Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2023

Turismo e rendita: l'Italia che ci attende fra 30 anni

Siamo nella torrida estate del 2053. Un turista indonesiano in visita a Firenze si affretta a rientrare al fresco del suo appartamento affittato per 500 euro a notte. Giunto in prossimità dell’ingresso, inciampa su una buca del marciapiede e si ferisce a una gamba. Non è grave, ma non può camminare e ha bisogno di cure mediche. Due turisti italiani di passaggio, originari di Palermo ma emigrati in Germania, accolgono il malcapitato a bordo della loro Volkswagen elettrica appena uscita dallo stabilimento di Zwickau e lo portano all’ospedale di Careggi, da anni proprietà del gruppo sanitario privato UnitedHealthcare. Al costo di 1000 euro, la ferita dell’infortunato viene guarita con dei punti applicati tramite un cobot progettato e costruito in Giappone.

Questa sembra la trama di un romanzo distopico, ma anche uno spaccato plausibile di ciò che potrebbe essere il nostro Paese fra 30+1 anni se si prosegue con le politiche di austerità e di finanziarizzazione dell’economia, con l’assenza di una politica industriale, con il prevalere degli interessi particolari su quelli generali. L’Italia distopica del 2053 è quella in cui il reddito pro capite rispetto alla principale economia mondiale si è ridotto a meno della metà (era circa di tre quarti nel 1991), in cui il tasso di disoccupazione giovanile si attesta sistematicamente al 50%, in cui ogni anno emigrano 250 mila persone (come avveniva negli anni ’50 del secolo precedente) e in cui oltre la metà della popolazione ha più di 65 anni.

Questo come risultato di una profonda trasformazione del sistema socio-economico. Da quella che sarebbe potuta essere una moderna economia della conoscenza trainata dall’investimento, dalla ricerca e dai saperi tecnico-scientifici impiegati nella produzione di beni e servizi innovativi, a una stagnante economia della rendita, concentrata sull’estrazione di valore da patrimoni finanziari e immobiliari (a loro volta la causa e l’effetto della recrudescenza delle disuguaglianze).

Il decantato Made in Italy rimane confinato alla manifattura a basso valore aggiunto (quindi a bassi salari) o a nicchie di produzione nei settori dell’abbigliamento e del cibo, che tuttavia non sono capaci di indurre effetti sistemici positivi per l’economia nel suo complesso. L’Italia che negli anni ’90 smise di produrre computer Olivetti e che negli anni ’10 cominciò a dismettere la produzione automobilistica della Fiat, nel 2053 ha perso anche tutto ciò che rimane. Come avvenuto nel trentennio precedente, nei successivi 31 anni la privatizzazione delle rimanenti grandi imprese a controllo pubblico, unita all’assenza di una strategia nazionale di politica industriale, ha comportato la sparizione completa delle produzioni aerospaziali, della cantieristica e dei semiconduttori.

Nel frattempo, il turismo internazionale ha stravolto la vita nei principali centri urbani: i prezzi degli affitti e delle case hanno raggiunto livelli insostenibili. Gli abitanti originari sono spinti fuori città, dove rientrano per lavorare nella ristorazione dopo ore di viaggio, poiché il trasporto pubblico è scarso a causa di decenni di sottofinanziamento. I proprietari delle abitazioni invece vedono accrescere il proprio patrimonio, mentre si è azzerato l’incentivo a investire il capitale disponibile in attività imprenditoriali di rischio.

Chi non può lavorare nei settori ancillari al turismo emigra, per cercare migliori prospettive di lavoro e di reddito, anche per il venir meno dello stato sociale universalistico che potrebbe garantire una pensione dignitosa ai genitori anziani e una scuola pubblica di qualità per i propri figli. I pochi cittadini italiani rimasti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione privata per la salute, mentre l’università pubblica è stata completamente soppiantata da una gestione privata con rette così alte da obbligare gli studenti a indebitarsi per pagare il costo degli studi.

L’Italia del 2022, che abbiamo cercato di dipingere nel libro 30+1 cifre che raccontano l’Italia, presenta già tutti gli elementi della futura traiettoria di declino del Paese. Sono molte le scelte politiche che andrebbero prese per invertire la rotta. Visto dal 2022, raddrizzare lo scenario distopico si scontra con un oggettivo pessimismo della ragione. Non rimane che ripartire dall’ottimismo della volontà di un noto personaggio italiano che nel 1961 sosteneva come “noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato”, aggiungendo che “per fare questo è necessario studiare, imparare e conoscere i problemi”. Il nostro libro è anche un modesto tentativo di seguire la strada indicata da Enrico Mattei.

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21/07/2023

Decrescita Italia: radiografia di un trentennio inglorioso

Non si scampa alle conversazioni da bar in cui qualcuno (normalmente di destra) se ne esce con “ci sono troppi laureati e pochi falegnami” oppure “l’Italia ha troppi dipendenti pubblici che non combinano niente”. Altri (normalmente di sinistra) moraleggiano che “l’immigrazione è un finto problema” o quanto sia “bello pagare le tasse”. In questo contesto, il libro di Guendalina Anzolin e Simone Gasperin (30+1 cifre che raccontano l’Italia) è un manualetto di resistenza ai luoghi comuni scritto in modo chirurgico da due “giovani” economisti appassionati del loro Paese e con studi in prestigiosi centri di ricerca britannici. Trentuno capitoli e altrettanti affreschi su economia e società italiana nel trentennio “inglorioso” seguito alla firma del trattato di Maastricht.

Il declino economico è ben rappresentato dal calo della ricchezza che rende quello italiano un caso più unico che raro nel mondo occidentale. Il 16 maggio del 1991 il Corriere titolava “Italia quarta potenza”, avendo superato la Gran Bretagna per Pil procapite: trent’anni dopo, era più basso in termini reali rispetto al 1990, accompagnato da una riduzione dei salari reali, diminuiti da allora al 2020 del 2,9 per cento. L’implosione è avvenuta in un quadro di politiche macroeconomiche improntante al raggiungimento di avanzi primari (lo Stato spende meno di quanto preleva da cittadini e imprese al netto degli interessi). Tra il 1991 al 2019 sono stati accumulati 819 miliardi di avanzi primari accompagnati da un’esplosione del debito, lievitato nel 2020 alla cifra record del 154% sul Pil. Il processo di “nanizzazione” industriale ha fatto sì che mentre nel 1990 l’Iri e l’Eni erano rispettivamente all’11° e al 18° posto tra le più grandi aziende al mondo secondo l’indice Fortune 500 (Enel era la terza azienda elettrica al mondo per fatturato, prima per clienti), trent’anni dopo le italiane siano scivolate in fondo alle classifiche. Pezzi pregiati dell’industria italiana, da Telecom a Pirelli sono stati venduti, trend proseguito oggi con Alitalia a Lufthansa. I soliti del bar diranno: “È la globalizzazione!”. Questo non spiega perché l’Italia sia precipitata al 15° posto della classifica Fortune per il numero di aziende annoverate mentre la Germania resti in 4ª posizione, la Francia in 5ª. Mentre la grande industria italiana sbiadisce, emerge con prepotenza il settore turistico che impiega il 19,2% di occupati in più che nella manifattura (crollata ulteriormente negli ultimi mesi del 7,2 per cento). Agli spingitori di B&B e “Open to Meraviglia”, gli autori rispondono con un’asciutta considerazione: “Questo ragionamento è tuttavia una trappola logica, smentita dall’esperienza storica dello sviluppo economico. I Paesi a più alto reddito sono quelli che hanno “forzato” i loro vantaggi comparati” investendo in settori ad alto valore aggiunto”.

Le difficoltà della grande impresa sono andate di pari passo a un tracollo degli indicatori sociali: il “lavoro povero” ha raggiunto il 12 per cento, il 14 per cento della popolazione vive oggi in condizioni di povertà relativa. Il settore pubblico, vessato da tagli lineari, è tra i più anemici nell’Ue. Alla spesa sanitaria sono stati sottratti 37 miliardi (in 10 anni chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza). Il disinvestimento nell’università ha fatto sì che solo il 9 per cento degli italiani compresi nella fascia tra i 24 e i 35 anni possieda un titolo di laurea o equivalente: l’Italia si ritrova in penultima posizione fra i Paesi OCSE (meglio solo del Messico, che però ha un Pil procapite tre volte inferiore). Le destre italiane, demonizzando l’intervento pubblico hanno contribuito alla crisi del sistema industriale e all’indebolimento delle strutture statuali. Le sinistre hanno pochi fiori all’occhiello. Per esempio l’immigrazione, lungi dall’essere un “non problema”, è una questione di portata epocale. Dal 1870 al 1971 l’Italia ha registrato un saldo migratorio costantemente negativo. A partire dal ‘72 la dinamica si è invertita e negli anni Duemila l’afflusso netto di immigrati è stato costante per 239mila ingressi all’anno. La popolazione non italiana è passata da appena 356.159 unità nel ‘91 agli oltre 5 milioni attuali. È avvenuto mentre la popolazione residente è diminuita per la prima volta nella storia unitaria nel 2021 (a 59 milioni), anche a causa di un deflusso verso l’estero che ha toccato quota 198mila nel 2020, portando la popolazione italiana residente all’estero al 13 per cento del totale (non solo giovani laureati, ma intere famiglie). Un cambiamento epocale.

Anche sulle tasse i numeri di Anzolin e Gasperin ci raccontano che pagarle non sempre è bello. L’Italia ha una pressione fiscale sul Pil (42,4 per cento) che è tra le più alte fra i Paesi Ocse, davanti alla Germania. Mentre è calata la progressività fiscale data dall’imposizione diretta, sono aumentate le imposte indirette come l’Iva (arrivata al 22 per cento) che gravano sui consumatori indipendentemente dal reddito, dunque sono socialmente regressive. Alcune tasse andrebbero alleggerite (ridurre l’Iva al livello pre-2011 contribuirebbe a controllare l’inflazione), altre andrebbero aumentate.

I mali dell’economia italiana sono noti, non da ieri. Competizione a basso costo, sottodimensionamento delle imprese, fratture territoriali, interazione con un vincolo esterno che ha imposto politiche macroeconomiche segnate da austerità e privatizzazioni. Se è insensato glorificare Berlusconi, protagonista del degrado economico e culturale del Paese, altrettanto fuori luogo sarebbe incensare le sinistre per il sostegno all’austerità, nonché per l’infatuazione per privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno arricchito percettori di dividendi italiani e non (anche nelle imprese partecipate dallo Stato il 40% dei dividendi va ad azionisti stranieri).

Come chiosa dei numeri forniti dagli autori, è giusto trarre due considerazioni. In primo luogo la retorica della “crescita”, fatta di flessibilità del lavoro, concorrenza sui prezzi, incentivi alle imprese, ha connotato in senso regressivo la contrazione del Pil. La “decrescita” andrebbe invece abbracciata come un dato di fatto di un mondo in cui emergono altre regioni industriali e in cui i limiti naturali all’espansione produttiva sono stati superati. Abbracciare la decrescita (o la “prosperità”, termine preferito da Bruno Latour) significherebbe orientare le scelte non tanto all’aumento del Pil, quanto al miglioramento della qualità della vita e alla transizione ecologica. Per esempio, rilanciando servizi pubblici più efficienti di quelli privati, intervenendo sulle produzioni industriali, riducendo gli orari di lavoro, redistribuendo ricchezza verso le fasce più povere (e meno responsabili dell’inquinamento), rilanciando l’economia pubblica nella gestione del settore energetico. Persino sul Financial Times è stato scritto che “i governi, non BlackRock, devono guidare questo nuovo Piano Marshall... massicce spese in deficit saranno necessarie, non un nuovo Etf”.

Un’altra questione riguarda l’immigrazione. L’idea che si possa cambiare di segno al declino italiano con ulteriori massicci innesti di manodopera non italiana a basso costo per spingere il Pil, o per equilibrare il sistema pensionistico, non tiene conto del cambiamento epocale già in atto, né delle conseguenze sociali, drammaticamente evidenti nel degrado delle periferie francesi. Ci sono ragioni di carattere morale per l’accoglienza, nonché di carattere politico e culturale sulle responsabilità che gli europei devono assumersi per l’epoca coloniale, ma la priorità dovrebbe andare internamente alla piena inclusione dei migranti (per esempio con l’apertura di nuove moschee), ed esternamente a una battaglia per modifiche strutturali dell’economia internazionale. Qualcosa come un vero “Piano Mattei” per l’Africa in cui soldi e risorse naturali restino lì, non le mosse predatorie che Eni-Meloni spacciano a nome del fondatore.

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