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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/11/2025

Gli USA disertano il G20: a cosa serve ancora questo forum?

Si è aperto il G20 di Johannesburg, momento culmine di un anno diplomatico sudafricano molto attivo. Eppure, ancora una volta risulta chiaro che questo tipo di forum abbia ormai perso ogni valore concreto, in un mondo nuovamente caratterizzato dal confronto tra aree che esprimono interessi contrastanti. Donald Trump, in particolare, sta ponendo la pietra tombale sul “sistema delle regole” tra Stati formalmente trattati alla pari.

Il tycoon ha infatti deciso di disertare i lavori. Se anche Xi Jinping e Vladimir Putin non presenzieranno agli eventi di Johannesburg, tuttavia Cina e Russia hanno inviato delle delegazioni di alto livello. Al contrario, i delegati stelle-e-strisce presenti non saranno neanche coinvolti nelle attività del G20.

Trump e il presidente Cyril Ramaphosa sono protagonisti di uno confronto diplomatico che ormai dura da tempo. The Donald accusa il paese africano di “perseguitare le comunità bianche”, ribaltando la realtà che ha caratterizzato il paese fino a pochi decenni fa. Dietro a questo tema c’è però anche lo scontro riguardante le accuse sudafricane a Israele promosse alla Corte Internazionale di Giustizia.

In una lettera inviata a inizio settimana, Washington trae le conseguenze della propria assenza: potrebbe astenersi dall’adozione di una nota congiunta al termine del summit. Ciò metterebbe in discussione la legittimità (per quanto il G20 sia un assemblea informale) di tale dichiarazione, che per il Sud Africa rappresenta l’atto finale di oltre 120 incontri di natura economica promossi dal paese nel suo anno di presidenza del G20.

Per questo, il presidente Ramaphosa ha esortato gli altri rappresentanti a non cedere: “senza gli Stati Uniti l’intero processo del G20 procede. Non ci lasceremo intimidire”. A sostenere questa presa di posizione c’è anche la Germania, e ciò è un ulteriore segnale di come la UE abbia disperatamente bisogno di consessi come questo per affermare un profilo internazionale altrimenti inesistente.

Perché, in effetti, gli USA stanno trattando una pace ucraina senza ucraini e senza europei, ed è stato Trump a siglare l’intesa con Pechino che ha momentaneamente stabilizzato il mercato delle terre rare. Bruxelles, come sempre, è rimasta al palo muovendosi nel consolidato solco dell’alleanza con Washington – che nel frattempo la scaricava – senza capacità diplomatiche e senza uno straccio di strategia.

Ieri von der Leyen e Costa, dopo aver sentito telefonicamente Zelensky, si sono incontrati con Giorgia Meloni, proprio per parlare di Ucraina, sperando nella prima ministra italiana per fare da intermediaria con Trump, e anche per elaborare una contromossa, vagliandola ufficiosamente con gli altri partecipanti, affinché la UE non venga definitivamente marginalizzata.

Costa ha invitato i leader europei a confrontarsi immediatamente sul tema, e anche a partecipare a un incontro sull’Ucraina a margine del vertice UE-Unione Africana in Luanda, che si terrà il 24 e 25 novembre. Stamattina i vertici di Bruxelles si sono incontrati con Macron. Ma ci troviamo al solito di fronte a una UE che è più un vincolo alle alternative, piuttosto che un soggetto capace di una visione strategica.

Ad ogni modo, i dossier sul tavolo non troveranno un’intesa facile. Le sessioni principali avranno tre focus: la crescita economica sostenibile, i disastri naturali e la transizione energetica, fino al capitolo dedicato proprio al tema dei minerali critici, nonché all’intelligenza artificiale.

Si tratta di questioni in cui, mentre si frammenta il mercato mondiale e tutte le camere di compensazione perdono di peso (compreso il G20), è difficile pensare che si vada oltre parole e promesse. Va inoltre sottolineato il fatto che l’unico paese che ha fatto una proposta dirompente in ambito di IA è stata la Cina, con un’ipotesi di governance internazionale delineata alla World AI Conference (WAIC) 2025, tenutasi a Shanghai dal 26 al 28 luglio.

A Johannesburg, invece, vorrebbe essere protagonista Giorgia Meloni col suo “Piano Mattei” per l’Africa. Inserendolo peraltro in maniera ancora più chiara dentro la cornice delle mire di Bruxelles, orientata a proiettare le sue ambizioni verso il continente africano per raggiungere una maggiore autonomia strategica. L’idea è quella di usare il G20 per promuovere una nuova architettura finanziaria che consenta una maggiore influenza europea sull’Africa.

Non molti mesi fa era stata posta sul piatto l’idea di riconvertire circa 235 milioni di euro di debito africano in progetti del Piano Mattei. Una “trappola del debito” giusto un poco differente, cui si aggiungerebbero altre iniziative. Dall’altro lato, Bruxelles è ben contenta se questi accordi trovassero una controparte nella gestione dei flussi migratori, esternalizzando i confini in zone dove le pratiche e i diritti umani sono non solo più opachi, ma lontani dai riflettori.

Per le capitali europee l’incontro di Johannesburg potrebbe forse essere utile per rinsaldare alcuni rapporti stabiliti in passato, ma il G20 non ha più le funzioni che poteva avere in un altra fase storica. Rimane il fatto che il protagonismo dei paesi del Sud Globale mette in evidenza proprio lo sviluppo di un mondo multipolare.

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30/07/2024

Il G20 approva la patrimoniale sui supericchi, ma non sarà facile attuarla

Nel G20 dei ministri delle Finanze, conclusosi lo scorso 26 luglio a Rio de Janeiro, è stato trovato un accordo che da molti è già stato definito un traguardo storico. La dichiarazione finale ha infatti sancito un’intesa di massima per porre le basi di una più giusta tassazione sui supericchi.

La proposta era arrivata originariamente dal Brasile di Lula, che quest’anno presiede i vari colloqui del G20. In essa era stata abbozzata l’idea di una tassa del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, che avrebbe permesso di raccogliere un gettito stimato fino a 250 miliardi di dollari all’anno da 3.000 individui.

Nel testo finale viene messa nero su bianco la volontà che i miliardari “paghino la loro giusta parte di imposte”, con una formula fondata su un complesso equilibrio tra la sovranità nazionale e una maggiore cooperazione sull’elusione fiscale. Anche quest’ultima, così come l’evasione, è stata posta come elemento da contrastare nelle future politiche sulla tassazione.

Il riferimento alla patrimoniale per i supericchi rimane però ancora piuttosto generico. “Quello iniziato oggi è un processo più ampio che richiederà la partecipazione del mondo accademico, degli studiosi e delle organizzazioni internazionali con esperienza e tempo a disposizione, come l’OCSE e l’ONU”, ha dichiarato il ministro delle Finanze brasiliano, Fernando Haddad.

Proprio intorno a questi due organismi è stato posto uno degli ostacoli alla realizzazione di misure concrete. Brasile e Sud Africa (che seguirà Brasilia alla guida del G20) vorrebbero fosse l’ONU a stabilire i criteri della tassazione, mentre gli Stati Uniti – che si erano inizialmente opposti alla patrimoniale – vorrebbero fosse l’OCSE.

Il segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, ha affermato che “la politica fiscale è molto difficile da coordinare a livello globale e non vediamo la necessità né pensiamo che sia auspicabile cercare di negoziare un accordo globale su questo tema. Pensiamo che tutti i paesi debbano assicurarsi che i loro sistemi fiscali siano equi e progressivi”.

In pratica Washington, che millanta in continuazione di essere pronta alla cooperazione per lo sviluppo, si tira indietro quando si tratta di far pagare ai ricchi una piccola parte del loro patrimonio. Questo sarà sicuramente un bastone di non piccole dimensioni tra le ruote della definizione di atti pratici.

La proposta ha però ricevuto l’approvazione di molti altri paesi, così come di varie associazioni. Tra di esse anche l’Oxfam, che in Italia ha pure lanciato una raccolta firme per l’introduzione di un’imposta europea sui grandi patrimoni.

Questa è stata seguita da un’analoga proposta costruita insieme ad altre organizzazioni a livello mondiale in occasione degli incontri di Rio, la quale ha già raggiunto un milione e mezzo di firme. Per l’occasione, l’Oxfam aveva preparato anche un interessante studio, reso pubblico qualche giorno dopo che il Brasile aveva presentato l’idea di una tassa sui supericchi.

Nelle sue pagine si legge che l’1% più ricco del pianeta ha accumulato negli ultimi dieci anni 42 milioni di milioni di dollari, circa 34 volte la ricchezza accumulata nello stesso periodo dal 50% più povero. La ricchezza media accumulata dall’1% è di circa 400.000 dollari, quella del 50% più povero ammonta a 335 dollari.

A questa analisi è seguito anche un rapporto, lo scorso gennaio, in cui si mostrava come la maggior parte dei grandi ricchi si concentri in poche aree del mondo, e che le disparità sono destinate ad aumentare. Insomma, i dati di un sistema iniquo, costruito sull’iniquità e senza gli anticorpi e le intenzioni di invertire la rotta.

Per dare corpo all’intesa del G20 i paesi e le organizzazioni interessate dovranno lottare.

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11/09/2023

Dopo il vertice del G20 a Kiev “fischiano le orecchie”

Lo scoglio principale sul comunicato finale del vertice del G20 in India era il linguaggio da usare nel paragrafo dedicato alla guerra in Ucraina. Il problema è stato risolto con la denuncia “dell’uso della forza” in Ucraina per le conquiste “territoriali” e con l’omissione dell’aggressione della Russia.

“Una formula annacquata rispetto a quella del G20 di Bali di novembre 2022, necessaria per la riuscita del summit e della presidenza indiana“, è stato il commento negli ambienti diplomatici.

La dichiarazione dei leader del G20 ricorda la precedente risoluzione approvata al vertice di Bali lo scorso anno, dove erano state sussunte le risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, entrambe approvate a maggioranza.

Nella dichiarazione finale di Bali, fu usato il termine “guerra” contro il volere di Russia e Cina, con la “condanna” da parte della “maggioranza dei membri”.

In questo comunicato è scritto invece che gli Stati “devono agire in modo coerente con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite nella sua interezza“, astenendosi “dalla minaccia o dall’uso della forza per perseguire acquisizioni territoriali contro l’integrità territoriale e la sovranità o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato“.

Il G20 richiede inoltre la “piena, tempestiva ed efficace attuazione” dell’accordo sul grano, “efficace per garantire consegne immediate e senza ostacoli di grano, prodotti alimentari e fertilizzanti e input agricoli provenienti dalla Russia e dall’Ucraina“. Nessun riferimento alla rottura di Mosca dell’accordo mediato da Onu e Turchia.

La differenza dei toni è forte, così come la delusione di Kiev: “L’Ucraina è grata ai partner che hanno cercato di includere una formulazione forte nel testo. Allo stesso tempo, il Gruppo dei 20 non ha nulla di cui essere orgoglioso”, ha commentato Oleg Nikolenko, portavoce del ministero degli Esteri ucraino.

Diversamente il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito il vertice del G20 a Nuova Delhi come “un successo incondizionato”, non solo per l’India e per la Russia, ma per l’intero blocco. “Il vertice, naturalmente, è un successo incondizionato, in primo luogo per la presidenza indiana, ma anche per noi”, ha detto in conferenza stampa al termine della riunione.

Il Financial Times ha scritto che la dichiarazione del vertice del G20 in India è stato un duro colpo per i paesi occidentali a causa della mancanza di un consenso globale per sostenere l’Ucraina.

Secondo la Segretaria del Tesoro statunitense Yellen, invece, la dichiarazione congiunta del G20 è stata “essenzialmente molto forte” per quanto riguarda il conflitto in Ucraina.

“Anche se il presidente russo Vladimir Putin non ha partecipato al summit, è evidente che il suo paese continua ad avere relazioni molto strette” con l’India, ha commentato la BBC a commento della foto della “calorosa stretta di mano” tra Lavrov e il presidente indiano Modi.

L’immagine “viene vista da molti come una prova di quanto siano amichevoli e tranquilli i legami”, sottolinea la BBC secondo la quale “entrambi i paesi hanno ragioni di essere contenti dell’esito” del vertice, dopo il paragrafo sull’Ucraina della dichiarazione finale che non menziona la Russia.

“Alcuni alleati potrebbero vedere le recenti difficoltà dell’Ucraina sul campo di battaglia come un motivo per negoziare con la Russia, ma questo è un brutto momento perché Putin vede la stessa cosa”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una intervista all’Economist, aggiungendo di essere emotivamente pronto per una lunga guerra.

È ormai evidente che nel mondo – ad esclusione dei fomentati della guerra in Europa e a Kiev – si comincia a ritenere che il conflitto in Ucraina vada chiuso il prima possibile, sarà bene che a Kiev a Varsavia e a Bruxelles se ne facciano una ragione.

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04/09/2023

G20, un consesso che eprde pezzi

di Guido Salerno Aletta

Lo sgretolamento delle convergenze internazionali, che si era determinato con la dissoluzione dell'URSS, è iniziato nel 2008, quando il conflitto in Georgia ha determinato una incrinatura nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia che si è andata sempre più approfondendo.

Risale al 2014 l'esclusione formale della Russia dal G8, il consesso cui era stata invitata a partecipare allargando il precedente formato a sette, a seguito della crisi in Ucraina e dell'annessione della Crimea: un segnale di divaricazione ormai irrecuperabile.

La necessità di definire un contesto più ampio nel confronto internazionale era stata riconosciuta dall'Italia che nel 2009, subito dopo la crisi georgiana, allargò il G7 dell'Aquila ad una sorta di G14: fu una iniziativa non particolarmente gradita agli USA che non volevano assolutamente allargare il G7, ma che poi si convinsero della necessità di coinvolgere comunque la Russia e la Cina creando un contenitore specifico, il G20, che ne diluisse il peso.

G7 e G20 sono due format distinti: mentre il primo rimane il "Club esclusivo degli Occidentali"; il secondo serve loro per aggregare altri Paesi, scelti accuratamente in modo da estendere la propria presa globale ma isolando per quanto possibile Russia e Cina.

Nel frattempo, si è costituito il gruppo dei BRICS, inizialmente formato da Brasile, Russia, India e Cina, cui dieci anni fa si è aggiunto il Sudafrica. Nel suo ultimo vertice, appena conclusosi, è stata accettata la domanda di adesione di altri sei Paesi: Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia ed Iran. Un consesso che sarà operativo a partire dal prossimo 1° gennaio, con la Presidenza di turno della Russia.

Nel frattempo, per via della guerra in Ucraina, il G20 è entrato progressivamente in crisi: l'anno scorso, a Bali, l'unanimità fu raggiunta a stento, solo per via dell'assenza "diplomatica" del Ministro degli esteri russo, Lavrov, rientrato a Mosca prima della conclusione dei lavori. Quest'anno, che spetta all'India ospitare il G20, non solo non è prevista la presenza del Presidente russo Vladimir Putin ma anche il Presidente cinese Xi Jinping ha fatto sapere che non parteciperà: c'è chi sostiene che questa decisione dipenda dalle nuove frizioni sui territori contesi ai confini tra la Cina e l'India, ma c'è anche chi sostiene che sia un modo per evitare un incontro bilaterale con il Presidente americano Joe Biden.

Fatto sta che si preannuncia un vertice finale del G20 con due vistose assenze.

Nel 2024, la divaricazione tra G20 e BRICS+ si farà più vistosa.

In Russia, Vladimir Putin farà da padrone di casa, ospitando a Mosca il Summit dei BRICS ampiamente allargato ad 11 Paesi, tutti rappresentati dai rispettivi Presidenti.

Giorgia Meloni, cui spetterà presiedere il G20, sa perfettamente che la Russia sarà rappresentata solo dal Ministro degli esteri e che molto difficilmente si potrà contare sulla presenza di Xi Jinping: il recesso dell'Italia dall'Accordo di partecipazione alla Via della Seta peserà come un macigno. Le elezioni del Parlamento europeo a giugno e le Presidenziali negli Usa a novembre, sono scadenze che renderanno il quadro politico occidentale ancora più complesso ed incerto.

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16/08/2023

L’India prepara il G20, ma senza Ucraina

L’India non invita l’Ucraina al vertice del G20 del prossimo mese.

Lo riporta Sky News, aggiungendo che la Russia è stata invece invitata nonostante gli appelli a espellerla dal gruppo.

Un elenco formale degli invitati pubblicato sul sito del G20 mostra che sono stati invitati 8 Stati non membri: Bangladesh, Egitto, Mauritius, Paesi Bassi, Nigeria, Oman, Singapore ed Emirati Arabi Uniti. È prevista anche la Spagna tra i non membri, come invitato permanente.

Spetta al Paese ospitante decidere quali non membri invitare ogni anno. Kiev era stata invitata al summit in Indonesia nel 2022 e al G7 in Giappone a inizio anno.

La notizia – qui riportata dall’Agenzia Ansa – è sicuramente rilevante perché indica una autonomia decisionale di uno dei due paesi più popolosi al mondo, nonché dotato di industrie belliche all'avanguardia e armi nucleari, rispetto ai desiderata occidentali.

Proprio la visita del premier Narendra Modi negli Usa, a fine giugno, era stata raccontata come la “svolta” di Delhi rispetto al conflitto in Ucraina. Ma la “narrazione”, ancora una volta, era pura propaganda.

L’India di Modi è una potenza emergente con propri obiettivi, molto nazionalista e con evidenti tratti autoritari che aggravano la tradizionale struttura delle “caste” (dai bramini in posizione dominante ai “paria”, praticamente senza diritti).

Proprio ieri, nel celebrare l’anniversario dell’indipendenza, parlando ad una enorme folle dal Forte Rosso di New Delhi, fortilizio Moghul del XVII secolo, Modi ha esaltato in primo luogo se stesso, ricordando che “grazie agli sforzi di 1,4 miliardi di indiani, abbiamo raggiunto la quinta posizione [nell’economia mondiale, ndr], questo non è successo per caso”, sottolineando che quando è “arrivato al potere nel 2014 eravamo alla decima posizione”.

Quindi è passato ad indicare gli obiettivi e le promesse: “Quando la povertà diminuisce in un Paese, il potere della classe media aumenta considerevolmente: nei prossimi cinque anni, vi prometto che l’India sarà tra le tre principali economie del mondo”.

L’India, nella sua visione, “sta diventando la voce del sud globale”, proponendo di fatto la stessa formula usata dai leader progressisti latino-americani.

“La prosperità e la cultura indiana sono diventate un’opportunità per il mondo”, ha detto ancora, sottolineando di poter “vedere chiaramente che un nuovo ordine globale ed una nuova equazione geopolitica sta emergendo dopo il Covid”. Il multilateralismo, insomma, si fonda ormai su basi ogni giorno più solide.

Sottolineare l’“autonomia” dell’India di Modi rispetto all’Occidente è una semplice constatazione da fare nel mentre si analizzano i cambiamenti internazionali; e ovviamente non implica affatto – come piacerebbe ai tanti “tifosi bipolari” che popolano la Rete – un giudizio positivo sul suo governo.

Di fatto, con la sua decisione, Modi formalmente rispetta i trattati internazionali esistenti (e la Russia fa storicamente parte dei paesi con seggio permanente nel G20), ma disegna una lista di “inviti” che non tiene in nessun conto la “obbligatorietà” di vedere tra i presenti, in qualsiasi occasione, anche Kiev.

Non è ancora chiaro se al vertice sarà presente Putin, che ovviamente non rischierebbe l’arresto richiesto dalla Corte dell’Aja (di stretta obbedienza Usa). E certamente la possibilità di vederlo allo stesso tavolo con Biden, Sunak, Meloni, Scholz, e gli altri membri della Nato sarebbe devastante per l’alleanza militare che sostiene Kiev nella sua guerra per procura.

Un segnala pesante per l’area euro-atlantica, sempre meno “egemone” sul resto del mondo.

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25/05/2023

Il G7 deve accettare di non poter governare il mondo

Il passaggio da un determinato ordine mondiale ad un altro è sempre complicato. Specie per chi sta perdendo l’antica egemonia si tratta di una eventualità – e di un evento – scioccante. Non è mai avvenuto senza traumi, nella Storia, ma stavolta la diffusione delle armi nucleari è tale da sconsigliare drasticamente di fare scommesse azzardate solo per cercare di mantenere il vecchio ordine e le antiche gerarchie.

Questo tipo di atteggiamento ancora non si è fatto abbastanza spazio nelle teste dei “potenti” dell’Occidente neoliberista, che invece insistono nel portare avanti una politica aggressiva verso il resto del mondo. Che non li ha mai sopportati, neanche quando erano così deboli da non potersi permettere obiezioni serie.

Ma oggi, che i pesi specifici nell’economia mondiale sono fortemente cambiati a favore del “resto del mondo”, quel malumore si trasforma in atti e fatti politici, cambiamenti di alleanze, indipendenza politica e strategica. Anche perché, nel resto del mondo, ci sono ormai giganti di potenza equivalente. Anche sul piano nucleare, che è poi quello che conta davvero quando si fa la faccia feroce a livello internazionale.

Giganti che oltretutto intessono rapporti con i paesi più deboli basati su altri presupposti, tipo la “non ingerenza negli affari interni” altrui, ben diversa da quella disposizione a promuovere golpe, “rivoluzioni colorate” eterodirette, guerre locali, bombardamenti mirati, ecc., che costituiscono per tutti le vere caratteristiche del “regno della libertà” propagandato dall’imperialismo euro-atlantico.

Di fronte a questo cambiamento ormai evidente, però, cominciano a farsi spazio le analisi, le considerazioni, i suggerimenti più razionali di chi – pur condividendo pienamente la visione del mondo euro-atlantica – vede chiaramente il bivio che si è aperto davanti alle “potenze un tempo egemoni”.

Un vecchio saggio come Martin Wolf lo sintetizza così: “Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra”. In ogni caso guerra, o solo economica oppure “totale”.

Seguono quindi gli inevitabili suggerimenti ad usare la testa, anziché l’ideologia (“i valori dell’Occidente”, “democrazie contro autocrazie”, e altre trovate da propaganda di guerra), per mettersi infine serenamente a un tavolo in cui contrattare un “nuovo ordine” tenendo conto degli interessi di tutti e non solo, come nel recente passato, dei propri.

È notevole che una riflessione del genere – accompagnata da robuste iniezioni di realismo economico – figuri come editoriale del Financial Times, certo non sospettabile d‘essere “putiniano” o “filo-cinese”.

Come recita quel proverbio inglese, “i fatti hanno la testa dura”. E la testa conviene usarla, anziché rischiare di perderla.

Buona lettura.

*****

“Addio G7, ciao G20”. Così titolava un articolo dell’Economist sul primo vertice del Gruppo dei 20 a Washington nel 2008, sostenendo che questo rappresentava “un cambiamento decisivo nel vecchio ordine”. Oggi, le speranze di un ordine economico globale cooperativo, che hanno raggiunto l’apice al vertice del G20 di Londra dell’aprile 2009, sono svanite. Tuttavia, non si tratta di un caso di “addio G20, ciao G7“.

Il mondo precedente del dominio del G7 è ancora più lontano di quello della cooperazione del G20. Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra.

Non è quello che suggerisce il comunicato della riunione dei capi di governo del G7 a Hiroshima. È incredibilmente completo. Riguarda: Ucraina; disarmo e non proliferazione; regione indo-pacifica; economia globale; cambiamenti climatici; ambiente; energia, compresa l’energia pulita; resilienza e sicurezza economica; commercio; sicurezza alimentare; salute; lavoro; istruzione; digitale; scienza e tecnologia; genere; diritti umani, rifugiati, migrazione e democrazia; terrorismo, estremismo violento e criminalità organizzata transnazionale; relazioni con Cina, Afghanistan e Iran (tra gli altri Paesi).

Il G7 si sta rivolgendo anche ad altri: alla riunione in Giappone erano presenti India, Brasile, Indonesia, Vietnam, Australia e Corea del Sud. Ma sembra che 19 Paesi abbiano chiesto di entrare a far parte dei Brics, che già comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Quando Jim O’Neill inventò l’idea dei Brics nel 2001, pensava che si sarebbe trattato di una categoria economicamente rilevante. Io pensavo che i Brics avrebbero riguardato solo Cina e India. Dal punto di vista economico, era giusto. Ma ora i Brics sembrano essere sulla strada per diventare un gruppo mondiale rilevante.

Chiaramente, ciò che unisce i suoi membri è il desiderio di non dipendere dai capricci degli Stati Uniti e dei loro stretti alleati, che hanno dominato il mondo negli ultimi due secoli. Per quanto tempo, del resto, il G7, con il 10% della popolazione mondiale, potrà (o, se vogliamo, dovrà) continuare a farlo?

A volte bisogna semplicemente adattarsi alla realtà. Lasciando da parte per il momento gli obiettivi politici dei membri del G7, che giustamente includono la necessità di preservare la democrazia in patria e di difendere le proprie frontiere – oggi, soprattutto, in Ucraina.

Questa è infatti la battaglia dell’Occidente. Ma difficilmente sarà mai quella del mondo, la maggior parte del quale ha altri problemi e preoccupazioni più urgenti. È stato positivo che il Presidente Volodymyr Zelenskyy abbia partecipato al vertice. Ma sarà solo l’Occidente a determinare la sopravvivenza dell’Ucraina.

Se passiamo all’economia, è anche un bene che il concetto di decoupling, un’assurdità dannosa, si sia trasformato in quello di “de-risking”. Se quest’ultimo può essere trasformato in una politica mirata e razionale, sarebbe ancora meglio. Ma sarà molto più difficile farlo di quanto molti sembrano immaginare.

È sensato diversificare le forniture di energia e di materie prime e componenti vitali. Ma, per fare un esempio significativo, sarà davvero difficile diversificare la fornitura di chip avanzati da Taiwan.

Un problema ancora più grande è la gestione dell’economia globale. Il FMI e la Banca Mondiale devono essere i baluardi del potere del G7 in un mondo sempre più diviso? Se sì, come e quando otterranno le nuove risorse necessarie per affrontare le sfide di oggi? E come si coordineranno con le organizzazioni che la Cina e i suoi alleati stanno creando? Non sarebbe meglio ammettere la realtà e adeguare le quote e le azioni, per riconoscere gli enormi spostamenti di potere economico nel mondo?

La Cina non scomparirà. Perché non dovremmo permetterle di avere più voce in capitolo in cambio di una piena partecipazione ai negoziati sul debito? Allo stesso modo, perché non dovremmo ridare vita all’Organizzazione Mondiale del Commercio, in cambio del riconoscimento da parte della Cina che non può più aspettarsi di essere trattata come un Paese in via di sviluppo?

Al di là di tutto questo, dobbiamo riconoscere che qualsiasi discorso sul “de-risking” che non si concentri sulle due maggiori minacce che dobbiamo affrontare – quelle della guerra e del clima – è come se si cercasse di inghiottire moscerini, ingoiando cammelli.

Sì, il G7 deve difendere i suoi valori e i suoi interessi. Ma non può gestire il mondo, anche se il destino del mondo sarà anche quello dei suoi membri. È necessario trovare un percorso di cooperazione, ancora una volta.

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02/03/2023

Il Sud del mondo rifiuta le pressioni dell’Occidente per schierarsi contro la Russia

Alla riunione del G20 di Bengaluru, in India, gli Stati Uniti sono arrivati con un mandato semplice. Il Segretario del Tesoro statunitense Janet Yellen ha dichiarato, in occasione del vertice del febbraio 2023, che i Paesi del G20 devono condannare la Russia per l’invasione dell’Ucraina e aderire alle sanzioni statunitensi contro Mosca.

Tuttavia, è apparso chiaro che l’India, che presiede il G20, non è disposta a conformarsi all’agenda statunitense. I funzionari indiani hanno affermato che il G20 non è una riunione politica, ma un incontro per discutere di questioni economiche. Hanno contestato l’uso della parola “guerra” per descrivere l’invasione, preferendo descriverla come “crisi” e “sfida”. Francia e Germania hanno respinto questa bozza se non condanna la Russia.

Proprio come in Indonesia durante il vertice dell’anno precedente, i leader del G20 stanno ancora una volta ignorando le pressioni dell’Occidente per isolare la Russia, con i grandi Paesi in via di sviluppo (Brasile, India, Indonesia, Messico e Sudafrica) che non sono disposti ad abbandonare la loro visione pratica secondo cui l’isolamento della Russia mette in pericolo il mondo.

I prossimi due vertici del G20 si terranno in Brasile (2024) e in Sudafrica (2025), il che indicherebbe all’Occidente che la piattaforma del G20 non sarà facilmente subordinata alla visione occidentale degli affari mondiali.

La maggior parte dei leader dei Paesi del G20 si è recata a Bengaluru direttamente dalla Germania, dove aveva partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Il primo giorno della conferenza di Monaco, il presidente francese Emmanuel Macron si è detto “scioccato da quanta credibilità stiamo perdendo nel Sud globale“. Il “noi” della dichiarazione di Macron è quello degli Stati occidentali, guidati dagli Stati Uniti.

Quali sono le prove di questa perdita di credibilità? Pochi Stati del Sud globale sono stati disposti a partecipare all’isolamento della Russia, anche votando le risoluzioni occidentali all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Non tutti gli Stati che hanno rifiutato di unirsi all’Occidente sono “anti-occidentali” in senso politico. Molti di loro – tra cui il governo indiano – sono spinti da considerazioni pratiche, come i prezzi scontati dell’energia russa e le attività vendute a prezzi ribassati dalle società occidentali che stanno abbandonando il lucroso settore energetico russo.

Che siano stufi di subire pressioni da parte dell’Occidente o che vedano opportunità economiche nelle relazioni con la Russia, sempre più spesso i Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina hanno evitato le pressioni provenienti da Washington per rompere i legami con la Russia. È questo rifiuto e svicolamento che ha spinto Macron a fare la sua forte dichiarazione di essere “scioccato” dalla perdita di credibilità dell’Occidente.

Nel corso di una tavola rotonda tenutasi il 18 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tre leader africani e asiatici hanno esposto le ragioni della loro insoddisfazione per la guerra in Ucraina e della campagna di pressione esercitata su di loro per rompere i legami con la Russia.

Il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira, che il giorno stesso ha condannato con un tweet l’invasione russa dell’Ucraina, ha invitato le varie parti in conflitto a “costruire la possibilità di una soluzione. Non possiamo continuare a parlare solo di guerra“.

Miliardi di dollari di armi sono stati inviati dagli Stati occidentali in Ucraina per prolungare una guerra che deve essere conclusa prima che si aggravi fuori controllo. L’Occidente ha bloccato i negoziati da quando, nel marzo 2022, è emersa la possibilità di un accordo provvisorio tra Russia e Ucraina.

I discorsi di una guerra infinita da parte dei politici occidentali e il riarmo dell’Ucraina hanno portato al ritiro della Russia dal trattato New START il 21 febbraio 2023, che – con il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato sui missili anti-balistici nel 2002 e dal trattato sulle forze nucleari intermedie nel 2019 – pone fine al regime di controllo sulle armi nucleari.

Il commento di Vieira sulla necessità di “costruire la possibilità di una soluzione” è condiviso da tutti i Paesi in via di sviluppo, che non vedono la guerra infinita come un beneficio per il pianeta. Come ha detto la vicepresidente della Colombia Francia Márquez durante lo stesso panel, “non vogliamo continuare a discutere su chi sarà il vincitore o il perdente di una guerra. Siamo tutti perdenti e, alla fine, è l’umanità a perdere tutto“.

La dichiarazione più incisiva a Monaco è stata fatta dal Primo Ministro della Namibia Saara Kuugongelwa-Amadhila. “Stiamo promuovendo una risoluzione pacifica del conflitto” in Ucraina, ha detto, “in modo che il mondo intero e tutte le risorse del mondo possano concentrarsi sul miglioramento delle condizioni delle persone in tutto il mondo, invece di essere spese per acquisire armi, uccidere persone e creare effettivamente ostilità“.

Alla domanda sul perché la Namibia si sia astenuta dal voto alle Nazioni Unite sulla guerra, Kuugongelwa-Amadhila ha risposto: “La nostra attenzione è volta a risolvere il problema, non a scaricare le colpe“.

Il denaro utilizzato per l’acquisto di armi, ha detto, “potrebbe essere utilizzato meglio per promuovere lo sviluppo in Ucraina, in Africa, in Asia, in altri luoghi, nella stessa Europa, dove molte persone vivono in condizioni di disagio“.

Il piano cinese per la pace in Ucraina, costruito sui principi della Conferenza di Bandung del 1955, assorbe i punti sollevati da questi leader del Sud globale.

I leader europei sono rimasti indifferenti alle argomentazioni di persone come Kuugongelwa-Amadhila.

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell si era già dato la zappa sui piedi con le sue pessime affermazioni dell’ottobre 2022: “L’Europa è un giardino. Il resto del mondo è una giungla. E la giungla potrebbe invadere il giardino... Gli europei devono essere molto più impegnati con il resto del mondo. Altrimenti, il resto del mondo ci invaderà“.

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2023, Borrell – che è originario della Spagna – ha affermato di condividere “questa sensazione” di Macron, secondo cui l’Occidente deve “preservare o addirittura ricostruire una cooperazione di fiducia con molti dei cosiddetti Paesi del Sud globale“.

I Paesi del Sud, ha detto Borrell, “ci accusano di avere due pesi e due misure” quando si tratta di combattere l’imperialismo, una posizione che “dobbiamo sfatare“.

Una serie di rapporti pubblicati da importanti società finanziarie occidentali ribadiscono l’ansia di persone come Borrell.

BlackRock osserva che stiamo entrando in “un mondo frammentato con blocchi in competizione“, mentre Credit Suisse sottolinea le “fratture profonde e persistenti” che si sono aperte nell’ordine mondiale. La valutazione del Credit Suisse su queste “fratture” le descrive accuratamente: “L’Occidente globale (Paesi sviluppati occidentali e alleati) si è allontanato dall’Oriente globale (Cina, Russia e alleati) in termini di interessi strategici fondamentali, mentre il Sud globale (Brasile, Russia, India e Cina e la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo) si sta riorganizzando per perseguire i propri interessi“.

Questa riorganizzazione si sta ora manifestando nel rifiuto del Sud globale di piegarsi a Washington.

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26/02/2023

Guerra in Ucraina - Il G7 “non piega” il G20. Biden nervoso per il piano di pace cinese

Niente comunicato congiunto sulla guerra in Ucraina. La riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 conclusasi ieri a Bangalore in India, dopo due giorni di lavori non ha prodotto una sintesi condivisa dagli Stati che ne fanno parte.

La presidenza indiana del G20 ha pubblicato un documento finale con la sintesi dei risultati ma i delegati si sono divisi sulla guerra in Ucraina, sottoscrivendo tutti i punti (e gli allegati) a eccezione dei due riguardanti il conflitto. “La maggior parte dei membri ha condannato fermamente la guerra in Ucraina e ha sottolineato che sta provocando un’immensa sofferenza umana e l’inasprimento delle fragilità esistenti nell’economia globale”, si legge nel documento.

Tuttavia, “c’erano altre opinioni e diverse valutazioni della situazione e sulle sanzioni”. “C’è stata una discussione sulla questione”, spiega la presidenza indiana, e sono state ribadite le posizioni nazionali espresse in altre sedi, tra cui il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. I paragrafi 3 e 4 del documento, tratti dalla dichiarazione dei leader del G20 dello scorso novembre a Bali, in Indonesia, sono stati concordati da tutti i Paesi membri ad eccezione della Russia e della Cina.

Il documento riconosce che “i problemi di sicurezza possono avere conseguenze significative per l’economia globale”, ma afferma anche che “il G20 non è il forum per risolvere i problemi di sicurezza”.

Secondo la dichiarazione della presidenza indiana, comunque, “è essenziale rispettare il diritto internazionale e il sistema multilaterale che tutela la pace e la stabilità. Ciò include la difesa di tutti gli scopi e i principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e il rispetto del diritto umanitario internazionale, compresa la protezione dei civili e delle infrastrutture nei conflitti armati”. “L’uso o la minaccia dell’uso di armi nucleari è inammissibile. La risoluzione pacifica dei conflitti, gli sforzi per affrontare le crisi, così come la diplomazia e il dialogo, sono vitali. L’era di oggi non deve essere di guerra”, si legge nella conclusione della parte di testo non condivisa all’unanimità dai partecipanti.

“Il problema dell’Ucraina deve essere risolto attraverso il dialogo e la diplomazia, l’India è pronta a contribuire a qualsiasi processo di pace”, ha detto il primo ministro indiano Narendra Modi in una conferenza stampa con il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

L’Occidente verifica ancora una volta che il mondo è più grande di lui e la pacchia dell’obbedienza globale è ormai finita.

A conferma del crescente nervosismo USA per la perdita di egemonia mondiale, è arrivata la stizzita reazione del presidente americano Joe Biden che ha liquidato la proposta della Cina per una soluzione della guerra in Ucraina con queste parole: “Se a Putin piace, come può essere un buon piano?”. Biden si è espresso in questi termini rispondendo a una domanda sul documento di 12 punti promosso dal presidente Xi Jinping, che sollecita una “soluzione politica”, il ritiro delle sanzioni e sollecita tutti a sostenere Russia e Ucraina nella ripresa “del dialogo diretto” il più rapidamente possibile. ”Ci sono vantaggi solo per la Russia in quel piano”, ha rincarato il presidente Usa in un’intervista a Abc News sottolineando che l’idea che la Cina “negozi l’esito di una guerra totalmente ingiusta per l’Ucraina non è razionale”.

Ma nonostante il veto di Biden, la Cina si avvia a diventare un importante crocevia sui destini del conflitto tra Mosca e Kiev con la visita di Stato della prossima settimana del presidente bielorusso Alexander Lukashenko e quella del presidente francese Emmanuel Macron prevista nei primi giorni di aprile.

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04/01/2023

Il 2022 sarà considerato l’anno della “de-occidentalizzazione”

In un articolo comparso sul South China Morning Post, il prof. Wang Wen “mette a nudo il Re” parlando del 2022 come dell’anno della de-occidentalizzazione del mondo contemporaneo. Non solo, secondo Wang Wen “Il 2023 non sarà un mondo tranquillo, ma il movimento di de-occidentalizzazione è irreversibile e non potrà che evolversi”. L’analisi è decisamente interessante, sia per l’intuizione che per la visione. Ne pubblichiamo il testo qui di seguito.

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L’importanza globale del 2022 è stata ampiamente sottovalutata. La sua importanza per la storia mondiale supera di gran lunga quella del 2001, quando si verificarono gli attentati dell’11 settembre, e del 2008, quando scoppiò la crisi finanziaria globale.

Il 2022 può invece essere paragonato al 1991, quando finì la Guerra Fredda. Se c’è una parola chiave, è “de-occidentalizzazione”.

Non si tratta solo del tentativo radicale della Russia, attraverso l’uso del potere militare, di cercare di rompere l’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Si tratta anche dell’insorgenza senza precedenti di Paesi non occidentali contro l’ordine costituito, alla ricerca di una posizione più indipendente.

La Cina, dopo il successo della convocazione del 20° congresso del Partito Comunista e nonostante le sfide del Covid-19 e della recessione economica, continua a muoversi costantemente verso l’obiettivo di diventare una moderna potenza socialista entro il 2050.

In Brasile, la rielezione di Luiz Inacio Lula da Silva come presidente significa che l’80% dell’America Latina è ora governata da forze di sinistra – negli ultimi anni, anche Messico, Argentina, Perù, Cile, Honduras, Colombia e altri hanno scelto leader di sinistra. Essi sostengono la necessità di mantenere le distanze dagli Stati Uniti e di promuovere una maggiore indipendenza e integrazione dell’America Latina.

Nel Sud-Est asiatico, che ha ospitato di recente i vertici dell’Asean, del G20 e dell’Apec, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ha mantenuto con cura la stessa distanza dalla Cina e dagli Stati Uniti, rafforzando la propria posizione neutrale attraverso la solidarietà regionale e la vitalità economica.

In Asia centrale, i leader di Kirghizistan, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan hanno continuato a rafforzare il meccanismo di consultazione dei capi di Stato e hanno firmato importanti documenti, tra cui un trattato di “amicizia, buon vicinato e cooperazione per lo sviluppo dell’Asia centrale nel XXI secolo”. Mantenendo una distanza equa dalla Russia, dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altre potenze, l’Asia centrale sta entrando in una nuova fase di consolidamento nazionale e di integrazione regionale.

In Medio Oriente, che ha vissuto la primavera araba e la guerra antiterrorismo degli Stati Uniti, i 22 Paesi del mondo arabo sono sempre più concentrati sul loro sviluppo strategico e indipendente. La Visione 2030 saudita, la Visione 2030 nazionale del Qatar, la Visione 2035 del Nuovo Kuwait, la Visione 2040 dell’Oman e la Visione 2050 degli Emirati Arabi Uniti, tra gli altri, sono piani di sviluppo a lungo termine che hanno suscitato le aspettative del mondo.

I recenti eventi che hanno ospitato la Coppa del Mondo di calcio in Qatar, il Vertice Cina-Stati Arabi e il Vertice Cina-Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno inoltre accresciuto il prestigio e l’influenza della regione a livello globale.

Anche le potenze regionali che nutrono sogni di grandezza si mantengono a distanza misurata dall’Occidente. L’India ha resistito alle pressioni occidentali per unirsi alle sanzioni contro la Russia, mantenendo la sua politica di cooperazione con Cina e Russia. Come presidente del Gruppo dei 20, meglio noto come G20, nel 2023, l’India ha un’enorme opportunità di rafforzare la propria influenza.

I media occidentali tendono a concentrarsi sullo scenario G2 della competizione tra Stati Uniti e Cina, quando invece il mondo presenta uno scenario a doppio binario: egemonia occidentale e sviluppo de-occidentalizzato e più indipendente.

L’Occidente non può fermare questa tendenza. Gli Stati Uniti hanno guidato il mondo nelle principali crisi del secolo scorso, ma la loro leadership è diventata meno convincente sulla scia della pandemia Covid-19 e della guerra in Ucraina. Ciò è avvenuto mentre gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare sfide interne senza precedenti, come l’epidemia di Covid-19, i conflitti razziali, la ripresa economica e l’ordine politico.

Nel frattempo, la quota dell’Europa nell’economia globale continua a diminuire. E l’economia indiana è diventata più grande di quella della Gran Bretagna, il suo ex padrone coloniale, in un anno che ha visto anche un uomo di origine indiana diventare primo ministro britannico.

Secondo le statistiche ufficiali della Cina, nel 2020 gli investimenti diretti esteri in uscita del Paese sono stati per la prima volta al primo posto nel mondo. Il Paese è già al primo posto nella produzione manifatturiera e nel commercio di beni.

Negli ultimi anni, la Cina ha anche superato molti Paesi occidentali nell’attrazione di capitali esteri, dimostrando che i capitali non sono quasi sempre bloccati in Occidente. Nel 2022 è entrato in vigore il più grande accordo di libero scambio al mondo, il Partenariato economico globale regionale (RCEP). Questo è un riflesso della perdita del monopolio dell’Occidente sul libero scambio.

Questa de-occidentalizzazione si estende anche a una crescente de-dollarizzazione del commercio globale, in quanto i Paesi si allontanano dal dollaro statunitense, e a una “de-americanizzazione” della tecnologia.

Negli ultimi 20 anni, la quota del dollaro statunitense nelle riserve internazionali è scesa costantemente da oltre il 70% a meno del 60%, attestandosi ora sui minimi di 25 anni, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Con la quarta rivoluzione industriale, i Paesi europei e americani hanno anche perso il loro vantaggio tecnologico nelle tecnologie intelligenti, nell’informatica quantistica, nei big data, nel 5G e altro ancora.

Quale mondo? Quale ordine? È finito il tempo in cui l’Occidente può decidere.

Insieme, il mondo non occidentale sta presentando un quadro mai visto prima. La loro risposta all’egemonia occidentale non è necessariamente il confronto, il conflitto o l’insistenza su pesi e contrappesi.

Al contrario, si stanno semplicemente scrollando di dosso il controllo occidentale mettendo sempre più al centro strategico i propri interessi nazionali. Una forma più democratica di politica internazionale e il rispetto reciproco sono le loro principali richieste.

Si sta costruendo un rapporto politico più equo tra l’Occidente e gli altri, che sarà una caratteristica importante della politica mondiale in questo terzo decennio del XXI secolo. Il 2023 non sarà caratterizzato da un mondo tranquillo, ma il movimento di de-occidentalizzazione è irreversibile e non potrà che evolversi.

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18/11/2022

Le conclusioni del vertice del G 20. Una visione diversa del comunicato finale

“I media che mettono come priorità la loro posizione spesso non riescono a riconoscere ciò che è importante o confondono deliberatamente il pubblico… Alcuni media americani hanno affermato che “è una grande vittoria per gli Stati Uniti e i suoi alleati”. Dobbiamo dire che questa non è solo un’interpretazione unilaterale, ma completamente sbagliata.”.

Sulle conclusioni del vertice del G 20 i mass media occidentali piegano il legno a favore della propria visione. In questo editoriale del giornale cinese Global Times emerge invece una visione completamente diversa. Buona lettura

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La dichiarazione del G20 dissipa le nuvole, evidenzia il valore della ricerca di un terreno comune riservando le differenze

Si è concluso mercoledì il 17° vertice dei capi di Stato e di governo del G20. Il vertice ha approvato la “Dichiarazione dei leader del G20 a Bali”. Questo è un risultato conquistato a fatica. A causa dell’attuale complicata situazione internazionale con crescenti divergenze e turbolenze, molti analisti avevano previsto che il vertice avrebbe potuto non essere in grado di adottare una dichiarazione congiunta come i precedenti vertici del G20. È stato riferito che l’Indonesia, presidente del G20, avesse preparato un piano B.

Tuttavia, i leader dei paesi partecipanti hanno gestito le loro divergenze con un atteggiamento pragmatico e flessibile, hanno cercato la cooperazione da una posizione più elevata e con un maggiore senso di responsabilità, e alla fine hanno raggiunto una serie di consensi importanti.
Abbiamo visto che lo spirito di cercare un terreno comune pur riservando le differenze ha giocato ancora una volta un ruolo di primo piano in un momento critico dello sviluppo umano.

Nel 1955, l’allora premier cinese Zhou Enlai partecipò alla Conferenza di Bandung in Indonesia e avanzò il principio della ricerca di un terreno comune pur riservando le differenze. La Conferenza di Bandung, che ha attuato il principio, è diventata una pietra miliare nella storia mondiale. Dalla Conferenza di Bandung al vertice di Bali è passato più di mezzo secolo. Nell’era odierna di diversificazione e multipolarizzazione, il significato pratico di cercare un terreno comune pur riservando le differenze è diventato più importante, che è diventato il principio guida nell’affrontare le relazioni bilaterali e risolvere i problemi globali.

Alcuni hanno definito il vertice del G20 “un salvataggio d’emergenza dell’economia globale sotto la minaccia della recessione”. Se visti in questa luce, gli impegni reiterati dei leader partecipanti alla cooperazione per affrontare le sfide economiche globali hanno indubbiamente dimostrato che si è trattato di un vertice di successo.

La dichiarazione è un segno del successo del vertice. Ha iniettato fiducia nella comunità internazionale nella risoluzione della lenta economia globale e di altre questioni globali. Dovremmo dare all’Indonesia un pollice in su per un lavoro ben fatto.

La maggior parte delle opinioni pubbliche americane e occidentali si sta concentrando sulle espressioni rilevanti del conflitto Russia-Ucraina nella dichiarazione. Alcuni media americani hanno affermato che “è una grande vittoria per gli Stati Uniti e i suoi alleati”. Dobbiamo dire che questa non è solo un’interpretazione unilaterale, ma completamente sbagliata. Fuorvia l’attenzione internazionale, delude e manca di rispetto agli sforzi multilaterali di questo vertice del G20. Apparentemente, i media che mettono come priorità la loro posizione spesso non riescono a riconoscere ciò che è importante o confondono deliberatamente il pubblico.

La dichiarazione, all’inizio, affermava che il G20 è il forum principale per la cooperazione economica globale, “non il forum per risolvere i problemi di sicurezza”. Ha affermato che “collettivamente abbiamo delle responsabilità e che la nostra cooperazione era necessaria per la ripresa economica globale, per affrontare le sfide globali e gettare le basi per una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva”.

Il vertice ha tenuto un gran numero di discussioni professionali e pragmatiche su argomenti tra cui la pandemia, il clima e l’ecologia, la trasformazione digitale, l’energia e il cibo, la finanza, la riduzione del debito, il sistema commerciale multilaterale e la catena di approvvigionamento. L’importanza della cooperazione è stata inoltre sottolineata in vari campi. Questi contenuti sono i punti chiave. Va aggiunto che la posizione della Cina sulla questione ucraina è coerente, chiara e immutata.

Quando i cinesi leggeranno questa dichiarazione, vedranno molte parole ed espressioni familiari, come mettere le persone al centro della preparazione nell’affrontare l’epidemia, vivere in armonia con la natura e la riaffermazione dell’impegno per la tolleranza zero per corruzione, ecc. La dichiarazione menzionava anche l’iniziativa del “vertice di Hangzhou”. Queste idee e saggezza cinesi mostrano il contributo della Cina al meccanismo multilaterale del G20.

In generale, il G20 ha svolto la sua funzione principale di piattaforma per il coordinamento economico globale e il multilateralismo è stato enfatizzato. Questo è il risultato che la Cina spera di vedere e si sforza di promuovere. È una vittoria per il multilateralismo e la cooperazione vantaggiosa per tutti.

Tuttavia, queste vittorie sono preliminari e dipendono da come vengono implementate. Le persone hanno grandi aspettative sul G20 perché non è un “talk shop”, ma un “action team”. Va notato che le basi dell’attuale cooperazione internazionale sono ancora fragili e la fiamma della cooperazione deve ancora essere attentamente curata. La conclusione del vertice dovrebbe essere l’inizio del rispetto degli impegni per tutti i paesi. In linea con le indicazioni specifiche indicate nella dichiarazione, dovrebbero essere intraprese azioni più concrete per tendere a maggiori risultati. Le grandi potenze dovrebbero in particolare svolgere un ruolo di primo piano e infondere più fiducia e forza nel mondo.

Durante il vertice del G20, un missile di fabbricazione russa è caduto fuori da un villaggio polacco vicino al confine ucraino, uccidendo due persone. L’incidente ha sollevato preoccupazioni circa un’escalation del conflitto e l’interferenza con l’agenda del G20. Tuttavia, i paesi interessati hanno risposto in modo razionale e calmo e il vertice si è concluso senza intoppi. Questo incidente ricorda ancora una volta al mondo la preziosità della pace e dello sviluppo e che il consenso raggiunto al vertice di Bali è di grande importanza per la ricerca della pace e dello sviluppo da parte dell’umanità.

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16/11/2022

G20 - Tra Usa e Cina un confronto tra pari


Le cronache dal G20 – che è cominciato ufficialmente solo stamattina – risentono in modo pesante dello schieramento internazionale dei vari media che ne riferiscono.

A parte i patetici tentativi di dare un ruolo “importante” ad ogni leader nazionale presente (una specialità in cui i media italiani come sempre “eccellono”), c’è una netta differenza tra report di matrice ideologica neoliberista (euro-atlantica, insomma) e gli altri, decisamente più articolati.

Al centro di tutti i commenti c’è naturalmente l’incontro tra Xi Jinping e Joe Biden, il primo tra i due presidenti. Naturalmente quel che si sono detti davvero nel corso delle tre ore di colloqui viene filtrato da “note ufficiali” e “indiscrezioni pilotate”.

Cosicché, per esempio, i media occidentali parlano di un “impegno a costruire un ponte di dialogo” dopo un lungo periodo di deterioramento dei rapporti tra Usa e Cina (e in questo concordano anche le fonti cinesi), ma subito dopo parte la solita narrazione su un Biden “aggressivo” su questioni che la Cina considera “interne”.

Naturalmente ci si riferisce alla questione di Taiwan, su cui gli Usa hanno da qualche anno rovesciato la politica seguita fin dagli accordi siglati da Nixon e Kissinger (c’è “una sola Cina”), pretendendo di considerare l’ex Formosa come un paese autonomo da Pechino ma sotto la propria giurisdizione politico-militare.

Ancora più “invasivo” dello spazio vitale cinese è poi voler intervenire su come Pechino gestisce il Tibet, Hong Kong e le comunità uigure del Sinkiang, sotto la retorica dei diritti umani (che sono ben poco rispettati in molti dei paesi controllati da Washington, e con molte “manchevolezze” nella stessa “casa-madre”).

Su questo insieme di questioni Xi Jinping si è affrettato a far diramare una nota ufficiale in cui la questione di Taiwan viene definita «al centro degli interessi fondamentali della Cina», al punto da costituire «il fondamento politico delle relazioni Cina-Usa».

Ancora con più nettezza: è «la prima linea rossa che non deve essere superata», perché su questo argomento le posizioni dei due paesi sono “come l’acqua ed il fuoco”.

Ma le due superpotenze sono costrette a convivere, per molte ragioni. Se non altro perché devono «affrontare le sfide transnazionali – quali il cambiamento climatico, la stabilità macroeconomica globale, inclusa la riduzione del debito, la sicurezza sanitaria e la sicurezza alimentare globale – perché questo è ciò che la comunità internazionale si aspetta».

Su questo, com’è noto, Pechino non ha mai mostrato dubbi e Xi si è detto «pronto a uno scambio schietto e approfondito dei nostri punti di vista sui temi di importanza strategica».

Primo fra tutti il rifiuto dell’uso delle armi nucleari, che sembra diventata una “novità” stante la guerra in corso in Ucraina, ma che tutto il mondo sa – e ricorda – essere state usate, per ben due volte, soltanto dagli Stati Uniti e su obiettivi civili, come Hiroshima e Nagasaki.

Dando un’occhiata ai media cinesi – come l’ufficialissimo Global Times – la narrazione cambia, se non nei contenuti, sicuramente nel tono.

Dopo aver ricordato che “Le relazioni tra Cina e Stati Uniti erano scese al punto più basso dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche e molti temono che tra Cina e Stati Uniti possa scoppiare una nuova guerra fredda“, e dunque il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo davanti all’immagine della stretta di mano tra i due presidenti, dà atto che “Entrambe le parti hanno espresso la volontà di base di impegnarsi nel dialogo piuttosto che nel confronto e nella cooperazione win-win piuttosto che nella competizione a somma zero.”

Questo è un tema fisso nella pubblicistica di Pechino. Lo spirito di “competizione” che domina il discorso euro-atlantico è sempre stato criticato come distruttivo delle relazioni e pericoloso per il mondo intero, mentre la “cooperazione win-win” (ovvero le relazioni commerciali e diplomatiche basate sul reciproco vantaggio) costituisce la chiave di volta che dovrebbe rendere meno esplosive le divergenze di interessi strategici.

Ma la ricerca di un “approccio positivo” non avviene dimenticando la realtà storica dei rapporti con Washington: “non è difficile scoprire che ogni volta che si verifica il continuo deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, ciò è dovuto alle provocazioni unilaterali degli Stati Uniti.”

E dunque il “consiglio” offerto a Biden & co. è piuttosto chiaro: “Come dice il proverbio, ‘chi crea i problemi deve risolverli’. Solo se gli Stati Uniti adotteranno il giusto atteggiamento e azioni concrete, le relazioni tra Cina e Stati Uniti potranno tornare sulla giusta strada.”

Nessuna accettazione, insomma, della pretesa di “superiorità” euro-atlantica.

Tanto da poter far sfoggio anche di ironia. Dopo aver registrato i “cinque no” proposti e accettati da Biden – (cioè non cercare una nuova guerra fredda; non cercare di cambiare il sistema cinese; la rivitalizzazione delle alleanze non sarà contro la Cina; non sostenere l'”indipendenza di Taiwan”; non cercare un conflitto con la Cina) – l’anonimo editorialista del Global Times ritiene di doversi augurare che “gli Stati Uniti possano mettere in pratica l’impegno del Presidente Biden, invece di dire sempre una cosa e farne un’altra. Si tratta di sincerità e integrità”.

L’obiettivo, da quel punto di vista, “è gestire bene le relazioni Usa-Cina, non solo quello di evitare i conflitti”. Anche perché i conflitti, sempre più spesso, sfuggono di mano agli apprendisti stregoni...

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14/11/2022

Parte il G20, tra interessi opposti

Il vertice del G20, in Indonesia, si apre mostrando le profonde divergenze di interessi tra l’Occidente neoliberista – inchiavardato a forza sulla volontà Usa di difendere un’egemonia da tempo traballante – e il resto del mondo industrializzato.

Non più il “terzo mondo” arretrato e bisognoso di tutto, disponibile a qualsiasi progetto neocoloniale per poter malamente sopravvivere. Ma potenze industriali in crescita, che hanno beneficiato (e continuano a farlo) delle “delocalizzazioni” produttive delle principali multinazionali occidentali, orientate solo alla massimizzazione del profitto individuale e quindi alla ricerca continua del costo del lavoro più basso.

Trenta e più anni di “globalizzazione” egemonizzata dagli Stati Uniti (dalle loro multinazionali e società finanziarie) hanno prodotto tutta una serie di filiere produttive che ora sono in grado di giocare in proprio sulla scena internazionale. E che trovano più “logico” stabilire rapporti reciproci, improntati certo alla ricerca del profitto, senza dover dipendere per intero da un “padrone del mondo” ben noto per il suo egoismo assoluto e violento.

Questa situazione ha richiesto altre “camere di compensazione” in grado di articolare e gestire la governance economica del pianeta. Il G20 è arrivato proprio per affrontare temi che il G7 – i paesi un tempo più avanzati, stretti intorno agli USA – non poteva più affrontare, anche perché tende a produrre problemi sempre più irrisolvibili.

In modo apparentemente paradossale, così, la bandiera della “globalizzazione” e del libero commercio è passata nelle mani della Cina – guidata da un partito comunista, val la pena di ricordare – mentre gli Stati Uniti oscillano tra tentazioni “neo-isolazioniste” (rappresentate iconicamente dal “trumpismo”) e il tentativo di ripristinare violentemente la propria egemonia vacillante.

Questo editoriale della testata cinese Global Times mostra con molta diplomazia ed altrettanta chiarezza la diversità di sguardo – ossia di interessi e capacità di tradurli in visione del mondo non “autocentrata” – con cui Occidente neoliberista e i “competitor” più razionali guardano alle attuali contraddizioni dello sviluppo del mondo.

Pensiamo sia utile anche per tanti compagni che rischiano di “farsi un’opinione” abbeverandosi senza troppi filtri – informazioni, non “ideologia” – ai media liberisti, ormai inchiodati ad una funzione di pura propaganda di guerra.

Buona lettura.

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Chiunque si discosti dal tema del G20 sarà fischiato

Il vertice dei leader del G20 si terrà il 15 e 16 novembre a Bali, in Indonesia. Alcuni media lo hanno definito “forse il G20 più stressante di sempre”. A detta di tutti, non si tratta di un’esagerazione. A dire il vero, il compito dell’Indonesia di presiedere il vertice non è facile.

Prima del vertice, il Jakarta Post ha pubblicato un articolo dal titolo “Leader del G20, non venite a Bali solo per litigare“. L’articolo diceva: “Il popolo indonesiano, e i cittadini globali, sperano che i leader si astengano dall’utilizzare i preziosi momenti del vertice semplicemente come opportunità per criticarsi e attaccarsi a vicenda“.

Si tratta ovviamente di un riferimento, seguito dal nominare direttamente gli Stati Uniti e il Gruppo dei Sette (G7), chiedendo loro di agire per la pace e gli interessi globali e di non “imporre la loro volontà contro le nazioni più piccole o più povere“.

Queste osservazioni riflettono il sentimento generale della comunità internazionale nei confronti del vertice del G20. Le comprendiamo e le condividiamo pienamente.

L’attuale atteggiamento dei Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, sembra quello di andare al G20 per “litigare”, e l’opinione pubblica ha già fatto previsioni approssimative su chi sarà il bersaglio e cosa dirà.

La spaccatura globale innescata dal conflitto tra Russia e Ucraina e la promozione da parte degli Stati Uniti della loro strategia di “contenimento” della Cina rappresentano una situazione nuova per il vertice del G20 di quest’anno, ma non fanno che sottolineare il valore cruciale del G20 come importante piattaforma per affrontare le crisi globali e per riformare e migliorare la governance economica globale.

Portare il confronto politico nella sede del G20 è un grave inquinamento della preziosa piattaforma del G20, che è destinato ad essere condannato all’unanimità dalla comunità internazionale.

L’Indonesia ha definito il tema del G20 di quest’anno come “Riprendersi insieme, riprendersi con più forza” e le questioni relative all’architettura sanitaria globale, alla trasformazione digitale e alla transizione energetica sostenibile come le tre principali priorità.

Sia i temi che le questioni prioritarie sono strettamente legati all’intenzione e alla missione originaria del G20, concentrandosi su alcune delle più gravi sfide comuni che il mondo si trova ad affrontare oggi e proponendo direzioni di discussione costruttive, che incarnano la buona intenzione della Presidenza di cercare un terreno comune.

I leader del G20 hanno troppe cose da discutere e comunicare su questi temi. E poiché il vertice dura solo due giorni, il tempo è molto limitato e qualsiasi deviazione dal tema è uno spreco. Non possiamo che fischiare a queste parole e a questi fatti.

Il G20 è stato istituito a causa delle crisi finanziarie globali, ma l’organizzazione è più che altro un prodotto del tempo. Quando gli Stati Uniti sono stati colpiti da una crisi finanziaria, anche con il G7 non sono riusciti a gestirla, quindi c’era davvero bisogno di rafforzare il coordinamento e il dialogo con i Paesi emergenti.

In un certo senso, il G20 è anche un simbolo della trasformazione da un Occidente che ha l’unica voce in capitolo a una governance comune in tutto il mondo. Di conseguenza, mentre l’interesse di Washington per il coordinamento multilaterale si affievolisce e cresce l’entusiasmo per la formazione di un proprio blocco, gli Stati Uniti si sono sempre più disinteressati al G20.

Sono invece molto interessati al G7. Dai precedenti vertici del G20, possiamo notare che Washington è sempre più esplicita nella sua interferenza negli eventi con questioni politiche.

Va sottolineato che il G20 non è un G7 allargato. È di natura completamente diversa: mentre quest’ultimo è solo un gruppo di Paesi ricchi, il primo è un segno di multipolarità.

Il G20 è composto dalle principali economie sviluppate e dai mercati emergenti del mondo, che insieme rappresentano circa l’85% dell’economia globale. Fin dalla sua istituzione, ha dimostrato una forte vitalità, rappresentando una tendenza e portando con sé l’aspettativa comune di tutti i Paesi del mondo.

Questo non cambierà per volontà degli Stati Uniti, perché “tutto il mondo ripone le proprie speranze nel G20 come catalizzatore della ripresa economica globale, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo“.

La Cina è uno dei più forti sostenitori del G20. Ha promosso il G20 per svolgere un ruolo di primo piano nell’affrontare le sfide globali e migliorare la governance economica mondiale.

Sebbene questo vertice del G20 sia oscurato dalla geopolitica, l’importanza e l’urgenza per il mondo di rafforzare il coordinamento delle politiche e la cooperazione in campo economico stanno aumentando. Come ha detto il presidente indonesiano Joko Widodo, il capo di Stato che ospita il vertice del G20, “il G20 non è un forum politico. Deve riguardare l’economia e lo sviluppo“.

Ci auguriamo che, invece di giocare una partita a scacchi geopolitica al vertice, tutti i membri del G20 siano sinceri con il cuore, in modo che l’organizzazione possa svolgere il ruolo che le compete.

Fonte

21/04/2022

Gioco delle sedie al vertice del G20. L’Occidente non è più il mondo

Alla fine, solo 4 paesi su 20 hanno lasciato la sala del vertice del G20 mentre parlava il ministro delle Finanze russo.

Durante i lavori in corso a Jakarta, quando il ministro delle Finanze di Mosca, Anton Siluanov, ha iniziato a parlare in videocollegamento, la governatrice della Fed statunitense, Yellen ha lasciato la riunione, insieme al presidente della Federal Reserve Jerome H. Powell. Lo stesso ha fatto il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, i rappresentanti britannici, Chrystia Freeland, vice primo ministro del Canada, il ministro francese Le Maire, il ministro delle finanze ucraino Marchenko (ospite) e – secondo altre fonti – anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea. Ma quest’ultima non compare nella foto di gruppo degli esponenti che hanno lasciato la sala del vertice.

Sono invece rimasti alla riunione il ministro dell’Economia italiano Daniele Franco così come i ministri di Germania e Spagna. L’Italia, come membro della Troika che detiene la Presidenza del G20, ha una responsabilità istituzionale che la vincola. Il ministro Franco ha però chiesto e ottenuto che il ministro ucraino delle Finanze, Serhiy Marchenko, fosse presente alla riunione (ma non ha voluto restare quando ha preso la parola Siluanov).

I paesi membri del G20 sono Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e l’Unione Europea. Mentre Singapore, Spagna e Paesi Bassi sono paesi ospiti. In questa sessione anche l’Ucraina è stata ammessa come paese ospite.

Il ministro delle finanze tedesco Christian Lindner ha sostenuto la volontà di Berlino di partecipare a tutte le sessioni, comprese quelle a cui partecipano i funzionari russi. “Non daremo alla Russia una piattaforma per diffondere la sua propaganda e le sue bugie”, ha affermato, assicurando che la Germania, che attualmente presiede il G7, la cui riunione è prevista per mercoledì pomeriggio a Washington, sta cercando di ottenere “una reazione comune, in caso di partecipazione di rappresentanti russi alle riunioni del G20” senza fornire però ulteriori dettagli.

Il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha esortato i colleghi del G20 a “non politicizzare” i lavori del Gruppo, perché ciò potrebbe “pregiudicare la fiducia nel sistema monetario e finanziario globale”.

Ma le reazioni del vertice del G 20 alla “mossa” del blocco angloamericano (Usa, Gran Bretagna, Canada), fissano lo stato delle relazioni internazionali nel XXI Secolo.

Solo il 19% dei paesi del mondo ha seguito Usa e Ue sulla strada delle sanzioni contro la Russia. Il loro peso economico è ovviamente superiore (59%), ma il dato appare decisamente significativo dei cambiamenti in corso. Emblematico è che il rublo, dopo essere arrivato a perdere intorno al 70% nei confronti dell’euro, è di nuovo sui valori precedenti all’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

La presidente del Fmi Kristalina Georgieva, ha stimato in 5 miliardi di dollari al mese le necessità dell’economia dell’Ucraina. Incalzata sull’efficacia e l’utilità del G20, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale ha detto che “la cooperazione deve continuare e continuerà” anche perché il mondo è talmente interdipendente e le sfide sono talmente ampie che nessun paese può affrontarle o trovare soluzioni da solo. La Georgieva ha ammesso che quando ci sono tensioni collaborare è “più difficile ma non impossibile”. Quindi ha messo in guardia sui rischi di una frammentazione geopolitica che rischierebbe di bruciare i risultati degli ultimi 75 anni.

Fonte

13/11/2021

Il nuovo ruolo militare dell’Italia tra Nato e difesa europea

La riunione dei “Grandi” del Pianeta, il G20 di Roma si è svolto all’Eur, quartiere progettato negli anni trenta del secolo scorso, quando Mussolini candidò Roma per la futura esposizione universale del 1942, che avrebbe permesso di celebrare i vent’anni della marcia su Roma e proporre il “successo” del fascismo di fronte a un pubblico internazionale.

Il Palazzo dei Congressi, dove si sono svolte tutte le riunioni ufficiali, è lo stesso luogo dove, a conclusione della conferenza nazionale dei consigli generali e dei quadri di Cgil, Cisl e Uil (12-13 febbraio 1978), si decretò un cambiamento di linea, tristemente noto come la “svolta dell’EUR”, che proponeva un contenimento salariale in cambio di una politica economica che sostenesse lo sviluppo e difendesse l’occupazione.

Celiando un po’, con queste premesse, come si poteva sperare in qualcosa di positivamente decisivo?

Simbolismi a parte, di solito fra enunciare buoni propositi e realizzarli c’è di mezzo il mare; proprio in questa area grigia si annidano innumerevoli insidie che finiscono per palesarsi proprio nella fase della messa in pratica dei bei progetti promessi, quando ciò che era stato “assicurato” si rivela essere rispettato solo in parte, se non completamente disatteso e sostituito all’ultimo minuto con i soliti palliativi, se non addirittura trasformato in qualcosa di opposto.

La “svolta” dell’Eur infatti produsse altro: le parole di Luciano Lama, l’allora segretario della Cgil, suonando come l’eco di quelle già pronunciate da Giulio Andreotti “...sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare...” preparavano la demolizione di decenni di conquiste operaie.

I lavoratori si dovevano abituare a “stringere la cinghia”, ma si chiedeva “collaborazione”, “condivisione” per uscire dalla crisi economica. Le rinunce le faremo tutti, questa l’infame promessa.

L’introduzione torna utile per immaginare cosa era opportuno aspettarsi dall’ennesima riunione che ha finito per partorire il classico topolino dove, come sempre, è stato negli incontri “a margine”, nei cosiddetti “bilaterali”, che si sono prese le decisioni più importanti.

Quello che ne è uscito è stato un nulla di fatto, appunto, tanti “impegni” ma niente di realmente vincolante, da parte dei “grandi” del Pianeta, riguardo i temi principali in agenda.

Fare un focus sui messaggi che Joe Biden ha fatto arrivare ai suoi alleati europei – soprattutto a Francia ed Italia – con un particolare occhio di riguardo al governo Draghi, è però interessante. Se non altro perché ha toccato il tema delicato della Difesa.

I media mainstream, con tutta la carne al fuoco che c’era, fra il G20 romano ed il COP26 scozzese, come sempre hanno “dimenticato” di sottolineare con la dovuta inquietudine un paio di passaggi nei discorsi del presidente Usa.

Partiamo dall’assunto che Joe Biden ha bisogno di recuperare “autorevolezza” agli occhi del mondo e del proprio paese, pena un disastro già alle elezioni di mid term, l’anno prossimo; e a dimostrarlo sono i risultati delle elezioni locali di governatori e sindaci, quasi tutte a favore dei candidati repubblicani.

Stenta a far ripartire economicamente il suo paese causa mala gestione della pandemia (in gran parte per colpa di Trump, ma dopo un anno chi se ne ricorda?), i problemi interni al suo partito si sprecano, il paese è ancora spaccato politicamente e soprattutto culturalmente e nella politica estera ha deciso di “delegare” altri. Primo fra tutti il nostro paese.

L’Italia è uno degli Stati fondatori della NATO. Per quanto sconfitta nella seconda guerra mondiale, vi è stata ammessa fin dal principio ed ha partecipato alla sua costruzione. L’Italia partecipa all’Alleanza Atlantica anche (forse soprattutto) economicamente: contribuisce alle spese NATO per il 9,2% del totale.

Finora. Nel prossimo futuro, secondo la richiesta a stelle-e-strisce, gli impegni militari ed economici sono destinati a crescere.

I due leader, nell’incontro “a margine”, hanno ribadito lo stretto legame tra Roma e Washington sui principali dossier internazionali.

Sembra che Biden abbia preso al volo le dichiarazioni rese qualche tempo fa dal generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa, che sottolineava la “grande opportunità” che si spalancava per l’Italia di Mario Draghi, con la Germania alle prese con il dopo Angela Merkel e la Francia attesa alle urne in primavera.

Tra Joe Biden e Mario Draghi è emersa infatti piena sintonia sulla “utilità” del progetto con l’alleanza transatlantica. Ma nel G20 di Roma abbiamo assistito anche all’affermazione di una linea italiana sulla Difesa europea.

Il presidente statunitense riconosce un ruolo al nostro paese e sottolinea l’importanza di una stretta collaborazione “dell’Unione europea con gli Stati Uniti nella regione dell’indo-pacifico”, anche sulla base della recente strategia Ue (che non è soltanto militare) e soprattutto dice che “gli Stati Uniti riconoscono l’importanza di una difesa europea più forte e più capace, che contribuisce positivamente alla sicurezza globale e transatlantica e che è complementare alla NATO”.

La piena complementarietà è d’obbligo, prima forza militare si riconferma l’Alleanza Atlantica che supervisiona sulla eventuale “difesa europea”. Viene perciò riaffermata la forza del legame transatlantico, in completa controtendenza con la vecchia amministrazione Trump; ma indiscrezioni ci dicono di una richiesta sempre più forte di presenza del nostro paese su una serie di scenari di crisi.

Quello che pensava il generale Camporini, un “Mario Draghi a capo di un nucleo di Europa unita costituito da tutti i grandi, i Paesi fondatori”, potrebbe essere un modo che eviterebbe all’Europa di restare senza possibilità alcuna di incidere nella storia.

A noi, visto come si stanno muovendo il presidente del Consiglio, in casa e fuori, ed altri paesi europei, questo preoccupa non poco.

Una forza che possa essere dispiegata in aree di crisi in tempi rapidi e probabilmente anche senza il consenso unanime di tutti gli Stati membri, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi dall’agenzia Bloomberg, dal momento che la bozza propone una maggiore flessibilità con l’adozione della “astensione costruttiva” per consentire di non sostenere la decisione di impiegare la forza congiunta senza impedire agli altri partner di farlo, ci sembra un esercizio di equilibrismo fortemente pericoloso. Anche perché la vorrebbero operativa per il 2025.

La tabella di marcia proposta in una bozza di 19 pagine che definisce la cosiddetta “Bussola strategica”, sarà presentata formalmente a una riunione dei ministri degli esteri il prossimo15 novembre dall’alto commissario Josep Borrell.

Fonti riferiscono che “i leader dovrebbero discutere il progetto a dicembre e approvare una versione finale a marzo durante la presidenza francese dell’UE. Il presidente francese Emmanuel Macron ha reso prioritario lo sviluppo dell’autonomia strategica del blocco nella difesa. La bozza potrebbe ancora essere modificata prima di essere presentata ai ministri degli esteri”.

Nel frattempo come dimenticare che Biden deve pensare a bloccare l’avanzata economica di Pechino, e deve tenere sotto stretta osservazione la situazione nell’indo-pacifico?

Ma deve delegare necessariamente ad altri la situazione in Asia Centrale e nelle aree di crisi “classiche”: Afghanistan, Iraq, Siria ma soprattutto Libia. E il lavoro sporco deve pur farlo qualcuno.

Illazioni a parte, terrei gli occhi puntati sulla nuova dichiarazione Nato-Ue, attesa entro fine anno.

Fonte

03/11/2021

“Fare tutto da capo”, l’illusione dietro G20 e Cop26

Per trovare un’analisi non piattamente sdraiata sui comunicati stampa dei “grandi”, tra il G20 e la Cop26, bisogna cercare con il lanternino. Poi, finalmente qualcosa si trova.

I nostri lettori sono abituati a vederci ragionare sulle analisi di Guido Salerno Aletta, oggi editorialista di Milano Finanza e TeleBorsa, ma con alle spalle una carriera istituzionale importante che l’aveva portato fino a Palazzo Chigi, come vicesegretario generale.

Ed è proprio su TeleBorsa che offre una lettura senza retorica di quanto sta avvenendo a livello globale, dando anche una spiegazione seria dell’assenza dei capi di stato di Cina e Russia nei due appuntamenti più importanti dell’autunno.

Il testo completo potete leggerlo in fondo, per parte nostra ci limitiamo a segnalare i punti salienti e alcuni possibili inciampi di quello che appare come un grande progetto imperiale per recuperare l’egemonia economica e dunque anche quella politica (quella militare sembra l’unica ancora salda, benché ammaccata pesantemente dalla fuga dall’Afghanistan).

Il punto centrale è che in questi due vertici, fallimentari se lo scopo era “fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta”, l’Occidente ha provato a fissare le coordinate di un Vincolo Ambientale Globale tale da tagliare le gambe alle economie “emerse” o “emergenti” di Cina, India e Russia. In primo luogo.

Sarebbe questa l’ultima “carta segreta” per interrompere un declino occidentale costruito con le proprie stesse mani secondo le tappe ricostruite sinteticamente da Salerno Aletta.

Il “grande gioco” punta ad obbligare questi paesi a cambiare in tempi rapidi le proprie modalità di produzione – e le relative fonti energetiche, spesso “antiquate” dal punto di vista tecnologico, anche se di recente installazione – quando ancora non sono stati ammortizzati i costi del loro impianto.

Sono infatti soprattutto quei paesi – in primis la Cina – ad essere oggi la “manifattura del mondo”, il principale fabbricante di merci fisiche (ma non solo, come si sa).

Mentre i paesi occidentali di più antica industrializzazione vedono ormai prevalere i servizi, per i quali il passaggio a tecnologie green è relativamente più semplice, meno impegnativo e sicuramente meno costoso.

Insomma, la “transizione ecologica” non sarebbe soltanto green washing, ma avrebbe anche dei contenuti piuttosto concreti.

Che a noi sembrano riassumibili così; la transizione ecologica dell’industria devono farla soprattutto i concorrenti dei paesi in via di sviluppo, mentre qui ci attrezziamo per attività meno energivore (come la finanza o l’economia delle piattaforme), pretendendo anche un’automotive a trazione elettrica.

Un “nuovo modello economico” dai costi molto differenziati, meno impegnativo per l’Occidente che ha ammortizzato da tempo gli investimenti produttivi (tanto da farne sempre di meno, preferendo delocalizzare e giocare in borsa).

È ovvio che un obiettivo del genere non può essere accettato da Cina, India, Russia e via enumerando. Anche perché, dati alla mano, non sono certo loro i paesi che inquinano di più al mondo.

Come tutte le statistiche, anche quelle dell’inquinamento vanno lette con attenzione. Se stiamo alla massa di CO2 prodotta dai paesi, nel loro insieme, certamente il maggior contributo arriva dalla Cina, con quasi 10 miliardi di tonnellate emesse nell’aria. Seguono gli Stati Uniti, con circa 5,3 miliardi di tonnellate, e poi l’India con quasi 2,5 miliardi.

Ma cinesi e indiani sono entrambe popolazioni da 1,4 miliardi di abitanti. Se quindi guardiamo alla quantità di inquinamento da CO2 pro capite, la classifica cambia radicalmente.

I più inquinanti sono le petromonarchie del Golfo (primo il Qatar con 32,4 tonnellate metriche a testa. Seguono altri paesi con le stesse caratteristiche (Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Brunei, Palau, ecc).

Il primo paese con stile di vita occidentale è l’ecologissimo Canada, alla pari con l’altrettanto idilliaca Australia, con 15,5 tonnellate. In pratica come gli Stati Uniti.

La Cina è al 38° posto, con 7,4 tonnellate, in pratica meno della verdissima Finlandia (8,4).

Pretendere che gli altri distruggano quello che hanno da poco costruito per “rifare tutto da capo e meglio”, come ha detto Joe Biden, è davvero un bella pretesa, che ovviamente non viene accolta.

Specie da chi, come la Cina, detiene da qualche anno il record assoluto di progetti per tecnologie “pulite”, e che dunque sta marciando più speditamente – e in ordine – verso una “decarbonizzazione” che però deve fare i conti con una immane rete di centrali elettriche a carbone di vecchia e nuova generazione, non rapidamente sostituibile.

Dunque il “grande progetto” neoliberista occidentale, incentrato sul rendere obbligatorio un Vincolo Ambientale Globale, è anche immediatamente una mezza “dichiarazione di guerra” – basti vedere come viene presentata la questione dalla quasi totalità dei media italiani – che, oltretutto, difficilmente potrà essere vinta.

La deindustrializzazione dell’Occidente è in larga parte irreversibile (nonostante i tentativi prima di Obama e poi di Trump, con metodi diversi). Dunque c’è il forte rischio che l’allontanamento delle filiere produttive reali sino-indiane (ecc.) lasci l’Occidente senza rifornimenti fondamentali che non è più in gradi di produrre da solo (e tanto meno in tempo reale).

L’esempio delle mascherine anti-Covid, introvabili in Occidente nelle prime fasi della pandemia, è da questo punto di vista un ammonimento perenne.

E quindi, come anche Salerno Aletta conclude, “L’Occidente, ancora una volta, vende forse solo nuove illusioni”. Innanzitutto a se stesso, però...

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The Big Green Game

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Il Vincolo Ambientale Globale riapre la competizione economica e geopolitica

Si cambia gioco.

Il Presidente americano Joe Biden, intervenendo al Cop26 di Glasgow, ha affermato che la sfida ambientale è una opportunità imperdibile, ed ha chiesto scusa per il ritiro dall’Accordo di Parigi che era stata deciso dal suo predecessore Donald Trump, appena insediatosi alla Casa Bianca.

Trump chiedeva un riequilibrio della bilancia commerciale statunitense, che presenta da anni un consistente deficit strutturale: riteneva che i dazi imposti alle importazioni di merci dalla Cina e dall’Europa potessero ristabilire la convenienza a produrle negli Usa.

Così facendo, gli Usa sarebbero rimasti all’interno del paradigma di crescita continua della produzione e dei consumi che è stato intrapreso a partire dalla prima rivoluzione industriale, senza che a questo si opponesse alcun vincolo sistemico. Ma, soprattutto, i margini della convenienza economica sarebbero derivati solo dall’entità dei dazi alle importazioni.

C’è dunque un primo tema da affrontare: quello dei limiti allo sviluppo, in termini di risorse naturali disponibili per alimentarlo. Già Thomas Malthus, a fine ‘700, riteneva che la Terra potesse offrire nutrimento solo ad un numero limitato di abitanti.

Ma, ancora più importante, è la sfida posta dalla competizione globale. Di seguito, sono indicati in ordine logico e cronologico i passaggi cruciali avvenuti negli ultimi decenni.

- La competizione su base capitalistica ha portato alla erosione dei profitti: per recuperarli, si è deciso di abbattere il costo del lavoro interno o delocalizzando.

- Sono prevalse le logiche mercantilistiche: la crescita e la produzione sono guidate dalle esportazioni, e queste dai minori prezzi, cioè dai minori costi del lavoro e del denaro.

- La minore domanda interna ha ridotto i consumi, gli investimenti e dunque i ritmi di crescita.

- A questa dinamica riflessiva occorreva porre rimedio, per sostenere la produzione: i minori redditi delle famiglie e degli Stati, per mantenere così inalterati i consumi, sono stati integrati dai debiti privati e pubblici.

- Il costo degli interessi su questi costituiva il nuovo provento finanziario, che andava ad integrare i più limitati profitti industriali derivanti dalla competizione internazionale indotta dalla globalizzazione dei mercati.

- Ma la crescita continua dei debiti pubblici e privati volti a sostenere la domanda interna ed internazionale non era strutturalmente sostenibile e portava alla destabilizzazione, con default e crisi cicliche, finanziarie ed economiche.

- Per contrastare le crisi finanziarie ricorrenti, le Banche centrali hanno fin qui proceduto ad immettere sul mercato finanziario immense quantità di denaro, innanzitutto per far ripartire le Borse.

- Ma la “repressione finanziaria” che ne è derivata, e che consiste nella riduzione fino all’annullamento degli interessi sui debiti pubblici e privati, ha fatto saltare il processo di accumulazione del capitale finanziario. Da anni, gli investitori pagano, e non incassano, per avere in mano dei safe asset.

Non si può più tornare indietro: non esistono le condizioni economiche e finanziarie per “riportare” le fabbriche dalla Cina agli Usa. Così, allo stesso modo, è impossibile reindustrializzare l’Italia dopo le delocalizzazioni effettuate nei Paesi dell’Est europeo o altrove.

Ecco perché all’Occidente occorre un nuovo sistema economico, basato sul vincolo della sostenibilità ambientale.

Servono investimenti colossali, la sostituzione delle filiere energetiche e produttive e dei modelli di consumo. Si recupera così, con nuovi immensi debiti “buoni”, contratti dagli Stati, dalle industrie e dai privati, un sistema di produzione e di consumo che assicurerebbe nuovi profitti, nuove rendite e nuove plusvalenze.

Aziende appena costituite nel settore dell’auto elettrica, come Tesla negli Usa, hanno raggiunto valori borsistici sbalorditivi, con utili ancora basati prevalentemente sul commercio delle quote risparmiate di CO2 e cedute ad altri produttori che non rispettano i limiti loro imposti.

C’è dunque bisogno di un nuovo paradigma anche in campo finanziario: fare trading solo sugli asset esistenti e sui futures delle materie prime o fare profitti con i contratti derivati non basta più.

La immensa liquidità immessa dalla Banche centrali in questi anni ha bisogno di essere investita nell’economia "green" che darà luogo ad un nuovo segmento del mercato finanziario, con le aste ed il trading delle quote di CO2, il commercio dei certificati verdi e via di seguito.

Serve un Vincolo Ambientale Globale che imponga a tutti una nuova competizione sul piano sia economico che finanziario.

È a questo punto che si apre il conflitto geopolitico che sottende differenze finanziarie rilevantissime: la Cina, protagonista di una industrializzazione recentissima, ha un apparato produttivo che ha appena iniziato il processo di ammortamento tecnico e finanziario degli impianti.

Le sue centrali elettriche, alimentate prevalentemente a carbone, hanno appena qualche anno di esercizio mentre quelle americane ed europee sono state costruite decine di anni fa: hanno già remunerato ampiamente e rimborsato il capitale preso a prestito per costruirle. Quelle a carbone sono state generalmente dismesse, rimpiazzandole con quelle meno inquinanti a gas.

Un unico Vincolo Ambientale Globale, che abbia il medesimo orizzonte temporale, il 2050, per arrivare alla parità di CO2, conferirebbe all’Occidente un immenso vantaggio competitivo rispetto alla Cina per via dei minori costi finanziari sottesi dalla riconversione.

C’è un altro aspetto: poiché il mix produttivo occidentale è prevalentemente orientato ai servizi mentre quello cinese è baricentrato sulla produzione di merci, lo svantaggio per la Cina in fase di riconversione si aggrava ulteriormente.

Il G20 di Roma ha reso evidente il conflitto geopolitico sotteso dalla introduzione di un unico Vincolo Ambientale Globale. Non solo la Cina e la Russia hanno dichiarato di traguardare l’obiettivo della neutralità delle emissioni di CO2 all’orizzonte del 2050, ma l’India ha annunciato di fissarlo al 2060.

L’enorme numero di imprenditori privati accorsi al Cop26 in corso a Glasgow dimostra che la posta in gioco è immensa: si cambiano le regole della globalizzazione e tutti vogliono sedere dalla parte di chi vince.

Spese pubbliche finanziate in disavanzo e debiti immensi da parte delle imprese e delle famiglie saranno destinati alla riconversione ecologica della produzione e dei consumi.

Come dopo una vera e propria guerra, dovremo ricostruire e comprare tutto da capo: non è un caso che lo slogan del Presidente Biden sia proprio “Build Back Better“.

Come ai tempi della caduta del Muro di Berlino e poi della completa liberalizzazione dei mercati, tutti applaudono entusiasti: al G20 di Roma e al Cop26 di Glasgow è un tripudio di strette di mano e di flash fotografici.

L’Occidente, ancora una volta, vende forse solo nuove illusioni.

Fonte

01/11/2021

Gli “impotenti della terra” in gita


Dopo la gita a Roma, quella a Glasgow. I cosiddetti “potenti della Terra” preferiscono visitare bei posti, mettersi in posa davanti a sfondi affascinanti come la Fontana di Trevi, ma ben poco possono fare.

Il G20 si chiude peggio che con un “nulla di fatto”. Sul piano economico, l’unico comunicato riguarda la “minimum tax” sulle multinazionali al 15%, che in realtà era già stata approvata dal G7 (esclusi Cina, Russia, India, ecc. insomma) e poi in sede Ocse. Qui ci hanno messo la firma i capi di stato o di governo.

In fondo quel 15% di prelievo sui profitti è quasi quello che ha preteso fin qui – tra i paesi europei – l’Irlanda (12%), guadagnandosi la fama di paradiso fiscale. Ora il paradiso fiscale per le multinazionali con fatturato al di sopra dei 750 milioni di euro diventa globale, anche se tutt’altro che effettivo.

Toccherà infatti ai singoli parlamenti nazionali tradurre questo accordo in leggi e non è affatto detto che ciò avvenga senza modifiche anche sostanziali (ci sono multinazionali che fatturano più del Pil di molti paesi, e quindi hanno molte possibilità di “farsi sentire”).

E in ogni caso non hanno sottoscritto l’accordo – già in sede Ocse – parecchi paesi non proprio secondari (il Pakistan, la Nigeria, ecc.), oltre a tutti i paradisi fiscali più noti, caraibici e non.

C’è ancora molto margine e tempo, insomma, perché le multinazionali scelgano sedi diverse da quelle attuali, rendendo di fatto inutile questo “storico” accordo.

La riprova si è avuta del resto qualche giorno fa, con l’Unione Europea al completo che ha ritirato ogni progetto di web tax sui giganti della rete, per non disturbare gli Stati Uniti (in cui sono basate la gran parte di quelle società).

Ma il terreno più evidente, in modo incontrovertibile, su cui il G20 ha alzato bandiera bianca è la lotta al cambiamento climatico.

L’impegno a mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi è per l’appunto solo un “impegno” verbale. Ma la realtà è già molto oltre questo limite, come ricorda il geologo Mario Tozzi, che pure non è noto per l’anticapitalismo:

“Al G20 si accordano per non superare 1,5°C di incremento della T atmosferica entro il 2050. Chi glielo dice che siamo già ben oltre i 2°C di previsione e nessuna misura concreta è in atto? Io dico, ma loro quanto parlano a vuoto?”

Ma in fondo l’impotenza completa su questo fronte viene ammessa, obliquamente, dallo stesso Mario Draghi che – nel definire comunque un “successo” il vertice G20 – ha dovuto precisarne il senso: “siamo riusciti a mantener vivi i nostri sogni”.

Ovvero: “non abbiamo ancora messo nero su bianco che non c’è più niente da fare...”.

Perché di fronte alla realtà di una crisi climatica sempre più veloce e drammatica diventa palese che le chiacchiere infarcite di cautele spese nei vertici mondiali sono appunto solo chiacchiere. Basti pensare che l’obiettivo della completa decarbonizzazione delle economie viene fissato, ma senza data. Vedremo, faremo, ci penseremo...

E dire che tutte le fonti scientifiche danno ormai tempi stretti entro cui i cambiamenti climatici e ambientali diventeranno irreversibili, tanto che se anche si prendessero decisioni drastiche immediate probabilmente non sarebbero sufficienti.

Le ragioni dell’impotenza

Non crediamo affatto che i capi di stato o di governo siano dei cretini, come sembrano pensare leaderini ambientalisti improvvisati (o costruiti a tavolino...). Sono gente furba, preparata, determinata e “cattiva”. Corrotti, spesso, ma non stupidi.

Il problema è che la maggior parte degli Stati, dopo oltre 30 anni di neoliberismo e smantellamento dell’”intervento pubblico nell’economia”, non hanno più alcuno strumento diretto per favorire o ostacolare le scelte delle imprese private.

A maggior ragione di quelle multinazionali, spesso più ricche di molti Stati, e rapidissime nello spostare le proprie attività là dove ci sono condizioni a contorno migliori (salario più basso, regime fiscale di favore, infrastrutture funzionanti, regole ambientali meno restrittive, ecc.).

Gli strumenti a disposizione dei poteri statali sono “indiretti”, quasi al livello della moral suasion, ovvero delle chiacchiere lamentose. Incentivi mirati facilmente aggirabili, regole presuntamente selettive (ogni “punizione” incontra ostacoli tali da renderla inapplicabile), finanziamenti diretti o defiscalizzazioni, ecc.

Fa eccezione la Cina, come scriviamo spesso, uno dei pochi paesi in cui le scelte politiche si impongono anche sulle imprese multinazionali, in virtù non solo della “determinazione” del governo, ma anche grazie alle dimensioni di quel mercato: 1,4 miliardi di produttori-consumatori da cui è stata eradicata la povertà, e che quindi “possono spendere”.

Si può sicuramente dire che anche lì si stia facendo troppo poco e troppo lentamente, ma ci sono alcuni indicatori oggettivi che registrano la portata delle azioni pro-clima: per esempio il numero di brevetti per “tecnologie pulite”, i progetti ambientali finanziati direttamente dallo Stato, ecc.

In generale nel mondo, comunque, la situazione è assolutamente ferma perché i poteri pubblici – che dovrebbero istituzionalmente rappresentare gli interessi collettivi – sono subordinati agli interessi privati di imprese multinazionali e non.

E dunque le rilevazioni preoccupate della comunità scientifica – tolti quei pochissimi venduti che ancora fanno sponda ai “dubbi sul cambiamento climatico”, come peraltro sui vaccini – vengono assunte dal potere politico solo sotto forma di “retorica ambientalista” (green washing, bl-bla-bla), perché mancano gli strumenti (e la volontà politica) per tradursi in azione reale.

Poi, certo, ci sono anche gli “interessi nazionali contrastanti”, la competizione internazionale (o l’iper-competizione, come cominciano a dire alcuni analisti che non sanno parlare di “tendenza alla guerra”), i difetti o le mostruosità dei singoli regimi politici. Ma questi interessi nazionali divergenti (ormai a livello di macro aree economiche) sono solo il modo specifico in cui si traduce quell’impotenza politica a prevalere sull’interesse privato.

Il modo di produzione capitalistico è incompatibile con la continuità della vita su questo pianeta. Ma non cambierà “spontaneamente” neanche davanti a prezzi infinitamente più alti di quelli che già ora si stanno pagando.

I “potenti della Terra” sono solo dei complici, magari “quasi geniali”, di questo meccanismo. Dunque – tranne che nella repressione delle rispettive popolazioni – sono degli impotenti...

Fonte