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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2026

Il fronte cibernetico del porto

Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.

A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.

La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di lavoratori viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi dell'intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.

Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.

Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economica risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.

Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.

Il problematico dominio di ZPMC

Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.

Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.

Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.

E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia statunitense.

Normali gru o spie cyber?

Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.

Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica statunitense o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.

Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.

Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua catena di fornitura (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).

Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.

Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.

Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.

Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.

È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.

Il paradosso della globalizzazione

Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.

Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.

Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.

ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.

Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.

La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.

Fonte 

19/07/2026

Genova 2001, il futuro che avevamo davanti

Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.

Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.

Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.

Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.

In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.

Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.

Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.

Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.

Anche per questo Genova continua a parlarci.

Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.

A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.

L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.

Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.

Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.

Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.

Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.

In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.

Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.

Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.

Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.

Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.

La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.

È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.

Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.

Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.

Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.

La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.

Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.

È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.

Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.

Ma Genova è stata anche altro.

È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.

Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.

Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.

E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.

Fonte

29/08/2025

Draghi e la globalizzazione

Il discorso di Draghi al meeting di Rimini ha attirato molta attenzione ed è già stato oggetto di commento su queste pagine. Dato il peso dell’oratore, può meritare qualche considerazione ulteriore.

Se guardiamo ai fatti per quello che sono, l’odierna Unione Europea non è nata dagli svolazzanti “valori” di Draghi. È nata dalla paura, dal rancore e dall’egoismo di una classe dirigente politica, industriale e finanziaria, già condannata dai propri fallimenti e dalla complicità con il fascismo, che è stata ripescata dalla pattumiera della Storia e rimessa al proprio posto solo grazie alle armate statunitensi.

Mi riferisco alla paura della forza e del prestigio raggiunti dall’URSS grazie alla vittoria sul nazifascismo, e al rancore verso i popoli sovietici, che avrebbero dovuto soltanto essere ringraziati avendo pagato il prezzo maggiore di una guerra sanguinosa.

Questi sentimenti poco nobili si innestavano sul terreno di un’atavica russofobia (leggere “il manifesto di Ventotene” per credere), e si accompagnavano all’egoismo, impegnato a preservare i propri storici privilegi all’interno come all’esterno dei propri confini, ma in particolare a danno dei popoli colonizzati e di un “Oriente” perennemente propagandato come minaccioso, quando nella realtà è sempre stato oggetto di mire espansionistiche provenienti da Occidente.

Può una casa comune costruita su queste fondamenta prosperare in un quadro di cooperazione multilaterale paritaria ed equa? O non è piuttosto condannata a ripercorrere il proprio tragico passato verso il disastro?

Draghi non può porsi queste domande, e tanto meno rispondere, perché la montagna di falsità su cui il discorso pubblico “europeista” si erge è tale che, a mio parere, i suoi protagonisti hanno perso la capacità di discriminare il vero dal falso.

Sono troppo abituati a distribuire falsità per incolpare invariabilmente qualcun altro (preferibilmente l’orco russo o l’orco cinese, ma adesso anche l’orco nordamericano) della propria incapacità di rilanciare le prospettive di uno sviluppo di qualità per i propri Paesi e del proprio rifiuto a preoccuparsi seriamente di ridurre la disuguaglianza economica, sociale e territoriale all’interno dell’UE.

Sono falsità quelle ripetute nel discorso di Draghi, che ci vuole far credere che la globalizzazione è finita e che la colpa è della Cina. La globalizzazione non è affatto finita perché è strettamente legata allo sviluppo delle forze produttive a livello mondiale e, per il momento, non siamo ancora caduti in un epoca di regressione economica e sociale, nonostante l’Occidente faccia di tutto per spingere l’umanità verso il peggio.

Affermare che “la globalizzazione è finita” serve a nascondere che le prospettive di progresso dell’umanità si reggono oggi sulle forze del Sud globale, che ha strappato la bandiera del multilateralismo dalle mani dell’Occidente per farne finalmente qualcosa di serio. Ma soprattutto serve a nascondere che l’Unione Europea ha liberamente firmato un accordo con Trump che abiura a tutti i propri supposti princìpi.

D’altra parte è comprensibile, come potrebbe uno dei massimi ideologi del liberalismo contraddire la dottrina del libero commercio? È molto più comodo dare la colpa a qualcun altro! Ma la realtà è che, mettendo in fila gli errori accumulati dalle classi dirigenti UE, private e pubbliche, ne viene fuori un quadro disastroso:

1. avere permesso che cominciasse in Ucraina una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare;
2. trovarsi fottuti da un alleato che ha trasformato l’attacco comune contro la Russia in un attacco al cuore della UE;
3. incaponirsi in una guerra già persa e impiegare risorse in spese militari che sarebbero molto meglio spese altrove, a danno di prospettive di sviluppo già precarie;
4. piegarsi a pagare montagne di denaro allo stesso alleato che ti sta fottendo;
5. essere incapace (da continente povero di combustibili fossili) di sviluppare una propria filiera industriale nelle energie rinnovabili, in particolare nel comparto strategico dell’auto;
6. essere completamente colonizzati nella sfera digitale e incapaci di contribuire significativamente agli sviluppi dell’intelligenza artificiale;
7. sottoscrivere il delirio neoprotezionista di un fascista nordamericano fuori controllo.

In conclusione, la retorica di Draghi contro la globalizzazione non è meno intossicante di quella di Trump, e le sue parole servono a coprire la cruda verità che l’Unione Europea, firmando l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, si è accodata alla marea montante del fascismo statunitense accettandone, di buon grado e liberamente, presupposti e termini.

Il ventre oscuro dell’Occidente sta partorendo un nuovo mostro: “Non ancora si canti vittoria, uomini! Anche se il mostro giace nel fango, non crediate che sia finita la storia, perché la cagna che lo partorì è ancora in calore”. (B. Brecht)

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15/04/2025

USA - Ora i dazi cadono sulla testa di Trump...

Non è troppo complicato capire quali “aggiustamenti” si stiano imponendo alla nuova strategia commerciale statunitense, meno semplice è prevedere dove andrà a cadere la mannaia che separa il business ad usual (la continuità quotidiana del funzionamento del “sistema”) dalla piena consapevolezza che qualcosa di importante si è rotto nel meccanismo.

Partiamo dalle notizie che appaiono più attendibili (la certezza è ormai un valore del lontano passato). Dopo aver dichiarato guerra al mondo imponendo dazi pari alla metà del disavanzo commerciale esistente con ogni singolo paese o isola lontana (comprese quelle abitate solo da pinguini...), Donald Trump ha innestato una marcia indietro di dimensioni colossali.

Prima ha proclamato la “momentanea esenzione dalle tariffe reciproche per smartphone, computer e altri dispositivi elettronici”, richiesta a sirene spiegate dalle principali multinazionali Usa (Apple in testa, Tesla in seconda posizione) che da quasi 30 anni hanno delocalizzato la produzione fisica in Cina o altrove.

Subito dopo ha prospettato un’analoga sospensione temporanea anche per le automobili, su cui pure era stato imposto preliminarmente un dazio del 25% teso – nelle intenzioni un po’ dementi – a riportare negli States stabilimenti produttivi trasferiti altrove. Il tutto compensato da minacce di ulteriori dazi su semiconduttori e tutta la supply chain tecnologica, oltre che su altri settori quali il farmaceutico.

Come si vede, siamo passati da una impostazione tariffaria “uguale per tutti” ad una “comparto per comparto”, ascoltando le lamentazioni delle multinazionali Usa che vedono compromesso il loro business.

Qui si coglie facilmente l’ottusità retrograda di una “politica imperiale” che ignora la realtà del mondo attuale, costruita proprio dal grande capitale statunitense in primo luogo, per cui la produzione è ormai parcellizzata lungo le “catene del valore” sparse in decine di paesi diversi ma centralizzate da gruppi industriali privati prevalentemente Usa, anche se sempre meno.

Non puoi insomma ragionare “per Stati” – imponendo sanzioni sui prodotti fabbricati in loco – in un ambito materialmente “globalizzato”. Se introduci una variabile politica come i dazi sui componenti che devono entrare nel prodotto finale mandi all’aria la possibilità per le aziende di completare il ciclo produttivo e vendere il prodotto. E quelle aziende sono spesso “le tue” (come “nazione”).

Possiamo parlare di smartphone, pc o automobili o, quasi, di qualsiasi altra cosa: non c’è praticamente nulla – se non i prodotti alimentari “tipici” – che sia fabbricato mettendo insieme parti provenienti da un solo paese. Ogni dazio che metti (con l’intenzione di colpire “un paese”) in realtà è un mattone che ti dai sulla testa.

Una volta messe insieme tutte le telefonate preoccupate, o le facce storte dei suoi stessi ministri-miliardari, Trump non poteva far altro che aprire la lista delle “eccezioni” o delle “temporanee esenzioni”. Che in breve tempo, crediamo, diventeranno definitive perché – banalmente – non ci sono produttori alternativi made in Usa per certe merci.

Non volete credere a noi? Allora ascoltate IlSole24Ore, organo di Confindustria, che spiega perché “La manifattura Usa non tornerà grande”: “Il piano del tycoon, più che una strategia industriale, sembra la trama di una sitcom distopica: applicare dazi per far tornare a casa un’industria svanita da decenni.
Quando normalmente le tariffe si usano per proteggere ciò che ancora esiste, lui le impone per resuscitare qualcosa che ormai sta solo nei libri di storia”
.

L’introduzione di dazi crescenti col passare delle ore, nei confronti della Cina che rispondeva simmetricamente, ha portato di fatto al semi-blocco dei porti cinesi, intasati di merci che non possono partire se non si sa se potranno arrivare sul mercato Usa e quanto potranno costare.

Il nazionalista scemo a questo punto direbbe “Bene! Finalmente gliela facciamo pagare...”. Peccato che le cose vadano in tutt’altro modo, e da decenni. “Perché la maggior parte delle importazioni dalla Cina non sono microchip o componenti industriali, bensì prodotti finiti a basso costo: mobili, giochi, plasticherie varie. In parole povere: roba da scaffale. L’intera strategia di Walmart, il santuario del consumismo americano, si fonda su una raffinata gestione della supply chain con Pechino. Bloccare questi flussi significa, molto semplicemente, svuotare gli scaffali. E se ci mettiamo pure l’effetto inflattivo che ne consegue, ecco servita la tempesta perfetta per l’americano medio.
Dunque, nei prossimi venti giorni potremmo assistere a uno di questi due adorabili scenari: o i supermercati si svuoteranno come nel peggior incubo sovietico, o i prezzi schizzeranno verso l’alto. E il danno sarà sì per Trump, ma soprattutto per gli americani – quelli veri, quelli che non possono permettersi una bistecca da 40 dollari o un frigorifero connesso a internet”
.

Due scenari che si possono forse evitare solo togliendo, di fatto, i nuovi dazi.

Ma non è neanche detto che basti, anche se le borse hanno immediatamente apprezzato la retromarcia. La Cina infatti ha sfodera una risposta alternativa che vien solo ora – a cose fatte – “scoperta” dai geniacci euro-atlantici imbolsiti dal capitalismo finanziario: il blocco alle esportazioni di sette “terre rare” fondamentali per le tecnologie di punta.

“A 10 giorni dal loro inserimento nella lista dei prodotti soggetti a restrizioni all’export, le spedizioni di samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio, ittrio e dei magneti permanenti che incorporano alcuni di loro sono di fatto bloccate e nessuno osa fare previsioni sui tempi per ottenere una licenza per l’esportazione. Anche se bastassero poche settimane, gli stock disponibili al di fuori della Cina si ridurrebbero sensibilmente”.

A molti, quei nomi non dicono nulla ma, per esempio, il gadolinio è fondamentale per le macchine della risonanza magnetica. Altri elementi lo sono per i magneti dei motori elettrici, peraltro prodotti al 90% dalla stessa Cina.

Rompere un “sistema” sembra facile, se sei un deficiente. Ma se provi a farlo davvero – senza essere un rivoluzionario ma solo un fottuto miliardario reazionario – ti cade sulla testa.

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28/03/2025

La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

La polemica recente sul Manifesto di Ventotene tra la Presidente del Consiglio Meloni e il PD riporta quel documento al centro dell’attenzione. Sebbene molta parte della sinistra abbia sempre esaltato il Manifesto come espressione di una posizione progressiva e di sinistra, è invece importante chiarire come il Manifesto rappresenti una posizione regressiva e anti-democratica, che prefigura tutti i problemi di cui è afflitta la UE odierna. Per questa ragione proponiamo la lettura di ampi estratti dei primi paragrafi del libro di Domenico Moro, “Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”, edito da Meltemi

di Domenico Moro

Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.

Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’UE e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.

Appare evidente che il rilancio economico, sociale e democratico dell’Italia e dell’Europa richiede la rimozione del trasferimento a organismi sovranazionali di importanti funzioni statali, in particolare il controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta[1].

Inoltre, è possibile ricostruire una linea politica internazionalista – di solidarietà e unità tra i lavoratori europei e tra lavoratori autoctoni e immigrati – soltanto mettendo al centro il tema dello scardinamento della gabbia dell’euro. Questo può avvenire, secondo le condizioni concrete, in varie modalità, tra le quali non possono certo essere escluse a priori l’uscita negoziale e finanche unilaterale dall’euro. Eppure, molti continuano a rifiutarsi di prendere persino in considerazione una qualche via di superamento o di uscita dall’euro, ignorando la centralità della questione dell’integrazione economica e valutaria europea.

Quali sono le ragioni di un tale rifiuto? Le motivazioni sono di due tipi, economiche e politico-ideologiche. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sulla riluttanza persino a prendere in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale nella società italiana ed europea, siano le motivazioni politico-ideologiche. Da una parte, queste sono percepite come meno “tecniche” e quindi maggiormente comprensibili. Dall’altra, soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato in Italia, ma presente anche in altri Paesi dell’Europa occidentale. In effetti, bisogna dire che la questione dell’euro e dei trattati non è una questione soltanto tecnica, cioè di meccanismi economici, che in genere sono tutt’altro che neutrali. A maggior ragione, la questione dell’euro e dei trattati è anche e soprattutto una questione politica, cioè di scelte basate su interessi di classe e tese a modificare i rapporti di forza fra classi e settori di classi sociali.

Tra le motivazioni politico-ideologiche la principale è quella che ritiene l’uscita dall’euro politicamente e storicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Il concetto di nazione, per ragioni che spiegheremo poi, viene identificato con quello di nazionalismo. Di conseguenza, il rifiuto dell’euro e con esso dell’unità europea significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e di conseguenza l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni espresse da partiti di destra o estrema destra come il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, e la Lega in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci e sia persino anti-storico, a causa della dimensione ormai globale raggiunta dal capitale. Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione «è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria».[2] In particolare, sempre secondo Negri, per i lavoratori dei Paesi avanzati il globale sarebbe una modalità di vita per rompere con «la barbara identità nazionale».[3] A questa posizione, si può facilmente obiettare che la globalizzazione è stata una risposta del capitale per risolvere la sua crisi (l’eccesso di capacità produttiva e il calo dei profitti), mediante le delocalizzazioni e la riduzione dei salari e del Welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a proprio sfavore, nella fattispecie ai danni del lavoro salariato, ad esempio permettendo di ricattare i lavoratori con la minaccia delle delocalizzazioni.

Nei primi anni duemila Negri riteneva si fosse realizzata la «costruzione di un impero capitalista» unificato, deducendone, quindi, – in compagnia di una parte notevole dell’intellettualità di vari orientamenti ideologici e politici – che gli Stati e le nazioni non avessero più alcuna ragione di esistere o che fossero ormai organismi che non contavano più molto. In un tale contesto, l’Europa unita non solo avrebbe sancito il superamento dell’obsoleto Stato-nazione, ma la possibilità di «costruire una democrazia assoluta a livello di impero […] come contro-Impero».[4] Anche qui la realtà si è incaricata di smentire elaborazioni teoriche troppo astratte, che non tenevano conto delle caratteristiche e delle finalità della costruzione europea. In Europa non è emerso un impero unitario, ma, al contrario, la competizione tra Stati e tra imperialismi si è manifestata più volte: dal contrasto all’epoca della guerra in Iraq tra Francia e Germania, da una parte, e Usa, dall’altra, fino al contrasto franco-italiano in Libia, per non parlare dei conflitti sul commercio e sulla politica internazionale che dividono Usa ed Europa (e da cui nasce l’elezione di Trump) e sempre più spesso l’Europa al suo interno. Soprattutto, la possibilità che le “moltitudini” europee realizzassero un soggetto politico democratico («un contropotere rispetto all’egemonia capitalistica dell’impero»[5]) è naufragata sullo scoglio dei movimenti xenofobi e nazionalistici che l’Europa stessa ha contribuito a promuovere, a causa dell’aumento della povertà e dell’allargamento dei divari tra Paesi europei.

A ogni modo, le motivazioni politiche contro l’uscita dall’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione, democrazia e lotta di classe è complesso. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione per come si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale. Altiero Spinelli e gli altri autori del Manifesto di Ventotene (Ursula Hirschmann, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi), fino a oggi punto di riferimento ideale della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo Stato nazionale. Per eliminare per sempre la possibilità di una guerra e la rinascita del fascismo, scrivono, bisogna eliminare la «sovranità assoluta» degli Stati europei, subordinandoli all’Europa unita. Il Manifesto di Ventotene è influenzato dalle tesi di Albert O. Hirschman, fratello di Ursula e cognato di Eugenio Colorni. Hirschman era un economista tedesco che, dopo aver completato i suoi studi a Berkeley, si era arruolato nell’esercito statunitense. Dopo la guerra, divenne alto dirigente della Banca centrale statunitense per i Paesi del Commonwealth e fu candidato al premio Nobel. Le sue riflessioni sono funzionali alla ricostruzione del mercato mondiale controllato da istituzioni internazionali sotto l’egemonia statunitense. In Potenza nazionale e commercio estero (1945) Hirschman scrive che la politica di potenza statale, che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale, può essere superata solo privando gli Stati dell’autonomia sulle scelte economiche, cioè della sovranità nazionale, subordinandoli alle regole di organismi sovranazionali: «[il superamento della politica di potenza] può esser fatto solo con un attacco frontale contro l’istituzione che sta alla radice del possibile impiego delle relazioni economiche internazionali per obiettivi di potenza nazionale, cioè contro l’istituzione della sovranità nazionale».[6]

Proprio l’eliminazione della sovranità economica nazionale è uno dei pochi obiettivi realizzati, mediante l’euro, dal movimento europeista. Però, realizzando una sorta di eterogenesi dei fini, è curiosamente proprio la limitazione della sovranità economica nazionale che ha portato di nuovo in Europa all’egemonia della Germania, vale a dire il Paese da cui muoveva la critica di Hirschman alla politica di potenza mediante il commercio estero. E, per giunta, si tratta di una egemonia basata sul commercio estero, che ha condotto la Germania ad accumulare un surplus della bilancia commerciale superiore persino a quello della Cina.

Il concetto di nazione acquisisce un significato così negativo che, secondo il Manifesto di Ventotene, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo Stato nazionale o per lo Stato sovranazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico, tipico della fase degli anni Trenta, verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa. Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e come una «erronea deduzione» dai principi del socialismo, che porterebbe automaticamente alla dittatura burocratica. All’epoca l’URSS stava combattendo una lotta senza quartiere contro il nazismo a fianco degli angloamericani, che le sarebbe costata circa ventitré milioni di morti, mentre i comunisti in Italia e in Francia erano parte fondamentale della Resistenza. Ciononostante, gli autori del Manifesto di Ventotene sembravano preoccupati soprattutto di individuare le contromisure nei confronti degli scomodi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopoguerra: «Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo».[7]

Il nazionalismo della prima metà del Novecento, in realtà, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto storico e di specifiche condizioni socio-economiche. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di Stato.[8] Durante quel periodo storico, tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni Trenta con l’economia cosiddetta autarchica. Le economie nazionali erano allora ripiegate al loro interno e gli scambi con l’estero di merci e di capitali avvenivano soprattutto all’interno degli imperi nazionali, tra la metropoli, cioè la potenza imperialista, e le sue colonie. Nel 1937 l’Italia dirigeva verso le sue colonie quasi il 25% delle sue esportazioni totali, ma riceveva appena il 3% delle importazioni.[9] Solamente grazie ai surplus commerciali con le colonie molti Paesi europei riuscivano a ridurre o annullare i deficit della loro bilancia complessiva degli scambi con l’estero. La City di Londra mantenne per decenni il suo ruolo di centro finanziario mondiale grazie ai surplus dell’interscambio con le sue colonie e al trasferimento di oro tra il Regno Unito e l’India, all’epoca il suo dominio principale. In quel periodo, infatti, il Regno Unito aveva una bilancia commerciale con l’estero cronicamente in deficit, e su export e produzione industriale perdeva continuamente posizioni a favore della Germania.[10]

È ovvio che, in un tale contesto di scambi più circoscritti, lo Stato avesse un ruolo nell’economia più interventista e più diretto, che determinava una tendenza al capitalismo di Stato, affermatasi pienamente dopo la crisi del 1929. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica, prima quella del 1905-1913 e poi quella del 1929, e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche. Gli imperialismi britannico, tedesco, francese e italiano erano impegnati nella competizione per il controllo di aree periferiche allo scopo di garantirsi uno sbocco all’eccedenza di merci e capitali e la fornitura di materie prime a basso costo. Le ideologie nazionalistiche furono lo strumento per la mobilitazione delle masse verso la Prima guerra mondiale. In seguito, l’affermazione del fascismo, come forma estrema e specifica di nazionalismo, fu funzionale all’espansionismo del grande capitale monopolistico uscito sconfitto dalla Prima guerra mondiale, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nei casi dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e una parte dei suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.[11]

Quando si parla di fatti e idee sociali, come nel caso del concetto di nazione e del nazionalismo, bisognerebbe inquadrarli nel contesto storico. Quindi, la prima domanda che ci si dovrebbe porre è: qual è il periodo storico che attraversiamo? Quali ne sono le specificità concrete in riferimento al problema che discutiamo? Per rispondere a queste domande la prima cosa da dire è che oggi la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa da quella degli anni tra le due guerre mondiali, perché l’accumulazione, cioè la realizzazione di profitto, non avviene che in minima parte su base nazionale. Il mercato principale della Volkswagen non è la Germania ma la Cina e quello della Fiat, prima dell’acquisizione di Chrysler, non era l’Italia ma il Brasile e oggi il Nord America. La Fiat, oggi divenuta FCA, realizza il 60% dei ricavi e il 75% dei profitti nell’area Nafta (Usa, Canada, Messico), oltre ad aver spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito.[12] Del resto, non sono poche le grandi imprese “italiane” che hanno sede all’estero, ad esempio Ferrero in Lussemburgo e STMicroelectronics in Olanda. Dunque, dalla forma di capitalismo monopolistico di Stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato.[13] In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti all’estero sia di portafoglio sia diretti (IDE).[14] L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi avanzati a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione tra imprese e integrazione tra capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia. Questo, però, non significa che non si ricorra anche allo strumento militare, che però non tende al controllo diretto di aree periferiche, quanto a determinare assetti favorevoli o a eliminare governi e stati scomodi, attraverso la capacità d’intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura.

Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, divenuto ormai obsoleto, e abbracciando il cosmopolitismo, che ha varie declinazioni. Ad esempio in campo militare, come ha ben documentato Vladimiro Giacché, assume la veste di interventismo “umanitario” o per esportare la “democrazia”. In questo modo, il vecchio imperialismo nazionalista diventa, secondo l’espressione di Ignatieff, «imperialismo dei diritti umani».[15] In una fase storica in cui i margini di profitto derivano dalle economie di scala e dalla integrazione della produzione a livello internazionale l’andamento delle economie nazionali europee ha molta meno importanza. Di conseguenza, decade la necessità che lo Stato sostenga l’economia e il Pil domestico mediante il debito pubblico. Anzi, come vedremo più avanti, il debito pubblico diventa un ostacolo alla creazione del mercato finanziario che fornisce alle grandi imprese i capitali per operare a livello mondiale.[16]

Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va confusa nel modo più assoluto con quella internazionalista. L’internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall’esistenza delle nazioni e dagli Stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalità nazionali e statali mediante la costruzione di una solidarietà e di una unità di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalità differenti, nei confronti del capitale. L’internazionalismo tiene conto dell’esistenza delle nazionalità e sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l’oppressione dell’imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati. Ma inquadra l’intera questione nazionale all’interno della difesa degli interessi generali del lavoro salariato e delle classi subalterne e lotta contro tutto quanto divida e metta in concorrenza i lavoratori, comprese le differenze nazionali.

Il cosmopolitismo, invece, prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato a una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo può offrire, sia una ampia libertà di movimento al di sopra e attraverso i confini statali.

Note

[1] Le responsabilità dell’integrazione economica e monetaria nella crisi europea e italiana e le tematiche del suo superamento sono state approfondite, sebbene con accenti diversi, da diversi economisti italiani, tra i quali citiamo Alberto Bagnai, che ha svolto un ruolo pionieristico, Sergio Cesaratto, Emiliano Brancaccio, Ernesto Screpanti, Vladimiro Giacché, Massimo d’Antoni, Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati. I testi di alcuni di questi autori sono citati in bibliografia.

[2] Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17, 18-22 gennaio 2017

[3] Toni Negri, Ibidem.

[4] Antonio Negri, “Strategie politiche per l’Europa. Europa necessaria, ma possibile?” (settembre 2001) In L’Europa e l’impero, manifestolibri, Roma 2009, p. 118.

[5] Ibidem, p. 119.

[6] Albert O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero, il Mulino, Bologna 1987, p. 61. Il corsivo è nostro.

[7] Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene 1941-1944.

[8] Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di Stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.

[9] Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, Supplemento all’Annuario Statistico Italiano, Supplemento n. 4 Commercio estero, ottobre 1944.

[10] Marcello De Cecco, Moneta e Impero, Donzelli Editore, Roma 2017.

[11] Maurizio Ridolfi, Storia dei partiti politici, Bruno Mondadori, Milano 2008.

[12] Fca, Relazione finanziaria, 30 settembre 2017. Il dato si riferisce ai primi nove mesi del 2017.

[13] Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.

[14] Gli IDE sono investimenti di capitale in una impresa estera, già esistente o realizzata ex novo. Gli IDE si distinguono dagli investimenti di portafoglio in quanto hanno un orizzonte temporale lungo e devono raggiungere almeno il 10% del capitale con diritto di voto nel consiglio d’amministrazione.

[15] Cit. in Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso, DeriveApprodi, Roma 2008, p. 51.

[16] Riccardo Parboni, “Il materialismo storico e la crisi mondiale”, in R. Parboni (a cura di), Dinamiche della crisi mondiale, Editori Riuniti, Roma 1988.

Fonte

20/09/2024

Le tensioni tra Usa e Cina e lo stato di salute del capitalismo mondiale

di Raffaele Sciortino

Benjamin Bürbaumer, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation, Paris, La Découverte, 2024

Nella letteratura sullo stato delle relazioni sino-americane non è affatto facile ritagliarsi uno spazio. A maggior ragione se il focus non è su aspetti particolari ma sul quadro complessivo, nello spazio e nel tempo, dello scontro che va delineandosi tra Stati Uniti e Cina Popolare. Ciò vale in particolare per gli studi europei non in lingua inglese, sui quali pesa la scarsa attenzione per un tema che il pubblico continentale percepisce sì come cruciale ma tende a vivere da spettatore passivo. Gioco forza, data la crescente irrilevanza della Unione Europea nel quadro economico e geopolitico mondiale. Rappresenta una parziale eccezione la Francia, per ragioni che rimandano vuoi alle mai scomparse velleità geopolitiche vuoi alla percezione del declino interno e internazionale del paese.

Dopo la pubblicazione tra il 2022 e il 2023 di alcuni lavori in lingua francese sulla competizione tra le due potenze[1], è da poco uscito su questo tema il lavoro di un giovane studioso di economia politica internazionale, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation di Benjamin Bürbaumer. Mentre fin qui il focus delle analisi si è per lo più incentrato sull’ambito della politica internazionale, ciò che caratterizza in positivo questo studio è il rifiuto esplicito di un approccio che fa della geopolitica una dinamica separata e in ultima istanza decisiva incentrata oltretutto sulla relazione tra attori nazionali. La tendenza allo scontro Usa/Cina parla innanzitutto dello stato di salute del sistema capitalistico mondiale e della parabola paradossale della globalizzazione (che gli autori francesi chiamano mondializzazione). Paradossale a misura che il “nodo mondializzazione-finanziarizzazione” – il cui asse, vedremo, si è costituito proprio intorno alla relazione Stati Uniti/Cina – ha sì permesso al capitalismo mondiale la fuoriuscita dalla crisi degli anni Settanta, ma alla condizione di innescare l’ascesa di un potente rivale del capitale occidentale che è oggi arrivato a contestare la “supervisione” statunitense della mondializzazione stessa.

Di qui lo scontro che si va delineando sotto i nostri occhi e che per l’autore configura una lotta per l’egemonia alla scala del sistema mondiale: la spinta di Pechino per un ordine internazionale alternativo di contro alla reazione di Washington per il mantenimento dell’ordine esistente. Uno scontro che mette a rischio la stessa mondializzazione non per fattori esogeni, bensì per la dinamica conflittuale stessa del capitalismo. Di qui il titolo a suo modo provocatorio del libro.

Traspare da questa ipotesi centrale il riferimento marxista dell’autore, che da un lato punta a un’attenta analisi degli elementi strutturali della mondializzazione (in particolare, i flussi degli investimenti esteri di capitale, diretti e finanziari, e non semplicemente gli scambi commerciali), dall’altro si serve del concetto gramsciano di egemonia trasposto sul piano delle relazioni internazionali per incastonare queste ultime nelle dinamiche di classe interne agli stati nazionali in gioco. Il connubio di questi due elementi permette di sfuggire all’uso invalso dello strumentario gramsciano, oramai neutralizzato nella disciplina delle relazioni internazionali sotto la vuota etichetta di soft power o ridotto a mera critica culturale.[2] Ma permette altresì di evitare un’attitudine analitica e politica tipica di buona parte della critica francese (e non solo) della mondializzazione, letta come frutto della sola intenzionalità politica e/o come produzione del “discorso neoliberale”.[3] Ciò non toglie che questo ancoraggio marxista risulta a volte come ingabbiato in un apparato concettuale che sembra rimandare alla scuola francese della regolazione e, più in generale, a un approccio di International Political Economy fermo alla combinazione di politica ed economia e dei livelli di analisi internazionale e interno più che teso a investigarne i nessi intrinseci nei termini della legge del valore dispiegata a scala mondiale.

Proviamo allora a ripercorrere il ragionamento di Bürbaumer e man mano porne in luce meriti e criticità.

Innanzitutto, si pone la questione di cosa deve intendersi per mondializzazione nel suo rapporto al capitalismo. E la risposta sta in una stimolante genealogia per fatti stilizzati della “fabbricazione americana della mondializzazione” (titolo del primo capitolo che rievoca The Making of Global Capitalism di Sam Gindin e Leo Panitch, un testo degli anni Dieci che ha avuto una certa importanza nel dibattito radical sul tema). Il punto di innesco della crisi dell’ordine fordista precedente viene individuato nell’insubordinazione operaia e popolare di quello che è stato chiamato il Lungo Sessantotto. Questo fattore unitamente all’acuita concorrenza inter-capitalistica, in particolare dovuta alla ripresa delle economie giapponese e tedesca, e alla caduta dell’efficienza del capitale porta alla “crisi strutturale del capitalismo statunitense” (pp. 25-6) manifestata dalla caduta della profittabilità delle grandi imprese e dal graduale esaurimento del paradigma tecno-economico incentrato sul binomio automobile-petrolio. La reazione della borghesia Usa al rischio declino si sostanzia negli anni Settanta nel prevalere della sua frazione “transnazionale” volta a rilanciare gli investimenti esteri e il commercio internazionale e dunque a smantellare, in patria e soprattutto all’estero, i limiti alla libera circolazione di capitali e merci. Non senza l’aiuto dello stato americano, ha così potuto superare le resistenze interne del capitale nazionale più orientato al protezionismo nonché integrare nei nuovi circuiti dell’internazionalizzazione e legare a sé le frazioni di borghesia europea e giapponese (in nota l’autore recupera a questo riguardo il concetto di “borghesia interna” di Poulantzas, che rimanda al dibattito marxista degli anni Settanta sulla caratterizzazione del nuovo “super-imperialismo” americano)[4]. Per questo risultato è stato cruciale secondo Bürbaumer – ecco la nota “gramsciana” aggiornata alle analisi sulla borghesia transnazionale di Stephen Gill sulla Commissione Trilaterale e quelle più recenti di Van Appeldoorn-de Graaf sulle reti dell’élite “corporate” statunitense – il ruolo degli emergenti think tank globalisti, veri e propri organi di pianificazione politica per l’elaborazione della nuova Grand Strategy americana.[5] Ciò si è combinato con l’offensiva anti-operaia in Occidente e l’estensione a palla di neve della deregulation ai paesi del Terzo Mondo, piegati dalla trappola del debito estero e dalle conseguenti terapie choc. Il tutto ha avuto inizio già con le amministrazioni americane degli anni Settanta, si è rafforzato sotto Reagan ed è culminato nel decennio clintoniano, non senza l’apporto della caduta del blocco cosiddetto socialista.

Questa ricostruzione incrocia la tesi “smithiana” di Robert Brenner dell’accresciuta competizione inter-capitalistica anni ’60-’70 con la tesi della diminuita redditività del capitale. Sicuramente avrebbe beneficiato altresì di un accenno agli “interventi umanitari” americani che hanno caratterizzato il cosiddetto momento unipolare. In ogni caso ha un duplice merito. Il primo è quello di sottolineare come la ripresa della profittabilità delle multinazionali statunitensi – via delocalizzazioni della produzione industriale: ecco dove si inserisce la Cina – sia consistita e consista tuttora nel “drenaggio” (p. 63) di valore dagli investimenti esteri in una misura superiore a qualunque altro concorrente: la mondializzazione dunque si basa su di una asimmetria strutturale a favore dell’imperialismo Usa (l’autore non usa questo termine, ma a più riprese sottolinea questo nesso). In questo quadro, ma anche nell’economia dell’insieme del lavoro in oggetto, è di particolare importanza l’analisi dedicata al ruolo del dollaro per le basi materiali della riconfigurazione dell’egemonia americana. Bürbaumer sceglie di parlarne diffusamente solo nel quarto capitolo (“La contestazione del privilegio esorbitante del dollaro”) in relazione al tentativo cinese di aggirare quella che si è rivelata essere un’arma fondamentale del capitalismo americano, ma il tema è già implicito nella genealogia della mondializzazione. L’analisi è di tipo funzionalista e istituzionalista – sulla scorta, ci sembra di capire, di Aglietta, Orléan, Cartelier, ma anche per ragioni metodologiche e per il livello di astrazione scelto – più che strettamente marxista (moneta come rapporto sociale, espressione necessaria del valore come forma della socializzazione della produzione basata sul capitale, contestuale al potere statale). Comunque sia, particolarmente efficace nella sua sinteticità risulta la spiegazione del peculiare signoraggio del dollaro che, in particolare dopo lo sganciamento dalla convertibilità con l’oro nel 1971, ha permesso a Washington di indebitarsi nella propria moneta a tassi di interesse bassi e di investire all’estero i capitali così ricavati grazie alla politica monetaria della Federal Reserve, unitamente all’attrattività dei Treasuries americani come bene rifugio e all’accumulo di riserve denominate nel biglietto verde da parte delle banche centrali del resto del mondo. Alla base di ciò, ovviamente, la circolazione del dollaro come mezzo di scambio a valenza mondiale, rafforzata dall’accordo del 1974 con l’Arabia Saudita sul prezzo e vendita del petrolio in valuta statunitense. I dati riportati dall’autore illustrano ampiamente il dominio monetario che ne è seguito – e che vige tutt’oggi nonostante la tempesta del 2008 – che ne fa la moneta “liquida” per eccellenza, supportata da una fin qui insuperata potenza diplomatica e militare. Il che spiega, altresì, la possibilità per Washington di reggere da cinquant’anni a questa parte un crescente doppio deficit, e quindi debito, statale e estero senza incorrere nella necessità di un doloroso risanamento della bilancia dei pagamenti. La tenuta del fronte interno negli States deve molto, se non quasi tutto, a questo.

Con ciò siamo direttamente al secondo punto di merito di questa ricostruzione. Come è stato possibile, nonostante la relativa de-industrializzazione negli Stati Uniti con conseguente perdita di potere contrattuale da parte della classe operaia, ricacciare indietro il lavoro organizzato e però conservare la pace sociale? È qui che si inserisce il ruolo essenziale della Cina in questo processo di “fabbricazione” della mondializzazione. Averne fatto grazie agli investimenti delle multinazionali la fabbrica del mondo dai bassi costi, i cui prodotti hanno libero accesso ai mercati occidentali, vi ha permesso una pressione deflazionistica sui salari delle classi lavoratrici contestualmente al riversarsi nel loro paniere di una massa di prodotti d’uso a basso costo. Questo il rapporto di classe su scala internazionale che è l’altra faccia dell’internazionalizzazione della produzione e della finanza.

A questo punto Bürbaumer può passare nel secondo capitolo del libro a illustrare i passaggi essenziali dell’“inserzione subordinata” (p. 88) della Cina nella rete della mondializzazione: l’aggettivo è altrettanto importante del sostantivo. Analiticamente, si possono distinguere dai fattori esogeni – quelli attinenti ai processi di internazionalizzazione delle imprese e della finanza americane attraverso le nuove catene globali del valore – quelli endogeni che hanno dato luogo alla più che trentennale “alleanza di circostanza” (p. 74) tra le due sponde del Pacifico. Su questo versante l’autore attribuisce particolare importanza al peculiare assemblaggio tra le spinte modernizzatrici e sviluppiste proprie del corso politico post-maoista del Partito Comunista Cinese e l’emergere di una classe capitalista come escrescenza degli apparati di partito, il che ha fatto prevalere la spinta all’apertura verso l’Occidente. (A questo riguardo, però, andrebbe ricordata l’importante mossa diplomatica di Mao sfociata nel rapprochement con l’amministrazione Nixon già nel ’72, ben prima del depositarsi definitivo delle polveri sollevate dalla Rivoluzione Culturale e dell’inizio del corso denghista).[6] Nel corso degli anni Novanta – dopo che la liberalizzazione contestata da piazza Tien An Men nell’89 è stata riformulata in termini più graduali ma sostanzialmente riconfermata e spinta in avanti – questo processo ha liberato forze potenti che hanno fatto nascere nuovi settori sociali pro apertura in una dinamica autoalimentantesi (p. 75).

Non seguiremo nel dettaglio la descrizione del corso cinese di “riforma e apertura” sintetizzato in questo capitolo. Ma possiamo fermarci brevemente su alcune domande che il libro, nell’affrontare questo grumo di questioni obiettivamente intricatissimo, inevitabilmente solleva. Si tratta, in sintesi, della caratterizzazione della formazione economico-sociale cinese. L’autore dà per scontata, comprensibilmente, la natura capitalistica della Cina attuale. Ma non ritiene di doversi soffermare sul problema della sua transizione al capitalismo: quando si è data? Come? Quali le cause profonde? Ha avuto luogo una “restaurazione” capitalista di una formazione già socialista o transitante verso il socialismo, come molta letteratura marxista di ascendenza anche opposta (trozkista, marxista-leninista, radical) ritiene? Oppure sotto le bandiere del socialismo maoista ha avuto luogo una peculiare accumulazione primitiva capitalista – peculiare in quanto scaturita da una rivoluzione democratica contadina in un paese periferico di antica civiltà, non passato attraverso una fase feudale e sottoposto alla rapina semicoloniale – che a un certo punto ha prodotto anche dall’interno le spinte all’apertura al mercato mondiale concomitante con la pressione imperialista esterna senza però subordinarvisi del tutto proprio in forza di quel retaggio?[7] Questioni che hanno tutta una complessa stratificazione storica e politica. Per restare nei limiti di una “critica immanente” al libro possiamo far notare due implicazioni della loro rilevanza. Primo, la permanenza di una “questione agraria” in Cina, che rappresenta sì un ostacolo al pieno dispiegamento di un moderno capitalismo all’altezza dell’imperialismo occidentale ma anche un ammortizzatore rispetto a una proletarizzazione selvaggia e incontrollata.[8] Secondo, e collegato a ciò, la collocazione delle classi lavoratrici delle campagne e delle città, che sono sì forza-lavoro a basso costo disciplinata dall’educazione “socialista” (p. 90) ma anche forza attiva nel condizionare lo sviluppo capitalistico cinese spingendolo verso una modernizzazione accompagnata da un compromesso sociale di tipo più socialdemocratico. Sono dunque i rapporti di classe interni alla Cina, intrecciati alla dinamica del capitalismo mondiale, a spiegare sia perché il partito-stato abbia potuto e dovuto evitare un passaggio da terapia choc, sia perché all’indomani della crisi del 2008 abbia tentato di svoltare rispetto a un modello di sviluppo eccessivamente dipendente ed esposto alle crisi cicliche e alle strategie di controllo provenienti da Occidente.

Per intanto registriamo con l’autore che dagli anni Novanta dello scorso secolo la Cina diventa la destinazione numero uno del flusso degli investimenti diretti americani, una “vacca da latte delle multinazionali americane” (p. 89), snodo cruciale delle catene del valore controllate dagli oligopoli occidentali, paese esportatore di peso mondiale ma pur sempre di beni manufatti a medio-basso valore aggiunto per conto, appunto, di quelle multinazionali. A questo riguardo Bürbaumer – forse memore del vecchio dibattito marxista di inizio Settanta tra Mandel e Nicolaus – fa giustamente notare che, data questa configurazione dei circuiti internazionali del capitale, non è certo la bilancia commerciale l’indice più significativo del peso specifico di un’economia nazionale se non se ne disaggrega il valore aggiunto domestico contenuto nelle esportazioni. Per non parlare dei profitti occidentali rimpatriati nonché dell’obbligo tacito, anche per la Cina, di reinvestire parte del surplus commerciale nei titoli del Tesoro statunitensi come contropartita dell’apertura dei mercati occidentali e dell’acquisizione di tecnologie (comunque non del livello più alto). E il cerchio si chiude.[9]

Si riapre, però, con la svolta successiva alla crisi finanziaria globale, che il libro affronta nell’ultima parte del secondo capitolo. La crisi si incarica di portare a maturazione le fragilità della “simbiosi transpacifica” (p. 95). Fragilità presenti già prima della tempesta per quanto con modalità differenti sui due versanti. Su quello cinese (pp. 95-101), si tratta di uno sviluppo improntato a forti investimenti in capitale fisso senza però, almeno dagli anni ’00, decisi incrementi di produttività e di innovazione tecnologica, la cui assenza viene compensata da una crescita meramente quantitativa della produzione.[10] Di conseguenza, l’unica via di uscita resta l’extraversione dell’economia, che fissa però la Cina al ruolo di macchina da esportazione dipendente, nei modi visti, dai mercati occidentali, con bassi livelli di consumo interno e, nonostante i successi della lotta alla povertà, processi di massiccia proletarizzazione senza la possibilità di formazione di una vera classe media. A questo proposito l’autore sembra dare una torsione “keynesiana” al ragionamento insistendo sul divario sovracapacità produttiva / scarsi consumi come causa dell’extraversione commerciale, fonte di tensioni con gli Stati Uniti.[11] Il punto, a mio avviso, è però distinguere l’extraversione dipendente da multinazionali e mercati occidentali, fonte di un surplus commerciale a basso valore aggiunto cinese, da una proiezione esterna basata invece su investimenti interni a più alto contenuto tecnologico al fine di risalire le catene globali del valore ed erodere il prelievo imperialista occidentale. Solo questa seconda strategia – intrapresa sotto la presidenza Xi Jinping – permette di innalzare sul medio-lungo termine anche salari e consumi interni e di accedere a un compromesso sociale di tipo socialdemocratico.

Sul versante americano (pp. 101-3), nonostante il periodo di vacche grasse per il grande capitale, incubano le contraddizioni dovute al crescente indebitamento delle classi lavoratrici, alla disgregazione sociale risultato della deindustrializzazione, e alla formazione di bolle speculative nella finanza come quella subprime, poi puntualmente esplosa. Bürbaumer ne conclude che quella simbiosi era in realtà solo apparente, senza un’effettiva convergenza tra le due economie (p. 112) a causa, da un lato, dello scarso radicamento, qualitativo e quantitativo, delle multinazionali statunitensi nel tessuto produttivo cinese – nulla di paragonabile con l’entità degli investimenti diretti in Europa – e, dall’altro, per il forte controllo da parte dello Stato cinese sulle aperture economiche attraverso la limitazione delle acquisizioni straniere, la formazione di forti conglomerati monopolistici pubblici e la subordinazione del capitale privato.

A questo proposito possiamo rincarare la dose. Senza bisogno di aderire alla lettura arrighiana di una Cina qualitativamente differente e relativamente separata dal capitalismo occidentale[12], è vero che il corso economico cinese non è mai stato né puramente “neoliberale” né – storia e rivoluzione contano – completamente subordinato all’imperialismo occidentale. Il prelievo di valore da parte delle multinazionali occidentali e l’inserimento nella rete di dominio mondiale del dollaro e della finanza statunitense hanno rappresentato, nelle condizioni storiche date, la via di accesso quasi obbligata della Cina al mercato mondiale come condizione di un suo salto nella modernizzazione interna (e così, crediamo, sono sempre state viste dalla frazione determinante del Partito Comunista Cinese, al di là di transitorie giravolte “liberiste”).

Le traiettorie, innanzitutto economiche, di Stati Uniti e Cina iniziano decisamente a divergere con lo scoppio della crisi globale perché la parabola discendente dell’accumulazione mondiale, col suo epicentro di crisi in Occidente, rovescia la loro relativa interdipendenza già strutturalmente asimmetrica in contrasto di interessi sempre meno conciliabili, economici e geopolitici. È qui che la struttura si fa azione: per la Cina proseguire sulla linea degli ultimi decenni avrebbe significato non solo confermare la subordinazione fin qui gioco forza accettata, ma rischiare il blocco se non il rinculo del proprio sviluppo economico e, con esso, la messa a rischio dell’ordine sociale garantito dalla crescita verso una “prosperità moderata”. Un regime change di marca filo-occidentale ne sarebbe stato l’esito probabile.

Torniamo al libro. L’asimmetria di collocazione nel sistema capitalistico mondiale – che Bürbaumer discute nei suoi diversi aspetti, non solo economici – si manifesta anche nell’opposta reazione di Washington e Pechino alla crisi. Per gli Usa si tratta di continuare, dopo e grazie ai salvataggi della finanza, col business as usual: vanno in questa direzione le mosse della Fed per confermare la centralità mondiale del dollaro.[13] Tutta la parte centrale, cioè i capitoli terzo (“Sfuggire al controllo americano delle catene globali del valore”) e quarto (“La contestazione del privilegio esorbitante del dollaro”), sono un’efficace illustrazione dello sforzo cinese di aggirare questa che oramai è divenuta una vera e propria trappola per le proprie prospettive di sviluppo. Può non essere superfluo ricordare che, secondo l’autore, non è stato il cambio al vertice con l’arrivo di Xi Jinping ad aver prodotto il superamento del connubio denghista di liberalizzazione economica e minimalismo in politica estera, bensì qualunque altro dirigente si sarebbe dovuto confrontare con le sfide poste dal nuovo contesto (p.117).

In estrema sintesi, si è trattato a questo punto per Pechino di cercare una collocazione diversa alle proprie imprese nella divisione internazionale del lavoro risalendo la catena globale del valore anche dal punto di vista tecnologico e, al contempo, di portare avanti una “lotta per le infrastrutture” al fine di incanalare verso di sé i flussi di valore precedentemente appropriati dall’Occidente. Il punto di convergenza di questo doppio asse strategico l’autore lo rinviene nel progetto delle Nuove Vie della Seta (BRI, secondo l’acronimo inglese), la vera sfida cinese al dominio statunitense sui flussi mondiali di valore. Lanciato, come è noto, nel 2013 questo progetto è la cornice generale della proiezione esterna autonoma delle imprese cinesi sul mercato mondiale, finalizzata sia ad accrescere il valore aggiunto domestico delle merci esportate sia a dare inizio a una esportazione di capitali in proprio, salita effettivamente al 2022 al 9% dello stock mondiale (di contro al 22% statunitense, di tutt’altro spessore qualitativo).

Ma il cambio di strategia non si limita a ciò. Come accennavamo, altrettanto se non più importante delle mere cifre economiche è secondo Bürbaumer il tentativo cinese di mettere in campo nella sua proiezione esterna un’intelaiatura di infrastrutture fisiche, tecniche, di comunicazioni e di reti digitali – emblematico il successo e la diffusione delle reti 5G di Huawei – fino all’intelligenza artificiale come tecnologia e metodo di innovazione di applicazione generale. Un’intelaiatura che permetta di oltrepassare gli standard tecnologici occidentali legando a sé i paesi aderenti (pp. 132-50). Resa possibile dalla veloce e per certi versi straordinaria rincorsa tecnologica cinese, tale espansione a sua volta la rilancia. In gioco è allora il “potere strutturale” (concetto mutuato da Susan Strange), ovvero la capacità di incanalare i flussi di valore delle transazioni globali nel mentre si determinano, con l’attiva partecipazione dello stato, le condizioni di rango e di partecipazione al mercato e alla geopolitica mondiali, le regole del gioco dell’ordine internazionale, il controllo dei colli di bottiglia fisici e intangibili.

Una lotta, dunque, che investe contemporaneamente il piano economico-finanziario e quello geopolitico. Non a caso, essa è strettamente intrecciata con la “contestazione monetaria cinese” (pp. 188-201) del dominio mondiale del dollaro, cui abbiamo accennato sopra. Dall’incremento dell’interscambio commerciale direttamente in valuta cinese agli scambi tra banche centrali, dal graduale allentamento dei controlli su cambio e capitali per permettere una più ampia circolazione internazionale del renminbi yuan all’approntamento di un sistema di pagamenti interbancari proprio (il Chips, non ancora però del tutto slegato dal sistema Swift controllato da Washington), il libro fa una sintesi aggiornata di quella che definisce una “finanziarizzazione in forma statale” (p. 199) volta a creare mercati finanziari distinti e concorrenti con quelli occidentali. La posta in gioco, con una formula efficace: “rinforzare l’extraversione diminuendo le vulnerabilità a ciò associate” (p. 120) di contro a un modello export-led del tutto esposto al bello e cattivo tempo dei capitali e delle politiche statunitensi (rimando a quanto scritto sopra al riguardo).

Bürbaumer non nasconde comunque le persistenti fragilità cinesi. Sottrarsi alla supervisione statunitense della mondializzazione non è impresa facile. Il libro si ferma in particolare su due mosse che Washington, da leader mondiale, può giocare d’anticipo. Da un lato la cosiddetta guerra dei chip (pp. 151-61, dal titolo dell’oramai famoso libro di Chris Miller), iniziata con l’offensiva anti-Huawei, e tesa a disconnettere l’industria cinese dai segmenti alti di questa produzione strategica per bloccarne in anticipo la potenziale risalita tecnologica. Con risultati ambivalenti: Pechino è stata incentivata a sviluppare capacità di ideazione e produzione autonome, pur restando dipendente per i chip più sofisticati dalla strumentazione occidentale, che le è sempre più negata. Dall’altro Washington, per contrastare in prospettiva la graduale internazionalizzazione della valuta cinese, sta trasformando a più non posso il dollaro in “arma politica esplicita” (p. 201) attraverso un sistema oramai pervasivo di sanzioni finanziarie a paesi ed entità avversarie, di cui quelle comminate contro la Russia all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina sono solo l’ultimo e più rilevante esempio. Anche su questo versante i risultati non sono così lineari: l’arma delle sanzioni si sta rivelando a doppio taglio per l’Occidente e paradossalmente un catalizzatore dell’uso internazionale dello yuan cinese da parte dei soggetti statali sanzionati (p. 211). Al tempo stesso, nonostante questo effetto boomerang, resta il fatto che il dollaro non ha al momento degli effettivi rivali come moneta mondiale.

In entrambi questi casi ciò che emerge è la contraddizione tra le spinte all’internazionalizzazione del capitale – sia sul fronte delle multinazionali americane, interessate al mercato cinese, sia su quello del capitalismo sviluppista della Cina che ancora abbisogna degli apporti del capitale straniero – da un lato, e le divergenze senza precedenti tra i due avversari dall’altro. Senza che, rilievo importante dell’autore, la questione possa ridursi alla meccanica separazione tra un’economia presuntamente portatrice di interdipendenza pacifica e una geopolitica causa di scontro: se è vero che il cliente cinese delle imprese statunitensi è sempre più anche concorrente. Allo stato, questa contraddizione si è attestata sul decoupling strategico rispetto all’economia cinese da parte di Washington, che sta diversificando i propri fornitori secondo ragioni geopolitiche (friendshoring) senza, per ora, attaccare l’integrità delle catene globali, dunque anche cinesi, del valore (pp. 165-6).

Siamo così all’ultimo capitolo, dedicato a “Gli Stati Uniti nella trappola dell’egemonia”. Come abbiamo anticipato all’inizio, per Bürbaumer la cifra di fondo delle tensioni in corso è quella di una lotta per l’egemonia a tutto tondo tra le due grandi potenze, ben oltre la mera dimensione economica: si tratta della capacità di fare della propria organizzazione sociale un modello universale garantendo un ordine internazionale di cui tutti in teoria possano beneficiare. Ed è qui che viene fuori la posizione critica attuale degli Stati Uniti. Netto è il loro predominio sul piano militare, in questo capitolo illustrato in particolare con riferimento all’esorbitante spesa militare, alla rete mondiale di basi militari e alla forward presence nell’area dell’Indo-Pacifico e a Taiwan, che di fatto prefigura l’espansione della Nato in Asia (pp. 267-82). Ma l’impegno crescente in questa direzione non fa che attestare che l’equilibrio “gramsciano” tra consenso e coercizione pende sempre più verso il secondo aspetto. Nonostante il perdurante richiamo del modo di vivere americano e una ineguagliabile rete di alleanze sparse nel globo, la crescente militarizzazione spinge dall’attrattività egemonica nella direzione dell’esercizio del puro dominio. Ma la perdita di prestigio internazionale di Washington – sotto gli occhi di tutti l’instabilità crescente della pax americana e il doppio standard applicato ai conflitti in Ucraina e a Gaza – non si spiega secondo Bürbaumer senza la contestuale strategia cinese. L’offensiva dello charme va qui dalle iniziative istituzionali in Asia e in sede di paesi Brics all’impegno per un ordine internazionale più giusto e favorevole ai paesi della periferia del mondo. Il tutto costellato di azioni concrete in questa direzione, dalla crisi asiatica del 1997 allorché Pechino evitò di svalutare la propria valuta venendo così in soccorso dei paesi asiatici fino alla diplomazia dei vaccini anti-covid, e alla mediazione tra Iran e Arabia Saudita nel 2023. Non certo un’azione disinteressata, bensì nel quadro della proiezione esterna di cui si diceva, e comunque in grado finora anche sul piano degli interventi economici di non imporre ai paesi interlocutori, per lo più del Sud del mondo, le famigerate condizionalità del Fmi e della finanza occidentale, bensì garantire in certa misura uno “sviluppo”.

Insomma, la supervisione americana della mondializzazione risulta sempre più contestata, con possibili ripercussioni anche sulla stabilità interna, in un circolo vizioso di interventismo militare e perdita di prestigio che sta alla base del peggioramento complessivo del clima internazionale. La rivalità inter-capitalistica delle due principali potenze mondiali arriva così a minare la stessa mondializzazione palesando la dinamica conflittuale tra nazioni intrinseca al capitalismo che l’autore, richiamandosi nella pagina finale del libro a Rosa Luxemburg, definisce “imperialismo”.

È evidente, da questa pur parziale presentazione, come il lavoro di Bürbaumer sia ricco in sé di contenuti tenuti insieme da un quadro complessivo forte, cosa che, lo si condivida o meno, pochi oggi si arrischiano a fare nello specialismo imperante. Proprio per questo, merito non ultimo del libro è quello di aprire tutta una serie di questioni cruciali non solo per il lavoro teorico e storico, ma ancor più per la politica mondiale a venire (se intesa come grande politica). Mi limito su questo a due considerazioni finali. La prima: la caratterizzazione complessiva dello scontro in corso come lotta per l’egemonia tra le due grandi potenze sembra implicare la possibilità di un avvicendamento egemonico tra Stati Uniti e Cina, rischiando così di oscurare la persistente asimmetria non solo tra i due attori in gioco, ma tra Occidente e resto del mondo – asimmetria (ben presente a Bürbaumer) che rende oltremodo improbabile una “successione egemonica” (per usare una terminologia arrighiana). In realtà, si potrebbe forse parlare di una contro-egemonia di “resistenza”, portatrice non di un discorso anti-imperialista e anti-capitalista, sia chiaro, ma di un’istanza “riformista” a scala mondiale, che non a caso sta raccogliendo l’attenzione e il cauto appoggio di parte del Sud del mondo (e della Russia, malgré soi portatrice di un’anomalia risalente al ’17 che l’Occidente non le ha mai perdonato). Purtroppo nell’indifferenza finora di gran parte delle classi lavoratrici occidentali (per non parlare dell’aperta ostilità delle loro rappresentanze politiche e sindacali). Seconda considerazione, strettamente legata alla prima: risulta da questo lavoro come la traiettoria statunitense dall’egemonia al dominio rimandi non semplicemente a un problema di direzione da parte di Washington – di cui è segno la difficoltà di elaborazione di una nuova, coerente Grand Strategy – bensì a un impasse oggettivo del capitalismo mondiale. Se ne potrebbe dedurre che il blocco posto dagli Stati Uniti a un rinnovamento profondo degli equilibri geopolitici, economici, sociali a scala mondiale – blocco di cui lo scontro con la Cina è espressione – segnala una crisi profonda non solo della mondializzazione come “stadio” fin qui più alto raggiunto dal capitalismo, ma del sistema capitalistico in quanto tale.

Alla luce di ciò, non si fa forse torto all’autore concludendo che il suo lavoro pone in definitiva l’esigenza di una rinnovata teoria dell’imperialismo, banco di prova di un marxismo all’altezza degli sconvolgimenti mondiali a venire.

Note

[1]
Ricordiamo di Barthélémy Courmont Chine-Usa: le grand écart, a cura dell’Iris; di Pierre Grosser L’autre guerre froide? La confrontation Ètats-Unis/Chine. Va considerato anche il lavoro di analisi che fa capo al sito Le Grand Continent. La tradizione gollista permette ancora qualche margine di analisi, se non di dibattito, non immediatamente schiacciato sull’opzione atlantista, che pure non viene in generale contestata.

[2]
Vivek Chibber, The Class Matrix. Social Theory After the Cultural Turn, Harvard University Press, Cambridge 2022.

[3]
Pensiamo ai lavori di Pierre Dardot e Christian Laval e di Frédéric Lordon, ma prima ancora di Pierre Bourdieu: v. il mio Il dibattito sulla globalizzazione, 2010, in rete.

[4]
Sul tema l’autore è tornato con il saggio Alliances et accumulation. Comprendre la conflictualité entre les États-Unis d’Amérique, la Chine et la Russie à travers les flux mondiaux de capitaux, Terrains Théories, 18, 2024 (https://journals.openedition.org/teth/5747).

[5]
Su questa linea da ultimo Alexander Ward, The Internationalists: The Fight to Restore American Foreign Policy after Trump, Penguin Random House, 2024 sull’influenza dei think tank globalisti sulla e nella amministrazione Biden.

[6]
Ampia la letteratura specialistica al riguardo: rimando al mio Un passaggio oltre il bipolarismo. Il rapprochement sino-americano 1969-1972, Bologna 2012 (in rete).

[7]
Ho trattato questi temi nella terza parte del mio The Us-China Rift and its Impact on Globalisation. Crisis, strategy, transitions, Brill 2024.

[8]
Pun Gai, Lu Huilin, Unfinished Proletarianization, Modern China 36, 5, 2010, 493-519.

[9]
Non a caso è la fase delle teorie apologetiche della globalizzazione come interdipendenza o, sul versante radical, dell’Impero (riedizione del kautskiano super-imperialismo al netto della tesi del declino degli stati nazionali).

[10]
Il testo di riferimento è qui Mylène Gaulard, Karl Marx à Pékin: Le racines de la crise en Chine capitaliste, Demopolis, Paris 2014.

[11]
Una lettura che rimanda ai lavori di economisti come Michael Pettis (in Italia possiamo pensare a Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis, Milano 2022). Insistere sul surplus commerciale cinese in sé come causa delle tensioni internazionali – i cosiddetti squilibri globali – rischia però di portare acqua al mulino del crescente protezionismo occidentale.

[12]
Giovanni Arrighi, Adam Smith in Beijing, Verso, London, 2007.

[13]
Mosse finalizzate altresì allo scarico della crisi su alleati, come nel caso dell’eurocrisi dei primi anni Dieci, e avversari.

Fonte