Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/09/2026

Le disuguaglianze Irpef fotografano un sistema fiscale da ribaltare

Il rapporto del centro studi Itinerari Previdenziali sulle imposte dirette e indirette relative all’anno 2024 fotografa un pesante squilibrio tra le fasce della popolazione che finanziano il “sistema-paese”, con un’evidenza: i lavoratori vengono svenati e il sistema fiscale italiano va ripensato per far sì che chi più si arricchisce del lavoro sociale paghi di più, per tutti. Il welfare è sempre più costoso e grava sulle spalle di 8 milioni di contribuenti. Quasi 25 milioni di cittadini, invece, non versano imposte, mentre tra le categorie spuntano vistose anomalie di reddito.

Le dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025, relative ai redditi maturati nell’anno precedente, presentano una chiara asimmetria fiscale. Partiamo dalle entrate: a fronte di 1.076 miliardi di euro di redditi complessivi dichiarati, l’erario ha incassato 216,24 miliardi di euro di gettito Irpef (193,316 miliardi di imposta ordinaria, 16,17 miliardi di addizionali regionali e 6,76 miliardi di addizionali comunali).

Su una popolazione di circa 58 milioni di residenti, sono 42,8 milioni le persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, e di queste 34,1 milioni hanno versato effettivamente almeno un euro di imposta.

Il risultato è che 24,8 milioni di residenti non contribuiscono al gettito Irpef. Bisogna comunque fare le dovute specifiche, per non rischiare di interpretare erroneamente i dati. 16,1 milioni non presentano alcuna dichiarazione, trattandosi in prevalenza di minori, soggetti a carico o cittadini esenti.

Circa 8,7 milioni di soggetti dichiarano importi nulli o talmente esigui da azzerare il dovuto grazie a deduzioni e detrazioni, e tra loro 5,3 milioni sono lavoratori dipendenti che però non superano i 7.500 euro di reddito lordo annuo, e risultano dunque nei fatti esenti dall’imposta. Parliamo di salari davvero da fame.

Chi guadagna fino a 29.000 euro rappresenta il 69,78% dei contribuenti e genera il 21,33% dell’Irpef totale (circa 46 miliardi di euro). Per l’Eurostat, nel 2024 la retribuzione annua lorda medio del Belpaese era oltre i 33.500 euro: oltre due contribuenti su tre, dunque, si attestano ben al di sotto di questa soglia.

Allargando il perimetro fino a 35.000 euro lordi l’anno, risulta dunque che oltre l’80% della popolazione conta su entrate che, solo in pochi casi, raggiungono i 2 mila euro netti al mese. Tuttavia, questo 80% contribuisce per il 35% del gettito Irpef. Se si aggiungono coloro che guadagnano fino a 55 mila euro lordi l’anno, si ha oltre il 93% della platea dei contribuenti che genera quasi il 60% del gettito complessivo.

Visti così, questi numeri possono sembrare “redistributivamente” adeguati, eppure dallo studio di Itinerari Previdenziali notiamo che le fasce alte di reddito hanno ricevuto riduzioni dell’Irpef media molto più alte rispetto alle fasce meno abbienti. Per le fasce che guadagnano tra i 7.500 e i 35.000 euro, l’Irpef media si è ridotta per valori che vanno dai 680 agli 884 euro; chi guadagna tra i 55.000 fin oltre i 200.000 euro, l’Irpef media è calata per valori che vanno dai 2.069 agli 8.541 euro.

Ovviamente, queste cifre pesano in maniera molto differente a seconda dell’ordine di grandezza delle entrate. Tirando le somme, a lungo andare le riduzioni dell’Irpef hanno favorito i redditi più alti, facendo pagare a quelli medi la sopravvivenza di quelli più bassi. Inoltre, c’è poi il tema delle vistose anomalie nelle dichiarazioni dei contribuenti.

I gestori delle discoteche dichiarano poco più di 11.000 euro annui, attestandosi al di sotto del reddito medio dei braccianti agricoli. Gli albergatori registrano in media 34.000 euro annui, collocandosi sotto un dipendente comunale della prima fascia. Tra i professionisti, i dentisti si posizionano mediamente circa 20.000 euro al di sotto dei commercialisti. I gioiellieri guadagnano meno degli insegnanti, stando a quel che dichiarano.

Gli evasori totali sono calcolati intorno alle 200.000 persone, secondo le più recenti stime dell’Agenzia delle Entrate, ma appare chiaro che non è solo un problema di questa categoria. E soprattutto, appare chiaro che la riduzione delle aliquote Irpef ha penalizzato i più poveri, mentre ora serve ripensare da capo un sistema fiscale che attacchi finalmente i grandi redditi e i grandi patrimoni, per investire in un modello di paese che pensi innanzitutto alla maggioranza della sua popolazione.

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17/07/2026

Tre proposte per una riforma fiscale che rispetti la Costituzione più che coccolare i miliardari

di Alessandro Volpi 

I miliardari in Italia sono 91 e possiedono un patrimonio di 484 miliardi di dollari; erano 51 nel 2021 e il loro patrimonio era di 204 miliardi. Di questi 91, 29 hanno residenza fiscale all’estero, ma il dato impressionante è che questi 29 detengono il 58% della ricchezza globale dei miliardari italiani. Le sedi preferite sono Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco.

Colpiscono poi due ulteriori fattori: circa il 64% dei 91 miliardari ha ereditato la propria ricchezza e la composizione dei patrimoni è fatta per il 7% da asset immobiliari e per 93% da altri asset, di cui quelli tangibili (le aziende) sono il 52% e il 48% quelli finanziari. Nel 2021 gli asset immobiliari coprivano il 14% e degli altri asset quelli tangibili erano il 76%.

Per chiudere: i primi 10 miliardari possiedono una ricchezza pari a quella di 18 milioni di italiani che rappresentano il 30% più povero della popolazione. Non mi sembra che il modello economico che ha prodotto questi dati possa definirsi democratico solo perché esistono le elezioni “libere”.

Nel 2025 il totale delle entrate tributarie è stato di 662 miliardi di euro, di cui l’Irpef ha coperto 227 miliardi, con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024. Di questi 227 miliardi, quasi il 90% deriva da lavoratori dipendenti e pensionati. Sempre nel campo delle imposte dirette, le cosiddette imposte “sostitutive”, sui guadagni finanziari, sugli affitti etc., hanno generato 21 miliardi, mentre l’Ires, l’imposta sui profitti, è stata pari a 60 miliardi. Il quadro è completato dalle imposte locali per un gettito di circa 17 miliardi. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e non sono legate al reddito, che sono state di 270 miliardi di euro, con l’Iva e le accise che hanno incassato 230 miliardi di euro.

È evidente che una composizione delle entrate tributarie di questa natura non sia sostenibile perché ha una base imponibile troppo squilibrata e perché il gettito delle imposte sui profitti è davvero troppo basso, così come è ridottissimo quello delle imposte sostitutive i cui contribuenti, peraltro, beneficiano della possibilità di scegliere il regime fiscale a cui sottoporsi.

È altrettanto chiaro che un sistema del genere sia per il peso delle imposte indirette sia per i troppi regimi di flat tax – quello delle sostitutive – non sia coerente con i principi costituzionali della progressività previsti dall’articolo 53 della Costituzione. Dunque la riforma fiscale è davvero indispensabile a beneficio della stragrande maggioranza della popolazione italiana e andrebbe rivendicata con forza in termini politici.

Provo quindi a elaborare una proposta articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro.

Primo: occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque beneficiano i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Secondo: occorre alzare le aliquote Ires, per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%. Infine, è necessaria un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i due milioni di euro per la parte eccedente questa quota, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. In sintesi, si tratterebbe di una platea di meno di 500mila contribuenti su un totale di 42 milioni: quei 500mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e ridurre l’aliquota ordinaria. Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una “Sinistra popolare”.

Vorrei soffermarmi sulla questione dell’Irpef. Gli ultimi interventi sul tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un’aliquota massima del 43%. Servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80mila euro.

Per essere chiari: chi ha un reddito lordo superiore agli 80mila euro potrebbe pagare un’aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall’articolo 53, con la possibilità di ridurre l’Iva sui servizi essenziali.

Ma il tema dell’Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. Dal Governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte-Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.

Ciò configura una triplice anomalia. In primo luogo in Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all’origine senza alcuna possibilità di scelta. Inoltre, le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l’Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.

Infine, chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l’Irpef. Allora, se esaminiamo l’Irpef, è evidente che l’imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all’Irpef e quindi alla comunità 10-12 miliardi di euro l’anno.

In tale ottica, come accennato, l’imposta patrimoniale è decisamente indispensabile se si intende restituire giustizia sociale perché è pressoché l’unico modo che permette di avere un gettito fiscale dall’arricchimento finanziario. Provo a spiegarmi meglio.

Un plurimilionario possiede un importante pacchetto di azioni e di strumenti finanziari che compongono una fetta importante del suo patrimonio. Si tratta di titoli di banche, società energetiche, società di armi, o prodotti finanziari ad esse legati, che nel giro di un anno hanno conosciuto una crescita media del 50%. Dunque, il suo patrimonio si è accresciuto del 50%, ma questo incremento, se il plurimilionario non vende i titoli, paga qualche imposta aggiuntiva, a parte l’impercettibile imposta di bollo?

La risposta è assolutamente no. I contrari alla patrimoniale obiettano: ma in realtà l’incremento di valore non arreca benefici di per sé, quindi perché tassarlo? La risposta è altrettanto semplice: non è vero che quel plurimilionario non ha benefici perché può utilizzare il maggior valore per ottenere un prestito bancario a condizioni molto meno onerose se mette in garanzia titoli che valgono di più o può rinegoziare a condizioni favorevoli i prestiti che già ha, liberando risorse senza alcun aggravio fiscale.

In sintesi, può operare senza vendere e senza pagare tassazione. Del resto, così fanno le scalate le banche che propongono lo scambio di azioni e così sta cercando di fare Leonardo Maria Del Vecchio per comprare quote di Delfin con i soldi delle banche mettendo in garanzia azioni proprio di Delfin. Aggiungerei un dato. Gli avversari della patrimoniale sostengono che si tratti di una doppia tassazione perché colpisce prima il reddito e poi il patrimonio, tassando due volte la stessa cosa. Ora è evidente che nel caso di un’imposizione sull’aumento di valore finanziario una tale doppia imposizione non esiste affatto.

Rimango sulla questione della patrimoniale per rispondere al tema della sua difficile applicazione. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro rappresenta una sfida che richiede anche una metodologia tecnica capace di coniugare rigore analitico e snellezza operativa.

Per risultare efficace, questa misura dovrebbe configurarsi non come un prelievo sul possesso indiscriminato, ma come un’imposta sulla ricchezza netta globale, calcolata esclusivamente sulla parte di valore che eccede la franchigia stabilita. Il pilastro fondamentale di una simile metodologia risiede nell’automatizzazione dei processi di valutazione, eliminando la necessità di perizie soggettive che rallenterebbero la riscossione e alimenterebbero infiniti contenziosi legali. Per i beni immobili, il sistema più snello consiste nell’utilizzare le rendite catastali opportunamente rivalutate attraverso coefficienti aggiornati, un dato oggettivo già presente nei database dello Stato.

Per quanto riguarda le attività finanziarie, la base imponibile verrebbe determinata attraverso la fotografia delle consistenze al 31 dicembre, integrando i dati che gli istituti di credito trasmettono regolarmente all’Anagrafe dei rapporti finanziari. Anche il nodo complesso della valutazione delle aziende non quotate potrebbe essere sciolto adottando il criterio del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio depositato, garantendo così un riferimento certo e verificabile.

Una scelta metodologica cruciale per mantenere il sistema semplice sarebbe l’esclusione dei beni mobili non registrati, come opere d’arte o gioielli: sebbene costituiscano quote rilevanti di ricchezza, la loro catalogazione e stima risulterebbero talmente onerose da rendere il costo amministrativo dell’imposta superiore al beneficio economico. La gestione pratica del tributo dovrebbe quindi seguire il modello della dichiarazione precompilata, in cui l’amministrazione finanziaria incrocia le proprietà immobiliari, i conti titoli e le partecipazioni societarie per presentare al contribuente un calcolo già definito, riducendo l’onere burocratico per i cittadini.

Per garantire l’equità ed evitare crisi di liquidità per quei soggetti che possiedono grandi asset ma scarsi flussi monetari, la metodologia dovrebbe infine prevedere clausole di salvaguardia, come la possibilità di rateizzare il versamento o di differirlo parzialmente al momento della vendita dei beni. Un impianto così strutturato, basato sulla trasparenza dei flussi informativi internazionali e sulla digitalizzazione dei dati esistenti, permetterebbe di colpire con precisione la grande ricchezza minimizzando l’elusione e assicurando allo Stato un gettito stabile e prevedibile.

Un’ultima nota. Il possessore di un patrimonio di 2,5 milioni di euro pagherebbe, per effetto della patrimoniale, circa seimila euro annui aggiuntivi. Se quello stesso milionario dovesse recarsi in un Pronto soccorso pubblico, in codice rosso, riceverebbe servizi per circa 20mila euro. Mi sembra evidente che lo sforzo sostenuto con la patrimoniale è decisamente inferiore al costo per la collettività del suo accesso al pronto soccorsi. Forse se i super ricchi se ne vanno (e non lo fanno) a perderci sono soprattutto loro.

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23/10/2025

Chi paga il “miracolo economico” (che poi è la solita austerità) del Governo Meloni

di Alessandro Volpi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga?

La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4% al 42,6% del Prodotto interno lordo (Pil), un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio bassi.

Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni delle lavoratrici e dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente.

Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima Legge di Bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni per effetto di questo meccanismo lo Stato ha incassato 50 miliardi di euro in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione “meloniana” del risanamento tanto caro alle agenzie di rating è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale. A questo proposito è utile citare il caso delle banche. In Italia l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati, nel 2025, ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati solo poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6     miliardi.

È evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale. Bisogna aggiungere a ciò che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa mille miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 miliardi e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici.

Il caloroso ringraziamento della presidente del Consiglio per i grandi sforzi fatti dalle banche risulta perciò davvero fuori luogo. Appare decisamente motivato invece il ringraziamento del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, alla stessa Meloni per quanto ottenuto nella Legge di Bilancio: 8 miliardi di euro in tre anni in “aiuti”, a cui si aggiungono i 2,3 miliardi per le Zone economiche speciali, e il beneficio della flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali. Quest’ultima misura è emblematica del modo di intendere il sostegno del governo ai lavoratori che avviene, appunto, attraverso gli aumenti contrattuali di fatto decisi dai datori di lavoro e attraverso i premi di produttività. Come era prevedibile, invece, è sparita ogni forma di indicizzazione salariale che aveva subito generato la rivolta di Confindustria.

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28/06/2025

Kenya - Riemerge la crisi, 16 morti nelle proteste contro il filo-statunitense Ruto

A un anno dalle proteste di massa, animate soprattutto dai più giovani, il Kenya affronta una nuova ondata di mobilitazioni contro le scelte del presidente filo-statunitense William Ruto. La risposta governativa è ancora una volta segnata dalla violenza: stando ai dati forniti dalla sezione di Amnesty International nel paese, ci sono già stati 16 morti, mentre i feriti ammontano a oltre 400.

Il parlamento ha approvato, lo scorso 19 giugno, la legge finanziaria per il 2025. Attraverso di essa, Nairobi punta a raccogliere ulteriori 30 miliardi di scellini (l’equivalente di 233 milioni di dollari) in tasse, per appianare i conti pubblici e aderire alle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, tra i creditori del paese.

Si tratta di una cifra di gran lunga minore rispetto ai 346 miliardi di scellini che Ruto voleva ottenere con la legge del 2024, che ha dato la spinta a una massiccia e duratura protesta, di cui la ‘Gen Z’ è stata protagonista. E tuttavia è un ammontare sostanzioso, mentre le autorità di Nairobi hanno confermato di star trattando con il FMI per un nuovo accordo, da discutere a settembre.

Intanto, la commissione parlamentare alle Finanze ha respinto, lo scorso lunedì, una proposta che avrebbe concesso all’Autorità delle entrate del Kenya (KRA) l’accesso ai dati personali. Misura molto controversa, perché per alcuni avrebbe favorito la lotta all’evasione, per altri avrebbe significato un duro attacco alla privacy.

Ad ogni modo, la concomitanza della nuova finanziaria con le manifestazioni chiamate per ricordare le oltre 60 vittime delle proteste dello scorso anno, quando alla fine le piazze riuscirono a imporre a Ruto il ritiro della legge che avrebbe colpito pesantemente i settori popolari, ha portato al riesplodere delle contraddizioni del paese. Soprattutto, in virtù della repressione della polizia keniota.

L’8 giugno il blogger Albert Ojwang, critico verso il governo, è stato ritrovato morto in circostanze misteriose, mentre era in custodia di alcuni agenti. Successivamente, l’autopsia ha rivelato che aveva subito un pestaggio, e questo ha intensificato la rabbia che si andava accumulando nelle strade del Kenya.

Sono state segnalate mobilitazioni in ben 27 delle 47 contee del paese africano. Un iniziale tentativo di oscurare diversi canali televisivi per aver violato l’ordine di interrompere le dirette sulle proteste, come imposto dall’autorità nazionale per le comunicazioni il 25 giugno, è stato poi annullato da un tribunale.

Un atto del genere non ha fatto che confermare le critiche a Ruto, divenuto presidente nel 2022. Il leader aveva promesso di dialogare con i giovani che si sono ribellati, criticando alle fondamenta il sistema di potere da lui costruito. Eppure, nel marzo scorso, l’unico atto concreto intrapreso è stato un accordo con l’opposizione parlamentare di Raila Odinga.

Odinga è al quarto patto stipulato con un presidente in carica in cambio di alcune concessioni. È evidente che si tratta di un espediente usato per incanalare l’opposizione entro binari istituzionali di compatibilità col sistema keniota, silenziando le ragioni delle piazze che chiedono un cambio di rotta radicale.

Il Kenya ha ormai sostituito l’Etiopia come pivot economico e geopolitico dell’Africa orientale (col FMI che conferma che il 2025 sarà l’anno del sorpasso dal punto di vista del PIL). Ruto ha stretto legami solidi con la Casa Bianca, e perciò la sua destabilizzazione è vista come un pericolo anche per gli ordini continentali da parte delle cancellerie occidentali.

Le proteste sono riemerse ora, e stanno continuando anche in questi giorni. Ma il contrasto al governo ha continuato a muoversi in maniera carsica durante tutto l’anno appena trascorso. È dunque importante continuare a seguirne i percorsi perché possono avere ripercussioni sostanziali per gli equilibri internazionali.

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05/04/2025

Istat: pressione fiscale in aumento, redditi e potere d’acquisto in calo

Qualche giorno fa il governo si è vantato dei risultati raggiunti sull’occupazione, anche se è stato piuttosto facile smontare la sua spicciola propaganda che nasconde un modello dilagante di lavoro precario e sottopagato. Ieri, invece, l’Istat ha diffuso dei dati non sorprendentemente passati sotto silenzio.

Infatti, l’istituto di statistica ha certificato che la pressione fiscale nell’ultimo quadrimestre del 2024 è stata pari al 50,6% del PIL, in aumento dell’1,5% rispetto allo stesso periodo del 2023. Calcolandola su tutto l’anno appena trascorso, la pressione fiscale si attesta al 42,6%, rispetto al 41,4% del 2023.

Il dato è dello 0,3% più alto rispetto a quanto scritto nel Piano Strutturale di Bilancio. Qualcosa di cui andrà contenta Bruxelles, ma di certo non qualcosa di cui può andare fiero un governo in cui un po’ tutti non fanno che ribadire la necessità di ridurre le tasse per far ripartire l’economia.

Inoltre, non possono nemmeno giustifica questo aumento della pressione fiscale con l’erogazione di nuovi servizi e l’aumento della spesa pubblica, perché è avvenuto esattamente il contrario. Le entrate del quarto trimestre del 2024 ammontano al 55,4% del PIL, in leggero aumento rispetto allo stesso periodo del 2023.

Eppure, come scrive l’Istat, “per la prima volta dal quarto trimestre del 2019, nel quarto trimestre 2024 le AP [Amministrazioni Pubbliche, ndr] hanno registrato un accreditamento netto a seguito di un sostanziale contenimento della spesa rispetto all’incremento delle entrate”.

Sia il saldo primario (al netto degli interessi passivi) sia quello corrente sono in positivo negli ultimi tre mesi dello scorso anno: segnano un’incidenza sul PIL rispettivamente del 4,1% e del 5,9%. Insomma, piena austerità, mentre l’incertezza e le difficoltà continuano a macinare terreno nella vita di tutti i giorni della maggioranza della popolazione.

Il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e il potere d’acquisto dello 0,6%. Anche la propensione al risparmio è passata dal 9,1% del terzo trimestre all’8,5% del quarto trimestre 2024. Tale riduzione deriva dalla crescita della spesa per consumi finali e dalla flessione del reddito disponibile.

“Il reddito disponibile delle famiglie – scrive l’Istat sul suo sito – è diminuito rispetto al trimestre precedente sia in termini nominali (non succedeva dall’ultimo trimestre del 2020) sia, più marcatamente, in termini reali”. Ci stiamo impoverendo, e ciò impatta pesantemente anche nel momento della spesa.

Infatti, per quanto riguarda i consumi, i dati sulle vendite al dettaglio di febbraio parlano di una stima di un leggero aumento delle vendite in valore (+0,1%), rimaste stazionarie per quanto riguarda il volume. Il che significa che, sostanzialmente, si è speso di più per comprare le stesse cose. Su base annua sono addirittura diminuite, sia in valore sia in volume.

Al solito, l’Unione nazionale consumatori ha denunciato la “cura dimagrante” a cui sono sottoposti gli italiani, soprattutto per quanto riguarda il crollo delle vendite alimentari. Di questo, ovviamente, il governo non fa menzione.

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21/10/2024

Analisi sintetica del Documento Programmatico di Bilancio del Governo Meloni

Quadro macroeconomico

Il DPB (Documento Programmatico di Bilancio), che deve essere inviato alla Commissione Europea, delinea la Manovra economica per il 2025. Le più importanti misure sono riportate come rapporto sul PIL nominale, ma è possibile ricostruire con una certa semplicità l’effettivo valore in milioni di euro. Una parte della manovra viene anticipa al 2024; si tratta di interventi minori, mentre la parte più consistente riguarda il 2025 e gli anni successivi.

Il quadro programmatico delinea una crescita economica reale dell’1% nel 2024, dell’1,2% nel 2025 e dell’1,1% nel 2026. Difficile capire se si tratta di previsioni realistiche, ma l’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio), ha comunque ritenuto credibili queste stime. Il PIL nominale, che incorpora l’inflazione ed è fondamentale per l’andamento del Debito Pubblico, segue lo stesso percorso: 2,9 nel 2024, 3,3 nel 2025 e 3,1% nel 2026.

L’indebitamento netto (deficit pubblico) sembra proseguire il suo lento percorso di riduzione al di sotto della soglia del 3% indicato come benchmark nel nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo; passa dal 3,8% del PIL nel 2024, al 3,3% del 2025 e al 2,8% del 2026.

In generale i conti pubblici sembrano sotto controllo, sebbene sussistano delle incertezze legate alle caratteristiche tecniche della manovra economica legate alle minori entrate (quasi 18 mld di euro) sostanzialmente finanziate per quasi 10 mld da maggiore deficit.

La manovra lorda è di poco inferiore a 29 mld di euro, di cui 18 mld di euro relative a minori entrate fiscali (Cuneo, Irpef e tax expanditure), pari a poco meno del 60% del totale della manovra, a cui potrebbero essere associate, teoricamente, anche le agevolazioni a famiglie e imprese che, assieme, valgono poco meno di 5 mld di euro. In altri termini, il 75% della manovra agisce sul “portafoglio” di imprese e famiglie, lasciando libere le stesse famiglie e imprese di utilizzare il denaro disponibile nel mercato.

La manovra, quindi, libera il mercato dalla presenza pubblica per un valore di quasi 22 mld di euro, mentre gli investimenti pubblici sono sostanzialmente attribuibili alle risorse del PNRR. In effetti, gli investimenti pubblici crescono di poco meno di 700 mln nel 2025, di 230 mln nel 2026. Solo a partire dal 2027 si osserva un aumento degli investimenti pubblici (2,5 mld nel 2027), in qualche modo legati alla fine temporale del PNRR.

In aggiunta dobbiamo considerare anche i tagli ai ministeri, di cui 1 mld nel 2024, 2,5 mld nel 2025 e 813 mln nel 2026, a cui è giusto ricordare il taglio agli Enti Locali pari a 830 mln nel 2025, 1 mld nel 2026 e 450 mln nel 2027. In generale si registra un vero e proprio impoverimento dell’azione pubblica, riducendo i confini finanziari e sociali della Pubblica Amministrazione in rapporto al PIL.

Guardando al quadro programmatico del DPB, abbiamo trasformato in valori correnti le percentuali sul PIL indicati, trovando anche gli stanziamenti per Sanità e contratti pubblici: alla sanità saranno assegnati 900 mln nel 2025, 3,5 mld nel 2026 e 190 mln nel 2026, mentre per gli aumenti contrattuali sono stanziati 744 mln nel 2025, 766 mln nel 2026 e 880 mln nel 2027. Certamente le risorse destinate a queste due voci sono in controtendenza rispetto alle politiche del governo, forse hanno inciso le tante denunce delle istituzioni internazionali e nazionali, ma rimangono ancora insufficienti per raggiungere i livelli dei paesi europei e, soprattutto, per recuperare l’inflazione cumulata negli ultimi tre anni.

Più complicata è l’analisi della voce di spesa in sicurezza, emergenza e protezione civile. Infatti, la misura è illustrata nel seguente modo: rifinanziamento delle missioni di pace e delle operazioni Strade e Stazioni sicure, incremento del Fondo per le emergenze nazionali; istituzione di un Fondo per gli interventi di ricostruzione. Le risorse impegnate per il 2025 sono importanti, poco più di 2 mld di euro, che diventano 465 mln nel 2026; si tratta di un impegno finanziario superiore agli investimenti pubblici stanziati per il 2025 (700 mln).

Non si tratta solo di un fondo che interessa le spese improrogabili, utilizzato proprio per le missioni di pace, ma di un fondo che abbraccia molte materie, forse anche troppe. Indiscutibilmente il paese avrebbe bisogno di una reingegnerizzazione di quasi tutte le infrastrutture, ma la dizione “fondo per la ricostruzione” forse nasconde qualcosa di più: il contributo italiano alla ricostruzione dell’Ucraina?

Prime considerazioni

La manovra economica che si delinea con il DPB (Documento Programmatico di Bilancio) è centrata sulle minori entrate fiscali e sui crediti di imposta per un valore complessivo di quasi 22 mld di euro, un indebitamento netto pari a 9 mld di euro, alcuni tagli dei Ministeri ed Enti Locali, con alcune misure di “sollievo” rispetto a Sanità e contratti pubblici, comunque inferiori alla crescita dell’inflazione.

Il dettaglio della Manovra sarà disponibile con la Legge di Bilancio vera e propria, ma il segno (contenuto) politico è chiarissimo: da un lato si riducono le tasse e i contributi previdenziali, più precisamente diventa strutturale la proroga a regime della riduzione da quattro a tre degli scaglioni di reddito e delle corrispondenti aliquote progressive di tassazione del reddito delle persone fisiche, da un altro lato sono confermati gli effetti delle misure di riduzione del carico fiscale a favore dei lavoratori dipendenti e, infine, si delinea un riordino delle tax expenditures, che terrà conto del numero dei familiari a carico nel computo delle detrazioni (quoziente familiare).

Sostanzialmente il governo soddisfa le istanze dei propri elettori, utilizzando ancora un po’ di deficit e riducendo il perimetro dello Stato nel sistema economico via minori entrate fiscali e tagliando le spese dei Ministeri e degli Enti Locali. In qualche misura è possibile affermare che il governo è fedele alla sua linea programmatica e risponde a degli interessi specifici.

Sebbene la maggior parte delle misure fiscali abbia un effetto nullo sulla crescita economica, le stime del governo sono estremamente contenute, crescita del PIL dello 0,1% a partire dal 2029, l’ideologia del “meno tasse” rimane l’alfa e l’omega di questo governo; una linea che purtroppo ha annoverato troppi discepoli anche in soggetti sociali insospettabili.

Possiamo discutere e riflettere sui singoli provvedimenti, ma il segno politico è quello di accontentare alcune categorie di famiglie e imprese, e considerare lo Stato e le tasse un problema e non la soluzione. Certamente sarebbe possibile introdurre anche delle patrimoniali o riscrivere il sistema fiscale, ma senza uscire dalla logica che la politica economica è la politica fiscale, anche queste interessanti soluzioni non avrebbero la forza di riscrivere il senso e il ruolo dello Stato nei fenomeni economici.

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30/07/2024

Il G20 approva la patrimoniale sui supericchi, ma non sarà facile attuarla

Nel G20 dei ministri delle Finanze, conclusosi lo scorso 26 luglio a Rio de Janeiro, è stato trovato un accordo che da molti è già stato definito un traguardo storico. La dichiarazione finale ha infatti sancito un’intesa di massima per porre le basi di una più giusta tassazione sui supericchi.

La proposta era arrivata originariamente dal Brasile di Lula, che quest’anno presiede i vari colloqui del G20. In essa era stata abbozzata l’idea di una tassa del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, che avrebbe permesso di raccogliere un gettito stimato fino a 250 miliardi di dollari all’anno da 3.000 individui.

Nel testo finale viene messa nero su bianco la volontà che i miliardari “paghino la loro giusta parte di imposte”, con una formula fondata su un complesso equilibrio tra la sovranità nazionale e una maggiore cooperazione sull’elusione fiscale. Anche quest’ultima, così come l’evasione, è stata posta come elemento da contrastare nelle future politiche sulla tassazione.

Il riferimento alla patrimoniale per i supericchi rimane però ancora piuttosto generico. “Quello iniziato oggi è un processo più ampio che richiederà la partecipazione del mondo accademico, degli studiosi e delle organizzazioni internazionali con esperienza e tempo a disposizione, come l’OCSE e l’ONU”, ha dichiarato il ministro delle Finanze brasiliano, Fernando Haddad.

Proprio intorno a questi due organismi è stato posto uno degli ostacoli alla realizzazione di misure concrete. Brasile e Sud Africa (che seguirà Brasilia alla guida del G20) vorrebbero fosse l’ONU a stabilire i criteri della tassazione, mentre gli Stati Uniti – che si erano inizialmente opposti alla patrimoniale – vorrebbero fosse l’OCSE.

Il segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, ha affermato che “la politica fiscale è molto difficile da coordinare a livello globale e non vediamo la necessità né pensiamo che sia auspicabile cercare di negoziare un accordo globale su questo tema. Pensiamo che tutti i paesi debbano assicurarsi che i loro sistemi fiscali siano equi e progressivi”.

In pratica Washington, che millanta in continuazione di essere pronta alla cooperazione per lo sviluppo, si tira indietro quando si tratta di far pagare ai ricchi una piccola parte del loro patrimonio. Questo sarà sicuramente un bastone di non piccole dimensioni tra le ruote della definizione di atti pratici.

La proposta ha però ricevuto l’approvazione di molti altri paesi, così come di varie associazioni. Tra di esse anche l’Oxfam, che in Italia ha pure lanciato una raccolta firme per l’introduzione di un’imposta europea sui grandi patrimoni.

Questa è stata seguita da un’analoga proposta costruita insieme ad altre organizzazioni a livello mondiale in occasione degli incontri di Rio, la quale ha già raggiunto un milione e mezzo di firme. Per l’occasione, l’Oxfam aveva preparato anche un interessante studio, reso pubblico qualche giorno dopo che il Brasile aveva presentato l’idea di una tassa sui supericchi.

Nelle sue pagine si legge che l’1% più ricco del pianeta ha accumulato negli ultimi dieci anni 42 milioni di milioni di dollari, circa 34 volte la ricchezza accumulata nello stesso periodo dal 50% più povero. La ricchezza media accumulata dall’1% è di circa 400.000 dollari, quella del 50% più povero ammonta a 335 dollari.

A questa analisi è seguito anche un rapporto, lo scorso gennaio, in cui si mostrava come la maggior parte dei grandi ricchi si concentri in poche aree del mondo, e che le disparità sono destinate ad aumentare. Insomma, i dati di un sistema iniquo, costruito sull’iniquità e senza gli anticorpi e le intenzioni di invertire la rotta.

Per dare corpo all’intesa del G20 i paesi e le organizzazioni interessate dovranno lottare.

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06/07/2024

Il governo Meloni aumenta le tasse, lo certifica l’Istat

In una nota rilasciata sul proprio sito, l’Istat afferma che nel primo trimestre del 2024 la pressione fiscale è aumentata dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2023.

“La pressione fiscale è stata pari al 37,1%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”, si legge nella nota dello scorso 2 luglio.

“Nel primo trimestre del 2024 il quadro di finanza pubblica mostra una pressione fiscale in crescita rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente”.

Dunque, il governo Meloni fa il contrario di quanto va affermando da mesi a questa parte, ossia aumenta le tasse. E lo fa, con poche sorprese, soprattutto per chi vive del proprio lavoro.

Il meccanismo è semplice: il tanto decantato sgravio sul cuneo fiscale, così come la flat tax per gli autonomi, da una parte aumenta il netto in busta paga dei lavoratori e diminuisce il flusso di denaro verso le casse dello Stato.
Dall’altra, visto che lo Stato ha un certo ammontare di spesa da finanziare, o diminuisce la sua spesa, ossia riduce i servizi per i cittadini, soprattutto per coloro a più basso reddito che hanno più difficoltà ad accedere ad alcuni diritti ai prezzi del mercato privato (sanità, istruzione, casa); oppure aumenta le tasse su altre voci, per bilanciare il minor incasso ricevuto dalla contribuzione del lavoro.

Fin qui dunque, a parità di spesa dello Stato, se il taglio del cuneo o la flat tax sono bilanciati dall’aumento delle tasse per esempio su beni di prima necessità, sempre paga chi campa del proprio lavoro, anche se in forma diversa.

Differente sarebbe se la diminuzione del carico fiscale sul mondo del lavoro fosse bilanciata dall’aumento della tassazione sui capitali o sui profitti. Di questo ovviamente neanche l’ombra.

Se lo Stato, invece, diminuisce la spesa e taglia i servizi essenziali, allora minore è la fascia di reddito del cittadino, maggiore è la difficoltà di accesso ai servizi tagliati a causa della minor contribuzione.

Inoltre, e siamo al punto della nota Istat, l’aumento del reddito causato dalla decontribuzione (circa 100€ al mese) fa scavallare uno scaglione Irpef a chi prima della contribuzione dichiarava un reddito vicino ai 15mila e ai 28 mila, i due scaglioni interessati dalla decontribuzione.

Il passaggio di scaglione aumenta la percentuale di tasse sul reddito da versare allo Stato.

Così, tutto questo andirivieni non fa altro che versare nelle tasche dei cittadini con una mano e prelevare con l’altra, con un risultato netto peggiorativo come certifica la nota Istat, soprattutto per le tasche delle fasce più deboli aggiungiamo noi.

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27/06/2024

Kenya in fiamme, assaltato il parlamento. Almeno 5 uccisi dalla polizia

Agita il pugno il presidente keniano William Ruto e ripete che la sicurezza sarà la “massima priorità” dopo le proteste contro il disegno di legge finanziaria che aumenta le tasse nel paese. La polizia ieri a Nairobi ha sparato sui manifestanti, in gran parte giovani disoccupati e poveri, uccidendone almeno cinque – sarebbero dieci le vittime secondo l'emittente tv NTV – che avevano assaltato e invaso il parlamento quando si è diffusa la notizia dell’avvenuta approvazione della legge. I deputati parlamentari sono stati evacuati attraverso un tunnel sotterraneo. Alcuni esponenti dell’opposizione si sono invece uniti alla protesta.

Già lo scorso anno il Kenya era stato attraversato da proteste popolari contro l’aumento del costo della vita e delle tasse.

La Kenya Medical Association ha confermato che almeno cinque persone sono state uccise e 31 persone ferite, di cui 13 colpite da proiettili veri e quattro da proiettili di gomma. Anche l’attivista Auma Obama, sorellastra dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, era tra i manifestanti intossicati ieri dai gas lacrimogeni. Secondo Iringu Houghton, direttore di Amnesty Kenya, alcuni noti influencer e blogger presenti alle dimostrazioni sarebbero stati rapiti da agenti o collaboratori della polizia. La Croce Rossa ha denunciato le azioni violente delle forze dell’ordine nei confronti del suo personale e dei volontari.

Le autorità a un certo punto hanno interrotto temporaneamente le comunicazioni in internet per bloccare le notizie che circolavano su X e TikTok, molto utilizzati dalla generazione Z che si identifica sotto hashtag come #totalshutdown e #occupyparliament.

Scontri si sono registrati anche in diverse altre città del Kenya, con i dimostranti che chiedevano le dimissioni di Ruto e scandivano slogan contro l’aumento delle tasse. Proteste sono scoppiate nella città costiera di Mombasa e manifestazioni si sono svolte a Kisumu, sul lago Vittoria, e a Garissa, nel Kenya orientale, dove la polizia ha bloccato la strada principale verso il vicino porto somalo di Kismayu. A Nairobi la gente ha scandito “Ruto must go” e cantato in swahili: “Tutto è possibile senza Ruto”, sventolando bandiere del Kenya. “Stanno stanziando fondi per la corruzione”, ha detto a una tv locale un manifestante Hussein Ali. “Non cederemo. È il governo che farà marcia indietro. Non noi”.

Secondo Ruto il dibattito fiscale sarebbe stato “dirottato da persone pericolose”. “Non è opportuno, né concepibile, che criminali che fingono di essere manifestanti pacifici agiscano contro la gente”, ha detto. Il ministro della Difesa Aden Duale ha detto che l’esercito è stato schierato in aiuto alla polizia.

Ruto ha vinto le elezioni quasi due anni fa grazie al suo programma in difesa dei lavoratori e dei poveri, ma è riuscito a fare ben poco a causa delle imposizioni del Fondo monetario internazionale che gli ha intimato di ridurre il deficit pubblico se vuole ottenere maggiori finanziamenti. Questo mentre la popolazione lotta contro le conseguenze economiche della pandemia aggravate da due anni consecutivi di siccità e dal crollo della valuta nazionale. Il disegno di legge in parlamento mira a raccogliere 2,7 miliardi di dollari in tasse per alleggerire il carico del debito che, a causa degli interessi, pesa per il 37% sulle entrate annuali dello Stato.

I politici dell’opposizione hanno chiesto a Ruto di dimettersi. “Ruto deve andarsene, Ruto deve dimettersi, deve fare una cosa onorevole”, ha detto Eugene Wamalwa. Un altro esponente dell’opposizione Raila Odinga ha sollecitato il ritiro immediato della legge per far posto al dialogo. “Sono turbato dagli omicidi, dagli arresti, dalle detenzioni e dalla sorveglianza perpetrati dalla polizia su ragazzi e ragazze che cercano solo di essere ascoltati riguardo alle politiche fiscali che stanno rubando loro sia il presente che il futuro”, ha detto.

Il governo ha fatto alcune concessioni, promettendo di eliminare le nuove tasse proposte su pane, olio da cucina, proprietà di automobili e transazioni finanziarie. La tensione però resta alta.

Le proteste sono avvenute poche ore dopo l’annuncio fatto dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden che ha designato il Kenya come “importante alleato non NATO”, rendendolo la prima nazione dell’Africa sub-sahariana a ricevere la designazione. Una mossa cui Washington cerca di respingere la crescente influenza russa e cinese in Africa. Gli altri principali alleati non NATO degli Usa includono Argentina, Australia, Bahrein, Brasile, Colombia, Egitto, Israele, Giappone, Giordania, Kuwait, Marocco, Nuova Zelanda, Pakistan, Filippine, Qatar, Corea del Sud, Tailandia e Tunisia. Taiwan è trattata come tale senza la designazione formale.

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20/04/2024

L’Agenzia delle Entrate vuole sempre un fiorino

In Italia ricevere una raccomandata dall’Agenzia delle Entrate è sempre un thriller.

Poi scopri che ti ridanno indietro quello che hai pagato di più. Emozionante.

Stiamo calmi. Leggi meglio, scopri che sottraggono le spese di spedizione della raccomandata.

Perché, se devi ridare, vuoi comunque riavere? Perché l’istituzione pensa di avere più diritti del singolo?

È come se andando di persona allo sportello per ritirare le somme si potesse chiedere il rimborso immediato del costo della benzina, del parcheggio, nonché delle ore uomo per il tempo della fila allo sportello.

E nel caso si utilizzi l’opzione del rimborso digitale, è come se si potesse ricevere un gettone forfettario di rimborso dei costi di gestione del browser, del conto corrente, dell’energia che alimenta il pc o la carica della batteria dello smartphone da cui partirà l’e-mail col modulo e la documentazione da allegare.

Ma sarà necessario anche contabilizzare le spese di uno scanner e di una App per allegare al modulo di richiesta gli allegati.

Senza contare che tutte le commodity qui citate sono già soggette all’IVA, quindi il cittadino ha già pagato una tassa per l’utilizzo.

E il tempo speso per andare all’ufficio postale a ritirare la raccomandata?

Vi ricordate le risate provocate dalla gag “un fiorino” del film “Non ci resta che piangere” del duo Benigni-Troisi?

D’altronde, il testo della lettera raccomandata recita: “La informiamo che è disponibile a suo nome la somma di xxxxx quale rimborso derivante da un importo superiore a quanto da Lei effettivamente dovuto”.

Mica c’è scritto “ci scusi le abbiamo sottratto soldi, li restituiamo, staremo più attenti”. C’è scritto “rimborso eccedenze”.

E c’è scritto anche che se non ti sbrighi, il credito lo perdi per sempre. Non è un debito, quello sì che lievita di mese in mese, di anno in anno.

Un lavoratore dipendente, un pensionato, un interinale, una partita IVA mica può prendere la cittadinanza a Montecarlo o ad Amsterdam per non pagare le tasse che ti soffiano all’origine del reddito.

E manco avere una maggioranza parlamentare che garantisca l’immunità da truffe societarie, evasioni fiscali, falsi in bilancio.

Quindi, come nel film, ora e sempre dobbiamo sottostare a: “Chi siete? Quanti siete? Che portate? Un fiorino!”.

La domanda è: siamo sicuri che non ci resti solo che piangere?

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25/09/2023

Sugli extraprofitti il governo si piega alle banche e alla BCE

La montagna ha partorito il classico topolino. I partiti di governo hanno fatto marcia indietro trovando un accordo sulle modifiche da applicare alla tassa sugli extraprofitti bancari attraverso un emendamento approvato dalla Ragioneria Generale dello Stato.

L’emendamento della tassa sugli extraprofitti è in obbedienza alle richieste della Bce, “che aveva evidenziato il rischio di indebolimento della posizione di capitale delle banche”.

Il governo ha così riscritto il provvedimento teso a reperire un po’ di risorse dagli extraprofitti che le banche hanno accumulato con i continui aumenti dei tassi di interessi. Come pannicello caldo sulla vergognosa ritirata, il governo afferma che attiverà l’Antitrust per vigilare affinché gli istituti non scarichino sui clienti il peso dell’imposta che dovranno pagare da quest’anno.

L’emendamento approvato dal governo ricalibra il prelievo sul biennio 2021-23 e fissa allo 0,26% (invece che lo 0,1%) il tetto massimo dell’imposta. Ma cambia la base imponibile: non più il totale dell’attivo ma l’importo complessivo dell’esposizione al rischio, una precisazione che quindi esclude i titoli di Stato.

Il tetto massimo della tassa che dovrà essere versata da ogni istituto bancario è definito come lo 0,26% degli RWA (asset ponderati per il rischio) invece dello 0,1% degli attivi.

Agli istituti bancari viene data inoltre la possibilità di destinare a una riserva non distribuibile un importo non inferiore a 2,5 volte l’ammontare dell’imposta, andando quindi a rafforzare la posizione del coefficiente di solidità patrimoniale, il Cet1 ratio. Qualora la riserva venga successivamente utilizzata per la distribuzione di utili, la banca dovrà pagare l’imposta maggiorata per la quota di interessi maturata al tasso di interesse sui depositi Bce.

Viene inoltre espressamente fatto divieto alle banche di trasferire gli oneri derivanti dall’imposta sui costi dei servizi erogati nei confronti dei clienti.

Secondo i calcoli, aggiungendo i conti anche di Poste Italiane e dei gestori del risparmio a quelli delle banche, gli utili del secondo trimestre 2023 potranno arrivare a 4,89 miliardi di euro. Nel solo primo trimestre 2023 erano pari a 2,83 miliardi di euro.

Secondo quest’ultima formulazione, il gettito previsto dovrebbe oscillare tra 2,5 e 2,7 miliardi ma non è detto. Perché considerati i sostanziosi utili 2023 attesi da quasi tutte le banche italiane – visibili nei risultati semestrali esposti nella tabella tratta dal Sole 24 Ore – e il modesto ammontare della sovraimposta rispetto a tale importo, per le banche sarà per relativamente facile mantenere gli obiettivi di remunerazione degli azionisti, riuscendo a destinare a riserva quanto basta per non versare la sovraimposta.

Il gettito dell’imposta viene stimato dal governo in poco meno di 3 miliardi. Troppo poco per le risorse necessarie ad una manovra che si aggira sui 20-25 miliardi. È bene rammentare che invece degli 11 miliardi stimati, la tassa decisa dal governo Draghi sugli extraprofitti delle società energetiche ha fruttato allo Stato solo 2,8 miliardi. Insomma, quando si tratta di banche o multinazionali dell’energia i governi vanno con i guanti bianchi. Sul reddito di cittadinanza o la sanità ci vanno invece con lo spadone.

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14/08/2023

Airbnb nel mirino del fisco. Imposte non versate per 779 milioni

La Guardia di Finanza ha chiesto al colosso degli “affitti brevi” Airbnb, il conto per le imposte non riscosse. Si tratta di una indagine su 779 milioni di euro che la piattaforma non ha trattenuto agli host e che non ha versato nelle casse dell’erario e che adesso, secondo la GdF è il momento di versare.

Adesso occorrerà verificare se Airbnb verserà le imposte o si rivarrà sugli host a cui doveva essere applicata l’imposta.

Già a maggio, la Guardia di Finanza di Milano aveva raccomandato all’Agenzia delle Entrate di avviare un accertamento fiscale formale nei confronti della filiale di Airbnb in Irlanda in relazione alla Legge del 2017 e agli obblighi di ritenuta fiscale associati agli host non professionali per un importo di 779 milioni di euro, che sarà la base delle negoziazioni tra l’Agenzia e la società.

Nonostante Airbnb – che ha un obbligo di ritenuta al 21% – mantenga la posizione secondo cui non rientra nell’ambito di applicazione dell’obbligo di ritenuta, sia la società che l’Agenzia delle Entrate stanno collaborando per risolvere la questione.

Parallelamente, la Procura sta conducendo un’indagine sulla traccia del “modello Milano”, impegnato a contrastare l’evasione fiscale da parte dei colossi del web. Nel 2017 è stato introdotto (art. 4, dl 50/2017) il regime fiscale per le locazioni brevi (inferiori a 30 giorni), al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa. A partire dal 01/06/2017, le piattaforme hanno quindi l’obbligo di operare come sostituti d’imposta, riscuotendo la cedolare secca attraverso una ritenuta alla fonte del 21% e comunicando i dati correlati all’autorità fiscale. Airbnb aveva presentato ricorso al Tar del Lazio con l’obiettivo di annullare la decisione del direttore dell’Agenzia delle Entrate ma le richieste avanzate dalla piattaforma sono state respinte. In risposta, la società ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, il quale ha chiesto di interpretare gli obblighi imposti dal diritto nazionale agli intermediari di locazioni brevi alla luce del diritto dell’Unione Europea.

Il giornale economico Italia Oggi, sottolinea però che secondo la sentenza emanata dalla Corte di Giustizia Europea, l’obbligo posto su Airbnb di riscuotere un’imposta sostitutiva al 21% non costituisce una violazione della libera prestazione dei servizi stabilita dall’art. 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Durante il procedimento, la GdFha avviato l’analisi delle imposte non trattenute sui locatori non professionali. La Corte ha escluso che l’obbligo di agire come sostituto d’imposta “vieti, ostacoli o renda meno attraente l’esercizio della libera prestazione dei servizi” in quanto è imposto a tutti. Al contrario l’obbligo di nominare un rappresentante fiscale, costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi. Airbnb non ha nessun rappresentante fiscale in Italia. Adesso a seguito della sentenza della Corte Europea dovrà pronunciarsi il Consiglio di Stato.

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21/07/2023

Decrescita Italia: radiografia di un trentennio inglorioso

Non si scampa alle conversazioni da bar in cui qualcuno (normalmente di destra) se ne esce con “ci sono troppi laureati e pochi falegnami” oppure “l’Italia ha troppi dipendenti pubblici che non combinano niente”. Altri (normalmente di sinistra) moraleggiano che “l’immigrazione è un finto problema” o quanto sia “bello pagare le tasse”. In questo contesto, il libro di Guendalina Anzolin e Simone Gasperin (30+1 cifre che raccontano l’Italia) è un manualetto di resistenza ai luoghi comuni scritto in modo chirurgico da due “giovani” economisti appassionati del loro Paese e con studi in prestigiosi centri di ricerca britannici. Trentuno capitoli e altrettanti affreschi su economia e società italiana nel trentennio “inglorioso” seguito alla firma del trattato di Maastricht.

Il declino economico è ben rappresentato dal calo della ricchezza che rende quello italiano un caso più unico che raro nel mondo occidentale. Il 16 maggio del 1991 il Corriere titolava “Italia quarta potenza”, avendo superato la Gran Bretagna per Pil procapite: trent’anni dopo, era più basso in termini reali rispetto al 1990, accompagnato da una riduzione dei salari reali, diminuiti da allora al 2020 del 2,9 per cento. L’implosione è avvenuta in un quadro di politiche macroeconomiche improntante al raggiungimento di avanzi primari (lo Stato spende meno di quanto preleva da cittadini e imprese al netto degli interessi). Tra il 1991 al 2019 sono stati accumulati 819 miliardi di avanzi primari accompagnati da un’esplosione del debito, lievitato nel 2020 alla cifra record del 154% sul Pil. Il processo di “nanizzazione” industriale ha fatto sì che mentre nel 1990 l’Iri e l’Eni erano rispettivamente all’11° e al 18° posto tra le più grandi aziende al mondo secondo l’indice Fortune 500 (Enel era la terza azienda elettrica al mondo per fatturato, prima per clienti), trent’anni dopo le italiane siano scivolate in fondo alle classifiche. Pezzi pregiati dell’industria italiana, da Telecom a Pirelli sono stati venduti, trend proseguito oggi con Alitalia a Lufthansa. I soliti del bar diranno: “È la globalizzazione!”. Questo non spiega perché l’Italia sia precipitata al 15° posto della classifica Fortune per il numero di aziende annoverate mentre la Germania resti in 4ª posizione, la Francia in 5ª. Mentre la grande industria italiana sbiadisce, emerge con prepotenza il settore turistico che impiega il 19,2% di occupati in più che nella manifattura (crollata ulteriormente negli ultimi mesi del 7,2 per cento). Agli spingitori di B&B e “Open to Meraviglia”, gli autori rispondono con un’asciutta considerazione: “Questo ragionamento è tuttavia una trappola logica, smentita dall’esperienza storica dello sviluppo economico. I Paesi a più alto reddito sono quelli che hanno “forzato” i loro vantaggi comparati” investendo in settori ad alto valore aggiunto”.

Le difficoltà della grande impresa sono andate di pari passo a un tracollo degli indicatori sociali: il “lavoro povero” ha raggiunto il 12 per cento, il 14 per cento della popolazione vive oggi in condizioni di povertà relativa. Il settore pubblico, vessato da tagli lineari, è tra i più anemici nell’Ue. Alla spesa sanitaria sono stati sottratti 37 miliardi (in 10 anni chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza). Il disinvestimento nell’università ha fatto sì che solo il 9 per cento degli italiani compresi nella fascia tra i 24 e i 35 anni possieda un titolo di laurea o equivalente: l’Italia si ritrova in penultima posizione fra i Paesi OCSE (meglio solo del Messico, che però ha un Pil procapite tre volte inferiore). Le destre italiane, demonizzando l’intervento pubblico hanno contribuito alla crisi del sistema industriale e all’indebolimento delle strutture statuali. Le sinistre hanno pochi fiori all’occhiello. Per esempio l’immigrazione, lungi dall’essere un “non problema”, è una questione di portata epocale. Dal 1870 al 1971 l’Italia ha registrato un saldo migratorio costantemente negativo. A partire dal ‘72 la dinamica si è invertita e negli anni Duemila l’afflusso netto di immigrati è stato costante per 239mila ingressi all’anno. La popolazione non italiana è passata da appena 356.159 unità nel ‘91 agli oltre 5 milioni attuali. È avvenuto mentre la popolazione residente è diminuita per la prima volta nella storia unitaria nel 2021 (a 59 milioni), anche a causa di un deflusso verso l’estero che ha toccato quota 198mila nel 2020, portando la popolazione italiana residente all’estero al 13 per cento del totale (non solo giovani laureati, ma intere famiglie). Un cambiamento epocale.

Anche sulle tasse i numeri di Anzolin e Gasperin ci raccontano che pagarle non sempre è bello. L’Italia ha una pressione fiscale sul Pil (42,4 per cento) che è tra le più alte fra i Paesi Ocse, davanti alla Germania. Mentre è calata la progressività fiscale data dall’imposizione diretta, sono aumentate le imposte indirette come l’Iva (arrivata al 22 per cento) che gravano sui consumatori indipendentemente dal reddito, dunque sono socialmente regressive. Alcune tasse andrebbero alleggerite (ridurre l’Iva al livello pre-2011 contribuirebbe a controllare l’inflazione), altre andrebbero aumentate.

I mali dell’economia italiana sono noti, non da ieri. Competizione a basso costo, sottodimensionamento delle imprese, fratture territoriali, interazione con un vincolo esterno che ha imposto politiche macroeconomiche segnate da austerità e privatizzazioni. Se è insensato glorificare Berlusconi, protagonista del degrado economico e culturale del Paese, altrettanto fuori luogo sarebbe incensare le sinistre per il sostegno all’austerità, nonché per l’infatuazione per privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno arricchito percettori di dividendi italiani e non (anche nelle imprese partecipate dallo Stato il 40% dei dividendi va ad azionisti stranieri).

Come chiosa dei numeri forniti dagli autori, è giusto trarre due considerazioni. In primo luogo la retorica della “crescita”, fatta di flessibilità del lavoro, concorrenza sui prezzi, incentivi alle imprese, ha connotato in senso regressivo la contrazione del Pil. La “decrescita” andrebbe invece abbracciata come un dato di fatto di un mondo in cui emergono altre regioni industriali e in cui i limiti naturali all’espansione produttiva sono stati superati. Abbracciare la decrescita (o la “prosperità”, termine preferito da Bruno Latour) significherebbe orientare le scelte non tanto all’aumento del Pil, quanto al miglioramento della qualità della vita e alla transizione ecologica. Per esempio, rilanciando servizi pubblici più efficienti di quelli privati, intervenendo sulle produzioni industriali, riducendo gli orari di lavoro, redistribuendo ricchezza verso le fasce più povere (e meno responsabili dell’inquinamento), rilanciando l’economia pubblica nella gestione del settore energetico. Persino sul Financial Times è stato scritto che “i governi, non BlackRock, devono guidare questo nuovo Piano Marshall... massicce spese in deficit saranno necessarie, non un nuovo Etf”.

Un’altra questione riguarda l’immigrazione. L’idea che si possa cambiare di segno al declino italiano con ulteriori massicci innesti di manodopera non italiana a basso costo per spingere il Pil, o per equilibrare il sistema pensionistico, non tiene conto del cambiamento epocale già in atto, né delle conseguenze sociali, drammaticamente evidenti nel degrado delle periferie francesi. Ci sono ragioni di carattere morale per l’accoglienza, nonché di carattere politico e culturale sulle responsabilità che gli europei devono assumersi per l’epoca coloniale, ma la priorità dovrebbe andare internamente alla piena inclusione dei migranti (per esempio con l’apertura di nuove moschee), ed esternamente a una battaglia per modifiche strutturali dell’economia internazionale. Qualcosa come un vero “Piano Mattei” per l’Africa in cui soldi e risorse naturali restino lì, non le mosse predatorie che Eni-Meloni spacciano a nome del fondatore.

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30/12/2022

Exxon contro l’UE per la tassa sugli extraprofitti

La multinazionale statunitense ExxonMobil ha fatto causa all’Unione europea per fermare la tassa sugli extraprofitti. La Exxon, secondo quanto riportano i media, sostiene che “la Commissione e il Parlamento europeo sono andati oltre i loro poteri legali”.

Si va dunque ad un primo testa a testa con le multinazionali petrolifere dopo che l’Ue ha deciso di tassare gli extraprofitti generati dall’aumento dei prezzi energetici acutizzato dalla guerra in Ucraina. Secondo la multinazionale, la tassa potrebbe “scoraggiare gli investimenti”.

“Le nostre affiliate, ExxonMobil Producing Netherlands BV e Mobil Erdgas-Erdöl GmbH, hanno citato in giudizio il Consiglio europeo nel tentativo di annullare una nuova tassa sui guadagni inaspettati per le compagnie petrolifere e del gas”, ha dichiarato Casey Norton, portavoce della ExxonMobil in Texas. La causa intentata da ExxonMobil verrà valutata dal Tribunale dell’Unione Europea.

La Ue prevede di ricavare 25 miliardi di dollari dalla tassa. In realtà la Commissione europea è stata attenta a non usare la parola “tassa” – definita infatti “contributo temporaneo di solidarietà” – perchè qualsiasi nuova disposizione fiscale a livello europeo avrebbe richiesto l’unanimità tra i 27 Stati membri, una procedura più complicata e rischiosa dell’adozione a maggioranza qualificata. L’idea era in particolare quella di evitare procedimenti come quello presentato alla Corte di Giustizia Europea in Lussemburgo dalle filiali tedesche e olandesi di ExxonMobil.

Il caso riguarda una delle prime applicazioni da parte dell’UE dell’articolo 122 di emergenza per la legislazione sull’energia, rendendolo potenzialmente un banco di prova.

L’entrata in vigore della nuova tassa è prevista per il 31 dicembre e consisterebbe in un’aliquota di almeno il 33% su ogni profitto tassabile nel 2022-23 che sia del 20% superiore alla media dei profitti tra il 2018 e il 2021. La Exxon, è uno dei maggiori fornitori di petrolio in Europa, e potrebbe pagare una tassa sugli extraprofitti di 2 miliardi di dollari. Nel terzo trimestre, la società ha generato profitti globali record di quasi 20 miliardi di dollari.

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04/10/2022

Gran Bretagna - Il governo Truss rinuncia a tagliare le tasse ai ricchi

C’è da restare impressionati vedendo quel che accade ai vertici del governo in Gran Bretagna. Perché dà la misura del livello infimo della “classe politica” occidentale davanti ad una crisi sistemica che sta esplodendo in guerra guerreggiata.

Viene da chiedersi “ma come è possibile che ‘il sistema’ abbia selezionato come dirigenti politici degli imbecilli simili?”

Liz Truss, astro appena nato dei neoconservatori ultraliberisti, che si considera erede diretta di Margareth Thatcher ma è stata sponsorizzata dal premier uscente (già abbastanza stralunato), Boris Johnson, ha rinunciato al maxi taglio delle tasse per gli i ricchi, ovvero all’eliminazione dell’aliquota massima del 45% per coloro che hanno oltre 150 mila sterline di reddito annuo (più o meno 173.000 euro).

Era uno dei punti centrali del maxi-piano sui tagli fiscali, che – aveva spiegato – avrebbe immancabilmente portato il suo paese di nuovo “sulla via della crescita”. Una misura altamente impopolare, specie in tempi in cui l’inflazione ha superato stabilmente il 10%, mentre gli stipendi sono fermi e gli scioperi si moltiplicano.

Anche il Fondo Monetario Internazionale, la Banca di Inghilterra e persino “i mercati” avevano reagito malissimo al suo “piano”, presentato il 23 settembre, segnalando che la fase attuale dell’economia mostra caratteristiche opposte a quelle in cui la “Lady di Ferro” diede il peggio di sé.

Ma Liz Truss aveva provato lo stesso a resistere, cedendo solo quando il suo stesso partito – i conservatori – gli ha fatto sapere che era pronto a darle il benservito nonostante si sia insediata poche settimane fa, nel mentre il paese era in lutto per la morte della Regina.

Negli ultimi dieci giorni la sterlina è crollata, la BoE è stata costretta ad acquistare titoli di stato sul mercato (una bestemmia, per il liberismo duro e puro) per tenerne alti i prezzi e quindi bassi i rendimenti (alleggerendo il peso degli interessi sul debito pubblico), i capitali hanno preso a fuggire verso gli Usa, le agenzie di rating hanno messo sotto osservazione i Gilt britanici per un eventuale declassamento.

Una catastrofe.

Così, nel giro di una manciata di ore, la misura-chiave del “mini-budget” presentato dal Cancelliere Kwasi Kuarteng è stata messa da parte.

“È chiaro che l’abolizione dell’aliquota fiscale del 45% è diventata una distrazione dalla nostra missione prioritaria di affrontare le sfide che il nostro Paese deve affrontare. Di conseguenza, sto annunciando che non stiamo procedendo con l’abolizione dell’aliquota fiscale del 45%. Abbiamo capito e abbiamo ascoltato. Questo ci consentirà di concentrarci sulla realizzazione delle parti principali del nostro pacchetto di crescita”, ha affermato Kwarteng.

La stessa Truss ha tenuto a dare una motivazione solo politica alla sua retromarcia, in pratica dandone la responsabilità al suo partito, non abbastanza “coraggioso” per seguirla su questa strada. Una spiegazione spesa per mettere sotto il tappeto lo scoglio rappresentato dalla reazione dei “mercati”.

Ed è significativo che “i mercati”, oggi, considerino veleno puro ciò che hanno preteso per 40 anni dai politici di tutti i paesi dell’Occidente neoliberista. Una riprova arriva dal presidente di Confindustria, il pessimo Carlo Bonomi, arrivato a bocciare le ipotesi di flat tax (fin qui appoggiate senza riserve), definendole ora “immaginifiche” perché “non possiamo permettercelo”.

Non che abbia cambiato idea su chi deve pagare la crisi, visto che alla flat tax ha affiancato anche le ipotesi di incentivare i prepensionamenti, con l’identica motivazione. In pratica, ha chiesto come sempre “più soldi alle imprese” e “in culo ai lavoratori”.

Ma, nonostante lui, la veloce meteora di Liz Truss – vedremo quanto saprà ancora difendere la sua poltrona – dimostra comunque che l’era neoliberista è ormai alla fine. Ha distrutto l’ambiente, le conquiste dei lavoratori europei e ogni ipotesi di cambiamento sociale. Ma non sa e non può più andare avanti.

Per questo, di fatto, la guerra globale è diventata una prospettiva “attrattiva”.

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03/10/2022

Cina - Primi effetti positivi della politica fiscale

Oggi in Cina è la festa per la fondazione della Repubblica. Inizia la golden week. Nella pre-pandemia milioni di cinesi erano soliti fare una vacanza all’estero. In Italia arrivavano circa 3 milioni di cinesi, destagionalizzando il settore turistico. Ora non è più così, ci sono restrizioni Covid ed è probabile che si sviluppi il turismo interno come negli ultimi tre anni. Ci sono vari articoli di celebrazione della Repubblica, ma ho deciso di sottoporvi un articolo apparso oggi su Xinhua circa gli effetti degli aiuti a favore di lavoratori autonomi e Pmi. Come scritto nei mesi scorsi, la Cina dà vita alla “Terza Gamba”, dopo aver favorito colossi pubblici e privati. È una misura schumpetariana volta ad innescare innovazioni produttive provenienti dal basso e rivitalizzare il tessuto urbano e campagnolo. Mesi fa sostenni che tali misure furono adottate nella Prima Repubblica proprio per favorire innovazioni dal basso. Da queste politiche, nei decenni successivi, nacquero le “mini multinazionali”. La Cina, ancora una volta, ammirandolo, vede il modello italiano da seguire ed emulare. Peccato che noi non abbiamo più colossi pubblici in grado di intercettare le innovazioni delle Pmi, spesso sono multinazionali estere a farlo e si perdono saperi manifatturieri. Un motivo in più per rivendicare un ruolo pubblico nell’economia del nostro Paese per dare un futuro alle giovani generazioni. La politica fiscale espansiva cinese incomincia, come risulta dall’articolo, a dare i primi frutti, ma essi si vedranno soprattutto nei prossimi anni. Buona lettura.

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“Le entrate fiscali cinesi rimbalzano mentre le politiche a favore della crescita danno i loro frutti (Xinhua) 15:47, 01 ottobre 2022 PECHINO, ott. 1 (Xinhua) — Il gettito fiscale e il gettito fiscale cinesi erano entrambi in via di guarigione dopo un calo durato mesi, un segno che le politiche a favore della crescita stavano prendendo piede. Le entrate fiscali del paese sono cresciute del 5,6% su base annua ad agosto dopo una serie negativa iniziata ad aprile, mentre le entrate fiscali sono aumentate dello 0,6%, il primo aumento da marzo, secondo i dati ufficiali. La ripresa delle entrate fiscali è il risultato della ripresa economica, ha affermato in un’intervista Li Chao, capo economista di Zheshang Securities. Oltre alla crescita sostenuta dalle politiche, gli analisti hanno anche citato il completamento di un rimborso dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) su larga scala, riducendo l’onere sulle entrate fiscali. Il paese ha lanciato la campagna di rimborso del credito IVA su larga scala ad aprile per alleviare l’onere finanziario per i contribuenti. Dall’inizio di quest’anno a settembre. Il 20, il paese aveva rimborsato 2,2 trilioni di yuan (circa 309,9 miliardi di dollari USA) di credito IVA e approvato pagamenti differiti su 632,6 miliardi di yuan di tasse e commissioni, secondo l’Amministrazione fiscale statale. Gli enti di mercato sono stati tra i principali beneficiari dello sgravio fiscale. I dati fiscali hanno mostrato che i ricavi delle vendite delle società in tutta la Cina sono aumentati del 5,2% ad agosto rispetto a un anno fa, con un aumento di 2,1 punti percentuali rispetto a luglio. Nei primi otto mesi dell’anno, le entrate fiscali sono state pari a circa 11,32 trilioni di yuan, in calo del 12,6% su base annua, secondo i dati del Ministero delle Finanze. Escludendo l’impatto dei rimborsi del credito IVA, le entrate sono cresciute dell’1,1% rispetto all’anno precedente. L’imposta sui consumi interni è aumentata dell’8,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre le entrate dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e dell’imposta sulle società sono aumentate rispettivamente dell’8,9% e del 2,5%. La tassa sull’acquisto di automobili è scesa del 30,5% su base annua nei primi otto mesi, poiché il governo ha deciso a fine maggio di dimezzare la tassa sull’acquisto di automobili per alcune autovetture. La mossa ha portato a una riduzione delle tasse per un totale di oltre 23 miliardi di yuan da giugno ad agosto, che secondo gli analisti ha contribuito a stimolare i consumi. Gli sconti sulle tasse all’esportazione sono aumentati di 207,8 miliardi di yuan, o del 18,2%, a 1,35 trilioni di yuan nel periodo gennaio-agosto rispetto allo scorso anno. Ha contribuito a rafforzare la crescita del commercio estero, secondo Xie Wen, un funzionario dell’amministrazione. Secondo gli analisti, per il resto dell’anno, le politiche estese a sostegno delle entità di mercato, inclusi i differimenti del pagamento delle tasse e i rimborsi del credito IVA, potrebbero pesare sulle entrate fiscali. Il Paese ha consentito alle micro, piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi del settore manifatturiero di posticipare il pagamento di alcune tasse e commissioni per un valore di circa 440 miliardi di yuan fino alla fine dell’anno. Il settore manifatturiero dovrebbe ricevere altri 32 miliardi di yuan di rimborso del credito IVA negli ultimi quattro mesi di quest’anno. Per sostenere i fondamentali economici nel quarto trimestre, la Cina ha promesso maggiori sforzi, compreso il pieno utilizzo degli strumenti finanziari sostenuti dalla politica e orientati allo sviluppo per accelerare la costruzione delle infrastrutture. “Questi strumenti, insieme a circa 500 miliardi di yuan di obbligazioni speciali inutilizzate che saranno emesse entro la fine di questo mese, stimoleranno la crescita nel prossimo futuro senza esercitare un’ulteriore pressione sulla spesa fiscale”, ha affermato Zhao Wei, capo economista di Sinolink Securities. La spesa fiscale cinese nei primi otto mesi è aumentata del 6,3% anno su anno a 16,5 trilioni di yuan, secondo i dati ufficiali.”

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27/09/2022

Gran Bretagna nei guai per eccesso di liberismo

Diceva il saggio: “i reazionari sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi”.

La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.

L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.

La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.

I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.

Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.

I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.

Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.

La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.

A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.

La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).

Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.

Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.

A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.

Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).

Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.

Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.

Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.

Come andrà a finire è intuibile...

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01/09/2022

Le aziende energetiche tirano calci contro la tassazione sugli extraprofitti

Prima Acea, adesso anche Hera si sta rifiutando di pagare la tassa sugli extraprofitti per le società fornitrici di energia che da mesi stanno facendo soldi a palate.

Nella prima rata del contributo straordinario sugli extraprofitti delle aziende energetiche al 30 giugno, sui 4,2 miliardi attesi ne sono mancati ben 3,1. Per le società del settore energetico che a oggi – 1 settembre – non avranno pagato la tassa del 25% sugli extraprofitti scatta una maxi multa: una maggiorazione del 60% di quanto dovuto.

Con il Decreto Aiuti Bis l’esecutivo aveva programmato di incassare 10,5 miliardi di euro con una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore. In due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Ma diverse aziende hanno deciso di non pagare e ad oggi lo Stato ha incassato solo 1,1 miliardi.

L’Eni sembra che abbia pagato regolarmente, altre aziende invece stanno tirando calci.

La multiutility romana Acea ha invece presentato un ricorso al Tar contro il provvedimento adottato dal governo. Acea con una nota ha fatto sapere di aver determinato in 28,5 milioni di euro l’ammontare complessivo del contributo e di aver provveduto al versamento dell’importo dovuto secondo le modalità e le tempistiche previste dalla normativa. Acea ha precisato che “una parte significativa della base imponibile identificata per le società del Gruppo non è riconducibile agli extraprofitti che il legislatore intende tassare, bensì a operazioni straordinarie”. Da qui la decisione di opporsi con un ricorso al Tar del Lazio.

Ma Acea non è la sola. Apprendiamo dai giornali, come se fosse normale, che anche Hera starebbe valutando di aggiungersi a chi non vuol pagare le sue tasse. La grande multiservizi ha come primo azionista il patto di sindacato pubblico, cioè i comuni dell’Emilia-Romagna.

“Hera proclama di essere un’azienda pubblica, ma si comporta come i peggiori speculatori privati” denuncia Potere al Popolo di Bologna. “Di fronte a questa decisione i comuni azionisti, a partire da quello di Bologna, dovrebbero provare a riscoprire una spina dorsale e dire ai consiglieri d’amministrazione nominati dai comuni stessi che il ruolo sociale oggi si assolve pagando le tasse, non facendo i laboratori di partecipazione sui dettagli insignificanti”.

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03/07/2022

Colombia - “Se ci isoliamo, saremo abbattuti”

Il secondo turno delle elezioni presidenziali colombiane del 19 giugno ha visto Gustavo Petro, candidato della coalizione progressista Pacto Histórico, trionfare con più di 12 milioni 280 mila voti (il 50,4% dei votanti) sull’outsider di estrema-destra Rodolfo Hernández.

Una vittoria storica – la prima in circa 200 anni per la sinistra in Colombia – che confermava l’ottimo risultato del primo turno delle presidenziali del 29 maggio, e l’exploit elettorale delle elezioni politiche a marzo dove il PH era risultato il primo partito al Senato ed il secondo alla Camera.

Per il Paese latino-americano si tratta di una possibilità reale di cambiamento con Gustavo Petro come Presidente – che assumerà formalmente l’incarico il 7 agosto – e Francia Márquez come sua vice, ma assolutamente non scontata viste le condizioni in cui opererà.

Tale chance è irta di ostacoli e non sarà affatto un percorso lineare, e non è detto che la qualità del cambiamento sia all’altezza delle aspettative di trasformazione di quella parte del Paese che ha visto nel Pacto il “delegato politico” delle istanze espresse dal Paro National lo scorso anno e che i compromessi risultino digeribili a tutto l’arco di forze che compone la coalizione.

La vittoria elettorale non è la conquista del potere ed un consenso maggioritario non si traduce automaticamente in egemonia sulla società, specie tra quegli strati di classe media storicamente legati all’uribismo e fortemente permeati dalle istanze del neo-liberalismo.

È chiaro che il governo di un Paese politicamente polarizzato – praticamente spaccato a metà – dove le élite hanno ancora forti ancoraggi nei gangli di potere e dove gli Stati Uniti hanno fatto “il bello e cattivo tempo”, in un contesto di delegittimazione delle destre latino-americane dell’esperienze politiche più avanzate nel continente (Cuba, Nicaragua e Venezuela), non sarà un semplice esercizio amministrativo, il cammino sarà irto di ostacoli ed il ritmo del processo di transizione non scontato nonostante le premesse.

Per dare conto di tale quadro complesso e dell’approccio del nuovo Presidente, abbiamo tradotto questa lunga intervista a Petro – pubblicata il 25 giugno dalla rivista colombiana Cambio – in cui il neo presidente affronta questioni spinose – con un posizionamento talvolta discutibile dal nostro punto di vista – ma che offre una panorama esaustivo di alcune questioni nodali: quali alleanze fare? Quanto in profondità si potranno sviluppare le riforme? Quale sarà il rapporto con polizia ed esercito? Quale futuro per il processo di pace, la riforma fiscale e la transizione ecologica, ecc.

Buona lettura

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La prima intervista con il Presidente eletto Gustavo Petro. Ci parla del suo incontro con Álvaro Uribe, degli accordi politici e del malcontento nei suoi ranghi, dei suoi rapporti con i militari e la polizia, di una proposta di modifica dell’estradizione e chiede alla senatrice Piedad Córdoba di farsi da parte

da Cambio, 25 giugno 2022

Il presidente eletto sostiene che la Colombia è stata conquistata dal settarismo di destra e di sinistra. Petro ritiene che il primo passo per uscire dalla crisi sia la ricerca di obiettivi comuni e la realizzazione di riforme sociali. Secondo lui, la migliore prova della necessità di parlare con tutti e costruire accordi è il suo invito all’ex presidente Álvaro Uribe, che è stato il suo competitor per più di 20 anni, e la risposta affermativa del capo del Centro Democratico.

Assicura che continueranno a pensare in modo diverso, ma che per il futuro della Colombia è consigliabile che i differenti leader si parlino e non si vedano come nemici. Ammette che è necessario raggiungere accordi per portare avanti un programma di riforme e che è possibile che alcuni dei suoi alleati siano infastiditi dalle coalizioni che dovrà formare per portare avanti il suo piano legislativo.

Ed è vero che tra molti dei suoi alleati si percepisce sconcerto e persino disappunto per il riavvicinamento ai partiti tradizionali e per la scelta di Roy Barreras, un politico esperto che è passato attraverso almeno cinque partiti, come candidato del Pacto Historico alla Presidenza del Senato.

Tre dei vecchi alleati di Petro aspiravano a quella posizione: María José Pizarro, figlia del leader dell’M-19 assassinato Carlos Pizarro; Gustavo Bolívar, capo della lista del Pacto Historico e a lungo percepito come il senatore più vicino all’attuale Presidente eletto; e Alexander López, sindacalista e legislatore di sinistra con una lunga storia, molto vicino alla vicepresidente Francia Márquez.

Tutti loro avevano aspirazioni legittime e la sensazione che questo fosse il momento della sinistra. Tuttavia, ad essere scelto è stato Roy, che era già stato Presidente del Senato. Il dispiacere di Bolívar e López è stato reso pubblico, e si prevede che il vicepresidente eletto farà la stessa dichiarazione. Petro ci ha spiegato la sua decisione.

In un’ampia conversazione, il Presidente eletto ha parlato del suo rapporto potenzialmente teso con l’esercito e la polizia, del suo piano di pace globale, di una proposta audace che farà agli Stati Uniti per modificare l’applicazione dell’estradizione, del suo incontro con il Presidente uscente Iván Duque e della spada di Bolívar, che è stata uno dei simboli più importanti della sua vita, ma che ha ammirato solo questa settimana grazie a un gesto del Presidente uscente che definisce generoso.

Lei è arrivato alla presidenza con il voto più alto nella storia della Colombia. Ma in seconda posizione, e si tratta del voto contro di lei, è comunque il secondo più alto mai registrato. È un segno che molte persone sono spaventate dal suo arrivo. Cosa dice a coloro che rifiutano la sua elezione?

In generale c’è una diminuzione dell’astensione ed è per questo che abbiamo i voti più alti da entrambe le parti. Quello ottenuto da Hernández è molto simile, anche geograficamente, a quello ottenuto da Duque. Credo che abbia le stesse radici, lo stesso sentimento politico.

C’è un Paese che è stato poco compreso dalle forze progressiste in Colombia. È un Paese che è, diciamo, di classe media, relativamente stabile. C’è anche un campo popolare che scommette che la Colombia non cambierà, o che cambierà in una direzione diversa da quella che pensiamo.

Lei è arrivato al potere con molta resistenza da parte della classe politica. Tuttavia, oggi quasi tutti, con l’eccezione del Centro Democratico, sembrano essere dalla sua parte e la governabilità sembra solida. Cosa farà per evitare che vada in frantumi?

Tutto ciò deve avere uno scopo. L’obiettivo è costruire un nuovo clima politico. Dobbiamo combattere sia il settarismo della destra sia quello della sinistra, perché è questa la polarizzazione. Non è che non ci siano differenze, ma che queste differenze non vengano trasmesse attraverso il settarismo. Perché il settarismo in Colombia porta alla violenza.

Quello che abbiamo ottenuto, e c’è già una conversazione in corso con Álvaro Uribe Vélez, ce n’è un’altra in corso con Rodolfo Hernández, è fondamentalmente costruire quello che chiamerei un clima di pace, di dialogo, senza pensare in termini di unanimità, perché questa non esisterà mai in una società umana. Se passa un anno e non facciamo nulla, il governo inizia ad avere venti contrari e le possibilità di riforma vengono distrutte e il cambiamento diventa un’illusione.

Non teme che con queste alleanze il suo governo finisca per assomigliare a quelli precedenti?

Sì, questo è un pericolo. Quando viene proposto un cambiamento, ci sono due forze in tensione. Il tentativo di cooptare un governo da parte delle forze tradizionali che dicono: “Bene, quest’uomo ha già vinto, ora cerchiamo di conquistarlo in modo che non cambi nulla”.

Si tratta di una forza che agisce e agirà in modo implicito ed esplicito. Poi molti gruppi diranno che ci allontaneremo dal governo, che entreremo in dialogo con il governo, ma per ridurre le sue riforme, per moderarle o cambiarle.

E c’è un’altra forza che sarà alla base della società, che è quella che ha votato. Sono quei giovani uomini e donne che hanno deciso di chiedere più riforme e più profondità nelle riforme. Il governo si troverà nel mezzo a queste due forze. E forse tutto finirà in una via di mezzo, perché questa è stata la mia esperienza a Bogotà.

In altre parole, moderare un po’ le riforme?

Ma farle. Farle, perché alla fine il governo è una transizione.

Quindi la sua rivoluzione è, come ha detto nel suo discorso, ritrovare un nuovo capitalismo?

È quello che ho detto. Credo di aver fatto arrossire i miei amici di sinistra, ma l’ho detto nel mio discorso perché, anche da un punto di vista di sinistra, una società avanza sviluppando le sue forze produttive. È la legge e si muove verso altre forme di produzione. Ma solo se le sue forze produttive si espandono.

Il capitalismo è un grande stimolo per le forze produttive di una società. Ora, quel capitalismo sarà democratico, regolamentato. Per che cosa? Per l’ambiente, per la dignità umana sul lavoro.

La nostra economia è diventata traballante. La metà delle persone non ha praticamente soluzioni economiche, le cerca, ma non c’è alcuna possibilità di opportunità economica. Quindi, sviluppare il capitalismo in un certo modo è contro la vecchia schiavitù, contro il vecchio feudalesimo mentale, molti e reali feudalesimi, per esempio, in relazione alla terra è avere la terra per amore della terra, senza produrre. Questo è feudalesimo, non è capitalismo.

Concretamente, qual è l’accordo nazionale che intende proporre?

Il Congresso può elaborarlo, può esprimerlo, ma l’Accordo Nazionale deve essere generato in spazi che non sono propriamente parlamentari, che sono sociali, dove c’è anche la politica, ovviamente. Vorrei che questi spazi fossero, prima di tutto, spazi regionali.

Affrontare il conflitto fin dall’inizio. Poiché il conflitto odierno ha delle specificità regionali, non può essere affrontato in modo omogeneo a livello nazionale. Che io sia presente o meno, che questo governo sia presente o meno. Se il mio governo non è in grado di apportare cambiamenti, la società esploderà.

Sta dicendo che se non c’è una valvola democratica per gestire questa non conformità, andremo verso la violenza?

Esplode. Stiamo guardando l’Ecuador, non posso entrare troppo nel merito, ma c’è di nuovo un’esplosione. L’abbiamo visto in Cile. Il Cile sta affrontando la situazione in modo pacifico e democratico, dobbiamo vedere cosa succederà in seguito. In alcuni di questi processi ci sono state anomalie nel tentativo di riportarli al passato. Quindi, repressione degli oppositori, prigionieri politici. Prendiamo il Nicaragua, per esempio. Coloro che sono imprigionati in Nicaragua, e qui sto entrando di nuovo nel vivo delle cose, sono coloro che hanno portato avanti la rivoluzione contro Somoza.

E che erano compagni d’armi di Ortega, che ora li sta perseguitando.

E che erano nostri amici e ora sono in prigione. E perché? Beh, perché ci sono alcune derive che non sono più propriamente verso la democrazia e che devono essere evitate.

Passiamo alla situazione attuale. Il Patto Storico ha deciso che Roy Barreras sarà il suo candidato alla presidenza del Senato. Perché scegliere Roy Barreras, che non è un segno di cambiamento, rispetto a coloro che sembravano esserlo?

Il cambiamento è nelle riforme. A cosa servono le maggioranze? Perché vogliamo essere una maggioranza al Congresso? Non c’è altro obiettivo che l’approvazione delle riforme. Se le riforme non vengono approvate, non vale la pena avere delle maggioranze. Possiamo diventare di sinistra. E poi è tutto solo un discorso a noi. E il potere della sinistra, e colui che mette la fascia presidenziale a Petro, è la figlia del Comandante Pizarro. Simbolicamente ha la sua importanza. Ma ci viene richiesto di essere efficaci e non solo simboli. Ci viene chiesto di cambiare il Paese.

La spada di Bolívar

Il movimento 19 aprile M-19, il gruppo di guerriglia a cui Petro si unì quando aveva 18 anni, si formò in reazione ai presunti brogli nelle elezioni presidenziali del 1970, quando il conservatore Misael Pastrana fu proclamato presidente a scapito del Generale Gustavo Rojas Pinilla. Uno dei primi colpi pubblicitari del gruppo avvenne il 17 gennaio 1974, quando Álvaro Fayad, al comando di un gruppo di guerriglieri, entrò nella Quinta de Bolívar, allora poco sorvegliata, e rubò la spada del Liberatore.

Secondo la leggenda, la spada fu sepolta per qualche tempo, portata a Cuba e affidata alla custodia di Fidel Castro e poi nascosta nella casa del poeta León de Greiff. È difficile sapere cosa sia vero e cosa sia leggenda, ma è certo che nel gennaio 1991, 17 anni dopo il furto, Antonio Navarro Wolff lo restituì prima che l’Assemblea Nazionale Costituente iniziasse a riunirsi.

L’allora Presidente, César Gaviria, ordinò che la spada simbolica fosse consegnata alla custodia del Banco de la República, i cui dirigenti la depositarono in un caveau di sicurezza. Non si sapeva nulla della spada da 31 anni.

G.P.: Ieri ho avuto un’esperienza e le dirò che non era nei miei piani. Sono andato a parlare con Duque e beh, questo è il protocollo. All’inizio era freddo, ma nel corso della conversazione si è sempre più umanizzato e alla fine ha persino infranto i protocolli e mi ha portato in un angolo del Palazzo.

In un corridoio c’erano due di questi soldati vestiti con i costumi dell’epoca dell’indipendenza e c’era un’urna. Poi disse: “Voglio mostrarti questo”. Così è andata. Ho visto l’urna e c’era la spada di Bolívar, quella che abbiamo recuperato.

Recuperare è un verbo generoso. È stato rubata...

No. L’abbiamo recuperata. E fu sguainata. E il fatto che fosse sguainata aveva un significato. Bolivar ha detto: “Non sguainerò mai la mia spada finché non ci sarà giustizia in Colombia”. È la spada della giustizia e per questo l’abbiamo recuperata e consegnata. L’hanno messa in un magazzino e non abbiamo più sentito parlare della spada. E ieri l’ho visto, e non l’avevo mai vista prima.

Una volta avevo detto a Santos: Perché non mi consegna la spada di Bolívar nell’ufficio del sindaco? Non è successo. Ma era lì, ho visto la spada. E quella spada ora è mia e la tengo io.

Cosa le ha detto Duke quando l’ha portata in quell’angolo?

No, me l’ha solo mostrato. Sapeva cosa significava quella spada per me. Non l’ho mai avuta, mai. È la prima volta che la vedo da vicino. Quando abbiamo restituito la spada, è stato un atto di generosità reciproca da parte di uno Stato che vuole cambiare se stesso. Navarro stava per diventare Ministro della Salute e la stava consegnando. Era un simbolo, la cosa più preziosa che avevamo.

Molti di noi non capivano il gesto, ma si trattava di un doppio atto di generosità. Da allora si dice: la generosità deve essere un valore, che è fondamentale se si ha il potere. Quindi cosa ha fatto Duque? Un atto di generosità. Non aveva bisogno di mostrarmi la spada. Avrebbe potuto farla portare via e rimetterla in cantina, in modo che non l’avessi io.

Non so se ha capito cosa significava restituirmi la spada. La spada appartiene al popolo. Quindi ci deve essere generosità da parte di chi è al potere. Se la sinistra diventa arrogante, presuntuosa, perché ha ottenuto trionfi che non aveva mai ottenuto prima, a partire da me, ci isoliamo. E se ci isoliamo, ci abbattono.

Rapporti con i militari

Storicamente, il rapporto tra i militari e alcuni presidenti colombiani ha avuto momenti di tensione. Costituzionalmente, il Presidente della Repubblica è il comandante supremo delle forze armate, ma tutti i Presidenti hanno trattato i militari con i guanti.

I governanti conservatori, come Andrés Pastrana, hanno avvertito un “tintinnio di sciabole”, come quando è iniziata l’autorizzazione ai colloqui con le FARC e c’è stato uno scoppio di disobbedienza quando gli uomini in uniforme hanno stretto la corda prima di lasciare il Battaglione Cazadores a Caquetá. Juan Manuel Santos, che era stato Ministro della Difesa, ha sentito più volte gli schiamazzi degli uomini in uniforme durante i negoziati dell’Avana.

Se questo è accaduto a due membri illustri dell’establishment, per citare alcuni esempi, è prevedibile che il rapporto del Presidente Petro con i militari non sarà facile. Né la situazione sembra essere tranquilla con i vertici della Polizia Nazionale.

Il suo discorso di vittoria è stato piuttosto conciliante. Ma ha dimenticato di menzionare le Forze Armate, uno dei settori più diffidenti nei confronti di ciò che accadrà nella sua amministrazione. Perché il Presidente non ha inviato questo messaggio?

È un processo complicato. Ho chiesto a Felipe González come hanno gestito la transizione, che non è stata facile nemmeno lì. Quindi la mia domanda è stata: “Come può questo esercito che era agli ordini di Franco, che ha combattuto una guerra interna e ha vinto, andare ora verso una democrazia dove i suoi presunti nemici possono addirittura governarlo come Felipe González, che era Isidoro?

Isidoro era in clandestinità, perseguitato da quell’esercito. E divenne il capo dell’esercito. Quindi, come lo fanno? Ebbene, mi ha dato dei consigli. Ma diciamo che penso che l’esercito debba entrare nel clima di transizione. E che molte persone nell’esercito lo vogliono.

Ma serve anche una forza pubblica in grado di farlo. La forza pubblica in queste guerre è stata contaminata. La corruzione è dilagata. È penetrata più nella polizia che nell’esercito. Perché? Perché questa differenza? La corruzione nasconde una realtà: il traffico di droga.

Lei ha parlato di una riforma strutturale della polizia che, tra le altre cose, prevede l’eliminazione dell’Esmad e il trasferimento di questa forza al Ministero degli Interni. Come avverrà e quando avverrà?

Non ho detto Ministero degli Interni. La Corte interamericana dice che dovremmo fare con la polizia quello che viene fatto in qualsiasi parte del mondo. Ciò che accade è che ci sembra anormale, anche per la polizia stessa. La polizia è un corpo civile. È nella Costituzione, ma non è reale.

Abbiamo militarizzato la polizia a causa della realtà stessa del conflitto durante questi decenni. Ma quello che abbiamo oggigiorno è una forza di polizia come un corpo militare, con un’aggravante: ha adottato completamente il discorso del nemico interno.

L’uscita della polizia dal Ministero della Difesa non influirebbe sui benefici di migliaia di uomini e donne che prestano servizio in quella forza e che sono sottopagati?

Il soldato e il poliziotto vivono male, così come le loro famiglie. Qual è dunque la priorità della riforma? Se vogliamo l’efficienza negli obiettivi, il benessere sociale del soldato e dell’agente di polizia.

È molto importante quello che dice, Presidente, sulla base della polizia e dell’esercito. Ma lei sarà il comandante supremo delle forze militari.

Sì, di questa base, del poliziotto e del militare comune.

Non solo della base, ma anche dell’alto, anche dei generali che hanno molti soli nelle loro spalline e che probabilmente vedono il suo arrivo con diffidenza.

Sì, ma perché questa diffidenza?

Perché lei era un guerrigliero. E nella semplicità di questa visione, non possono fare a meno di sentire che lei è un guerrigliero ma ora è il loro comandante. Immagini di essere nella guerriglia e di avere come comandante un generale della polizia.

Beh, Bolivar era un guerrigliero e ha fondato l’esercito.

Ma l’esercito era guerrigliero.

Beh, questa è la storia. La guerriglia non è una forma militare, le ideologie sono diverse. Le forme sono esercito, guerriglia, milizie.

Si metta nei loro panni...

Il generale sa che c’è un altro problema con me, che non è il fatto che io sia stato un insorto. Inoltre, non sono mai stato un vero guerrigliero. Mi consideravo parte di un esercito, ma questa è storia patriottica. Il generale oggi sa che c’è un problema con me, ma anche un vantaggio. Qual è il problema? Non voglio che la corruzione si impadronisca della polizia e dell’esercito. E questo è un affare da un miliardo di dollari. Non sono i 70 milioni per l’Internet rurale.

Questa è una barzelletta rispetto a quello che c’è nell’acquisto di armamenti, aerei, eccetera. Questo è solo una parte del problema, perché il problema peggiore è quando il traffico di droga entra, entra e loro sanno che sta entrando. Quindi diciamo che non sono d’accordo con questo, è semplice.

Lei parla dei problemi che queste istituzioni possono avere. Ma non è stato chiaro quale sia la sua strategia per conquistare la fiducia delle forze che andrà a comandare.

Ottenere la fiducia del soldato e dell’agente di polizia. Prima di tutto.

E anche quello dei comandanti?

Da lì in su si parte in altre logiche. Perché il generale, chiunque sia, non parlo di nomi, il generale che viene educato in un ambiente più austero, con una truppa più dignitosa, più educata, in generale, sarà migliore.

Ma stiamo parlando di un cambiamento a medio termine. Il 7 agosto le truppe e i generali renderanno gli “onori al Presidente della Repubblica, Gustavo Petro”.

Voglio che il soldato lo senta davvero. Non voglio che lo faccia solo per obbligo.

E come farà a farglielo sentire? Lei ha parlato ora della necessità di cercare un accordo nazionale su molti livelli. Questo accordo nazionale non dovrebbe anche ascoltare ciò che dicono questi militari?

Senza dubbio. Sono d’accordo con questo. Nella mia vita parlamentare mi sono dedicato a esaminare le origini politiche e civili di ciò che portava le forze militari a gravi violazioni dei diritti umani. Ed è qui che è nata la parola: “parapolitica”. I politici sono i capi, non i generali. Ho portato il dibattito, a mio avviso, nel posto giusto. L’origine del problema risiede nel potere civile.

Per mettere le cose in chiaro, cosa aspetta il Generale Zapateiro quando lei salirà al potere?

Cosa aspetta ogni generale. Hanno le loro regole, un buon assegno di pensione. Le leadership cambiano nel tempo. A volte ci sono delle trappole in questo. Ho chiesto che i criteri di promozione, che hanno a che fare anche con la riforma, non siano la politica ma il merito.

Quale Ministro della Difesa pensa che possa interpretare questo sentimento e trasmettere il messaggio che vuole dare alle forze militari e di polizia?

Sto pensando a diversi uomini. Al momento non ho ancora deciso un nome specifico. Ho ancora un po’ di tempo per questo. In questo periodo devo isolarmi da molte pressioni per cercare di prendere le decisioni giuste, che non sono facili. Un errore può essere fatale.

Avrà anche bisogno della fiducia delle forze per raggiungere quella che lei chiama pace totale, che include i dissidenti, l’ELN, il Clan del Golfo e altri gruppi armati. Quale sarà la sua strategia per includere le forze in questo processo e portarlo a una conclusione positiva?

C’è un’aspettativa tra i gruppi armati. E cioè che stanno valutando la possibilità di sciogliersi. Ovviamente non sanno come, o cosa, o quando, perché è stato detto poco al riguardo. Ma è una possibilità e ho chiesto alla Chiesa cattolica di stabilire dei canali per un processo di pace integrale in Colombia.

Integrale significa che non è semplicemente con quello che ancora oggi è considerato l’insurrezione. Ma aperto a tutto ciò che comporta l’uso di armi illegali. Beh, stiamo per renderlo ufficiale. Credo che la Chiesa cattolica oggi debba svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione della pace in Colombia.

Estradizione

La telefonata eccezionalmente tempestiva del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden per congratularsi con Gustavo Petro per la sua elezione è stata letta come un primo segno di fiducia. Il Presidente eletto è ottimista sul futuro delle relazioni tra i due Paesi, ma è anche consapevole che quest’anno ci saranno le elezioni di metà mandato e che il Partito Democratico probabilmente perderà il controllo della Camera dei Rappresentanti.

I Repubblicani guadagneranno influenza ed è importante che la Colombia mantenga una relazione con entrambi i partiti. Durante l’ultima campagna presidenziale, l’allora presidente Donald Trump ha definito Gustavo Petro un “socialista” e un “cattivo alleato” del suo concorrente Joe Biden.

Una delle priorità del futuro ministro degli Esteri Álvaro Leyva sarà quella di occuparsi di questa relazione cruciale per la Colombia. Si parla spesso di “de-narcoticizzare” le relazioni tra i due Paesi, ma ci vorranno anni prima che questo tema diventi una priorità nell’agenda bi-nazionale.

Uno degli strumenti utilizzati da decenni per combattere il narcotraffico è l’estradizione. Ha intenzione di cambiare qualcosa nella politica di estradizione verso gli Stati Uniti?

Si deve fare una proposta. Perché si tratta di un trattato bilaterale e quindi sono in due, come qualsiasi matrimonio.

E lei cosa intende proporre?

Condizionare l’estradizione alla non conformità. In altre parole, la ripetizione dei processi di smantellamento pacifico del traffico di droga.

Quindi si tratterebbe di un’estradizione condizionata alla conformità?

Che non viene rispettata.

Agli Stati Uniti non piacerà...

Beh, questo è l’approccio. Si tratta di un negoziato con gli Stati Uniti e forse loro non lo vogliono. Oppure sì, ma è un accordo che sto proponendo.

Qual è il percorso di normalizzazione delle relazioni con il Venezuela che lei propone?

Le relazioni devono essere normalizzate. Questo perché stiamo andando avanti da anni e ci sono complessità su molte questioni. Il confine è la mia principale preoccupazione. Perché c’è una forte, fortissima illegalità. Ci sono anche possibilità concrete.

Cúcuta non è una città andina lontana dal mare. Cúcuta è una città costiera. Si trova a un’ora dal mare. Allora perché non ne approfittiamo per industrializzare il territorio? In altre parole, a causa delle nostre difficoltà politiche tra le nazioni, non sfruttiamo l’enorme vantaggio territoriale che esiste.

Un altro problema immediato è Monómeros, perché Monómeros, che è un’azienda sconosciuta a molti colombiani, situata a Barranquilla e che è colombiano-venezuelana, con una maggioranza venezuelana, è quella che ha prodotto i fertilizzanti e oggi il problema fondamentale dell’agricoltura e della fame sono i fertilizzanti. L’asfissia finanziaria che questa azienda ha subito l’ha paralizzata e stiamo importando fertilizzanti a un prezzo tre volte superiore.

Prima delle elezioni, lei ha rimosso la senatrice eletta Piedad Córdoba dalla sua campagna. Ora che è stata eletta, quale sarà il ruolo di Piedad?

Complesso. I processi giudiziari dipendono dai giudici. Punto e basta. C’è stato molto rumore da parte dei media. Ora dovremo vedere cosa dicono i giudici. I giudici qui, i giudici all’estero. Presterò attenzione.

Consiglierebbe alla senatrice Piedad Córdoba di prendere il suo posto al Senato o preferirebbe che non prendesse il suo posto?

C’è una relazione, in base agli ultimi eventi, che ha a che fare con la famiglia di Piedad e la DEA. Non so di che tipo, non lo so. Ma c’è la questione del fratello, compreso il tentativo di intrappolarmi, da cui sono riuscito a sfuggire. Esiste già una relazione tra il sistema giudiziario statunitense, la DEA e la famiglia di Piedad. So che questo è riservato a cose che passano attraverso regole che non sono nemmeno colombiane. Ma non sono appropriati per un esercizio politico in Colombia.

In altre parole, lei raccomanda che Piedad non assuma l’incarico?

Il mancato incarico ha serie implicazioni giudiziarie e costituzionali. Non parlerei di questo. Ma direi che la senatrice Piedad Córdoba, dato che c’è un qualche tipo di rapporto con il sistema giudiziario degli Stati Uniti, auspicabilmente favorevole a loro, dovrebbe, sì, avere una bussola, perché le sue azioni politiche come senatrice sono influenzate da un fatto oggettivo. E cioè che c’è un rapporto con la giustizia estera, che non posso qualificare. Quindi questo meriterebbe che si facesse da parte, anche se è una senatrice.

Ma sembra strano come figura. Se lei è un senatore e fa politica, come farebbe a farsi da parte?

Ci sono figure legali in Colombia per questo.

Che chieda un’aspettativa o qualcosa del genere?

Beh, diciamo che potrebbe esserci un momento in cui la società colombiana potrebbe sapere: “Beh, alla fine non è stato niente”. Oppure “sì, ed è molto grave”. Poi ci sarà una decisione politica sullo sfondo. Ma finché c’è questa spada nascosta, non permette la libertà politica. È così semplice.

Economia e politica energetica

Il nome che viene fatto con più insistenza come Ministro delle Finanze è quello di José Antonio Ocampo, che ha già ricoperto questo portafoglio e la Direzione della Pianificazione Nazionale. Economista liberale progressista, ex segretario esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina (ECLAC), è in contatto con il mondo imprenditoriale e accademico.

Laureato presso le prestigiose università di Notre Dame e Yale negli Stati Uniti, è stato professore alla Columbia University, il che sembra essere il motivo del ritardo nell’annuncio della nomina: Ocampo è professore di ruolo presso la prestigiosa università di New York e deve attendere la licenza del centro educativo prima di accettare il ministero.

In una conversazione con Cambio, il Presidente eletto ha parlato della gradualità del suo piano di eliminazione delle esplorazioni petrolifere. Ha insistito sul fatto che la sua enfasi a lungo termine sarà sull’energia pulita, ma ha ammesso che il suo governo potrebbe finire per esportare più carbone a causa della crisi degli idrocarburi derivante dalla guerra in Ucraina. Ha anche fatto riferimento al calo del prezzo delle azioni di Ecopetrol.

Una delle questioni che sta suscitando maggiore preoccupazione tra gli uomini d’affari è il suo annuncio che non assegnerà nuovi contratti di esplorazione petrolifera. Dove pensa di trovare il denaro per i programmi sociali?

Si tratta di una transizione, diciamo, graduale. La parola transizione implica gradualità. Volevano dimostrare che era per l’8 agosto. Non lo è. E ho votato contro a causa di questa convinzione. Non è che non esploreremo, perché ci sono circa 180 contratti in essere. Quello che ho detto è che non ci saranno nuovi contratti di esplorazione.

Cosa significa questo nel breve termine? Che dobbiamo gestire le riserve di petrolio accertate che abbiamo. Ci sono date diverse. Le date dipendono dalla quantità di petrolio che esportiamo. Se esportiamo molto petrolio, le riserve non reggeranno. Se esportiamo meno petrolio, le riserve si allungano e questo misura il tempo. La transizione è come la leva di controllo.

Sì, c’è una questione strutturale e diciamo a lungo termine, che ovviamente dimostra che lei è allineato con una preoccupazione universale. Ma ci sono opportunità economiche sul tavolo, come si combina la sua visione di transizione energetica con la necessità di raccogliere risorse?

Tutti i beni petroliferi del mondo sono in calo. In Colombia mi incolpano di questo, ma non è colpa mia. Questo accade perché è stata annunciata una depressione, ossia un calo della domanda di petrolio e gas. E poi il mercato svaluta i beni petroliferi. Penso che questo sarà il mondo per i decenni a venire, con una svalutazione dei beni petroliferi.

Lei ha parlato di riforme che dovranno necessariamente essere adattate per essere realizzate. Non pensa che finirà per moderarsi sulla questione del petrolio?

Il mondo sta accelerando il passo. Non è un mio problema. Le forze che stanno cercando di fermarmi su questo tema hanno preso il controllo di Ecopetrol. Stanno cercando di estendere i membri del consiglio di amministrazione che questo governo ha nominato, e stanno cercando di prendere di mira Isa, il generatore di elettricità, cambiando gli statuti per mantenere i funzionari dell’attuale governo durante il mio governo, per impedirmi di prendere decisioni, il che è fatale.

Ma, beh, il fatto è che Duque le ha dato un colpo legale proprio all’inizio, modificando uno statuto esistente attraverso un’assemblea. Ma lei ha la maggioranza. Potete convocare un’altra assemblea e cambiare di nuovo lo statuto per riprendere il controllo del consiglio?

Ho dalla mia parte i lavoratori.

Ma c’è anche la proprietà, cioè lo Stato colombiano e il Governo, il Ministero delle Miniere, che è la maggioranza.

Bene, ci stiamo muovendo verso un accordo. Dobbiamo riconoscere che Duque, durante il percorso, ha iniziato a fare un piano e a coinvolgere Ecopetrol nella costruzione di parchi solari. Questo governo ha già avviato il piano. Avevo proposto 3,6 gigawatt di generazione di energia solare. Duque mi ha informato che ha già avviato 1 gigawatt. Quello che farei è accelerare questo piano. C’è un’enorme possibilità di diventare uno dei maggiori produttori di energia solare al mondo.

Quindi, se si imposta Ecopretrol, non sul petrolio ma sull’energia, il colpo per l’azienda potrebbe essere il contrario. Ora, la valuta estera è un altro punto di conflitto: da dove proviene la valuta estera della Colombia? Dal petrolio e dal carbone, e questo non cambia da un giorno all’altro. Come si può scambiare rapidamente le valute del petrolio con altre valute?

Rapidamente è quando?

La rapidità è nel mio governo. Non sarà l’8 agosto. Continueremo a esportare petrolio. Inoltre, con il mio governo esporteremo più carbone, paradossalmente. Perché? A causa della guerra in Ucraina, i tedeschi e gli europei chiederanno più carbone. Questo è interessante per il mio governo. Ma tra dieci anni non sarà più così.

In questi quattro anni devo preparare il Paese a ciò che so che sta per accadere e cioè che queste miniere saranno chiuse. Non appena le centrali nucleari in Europa saranno accese, sarà il mondo a chiudere le miniere. Non io.

Cosa può sostituire queste entrate? Quello che ho proposto è il turismo e la riattivazione della produzione alimentare in Colombia. Ogni turista sono per noi 1.000 dollari, può fare i conti. Il turismo non aumenterà se non c’è la pace. Quindi la pace diventa la chiave della transizione energetica in Colombia.

Riforma fiscale

L’esplosione sociale che ha segnato l’uscita dal gabinetto di Alberto Carrasquilla, Ministro delle Finanze di Iván Duque, è iniziata con una riforma fiscale fallita che ha colpito ampi settori della classe media e i redditi più bassi. Petro ha detto che il Paese ha bisogno di una riforma fiscale e alcuni sostengono che potrebbe essere dura come quella di Carrasquilla. Egli sostiene che il denaro non arriverà dalla riforma fiscale. Sostiene che il denaro non arriverà dai settori sociali medio-bass. Gran parte del suo piano si basa sull’eliminazione delle esenzioni fiscali concesse nel 2019.

Un’altra componente, più controversa, cerca di tassare gli azionisti che reclamano i loro dividendi. Petro difende la bontà della sua iniziativa dicendo che favorisce la permanenza del capitale all’interno delle aziende. Altri la vedono come una misura che scoraggia gli investimenti e costringe i capitalisti a cercare luoghi più favorevoli e meno tassati della Colombia.

La verità è che molti Paesi creano vantaggi fiscali per gli investitori al fine di catturare il capitale. Una misura del genere renderebbe senza dubbio la Colombia meno competitiva, soprattutto in un momento in cui i tassi di interesse negli Stati Uniti sono in aumento.

Paradossalmente, grazie a questi tassi di interesse e alla svalutazione del peso, per un investitore potrebbe essere più redditizio avere il proprio denaro in una banca statunitense che investirlo in un’azienda colombiana.

L’intero Paese sta aspettando il contenuto della sua riforma fiscale. Quali sono i punti fermi che intende includere?

Che non può essere imposta solo alla classe media e al popolo, ai settori più poveri della popolazione. Si tratta di una riforma contraria a quella di Carrasquilla.

Il suo obiettivo di raccolta sembra molto ambizioso.

Potrebbe quasi essere più ambizioso. Se si guarda allo studio di Jorge Garay, che ci sta aiutando, propone addirittura cifre dell’ordine di 75 miliardi all’anno di entrate. E in realtà, se si guardano le statistiche sulla tassazione in percentuale del PIL, la Colombia è al di sotto della media latinoamericana. Il semplice raggiungimento della media latinoamericana è già di quell’ordine o superiore.

Ciò che accade, e questo è un dibattito, è che l’OCSE favorisce la tassazione delle persone fisiche rispetto a quella delle aziende, ma essere più alti della media colombiana significa tassare pesantemente la ricchezza individuale e non tassare le aziende, che sono il luogo in cui avviene la produzione. La riforma fiscale dovrebbe essere presentata quest’anno.

Poi, l’accordo dovrebbe arrivare entro due settimane. Se si formerà una coalizione di maggioranze ma non si approverà la riforma fiscale, accettando le discussioni e le modifiche, allora non ci sarà realmente alcuna coalizione di maggioranze. Non avrà funzionato.

Ma perché ci sia un accordo deve esserci un testo. C’è già questo testo?

Sì, esiste. Questo testo è stato presentato dal Partito Verde quando ero deputato. In quell’occasione ho suggerito che la soluzione doveva essere semplice. Non pensare a una grande riforma strutturale, ma a una formula semplice: abrogare la riforma fiscale del 2019, che è ciò che ho proposto a Restrepo. Con un semplice articolo, che eliminasse le esenzioni e i regali che venivano fatti, si sarebbero recuperati circa 20 mila miliardi di pesos.

Con la semplice abrogazione di quella riforma fiscale, lei otterrebbe più o meno la metà delle risorse a cui aspira con questa riforma fiscale, e da dove arriverebbero le altre?

Ci sono altre aree in termini di dividendi. Il dividendo è quando un uomo d’affari preleva le risorse dall’azienda invece di investirle e le prende per sé, come è suo diritto. Questo si chiama dividendo. Ma è come quando un dipendente riceve il suo stipendio e il dividendo viene detratto da esso. A seconda dello stipendio, la percentuale è la stessa. I dividendi non sono così, quindi perché no?

Quindi si tasserebbe il dividendo in base al suo importo?

Ovviamente. E c’è una scala progressiva.

Non teme che questo scoraggi gli investimenti? Perché se diventa più costoso prelevare i profitti o incassare i profitti dalle aziende, allora forse sarebbe meglio avere quel denaro inattivo, locato altrove, piuttosto che investire nelle aziende.

In generale, qualsiasi persona che voglia prelevare il proprio denaro dalla sua azienda per goderselo, perché è la sua azienda, paga un’imposta elevata in qualsiasi parte del mondo. L’unico modo per non pagare le tasse per questo, per questa azione, sono i paradisi fiscali, il che significa rompere il patto.

Si tratta di un problema globale, senza dubbio, perché questo è rompere l’alleanza di qualsiasi società. In generale, in tutti i Paesi, quando le grandi fortune non vengono utilizzate per investire, ma per goderne, cioè quando acquisiscono una dimensione personale, si pagano tasse fino al 70 percento. In Svezia, in Svizzera, negli Stati Uniti, in qualsiasi parte del mondo sviluppato.

Perché? Perché il denaro nell’azienda del proprietario non è uguale al denaro nelle sue tasche. Acquisisce un’altra funzione sociale. Quel denaro nell’azienda è un capitale. Si tratta di posti di lavoro, investimenti, espansione, e così via. Ha una funzione sociale. Lei produce. Guadagna, ma produce.

D’altra parte, se questo denaro diventa un tesoro in tasca, non è un capitale. E poi gli Stati lo scoraggiano tassandolo pesantemente, proprio per far sì che diventi capitale, cioè che rimanga nelle aziende e produca più posti di lavoro e più ricchezza.

Questa è la decisione del capitalista. Ma poi il capitalista ha due opzioni: metto il denaro che voglio godermi per diventare più ricco ma all’interno dell’azienda, espandendola, oppure me lo godo nel modo in cui voglio godermelo, ma poi pago le tasse. Questa è la logica del mondo. Penso che dovrebbe essere lo stesso in Colombia.

Epilogo

Vorrei farle quest’ultima domanda, riprendendo il significato della parola trasformazione. C’è una frase nel suo discorso che segna questa trasformazione. Lei ha detto: “La pace è che qualcuno come me possa diventare presidente”. L’ho conosciuta 34 anni fa, quando si nascondeva. Signor Presidente, cosa è cambiato dal Gustavo Petro di allora al Gustavo Petro di oggi?

C’è un maggiore flusso di idee. Per ovvie ragioni. Il tempo è passato. Quando ci siamo conosciuti c’era l’Unione Sovietica. E il mondo era diverso, le nostre idee erano un po’ più dogmatiche. A quel tempo sognavo di arrivare dove sto andando. Ma con un esercito popolare e magari indossando il drappo d’oliva. E forse quello che avremmo fatto sarebbe stato un disastro. Non è da lì che provengono le trasformazioni. E avremmo rimesso la spada dove si trova oggi.

Ma diciamo che un mondo migliore non sarebbe emerso. Primo, perché sarebbe stata una vittoria militare. Era questo il nostro obiettivo, una vittoria militare. E poi da una vittoria militare non deriva altro che una sconfitta militare.

Da ciò sarebbe derivata un’imposizione, e un’imposizione non è democratica. E da lì sarebbero nati esseri umani che si sarebbero impossessati del potere e si sarebbero trasformati in autocrati, perché solo l’autocrazia può essere costruita sulle armi.

Ciò che abbiamo vissuto è stato migliore, anche con le morti, ma ciò che è venuto dopo quell’intervista, con tutta l’intensità della storia, è stata la pace. Penso ancora più o meno la stessa cosa, ma i metodi, le forme, la storia reale erano diversi. Spero che il mio governo sia il governo della Costituzione.

Mi avete intervistato come combattente clandestino dell’M-19. Penso che coloro che non sono stati in grado di scomparire e uccidere, perché questa era la storia. E l’ho vissuto, ma la storia era questa.

Sì, e molte cose dipendono dal successo del suo governo, tra cui il fatto che la sinistra abbia nuove opportunità nella vita istituzionale della Colombia e che ci sia una trasformazione del tipo sognato dai milioni di persone che l’hanno sostenuta e del tipo temuto da molti di coloro che hanno votato contro di lei.

Ci sono nuovi modi di pensare. Inoltre, se non lo facciamo bene, può arrivare l’oscurità.

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