. L’Italia distopica del 2053 è quella in cui il reddito pro capite rispetto alla principale economia mondiale si è ridotto a meno della metà (era circa di tre quarti nel 1991), in cui il tasso di disoccupazione giovanile si attesta sistematicamente al 50%, in cui ogni anno emigrano 250 mila persone (come avveniva negli anni ’50 del secolo precedente) e in cui oltre la metà della popolazione ha più di 65 anni.
Questo come risultato di una profonda trasformazione del sistema socio-economico. Da quella che sarebbe potuta essere una moderna economia della conoscenza trainata dall’investimento, dalla ricerca e dai saperi tecnico-scientifici impiegati nella produzione di beni e servizi innovativi, a una stagnante economia della rendita, concentrata sull’estrazione di valore da patrimoni finanziari e immobiliari (a loro volta la causa e l’effetto della recrudescenza delle disuguaglianze).
Il decantato Made in Italy rimane confinato alla manifattura a basso valore aggiunto (quindi a bassi salari) o a nicchie di produzione nei settori dell’abbigliamento e del cibo, che tuttavia non sono capaci di indurre effetti sistemici positivi per l’economia nel suo complesso. L’Italia che negli anni ’90 smise di produrre computer Olivetti e che negli anni ’10 cominciò a dismettere la produzione automobilistica della Fiat, nel 2053 ha perso anche tutto ciò che rimane. Come avvenuto nel trentennio precedente, nei successivi 31 anni la privatizzazione delle rimanenti grandi imprese a controllo pubblico, unita all’assenza di una strategia nazionale di politica industriale, ha comportato la sparizione completa delle produzioni aerospaziali, della cantieristica e dei semiconduttori.
Nel frattempo, il turismo internazionale ha stravolto la vita nei principali centri urbani: i prezzi degli affitti e delle case hanno raggiunto livelli insostenibili. Gli abitanti originari sono spinti fuori città, dove rientrano per lavorare nella ristorazione dopo ore di viaggio, poiché il trasporto pubblico è scarso a causa di decenni di sottofinanziamento. I proprietari delle abitazioni invece vedono accrescere il proprio patrimonio, mentre si è azzerato l’incentivo a investire il capitale disponibile in attività imprenditoriali di rischio.
Chi non può lavorare nei settori ancillari al turismo emigra, per cercare migliori prospettive di lavoro e di reddito, anche per il venir meno dello stato sociale universalistico che potrebbe garantire una pensione dignitosa ai genitori anziani e una scuola pubblica di qualità per i propri figli. I pochi cittadini italiani rimasti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione privata per la salute, mentre l’università pubblica è stata completamente soppiantata da una gestione privata con rette così alte da obbligare gli studenti a indebitarsi per pagare il costo degli studi.
L’Italia del 2022, che abbiamo cercato di dipingere nel libro 30+1 cifre che raccontano l’Italia, presenta già tutti gli elementi della futura traiettoria di declino del Paese. Sono molte le scelte politiche che andrebbero prese per invertire la rotta. Visto dal 2022, raddrizzare lo scenario distopico si scontra con un oggettivo pessimismo della ragione. Non rimane che ripartire dall’ottimismo della volontà di un noto personaggio italiano che nel 1961 sosteneva come “noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato”, aggiungendo che “per fare questo è necessario studiare, imparare e conoscere i problemi”. Il nostro libro è anche un modesto tentativo di seguire la strada indicata da Enrico Mattei.
Fonte
Questa sembra la trama di un romanzo distopico, ma anche uno spaccato plausibile di ciò che potrebbe essere il nostro Paese fra 30+1 anni se si prosegue con le politiche di austerità e di finanziarizzazione dell’economia, con l’assenza di una politica industriale, con il prevalere degli interessi particolari su quelli generali. L’Italia distopica del 2053 è quella in cui il reddito pro capite rispetto alla principale economia mondiale si è ridotto a meno della metà (era circa di tre quarti nel 1991), in cui il tasso di disoccupazione giovanile si attesta sistematicamente al 50%, in cui ogni anno emigrano 250 mila persone (come avveniva negli anni ’50 del secolo precedente) e in cui oltre la metà della popolazione ha più di 65 anni.
Questo come risultato di una profonda trasformazione del sistema socio-economico. Da quella che sarebbe potuta essere una moderna economia della conoscenza trainata dall’investimento, dalla ricerca e dai saperi tecnico-scientifici impiegati nella produzione di beni e servizi innovativi, a una stagnante economia della rendita, concentrata sull’estrazione di valore da patrimoni finanziari e immobiliari (a loro volta la causa e l’effetto della recrudescenza delle disuguaglianze).
Il decantato Made in Italy rimane confinato alla manifattura a basso valore aggiunto (quindi a bassi salari) o a nicchie di produzione nei settori dell’abbigliamento e del cibo, che tuttavia non sono capaci di indurre effetti sistemici positivi per l’economia nel suo complesso. L’Italia che negli anni ’90 smise di produrre computer Olivetti e che negli anni ’10 cominciò a dismettere la produzione automobilistica della Fiat, nel 2053 ha perso anche tutto ciò che rimane. Come avvenuto nel trentennio precedente, nei successivi 31 anni la privatizzazione delle rimanenti grandi imprese a controllo pubblico, unita all’assenza di una strategia nazionale di politica industriale, ha comportato la sparizione completa delle produzioni aerospaziali, della cantieristica e dei semiconduttori.
Nel frattempo, il turismo internazionale ha stravolto la vita nei principali centri urbani: i prezzi degli affitti e delle case hanno raggiunto livelli insostenibili. Gli abitanti originari sono spinti fuori città, dove rientrano per lavorare nella ristorazione dopo ore di viaggio, poiché il trasporto pubblico è scarso a causa di decenni di sottofinanziamento. I proprietari delle abitazioni invece vedono accrescere il proprio patrimonio, mentre si è azzerato l’incentivo a investire il capitale disponibile in attività imprenditoriali di rischio.
Chi non può lavorare nei settori ancillari al turismo emigra, per cercare migliori prospettive di lavoro e di reddito, anche per il venir meno dello stato sociale universalistico che potrebbe garantire una pensione dignitosa ai genitori anziani e una scuola pubblica di qualità per i propri figli. I pochi cittadini italiani rimasti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione privata per la salute, mentre l’università pubblica è stata completamente soppiantata da una gestione privata con rette così alte da obbligare gli studenti a indebitarsi per pagare il costo degli studi.
L’Italia del 2022, che abbiamo cercato di dipingere nel libro 30+1 cifre che raccontano l’Italia, presenta già tutti gli elementi della futura traiettoria di declino del Paese. Sono molte le scelte politiche che andrebbero prese per invertire la rotta. Visto dal 2022, raddrizzare lo scenario distopico si scontra con un oggettivo pessimismo della ragione. Non rimane che ripartire dall’ottimismo della volontà di un noto personaggio italiano che nel 1961 sosteneva come “noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato”, aggiungendo che “per fare questo è necessario studiare, imparare e conoscere i problemi”. Il nostro libro è anche un modesto tentativo di seguire la strada indicata da Enrico Mattei.
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08/06/2015
Il Niger e il privilegio di essere poveri
Vi si trovano i soliti noti. Al numero 180 c'è il Burundi con l'attuale presidente che vuole spostare la costituzione in avanti di cinque anni. Segue il Burkina Faso che si è messo a cercare le ossa di Thomas Sankara sotto la terra del mito della rivoluzione. A ruota si trova l'Eritrea che è una prigione a cielo aperto che sforna giovani per la guerra e l'emigrazione. Il numero 183 è custodito gelosamente dalla Sierra Leone i cui diamanti fanno felici le signore e i contrabbandieri. Il Chad del petrolio, delle partecipazioni alle guerre si trova nella scia di sabbia. La Repubblica Centrafricana esce dalla guerra civile dopo la conferenza di pace e le inevitabili elezioni ritardate. E infine tocca a noi. Proprio come l'anno scorso e l'anno precedente. Buoni ultimi della lista rammendata dalle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano. Il numero 187 del Niger chiude il plotone ufficiale. Rimangono scampoli di paesi i cui confini appaiono labili come le loro statistiche.
Nel documento si parla di Paesi dallo sviluppo umano molto elevato. Poi quelli dallo sviluppo elevato. Seguono i paesi con un medio sviluppo umano. Chiudono la lista i paesi dallo sviluppo umano debole. L'indice ONU è stato stilato prendendo in esame tre fattori principali. Salute e longevità, accesso all'educazione e livello di vita decente. Nel Niger la speranza di vita si aggira sui 58 anni e la durata media della scuola passa di poco l'anno. Gli anni di scuola sperata sono circa cinque. L'uranio va male, il prezzo del barile di petrolio è stato dimezzato, l'oro e altri minerali lasciano a desiderare. Le spese accresciute sono quelle della difesa per armare le guerre alle frontiere. Nel Mali, verso la Libia e sconfinando in Nigeria il cui nuovo presidente appare deciso a chiudere l'avventura di Boko Haram. E allora rimango i migranti come risorsa da sfruttare. Compagnie di viaggi, passeurs, trafficanti, mediatori, poliziotti, umanitari e persino giornalisti. L'industria che va.
Nel Niger la povertà si trova come a casa propria. Benvoluta e persino ricercata, cerca di rendersi utile coi mezzi limitati che possiede. Carestie, epidemie, siccità, piani strutturali e soprattutto la classe politica del Paese. Una specie di amore a prima vista l'ha legata alle agenzie umanitarie a cui va tutta la sua riconoscenza. Grazie a loro lei prosegue indisturbata il suo sogno. Rimanere a lungo in un paese che sente come suo. Una creatura di sabbia a lungo coltivata e custodita. Poche le velleità reali a cui ha dovuto fare fronte con diligenza e coerenza. Gli anni di disboscamento hanno finalmente creato ciò che cercava. L'amico deserto che avanza e scaccia gradualmente la terra fertile col vento secco che si perde lungo il fiume. I progetti di sviluppo non le fanno più paura. Ha capito dove vogliono arrivare e con loro c'è un'intesa di massima. Ognuno per la sua strada senza incontrarsi mai. Strade parallele come i binari irregolari della ferrovia che forse un giorno partirà.
La povertà si sente a suo agio anche a Niamey. Si limita ad osservare quello che accade ogni mattina con centinaia di bambini mendicanti ormai suoi complici. Tra le strade del centro come quella della periferia conosce i suoi clienti per nome e per professione. Sorride di nascosto quando le scuole sono chiuse perché nessuno paga i maestri. Osserva da lontano l'Ospedale Nazionale che organizza i decessi di chi non può pagare le cure. Si infiltra all'università dove tra la moschea, le classi, gli anfiteatri e gli orari, gli studenti non sanno a che docente votarsi. Sanno bene che alla fine del ciclo lei li aspetta per consolarli. La povertà è la fedele compagna quotidiana degli abitanti della capitale. Si contenta di poco. Una pioggia in ritardo, gli scarichi delle fognature, l'acqua potabile inesistente, e finalmente le misure di contrasto alla povertà e vulnerabilità. Quando il sistema programma e pianifica gli aiuti lei sa che ha un bell'avvenire davanti. E' ormai parte del paesaggio.
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Nel documento si parla di Paesi dallo sviluppo umano molto elevato. Poi quelli dallo sviluppo elevato. Seguono i paesi con un medio sviluppo umano. Chiudono la lista i paesi dallo sviluppo umano debole. L'indice ONU è stato stilato prendendo in esame tre fattori principali. Salute e longevità, accesso all'educazione e livello di vita decente. Nel Niger la speranza di vita si aggira sui 58 anni e la durata media della scuola passa di poco l'anno. Gli anni di scuola sperata sono circa cinque. L'uranio va male, il prezzo del barile di petrolio è stato dimezzato, l'oro e altri minerali lasciano a desiderare. Le spese accresciute sono quelle della difesa per armare le guerre alle frontiere. Nel Mali, verso la Libia e sconfinando in Nigeria il cui nuovo presidente appare deciso a chiudere l'avventura di Boko Haram. E allora rimango i migranti come risorsa da sfruttare. Compagnie di viaggi, passeurs, trafficanti, mediatori, poliziotti, umanitari e persino giornalisti. L'industria che va.
Nel Niger la povertà si trova come a casa propria. Benvoluta e persino ricercata, cerca di rendersi utile coi mezzi limitati che possiede. Carestie, epidemie, siccità, piani strutturali e soprattutto la classe politica del Paese. Una specie di amore a prima vista l'ha legata alle agenzie umanitarie a cui va tutta la sua riconoscenza. Grazie a loro lei prosegue indisturbata il suo sogno. Rimanere a lungo in un paese che sente come suo. Una creatura di sabbia a lungo coltivata e custodita. Poche le velleità reali a cui ha dovuto fare fronte con diligenza e coerenza. Gli anni di disboscamento hanno finalmente creato ciò che cercava. L'amico deserto che avanza e scaccia gradualmente la terra fertile col vento secco che si perde lungo il fiume. I progetti di sviluppo non le fanno più paura. Ha capito dove vogliono arrivare e con loro c'è un'intesa di massima. Ognuno per la sua strada senza incontrarsi mai. Strade parallele come i binari irregolari della ferrovia che forse un giorno partirà.
La povertà si sente a suo agio anche a Niamey. Si limita ad osservare quello che accade ogni mattina con centinaia di bambini mendicanti ormai suoi complici. Tra le strade del centro come quella della periferia conosce i suoi clienti per nome e per professione. Sorride di nascosto quando le scuole sono chiuse perché nessuno paga i maestri. Osserva da lontano l'Ospedale Nazionale che organizza i decessi di chi non può pagare le cure. Si infiltra all'università dove tra la moschea, le classi, gli anfiteatri e gli orari, gli studenti non sanno a che docente votarsi. Sanno bene che alla fine del ciclo lei li aspetta per consolarli. La povertà è la fedele compagna quotidiana degli abitanti della capitale. Si contenta di poco. Una pioggia in ritardo, gli scarichi delle fognature, l'acqua potabile inesistente, e finalmente le misure di contrasto alla povertà e vulnerabilità. Quando il sistema programma e pianifica gli aiuti lei sa che ha un bell'avvenire davanti. E' ormai parte del paesaggio.
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