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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/11/2024

USA - Trumponomics, un delirio senile

I commentatori di tutti i media occidentali sono concentrati su Trump e la sua banda (pardon: il suo futuro governo) quasi soltanto dal lato politico (“è un fascista”, sicuramente lo è) oppure su quello etico (“nomina gente che ha commesso violenza sessuale, anche su minori”, vero anche questo).

Però quando si parla del prossimo presidente Usa, ancora adesso il paese più “determinante” – comunque la si pensi, in bene e soprattutto in male – per l’intero Pianeta, bisognerebbe occuparsi anche degli aspetti “strutturali”. Ossia economici.

Il suo programma, in questo campo, è in effetti una serie di fanfaronate che vengono ripetute dai suoi simili in tutto il mondo (Farage in Gran Bretagna, Milei in Argentina, lasciamo perdere la povera Italietta...). Ma ciò non cambia il fatto che, una volta messe in pratica, anche solo parzialmente, gli effetti a catena si allargheranno su tutto il Pianeta.

L’analisi che ne fa Martin Wolf, il più prestigioso degli editorialisti del Financial Times, è semplicemente spietata. Nulla di quello che Trump promette, specie attraverso l’imposizione di dazi tariffari contro le merci provenienti dalla Cina e dall’Unione Europea, si realizzerà.

Non ci sarà insomma una rinascita dell’industria statunitense, impoverita da 30 anni di delocalizzazioni. Non ci sarà una riduzione del debito commerciale, né un recupero dell’autorevolezza Usa in campo economico. L’America, insomma, non tornerà “great again” con quella cura.

Anzi. I dazi saranno certamente contrastati con iniziative reciproche da parte dei paesi colpiti, rendendo il commercio mondiale un percorso ad ostacoli. Le importazioni non saranno ridotte, ma più banalmente cambieranno i partner da cui sì importeranno merci e servizi (magari con meccanismi che “schermano” la provenienza effettiva di molti prodotti).

E così via. L’uscita definitiva dalla “globalizzazione” sarà una porta sul caos e sulla crisi, non una rivincita.

Dietro le fanfaronate trumpiane (così come con le falsità mostruose dei guerrafondai “democratici”) c’è solo l’ansia di una superpotenza che perde la propria presa sul Mondo ma presume – in virtù della presunta “superiorità” del sistema occidentale – di poter decidere delle sorti del Mondo secondo i propri “interessi vitali”.

Ma i secoli e i decenni non passano mai invano. “Tornare indietro”, e “tornare grandi”, è decisamente impossibile. Così come è impossibile applicare ricette vecchie a problemi nuovi. Ma è anche inutile spiegare a dei suprematisti che il loro mondo non esiste (e non li sopporta) più.

Restano convinti che possono comandare il mare, con i missili o con i dazi. Era più saggio il Re Canuto d’Inghilterra, non c’è dubbio...

Buona lettura.

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Perché la guerra commerciale di Trump causerà il caos

Martin Wolf – Financial Times

Donald Trump deve essere preso alla lettera o sul serio? Salena Zito propose queste alternative in un articolo su The Atlantic pubblicato nel settembre 2016. Oggi, prima che possa ottenere il potere per una seconda volta, Trump deve essere preso più seriamente e più letteralmente rispetto alla volta precedente.

Le prove si trovano nelle sue nomine, in particolare Robert F. Kennedy Jr. alla salute, Pete Hegseth alla difesa, Tulsi Gabbard all’intelligence nazionale e Matt Gaetz alla giustizia. Queste nomine mostrano che Trump sarà molto più radicale.

Inoltre, la politica commerciale è da tempo l’area in cui deve essere preso sia seriamente che letteralmente: il protezionismo non è solo una convinzione personale radicata, ma una priorità già dimostrata in passato.


Purtroppo, il fatto che Trump debba essere preso alla lettera e sul serio non significa che lui (o il suo entourage) comprenda l’economia del commercio. Se è disposto a credere nelle assurdità “anti-vacciniste” di Kennedy, perché dovrebbe preoccuparsi di ciò che gli economisti pensano?

Trump commette due grandi errori: in primo luogo, non ha alcuna nozione del vantaggio comparato; in secondo luogo, e peggio ancora, non comprende che il saldo commerciale è determinato dall’offerta e dalla domanda aggregata, non dalla somma dei saldi bilaterali. Ecco perché la sua guerra tariffaria non ridurrà i deficit commerciali degli Stati Uniti.

Anzi, soprattutto nel contesto attuale, è più probabile che porti a inflazione, conflitti con la Federal Reserve e una perdita di fiducia nel dollaro.


Se si vuole produrre di più di qualcosa – ad esempio, sostituti delle importazioni, come desidera Trump – le risorse devono provenire da qualche parte. Le domande sono: “da dove?” e “come?”.

La risposta potrebbe essere: “dalle esportazioni, attraverso un dollaro più forte”, poiché i dazi riducono la domanda di valuta estera necessaria per acquistare importazioni. In questo modo, una tassa sulle importazioni si trasforma in una tassa sulle esportazioni. Il saldo commerciale non migliorerà.


Fondamentalmente, la macroeconomia vince sempre, come ricorda Richard Baldwin, dell’IMD di Losanna, in una nota per il Peterson Institute for International Economics.

Il saldo commerciale è la differenza tra redditi e spese aggregate (o risparmi e investimenti). Finché questo equilibrio non cambia, anche il saldo commerciale rimarrà invariato.

Gli Stati Uniti hanno speso significativamente più del proprio reddito per molto tempo. Ciò è evidente nella costante fornitura netta di risparmi esteri, che ha rappresentato in media il 3,9% del PIL tra il secondo trimestre del 2021 e il 2024. Pertanto, i settori domestici devono complessivamente aver registrato deficit corrispondenti.

Infatti, il surplus di risparmi rispetto agli investimenti nel settore delle famiglie è stato in media del 2,3% del PIL e quello del settore aziendale dello 0,5%. In sintesi, solo il governo ha registrato un deficit, che in media ha rappresentato un enorme 6,7% del PIL.

Per eliminare i deficit esterni, i settori interni dovrebbero correggersi in senso opposto, con un aumento dei surplus di risparmi, e il maggiore aggiustamento dovrebbe provenire proprio da questi enormi deficit fiscali.


Tuttavia, come osserva Olivier Blanchard in un altro documento per il Peterson Institute, Trump ha promesso di estendere i tagli fiscali varati nel 2017. Inoltre, ha suggerito che i benefici della Sicurezza Sociale e i sussidi diventino completamente esentasse, che le detrazioni fiscali statali e locali siano aumentate e che l’aliquota dell’imposta sulle società – ridotta dal 35% al 21% nel 2017 – venga ulteriormente abbassata al 15% per le imprese manifatturiere.

Ha anche proposto la deportazione di massa di circa 11 milioni di immigrati senza documenti. In breve, prevede di ridurre l’offerta e stimolare la domanda.

Questo peggiorerà il saldo commerciale, non lo migliorerà. Inoltre, creerà pressioni inflazionistiche che la Fed dovrà reprimere. Nel frattempo, il debito federale continuerà la sua traiettoria esplosiva, forse minacciando la fiducia nel dollaro stesso.


In sintesi, non c’è alcuna possibilità di ridurre il deficit commerciale complessivo con le politiche proposte da Trump.

Ridurre il deficit bilaterale con la Cina aumenterebbe semplicemente i deficit con altri paesi. Questo è inevitabile, date le persistenti pressioni macroeconomiche.

Inoltre, le politiche commerciali discriminatorie di Trump, con dazi del 60% sulla Cina e del 10-20% su altri paesi, si diffonderanno sicuramente. Trump e i suoi collaboratori scopriranno che le esportazioni da altri paesi sostituiranno quelle dalla Cina tramite transito, assemblaggio in altri stati o competizione diretta.

Le risposte saranno l’imposizione di “regole di origine”, con tutta la burocrazia necessaria, o un aumento dei dazi al 60% su tutte le importazioni di prodotti manifatturieri.

Nel frattempo, ci saranno sicuramente anche ritorsioni. Una diffusione di dazi elevati negli Stati Uniti e nel mondo porterà probabilmente a un rapido declino del commercio mondiale e della produzione. Il National Institute of Economic and Social Research del Regno Unito prevede che “Cumulativamente, il PIL reale degli Stati Uniti potrebbe essere fino al 4% inferiore rispetto a uno scenario senza l’imposizione dei dazi.”

La mia ipotesi è che questa stima sia troppo ottimistica, considerando l’incertezza che ne deriverebbe. Tuttavia, anche in quel caso, i deficit esterni degli Stati Uniti potrebbero non ridursi. Dipenderebbe dal fatto che la spesa diminuisca più rapidamente della produzione. Se accadesse, il saldo commerciale migliorerebbe, ma ciò significherebbe anche una profonda recessione.


La scorsa settimana ho sottolineato che la politica commerciale difficilmente invertirà il declino a lungo termine della quota di posti di lavoro nella manifattura statunitense. Questa settimana aggiungo che i dazi, senza una riduzione della spesa aggregata rispetto alla produzione, non elimineranno i deficit esterni.

I dazi da soli, specialmente se discriminatori contro un singolo paese, causeranno solo un caos economico e politico, diffondendosi come erbacce in tutto il mondo.

Quando il re Canuto d’Inghilterra si sedette davanti alla marea montante, lo fece per dimostrare che non poteva comandare il mare. Donald Trump crede di poterlo fare. Rimarrà deluso. E così, purtroppo, anche noi.

Fonte

25/05/2023

Il G7 deve accettare di non poter governare il mondo

Il passaggio da un determinato ordine mondiale ad un altro è sempre complicato. Specie per chi sta perdendo l’antica egemonia si tratta di una eventualità – e di un evento – scioccante. Non è mai avvenuto senza traumi, nella Storia, ma stavolta la diffusione delle armi nucleari è tale da sconsigliare drasticamente di fare scommesse azzardate solo per cercare di mantenere il vecchio ordine e le antiche gerarchie.

Questo tipo di atteggiamento ancora non si è fatto abbastanza spazio nelle teste dei “potenti” dell’Occidente neoliberista, che invece insistono nel portare avanti una politica aggressiva verso il resto del mondo. Che non li ha mai sopportati, neanche quando erano così deboli da non potersi permettere obiezioni serie.

Ma oggi, che i pesi specifici nell’economia mondiale sono fortemente cambiati a favore del “resto del mondo”, quel malumore si trasforma in atti e fatti politici, cambiamenti di alleanze, indipendenza politica e strategica. Anche perché, nel resto del mondo, ci sono ormai giganti di potenza equivalente. Anche sul piano nucleare, che è poi quello che conta davvero quando si fa la faccia feroce a livello internazionale.

Giganti che oltretutto intessono rapporti con i paesi più deboli basati su altri presupposti, tipo la “non ingerenza negli affari interni” altrui, ben diversa da quella disposizione a promuovere golpe, “rivoluzioni colorate” eterodirette, guerre locali, bombardamenti mirati, ecc., che costituiscono per tutti le vere caratteristiche del “regno della libertà” propagandato dall’imperialismo euro-atlantico.

Di fronte a questo cambiamento ormai evidente, però, cominciano a farsi spazio le analisi, le considerazioni, i suggerimenti più razionali di chi – pur condividendo pienamente la visione del mondo euro-atlantica – vede chiaramente il bivio che si è aperto davanti alle “potenze un tempo egemoni”.

Un vecchio saggio come Martin Wolf lo sintetizza così: “Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra”. In ogni caso guerra, o solo economica oppure “totale”.

Seguono quindi gli inevitabili suggerimenti ad usare la testa, anziché l’ideologia (“i valori dell’Occidente”, “democrazie contro autocrazie”, e altre trovate da propaganda di guerra), per mettersi infine serenamente a un tavolo in cui contrattare un “nuovo ordine” tenendo conto degli interessi di tutti e non solo, come nel recente passato, dei propri.

È notevole che una riflessione del genere – accompagnata da robuste iniezioni di realismo economico – figuri come editoriale del Financial Times, certo non sospettabile d‘essere “putiniano” o “filo-cinese”.

Come recita quel proverbio inglese, “i fatti hanno la testa dura”. E la testa conviene usarla, anziché rischiare di perderla.

Buona lettura.

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“Addio G7, ciao G20”. Così titolava un articolo dell’Economist sul primo vertice del Gruppo dei 20 a Washington nel 2008, sostenendo che questo rappresentava “un cambiamento decisivo nel vecchio ordine”. Oggi, le speranze di un ordine economico globale cooperativo, che hanno raggiunto l’apice al vertice del G20 di Londra dell’aprile 2009, sono svanite. Tuttavia, non si tratta di un caso di “addio G20, ciao G7“.

Il mondo precedente del dominio del G7 è ancora più lontano di quello della cooperazione del G20. Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra.

Non è quello che suggerisce il comunicato della riunione dei capi di governo del G7 a Hiroshima. È incredibilmente completo. Riguarda: Ucraina; disarmo e non proliferazione; regione indo-pacifica; economia globale; cambiamenti climatici; ambiente; energia, compresa l’energia pulita; resilienza e sicurezza economica; commercio; sicurezza alimentare; salute; lavoro; istruzione; digitale; scienza e tecnologia; genere; diritti umani, rifugiati, migrazione e democrazia; terrorismo, estremismo violento e criminalità organizzata transnazionale; relazioni con Cina, Afghanistan e Iran (tra gli altri Paesi).

Il G7 si sta rivolgendo anche ad altri: alla riunione in Giappone erano presenti India, Brasile, Indonesia, Vietnam, Australia e Corea del Sud. Ma sembra che 19 Paesi abbiano chiesto di entrare a far parte dei Brics, che già comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Quando Jim O’Neill inventò l’idea dei Brics nel 2001, pensava che si sarebbe trattato di una categoria economicamente rilevante. Io pensavo che i Brics avrebbero riguardato solo Cina e India. Dal punto di vista economico, era giusto. Ma ora i Brics sembrano essere sulla strada per diventare un gruppo mondiale rilevante.

Chiaramente, ciò che unisce i suoi membri è il desiderio di non dipendere dai capricci degli Stati Uniti e dei loro stretti alleati, che hanno dominato il mondo negli ultimi due secoli. Per quanto tempo, del resto, il G7, con il 10% della popolazione mondiale, potrà (o, se vogliamo, dovrà) continuare a farlo?

A volte bisogna semplicemente adattarsi alla realtà. Lasciando da parte per il momento gli obiettivi politici dei membri del G7, che giustamente includono la necessità di preservare la democrazia in patria e di difendere le proprie frontiere – oggi, soprattutto, in Ucraina.

Questa è infatti la battaglia dell’Occidente. Ma difficilmente sarà mai quella del mondo, la maggior parte del quale ha altri problemi e preoccupazioni più urgenti. È stato positivo che il Presidente Volodymyr Zelenskyy abbia partecipato al vertice. Ma sarà solo l’Occidente a determinare la sopravvivenza dell’Ucraina.

Se passiamo all’economia, è anche un bene che il concetto di decoupling, un’assurdità dannosa, si sia trasformato in quello di “de-risking”. Se quest’ultimo può essere trasformato in una politica mirata e razionale, sarebbe ancora meglio. Ma sarà molto più difficile farlo di quanto molti sembrano immaginare.

È sensato diversificare le forniture di energia e di materie prime e componenti vitali. Ma, per fare un esempio significativo, sarà davvero difficile diversificare la fornitura di chip avanzati da Taiwan.

Un problema ancora più grande è la gestione dell’economia globale. Il FMI e la Banca Mondiale devono essere i baluardi del potere del G7 in un mondo sempre più diviso? Se sì, come e quando otterranno le nuove risorse necessarie per affrontare le sfide di oggi? E come si coordineranno con le organizzazioni che la Cina e i suoi alleati stanno creando? Non sarebbe meglio ammettere la realtà e adeguare le quote e le azioni, per riconoscere gli enormi spostamenti di potere economico nel mondo?

La Cina non scomparirà. Perché non dovremmo permetterle di avere più voce in capitolo in cambio di una piena partecipazione ai negoziati sul debito? Allo stesso modo, perché non dovremmo ridare vita all’Organizzazione Mondiale del Commercio, in cambio del riconoscimento da parte della Cina che non può più aspettarsi di essere trattata come un Paese in via di sviluppo?

Al di là di tutto questo, dobbiamo riconoscere che qualsiasi discorso sul “de-risking” che non si concentri sulle due maggiori minacce che dobbiamo affrontare – quelle della guerra e del clima – è come se si cercasse di inghiottire moscerini, ingoiando cammelli.

Sì, il G7 deve difendere i suoi valori e i suoi interessi. Ma non può gestire il mondo, anche se il destino del mondo sarà anche quello dei suoi membri. È necessario trovare un percorso di cooperazione, ancora una volta.

Fonte

22/09/2021

Le diseguaglianze alla base della lunga crisi del debito

Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per i venti di “ripresa” che sembrano soffiare, anche se la pandemia è ben lontana dall’esser stata messa sotto controllo, che subito “i mercati” debbono ricominciare a preoccuparsi per l’esplosione di “bolle” speculative.

Neanche il tempo di chiedere – lo fanno gli “austeri” di Bundesbank e altri neoliberisti altrettanto feroci – di “tornare alla normalità”, mettendo fine alle iniezioni di liquidità, gli acquisti di titoli da parte delle banche centrali e i tassi di interesse a zero (o sotto), che ecco sorgere la necessità di non toccare nulla di queste misure “non convenzionali” (definizione di Draghi, oltre 10 anni fa) per non bucare il palloncino delle quotazioni azionarie gonfiate.

Il capitalismo contemporaneo, specie la sua parte finanziaria, non se la passa per nulla bene, pare.

Abbiamo detto delle preoccupazioni e dei rischi derivanti dalla crisi del colosso immobiliare cinese Evergrande. Dopo un crollo e il classico “rimbalzino” delle borse, gli analisti hanno preso ad elaborare gli scenari.

Prevale al momento la tranquillità sospettosa, basata su considerazioni davvero paradossali. In pratica si scommette che il governo o la Banca centrale cinesi interverranno per evitare il collasso del gruppo, atteso alla distribuzione di (appena) 80 milioni di dollari di interessi sui bond emessi, ma con l’incubo di 300 miliardi di debiti.

L’apparente paradosso sta in questo: i mercati ultraliberisti si attendono questo intervento perché la Cina non è un paese liberista, ovvero dove lo Stato ha un ruolo molto attivo nell’economia.

Come scrive su Milano Finanza Angelo De Mattia (ex direttore generale di Banca d’Italia, ex “testa finanziaria” del Pci negli anni ’80, non un osservatore qualsiasi), “Sarebbe strano se un paese non certo liberista qual’è la Cina oggi si manifestasse contro una tale necessità, ferma restando, naturalmente, l’esigenza di far chiarezza fino in fondo sulle cause del dissesto”.

In fondo, viene detto da più parti, nell’Occidente liberista si fece proprio questo, dal 2007 fino al crack di Lehmann Brothers, a fine 2008, contravvenendo alle chiacchiere ideologiche sul “lasciar fare al mercato”.

Anche i dirigenti di quella banca, in effetti, furono molto sorpresi dal fatto che la Federal Reserve avesse fin lì salvato tutti e loro no.

Si chiama “limite”, che può essere grandemente variabile ma non infinito. Un capitalismo finanziario speculativo assistito stabilmente dalle finanze pubbliche non è neanche immaginabile (per un problema brutalmente quantitativo, non certo ideologico o teorico).

E i cinesi, in questi ultimi anni, stanno facendo esattamente sentire ai propri grandi gruppi privati (da Alibaba in giù) il “senso del limite” che spontaneamente sono sempre propensi a superare. Possibile, insomma, che Pechino lasci andare Evergrande al suo destino, “punendone uno per educarne cento” (come è avvenuto con Jack Ma).

Al di là di questo possibile “incidente”, che non avrebbe comunque dimensioni e conseguenze sistemiche paragonabili al crack di Lehmann Brothers, la crisi di Evergrande arriva a fagiolo per togliere le castagne dal fuoco alle banche centrali occidentali, ormai alle prese da mesi con le pressioni per “tornare alla normalità”. Ossia: fine del quantitative easing e tassi di interesse positivi (più di zero, insomma), per mettere la mordacchia a un’inflazione non altissima, ma ormai sensibile in alcuni comparti (materie prime, grano, semiconduttori, ecc).

Il ragionamento è semplice: se “i rischi” tornano a superare la soglia di guardia, meglio mantenere la linea fin qui attuata, che – pur senza risolvere un tubo – ha almeno evitato l’esplosione del sistema.

Contemporaneamente, però, un vecchio leone tra gli analisti – Martin Wolf, editorialista di punta del Financial Times – è andato a spulciare tra i documenti prodotti a Jackson Hole (teatro della riunione annuale tra i presidenti delle principali banche centrali del pianeta) trovando uno studio che individua le cause del lunghissimo periodo (ormai oltre dieci anni!) di tassi di interesse bassissimi o addirittura sottozero.

L’opinione corrente – spacciata per “verità scientifica” dai neoliberisti – segnala che il problema deriverebbe da problemi demografici, ossia dall’eccessivo peso dei boomers. Generazione “maledetta” che ha contestato il sistema con una certa efficacia perché scolarizzata in massa, prodotto movimenti antagonisti e tentativi di rivoluzione, ottenuto diritti sul lavoro, raggiunto la pensione e, non contenta, sarebbe anche “eccessivamente propensa al risparmio”.

Opinione infame che sta dietro le “riforme Fornero” in tutto l’Occidente neoliberista, con conseguente aumento dell’età pensionabile e tutte le altre “riforme” che ci piovono in testa da oltre 30 anni.

Spirito di vendetta a parte, quale sarebbe la causa reale dei tassi zero, dei “rendimenti negativi” del denaro e dello “sciopero degli investimenti”?

“Un documento di Atif Mian, Ludwig Straub e Amir Sufi”, scrive Martin Wolf, arriva alla seguente conclusione: “la principale spiegazione del declino dei tassi di interesse reali è stata l’alta e crescente disuguaglianza”.

Andando a vedere i dati, “Le differenze sono anche enormi: negli Stati Uniti, il primo 10 per cento delle famiglie per reddito ha un tasso di risparmio tra i 10 e i 20 punti percentuali più alto del 90 per cento più basso. Data questa divergenza, lo spostamento della distribuzione del reddito verso l’alto ha inevitabilmente aumentato la propensione complessiva al risparmio.”

Qual è il problema che si crea, se i super-ricchi “trattengono” i loro risparmi invece di spenderli o investirli?

“A livello aggregato, il risparmio deve corrispondere all’investimento. Quindi cosa succede quando i ricchi diventano più ricchi e quindi cercano di risparmiare di più? I tassi di interesse devono scendere.”

È importante seguire il ragionamento di Wolf (e del documento citato):

“Si scopre che l’impatto di questo sugli investimenti delle imprese è piuttosto debole. Infatti, la propensione a investire è stata cronicamente debole, in parte per ragioni demografiche. Quindi le compensazioni sono dovute venire o da persistenti deficit fiscali o da una maggiore spesa del 90 per cento più basso.

Entrambi sono alimentati dal debito, mentre il secondo è anche alimentato dalle bolle dei prezzi degli asset, specialmente nei prezzi delle case. Quando le banche centrali perseguono il tasso naturale verso il basso, guidano entrambi questi processi. Ma, man mano che i rapporti di indebitamento aumentano, i tassi naturali scendono ancora di più, dato che le persone altamente indebitate diventano sempre meno meritevoli di credito.”


L’enorme bolla del credito – sia pubblico chesia privato (molto più alto nei paesi anglosassoni, storicamente) – deriva insomma dalle crescenti disuguaglianze di reddito che si sono imposte a partire dalla Thatcher e da Reagan, dall’inizio degli anni ‘80 in poi. Dall’impianto neoliberista, detto esplicitamente.

Una bolla che ha frenato gli investimenti privati e poi anche quelli pubblici, grazie anche alla “giustificazione teorica” offerta dai monetaristi alla Friedman o von Hayek, secondo cui lo Stato doveva solo stare a guardare e garantire le migliori condizione per l’operare del capitale.

Ossia la politica economica che sta facendo ripartire, con ben poche varianti ma con una durezza maggiore, l’Unione Europea grazie alle 528 condizioni contenute nel PNRR.

Sia chiaro. Tutte queste considerazioni sono ancora interne al funzionamento standard del modo di produzione capitalistico. Ma sono decisive nel dimostrare che questo modo di funzionare è tendenzialmente suicida, anche se – come abbiamo sperimentato – prima di morire fa strage intorno a sé...

Buona lettura.

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Le diseguaglianze sono dietro il dilemma delle banche centralità

Martin Wolf – Financial Times

Perché le banche centrali trovano il loro lavoro così difficile da fare? Un’opinione comune è che questo sia dovuto al fatto che sono imbecilli. Le persone che affermano questo insistono che le banche centrali devono mantenere i tassi di interesse in linea con le loro norme storiche. Questo è sbagliato, perché le norme storiche sono irrilevanti. Le domande sono perché e cosa implica questo per le nostre economie.

Un documento di Atif Mian, Ludwig Straub e Amir Sufi alla conferenza monetaria di Jackson Hole del 27 agosto illumina questa questione. Arriva a una conclusione, già suggerita nel loro lavoro precedente: la principale spiegazione del declino dei tassi di interesse reali è stata l’alta e crescente disuguaglianza e non i fattori demografici, come il comportamento di risparmio della generazione “baby-boom” durante la loro vita, come alcuni hanno sostenuto.

L’analisi parte dalle stime del “tasso naturale” reale di interesse, un concetto che risale all’economista svedese Knut Wicksell. Il tasso naturale, spiegava, equilibra la domanda e l’offerta nell’economia, il che si manifesta in prezzi stabili. La moderna dottrina dell’inflation targeting discende da questa idea.

In modo cruciale, tuttavia, le stime di questo tasso per gli Stati Uniti mostrano un calo da circa il 4% quattro decenni fa a circa zero ora. Questo declino è corrisposto in altri paesi ad alto reddito, come ci si aspetterebbe: in un’economia mondiale aperta, i tassi di interesse reali di equilibrio dovrebbero convergere.

Come nota anche il documento, il declino “solleva preoccupazioni sulla stagnazione secolare, minaccia le bolle dei prezzi delle attività e complica la politica monetaria”. Infatti, è una grande parte della ragione per cui le banche centrali hanno dovuto fare enormi acquisti di asset in situazioni di crisi, come ora.

Il loro punto principale è che i tassi di risparmio variano molto di più in base al reddito all’interno delle coorti di età che non tra le coorti di età. Le differenze sono anche enormi: negli Stati Uniti, il primo 10 per cento delle famiglie per reddito ha un tasso di risparmio tra i 10 e i 20 punti percentuali più alto del 90 per cento più basso. Data questa divergenza, lo spostamento della distribuzione del reddito verso l’alto ha inevitabilmente aumentato la propensione complessiva al risparmio.

Come spiegazione dell’aumento della propensione al risparmio e del calo del tasso d’interesse reale, lo spostamento della generazione del baby-boom nella mezza età non funziona, perché l’aumento del risparmio è stato continuo, mentre l’impatto dello spostamento demografico sul comportamento di risparmio non lo è stato.

A livello aggregato, il risparmio deve corrispondere all’investimento. Quindi cosa succede quando i ricchi diventano più ricchi e quindi cercano di risparmiare di più? I tassi di interesse devono scendere.

Si scopre che l’impatto di questo sugli investimenti delle imprese è piuttosto debole. Infatti, la propensione a investire è stata cronicamente debole, in parte per ragioni demografiche. Quindi le compensazioni sono dovute venire o da persistenti deficit fiscali o da una maggiore spesa del 90 per cento più basso. Entrambi sono alimentati dal debito, mentre il secondo è anche alimentato dalle bolle dei prezzi degli asset, specialmente nei prezzi delle case. Quando le banche centrali perseguono il tasso naturale verso il basso, guidano entrambi questi processi. Ma, man mano che i rapporti di indebitamento aumentano, i tassi naturali scendono ancora di più, dato che le persone altamente indebitate diventano sempre meno meritevoli di credito.

Un’obiezione a questo argomento è che riguarda solo un paese, per quanto importante. Ma la tendenza verso una maggiore disuguaglianza di reddito è condivisa da quasi tutte le grandi economie, compresa in particolare la Cina.

In effetti, l’eccesso di risparmio del resto del mondo si è manifestato anche nei persistenti deficit delle partite correnti degli Stati Uniti. La necessità di compensare questi ultimi ha reso il compito della Federal Reserve ancora più difficile.

La crisi finanziaria del 2007-12 dovrebbe essere vista come un risultato di questi processi, risolti all’epoca salvando il sistema finanziario, inasprendo la regolamentazione e raddoppiando i tassi bassi lungo la curva dei rendimenti. La crisi di Covid è stata un fulmine a ciel sereno, ma la risposta è stata più o meno la stessa, ma su una scala ancora più grande.

Questa volta, inoltre, gli enormi aumenti delle riserve delle banche centrali hanno effettivamente aumentato gli aggregati monetari più ampi. Non è una grande sorpresa, quindi, che la combinazione di interruzioni dal lato dell’offerta con la forte domanda di oggi stia generando un’inflazione “a sorpresa”.

Quindi come potrebbe evolvere la storia? Non c’è una ragione valida per aspettarsi che la disuguaglianza di reddito, il motore fondamentale dell’eccesso di risparmio di oggi, si inverta, anche se potrebbe stabilizzarsi.

C’è un’ottima ragione per un enorme boom degli investimenti, in particolare la transizione climatica. Ma questo non avverrà senza una politica coerente, determinata, intelligente e consapevole a livello globale, cosa che non possiamo aspettarci, anche se possiamo sperare.

Quindi, nel medio e lungo termine, è probabile che la stagnazione secolare ritorni, a meno che la disuguaglianza di reddito non diminuisca.

Il breve termine è più difficile da leggere, ma se va male, è inquietante, forse anche per il medio termine. Nel suo discorso a Jackson Hole, Jay Powell, presidente della Federal Reserve, ha insistito che tutto è sotto controllo. Ma avrebbe detto questo. L’impennata dell’inflazione ha infatti sorpreso quasi tutti.

La preoccupazione deve essere che gli shock dei prezzi persistano e poi si impanino nelle aspettative, che saranno poi invertite solo da un periodo di tassi a breve termine significativamente più alti.

Questo causerebbe una stagflazione, che creerebbe dilemmi dolorosi per le banche centrali e sicuramente causerebbe problemi devastanti per i debitori più deboli, in particolare, ma non esclusivamente, le economie emergenti fortemente indebitate.

Le politiche eccezionali del 2020 non possono più essere giustificate. Dati i tassi d’interesse a breve termine super-bassi di oggi e le politiche fiscali di sostegno, è difficile vedere perché gli acquisti di asset di grandi dimensioni dovrebbero continuare.

Oggi abbiamo denaro più che sufficiente e i rendimenti delle obbligazioni dovrebbero salire un po’. Quando i fatti cambiano, le banche centrali dovrebbero cambiare idea. Quel momento è ora.

Fonte

17/05/2020

Con la sentenza sulla Bce, la Corte tedesca rivendica la sovranità monetaria

C’è chi ha preferito minimizzarla, spaventato dal dover solo immaginare le conseguenze. C’è chi l’ha enfatizzata, dando per scontato effetti che invece si dovranno verificare, in tutto o in parte, nel bel mezzo di iniziative miranti a contrastarli.

Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.

Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.

Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.

È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.

Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.

È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...

Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.

Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...

Buona lettura.

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Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.

Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.

Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.

Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.

Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.

Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.

Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”

Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.

Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.

Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.

I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.

Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”

Questo è un atto di secessione giuridica.

L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.

Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.

Quali sono le implicazioni?

Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.

In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.

Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.

Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.

Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.

L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.

Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.

Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.

Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.

Fonte

16/06/2019

Il mondo sta cambiando e il FMI potrebbe non essere più rilevante

L’editorialista del Financial Times, Martin Wolf, scrive parole che sembrano una lapide su una delle istituzioni finanziarie internazionali – il FMI – che per decenni è stato al centro delle relazioni economiche mondiali. Uno dei principali commentatori economici scrive, nel titolo dell’articolo che riproduciamo, che se il Fmi vuole sopravvivere ha bisogno del forte sostegno dei suoi membri. Una affermazione che viene però smentita dai dati che Wolf riporta e soprattutto dalle citazioni con cui apre il saggio.

«Il protezionismo porterà grande prosperità e fiducia» (Presidente Usa Donald Trump, discorso inaugurale, 20 gennaio 2017)

«Siamo arrivati a riconoscere che il modo più saggio e più efficace per proteggere i nostri interessi nazionali è attraverso la cooperazione internazionale – vale a dire, attraverso uno sforzo unitario per il raggiungimento degli obiettivi comuni» (Segretario del Tesoro americano Henry Morgenthau, Jr., discorso di chiusura alla conferenza di Bretton Woods, 22 luglio 1944)

«Perché tutto rimanga uguale, tutto deve cambiare» (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ne “Il gattopardo”).

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Il mondo sta cambiando. Il FMI sta cambiando con esso. La questione, tuttavia, non è solo il modo in cui quest’ultimo deve cambiare se vuole rimanere rilevante. Ma è anche se l’ambiente politico gli consentirà di rimanere rilevante. Il Fondo monetario internazionale è basato sull’impegno alla cooperazione tra i paesi membri. Questo impegno è al tramonto. Ma i paesi del mondo potrebbero riscoprire la sua importanza. Se così, troveranno nel Fondo uno strumento inestimabile. Il FMI non può assicurare quel risultato. Ma può, e deve, prepararsi per questo. A suo merito, lo sta facendo.

Il mondo intorno al Fondo è cambiato, o sta cambiando, in diversi aspetti cruciali.

Il primo e più importante cambiamento è uno spostamento nel potere economico globale, e quindi politico. Nel 2000, le economie avanzate hanno generato il 57% della produzione globale, misurata a parità di potere d’acquisto. Entro il 2024, secondo le previsioni del FMI, tale percentuale scenderà al 37%. Nel frattempo, la quota cinese salirà dal 7 al 21 percento, e il resto dell’Asia emergente rappresenterà il 39 percento della produzione globale, contro il 14 degli Stati Uniti e il 15 dell’Unione europea (vedi grafico 1).


La seconda trasformazione è un aumento della rivalità tra grandi potenze, mentre le relazioni si deteriorano tra le potenze occidentali e la crescente Cina. Gli Stati Uniti hanno etichettato la Cina come un «concorrente strategico». L’Unione europea, più specificatamente, l’ha definita un «concorrente economico nel perseguimento della leadership tecnologica». In ogni caso, la cooperazione sembra destinata a diventare più difficile.

Il terzo cambiamento è una svolta verso politiche populiste, non ultimo nelle economie avanzate. Una caratteristica di questo populismo è il sospetto verso la competenza tecnocratica. Ciò riguarda non solo la credibilità delle istituzioni tecnocratiche nazionali, incluse le banche centrali indipendenti e i ministeri delle finanze, ma anche le istituzioni tecnocratiche internazionali, tra le quali il FMI è probabilmente il più significativo.

La quarta modifica consiste nel rallentamento, o addirittura nell’inversione, della globalizzazione. Ciò è marcatamente vero in alcune aree della finanza, come il drastico calo delle attività estere delle banche dell’area dell’euro (Lund et al. 2017). Ma è anche vero nel commercio: prima della crisi finanziaria transatlantica, il volume del commercio mondiale cresceva quasi il doppio della produzione mondiale. Ora il commercio e la produzione crescono all’incirca allo stesso ritmo. Recentemente abbiamo persino assistito all’emergere di un vero protezionismo negli Stati Uniti (vedi grafico 2).


Il quinto cambiamento riguarda la tecnologia. Il progresso tecnologico è stato il motore della crescita economica. Ma il ruolo di internet e i recenti progressi nell’intelligenza artificiale hanno portato nuove vulnerabilità e sconvolgimenti, tra cui attacchi informatici e massicci cambiamenti nei mercati del lavoro.

Il sesto cambiamento è un aumento della fragilità finanziaria. Questa si è accumulata nei decenni. Sono stati compiuti sforzi sostanziali per ridurre questa fragilità, non da ultimo dal FMI. Ma il rapporto tra debito e produzione lorda è aumentato, il debito si è spostato dal settore privato a quello pubblico e, in una certa misura, dalle economie avanzate a quelle emergenti. Ulteriori perturbazioni finanziarie sono del tutto possibili (vedi grafico 3).


Il settimo cambiamento è il fenomeno soprannominato «la stagnazione secolare» da Lawrence Summers dell’Università di Harvard, in occasione di una conferenza del FMI nel 2013. La domanda debole, causata da una combinazione di bassa inflazione e da tassi di interesse reali e nominali ultrabassi, sembra essere strutturale e quindi è probabile che persista. Lo spazio per una risposta politica convenzionale – o addirittura convenzionalmente non convenzionale – a una crisi potrebbe essere molto limitato.

L’ultimo cambiamento è la crescente significatività dei mutamenti climatici come problema politico. Ciò potrebbe avere effetti importanti sulle strategie di sviluppo e sulle politiche macroeconomiche in tutti i paesi, in particolare in quelli più poveri e più vulnerabili.

Tutto ciò crea un ambiente altamente stimolante per il FMI, il quale sta cambiando anch’esso. In effetti, la sua caratteristica più duratura è stata la capacità di adattarsi ai rispettivi cambiamenti nel mondo. Ciò riflette in parte l’alta qualità del personale e la sua gestione abitualmente competente.

Tuttavia, il FMI è anche ostacolato da una capacità limitata di influenzare le azioni dei paesi con solide posizioni nella bilancia dei pagamenti e degli Stati Uniti, l’emittente della valuta di riserva mondiale, il dollaro. Questo non è un problema nuovo: è stato riconosciuto – ed è rimasto irrisolto – alla conferenza di Bretton Woods del 1944 (Steil 2013). Anche il Fondo commette errori, non da ultimo perché è fortemente influenzato dalla saggezza convenzionale degli economisti professionisti e dei paesi potenti. Questo ha seriamente sottovalutato i pericoli della liberalizzazione finanziaria, sia interna che esterna. Ciò era vero nonostante i preveggenti avvertimenti di Raghuram Rajan, consigliere economico del FMI dal 2003 al 2006.

Imparare dagli errori

È tuttavia ragionevole aspettarsi che il Fondo apprenda dagli errori. Lo ha già fatto. Dopo la crisi transatlantica, ha rivalutato l’impatto dei tagli alla spesa pubblica e gli aumenti delle tasse sulla crescita. Anche la qualità della sua sorveglianza dei rischi finanziari è notevolmente migliorata nel suo rapporto sulla Global Budget Stability Report e World Economic Outlook e nel lavoro sui paesi membri. Un passo importante è stato il riconoscimento del fatto che liberalizzare i flussi di capitali attraverso i confini comporta sia rischi che benefici.

Nessuna crisi è stata più problematica di quella nell’area dell’euro. Questa ha messo il FMI nella difficile posizione di trattare con una banca centrale e con paesi che non poteva controllare. Il Fondo ha collaborato con le istituzioni dell’area dell’euro su programmi nazionali che hanno avuto alcuni successi ma anche notevoli carenze, in particolare nel caso della Grecia. Un risultato è stato quello di riformare il quadro dei prestiti del FMI per i paesi con alto debito sovrano e, soprattutto, di porre fine alle esenzioni – nel caso di crisi sistemiche – dalla sostenibilità del debito come condizione per il sostegno del Fondo.

Anche l’impegno rafforzato del FMI con gli Stati fragili è significativo. Richiede approcci nuovi e fantasiosi per assicurare la necessaria trasformazione politica e istituzionale.

Con questi passaggi, il Fondo ha aggiornato la sua vecchia agenda di mantenimento della stabilità macroeconomica. Ma ha anche affrontato numerose nuove sfide, tra cui quelle su disparità di reddito e ricchezza, disuguaglianza di genere, corruzione e cambiamenti climatici. Queste sfide sono al di fuori delle aree storiche di competenza del Fondo. Ma sono di vitale importanza per sé, e per importanti collegi elettorali nei paesi membri, e hanno importanti implicazioni macroeconomiche. Ammorbidire l’immagine del FMI può essere utile, specialmente in un contesto politico diventato difficile per le istituzioni finanziarie internazionali. E, per alcuni aspetti, il lavoro del Fondo è stato fondamentale, in particolare per quanto riguarda i sussidi per i combustibili fossili e il costo della corruzione.

Sfide a venire

Per far sì che il mondo della globalizzazione cooperativa sopravviva e il FMI mantenga il suo ruolo all’interno di esso, molto deve cambiare. Alcuni di questi cambiamenti sono sotto il controllo del Fondo. Altri, invocano un nuovo consenso globale.

Un grande compito per noi è quello di affrontare le sfide intellettuali che la nostra instabile economia mondiale comporta. Particolarmente significativa è la necessità di riconsiderare le politiche monetarie, fiscali e strutturali, a livello globale e all’interno dei paesi influenti, nel contesto di tassi di interesse ultrabassi, bassa inflazione, grandi eccedenza di debito e stagnazione secolare.

Cosa devono fare i responsabili politici quando arriverà la prossima recessione? In che modo – se possibile – potrebbe essere gestita l’imponente ristrutturazione del debito privato o sovrano? C’è qualche punto positivo nelle prospettive non ortodosse come la “teoria monetaria moderna”? Il Fondo deve impegnarsi ancora più profondamente su questi temi per prepararsi a ciò che ci attende. Ma deve essere anche più coinvolto in altre aree difficili. L’economia politica protezionistica è un esempio. L’impatto dell’intelligenza artificiale è un altro.

Soprattutto, il FMI deve rimanere un punto di riferimento per tutti i suoi membri. L’unico modo plausibile per farlo è quello di produrre un lavoro di altissima qualità e integrità intellettuale, specialmente nell’ambito della sorveglianza. Questo, ogni tanto, può irritare i soggetti dei giudizi del Fondo. Ma sosterrà la reputazione e l’influenza del FMI tra i suoi membri.

Una domanda in questo contesto è se il Fondo abbia bisogno di più esperti nella politica del cambiamento: è molto bello predicare la fine delle sovvenzioni, ma come può essere accettata? Un’altra domanda è se più personale dovrebbe risiedere in modo permanente nei paesi membri. Una revisione dettagliata del modo di lavorare del FMI sarebbe un’operazione sensata.

Prima di tutto, le quote di voto dovrebbero essere allineate con l’importanza economica di ciascun membro. Attualmente i membri dell’Ue (incluso il Regno Unito) hanno il 29,6% dei voti; gli Stati Uniti il 16,5 per cento; Giappone 6,2 e il Canada il 2,2. Al contrario, la Cina ha solo il 6,1% e l’India il 2,6%. Queste cifre sono incredibilmente fuori dal peso relativo di queste economie. È vero che le economie avanzate dominano ancora la finanza globale e rilasciano tutte le valute di riserva significative. Ma probabilmente non durerà.

Se le istituzioni come il Fondo monetario internazionale devono rimanere globalmente rilevanti, le azioni di voto devono essere riponderate, specialmente verso l’Asia, come ha sostenuto persuasivamente Edwin Truman (2018) del Peterson Institute for International Economics. Altrimenti, la Cina fonderà sicuramente la propria versione del FMI, così come ha già lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank e la New Development Bank.

In secondo luogo, la potenza di fuoco finanziaria del FMI deve essere aumentata in modo sostanziale, in particolare in un mondo di flussi di capitali relativamente liberi. La sua capacità di prestito è attualmente di appena 1 trilione di dollari. Lo si confronti con le riserve valutarie globali di 11,4 trilioni. La disparità dimostra l’inadeguatezza delle risorse del FMI e la percezione dell’alto costo per accedervi. Naturalmente, c’è un rischio morale associato all’espansione della rete di sicurezza. Ma l’azzardo morale non elimina la fattispecie per le assicurazioni, i vigili del fuoco o le banche centrali. Lo stesso vale per il Fondo.

Infine, se l’istituzione deve essere credibilmente globale, il suo lavoro principale non può essere lasciato in maniera permanente nelle mani di un europeo, per quanto ammirevoli siano stati alcuni di questi europei. Le istituzioni globali hanno bisogno dei migliori leader globali. Questi leader non dovrebbero essere scelti da un processo di negoziazione per il minimo comune denominatore, ma in modo aperto e trasparente, con i candidati che devono presentare le loro piattaforme per lo sviluppo futuro dell’istituzione.

Volontà di collaborare

Come ha affermato l’amministratore delegato del FMI, Christine Lagarde, «le 44 nazioni riunite a Bretton Woods erano determinate a stabilire un nuovo corso – basato sulla fiducia reciproca e sulla cooperazione, sul principio che la pace e la prosperità derivano dal carattere della cooperazione, con la convinzione che l’ampio interesse globale supera quello personale». È il matrimonio di professionalità con questa volontà di cooperare che ha reso il FMI un’istituzione cardine.

Forse la qualità più straordinaria del Fondo è la sua adattabilità. Avrà sicuramente bisogno di quella adattabilità negli anni a venire. Ma ancora di più, avrà bisogno di un mondo in cui le potenze dominanti credano in ciò che il FMI incarna: professionalità, multilateralismo e, soprattutto, cooperazione. Se questo non è il mondo in cui opera, incontrerà delle difficoltà. Alla fine, il Fondo è il servitore del mondo. Può guidare, ma non può plasmare il mondo. Come cambia il mondo, così farà il FMI.

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Martin Wolf è editor associato e commentatore capo dell’economia al «Financial Times».

Qui l’articolo in lingua originale.

Fonte

30/09/2016

Dal tramonto all’alba

“Siamo sull’orlo di un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana)”. Ad affermarlo non è un militante antimperialista né un protocampista. E’ Martin Wolf, uno dei maggiori editorialisti del Financial Times in un articolo uscito mercoledì. Wolf accredita lo status di evento scatenante alla possibile vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi. “L’imprevedibilità è il marchio di fabbrica di Trump e del suo approccio transnazionale... sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero... la sua presidenza non renderebbe grande l’America, al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta”, scrive Wolf.

Tra le righe del suo editoriale leggiamo però qualcosa di molto più pesante di un semplice endorsement per Hillary Clinton o l’ennesimo appello a fermare le variabili impazzite nelle leadership dell’Occidente (in fondo, Berlusconi è stato in questo quasi un precursore).

Per Wolf – e non solo per lui – è l’intera architettura, la sovrastruttura ideologica e psicologica mondiale, che rischiano di saltare se gli Usa non avranno più una guida sostanzialmente simile a tutte quelle che l’hanno preceduta. “Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni degli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia”.

Il XXI Secolo dunque non sarà più il “Secolo americano”? Di questo si vanno convincendo e dunque preoccupando in molti, soprattutto nel campo nemico. Ma è una domanda che deve porsi con rigore (e non con atteggiamenti da tifoseria) anche chi per tutta la vita si è opposto al principale polo imperialista mondiale, perché delinea un passaggio che segna in ogni caso un cambiamento di fase storica. Altrettanto epocale del passaggio di consegne della leadership mondiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti o della “caduta del Muro” (da cui è ormai passato oltre un quarto di secolo...).

Almeno tre generazioni sono cresciute e si sono formate all’insegna della subalternità o della lotta al modello statunitense in campo economico, ideologico e militare. Una egemonia contrastata fino al 1991 dall’esistenza di quello che è stato definito il “socialismo reale” in una parte del mondo e da movimenti di liberazione anticoloniale, vittoriosi fino al 1979. Con la violenta controffensiva scatenata negli anni ’80 a tutti i livelli, gli Stati Uniti avevano giocato tutte le loro carte: da quelle più brutali degli interventi militari a quella ideologica del nesso inscindibile tra prevalenza della proprietà privata, individualismo, consumi e democrazia fino al totem della forza “progressiva” di una globalizzazione finanziaria a guida statunitense con cui imbrigliare e conformare l’intera comunità umana su questa pianeta.

La dissoluzione dell’Urss nel 1991 aveva fatto dire al politologo statunitense Francis Fukuyama che “la storia era finita” e che il capitalismo reale a guida Usa poteva ritenersi la sintesi massima dello sviluppo umano in tutte le sue forme. Non era la prima volta che un temporaneo vincitore si guardava allo specchio e immaginava di rendere eterno quell'attimo di gloria, dimenticando che nella Storia ogni arrivo è solo un punto di partenza.

Eppure l’allarme sulla fragilità di questo scenario lo avevano suonato proprio i neocons statunitensi, con un documento riservato pubblicato nel 1992 sul Washington Post, che anticipava i temi, le ambizioni e le preoccupazioni che saranno risistematizzate otto anni dopo dai pensatori più reazionari nel Pnac (il Progetto per un Nuovo Secolo Americano), che supportò ideologicamente lo scatenamento della guerra infinita in Afghanistan, Iraq, Medio Oriente e Libia.

I neoconservatori statunitensi, nonostante la vittoria storica degli anni Novanta, intuivano il rischio del declino Usa e temevano come la peste “l’emersione di potenze rivali che possano mettere in discussione il primato statunitense nel mondo”. Alla luce di quello che stiamo vedendo, possiamo dire che avevano intuito bene, ma le guerre scatenate dalle amministrazioni statunitensi dal 1991 in poi non sono servite a fermare questo declino, né ad avviare una duratura controtendenza.

Ai primi di settembre era stato l’esperto strategico del Corriere della Sera, Franco Venturini, a disegnare uno scenario sconfortato del vertice del G20 a Huangzou, in Cina. Un Obama che rischia di essere ricordato come “il presidente che ha perso il Medio Oriente”, la Turchia di Erdogan uscita più forte dal fallito golpe sobillato dai “fratelli coltelli” nella Nato, una Russia tornata protagonista della scena internazionale con l’intervento in Siria che ha stoppato le velleità dei nemici del governo Assad, con il riavvicinamento con la Turchia e la politica dei fatti compiuti sulla Crimea, una Cina che non è crollata sul piano economico come ipotizzavano (e speravano) molti osservatori internazionali. Venturini spera che lo scenario dei prossimi anni non corrisponda a queste tendenze. “L’America è necessaria, e ha ragione Robert Kaplan quando dice che un declino americano sarà sempre relativo. L’Europa deve salvarsi, elettori e migranti permettendo. Russia e Cina devono essere tanto forti da accettare anche compromessi scomodi”, scrive l’editorialista del Corriere. “Deve nascere, in definitiva, un ordine multipolare capace di gestire le tensioni di un dopo-Muro che è stato sin qui sinonimo di stragi e di impotenze. Comprese quelle del G20”.

Mercoledì, infine, in una intervista al Corriere della Sera, è stato Carlo De Benedetti ad affermare che “Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute” (vedi l’intervista e il commento del nostro Dante Barontini su Contropiano di mercoledì). Anche l’Ingegner De Benedetti vede come una jattura l'eventuale vittoria di Trump alle elezioni statunitensi, ma sottolinea soprattutto che “Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta”.

Insomma tre analisi “catastrofiste” in pochi giorni, da parte di esponenti rilevanti dell’establishment e sui loro principali strumenti di orientamento, sono qualcosa di più di “tre indizi che fanno una prova”. Emerge piuttosto la consapevolezza (oltre alla paura) che il piccolo mondo antico stia finendo anche per i capitalisti, ormai abituati a muoversi, decidere e agire in un sistema di alleanze, valori e parametri economici/ideologici dominante perché efficace e senza più avversari all'altezza. I padroni non controllano più il mondo come prima, “fan finta di sapere” diceva una canzone.

Ancora Martin Wolf ci ricorda che la quota di ricchezza prodotta dai paesi occidentali, sul totale del Pil mondiale, scenderà dal 64% del 1990 al 39% del 2020. Un processo che non avviene per una redistribuzione della ricchezza su basi di classe, ma dentro nuovi rapporti economici, politici e di forza nel mondo che vedono declinare gli Usa e i loro alleati storici. Gli stati europei, soprattutto.

Il problema è che nessun imperialismo dominante ha accettato di declinare senza ricorrere a tutti i mezzi per evitarlo. In questi 25 anni si sono accaniti sui salari e sui lavoratori per raspare margini di profitto sempre più sottili; si sono dedicati al saccheggio sistematico delle risorse dei paesi più deboli e hanno riempito il mondo di carta straccia pomposamente chiamata “prodotti finanziari”. Adesso stanno liquidando anche la democrazia rappresentativa che doveva rappresentare il “valore aggiunto” intrinseco dell’economia di mercato, il fiore all'occhiello che legittimava qualsiasi porcata.

La partita che si sta aprendo non è e non sarà una battaglia di opinioni ma lotta per la sopravvivenza e la trasformazione come necessità della sopravvivenza. La cui soluzione, come spiegava Marx, non può che essere “una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o la rovina comune delle classi in lotta".

Non si scherza più, se mai si è scherzato. Il tramonto sta scendendo, ma l'alba non arriverà da sola...

Fonte

29/09/2016

Il tramonto dell’Occidente è alle porte

Un editoriale del Financial Times non è mai una formalità, specie se affidato a Martin Wolf, decano autorevolissimo tra gli analisti economici di tutto il mondo.

L'utilità di leggerlo è indubbia e non necessita neanche di spiegazioni. Per ragionare sul mondo bisogna perlomeno conoscere i tratti fondamentali della sua struttura. E Martn Wolf ci spiega come questa struttura stia modificandosi irreversibilmente.

Naturalmente, non è necessario condividere i suoi giudizi su singoli paesi o governanti. Ci basta lo sguardo sulle tendenze oggettive...

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A volte la storia compie balzi in avanti improvvisi: basti pensare alla Prima guerra mondiale, alla rivoluzione bolscevica, alla Grande Depressione, all’elezione di Adolf Hitler, alla Seconda guerra mondiale, all’inizio della Guerra fredda, al tracollo degli imperi europei, alle riforme e all'apertura di Deng Xiaoping in Cina, alla fine dell’Unione Sovietica e alla crisi finanziaria del 2007-2009 con successiva «Grande Recessione». Forse siamo sull’orlo di un evento rivoluzionario di portata equivalente a molti di quelli citati: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. È un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine.

Il fatto che Trump possa essere un contendente credibile per la Casa Bianca lascia sbalorditi. In campo imprenditoriale è un debitore insolvente seriale e un protagonista di cause legali trasformato in star di reality televisivi. È uno spacciatore di falsità e teorie del complotto. Pronuncia calunnie razziste. Attacca l’indipendenza della magistratura. Rifiuta di rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Non ha nessuna esperienza di cariche politiche e ha proposte politiche incoerenti. Si vanta di essere ignorante. Allude addirittura alla possibilità di dichiarare lo stato di insolvenza sul debito federale. Mina alla base la fiducia nell’ordine commerciale creato dagli Stati Uniti minacciando di stracciare gli accordi passati. Mina alla base la fiducia nella democrazia statunitense sostenendo che ci saranno brogli. Sostiene la tortura e l’uccisione deliberata dei familiari di presunti terroristi. Ammira l’ex agente del Kgb che dirige la Russia.

È evidente che moltissimi elettori americani hanno perso fiducia nei sistemi politico-economici del Paese, in una proporzione che non si vedeva nemmeno negli anni '30, quando l’elettorato si affidò a un politico dell’establishment. Eppure, con tutti i loro problemi, gli Stati Uniti non se la passano così male. Sono il Paese di grandi dimensioni più ricco della storia mondiale. La crescita è lenta, ma la disoccupazione è bassa. Se gli elettori dovessero scegliere Trump – nonostante i suoi difetti, evidenziati ancora una volta nel primo dibattito con Hillary Clinton – sarebbe un segnale molto inquietante sulla salute degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono la maggiore potenza mondiale, perciò non è un problema che riguardi soltanto loro. Cosa potrebbe significare una presidenza Trump? Azzardare previsioni sulle politiche che adotterebbe un personaggio così imprevedibile è impossibile. Ma ci sono almeno alcune cose che appaiono ragionevolmente chiare.

Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad avere un potere immenso, ma il loro predominio economico è in lento declino: secondo il Fondo monetario internazionale, la quota dei Paesi ad alto reddito (sostanzialmente, gli Usa e i loro alleati) sul totale del Pil mondiale scenderà dal 64% (a parità di potere d’acquisto) del 1990 al 39% del 2020, e nello stesso periodo la quota degli Usa calerà dal 22 al 15 per cento.

La potenza militare americana è ancora enorme, ma vanno fatti due distinguo: uno è che vincere una guerra convenzionale e raggiungere i propri obbiettivi sul terreno sono due cose abbastanza diverse, come la guerra del Vietnam e quella in Iraq hanno dimostrato; il secondo è che il rapido incremento della spesa militare in Cina potrebbe creare serie difficoltà per gli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.

La conseguenza di questi sviluppi è che la capacità dell’America di plasmare il mondo secondo il proprio volere sarà affidata sempre più alla sua influenza sui sistemi politico-economici globali. E non è una novità: al contrario, è un tratto caratteristico dell’egemonia statunitense fin dagli anni '40. Ma oggi è ancora più importante. Le alleanze create dagli Stati Uniti, le istituzioni che sostengono e il prestigio che possiedono sono un patrimonio realmente inestimabile. Tutti questi asset strategici sarebbero seriamente a rischio se Trump dovesse diventare presidente.

La principale differenza tra Stati Uniti e Cina è che gli Stati Uniti hanno moltissimi alleati potenti.

Nemmeno Vladimir Putin è un alleato affidabile per la Cina. Gli alleati dell’America la sostengono principalmente perché se ne fidano, e questa fiducia è basata sulla percezione che gli Stati Uniti seguono comportamenti prevedibili, fondati su valori. Non significa che le loro alleanze siano state prive di problemi, tutt’altro: però hanno funzionato. L’imprevedibilità che è il marchio di fabbrica di Trump e il suo approccio «transazionale» alle partnership assesterebbero un danno irreparabile alle alleanze.

Un aspetto vitale dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti è il ruolo delle istituzioni multilaterali, come il Fmi, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Vincolando se stessi alle regole di un sistema economico aperto, gli Stati Uniti hanno incoraggiato altri a fare lo stesso. Il risultato è stata una straordinaria crescita della prosperità: tra il 1950 e il 2015, il Pil mondiale reale medio pro capite si è sestuplicato. Trump non capisce questo sistema. I risultati potrebbero essere catastrofici per tutti.

La guerra in Iraq ha danneggiato la fiducia nella saggezza e nella competenza degli Stati Uniti. La crisi finanziaria mondiale è stata ancora più distruttiva. Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni che muovevano gli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia.

Dopo tutti questi danni, l’elezione di un uomo così poco qualificato come Trump metterebbe in discussione qualcosa di ancora più fondamentale: la fede nella capacità degli Stati Uniti di scegliere leader ragionevolmente bene informati e competenti. Con un presidente come Trump, il sistema democratico perderebbe gran parte della sua credibilità come modello per l’organizzazione di una vita politica civile. Putin e altri despoti, effettivi o aspiranti tali, applaudirebbero: la loro convinzione che tutto il parlare di valori occidentali sia soltanto ipocrisia troverebbe giustificazione. Ma quelli che vedono gli Stati Uniti come un bastione della democrazia sarebbero presi dallo sconforto.

Se Trump dovesse vincere, sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero. Per esempio metterebbe fine, forse per sempre, agli sforzi per tenere sotto controllo la minaccia dei cambiamenti climatici. Ma già soltanto la sua candidatura sembra indicare che il ruolo degli Stati Uniti nell’ordine globale rischia di subire una trasformazione. Questo ruolo non dipendeva soltanto dalla prodezza economica e militare dell’America, ma anche dai valori che rappresentava. Con tutti i suoi errori, l’ideale di una repubblica governata dal diritto rimaneva visibile. Hillary Clinton è una candidata imperfetta. Trump è qualcosa di completamente diverso. La sua presidenza non renderebbe grande l’America: al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta.

dal Financial Times
traduzione di Fabio Galimberti per IlSole24Ore
Fonte

12/05/2016

Eurozona tedesca, l’equilibrio impossibile

Pochi hanno il coraggio di indicare la Germania come responsabile di buona parte dei problemi economici – dunque anche sociali e politici – dell’Europa.

Diciamo intenzionalmente Europa (un’area continentale) per distinguerla nel modo più netto dall’Unione Europea (un’istituzione quasi-statuale che ne regola in modo differenziale le scelte economiche, così come l’Italia è cosa ben diversa dallo Stato italiano). Confondere i due concetti, come intenzionalmente sono abituati a fare i governanti e i media, non può che provocare la paralisi delle capacità critiche e l’adesione inconsapevole al pensiero mainstream.

L’editoriale di Martin Wolf, sul Financial Times, rompe il tabù con molta più potenza di quanto non abbia fin qui provato a fare, in ambito nazionale, IlSole24Ore, che non a caso non ripubblica immediatamente con grande rilievo.

Una presa di posizione importante per molti motivi, non ultimi quelli di ordine teorico. Per la prima volta o quasi, in un articolo destinato al grande pubblico, si qualifica la dottrina economica dominante nella testa dei dirigenti tedeschi come ordoliberalismo. Una variante del pensiero economico liberista specifica della scuola austro-tedesca e ben riassunta, da Wolf, nella triade un bilancio (quasi) sempre in pareggio, la stabilità dei prezzi (con una preferenza asimmetrica per la deflazione) e la flessibilità dei prezzi.

Una dottrina che enfatizza unilateralmente solo alcune delle caratteristiche strutturali del cosiddetto “libero mercato” e determina comportamenti economico-politici irrealistici. O meglio, convenienti solo per alcuni soggetti del mercato, ma catastrofici per gli altri. Banalmente, questa triade punta alla creazione di un surplus (quello della Germana sfora da anni i parametri di Maastricht senza che nessuno provi ad aprire una “procedura di infrazione” contro Berlino). Il che va benissimo – capitalisticamente parlando – per chi (pochi o uno solo) riesce nell’intento, ma provoca automaticamente un deficit negli altri componenti di una comunità economica relativamente chiusa come l’Unione Europea. È insomma una linea che destabilizza il contesto generale in modo inversamente proporzionale alla stabilità raggiunta dal soggetto più forte.

Ma la sortita di Wolf è importante anche perché smonta, di conseguenza, la vulgata sulle “riforme strutturali” come unica via – “oggettiva” – per migliorare la competitività di un sistema produttivo nazionale. L’unico risultato che possono produrre, ed hanno effettivamente prodotto, è una caduta della domanda interna all’area governata secondo questi criteri (l’intera eurozona), anche al di là delle dimensioni imposte dall’esplodere della crisi del 2008.

Se determinate politiche non possono funzionare – ne abbiamo ormai l’evidenza, all’ottavo anno di crisi – non resta che rovesciare il binocolo: è la Germania il vero problema dell’Eurozona, così come è la Germania il vero dominus dell’Unione Europea. Le stesse distorsioni violente che questa istituzione è andata creando (il caso greco è solo il più drammatico e lampante) sono il frutto obbligato di una distorsione sistematica delle politiche economiche e finanziarie dell’eurozona, tanto più in una situazione generale di crisi sistemica.

Wolf le spiega con grande chiarezza, da un punto di vista liberale ma intelligente. Evita di soffermarsi sulle distorsioni più propriamente ideologiche nascoste nelle pieghe della lingua tedesca (notoriamente la parola Shuld indica sia la colpa che il debito, mentre l’opposto, Gläubige, significa sia credente che creditore, in una spaventosa sovrapposizione di connotazioni etiche per posizioni economiche in fondo temporanee e spesso scambiabili in una economia complessa).

In ogni caso, però, ne vien fuori che le difficoltà e gli interessi di un paese – in realtà di un particolare groviglio di filiere produttive e centrali finanziarie – si sono lentamente trasformati nella regola dominante per tutti gli altri. Senza alcuna ragione scientifica, sul piano economico.

Tra questi problemi, ormai devastanti, c’è una crisi demografica mai vista dai tempi della Guerra de trent’anni (tra il 1618 e il 1648 la popolazione tedesca si ridusse da 18 a 6 milioni, tra guerre, carestie ed epidemie di peste).

Il censimento del 2013 ha rivelato che la popolazione complessiva è diminuita in pochi anni dell’1,9%, restando di poco sopra gli 80 milioni. Nei giorni scorsi, il ministro tedesco dell’Istruzione Johanna Wanka, nel corso di un involontariamente delirante incontro-accordo con la sua omologa Stefania Giannini, ha spiegato che in dieci anni la popolazione tedesca (ovvero quella di origine “indigena”, ndr) si è ridotta del 22%. L’unico settore in cui la produttività è diminuita è quello dei figli”.

Sorvoliamo sull’uso disinvolto del termine “produttività” con riferimento alla natalità (non vi sentite un po’ polli in batteria?) e restiamo al merito della faccenda. Tutto il “merito” di questo crollo va alle riforme strutturali avviate da Hartz e dal “socialdemocratico” Schroeder, che hanno varato a più riprese, all’inizio del nuovo millennio, uno schema di rivoluzionamento del mercato del lavoro da cui hanno perso origine poi i vari Jobs Act, in Italia come in Francia. 

La precarizzazione totale e la “flessibilità” richiesta a ogni singolo lavoratore del “nuovo tipo” è tale da aver reso quasi impossibile progettare una vita di coppia stabile per le nuove generazioni, quindi di mettere al mondo e crescere dei figli in modo responsabile.

Nei prossimi anni si prevede che, passando a miglior vita la boom generation, il numero di tedeschi-tedeschi si ridurrà in media di mezzo milione l’anno, se non di più. E non è detto che i flussi migranti saranno adeguati a sostituirli, perché moriranno sia gli operai che gli ingegneri, e determinate competenze di alto livello non si improvvisano dalla sera alla mattina.

Si capisce dunque la portata simbolica di un episodio altrimenti marginale. Durante l’ormai famosa marcia dei profughi mediorientali attraverso i Balcani, nel bel mezzo di una sosta a Belgrado, tra i disperati camminatori era stato riconosciuto un noto oncologo siriano. Immediatamente le autorità serbe gli avevano offerto un posto di rilievo in un loro ospedale, e uno stipendio commisurato, ovviamente immediatamente accettato dal chirurgo marciatore.

Felici di poter dare un’immagine della Serbia come paese molto più civile e accogliente dei vicini ungheresi, croati, macedoni e sloveni, ne era stata data notizia con una conferenza stampa. Nemmeno 24 ore dopo un aereo tedesco era atterrato a Belgrado e all’ottimo medico era stato proposto un contratto ovviamente molto più redditizio, in Germania. Se preferite la metafora del calcio alla medicina, si vedranno sempre più Rudiger, Boateng, Ozil e meno Muller, Schweinsteiger o Neuer. Il capitalismo distrugge tutto lungo il suo cammino, istituzioni, credenze, abitudini, ed anche i popoli che lo abbracciano con maggiore e teutonico entusiasmo.

Al punto che il creditore-credente si trasforma obbiettivamente nel peggiore dei miscredenti. 

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È la Germania il più grande problema dell’Eurozona

di Martin Wolf
 
Perché in Germania prevale una visione della macroeconomia tanto peculiare? E quanto conta questa diversità di vedute?

La risposta alla seconda domanda è che conta tantissimo. La risposta alla prima domanda, in parte, è che la Germania è un Paese creditore. La crisi finanziaria le ha dato un ruolo predominante negli affari dell’Eurozona. È una questione di potere, non di diritto. Gli interessi dei creditori sono importanti, ma sono interessi parziali, non generali.

Le rimostranze recentemente si sono appuntate sulle politiche monetarie della Banca centrale europea, in particolare i tassi di interesse negativi e l’allentamento quantitativo. Wolfgang Schäuble, il ministro dell’Economia tedesco, è arrivato a sostenere che metà della responsabilità per l’ascesa del partito anti-euro Alternativa per la Germania è da addebitarsi alla Bce. Si tratta di un attacco fuori dal comune.

Le critiche alle politiche della Bce sono ad ampio raggio: vengono accusate di consentire agli Stati membri recalcitranti di non fare le riforme, di non essere riuscite a ridurre l’indebitamento, di mettere a rischio la solvibilità delle compagnie assicurative, dei fondi pensione e delle casse di risparmio, di essere riuscite soltanto a tenere l’inflazione poco sopra lo zero e di alimentare l’ostilità verso il progetto europeo. Insomma, l’Eurotower è diventata una seria minaccia per la stabilità.

È un’idea coerente con una visione che è maggioritaria in Germania. Come dice Peter Bofinger, membro eretico del consiglio di esperti economici del Governo tedesco, questa tradizione risale a Walter Eucken, influente padre dell’ordoliberalismo. In questo approccio, le politiche macroeconomiche ideali si compongono di tre elementi: un bilancio (quasi) sempre in pareggio, la stabilità dei prezzi (con una preferenza asimmetrica per la deflazione) e la flessibilità dei prezzi.

Si tratta di un approccio ragionevole per un’economia piccola e aperta. Può funzionare per un Paese più grande, come la Germania, dotato di settori industriali scambiabili altamente competitivi. Ma non può essere esteso all’economia di un continente, qual è l’Eurozona. Le cose che funzionano per la Germania non possono funzionare per un’economia tre volte più grande e molto più chiusa al commercio estero.

Si noti che nell’ultimo trimestre del 2015 la domanda reale nell’Eurozona era del 2 per cento inferiore a quella del primo trimestre del 2008, mentre negli Stati Uniti era del 10 per cento superiore. Le rimostranze tedesche, nella maggior parte dei casi, non tengono conto di questa grave debolezza della domanda. La Bce sta cercando giustamente di impedire che un’economia affetta da debolezza cronica della domanda precipiti in una spirale deflattiva. Come sottolinea il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, i tassi di interesse bassi fissati da Francoforte non sono il problema, semmai «il sintomo» di un’insufficiente domanda di investimenti.

La storia dell’economia tedesca dalle riforme del mercato del lavoro di inizio anni 2000 a oggi dimostra che è molto improbabile che le «riforme strutturali» riescano a risolvere questo problema. Il dato macroeconomico più significativo della Germania è che il Paese non riesce ad assorbire quasi un terzo dei suoi risparmi nazionali, nonostante il bassissimo livello dei tassi di interesse. Nel 2000, prima delle riforme – che ridussero il costo del lavoro e i redditi dei lavoratori – le grandi aziende tedesche investivano una quota molto maggiore dei loro utili non distribuiti. Ora è l’inverso. Con le famiglie in eccedenza e il Governo in pareggio, è emersa puntualmente un’enorme eccedenza con l’estero.

Perché altri dovrebbero riuscire a fare un uso produttivo dei risparmi che i tedeschi non riescono a utilizzare? Perché le riforme strutturali in altri Paesi, come raccomandato dalla Germania, dovrebbero generare quell’impennata degli investimenti che manca in patria? E soprattutto perché ci si dovrebbe attendere un calo dell’indebitamento quando la domanda e la crescita complessiva sono così deboli nell’Eurozona in generale?

Quello che è successo è che l’Eurozona si è trasformata in una Germania più debole. Secondo le stime, la bilancia delle partite correnti della zona euro fra il 2008 e il 2016 si è spostata verso il surplus nella misura di quasi il 5 per cento del prodotto interno lordo. Ogni Stato membro, secondo le previsioni, sarà in pareggio o in attivo nel saldo con l’estero. L’Eurozona dipende dalla disponibilità di altri a perseguire quella spesa e quell’indebitamento che l’Eurozona stessa al momento rifugge.

Il problema è che anche il resto del mondo segue la via della prudenza. La Bce ha adottato tassi reali (e nominali) negativi perché il risparmio supplementare al momento vale pochissimo. E anche perché ha imparato la lezione dei disastrosi risultati prodotti dall’aumento dei tassi operato nel 2011. La politica di allentamento adottata a partire dal 2012 ha prodotto quantomeno una ripresa rilevante, anche se inadeguata: la domanda reale è cresciuta del 4 per cento rispetto al minimo toccato nel primo trimestre del 2013, e l’inflazione di fondo, anche se è soltanto all’1 per cento circa, finalmente si è stabilizzata. Questo non è un fallimento, è un successo.

È inevitabile che politiche di questo tipo siano poco apprezzate nei Paesi creditori. Ma sostenere che il pericolo risieda in una politica monetaria eccessivamente accomodante significa non tenere conto dei pericoli rappresentanti da una politica monetaria eccessivamente rigida. Significa dare per scontato che la deflazione non rappresenterebbe un problema, quando invece farebbe aumentare l’indebitamento reale, comprometterebbe la flessibilità dei salari reali e limiterebbe perfino l’efficacia della politica monetaria, perché sarebbe molto più complicato generare tassi di interesse reali negativi, alla bisogna. Una spirale deflattiva rappresenterebbe una minaccia molto più seria dei tassi di interesse negativi.

Soprattutto, l’euro è destinato all’insuccesso se verrà gestito solo nell’interesse dei Paesi creditori. Le politiche dell’Eurozona devono essere equilibrate. La determinazione della Bce a evitare l’inflazione è un elemento importante in tal senso. Un altro è la volontà di raggiungere una domanda più equilibrata a livello nazionale: la presenza di un’enorme carenza di domanda (rispetto all’offerta aggregata) nell’economia più grande dell’Eurozona costituisce un problema serio; la procedura Ue per squilibri eccessivi dovrebbe essere molto più critica verso i surplus tedeschi.

Le idee e gli interessi della Germania hanno un’enorme importanza per la zona euro. Ma non devono decidere qualsiasi cosa. Se i tedeschi pensano che questo sottragga irrimediabilmente legittimità al progetto europeo, dovrebbero esercitare la loro opzione d’uscita. Farlo comporterebbe anche prepararsi a una grande instabilità nel breve termine. Ma fintanto che il Paese rimarrà nell’euro, dovrà accettare il fatto che la Bce ha un compito da svolgere. Se quest’ultima vi riuscirà, non sarà sufficiente a far funzionare bene l’euro, ma darà indubbiamente un contributo fondamentale in tal senso.

Copyright The Financial Times Limited 2016
(Traduzione di Fabio Galimberti)