Un discorso elettorale. Un classico, nel genere. Vero è che le elezioni statunitensi ci sono già state all’inizio di novembre, un secolo fa... Ma The Donald – come Berlusconi, come il resto della destra internazionale – non può fare altro. Così come i suoi avversari sedicenti «democratici», del resto...
Ma una differenza c’è. I suoi discorsi elettorali sono molto meno vaghi, diretti, pieni di problemi reali ovviamente stravolti quanto basta per tornare utili. Il che li rende più potabili del vuoto ciacolare «democratico», quello che persino una non avversaria come Lilli Gruber ha dovuto qualche tempo fa recensire molto negativamente («ho ascoltato tutto il discorso – di Elly Schlein – e alla fine il foglio di appunti era vuoto»).
Nel primo discorso sullo «stato dell’Unione» della sua nuova presidenza, Trump ha potuto inserire una sola novità: il fatto che Zelenskij, solo tre giorni dopo lo strapazzo subito in diretta mondovisione, sembra aver accettato quel che prima rifiutava. Ovvero farsi dire da Trump come metter fine alla guerra, che gli piaccia o no la soluzione che verrà trovata.
Per certificare la sua buonafede, intanto, firmerà ad occhi chiusi il contratto che concede a società statunitensi l’esclusiva di sfruttamento delle (presunte, fin qui) «terre rare» ucraine.
Del resto, “Abbiamo ricevuto forti segnali dalla Russia, sono pronti per la pace. Non sarebbe bellissimo? Dobbiamo porre fine a questa guerra insensata”. Passare dalle disponibilità a trattare ai risultati concreti è in genere un processo lungo e travagliato, ma chissenefrega, diamolo per fatto e non se ne parli più...
Il resto è roba già metabolizzata. Anche i dazi, che pure stanno agitando parecchio le borse (europee e statunitense, bisogna dire; quelle asiatiche vanno benone, stamattina), sono ormai un argomento ripetuto fino alla noia.
Certo, Cina, Canada, Messico sono pronti a ritorsioni uguali e simmetriche, ma ai due confinanti Trump sconsiglia la mossa promettendo il raddoppio se oseranno reagire. Non c’è alcuna argomentazione «etica», come avrebbe fatto un Biden o un Obama. Solo «interesse nazionale» e una brutale potenza di fuoco superiore.
Trump ha promesso di guidare l’America verso quella che ha definito “la nuova età dell’oro”, potendo contare su una folla di creduloni che quotidianamente fanno i conti con l’impoverimento progressivo, che non sanno però spiegarsi.
Per ora funziona promettere contemporaneamente fortissimi tagli alla spesa pubblica – non solo agli «sprechi», per cui ha scelto di citare alcuni milioni fin qui destinati alla promozione dei diritti Lgbt+ nel Lesotho («un paese di cui nessuno ha sentito parlare») – e lo sconvolgimento del commercio mondiale, che lui stesso ammette «creerà qualche problema all’inizio» anche per i consumatori Usa.
Funziona perché la dinamica macroeconomica segue altre strade rispetto al tran tran quotidiano per arrivare a fine mese, e dunque si può promettere molto oggi con la certezza che quando la realtà comincerà a mordere molto sarà stato dimenticato.
Così i dazi possono essere presentati come “necessari per difendere i lavoratori americani” e rilanciare l’economia interna: “Per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati derubati da quasi tutti i paesi del mondo. Questo tempo è finito. Proteggeremo i posti di lavoro americani e l’anima del nostro Paese”, ha dichiarato.
Silenzio, ovviamente, sul fatto che i suoi amici delle multinazionali – primo fra tutti quell’Elon Musk che ha voluto ringraziare, citandolo, anche se le Tesla vengono da sempre costruite in Cina, mica a Detroit – quei «posti di lavoro» li hanno delocalizzati altrove già da decenni, desertificando industrialmente gli Usa.
Ha ammesso che questa politica potrebbe causare “qualche scompiglio” nel breve periodo, ma ha ribadito che il prezzo da pagare sarà ampiamente compensato dai benefici a lungo termine: “Non solo proteggeremo i lavoratori americani, ma proteggeremo l’anima della nostra nazione”.
Un’anima da solleticare con «successi» facili, come la «riconquista» del canale di Panama – in realtà venduto per 17,5 miliardi di dollari dalla cinese Hutchinson Wanpoa ad un un consorzio composto dalle società d’investimento statunitensi BlackRock e Global Infrastructure Partners (Gip) e dalla Terminal Investment Ltd (Til), gruppo con sede in Svizzera che fa capo alla compagnia marittima Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte.
Oppure con la promessa di prendersi la Groenlandia – anche lì, terre rare e altre risorse minerarie – ma pacificamente, comprando il consenso dei suoi pochi abitanti (meno di 60mila, quanto un piccolo quartiere di Roma) per un referendum che sancisca il passaggio della sovranità dalla Danimarca agli Stati Uniti.
E poi vai con la saga contro l’immigrazione – quasi una vendetta della Storia, per un paese fatto di immigrati responsabili del genocidio dei nativi – in un trionfo di dati falsi e luoghi comuni indimostrabili (“Negli ultimi quattro anni sono entrate negli Stati Uniti 21 milioni di persone, molte di loro assassini, trafficanti di esseri umani e membri delle gang”).
Con qualche scempiaggine clamorosa, come la costruzione di un Iron Dome (il sistema antimissile israeliano) per proteggere il confine meridionale, in quella che dipinge come una guerra senza quartiere contro i cartelli della droga messicani.
E qualche bestilità altrettanto clamorosa, come la pena di morte federale ripristinata come obbligatoria in caso di omicidio di un poliziotto o la fine del «politicamente corretto» (che è certamente una fogna di ipocrisia, ma difficile da abolire per decreto).
Ma non voleva essere un discorso realistico, nonostante abbia toccato diversi problemi concreti. Trump è in modalità elettoralistica h24. Parla per autocelebrarsi e far sognare gli spettatori: “Tenetevi pronti per un incredibile futuro, perché l’età dell’oro dell’America è appena cominciata e sarà come qualcosa che non si è mai visto. Dio vi benedica”.
E intanto beccatevi i licenziamenti, l’aumento dell’inflazione (come conseguenza immediata dei dazi) e un bel po’ di repressione in più se non ci credete.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2024
USA - Presidenziali ad alta tensione
Gli Stati Uniti – e non solo – tengono oggi il fiato sospeso in attesa della conclusione delle operazioni di voto per l’elezione del nuovo capo dello stato.
Nella giornata di ieri sono state rafforzate le misure di sicurezza in tutto il paese e soprattutto a Washington, dove barriere e recinzioni sono state erette intorno alla Casa Bianca, alla sede del Congresso e alle residenze dei due principali sfidanti. Nel centro della capitale federale anche le attività commerciali sono state chiuse a scopo precauzionale in previsione di possibili scontri o atti vandalici.
Trump grida già ai brogli
Sulle elezioni più militarizzate della storia statunitense gravano i vari tentativi di colpire il candidato repubblicano nelle scorse settimane. Ma il timore è soprattutto che Donald Trump non riconosca un’eventuale sconfitta – come del resto non ha mai riconosciuto quella del 2020 – e inciti gli ambienti dell’estrema destra ad occupare i palazzi del potere come avvenne nel gennaio del 2021 con l’assalto al Campidoglio.
Numerosi stati – a partire da Washington, Oregon e Nevada – hanno allertato già ieri la Guardia Nazionale per far fronte ad eventuali rivolte. Se si trovasse in svantaggio, il tycoon potrebbe comunque proclamare la propria vittoria ancor prima della conclusione dello spoglio elettorale, contestando i risultati ufficiali. D’altronde già ieri Donald Trump ha denunciato presunti brogli nella gestione e nel conteggio del voto anticipato in Pennsylvania, uno degli stati da cui dipenderà l’esito dello scontro.
«La Pennsylvania sta barando e la stanno cogliendo sul fatto, a livelli raramente visti in passato. Denunciate le frodi alle autorità. Le forze dell’ordine devono agire, ora!», ha scritto l’ex presidente sui social, mettendo in dubbio anche l’affidabilità del voto elettronico. Sempre ieri Trump ha affermato che «non avrebbe mai dovuto lasciare la presidenza» accusando i democratici di “rubare” le elezioni.
Da mesi il miliardario e i suoi ripetono al proprio elettorato che il vantaggio del repubblicano è schiacciante e che un risultato favorevole alla candidata democratica sarà possibile solo grazie a massicci brogli. Negli ultimi giorni le fake news sull’importazione di stranieri per votare Harris – con tanto di video di un immigrato haitiano in procinto di distruggere delle schede votate a favore di Trump – e sul presunto condizionamento del voto si sono moltiplicate nell’infosfera anche grazie alla tolleranza di Truth e di X, il social di Elon Musk che ha contribuito con centinaia di milioni di dollari alla campagna elettorale della destra radicale.
Record del voto anticipato
Forse proprio l’alto tasso di tensione, oltre che i pressanti inviti di Trump, hanno convinto moltissimi elettori ad avvalersi del voto anticipato e per corrispondenza; alla fine oltre 78 milioni di cittadini e cittadine hanno già espresso la propria indicazione. Se l’affluenza fosse simile a quella di quattro anni fa – il 66% dei 244 milioni di aventi diritto – oggi alle urne dovrebbero recarsi circa 84 milioni di persone, parte dei quali dovranno eleggere anche 13 governatori di altrettanti stati.
Anche l’ultimo scampolo di campagna elettorale i due candidati principali lo hanno dedicato agli “swing state”, gli stati “in bilico” – Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin – che probabilmente decideranno l’esito complessivo del voto visto che tutti i sondaggi danno Harris e Trump appaiati, con la prima in leggero vantaggio sul secondo.
La vicepresidente in carica ha mobilitato tutti i vip che è riuscita a convincere – da Jennifer Lopez a Beyoncé, da Ricky Martin a Bruce Springsteen, da Eva Longoria a Lady Gaga – sperando di smuovere elettori indecisi ma sensibili agli appelli delle star. Anche un gran numero di repubblicani hanno scelto di sostenere Kamala Harris, tra cui la figlia dell’ex inquilino della Casa Bianca George W. Bush, Barbara Pierce Bush, che si è unita a Liz Cheney e all’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger.
Un referendum pro o contro Trump
Le caratteristiche dello sfidante repubblicano e il timore di un ripetersi della violenza innescata da Trump tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 hanno di fatto trasformato la competizione elettorale in un referendum pro o contro il tycoon. Ma a sfidarsi sono due candidati che non generano particolari entusiasmi nell’elettorato.
Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos poll per Abc News, i due sfidanti sono giudicati come insoddisfacenti per il 60% del campione. Gli elettori di Trump sono leggermente più convinti rispetto a quelli di Harris (58 vs 61% di giudizi negativi).
Se la tardiva scelta della vicepresidente in sostituzione del “bollito” Joe Biden ha rivitalizzato il campo democratico, è anche vero che il profilo centrista e conformista della sfidante di Trump non sembra in grado di suscitare la mobilitazione di settori progressisti e radicali. La campagna elettorale non ha visto alcun protagonismo da parte dei Democratic Socialists of America, l’organizzazione politica di Bernie Sanders che già 4 anni fa decise di non supportare la candidatura di Biden e che a luglio ha revocato il sostegno ad Alexandra Ocasio-Cortez, giudicata troppo ambigua sul genocidio del popolo palestinese.
Un atteggiamento condiviso con la vicepresidente, che se pure promette in caso di vittoria di “riportare a casa gli ostaggi israeliani” e di assicurare la difesa dei diritti nazionali dei palestinesi non ha fatto altro, nelle ultime settimane, che assicurare un sostegno totale a Tel Aviv. Un atteggiamento che le ha inimicato una parte importante della comunità arabo-musulmana.
Se è vero che Kamala Harris ha scelto un esponente dell’ala progressista del Partito Democratico come Tim Walz (sostenitore dei diritti civili ma anche del diritto degli americani di portare armi) come suo vice in caso di vittoria, è evidente il suo tentativo di rincorrere a destra l’agenda trumpiana per cercare di conquistare l’elettorato repubblicano moderato. Se ci riuscirà si capirà nei prossimi giorni dall’analisi dei flussi elettorali.
Il focus su economia e immigrazione
Invece è già certo che settori di classe operaia tradizionalmente democratici (soprattutto quelli con un livello di istruzione inferiore) e porzioni sempre più consistenti delle minoranze etniche sceglieranno di votare per il candidato populista di destra, attirati dalle sue promesse in campo economico e dalle sue rassicurazioni sull’aumento della repressione contro la piccola criminalità. I dati sulla disoccupazione sono molto bassi, ma l’inflazione degli ultimi anni – anche se ridiscesa intorno all’1% – ha eroso una porzione consistente del potere d’acquisto di salari e pensioni, indispettendo la working class bianca e non solo.
D’altronde, stando a un recente sondaggio, per gli elettori la priorità non è rappresentata tanto dalle proposte sull’aborto, sui diritti civili o sulla politica estera, ma dalle proposte sull’economia e in seconda battuta sull’immigrazione.
In un comizio in North Carolina, ieri Donald Trump ha minacciato di imporre una tariffa del 25% su tutte le importazioni dal Messico se il paese «non fermerà l’assalto» dei migranti al confine.
Alle sparate del repubblicano Kamala Harris risponde con la promessa di ridurre le tasse alla classe media aumentandole nel contempo sui grandi patrimoni, dando l’impressione di non avere una proposta forte e di barcamenarsi con messaggi ambigui e contraddittori.
Intanto il miliardario ha già fatto trapelare i nomi di alcuni dei suoi ministri all’interno di un eventuale esecutivo molto “Maga” (dal suo slogan “Make America Great Again”) composto da falchi e fedelissimi e che include naturalmente Elon Musk.
L’ex procuratrice invece ha promesso l’inclusione di un esponente repubblicano in una sua eventuale compagine di governo, una certa discontinuità rispetto al mandato di Biden e la presenza di un numero maggiore di donne.
Fonte
Trump grida già ai brogli
Sulle elezioni più militarizzate della storia statunitense gravano i vari tentativi di colpire il candidato repubblicano nelle scorse settimane. Ma il timore è soprattutto che Donald Trump non riconosca un’eventuale sconfitta – come del resto non ha mai riconosciuto quella del 2020 – e inciti gli ambienti dell’estrema destra ad occupare i palazzi del potere come avvenne nel gennaio del 2021 con l’assalto al Campidoglio.
Numerosi stati – a partire da Washington, Oregon e Nevada – hanno allertato già ieri la Guardia Nazionale per far fronte ad eventuali rivolte. Se si trovasse in svantaggio, il tycoon potrebbe comunque proclamare la propria vittoria ancor prima della conclusione dello spoglio elettorale, contestando i risultati ufficiali. D’altronde già ieri Donald Trump ha denunciato presunti brogli nella gestione e nel conteggio del voto anticipato in Pennsylvania, uno degli stati da cui dipenderà l’esito dello scontro.
«La Pennsylvania sta barando e la stanno cogliendo sul fatto, a livelli raramente visti in passato. Denunciate le frodi alle autorità. Le forze dell’ordine devono agire, ora!», ha scritto l’ex presidente sui social, mettendo in dubbio anche l’affidabilità del voto elettronico. Sempre ieri Trump ha affermato che «non avrebbe mai dovuto lasciare la presidenza» accusando i democratici di “rubare” le elezioni.
Da mesi il miliardario e i suoi ripetono al proprio elettorato che il vantaggio del repubblicano è schiacciante e che un risultato favorevole alla candidata democratica sarà possibile solo grazie a massicci brogli. Negli ultimi giorni le fake news sull’importazione di stranieri per votare Harris – con tanto di video di un immigrato haitiano in procinto di distruggere delle schede votate a favore di Trump – e sul presunto condizionamento del voto si sono moltiplicate nell’infosfera anche grazie alla tolleranza di Truth e di X, il social di Elon Musk che ha contribuito con centinaia di milioni di dollari alla campagna elettorale della destra radicale.
Record del voto anticipato
Forse proprio l’alto tasso di tensione, oltre che i pressanti inviti di Trump, hanno convinto moltissimi elettori ad avvalersi del voto anticipato e per corrispondenza; alla fine oltre 78 milioni di cittadini e cittadine hanno già espresso la propria indicazione. Se l’affluenza fosse simile a quella di quattro anni fa – il 66% dei 244 milioni di aventi diritto – oggi alle urne dovrebbero recarsi circa 84 milioni di persone, parte dei quali dovranno eleggere anche 13 governatori di altrettanti stati.
Anche l’ultimo scampolo di campagna elettorale i due candidati principali lo hanno dedicato agli “swing state”, gli stati “in bilico” – Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin – che probabilmente decideranno l’esito complessivo del voto visto che tutti i sondaggi danno Harris e Trump appaiati, con la prima in leggero vantaggio sul secondo.
La vicepresidente in carica ha mobilitato tutti i vip che è riuscita a convincere – da Jennifer Lopez a Beyoncé, da Ricky Martin a Bruce Springsteen, da Eva Longoria a Lady Gaga – sperando di smuovere elettori indecisi ma sensibili agli appelli delle star. Anche un gran numero di repubblicani hanno scelto di sostenere Kamala Harris, tra cui la figlia dell’ex inquilino della Casa Bianca George W. Bush, Barbara Pierce Bush, che si è unita a Liz Cheney e all’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger.
Un referendum pro o contro Trump
Le caratteristiche dello sfidante repubblicano e il timore di un ripetersi della violenza innescata da Trump tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 hanno di fatto trasformato la competizione elettorale in un referendum pro o contro il tycoon. Ma a sfidarsi sono due candidati che non generano particolari entusiasmi nell’elettorato.
Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos poll per Abc News, i due sfidanti sono giudicati come insoddisfacenti per il 60% del campione. Gli elettori di Trump sono leggermente più convinti rispetto a quelli di Harris (58 vs 61% di giudizi negativi).
Se la tardiva scelta della vicepresidente in sostituzione del “bollito” Joe Biden ha rivitalizzato il campo democratico, è anche vero che il profilo centrista e conformista della sfidante di Trump non sembra in grado di suscitare la mobilitazione di settori progressisti e radicali. La campagna elettorale non ha visto alcun protagonismo da parte dei Democratic Socialists of America, l’organizzazione politica di Bernie Sanders che già 4 anni fa decise di non supportare la candidatura di Biden e che a luglio ha revocato il sostegno ad Alexandra Ocasio-Cortez, giudicata troppo ambigua sul genocidio del popolo palestinese.
Un atteggiamento condiviso con la vicepresidente, che se pure promette in caso di vittoria di “riportare a casa gli ostaggi israeliani” e di assicurare la difesa dei diritti nazionali dei palestinesi non ha fatto altro, nelle ultime settimane, che assicurare un sostegno totale a Tel Aviv. Un atteggiamento che le ha inimicato una parte importante della comunità arabo-musulmana.
Se è vero che Kamala Harris ha scelto un esponente dell’ala progressista del Partito Democratico come Tim Walz (sostenitore dei diritti civili ma anche del diritto degli americani di portare armi) come suo vice in caso di vittoria, è evidente il suo tentativo di rincorrere a destra l’agenda trumpiana per cercare di conquistare l’elettorato repubblicano moderato. Se ci riuscirà si capirà nei prossimi giorni dall’analisi dei flussi elettorali.
Il focus su economia e immigrazione
Invece è già certo che settori di classe operaia tradizionalmente democratici (soprattutto quelli con un livello di istruzione inferiore) e porzioni sempre più consistenti delle minoranze etniche sceglieranno di votare per il candidato populista di destra, attirati dalle sue promesse in campo economico e dalle sue rassicurazioni sull’aumento della repressione contro la piccola criminalità. I dati sulla disoccupazione sono molto bassi, ma l’inflazione degli ultimi anni – anche se ridiscesa intorno all’1% – ha eroso una porzione consistente del potere d’acquisto di salari e pensioni, indispettendo la working class bianca e non solo.
D’altronde, stando a un recente sondaggio, per gli elettori la priorità non è rappresentata tanto dalle proposte sull’aborto, sui diritti civili o sulla politica estera, ma dalle proposte sull’economia e in seconda battuta sull’immigrazione.
In un comizio in North Carolina, ieri Donald Trump ha minacciato di imporre una tariffa del 25% su tutte le importazioni dal Messico se il paese «non fermerà l’assalto» dei migranti al confine.
Alle sparate del repubblicano Kamala Harris risponde con la promessa di ridurre le tasse alla classe media aumentandole nel contempo sui grandi patrimoni, dando l’impressione di non avere una proposta forte e di barcamenarsi con messaggi ambigui e contraddittori.
Intanto il miliardario ha già fatto trapelare i nomi di alcuni dei suoi ministri all’interno di un eventuale esecutivo molto “Maga” (dal suo slogan “Make America Great Again”) composto da falchi e fedelissimi e che include naturalmente Elon Musk.
L’ex procuratrice invece ha promesso l’inclusione di un esponente repubblicano in una sua eventuale compagine di governo, una certa discontinuità rispetto al mandato di Biden e la presenza di un numero maggiore di donne.
Fonte
21/12/2023
Macron con Le Pen, contro l’immigrazione
Alla fine il vero volto della “macronie” è venuto fuori. La nuova legge sull’immigrazione è stata approvata nella notte tra martedì e mercoledì solo grazie ai voti del Rassemblemnt Nationale di Marine Le Pen.
Una legge “leghista”, a voler essere ‘neutri’, perché afferma senza troppe mezze misure che Oltralpe si è affermata la parola d’ordine “prima i francesi”.
In concreto, gli stranieri pur se in situazione regolare dovranno provare di essere residenti in Francia da almeno cinque anni per usufruire degli aiuti alla famiglia e all’alloggio.
Inoltre i ricongiungimenti famigliari diventano molto più difficili, nel tentativo di limitare al massimo l’aumento della popolazione proveniente dalle ex colonie.
Persino gli studenti che non provengono da paesi Ue dovranno versare una cauzione — quasi un “anticipo” sulle spese di rimpatrio — per ottenere il primo titolo di soggiorno. Qui sembra prevalere il principio “prima gli europei bianchi”...
Ma addirittura il ritrovarsi in Francia “in una situazione irregolare” diventa un “reato”. I criteri per ottenere la nazionalità in base allo ius soli vengono ristretti fin quasi a farla diventare impossibile.
L’opposizione di sinistra (socialisti, comunisti e La France Insoumise) ha protestato a lungo, nell’Assemblea Nazionale, innalzando i cartelli “Libertè, egualitè, fraternitè”, ossia i tre principi identitari della Francia repubblicana, chiaramente violentati da questa legge parafascista.
Si è così aperta una crisi interna alla maggioranza “a geometria variabile” che consente a Macron di governare anche se non ha una propria maggioranza in Parlamento. I voti necessari a far passare le leggi gli arrivano infatti in genere dai gollisti, ma sempre più spesso anche dalla Le Pen.
Questa volta la spaccatura è diventata palese, visto che gli sono venuti a mancare 59 dei 251 voti di cui disponeva, e solo il “soccorso nero” ha garantito l’approvazione.
Il ministro della sanità, Aurélien Rousseau, si è dimesso e quello dei Trasporti, Clement Beaune, potrebbe presto seguirlo.
È la fine, speriamo, di quel mantra idiota che tanta disgrazia ha portato anche alla “sinistra” italiana. Quello per cui si doveva e poteva votare qualsiasi disgraziato pur di “sbarrare la strada” ai fascisti.
In Francia come in Italia questo percorso ha portato proprio i fascisti ad imporsi. Qui da noi, direttamente. In Francia con la vittoria, per ora, solo “culturale”. Che significa poi fare – come governi liberal-liberisti – tutto quello che i fascisti propongono.
Fonte
Una legge “leghista”, a voler essere ‘neutri’, perché afferma senza troppe mezze misure che Oltralpe si è affermata la parola d’ordine “prima i francesi”.
In concreto, gli stranieri pur se in situazione regolare dovranno provare di essere residenti in Francia da almeno cinque anni per usufruire degli aiuti alla famiglia e all’alloggio.
Inoltre i ricongiungimenti famigliari diventano molto più difficili, nel tentativo di limitare al massimo l’aumento della popolazione proveniente dalle ex colonie.
Persino gli studenti che non provengono da paesi Ue dovranno versare una cauzione — quasi un “anticipo” sulle spese di rimpatrio — per ottenere il primo titolo di soggiorno. Qui sembra prevalere il principio “prima gli europei bianchi”...
Ma addirittura il ritrovarsi in Francia “in una situazione irregolare” diventa un “reato”. I criteri per ottenere la nazionalità in base allo ius soli vengono ristretti fin quasi a farla diventare impossibile.
L’opposizione di sinistra (socialisti, comunisti e La France Insoumise) ha protestato a lungo, nell’Assemblea Nazionale, innalzando i cartelli “Libertè, egualitè, fraternitè”, ossia i tre principi identitari della Francia repubblicana, chiaramente violentati da questa legge parafascista.
Si è così aperta una crisi interna alla maggioranza “a geometria variabile” che consente a Macron di governare anche se non ha una propria maggioranza in Parlamento. I voti necessari a far passare le leggi gli arrivano infatti in genere dai gollisti, ma sempre più spesso anche dalla Le Pen.
Questa volta la spaccatura è diventata palese, visto che gli sono venuti a mancare 59 dei 251 voti di cui disponeva, e solo il “soccorso nero” ha garantito l’approvazione.
Il ministro della sanità, Aurélien Rousseau, si è dimesso e quello dei Trasporti, Clement Beaune, potrebbe presto seguirlo.
È la fine, speriamo, di quel mantra idiota che tanta disgrazia ha portato anche alla “sinistra” italiana. Quello per cui si doveva e poteva votare qualsiasi disgraziato pur di “sbarrare la strada” ai fascisti.
In Francia come in Italia questo percorso ha portato proprio i fascisti ad imporsi. Qui da noi, direttamente. In Francia con la vittoria, per ora, solo “culturale”. Che significa poi fare – come governi liberal-liberisti – tutto quello che i fascisti propongono.
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27/09/2023
Immigrazione - Cauzione impossibile: la norma non ha vie d’uscita
La cauzione di 5mila euro che i richiedenti asilo dovrebbero garantire per evitare il trattenimento è stata pensata dal governo italiano come una trappola senza vie d’uscita. Anche per questo rischia di essere bocciata dall’Europa, nonostante l’esecutivo sostenga che sia il recepimento di una direttiva Ue.
Vediamo perché. Il decreto interministeriale Interno-Giustizia-Economia pubblicato venerdì scorso, che dà attuazione alla «legge Cutro», stabilisce che: «La garanzia finanziaria è prestata in un’unica soluzione mediante fideiussione bancaria o polizza fideiussoria assicurativa ed è individuale e non può essere versata in conto terzi».
Non basta dunque avere 5mila euro, è necessaria una fideiussione «che deve essere prestata entro il termine in cui sono effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico». Al momento non si ha notizia dell’apertura di sportelli bancari o filiali assicurative negli hotspot.
Non solo, se anche ci fossero il richiedente asilo in possesso del denaro o persino di un conto-deposito valido nel circuito internazionale dovrebbe comunque avere un documento di identità valido per stipulare la fideiussione.
Se avesse quel documento, però, la fideiussione sarebbe inutile. Infatti il trattenimento «può essere disposto qualora il richiedente non abbia consegnato il passaporto o altro documento equipollente in corso di validità, ovvero non presti idonea garanzia finanziaria».
Lo stabilisce l’articolo 6 bis del decreto legislativo 142/2015, cui quello interministeriale dello scorso fine settimana si rifà, che disciplina la detenzione dei richiedenti asilo provenienti dai paesi che l’Italia considera sicuri o di quelli che hanno tentato di eludere i controlli in frontiera.
Cioè i due casi in cui si applica la nuova misura del governo Meloni. Riassumendo: se hai il passaporto non serve la garanzia finanziaria, ma se non ce l’hai non puoi stipulare la fideiussione richiesta. Anche perché il governo ha esplicitamente escluso che questa possa essere versata da terzi.
Appena 24 ore dopo la pubblicazione del decreto interministeriale e l’esplosione del caso la destra ha scaricato tutta la colpa sull’Ue. «È il recepimento di una direttiva europea», ha dichiarato sabato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Lo stesso giorno il presidente del gruppo Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan, rispondendo alle opposizioni, ha scritto su X: «È l’applicazione della direttiva Ue 2013/33/UE articolo 8 comma 4».
Proprio lì bisogna andare a guardare per capire perché l’unica responsabilità di questa misura è del governo. In quel punto la norma tratta le «disposizioni alternative al trattenimento», ma ne prevede tre: «l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria o l’obbligo di dimorare in un luogo assegnato».
Sono stati i ministri italiani, dunque, a scegliere di prevedere solo la possibilità più restrittiva e lontana dagli ordinamenti giuridici diversi da quelli anglosassoni di Common Law (dove esiste la cauzione, ma può anche essere pagata da terzi).
La norma del governo, poi, è estremamente generica e tradisce lo spirito della direttiva europea secondo cui la privazione della libertà personale del richiedente asilo deve essere l’extrema ratio.
Infatti ieri la portavoce della Commissione Anita Hipper ha comunicato che la misura del governo Meloni sarà valutata a livello comunitario. Perché se è vero che il diritto Ue prevede la garanzia finanziaria questa possibilità, ha detto Hipper, deve valere «sulla base di una valutazione individuale» e «superare la verifica di proporzionalità»
«Mi meraviglio che non abbiano neanche il coraggio delle loro scelte e scarichino la responsabilità sulla Commissione – afferma il senatore Pd Antonio Nicita – Il senso della direttiva è stato capovolto perché il governo italiano ha previsto il trattenimento in modo estremamente ampio, mentre la norma Ue stabilisce che si può applicare solo nei casi estremi».
Questa vicenda, in ogni caso, va separata da quella dei Cpr: il contemporaneo aumento del periodo massimo di detenzione a 18 mesi e l’appalto alla Difesa per la costruzione di nuovi centri ha confuso le acque, ma si tratta di questioni distinte.
La cauzione, infatti, riguarda le cosiddette «procedure d’asilo accelerate in frontiera». Queste erano già previste dall’ordinamento italiano, ma il dl Cutro ha introdotto una grossa novità che prima non era contemplata: «la possibilità di trattenere i richiedenti asilo durante questo tipo di iter», spiega Loredana Leo, avvocata dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).
Obiettivo del governo è rinchiudere i richiedenti asilo provenienti dai paesi che l’Italia ritiene sicuri e con cui ha accordi bilaterali di rimpatrio per rispedirli a casa a tempo di record.
Fonte
Vediamo perché. Il decreto interministeriale Interno-Giustizia-Economia pubblicato venerdì scorso, che dà attuazione alla «legge Cutro», stabilisce che: «La garanzia finanziaria è prestata in un’unica soluzione mediante fideiussione bancaria o polizza fideiussoria assicurativa ed è individuale e non può essere versata in conto terzi».
Non basta dunque avere 5mila euro, è necessaria una fideiussione «che deve essere prestata entro il termine in cui sono effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico». Al momento non si ha notizia dell’apertura di sportelli bancari o filiali assicurative negli hotspot.
Non solo, se anche ci fossero il richiedente asilo in possesso del denaro o persino di un conto-deposito valido nel circuito internazionale dovrebbe comunque avere un documento di identità valido per stipulare la fideiussione.
Se avesse quel documento, però, la fideiussione sarebbe inutile. Infatti il trattenimento «può essere disposto qualora il richiedente non abbia consegnato il passaporto o altro documento equipollente in corso di validità, ovvero non presti idonea garanzia finanziaria».
Lo stabilisce l’articolo 6 bis del decreto legislativo 142/2015, cui quello interministeriale dello scorso fine settimana si rifà, che disciplina la detenzione dei richiedenti asilo provenienti dai paesi che l’Italia considera sicuri o di quelli che hanno tentato di eludere i controlli in frontiera.
Cioè i due casi in cui si applica la nuova misura del governo Meloni. Riassumendo: se hai il passaporto non serve la garanzia finanziaria, ma se non ce l’hai non puoi stipulare la fideiussione richiesta. Anche perché il governo ha esplicitamente escluso che questa possa essere versata da terzi.
Appena 24 ore dopo la pubblicazione del decreto interministeriale e l’esplosione del caso la destra ha scaricato tutta la colpa sull’Ue. «È il recepimento di una direttiva europea», ha dichiarato sabato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Lo stesso giorno il presidente del gruppo Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan, rispondendo alle opposizioni, ha scritto su X: «È l’applicazione della direttiva Ue 2013/33/UE articolo 8 comma 4».
Proprio lì bisogna andare a guardare per capire perché l’unica responsabilità di questa misura è del governo. In quel punto la norma tratta le «disposizioni alternative al trattenimento», ma ne prevede tre: «l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria o l’obbligo di dimorare in un luogo assegnato».
Sono stati i ministri italiani, dunque, a scegliere di prevedere solo la possibilità più restrittiva e lontana dagli ordinamenti giuridici diversi da quelli anglosassoni di Common Law (dove esiste la cauzione, ma può anche essere pagata da terzi).
La norma del governo, poi, è estremamente generica e tradisce lo spirito della direttiva europea secondo cui la privazione della libertà personale del richiedente asilo deve essere l’extrema ratio.
Infatti ieri la portavoce della Commissione Anita Hipper ha comunicato che la misura del governo Meloni sarà valutata a livello comunitario. Perché se è vero che il diritto Ue prevede la garanzia finanziaria questa possibilità, ha detto Hipper, deve valere «sulla base di una valutazione individuale» e «superare la verifica di proporzionalità»
«Mi meraviglio che non abbiano neanche il coraggio delle loro scelte e scarichino la responsabilità sulla Commissione – afferma il senatore Pd Antonio Nicita – Il senso della direttiva è stato capovolto perché il governo italiano ha previsto il trattenimento in modo estremamente ampio, mentre la norma Ue stabilisce che si può applicare solo nei casi estremi».
Questa vicenda, in ogni caso, va separata da quella dei Cpr: il contemporaneo aumento del periodo massimo di detenzione a 18 mesi e l’appalto alla Difesa per la costruzione di nuovi centri ha confuso le acque, ma si tratta di questioni distinte.
La cauzione, infatti, riguarda le cosiddette «procedure d’asilo accelerate in frontiera». Queste erano già previste dall’ordinamento italiano, ma il dl Cutro ha introdotto una grossa novità che prima non era contemplata: «la possibilità di trattenere i richiedenti asilo durante questo tipo di iter», spiega Loredana Leo, avvocata dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).
Obiettivo del governo è rinchiudere i richiedenti asilo provenienti dai paesi che l’Italia ritiene sicuri e con cui ha accordi bilaterali di rimpatrio per rispedirli a casa a tempo di record.
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21/07/2023
Decrescita Italia: radiografia di un trentennio inglorioso
Non si scampa alle conversazioni da bar in cui qualcuno (normalmente di destra) se ne esce con “ci sono troppi laureati e pochi falegnami” oppure “l’Italia ha troppi dipendenti pubblici che non combinano niente”. Altri (normalmente di sinistra) moraleggiano che “l’immigrazione è un finto problema” o quanto sia “bello pagare le tasse”. In questo contesto, il libro di Guendalina Anzolin e Simone Gasperin (30+1 cifre che raccontano l’Italia) è un manualetto di resistenza ai luoghi comuni scritto in modo chirurgico da due “giovani” economisti appassionati del loro Paese e con studi in prestigiosi centri di ricerca britannici. Trentuno capitoli e altrettanti affreschi su economia e società italiana nel trentennio “inglorioso” seguito alla firma del trattato di Maastricht.
Il declino economico è ben rappresentato dal calo della ricchezza che rende quello italiano un caso più unico che raro nel mondo occidentale. Il 16 maggio del 1991 il Corriere titolava “Italia quarta potenza”, avendo superato la Gran Bretagna per Pil procapite: trent’anni dopo, era più basso in termini reali rispetto al 1990, accompagnato da una riduzione dei salari reali, diminuiti da allora al 2020 del 2,9 per cento. L’implosione è avvenuta in un quadro di politiche macroeconomiche improntante al raggiungimento di avanzi primari (lo Stato spende meno di quanto preleva da cittadini e imprese al netto degli interessi). Tra il 1991 al 2019 sono stati accumulati 819 miliardi di avanzi primari accompagnati da un’esplosione del debito, lievitato nel 2020 alla cifra record del 154% sul Pil. Il processo di “nanizzazione” industriale ha fatto sì che mentre nel 1990 l’Iri e l’Eni erano rispettivamente all’11° e al 18° posto tra le più grandi aziende al mondo secondo l’indice Fortune 500 (Enel era la terza azienda elettrica al mondo per fatturato, prima per clienti), trent’anni dopo le italiane siano scivolate in fondo alle classifiche. Pezzi pregiati dell’industria italiana, da Telecom a Pirelli sono stati venduti, trend proseguito oggi con Alitalia a Lufthansa. I soliti del bar diranno: “È la globalizzazione!”. Questo non spiega perché l’Italia sia precipitata al 15° posto della classifica Fortune per il numero di aziende annoverate mentre la Germania resti in 4ª posizione, la Francia in 5ª. Mentre la grande industria italiana sbiadisce, emerge con prepotenza il settore turistico che impiega il 19,2% di occupati in più che nella manifattura (crollata ulteriormente negli ultimi mesi del 7,2 per cento). Agli spingitori di B&B e “Open to Meraviglia”, gli autori rispondono con un’asciutta considerazione: “Questo ragionamento è tuttavia una trappola logica, smentita dall’esperienza storica dello sviluppo economico. I Paesi a più alto reddito sono quelli che hanno “forzato” i loro vantaggi comparati” investendo in settori ad alto valore aggiunto”.
Le difficoltà della grande impresa sono andate di pari passo a un tracollo degli indicatori sociali: il “lavoro povero” ha raggiunto il 12 per cento, il 14 per cento della popolazione vive oggi in condizioni di povertà relativa. Il settore pubblico, vessato da tagli lineari, è tra i più anemici nell’Ue. Alla spesa sanitaria sono stati sottratti 37 miliardi (in 10 anni chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza). Il disinvestimento nell’università ha fatto sì che solo il 9 per cento degli italiani compresi nella fascia tra i 24 e i 35 anni possieda un titolo di laurea o equivalente: l’Italia si ritrova in penultima posizione fra i Paesi OCSE (meglio solo del Messico, che però ha un Pil procapite tre volte inferiore). Le destre italiane, demonizzando l’intervento pubblico hanno contribuito alla crisi del sistema industriale e all’indebolimento delle strutture statuali. Le sinistre hanno pochi fiori all’occhiello. Per esempio l’immigrazione, lungi dall’essere un “non problema”, è una questione di portata epocale. Dal 1870 al 1971 l’Italia ha registrato un saldo migratorio costantemente negativo. A partire dal ‘72 la dinamica si è invertita e negli anni Duemila l’afflusso netto di immigrati è stato costante per 239mila ingressi all’anno. La popolazione non italiana è passata da appena 356.159 unità nel ‘91 agli oltre 5 milioni attuali. È avvenuto mentre la popolazione residente è diminuita per la prima volta nella storia unitaria nel 2021 (a 59 milioni), anche a causa di un deflusso verso l’estero che ha toccato quota 198mila nel 2020, portando la popolazione italiana residente all’estero al 13 per cento del totale (non solo giovani laureati, ma intere famiglie). Un cambiamento epocale.
Anche sulle tasse i numeri di Anzolin e Gasperin ci raccontano che pagarle non sempre è bello. L’Italia ha una pressione fiscale sul Pil (42,4 per cento) che è tra le più alte fra i Paesi Ocse, davanti alla Germania. Mentre è calata la progressività fiscale data dall’imposizione diretta, sono aumentate le imposte indirette come l’Iva (arrivata al 22 per cento) che gravano sui consumatori indipendentemente dal reddito, dunque sono socialmente regressive. Alcune tasse andrebbero alleggerite (ridurre l’Iva al livello pre-2011 contribuirebbe a controllare l’inflazione), altre andrebbero aumentate.
I mali dell’economia italiana sono noti, non da ieri. Competizione a basso costo, sottodimensionamento delle imprese, fratture territoriali, interazione con un vincolo esterno che ha imposto politiche macroeconomiche segnate da austerità e privatizzazioni. Se è insensato glorificare Berlusconi, protagonista del degrado economico e culturale del Paese, altrettanto fuori luogo sarebbe incensare le sinistre per il sostegno all’austerità, nonché per l’infatuazione per privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno arricchito percettori di dividendi italiani e non (anche nelle imprese partecipate dallo Stato il 40% dei dividendi va ad azionisti stranieri).
Come chiosa dei numeri forniti dagli autori, è giusto trarre due considerazioni. In primo luogo la retorica della “crescita”, fatta di flessibilità del lavoro, concorrenza sui prezzi, incentivi alle imprese, ha connotato in senso regressivo la contrazione del Pil. La “decrescita” andrebbe invece abbracciata come un dato di fatto di un mondo in cui emergono altre regioni industriali e in cui i limiti naturali all’espansione produttiva sono stati superati. Abbracciare la decrescita (o la “prosperità”, termine preferito da Bruno Latour) significherebbe orientare le scelte non tanto all’aumento del Pil, quanto al miglioramento della qualità della vita e alla transizione ecologica. Per esempio, rilanciando servizi pubblici più efficienti di quelli privati, intervenendo sulle produzioni industriali, riducendo gli orari di lavoro, redistribuendo ricchezza verso le fasce più povere (e meno responsabili dell’inquinamento), rilanciando l’economia pubblica nella gestione del settore energetico. Persino sul Financial Times è stato scritto che “i governi, non BlackRock, devono guidare questo nuovo Piano Marshall... massicce spese in deficit saranno necessarie, non un nuovo Etf”.
Un’altra questione riguarda l’immigrazione. L’idea che si possa cambiare di segno al declino italiano con ulteriori massicci innesti di manodopera non italiana a basso costo per spingere il Pil, o per equilibrare il sistema pensionistico, non tiene conto del cambiamento epocale già in atto, né delle conseguenze sociali, drammaticamente evidenti nel degrado delle periferie francesi. Ci sono ragioni di carattere morale per l’accoglienza, nonché di carattere politico e culturale sulle responsabilità che gli europei devono assumersi per l’epoca coloniale, ma la priorità dovrebbe andare internamente alla piena inclusione dei migranti (per esempio con l’apertura di nuove moschee), ed esternamente a una battaglia per modifiche strutturali dell’economia internazionale. Qualcosa come un vero “Piano Mattei” per l’Africa in cui soldi e risorse naturali restino lì, non le mosse predatorie che Eni-Meloni spacciano a nome del fondatore.
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Il declino economico è ben rappresentato dal calo della ricchezza che rende quello italiano un caso più unico che raro nel mondo occidentale. Il 16 maggio del 1991 il Corriere titolava “Italia quarta potenza”, avendo superato la Gran Bretagna per Pil procapite: trent’anni dopo, era più basso in termini reali rispetto al 1990, accompagnato da una riduzione dei salari reali, diminuiti da allora al 2020 del 2,9 per cento. L’implosione è avvenuta in un quadro di politiche macroeconomiche improntante al raggiungimento di avanzi primari (lo Stato spende meno di quanto preleva da cittadini e imprese al netto degli interessi). Tra il 1991 al 2019 sono stati accumulati 819 miliardi di avanzi primari accompagnati da un’esplosione del debito, lievitato nel 2020 alla cifra record del 154% sul Pil. Il processo di “nanizzazione” industriale ha fatto sì che mentre nel 1990 l’Iri e l’Eni erano rispettivamente all’11° e al 18° posto tra le più grandi aziende al mondo secondo l’indice Fortune 500 (Enel era la terza azienda elettrica al mondo per fatturato, prima per clienti), trent’anni dopo le italiane siano scivolate in fondo alle classifiche. Pezzi pregiati dell’industria italiana, da Telecom a Pirelli sono stati venduti, trend proseguito oggi con Alitalia a Lufthansa. I soliti del bar diranno: “È la globalizzazione!”. Questo non spiega perché l’Italia sia precipitata al 15° posto della classifica Fortune per il numero di aziende annoverate mentre la Germania resti in 4ª posizione, la Francia in 5ª. Mentre la grande industria italiana sbiadisce, emerge con prepotenza il settore turistico che impiega il 19,2% di occupati in più che nella manifattura (crollata ulteriormente negli ultimi mesi del 7,2 per cento). Agli spingitori di B&B e “Open to Meraviglia”, gli autori rispondono con un’asciutta considerazione: “Questo ragionamento è tuttavia una trappola logica, smentita dall’esperienza storica dello sviluppo economico. I Paesi a più alto reddito sono quelli che hanno “forzato” i loro vantaggi comparati” investendo in settori ad alto valore aggiunto”.
Le difficoltà della grande impresa sono andate di pari passo a un tracollo degli indicatori sociali: il “lavoro povero” ha raggiunto il 12 per cento, il 14 per cento della popolazione vive oggi in condizioni di povertà relativa. Il settore pubblico, vessato da tagli lineari, è tra i più anemici nell’Ue. Alla spesa sanitaria sono stati sottratti 37 miliardi (in 10 anni chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza). Il disinvestimento nell’università ha fatto sì che solo il 9 per cento degli italiani compresi nella fascia tra i 24 e i 35 anni possieda un titolo di laurea o equivalente: l’Italia si ritrova in penultima posizione fra i Paesi OCSE (meglio solo del Messico, che però ha un Pil procapite tre volte inferiore). Le destre italiane, demonizzando l’intervento pubblico hanno contribuito alla crisi del sistema industriale e all’indebolimento delle strutture statuali. Le sinistre hanno pochi fiori all’occhiello. Per esempio l’immigrazione, lungi dall’essere un “non problema”, è una questione di portata epocale. Dal 1870 al 1971 l’Italia ha registrato un saldo migratorio costantemente negativo. A partire dal ‘72 la dinamica si è invertita e negli anni Duemila l’afflusso netto di immigrati è stato costante per 239mila ingressi all’anno. La popolazione non italiana è passata da appena 356.159 unità nel ‘91 agli oltre 5 milioni attuali. È avvenuto mentre la popolazione residente è diminuita per la prima volta nella storia unitaria nel 2021 (a 59 milioni), anche a causa di un deflusso verso l’estero che ha toccato quota 198mila nel 2020, portando la popolazione italiana residente all’estero al 13 per cento del totale (non solo giovani laureati, ma intere famiglie). Un cambiamento epocale.
Anche sulle tasse i numeri di Anzolin e Gasperin ci raccontano che pagarle non sempre è bello. L’Italia ha una pressione fiscale sul Pil (42,4 per cento) che è tra le più alte fra i Paesi Ocse, davanti alla Germania. Mentre è calata la progressività fiscale data dall’imposizione diretta, sono aumentate le imposte indirette come l’Iva (arrivata al 22 per cento) che gravano sui consumatori indipendentemente dal reddito, dunque sono socialmente regressive. Alcune tasse andrebbero alleggerite (ridurre l’Iva al livello pre-2011 contribuirebbe a controllare l’inflazione), altre andrebbero aumentate.
I mali dell’economia italiana sono noti, non da ieri. Competizione a basso costo, sottodimensionamento delle imprese, fratture territoriali, interazione con un vincolo esterno che ha imposto politiche macroeconomiche segnate da austerità e privatizzazioni. Se è insensato glorificare Berlusconi, protagonista del degrado economico e culturale del Paese, altrettanto fuori luogo sarebbe incensare le sinistre per il sostegno all’austerità, nonché per l’infatuazione per privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno arricchito percettori di dividendi italiani e non (anche nelle imprese partecipate dallo Stato il 40% dei dividendi va ad azionisti stranieri).
Come chiosa dei numeri forniti dagli autori, è giusto trarre due considerazioni. In primo luogo la retorica della “crescita”, fatta di flessibilità del lavoro, concorrenza sui prezzi, incentivi alle imprese, ha connotato in senso regressivo la contrazione del Pil. La “decrescita” andrebbe invece abbracciata come un dato di fatto di un mondo in cui emergono altre regioni industriali e in cui i limiti naturali all’espansione produttiva sono stati superati. Abbracciare la decrescita (o la “prosperità”, termine preferito da Bruno Latour) significherebbe orientare le scelte non tanto all’aumento del Pil, quanto al miglioramento della qualità della vita e alla transizione ecologica. Per esempio, rilanciando servizi pubblici più efficienti di quelli privati, intervenendo sulle produzioni industriali, riducendo gli orari di lavoro, redistribuendo ricchezza verso le fasce più povere (e meno responsabili dell’inquinamento), rilanciando l’economia pubblica nella gestione del settore energetico. Persino sul Financial Times è stato scritto che “i governi, non BlackRock, devono guidare questo nuovo Piano Marshall... massicce spese in deficit saranno necessarie, non un nuovo Etf”.
Un’altra questione riguarda l’immigrazione. L’idea che si possa cambiare di segno al declino italiano con ulteriori massicci innesti di manodopera non italiana a basso costo per spingere il Pil, o per equilibrare il sistema pensionistico, non tiene conto del cambiamento epocale già in atto, né delle conseguenze sociali, drammaticamente evidenti nel degrado delle periferie francesi. Ci sono ragioni di carattere morale per l’accoglienza, nonché di carattere politico e culturale sulle responsabilità che gli europei devono assumersi per l’epoca coloniale, ma la priorità dovrebbe andare internamente alla piena inclusione dei migranti (per esempio con l’apertura di nuove moschee), ed esternamente a una battaglia per modifiche strutturali dell’economia internazionale. Qualcosa come un vero “Piano Mattei” per l’Africa in cui soldi e risorse naturali restino lì, non le mosse predatorie che Eni-Meloni spacciano a nome del fondatore.
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24/01/2020
Immigrazione: il sonno dell’antimperialismo genera mostri
Il tema dell’immigrazione ha rappresentato (e rappresenterà) una
delle questioni fondamentali intorno a cui si giocherà la partita della
nostra internità tra i salariati e la nostra capacità di esercitare (non
solo tra di essi) una qualche forma di egemonia, non fosse altro che
per la funzione divisiva che tale questione ha svolto nella classe negli
ultimi anni e la centralità che ha assunto nel dibattito pubblico. E
il fatto di non avere uno straccio di strategia politica in merito, né
una analisi condivisa delle radici del fenomeno nella sua concreta
attualità certamente non ci aiuta.
Per essere più chiari, sappiamo bene che la storia dell’umanità è contrassegnata dalle continue migrazioni di esseri umani e che, anzi, queste ne sono parte costituente e imprescindibile, ma fermandoci a questa lettura, che potremmo definire quasi “etologica” dell’immigrazione, corriamo il rischio di “naturalizzare” un fenomeno che invece è sociale, e quindi “storico”, e che dunque va analizzato e compreso nello specifico contesto in cui si determina. Stiamo parlando di milioni di esseri umani, delle loro vite e delle loro storie e non di uccelli o di balene che “migrano” da nord a sud in funzione delle stagioni o dei cicli vitali. Questo dev’essere chiaro perché altrimenti si finisce per rimuovere, pur senza volerlo, il semplice fatto (si fa per dire) che nel mondo contemporaneo i principali “push factor” dei movimenti migratori (come gli “esperti” chiamano i fattori che spingono milioni di persone a spostarsi dai luoghi in cui sono nate) sono comunque riconducibili al modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialista e alla maniera (ineguale) con cui esso disegna i rapporti sociali tra classi, popoli e stati. Una considerazione come questa dovrebbe risultare persino banale per chi annovera il barbone di Treviri tra i suoi padri putativi, ma mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo.
A leggere infatti alcune delle riflessioni che vanno per la maggiore in questo momento sul tema dell’immigrazione ci sembra di poter dire che la rimozione, più o meno consapevole, di quello che a questo punto potremmo chiamare “imperialist factor”, sia un tratto comune tanto alla cosiddetta “sinistra buonista” quanto a quella “cattivista” che, pur se minoritaria, sta provando a costituirsi in antitesi alla prima immaginandosi più pragmatica e realista, ma risultando, però, altrettanto astratta e inutilmente cinica.
Proviamo a spiegarci meglio trattando brevemente alcune delle posizioni che oggi risultano maggioritarie nel nostro campo e che però, pur poggiando su un lodevole e meritorio solidarismo etico di fondo, non sembrano in grado di sciogliere i nodi politici della questione né, tantomeno, di prendere di petto le innegabili contraddizioni generate dai flussi migratori, preferendo piuttosto rimuoverli e fare finta che non esistano. Parlare esclusivamente di “libertà di movimento” senza, al contempo, affrontare la questione principale che invece è quella della negazione della “libertà di restare” può andare bene per i figli colti delle élite globali che decidono di spendere dove meglio credono le loro potenzialità, le “skills” acquisite nelle università di prestigio, ma è un ragionamento che invece suona piuttosto ipocrita quando si prova ad applicarlo a chi è costretto a fuggire dalla povertà, dalla guerra o dalla assoluta assenza di prospettive. “Costretto”, si, perché quando parliamo di immigrazione in fondo è proprio di questo che stiamo parlando: di coercizione al movimento, altro che “libertà”. Che poi questo avvenga attraverso i meccanismi impersonali delle leggi del mercato globale, per effetto dei bombardamenti con cui si è soliti “esportare la democrazia”, per la tirannide di qualche satrapo messo li a difendere gli interessi della multinazionale di turno oppure a causa di qualche proxy war o dei disastri ambientali collegati allo sfruttamento irrazionale delle risorse energetiche, poco cambia. Il concetto di “libero scelta” è un principio astratto che lascia il tempo che trova di fronte alla concretezza dell’oppressione economica e sociale.
Anche perché, se ci si riduce ad osservare il fenomeno esclusivamente da questa prospettiva, si finisce paradossalmente con l’arrivare a difendere l’immigrazione in quanto “diritto universale” o “diritto umano” e non gli immigrati in quanto sfruttati, in quanto persone spinte a spostarsi proprio per la loro condizione di “umani senza diritti”. Che poi, a pensarci bene, sarebbe un po’ come difendere il sistema capitalista e la “libertà” di vendere la propria forza lavoro come merce in cambio di un salario, piuttosto che organizzare i lavoratori salariati per abbattere il sistema che li genera. Un differenza non proprio banale e che fa il paio con un altro fraintendimento piuttosto comune sempre dalle nostre parti, ovvero la convinzione assolutamente sballata che in un mondo intollerabilmente diseguale l’immigrazione rappresenti comunque una forma, seppur indiretta, di redistribuzione della ricchezza verso i meno abbienti, mentre è vero esattamente il contrario. L’immigrazione è un’ulteriore forma di saccheggio dei paesi imperialisti a danno dei paesi poveri, dai quali viene importata forza lavoro a basso costo, spesso anche qualificata e formata a spese del paese di provenienza, da sfruttare per produrre valore e profitti che poi resteranno saldamente da questa parte del muro. Non produrrà mai l’abbattimento di quella frontiera immateriale che separa il nord globale dal sud globale e nemmeno servirà a ridurre il gap tra centro e periferia, piuttosto contribuirà ad approfondirlo e a renderlo strutturale.
È davvero significativo come l’analisi di questi processi di spoliazione sia stata completamente ribaltata da quando l’Italia si è trasformata da paese esportatore a paese importatore di manodopera. E non è nemmeno un caso che alla giusta e sacrosanta indignazione e commozione per le stragi di immigrati nel Mediterraneo spesso corrisponda il disinteresse, se non il vero e proprio sostegno ideologico, nei confronti delle politiche neocoloniali e predatorie portate avanti dalle cosiddette “nazioni sviluppate”, nonché la totale indifferenza per quei milioni di persone coinvolte nei movimenti migratori sud-sud e che non hanno la “fortuna” di risvegliare la pietas dei media occidentali. Solo per restare all’esempio a noi più vicino nel tempo, basterebbe riflettere sull’ignavia della “sinistra buonista” rispetto al recente “golpe del litio” in Bolivia per rendersene conto.
Se queste sono le posizioni della sinistra umanitarista c’è però una piccola pattuglia di “sovranisti di sinistra” che prova a ritagliarsi un ruolo costituendosi in antitesi al buonismo mainstream e che proprio sull’immigrazione sta invece assumendo una postura sempre più “intransigente”, ma secondo noi altrettanto inconcludente. Senza voler far torto a nessuno proviamo ad assumere come manifesto politico di quest’area “Il lavoro importato. Lavoro, salari e stato sociale” un libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti recentemente pubblicato per i tipi della Meltemi. Il lavoro dei due professori ha il pregio, almeno nella prima parte, di prendere il toro per le corna provando a quantificare il fenomeno e ad indicare le “contraddizioni in seno al popolo” che ne generano, senza infingimenti e senza tabù. Scrivono i due autori nel primo capitolo: l’imponente fenomeno migratorio che ha interessato Francia, Germania, Italia e Regno Unito negli ultimi tre decenni ha portato, dal 1990 al 2018, la schiera dei nati all’estero che risiedono in questi quattro paesi da 16,9 milioni a 37,6 milioni, un numero pari alla popolazione complessiva di Paesi Bassi, Belgio e Svezia.
Sempre stando ai dati forniti dalle Nazioni Unite e dall’Eurostat l’incremento maggiore in termini assoluti si è registrato in Germania (7,8 milioni), mentre l’incremento relativo più elevato è invece avvenuto in Italia in cui la percentuale di immigrati residenti in trent’anni si è più che quadruplicata, passando dal 2,5% al 10,2%. Come ricordano gli autori occorre inoltre tener conto del fatto che la distribuzione degli immigrati sul territorio non è affatto omogenea, ma si concentra, ovviamente, nelle aree economicamente più sviluppate e nelle periferie urbane. Così come bisogna aver presente la differenza che esiste tra i “flussi lordi” e quelli “netti” come misura della velocità con cui muta la composizione della popolazione immigrata. Barba e Pivetti ci raccontano pure di come, sempre nei quattro paesi presi in considerazione, se si tiene conto solamente della forza-lavoro compresa tra i 20 e i 64 anni di età (118,5 milioni), la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione attiva sale al 16,2% (19,2 milioni). Restringendo il campo di osservazione all’Italia dal 2005 al 2018 il numero degli occupati è passato da 21,8 a 22,5 milioni, con un incremento di 700mila unità, sempre nello stesso periodo, però i lavoratori occupati nati in Italia sono diminuiti di 800mila unità, mentre quelli nati all’estero sono aumentati di 1,5 milioni portando complessivamente a 3,2 milioni i lavoratori immigrati occupati presenti nel nostro Paese e occupati in larga parte nel settore delle costruzioni, dell’industria, dei servizi sanitari e alla persona e in quelli a bassa specializzazione. In termini assoluti, con 675 mila occupati, il settore dei servizi collettivi e personali è quello che registra la maggiore presenza di lavoratori stranieri, seguito dai circa 400mila operai impiegati nel settore dell’industria in senso stretto, mentre in termini relativi la percentuale maggiore di lavoratori immigrati si riscontra nel settore alberghiero e in quello della ristorazione.
Basterebbero forse questi dati, unitamente a quelli degli inoccupati e dei disoccupati, per infrangere il primo e più grande dei tabù che ci si è autoimposti a sinistra sulla questione immigrazione, ovvero il fatto che tra lavoratori italiani e lavoratori stranieri non ci sia un oggettiva “concorrenza” e che la disponibilità a “fare di più per meno” da parte di questi ultimi (soprattutto se in condizione di irregolarità imposta) non contribuisca a tenere bassi i salari. Ovviamente se si è professionisti, docenti universitari o impiegati in qualche start up digitale questa concorrenza non la si percepisce, anzi al più il proprio reddito può risultare perfino accresciuto dal fatto che il costo di alcuni servizi alla persona è livellato verso il basso (badanti, collaboratori domestici, ecc.), ma negare questo dato di fatto significa semplicemente non essere mai entrati in un cantiere, in una cucina di un ristorante o in un magazzino della logistica. Rimuovere una contraddizione, per quanto spinosa, semplicemente eliminandola dal proprio campo visivo mettendo la testa sotto la sabbia non significa risolverla e nemmeno mettersi in condizione di affrontarla, col risultato che la nostra credibilità nei confronti di chi invece con questa contraddizione ci fa i conti ogni santo giorno è caduta ai minimi storici.
Gli aspetti positivi del libro di Barba e Pivetti però si esauriscono qui, perché appena si passa dalla parte analitica a quella della proposta politica ci si imbatte in una sequenza di enunciazioni dal carattere assolutamente regressivo secondo noi irricevibili. Facciamo però parlare i due autori che, dopo aver constatato l’inservibilità dell’Unione Europea allo scopo scrivono: Una politica di contrasto severo dell’immigrazione dovrebbe muoversi lungo quattro linee principali: la prima riguarda la regolamentazione dei nuovi ingressi; la seconda l’eliminazione dell’immigrazione irregolare già presente sul territorio nazionale; la terza il contrasto dei nuovi accessi illegali, ossia la questione della difesa dei confini nazionali e in special modo quelli marittimi; infine la quarta riguarda la politica estera dello Stato Italiano. Dopo aver passato in rassegna una serie di misure presentate come “concrete”, tra cui citiamo: la restrizione delle condizioni necessarie al rilascio di permessi di ingresso per motivi umanitari; l’inasprimento dei parametri necessari al rinnovo del permesso di soggiorno; la regolamentazione più severa delle norme sul ricongiungimento familiare attraverso vincoli reddituali e vincoli relativi al grado e all’età della parentela; la velocizzazione dei provvedimenti di espulsione che diano allo stesso sempre esecuzione forzata; l’adozione, come nel Regno Unito, del principio “prima l’espulsione e poi l’appello” per ovviare ai ricorsi contro i provvedimenti di espulsione; garantire (visti i costi complessivi insostenibili, ndr) un numero annuo consistente e sistematico di rimpatri da utilizzare come fattore di deterrenza; aumentare i respingimenti alla frontiera, i due autori affermano: rispetto a un controllo dei flussi migratori così inteso, la principale difficoltà non è costituita dalla mancanza degli strumenti per attuarlo, né dall’assenza di un vasto consenso popolare intorno all’opportunità di un loro impiego. È piuttosto costituita dagli interessi delle imprese e dal fatto che nel dibattito politico e pubblico la questione dei flussi migratori e trattata in termini di pulsioni razziste e xenofobe.
Insomma par di capire che per Barba e Pivetti, se davvero volessero attuare queste politiche di contrasto all’immigrazione, i lavoratori (italiani, ça va sans dire) sotto la guida dei sovranisti di sinistra dovrebbero, come prima cosa, “impadronirsi” dello Stato a dispetto dei (falsi) sovranisti alla Salvini che predicano bene, ma razzolano male. Allora ci chiediamo: ma una volta prese in mano le leve della cosa pubblica, perché mai i lavoratori dovrebbero accanirsi contro i più deboli e non prendersela direttamente con chi concentra in pochissime mani quasi tutta la ricchezza nazionale? A sentir parlare di immigrazione esclusivamente in questi termini, sembrerebbe quasi di trovarsi in una situazione di scarsità oggettiva di beni e di risorse, e che dunque diminuendo il numero degli individui tra cui dividere la torta, le fette sarebbero più grandi (per la serie mors tua vita mea). Ma sappiamo bene che non è così. Per quanto possa essere controintuitivo in tempi di crisi economica, non ci troviamo in un’epoca di scarsità ma siamo, piuttosto, in un’epoca di abbondanza. La crisi in cui il sistema capitalistico si dibatte è una crisi di sovrapproduzione di beni e capitali, e se non tutti riescono a godere della ricchezza sociale, o per essere un po’ più precisi, se la stragrande maggioranza del pianeta non riesce a godere delle immense possibilità di cui disponiamo, è perché le leggi interne che regolano questo modo di produzione non lo permettono.
C’è infine un ultimo aspetto del testo (in cui, probabilmente non a caso, l’imperialismo non viene mai menzionato) su cui vale la pena soffermarsi perché estremamente significativo rispetto all’operazione culturale che lo sottende. Per assumere una postura del genere, che oggettivamente rompe non solo con l’umanitarismo lacrimevole di certa sinistra ma con il concetto stesso di solidarietà internazionale di classe, i due sono stati infatti “costretti” a sottoporre a una critica feroce tanto la tradizione culturale marxista quanto quello che viene indicato come il suo “peccato originale”: l’internazionalismo proletario. E l’hanno fatto dedicando un intero quanto raffazzonato capitolo all’analisi di tre scritti di Lenin sull’immigrazione in cui, a detta degli autori, si dimostrerebbe come il rivoluzionario russo considerasse l’anticolonialismo e l’apertura dei confini alla circolazione dei lavoratori come due lati di una stessa medaglia. A Lenin i due sembrerebbero inoltre “imputare” (ma qui speriamo di aver compreso male il passaggio del loro testo) il fatto di essersi opposto nel corso del Congresso Socialista Internazionale di Stoccarda del 1907 alle tesi che sostenevano la necessità di una “politica coloniale socialista” e di aver “imposto” invece l’adozione di alcune alcune linee guida rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dei lavoratori immigrati. Nei paesi di immigrazione - si lamentano i due – bisognava battersi per “l’abolizione di tutte le limitazioni che escludono o rendono difficile l’accesso a determinate nazionalità o razze ai diritti sociali, economici e politici dei nativi e alla naturalizzazione” per “la protezione del lavoro attraverso la riduzione della giornata lavorativa, stabilendo un salario minimo, l’abolizione della retribuzione a cottimo, la regolamentazione del lavoro a domicilio, una rigorosa supervisione delle condizione igieniche e degli alloggi”; per “l’accesso senza alcuna restrizione degli emigranti ai sindacati di tutti i paesi” e “l’istituzione di cartelli sindacali internazionali”. In quelli di emigrazione, invece, per “la propaganda sindacale attiva”; per “fornire pubblicamente informazioni circa la situazione reale delle condizioni di lavoro nei paesi di immigrazione”; “per gli accordi tra sindacati dei paesi di emigrazione e dei paesi d’immigrazione” e “la vigilanza delle agenzie marittime e degli uffici d’immigrazione ed eventualmente misure legali ed amministrative a loro carico, onde impedire che l’emigrazione venga organizzata nell’interesse delle imprese capitalistiche. Insomma, checché ne dicano Barba e Pivetti, esattamente quello che anche oggi dovrebbe fare una sinistra di classe degna di tale nome.
Chiudiamo però citando direttamente un passaggio della lettera del 1915 scritta da Lenin al segretario della “lega per la propaganda socialista” e che tanta perplessità ha suscitato nei due autori: nella lotta per il vero internazionalismo e contro lo “sciovinismo socialista” nella nostra stampa citiamo sempre l’esempio dei leader opportunisti del Partito Socialista d’America, che sono appunto a favore delle restrizioni all’immigrazione nonostante le delibere del Congresso di Stoccarda. Noi pensiamo che non si possa essere socialisti e allo stesso tempo a favore di tali restrizioni. E pensiamo che i socialisti d’America, appartenenti all’oppressiva nazione dominante, che non siano contro ogni restrizione dell’immigrazione e per la completa libertà delle colonie siano in realtà dei socialisti sciovinisti. Sono passati più di cento anni, ma il giudizio è ancora valido.
Fonte
Per essere più chiari, sappiamo bene che la storia dell’umanità è contrassegnata dalle continue migrazioni di esseri umani e che, anzi, queste ne sono parte costituente e imprescindibile, ma fermandoci a questa lettura, che potremmo definire quasi “etologica” dell’immigrazione, corriamo il rischio di “naturalizzare” un fenomeno che invece è sociale, e quindi “storico”, e che dunque va analizzato e compreso nello specifico contesto in cui si determina. Stiamo parlando di milioni di esseri umani, delle loro vite e delle loro storie e non di uccelli o di balene che “migrano” da nord a sud in funzione delle stagioni o dei cicli vitali. Questo dev’essere chiaro perché altrimenti si finisce per rimuovere, pur senza volerlo, il semplice fatto (si fa per dire) che nel mondo contemporaneo i principali “push factor” dei movimenti migratori (come gli “esperti” chiamano i fattori che spingono milioni di persone a spostarsi dai luoghi in cui sono nate) sono comunque riconducibili al modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialista e alla maniera (ineguale) con cui esso disegna i rapporti sociali tra classi, popoli e stati. Una considerazione come questa dovrebbe risultare persino banale per chi annovera il barbone di Treviri tra i suoi padri putativi, ma mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo.
A leggere infatti alcune delle riflessioni che vanno per la maggiore in questo momento sul tema dell’immigrazione ci sembra di poter dire che la rimozione, più o meno consapevole, di quello che a questo punto potremmo chiamare “imperialist factor”, sia un tratto comune tanto alla cosiddetta “sinistra buonista” quanto a quella “cattivista” che, pur se minoritaria, sta provando a costituirsi in antitesi alla prima immaginandosi più pragmatica e realista, ma risultando, però, altrettanto astratta e inutilmente cinica.
Proviamo a spiegarci meglio trattando brevemente alcune delle posizioni che oggi risultano maggioritarie nel nostro campo e che però, pur poggiando su un lodevole e meritorio solidarismo etico di fondo, non sembrano in grado di sciogliere i nodi politici della questione né, tantomeno, di prendere di petto le innegabili contraddizioni generate dai flussi migratori, preferendo piuttosto rimuoverli e fare finta che non esistano. Parlare esclusivamente di “libertà di movimento” senza, al contempo, affrontare la questione principale che invece è quella della negazione della “libertà di restare” può andare bene per i figli colti delle élite globali che decidono di spendere dove meglio credono le loro potenzialità, le “skills” acquisite nelle università di prestigio, ma è un ragionamento che invece suona piuttosto ipocrita quando si prova ad applicarlo a chi è costretto a fuggire dalla povertà, dalla guerra o dalla assoluta assenza di prospettive. “Costretto”, si, perché quando parliamo di immigrazione in fondo è proprio di questo che stiamo parlando: di coercizione al movimento, altro che “libertà”. Che poi questo avvenga attraverso i meccanismi impersonali delle leggi del mercato globale, per effetto dei bombardamenti con cui si è soliti “esportare la democrazia”, per la tirannide di qualche satrapo messo li a difendere gli interessi della multinazionale di turno oppure a causa di qualche proxy war o dei disastri ambientali collegati allo sfruttamento irrazionale delle risorse energetiche, poco cambia. Il concetto di “libero scelta” è un principio astratto che lascia il tempo che trova di fronte alla concretezza dell’oppressione economica e sociale.
Anche perché, se ci si riduce ad osservare il fenomeno esclusivamente da questa prospettiva, si finisce paradossalmente con l’arrivare a difendere l’immigrazione in quanto “diritto universale” o “diritto umano” e non gli immigrati in quanto sfruttati, in quanto persone spinte a spostarsi proprio per la loro condizione di “umani senza diritti”. Che poi, a pensarci bene, sarebbe un po’ come difendere il sistema capitalista e la “libertà” di vendere la propria forza lavoro come merce in cambio di un salario, piuttosto che organizzare i lavoratori salariati per abbattere il sistema che li genera. Un differenza non proprio banale e che fa il paio con un altro fraintendimento piuttosto comune sempre dalle nostre parti, ovvero la convinzione assolutamente sballata che in un mondo intollerabilmente diseguale l’immigrazione rappresenti comunque una forma, seppur indiretta, di redistribuzione della ricchezza verso i meno abbienti, mentre è vero esattamente il contrario. L’immigrazione è un’ulteriore forma di saccheggio dei paesi imperialisti a danno dei paesi poveri, dai quali viene importata forza lavoro a basso costo, spesso anche qualificata e formata a spese del paese di provenienza, da sfruttare per produrre valore e profitti che poi resteranno saldamente da questa parte del muro. Non produrrà mai l’abbattimento di quella frontiera immateriale che separa il nord globale dal sud globale e nemmeno servirà a ridurre il gap tra centro e periferia, piuttosto contribuirà ad approfondirlo e a renderlo strutturale.
È davvero significativo come l’analisi di questi processi di spoliazione sia stata completamente ribaltata da quando l’Italia si è trasformata da paese esportatore a paese importatore di manodopera. E non è nemmeno un caso che alla giusta e sacrosanta indignazione e commozione per le stragi di immigrati nel Mediterraneo spesso corrisponda il disinteresse, se non il vero e proprio sostegno ideologico, nei confronti delle politiche neocoloniali e predatorie portate avanti dalle cosiddette “nazioni sviluppate”, nonché la totale indifferenza per quei milioni di persone coinvolte nei movimenti migratori sud-sud e che non hanno la “fortuna” di risvegliare la pietas dei media occidentali. Solo per restare all’esempio a noi più vicino nel tempo, basterebbe riflettere sull’ignavia della “sinistra buonista” rispetto al recente “golpe del litio” in Bolivia per rendersene conto.
Se queste sono le posizioni della sinistra umanitarista c’è però una piccola pattuglia di “sovranisti di sinistra” che prova a ritagliarsi un ruolo costituendosi in antitesi al buonismo mainstream e che proprio sull’immigrazione sta invece assumendo una postura sempre più “intransigente”, ma secondo noi altrettanto inconcludente. Senza voler far torto a nessuno proviamo ad assumere come manifesto politico di quest’area “Il lavoro importato. Lavoro, salari e stato sociale” un libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti recentemente pubblicato per i tipi della Meltemi. Il lavoro dei due professori ha il pregio, almeno nella prima parte, di prendere il toro per le corna provando a quantificare il fenomeno e ad indicare le “contraddizioni in seno al popolo” che ne generano, senza infingimenti e senza tabù. Scrivono i due autori nel primo capitolo: l’imponente fenomeno migratorio che ha interessato Francia, Germania, Italia e Regno Unito negli ultimi tre decenni ha portato, dal 1990 al 2018, la schiera dei nati all’estero che risiedono in questi quattro paesi da 16,9 milioni a 37,6 milioni, un numero pari alla popolazione complessiva di Paesi Bassi, Belgio e Svezia.
Sempre stando ai dati forniti dalle Nazioni Unite e dall’Eurostat l’incremento maggiore in termini assoluti si è registrato in Germania (7,8 milioni), mentre l’incremento relativo più elevato è invece avvenuto in Italia in cui la percentuale di immigrati residenti in trent’anni si è più che quadruplicata, passando dal 2,5% al 10,2%. Come ricordano gli autori occorre inoltre tener conto del fatto che la distribuzione degli immigrati sul territorio non è affatto omogenea, ma si concentra, ovviamente, nelle aree economicamente più sviluppate e nelle periferie urbane. Così come bisogna aver presente la differenza che esiste tra i “flussi lordi” e quelli “netti” come misura della velocità con cui muta la composizione della popolazione immigrata. Barba e Pivetti ci raccontano pure di come, sempre nei quattro paesi presi in considerazione, se si tiene conto solamente della forza-lavoro compresa tra i 20 e i 64 anni di età (118,5 milioni), la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione attiva sale al 16,2% (19,2 milioni). Restringendo il campo di osservazione all’Italia dal 2005 al 2018 il numero degli occupati è passato da 21,8 a 22,5 milioni, con un incremento di 700mila unità, sempre nello stesso periodo, però i lavoratori occupati nati in Italia sono diminuiti di 800mila unità, mentre quelli nati all’estero sono aumentati di 1,5 milioni portando complessivamente a 3,2 milioni i lavoratori immigrati occupati presenti nel nostro Paese e occupati in larga parte nel settore delle costruzioni, dell’industria, dei servizi sanitari e alla persona e in quelli a bassa specializzazione. In termini assoluti, con 675 mila occupati, il settore dei servizi collettivi e personali è quello che registra la maggiore presenza di lavoratori stranieri, seguito dai circa 400mila operai impiegati nel settore dell’industria in senso stretto, mentre in termini relativi la percentuale maggiore di lavoratori immigrati si riscontra nel settore alberghiero e in quello della ristorazione.
Basterebbero forse questi dati, unitamente a quelli degli inoccupati e dei disoccupati, per infrangere il primo e più grande dei tabù che ci si è autoimposti a sinistra sulla questione immigrazione, ovvero il fatto che tra lavoratori italiani e lavoratori stranieri non ci sia un oggettiva “concorrenza” e che la disponibilità a “fare di più per meno” da parte di questi ultimi (soprattutto se in condizione di irregolarità imposta) non contribuisca a tenere bassi i salari. Ovviamente se si è professionisti, docenti universitari o impiegati in qualche start up digitale questa concorrenza non la si percepisce, anzi al più il proprio reddito può risultare perfino accresciuto dal fatto che il costo di alcuni servizi alla persona è livellato verso il basso (badanti, collaboratori domestici, ecc.), ma negare questo dato di fatto significa semplicemente non essere mai entrati in un cantiere, in una cucina di un ristorante o in un magazzino della logistica. Rimuovere una contraddizione, per quanto spinosa, semplicemente eliminandola dal proprio campo visivo mettendo la testa sotto la sabbia non significa risolverla e nemmeno mettersi in condizione di affrontarla, col risultato che la nostra credibilità nei confronti di chi invece con questa contraddizione ci fa i conti ogni santo giorno è caduta ai minimi storici.
Gli aspetti positivi del libro di Barba e Pivetti però si esauriscono qui, perché appena si passa dalla parte analitica a quella della proposta politica ci si imbatte in una sequenza di enunciazioni dal carattere assolutamente regressivo secondo noi irricevibili. Facciamo però parlare i due autori che, dopo aver constatato l’inservibilità dell’Unione Europea allo scopo scrivono: Una politica di contrasto severo dell’immigrazione dovrebbe muoversi lungo quattro linee principali: la prima riguarda la regolamentazione dei nuovi ingressi; la seconda l’eliminazione dell’immigrazione irregolare già presente sul territorio nazionale; la terza il contrasto dei nuovi accessi illegali, ossia la questione della difesa dei confini nazionali e in special modo quelli marittimi; infine la quarta riguarda la politica estera dello Stato Italiano. Dopo aver passato in rassegna una serie di misure presentate come “concrete”, tra cui citiamo: la restrizione delle condizioni necessarie al rilascio di permessi di ingresso per motivi umanitari; l’inasprimento dei parametri necessari al rinnovo del permesso di soggiorno; la regolamentazione più severa delle norme sul ricongiungimento familiare attraverso vincoli reddituali e vincoli relativi al grado e all’età della parentela; la velocizzazione dei provvedimenti di espulsione che diano allo stesso sempre esecuzione forzata; l’adozione, come nel Regno Unito, del principio “prima l’espulsione e poi l’appello” per ovviare ai ricorsi contro i provvedimenti di espulsione; garantire (visti i costi complessivi insostenibili, ndr) un numero annuo consistente e sistematico di rimpatri da utilizzare come fattore di deterrenza; aumentare i respingimenti alla frontiera, i due autori affermano: rispetto a un controllo dei flussi migratori così inteso, la principale difficoltà non è costituita dalla mancanza degli strumenti per attuarlo, né dall’assenza di un vasto consenso popolare intorno all’opportunità di un loro impiego. È piuttosto costituita dagli interessi delle imprese e dal fatto che nel dibattito politico e pubblico la questione dei flussi migratori e trattata in termini di pulsioni razziste e xenofobe.
Insomma par di capire che per Barba e Pivetti, se davvero volessero attuare queste politiche di contrasto all’immigrazione, i lavoratori (italiani, ça va sans dire) sotto la guida dei sovranisti di sinistra dovrebbero, come prima cosa, “impadronirsi” dello Stato a dispetto dei (falsi) sovranisti alla Salvini che predicano bene, ma razzolano male. Allora ci chiediamo: ma una volta prese in mano le leve della cosa pubblica, perché mai i lavoratori dovrebbero accanirsi contro i più deboli e non prendersela direttamente con chi concentra in pochissime mani quasi tutta la ricchezza nazionale? A sentir parlare di immigrazione esclusivamente in questi termini, sembrerebbe quasi di trovarsi in una situazione di scarsità oggettiva di beni e di risorse, e che dunque diminuendo il numero degli individui tra cui dividere la torta, le fette sarebbero più grandi (per la serie mors tua vita mea). Ma sappiamo bene che non è così. Per quanto possa essere controintuitivo in tempi di crisi economica, non ci troviamo in un’epoca di scarsità ma siamo, piuttosto, in un’epoca di abbondanza. La crisi in cui il sistema capitalistico si dibatte è una crisi di sovrapproduzione di beni e capitali, e se non tutti riescono a godere della ricchezza sociale, o per essere un po’ più precisi, se la stragrande maggioranza del pianeta non riesce a godere delle immense possibilità di cui disponiamo, è perché le leggi interne che regolano questo modo di produzione non lo permettono.
C’è infine un ultimo aspetto del testo (in cui, probabilmente non a caso, l’imperialismo non viene mai menzionato) su cui vale la pena soffermarsi perché estremamente significativo rispetto all’operazione culturale che lo sottende. Per assumere una postura del genere, che oggettivamente rompe non solo con l’umanitarismo lacrimevole di certa sinistra ma con il concetto stesso di solidarietà internazionale di classe, i due sono stati infatti “costretti” a sottoporre a una critica feroce tanto la tradizione culturale marxista quanto quello che viene indicato come il suo “peccato originale”: l’internazionalismo proletario. E l’hanno fatto dedicando un intero quanto raffazzonato capitolo all’analisi di tre scritti di Lenin sull’immigrazione in cui, a detta degli autori, si dimostrerebbe come il rivoluzionario russo considerasse l’anticolonialismo e l’apertura dei confini alla circolazione dei lavoratori come due lati di una stessa medaglia. A Lenin i due sembrerebbero inoltre “imputare” (ma qui speriamo di aver compreso male il passaggio del loro testo) il fatto di essersi opposto nel corso del Congresso Socialista Internazionale di Stoccarda del 1907 alle tesi che sostenevano la necessità di una “politica coloniale socialista” e di aver “imposto” invece l’adozione di alcune alcune linee guida rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dei lavoratori immigrati. Nei paesi di immigrazione - si lamentano i due – bisognava battersi per “l’abolizione di tutte le limitazioni che escludono o rendono difficile l’accesso a determinate nazionalità o razze ai diritti sociali, economici e politici dei nativi e alla naturalizzazione” per “la protezione del lavoro attraverso la riduzione della giornata lavorativa, stabilendo un salario minimo, l’abolizione della retribuzione a cottimo, la regolamentazione del lavoro a domicilio, una rigorosa supervisione delle condizione igieniche e degli alloggi”; per “l’accesso senza alcuna restrizione degli emigranti ai sindacati di tutti i paesi” e “l’istituzione di cartelli sindacali internazionali”. In quelli di emigrazione, invece, per “la propaganda sindacale attiva”; per “fornire pubblicamente informazioni circa la situazione reale delle condizioni di lavoro nei paesi di immigrazione”; “per gli accordi tra sindacati dei paesi di emigrazione e dei paesi d’immigrazione” e “la vigilanza delle agenzie marittime e degli uffici d’immigrazione ed eventualmente misure legali ed amministrative a loro carico, onde impedire che l’emigrazione venga organizzata nell’interesse delle imprese capitalistiche. Insomma, checché ne dicano Barba e Pivetti, esattamente quello che anche oggi dovrebbe fare una sinistra di classe degna di tale nome.
Chiudiamo però citando direttamente un passaggio della lettera del 1915 scritta da Lenin al segretario della “lega per la propaganda socialista” e che tanta perplessità ha suscitato nei due autori: nella lotta per il vero internazionalismo e contro lo “sciovinismo socialista” nella nostra stampa citiamo sempre l’esempio dei leader opportunisti del Partito Socialista d’America, che sono appunto a favore delle restrizioni all’immigrazione nonostante le delibere del Congresso di Stoccarda. Noi pensiamo che non si possa essere socialisti e allo stesso tempo a favore di tali restrizioni. E pensiamo che i socialisti d’America, appartenenti all’oppressiva nazione dominante, che non siano contro ogni restrizione dell’immigrazione e per la completa libertà delle colonie siano in realtà dei socialisti sciovinisti. Sono passati più di cento anni, ma il giudizio è ancora valido.
Fonte
14/10/2019
Chi emigra: l’Italia è strana?
È
possibile essere al tempo stesso il Paese degli emigrati, degli
immigrati e del declino demografico? Nessun paradosso, spiega Salvatore
Palidda, è il prodotto del liberismo e del lavoro come sfruttamento.
Da alcuni anni qualcuno s’è accorto che l’Italia non ha mai smesso di essere un paese di emigrazione mentre da almeno trent’anni si parla (e quasi sempre male) solo di immigrazione straniera. Inoltre, sebbene parziali per difetto, i dati mostrano che l’emigrazione è ripresa e aumenta proprio in zone di immigrazione crescente insieme a un altissimo numero di cancellati e nuovi iscritti all’anagrafe dei comuni anche per migrazione verso altri comuni.
Questo lo si può verificare sia in piccoli comuni che sembrano estinguersi ma si popolano di immigrati, ma anche nelle grandi città che sono spesso di transito. Si tratta di dati parziali poiché tante persone non si cancellano dall’anagrafe del proprio comune di origine, quindi non si iscrivono a quella dei comuni dove sono andati a prendere domicilio, né all’anagrafe dei consolati nei paesi europei dove si sono installati, sia perché non è obbligatorio, sia perché spesso si tratta di soggiorni non molto prolungati, sia infine perché alcuni vanno a svolgere lavori al nero.
Il totale dei residenti in Italia al 1 gennaio 2019 è di 60.359.546, di cui l’8,7% di cittadinanza straniera (5.255.503 regolari) (cfr. dati Istat 2019), ergo gli italiani sono 55.104.043 (senza contare chi emigra all’estero senza registrarsi e gli stranieri irregolari che sono stimati a circa 500 mila persone).
Ma per avere un’idea parziale dei continui spostamenti di persone basta guardare il dato globale degli iscritti all’anagrafe dei comuni dal 2001 al 2018 e quello dei cancellati (iscritti provenienti sia da altri comuni, sia dall’estero e fra questi anche gli stranieri e fra i cancellati sia per altri comuni sia per l’estero e quindi far loro anche gli stranieri – vedi https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-andamento-demografico/). In 18 anni ci sono stati 33.381.047 di nuovi iscritti e 27.547.087 di cancellati (ma queste variazioni sono state ancora più forti dagli anni ’70 sino agli anni ’90 a seguito della fine delle grandi industrie e del loro indotto non solo nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova, ma in tutti i siti di grandi fabbriche).
Ripetiamo i cancellati e nuovi iscritti sono solo le persone che hanno provveduto a segnalare il proprio cambio di residenza. Lo stesso vale per gli iscritti all’anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE). Secondo i dati ufficiali (pdf) al 31.12.2017, l’AIRE contava 5.114.469 cittadini. Nel 2000 erano 2.353.000, nel 2005 erano 3.521.000, nel 2010: 4.115.000; nel 2016: 4.973.940. Un crescendo dovuto anche al fatto che prima pochi si iscrivevano mentre ora è spesso sollecitato dalle stesse istituzioni straniere.
Il continuo cambiamento di residenza registrato e non registrato sembra un fenomeno ancora più accentuato di quanto già si è avuto negli anni noti come quelli delle grandi migrazioni interne e verso l’estero non solo nel XIX secolo e prima e dopo la prima guerra mondiale, ma ancora di più dopo la seconda guerra mondiale. Contrariamente allo stupido luogo comune non si è mai trattato e non si tratta neanche oggi solo di migrazioni dal sud verso il nord e l’estero e di va-e-vieni dei meridionali, ma di migrazioni dalle campagne verso le città e verso l’estero in tutte le regioni.
Milano è per esempio la città che ha avuto un enorme cambiamento della popolazione residente, quasi come una città di transito e lo stesso vale per tanti comuni della sua provincia. Al 1° gennaio 2019 i 133 comuni della città metropolitana di Milano avevano 3.250.315 (https://www.tuttitalia.it/lombardia/provincia-di-milano/); ne aveva 560.315 nel 1861, 3.139.490 nel 1981 (punta massima della crescita prima di due decenni di diminuzione) e infine di nuovo crescita che si evince col dato del 2019. Ma ecco i dati del ricambio di popolazione anche se solo dal 2002 al 2018: 2.237.118 nuovi iscritti alle anagrafi dei 133 comuni e 1.785.258 cancellati (da e per altri comuni o da e per l’estero).
Un andamento che rispecchia perfettamente il processo di cambiamento economico conosciuto dagli anni ’70 in poi. Ossia: il cosiddetto declino della società industriale con la fine di tutte le grandi fabbriche e del loro indotto e poi una ripresa secondo la logica liberista che ha prodotto dapprima destrutturazione economica e sociale di quanto esisteva e poi segmentazione eterogenea, discontinua e quindi instabile, ergo una mobilità sempre più forte della manodopera.
Ma in città s’è invece avuto non solo un gigantesco ricambio ma anche il fortissimo calo della popolazione residente perché s’è gentrificata: è diventata una città di uffici e negozi, seconde case per ricchi, una città troppo cara per giovani famiglie e quindi una città di vecchi e di giovani in movimento alla ricerca di una formazione, di esperienze ma pronti a partire verso l’estero o altre città. Nel 1861 Milano contava 267.621 residenti, nel 1971 ne aveva 1.732.068 (punta massima raggiunta con una continua crescita) e nel 2018 ne conta 1.378.689 (dato in crescita rispetto al calo continuo che c’è stato dal 1971). Ma se guardiamo al ricambio di popolazione solo dal 2002 al 2018 si sono avuti 941.641 nuovi iscritti e ben 690.777 cancellati. In proporzione il numero di cancellati era stato ancora più alto negli anni che vanno dal 1971 al 2002.
Ecco un insieme di dati tratti dal libro Socialità e inserimento degli immigrati a Milano. Una ricerca per l’Ufficio Stranieri del Comune di Milano. F. Angeli, 2000
Andamento residenti in Lombardia, prov. di Milano, in città e negli altri comuni dal 1861 al 1991
fonte: Istat; dati dei censimenti (dal 1961 in poi i residenti degli altri comuni superano quelli di Milano città. Dal ’71 in poi i residenti dei capoluoghi diminuiscono passando da 2.509.004 del ’71 a 2.370.607 nell’81 a 2.077.652 nel ’91). Sino al 1991 qui citato la prov. di Mi comprendeva anche quelle di Lodi, Lecco e Monza. Tutta la Lombardia ha avuto una crescita costante tranne un lieve calo dall’81 al ’91 e oggi ha superato di poco i 10 milioni di residenti.
Milano : nuovi iscritti e cancellati all’anagrafe
fonte: ISTAT * media annuale; quindi l’andamento cambia positivamente dal 1996 in poi
Come mostrano diverse ricerche degli ultimi trent’anni in particolare in Francia, in genere gli immigrati dell’interno hanno uno scarso tasso di partecipazione alle elezioni locali (quelli dall’estero non hanno neanche il diritto tranne se naturalizzati, ma anche qui si tratta di una minoranza che tende a votare come i cittadini locali a volte con qualche preferenza in più per partiti del centro-sinistra). In altre parole, in generale gli immigrati dell’interno come quelli stranieri non hanno voce, non partecipano alla vita politica locale, cosa peraltro ormai ardua anche per i residenti da più lungo tempo vista l’eterogenesi della cosiddetta democrazia contemporanea. Da parte loro le amministrazioni locali non si sono mai mostrate interessate a sollecitare tale partecipazione così come i comuni d’origine hanno finito per considerarli “cittadini persi”, tanto quanto hanno sempre fatto i governi nazionali rispetto agli emigrati all’estero a parole corteggiati ma nei fatti abbandonati a loro stessi.
In realtà, in maniera più inconsapevole che consapevole, l’emigrato tende a pensare il comune e il paese di origine come i luoghi nei quali l’hanno fatto sentire fuori posto come se gli avessero detto “qua per te non c’è nulla, non ti resta che andar via”. E di fatto alle amministrazioni locali e nazionali fa comodo che persone che “non si trovano una sistemazione” se ne vadano, tanto si sa che quantomeno una parte torna, manda soldi a casa, compra prodotti del paese. Certo, se tutti gli emigrati restassero nel loro comune d’origine sarebbe un bel problema soddisfare le richieste di disoccupazione, spese sanitarie e sociali ecc.
Tutte le autorità e la maggioranza dei cosiddetti opinionisti non mancano di sparlare del problema del declino demografico e di versare lacrime di coccodrillo sia sui nostri giovani che emigrano, sia sul maltrattamento degli immigrati stranieri. Ma il paradosso di un paese di emigrati e di immigrati è palesemente apparente: chi emigra è perché non vuole fare lavori umilianti, malpagati e a rischio per la salute anche se spesso finisce per farli là dove emigra proprio perché il liberismo impera dappertutto e si fonda sulla negazione dei diritti dei lavoratori e sul loro trattamento come usa-e-getta.
Gli immigrati stranieri non mancano vista la distruzione delle loro società d’origine da parte delle multinazionali anche italiane e servono bene come manodopera inferiorizzata e schiavizzabile al posto di chi emigra. Ma nessun governo osa programmare un effettivo risanamento e regolarizzazione delle economie sommerse che sono lavoro nero, semi-schiavitù, caporalato, collusioni con le mafie, evasione fiscale e corruzione delle parte delle agenzie di prevenzione e controllo e delle forze di polizia.
Non è vero che non si può creare un’economia sana e regolare cioè legale, ma chi trae profitto dal sommerso pesa sulle scelte dei governanti e si tratta di un’area di popolazione relativamente vasta (come dice qualcuno sono quasi 10 milioni di elettori e nessun partito osa perderli). Il cosiddetto declino demografico italiano è un prodotto del liberismo che fa emigrare e riduce la maggioranza degli immigrati a condizioni di vita e di lavoro indecenti. Questa è la faccia del neocolonialismo che si riflette anche all’interno dei paesi cosiddetti ricchi a danno di emigrati e immigrati.
La maggioranza degli iscritti all’AIRE si trovano in Europa (2.767.926) e nelle Americhe (2.059.422). La più alta presenza di italiani è in Argentina con 819.910 iscritti, segue la Germania (743.622) e poi la Svizzera (614.996).
La regione dove si evidenzia il numero più elevato di emigrati regolare secondo l’Aire è la Sicilia (755.947), seguita dalla Campania (495.890), dalla Lombardia (473.022) e dal Lazio (450.847). Può stupire il dato della Lombardia e del Lazio ma si tratta di regioni di transito, cioè luoghi di immigrazione da dove si re-emigra.
Le province con il maggior numero di italiani iscritti all’Aire, sono Roma con 352.200 iscritti, Cosenza (167.939), Agrigento (154.979), Napoli (136.923), Salerno (135.878) e Milano (135.144). Questi dati mostrano che le grandi città sono in testa quali luoghi di transito.
Per quanto riguarda l’età, gli iscritti di età compresa tra 41 e 60 anni sono 1.457.507, di cui 797.078 maschi e 660.429 femmine, segue di poco la fascia di età compresa dai 21 a 40 anni: 1.454.232, di cui 766.373 maschi e 867.859 femmine (è significativo l’alto numero di donne giovani che anche in questo manifestano volontà di emancipazione). Gli iscritti all’estero di sesso maschile sono in totale 2.655.147 (52%) mentre quelli di sesso femminile sono 2.459.322 (48%), in altre parole sono finiti i tempi in cui emigravano solo gli uomini soli.
Tanti sono convinti che San Cono (Catania) sia un comune che gode di una notevole riuscita economica in particolare grazie alla coltivazione del fichi d’India. Anche in qualche ricerca sul calatino si afferma che San Cono non debba essere considerato come comune economicamente depresso, fatto che invece colpisce San Michele di Ganzeria, Mirabella Imbaccari e altri comuni della zona. Ma se questa valutazione fosse corretta la vera riuscita economica dovrebbe andare a beneficio della maggioranza della popolazione e dovrebbe quindi quantomeno limitare l’emigrazione di giovani e meno giovani. Invece a San Cono solo una minoranza di imprenditori agricoli hanno effettivamente avuto una buona riuscita sebbene con grandi difficoltà e sebbene per nulla stabile, nonostante abbiano ampliato in misura considerevole la loro proprietà e le terre coltivate anche in affitto. C’è poi un’altra minoranza che sembra godere di una sorta di riuscita economica “drogata” perché dovuta a finanziamenti di progetti fasulli che hanno permesso ai beneficiari di acquistare auto tipo SUV e altri mezzi con anche il rischio di trovarsi poi indebitati mentre non hanno avviato alcuna attività.
Allo stesso tempo c’è stato un aumento molte forte dell’emigrazione e in generale un declino demografico molto preoccupante. Secondo i dati Istat a fine 2018 i residenti a San Cono erano circa 2600 di cui quasi 300 immigrati stranieri regolari (e forse almeno altri 100 irregolari e ancora centinaia di irregolari per i lavori periodici di raccolta dei fichi d’India e altri frutti). Si può stimare che altre circa 300 persone siano emigrate senza aver cambiato residenza mentre oltre 1900 persone risultano iscritte all’AIRE (anagrafe residenti all’estero-dato fornito dal Comune in maggio 2019). In altre parole, i residenti a San Cono stanno per diventare meno numerosi degli emigrati all’estero e in altri comuni d’Italia, notoriamente al Nord.
Come tutti sanno in paese, la maggioranza dei giovani tendono a emigrare. Secondo alcuni perché non vogliono fare i lavori pesanti o umilianti nelle piantagioni di fichi d’India, anche se spesso finiscono per svolgere attività al semi-nero o al nero e altrettanto pesanti e umilianti al nord e all’estero. In realtà, l’economia del fichi d’India sembra produrre poche occasioni di impiego accettabile.
La maggioranza dei residenti è composta da pensionati e le persone che hanno oltre 65 anni sono più del doppio di quelli che hanno da zero a 14 anni; quest’anno a San Cono si arriverà a stento ad avere il numero sufficiente per costituire una prima elementare. Allora perché ignorare gli emigrati e questo inquietante declino demografico? Perché gli stanziamenti europei per le zone depresse del calatino escludono San Cono poiché classificato come comune con buoni “parametri” economici? Sono corretti dei parametri che ignorano l’emigrazione? Non è forse vero che la riuscita economica di una minoranza di fatto corrisponde a questa amara conseguenza? Non è forse vero che il successo del ficho d'India corrisponde a un’immigrazione solo in parte regolare ma anche in parte assai irregolare cioè di ragazzi che lavorano al nero e magari vivono nei casolari in campagna in condizioni di indigenza e sono pagati con salari miserabili?
È probabile che San Cono sia destinato a diventare sempre più un paesino in estinzione che sopravvive di una nicchia produttiva per buona parte grazie al lavoro nero di immigrati, in certi casi schiavizzati, nonostante la buona integrazione di altri grazie a una buona parte dei sanconesi.
Se si riconoscono questi aspetti negativi di questa realtà bisogna allora investire in una ricerca seria per pensare a cosa fare. Per esempio attività di trasformazione delle risorse naturali per produrre prodotti ecosostenibili e benefici per l’ecosistema, quali cosmetici naturali, prodotti biologici, e in particolare una diversificazione indispensabile per non far deteriorare l’ecosistema. Il biomimetismo, gli allevamenti biologici, le relazioni fiduciarie fra produttori e consumatori potrebbero permettere una distribuzione alternativa dei prodotti evitando le logiche del mercato dominato dalla grande distribuzione.
Bisogna incentivare i giovani a specializzarsi in scienze della terra, in biologia, in marketing, in un’agronomia che non sia finalizzata solo a una produttività per il profitto immediato, ma a un insieme di saperi e conoscenze che servano alla prosperità di tutti e alla posterità cioè al futuro.
La situazione di San Cono può essere considerata un caso estremo di questo paradosso che consiste in una riuscita economica di pochi e di una quasi monocultura (anche a rischio di problemi per l’ecosistema). In realtà altri comuni sono colpiti dallo stesso fenomeno in Sicilia e in tutta Italia.
In Sicilia si hanno oscillazioni poco rilevanti, ma c’era un aumento sino al 2013 (5.094.937) e poi una continua diminuzione sino a passare un po’ sotto i 5 milioni nel 2018. In realtà ci sono alcune provincie che aumentano, altre che hanno un andamento irregolare ma con scarse variazioni e altre che diminuiscono senza discontinuità.
L’aumento di popolazione corrisponde alle note zone di produttività che si nutre spesso di immigrazione straniera o anche da altri comuni puntando spesso sui bassi salari o sul lavoro nero.
In provincia di Ragusa si ha quasi sempre aumento costante da 295.246 nel 2001 a 321.370 nel 2017 (e piccola diminuzione nel 2018) e sono noti i casi estremi di neo-schiavitù. In provincia di Siracusa si ha aumento quasi costante dal 2001 al 2014 (405.111) e poi leggera diminuzione sino al 2018 (399.224). In provincia di Palermo si ha la punta massima nel 2014 con 1.276.525 residenti e poi calo sino a 1.252.588 nel 2018. In prov. di Trapani si ha un aumento sino al 2010 (436.624) poi calo sino a 430.492 nel 2018. Nella città metropolitana di Catania si tocca il massimo nel 2014 (con 1.116.917 di residenti) e poi si ha una leggera diminuzione sino a 1.107.702. In quella di Caltanissetta la punta massima si ha nel 2003 (275.908) e poi si ha una continua diminuzione sino a 262.458 nel 2018. Nella provincia di Agrigento si ha la punta massima nel 2003 con 456.818 e poi diminuzione sino a 434.870 nel 2018. Invece nella Città metropolitana di EN si ha una continua diminuzione dal 2001 al 2018 (passando da 176.959 a 164.788). Lo stesso in provincia di Messina si ha una continua diminuzione da 661.708 nel 2001 a 626.876 nel 2018.
A Caltagirone si ha il massimo nel 2009 (39.610) e poi diminuzione sino a circa 37.8823 nel 2018. A Mirabella il massimo di residenti si ha nel 2013 (6.618) e poi diminuzione sino a 4.682 nel 2018. A San Michele di Ganzeria invece dal 2001 si ha diminuzione costante da quasi 5.000 a 3000. A San Cono il calo demografico è ancora più netto: dopo aver raggiunto il massimo storico nel 1991 (3780 residenti) c’è sempre diminuzione sino a 2.656 nel 2018.
Fonte
Da alcuni anni qualcuno s’è accorto che l’Italia non ha mai smesso di essere un paese di emigrazione mentre da almeno trent’anni si parla (e quasi sempre male) solo di immigrazione straniera. Inoltre, sebbene parziali per difetto, i dati mostrano che l’emigrazione è ripresa e aumenta proprio in zone di immigrazione crescente insieme a un altissimo numero di cancellati e nuovi iscritti all’anagrafe dei comuni anche per migrazione verso altri comuni.
Questo lo si può verificare sia in piccoli comuni che sembrano estinguersi ma si popolano di immigrati, ma anche nelle grandi città che sono spesso di transito. Si tratta di dati parziali poiché tante persone non si cancellano dall’anagrafe del proprio comune di origine, quindi non si iscrivono a quella dei comuni dove sono andati a prendere domicilio, né all’anagrafe dei consolati nei paesi europei dove si sono installati, sia perché non è obbligatorio, sia perché spesso si tratta di soggiorni non molto prolungati, sia infine perché alcuni vanno a svolgere lavori al nero.
Il totale dei residenti in Italia al 1 gennaio 2019 è di 60.359.546, di cui l’8,7% di cittadinanza straniera (5.255.503 regolari) (cfr. dati Istat 2019), ergo gli italiani sono 55.104.043 (senza contare chi emigra all’estero senza registrarsi e gli stranieri irregolari che sono stimati a circa 500 mila persone).
Ma per avere un’idea parziale dei continui spostamenti di persone basta guardare il dato globale degli iscritti all’anagrafe dei comuni dal 2001 al 2018 e quello dei cancellati (iscritti provenienti sia da altri comuni, sia dall’estero e fra questi anche gli stranieri e fra i cancellati sia per altri comuni sia per l’estero e quindi far loro anche gli stranieri – vedi https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-andamento-demografico/). In 18 anni ci sono stati 33.381.047 di nuovi iscritti e 27.547.087 di cancellati (ma queste variazioni sono state ancora più forti dagli anni ’70 sino agli anni ’90 a seguito della fine delle grandi industrie e del loro indotto non solo nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova, ma in tutti i siti di grandi fabbriche).
Ripetiamo i cancellati e nuovi iscritti sono solo le persone che hanno provveduto a segnalare il proprio cambio di residenza. Lo stesso vale per gli iscritti all’anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE). Secondo i dati ufficiali (pdf) al 31.12.2017, l’AIRE contava 5.114.469 cittadini. Nel 2000 erano 2.353.000, nel 2005 erano 3.521.000, nel 2010: 4.115.000; nel 2016: 4.973.940. Un crescendo dovuto anche al fatto che prima pochi si iscrivevano mentre ora è spesso sollecitato dalle stesse istituzioni straniere.
Il continuo cambiamento di residenza registrato e non registrato sembra un fenomeno ancora più accentuato di quanto già si è avuto negli anni noti come quelli delle grandi migrazioni interne e verso l’estero non solo nel XIX secolo e prima e dopo la prima guerra mondiale, ma ancora di più dopo la seconda guerra mondiale. Contrariamente allo stupido luogo comune non si è mai trattato e non si tratta neanche oggi solo di migrazioni dal sud verso il nord e l’estero e di va-e-vieni dei meridionali, ma di migrazioni dalle campagne verso le città e verso l’estero in tutte le regioni.
Milano è per esempio la città che ha avuto un enorme cambiamento della popolazione residente, quasi come una città di transito e lo stesso vale per tanti comuni della sua provincia. Al 1° gennaio 2019 i 133 comuni della città metropolitana di Milano avevano 3.250.315 (https://www.tuttitalia.it/lombardia/provincia-di-milano/); ne aveva 560.315 nel 1861, 3.139.490 nel 1981 (punta massima della crescita prima di due decenni di diminuzione) e infine di nuovo crescita che si evince col dato del 2019. Ma ecco i dati del ricambio di popolazione anche se solo dal 2002 al 2018: 2.237.118 nuovi iscritti alle anagrafi dei 133 comuni e 1.785.258 cancellati (da e per altri comuni o da e per l’estero).
Un andamento che rispecchia perfettamente il processo di cambiamento economico conosciuto dagli anni ’70 in poi. Ossia: il cosiddetto declino della società industriale con la fine di tutte le grandi fabbriche e del loro indotto e poi una ripresa secondo la logica liberista che ha prodotto dapprima destrutturazione economica e sociale di quanto esisteva e poi segmentazione eterogenea, discontinua e quindi instabile, ergo una mobilità sempre più forte della manodopera.
Ma in città s’è invece avuto non solo un gigantesco ricambio ma anche il fortissimo calo della popolazione residente perché s’è gentrificata: è diventata una città di uffici e negozi, seconde case per ricchi, una città troppo cara per giovani famiglie e quindi una città di vecchi e di giovani in movimento alla ricerca di una formazione, di esperienze ma pronti a partire verso l’estero o altre città. Nel 1861 Milano contava 267.621 residenti, nel 1971 ne aveva 1.732.068 (punta massima raggiunta con una continua crescita) e nel 2018 ne conta 1.378.689 (dato in crescita rispetto al calo continuo che c’è stato dal 1971). Ma se guardiamo al ricambio di popolazione solo dal 2002 al 2018 si sono avuti 941.641 nuovi iscritti e ben 690.777 cancellati. In proporzione il numero di cancellati era stato ancora più alto negli anni che vanno dal 1971 al 2002.
Ecco un insieme di dati tratti dal libro Socialità e inserimento degli immigrati a Milano. Una ricerca per l’Ufficio Stranieri del Comune di Milano. F. Angeli, 2000
Andamento residenti in Lombardia, prov. di Milano, in città e negli altri comuni dal 1861 al 1991
| periodo | Lombardia | variazione | Provincia di Milano* | variazione | Milano capoluogo | variazione | comuni prov. MI | variazione |
| 1861 | 3.160.481 | 863.824 | 267.618 | 596.206 | ||||
| 1871 | 3.528.732 | + 368.251 | 918.601 | + 54.777 | 290.514 | + 22.896 | 628.087 | + 31.881 |
| 1881 | 3.729.927 | + 201.195 | 1.012.467 | + 93.866 | 354.041 | + 63.527 | 658.426 | + 30.339 |
| 1901 | 4.313.893 | + 583.966 | 1.311.563 | + 299.096 | 538.478 | + 184.437 | 773.085 | + 114.659 |
| 1911 | 4.889.178 | + 575.285 | 1.574.535 | + 262.972 | 701.401 | + 162.923 | 873.134 | + 100.049 |
| 1921 | 5.186.288 | + 297.110 | 1.729.374 | + 154.839 | 818.148 | + 116.747 | 911.226 | + 38.092 |
| 1931 | 5.595.915 | + 409.627 | 1.974.787 | + 245.413 | 960.660 | + 142.512 | 1.014.127 | + 102.901 |
| 1936 | 5.836.342 | + 240.427 | 2.175.400 | + 200.613 | 1.115.768 | + 155.108 | 1.059.632 | + 45.505 |
| 1951 | 6.566.154 | + 729.812 | 2.505.153 | + 329.753 | 1.274.154 | + 158.386 | 1.230.999 | + 171.367 |
| 1961 | 7.406.152 | + 839.998 | 3.156.815 | + 651.662 | 1.582.421 | + 308.267 | 1.574.394 | + 343.395 |
| 1971 | 8.543.387 | + 1.137.235 | 3.903.685 | + 746.870 | 1.732.000 | + 149.579 | 2.171.685 | + 597.291 |
| 1981 | 8.891.652 | + 348.265 | 4.018.108 | + 114.423 | 1.604.773 | – 127.227 | 2.413.335 | + 241.650 |
| 1991 | 8.856.074 | – 35.578 | 3.922.710 | – 95.398 | 1.369.231 | – 235.542 | 2.553.479 | + 140.144 |
fonte: Istat; dati dei censimenti (dal 1961 in poi i residenti degli altri comuni superano quelli di Milano città. Dal ’71 in poi i residenti dei capoluoghi diminuiscono passando da 2.509.004 del ’71 a 2.370.607 nell’81 a 2.077.652 nel ’91). Sino al 1991 qui citato la prov. di Mi comprendeva anche quelle di Lodi, Lecco e Monza. Tutta la Lombardia ha avuto una crescita costante tranne un lieve calo dall’81 al ’91 e oggi ha superato di poco i 10 milioni di residenti.
Milano : nuovi iscritti e cancellati all’anagrafe
| anni | nuovi iscritti | cancellati | saldo migr. |
| 1971-80 * | 37.362* | 47.656* | – 10.294* |
| 1981-90 * | 28.184* | 42.041* | – 13.857* |
| 1991 | 23.990 | 33.302 | – 9.312 |
| 1992 | 23.398 | 27.630 | – 4.232 |
| 1993 | 29.775 | 49.049 | – 19.274 |
| 1994 | 27.615 | 35.343 | – 7.728 |
| 1995 | 31.556 | 41.794 | – 10.238 |
| 1996 | 36.314 | 33.075 | + 3.239 |
| 1997 | 37.214 | 34.252 | + 2.962 |
| totale 71-97 | 865.322 | 1.151.415 | – 286.093 |
fonte: ISTAT * media annuale; quindi l’andamento cambia positivamente dal 1996 in poi
Come mostrano diverse ricerche degli ultimi trent’anni in particolare in Francia, in genere gli immigrati dell’interno hanno uno scarso tasso di partecipazione alle elezioni locali (quelli dall’estero non hanno neanche il diritto tranne se naturalizzati, ma anche qui si tratta di una minoranza che tende a votare come i cittadini locali a volte con qualche preferenza in più per partiti del centro-sinistra). In altre parole, in generale gli immigrati dell’interno come quelli stranieri non hanno voce, non partecipano alla vita politica locale, cosa peraltro ormai ardua anche per i residenti da più lungo tempo vista l’eterogenesi della cosiddetta democrazia contemporanea. Da parte loro le amministrazioni locali non si sono mai mostrate interessate a sollecitare tale partecipazione così come i comuni d’origine hanno finito per considerarli “cittadini persi”, tanto quanto hanno sempre fatto i governi nazionali rispetto agli emigrati all’estero a parole corteggiati ma nei fatti abbandonati a loro stessi.
In realtà, in maniera più inconsapevole che consapevole, l’emigrato tende a pensare il comune e il paese di origine come i luoghi nei quali l’hanno fatto sentire fuori posto come se gli avessero detto “qua per te non c’è nulla, non ti resta che andar via”. E di fatto alle amministrazioni locali e nazionali fa comodo che persone che “non si trovano una sistemazione” se ne vadano, tanto si sa che quantomeno una parte torna, manda soldi a casa, compra prodotti del paese. Certo, se tutti gli emigrati restassero nel loro comune d’origine sarebbe un bel problema soddisfare le richieste di disoccupazione, spese sanitarie e sociali ecc.
Tutte le autorità e la maggioranza dei cosiddetti opinionisti non mancano di sparlare del problema del declino demografico e di versare lacrime di coccodrillo sia sui nostri giovani che emigrano, sia sul maltrattamento degli immigrati stranieri. Ma il paradosso di un paese di emigrati e di immigrati è palesemente apparente: chi emigra è perché non vuole fare lavori umilianti, malpagati e a rischio per la salute anche se spesso finisce per farli là dove emigra proprio perché il liberismo impera dappertutto e si fonda sulla negazione dei diritti dei lavoratori e sul loro trattamento come usa-e-getta.
Gli immigrati stranieri non mancano vista la distruzione delle loro società d’origine da parte delle multinazionali anche italiane e servono bene come manodopera inferiorizzata e schiavizzabile al posto di chi emigra. Ma nessun governo osa programmare un effettivo risanamento e regolarizzazione delle economie sommerse che sono lavoro nero, semi-schiavitù, caporalato, collusioni con le mafie, evasione fiscale e corruzione delle parte delle agenzie di prevenzione e controllo e delle forze di polizia.
Non è vero che non si può creare un’economia sana e regolare cioè legale, ma chi trae profitto dal sommerso pesa sulle scelte dei governanti e si tratta di un’area di popolazione relativamente vasta (come dice qualcuno sono quasi 10 milioni di elettori e nessun partito osa perderli). Il cosiddetto declino demografico italiano è un prodotto del liberismo che fa emigrare e riduce la maggioranza degli immigrati a condizioni di vita e di lavoro indecenti. Questa è la faccia del neocolonialismo che si riflette anche all’interno dei paesi cosiddetti ricchi a danno di emigrati e immigrati.
Qualche curiosità
La maggioranza degli iscritti all’AIRE si trovano in Europa (2.767.926) e nelle Americhe (2.059.422). La più alta presenza di italiani è in Argentina con 819.910 iscritti, segue la Germania (743.622) e poi la Svizzera (614.996).
La regione dove si evidenzia il numero più elevato di emigrati regolare secondo l’Aire è la Sicilia (755.947), seguita dalla Campania (495.890), dalla Lombardia (473.022) e dal Lazio (450.847). Può stupire il dato della Lombardia e del Lazio ma si tratta di regioni di transito, cioè luoghi di immigrazione da dove si re-emigra.
Le province con il maggior numero di italiani iscritti all’Aire, sono Roma con 352.200 iscritti, Cosenza (167.939), Agrigento (154.979), Napoli (136.923), Salerno (135.878) e Milano (135.144). Questi dati mostrano che le grandi città sono in testa quali luoghi di transito.
Per quanto riguarda l’età, gli iscritti di età compresa tra 41 e 60 anni sono 1.457.507, di cui 797.078 maschi e 660.429 femmine, segue di poco la fascia di età compresa dai 21 a 40 anni: 1.454.232, di cui 766.373 maschi e 867.859 femmine (è significativo l’alto numero di donne giovani che anche in questo manifestano volontà di emancipazione). Gli iscritti all’estero di sesso maschile sono in totale 2.655.147 (52%) mentre quelli di sesso femminile sono 2.459.322 (48%), in altre parole sono finiti i tempi in cui emigravano solo gli uomini soli.
Un caso emblematico di un piccolo paese e della Sicilia
Tanti sono convinti che San Cono (Catania) sia un comune che gode di una notevole riuscita economica in particolare grazie alla coltivazione del fichi d’India. Anche in qualche ricerca sul calatino si afferma che San Cono non debba essere considerato come comune economicamente depresso, fatto che invece colpisce San Michele di Ganzeria, Mirabella Imbaccari e altri comuni della zona. Ma se questa valutazione fosse corretta la vera riuscita economica dovrebbe andare a beneficio della maggioranza della popolazione e dovrebbe quindi quantomeno limitare l’emigrazione di giovani e meno giovani. Invece a San Cono solo una minoranza di imprenditori agricoli hanno effettivamente avuto una buona riuscita sebbene con grandi difficoltà e sebbene per nulla stabile, nonostante abbiano ampliato in misura considerevole la loro proprietà e le terre coltivate anche in affitto. C’è poi un’altra minoranza che sembra godere di una sorta di riuscita economica “drogata” perché dovuta a finanziamenti di progetti fasulli che hanno permesso ai beneficiari di acquistare auto tipo SUV e altri mezzi con anche il rischio di trovarsi poi indebitati mentre non hanno avviato alcuna attività.
Allo stesso tempo c’è stato un aumento molte forte dell’emigrazione e in generale un declino demografico molto preoccupante. Secondo i dati Istat a fine 2018 i residenti a San Cono erano circa 2600 di cui quasi 300 immigrati stranieri regolari (e forse almeno altri 100 irregolari e ancora centinaia di irregolari per i lavori periodici di raccolta dei fichi d’India e altri frutti). Si può stimare che altre circa 300 persone siano emigrate senza aver cambiato residenza mentre oltre 1900 persone risultano iscritte all’AIRE (anagrafe residenti all’estero-dato fornito dal Comune in maggio 2019). In altre parole, i residenti a San Cono stanno per diventare meno numerosi degli emigrati all’estero e in altri comuni d’Italia, notoriamente al Nord.
Come tutti sanno in paese, la maggioranza dei giovani tendono a emigrare. Secondo alcuni perché non vogliono fare i lavori pesanti o umilianti nelle piantagioni di fichi d’India, anche se spesso finiscono per svolgere attività al semi-nero o al nero e altrettanto pesanti e umilianti al nord e all’estero. In realtà, l’economia del fichi d’India sembra produrre poche occasioni di impiego accettabile.
La maggioranza dei residenti è composta da pensionati e le persone che hanno oltre 65 anni sono più del doppio di quelli che hanno da zero a 14 anni; quest’anno a San Cono si arriverà a stento ad avere il numero sufficiente per costituire una prima elementare. Allora perché ignorare gli emigrati e questo inquietante declino demografico? Perché gli stanziamenti europei per le zone depresse del calatino escludono San Cono poiché classificato come comune con buoni “parametri” economici? Sono corretti dei parametri che ignorano l’emigrazione? Non è forse vero che la riuscita economica di una minoranza di fatto corrisponde a questa amara conseguenza? Non è forse vero che il successo del ficho d'India corrisponde a un’immigrazione solo in parte regolare ma anche in parte assai irregolare cioè di ragazzi che lavorano al nero e magari vivono nei casolari in campagna in condizioni di indigenza e sono pagati con salari miserabili?
È probabile che San Cono sia destinato a diventare sempre più un paesino in estinzione che sopravvive di una nicchia produttiva per buona parte grazie al lavoro nero di immigrati, in certi casi schiavizzati, nonostante la buona integrazione di altri grazie a una buona parte dei sanconesi.
Se si riconoscono questi aspetti negativi di questa realtà bisogna allora investire in una ricerca seria per pensare a cosa fare. Per esempio attività di trasformazione delle risorse naturali per produrre prodotti ecosostenibili e benefici per l’ecosistema, quali cosmetici naturali, prodotti biologici, e in particolare una diversificazione indispensabile per non far deteriorare l’ecosistema. Il biomimetismo, gli allevamenti biologici, le relazioni fiduciarie fra produttori e consumatori potrebbero permettere una distribuzione alternativa dei prodotti evitando le logiche del mercato dominato dalla grande distribuzione.
Bisogna incentivare i giovani a specializzarsi in scienze della terra, in biologia, in marketing, in un’agronomia che non sia finalizzata solo a una produttività per il profitto immediato, ma a un insieme di saperi e conoscenze che servano alla prosperità di tutti e alla posterità cioè al futuro.
La situazione di San Cono può essere considerata un caso estremo di questo paradosso che consiste in una riuscita economica di pochi e di una quasi monocultura (anche a rischio di problemi per l’ecosistema). In realtà altri comuni sono colpiti dallo stesso fenomeno in Sicilia e in tutta Italia.
In Sicilia si hanno oscillazioni poco rilevanti, ma c’era un aumento sino al 2013 (5.094.937) e poi una continua diminuzione sino a passare un po’ sotto i 5 milioni nel 2018. In realtà ci sono alcune provincie che aumentano, altre che hanno un andamento irregolare ma con scarse variazioni e altre che diminuiscono senza discontinuità.
L’aumento di popolazione corrisponde alle note zone di produttività che si nutre spesso di immigrazione straniera o anche da altri comuni puntando spesso sui bassi salari o sul lavoro nero.
In provincia di Ragusa si ha quasi sempre aumento costante da 295.246 nel 2001 a 321.370 nel 2017 (e piccola diminuzione nel 2018) e sono noti i casi estremi di neo-schiavitù. In provincia di Siracusa si ha aumento quasi costante dal 2001 al 2014 (405.111) e poi leggera diminuzione sino al 2018 (399.224). In provincia di Palermo si ha la punta massima nel 2014 con 1.276.525 residenti e poi calo sino a 1.252.588 nel 2018. In prov. di Trapani si ha un aumento sino al 2010 (436.624) poi calo sino a 430.492 nel 2018. Nella città metropolitana di Catania si tocca il massimo nel 2014 (con 1.116.917 di residenti) e poi si ha una leggera diminuzione sino a 1.107.702. In quella di Caltanissetta la punta massima si ha nel 2003 (275.908) e poi si ha una continua diminuzione sino a 262.458 nel 2018. Nella provincia di Agrigento si ha la punta massima nel 2003 con 456.818 e poi diminuzione sino a 434.870 nel 2018. Invece nella Città metropolitana di EN si ha una continua diminuzione dal 2001 al 2018 (passando da 176.959 a 164.788). Lo stesso in provincia di Messina si ha una continua diminuzione da 661.708 nel 2001 a 626.876 nel 2018.
A Caltagirone si ha il massimo nel 2009 (39.610) e poi diminuzione sino a circa 37.8823 nel 2018. A Mirabella il massimo di residenti si ha nel 2013 (6.618) e poi diminuzione sino a 4.682 nel 2018. A San Michele di Ganzeria invece dal 2001 si ha diminuzione costante da quasi 5.000 a 3000. A San Cono il calo demografico è ancora più netto: dopo aver raggiunto il massimo storico nel 1991 (3780 residenti) c’è sempre diminuzione sino a 2.656 nel 2018.
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